domenica 1 febbraio 2004

Pietro Ingrao domenica 1 febbraio su Liberazione

Liberazione 1.2.04
INGRAO: LA PACE UN PROGETTO POLITICO

Pacifismo, è un fare per la pace
non una passività calabrache
di Pietro Ingrao


Il dibattito sulla non-violenza, aperto da Fausto Bertinotti, si sta sviluppando e allargando sulle colonne di Liberazione e de il manifesto, e questo davvero è un bene (della discussione avvenuta nella direzione di "Rifondazione" so troppo poco per esprimere giudizi o porre interrogativi).

A me sembra una iniziativa politica urgente e feconda. Personalmente io però sarei incline a non estenderla ad una riflessione sulla violenza "in generale" nella vita umana: e non solo perché in un dibattito che assuma tali dimensioni e livello io ho idee assai più incerte; ma perché mi sembra che una riflessione sulla violenza debba innanzitutto misurarsi sui drammatici eventi in corso: sul ritorno imperioso e sconvolgente che ha avuto sul globo in cui abitiamo la "guerra di massa": nel tempo - non dimentichiamolo mai - dell'atomica, l'arma suprema, di cui l'uomo della strada, il semplice cittadino sa quasi nulla. Penso insomma alla nuova "violenza pubblica", posta in campo dai reggitori degli Stati (o degli imperi, se volete): l'evento che mi sembra il grande fatto nuovo con cui si apre questo secolo, e chiama in campo, con urgenza, la risposta degli spiriti pacifici (per ricorrere a un vocabolario antico).

E ciò che mi preme è se e come costruire una strategia e una risposta politica ai nuovi "signori della guerra": un obiettivo, che certamente sarà aspro e difficile e per nulla lineare.

Lotta alla passività

Intanto e prima di tutto, esso chiede una lotta contro la passività. Ci sono oggi milioni di esseri umani che si limitano a guardare - illudendosi che il conflitto armato possa essere gestito e patito solo da corpi speciali, che fanno questo per mestiere o vocazione: e che si possa lasciare a loro quel compito sanguinoso e grave, se mai - patriotticamente - rendendogli onore quando cadono e perdono la vita. I campi di battaglia, a volte e spesso, sono lontani e in certo modo circoscritti: perché dunque temere l'urto delle armi quando esso non mi tange, non giunge al mio cortile di casa?

Il pacifismo è lotta contro questa illusione: è l'evocazione di una corresponsabilità, e insieme la coscienza, l'individuazione degli attori: dei "signori della guerra" e delle forze e delle istituzioni (dei poteri) che li muovono e li sorreggono. Pacifismo è fissare e diffondere nei popoli questa mappa. E farne un aspetto centrale della lettura del mondo in cui oggi viviamo: della sua falsa "innocenza", e del nuovo terribile slancio che torna a prendere l'uccidere di massa.

In questa luce, pacifismo è forse e prima di tutto la questione della secolare discussione sulle armi: sulle risorse che per esse vengono impegnate e consumate, e se ciò è paragonabile e compatibile con i mezzi necessari allo studio, ai saperi, alla scuola, e anche alla salute dei cittadini. Insomma: aprire di nuovo ed efficacemente un contenzioso sulle "spese militari" (vi ricordate questa parola?): su quanto costa "l'uccidere pubblico", e quanto esso si mangia del nostro pane. Non abbiamo troppo appannato questo tema?

Quindi pacifismo oggi è anche trarre fuori dagli armadi finiti in soffitta una parola antica: disarmo. Ci fu un tempo in cui questa parola era sulla bocca di molti, ed esso fu nei programmi o nelle promesse dei governi, e - certo - nelle grandi lotte delle popolazioni e dei cittadini.

Oggi quella parola è scomparsa. Pacifismo è resuscitarla: non solo sulle bocche di tanti, ma nelle battaglie dei Parlamenti, nelle scelte dei governi: con la coscienza che oggi più ancora - forse - della quantità delle armi, conta la loro nuova qualità. E riconoscere, rendere pubblici gli strumenti di morte e i nuovi veleni che sono in mano a chi comanda gli eserciti, e quali guasti e stermini sono possibili.

I bilanci militari

Rileggiamo i bilanci di questa e altre repubbliche. Riapriamo il discorso su dove - forse! - stanno (e come e in mano a chi) gli arsenali atomici. Portiamo questi temi anche nelle scuole, perché gli adolescenti già sappiano su che poggia il potere che prepara il loro domani.

Lo so: tutto questo - e altro ancora - riguarda il prima della guerra: un tema che sembra scomparso dalle nostre agende e che il pacifismo - come lo vedo io - ha l'enorme compito di resuscitare. Forse sbaglio: ma io penso che abbiamo accettato troppo quietamente il ritorno della guerra di massa. Non abbiamo fatto scandalo. Non abbiamo misurato ed evocato la gravità dell'evento.

Poi ci sono le guerre che già esistono: sono troppo ingiusto se dico che ad esse il mondo - e anche un campo di cui noi facciamo parte - in un certo modo anche a ciò sta adattandosi? Per amaro che sia noi non abbiamo fatto il possibile per impedire la seconda guerra all'Irak. Né - mi sembra - sia ancora terminata la guerra in Afghanistan. E poco o nulla io so dirvi delle molte e crudeli guerre che squassano l'Africa, rispetto a cui la parola "pacifismo" sembra proprio suonare bizzarra e distante.

L'art. 11 esiste!

Ma c'è stata anche un'assenza che riguarda direttamente noi: noi italiani. Abbiamo tollerato che in questo Paese fosse gravemente scavalcato ciò che impone esplicitamente la Costituzione di questa Repubblica, quando all'articolo 11 consente solamente la guerra di difesa. E l'assurdo, il ridicolo è che mesi or sono non uno qualsiasi, ma il Presidente della Repubblica, rompendo un lungo silenzio, ha confessato che sì l'articolo 11 esiste. Dunque esiste ma non vale: e noi abbiamo mandato i nostri soldati in Irak.

Il diritto alla resistenza

Quelle truppe italiane - per me - sono aggressori; e pacifismo - nel suo senso più elementare - è lottare perché cessi quell'aggressione armata. Quale motivazione più urgente per invocare e costruire una corrente pacifista? E chiamarla subito a un compito così necessario e bruciante? E non è questo sopravvenire della guerra preventiva una ragione nuova per invocare il ritorno al dettato dell'articolo della Costituzione italiana? Perché non accade? E invece Massimo D'Alema, autorevole dirigente dei Ds, parla ancora di "astenersi" nel voto prossimo su questa presenza illegale di truppe italiane in Irak.

E qui - bisogna dirlo- s'apre un problema nuovo e aspro per noi pacifisti: la questione del diritto del popolo irakeno. Noi pacifisti potremmo negare al popolo irakeno il diritto di resistere, anche con le armi alla mano, all'aggressore straniero? E però - ecco il dubbio - non rinneghiamo così la nostra vocazione alla non - violenza?

Personalmente io ritengo che non si possa rifiutare a chi nel suo paese è aggredito da un esercito straniero la possibilità di difendersi e respingere l'aggressore anche con le armi. Ma penso e spero che l'esistenza attiva e coraggiosa di una movimento pacifista di respiro internazionale divenga il luogo costruttivo in cui esplorare, vagliare e decidere quale sia la strada migliore per assicurare libertà e pace a quel paese aggredito.

La scelta pacifista

Insomma il pacifismo non è solo una dichiarazione di fede e un mero rigetto dell'uso delle armi. Non è una strategia delle mani pulite e della pura speranza nella pace. E' un soggetto politico-sociale capace di intervenire nei punti di crisi contro la pratica della violenza, e per la individuazione e la costruzione di vie pacifiche. E' un fare per la pace: non una passività da calabrache. E la sua efficacia sta proprio nell'agire (e prevenire) sul conflitto e nel conflitto. E noi, con questa scelta e questo dibattito sul pacifismo, stiamo cercando ed esplorando le vie per pensare il conflitto, nelle condizioni - nuovissime - in cui si presenta in questo inizio di secolo.

Terrorismo: netta condanna

E qui l'orizzonte si allarga. Io credo che dalla riflessione che sono venuto sommariamente sviluppando emerga chiaramente l'obbligo (uso volutamente questa parola così rigida) di una condanna del terrorismo messo in campo da una parte del mondo arabo ferito. Non solo esso è una via che si fonda sulla violenza nel senso più crudo e nudo. E' una strada che non solo dà un alibi- per ipocrita che sia- all'aggressore occidentale, ma poggia tutta sullo scontro armato, e sulla carta avvelenata delle armi. E' l'opposto sanguinario della via che il pacifismo propone. Ed un compito urgente che dobbiamo affrontare è il dibattito e la ricerca sulle vie per combatterlo. Qui sinora c'è un'assenza nostra, che richiede una riflessione nuova da avviare: e prima di tutto cerchi di comprendere come il pacifismo si sia indebolito ad Oriente, proprio là dove si era sviluppata l'azione fulgida e militante della figura e del pensiero di Gandhi (e non dimentico - certo - le differenze grandi e la distanza fra il mondo arabo di oggi e l'India di Gandhi).

Penso che in questa luce dobbiamo sconsigliare e combattere anche la strada povera e dolente dei kamikaze: quell'uso disperato e misero della morte sacrificale è ancora violenza, per giunta inutile e infeconda, e quasi dimentica delle dimensioni della lotta.

Il mondo d'oggi

Al tempo stesso io sento e temo l'inefficacia e la sterilità di questa critica. Il pacifismo può superare questa sterilità, solo individuando, costruendo strade diverse dall'urto armato. E la nostra discussione di questo parla, di questo deve discutere: non una scelta astratta fra pace e guerra, tra violenza e carità, ma la costruzione di una strategia concreta contro la violenza nel nostro tempo.

