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mercoledì 30 giugno 2004
storia delle donne:
la tragedia di Olympe de Gouges ai tempi del Terrore

 
Giornale di Brescia 30.6.04
Maria Rosa Cutrufelli, finalista al Premio Strega, racconta la storia di Olympe de Gouges, narrata nel suo romanzo
La donna che visse per un sogno al tempo del Terrore
di Andrea Grillini


«Olympe de Gouges, nata con un’immaginazione esaltata, ha scambiato il suo delirio per un’aspirazione della natura: ha voluto essere Uomo di Stato. Ieri la legge ha punito questa cospiratrice per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso». Così recita il rapporto sulla morte di questa anticipatrice del femminismo, datato 14 brumaio, anno II della Repubblica. Parigi 1793. La Rivoluzione imperversa, seminando il terrore e sconfinando nell’illecito quotidiano. Mentre la ghigliottina lavora senza sosta, si muove Olympe de Gouges: autrice della "Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina", si è infiammata delle idee di eguaglianza e libertà proclamate dalla Rivoluzione, applicandole alla parte femminile della popolazione. Ma i capi del Terrore non perdonano chi non è in totale sintonia con loro. Così anche su Olympe si abbassa, implacabile, la lama della ghigliottina. A questa affascinante figura femminile ha dedicato un libro Maria Rosa Cutrufelli - "La donna che visse per un sogno" (Frassinelli, 340 pagine, 14.50 euro), - col quale ha vinto il Premio Alghero Donna ed è finalista al Premio Strega. All’autrice chiedo di illustrarmi meglio la sua eroina.
«Olympe de Gouges - risponde - delle idee fece la ragione della sua vita, come si evince dai suoi numerosi scritti. Molti suoi testi politici e un romanzo autobiografico furono ripubblicati nel bicentenario della Rivoluzione Francese, e dalla loro lettura si capisce che la sua era una passione autentica, quasi un’ossessione. Voleva che la femminilità fungesse da leva per cambiare in profondità la società».
Che effetti ebbe la sua "Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina"?
«Investì una delle idee cardini della sua epoca e dei rivoluzionari, ossia che l’essere umano, di qualsiasi colore e sesso, fosse un individuo "neutro", e in quanto tale avesse dei diritti. Olympe invece, nella sua Dichiarazione, asserì che non esisteva un individuo neutro, ma esistevano degli individui con le loro differenze e che proprio in virtù di queste differenze dovessero avere dei diritti. Smantellò l’asse portante del pensiero rivoluzionario, mostrandone l’astrattezza. Era troppo all’avanguardia. E la reazione non si fece attendere».
Ma era davvero così pericolosa da meritare la ghigliottina?
«Come scrivo nell’epilogo del libro, fu la più "scomoda" delle donne della Rivoluzione francese, e la più innovatrice. Ancora all’inizio del Novecento un medico militare, in un opuscolo scientifico su di lei, sostenne che la Rivoluzione aveva fatto credere alle donne di potersi impossessare di alcune qualità tipiche dell’uomo, conducendole così a gravi patologie...».
La vicenda è raccontata, nel libro, da Olympe stessa e da altre donne: perché questa scelta?
«Per due motivi. Volevo evitare di cadere nel romanzo storico tradizionale, e quindi dovevo escogitare una struttura nuova, pur rimanendo agganciata alla tradizione. In secondo luogo desideravo dimostrare che Olympe, la quale spesso si rimproverava di essere isolata, di essere troppo all’avanguardia, in realtà non era affatto sola, anzi era calata in una rete di relazioni femminili. C’era un mondo femminile che si muoveva con lei».
Olympe era solita ripetere che lei era «solo una donna»: si trattava di modestia o di un orgoglio malcelato?
«Con questa sua frase intendeva contestare il pregiudizio del suo tempo, per cui in una donna si vedeva una sorta di diminutivo dell’essere umano. Lei rovesciava simile idea e faceva diventare questo diminutivo un punto di forza».
Nel romanzo la vicenda di Olympe si snoda in cinque frenetici mesi. Combattendo per le donne, Olympe si oppose anche alla tirannia?
«Rileggere la storia di Olympe significa anche guardare da un punto di vista diverso la vicenda della Rivoluzione. Olympe non combatte solo per le donne, ma per tutti, perché la Rivoluzione con la sua involuzione, il terrore e il sangue, ha tradito le sue premesse e ciò che aveva promesso a tutti. La domanda che sempre ricorre nella storia umana, ossia se la violenza e il sangue siano necessari per il trionfo di un’idea, penso che sia molto attuale. E Olympe, con la sua morte, risponde che le idee possono tramutarsi in fatti solo se non precipitano nella violenza e nel terrore. Sarebbe bene che gli esseri umani non si dimenticassero di questa profezia. Olympe afferma che il cambiamento e la vera rivoluzione sono possibili se a prevalere sono le parole. Previde la guerra civile che s’avvicinava, e propose di andare al voto anziché usare le armi. Ma il voto allora sembrava un’utopia, esisteva solo la realtà delle armi».
È stato difficile il lavoro d’immedesimazione con questo personaggio?
«Sì, difficilissimo, ma non solo per Olympe. I miei personaggi parlano tutti in prima persona, e dire "io" non è stato facile con nessuno, ma con Olympe lo è stato in particolare perché il suo carattere è forte, lo è ancora dopo più di duecento anni dalla sua morte. C’è una forza in questa figura che prende totalmente e mantenere il controllo su di essa è stato arduo».


il professor Sergio Givone:
«Che i bambini abbiano un loro segreto?»

 
Repubblica 30.6.04
Una mostra a Mantova sull'infanzia e l'arte
I GRANDI ARTISTI E I DISEGNI SPONTANEI DEI BAMBINI
Un mondo che sta nel segno del meraviglioso ma anche in quello del terribile
di SERGIO GIVONE


Occhi che ci guardano da chissà dove, volti e gesti di chi abita in questo mondo e nello stesso tempo in un altro, corpicini infantili attraversati da languori e turbamenti misteriosi, in grado di sopportare violenze indicibili, e che un niente strazia... Sono i bambini, così come la pittura e le altre arti figurative li hanno rappresentati nei secoli e come possiamo vedere in una bellissima mostra ideata da Sergio Risaliti e promossa da «Codice», che raccoglie opere a tema dall´antichità a oggi («Bambini nel tempo. L´infanzia e l´arte», Mantova, Palazzo Te, fino al 4 luglio). Che i bambini abbiano un loro segreto? E che questo segreto tenti in modo speciale gli artisti, i soli in grado di dirne qualcosa?
L´universo dei bambini, scrive Risaliti nell´introduzione al catalogo (Skira, euro 28), è percepito dagli adulti secondo una doppia prospettiva. Da una parte l´infanzia appartiene a una dimensione in cui tutto è stupore, grazia e dono. A far risplendere la tenera e miracolosa bellezza dell´infanzia è la sua gratuità. L´infanzia è com´è. Non può essere piegata a nient´altro, non può esser fatta servire a nient´altro. Tant´è vero che quando questo avviene, e non importa se per ragioni più o meno nobili o abiette, sempre e comunque avvertiamo che qualcosa di sacro è stato profanato.
Ma se da un lato il mondo dei bambini sta nel segno del meraviglioso, dall´altro invece sta in quello del terribile. Non solo la cronaca è infaticabile nel macinare orrori che hanno nei bambini un soggetto privilegiato. C´è anche una più sottile e più amara consapevolezza: che il carnefice sia stato vittima, almeno potenzialmente, che nella vittima si nasconda o addirittura si prepari un eventuale carnefice.
Come non vedere qui una connessione che è pura tenebra? Sembra quasi che a trar fuori la bestia dal nascondimento sia proprio la creaturalità indifesa, tanto più esposta alla violenza quanto più ignara e anzi confidente. L´affidarsi fiducioso eccita la voglia di ferire, la delicatezza chiama lo sfregio, l´innocenza vuole la colpa. Ed è il male per il male. Il male per il piacere di farlo. Ci sono artisti che hanno saputo dipingere l´una cosa e l´altra. L´innocenza e il furore. Il sogno e l´incubo. La dolcezza più commovente e il sangue che grida vendetta. Ma ci sono anche artisti che hanno visto il legame atroce che tiene insieme le due cose. Alcuni nomi: Guido Reni, Mattia Preti, Daniele Crespi.
Nella regione dell´infanzia, verso cui ci volgiamo increduli all´idea che un giorno sia davvero stata la nostra, tutte le cose hanno origine. Tanto che di nessuna di esse possiamo riscoprire il senso, il fascino, il mistero, se non abbandonandoci allo stupore e alla meraviglia dei nostri anni infantili. Nessun bamboleggiamento, qui (anche se non mancano esempi di artisti, pur grandi, che ne sono stati sfiorati, come per esempio Goya). Piuttosto, una strada obbligata.
E difficilissima. Come recita il detto evangelico, solo chi si fa come uno di questi fanciulli entrerà nel regno dei cieli. E allora? Devo forse ritornare nell´utero di mia madre (sta scritto)? In un certo senso sì, è la riposta di alcuni dei maggiori pittori del Novecento. Bisogna ripercorrere a ritroso la genesi, affermava Klee, è necessario risalire tutte le vie della creazione, fino all´origine. E Picasso pare sostenesse d´aver impiegato una vita per imparare a disegnare come un bambino, lui che da bambino disegnava come un Raffaello.
Nel suo saggio pubblicato nel catalogo Marco Belpoliti si sofferma su questa apparente stranezza. Perché disegnare come un bambino? L´arte contemporanea sembra aver cancellato la linea che un tempo separava nel modo più netto produzioni alte e produzioni basse, ingenui, inconsapevoli (gli "scarabocchi" dei bambini, ma anche di coloro che non sanno bene quel che fanno, sia che si tratti di pazzi sia di chi traccia ghirigori soprapensiero). Appunto: perché? Ma perché il gesto affrancato da qualsiasi finalità non riproduce questa o quella cosa, bensì l´originario ritmo del mondo, da cui tutte le cose sono generate. Come ben sapevano gli antichi, imitare è anzitutto mettersi in accordo con la realtà, ascoltarne la musica profonda, lasciarla risuonare come per la prima volta. Questo fanno i bambini quando imitano le azioni degli adulti. E questo capita agli adulti quando tornano bambini: infatti, se non rimbambiscono, diventano artisti. Nel qual caso a trovare un varco e a farsi visibile è ciò che altrimenti resterebbe per sempre senza voce.
Evidentemente non è solo questione di riconoscere che l´arte mal sopporta la servitù dei canoni e delle forme ideali ed eterne, attingendo invece alle inesauribili potenze della vita e magari da quelle potenze lasciandosi distruggere. In gioco (alla lettera) è la possibilità che quel ritmo, quella musica, quell´impulso formativo trovino modo di manifestarsi. I bambini ne sono i ricettori più sensibili.
Sono anche altro, i bambini. Lo stupore e la meraviglia di cui sono capaci, la tenerezza che suscitano, l´incanto che diffondono, fanno da calamita all´inquietante e all´impensato. Lì, dove la grazia incontra inevitabilmente il proprio opposto, si apre una vasta zona d´ombra che tiene insieme tutte le ambiguità. Regione largamente inesplorata, non è stata però la pittura quanto la letteratura a inoltrarsi nei suoi labirintici andirivieni. In particolare la letteratura contemporanea, come in conclusione del catalogo suggerisce Dalia Oggero. Che con molta intelligenza ha individuato un percorso possibile all´interno del più sconosciuto dei paesi scegliendo e accostando passi da romanzi di autori italiani contemporanei. Ma questo percorso non poteva che condurci oltre i confini della pittura e di quanto la pittura ha saputo rivelare dell´infanzia e del suo enigma.


l'esercito americano in Iraq:
sindromi psicopatologiche da stato di guerra

 
Rai.News 30.6.04
Solo nel mese di maggio 12 mila soldati americani sono stati rimpatriati
Iraq, l'esercito dei depressi
DI questi appena 1300 sono ritornati a casa per ferite di arma da fuoco. Gli altri per depressione e affaticamento. La maledizione della 'Sindrome del Golfo' si ripete e ai piani alti dello Stato Maggiore e' da tempo scattato l'allarme
di p.p.


Il numero dei soldati americani caduti in battaglia sale di giorno in giorno. Le statistiche ufficiali dell'esercito parlano di 850 militari M.I.A. (Missing in Action) che hanno perso la vita sul suolo iracheno.
Ma la cifra resa dalla fonte ufficiale non rende la difficolta' nella quale versano i soldati statunitensi. Ci sono altri dati allarmanti che rendono il senso della 'fatica' di una missione che inizia a pesare non solo sulle coscienze ma anche sul morale delle truppe.
Solo nel mese di maggio sono ritornati a casa 12.000 soldati e di questi solo una piccola parte a causa di ferite da arma da fuoco. Lo stillicidio dei rientri e' costante. Quotidiani sono i voli che da Baghdad con scalo in Germania portano i 'disabili' negli Stati Uniti, i malati della guerra il 90 per cento con certificati medici nei quali si richiede riposo e recupero per evidenti scompensi psicologici.
La sabbia del deserto corrode fino a consumarli i fisici e la psiche dei soldati non piu' giovanissimi. Ad alzare 'bandiera bianca' il folto gruppo degli over 40, per lo piu' graduati, chiamati per le continue emregenze a operazioni che richiedono la tempra di un ventenne.
Angina pectoris, cali ponderali eccessivi, perdita di tono, rallentamento dei riflessi, stanchezza diffusa, l'esercito a telle e strisce nelle retrovie ha l'infermeria sempre affollata e in questo tutti gli eserciti si assomigliano al di la delle parate mediatiche con militari sempre pronti e in perfetto assetto da combattimento.
Si suda e si soffre anche sotto la bandiera americana e non appena si volge lo sguardo dietro la prima fila di ipervitaminizzati e muscolosi marines si scopre il volto umano e contradditorio di migliaia di uomini in divisa che chiedono un 'time out'.
Ansieta' e depressione i malesseri piu' diffusi dovuti a turni massacranti che arrivano anche a 48 ore di corvee' continuata quando ogni minuto che passa e' un minuto strappato alla morte. Al CentCom (il comando centrale delle operazioni) lo sanno bene che il ritmo tenuto non potra' essere sostenuto in attesa che il congresso e i governi alleati decidano di inviare forze fresche al fronte.
C'e' poi un altro aspetto preoccupante. Tra chi rimane in prima linea si diffonde a macchia d'olio l'uso di psicofarmaci per sostenere la fatica e superare la depressione. Anche se non ufficialmente riconosciute, gli psicofarmaci somministrati dai medici militari sono solo un gruppo ristrettissimo di prodotti, circolano pasticche piu' vicine alle droghe che non a prodotti teraputici.
Dalla guerra in Vietnam l’esercito americano ha cominciato a far uso di pillole – anch’esse dall’effetto disastroso – chiamate “go-pills” o “speed” (le anfetamine). Un anno fa comparve la notizia, pubblicata sul “Village voice” di New York, che centri di ricerca di alcune delle più prestigiose università americane, tra cui Harvard e la Columbia, si sono adoperati a creare una pillola in grado di cancellare dalla memoria le esperienze più traumatiche della nostra vita.


neurologia canadese:
le ricadute nei casi di «anoressia nervosa»

 
Le Scienze ed. italiana dello Scientific American 29.06.2004
L'anoressia nervosa è spesso cronica
Le ricadute si verificano in media dopo 18 mesi


Le donne che sono state sottoposte a un trattamento per anoressia nervosa rimangono a rischio di una ricaduta per almeno due anni dopo aver riconquistato il proprio peso ed essere state dimesse dall'ospedale. Lo sostiene uno studio dell'Università di Toronto e del Toronto General Hospital, pubblicato sul numero di maggio della rivista "Psychological Medicine".
La psichiatra e psicologa Jacqueline Carter ha effettuato uno studio di follow-up su 51 pazienti dell'ospedale canadese. Ha scoperto che, nei due anni successivi alle dimissioni, il 35 per cento delle pazienti era ricaduto vittima dell'anoressia, con un calo nell'indice di massa corporea (la misura del grasso del corpo in relazione all'altezza e al peso) al di sotto di 17,5 per tre mesi consecutivi. Il tempo medio prima di una ricaduta è risultato di 18 mesi, in contrasto con ricerche precedenti che suggerivano che le ricadute si verificassero solamente entro un anno dalla fine del trattamento.
"La nostra scoperta più importante - spiega Carter - è che in un numero significativo di casi la malattia è cronica e debilitante. In ospedale siamo in grado di aiutare le pazienti a recuperare il proprio peso, ma la vera sfida è quella di scoprire come migliorare la prevenzione delle ricadute e la salute a lungo termine delle pazienti di anoressia nervosa".

© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.


storia dell'uomo:
la mobilità dei Maja

 
Le Scienze, ed. italiana dello Scientific American 28.06.2004
La mobilità nella civiltà Maya
L'analisi di ossa e denti può indicare dove nacquero e vissero gli individui


I geologi David Hodell e Mark Brenner dell'Università della Florida hanno sperimentato sul campo, nella regione dell'America Centrale che ha ospitato l'antica civiltà Maya, una nuova tecnica che combina elementi di geologia, archeologia e medicina legale. Gli scienziati sono giunti alla conclusione che il metodo può aiutare a determinare dove sono nati e cresciuti i capi e gli altri abitanti dei grandi insediamenti quali Tikal, fornendo informazioni - o contraddicendo quelle date per scontate - a proposito di eventi storici che fino a oggi venivano dedotti soltanto dai geroglifici e da altre tracce archeologiche.
"Siamo riusciti a dimostrare - ha dichiarato Hodell in un articolo pubblicato sul numero di maggio della rivista "Journal of Archaeological Science" - che è possibile distinguere fra differenti parti dell'area di influenza dei Maya. Ora siamo in grado di determinare se un singolo individuo è cresciuto a Tikal o se proveniva da qualche altra regione".
Al culmine della loro espansione, fra il 650 e l'800 d.C. circa, i Maya occupavano grandi città-stato diffuse in gran parte degli odierni Messico, Guatemala, Honduras e Belize. Per gli archeologi comprendere la mobilità nella società Maya è essenziale per studiare l'ascesa e la caduta del loro impero.

© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.


Pirella:
non vuole il museo per Lombroso

 
Repubblica ed. di Torino 30.6.04
IL CASO
Repubblica, ed di Torino 30.6.04
Lo psichiatra Pirella contesta l'iniziativa
"Niente museo per Lombroso"
di Alberto Custodero


«Lombroso non si merita un museo: i reperti che ha lasciato sono i cervelli in formalina dei suoi pazienti e i lavori dei malati di mente che nulla hanno a che fare con la scienza». Parola di Agostino Pirella, professore di psichiatria a Psicologia, ex coordinatore del processo di superamento dell´ospedale psichiatrico di Collegno. La clamorosa contestazione di Pirella è avvenuta, ieri, al San Giovanni antica sede, durante la presentazione del libro di Delia Frigessi (Einaudi), dedicato allo psichiatra ottocentesco. «Non ha innovato la psichiatria - ha spiegato Pirella - e non ha capito che la "pellagra", malattia che aveva ricadute psichiatriche, era causata dalla fame. Lui, invece, teorizzò che fosse provocata da una malattia del mais». A 5 anni dal centenario della morte del maggior rappresentante italiano del positivismo evoluzionistico di derivazione darwinista, a Torino (città nella quale diresse l´ospedale psichiatrico), è in dirittura d´arrivo la realizzazione del «Museo dell´uomo» a lui dedicato. Sorgerà in via Pietro Giuria 11, proprio dove si trovava lo studio nel quale Lombroso aveva iniziato le sue ossessive misurazioni fisiognomiche per la classificazione del «tipo» umano, in particolare, quello criminale. Il museo che Pirella non vuole avrebbe dovuto aprire entro la fine dell´anno, in occasione dei 600 anni dell´Ateneo torinese. Ma i lavori sono in ritardo e l´appuntamento slitterà nel 2005.


antico pensiero magico in Sicilia:
la percezione dei pericoli che possono colpire i bambini

 
Repubblica, ed. di Palermo 30.6.04
LA STREGONERIA
I "patruneddi" nemici dei bambini


"Donne di fuori": così si autodefinivano le donne siciliane processate per stregoneria dal tribunale spagnolo dell'Inquisizione. Rimandano a un'area che lo studioso Le Roy Ladurie definisce «l'aldilà che sta quaggiù», popolato da esseri "impalpabili" chiamati con diversi nomi: beddi signuri, patruneddi di casa o donni di casa (belle signore, padroncine di casa o donne di casa). Più che malvagie sono capricciose, prediligono i piccoli appena nati, anche se giocano con tutti i bambini. Ma c'è il rischio che possano anche accanirsi contro di loro fino a farli morire. Spesso porgono doni o indicano nel sonno tesori nascosti (truvatura), si muovono in gruppo di sette, escono in volo il giovedì o comunque nei giorni pari. I patruneddi vivono stabilmente nelle case e pertanto è indispensabile ingraziarseli: fare la presentazione dei neonati, tenere in ordine la casa e offrire loro del cibo.


basagliani
a novembre il loro «Forum sulla salute mentale»

 
Yahoo Notizie Martedì 29 Giugno 2004, 18:34
PSICHIATRIA: SECONDO FORUM SULLA SALUTE MENTALE, IN TOSCANA


(ANSA) - TRIESTE, 29 GIU - Il Forum per la Salute Mentale - sorto lo scorso anno a Roma e che ha coinvolto quasi tutte le regioni - fara' il suo secondo congresso a novembre, in Toscana, probabilmente a Livorno.
Giuseppe Dell' Acqua, direttore del Dipartimento dei salute mentale di Trieste, erede di Franco Basaglia e uno dei fondatori del Forum, ha spiegato che in quell' occasione sara' rilanciato il documento fondativo che denunciava ''la dissociazione ormai non piu' tollerabile tra le teorie, le proposte legislative, le leggi, che sono sicuramente innovative e rivoluzionarie, e la miseria e la stupidita' delle pratiche che sono presenti in Italia un po' dappertutto ma soprattutto in regioni 'democratiche' come la Toscana e l'Emilia Romagna''.
Dell' Acqua ha che nei giorni scorsi, a Lucca si e' svolta una riunione con i rappresentanti delle regioni che hanno aderito al Forum. ''In questo incontro - spiega Dell'Acqua - abbiamo dibattuto alcuni temi fondamentali che saranno al centro del secondo forum di novembre in Toscana, proprio perche' questa regione - rileva - mostra con maggior evidenza questo iato tra le buone leggi, le affermazioni di principio e le pratiche 'cattive', specchio del malfunzionamento''.
E' proprio nelle regioni 'democratiche' che persiste il ricorso alla contenzione, non vengono attuate le strategie di intervento territoriale che il Forum ha individuato nei Centri di salute mentale aperti sette giorni su sette, 24 ore al giorno, mentre si insiste su strategie di intervento ambulatoriale e tecnicistico. ''Dove - precisa Dell'Acqua - si danno largo spazio alle Accademie, che portano avanti un discorso psicobiologico del disturbo mentale, della sofferenza, a scapito dei diritti e dell'umanita' stessa del malato''.
La contenzione sara' il primo punto all' ordine del giorno del secondo Forum di novembre. ''La contenzione e la violazione del corpo - afferma l'erede di Basaglia - sono le conseguenze del malfunzionamento delle pratiche per cui si dice 'si lega il malato perche' non c'e' altro da fare'''.
Dell'Acqua rileva poi che da un'indagine che sta portando avanti con l'Istituto superiore di sanita' sulle emergenze sanitarie, risulta che la contenzione e' utilizzata nell'85% dei Servizi di diagnosi e cura e delle cliniche private che operano per rispondere al ricovero in emergenza.
Un altro punto e' quello che riguarda il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari. ''In questo periodo -dice - contro le indicazioni del Ministero di Grazia e Giustizia, che vanno verso il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari, si stanno costituendo, con il nome di Centri clinici specializzati, manicomi giudiziari tout court''.
Il Forum pone come priorita' che l'Ospedale psichiatrico giudiziario sia superato dopo che sentenze della Corte Costituzionale, norme, progetti-obiettivo hanno prodotto una quantita' di strumenti che permettono il rientro delle persone dagli Ospedali psichiatrici giudiziari per essere curate nei luoghi dove risiedono. ''Il terzo punto all'ordine del giorno - precisa - sara'il dire che non tutte le forme organizzative vanno bene, che ognuno possa crearsi a livello locale l'organizzazione che vuole: chi l'ambulatorio, chi la psicoterapia, chi le cliniche private. Oggi - rileva Dell'Acqua - sappiamo che i migliori risultati vengono dai Centri di salute mentale, aperti 24 ore su 24, sette giorni su sette. L'ultimo punto sara' l'uso degli psicofarmaci nei bambini e negli adolescenti. ''Non solo il 'ritalin' e' tornato di moda, ma c'e' il tentativo di lavorare, in termini sedicenti preventivi, con questionari nelle scuole e nelle famiglie per individuare - spiega Dell'Acqua - il disturbo mentale del bambino e dell'adolescente che poi viene sottoposto a terapia farmacologica''.
''La 'seconda 'rivoluzione' psichiatrica - dice Dell'Acqua - e' cominciata un anno fa, con il documento fondativo del Forum attorno al quale si sono raccolti si' gli operatori, ma soprattutto le associazioni dei familiari e quelle degli utenti, che si sono ritrovate in quel documento che denuncia 'pratiche' e carenze che speravamo superate. Qui sta il paradosso - conclude Dell'Acqua - perche' la grande rivoluzione psichiatrica nasce con Franco Basaglia e la sua volonta' di aprire gli armadi e di mostrare gli scheletri chiamando giornalisti di grido e grandi fotografi. Oggi e' talmente addormentata la coscienza della gente che chi denuncia questo stato di cose non produce discussioni, valori attorno a cui riflettere, ma viene minacciato e costretto al silenzio''. (ANSA).


neuroscienziati:
talento musicale e DNA

 
Yahoo! Notizie Martedì 29 Giugno 2004, 19:17
GENETICA: IL TALENTO MUSICALE E' ANCHE UNA QUESTIONE DI DNA


(ANSA) - ROMA, 29 GIU - Il talento musicale? E' anche dovuto al Dna e, dunque, all'imprinting genetico. Lo ha affermato il primario del Dipartimento di Neuroscienze dell'Azienda ospedaliera di Terni, Alberto Freddi, durante i lavori del Congresso Internazionale 'Genetics and Regeneration in Neuroscience' in corso fino a domani nella citta' umbra.
''Non vi e' dubbio ha sottolineato Freddi - che particolari connotazioni genetiche predispongono alla migliore capacita' di comprensione e di espressione in ambito musicale. Tant'e' che vi sono soggetti musicalmente 'dotati' ed altri che abitualmente definiamo 'stonati', ovvero incapaci di riprodurre una melodia o di riconoscerla dopo qualche nota''. In termini piu' corretti, ha spiegato l'esperto, i soggetti stonati vengono definiti affetti da sordita' tonale o sordita' ritmica.
Ma come agisce la musica sul nostro cervello? E' in grado di evocare emozioni soltanto nei soggetti che hanno una vasta cultura musicale oppure puo' influenzare positivamente anche le persone prive di specifica cultura nel settore? La risposta giusta sembrerebbe essere la seconda, almeno stando a quanto hanno concluso alcuni ricercatori inglesi che, a proposito del cosiddetto 'effetto Mozart', hanno evidenziato il miglioramento delle prestazioni mentali in un campione di studenti cui era stata fatta ascoltare la sonata in Si Maggiore del celebre musicista di Salisburgo.
Gli esperti a congresso hanno anche sottolineato l'importanza della musicoterapica e della ''capacita' delle musica di influenzare positivamente il decorso di alcune malattie in ambito psichiatrico e di alcuni disturbi della psicomotricita'''. D'altro canto, ha ricordato Freddi, ''alcune malattie genetiche hanno inciso nella storia della musica e, paradossalmente, anche in senso positivo: basti pensare alla Sindrome di Marfan, un'affezione caratterizzata da diversi sintomi e anche da una particolare lunghezza delle dita, che sono iperestensibili e capaci di movimenti che non riescono nel soggetto normale''. Molti musicisti famosi, ha spiegato, come Paganini, Rachmaninoff, Clementi, ''proprio in virtu' di questa malattia erano in grado di effettuare notevoli performance, assumendo agevolmente posizioni che per altri musicisti apparivano impossibili, o al massimo ottenibili con estrema difficolta'''. Insomma, la relazione tra musica e cervello, hanno concluso i neurologi, ''sta portando oggi a importanti e preziosi risultati per meglio comprendere nei dettagli le malattie che principalmente colpiscono il sistema comunicativo delle persone: patologie che collegano linguaggio e arte quali l'amusia, ovvero l'impossibilita' di esprimersi attraverso la musicalita' e di riconoscere melodie note''. (ANSA).


TMAP: i piani di George W. Bush
per monitorizzare le malattie mentali nella popolazione americana

 

quello che segue è uno stralcio da un articolo, un po' strano per la verità,
che si trova sul web in forma molto più ampia sula leva.org al seguente indirizzo
www.laleva.org/it/2004/06
e fa riferimento ad un articolo del British Medical Journal reperibile a questo indirizzo.
Non so dare valutazioni, ma chi si fosse incuriosito può farsi un'idea della faccenda collegandosi agli indirizzi indicati.