Certo: andiamo pure a sfogliare quelle pagine di Lenin e di Gramsci - che in altro tempo mi parvero così obbliganti e oggi invece mi appaiono così dubbie -, e a rileggere e resuscitare quel tempo. Ma guardando il mondo nella sua inaudita e tragica luce di oggi.

evoluzionismo:
la crociata della "religione americana" contro Darwin

Liberazione 1.2.04
Lo Stato americano della Georgia cancella Darwin dai programmi scolastici: «Una diceria»
L'involuzione della specie
di Daniele Zaccaria


Darwin? «Una diceria». Secondo la signora Kathy Cox, responsabile della pubblica istruzione dello Stato americano della Georgia, la teoria dell'evoluzione «solleva reazioni negative» tra gli alunni. Di conseguenza il suo insegnamento «rende più difficile il lavoro dei professori in prima linea». Quale linea? Quella della demarcazione tra la scimmia e l'uomo, s'intende. Che per la destra oscurantista americana è diventata un'autentica trincea. Risultato, lo scienziato britannico è scomparso dai libri di testo della Georgia.
Nel 2000 era toccato al Kansas, dove, oltre a Darwin, anche la teoria del "big bang" venne cancellata dai programmi ministeriali. Le frange più estreme della Chiesa metodista volevano sostituirla a pié pari con il Libro della Genesi. Cose dell'altro mondo. Lo scrittore anglo-iraniano Sulman Rushdie (condannato a morte da un altro, speculare, fondamentalismo) scese in campo, affermando con amara ironia, che «la luna, anche quella del cielo del Kansas, non è fatta di groviera». Poi, fortunatamente, ci fu un'indignata rivolta degli stessi insegnanti che costrinse le autorità a ritornare sui propri passi. Ma una crociata è una crociata. Così, in Alabama, nei compendi liceali la ricostruzione darwiniana viene definita «un'ipotesi sostenuta da alcuni studiosi», mentre nell'Oahio i professori di biologia sono obbligati ad insegnare le "prove" che certificano l'infondatezza di quella ricostruzione e così via.
A destra di dio
E' una battaglia tenace, che viene da lontano, dal cuore del populismo religioso che ribolle nell'America profonda, «più metodista che calvinista o presbiteriana, più battista che anglicana. Non bisogna dimenticare che la stessa espressione "fondamentalismo" nacque in California nel 1910 derivata dal nome della rivista cristiana «Fundamentalism», come scrive Patrice Higonnet in un bell'articolo pubblicato dal quotidiano francese Libération, in cui però ne viene sottolineata la natura minoritaria nella formazione culturale della nazione americana. Anche le ideologie più regressive, che impastano nazionalismo e cristianesimo, populismo e fanatismo evangelico, fin dai tempi di Tocqueville sono sempre rimaste sullo sfondo di un paese attraversato da una forte anima liberale (in alcuni casi persino libertaria), postmoderna e progressista. Incarnata dalle élites urbane di New york, Boston, San Francisco, Los Angeles, Seattle, anche nel contraddittorio insieme di intellettuali contestatori e uomini d'affari, artisti e ceto politico capitalista, classe dirigente democratica ma anche repubblicana. Un ritratto antropologico che per tre secoli ha accompagnato la biografia "nordista" della nazione relegando nel sottosuolo "sudista" le pulsioni regressive e intolleranti della destra ultrareazionaria, la cui natura è rimasta a lungo, per così dire, sovrastrutturale nel paesaggio nordamericano.
Ma ora queste tendenze consolidate sembrano subire un rovesciamento. Da alcuni decenni il populismo religioso ha incontrato una sponda politica in grado di mettere in valore la sua vocazione egemonica nella società. E la lotta alle teorie di Darwin è sempre stata un terreno d'elezione per disputare la crociata. Se per le destre europee gli insegnamenti dello scienziato costituivano "l'anticamera del marxismo", la guerriglia spirituale dei loro omologhi americani vola molto più basso: il problema non è il materialismo storico ma l'ateismo, l'irreligiosità delle dottrine evoluzioniste. Già nel marzo del 1981, il candidato Ronald Reagan predicava l'insegnamento del racconto bibblico come alternativa ai precetti dell'"Origine della specie". Nel 1999 George. W. Bush, anch'egli in piena campagna presidenziale, ha ripreso il ritornello, sottolineando la continuità "culturale" con il celebre ex presidente-attore. Per giustificare il ritorno tra i banchi di scuola delle più ardite suggestioni creazioniste si parlò di «pluralismo nell'insegnamento». I zelanti chierici del ministero dell'educazione hanno colto l'occasione di radiare, con l'implicita benedizione di Washington, le scorie evoluzioniste dai corsi impartiti alle nuove leve dell'America bianca, ma soprattutto cristiana. Atti che suscitano l'indignazione di molti esponenti della comunità scientifica, ma anche diffusi consensi tra le famiglie, a testimonianza che la composizione ideologica del paese è radicalmente mutata, perché è mutato il rapporto di forza.
La sponda politica
Un fenomeno che le attuali classi dirigenti hanno intercettato con estrema abilità. E in fondo senza grandi sforzi, essendone culturalmente contigue. Alle ultime elezioni presidenziali il comportamento dei "white evangelical protestant" (un terzo del corpo elettorale statunitense) è stato significativo: se solo il 15% dei suffraggi raccolti dal candidato democratico Al Gore proveniva da quel bacino, la base elettorale del texano Bush, schietto interprete della tradizione del fondamentalismo protestante, era costituita da "white evangelical". Rifiuto della modernità, rigetto delle conquiste civili degli anni '60, dalla liberalizzazione dei costumi sessuali all'acquisizione dei diritti civili per gli afro-americani, passando per la sempreverde vulgata anticomunista, la reciproca attrazione tra il vertice e la base si nutre di elementi simili. Ma l'operazione del "clan Bush" non si ferma qui; alla Casa Bianca non governa soltanto una casta di talebani invasati. Lo sguardo dei "neocons" non guarda al passato come accade a tutte le avanguardie decadenti, ma è rivolto verso l'avvenire. La guerra infinita, dichiarata unilateralmente dagli Stati Uniti dopo l'11 settembre, riposa sì su un fondo oscurantista, ma allo stesso tempo costituisce un tratto distintivo della modernità, presentandosi a casa dei malcapitati destinatari con il volto della più raffinata tecnologia militare.
Il nuovo modello culturale americano tiene assieme, modernizzazione e regressione, religiosità e pragmatismo politico. Non più dimensioni contrapposte della vita sociale e politica, ma elementi complementari di un unico progetto egemonico. Che se nei sui punti "alti" bombarda i crudeli saraceni, in quelli "bassi" o più domestici propone il metaforico rogo per le letture colpevoli di allontanare la gioventù dalla Verbo di Dio, Darwin in primis.
Come se l'involuzione della specie dovesse culminare beffardamente in una gara di freccette tra cow-boy alticci in un saloon del Minesota. Con la fotografia di sir Charles apposta sul bersaglio, come un Osama bin-Laden qualsiasi.

numeri

Liberazione 1.2.04
In 450 milioni soffrono di turbe psichiche


[...]
al Convegno mondiale di psichiatria tenutosi a Vienna nel giugno del 2003 è stato dichiarato che al mondo sarebbero 450 milioni le persone che soffrono di turbe psichiche, al 16° Congresso dell'European College of Neuropsychopharmacology tenutosi il 2 ottobre 2003, è stato dichiarato che in Europa chi soffre di schizofrenia sono oltre 24 milioni di persone, 120 milioni i depressi, il 6,4% della popolazione soffrirebbe di disturbo bipolare e dal 4 al 16% dei bambini di disturbo dell'attenzione e iperattività e in Italia i malati di depressione secondo gli ultimi dati statistici della psichiatria sarebbero 5 milioni
[...]

(da una e.mail al giornale di Patrizia Viglianco)

il volto «confluenza di conscio e inconscio»,
Federico II e la fisiognomica medioevale

La Gazzetta del Mezzogiorno 1.2.04
La faccia come sistema di segni da decifrare e da manipolare: è questo l'oggetto della "Fisiognomica" medievale?
di Raffaele Iorio


Il recente rimpasto facciale di un noto uomo di potere ha stimolato divagazioni di varia antropologia, fondata sulla spendibile spettacolarità dell'apparenza. Meno rozzamente, si è anche riscoperta l'unica cosa che di noi non vediamo, ma l'altro vede: il volto. E la sua immagine ri-tratta. Entrambi non a caso forme verbali passive: "viso", da visto, ma visto dagli altri; e "ri-tratto", ma tratto dagli altri.
L'uno e l'altro, dunque, sistemi di relazioni fra dentro e fuori: cioè fra quel che veramente ci identifica e siamo (il sé), e il modo con cui siamo presenti, ci rap-presentiamo, appunto, nel mondo esterno in una dimensione socialmente accettabile (l'io).
E allora il volto, confluenza di conscio e inconscio, è il sé che si disvela. Sii te stesso. O, come esortava Nietzsche, diventa ciò che sei. A patto però d'esser prima qualcuno; giacché o appari quel che sei o sei quel che appari. Dallo sguardo, soprattutto. Guardarsi negli occhi è una forma di controllo reciproco. L'occhio, fatto per guardare, guardato, per difendere l'accesso a una incresciosa intimità, si abbassa. La bocca invece (non a caso da "buca": il viso ne ha tante da cui noi veniamo fuori) è l'altro correlativo facciale del pensiero che, prendendo la forma delle parole che pronunciamo, elude più degli occhi la sor-veglianza.
Non è dunque per imperizia se fino al XIII sec. le immagini dei potenti non ne consentono la identificabilità realistica. E, personaggio più che persona, Federico II in pubblico, ieraticamente impassibile come in una sorta di fermo immagine, parlava per bocca di Pier delle Vigne, il "Logotheta", l'architetto cioè delle parole. Viceversa esigeva, per l'assunzione dei suoi massimi funzionari, di osservarli personalmente e di sentirli parlare. Era l'attuazione della dottrina della "Fisiognomica" di Michele Scoto, che nel 1230 proprio all'imperatore dedicava il suo "Liber phisionomie". Era l'innesto in Occidente della cultura sperimentale araba contenuta nel "Sirr-al'-asrâr", noto come "Secretum secretorum" pseudoaristotelico.
Epperò Federico, considerandosi controfigura di Dio, se rifiutava per sé, come appunto compete a Dio, l'appartenenza al tempo, negli uomini la esigeva: ritenendo che nel segno del tempo, cioè l'età, si palesa la fertilità dell'uomo.
Paradossalmente, la pseudocultura d'oggi eredita il peggio del cristianesimo: il corpo, se per questo è involucro peccaminoso da redimere, per il nostro igienismo edonistico è perennemente inadeguato: o lo si rimuove o lo si restaura. Ma nella scelta di fissità delle sue maschere scolpite dal bisturi, e nella loro recita a oltranza d'una giovinezza posticcia emana, come da mummie animate, oltre il rifiuto della propria storia, un sentore di morte.

Mecca Cola

Repubblica 1.2.04
SFIDA ALL´OCCIDENTE

Il conflitto in Iraq e l'ondata antioccidentale hanno fatto aumentare le vendite della "bibita dell"Islam" del tunisino Mathlouti
La guerra vinta dalla Mecca Cola
La Mecca Cola ringrazia Bush "Lui parla e noi vendiamo"

Nata nel 2002, l'anti-Coca Cola è ora diffusa in 45 paesi. Il suo slogan: "Non bere da stupido, scuoti la tua coscienza"
Il proprietario spiega: "I popoli arabi non devono liberarsi dagli Usa, ma dall'ignoranza, dagli imam conniventi, dalla corruzione"
Nell'ufficio di Parigi del fondatore: "Non ho mai portato i miei figli da McDonald's"
di GABRIELE ROMAGNOLI


PARIGI. In proporzione, non è stata Halliburton, né alcuna altra società legata all´amministrazione di Washington ad avere tratto il maggior profitto dall´invasione dell´Iraq. È, invece, una piccola compagnia creata con 22mila euro alla vigilia dell´operazione e che oggi ha 8 milioni di profitti, fa dell´antiamericanismo la propria campagna pubblicitaria permanente, trova nuovi clienti (assicura il fondatore) «ogni volta che Bush appare in tv e dice una fesseria». Il suo nome è "Mecca Cola".
Il suo slogan: «Non bere da stupido, scuoti la tua coscienza». Il suo prodotto una bottiglia simile a quella della Coca Cola, ma con la scritta «Per favore, non mischiate con alcol» e il talloncino del concorso per vincere 10 pellegrinaggi nei luoghi sacri dell´Islam.
In poco più di un anno si è diffusa in 45 Paesi, Iraq incluso. Altri nove stanno per aggiungersi alla lista. Alle porte di Sana´a, nello Yemen, ho visto ultimare i lavori per un nuovo stabilimento. All´aeroporto di Amman ho visto una bambina stringere in mano la lattina «al gusto di libertà» e offrirne un sorso alla sua bambola Rezzane, l´anti-Barbie con il velo. Nelle strade di Belleville e Barbes, a Parigi, l´ho vista esposta con orgoglio sui banconi delle macellerie musulmane, incoraggiando poco ortodossi accostamenti con la carne.
Alla periferia di Parigi tutto è cominciato e qui ancora si trova la sede amministrativa della società: una targa dispersa tra altre in un grigio palazzo di uffici. Il fondatore, un uomo di 47 anni di origine tunisina di nome Tawfik Mathlouti, fissa un appuntamento alle otto della sera, tra un arrivo e una partenza per controllare la produzione a Brasilia e Kuala Lumpur. La sua valigia è appoggiata in un angolo del salottino. Lui è in qualche stanza, al telefono. Alle pareti ci sono disegni di bambini che ritraggono la loro bevanda preferita. Sugli scaffali copie del Corano, «Freud e l´antisemitismo», «Lo spettro del terrorismo» e un riconoscimento attribuito dalla fondazione «Arab Tought», creata da un principe saudita. I gadget della Mecca Cola (cappellino, maglietta, pallone, tutti su sfondo rosso Atlanta) stanno in una bacheca. Le varianti «diet», arancia e gusto di mela sono allineate su un ripiano. Sul tavolo c´è l´etichetta staccata da una bottiglia di Coca Cola. La giro al contrario e metto controluce. E´ una vecchia teoria del complotto, secondo cui in questo modo si leggerebbe, in calligrafia araba: «Né Maometto, né Mecca», come se, decenni fa, nel profondo della Georgia, avessero avuto già in mente lo scontro di civiltà con qualcosa che forse nemmeno conoscevano. Eppure la storia circola. È l´indizio di un sentimento popolare pronto a diventare strategia di marketing. Un tentativo c´era già: si chiamava Zam Zam Cola, dal nome di una fonte sacra, e veniva dall´Iran. Ma quando Mathlouti si propose come agente per diffonderla in Francia gli risposero di no. Allora fece da solo. Andò su Internet e diede al motore di ricerca le parole «ricetta» e «Coca Cola». Ottenne un centinaio di risposte. Le provò tutte, in un solo giorno di assaggi furibondi. Ne scelse una e la lanciò. Era consapevole che non il gusto contava, non il packaging materiale, quanto quello ideologico. L´imprenditore che si fa vanto di non avere mai portato i suoi figli a un Mc Donald's cavalcò l´onda dell´antiamericanismo, in Europa prima ancora che in Medio Oriente. Il boicottaggio riesce meglio quando c´è una disponibile alternativa. E´ quello che molti imprenditori arabi stanno capendo. Lo si intuisce, ad esempio, camminando per le strade di Dubai e vedendo, lampeggiare, con gli stessi colori del Kentucky Fried Chicken, l´insegna del pollo fritto Damascus Fried Chicken. Mecca Cola ha indicato la via. Entrare sul mercato è stato facile; rimanerci, più dura. Quando prende una pausa dalle telefonate intercontinentali Mathlouti racconta ostacoli e minacce. Da un alto le «grandi compagnie», che ha cura di non nominare e i sospetti polizieschi. Dall´altro i fondamentalisti. Mostra una lattina e dice che ottenerla per lui non è facile. Una società polacca con cui aveva fatto un accordo all´ultimo istante ha preferito restituire i soldi e stracciare il contratto. Perché? «Lo immagini». Estrae da un cassetto una bottiglia con l´etichetta Mecca Cola, ma l´aspetto del tutto diverso. «Questa circola in Pakistan, ma non è nostra. Vede la forma? Le ricorda per caso una delle grandi? Sì? La fanno loro e ci mettono il nostro nome, capisce? C´è un loro dirigente in carcere a Lahore per questo». Mathlouti c´è stato, in Pakistan, ma con dodici guardie del corpo al seguito: agli estremisti islamici del luogo non piaceva che il nome di un luogo sacro venisse usato per vendere. Più delle minacce, hanno avuto efficacia le dicerie: «Mecca Cola è finanziata dai giudei, per screditarci». L´altra diceria è che il 10% dei ricavi, che si proclama dato in beneficienza, finisca a organizzazioni della lotta armata palestinese. «I miei conti sono a disposizione - ribatte Mathlouti - finanzio ospedali e scuole per bambini palestinesi». I detrattori hanno creato un sito Internet che storpia il nome della bevanda e mostra come finanzia i piccoli a Gaza: con una cintura kamikaze.
In realtà, dietro il fumo delle ideologie, l´arrosto è una società che ha sfruttato una nicchia di mercato, funziona esattamente come una sorella occidentale e globalizzata, con subappalti in Paesi lontani dove il lavoro costa poco, controlli di qualità e un marketing aggressivo e mirato. Il suo creatore, che già possiede una radio e appare continuamente in televisione, lascia il sospetto di essere pronto al passo successivo: la discesa nel campo della politica. Esprime opinioni forti e senza giri di parole: «Bisogna trattare, ma non con Sharon, con lui il solo negoziato possibile è la sedia elettrica», «Israele è il paravento dietro cui i leader arabi nascondono la loro incapacità», «I popoli arabi non debbono liberarsi dall´America ma dall´ignoranza: hanno governi corrotti, imam conniventi, intellettuali che se la spassano in esilio e loro vivono come animali, invece di darsi da fare». Questo, più che le bollicine in lattina è quel che chiama «scuotere le coscienze». Chi è convinto che, dopo sceicchi e colonnelli, gli arabi si affideranno, pure loro, a tycoon populisti, ha un nome da segnarsi a futura memoria.

Cina

Corriere della Sera 1.2.04
Il nuovo numero di Aspenia
«Il tempo della Cina Opportunità e rischi del grande boom»
di Orsola Riva