Secondo un recente articolo del British Medical Journal, il presidente degli Stati Uniti George Bush annuncera', nel prossimo mese di luglio, una grande iniziativa per la salute mentale. La proposta estendera' medicazioni e test psichiatrici dai bambini agli anziani in tutti gli States seguendo uno schema pilota di pratiche per le raccomandazioni terapeutiche sviluppato in Texas e gia' esportato in diversi altri Stati.
Il "Texas Medication Algorithm Project" (TMAP - Progetto di algoritmo farmaceutico del Texas) servira' da modello sul quale si basera' questa iniziativa, secondo la New Freedom Commission on Mental Health del Presidente. Le linee guida del TMAP sono state stabilite nel 1995 basandosi sulle opinioni di chi prescriveva i farmaci invece che sull'analisi di studi scientifici. Le compagnie farmaceutiche che hanno finanziato lo schema sono la Janssen Pharmaceutica, Johnson & Johnson, Eli Lilly, Astrazeneca, Pfizer, Novartis, Janssen-Ortho-McNeil, GlaxoSmithKline, Abbott, Bristol Myers Squibb, Wyeth-Ayerst and Forrest Laboratories. I farmaci raccomandati come "trattamento primario", molti dei quali con potenziali effetti mortali, sono dei costosissimi farmaci brevettati e prodotti dagli sponsorizzatori delle linee guida: Risperdal, Zyprexa, Seroqual, Geodone, Depakote, Paxil, Zoloft, Celexa, Wellbutron, Zyban, Remeron, Serzone, Effexor, Buspar, Adderall e Prozac.
Il TMAP e' stato esteso per raggiungere anche i bambini, sempre sotto il "consenso degli esperti", e non c'e' nessun dubbio che il programma di Bush per diffondere i test nelle scuole di tutta l'America trovera' centinaia di migliaia, se non milioni, di nuovi "clienti" per tutti quei farmaci che il sistema promuove.
Una simile "strategia reclutativa" per la psichiatria e' la ri-definizione delle malattie ambientali - una condizione debilitante con sintomi variabili dovuta a cause ambientali come l'avvelenamento chimico e l'inquinamento elettromagnetico - come un fenomeno puramente psicologico. "E' tutto nella tua testa, stupido!" sembra essere il nuovo consenso. Diana Buckland, rapprensentante della Australian Chemical Trauma Alliance, chiede il sostegno di tutti alla Global Recognition Campaign per i malati di Sensibilita' Chimica Multipla o malattia provocata da cause ambientali. (...)


martedì 29 giugno 2004
cultura tolemaica:
da nuove tecniche ecografiche ribadiscono la credenza
in una vita psichica prenatale

 
Corriere della Sera 29.5.04
Comincia a stiracchiarsi, muoversi e scalciare nella pancia ...
Le immagini registrate vengono elaborate in tre dimensioni: possibile studiare lo sviluppo psichico
di Adriana Bazzi


Comincia a stiracchiarsi, muoversi e scalciare nella pancia della mamma quando ha soltanto 12 settimane, circa tre mesi. Fotografato, anzi filmato, per la prima volta da un sofisticato apparecchio a ultrasuoni di ultima generazione, il feto rivela non soltanto la sua anatomia, ma anche i suoi comportamenti e i suoi movimenti. Sconosciuti persino alla mamma che a quell’epoca ancora non lo «sente». Insospettabili per chi finora ha sfruttato la tecnica ecografica convenzionale a due dimensioni, quella che ci mostra un’immagine, piuttosto confusa, nei toni del grigio. Evidentissimi invece per un pioniere dell’ecografia in gravidanza, l’inglese Stuart Campbell, ginecologo alla London’s Create Health Clinic: perfezionando la tecnica dell’ecografia a tre dimensioni e in tempo reale, ha «immortalato» il feto in una serie di immagini molto dettagliate e in movimento, dimostrando, per la prima volta, come, fin dalle primissime fasi del suo sviluppo, sia impegnato in una serie di attività piuttosto complesse.
Se a 12 settimane già «cammina», a 18 è in grado di aprire gli occhi, inaspettatamente, dal momento che finora si è sempre pensato che a quell’epoca le palpebre fossero ancora fuse. A 26 settimane riesce addirittura a «esprimersi» in modi diversi: sbadigliando, fregandosi gli occhi, piangendo, succhiando e sorridendo.
«Siamo di fronte a una nuova scienza - ha detto Campbell in un’intervista alla Bbc online - che ci permetterà di comprendere meglio i comportamenti del feto, prima, e del bambino, dopo.
E forse, in futuro, potrà aiutarci a diagnosticare malattie genetiche o condizioni come la paralisi cerebrale, che rappresenta tutt’oggi un rompicapo per i medici».
Attualmente l’evoluzione di una gravidanza viene seguita con l’ecografia classica. La tecnica è sicura perché si basa sull’uso degli ultrasuoni (non su radiazioni) che raggiungono il feto e producono un’«eco» diversa a seconda della densità dei tessuti che incontrano: è questo segnale che viene poi registrato e dà origine alle immagini in bianco e nero.
Fondamentalmente l’ecografia tradizionale di routine garantisce tre tipi di informazioni: la data di inizio della gravidanza, la presenza di eventuali gravidanze gemellari e la vitalità dell’embrione o del feto.
Può anche segnalare altre condizioni come la presenza di malformazioni o il sesso del nascituro, ma sono indicazioni che non sono attendibili al 100 per cento.
Ora il «trattamento» informatico delle immagini ecografiche ha permesso di entrare nella terza dimensione e nella quarta, quella del movimento: ecco perché la faccia del feto può essere visibile in tutti i suoi dettagli, anche quando sorride.
Finora si era sempre pensato che il neonato cominciasse a farlo sei settimane dopo la nascita, imparando dalla mamma; l’ecografia ha rivelato il contrario: «Questo significa - ha commentato Campbell - che il neonato, dopo una vita intrauterina serena e priva di stress, deve superare il trauma della nascita e del nuovo ambiente prima di tornare a sorridere».


storia del cristianesimo:
una nuova lettura dei Vangeli

 
Corriere della Sera 29.6.04
ANTICIPAZIONE Luciano Pellicani pubblicherà su «Mondoperaio» un saggio sul processo a Cristo e sulle radici teologiche dell’antisemitismo
Paradossi del Vangelo: Barabba di nome faceva Gesù
IL DILEMMA
di Antonio Carioti


L'antisemitismo è una piaga tuttora aperta, ma le sue radici sono antiche. Tanto che, per studiarlo, Luciano Pellicani, direttore della rivista socialista Mondoperaio , si è spinto a indagare sulla condanna a morte di Gesù Cristo. Se infatti il pregiudizio antisemita era già presente nel mondo pagano, con lo scontro tra cristianesimo ed ebraismo esso assume un nuovo contenuto teologico. Noto per i suoi saggi sulle ideologie politiche, come quelli raccolti nel recente libro "Rivoluzione e totalitarismo" (Marco editore, pp. 232, 20), Pellicani è molto attento anche ai riflessi sociali delle credenze religiose. E richiama l’attenzione sul brano evangelico in cui Ponzio Pilato chiede alla folla di Gerusalemme se debba essere graziato Gesù o Barabba: «Nel momento in cui riferisce che gli ebrei scelsero di salvare Barabba, il Nuovo Testamento scarica su di loro la responsabilità del supplizio di Gesù. Ne scaturirà l'accusa di deicidio, con tutte le sue spaventose ripercussioni».
Eppure i primi cristiani erano ebrei. Come spiegare la vicenda? «Un'utile chiave di lettura - risponde Pellicani - è offerta da Samuel Brandon, studioso delle origini cristiane. A suo avviso il Vangelo più antico, quello di Marco, venne scritto, tra il 60 e il 70 d.C., sotto l'influsso della paura. Cresceva l'ostilità del potere imperiale verso i cristiani, che Nerone aveva accusato dell'incendio di Roma. Ed era scoppiata la guerra giudaica, che avrebbe portato alla distruzione del tempio di Gerusalemme. Per timore delle persecuzioni Marco si sforza quindi, secondo Brandon, di dimostrare che Gesù non era un nemico di Roma, anche se la crocifissione era appunto la pena inflitta a chi si ribellava contro l'impero. Perciò l'evangelista fa di tutto per mettere in cattiva luce gli ebrei ortodossi, che erano in aspro dissidio con i cristiani sulla questione cruciale se Gesù fosse o non fosse il Messia».
Tutto sembra chiaro, ma proprio qui Brandon, e Pellicani con lui, solleva un grosso interrogativo: «Davvero Gesù era estraneo alla politica e non c'entrava nulla con gli zeloti, gli ebrei che combattevano il dominio romano con le armi? La sua crocifissione induce a dubitarne: i due "ladroni" giustiziati con lui erano quasi certamente degli zeloti e gli stessi Vangeli riferiscono che in quei giorni a Gerusalemme c'era stata una rivolta. Anche la cacciata dei mercanti dal tempio ha tutto il sapore di un tumulto politico».
A ciò si aggiunge un dubbio su Barabba. «Alcuni manoscritti del Vangelo di Matteo - ricorda Pellicani - affermano che Barabba si chiamava Gesù. Dato che Bar Abbas in aramaico significa "figlio del padre", ci troveremmo di fronte a una completa omonimia tra i due condannati. Si è cercato di spiegare il paradosso con un errore di trascrizione, ma non mi sembra una tesi plausibile. Viene piuttosto da pensare che Barabba sia un personaggio inventato, attraverso lo sdoppiamento della figura di Cristo, per sollevare Pilato da ogni addebito e far ricadere sugli ebrei la colpa per l'uccisione del Messia».
Del resto, aggiunge Pellicani, uno sdoppiamento, o almeno una forte ambiguità, si avverte anche nell’insegnamento di Gesù: «Alcuni suoi detti sono tipici di un predicatore apolitico e mite: ama i tuoi nemici, porgi l'altra guancia, il mio regno non è di questo mondo. Ma in altri casi afferma di non essere venuto a portare la pace, preannuncia un conflitto che metterà i figli contro i genitori, esorta a vendere il mantello per comprare la spada. A Brandon, che accentua la dimensione rivoluzionaria nel messaggio di Gesù, il teologo Oscar Cullman ha risposto che di certo Cristo ebbe rapporti con gli zeloti, ma l'ipotesi di trasformarsi in un Messia politico fu per lui solo una tentazione respinta. Così tornano i conti con la tradizione canonica. Ma resta da spiegare perché Gesù venne crocifisso, se non rappresentava una minaccia per il potere di Roma. Insomma, l'enigma resta irrisolto. Ha ragione Vittorio Messori, quando dice che la passione di Cristo è il giallo più affascinante della storia umana».
Su questo mistero Pellicani pubblicherà un saggio sul numero di Mondoperaio in uscita tra pochi giorni. Ma già pensa di mettere altra carne al fuoco: «Mi colpiscono le analogie tra la Terrasanta dei tempi di Gesù e quella attuale. I terroristi islamici di Hamas assomigliano molto agli zeloti, con la loro idea che la Palestina appartenga a Dio e debba essere liberata con la forza dalla presenza degli empi, ieri romani e oggi ebrei. Per giunta Hamas in arabo significa zelo: una coincidenza impressionante».


antropologia:
il tarantismo, antiche teorie terapeutiche

 
Gazzetta del Mezzogiorno 29.6.04
Il rito andava completato con una visita ai Santissimi Patroni
La danza, esorcismo musicale
In tempi antichi si curava così il morso della tarantola
di  d.copp.


Torre Paduli, vicino Ruffano, una frazione di qualche centinaia di persone, conta 15mila turisti in due giorni per la nota danza delle spade e la «pizzica pizzica».
Melpignano, comune della Grecia Salentina, conta 15mila visitatori solo per la notte della taranta, 30mila se contano le manifestazioni collaterali del periodo estivo come i concerti. E pensare che Melpignano conta 3mila abitanti.
Galatina, invece, che supera di gran lunga queste due realtà sia per storia che per tradizione e abitanti, per la notte di San Pietro e Paolo ancora non si è ancora appropriata di alcuna iniziativa che possa reggere il confronto. Eppure potrebbe allacciarsi alla notte della taranta con il teatro e la danza. Intanto, per ora, Galatina è centro studi di antropolgia sul tarantismo.
Ma di cosa si tratta? Secondo la credenza popolare il tarantismo è una malattia provocata dal morso della tarantola (Lycosa tarentula), che si manifesta soprattutto nei mesi estivi (periodo della mietitura) e che provoca uno stato di malessere generale - dolori addominali, stato di catalessi, sudorazioni, palpitazioni - in cui musica, danza e colori rappresentano gli elementi fondamentali della terapia che consiste, appunto, in un esorcismo musicale, coreutico e cromatico.
Dagli studi di Ernesto De Martino, nel 1959, si evince che, ad alcuni sporadici casi di reale morso della taranta corrisponde una netta maggioranza di casi in cui il morso diventa un pretesto per risolvere traumi, frustrazioni, conflitti familiari, e vicende personali: un amore infelice, la perdita di una persona cara, le crisi legate alla pubertà e condizioni socio-economiche difficili.
La musica è l'elemento più importante della terapia; infatti, la tarantata, ascoltandola comincia a muovere la testa e le gambe, striscia sul dorso, sembra impossibilitata a stare in piedi e quindi si mantiene aderente al suolo, identificandosi con la taranta. Successivamente batte i piedi a tempo di musica come per schiacciare il ragno, compie svariati giri e movimenti acrobatici, finché, stremata dagli sforzi, crolla a terra.
La tarantata si diceva, così, graziata da S. Paolo, viene condotta presso la cappella del Santo, a Galatina (LE), beve l'acqua sacra del pozzo adiacente ad essa e ripete simbolicamente un breve rito coreutico.
Il fenomeno del tarantismo oggi è pressoché scomparso nella sua forma originaria, o si pensa che si sia modificato in altri aspetti, essendo radicalmente mutate le componenti psicologiche, sociali, culturali, economiche e religiose che ne costituivano la base.
È comunque difficile per chi vive nel Salento non aver sentito parlare, almeno una volta, delle «tarantate». Ne hanno scritto infatti uomini di scienza, antropologi ed etnologi, ne hanno ricercato le cause, descritto i gesti, interpretato i segni. Di certo si è stabilito che non esiste in Puglia alcun ragno in grado di provocare quei sintomi; le cause del tarantismo vanno ricercate altrove. Innanzitutto, nella cultura di una terra, la Puglia, da sempre crocevia di popoli, di storia, mediterranea per natura sua propria, terra di sole e di sofferenza, di antichi riti tribali e di simboli pagani mai dimenticati. «Terra di mezzo» e come tutte le terre di mezzo magica e sacra.


lunedì 28 giugno 2004
proprio a Chieti (sarà un caso...)
il Vaticano nomina vescovo il suo miglior teologo!

 
Il Messaggero 25.6.04
Prestigiosa new entry nella Cei
Bruno Forte, teologo degli atei, vescovo a Chieti
Il sacerdote napoletano, aperto al dialogo con il mondo laico, sarà nominato probabilmente sabato
di Orazio Petrosillo


CITTA’ DEL VATICANO - Il teologo napoletano Bruno Forte, il maggiore tra gli italiani per mole di opere, sarà con tutta probabilità il nuovo arcivescovo di Chieti. La nomina dovrebbe essere resa pubblica sabato. Raro esempio di teologo-filosofo-poeta, il 55.enne sacerdote ha predicato gli esercizi spirituali al Papa la scorsa quaresima (meditazioni ora pubblicate da Mondadori) a conferma del fatto che tale scelta è quasi sempre foriera di maggiori riconoscimenti. L’elevazione di Forte all’episcopato per la più prestigiosa sede abruzzese, permette alla Conferenza episcopale di accogliere tra le sue file un personaggio che entrerà di diritto in molti toto-nomine specie per quelli del dopo-Ratzinger, a capo del dicastero dottrinale della Chiesa, e del dopo-Giordano, alla guida dell’arcidiocesi di Napoli. Lasciando il futuro al futuro, don Bruno Forte è oggi un punto di riferimento per la Chiesa e la società in Italia, anche nei rapporti ecumenici e con il pensiero laico. E’ membro della Commissione teologica internazionale. I suoi dialoghi con filosofi quali Cacciari, Vitiello e Giorello - è coautore con Cacciari e Givone del volume “Trinità per atei” - lo hanno reso conosciuto anche al di fuori del mondo ecclesiale. Di fronte alla crisi etica, religiosa e filosofica dell’uomo d’oggi, Forte si è preoccupato di entrare in colloquio con le voci più significative della filosofia e della teologia del nostro tempo. Ordinario di teologia dogmatica a Napoli è stato relatore al Convegno della Chiesa italiana a Loreto nel 1985, grazie alla stima e all’amicizia del cardinale Martini. Difficile rendere conto della sua produzione trentennale. Da ricordare la Simbolica ecclesiale in 8 volumi, la Dialogica dell’amore in quattro e la Poetica della speranza.

alcuni stralci da altri articoli da Il Mattino (di Napoli), 27.6.04

Ieri mattina mons. Menichelli ha annunciato ufficialmente la nomina del suo successore all’arcidiocesi Chieti-Vasto
Campane a festa per l’arcivescovo
Primo messaggio di don Bruno Forte: «Sarò un padre pieno di speranza»
di MARIO D’ALESSANDRO


Don Bruno Forte, teologo di notorietà internazionale, 55 anni, di Napoli, è il nuovo arcivescovo di Chieti - Vasto. Lo ha annunciato ufficialmente nel Palazzo Arcivescovile ieri alle ore 12 l’amministratore apostolico monsignor Edoardo Menichelli, suo predecessore, aprendo la lettera ufficiale del Nunzio apostolico in Italia monsignor Paolo Romeo, mentre suonavano a stormo le campane, alla presenza del Prefetto di Chieti, Aldo Vaccaro e del Questore Sandro Artizzu (non c’era nessuno del Comune e della Provincia), di una trentina di sacerdoti, dei giornalisti e di un gruppo di fedeli.
(...)

LA NOMINA DI DON BRUNO FORTE
«Io, arcivescovo cercherò le parole per i non credenti»
«Porterò Napoli nel cuore e cercherò di parlare a i non credenti»
«Cercherò un ponte tra la Chiesa e i non credenti»
(do.tro)


Un lungo pianto. Poi, il raccoglimento in preghiera e la serenità del discernimento, che è l’accettazione del proprio destino: «Come Abramo, che lasciò la sua terra per seguire la chiamata di Dio», racconta monsignor Bruno Forte, 55 anni il prossimo 1° agosto, 31 di vita sacerdotale, studi e insegnamento tra Napoli e il mondo, collaboratore del Mattino (...)
«Don Bruno è un leader, voglio dargli un popolo», avrebbe detto Giovanni Paolo II del suo professore napoletano di esercizi spirituali.
(...)
Quando si insedierà in Abruzzo?
«Probabilmente, a fine settembre. Intanto, ho cancellato tutti gli impegni e lasciato tutti gli incarichi culturali (dalla Treccani alla Fondazione San Carlo al San Raffaele), cosa che non mi è costata quanto lasciare la mia gente. Ma non posso esimermi dall’andare a Lublino a metà settembre, dove l’università che fu del Papa ha deciso di conferirmi la laurea honoris causa, con relativa mia prolusione».
Quale progetti ha da vescovo?
«Servire gli uomini, annunciare Gesù e il Vangelo ma anche essere ponte di amicizia e dialogo con tutti, credenti e non credenti. Aiutare chi cerca e fa fatica a credere, a fidarsi totalmente di Dio, ascoltando i suoi bisogni e le sue sofferenze con l’unica autorità che deriva dal Vangelo e dalla forza della fede. Il vescovo non è un uomo di potere, ma deve essere un amico, un compagno di strada anche per i più umili».
(...)
Ha già scelto il suo motto e il suo stemma?
«Sì. Il motto è Lumen Vitae Christus (Giovanni 8, 12), ”Cristo luce della vita”, che è poi il segreto della mia vita. (...)».

...e Cacciari vivamente approva...

Cacciari: era scritto nel suo destino
(do.tro.)


«Era ora. Era il suo destino». Il filosofo veneziano Massimo Cacciari non ha dubbi nel commentare la nomina di Bruno Forte ad arcivescovo di Chieti-Vasto: «Sono felicissimo per Bruno di questa conclusione, che mi sembra predestinata, del suo percorso, sia di prete che di teologo», dice Cacciari, intellettuale non credente da tempo in dialogo fecondo con il suo grande amico teologo napoletano. Basti solo pensare al volume "Trinità per atei", edito da Raffaello Cortina, singolare confronto tra Forte, un interlocutore immaginario e tre filosofi reali (appunto Cacciari, Giulio Giorello e Vincenzo Vitiello), sedotti dalla rivelazione di un Dio trinitario. «Bruno - continua Cacciari - aveva bisogno di un popolo da seguire: era la sua vocazione profonda, accanto a quella scientifica, della ricerca e dell’insegnamento. Bastava vederlo in azione nella parrocchia della Sanità per rendersene conto. Perché oltre ad essere un grande studioso, Bruno è prima di tutto un uomo di Chiesa, nel senso conciliare dell’”ecclesìa”: un uomo di comunione con tutto il popolo sacerdotale. E la mia profezia è che questo è solo il primo passo verso un’ulteriore ascesa».
Anche il mondo laico napoletano esulta: per Lucio Pirillo, presidente dell’Uneba (Unione nazionale enti di beneficenza e assistenza), «si tratta di un segno importante per i laici, perché è il riconoscimento e il punto di arrivo per l’evoluzione di una generazione concliliare della Chiesa cattolica incarnata con grande spessore intellettuale da Bruno Forte». Gli fa eco Mario Di Costanzo, consigliere nazionale dell’Azione Cattolica e direttore dell’ufficio laicato della Curia: «Forte ha una grande capacità di parlare ai giovani. La sua nomina è un segno di grande vitalità della Chiesa napoletana, che in poche settimane ha visto monsignor Agostino Vallini diventare Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica e ora - dopo Filippo Strofaldi vescovo di Ischia - Bruno Forte arcivescovo».

Il governatore Antonio Bassolino ha sottolineato la capacità di Forte di «tenere sempre insieme l’azione evangelica tra la gente e l’impegno negli studi teologici e filosofici favorendo spazi di confronto con studiosi di tutto il mondo»



la santa Inquisizione e l'Indice dei libri proibiti
 
Corriere della Sera 28.6.04
AUTORI
Il saggio di Peter Godman basato sugli archivi dell’Inquisizione
di ARMANDO TORNO


Correva il 1996. Lo storico ateo neozelandese Peter Godman, professore a Tubinga, riusciva ad accedere agli archivi segreti dell’Inquisizione e dell’Indice dei libri proibiti. Due anni più tardi sarebbero stati ufficialmente aperti, ma allora molti documenti erano ancora inaccessibili. Cominciò così un viaggio tra quelle carte che contenevano quattro secoli di storia europea. Nel 2001 Godman pubblicava in tedesco I segreti dell’inquisizione , ovvero il resoconto di quell’odissea: era il suo primo libro rivolto al grande pubblico. Ora sta uscendo la traduzione italiana. Va detto che anche se sono passati soltanto pochi anni, l’impatto dell’argomento si è attenuato. L’attuale pontefice ha chiesto scusa a nome della Chiesa di quegli antichi errori e proprio in questi giorni il «Comitato del grande Giubileo dell’anno 2000» ha pubblicato gli atti del simposio internazionale dedicato, appunto, a L’inquisizione : un tomo di quasi 800 pagine, curato da Agostino Borromeo, in cui si offre una lettura cattolica e critica del fenomeno (è edito dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, costa euro 60). Di più: le Edizioni dell’Università di Sherbrooke e la Librairie Droz hanno ormai messo a disposizione, sotto la direzione di De Bujanda, gli 11 ponderosi volumi dell’ Index des livres interdits , vale a dire il repertorio completo di quanto è stato proibito dalle varie università rinascimentali sino al 1966.
Ma torniamo a Godman. Il suo libro è scritto con spirito e sagacia, offre pagine non scontate, soprattutto mostra come il meccanismo inquisitoriale fu sovente un’arma a doppio taglio capace anche di ricadere sull’infimo censore ma anche sul papa stesso. Sceglieremo da quelle infinite storie qualcosa legato all’editoria, anche se tutte narrano una tragedia dell’intelligenza. In ogni caso, un giorno qualcuno non ispirato credette che avesse ragione l’imperatore Giustiniano (e il diritto penale associato al suo nome) nel decretare che fossero mozzate le dita a chi era sospettato di aver preso in mano libri proibiti.
Le vicende di Giordano Bruno, l’«inveterato eretico» che meritò il rogo per aver misconosciuto l’autorità del Sant’Uffizio più che per le sue teorie, o di Galileo Galilei, che peccò di «maldestra cortigianeria» suscitando le ire di Urbano VIII e la inevitabile condanna, sono soltanto le conseguenze più note del funzionamento di una macchina burocratica che non rispondeva sempre alla fede. Gli incartamenti visionati da Godman sono popolati da illustri dimenticati, come il consultore Francisco Peña (1540-1612), noto tra l’altro per un suo commento al processo del filosofo bruciato in Campo dei Fiori a Roma, in cui scriveva: «Nessun uomo è padrone della sua vita e del suo corpo, se non per quanto lo consente la legge». E il tutto va unito a pareri, opinioni, forse battute. C’è quella di papa Paolo IV, il fondatore del ricordato Sant’Uffizio regnante tra il 1555 e il 1559, che assicurò all’ambasciatore di Venezia di essere pronto - se necessario - a mandare al rogo anche il proprio padre. Godman coglie molteplici aspetti, soprattutto la messa al bando di celebri autori. È innegabile che ci furono decenni di confusione, o quanto meno di giudizi arbitrari. Si pensi che non mancò nemmeno chi era preposto a «purificare» la prima tradizione cristiana, intervenendo sui testi dei Padri della Chiesa. Sant’Agostino, ad esempio, ebbe alcuni suoi scritti considerati «cripto-luterani» e di Tommaso d’Aquino non poche pagine apprezzate dai calvinisti furono giudicate «spurie». Finì all’Indice Erasmo da Rotterdam con motivazioni che restano poco chiare; più comprensibile è il pollice verso per «l'abominevole eretico» Machiavelli, le cui opere si condannarono insieme con il suo nome nel 1559 e nel 1564 (furono incluse le Istorie fiorentine , che gli erano state commissionate da Clemente VII). Ma non si creda che i papi ne uscissero immuni. Pio II, Enea Silvio Piccolomini, ebbe i suoi Commentarii (di cui c’è un’eccellente edizione Adelphi) espurgati un secolo dopo la sua morte. Del resto, parlando della propria elezione, al capitolo 36 del I libro, Pio II racconta di cardinali corrotti, arroganti, stupidi e di un complotto dei suoi avversari riunitosi nelle latrine del conclave.
Ma quel che più sorprende è a volte il meccanismo incontrollato e bolso che colpiva. Ad esempio Descartes (1596-1650), il nostro Cartesio, fu condannato in blocco. Sia gli scritti latini che quelli francesi furono posti all’Indice «finché non saranno corretti». Eppure le sue Meditationes de prima philosophia si ispiravano agli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio, il fondatore dei gesuiti, di cui il filosofo era stato allievo e poi corrispondente. C’è il sospetto che le sue opere furono vietate senza essere state lette, anche perché nel 1664 - 14 anni dopo la sua morte - non si aveva ancora l’idea su come intervenire e nel 1671 furono di nuovo richieste da Roma a Parigi perché pressioni esterne domandavano continuamente di liberare con gli opportuni accorgimenti gli scritti di un pensatore di primo piano.
Leibniz finì anch’egli in questo olimpo nero: ciò non impedì a molti di supporre che durante il suo soggiorno romano gli fosse stata offerta la porpora cardinalizia; Hobbes vi fu messo dal censore Giacomo Caracciolo, che quando lo inserì era ancora un giovanotto di primo pelo e sbagliò il suo nome, confondendolo con il cognome, consigliando infine i lettori di star lontano da tale «Thomas Gobes». Ci finirono gli illuministi, gli enciclopedisti, ci finì Kant con la sua Critica della Ragion pura . L’onore di questo inserimento si deve ad Albertino Bellenghi, che giudicò l’opera «tenebrosa». Questo non impedì qualche anno prima a Voltaire di essere posto all’Indice ma di avere un ammiratore in papa Benedetto XIV: gli inviò due onorificenze pontificie, una benedizione apostolica e una lettera di ringraziamento per il suo Mahommet . Anzi, in Vaticano anche il cardinal Querini lo stimava, tanto che ne tradusse l’ Henriade e il Poème de Fontenoy .
Tra gli infiniti altri esempi, ci soffermiamo brevemente sulla letteratura italiana. Tre autori come Fogazzaro, D’Annunzio e Moravia li ritroviamo puntualmente messi all’Indice, che è in sostanza l’unica cosa che li unisce. D’Annunzio e Moravia fanno già parte di un’epoca che usò questa condanna come la miglior recensione per diffondere le proprie opere. C’è poi chi ci scherzò, da buon cattolico. È il caso di Graham Greene (1904-1991) che si vide condannato dal Sant’Uffizio (era questa istituzione a esercitare la censura, perché nel 1917 l’Indice fu soppresso). Qualcuno aveva persino proposto di riscrivere il finale del suo celebre Il potere e la gloria . Nell’introduzione all’edizione 1971, notava: «Mi chiedo se un qualsiasi stato totalitario mi avrebbe trattato con altrettanta comprensione quando ho rifiutato di rivedere il libro, accampando il pretesto che erano i miei editori ad avere i diritti d’autore. Non c’è stata nessuna condanna pubblica, e la questione è sprofondata in quel pacifico oblio che la Chiesa saggiamente riserva ai problemi importanti». Sei anni prima, incontrando Paolo VI, Greene gli aveva ricordato la condanna. Il papa rispose: «Signor Greene, è indubbio che qualche passo del suo libro possa offendere alcuni cattolici, ma lei non deve farci caso».

Il libro di Peter Godman, «I segreti dell’Inquisizione», è edito da Baldini Castoldi Dalai, pagine 360, 16


Luciana Sica
su arte e psichiatria

 
Repubblica 28.6.04
Saggi
Arte e psichiatria se l'ansia uccide lo sguardo
LUCIANA SICA


Eugenio Borgna affronta i temi che da sempre lo catturano - le penombre della malinconia, le angosce della condizione psicotica, le ferite dell´ansia - in un catalogo delle emozioni che spazia nell´universo della letteratura e della filosofia. Anche in questo suo nuovo libro, il dolore del vivere rientra negli sconfinati orizzonti di senso della vita interiore, con un puntuale rimando a certi versi dei poeti o alle riflessioni dei grandi pensatori. Ma con una novità: qui è in gioco soprattutto il rapporto tra psichiatria e creatività, è il lavoro di alcuni artisti del Novecento a diventare specchio degli aspetti oscuri della mente.
Van Gogh, Munch, de Chirico, Sironi, Bacon? nella lacerazione dei paradigmi dell´arte classica, il linguaggio dei corpi dilata la conoscenza degli smarrimenti dell´anima. Scorrendo le pagine di questo libro, che racchiude alcune significative immagini pittoriche, si coglie come la dimensione estetica dell´opera sia legata alla sua capacità di metterci in contatto con le alte maree delle emozioni.
Al tema "senza fine" del volto, è dedicato il capitolo forse più intenso. Non c´è solo il tempo dell´orologio che procede implacabile: c´è anche un tempo interiore che ritrasfigura i volti, quando lo sguardo non è più capace di relazione, di costituire un ponte che colmi la distanza con l´Altro. O, per dirla con Giacometti, tutti noi abbiamo occhi, ma non tutti abbiamo sguardi: l´angoscia può portarseli via.