La Cina è vicina? No, la Cina è già qua. Basta guardarsi attorno. Dalle lucine dell’albero di Natale alle bambole con cui giocano i nostri figli (il 60% della produzione mondiale dei giocattoli è made in China), dalle calzature ai computer (un paio di scarpe e un pc ogni due): perfino la birra cinese ha superato in volume quella made in Usa. Al gigante asiatico è dedicato il numero della rivista Aspenia in edicola da oggi. Ronald Dore, professore associato alla London School of Economics, si interroga sui nuovi equilibri geopolitici determinati da un boom economico che non ha precedenti nella storia (ufficialmente la Cina ha un tasso di crescita del 7% annuo, ma il dato reale si aggira attorno all’11-12%). «L’incredulità - scrive Dore - sta lasciando il posto alla paura, soprattutto in Giappone e negli Stati Uniti».
Dietro la battaglia commerciale in corso (con il braccio di ferro per la rivalutazione del renminbi e la minaccia di dazi), c’è in gioco l’equilibrio dei rapporti geopolitici con quello che Bush ha definito il «rivale strategico» dell’America. Il professor Dore arriva a ventilare il fantasma di una nuova «guerra fredda», con una leadership come quella cinese che cerca di raggiungere uno status di parità militare (aumentando le spese per gli armamenti del 18% in un anno).
Una prospettiva allarmante, ma meno fosca se si considera, come ricorda l’intervento di Cesare Romiti, presidente onorario di Aspen Institute Italia, che la nuova generazione di ingegneri sfornati dalle università cinesi (quasi mezzo milione l’anno) è stata formata da professori che si sono specializzati proprio nelle università americane ed europee.
Romiti cita alcuni numeri significativi. Oggi la classe media in Cina conta 400 milioni di persone e le persone «affluenti» sono 200 milioni: un mercato gigantesco (equivalente a mezza Europa e a due terzi degli Stati Uniti). E fa alcuni casi: come quello dei telefonini, la cui flessione in America e in Europa (75 milioni in meno nel 2002) è stata compensata dai 65 milioni di esemplari venduti in Cina nello stesso anno.
«Si capisce - conclude Romiti - perché tutti, nei principali Paesi industrializzati, guardino alla Cina. Per questo motivo si rimane perplessi quando le difficoltà in termini di concorrenza sono ingigantite al punto di oscurare le opportunità che il mercato cinese può riservare alle imprese italiane». Tanto più se si considera che anche il problema, serissimo, delle contraffazioni non va imputato certo solo alla Repubblica popolare, visto che in materia di produzione di copie l’Italia sta davanti alla Cina (essendo «leader» in Europa e quarta in tutto il mondo).
A novembre, su iniziativa di Romiti, è nata la Fondazione Italia-Cina, il cui scopo è proprio di sviluppare le relazioni fra i due Paesi coinvolgendo gruppi industriali ma anche ministeri e regioni. Anche perché, nel frattempo, gli altri Paesi stendono tappeti rossi alla Cina. Come Parigi, che ha ricevuto questa settimana il presidente Hu Jintao, atterrato lunedì da un Boeing 747, ma portato in visita, giovedì, allo stabilimento dell’Airbus di Tolosa a cui ha ordinato 21 nuovi jet.
I NUMERI Fu Deng Xiaoping a sdoganare il capitalismo lanciando alla fine degli anni 70 il motto «arricchirsi è glorioso». Oggi il tasso reale di crescita del Pil cinese è pari all’11-12% annuo. Tra il 1990 e il 2003 l’export è aumentato di otto volte, fino agli attuali 380 miliardi di dollari (6% delle esportazioni del pianeta) e gli investimenti esteri sono passati da 25 a 500 miliardi di dollari. In media ogni anno un cinese lavora 2.370 ore contro le 1.670 di un lavoratore italiano (il primo guadagna in media 45 centesimi all’ora contro i 13 euro del secondo)

dialoghi tra sordi: neuroscienze vs basaglismo
("questa o quella per me pari sono")

una segnalazione di Paolo Izzo

Il Sole 24ore Domenicale 1.2.04
Psichiatria italiana
Nel suo ultimo libro Eugenio Borgna conferma i propri pregiudizi verso le neuroscienze
Stati d'animo antiscientifici
Fraintesa la proposta del Nobel Kandel
di Gilberto Corbellini


Piuttosto scontata la presa di distanza nei riguardi delle neuroscienze, ovvero dei modelli biologici e delle terapie farmacologiche dei disturbi psichiatrici. L'ultimo libro di Borgna, rispecchia la tradizione, apparentemente ancora influente, della psichiatria umanistica italiana, con i suoi ascendenti psicoanalitici e filosofici (fenomenologia ed esistenzialismo conditi con un po' di marxismo). Al di là di un'indiscutibile abilità nel costruire trame discorsive grammaticalmente e stilisticamente assai ricche, Borgna non riesce a dimostrare come l'ermeneutica e la fenomenologia riescano a spiegare e fronteggiare i disturbi emotivi. Forse possono fungere da palliativi per chi si è acculturato a riconoscere il senso autentico della vita nell'attraversamento delle "dolorose" dispnee di uno stato depressivo grave. Scorrendo i dati statistici, sembrerebbe che, più frequentemente, chi è depresso, soffre per qualche disturbo della personalità o va incontro ad accessi epilettici cerchi, e fortunatamente riesca a trovare sempre più spesso, benefici nella cancellazione o nella prevenzione dei sintomi grazie a interventi farmacologici oggi finalmente disponibili.
Queste modificazioni farmacologiche a scopo terapeutico dei pattern neurochimici associati a tali disturbi non funzionano sempre, né agiscono su tutti i fattori che concorrono a scatenare la condizione patologica. Però in una proporzione piuttosto significativa di casi sono efficaci e possono aiutare a riconoscere anche le dinamiche sociopsicologiche associate al disturbo; ovvero, se somministrati in un contesto di dialogo, favorire una individuale ricostruzione di aspettative in grado di migliorare Ie capacità adattative della persona nel proprio contesto di vita.
Insomma, è quantomeno un po' esagerato sostenere che coloro che soffrono di epilessia, schizofrenia o depressìone debbano quasi godere di tale condizione, perché essa coinciderebbe in qualche modo con i «movimenti dell'anima» con la qualità metafisica dell'esistenza umana. Ovvero che per il fatto che, tra fondatori di religioni, artisti, scrittori o scienziati si trovano epilettici, schizofrenici e depressi si debba identificare, esclusivamente nella condizione di disadattamento l'origine di una diversa sensibilità e creatività.
Che cì piaccia o no, Ie emozionI sono incarnate nella morfologia cellulare e biochimica del cervello. Anche se le sentiamo come «intermittenze del cuore». È sintomatico, in tal senso, come Borgna fraintenda completamente la proposta del premio Nobel Kandel di un nuovo quadro neuroscientifico di riferimento per la psicoanalisi, considerando che in sostanza Kandel dice che per le neuroscienze è del tutto spiegabile, date le modalità biochimico-cellulari dei meccanismi che governano il comportamento, che anche operando a livello di qualia attraverso interazioni dialogico-interpretative si possano gestire terapeuticamente alcune forme di disagio emotivo. Purtroppo, gli psichiatri umanisti si dimostrano ancora prigionieri di un antibiologismo astorico, ostinandosi a difendere l'autonomia a del piano psichico-fenomenologico, invece di conoscere meglio e di sfruttare le aperture delle neuroscienze.
C'è da sperare che le nuove sfide che le neuroscienze stanno lanciando alla psichiatria e alla società vengano gestite senza nascondere la testa sotto la sabbia. Perché Borgna ha ragione quando denuncia la pratica sempre più diffusa, soprattutto negli Stati Uniti, di ricorrere con grande facilità a trattamenti farmacologici per gestire disagi che magari non sono neppure clinicamente ben definiti. Ma non è negando l'esistenza di determinate situazioni di disagio o condannando moralmente le soluzioni contingenti che si promuovono scelte più consapevoli. Un esempio emblematico, citato anche da Borgna, è l'impressionante aumento delle diagnosi di disturbo da deficit di attenzione e iperattività (Adhd) nei bambini, con un non meno impressionante incremento delle prescrizioni di Ritalin (metilfenidato). Il problema, esiste, ma forse è esagerato considerarlo, come fa l'ultimo rapporto del President's council on bioethics scritto dall'iperconservatore Leon Kass, il trattamento farmacologico dell'Adhd un esempio di abuso delle biotecnologie per «la ricerca della felicità».
Sarebbe urgente analizzare senza pregiudizi ideologici le implicazioni, anche etiche, del fatto di disporre presto di conoscenze sul funzionamento del cervello applicabili sempre più efficacemente alla clinica e in grado di identificare predisposizioni comportamentali individuali. Con la consapevolezza che non servirà a evitare usi e abusi negare che l'attività cerebrale registrata da una risonanza magnetica nucleare corrisponda a un profilo di violentatore o rìveli una. menzogna, nel momento in cui l'elaborazione dei dati dimostrerà l'affidabilità statistica dell'associazione.
L'unica strada percorribile per ridurre i rischi e massimizzare i benefici è quella di ricostruire all'interno della psichiatria e, auspicabilmente, a livello della cultura in generale una percezione biologicamente più pertinente di come il cervello funziona, ovvero dei vincoli evolutívi e fisiologici che lo governano nell'elaborazione delle esperienze individuali.

Eugenio Borgna, «Le Intermittenze del cuore», Feltrinelli, Milano 2003, pagg. 214, € 16,00

il premio Nonino
Marcello Cini ed Edgard Morin

Liberazione 1.2.04
Utopie per un altro domani
di Rina Gagliardi


Il prestigioso premio Nonino - conferito ai "maestri del pensiero", ovvero a intellettuali che si sono distinti non solo per la qualità, ma per l'originalità creativa della loro riflessione - è toccato quest'anno a due grandi figure europee: Marcello Cini ed Edgar Morin. Un fisico ed epistemologo italiano, protagonista del dibattito politico sulla scienza, un sociologo francese (anzi parigino) quasi italianizzato per scelta di vita, che ha largamente contribuito alla riflessione sulla complessità allargandola a molti campi del sapere (ivi compreso il cinema e il "divismo").
Sul "manifesto" di ieri, due ampie e belle interviste ai premiati [vedi di seguito ndr] ne mettono in evidenza - oltre alle non piccole differenze - anche alcune affinità: come per esempio, l'approccio critico alla "mercificazione" del mondo, della natura, del sapere. Ovvero, la curiosità intellettuale indefessa, quella che spinge ad oltrepassare sempre gli ambiti della propria disciplina o della propria "competenza". Ovvero ancora, l'uso della categoria della complessità: che non è l'opposto della "semplicità", ma, per un verso, la straordinaria interdipendenza tra le parti di un sistema ma anche, per l'altro verso, l'irriducibilità dei livelli superiori di aggregazione alle proprietà dei livelli inferiori. (Per capirci: un organismo vivente non è solo la somma delle molecole che lo compongono, è qualcosa di diverso da esse, è un "intero" che non potrà mai esser scomposto in parti eguali). Si può forse dire, in breve, che Cini e Morin sono due grandi critici del "pensiero unico" e, perfino al di là delle loro posizioni politiche, due grandi utopisti.

La non neutralità della scienza
Marcello Cini - che ha "appena" compiuto ottant'anni - ha alle spalle una lunga e gloriosa milizia politico-culturale. Il titolo di "maestro" gli si addice in modo speciale, sia per quello che ha insegnato - come professore di meccanica quantistica e di fisica teorica alla Sapienza di Roma - a molte generazioni di giovani, sia per quello che ha elaborato in campo ambientale, epistemologico, politico in vari luoghi della sinistra (dal Pci al Manifesto, dalla rivista "Sapere" al movimento rossoverde e antinucleare), sia, in fondo, perché così si intitola il suo libro recente (e da tutti comprensibile: i Dialoghi di un cattivo maestro, racconto di vita e, anzi autobiografia, che muove dal rapporto con una nipotina che non ama la fisica né quindi la capisce. Fin dagli anni '60, Cini è uno dei pochissimi scienziati autorevoli che solleva dubbi sul valore "indiscusso" dei voli nello spazio: in un'epoca nella quale la gara spaziale affascina tutti, e ci si divide politicamente, tra chi "fa il tifo" per l'Urss e chi per gli Stati uniti d'America, Cini propone un altro "terreno politico", appunto l'utilità scientifica (ma non solo) dell'industria dello spazio e scrive, proprio sul primo numero della rivista "Il manifesto", un saggio decisamente controcorrente.
Negli anni '70, diventerà un collaboratore assiduo del quotidiano, anzi, un ispiratore fondamentale delle sue pagine culturali. Uniche nel panorama editoriale italiano dell'epoca, grazie alla presenza e al lavoro di Michelangelo Notarianni, su di esse si svolgerà una ricerca quasi quotidiana attorno ai temi della scienza e della sua critica politica, dell'ambiente, del nesso salute\politica, in una visione ampiamente internazionale. Tra gli interessi di Marcello Cini, c'è anche la psicanalisi: in particolare per l'esperienza di Ignacio Mate Blanco e la sua riflessione sul rapporto tra l'inconscio e l'"infinito" matematico.
Nel 1976 Cini pubblica il suo libro più famoso: L'ape e l'architetto. La sua tesi fondamentale è che la scienza non è neutrale. Non l'uso della scienza, che ovviamente dipende da coloro che controllano le risorse e hanno il potere, ma la scienza stessa, le sue direttrici di ricerca, i suoi paradigmi, i suoi stessi progressi. Non esiste, insomma, la "Scienza" con la S maiuscola, capace di percorsi inequivoci e unilineari: esiste invece la scienza storicamente determinata, influenzata dal proprio contesto economico, politico e culturale. Questa idea era contenuta, in nuce, nel movimento del '68 e si era affacciata nella stagione più ricca delle lotte operaie, tra il '68 e i primi anni '70: il libro di Cini, scritto assieme a Michelangelo De Maria, Giovanni Ciccotti e Gianni Jona-Lasinio, sistematizza queste intuizioni e queste pratiche in una nuova teoria, capace, a sua volta, di contestare sia l'egemonia positivista (la scienza come verità univoca e metastorica) sia le (già allora incipienti) tendenze a rifiutare il progresso scientifico e tecnologico, in nome di un umanesimo superstizioso e antimoderno. Ma perché oggi si parla così poco di non neutralità della scienza? Dice Cini nell'intervista a Marco d'Eramo sul "manifesto": forse è un concetto "dimenticato". Forse, anche, perché negli ultimi anni il paradigma scientifico dominante non è più quello della fisica, ma quello della biologia, che è per sua natura "evolutivo" e legato alla categoria di complessità. Temi affrontati da Cini nel suo libro più importante degli anni ‘90 "Un Paradiso perduto".

Due utopie…
Un fisico e un comunista, dunque, in un'epoca, come la nostra, «in cui non c'è il comunismo e non c'è la fisica». Come vive Marcello Cini questa duplice perdita? «Quand'ero ragazzo» dice «la fisica era l'utopia della conoscenza, della razionalizzazione; il comunismo era l'utopia di una società di eguali, felici, che possono dispiegarsi e rispettarsi. In fondo queste due utopie le ho ancora…Tutto si è rivelato più complicato, ma non credo che i giovani debbano rinunciare a queste utopie». Una conclusione in fondo non troppo diversa da quella dell'"altermondialista" Edgar Morin che si ritrova oggi a fianco del movimento dei movimenti, essendo stato un precursore della critica di questa globalizzazione. «Stiamo dirigendoci verso la catastrofe» dice Morin, a proposito dei "quattro motori incontrollati" della scienza, della tecnica, del profitto e dell'economia: qual è la strada da seguire? Quella indicata tanti anni fa, per primo, da Victor Hugo: gli stati uniti del mondo, «il movimento dell'inconscio collettivo verso una società-mondo» che ancora non esiste e che si scontra con la vocazione imperiale degli Usa. Questa è la prospettiva che ci delinea un "vecchietto" di 83 anni, capace ancora di leggere le cose con occhi freschissimi e ardore politico giovanile.

il manifesto 31.1.04
MONDI POSSIBILI
Alla svolta di una avventura

Un incontro con Marcello Cini a mo' di bilancio di una stagione che sta abbandonando i suoi paradigmi scientifici. «Quando ero un ragazzo la fisica era l'utopia della conoscenza, della razionalizzazione. E il comunismo prefigurava una società di uguali, di felici, di persone capaci di esprimersi compiutamente. In fondo queste due utopie le ho ancora. Come provo ancora curiosità per le infinite manifestazioni del pensiero»
di MARCO D'ERAMO


Oggi Marcello Cini riceverà il premio Nonino 2004 in quanto «maestro del pensiero italiano». Per me Cini è stato maestro non solo nel solo in senso generico, ossia in quanto pensatore che ha introdotto il concetto di «non neutralità della scienza» e in quanto scienziato politicamente impegnato, ma in un senso più concreto: è stato, infatti, mio professore di fisica quantistica, è stato l'unico docente a interloquire con noi nel '68, mi ha fatto fare la tesi nel suo gruppo di fisica teorica e, dopo la laurea, mi ha fatto entrare come borsista all'Istituto Enrico Fermi; non solo, ma è stato uno dei fondatori del giornale, il manifesto, per cui lavoro e che ora state leggendo. Cogliamo l'occasione del premio per tracciare insieme una sorta di bilancio di tutto quel che è cambiato da quando, era il 1976, uscì per Feltrinelli L'ape e l'architetto, che Cini scrisse insieme a Giovanni Ciccotti, Michelangelo De Maria e Gianni Jona-Lasinio. Il libro fece epoca, ruppe la tirannia che positivismo e scientismo esercitavano sul discorso relativo alla scienza e ne rese evidente la non neutralità quando in gioco è non soltanto la scelta dell'oggetto della ricerca, ma anche le categorie concettuali con cui interpretare il mondo.

Oggi il termine «neutralità della scienza» è quasi scomparso dalla circolazione.
Mi pare caduto in disuso anche perché basta aprire i giornali per accorgersi che si è diffusa l'idea per cui sembra sia la società a stimolare nuove conoscenze scientifiche, indirizzandole in una direzione piuttosto che in un'altra. Certo, è più sofisticato andare a guardare in che modo gli strumenti concettuali scientifici hanno radici nel contesto sociale. Le stesse categorie con cui s'interpreta il mondo sono storicamente determinate.

Alan Sokal ha fatto tutto un numero contro questa idea.
Certo, questa idea è riconosciuta più nella cultura generale che non tra gli scienziati, i quali si battono ancora come leoni per negare la storicità delle categorie scientifiche. Tutt'al più possono riconoscere che ci sono finanziamenti maggiori o minori per certi settori piuttosto che per altri. Perché gli scienziati hanno bisogno che sia riconosciuto uno status speciale delle verità della scienza: verità che devono essere svincolate dalla contingenza.

Come mai tutta la filosofia della scienza - da Karl Popper a Imre Lakatos, a Thomas Kuhn a Paul Feyerabend, compresa la stesura dell'Ape e l'architetto, si è concentrata tra gli anni '50 e fine anni '70, mentre poi sembra che questa produzione si sia esaurita?
Perché molte idee della filosofia della scienza sono ormai acquisite. Un filosofo che pretendesse di andare in cattedra ripetendo quelle cose, difficilmente sarebbe riconosciuto come pensatore. Ma forse io sono troppo ottimista. Forse quelle idee semplicemente sono dimenticate.

Di solito la storia non risolve i problemi, li accantona, non sapremo mai se avevano ragione i guelfi o i ghibellini...
Sì, forse i problemi si accantonano e poi bisogna ricominciare da capo a riscoprirli o a ripeterli. Ma lo stesso Paolo Rossi che - a proposito dell'Ape e l'architetto - negli anni '70 ci chiamava con spregio «epistemologi della domenica», dilettanti sprovveduti, credo che oggi sia disposto a concedere molto su questo terreno. Senza parlare dei post-moderni, dei Richard Rorty, che sono odiati da scienziati come Sokal. Ma mi sembra che nella filosofia della scienza sia ormai riconosciuto il fatto che le categorie scientifiche nascono da un tessuto culturale più vasto di una data epoca. È solo il realismo ingenuo degli scienziati a resistere, nella concezione astorica della scienza.

Forse ha influito anche lo spostamento del paradigma scientifico, da un paradigma fisico-matematico a un paradigma biologico.
Non c'è dubbio, il modello di scienza non è più la fisica, che è stata detronizzata. Vi sono due livelli: da un lato la storicità della natura, l'evoluzione del sistema solare, l'evoluzione della vita, l'evoluzione delle civiltà. Il pensiero evoluzionista è diventato comune alla maggioranza delle discipline. Per fare una battuta, nell'interpretazione della natura il pensiero eracliteo è diventato dominante rispetto al pensiero parmenideo. Dall'altro lato, a livello della conoscenza, le stesse categorie d'intepretazione di questa natura storica sono anch'esse storiche. Il pensiero che s'impone è quello biologico-evolutivo. La fisica è stata la disciplina che ha permesso di conoscere e dominare la materia inerte: questo capitolo è quasi concluso. Si fanno speculazioni sulla cosmologia, però diventa sempre più inverificabile. Anche le teorie del tutto, come le stringhe, stanno diventando una specie di metafisica. La grande rottura sta, invece, nel fatto che è cominciata l'avventura della conoscenza della vita e della mente umana. E nessuno si sogna di pensare alle leggi della mente umana come alle equazioni di Maxwell. Nessuno ricerca «l'equazione del cervello». L'oggetto stesso della scienza è mutato. Seguendo Gregory Bateson, c'è una gerarchia anche ontologica che separa gli organismi viventi. I linguaggi necessari a descrivere i diversi livelli di organizzazione della materia non sono riducibili l'uno all'altro. Non ha senso spiegare le proprietà delle proteine, del Dna, con le equazioni degli atomi che le compongono. I linguaggi devono tenere conto della natura sempre più complessa di questi livelli.