Eugenio Borgna, Il volto senza fine, Le Lettere, pagg. 150, euro 14


scuola e cristianesimo, due articoli di Simona Maggiorelli:
cosa ci cucina Moratti per il prossimo anno scolastico

 
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Scuola market
La riforma Moratti e i cambiamenti dal prossimo anno scolastico
di Simona Maggiorelli


Sono appena finite le lezioni, ma per studenti e professori non c’è di che rilassarsi. A settembre troveranno una scuola profondamente mutata nei propri connotati fondamentali. Genitori e studenti si troveranno ad avere a che fare con una scuola in complesso molto più povera di contenuti culturali. E povera anche sul piano delle risorse materiali da investire nei corsi, visto il forte taglio di risorse deciso dal Ministero. «Una scuola molto diversa da quella che hanno conosciuto, mutata nei suoi aspetti costituzionali», denuncia il sindacalista Enrico Panini. «Sulla scuola secondaria superiore si stanno accentuando le attenzioni del Ministero e del governo e nei prossimi mesi – preconizza il segretario generale della Cgil Scuola - ci saranno grandi manovre di cambiamento». Intanto non esisterà più l’obbligo scolastico previsto dalla Costituzione, con l’attuazione del decreto legislativo che prevede l’introduzione di un più vago ”diritto-dovere all’istruzione e alla formazione”. E diventerà percorribile un’alternanza fra scuola e lavoro che, al nocciolo, significa, a partire da 15 anni, lavoro in fabbrica, normale lavoro di attività produttiva, con l’aggiunta di un ridottissimo rapporto con l’istruzione. Per questo gli istituti potranno stipulare convenzioni con le camere di commercio, con le imprese e con enti pubblici e privati. Ci saranno periodi più o meno lunghi di tirocinio in azienda e le esperienze di lavoro frutteranno crediti formativi riconosciuti dalla scuola. «In pratica si reintroduce la separazione tra scuola vera e propria e avviamento al mestiere - dice Piero Bernocchi, portavoce nazionale Cobas scuola - come accadeva prima della riforma del ’62, con in più l’aggravante, che oggi chi esce da questi percorsi non arriva a praticare un mestiere, perché la scuola non fornisce una vera abilità professionale e le aziende vogliono soprattutto manovalanza senza pretese, apprendisti flessibili e sottopagati da mantenere in una perenne precarietà».
Non tutte le regioni italiane, però, sono disponibili a fare questo salto. E non tutte le scuole, anche all’interno di una stessa regione o provincia, accettano di applicare la Legge 53, portando l’orario a 27 ore, più alcune ore facoltative, introducendo la figura del tutor (insegnante coordinatore che dovrebbe funzionare da raccordo fra scuole e famiglie e che i sindacati vorrebbero poter contrattare con il ministro), le materie facoltative e il portfolio di valutazione, insomma tutte le novità previste dalla Moratti. La riforma del titolo V della Costituzione ha permesso, nel bene e nel male, ad alcune regioni - alla Toscana, all’Emilia Romagna, alle Marche, all’Umbria in primis - di dire un primo no. È accaduto durante la conferenza unificata Stato Regioni del dicembre scorso. Ma gli effetti concreti di quella opposizione ancora non si vedono. E in ogni caso si potrebbe arrivare a un sistema scuola decisamente a macchia di leopardo, con differenze sostanziali, fra istituti anche a pochi chilometri gli uni dagli altri.
I nuovi programmi
All’orizzonte autunnale, oltre alla riforma dei cicli, si profila soprattutto un rimescolamento e una disarticolazione complessiva dei programmi e delle materie di studio, con tagli e vistose lacune. Preoccupa l’idea di “sapere” che si legge in filigrana nei programmi Moratti che hanno cominciato a circolare. Partiamo dalle maltrattate scienze. Bene, si scopre che l’ostracismo che la Moratti ha scatenato contro Darwin e la teoria dell’evoluzionismo nel decreto legislativo dello scorso febbraio non è affatto rientrato. Allora il ministro scriveva: «Le indicazioni nazionali privilegiano le narrazioni fantastiche, i miti delle origini ...». Sono partite da qui le reazioni forti dell’Accademia dei Lincei. Ai ripetuti appelli dell’intellighenzia della scienza italiana che paventava un ritorno al creazionismo e a teorie di fede ascientifica il ministro Moratti ha risposto con promesse di passi indietro. Istituendo una commissione di saggi e invitando Rita Levi Montalcini a guidarla. Ma passati più di tre mesi, la commissione non si è ancora riunita. E non si parla più di modificare i programmi.
Nel corpo della storia
I programmi di storia sotto la scure Moratti. Sparisce il colonialismo, spariscono le crociate e l’inquisizione. «L’insegnamento della storia – denuncia lo storico Adriano Prosperi – si trasforma in una favola edificante, cucita intorno all’Europa cristiana, che non sarebbe mai stata percorsa da conflitti».
E di questo passo, addio all’insegnamento di storia antica alle medie, dove, invece, tornano taglio, cucito e ricamo, insieme alla dominanza delle tre famigerate “i”: informatica, impresa e inglese in ottemperanza alle logiche del mercato. Ma, anche in questo caso, non senza contraddizioni e ombre, visto che al contempo si tagliano i fondi alle scuole (in tre anni tagli del 60 per cento dei contributi sul funzionamento della scuola, una media del 20 per cento in meno all’anno) e dunque sarà difficile poter acquistare computer e attrezzature per l’insegnamento di nuove tecnologie. L’aumento di ore di studio della lingua internazionale per antonomasia poi è, alla resa dei fatti, più presunta e auspicata, che reale. Alle elementari che hanno in programma lingue straniere, per esempio, le tre ore oggi obbligatorie di inglese si ridurranno a una. Le altre due dovranno essere richieste dalla famiglia fra le attività facoltative. Così anche alle medie dove le ore di inglese passano dalle attuali 99 annuali a 54, per far posto, in parte, alla seconda lingua (francese, spagnolo e tedesco). E da più parti - dai sindacati, dai genitori e insegnanti che più volte sono scesi in piazza in questi mesi - è anche e soprattutto quest’idea di una “scuola flessibile” ad essere criticata, una scuola dove le famiglie potranno acquistare come al supermarket quei percorsi formativi più adatti ai loro figli, o più semplicemente quelli che si potranno permettere dal punto di vista economico. E questo mentre la qualità e i contenuti culturali dei programmi continuano a inabissarsi.
Si starà a scuola, forse, più o meno per lo stesso range di ore, ma il tempo pieno diventerà sempre più “dopo scuola”, con più ore per la mensa e la ricreazione e meno per l’insegnamento e con il tentacolare espandersi di quelle materie di cosiddetta educazione alla “convivenza civile” che va dall’educazione stradale, a quella ambientale, dall’educazione alimentare a una generica educazione all’affettività, che ancora il ministro deve spiegare di che si tratti e chi la insegnerà. Ma soprattutto, la vera reginetta sarà “l’educazione cattolica”, ombra lunga sottesa a tutte le materie umanistiche e non, declinata fra ore di religione e insegnamento della più volte evocata “antropologia cristiana”, mutuata dalla Conferenza episcopale.
Scuola e religione
«Il ministro ha firmato con il Cardinale Ruini un’intesa sui programmi di insegnamento di religione cattolica in cui si dice che la scuola deve assumere come punto di vista l’antropologia cristiana. Da una scuola laica andiamo a una scuola confessionale - rilancia il dirigente della Cgil Panini - siamo di fronte a una chiara scelta, tutte le indicazioni fornite dalla Moratti sono più o meno infarcite di un’ottica confessionale. La Legge 53 sulla riforma della scuola fissa al capitolo primo, l’educazione ai valori spirituali».
Questo riguardo ai contenuti culturali. Sul piano economico, come incentivo, la Moratti offre bonus alle famiglie che scelgono le scuole private parificate, in maggioranza cattoliche. «A dire il vero - conclude Panini - la scuola privata è l’unico grande amore del ministro Moratti. È arrivata perfino a modificare le norme in modo tale che queste scuole possano fare come credono meglio. Da qui il boom dei diplomifici a cui stiamo assistendo. In un momento di tagli per la scuola pubblica, i soldi per le private il ministero riesce a trovarli. E questo indubbiamente grida vendetta». Insomma quando il ministro dice che l’Italia, diversamente dal resto dell’Europa, ha un monopolio che è quello della scuola pubblica, denuncia chiaramente quali sono le sue intenzioni. «Ma - commenta il sindacato - dimentica di dire che il ruolo della scuola pubblica è sancito dalla nostra Costituzione».

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Scocca l’ora di religione
Remo Ceserani: “La scuola della Moratti falsifica la storia”.
di Simona Maggiorelli


Insieme a Lidia De Federicis, una ventina di anni fa mise insieme uno dei manuali più stimolanti per la scuola superiore, Il Materiale e l’immaginario, una serie di sette volumi che invitavano lo studente, durante il triennio, a ricercare fra letteratura e storia, a ritagliarsi, con i professori e via via sempre più autonomamente, propri percorsi critici, all’interno di una materia letteraria che allargava lo sguardo oltre i confini della vecchia Europa. «Ancora oggi - racconta Remo Ceserani, docente di letterature comparate all’Università di Bologna - mi capita di incontrare persone che lavorano nell’editoria, giornalisti, ma anche avvocati e gente che fa i mestieri più diversi che mi dicono: a quel tempo ho imparato moltissimo su quei libri».
Nella scuola di oggi che accoglienza ha quel suo manuale laboratorio?
Anche se continuano ad esserci delle scuole che lo adottano, oggi sarebbe molto difficile proporlo su larga scala.
Cosa è cambiato?
Allora ci fu un momento di tensione ideale che non era solo del nostro manuale, era della scuola nel suo insieme. C’è stata una classe di insegnanti che si è entusiasmata per un tipo di lavoro un po’ diverso dal solito che richiedeva collaborazione fra colleghi, programmazione, e studio, lavoro in proprio. Che viveva la scuola come momento di comunicazione, di crescita comune.
Per gli studenti, anche se giovani, significava provare per la prima volta il piacere di fare ricerca?
Il Materiale e l’Immaginario era un modo di fare ricerca a livello della scuola superiore. Un elemento che è andato perso.
Con un’idea nuova di letteratura.
Ci credevo allora e continuo a crederci oggi, la letteratura non è un messaggio spirituale che viene dalla pura e semplice intuizione come avrebbe voluto Croce, ma nasce in un rapporto forte con la materialità della vita, con le sofferenze, con il lavoro. Adesso si parla tanto di studi culturali, quello era già un tentativo di collegare gli studi letterari a quelli culturali e sociali. Era il tentativo di imbastire un tipo di storia plurima che, per altro, non avevamo inventato noi ma ci veniva da alcuni modelli, dalla scuola francese di Les Annales, per esempio.
Il modello di scuola proposto dalla Moratti, sembra preferire una cultura tecnica parcellizzata e al tempo stesso, un po’ come all’epoca di Bacone, un patto forte con la Chiesa, come a dire a voi demandiamo le cose dell’anima noi ci occupiamo solo delle cose fattuali.
Mi viene in mente un articolo di Pietro Citati, alcune settimane fa, su Repubblica. Un intervento cartina di tornasole, che dimostra profonda incompetenza, mettendo Berlinguer e la Moratti sullo stesso piano, cancellando ogni differenza.
La crisi della scuola non data già dal ministero Berlinguer?
Come ministro Berlinguer ha fatto alcuni errori. Sbagliato il modo in cui è stato calato nella scuola, senza sufficienti mezzi, senza adeguata discussione e preparazione. Ma non era un progetto di un incompetente.
E la Moratti?
Non esito a dirlo, è a tutti i livelli un’incompetente. Il suo modello di scuola è una combinazione fra una scuola privata delle Orsoline e un college americano per fanciulle stile Vassar. Un mix micidiale. E la cosa che mette più in allarme è che si è circondata di pedagogisti di scuola cattolico-americana, una delle correnti della pedagogia, a mio avviso più pericolose.
In che senso pericolosa?
Perché hanno un’idea della pedagogia e della didattica molto tecnica e semplicistica, quando l’educazione, sempre di più, è un’operazione complessa. E poi propugnano uno spiritualismo molto piatto. Non so se ha visto i programmi della Moratti.
Al centro pongono la questione dell’educazione spirituale, religiosa, mentre c’è stata una discussione e poi un’esclusione di tutto questo dalla Costituzione europea. I francesi, in modo particolare si sono impuntati, hanno preteso che fosse dato un profilo laico all’Europa, in questo programma che io ho davanti c’è scritto il contrario. Si dice che: «un ragazzo ha consapevolezza sia pure in modo improduttivo delle radici storico giuridiche, linguistico letterarie e artistiche che ci legano al mondo classico e giudaico cristiano e dell’identità spirituale e materiale dell’Italia e dell’Europa». Io sono per un’idea di Europa esattamente opposta, cioè un’Europa delle differenze, un’Europa che è ricca proprio perché ha tante culture e tante spiegazioni del mondo e che ha tante diverse spiritualità, tante diverse materialità; questo, mi pare, dovrebbe essere la base di una moderna collettività europea.
E questi richiami a una vaga antropologia cristiana che, secondo il ministro Moratti, dovrebbero diventare il contenuto sotteso a differenti discipline umanistiche?
Quella frase che leggevo poca fa prosegue in maniera ancora più esplicita, dice: l’educazione di un ragazzo «colloca la riflessione sulla dimensione religiosa dell’esperienza umana e l’insegnamento della religione cattolica impartito secondo gli accordi cofondatari e le successive intese». È evidente che qui è al primo punto l’insegnamento della religione. È considerato il profilo fondativo e fondamentale della nuova scuola.
In questo contesto difficile pensare a una libera ricerca. E questo aspetto riguarda la scuola media superiore, ma anche l’Università?
Il mondo si sta sviluppando in modo molto rapido. In questo orizzonte di “globalizzazione” occorre una ricerca avanzata, intensa, a tutti i livelli e occorrono investimenti. Invece sono stati largamente ridotti. Si sono privilegiati alcuni settori rispetto ad altri: da un lato una scelta ideologica, dall’altro legata al mercato. Si privilegiano quelle ricerche che hanno delle ricadute nella produzione. In modo estremamente miope. La ricerca oggi, invece, è basata su tempi più lenti, le ricerche di base hanno una gradualità prima di arrivare alle applicazioni. Naturalmente questo richiede quattrini, non ha un immediato tornaconto.
Nel frattempo?
L’Italia si impoverisce se non rimane all’altezza della Cina o di quei paesi orientali che in questo momento stanno facendo dei passi enormi, investendo energie umane in questi settori.
Lei insegna letterature comparate. La produzione di paesi fin qui ai margini del canone occidentale adesso sembra segnare un punto di maturità, non più di sudditanza.
È così. In tutti i paesi occidentali la letteratura ha perso il compito di fornire materiali per l’identità nazionale; e quindi c’è stata un’apertura, almeno nei paesi più intelligenti, verso le differenze. La letteratura, in questo senso svolge un ruolo importante, succedeva già nella letteratura greca, già con i Persiani di Eschilo. I Greci ebbero questo improvviso e quasi mortale scontro con i Persiani ma Eschilo scrisse una tragedia sui nemici, per capire come erano fatti.
Con la riforma Moratti, invece, pare, ci si occuperà sempre meno di altri popoli. Di Fenici e Assiri Babilonesi, per esempio, soltanto al liceo, non più alle medie. Cosa comporterà questa perdita di uno sguardo largo sulla storia?
Purtroppo sono le parole d’ordine dei pedagogisti che stanno mettendo le mani sulla storia, uno dei territori sui quali è più facile compiere quest’operazione semplificatoria. Spalmeranno un po’ di storielle, dalle elementari in avanti. I miei colleghi storici sono disperati, si perde il senso della ricerca storica e delle tante storie. Una delle cose che avevamo tentato proprio con il Materiale e l’immaginario era cercare di cogliere l’eco delle tante storie. Che hanno un’applicabilità didattica molto importante, perché i ragazzi, così come nelle scienze possono lavorare in laboratorio, nella storia lavorano sui documenti a disposizione e imparano a conoscere il mondo in questo modo.


domenica 27 giugno 2004
calo demografico, un convegno a Genova:
«stress e paure, cala il desiderio»

 
Repubblica 27.6.04
Genova, duemila esperti a convegno spiegano il calo demografico: il problema non è solo sociale
Natalità, l'allarme dei ginecologi "Stress e paure, cala il desiderio"
Si alza l´età in cui si decide di avere figli, il parto naturale spaventa e tutto diventa difficile
di Donatella Alfonso


GENOVA - Quello che sempre più spesso le donne non dicono ai loro partner è: «Facciamo l´amore, fammi fare un bambino». Il calo del desiderio femminile è la realtà con la quale con frequenza crescente i ginecologi italiani si scontrano quando le pazienti lamentano mancate gravidanze. «Il primo figlio si fa a 31-32 anni, perché c´è da studiare, costruire una carriera, sistemarsi; poi c´è un periodo di stabilizzazione necessaria per la nuova famiglia» spiega Nicola Ragni, primario di Ginecologia e Ostetricia al San Martino di Genova e co-presidente con il professor Emilio Imparato dell´80° congresso della Società di Ginecologia e Ostetricia che si apre oggi a Genova con una "lectio magistralis" del professor Umberto Veronesi sul tumore al seno davanti a 2000 ginecologi. «Ma a 35 anni l´ovocita mostra già i primi elementi di menopausa; e intanto ne appare uno dei primi segni, il calo del desiderio - prosegue Ragni - I rapporti sono sempre più spesso a livello meccanico, manca l´aspetto legato ai sentimenti, all´emotività; si sa che si deve fare l´amore perché certe spinte ogni tanto arrivano. Ma, rispetto agli uomini, per la donna il problema è sempre più forte». Meno rapporti sessuali, meno nascite: colpa anche delle pressioni sociali, delle incertezze del momento storico attuale? «Mi sembra una sciocchezza: le nascite raggiungono il massimo nei paesi dove peggiori sono le condizioni di vita, non penso che in Italia si fanno meno figli perché si pensa che ci sia un cattivo governo - puntualizza Romolo Rossi, ordinario di psichiatria a Genova e psicanalista, tra i partecipanti alla tavola rotonda sulla nascita, in programma domani al congresso - Sono crisi cicliche, già accadute nell´impero romano, andamenti circolari delle società. Se mai, dalla mia esperienza clinica vedo che non c'è dramma più grosso per le donne che non avere figli, al punto da diventare una causa fortissima di depressione. La paziente può magari aver raggiunto grossi risultati sul lavoro, ma si sente fallita per la mancata maternità, perché questo la società le imputa; e si è resa conto di aver perso il grande, intoccabile vantaggio che aveva sull´uomo: dare una vita. Il che non toglie che manchi la spinta affettiva a questa maternità: si mangia anche se non si ha fame, quando si ha tempo. Così è per l´amore, che non si sa più fare. E maternità e affettività vanno sempre insieme».
Molto spesso, le donne che non riescono ad avere figli passano alla procreazione assistita; fare l´amore, come nel "Mondo Nuovo" di Huxley, non serve più. «Ma il desiderio di maternità è il motore della nostra vita, è ovvio che si cerchino strade alternative - spiega Nicola Ragni - ma se la maternità è frutto di tecniche che tolgono poesia e coinvolgimento, spesso la vita sessuale continua a restare un elemento casuale, secondario. C´è da considerare che sempre più spesso le donne pensano alla maternità come realizzazione del "prodotto perfetto": il bambino roseo, biondo e bello, quello che nasce dal cesareo senza correre rischi. Anche perché, come diceva Ivan Illich, la nostra capacità di far fronte alla sofferenza è ormai finita». I cesarei crescono non solo in Italia, ma qui la media viaggia ormai sul 33%, mentre secondo i ginecologi sarebbe giustificata nel 15-20% dei casi; e se il numero cresce nelle strutture private (considerando quindi anche una responsabilità dei sanitari, oltre che la scelta della donna), ci sono regioni come la Campania dove si arriva al 53% dei parti eseguiti chirurgicamente.


cultura tolemaica:
gli adolescenti secondo le neuroscienze

 
La Stampa 27 Giugno 2004
NUOVI STUDI SUL CERVELLO DEI GIOVANISSIMI, UNA REALTÀ ANCORA MISTERIOSA
«Passione e forza, ma niente freni»
Neurologi e scienziati al lavoro per «capire» gli adolescenti
di Raffaella Silipo


Capire un adolescente? Non si può, direbbe qualsiasi genitore di fronte agli inquietanti alieni che hanno preso il posto dei suoi deliziosi bambini. Qualcosa si può fare, sostiene invece Barbara Strauch, esperta americana che abborda la «questione teenager» dal punto di vista delle neuroscienze: la sfida del suo libro «Capire un adolescente» (Mondadori) è «vedere come cambia il cervello dei ragazzi tra i 13 e i 18 anni» attraverso i più recenti studi dei neurologi.
Cervello e adolescenza normalmente vengono collegati solo «a contrario», come due entità che si sfiorano appena. «Un libro sul cervello degli adolescenti? Sarà breve» era la battuta che si sentiva inevitabilmente fare l’autrice agli inizi delle sue fatiche. D’altronde non è da ieri che i teen agers sconcertano il mondo. Già Aristotele sosteneva che a questa età si hanno «desideri volubili» «tanto passeggeri quanto impetuosi» e Shakespeare liquidava il loro cervello definendolo «in bollore». Eppure i neuroscienziati per la prima volta stanno studiando l’adolescenza: la loro è una scienza in divenire che, al pari dei ragazzi che ne sono l’oggetto, sfugge a qualsiasi regola. «E’ possibile - si chiede la Strauch - che ci conducano in territori ancora inesplorati? Che ci aiutino a capire perchè un teenager può essere così simpatico e allo stesso tempo così insopportabile?»
Quel che è certo è che nell’adolescenza non soltanto il corpo è sottoposto a cambiamenti radicali, ma anche la mente: cambiamenti paragonabili per entità a quelli che avvengono nella prima infanzia. In particolare «sembra che le funzioni più complesse come il ragionamento, la motivazione e la capacità di giudizio, si sviluppino gradatamente durante l’infanzia e l’adolescenza grazie alla ricchezza delle sinapsi». Per cui se da un lato è lecito aspettarsi che i ragazzi inizino a dimostrarsi capaci di ragionamenti sempre più articolati, dall’altro «non dovremmo sorprenderci se hanno difficoltà a prendere decisioni». Col passare del tempo il cervello selezionerà le sinapsi, manterrà solo quelle utili e «poterà» le altre.
Un’altra trasformazione neurologica fondamentale negli adolescenti è il rimodellamento dei lobi frontali, quella parte di cervello che ci consente di resistere agli impulsi. Ecco perchè «molti ragazzi di quell’età non riescono semplicemente a prevedere le conseguenze delle loro azioni. Possiedono passione e forza ma nessun freno inibitorio». Collegata a questa caratteristica ce n’è un’altra che discende dal fatto che in un cervello adolescente il processo di «mielinizzazione» , cioè grosso modo di isolamento degli impulsi cerebrali, è ancora in atto. «Le emozioni che percepiamo - spiega uno scienziato - hanno due componenti, una viscerale e una concettuale. Nell’infanzia e adolescenza le esperienze emotive non sono perfettamente integrate con i processi cognitivi».
Gli esempi e le teorie sul cervello dell’adolescente sono moltissimi: è un filone di studi molto vivace («Time» vi ha persino dedicato la copertina), tanto quanto è vivace lo sviluppo delle menti dei teenager, finchè non incomincia a rallentare, a tranquillizzarsi, a ridursi e specializzarsi: da giungla incolta si trasforma in bonsai. Un sollievo per tutti, ma anche un peccato per quelle potenzialità che mai troveranno realizzazione. Perchè è vero, conclude la Strauch, «gli adolescenti sono un po’ strampalati. Ma lo sono sulla base di un progetto ben preciso. Non sono mai strampalati per caso».


Milano
cresce l'abuso di psicofarmaci

 
Corriere della Sera 24.6.04
«Giovani e sballo, medicine usate come droga»
Cresce l' abuso di psicofarmaci, oltre 100 morti in incidenti. Campagna contro gli stupefacenti ispirata al film di Tarantino
di Paolo Foschini


MILANO - Siamo lì ormai da anni e la tendenza è confermata sempre più: i più giovani lo fanno soprattutto alla ricerca dello sballo, gli adulti perché stressati dall’ansia di prestazione, efficienza, produttività, successo, insomma il mercato di ecstasy non sembra conosce crisi e quello di cocaina tira più che mai anche sui luoghi di lavoro.
La novità che si profila come sempre più allarmante invece è un’altra: ed è il consumo in crescita costante, specie fra i giovani ma non solo, di tutte quelle cose come sonniferi, antidepressivi, stimolanti, amfetaminici o al contrario tranquillanti, insomma tutto il repertorio di pastiglie che il parlar comune non definisce propriamente «droghe» ma che in caso di abuso possono diventare un pericolo assai simile.
Pericolo di cui - e questo è il punto - spesso manca un’esatta percezione. Sono queste alcune tra le conclusioni della ricerca annuale presentata ieri dal Comune a sostegno dalla sua campagna 2004 antidroga: che culminerà sabato, giornata mondiale della lotta agli stupefacenti, con una festa gratuita alla discoteca «Shocking» accompagnata da un manifesto destinato a tappezzare Milano e ispirato al Quentin Tarantino più recente. Anziché «Kill Bill» la scritta recita «Kill Drug», seguono droghe cancellate con un tratto di penna come nella locandina del film.
«Questa campagna rivolta ai ragazzi - spiega l’assessore ai Servizi sociali, Tiziana Maiolo - non vuole essere né paternalistica né terroristica. Vogliamo fare solo informazione, e quindi prevenzione, andando a cercare i giovani là dove sono». Cioè in discoteca, ma anche in una serie di iniziative e incontri organizzati in città al fino al 27 giugno, e naturalmente su Internet: dove il primo luglio sarà inaugurato il portale www.progettodipendenze.it, nato da una collaborazione fra il Comune e i privati, con un elenco di tutte le strutture accreditate per la disintossicazione e un forum per contattare esperti.
L’indagine di quest’anno, su un campione di duemila ragazzi tra 18 e 24 anni, mostra appunto che se i ragazzi conoscono i rischi della cocaina non si può dire altrettanto per gli psicofarmaci in genere: 28 su cento li hanno usati almeno una volta, e oltre la metà di questi 28 li riprova. Complesso il problema della mortalità. L’anno scorso i morti da overdose in senso stretto, a Milano, sono stati 18: ma gli incidenti mortali provocati da abuso di stupefacenti sono stati 126, e ad essi si potrebbero anche aggiungere i 122 suicidi compiuti con sonniferi e affini.
Il problema, conclude l’assessore Maiolo, è la percezione sempre più «normale» dell’uso delle sostanze: sempre più diffuse anche nei luoghi di lavoro. Ed è per raggiungere questo «target», fatto di manager e gente di spettacolo ma anche di funzionari di banca, impiegati e così via, che il Comune ha programmato per il prossimo settembre una serie di incontri e seminari direttamente negli uffici: diverse banche sono già state contattate e hanno risposto di sì.


lo stile americano
è ufficiale: l'uso della bomba su Hiroshima e Nagasaki non era necessario

 
nel centenario della nascita di Julius Oppenheimer

LA STAMPA TST 23 Giugno 2004
Hiroshima e Nagasaki
Di chi fu la vera colpa
I FISICI CHE CONSIGLIARONO IL RICORSO ALL’ATOMICA
ERANO TENUTI ALL’OSCURO DELLE ALTRE POSSIBILITA’
di Stefania Maurizi


OCCHI azzurri, sorriso nervoso, personalità complessa ed enigmatica. Nasceva cento anni fa, Robert Oppenheimer, il grande fisico americano che diresse la costruzione della prima bomba atomica. Costruita dagli angloamericani nel terrore che la potesse ottenere prima un dittatore contro il quale ogni avversario poté sentirsi tranquillamente dalla parte della ragione, la bomba tuttavia non fu usata contro Hitler.
Era la sera del 6 agosto 1945 quando la BBC annunciò che una bomba atomica era stata sganciata su una «base militare giapponese». La «base» in realtà era Hiroshima, una città in cui vivevano 290.000 civili e 43.000 soldati. Tre giorni dopo, anche la città Nagasaki fu distrutta da una bomba atomica, che utlizzava plutonio anziché uranio arricchito come quella di Hiroshima. Le due bombe complessivamente uccisero 300 mila persone e, quanto ai sopravvissuti, Oppenheimer arrivò a chiedersi se non fossero stati addirittura più disgraziati dei morti.
Si è detto che la decisione del presidente americano Truman di usare ordigni nucleari contro le popolazioni civili delle due città giapponesi fosse l'unico modo per chiudere con il minor numero di vittime possibile una guerra che altrimenti avrebbe richiesto una sanguinosa invasione del Giappone ma grazie alla desecretazione di documenti cruciali rilasciati nel corso degli ultimi cinquant'anni è emerso che l'uso della bomba non era necessario per chiudere la guerra in breve tempo e senza l'invasione: esistevano alternative, Truman e i suoi più stretti consiglieri le conoscevano.
Non le conoscevano, invece, i quattro scienziati chiamati a consigliare il governo americano sull'uso dell'atomica, cioè Oppenheimer, Fermi, Compton e Lawrence. «Non sapevamo assolutamente nulla della situazione militare in Giappone. Non sapevamo se fosse possibile convincerli ad arrendersi usando altri mezzi, oppure se l'invasione fosse un passo obbligato».
«Avevamo in testa l'idea che l'invasione fosse inevitabile, perché così ci era stato detto», avrebbe affermato in seguito Oppenheimer. Con il "cuore pesante" e con quel mucchio di dati, Oppenheimer e gli altri consigliarono l'uso delle due bombe che distrussero Hiroshima e Nagasaki.


alcuni altri articoli disponibili

 
chi volesse leggerli può richiederli con un'e.mail a questo indirizzo
(specificando, per cortesia, quale/i vuole ricevere)


La Stampa 27.6.04
Neruda, I cent’anni della farfalla nera, di Mario Vargas Llosa

La Stampa 27.6.04
Dodici saggi per ricostruire la storia del PCI a Torino, dal '45 al '91. Comunisti, che fine hanno fatto? di Giuseppe Berta

La Stampa 27.6.04
Un'invenzione letteraria moderna: tra Settecento e Novecento il tema dell'«alter ego» ha dato una svolta alla narrativa. Un'antologia ne indica il percorso, E il buono gridò: quel cattivo sono io, Da Chamisso a Calvino gli scenari imprevisti del Doppio, di Guido Davico Bonino

Corriere della Sera 27.6.04
Le arti fra l'inizio e la fine del primo conflitto mondiale, si affermano nuovi stili e tramontano i valori ottocenteschi, Tamburi di guerra, il lampo dell’espressionismo, di Gillo Dorfles

La Stampa Tuttolibri, 26.6.04
Rimbaud in Africa, Bell'Abissinia così ti illumino, di Giuseppe Marcenaro

La Stampa TTS, 26.6.04
«Il mio Oppenheimer», controverso protagonista dell'era nucleare era un raffinato equilibrista della parola, un collezionista di quadri dal valore astronomico ed uno «snob» geniale, di Tullio Regge


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sabato 26 giugno 2004
storia criminale del cristianesimo
 
Repubblica, ed di Napoli 26.6.04
QUANDO I CRISTIANI TAGLIAVANO LE TESTE
di Giovanni Romeo


Il taglio della testa, che dovrebbe riuscire con un colpo solo e quindi evitare troppe sofferenze, è un privilegio. Quando però si sale sul patibolo come colpevoli dei delitti ritenuti più efferati, le tecniche di esecuzione abituali non bastano.
Si deve educare il popolo, dissuaderlo col terrore dagli eccessi del condannato: ci sono uomini bruciati vivi, arrotati, squartati, si strappano pezzi di carne con tenaglie infuocate, o si tagliano arti, a persone vive. Talvolta le teste o i quarti dei giustiziati restano esposti, ben in vista, a futura memoria, finché agenti atmosferici e animali non ne fanno scempio. Solo verso la metà del Settecento l´intensità e la crudeltà delle condanne a morte cominciano ad affievolirsi e si apre il faticoso percorso che condurrà all´abolizione della pena capitale e all´abbandono degli orrori "ufficiali". Sono solo gli esiti di questo lento e recente processo storico che ci consentono oggi di sentirci estranei e inorriditi di fronte alle atrocità che ci sono esibite: in precedenza il cristianesimo non era servito a nulla.
Ha invece radici in un passato un po´ più lontano il senso di superiorità con cui le guardiamo. Già nel Cinquecento il rigore delle esecuzioni capitali si allentava, quando il reo era pronto a chiedere perdono a Dio per le sue malefatte, a riconoscere la legittimità della condanna subita e a piegarsi alla confessione e alla comunione. I più incalliti criminali potevano conquistare così ? e solo così ? il diritto a un´esecuzione "normale". Era un meccanismo tipico dei processi dell´Inquisizione, che i giudici di Stato inserivano di buon grado nel loro modello di condanna a morte, perché ne rafforzava la credibilità e l´efficacia. Per gli stessi motivi, i boia erano anche autorizzati, su segnalazione dei confratelli incaricati del conforto, a torturare chi alla vigilia dell´esecuzione era restio all´assunzione dei sacramenti. Sembra incredibile, ma è così, a Napoli, come nel resto d´Italia.
Lo schema era applicato con particolare zelo ai condannati di religione islamica. Se accettavano in extremis di convertirsi, ottenevano un´esecuzione "normale"; in caso contrario, andavano incontro alla pena che avevano meritato. Il tranello teso ai confortatori napoletani e al boia nel 1672 da uno schiavo musulmano, che prima accetta il battesimo per sfuggire a una crudele esecuzione e poi lo rinnega, è una delle testimonianze più ricche di questo scontro di civiltà. Nel nostro disorientamento di oggi, nella difficoltà di capire gli orrori iracheni, c´è anche questo, c´è una lunga storia di intolleranza e di disprezzo. Se ce ne rendiamo conto, anche gli echi di drammi così lontani nel tempo possono essere di stimolo e di aiuto: a non guardare le altre civiltà dall´alto in basso, a comprendere prima di giudicare, a riflettere più sugli elementi che ci uniscono che su quelli che ci dividono. Aveva fatto così, nel 1587, un vecchio schiavo musulmano, quando un sacerdote napoletano lo aveva invitato a farsi cristiano, per evitare che il suo cadavere fosse buttato in un immondezzaio: gli aveva semplicemente risposto che tutti siamo figli di Dio grande, che Dio aiuta tutti.


«l’Asia è il continente più ostile al cristianesimo»
 
La Stampa 26.6.04
Ricerca di una associazione indipendente sulla libertà religiosa
«Non solo Islam, è allarme induismo»
L’Asia è il continente più ostile al cristianesimo
di Marco Tosatti


CITTÀ DEL VATICANO. E’ l’induismo aggressivo e xenofobo, dopo - ovviamente - l’Islam nelle sue forme più radicali (e non necessariamente terroristiche) il «cattivo» dell’anno nel rapporto sulla libertà religiosa stilato dall’associazione «Aiuto alla Chiesa che Soffre». Ed è sicuramente l’Asia il continente in cui è più difficile credere, vivere pubblicamente la propria fede ed eventualmente passare ad un’altra. Ma neanche l’Europa è esente da problemi. Se in Russia nel 2003 e nei primi mesi del 2004 - a detta di molti osservatori - si è potuto notare un discreto miglioramento del rispetto della libertà religiosa (sul quale tra l'opinione pubblica e tra le diverse confessioni è in corso un dibattito ampio), in Bielorussia il regime autoritario del presidente Alyaksandr Lukashenko rende l'attività religiosa praticamente impossibile per molte comunità religiose minoritarie. La Chiesa ortodossa gode di uno status privilegiato rispetto agli altri gruppi religiosi, mentre l'accesso ai vari settori statali è precluso alle altre religioni e la Chiesa cattolica è costretta a vivere ai margini della legalità.
Ma anche in Turchia, dove all'inizio del 2003 il governo ha approvato modifiche tese a rafforzare il rispetto dei diritti umani e delle libertà personali, nell’ottica di favorire l'adesione del Paese all'Ue, la situazione appare difficile. «La Chiesa cattolica subisce restrizioni all'attività di evangelizzazione - scrive il rapporto -. Un frate cappuccino italiano, il 60enne padre Roberto Ferrari, da 45 anni missionario in Turchia, è stato messo sotto inchiesta dalle autorità che gli hanno anche ritirato il passaporto e impedito il ritorno in patria per aver amministrato il battesimo a un giovane di 26 anni.
Il mondo islamico è però sicuramente quello dove si registrano i maggiori problemi. Camille Eid, specialista del mondo arabo e autore del libro «A morte in nome di Allah» sui martiri cristiani dalle origini dell’Islam a oggi, ha parlato di luci ed ombre, e di qualche voce, che in Arabia Saudita, chiede di riformare il curriculum scolastico, elimimando dai testi liceali citazioni del tipo: «Pur essendo esperti nelle scienze, gli infedeli rimangono ignoranti e non meritano di essere chiamati sapienti, perché la loro scienza non ha oltrepassato le cose della vita terrena e questa scienza è incompiuta». E nell’Arabia Saudita wahabita, che proibisce ai cristiani di pregare, costruire chiese o dire messa (pena l’arresto o peggio), 700 imam sono stati obbligati a corsi di «rieducazione», perché giudicati troppo radicali.
Diversa, sia pure con luci e ombre, la situazione altrove. Se il rettore dell’università cairota di Al Azhar, Al Tantawi, ha detto che «la religione islamica accetta solo la fede scaturita da una libera scelta e non dalla costrizione», accettando perciò che dall’Islam si possa passare ad un’altra fede, un imam altrettanto famoso (ha una rubrica su «Al Jazeera») sostiene che l’apostasia di un musulmano è un tradimento della patria e, quindi, è punibile con la morte. Cina, Vietnam e soprattutto Corea del Nord cercano di distruggere, o almeno controllare, le spinte religiose. Ma se questi Paesi hanno una lunga e affermata tradizione di violazione delle libertà, religiose e e non solo, un «outsider» sta emergendo in maniera preoccupante. «Il fondamentalismo induista in India calpesta - scrive “Aiuto alla Chiesa che Soffre” - ripetutamente i diritti delle minoranze etniche e religiose, nega loro i diritti costituzionali e ne minaccia l'esistenza. I valori di tolleranza e rispetto, che hanno permesso ai sikh del Punjab di dare vita a una religione nata dalla fusione tra induismo e islam e che hanno animato la spiritualità e la vita di Buddha e del Mahatma Gandhi, sono oggi gravemente violati».

Repubblica 26.6.04
FEDE E POLITICA

In molte zone il culto è vietato, in altre i seguaci di Cristo sono accusati di proselitismo: nel mirino dei fondamentalisti chiese e missionari
Cristiani sotto attacco in tutto il mondo
Persecuzioni e minacce soprattutto in Asia e nei paesi islamici
In Laos molte persone sono state imprigionate e spinte a rinunciare alla loro fede
In Birmania il governo offre favori e denaro a chi lascia la Chiesa e torna al buddhismo
di MARCO POLITI


ROMA - Cristiani nel mirino. Il Rapporto 2004 sulla libertà religiosa nel mondo, pubblicato dall´Acs («Aiuto alla Chiesa che soffre»), mostra un´ondata di astio, violenze, intolleranza, azioni minacciose fino all´omicidio che colpiscono cattolici e protestanti in varie parti del mondo: specie in Asia e in alcuni paesi islamici. E´ come se la ruota della storia avesse cominciato a girare all´incontrario. Gruppi e comunità cristiane, che tre secoli fa avevano iniziato fiduciosi la loro marcia di espansione attraverso il globo terraqueo al seguito di mercanti, soldati e funzionari, si ritrovano oggi sulla difensiva di fronte all´esplodere di fondamentalismi e ultra-nazionalismi. Si moltiplicano le situazioni in cui i seguaci di Cristo vengono considerati un elemento estraneo, se non una vera e propria infezione del corpo di un´etnia o di una compagine sociale e statale.
Il Laos lo afferma esplicitamente: il cristianesimo è una «religione straniera imperialista» e di stagione in stagione cristiani vengono picchiati, imprigionati, torturati perché non firmano il documento di «rinuncia volontaria» alla propria fede. Attilio Tamburrini, direttore della sezione italiana di Acs, mette in guardia dal contare solo morti e martiri. Di stragi ce ne sono state meno nel 2003 rispetto al 2002, ma è il quadro complessivo di intolleranza e rigetto che preoccupa. In Arabia saudita la repressione di ogni forma di culto non-islamica persiste. Nel Brunei è vietato - come nella grande maggioranza dei paesi arabi - il proselitismo tra i musulmani. Nel Buthan è proibito dal 2000 il culto pubblico dei cristiani. In Indonesia continuano le distruzioni di chiese da parte dei fondamentalisti musulmani. In Birmania il regime offre incentivi ai cristiani che ritornano al buddismo (ma perseguita con eguale impegno anche i musulmani). In Pakistan torture e arresti ai danni dei cristiani avvengono sotto pretesto di una presunta violazione del reato di «blasfemia». In India prosegue la campagna d´odio lanciata dai fanatici induisti contro le più diverse comunità cristiane accusate di forzare le conversioni. E´ simbolico l´attacco di un gruppo estremista contro la Pata Fellowship Church del villaggio di Patapaypangara, culminato con la distruzione della chiesa e il tentativo di mettere sull´altare una statua di divinità indù. In Somalia, dove il 5 ottobre scorso fu uccisa la missionaria laica Annalena Tonelli, è proibita qualsiasi forma di proselitismo, mentre in Algeria il fondamentalismo islamico colpisce soprattutto i musulmani moderati e laici.
Nel quadro spiccano i sussulti sanguinosi che si verificano in Nigeria e in Sudan, dove odio religioso e odio etnico formano una miscela politicamente esplosiva. Non ideologica, ma motivata dalla preoccupazione nuda e cruda dell´establishment partitico di mantenere la propria supremazia, appare di converso la politica sistematicamente vessatoria delle autorità cinesi nei confronti delle comunità cattoliche che dichiarano esplicitamente il loro legame con la Santa Sede. Padre Cervellera, direttore di Asia News, riporta che il regime consente oggi scuole private straniere, «ma non religiose». Così come a Cuba i conflitti riguardano il governo e la dissidenza cattolica o l´episcopato per quanto riguarda la richiesta di una riforma politica generale, ma non investono la libertà di culto della popolazione.
D´altro lato, dopo l´attacco alle Torri Gemelle qualcosa è cambiato in peggio anche negli Usa, paese notoriamente tollerante. Il Consiglio delle relazioni americano-islamiche denuncia che nel corso del 2003 le aggressioni contro i musulmani sono aumentate del 70 per cento sino a raggiungere quota 1.019 tra incidenti e manifestazioni di violenza.
Eppure si fanno strada anche esperienze positive. In molti stati ex sovietici o dell´est europeo la libertà religiosa è stata più o meno restaurata. E qualcosa di importante sta avvenendo anche in alcuni paesi arabi. In Qatar si è tenuta il mese scorso un´importante conferenza islamo-cristiana. E persino nell´Arabia saudita, racconta Camille Eid, uno dei massimi esperti sulla situazione religiosa nei paesi musulmani, si manifestano segni di novità: «Alcuni intellettuali coraggiosi hanno chiesto la riforma dei testi scolastici che denigrano i miscredenti».
Chi è libero, tuttavia, a volte diventa prepotente. In Croazia i vescovi cattolici hanno bloccato l´introduzione nelle scuole dell´insegnamento di yoga.


storia:
Isabella "la Cattolica" (1451 - 1504), «santa o spietata»?

 
Corriere della Sera 26.5.04
Mentre i vescovi chiedono la canonizzazione della regina a 500 anni dalla scomparsa, gli storici accusano: crudele con ebrei ed eretici
Santa o spietata, Isabella divide ancora la Spagna
d Mino Vignolo


MADRID - Si festeggia con mostre, convegni, biografie, restauro di monumenti dell’epoca il quinto centenario della scomparsa di Isabella la Cattolica, la grande regina che, assieme al marito Ferdinando di Aragona, unificò la Spagna nella fede cristiana, riconquistando Granada, l’ultimo regno musulmano in terra iberica, e permise a Cristoforo Colombo di scoprire l’America, fornendogli le caravelle. Isabella, grazie all’aiuto fornito al navigatore genovese, ebbe un ruolo straordinario nella evangelizzazione del Nuovo Mondo, un ruolo riconosciuto dalla Chiesa che già nel 1494, due anni dopo la scoperta dell’America, concesse alla regina di Castiglia e al marito il titolo di «Re cattolici».
Autorevoli voci dell’episcopato spagnolo, come quella degli arcivescovi Antonio Rouco Varela e Braulio Rodriguez, si sono alzate per porre il sigillo finale alla riconoscenza della Chiesa accelerando la canonizzazione della sovrana. La conferenza episcopale ha seguito l’invito ed ha chiesto al Vaticano di riesumare la causa di beatificazione che si è aperta nel 1958 ma che sembra essersi impantanata nel timore, fondato, di ravvivare polemiche. Isabella la Cattolica non fu anche la regina che, assieme al marito, decise di espellere dalla Spagna la comunità ebraica e quella musulmana.
In occasione del quinto centenario della morte è stata organizzata la mostra «Isabella la Cattolica: la magnificenza di un regno», che ha carattere nomade, si è aperta a Valladolid prima di trasferirsi a Valencia, a Santiago e a Granada. Altre rassegne minori si sono tenute a Madrigal de las Altas Torres, luogo di nascita, e a Medina del Campo, località dove la regina morì nel 1504.
Ma in Spagna non si parla solo delle iniziative. Si discute sulla santità di Isabella. E la maggioranza degli storici, pur ammirando le doti della sovrana, non sono d’accordo con i vescovi spagnoli. Manuel Fernandez Alvarez, autore della biografia Isabel la Catolica (Espasa), sostiene che la regina fu una persona devota ma non santa. «È stata una grande regina - dichiara -. Era molto religiosa e tutti i santi sono stati molto religiosi. Ma lei non era una santa. La devozione e la estrema religiosità non assicurano la santità. Era una sovrana, una posizione che implicava a volte essere giustiziera implacabile. Secondo le testimonianze dell’epoca preferiva il rigore nelle pene alla clemenza». E sulla sua figura pesa l’espulsione dal regno di coloro che non erano di religione cristiana e l’impulso dato all’Inquisizione, la caccia agli eretici e ai falsi convertiti. «Non bisogna sottovalutare episodi come quello dell’espulsione degli ebrei dicendo che erano cose dell’epoca. Ci sembra una decisione terribile, oggi, ma era terribile anche allora. E ancora più orrendo è essere bruciati vivi in un falò durante l’Inquisizione. Era così terribile e diffusa la pratica che lo stesso Papa Sisto IV, che diede il via con una Bolla all’Inquisizione in Castiglia nel 1478, chiese di porre un freno. Bisogna tenere in conto le circostanze storiche però il cattivo comportamento rimane cattivo».
Uno dei maggiori esperti di Isabella la Cattolica e della sua epoca, Antonio Dominguez Ortiz, pensa che la regina sia stata una ottima sovrana ma che il Vaticano farebbe bene a trascinare nel tempo la richiesta di beatificazione per non creare polemiche non necessarie. I difensori della beatificazione ricordano, come è scritto nel comunicato ufficiale dei vescovi, che Isabella è stata «una figura eccezionale nella impresa della evangelizzazione dell’America» e pensano che la sua intransigenza religiosa vada inquadrata nello spirito dei tempi. Allora vigeva in Europa il principio «cuius regio, eius religio», in base al quale le persone dovevano professare la religione del re o del signore del luogo in cui vivevano.
Non è d’accordo con questa tesi il segretario della Federazione delle comunità ebraiche Carlos Schorr. Ritiene Isabella indegna di «essere elevata agli altari» perché fu «intransigente con coloro che non la pensavano come lei» e quindi non può diventare, in qualità di beata o santa, un modello da imitare per le schiere dei fedeli.


«Ma che cosa sono le "radici cristiane"?»
 
L'Adige 26.6.04
Ma che cosa sono le radici cristiane?
di Franco Valduga


Il papa lamenta che non sia stato introdotto nella bozza di costituzione europea il riferimento alle "radici cristiane" dell´Europa, da lui lungamente e insistentemente richiesto. Ma in che cosa consisterebbero queste radici cristiane? Nel fatto che le religioni europee si richiamano al cristianesimo?
A che serve questo, se non ha impedito che da Cristo in poi gli europei siano state quasi costantemente in guerra fra di loro e con altri, abbiano sottomesso i popoli del resto del mondo, mentre uno degli aspetti fondamentali del cristianesimo è l´amore, anche verso chi ci offende, verso i "nemici"? Addirittura crociate sanguinose sono state fatte, perorate da papi. Non solo contro gli arabi infedeli, ma contro cristiani europei dichiarati eretici e nemici perché non la pensavano come voleva la gerarchia ecclesiastica. Centinaia di migliaia di morti. Che c´entra Cristo con tutto ciò?
Per secoli la Chiesa cattolica ha avuto addirittura un suo stato, lo Stato della Chiesa appunto, dove avrebbe potuto realizzare compiutamente una società fondata sui valori del cristianesimo. Si possono capire, laicamente, i motivi per cui quello Stato non fu affatto un modello di cristianesimo: ma perché lo si dovrebbe dimenticare? Se volete salvarvi, lasciate tutto e venite con me, diceva Cristo. Lui sarà stato un po´ estremista forse, ma questo è un altro aspetto fondamentale della sua predicazione. Non se ne vede traccia nella storia d´Europa, nemmeno nelle Chiese che a lui si richiamano. Figurarsi nella pratica normale dei laici. Ricerca continua di ricchezza e di potere, sfruttamento, oppressione, umiliazione dei deboli. Questi sono stati i "valori" affermati di fatto in Europa, ed esportati in tutto il mondo. Altro che radici cristiane. I pochi aspetti di solidarietà che si rifanno ai valori cristiani dell´amore e della fratellanza fra gli uomini, presenti nelle istituzioni statali europee (pari dignità di tutti, assistenza sanitaria pagata con contributi versati dalla generalità, pensione per gli anziani, retribuzione dignitosa, anche scuola pubblica gratuita e simili), sono stati conquistati con lotte lunghe e dure, e vengono sistematicamente picconati in questi ultimi tempi.
È molto meglio insistere perché nella costituzione europea siano inseriti questi principi. Nell´articolato, non nel preambolo. E sopra tutti sia inserito (ma poi rispettato anche) il ripudio della guerra come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali. Questo realizza sicuramente punti fondamentali della predicazione di Cristo. Un semplice richiamo a non precisate "radici cristiane" è solo fonte di equivoco. Ognuno può vedervi ciò che vuole, compresa la supremazia delle chiese che si richiamano a Cristo: supremazia non solo nei confronti di altre religioni ma anche dei singoli stati. Non sarebbe cosa nuova.


venerdì 25 giugno 2004
«L'amore per la mamma è una droga»
 
Repubblica 25.6.04
Su "Science" il lavoro di due ricercatrici del Cnr: i topolini privi di "oppiacei endogeni" perdono l'attaccamento materno
L'amore per la mamma è una droga dalle cavie nuova scoperta shock
Lo studio potrà essere usato come indicazione sperimentale per capire meglio anche l'autismo
La sostanza che crea il legame con la madre viene prodotta pure per alleviare lo stress
di CLAUDIA DI GIORGIO


ROMA - L´amore per la mamma è un po´ come una droga? È quel che si potrebbe dedurre dall´esperimento effettuato da due ricercatrici italiane del Cnr e una del Cnrs francese, pubblicato sul numero di oggi della rivista americana "Science". Al centro dello studio c´è il legame di attaccamento tra madre e neonato, il cosiddetto "bonding", forse il più profondo dei vincoli biologici. Il meccanismo di formazione del bonding affascina gli scienziati da tempo (basti citare i famosi esperimenti di Konrad Lorentz con gli anatroccoli), ma da qualche anno alle classiche ricerche comportamentali si sono affiancati studi che vanno a caccia delle sostanze che determinano l´instaurarsi del legame.
Studiando un gruppo di topolini mutanti, Anna Moles e Francesca D´Amato, dell´Istituto di neuroscienze e psicobiologia del Cnr a Roma, in collaborazione con Brigitte Kieffer, hanno scoperto che tra queste sostanze giocano un ruolo di primissimo piano i cosiddetti oppiacei endogeni, molecole come le endorfine, che vengono prodotte naturalmente dal nostro organismo e che sono parenti strette di derivati dell´oppio come morfina o eroina. Il nostro corpo le produce come analgesici naturali e per alleviare lo stress, ma soprattutto per "premiare", associandoli a sensazioni di piacere, i comportamenti che hanno un valore adattativo, vale a dire che migliorano le capacità di sopravvivere e trasmettere i propri geni. E quale comportamento è più essenziale per un neonato dell´attaccamento alla madre, che nutre, protegge e rassicura?
Moles e D´Amato hanno messo alla prova l´importanza degli oppiacei nel bonding usando topi geneticamente modificati in modo tale da essere privi dei recettori "mu", le molecole con cui si legano sia le endorfine che la morfina. In pratica, sono topi che non reagiscono agli oppiacei. E, di conseguenza, nemmeno alla separazione dalla madre. Quando questa viene allontanata, normali topolini di 8 giorni squittiscono a lungo e disperatamente. I topolini mutanti della stessa età, al contrario, manifestano indifferenza, strillando poco o nulla. Inoltre, posti di fronte alla scelta tra un nido con l´odore della propria mamma e l´altro di un´estranea, ben due terzi dei topolini mutanti sono andati nel secondo.
La scoperta è un´importante indicazione sperimentale che «il cattivo funzionamento del sistema degli oppiacei naturali sia implicato nell´indifferenza sociale dei bambini autistici».


«America the beautiful»
 
Repubblica 25.6.04
Sbarcano in Europa i missionari del Silver Ring: predicano l'astinenza ai teen-ager
Dall'America l'anello della castità

La compagnia del "Silver Ring" ha convinto all´astinenza ben 22 mila giovani americani. Oggi sbarcano a Londra, ma l'accoglienza sembra fredda
I missionari dell'anello di castità
Dopo i proseliti in Usa, ora sfidano gli esuberanti teen-ager inglesi
L'iniziativa è di un sacerdote protestante L´obiettivo, evitare gravidanze minorili
di ENRICO FRANCESCHINI


UNA fede d'argento al dito di un adolescente, negli Stati Uniti, equivale a una cintura di castità: è una dichiarazione di astinenza dai rapporti sessuali. La moda del "Silver Ring" è nata qualche anno fa in America per combattere il fenomeno della gravidanza minorile: convincere i giovani che il modo più sicuro per non cadere in tentazione è un orgoglioso atto di rinuncia, la promessa di arrivare vergini al matrimonio. Lanciata da un sacerdote protestante, l'iniziativa ha avuto un certo successo nel profondo sud degli Usa, la regione più animata dal fervore dell'integralismo cristiano.
Ora però il movimento sbarca in Europa: a partire da oggi, una ventina di zelanti "missionari della fede argentata" cominciano una tournèe a Londra per convincere gli adolescenti d´Inghilterra a imitarli. Sono in programma conferenze, dibattiti, volantinaggi. Ma le aspettative sono piuttosto basse: i media britannici hanno ignorato o ridicolizzato l´idea, psicologi e assistenti sociali la criticano, i sondaggi indicano che le ragazze e i ragazzi d´oggi, nel Regno Unito, non si lasceranno persuadere dalla crociata per l´astinenza sessuale.
Gli Usa sono il paese sviluppato con il più alto tasso di gravidanza tra le donne al di sotto dei vent´anni: il 22 per cento. In Europa, la media è molto più bassa, intorno al 4-5 per cento, con la vistosa eccezione della Gran Bretagna, dove è del 13 per cento. Era dunque logico che il movimento per la castità, dopo avere conquistato l´America, provasse a fare altrettanto con il Regno Unito. Lo scetticismo con cui viene accolto ha sorpreso il fondatore del "Silver Ring", il reverendo statunitense Denny Pattyn: «Non capisco come sia possibile che un paese con un problema così serio non sia interessato a un metodo nuovo e promettente per risolverlo». A Londra, tuttavia, giornali ed esperti citano varie ragioni per spiegare il disinteresse. La prima è che la Gran Bretagna, a differenza degli Stati Uniti, è diventata negli ultimi decenni una nazione largamente secolarista, dove la religiosità è caratteristica di un´esigua minoranza: senza una forte convinzione religiosa è difficile farsi prendere dal fascino della castità. Un´altra è che la rivoluzione sessuale degli anni '60 ha definitivamente spazzato via ogni residuo del puritanesimo che caratterizzava l´era Vittoriana. Una terza ragione è che altri metodi per combattere la gravidanza minorile e il pericolo di malattie contratte sessualmente stanno avendo miglior esito: come l´educazione sessuale nelle scuole, la contraccezione, i consultori pubblici. «Far cambiare atteggiamento ai giovani è possibile, come dimostrano i progressi che abbiamo ottenuto nella lotta al fumo e all´ubriachezza al volante», osserva John Tripp, sociologo della Exeter University, «ma occorrono motivazioni valide».
Del resto anche negli Usa il successo del "Silver Ring" è relativo: ventimila giovani con l´anello dell´astinenza al dito sono poca cosa rispetto a una promiscuità sessuale dilagante. Recentemente il New York Times ha segnalato addirittura che nelle scuole medie superiori americane sta cadendo in disuso l´abitudine a corteggiarsi per avere il "boyfriend" o la "girlfriend", considerati poco "cool", cioè sorpassati, mentre è più di moda avere rapporti sessuali casuali senza alcun legame affettivo.

Repubblica 25.6.04
GLI ESPERTI
La verginità è un valore "di nicchia", ma i ragazzi preferiscono comunque aspettare
"Italiani, prima volta senza fretta"
Qui i missionari non avrebbero successo, ma sarebbe utile più informazione: nel 2002 le baby mamme sono state diecimila
di VERA SCHIAVAZZI


ROMA - Invitare i giovani italiani alla castità? Non serve, grazie. In molti casi ci pensano da soli, rinviando il momento del primo rapporto sessuale (oggi, in media, collocato in Italia tra i 17 e i 18 anni per i maschi e tra i 18 e i 19 per le ragazze) e, comunque, affrontando il sesso in modo assai più rilassato delle generazioni che li hanno preceduti. Castità e verginità sono invece per i ventenni italiani un valore «di nicchia», collegato a particolari comunità o appartenenze, magari anche al desiderio di andare controcorrente. Un impulso rispettabile, ma non più così attuale visto che, sul fronte opposto, si è allentata in tutta Europa quella pressione sociale che fino a cinque, dieci anni fa faceva sentire profondamente a disagio soprattutto le giovani donne che a 18 o vent´anni non avevano ancora provato un rapporto sessuale completo.
Lo spiega Franco Garelli, il sociologo torinese che da sempre si occupa di adolescenti e di giovani, e lo confermano numerose ricerche, a cominciare da quella, condotta da lui stesso, «I giovani, il sesso e l´amore». «Dal nostro campione di interviste, realizzate soprattutto a Napoli, Bologna e Torino, è emerso che soltanto il 5 per cento non ha ancora avuto rapporti tra i 20 e i 24 anni - spiega il docente - circa la metà del gruppo ha perso la verginità tra i 17 e i 19 anni, con una differenza di un anno tra maschi e femmine: le ragazze in genere aspettano un po´ di più». Ma che cosa hanno detto gli intervistati giudicando dopo mesi o anni quel primo approccio col sesso? «Soprattutto le ragazze, pur non dichiarandosi "pentite" e non attribuendo un particolare valore alla verginità perduta hanno espresso sovente un po´ di rammarico perché l´esperienza non era stata poi così bella». Ed è proprio questo effetto-ripensamento che spinge molti giovani non tanto a restare vergini a lungo, quanto a lasciar passare un periodo non breve prima di ricominciare.
Più dei missionari di "Silver Ring Thing", comunque, ai ragazzi e soprattutto alle ragazze italiane gioverebbe maggiore informazione: nel 2002, i bambini nati da minorenni sono stati poco meno di diecimila, mentre le interruzioni di gravidanza prima dei 18 anni autorizzate dai Tribunali sono state 4 mila, cioè più del 7 per cento del totale secondo i dati diffusi da «Sos Donna». Commenta Tilde Gianni Gallino, docente di Psicologia dell´età evolutiva: «Non stupisce che un movimento in favore della castità si sviluppi in America, dove è molto forte l´influenza della collettività sui singoli e dove, d´altro canto, le quattordicenni diventano spesso drop out in seguito ad una gravidanza precoce e rappresentano un serio problema sociale. Ma in Italia è molto diverso: da un lato i rapporti non sono così precoci, dall´altro i ragazzi ci arrivano dopo esperienze sessuali mediate, in qualche modo "contrattate" dalle ragazze che oggi hanno più consapevolezza e più potere di un tempo».


 
Repubblica 24.6.04 segnalato da Licia Pastore

TRASTEVERE
E a piazza San Cosimato comincia il restyling


Tra due mesi, il via ai lavori per riqualificare lo slargo
Piazza San Cosimato, tra due mesi iniziano i lavori di riqualificazione. Il Comune ha infatti appena pubblicato l´avviso di gara d´appalto, che verrà aggiudicata il prossimo 21 luglio. Poi un mese per le verifiche dei requisiti, infine il cantiere, che rimarrà aperto per un anno. Durante gli interventi, i banchi verranno trasferiti in un´area vicina, probabilmente via dei Veneziani, che dunque sarà chiusa alle auto in orario di mercato dalle 8 alle 14.
«Si tratta di un intervento importante - ricorda l´assessore alle Attività produttive Daniela Valentini, che ha lavorato al progetto insieme all´assessore al Territorio Roberto Morassut - La riqualificazione mette insieme il rispetto per una zona storica di pregio e le esigenze della vita quotidiana».
A vincere il concorso per la progettazione definitiva ed esecutiva della piazza sono stati gli architetti Lorenzo Pignatti Morano e Federica Ottone, che l´hanno spuntata su 76 gruppi di partecipanti. Ora, gli interventi restituiranno a Trastevere una piazza rinnovata, in gran parte pedonale, libera e fruibile di pomeriggio grazie ai banchi mobili, 20 su 28 complessivi, tutti ripensati con un diverso design, in legno lamellare, montati su una pedana sempre di legno.
Il mercato resterà nella parte nord della piazza, mentre al centro, intorno al grande platano, verranno allestiti verde, panchine e zone d´ombra, per permettere la chiacchiera e il riposo. Un nuovo spazio giochi completerà l´opera, insieme ad una migliore illuminazione e al ripristino dell´accesso al cortile della chiesa di san Cosimato, dove si trovano il centro anziani e un giardino.
Il progetto di sistemazione della piazza è stato fortemente voluto dal presidente del primo municipio Giuseppe Lobefaro e dai residenti, che hanno espresso suggerimenti e segnalazioni attraverso le associazioni del rione.
(ce.ge)


un caso:
l’ultimo «matto» di Collegno

 
LA STAMPA 25 Giugno 2004
GENOVESE, LAUREATO IN FILOSOFIA, QUANDO LA LEGGE CANCELLÒ GLI OSPEDALI PSICHIATRICI RIFIUTÒ UNA CASA ALLOGGIO
Addio all’ultimo «matto» di Collegno
Morto a 69 anni: non ha mai voluto lasciare il manicomio
di Marco Neirotti


Io me ne andrò di qui soltanto quando mi avrete restituito i vent’anni di vita che mi avete preso». Insieme con la sofferenza c’è una cascata di dignità nella disfida di C.R. Viveva da vent’anni nel manicomio di Collegno quando - 1994 - si arrivò alle ultime dimissioni dei malati psichiatrici, verso casa, verso parenti, verso comunità e case famiglia. Lui li guardava partire, come si sconta un addio e si augura una speranza. E, intanto, si aggrappava al suo nido: «Non ho chiesto io di venirci, mi ci avete portato e adesso voglio rimanerci. Cambiare idea e metterci fuori è troppo comodo».
Se n’è andato tre giorni fa. Sdraiato in una bara, distrutto dalle 80 sigarette al giorno che gli hanno fatto compagnia di giorno e di notte. L’ultimo superstite di una stagione finita da tempo, da quando la legge 180 promossa da Franco Basaglia trovò applicazione definitiva: signori, si chiude. C.R. - forte e debole - quel «si chiude» non lo voleva sentire. Gli fecero vedere un minialloggio curato e pulito in Grugliasco. Rispose no. La soluzione trovata da uno psicologo che gli voleva bene fu un angolo dell’appartamento che un tempo occupava il prete dell’ospedale. Si rintanò lì con i suoi libri: da San Tommaso a Kant, da Shopenhauer agli utopisti (Campanella, Moro, Bacone), da Freud a Jung. E poi poesia, narrativa, storia.
Questo paladino - suo malgrado - della vecchia istituzione manicomiale nasce nel 1935 a Genova, ultimo di cinque figli. A sei anni assiste ai lamenti dell’agonia della madre. Affronta crisi di panico e poi, perso in sue nebbie, forse per esorcizzare quel dolore, decide che sua madre a tutti gli effetti è la sorella quindicenne. Frequenta il liceo classico, si laurea in filosofia, è un ottimo insegnante. Ha una cattedra in un liceo. Ma all’inizio degli anni ‘70 accade qualcosa.
Si parla di bombe atomiche, fine del mondo. Lui si rifugia in una casa di campagna, si nasconde tra il materasso e la rete per evitare le radiazioni. Rimane lì immobile per giorni, senza mangiare e bere, in attesa dell’Evento. Finché non lo trovano. E’ il primo ricovero coatto. In ospedale incontra il dottor Annibale Crosignani. Insieme discutono del concetto di tempo, che lui filtra attraverso Bergson, Claudel. E’ una bella sfida fra persone di cultura. Tanto da far sì che possa tornare a casa. Si circonda di libri. Un altro delirio lo assale: l’avvelenemanto. E’ il tormento che lo assilla giorno dopo giorno. «Arrivammo a nutrirlo per flebo, perché era ossessionato dal veleno».
A Collegno ci sono in quel periodo duemila malati e lui va e viene per i reparti, incontra i parenti dei ricoverati, dà consigli, scrive lettere a casa per conto terzi, «addirittura faceva i compiti per i figli degli infermieri», ricorda Crosignani. Quest’uomo gentile, in alternanza fra delirio e realtà, sfida l’istituzione: «Voglio vedere la mia cartella clinica, è mio diritto». Trent’anni prima del consenso informato. Perché? «Perché voi medici scrivete solo antitifo, quattro vaccini e via. La voglio completa per quando la troveranno, così come forse si troverà quella di Nietzsche». Controlla ed è rasserenato. Ha voglia di fare. Gli affidano la biblioteca dell’ospedale: «Fu straordinario - dice Crosignani - ci ritrovammo con tutto catalogato, ordinato. Ci telefonava a casa: lei, dottore, ha preso un dizionario di psicologia che appartiene all’istituzione». C.R. è uguale e opposto al Frank Drummer dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, che all’ingorgo di sentimenti che non riesce a esprimere reagisce studiando a memoria l’Enciclopedia Britannica. Per lui, invece, il libro viene prima, viene prima della schizofrenia paranoide.
«Di qui me ne vado quando mi restituite quegli anni». L’altro matto, più «matto» di lui, cioé il professor Crosignani, ha una bella pensata: deve tenere un corso agli infermieri sugli effetti collaterali degli psicofarmaci e presenta il professor C.R., gli lascia la parola. Ascoltano, prendono appunti, lui è preciso, dettagliato, quasi commosso. Nessuno specialista in neuropsicofarmacologia può dissertare con tanta dovizia di particolari. Tanto che quando il malato chiede un certificato per la pensione, lo psichiatra replica: «Scrivilo tu. Se è corretto lo firmo». Firma arrivata. «Mi obbligava a ragionare», dice oggi Crosignani.
Ci crederanno in pochi che era un paziente a parlare agli studenti. Ma quel paziente teme la solitudine, guarda l’enorme Certosa svuotarsi. Quando la legge 180 apre i cancelli, Crosignani va sul territorio, fino al primariato alle Molinette. Lui, il filosofo dolce e disponibile che ha paura di essere avvelenato, si sente tradito: «Lei se n’è andato, mi ha lasciato solo». E’ il lavoro, gli spiega, è la legge. «Non ho chiesto io di venire qui. Per vent’anni mi avete cercato i segreti, mi avete scavato le perle nel cuore e poi addio».
E rimane lì, con la sua tenacia, con lo sguardo cupo verso il cibo. Finché un male del corpo e non della mente se lo porta via, il tenente Drogo che vola dal Deserto dei tartari di Buzzati alle «antiche scale» di Tobino, guardiano paziente, memoria di una rivoluzione psichiatrica.
Al camposanto erano pochi: lo psichiatra Crosignasni e un altro specialista, uno psicologo, la sorella, due infermiere, un altro malato, forse lo stesso che gli teneva in ordine la stanza. Uscendo, Crosignani ha detto: «A volte gli domandavo: secondo te che dovrei fare? Ci aiutava a sfuggire alla logica dello specialista, del tapis roulant delle cure. Per noi lui è stato un paziente, un amico, un maestro».