Negli anni '80 si è fatto un gran parlare di complessità, a proposito e a sproposito. È stata anche usata come una sorta di giustificazione per il disimpegno politico: poiché la società è complessa non c'è più lotta tra classi.
È un termine ambiguo che, anche in ambito scientifico, ha significati diversi a seconda delle discipline: la complessità algoritmica della matematica ha un significato preciso e non ha nulla a che vedere con la complessità del cervello umano o con la complessità delle strutture frattali, per non parlare poi della complessità della società. Il termine «complessità» va usato a proposito. Quel che indica, però, è il predominare del processo di scambio di informazioni tra le parti di un sistema, per tenere insieme quel sistema. La circolazione dell'informazione è il collante che tiene insieme un sistema complesso. Il che non accade in un sistema «complicato», anche se vi avvengono retroazioni, sistemi di autocorrezione.

C'è un lato paradossale: gli scientisti hanno sempre paragonato la natura o la società al prodotto tecnologico più avanzato di quell'epoca. Nel '700 la natura era paragonata a un orologio; nell'800 la società era paragonata a un treno («la locomotiva del progresso»). Oggi, in fondo, il termine «società complessa» non fa altro che usare per la società la metafora del computer, il nostro prodotto tecnologico più avanzato.
Anche la mente umana è stata paragonata a un computer. Ma l'idea che la mente funzioni come un computer è sempre più criticata. Di recente proprio sul manifesto c'è stata una discussione sul cognitivismo. Ma anche lì, i neurofisiologi più avanzati, da Jean-Pierre Changeux ad Antonio Damasio, insistono sulla commistione intima del cervello con il corpo, per cui diventa fondamentale il peso dell'interazioni tra corpo e cervello anche nelle funzioni puramente cognitive dell'uomo. Un computer senza muscoli e senza pancia...

Ricordi il dissenso tra Anassagora e Aritostotele? Anassagora diceva che l'uomo è uomo perché ha le mani, mentre per Aristotele l'uomo è uomo perché ha la ragione.
I riferimenti al passato si ripresentano sempre. Se leggi Damasio, aveva torto Cartesio e aveva ragione Spinoza. E a dirlo è un neurofisiologo hard.

Molte persone, anche colte, diffidano della conoscenza del corpo umano offerta dalla scienza occidentale, si affidano alla medicina cinese, a quella ayurvedica, all'omeopatia. C'è forse anche un aspetto di superstizione, ma se uno dovesse prenderle almeno in parte sul serio, dovrebbe porsi il problema dei diversi piani di realtà. Capire quali potrebbero essere le interazioni fra queste conoscenze e queste realtà.
Un esempio clamoroso è quello di Francisco Varela, uno scienziato di fama internazionale, che ha seriamente considerato l'importanza delle filosofie orientali come ponte tra l'esperienza vissuta in prima persona, emotiva, di autocoscienza, di percezione di quel che Bateson chiamerebbe il sacro, e la descrizione dall'esterno di queste esperienze che fornisce la scienza. Questa differenza è tipica della fenomenologia, da Edmund Husserl a Paul Ricoeur: lo si vede nel dialogo tra Changeux e Ricoeur (La natura e la regola, 1998, trad. it. Raffello Cortina, ndr) che tentano di trovare un elemento comune e non ci riescono. L'unico terreno comune lo trovano nel ricollegarsi all'evoluzione, evoluzione della mente umana, del modo di percepire e conoscere. C'è una differenza ontologica tra spiegare e ricostruire dall'esterno la correlazione tra emozioni e funzionamento di certi organismi e il fatto di vivere le emozioni. Insomma, non tutta la realtà è ricostruibile e rappresentabile attraverso forme di conoscenza - che chiamiamo scienza - basate, per dirla con Galileo, su «sensate esperienze e certe dimostrazioni».

A proposito di «sensate esperienze», uno dei dogmi della scienza era la ripetibilità degli esperimenti. Ora invece per ragioni diverse, gli esperimenti sono sempre meno ripetibili. Intanto per il costo: quando un esperimento costa all'incirca 9.000 miliardi di euro (tanto richiede l'ultimo acceleratore progettato), ripetere indipendentemente l'esperimento vorrebbe dire spendere altrettanto. E poi, molti particolari degli esperimenti sono tenuti segreti, o per ragioni militari o, soprattutto nella ricerca biologica, per questioni di brevetto. Insomma la verificabilità o falsificabilità, tanto cara a Popper, è diventata del tutto aleatoria.
Siamo sempre legati alle tradizioni. Gli scienziati, Antonino Zichichi in testa, si proclamano eredi di Galileo, ma è pura giaculatoria. È come la ricerca genealogica delle famiglie nobili che fa risalire l'ascendenza alle crociate: è oziosa, perché oggi non si usano le mazze ferrate come alle crociate. Gli scienziati (tra cui molti miei autorevoli colleghi) che hanno firmato il manifesto «Galileo 2001», si richiamano a Galileo per dire che gli ambientalisti inventano fandonie e sono terroristi, ma questo è come andare in guerra con le mazze ferrate.

La fine della ripetibilità degli esperimenti fa parte di una tendenza più generale che John Horgan ha chiamato - in un libro dall'omonimo titolo - La fine della scienza (1996, trad. it. Adelphi).
Io non sono d'accordo con la tesi della fine della scienza. Mi vengono in mente i libri di Pino Longo, per esempio l'ultimo, Il simbionte (Meltemi 2003), o Il nuovo golem (Laterza 2000). Mi piacciono molto, lui mi piace anche come romanziere, l'ho anche recensito sul manifesto. Però abbiamo due idee della scienza un po' diverse. Se si identifica la scienza con le sue definizioni classiche, è vero, non c'è più scienza. Quel che sostengono in parte Galimberti e in parte Pino Longo è che la macchina ha preso il sopravvento, che c'è una dinamica di espansione e sviluppo incontrollato delle macchine. E perciò non c'è più scienza, ma tecnologia che si autoriproduce, in cui gli uomini diventano strumenti delle macchine. Quindi non si può più parlare di conoscenza della natura, perché non c'è più natura. Gli entusiasti del progresso ribattono che è da quando è stata inventata l'agricoltura che la natura è artificiale. Ma ci sono le discontinuità, da questo punto di vista hanno ragione Steven Jay Gould e Niles Eldredge con la teoria degli equilibri punteggiati nell'evoluzione. Ogni scalino porta a un'artificializzazione crescente del mondo, che si accompagna però a una divaricazione tra chi è intriso, travolto da questo meccanismo e chi sta ancora al medio evo. Io ho ottant'anni e apprezzo di avere una protesi nell'anca, il cristallino nuovo e farmaci che mi fanno andare avanti, non lo nego; ma nel Terzo mondo la speranza di vita è ancora di quarant'anni. E se va avanti così, rischia di esplodere tutto.

Come se ne esce?
Finora non abbiamo parlato del mercato, ma se vai a grattare, il nodo del problema è che sotto sotto c'è la riduzione di tutto a merce. Il capitalismo è nato per trasformare in merce i beni materiali, cioè quelle cose che se le consumo io, non le consumi tu, e viceversa. Adesso siamo a una svolta in cui il capitalismo cerca di trasformare in merce tutte le forme non materiali di soddisfazione dei bisogni più svariati. Tutto deve essere ridotto a merce. Perciò dobbiamo ridare alla conoscenza la sua natura di bene che non si consuma, ma anzi si moltiplica nella sua fruizione sociale. E questa macchinizzazione dell'uomo la fermiamo se riesciamo a far retrocedere la mercificazione del conoscere (non è una cosa da poco, perché significa sconfiggere Bill Gates) e a riportare la produzione di comunicazione, di conoscenza, di bellezza, alla loro natura di scambi tra esseri umani. Tutto il movimento del free software si richiama alle tradizioni delle società scientifiche del '600 e fa parte di questo tentativo di demercificare l'immateriale, la conoscenza.

Hai scritto che hai passato gran parte della tua vita concentrandonti sul comunismo e sulla fisica. Ora viviamo in un mondo...
... in cui non c'è il comunismo e non c'è la fisica. Oggi non farei più il fisico, anche se ho lavorato fino a pochi mesi fa sulla meccanica quantistica, perché quando uno ha un'idea fissa, continuo a girarci attorno. Devo dire che la scienza mi affascina ancora. Sono un grande curioso, anche delle ricerche sul cervello, sulla mente, sulla vita, perché a livello di divulgazione elevata posso non solo apprezzarle, ma leggerle in una certa ottica, inquadrarle. Il comunismo era un'utopia, come la fisica. Quand'ero ragazzo la fisica era l'utopia della conoscenza, della razionalizzazione; il comunismo era l'utopia di una società di uguali, felici, che possono dispiegarsi e rispettarsi. In fondo queste due utopie le ho ancora. C'è la curiosità per tutto quel che mi circonda, per il mondo, per le infinite manifestazioni del pensiero. Per quanto riguarda la società, i problemi sono lì, anzi si complicano: allora pensavamo che bastassero ricette molto semplici per rendere giusta la società e felici gli uomini. Si è rivelato molto più complicato, ma non credo che i giovani debbano rinunciare a queste utopie. Nei prossimi cinquant'anni i nodi dell'ambiente e delle diseguaglianze verranno al pettine. È un mondo minaccioso, ma è una ragione in più per impegnarcisi.
La parabola di Marcello Cini
Tra ricerca scientifica e impegno politico, tra curiosità sempre di nuovo attivate e riepiloghi di un passato da custodire e reinterpretare, la lunga militanza di Marcello Cini, fisico e padre dell'ambientalismo, viene oggi premiata con il Nonino. Il suo libro più noto resta «L'ape e l'architetto», scritto a più mani con i suoi collaboratori (Feltrinelli, 1976). Da allora, la necessità di analizzare criticamente i paradigmi dell'epistemologia corrente - alla luce dell'avvertimento per cui la scienza è tutt'altro che neutrale, e la vita non è soggetta a brevetti - lo ha portato a scrivere, tra l'altro, «Trentare variazioni su un tema» (Editori Riuniti, 1990), «Un paradiso perduto (Feltrinelli, 1994) e il suo racconto di vita «Dialoghi di un cattivo maestro» (Boringhieri, '91)


il manifesto 31.1.04
MONDI POSSIBILI
Il paradigma dell'umano

Sociologo della complessità, tra le figure più prestigiose della cultura contemporanea, profondo nelle analisi quanto eclettico nelle curiosità, oggi Edgar Morin viene premiato con il Nonino come «maestro del nostro tempo». E, vigile e lucido nei suoi 83 anni, continua a schierarsi con gli altermondialisti e a mettere in guardia: «se la nave-terra va avanti spinta dai quattro motori incontrollati della scienza, della tecnica, del profitto e dell'economia la catastrofe ecologica sarà sicura»
di GIANFRANCO CAPITTA