Vladimir Il'ic Ul'janov, detto Lenin (1870 - 1924)
 
Corriere della Sera 25.6.04
Per un medico israeliano il leader comunista avrebbe contratto la sifilide prima della rivoluzione
Il mal d’amore, ultima ipotesi su Lenin
di St. B.


Sifilide: sarebbe solo questa la diagnosi da scrivere sulla cartella clinica di Lenin. Diagnosi che continua a sembrare scomoda per il padre della rivoluzione bolscevica, ancora più scomoda se si pensa che (all’epoca) il governo sovietico si era impegnato in «un’intensa campagna» per rimuovere quella che nella Russia degli zar era stata a lungo considerata una vera e propria piaga. L’ipotesi formulata da un’équipe di medici israeliani (poi rimbalzata sull’European Journal of Medicine e sul New York Times) non è, comunque, nuova: ma quello realizzato da Vladimir Lerner, capo del dipartimento di psichiatria del Bèer Sheva Mental Health Center è con tutta probabilità «lo studio più completo e convincente» mai realizzato sull’argomento. A supporto della propria tesi, Lerner cita (tra l’altro) il fatto che Lenin (1870-1924) fosse stato curato con il salvarsan, farmaco che al tempo veniva utilizzato in pratica esclusivamente per combattere la sifilide. E a confermare la sua ipotesi arriva il commento di Deborah Hayden, storica della medicina (e della sifilide in particolare) che ricorda come «alcuni biografi di Lenin avessero riferito che i suoi medici curanti già sospettassero questa patologia, anche se nessuno aveva mai messo insieme tutte le informazioni sul caso».
Ma quando Lenin avrebbe contratto la sifilide? Secondo i medici israeliani, con tutta probabilità, il contagio sarebbe avvenuto nell’Europa degli anni precedenti alla Rivoluzione d’ottobre e tutto sarebbe nato da un rapporto sessuale. Lenin avrebbe combattuto a lungo con gli effetti di una malattia allora considerata incurabile e che con l’andar del tempo avrebbe manifestato sintomi sempre più «devastanti e dolorosi». Anche dal punto di vista politico visto che, secondo Lerner, sarebbe stata sempre colpa della sifilide (che presenta anche complicazione cerebrali) se Lenin sarebbe stato incapace di esprimere una posizione coerente e una guida forte proprio «nel periodo in cui Stalin complottava per prendere il controllo del Partito comunista».
Ma non tutti sono così sicuri come Lerner e la sua équipe. Innanzitutto sembra mancare proprio quella prova certa che potrebbe venire solamente nel caso in cui fosse concessa «la possibilità di accedere» al cervello di Lenin, attualmente tagliato a fettine e gelosamente conservato in un istituto scientifico di Mosca. Possibilità remotissima (se non da escludere in modo assoluto) visto che le autorità locali hanno già fatto sapere «di non avere alcuna intenzione di svolgere test ed esami del Dna sulla materia cerebrale di Lenin».
Eppure i medici israeliani restano sicurissimi: «Se si prende l’intero caso Lenin - arrivano a dire -, si cancella il suo nome dalla cartella clinica e la si mostra ad un neurologo, questo parlerà subito di sifilide». Caso mai, si potrà utilizzare uno dei tanti eufemismi (come «malattia del marinaio») che hanno da sempre mascherato un «male» tanto irrispettoso da colpire persino Lenin.


giovedì 24 giugno 2004
cultura tolemaica 2:
alcuni articoli dal Corsera

 
Corriere della Sera 24.6.04
GLI ITALIANI Ansioso 1 su 3


Un italiano su tre soffre di ansia o depressione e uno su due ne ha sofferto almeno una volta. Lo rivela un’indagine dello psichiatra Marcello Nardini dell’Università di Bari su un campione di oltre duemila persone
I MODI : Insonnia e fobie. L’ansia si presenta sotto forma di tensione, preoccupazioni, insonnia, difficoltà a concentrarsi, attacchi di panico, fobie
LE CURE: I farmaci. Sono efficaci varie forme di psicoterapia, in particolare la cognitivo comportamentale. I farmaci sono di aiuto, purché sotto stretto controllo

Corriere della Sera 24.6.04
Addio alla paura, il segreto nel cervelletto
Ricerca italiana scopre nei topi la proteina che fa ricordare i traumi. «Potrebbe servire contro l’ansia»
di Margherita De Bac


Un brutto incidente, una violenza sessuale, uno scippo. La reazione a esperienze sgradevoli è la paura. E la paura genera ansia. Quando ci ritroveremo in una situazione che richiama esperienze già vissute, o avremo il timore di riviverle, saremo colti da un senso di angoscia, con ricadute a livello psichico. Colpa della memoria. La «memoria della paura». Uno studio pubblicato sull’ultimo numero della rivista internazionale Neuron fa intravedere una cura (tutta da verificare e comunque lontana) per cancellarla. Per impedire che ricordi traumatici vengano immagazzinati, processo che richiede due o tre giorni a partire dall’evento. Scienziati italiani hanno infatti scoperto nel cervelletto del topo la funzione di una proteina la cui assenza determina la rimozione dei ricordi recenti. In parole semplici, gli animaletti geneticamente privi di questa sostanza non imparano la paura. «Sia chiaro, è molto prematuro immaginare una pillolina antiansia - evita ogni tipo di semplificazione Piergiorgio Strata, neurologo di Torino che ha coordinato la ricerca condotta presso la Fondazione ricerca Santa Lucia, a Roma -. Però è molto importante aver individuato il meccanismo che permette di dimenticare». La pasticca, se davvero venisse sintetizzata, funzionerebbe un po’ come la pillola del giorno dopo, che annulla il rischio di gravidanza dopo un rapporto sessuale. Esempio: torno a casa la notte, dall’ombra spunta un uomo che mi aggredisce. Il giorno successivo prendo il farmaco e prevengo l’ansia che mi catturerebbe scorgendo in un’altra occasione un’ombra nella notte, seppur innocua.
Strata si è sempre occupato del cervelletto, una regione cerebrale che, come hanno confermato una serie di studi recenti, non solo sovrintende ai movimenti, ma allo stesso tempo coordina alcune funzioni superiori, psichiche. E’ coinvolto anche nelle emozioni. In questo piccolo organo è stata individuata una sinapsi, cioè il punto di contatto tra due neuroni, che produce una proteina essenziale per la memoria. Di fronte a un evento che innesca paura questa proteina si trasforma e la sua trasformazione resta evidente almeno per le successive 24 ore. I topi che geneticamente non la possiedono hanno la fortuna di rimuovere i traumi, di non immagazzinarli. «In teoria riproducendo lo stesso meccanismo nell’uomo si potrebbe fargli dimenticare le esperienze spiacevoli che sono alla base di ansia, nevrosi, sindromi post traumatiche. In questo caso si cancellerebbe un ricordo molto recente, non le paure innate che costituiscono la nostra difesa contro i pericoli dell’ambiente», spiega Strata. La ricerca, fa notare Carlo Caltagirone, direttore scientifico della Fondazione Santa Lucia, è stata possibile anche dal fatto che «la Fondazione, attraverso l’Istituto europeo di ricerche sul cervello, l’Ebri, ha stabilito una rete di laboratori con progetti in comune per lo sviluppo di tematiche che difficilmente un unico gruppo potrebbe portare avanti».
Strata sta lavorando con un gruppo giapponese che ha messo a punto una molecola sintetica capace di inattivare la proteina che fa sedimentare la paura. Verrà provata su topi sani per verificare se davvero si riesce a prevenire l’ansia.

Corriere della Sera 24.6.04
IL VALORE DELL’ESPERIENZA
di Massimo Piattelli Palmarini


Puntualmente, le notizie dal mondo della biologia ci ricordano che, grazie alle raffinate tecniche di ingegneria genetica, le specie viventi costituiscono ormai una biblioteca di testi complessi, che i ricercatori più smaliziati riescono non solo a leggere, ma anche a riscrivere, fino nei minuti dettagli. Nell’ultima ricerca pubblicata su Neuron si parla di topi geneticamente manipolati, i quali risultano incapaci di ricordare eventi spaventosi recentemente subìti. Già si sapeva che la memoria duratura di un evento si basa su modificazioni chimiche ed elettriche stabili di alcune connessioni nervose, cioè di alcune sinapsi. Il meccanismo principale di tale modifica consiste nella sintesi e nella fissazione, sulle membrane delle cellule nervose, di particolari proteine. Bersaglio della ricerca del gruppo torinese è la proteina codificata da un gene chiamato GRID2. Modificando questo gene, e quindi il suo prodotto, l’animale impara sul momento la reazione di paura acquisita, ma poi la dimentica. Continuano a funzionare le associazioni paurose innate, come quelle a un colpo di pistola o alla presenza di un serpente, ma gli abbinamenti nuovi, per esempio con uno shock elettrico o un elevato livello di rumore, si disciolgono abbastanza rapidamente nel tempo in questi topi mutanti. Il centro cerebrale specificamente coinvolto è il cervelletto, tradizionalmente ritenuto il direttore d’orchestra per la coordinazione dei movimenti, soprattutto nella marcia e nella corsa, ma recentemente accreditato anche per un controllo di connessioni per svariate altre funzioni, compresi alcuni compiti linguistici. Il suo coinvolgimento nella formazione e la stabilizzazione delle memorie a lungo termine è il risultato scientifico più notevole di questa nuova scoperta.
Il cervelletto dialoga con la cosiddetta amigdala, ben noto centro cerebrale molto profondo, molto antico, che i mammiferi hanno in comune con i rettili. L’amigdala è notoriamente connessa con la paura, l’ansietà, i segnali di pericolo, la reazione ad un animale che si avvicina troppo e, come recentemente mostrato, nell’uomo, anche al dispiacere di perdite economiche. Alcune patologie dell’amigdala inducono, negli esseri umani, autismo, depressione e particolare suscettibilità ad attacchi di ansia. Il gene adesso manipolato dagli studiosi italiani è coinvolto nelle connessioni tra cervelletto ed amigdala e si rivela indispensabile al processo di memorizzazione e apprendimento attraverso esperienze paurose. I film di fantascienza ci hanno abituato ad immaginare situazioni nelle quali memorie particolari vengono impiantate o rimosse chimicamente dall’esterno. Questa scoperta rimuove un po’ del prefisso «fanta» e avvicina tali possibilità almeno di un primo timido passo, verso la scienza vera e propria. Il gene in questione è presente, infatti, anche nell’uomo ed esso assomiglia a quello del topo per ben l’ottanta per cento, nella sua sequenza di Dna, e le sue sregolazioni sono legate a una patologia chiamata atassia cerebellare. Inevitabile domandarsi se si avrebbe il diritto, potendolo fare, di rimuovere selettivamente certe memorie spaventose dal nostro cervello e dalla nostra mente.
Le memorie fanno parte integrante di ciò che costituisce una persona come quella persona e sono parte della nostra privata sensazione di identità. Inoltre, ci serve imparare dalle memorie delle nostre esperienze molto negative. Manipolarle appare, quanto meno, di dubbia legittimità etica, perfino se lo facessimo con il pieno consenso dell’interessato. D’altro canto, i reduci dalle guerre, le prigionie, le torture, i sequestri e altre immense sciagure limitate nel tempo, spesso trovano arduo reinserirsi in un’esistenza normale. In tali casi estremi, si sarebbe tentati, se mai tale tecnologia divenisse veramente accessibile, di rimuovere selettivamente i ricordi spaventosi.
Il professor Strata si dichiara prudentemente favorevole, in linea di principio, a tali interventi, in casi estremi. Una volta di più, l’etica delle manipolazioni genetiche e farmacologiche stenta a seguire il passo delle ricerche. Dovremo procedere caso per caso, soppesando anche le possibili controindicazioni cliniche, per ora del tutto ignote. Chi beveva per dimenticare, forse, inconsapevolmente e goffamente, anticipava solo i tempi.


cultura tolemaica 1:
alcuni articoli da Repubblica

 
Repubblica Salute 24.6.04
Sua signoria la Serotonina
La molecola che decide il nostro umore La produzione stimolata dal movimento e dalla digestione. E dallo psicofarmaco più famoso
di Francesco Bottaccioli


LA SEROTONINA, 5-idrossitriptamina (5-HT in sigla), viene prodotta da alcune decine di migliaia di neuroni (pochi rispetto a un contesto fatto di miliardi di cellule) collocati nel tronco dell'encefalo, posto nella parte bassa del cervello (i cosiddetti Nuclei del Rafe), Da qui queste cellule distribuiscono una selva di prolungamenti (assoni ricchi di collaterali) in avanti verso tutte le aree fondamentali del cervello e in basso verso il midollo spinale, dove si connettono sia ai neuroni che comandano il movimento (motoneuroni) sia a quelli che ricevono le sensazioni (neuroni sensitivi) sia ai neuroni del simpatico.
La molecola viene catturata tramite diversi tipi e sottotipi di recettore. Nell'intestino, ad esempio, la stimolazione del recettore 5-HT3 produce una sensazione di pienezza che può arrivare fino alla nausea violenta.
Molto studiato è il recettore che trasporta la serotonina (sert o 5-HTT). Un cattivo funzionamento del trasportatore può non solo ridurre la disponibilità di serotonina nei neuroni, con rabbia e depressione, ma anche un incremento della molecola fuori dai neuroni, con possibile aumento dell'infiammazione e alterazione della coagulazione del sangue. Questa alterazione può dipendere da una variante genetica che sembra diffusa e rilevante soprattutto per le donne. (f. b.)

Repubblica Salute 24.6.04
I "brutti pensieri" causati dai farmaci
Allarme delle Sanità Usa, inglese e canadese


Nelle scorse settimane le autorità sanitarie americane, canadesi e inglesi hanno messo in guardia prescrittori e assuntori di farmaci antidepressivi serotonergici, in particolare per quanto riguarda il loro uso nei giovani con meno di 18 anni di età.
La decisione della Fda, l'ente governativo Usa di controllo sui farmaci, è la più cauta. Da un lato ha chiesto alla Columbia University di riesaminare i 25 studi su questi farmaci, al tempo stesso ha deciso di scrivere sul foglietto delle istruzioni "non è stato provato che causino un incremento del rischio di suicidio". La qual cosa ha suscitato critiche e ilarità di un movimento d'opinione che da anni segnala alle autorità statunitensi il rischio che, in alcuni soggetti, l'inizio della terapia con serotonergici possa aumentare pensieri suicidi.
L'Agenzia governativa inglese (Mhra) ha invece deciso che, al momento, solo un farmaco, la fluoxetina, ha prove tali da essere usato nei giovani sotto i 18 anni. Tutti gli altri, la paroxetina, la sertralina, il citalopram, la fluvoxamina non sono meglio del placebo, e in più potrebbe aumentare il rischio di suicidio o di idee suicide. Recentemente su Lancet un gruppo della Università di Londra ha dimostrato che le aziende non pubblicano tutti i dati a loro disposizione, dai quali emerge un quadro più preoccupante di quello noto.
Gli studiosi denunciano la scarsa o nulla efficacia dei farmaci sopradetti, almeno nei giovani, e gli effetti avversi: l'aumento delle idee e dei propositi suicidi e la possibile sindrome da astinenza nel caso di una loro brusca interruzione. E se non sorprende l'astinenza, comune a altri psicofarmaci, per l'incremento dei propositi suicidi è difficile avanzare spiegazioni. E' noto da tempo solo un meccanismo di desensibilizzazione dei recettori da eccesso extracellulare di serotonina e l'esistenza di una variante genetica che renderebbe meno efficiente il trasporto della molecola, esponendo le persone portatrici a una grave alterazione della trasmissione serotonergica. Ma per ora sono ipotesi.
Resta il fatto che "Lancet" denuncia l'assenza di una ricerca di Stato, indipendente, ed il monopolio di fatto degli studi clinici delle aziende. Cita il caso dell'inglese Biobank, che vuole reclutare mezzo milione di volontari per la sperimentazione dei farmaci. Presidente del comitato scientifico della Biobank è John Bell, che è anche il direttore di Roche, il colosso farmaceutico. È evidente, afferma "Lancet", che il coinvolgimento di interessi è tale da porre sospetti sulla trasparenza e correttezza degli studi da cui poi verranno autorizzati nuovi farmaci. (f. b.)


Repubblica 24.6.04
Ne soffrono 2 milioni d´italiani, colpite le donne
Estate, stagione a rischio per gli attacchi di panico


ROMA - Attacchi di panico per oltre due milioni di italiani, Ed è l´estate la stagione più a rischio. Molte volte la vittima predestinata è donna: due terzi delle persone che ne soffrono, soprattutto tra i 18 e i 40 anni, sono donne, quasi sempre in carriera, in competizione e stressate. Ma sono anche le grandi città, Roma e Milano in testa, a contare il maggior numero di casi. Questi i numeri diffusi dal neurologo Rosario Sorrentino, membro dell´Accademia americana di Neurologia e a capo dell´Uiap, unità italiana contro gli attacchi di panico, presso la clinica Paideia di Roma, Il neurologo ritiene che in estate gli attacchi s´intensifichino. «In questa stagione - dice - si rompe con la quotidianeità e quindi ci si sente meno protetti. Ma soprattutto cambia il clima che incide notevolmente sull´insorgenza del disagio mentale». Almeno un italiano su tre ha vissuto un episodio di attacco di panico, la paura di morire, di respirare e di volare. Il 10% di questi malati è candidato ad avere il disturbo da attacco di panico

Repubblica 24.6.04
L'animale, grazie a una proteina, dimentica i traumi
Si studia un "supertopo" per vincere ansia e paura


ROMA - Si nasconde nel cervelletto uno dei nodi di quella "rete della paura" di cui i neuroscienziati stanno ricostruendo il tracciato. La scoperta, che appare domani sulla prestigiosa rivista "Neuron", è opera di ricercatori dell´università di Torino e della Fondazione Santa Lucia di Roma, coordinati da Piergiorgio Strata. Lo studio riguarda un tipo di sinapsi (il collegamento in cui passano i segnali tra i neuroni) che ha sede nel cervelletto, e che ha una proteina prodotta da un gene detto GRID2. Studiando topi con una mutazione genetica naturale che provoca la mancanza della proteina, i ricercatori hanno scoperto che questi animali non ricordano gli eventi traumatici (ad esempio la scossa elettrica presa passando in un certo punto di una gabbia). Mentre i topi normali imparano a evitare le zone a rischio, i mutanti al momento hanno paura, ma dimenticano lo shock quasi subito. «Lo studio - commenta Strata - conferma che il cervelletto è coinvolto in funzioni superiori complesse. Ed è un importante passo avanti verso terapie per le sindromi fobiche e post-traumatiche». (c.d.g.)


a proposito di «radici cristiane»
sul manifesto

 
il manifesto 24.6.04
EUROPA
Le radici disperse e la sconfitta del Papa
FILIPPO GENTILONI


Le fonti ufficiali del Vaticano hanno parlato di «rammarico» per l'assenza delle «radici cristiane» nel testo della nuova costituzione europea. «Non si tagliano le radici dalle quali si è nati». Probabilmente rammarico è troppo poco: il Papa ha criticato la costituzione con una certa violenza, parlando in polacco al di là del testo ufficiale. Una irritazione, questa del Vaticano e personalmente del Papa, sulla quale vale la pena di riflettere. Almeno tre gli interrogativi ineludibili. Il primo è storico: sono veramente cristiane le radici dell'Europa? Il secondo è politico: non sarebbe meglio difenderle in altro modo le supposte radici? E ancora: come mai questa insistenza vaticana - insolita, a dir poco - su un tema che lo vede perdente?
La storia è ben nota. Ed è, a dir poco, complessa. Molte le radici della nostra Europa, e fra queste quelle cristiane non sono certamente dominanti. E sono anche «sporche»: i cristiani si sono violentemente combattuti fra di loro mentre cercavano a fatica di affermarsi sulle altre radici. Basti pensare a quelle della cultura greca. In quanto all'Europa moderna, poi, le sue radici si riconoscono molto più nei principi della rivoluzione francese che in quelli del vangelo. La lettura vaticana è, a dir poco, parziale e faziosa.
Ma qui si inserisce il secondo interrogativo. A che cosa gioverebbe la contestata menzione delle presunte radici cristiane? Non sarebbe meglio se il presunto spirito cristiano dell'Europa unita fosse letto nella vita degli europei più che nel testo di una costituzione? E' qui, nella vita, il vero testo. Ma qui si legge tutt'altro. Si legge di un'Europa che negli ultimi secoli si è voluta imporre sugli altri, che si è distinta per le guerre e il potere, non certo per lo spirito delle beatitudini. Lo si chieda, quale è il volto dell'Europa e quali sono le sue radici, a tutti i colonizzati schiacciati, dall'India all'Africa. La loro voce conta molto più di un testo redatto a tavolino dai diplomatici di turno. Per non parlare degli ebrei, ai quali sarebbe bene chiedere quale è la loro presenza e il loro ruolo in un'Europa che si vanta delle sue radici cristiane. Forse addirittura antisemite.
Anche oggi , mentre si parla di globalizzazione e di immigrazione, l'Europa non mostra certamente un volto «cristiano»: si provi a rivolgere il discorso non tanto ai deputati di Strasburgo ma agli immigrati sbattuti sulle coste del Mediterraneo e poi rinchiusi nei lager.
Come mai, allora, nonostante tutto ciò, il Vaticano insiste? Non sarebbe meglio chiedere perdono, come il papa ha fatto con coraggio a proposito dell'Inquisizione? La diplomazia vaticana, d'altronde, non cerca sempre di evitare le sconfitte? Si può cercare di rispondere ricordando quanto il discorso sull'Europa sia caro a Wojtyla. Fin dai primi tempi del pontificato il papa parlava di Europa «dall'Atlantico agli Urali»: unita e cristiana. Il crollo dei muri, però, non favorì quel sogno. Nasceva una Europa unita più dal capitalismo filoamericano che dalle sue presunte radici cristiane. Oggi, con la costituzione dell'Europa a 25 il sogno wojtyliano si è ripetuto, ma se ne sta ripetendo il fallimento. L'Europa a 25 nasce più laica che cristiana: le sue radici non sono certamente nella rivoluzione d'ottobre, come forse qualcuno aveva sperato, ma neppure nelle pagine del vangelo, come ha sperato il Vaticano. Caso mai, piuttosto nelle rivoluzioni borghesi del sette e ottocento. Con i loro vantaggi e i loro limiti.


embrione
il prof. Vattimo sul manifesto

 
il maifesto 24.6.04
PROCREAZIONE
La nuda vita dell'embrione
di GIANNI VATTIMO


Ma i difensori dell'embrione e dei suoi diritti si rendono conto che la loro sacralità della vita è tutto il contrario della dedizione ai valori con cui cercano di giustificare ciò che, alla fine, è solo una vera e propria idolatria spermatico-cellulare? Che cosa hanno da fare i valori con la «nuda vita» (prendo liberamente l'espressione da Giorgio Agamben), che per loro si riduce al grumo di sostanze da cui, in futuro, può venire un essere umano titolare cosciente di diritti ? Un effetto collaterale delle recenti discussioni sulla legittimità della guerra e sugli ideali in nome dei quali può essere giusto morire in battaglia non dovrebbe essere anche la presa d'atto che la nuda vita, priva delle «vivendi causas», non ha alcun senso? I valori - la cultura, lo scambio intersoggettivo, la volontà di lasciare alle generazioni future un mondo più felice, per non parlare della speranza nell'al di là - hanno poco o nulla da fare con la pura e semplice sopravvivenza biologica? Certo, si risponderà che senza questa non ci possono neanche essere quelli. Ma quando i due valori confliggono, o comunque impongono scelte come quelle che si presentano nei casi di eutanasia, aborto, sperimentazione con gli embrioni, proprio lì è il caso di domandarsi che senso ha la difesa della nuda vita a tutti i costi. Si può ragionevolmente sospettare che la troppo spesso untuosa preoccupazione di non danneggiare questa vita non sia un modo di opporsi alla «crisi dei valori», ma ne sia invece la più completa espressione. Come dire che non crediamo più a niente, e allora salviamo almeno la pelle. Se no dovremmo approvare i tanti che rubano «perché tengono famiglia»; e stigmatizzare come fanatici i partigiani ventenni della canzone di Calvino, che si «conquistavano le armi in battaglia» - non certo per farne una collezione da museo.
Già, ma allora il pacifismo? E anche molte giuste e condivisibili ragioni di un minimalismo etico che ci vuole salvare dai fanatismi del passato? Tutto bene, ma meglio sarebbe giustificare queste posizioni con ragioni storiche concrete. Per esempio: oggi non si può più fare una guerra mondiale senza correre il rischio di distruggere il mondo, dunque si può e deve essere pacifisti senza riserve. Ma un ragionamento simile può facilmente volgersi in una accettazione della pax americana, che identifica ogni movimento di liberazione con il terrorismo. Eccetera.
E' chiaro che non ha senso opporre i diritti dell'embrione alle opportunità che, sul piano dei valori - salvezza di esseri viventi in pienezza, amici che stanno morendo o sono bloccati su una carrozzella - derivano dalla ricerca sulle cellule staminali. E si potrebbe essere anche più chiari e radicali: la storia dell'umanità e dei suoi «valori» (ci sono anche le medaglie al valore, ce lo siamo dimenticato?) è passata attraverso il sacrificio di molte vite, ben più che embrionali. Certo preferiamo un mondo in cui non ci sia bisogno di eroi; ma anche sopravvivere in una realtà umbratile dove la nostra sola funzione sia di garantire la nuda sopravvivenza della specie sembra assai peggio.
Qualche biologo molto realista ha suggerito che le galline sono macchine biologiche inventate dalla uova per perpetuarsi. E noi?


mercoledì 23 giugno 2004
sui casi di suicidi di bambini e adolescenti trattati con farmaci antidepressivi
 
una segnalazione di Andrea Ventura

la "Food and Drug Administration" si servirà dei risultati di una ricerca che è stata commissionata alla Columbia University sui casi di suicidi di bambini e adolescenti che venivano trattati con una terapia antidepressiva per decidere se sconsigliare i medici dal prescrivere tali farmaci. Ma ci sono proteste.

New York Times, Published: June 20, 2004
Antidepressants Restudied for Relation to Child Suicide
By GARDINER HARRIS


A child stabs himself in the neck with a pencil. Another slaps herself in the face. Is either suicidal? It is a question that has divided psychiatrists and drug regulators the world over and goes to the heart of a fierce controversy over whether antidepressants lead some children to become suicidal.
Now four researchers at Columbia University hope to provide an answer. By reclassifying reports of suspect or self-destructive behavior that occurred during tests of antidepressants in youngsters, the research team hopes to clarify whether antidepressants lead children and teenagers to become suicidal. Officials at the Food and Drug Administration say they will use results of the study to help them decide, later this summer, whether the agency should discourage doctors from prescribing the pills to youngsters.
The study was commissioned by top F.D.A. officials after they rejected an analysis by one of the agency's top experts that concluded that antidepressants could be dangerous when given to teenagers and younger children. With such a controversial beginning, the study is being met by fierce criticism.
Senator Charles E. Grassley, Republican of Iowa, issued a statement questioning whether the study was part of an effort by the Food and Drug Administration to suppress the truth about the risks of antidepressants. Mr. Grassley said he was investigating the study as part of a larger inquiry into the agency's handling of the controversy involving antidepressants and suicide.
Some prominent mental-health research has questioned the study's methodology.
"You've asked the Columbia group to take data that's suboptimal and try to come up with a conclusion, and I really doubt that they will be able to do that,'' said Dr. Thomas R. Insel, director of the National Institute for Mental Health.
The Columbia team plans to apply a consistent definition of ''suicidal'' to a disparate collection of more than 400 reports of adverse behavior that occurred in 25 clinical tests of nine antidepressants. The tests, undertaken by drug companies, involved Prozac, Zoloft, Paxil, Luvox, Celexa, Wellbutrin, Remeron, Serzone and Effexor.
One of the problems with the drug-company trials is that they tend to confuse self-destructiveness with suicidal attempts, team members said in an interview.
"Suicide research has come up with a specific definition of suicide attempts: a self-injurious behavior where there is some intent to die,'' said Barbara Stanley, one of the researchers.
The team will give nine independent reviewers the descriptions that drug-company researchers used in reporting the cases involving adverse behavior. . The reviewers will label each event as suicidal, nonsuicidal or indeterminate, and then give the data to federal drug regulators for statistical analysis.
Discovering intent from the brief notes provided by the drug companies could be difficult. In a speech before an advisory panel in February, Dr. Thomas Laughren, leader of the F.D.A.'s psychiatric drug products group, noted that the drug companies' descriptions were often poor. "We did not have the level of detail in these cases that one would have liked to do a rational classification,'' Dr. Laughren said.
Julie Magno Zito, an associate professor of pharmacy and psychiatry at University of Maryland, Baltimore, predicted the Columbia team would not be able to overcome this problem. "If a kid pierces his neck with a pencil, that could be a violent act of self-destruction or it could have been nothing,'' Dr. Zito said. "If the notes don't make the intent clear, how do you interpret that?''
Dr. Zito called the Columbia study "a fundamentally bad idea.''
Dr. Alan Gelenberg, head of the department of psychiatry at the University of Arizona, said the study would provide a needed perspective. But even those who support the study agree that it is unlikely to change many minds on the question of whether antidepressants should be prescribed to children.
"This question will never be settled,'' said Dr. James McGough, a professor of clinical psychiatry at the University of California, Los Angeles. "Still, I'm eager to see what their answer is.''
In tackling the issue, the researchers say they understand that they are being thrust into a maelstrom rarely seen in psychiatry.
"For all of us, our anxiety levels are higher because we know that there are people invested in this one way or the other,'' said Dr. Madelyn Gould, professor of clinical public health in psychiatry. "Anything that has to do with drug treatment in kids is so emotionally charged.''
The study had its beginnings early last year when GlaxoSmithKline submitted to federal drug regulators the results of three trials of its Paxil antidepressant in teenagers and other children. The company had undertaken the studies to take advantage of a federal law that delays by six months the introduction of cheaper, generic versions of drugs when branded makers test medicines in children.
In GlaxoSmithKline's trials, depressed young people given Paxil fared no better than those given placebos. It was a disappointing result for GlaxoSmithKline but had no effect on its application for the six-month extension. Still, a reviewer at the Food and Drug Administration noticed something strange about the trials: teenagers given Paxil suffered more problems of ''emotional lability,'' or instability, than those given a placebo.
The reviewer, Dr. Andrew Mosholder, thought ''emotional lability'' was overly broad. He asked the company to resubmit its data, this time using a separate category for suicide.
That report, given in May to both American and British health authorities, was alarming. Teenagers and younger children given Paxil were much more likely to become suicidal than those given placebos. In June, both the British and American authorities warned doctors against prescribing Paxil to youngsters. Worried that the problem could extend far beyond Paxil, the F.D.A. in July asked the makers of eight other antidepressants to submit data from their studies in youngsters.
In August, Wyeth issued a warning that doctors should avoid prescribing Effexor to youngsters because it, too, seemed to cause them to become more suicidal.
By September, the agency had received the other companies' studies. Looking at them all, Dr. Mosholder concluded that children given antidepressants were almost twice as likely as those given placebos to become suicidal. He suggested the agency discourage the drugs' use in children.
It would have been a monumental step. Antidepressants are among the biggest-selling drugs in the world and have long been viewed by doctors as relatively safe. Their use in children has been soaring.
Dr. Mosholder's bosses at the Food and Drug Administration, however, said the drug company data was inconsistent and that some events termed ''possibly suicidal'' seemed innocent. Top agency officials hired the Columbia researchers to review the data, and they forbade Dr. Mosholder to speak about his conclusions to an advisory panel reviewing the matter.
The silencing of Dr. Mosholder prompted outrage among critics of antidepressants and the ongoing investigation by Senator Grassley. It also has fostered skepticism about the Columbia study. Already, Internet postings are questioning the backgrounds of the Columbia researchers. One asks whether Kelly Posner, the lead investigator, has participated in trials financed by the drug industry.
In a group interview in a conference room in the New York State Psychiatric Institute, the researchers said they were unbiased.
Dr. Posner said that she had participated in some trials sponsored by drug makers but never as a principal investigator. All of the trials involved attention deficit disorder, not depression or suicide, she said.
Her three colleagues said that they had never taken part in a drug-company trial. And they said that their study, while hugely controversial, was relatively simple: figuring out the appropriate labels to place on the behaviors in the individual cases.
"We're just dealing with a lot of pieces of paper,'' Dr. Gould said. "We're not dealing with people at all. And all the interesting questions happen once we give the data over to the F.D.A.,'' where the statistical analysis will occur.


storie del dominio:
lo stile americano
ovvero: Patton e i suoi eroi

 
Corriere della Sera 23.6.04
Sicilia 1943: la pagina nera di storia militare Usa studiata nelle università americane
L’ordine di Patton «Uccidete i prigionieri italiani»
I massacri dimenticati compiuti dai fanti americani tra il 12 e il 14 luglio. «Decine di morti»

Storici e giuristi rileggono quei fatti per analizzare i casi di Guantanamo e Abu Ghraib
di Gianluca Di Feo (1-continua)


Tra il 12 e il 14 luglio del 1943, appena sbarcati in Sicilia, i soldati americani della 45ª Divisione del generale Patton uccisero a sangue freddo decine di prigionieri italiani e tedeschi disarmati. Gli eccidi furono compiuti a Biscari, a Comiso, a Canicattì. Una pagina nera della storia militare statunitense, pressoché sconosciuta nel nostro Paese che invece in America è tema di corsi universitari. Proprio in queste settimane, gli esperti Usa di diritto militare valutano le responsabilità dei carcerieri di Abu Ghraib anche sulla base delle corti marziali che giudicarono i «fucilatori di italiani». Allora i soldati americani si difesero dicendo di aver eseguito gli ordini di Patton.

«Il capitano Compton radunò gli italiani che si erano arresi. Saranno stati più di quaranta. Poi domandò: "Chi vuole partecipare all’esecuzione?". Raccolse due dozzine di uomini e fecero fuoco tutti insieme sugli italiani». «Il sergente West portò la colonna di prigionieri italiani fuori dalla strada. Chiese un mitra e disse ai suoi: "E’ meglio che non guardiate, così la responsabilità sarà soltanto mia". Poi li ammazzò tutti». E’ una piccola Cefalonia: le vittime sono soldati italiani che avevano combattuto con determinazione. I carnefici non sono né delle SS né della Wehrmacht: sono fanti americani. Quella avvenuta in Sicilia tra il 12 e il 14 luglio 1943 è la pagina più nera della storia militare statunitense. Una pagina sulla quale gli storici negli Stati Uniti discutono da un lustro, mentre nel nostro Paese la vicenda è pressoché sconosciuta. Nelle università del Nord America ci sono corsi dedicati a questi eccidi, come quello tenuto a Montreal sul tema «Dal massacro di Biscari a Guantanamo». E negli Usa in queste settimane gli esperti di diritto militare valutano le responsabilità dei carcerieri di Abu Ghraib anche sulla base delle corti marziali che giudicarono i «fucilatori di italiani». Perché - come risulta dagli atti di quei processi - i soldati americani si difesero sostenendo di avere soltanto eseguito gli ordini di George Patton. «Ci era stato detto - dichiararono - che il generale non voleva prigionieri».
I FATTI - Nessuno conosce il numero esatto di uomini dell’Asse uccisi dopo la resa. Almeno cinque gli episodi principali, con circa duecento morti. Di due, quelli avvenuti nell’aeroporto di Biscari, nel Ragusano, si conosce ogni dettaglio. Nel massimo segreto, nell’autunno ’43 la corte marziale Usa celebrò due processi: il sergente Horace T. West ammazzò 37 italiani, il plotone d’esecuzione del capitano John C. Compton almeno 36. Gli atti del tribunale recitano: «Tutti i prigionieri erano disarmati e collaborativi». Altri due eccidi sono stati descritti da un testimone oculare, il giornalista britannico Alexander Clifford, in colloqui e lettere ora divulgate. Avvennero nell’aeroporto di Comiso, quello diventato famoso mezzo secolo dopo per gli euromissili della Nato. All’epoca era una base della Luftwaffe, contesa in una sanguinosa battaglia. Clifford disse che sessanta italiani, catturati in prima linea, vennero fatti scendere da un camion e massacrati con una mitragliatrice. Dopo pochi minuti, la stessa scena sarebbe stata ripetuta con un gruppo di tedeschi: sarebbero stati crivellati in cinquanta. Quando un colonnello, chiamato di corsa dal reporter, fermò il massacro, solo tre respiravano ancora. Clifford denunciò tutto a Patton, che gli promise di punire i colpevoli. Ma non ci fu mai un processo e il cronista si è rifiutato fino alla morte di deporre contro il generale. Infine l’ultima strage nella Saponeria Narbone-Garilli a Canicattì contro la popolazione che la stava saccheggiando. Secondo i resoconti stilati in quei giorni confusi del ’43, la polizia militare Usa dopo avere intimato l’alt ed esploso dei colpi in aria, sparò una raffica sulla folla uccidendo sei persone. Ma i verbali scoperti nel 2002 dal professore Joseph Salemi della New York University - il cui padre fu testimone oculare dell’eccidio - riportano il racconto di alcuni dei soldati americani presenti: «Appena arrivati, il colonnello urlò di sparare sulla folla che era entrata nello stabilimento. Noi rimanemmo fermi, era un ordine agghiacciante. Allora lui impugnò la pistola ed esplose 21 colpi, cambiando caricatore tre volte. Morirono molti civili: vidi un bambino con lo stomaco sfondato dalle pallottole».
L’ORDINE - Ma gli atti dei processi per «i fatti di Biscari» accreditano la possibilità che le vittime siano state molte di più. Tutti i crimini sono stati opera della 45ma divisione di Patton, i «Thunderbirds»: reparti provenienti dalla Guardia nazionale di Oklahoma, New Mexico e Arizona. Vengono descritti come cow boy, con elementi d’origine pellerossa. Ma presero parte con coraggio ad alcune delle battaglie più dure del conflitto. Quello sulle coste siciliane fu il loro battesimo del fuoco: avevano l’ordine di conquistare entro 24 ore i tre aeroporti più vicini alla costa, strategici per trasferire dal Nord Africa gli stormi alleati. Invece la disperata resistenza di due divisioni italiane e di poche unità tedesche li fermò per quattro giorni. Molti G.I. persero il controllo dei nervi. Ed erano tutti convinti che il generale Patton avesse ordinato di non fare prigionieri. Decine di soldati, graduati ed ufficiali testimoniarono al processo: «Ci era stato detto che Patton non voleva prenderli vivi. Sulle navi che ci trasportavano in Sicilia, dagli altoparlanti ci è stato letto il discorso del generale. "Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! E’ finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!».
L’ORRORE - Il primo a scoprire e denunciare gli eccidi fu il cappellano della divisione, il colonnello William King. Alcuni soldati americani, sconvolti, lo chiamarono e gli indicarono la catasta dei corpi crivellati dal sergente West: «E’ una follia - gli dissero -, stanno ammazzando tutti i prigionieri. Siamo venuti in guerra per combattere queste brutalità non per fare queste porcherie. Ci vergogniamo di quello che sta accadendo». King corre a cercare il comando del reggimento. Ma lungo la strada per l’aeroporto vede un recinto di pietra, probabilmente un ovile, pieno di italiani catturati. Recita il verbale del cappellano: «Quando mi sono avvicinato, il caporale di guardia mi ha salutato: "Padre, sei venuto per seppellirli?". "Cosa stai dicendo?", replicai io. Il caporale rispose: "Loro sono lì, io sono qui con il mio mitra Thompson, tu sei lì. E ci hanno detto di non fare prigionieri"». A quel punto King sale su un masso, chiama tutti gli americani presenti e improvvisa una predica per convincerli a risparmiare quegli uomini: «Non potete ucciderli, i prigionieri sono una fonte preziosa di notizie sul nemico. E poi i loro camerati potrebbero vendicarsi sui nostri che hanno preso. Non fatelo!». Altrettanto drammatica la testimonianza del capitano Robert Dean: «Venni fermato da due barellieri disarmati. Mi dissero: "Abbiamo due italiani feriti, mandate qualcuno ad ammazzarli". Io gli urlai di curare quei soldati, altrimenti gliela avrei fatta pagare"».
LA CONDANNA - Fu proprio la volontà del cappellano King a far nascere i due processi sui massacri di Biscari. King raccontò tutto all’ispettore dell’armata - figura simile ai nostri pubblici ministeri -, che fece rapporto a Omar Bradley. La corte marziale contro il sergente West si aprì a settembre. L’accusa: «Omicidio volontario premeditato, per avere ucciso con il suo mitra 37 prigionieri, deliberatamente e in piena coscienza, con un comportamento disdicevole». I fanti italiani - poco meno di 50 - erano stati catturati dopo un lungo combattimento in una caverna intorno all’aeroporto di Biscari. Il comandante li consegnò al sergente con un ordine ritenuto «vago» dai giudici: allontanarli dalla pista dove si sparava ancora. Nove testimoni hanno ricostruito l’eccidio. West mette gli italiani in colonna, dopo alcuni chilometri di marcia ne separa cinque o sei dal resto del gruppo. Poi si fa dare un mitra e conduce gli altri fuori dalla strada. Lì li ammazza, inseguendo quelli che tentano di scappare mentre cambia caricatore: uno dei corpi è stato trovato a 50 metri.
Davanti alla corte, il sergente si difese invocando lo stress: «Sono stato quattro giorni in prima linea, senza mai dormire». Dichiarò di avere assistito all’uccisione di due americani catturati dai tedeschi, cosa che lo «aveva reso furioso in modo incontrollato». Il suo avvocato parlò di «infermità mentale temporanea». Infine, West disse ai giudici: «Avevamo l’ordine di prendere prigionieri solo in casi estremi». Ma la sua difesa non convinse la corte, che lo condannò all’ergastolo. La pena però non venne mai eseguita. Washington infatti era terrorizzata dalle possibili ripercussioni di quei massacri. Temeva il danno d’immagine sugli italiani - con cui era stato appena concluso l’armistizio - e il rischio di ritorsioni sugli alleati reclusi in Germania. Si decise di non mandare West in una prigione negli Usa ma di tenerlo agli arresti in una base del Nord Africa. Poi la sorella cominciò a scrivere al ministero e a sollecitare l’intervento del parlamentare della sua contea. Il vertice dell’esercito teme che la vicenda possa finire sui giornali. Il 1° febbraio 1944 il capo delle pubbliche relazioni del ministero della Guerra sollecita al comando alleato di Caserta un «atto di clemenza» per West: «Non possiamo - è il testo della lettera pubblicata da Stanley Hirshson nel 2002 - permettere che questa storia venga pubblicizzata: fornirebbe aiuto e sostegno al nemico. Non verrebbe capita dai cittadini che sono così lontani dalla violenza degli scontri». Così dopo solo sei mesi, West viene rilasciato e mandato al fronte. Secondo alcune fonti, morì a fine agosto in Bretagna. Secondo altre, ha concluso la guerra indenne.
L’ASSOLUZIONE - Invece il 23 ottobre ’43 il capitano John C. Compton non cercò scuse: davanti alla corte marziale disse solo di avere obbedito agli ordini. Nel processo fu ricostruita la battaglia per la base di Biscari, combattuta per tutta la notte. C’era una postazione nascosta su una collina che continuava a bersagliare la pista. E’ una mischia feroce, con tiri di mitragliatrici e mortai, senza una linea del fronte. L’unità di Compton aveva avuto dodici caduti in poche ore. A un certo punto, un soldato statunitense vede un italiano in divisa e un altro in abiti «borghesi» che escono da una ridotta: sventolano una bandiera bianca. L’americano si avvicina e dalla trincea alzano le mani circa quaranta uomini. Cinque hanno giacche e maglie civili sopra i pantaloni e gli stivali militari. Il soldato li consegna al sergente ma arriva il capitano. Compton non perde tempo: dice di ucciderli. Molti dei suoi si offrono volontari: sparano in 24, esplodendo centinaia di pallottole sul mucchio degli italiani. Il numero esatto delle vittime resta incerto ma l’inchiesta si conclude con l’incriminazione del solo ufficiale per 36 omicidi, scagionando i suoi subordinati. E Compton in aula dichiara che l’ordine era quello, che doveva uccidere i nemici che continuavano a resistere a distanza ravvicinata. Inoltre precisa che quegli italiani erano «sniper», termine traducibile come «cecchini» o «franchi tiratori», e quindi andavano fucilati: una linea difensiva che sarebbe stata suggerita dallo stesso Patton. «Li ho fatti uccidere perché questo era l’ordine di Patton - concluse il capitano -. Giusto o sbagliato, l’ordine di un generale a tre stelle, con un’esperienza di combattimento, mi basta. E io l’ho eseguito alla lettera». Tutti i testimoni - tra cui diversi colonnelli - confermarono le frasi di Patton, quel terribile «se si arrendono solo quando gli sei addosso, ammazzali». Alcuni riferirono anche che Patton aveva detto: «Più ne prendiamo, più cibo ci serve. Meglio farne a meno». Compton fu assolto. Il responsabile dell’inchiesta William R. Cook fu tentato di presentare appello: «Quell’assoluzione era così lontana dal senso americano della giustizia - scrisse - che un ordine del genere doveva apparire illegale in modo lampante». Ma nel frattempo Cook era caduto al fronte. Ironia della sorte, si crede che sia stato colpito da un cecchino mentre cercava di avvicinarsi a dei tedeschi con la bandiera bianca.
La sua assoluzione è però diventato un caso giuridico, che ha cominciato a circolare tra il personale della giustizia militare statunitense dopo la fine della guerra. Un precedente «riservato» anche per evitare che influisca sui processi ai criminali di guerra nazisti. Poi nel ’73 una traccia nei diari di Patton pubblicati da Martin Blumenson e nell’83 la prima descrizione completa nell’autobiografia del generale Omar Bradley. Oggi alcuni storici americani - assolutamente non sospettabili di revisionismo - ritengono che sulla base della sentenza Compton andavano assolte le SS fucilate per gli omicidi di prigionieri americani. E mentre negli Stati Uniti da 25 anni si pubblicano studi sul «massacro di Biscari» e le sue ripercussioni - il primo nel 1988 fu di James J. Weingartner, l’ultimo nel 2002 è stato di Hirshson - nel nostro Paese la vicenda è stata sostanzialmente ignorata. Vent’anni fa nel volume dello statunitense Carlo d’Este sullo sbarco in Sicilia, tradotto da Mondadori, la questione era relegata in un capoverso. Poi, ultimamente due introvabili scritti di storici siciliani e una pagina nel documentato volume di Alfio Caruso. Mai però un’iniziativa per ricordare quei soldati, rimasti senza nome. Mentre persino Biscari non esiste più: oggi il paese si chiama Acate.


storia delle donne:
le «Streghe della notte»

 
Corriere della Sera 23.6.04
DOCUMENTI L’epopea delle aviatrici sovietiche che combatterono nel cielo di Stalingrado durante la Seconda guerra mondiale
E le streghe tornarono, sulle macchine volanti
di Silvio Bertoldi


«Streghe della notte»: così, con una definizione forse più ammirativa che denigratoria, i tedeschi ribattezzarono le aviatrici russe del 588° reggimento da bombardamento, che nel 1943 imperversavano nei cieli di Stalingrado, durante le notti fiammeggianti che incombevano sull’assedio della Werhmacht. Nessun esercito in guerra, dal 1939 al 1945, ha avuto reparti aerei da combattimento composti esclusivamente da donne. Tranne i russi e credo che, a tutt’oggi, non fossero in tanti a saperlo. I russi arruolarono nell’Aeronautica militare le volontarie provenienti dagli aeroclub del tempo di pace, le equipararono agli uomini, formarono con esse tre reggimenti (bombardamento notturno, caccia, bombardamento in picchiata) e le impiegarono «alla pari» su tutti i fronti, dal 1941 al 1945, l’anno che vide i reparti delle squadriglie femminili superstiti atterrare vittoriosi a Berlino.
Non vi fu nulla di simile nell’aviazione americana né in quella inglese. E, tranne il caso notissimo dì Hanna Reitsch, la donna che collaudò la V2 e infranse il blocco aereo di Berlino per raggiungere Hitler nel bunker, nemmeno in quello tedesco. Soprattutto colpisce l’assoluta uguaglianza di impiego, di doveri e di perdite delle aviatrici russe: i sacrifici «maschili» che affrontarono, il prezzo di sangue che pagarono, la loro consapevolezza di battersi per difendere la patria invasa.
Di questa straordinaria e unica avventura dell’eroismo femminile probabilmente avremmo continuato a non sapere nulla se Marina Rossi, titolare della cattedra di storia della Russia all’Università di Trieste, con anni di ricerche e con la raccolta delle testimonianze di quelle veterane ancora in vita, non ne avesse ricostruito la storia, con un libro affascinante.
Così sappiamo che tutto cominciò grazie all’entusiasmo d’una giovane donna molto bella, molto intelligente, che studiava musica e canto e che all’età di 19 anni, nel 1931, decise che solo il cielo sarebbe stato il suo destino. Si chiamava Marina Raskova, era figlia di musicisti, dunque niente la portava all’ambiente che sarebbe stato il suo. Ma quelli della sua giovinezza erano in Russia anni di grande fervore per il volo, fiorivano gli aeroclub, frequentati anche da ragazze affascinate dalle imprese degli assi che volavano con i Tupolev, gli Ilyuscin, i Jakovlev. Marina Raskova si iscrisse, ebbe il brevetto di navigatrice e riuscì a farsi ammettere all’Accademia aeronautica, prima donna nella storia del suo Paese. Divenne ufficiale, allo scoppio della guerra era maggiore e aveva alle spalle un lungo palmarès di trasvolate e di voli Mosca-Estremo Oriente, che ricordano quelli dei nostri Ferrarin e De Pinedo.
Ottenne dalle autorità militari di poter dar vita al primo reparto femminile d’aviazione, successivamente cresciuto fino a tre reggimenti, addestrati a Engels, in una base segreta sul Volga. Il loro primo impiego fu nei cieli del Donec e del Donbass, quindi su Voroscilovgrad, su Stalingrado e nel Caucaso. Si alzavano in volo di notte, su allarme, i riflettori della contraerea tedesca le inseguivano nel buio, quando le centravano venivano abbattute. Con i loro apparecchi da caccia scortavano le colleghe dei bombardieri, sfidando in duelli aerei i Messerschmidt tedeschi, talvolta vincendo, talvolta precipitando in fiamme. Toccò anche a Marina Raskova, caduta il 4 gennaio 1943 sul fronte di Stalingrado, in una tremenda bufera di neve: ma già nel marzo successivo due appartenenti alla sua squadriglia la vendicavano, attaccando 42 bombardieri germanici e abbattendone due.
Le superstiti hanno raccontato la loro vita: «Di sera arrivavano la benzina e le bombe e tutta la notte eravamo impiegate a bombardare». Era una esistenza durissima, sempre con l’alea della morte, ma restavano donne: «Le nostre mani e le nostre gambe gelavano, le giacche di pelliccia non riuscivano a scaldarci. Eppure, durante le soste in aeroporto si scherzava, si rideva... chi suonava il piano, molte scrivevano diari. Le mie compagne erano ragazze belle, intelligenti, che amavano sognare».
Quei diari parlano anche di prove fisicamente al limite: «Dieci volte andata e ritorno, dieci volte! Dieci volte ti sparano, ti illuminano con i riflettori, vedi come ti ammazzano gli amici, rientri, riparti... Lo sfinimento era tale che anche i piloti e gli ufficiali di rotta si addormentavano in volo oppure non riuscivano a dormire per qualche giorno... Per farci rimanere sveglie ci concedevano a volte 100 grammi di vodka o di qualche altra bevanda alcolica».
Il crollo del comunismo ha contribuito a cancellare molte memorie di una guerra che, iniziata patriotticamente, era stata mitizzata dalla deformante ideologia staliniana. Delle «streghe della notte» sono rimasti forse solo i loro ricordi e quel patetico raduno che ogni anno il 2 maggio, nell’anniversario della fine della guerra, le riunisce nel giardino del teatro Bolscioi a Mosca. In patria ebbero allora riconoscimenti, medaglie, alcune di esse la decorazione di «eroe dell’Unione Sovietica». Fuori della Russia, il silenzio.
Di donne aviatrici di guerra, solo Hanna Reitsch era destinata a conservare la sua fama anche dopo il crollo tedesco. Delle «streghe della notte» l’unico a sapere pare fosse stato il re d’Inghilterra, il padre di Elisabetta II. In segno di ammirazione, mandò al governo russo un certo numero di orologi d’oro perché fossero consegnati in suo ricordo alle aviatrici. Non li videro mai.

Il libro: Marina Rossi, «Le streghe della notte», ed. Unicopli, pagine 191, 16 euro


la ragione filosofica, per la sua povertà
ha sempre avuto bisogno della stampella della «magia»

 
Corriere della Sera 23.6.04
ANTICIPAZIONE
Un saggio indaga i legami mai recisi tra il pensiero razionale e quello esoterico. Con alcune scoperte sorprendenti
Mente di filosofo, cuore di mago

Aristotele: l'idea dell'etere lo avvicina ai motivi ricorrenti del pensiero magico
Sant'Agostino: scorge netta trinità il mestiero mistico che concilia l'Uno e il molteplice
Immanuel Kant: nella sua estetica la bellezza suscita la scintilla divina che tutto tiene
di CESARE MEDAIL


Chi più di altri, tra i filosofi, ha contribuito alla riscossa della magia, dopo che l’Illuminismo pareva averla sconfitta? Sembra un paradosso, ma fu proprio Immanuel Kant, simbolo della svolta antimagica del tardo Settecento: fu lui a sancire i limiti di una ragione alla quale è preclusa ogni costruzione metafisica. Lo sosteneva Schopenhauer, primattore di quella rivincita magica: fu la coscienza dei limiti razionali, infatti, a spianare la via al grande «salto oltre la ragione». Che a rilanciare il pensiero magico sia stato Kant può apparire contraddittorio; ma la storia delle idee è fitta di momenti paradossali, i più affascinanti, se chi li racconta sa cogliere i retropensieri, i fili di raccordo più o meno esili sospesi fra mondi che si vorrebbero lontani, se non antitetici. E’ il caso del filosofo Massimo Donà, autore di "Magia e Filosofia" (Bompiani), un saggio controcorrente dove si dimostra che «per secoli non vi sono state linee di confine fra magia e filosofia» e che «la magia non è estranea al pensiero contemporaneo», come avverte Armando Torno nella prefazione.
Oggi siamo portati a considerare magia l’esercito di terapeuti invasati, santoni mercenari e cucinieri di malefìci, ai quali milioni di persone ricorrono per reazione a un mondo dove il dominio della tecnica azzera ogni anelito trascendente. Ma è un antico malinteso. Il vero mago, spiega Donà, rimedia alle risposte sempre parziali della ragione, aiuta l’uomo a salvarsi dal naufragio esistenziale e volge a suo vantaggio le potenze di una realtà dove tutto - il divino, l’umano e il mondo - è legato da una «forza» universale, di cui si trova traccia fin dai sistemi magico-religiosi egizi o caldei e che ritroviamo, più o meno mascherata, nella modernità.
Che cosa vuol dimostrare Donà? Che magia e filosofia sono due aspetti diversi, a volte divergenti ma mai in opposizione, di una stessa ricerca, della stessa ansia di indagare i misteri ultimi; una tesi che si rafforza guardando alle grandi rotture fra magia e filosofia avvenute nei secoli. Che spesso si rivelano apparenti.
Prendiamo Aristotele, il cui razionalismo empirico aveva depurato il sapere di ogni riferimento misterico: dagli orfici a Pitagora, fino a Platone. Eppure, di quella tradizione, qualcosa gli restava: come l’idea di un etere - perfetto, ingenerato, incorruttibile - che circola fra gli elementi, li tiene insieme e garantisce l’unità del tutto. Idea propria del pensiero magico, che sopravvisse all’Illuminismo aristotelico per riesplodere secoli dopo con i neoplatonici (Porfirio, Proclo, Giamblico).
Un’altra grande rottura con l’universo magico coincise con l’avvento del Cristianesimo, che rifiutò aruspici, astrologi, negromanti e sibille, proclamando la responsabilità individuale contro il determinismo pagano. La condanna delle pratiche magiche (e relative teorie) fu una costante, da Costantino al Medio Evo. Eppure, enunciando il mistero trinitario nel suo capolavoro De Trinitate , Agostino diede la più mirabile delle risposte a quello che per i maghi era il mistero per eccellenza: come conciliare l’Uno, il principio assolutamente unico, con la realtà molteplice. Il Dio di Agostino, infatti, per quanto unico, racchiude nella Trinità il principio dinamico che genera la molteplicità delle forme naturali; e la presenza del divino nella natura fu cantata negli inni al creato innalzati dallo stesso Agostino nel De vera religione o da Francesco nel Cantico delle creature .
Se per secoli, dunque, magia e filosofia hanno camminato parallele, ora il pensiero magico scorre parallelo alla religione. Al di là della caccia alle streghe. Nel Rinascimento, la cornice platonico-ermetica non fu in antitesi con il cristianesimo: paganesimo e religione apparivano come momenti di un unico percorso che porta ai misteri ultimi. Non a caso, a cominciare dalla pittura, fu data evidenza al ruolo simbolico dei Magi, messaggeri dell’antica sapienza; una sorta di passaggio di consegne all’Uomo-Dio, che molti salutarono come il più grande dei maghi, autore di un processo alchemico inaudito: la trasfigurazione dell’umano e del divino nell’Incarnazione. Così, Marsilio, Pico, Nicola Cusano, i rinascimentali che riscoprirono il filone neoplatonico nel Corpus Hermeticum attribuito al mitico Ermete Trismegisto, intesero il mondo, l’uomo e Dio come un unicum dove tutto si lega grazie alla forza universale dell’«amore», che il vero mago deve saper usare per ricondurre la realtà divisa all’unità divina.
Si direbbe quasi che il pensiero magico si trasformi lungo i secoli, permeando di volta in volta modelli filosofici estranei o avversi. Se osserviamo, per esempio, il grande momento di rottura rappresentato dalla svolta empirico-scientifica del Seicento, troveremo ancora tracce di magia. Lo stesso Francesco Bacone, anticipatore del metodo induttivo, prendeva le distanze dai misteri, ma considerava la magia una scienza, subordinata alla metafisica. Copernico non temeva di invocare Ermete, e Keplero intuiva segrete corrispondenze fra le strutture della geometria e quelle dell’universo. Insomma, negli stessi protagonisti della svolta razionalista si udiva una eco della tradizione magica, come nel caso del primo grande scienziato moderno, Isaac Newton, che ricorse all’alchimia insoddisfatto della chimica. Il padre della gravità si rivolse all’Ars Magna per ricavare un’immagine «in scala» delle attrazioni che governano il macrocosmo, convinto che le trasmutazioni dell’alambicco riflettessero le leggi universali.
Come abbiamo visto all’inizio, il filosofo che mise i paletti attorno alle ambizioni del pensiero razionale, aprendo la via al «salto oltre la ragione», fu proprio Kant, simbolo della rottura antimagica dei Lumi. Eppure, anche il grande di Königsberg trovò un posto non secondario, l’Estetica, per il pensiero magico: quando afferma che dall’esperienza della bellezza può emergere la scintilla divina. La bellezza consente di sperimentare l’«unità originaria che tiene tutto insieme»: così, nel magico operare dell’artista, Kant vede una via di salvezza. Siamo al poeta-mago, idea che avrebbe attraversato il romanticismo da Goethe a Novalis, a Shelling: come nell’alchimia, l’artista trova la via dell’Assoluto nell’atto creativo che trasmuta se stesso e la materia.
Nella cavalcata di Donà sfilano giganti del pensiero moderno (Fichte, Hegel, Nietzsche, Heidegger), per i quali la componente irrazionale non è solo retropensiero; sfilano rapidi militanti dell’esoterismo come Gurdjieff, Guénon, Evola per finire con Castaneda, che carpì agli stregoni messicani un sistema cognitivo fondato sulla forza che agirebbe nell’universo; e con Elémire Zolla, che ripropone ai moderni le infinite risorse inscritte nella sapienza degli antichi maghi e quindi dei mistici, rivivendole nella propria personale esperienza contemplativa. E ancora Freud e Jung, i cui metodi razionali li portano a scoprire l’inconscio, a scendere cioè nella dimensione oscura, primordiale, terreno magico per eccellenza.
Resta solo da chiedersi perché l’altro volto dei filosofi, quello magico, continui a manifestarsi anche presso chi lo respinge. La risposta, forse, viene da lontano, perché l’ansia di andare oltre la finitezza dei sensi è inscritta nei cromosomi dell’ homo sapiens fin da quando, nelle grotte di Altamira e Lascaux, dipingeva figure animali che fungevano da porta, da tramite con le potenze invisibili.