Edgar Morin ritira oggi nella distilleria dei Nonino il premio che porta il nome della famiglia, come «maestro del nostro tempo». E per una volta sembra che quel premio sia troppo e insieme troppo poco. A differenza di altri nomi illustri che l'hanno preceduto, lui è ben noto e quasi familiare al pubblico italiano, e da noi tante volte è venuto, come invitato o come turista; molte volte è stato intervistato, conosce così bene non solo l'amata Toscana ma anche il sud più profondo, tanto da parlare la nostra lingua in modo fluente e preciso. Nello stesso tempo però, lui «maestro» lo è stato davvero, già prima del `68, per chi si affacciava alla letteratura, al cinema, all'antropologia o al mondo. Prima che attorno a lui partissero semiologi e strutturalisti a fare del gusto scienza. Oggi è bello e rassicurante trovarlo lucido e vigile, acuto e aggiornatissimo, schierato a 83 anni con i movimenti giovanili di oggi contro la tentazione del potere unico, teorico della complessità e guida tra le forme del pensiero. Ebreo per nascita, comunista per scelta sotto il nazismo, partigiano, poi uscito dal Pcf in polemica con lo stalinismo. Una vita tra le massime istituzioni culturali di Francia e all'Unesco, per cui continua a curare un progetto. Profondo nelle analisi quanto eclettico nelle curiosità della vita quotidiana (insieme a Roland Barthes fondò Communications), nei primi anni '90 aveva rilasciato in Francia una lunga intervista su tirannia e persecuzione del telefono, cui però riconosceva il potere di una chiamata felice. Ora sente segreterie e legge sms sul cellulare, che chiede di poter tenere acceso perché sua moglie è rimasta a casa, malata. Ne sottolinea anzi l'utilità, per la possibilità che offre di potersi collegare col mondo quando si vuole. «Per il resto si può spegnerlo quando si vuole».

Cambiano solo i modi della comunicazione?
Venti anni fa la medicina prevedeva l'eliminazione dei virus e dei batteri, invece è arrivato l'Aids, c'è stato un autentico «risorgimento» dei batteri, poi c'è stata la Sars, ora c'è l'influenza dei polli. Vediamo che nella lotta umana contro le malattie, non è l'uomo il più forte: c'è una combinazione genetica contro di noi. Penso che lo stesso succeda con Internet. E' il modo più armonioso che esista per comunicare. Non mancano i problemi, ma per scrivere è fondamentale: io sono stato un mancino «contrastato» perché ai miei tempi a scuola mi impedivano di scrivere con la sinistra. Con il computer non solo ho ritrovato autonomia, ma anche la possibilità di correggere e rivedere i miei testi. Anzi, il mio modo di scrivere è più chiaro grazie all'uso del computer, rispetto a prima.

Della globalizazione lei, tra gli intellettuali, ha maggiormente denunciato i pericoli, schierandosi accanto ai movimenti no-global.
Altermondialisti, che è un'espressione molto più bella. Quando, nel 1999, è scoppiata la protesta di Seattle, è stato un fenomeno di altermondialismo. Il mondo non era più merce. E' un'altra visione del pianeta. Per me c'è un legame stretto con i movimenti internazionalisti del passato, che pure avevano questa visione. Anche se avevano dei limiti: non vedevano quelle realtà umane e sociali che erano le nazioni, e non avevano neppure l'idea della terra-patria. Avevano un'idea universalista molto forte, quel pensiero umanista di Stati uniti d'Europa, Stati uniti del mondo, che era stato sviluppato da scrittori come Victor Hugo. L'altermondialismo è in qualche modo figlio di tutta questa storia. E' un laboratorio di un mondo nuovo, per quanto disordinato e contraddittorio. Penso che la parte critica sia ben enunciata, mentre non lo è altrettanto la parte costruttiva. E' questo il problema, per cambiare non basta denunciare, non basta opporsi, bisogna proporre.

Nel processo di planetarizzazione che è cominciato per l'occidente con la conquista dell'America e poi la conquista del mondo, con tutti i suoi lati negativi, terribili, che oggi si perpetuano in Africa e nei paesi che sono stati decolonizzati e pagano le conseguenze di tutto questo, oggi l'aspetto economico è molto crudele, ma si può anche dire che ha dei risvolti positivi. Per esempio che le patate e il mais sono arrivati in Europa e hanno impedito molte carestie, e allo stesso modo la canna da zucchero e il caffè sono arrivati in America, come anche il cavallo: un processo di interscambio. Si tratta di processi che si sono sviluppati anche a livello culturale. Marx nell'800 diceva che era arrivata l'epoca della letteratura mondiale: oggi posso leggere notizie della Cina e del Giappone ma è ancora insufficiente l'universalizzazione dei diritti umani, dei diritti delle donne, delle idee di democrazia. Che pure fanno parte di questo processo. E' un processo molto complesso, con aspetti addirittura antagonisti. Un altro aspetto ambivalente: esiste la modernizzazione della nazione, aspetto tipico dell'Europa occidentale, e questa è stata necessaria per l'emancipazione dal colonialismo. Ma è stata anche causa di tutti i difetti dello stato nazionale come potere assoluto, regime dittatoriale, caratteristiche storiche delle nazioni europee, il nazismo e il fascismo. Il fenomeno della planetarizzazione della nazione è al tempo stesso positivo e negativo. Le nazioni, per problemi comuni a tutta l'umanità, abbandonano parte del loro potere. Questo è un problema cruciale: è in questa modernizzazione che dobbiamo pensare, per ragionare in modo complesso.

La complessità come sistema di lettura è diventata per lei un metodo di indagine. Dentro questa complessità possono nascere movimenti altermondialisti, ma dall'altra parte il potere si è rafforzato in blocchi economici ancora più duri, anche se si presentano morbidamente avvolti nelle suggestioni di massa, attraverso la televisione.
Non si può paragonare però questo potere ai sistemi totalitari che abbiamo conosciuto. Se rimane la pluralità nell'informazione, e soprattutto nell'informazione politica, nella pluralità della stampa. Nell'universalità della televisone c'è qualcosa di positivo che permette un'azione critica. Per parlare degli Stati Uniti, qualche decennio fa c'è stato un movimento critico molto importante che ha pesato sulla guerra del Vietman, ed era un movimento tutto interno. Adesso non esiste più un movimento del genere. Perché è cambiata la congiuntura mondiale, perché lo sviluppo della potenza statunitense non ha trovato più il contrappeso dell'Unione Sovietica, e non esiste ancora una superpotenza cinese.

Con la globalizzazione degli anni 90, si sono formate le infrastrutture di una società-mondo. Non una società nazionale espansa a livello mondiale, che non esiste ancora. Ma ci sono le infrastrutture. Una società ha bisogno di un territorio con comunicazione mondiale, per esempio Internet, e di un'economia mondiale. C'è, però infelicemente senza controllo e senza limitazioni. Il processo impedisce le strutture per svilupparsi, ma oggi le nazioni e le idee sono paralizzate. Come esiste un movimento dell'inconscio collettivo verso un società-mondo che non esiste, così gli Stati Uniti pensano che il loro ruolo sia quello imperiale, come in un'altra epoca avevano fatto i romani. Cosa che è stata anche positiva in passato quando gli Americani hanno salvato l'Europa dal fascismo.

Oggi il problema è sapere se la comunità internazionale ha la possibilità di riformare le Nazioni Unite, per rinforzale. Oggi è più evidente che o c'è un'iperpotenza imperiale, o le Nazione Unite. Ma l'impero americano non ha trovato una politica a livello dell'umanità, che non è certo un intervento militare in Iraq. Io rifiuto un'idea di sviluppo che sia unicamente un'idea tecnoeconomica, che non sia una politica per l'umanità. Politica è per prima cosa lottare contro la grande ineguaglianza. Tutto il mondo non ha lo stesso trattamento. Non vengono trattati allo stesso modo Israele e Palestina. Il mondo islamico lo capisce molto bene. Bisogna lottare per una pace giusta e per una uguaglianza di trattamento, Una politica per l'umanità deve porsi i problemi fondamentali dell'alimentazione, dell'acqua, della sanità e delle medicine. Tutto questo è molto più importante di quella cosa che viene chiamato sviluppo.

Terzo punto. Capire che la miseria umana non è solo nella povertà di mezzi, che si misura in quantità di denaro. La miseria è subordinazione, umiliazione, cose che non si misurano in dollari. C'è bisogno di una politica per l'umanità a misura di pianeta. Secondo: una politica della civilizzazione: che significa che non basta esportare le cose buone della civiltà occidentale, i diritti, ma anche vedere tutti i difetti dell'Occidente, l'egemonia del processo tecnomaterialista e del profitto, la perdita del senso della qualità della vita.