Cina
 
Corriere della Sera 23.6.04
Diario Cinese
LO SVILUPPO CHE RESPINGE LA DEMOCRAZIA
Un viaggio nel Paese del boom economicoDa Tienanmen al «miracolo» Ora la Cina aspetta la politica
C’è il boom, la generazione dei contestatori è al potere nella stampa e nel business Ma il Partito è indietro sui tempi dell’economia e la corruzione alimenta il dissenso
di Francesco Giavazzi


PECHINO - Sulle impalcature di bambù dei grattacieli in costruzione a Shanghai è appesa la gigantografia di Fang Hongin, il nuovo direttore di Dragon Tv, la televisione di Stato di Shanghai. Alcuni anni fa, a Pechino Fang conduceva il talk show televisivo più seguito in Cina, con il quale ogni settimana esplorava i limiti di tolleranza delle autorità; ma quindici anni fa, nella primavera del 1989, Fang manifestava a Tienanmen insieme a decine di migliaia di studenti che chiedevano più democrazia, almeno all’interno del Partito comunista cinese. A Tienanmen c’era anche Guo Shuqing, oggi vicegovernatore della Banca centrale, una delle persone dalle quali dipende la decisione se mantenere il cambio fisso con il dollaro, oppure rivalutare il renminbi. Anche Hu Shuli appartiene a quella generazione: dopo le prime esperienze nella stampa del partito, la giornalista che l’ Economist ha definito «la donna più pericolosa della Cina» oggi dirige Caijng , una rivista economica che ogni due settimane pubblica inchieste sulle collusioni e la corruzione di imprenditori privati e funzionari pubblici. Ma sarebbe sbagliato pensare che il successo di alcuni dei giovani di Tienanmen, e queste esperienze di informazione apparentemente libera, siano il segno di un Paese che sta entrando nella democrazia. Le autorità cinesi consentono che Caijng si occupi della corruzione (in realtà, non rivelando molto di nuovo e limitandosi a registrare ciò che i cittadini osservano quotidianamente).
Ma nel contempo le stesse autorità escludono che nel 2008 il nuovo Parlamento di Hong Kong possa essere eletto, una brutta notizia per chi sperava che Hong Kong potesse costituire un laboratorio per la transizione democratica di tutta la Cina. (Per la verità le autorità hanno escluso elezioni nel 2008, ma hanno lasciato intravedere la possibilità di elezioni la volta successiva, nel 2012). Ho piuttosto l’impressione che Fang Hongin, Hu Shuli, lo stesso Guo Shuqing, partiti da Tienanmen, abbiano via via assimilato una filosofia che Yongtu Long, colui che negoziò l’ingresso della Cina nel Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio) descrive con queste parole abbastanza crude: «Il primo diritto umano è uscire dalla povertà. In quindici anni abbiamo sottratto alla povertà 200 milioni di persone; 700 milioni di cinesi oggi vivono in abitazioni servite dalla corrente elettrica, un lusso dal quale quindici anni fa erano escluse. Per questo la nostra priorità è la crescita; tutto il resto, francamente è secondario».
Crescere non significa solo uscire dalla povertà. Venticinque anni fa, prima delle riforme di Deng Xiao Ping, la distribuzione del reddito in Cina era più egualitaria che in Svezia; oggi vi è molta disuguaglianza. Non solo tra città e campagne, tra le province occidentali e quelle che si affacciano sulle coste dell’Oceano Pacifico, ma anche nelle città più ricche, dove ogni giorno arrivano migliaia di contadini alla ricerca di un lavoro (il flusso dalla campagna alla città è stimato in 120 milioni di persone nei prossimi dieci anni). Oggi il grafico che descrive la distribuzione del reddito cinese assomiglia più al Brasile che alla Svezia. Ma più disuguaglianza vuol dire anche più opportunità: diventare ricchi oggi in Cina continua a essere molto difficile, ma non è più impossibile, altrimenti non sarebbero tanto numerosi i ragazzi che la sera affollano i bar del centro di Shanghai, ormai più simili ai pub londinesi di South Kensington che a quelli di Milano.
Ma davvero la Cina può fare a meno della democrazia? In un articolo pubblicato alcuni anni fa, «Le democrazie illiberali», Fareed Zakaria allora direttore della rivista americana Foreign Affairs , contesta la priorità data alla democrazia, intesa come la possibilità di scegliere la classe politica tramite libere elezioni. Il mondo è pieno di Paesi apparentemente democratici, nei quali governi «democraticamente eletti» calpestano le libertà individuali: dal Perù alla Sierra Leone, dal Pakistan alle Filippine, alla Russia di Vladimir Putin. Le elezioni servono a poco se poi i governi democraticamente eletti limitano l’indipendenza della stampa e della magistratura. «C’è più libertà a Shanghai che a Mosca» dice una collega di Tsinghua, la migliore università cinese. Probabilmente ha ragione anche se, accanto alla democrazia illiberale di Putin, vi è la straordinaria esperienza dell’India, un Paese che cresce altrettanto rapidamente della Cina, ma che nelle elezioni del mese scorso ha messo in dubbio questo modello e soprattutto la nuova diseguaglianza che esso comporta. Molti ritengono che dopo il cambiamento di governo, la crescita indiana rallenterà: è probabile, ma forse gli elettori hanno guardato più lontano e si sono chiesti quale società vogliono lasciare ai loro figli.
La Cina è priva di strumenti politici che consentano di porsi queste domande. È per questo motivo che io penso che Pechino non possa mettere in soffitta il problema della democrazia. Anzi, penso che questo sia il nodo dal quale dipende il futuro del Paese. Innanzitutto perché il regime, nonostante le battaglie di Caijng e nonostante la pena di morte, ha dimostrato di non essere in grado di ridurre la corruzione, oggi il fenomeno del quale i cinesi più si lamentano. La diseguaglianza può essere accettata, ma non se è il frutto della corruzione. E poi perché senza cambiamento politico il Paese rischia di perdere la propria deriva.
Francesco Sisci, il direttore dell’Istituto italiano di cultura in Cina, è uno degli osservatori più attenti del Partito comunista cinese: molti leader della nuova generazione, lo stesso Guo Shuquing, erano suoi compagni di università nella Pechino degli anni ’80: «Dopo la scomparsa di Deng il Partito e la Cina non hanno più un dittatore benevolente con l’autorità necessaria per decidere. L’Ufficio politico del Comitato centrale oggi comprende oltre venti persone e ogni decisione richiede l’unanimità. Per quelle più importanti serve un consenso ancor più vasto, che può coinvolgere fino a 3 mila membri del Partito». In questi mesi l’attività principale del Partito è la preparazione dei documenti che saranno discussi e approvati dal prossimo congresso, convocato per l’autunno del 2007. Può una potenza economica del XXI secolo procedere con questi tempi? La divaricazione tra i tempi della politica e quelli dell’economia fa sì che il Partito non riesca più a controllare un Paese che ormai procede in modo autonomo.
Come nei secoli in cui l’imperatore e la corte di Pechino erano deboli, le province vanno avanti da sole. Il Partito non è più in grado di ridistribuire il reddito tra province ricche e povere, ma ha anche perduto la possibilità di controllare la crescita. Io non penso che l’economia cinese sia surriscaldata: come lo può essere un’economia che ha di fronte a sé un’offerta di lavoro praticamente infinita, dove non esistono i sindacati e i salari sono determinati dal reddito contadino che è poco oltre il livello di sussistenza? Ma anche se lo fosse non vi sarebbe quasi nulla che il governo centrale potrebbe fare per rallentare la crescita. In un’economia nella quale non esiste il mercato finanziario, i tassi di interesse sono pressoché irrilevanti; per rallentare la domanda bisogna controllare direttamente il credito. Ma il direttore della filiale di Guangzhou della China Construction Bank, la più grande del Paese, non risponde al suo presidente che sta a Pechino, ma al governatore della sua provincia. L’unico strumento rimasto al governo centrale è il tasso di cambio: Pechino potrebbe decidere di rivalutare, ma non lo farà. Innanzitutto perché l’economia non è surriscaldata e poi perché i cinesi sono ben consci del fatto che gli squilibri dell’economia mondiale non nascono a Pechino ma a Washington, e lì vanno corretti.
Le difficoltà del processo decisionale all’interno del Partito, e per riflesso del governo, inducono qualcuno a dire che «l’unico modo per andare avanti è delegare il potere tramite un’elezione: se l’eletto non va bene, alle prossime elezioni lo cambiamo». Ma il cambiamento fa paura. «In trenta anni, dal 1949 al ’79, abbiamo fatto ogni sorta di esperimenti. Il risultato? La povertà e 50 milioni di morti», mi dice un amico cinese; «nel 1976, quando le manifestazioni della Primavera di Pechino hanno aperto la strada al ritorno di Deng al potere, abbiamo detto basta: il capitalismo sarà un sistema imperfetto, ma è meglio dei morti e della povertà. Oggi nessuno ha più voglia di pensare a un cambiamento». Come non capire un mio coetaneo che nell’anno in cui io mi iscrivevo all’università veniva mandato a «rieducarsi» in campagna? E tuttavia la chiave del futuro della Cina secondo me è proprio questa: come trovare il modo di passare alla democrazia.


donne diavoli e santa Inquisizione
nel napoletano

 
Repubblica - ed. di Napoli 23.6.04
QUELLE DONNE NELL'ORBITA DEL DIAVOLO
di Giovanni Romeo


Per puro caso, la pubblicazione degli atti di un importante convegno vaticano sull´Inquisizione - cui "Repubblica" ha dato ampio risalto nei giorni scorsi - è venuta a coincidere con la scoperta dei drammatici scenari di satanismo in Lombardia e con le plateali imitazioni degli sconosciuti di Frattamaggiore. Mentre il pontefice ribadisce la condanna del celebre tribunale, da frange del mondo giovanile arrivano segnali inquietanti di disordine e morte. Ovviamente, per i cattolici che dissentono dai severi giudizi ripetutamente espressi dal Papa sugli inquisitori, non si tratta di una coincidenza. Se - sembra di sentirli dire - si prendono le distanze dalle istituzioni che per tanti secoli hanno cercato di preservare la purezza della fede da ogni contaminazione, gli esiti sono ovvi: quando il gatto non c´è, i topi ballano.
Le cose però sono un po´ più complicate. La storia della Napoli della Controriforma può essere un buon punto di riferimento per orientarsi in un terreno così scivoloso.
Tenuti a bada per quasi tutta l´età moderna da due tribunali dell´Inquisizione spesso l´un contro l´altro armati, i napoletani attratti nell´orbita del diavolo non soffrirono più di tanto dei loro controlli, agevolati anche da strategie repressive morbide, propense a un uso calibrato dello strumento giudiziario e, in particolare, delle condanne a morte. Processi, pene infamanti, minacce di scomunica, rifiuti dell´assoluzione sacramentale, non impedirono a molti di essi di dedicarsi a pratiche diaboliche di vario genere. Si pensi alle elaborate cerimonie che caratterizzano la ricerca di presunti tesori sepolti, uno dei passatempi più diffusi nei secoli scorsi a Napoli e nell´area flegrea. Siccome la tradizione vuole che siano dei diavoli a custodirli, riti a base di sacrifici di animali e anche, in rari casi, di esseri umani, sono ritenuti indispensabili per ammansirli e convincerli a non ostacolare gli scavi. Ma la sensibilità che fa da sfondo a queste vicende non è confrontabile in alcun modo con gli atteggiamenti dei satanisti contemporanei. Più che ai cupi scenari di oggi, siamo vicini alla truffa, per gli organizzatori, o al sogno di vincere la lotteria, per chi si lascia trascinare in queste avventure.
Diverso è il discorso per quanto riguarda le confessioni di stregoneria. L´orizzonte evocato in molti di questi racconti presenta indubbi punti di contatto con le drammatiche storie giovanili dei nostri giorni. Mi riferisco alle rivelazioni relative alla partecipazione al sabba e ai rapporti sessuali individuali col demonio, che a Napoli e in tutta l´Italia moderna, al contrario di quanto si è soliti credere, non sono quasi mai conseguenza delle pressioni psicologiche o delle torture di giudici ossessionati da cattive letture. La questione più controversa è quella della partecipazione al sabba, la misteriosa cerimonia notturna condotta dal diavolo, che torna in tanti processi: gruppi di persone, quasi sempre donne, si riunivano davvero di notte nel segno di Satana o presumevano di farlo, suggestionate da unguenti allucinogeni? Oggi si tende ad avvalorare la seconda ipotesi, ma in ogni caso la figura del diavolo intercettava bisogni profondi, irraggiungibili da una Chiesa pur capace di soddisfare attraverso i suoi riti e i suoi culti esigenze altrettanto vitali.
Proprio l´archivio dell´Inquisizione napoletana conserva confessioni di partecipazione a sabba diabolici - non estorte sotto tortura - che non hanno nulla da invidiare ai più celebri processi europei del Seicento. Orge caratterizzate dal patto di sangue con Satana, da balli, da pratiche sessuali libere, anche se prive di godimento, da cibi abbondanti, ma senza sale, e talvolta anche da infanticidi, rientrano nelle esperienze o nelle suggestioni di molte napoletane e lasciano spesso perplessi e incerti i loro giudici. Dinamiche dello stesso tipo sono ancora più evidenti nelle tante rivelazioni di rapporti sessuali individuali col diavolo, che costituiscono uno dei frutti più drammatici, non solo nella Napoli moderna, dell´internamento «rieducativo» delle «peccatrici» da redimere. Quanto più si stringe il cerchio sulle donne e sulla loro sessualità, tanto più il diavolo diventa per molte di esse l´unica alternativa. Giovane, imperioso, bello, si presenta di notte accanto ai letti delle recluse e dà loro i piaceri fisici preclusi dalla morale ufficiale. Uno scenario difficile da immaginare oggi, anche se l´Irlanda di "Magdalene" ci deve far riflettere. In ogni caso, se è vero che l´orizzonte in cui matura il satanismo contemporaneo non è quello della costrizione e della repressione, la sessualità e la morte sono, ora come allora, gli aspetti dell´esperienza in cui la figura del diavolo manifesta nel modo più prepotente la sua straordinaria forza di attrazione.


paura

 
ricevuto da Paola Franz

www.unito.it
La ricerca italiana guidata da Piergiorgio Strata pubblicata su "Neuron"
IL RICORDO DELLA PAURA PASSA PER IL CERVELLETTO:
SCOPERTA LA PROTEINA CHE NE TIENE TRACCIA

Lo studio è stato realizzato dall'Università di Torino
e dalla Fondazione S. Lucia di Roma


La paura, come il dolore, è un meccanismo di difesa che ci aiuta a prevenire pericoli e situazioni peggiori, ma può anche essere una malattia che fa vivere in uno stato di eterna ansia. Negli esperimenti condotti sui ratti è noto che suoni associati a leggere, ma fastidiose, scosse elettriche vengono memorizzati, dopo una fase di apprendimento, come una “lezione di pericolo”; successivamente, anche il solo suono induce negli animali uno stato di paura e di ansia. La formazione dei ricordi associati ad eventi traumatici è mediata da una struttura posta nella profondità del nostro cervello e che l‘uomo ha ereditato dai rettili, l‘amigdala: quest‘ultima regola gli stati emotivi di paura ed ansietà, mentre alterazioni della sua funzione inducono patologie quali attacchi d‘ansia, depressione ed autismo. In uno studio condotto su topi e pubblicato oggi su “Neuron”, il gruppo di ricercatori dell‘Università di Torino e dell‘IRCCS Fondazione Santa Lucia di Roma, Benedetto Sacchetti, Bibiana Scelfo e Filippo Tempia, guidati dal Professor Piergiorgio Strata, hanno dimostrato che la memoria di un evento che provoca paura è accompagnata da modificazioni stabili in un particolare tipo di sinapsi (formata dalle fibre parallele e dalla cellula di Purkinje). A sua volta tale sinapsi possiede in esclusiva una specifica proteina (la subunità delta2 del recettore del glutammato, codificata dal gene GRID2 la cui mutazione provoca atassia cerebellare); quando questa manca l‘animale “impara” la reazione di paura acquisita ma poi la dimentica, mentre la paura innata rimane intatta. Vengono pertanto confermate alcune recenti ricerche che hanno dimostrato l‘importanza del cervelletto anche nel controllo delle emozioni e non soltanto nella regolazione dei movimenti, come sostenuto per lungo tempo. Negli animali la stimolazione del cervelletto ha provocato reazioni comportamentali indicative di un aumentato stato di paura. Nell‘uomo la stessa stimolazione evoca sintomi psicotici, mentre in pazienti con lesioni in questa sede sono stati documentati gravi disturbi della sfera emotiva (ad esempio depressione ed autismo). Il cervelletto è inoltre in grado di regolare direttamente e indirettamente l‘attività dell‘amigdala e, come dimostrato per la prima volta con questo studio, è coinvolto nella formazione dei ricordi legati alla paura. “L‘identificazione di un sito così specifico per il consolidamento della memoria della paura apre la via - ha dichiarato il Professor Strata - alla manipolazione della proteina coinvolta e alla possibilità d‘interferire con i fenomeni di paura ed ansia. A livello per ora del tutto teorico, la manipolazione di tale proteina potrebbe farci dimenticare esperienze sgradevoli che possono influenzare negativamente il nostro stato psichico. Altra prospettiva, sulla quale attualmente lavoriamo, riguarda lo studio dei meccanismi molecolari della modificazione sinaptica associata alla memorizzazione della paura dimostrata in questo lavoro”. Lo studio effettuato dai ricercatori di Torino e Roma fa parte di un vasto progetto per studiare i meccanismi della memoria e dell‘apprendimento a livello di modificazioni che avvengono nelle sinapsi (plasticità sinaptica); tali studi sono di fondamentale importanza per i processi di riabilitazione. Il progetto è sostenuto dal Ministero dell‘Università e della Ricerca e dal Ministero della Salute attraverso la Fondazione Santa Lucia.


sonno depressione creatività memoria
un convegno all'Università di Napoli

 
Il Mattino 23.6.04
Elogio della «pennichella» antistress
di Fabrizio Coscia


«Chi dorme non piglia pesci», recita un antico adagio popolare. Eppure, a giudicare dagli ultimi risultati nel campo della ricerca sul sonno, pubblicati di recente su «Nature», appare sempre più plausibile l'idea che durante il sonno non solo si continui a ragionare, ma sia possibile capire cose che, da svegli, sembravano incomprensibili. Come dire che per risolvere un problema che ci assilla non ci sarebbe rimedio migliore d'una bella dormita. E lo sanno bene personaggi come il fisiologo Otto Loewi, premio Nobel austriaco, che arrivò in pieno sonno all'esperimento per verificare la sua teoria della trasmissione chimica degli impulsi nervosi; o il chimico russo Dimitrij Mendeleev, che dopo essersi arrovellato a lungo su come disporre i 63 elementi allora conosciuti, sognò la tabella che l'avrebbe reso famoso; o il romanziere Robert Louis Stevenson, il quale sostenne di aver visto in sogno la trama de Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Hyde; o il compositore 700esco Giuseppe Tartini, che trovò, sempre dormendo, la melodia della sonata per violino «II trillo del diavolo».
L'importanza del sonno nella riorganizzazione inconsapevole delle informazioni mentali è studiata da tempo, almeno dal 1953, data della scoperta del sonno REM, ma i poeti, come sempre, sono stati di gran lunga in anticipo sulle scoperte scientifiche. Già Shakespeare, infatti, che nel «Macbeth» definisce il sonno il «nutrimento principale al banchetto della vita umana», esaltava le qualità balsamiche e, per l'appunto, riordinative, di un'attività che «ravvia, sbroglia, dipana l'arruffata matassa degli affanni». Elogio di Morfeo, dunque, celebrazione della pennichella, apologia dello sbadiglio? Eppure, nonostante l'importanza del riposo nella nostra vita sia sempre più confortata dai dati scientifici, la tendenza generale sembra essere quella di non dormire a sufficienza. Troppo incalzati da ritmi di vita frenetici e da modelli di produzione e competitività stressanti, continuiamo a sentirci in colpa per qualche ora in più dedicata al sonno, come se fosse tempo sprecato.
Per discutere di questi e altri problemi da domani si apriranno i lavori della IX riunione annuale della Società italiana di ricerca sul sonno, presso l'aula Magna della Presidenza della Facoltà di Medicina e Chirurgia, Seconda Università di Napoli. Al congresso internazionale - organizzato dai responsabili del laboratorio del sonno del Dipartimento di Psicologia, Giuseppe Barbato e Gianluca Ficca - si discuterà fino a sabato degli ultimi risultati delle ricerche sul sonno e sul sogno.
«Tra i temi del congresso sarà data grande attenzione alla gestione della sonnolenza, che è oggi uno dei campi di studio più importanti per la ricerca sul sonno - afferma il prof. Ficca, autore con Piero Salzarulo del saggio La mente nel sonno (Laterza) - È un tema attuale e di grande rilevanza sia per la sicurezza stradale, sia per categorie quali turnisti, controllori di volo e piloti. Su quest'ultimo aspetto in Italia l'attenzione delle istituzioni e delle aziende è ancora minore rispetto al resto d'Europa. Basti pensare che in Scandinavia, ad esempio, le compagnie aeree si avvalgono di consulenze specialistiche proprio per affrontare questo tipo di problemi». Due le letture magistrali previste dal congresso: Daniel Aeschbach (Università di Harvard) sulle differenze tra brevi e lunghi dormitori e Joelle Adrien (Salpetriere) sulle relazioni tra sonno e depressione.
«Le alterazioni del ritmo sonno-veglia sono spesso il sintomo di malattie neurologiche e psichiatriche - spiega Ficca - e proprio per questo vanno diagnosticate con molta attenzione». Depressione, creatività, memoria: il dibattito, tra gli esperti, è ancora aperto. E a testimonianza dell'ampio spettro d'interessi che può avere il tema, il congresso aprirà con una relazione sul «Sonno nel cinema», di Ignazio Senatore, introdotta da un video che raccoglie immagini di sonno e sogni di celluloide.


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un caso
 
TG.com 23.6.04
La condanna di Francesco Nuti
Il regista ancora schiavo dell'alcol


Francesco Nuti ci è ricascato. Il mal di vivere attanaglia ancora il regista toscano che dai successi degli anni Ottanta è sprofondato in un abisso di depressione, paura e solitudine. Alla conferenza stampa romana che avrebbe dovuto segnare il suo riscatto si è presentato con i segni inconfondibili dell'ennesima sbornia. "Jim Morrison si riempiva di droga, io mi faccio di vino", ha confessato l'artista di fronte alla platea dei giornalisti.
Nuti non aveva nessuna voglia di parlare del suo nuovo film (che dovrebbe cominciare nell'estate del 2005) e della proposta di legge per il cinema italiano sostenuta dai Verdi. Per il protagonista di "Io Chiara e lo scuro" c'era un'esigenza più impellente, quella di lanciare ancora una volta, di fronte a tutti, un disperato grido di aiuto e di denunciare, senza reticenze, la propria dipendenza dall'alcol. Un fenomeno spesso sottostimato, che in Italia colpisce un milione e mezzo di persone e che negli ultimi dieci anni ha causato 300mila vittime. La desolante apparizione del regista di "Stregati" alla conferenza stampa di Roma riporta il problema alla ribalta. Molto si parla di droga, si stigmatizzano canne e spinelli, ma si dà poco spazio al problema dell'alcol e della minaccia che costituisce per i giovani. Qualche titolo in occasione delle "stragi del sabato sera" e poi l'alcolismo torna ad essere un male sotterraneo, una condanna che colpisce spesso i più deboli, ma anche chi, come Nuti, ha conosciuto il successo e poi non ha avuto la forza di far fronte agli inevitabili passi falsi della vita.
"Perché non mi fate domande sull'anima? Perché non parliamo dell'anima?", chiedeva Nuti ai giornalisti che lo incalzavano con domande su "Solo quando potrò cullare un bambino", il nuovo film che il regista dirigerà e interpreterà con Philippe Noiret. E oggi l'anima del regista d'oro degli anni Ottanta è un'anima inquieta e malata, che rifugge dalla "normalità", ma senza trovare una via di uscita. Qualcuno si era illuso che per Nuti si stesse aprendo una nuova pagina, che l'attore toscano si stesse riprendendo dopo le drammatiche esternazioni dei mesi scorsi, il suicidio annunciato, i ricoveri in ospedale. L'apparizione da Panariello in "Torno sabato...e tre", l'idea di un nuovo film, il progetto di legge sul cinema che l'artista avrebbe dovuto presentare con il presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, tutte queste cose facevano ben sperare. La performance di Roma ha riportato tutti a una realtà ben più sofferente. Gonfio e trincerato dietro gli occhiali scuri, l'autore di "Caruso Paskovski" ha gelato tutti con un triste elenco di personaggi che, come lui, sono stati schiavi della dipendenza: Ray Charles, Jim Morrison, Jimmy Hendrix. Poi ha citato il suo nemico, l'unica cosa di cui Nuti ha detto di avere paura: il vino.


martedì 22 giugno 2004
Barbara Bobulova premiata a «Lo schermo è donna»
 
Corriere della Sera 22.6.04
FIANO ROMANO
«Lo schermo è donna» premia l’attrice Barbara Bobulova


Per «Lo schermo è donna», che si svolge fino a sabato nel Cortile del Castello di Fiano Romano, è stato assegnato il premio Giuseppe De Santis per il miglior volto emergente del cinema italiano all'attrice Barbora Bobulova (foto) scoperta da Marco Bellocchio ne «Il Principe di Homburg». Per l'occasione è stato proiettato ieri il film di Paolo Franchi «La spettatrice» (uscito di recente nelle sale e proposto dal Bergamo Film Meeting e dal Tribeca Film Festival di New York diretto da Robert De Niro).


Marco Bellocchio ha vinto il premio «Salso Cinema»
 
La Gazzetta di Parma 22.6.06
Successo dell'evento organizzato a Brescello
«Salso Cinema» a Bellocchio Il regista ha annunciato: «Farò un film con Castellitto»
di Donato Ungaro


BRESCELLO - Si è conclusa, a Brescello, la «tre giorni» dedicata al cinema: la cittadina reggiana, infatti, è conosciuta per essere stata protagonista negli indimenticabili film in bianco e nero di Peppone e don Camillo. E sabato sera, in piazza, c'era appunto un maestro del cinema italiano, Marco Bellocchio, giunto in riva all'Enza per ritirare il premio «Salsomaggiore Cinema».
Un connubio, quello tra Brescello e Salsomaggiore, che fin dall'anno scorso ha dato i suoi frutti grazie al Videofilm, nato dalla collaborazione tra le due cittadine turistiche.
Un Marco Bellocchio, quello incontrato in piazza Matteotti, ben disponibile a parlare di Brescello, ma anche di Bobbio e di Piacenza, la provincia la cui amministrazione ha commissionato un filmato al regista chiedendogli di affrontare, nell'anniversario della scomparsa di Giuseppe Verdi, una tematica legata al «Peppino» nazionale.
Mentre sullo schermo della piazza scorrevano i fotogrammi di «Addio al passato», Bellocchio, appassionato estimatore del belcanto, spiegava le motivazioni che lo hanno spinto a realizzare il suo lavoro dedicato a Verdi.

«La provincia di Piacenza ed i piacentini condividono l'eredità e la passione per Verdi - sottolinea - del resto la "Traviata" è nata a Villa Sant'Agata, in provincia di Piacenza. Ed allora, in un momento come quello che stiamo vivendo, in cui la lirica purtroppo sta declinando, ma dove fortunatamente si vedono ancora tanti giovani che vogliono fare il soprano, il baritono o i tenori, ho pensato ad una contraddizione piacevole e che propone una speranza, quella di non far scomparire una forma d'arte importante come la lirica».
Brescello, ma anche Salsomaggiore, per ritirare un premio; certamente non è Taormina, o Venezia, ma anche queste iniziative sono importanti.
«Ho vissuto nella mia carriera molte di queste premiazioni - spiega il regista - ma vengo volentieri in realtà come queste, dove in qualche modo c'è qualcosa di più autentico e mi riconosco molto profondamente. Brescello, ma anche Salsomaggiore, non è molto diversa da Bobbio, da Piacenza, dai paesi e dai luoghi in cui sono nato e cresciuto. Così trovo giusto esserci».
Cosa c'è nel futuro di Bellocchio?
«Il titolo del prossimo film sarà "Il regista di matrimoni" e l'interprete dovrebbe essere Sergio Castellitto, ma non voglio dire altro».
(...)


Argentieri, Bollea, Gatto Trocchi, Parsi
un convegno sui bambini a Roma

 
La Repubblica 22.6.04
Un´idea nuova di piccoli adulti in un convegno organizzato oggi a Roma alla facoltà di Scienze della formazione. In nome della cultura dell´infanzia
Famiglie, l´ultima rivoluzione è la fine del bambino tiranno
Così mamma e papà non pensano più al figlio-capolavoro
No alle troppe aspettative e alle partite vinte: crescerà meglio
La parola chiave ora è "rispetto": senza pagare prezzi di "unicità"
di MARIA STELLA CONTE


ROMA - Non più figli capolavoro. Non più genitori dalle sproporzionate aspettative. Nasce un nuovo bambino. Forse. Un bambino non più concepito in funzione dei sogni, delle proiezioni o degli immaginifici progetti degli adulti; nasce dal cuore e dalla mente di nuovi padri e nuove madri che sempre più numerosi «cercano di fare del figlio semplicemente quel che è, senza imporgli di pagare il prezzo della sua preziosa unicità».
Una inversione di tendenza - sostiene Marina D´Amato, ordinario di Sociologia all´Università Roma Tre - dalla parola chiave semplicissima: rispetto. Che non significa dire sempre sì, firmando la resa incondizionata ad ogni capriccio; che non c´entra con il mondo delle cose, con le quantità, ma riguarda la qualità delle relazioni familiari: disponibilità, tempo, attenzione. L´idea del bambino tiranneggiato dalle troppe aspettative e al tempo stesso tiranno in un mondo che lo asseconda in tutto; l´idea del figlio che con tutto quel che ha potrà, dovrà diventare tutto quel che è, declina. O così sembra agli studiosi dell´infanzia che (anche) di questo discuteranno oggi nel convegno "Per un´idea di bambini" organizzato dalla sociologa D´Amato presso la facoltà di Scienze della Formazione dell´Università romana dove ci saranno, tra gli altri, la psicoanalista Simona Argentieri, il neuropsichiatra Giovanni Bollea, l´antropologa Cecilia Gatto Trocchi, la psicoterapeuta Maria Rita Parsi.
«La cultura dell´infanzia è l´ultima e unica rivoluzione possibile», anticipa Parsi «e la società che nascerà ponendo al proprio centro il bambino non sarà per questo meno forte poiché ripartirà dalle sue radici. Avanguardie di genitori a parte, nella realtà si è passati da un´educazione oppressiva e violenta al lassismo totale; a bambini "tiranni" che non bisogna far piangere, urlare, disperare; bambini senza regole "perché tanto poi, crescendo, le regole le troveranno da soli"». Bambini che conoscono la solitudine, dice Parsi, «e che spesso sentono di essere un limite alla vita dei genitori».
Cambierà, impercettibilmente sta già cambiando. Le donne sembrano faticosamente uscire dal testa-coda che le vede sbandare tra casa, lavoro, famiglia; ora - sostiene la Parsi - sta agli uomini però fare la propria parte per costruire una «società di padri e non di sole madri; sta agli uomini e alla società, che deve riconoscere alla maternità, ai bambini e alla famiglia il loro valore, e non solo a parole».
Un cammino che visto con gli occhi dell´antropologa Cecilia Gatto Trocchi, sembra quasi impercorribile. Perdita del senso del ruolo, perdita di responsabilità, disinteresse. «I genitori - sostiene severamente Gatto Trocchi - non educano, delegano. Educare significa stare con i figli, cosa che non avviene e non certo per mancanza di tempo: il tempo è una realtà elastica, bisogna solo saperlo usare; educare non significa fornire ai bambini una serie indifferenziata di competenze ma insegnargli la vita, vivendo con loro, conoscendoli, guardandoli e facendosi guardare. Noi abbiamo abolito la "prova", il "rito", il premio e il castigo; abbiamo tolto ai bambini la possibilità di misurarsi con il dolore, la paura, le difficoltà. Nessun esempio da seguire se non i miti virtuali e televisivi... «Sì, presa da qui, un´inversione di rotta sembra improbabile. Improbabile, non impossibile».


la cultura greca fuori dalla Costituzione europea
 
La Gazzetta del Sud 22.6.04
La Costituzione ignora anche la filosofia greca
LE “RIMOZIONI” EUROPEE
di Giovanni Morandi


E così Tucidide l'ateniese è uscito dalla Costituzione europea (era citato nel penultimo preambolo, è scomparso nell'ultimo) non per eccesso di vetustà semmai, viene il sospetto, per il suo contrario, perché il suo nome avrebbe potuto creare imbarazzi non solo per le allusioni al passato prossimo ma più ancora per quelle al presente. È singolare il percorso che ha fatto la censura dei compromessi, che non ha aggiunto nulla al testo di dicembre ma lo ha amputato di parti, che se lette in successione hanno un loro significato, perché fanno riferimento ai temi del grande duello tra Atene e Sparta, tra società aperta e totalitarismo, tra democrazia – non è forse una parola mutuata dal greco antico? – e oligarchia. Troppo facile pensare al dissolto impero del Male, come lo chiamava il vecchio Reagan, e il confronto tra antico e attuale fa rischiare l'incidente diplomatico se, sia pure per un attimo, si associa il Tucidide della “Storia” a qualche slogan sgangherato di Bush, quando parla di guerra per esportare democrazia. Noi «serviamo da modello piuttosto che imitare gli altri». «Abbiamo forzato tutti i mari e tutte le terre ad aprirsi alla nostra audacia. Abbiamo lasciato ovunque monumenti perenni del bene e del male che abbiamo fatto», che nient'altro ci paiono che pericolose teorizzazioni di un ideologo dell'imperialismo democratico. E se così fosse e non fossero questi solo notturni pensieri di luglio, allora viene il sospetto che le censure dei compromessi abbiamo seguìto il criterio della troppa attualità piuttosto che quello dell'eccesso di storia antica. È vero, ricordare, soprattutto se si è inclini all'oblio, può riservare delle sorprese e far scoprire radici, che è meglio far finta che non esistano. Forse a questo principio sono stati sacrificati i riferimenti oltreché alla democrazia di cui parla l'ateniese anche alla civiltà ellenica e romana. Eppure 2400 anni fa nella cosiddetta guerra del Peloponneso raccontata dallo storico cassato c'erano già tutte le risposte ai dubbi che ci tormentano oggi, compreso il perché si debba a volte usare la forza, perché al più forte spettino più privilegi ma anche più doveri, perché nulla dura, nemmeno la vittoria, e perché, come gridano gli abitanti di Corinto, «gli ateniesi sono nati per non dar pace a se stessi e per non darla agli altri». Perché è delle democrazie e delle società aperte sottoporsi alla tirannide dell'interrogarsi. Con tutto quel che ne consegue. Ma chiedere questo alla vecchia Europa sarebbe troppo, meglio una vita modesta ma tranquilla.