In altre civiltà che magari chiamiamo «sottosviluppate», possiamo trovare molti valori fondamentali: ospitalità, amicizia, relazione umana, solidarietà. Viviamo in una civiltà dominata dal calcolo economico e quantitativo, che non vede la sofferenza umana, o la felicità, che sono invisibili. Dobbiamo cambiare questa mentalità. E c'è una simbiosi di civiltà con realtà che sono altrettanti tesori di pensiero. Nel fondo della civiltà cinese ad esempio, con il tao e il confucianesimo. Tesori che possiamo trovare anche in società microscopiche, come quelle indie dell'Amazzonia, che conoscono segreti della medicina. Queste sono le condizioni che permettono un cambio. Ma finora gli Usa basano il loro tipo di pensiero unicamente sulla strategia, ma tutto questo non basta. Siamo arrivati a un momento nel quale il processo di autodistruzione è avanzato. Stiamo dirigendoci verso la catastrofe. Se la nave spaziale va avanti spinta dai quattro motori incontrollati della scienza, della tecnica, del profitto e dell'economia, allora la catastrofe ecologica sarà sicura. Invece che cercare una soluzione verso l'alto, finiremo in una scelta al ribasso come fossimo Mad Max.

Lei è stato uno dei primi tra gli studiosi di scienze umane a occuparsi di cinema. Con Jean Rouch, ha lavorato nel 1960 a un film da cui si fa nascere la novelle vague francese.
Rouch ha utilizzato quelle condizioni tecniche che hanno permesso di fare il film, fuori delle grandi produzioni... I film erano condizionati dal dover scivolare verso il lieto fine, il raggiungimento della felicità, celebrato dal bacio finale. Nel 1960, nella crisi di questa ideologia, quando si è capito che non bastava il benessere materiale, ma ci voleva un benessere profondo, dell'intera persona, non è più stato necessario che il film finisse con un happy end, ma si è potuta mostrare la forma tragica o ambivalente (era successo anche in un film di Martin Ritt) , una rottura della standardizzazione. Lo stesso accadeva nella stampa femminile francese, che fino a quel momento si era occupata di felicità e di piccoli problemi coniugali e poi è cambiata, ha affrontato problemi come la solitudine, il divorzio, i figli che se ne vanno, l'invecchiamento. Il cinema è arrivato a osservare questo.

Un suo libro famoso di quegli anni era sulle star e il divismo, su cui lei ha scritto forse l'analisi più approfondita. Da Reagan in poi, e fino a Schwarzenegger i divi sono diventati leader politici.
C'è stata la «divizzazione» della politica, processo che era già cominciato con Kennedy, sempre ritratto con la moglie, e con i bambini, come allora facevano solo le star. E si è generalizzato fuori degli Stati uniti.

Anche il nostro capo del governo è una star mediatica.
Anche molti presentatori televisivi si sono dati alla politica, e penso che questo porti a una degradazione della politica. Perché la politica non è più un'attività pensante. Nell'800 c'erano i Marx, i Bakunin, i Proudhon, o per i conservatorei pensatori come Toqueville. Oggi non c'è più riflessione, il politico non ha tempo per leggere. E' un campo per tecnocrati e per specialisti in economia, vedono solo i listini di borsa, che sono solo quantitativi, non hanno più la capacità di pensare la società e il futuro, perché il futuro è difficile da pensare. Questo è un fattore di degrado. A ciò si aggiunge il divismo con il ruolo evidentemente nuovo della televisione. Ma quando c'è una lotta politica tra due di pari grado, entrrambi rimangono della propria idea, solo una piccola minoranza può determinare il cambiamento.

Allora dobbiamo confidare in quella minoranza?
Quando l'alternativa è tra due possibilità entrambe negative, che può fare una minoranza?
Il metodo di Edgar Morin
Nato a Parigi nel 1921, il suo straordinario viaggio intellettuale lo ha condotto innanzittutto alla sociologia da lui intesa come disciplina in cui meglio può agire la strategia dell'atttenzione per l'umano e, attraverso lo studio della filosofia e della scienza, alla scoperta che non vi è forma di sapere che non sia in primo luogo la fioritura del vissuto. Autore di studi sui più vari argomenti - i media, il cinema, i temi del lessico politico del '900 - ha creato le grandi linee di una sociologia del presente, basandosi soprattutto sul concetto di complessità che si ritrova nei suoi numerosi volumi de «Il metodo». Un progetto-percorso inaugurato nel 1977 con «La natura della natura» (trad. it. Feltrinelli) che rimane uno dei testi fondamentali del pensiero complesso a cui erano seguiti «La vita della vita» (Feltrinelli `87) «La conoscenza della conoscenza ('89) e «Le idee» ('93) e, dieci anni dopo «L'identità umana» (Cortina 2002). Parigi collegato all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, ha fondato la rivista «Communications». Tra gli altri numerosi libri tradotti in Italia: «I divi» (Mondadori 1963); «Il paradigma perduto» (Bompiani 1974); «Il cinema o l'uomo immaginario»( il Saggiatore 1979); «Introduzione al pensiero complesso» (Sperling & Kupfer, `93); «Pensare l'Europa» (Feltrinelli '88); «Terra-patria» (Cortina 1994); «Introduzione a una politica dell'uomo», «Lo spirito del tempo» (Meltemi 2002).

Emanuele Severino sulla guerra
(un infernale labirinto mentale!)

Corriere della Sera 1.2.04
ELZEVIRO
L’uomo e la guerra
Mangiare e uccidere Le radici della colpa
di EMANUELE SEVERINO


Se l’uomo non si libera dalla colpa originaria, cercherà invano il rimedio dei mali - fame, guerra. Così, per le religioni. Il nostro tempo rifiuta questa visione. Ma essa è l’immagine di un pensiero più profondo. Proviamo a indicarlo. Non si vive senza mangiare - e la fame spinge alla guerra. Dopo il socialismo reale, oggi è l’Islam a voler guidare e interpretare la fame del mondo. Ma anche per l’Islam la nostra vita incomincia con la colpa di Adamo: egli mangia la mela che può farlo diventare Dio. Se questo cibo ha tanta potenza, l’uomo, mangiandolo, vuole mangiare Dio, identificarsi alla potenza suprema. I gesti più indispensabili alla vita - come il cibarsi - sono quindi sentiti come gli errori più profondi; la vita stessa è deviazione, colpa. Anche per Eraclito la vera morte è nascere.
L’uomo religioso crede che liquidi, vegetali, animali, corpi del nemico ucciso contengano forze superiori, «divine» e che dunque, mangiandoli e bevendoli, egli possa immedesimarsi con la potenza suprema del Dio. Il cibo nutre solo se è sacro. Da noi è diventato routine alimentare e ci si rifiuta di credere che bere e mangiare possano essere una colpa. Ma si continua a crederlo nelle patologie alimentari. Ed è vistosa la permanenza del passato nel rito cattolico dell’eucarestia, dove viene mangiato e bevuto il corpo e il sangue di Dio. E comunque il senso originario del mangiare Dio permane nella volontà dell’uomo di appropriarsi della potenza suprema del nuovo Dio, la Tecnica.
L’uomo incomincia a vivere quando vuole diventare qualcosa di diverso da ciò che egli crede di essere. Affamato, debole, atterrito, vuol essere altro, cioè le potenze che lo fanno diventare altro - sazio, forte, felice. L’esperienza religiosa si rivolge appunto alle forme originarie di questa volontà: mangiare, bere, uccidere ciò che si mangia e si beve, unirsi sessualmente. Quando si uccide non si vuole soltanto un vuoto - l’assenza dell’ucciso -, ma si vuole occupare il vuoto ottenuto, incorporando le forze che lo riempivano. Mangiare è uccidere; uccidere è mangiare. Anche l’unione sessuale, come il mangiare e l’uccidere, è un voler diventar l’altro a cui ci si congiunge ed essere «uno» con esso - ut unum sint. Non si vive senza mangiare, uccidere, unirsi sessualmente. Poi, anche il sapere verrà inteso come incorporamento («sapere», «sapore»).
Le religioni vedono la colpevolezza del vivere, ma la rinviano a un tempo che precede la vita. In quel tempo il Dio viene ucciso, o si tenta di ucciderlo, e tuttavia l’uccisione del Dio genera il mondo. Le parti del mondo sono ad esempio le membra della dea Tiamat. Nel cristianesimo, dopo il tentativo fallito di Adamo, è il Verbo stesso di Dio che vuol morire in croce, generando il nuovo mondo redento dal peccato. Perché il Dio possa esser mangiato non è forse necessario che innanzitutto sia ucciso, smembrato, reso cibo? La vita è colpa perché presuppone l’uccisione del Dio.
Al di là di ogni esperienza religiosa, si fa innanzi qualcosa di essenzialmente più radicale intorno al senso autentico della colpa del vivere: così radicale da lasciarsi alle spalle le nostre convinzioni più profonde, e innanzitutto la più profonda e radicata di tutte: che le cose del mondo siano - come si diceva - un diventar altro, e che noi viviamo perché vogliamo diventar altro da ciò che siamo e vogliamo far diventar altro le cose e gli umani. Si fa innanzi, infatti, il pensiero inaudito e spaesante che la «colpa» autentica del vivere è proprio il volere (presente anche nell’amore più tenero) che qualcosa divenga altro da ciò che essa è.
Mangiare, uccidere, unirsi con l’amore dei sessi è colpa perché in ognuno di questi gesti è presente il voler diventare e far diventare altro le cose, ossia è presente la stessa condizione fondamentale del vivere.
Il pensiero inaudito e spaesante dice questo: se si crede che qualcosa diventi altro - ad esempio che l’uomo diventi cenere (o Dio) -, allora si crede che egli, diventato altro da sè, è altro da sè, è altro da ciò che esso è. Se è lui, e non un’altra cosa, a diventare altro da sè, è cioè necessario che egli, restando se stesso, sia insieme ciò che egli non è; che restando uomo sia, insieme cenere (o Dio). E credere in tutto questo non è forse la follia estrema, la colpa in cui per altro ci si trova in ogni momento della vita?
Così, il pensiero inaudito vede la colpa e la follia in ciò che per i mortali è l’evidenza suprema. Tale pensiero si fa udire nel fondo di ciascuno di essi anche se altre voci riempiono le loro orecchie. Si cerca invano il rimedio dei mali, se il senso autentico della follia e della colpa non viene alla luce.