Glaxo in difesa a proposito del Paxil
 
ricevuto da Francesco Troccoli

Herald Tribune: pag. 13 - 19, 20 giugno 2004
GlaxoSmithKline, accusata di avere nascosto parte dei dati sperimentali dell'antidepressivo Paxil, ha annunciato di avere l'intenzione di pubblicare sul Web i risultati di tutti i clinical trials sul farmaco. La società ha già pubblicato sul suo sito gli studi che l'accusa ritiene siano stati occultati precedentemente

"First World", servizio internazionale di notizie nel farmaceutico, 06/18/2004
GlaxoSmithKline to set up public clinical trial database
by Candace Hoffmann


GlaxoSmithKline said that it is setting up a public database, which is the first of its kind by a drugmaker, of Glaxo-sponsored clinical studies of its marketed drugs, news sources report. The on-line database will be called the GSK Clinical Trial Register.
Glaxo spokesman Chris Hunter-Ward said that the database has been under consideration for several months, as reported in Bloomberg. "We think it's an important step in restoring public faith in medical research," Hunter-Ward is quoted as saying in an interview. The database will be available to physicians and the public in the third quarter and contain clinical trial data going back four years.
Glaxo's announcement came shortly after the American Medical Association said earlier this week that it would recommend the establishment of rules requiring all drugmakers to disclose clinical trials in a US public registry, as reported in Bloomberg. The drugmaker also recently posted the results of its trials of Paxil's use in children on its Web site in response to a lawsuit filed by New York's attorney general, alleging that it suppressed negative data on the drug.
"Glaxo is trying to improve transparency given the situation it finds itself in with [New York Attorney General Eliot Spitzer], Code Securities' analyst Mike Ward is quoted as saying. But Glaxo CEO Jean-Pierre Garnier said that the establishment of the database is not in response to Spitzer's lawsuit, instead it is related to the AMA's recent motion. "I think this is the right thing to do. We think more transparency is better," Garnier is quoted as saying, as reported in Yahoo Finance, "We don't want to be accused of anything about the way we deal with trials. I think it too important a subject."
Attorney General Spitzer is quoted as saying, in response to Glaxo's decision to create the database, "This is another positive step toward providing important and necessary information to doctors and the public," as reported in Yahoo Finance.


i tesori etruschi della Toscana
 
Repubblica Firenze, 22.6.04 - 14:29
Notti archeologiche in Toscana alla scoperta degli Etruschi


Notti archeologiche in Toscana, dedicate agli Etruschi. Per una settimana, dal 28 giugno al 4 luglio, la regione metterà in mostra i suoi tesori archeologici con un calendario di 400 iniziative speciali tra aperture notturne di musei e parchi, esposizioni, visite guidate, trekking archeologico e feste etrusche. Escursioni notturne il 3 luglio alla Necropoli di San Cerbone (parco di Baratti e Populonia) lungo un percorso illuminato da torce; oppure al Parco Archeominerario di San Silvestro, lungo un suggestivo percorso sotterraneo; oppure ancora il 29 giugno il percorso lungo le 'vie dell'imperò a Cortona (Arezzo).
Per l'occasione sarà anche aperta al pubblico a Sarteano (Siena) la mostra "La Tomba della Quadriga infernale": è l'eccezionale scoperta fatta lo scorso ottobre nella necropoli di Pianacce, dove fu rinvenuta in condizioni ancora eccellenti una tomba estrusca risalente agli ultimi decenni del IV sec. a.c.


lunedì 21 giugno 2004
i filosofi...
 
Repubblica 21.6.04
IL DNA DEI FILOSOFI
esce in Francia un saggio di Pierre Riffard

Il 54% vivrà lontano dal luogo di nascita
salvo Leibniz non sono quasi mai precoci
Sono quasi tutti uomini, orfani, autodidatti e spesso celibi
Ci sono aspetti comuni nella natura dei pensatori di ogni era
di PICO FLORIDI


Filosofi «Conosci te stesso», diceva Platone perché il filosofo lavora sul sé, cerca la soluzione al suo assillo metafisico nell´intimo, sperimenta le sue osservazioni sul campo della sua coscienza. Vale quindi la pena cercare di scoprire come sono fatti i filosofi, qual´è la loro natura seguendo Pierre Riffard in un saggio erudito e originale: Les philosophes: vie intime (Puf, pagg.284, euro 23). Riffard va alla ricerca del Dna del pensatore, del cuore del genio pulsante in un universo ordinario, dell´individuo dietro la riflessione, dell´uomo visto attraverso il buco della serratura fornendo una miriade d´informazioni, di statistiche, di curiosità buffe e sorprendenti. Cos´è la voglia di "filosofare" e come nasce? Si è avvantaggiati se si è maschi, succede nel 99% dei casi con rare eccezioni in ogni epoca, e se si resta orfani da piccoli come è capitato al 69% degli uomini che hanno dato orizzonti nuovi al pensiero umano. Platone e Sartre perdono il padre in fasce, Marc´Aurelio e Hume a 3 anni, Nietzsche a 4 anni, Agostino a 16, Rousseau perde la madre a 10 giorni, Cartesio a pochi mesi, Pascal a 3 anni, Aristotele a 11 anni, Kant e Hegel a 13. Erasmo perde entrambi i genitori nel giro di un anno, Leibniz il padre a 6 e la madre a 17, Russell la madre a 4 e il padre a 6, Croce i due genitori a 17. E si potrebbe continuare.
In mancanza di genitori, il mestiere di filosofo, che non è di quelli ereditari, si impara da autodidatta o da un altro filosofo. Una catena assidua unisce Talete ad Aristotele passando per Anassimandro, Parmenide, Zenone, Democrito, Protagora, Socrate, Platone: 250 anni di filosofi di maestro in discepolo, senza soluzione di continuità. La stessa progressione unisce Fontenelle, Montesquieu, Voltaire e d´Alembert nel '700 e Husserl, Heidegger, la Stein, la Arendt, Levinas e Gadamer nel '900.
Ma non basta. Nel 13% dei casi, i filosofi nascono lontano, nelle colonie, sono espatriati. Questo dà loro lo sguardo del «marziano sulla terra» prerogativa di una delle rare donne, Simone Weil e condizione privilegiata per l´osservazione acuta. Succede nell´antica Grecia, nell´antica Roma, e nell´Europa moderna a Kojève, Althusser, Derrida. Ma capita ancora più spesso, al 54%, di loro, di cambiar paese da adulti, per scelta o destino: lo fanno Anassagora, Epitteto, Giordano Bruno, Hobbes, i pensatori che sfuggono al nazismo e i visiting professor che esigenze di carriera trapiantano in altri paesi.
Il filosofo non è mai precoce. Non esistono Mozart in questo mestiere. L´età media della prima opera è 27 anni con un Leibniz diciassettenne che abbassa la media. Quella del testo fondamentale è di 42 anni e qui è ancora un Leibniz sessantottenne ad alzarla. La speranza di vita è di 67 anni compresi i vecchioni, da Platone a Russell.
Il capitolo su fede e religioni è altrettanto ricco di curiosità. Su 291 filosofi presi in esame da Riffard, quelli di fede cristiana sono il 51%, gli atei il 27, i pagani il 19, gli ebrei poco meno del 2%. In tutto sono una dozzina le religioni che i filosofi occidentali contemplano, adattandole perlopiù alle loro esigenze speculative o inventandole di sana pianta. La fede ci avvicina all´uomo e alle sue intimità.
Il filosofo è anzitutto un camminatore, peripatetico, mezzofondista, le sue idee si formano in movimento. Conosce la felicità della passeggiata e i piaceri delle sue trovate: Hobbes non esce senza un bastone nel cui manico si celano una penna d´oca e un calamaio, Cartesio adora andare in giro nell´assordante vocio degli olandesi, Schopenhauer porta a spasso ogni giorno il suo barboncino, Pascal va con le stampelle a caccia di reliquie, per Benjamin i quattro passi rappresentano l´essenza del pensiero.
Dal punto di vista della libido, il filosofo è un estremo: le sue aree preferite sono ai margini e si estendono dalla verginità, alla castrazione e dalla perversione al vizio. Origene sceglie l´evirazione, Abelardo la subisce. Fra gli illibati troviamo Plotino, Erasmo, Paracelso, Spinoza, Pascal, Kant e ancora la Weil, la «Vergine rossa». Se la stragrande maggioranza ha gusti etero, con l´eccezione dei pederasti greci e di Michel Foucault, alcuni preferiscono il triangolo: Rousseau ripetutamente, Nietzsche platonicamente, Sartre e Beauvoir reciprocamente. Molti scelgono le loro allieve e colleghe o le prostitute per abbandonare il terreno della razionalità e abbandonarsi alla misura umana. Rari quelli capaci d´innamorarsi e molti quelli che scelgono il celibato, Platone, Epitteto, Cartesio, Pascal, Spinoza, Voltaire, Wittgenstein e naturalmente il misogino Schopenhauer. E comunque il 77% di loro scrive l´opera fondamentale prima di cedere alla crocefissione quotidiana di una sposa e dei suoi marmocchi. Eccezione numerica, Russell con le sue quattro spose, eccezione tardiva Alain che si sposa a 77 anni.
Anche a tavola sono autosufficienti. Spinoza è straordinariamente sobrio, vive di zuppa di latte e di un boccale di birra. Nietzsche si nutre ogni giorno di bistecca e uova e non tocca alcolici o caffé. Kant ama la cucina, non mangia mai da solo e copre tutto di mostarda e Marx adora le spezie. Il 20% dei filosofi è vegetariano, una scelta dovuta all´orrore del sangue per Pitagora, al disgusto per la carne morta per Plutarco, alla regola monastica per Tommaso d´Aquino, al sogno di un´umanità migliore per Thoreau. Ai piaceri della tavola Hobbes aggiunge 10-12 pipe di tabacco al giorno, Marx non si lesina i sigari e ama bere. Sartre prova la mescalina nel 35 e viene perseguitato per sei mesi da allucinazioni che prendono la forma di granchi e piovre, Benjamin si suicida con la morfina. Sono felici i filosofi? Riffard non si sbilancia. Ma nelle sue pagine anche il più accanito serial thinker diventa un uomo.

Repubblica 21.6.04
Il valore di statistiche e tabelle nella storia del pensiero
SE LE IDEE FOSSERO ANONIME
di FRANCO VOLPI


È davvero importante la vita di un filosofo per capire il suo pensiero? Comprendiamo forse meglio la speculazione di Talete se sappiamo che, mentre camminando contemplava il cielo, cadde in un pozzo e fu deriso da una servetta tracia?
C´è un´antica tradizione, iniziata nella scuola di Aristotele, che sostiene l´importanza di quella che con un termine tecnico si chiama «dossografia»: la raccolta sistematica di opinioni (doxai), notizie e aneddoti, utili a contestualizzare la dottrina di un pensatore. Culmine di tale tradizione furono le celebri Vite dei filosofi di Diogene Laerzio.
C´è un´altra tradizione, invece, che respinge questa idea. Il suo più celebre esponente, Hegel, sosteneva che la storia della filosofia non è una «filastrocca di opinioni» ma segue una precisa logica: è l´espressione dialettica delle figure del pensiero stesso. Della medesima convinzione era Heidegger: nelle sue leggendarie lezioni su Aristotele riduceva la vita a tre parole: «Nacque, lavorò, morì». Nello stesso senso Foucault suggeriva un´originale proposta: introduciamo un «anno senza nome» in cui tutti i libri siano pubblicati anonimi. La motivazione? «Se tu, lettore, non sai chi sono, non ti verrà la tentazione di cercare le ragioni per le quali scrivo quel che leggi. Lasciati andare a dire semplicemente: è vero, è falso; mi piace, non mi piace».
Pierre Riffard - noto come studioso di esoterismo - vuole invece ricavare dalla dossografia una prospettiva nuova da cui indagare ciò che fanno e chi sono i filosofi. Armato di statistiche e tabelle - più divertenti che precise - documenta che i filosofi sono spesso orfani (69%), vivono per una buona metà all´estero (54%), preferiscono rimanere celibi (70%), comunicano generalmente i loro pensieri a forza di libri (98%), sono quasi tutti maschi (99%). Riffard è peraltro convinto che così come ci sono doberman, pastori tedeschi, barboncini e fox terrier, esistano anche diverse razze di filosofi. Azzarda perfino un Guiness dei primati: il più letto? Platone. Il più presente in internet? Nietzsche. Il più difficile? Heidegger. Il più calunniato? Epicuro. Il più potente? Marco Aurelio. Il più carrierista? Francis Bacon. Il più copione? Montaigne. Il più malato? Pascal. Il più ipocrita? Jean Meslier (prete, ma in segreto ateo). Il più scemo? Senocrate («Che asino!», diceva Platone). Dati da prendere sul serio o amenità?
Vale la pena, per valorizzare la dossografia, ricordare quel che Aristotele riporta di Eraclito. Alcuni curiosi erano andati a trovarlo per osservare all´opera un grande pensatore: «Lo incontrarono invece mentre si riscaldava a un forno. Si fermarono sorpresi, perché, vedendoli esitare, egli li incoraggiò ad entrare con queste parole: "Anche qui sono presenti gli dèi"».


domenica 20 giugno 2004
il Vaticano si è lamentato della Costituzione europea
il prof. Severino risponde

 
Corriere della Sera 20.6.04
NOI EUROPEI
Quello spirito critico che viene da Atene
di EMANUELE SEVERINO


Se c’è, in che consiste lo «spirito europeo»? La Costituzione europea appena approvata lo rispecchia? Si possono dare subito le risposte. Lo «spirito europeo» è lo «spirito critico». E nessuna Costituzione, inevitabile frutto di compromessi, può rispecchiare lo «spirito critico». Al senso di quest’ultima espressione, tuttavia, non si accede facilmente.
Lo spirito critico è lo spirito dell’Europa perché, comparso a un certo punto della storia dell’uomo, in Grecia, si è allargato sino a dominare tutti gli eventi del continente europeo, e nonostante tutto tende oggi a estendersi sull’intero pianeta. Nessun altro «spirito» è stato in grado di far questo.
Per millenni gli uomini vivono nel mito, cioè accettando le consuetudini culturali della società in cui vivono o, prima ancora, facendosi guidare dai loro impulsi. Poi, cinque secoli prima di Cristo, nell’antico popolo greco viene alla luce la volontà di dubitare di ogni consuetudine e di ogni impulso, e di respingere tutto ciò che si lascia respingere.
A questa volontà i Greci hanno dato il nome di «filosofia». «Filosofia» è sinonimo di «spirito critico». O ne è la radice. Respingendo i «sepolcri imbiancati» ed esaltando la «retta intenzione» Gesù è un grande sostenitore dello spirito critico - anche se sarà tradito da molti che si porranno al suo seguito. Il cristianesimo autentico è la religione filosofica per eccellenza, si è detto. Ed è giusto, per quel tanto che il cristianesimo è critica dei sepolcri. Alla base della libertà, della democrazia, del rispetto della dignità dell’uomo, che la Costituzione europea dichiara di promuovere, c’è quello spirito, cioè la lotta contro le antichissime e le più recenti tirannidi che esigono la cieca accettazione dei loro comandi.
L’atteggiamento critico si estende sin dove gli è possibile. Non si ferma sin quando gli è possibile detronizzare tiranni e abbattere idoli. Si ferma cioè solo dinanzi all’innegabile - e l’innegabile autentico è la verità. «Filo-sofia» significa, alla lettera, «cura per ciò che è luminoso ( saphés )»; e la verità è per essenza ciò che si mantiene nella luce.
Tutte le forme della cultura e della civiltà europea tengono al loro centro questa volontà di verità. Che non può essere regolata da leggi esterne - e in questo senso è «anarchica» -, ma solo dalla legge che prescrive di respingere tutto ciò che può esser respinto - e in questo senso è sommamente non anarchica. È palese l’anima comune della verità, della scienza moderna e della crescente razionalizzazione dell’agire in Europa. E anche dell’arte europea - la quale conduce sì nel sogno, ma perché ha costantemente dinanzi i connotati della veglia, cioè della verità del mondo, da cui vuol prendere provvisorio o definitivo congedo.
Il rapporto alla verità divide gli uomini perché di fronte a essa ogni individuo deve essere solo e perdere in qualche modo di vista quel che fanno gli altri. Non guardava in questa direzione Gesù, quando diceva di esser venuto a portare la spada? Nessuna meraviglia se, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti, gli Stati europei, come le antiche città greche, e ripetendo la diaspora degli individui rispetto alla verità, siano così differenti, divergenti, in lotta e liberi gli uni dagli altri. Una libertà, questa, che non ha nulla a che vedere con le degenerazioni dello spirito critico, come la libertà che è licenza delle masse europee e occidentali, o come l’inerzia culturale che trasforma in un dogma lo stesso spirito critico. Del quale il cristianesimo, nel suo sviluppo storico, è stato un grande nemico.
Si comprende quindi che cosa stia al fondo delle riserve di chi avrebbe dovuto inserire nella Costituzione europea il riconoscimento delle nostre «radici cristiane». È breve il tragitto che (indipendentemente dalle intenzioni) conduce da questo riconoscimento a quello della sopravvivenza di tali radici e dunque al riconoscimento che l’Europa è uno Stato cristiano - con l’inevitabile conseguenza che una condotta di vita non cristiana sarebbe una violazione della Costituzione europea. È un’affermazione dello spirito critico che l’Europa non abbia i suoi «Patti Lateranensi».
Fuori discussione, dunque, l’importanza della Costituzione europea. Ma è ancora un passo formale. Più decisivo è come l’Europa possa disporre, sul piano della politica estera, di una «capacità operativa ricorrendo a mezzi civili e militari» (art. 40 della Costituzione).
L’Europa non può allontanarsi dagli Stati Uniti, ma può esserne un interlocutore credibile e dunque un valido alleato solo se è militarmente forte. Penso alla forza che, in un mondo sempre più pericoloso, non può essere improvvisata, e che però esiste già, ed è l’armamento nucleare russo. Europa e Russia stanno già da tempo riavvicinandosi.
Come potrebbe essere diversamente? Se si prospetta l’aggregazione della Turchia all’Europa, come ignorare, oltre al resto, che lo «spirito critico» ha condotto in Russia al tramonto del comunismo?
Detto questo, il passo più decisivo incomincia a questo punto: gettar luce nell’abisso inesplorato da cui lo «spirito critico» è emerso.


dagli USA:
nuove terapie per ricchi contro lo stress

 
In Usa si usa
Contro lo stress il gioco del barbone
di ALESSANDRA FARKAS


NEW YORK - Dopo New York, Montreal, Londra e Parigi, gli organizzatori sono decisi ad esportare la nuova moda per ricchi insoddisfatti in tutte le capitali europee, Roma inclusa. Se ci riusciranno, anche nella "città eterna" politici di grido e manager di successo presto potranno riscattare i propri peccati attraverso lo "Street Retreat", ritiro spirituale (e non solo) sulla strada. Popolarissimo tra i broker di Wall Street che lo praticano nella vicina Bowery, lo street retreat è concepito per mondare lo spirito, non certo il corpo. I partecipanti sono invitati ad indossare stracci e a non lavarsi per una settimana prima di imbarcarsi nel viaggio mistico di tre giorni e due notti tra i topi e la spazzatura dei quartieri più malfamati delle ricche metropoli occidentali.
"Per calarsi nell'esperienza bisogna puzzare, assomigliando a homeless veri - spiega Francisco Lugovina, un monaco buddista del Peacemaker Center di New York, che organizza i ritiri da anni - i partecipanti non possono usare cellulari, orologi, soldi e libri. Sono ammessi solo i sacchi di plastica, per raccogliere cibo dai centri d'accoglienza per poveracci".
Gli effetti del ritiro? "Miracolosi", replica Tom Wolfe, autore del "Falò delle vanità", che ne ha tratto ispirazione per uno dei suoi libri. "E' un'alternativa straordinaria alle costosissime Terme - gli fa eco Robert Dunne, investment bunker - dopo mille diete fallite, è l'unico sistema che mi ha fatto dimagrire".
Ma gli avvocati degli homeless gridano già allo scandalo. "E' un divertimento per ricchi viziati che alla fine del gioco tornano nelle loro ville con piscina e servitù", punta il dito il sociologo Bob Rosen. "Scimmiottare il dramma degli homeless è osceno ed immorale - gli fa eco la psicologa Liz Hase - chi lavora con i senzatetto sa quanto devastante è la vita sulla strada".
La tentazione di scambiarsi i ruoli non è affatto nuova, come testimonia "Il Principe e il Povero" di Mark Twain. "Ma nessun miliardario ha pensato di aprire la propria casa ad un homeless per tre giorni - ribatte Rosen - potrebbe prenderci gusto e rifiutarsi di tornare tra i topi".


«il modello di sapere razionale ha neutralizzato l'altro da sè»
 
La Stampa TuttoLibri 19.6.04
Le emozioni fanno bene alla ragione
Come dimostrano l’amore e il dolore, formano i nostri giudizi sul mondo, non c’è logos senza pathos Martha Nussbaum intreccia filosofia e letteratura, Aristotele e gli Stoici con Dante, Proust e Joyce
di Marco Vozza


TRA ragione e passione esiste un disaccordo antico, di cui la filosofia è la principale responsabile. Ripercorrere la storia del pensiero filosofico - almeno da Platone a Kant - significa innanzitutto cogliere le differenti modalità mediante le quali il modello di sapere razionale ha neutralizzato l'altro da sè, individuato nel plesso di emozioni, desideri, affetti e passioni, che agiscono nella vita degli individui determinandone prospettive, valutazioni e decisioni. Il modello aristotelico che utilizza eticamente la forza delle passioni, modificandole razionalmente, che accoglie la ricchezza della struttura cognitiva insita nelle emozioni e nei sentimenti, non è stato certamente quello vincente nella tradizione del pensiero filosofico. Ad esso si contrappone il modello stoico, secondo il quale le passioni vanno estirpate alla radice, modello repressivo la cui influenza sarà ancora avvertita nei testi di Cartesio e di Kant. Alla luce del paradigma normativo introdotto dagli Stoici, ogni credenza espressa attraverso un contenuto emotivo o passionale è da considerarsi falsa o irrazionale. Per gli Stoici le passioni sono giudizi falsi, erronee valutazioni di un anima turbata, da cui il sapiente è immune. Questa istanza logocentrica presuppone una nuova accezione dell'identità della filosofia, concepita in età ellenistica come medicina dell'anima, terapia del desiderio, cura delle malattie causate da false opinioni, così come il sapere medico cerca di lenire quelle causate dal corpo. Ora la filosofia è diventata pharmakon, rimedio, tecnica di ripristino, correttivo terapeutico nei confronti dei dettami naturali affermati dai desideri e dalle passioni. Mentre Aristotele e i suoi seguaci peripatetici si accontentano di moderare le passioni, gli Stoici sostengono che esse vanno risolutamente bandite da quel dominio razionale della saggezza che richiede assoluta imperturbabilità, perenne apathéia, assenza di dolore ma anche privazione affettiva: ogni passione è colpevole di oltraggio alla ragione, di corruzione della verità, di pervertimento del bene, di deviazione dalla retta via; non esistono pertanto passioni moderate, compatibili con l'esercizio della virtù razionale. Le passioni sono la manifestazione di un'astuzia della natura da combattere mediante l'astuzia della ragione; in quanto medicina per l'anima, analgesico per lenire il dolore dell'esistenza, per debellarne la contingenza, la filosofia, piuttosto che assecondare, deve contrastare la natura, deve negare legittimità ai suoi decreti spontanei, diffidando di ogni forma di esperienza sensibile e immediata. Per gli Stoici e per tutti i fautori della neutralizzazione epistemica delle passioni, il logos deve emergere dalle rovine del pathos, la ragione deve trionfare sulla follìa conseguente all'assenso accordato alle impressioni sensibili, all'eccessivo interesse rivolto al mondo esterno, al ritmo delle sue precarie fluttuazioni, ai dettami instabili della carne. Martha Nussbaum ci ha spiegato esemplarmente queste strategie filosofiche di immunizzazione del logos nel volume intitolato Terapia del desiderio (tradotto lodevolmente qualche anno fa da Vita e Pensiero). Nel ricostruire la dottrina ellenistica, l'autrice suggeriva già una prospettiva meno schematica, muovendo dal dubbio che l'ideale di autoderminazione della ragione richieda l'estinzione delle passioni, che il conseguimento dell'eudaimonía implichi il distacco dal mondo; si potrebbe invece immaginare una nozione più estesa di razionalità pratica capace di accogliere sentimenti quali l'amore, la simpatia, lo stupore e la sofferenza, una concezione della verità in cui comprendere il significato di una proposizione non sia più una fredda operazione dell'intelletto analitico bensì un evento che mobiliti una riserva di passioni, anche quelle dolorose, al fine di coinvolgere tutto il proprio essere e predisporlo ad un eventuale cambiamento. Se è dal mondo della vita che scaturiscono e traggono significato le nostre strutture intellettuali, non vi è logos senza pathos, non vi è ragione che non sia alimentata dalla passione, dall'alterità dell'emozione, dalla contingenza dell'affetto, dalla vibrazione del piacere, dalla contrazione del dolore, istanze le quali - lungi dall'ostacolarne la manifestazione - costituiscono la sua irrinunciabile soluzione nutritizia. Queste premesse sono ora sviluppate in modo autonomo in un libro, o meglio in un'enciclopedia di 850 pagine, che costituisce il più importante contributo contemporaneo alla teoria delle emozioni: L'intelligenza delle emozioni (tuttavia, nell'originale del 2001: Upheavals of Thought. The Intelligence of Emotions). Si dovrà premettere che la filosofia degli ultimi due secoli - almeno da Nietzsche in poi - ha operato una cospicua valorizzazione pragmatica delle passioni e, più recentemente, si è assistito al significativo riconoscimento da parte delle neuroscienze del ruolo delle emozioni nella costruzione dei modelli di razionalità (si pensi agli studi di Damasio); ma l'intento della Nussbaum è ancor più ambizioso, volendo dimostrare come le emozioni siano un dispositivo di pensiero capace di conoscere e valutare gli eventi del mondo esterno, che consideriamo rilevanti per il nostro benessere, per la nostra prosperità personale. Pertanto, non soltanto pensieri ed emozioni cooperano nell'attività cognitiva, ma - ben più radicalmente - le emozioni sono pensieri, attive in particolar modo laddove il soggetto scopre la propria passività nei confronti del mondo esterno, la propria ingovernabile vulnerabilità: l'esperienza del dolore e l'elaborazione del lutto sono a tal proposito decisive, come mostra l'autrice analizzando le proprie reazioni di fronte alla malattia e alla morte della madre. Le emozioni sono dunque forme di giudizio valutativo nei confronti di eventi incontrollabili dall'agente, concernenti per lo più il nostro essere in relazione con altri. Con un termine fuorviante perché non privo di ambiguità, Nussbaum considera neostoica la sua teoria delle emozioni, in quanto condivide il presupposto che il logos non può essere partecipe di elementi non-cognitivi, concezione emendata dal falso assunto che le emozioni siano giudizi fallaci. Le emozioni sono sensibili alla configurazione data del mondo esterno, esprimono la consapevolezza dell'autonomia degli eventi contingenti e registrano le modificazioni che essi apportano alla compagine del Sé, ai progetti e alle prospettive coltivate in vista di una auspicabile eudaimonìa, individuale e collettiva. Siamo innanzitutto creature percettive, oltre che inquiete, esposte ad eventi e situazioni mutevoli, che spesso ci feriscono e scardinano il nostro involucro narcisistico, il quale diventa una zavorra quando le nostre emozioni riguardano l'esperienza dell'amore, a cui Nussbaum dedica trecento pagine di stupefacente acume analitico, scegliendo la letteratura - da Dante a Joyce - come terreno elettivo di indagine. Questo libro, che annovera Proust tra gli autori più citati (insieme alla stessa autrice che, in quanto a narcisismo, non ha nulla da invidiare a certi suoi accreditati colleghi), si conclude con un suggestivo tentativo di dimostrare l'improbabile compatibilità dell'amore con l'idea di una vita eticamente accettabile. Notoriamente, Eros non è democratico né liberale e tantomeno persegue il pluralismo o l'interesse collettivo, ma è comunque possibile ipotizzare (favoleggiare?) una riforma etica dell'amore che tuteli l'individualità dell'altro, promuova la compassione e rispetti il requisito di reciprocità. Se abbandonassimo sconsiderati desideri d'onnipotenza, gelosie e prevaricazioni, solipsismi e narcisismi, forse potremmo finalmente fare esperienza di una vita affettivamente connotata dal disinteresse. Ma tutto ciò non compete ad Eros, semmai evoca Philìa.


«depressione e ansia sono autentiche malattie sociali»
 
La Stampa TuttoLibri 19.6.04
Ma siamo sempre più tristi
Specie tra i giovani cresce il disagio psichico in un’epoca di incertezza, di fronte a un futuro visto come minaccia, individui solitari, con legami e affetti effimeri, liquidi: le analisi concordi di Benasayag e Schmit e di Zygmunt Bauman
di Lelio Demichelis


SIAMO tristi e ansiosi, chiusi e impauriti, ma viviamo in società esasperatamente edoniste. Se tutto è permesso, perché non farlo? Eppure, depressione e ansia sono autentiche malattie sociali. Una contraddizione? No. Miguel Benasayag e Gérard Schmit - filosofo e psicanalista il primo, psichiatra infantile il secondo - operano in Francia nel campo dei servizi di aiuto psicologico al disagio giovanile. Hanno scritto un libro splendido, da leggere e meditare, L’epoca delle passioni tristi. Preoccupati dal dilagare delle patologie psichiche tra i giovani, i due autori hanno cercato di capirne le cause. Ad essere in crisi è oggi soprattutto (prima di tutto) la società, ma è una crisi diversissima da quelle del passato, perché ribalta i suoi fondamenti culturali e simbolici. Una società attraversata oggi da quelle che Spinoza chiamava appunto «passioni tristi», riferendosi non alla tristezza del pianto ma all’impotenza e alla disgregazione. Impotenza per una realtà che non si controlla e che si subisce; disgregazione per la svalutazione di valori e legami. I legami tra persone, soprattutto, oggi debolissimi, fragili. Già Aristotele - ricordano Benasayag e Schmit - spiegava che «schiavo è colui che non ha legami. Libero è invece colui che ha molti legami e molti obblighi verso gli altri e il luogo in cui vive. Paradossalmente - concludono - la nostra società ha un ideale di libertà che somiglia alla vita dello schiavo secondo Aristotele». Oggi davvero siamo sempre più «individui» solitari, sempre meno «persone» capaci di legami e di ascolto. E la novità: le crisi psichiche individuali «avvengono in effetti in una società essa stessa in crisi». Una società - dominata dalla tecnica, dalla logica economicistica e dal bisogno di confermare incessantemente questo «ordine» che cura con i farmaci e non con l’ascolto del paziente. Quell’ascolto che oggi le nostre società (e non solo la medicina) hanno quasi del tutto rimosso. Ogni paziente è invece sempre e soprattutto una «persona» e come tale andrebbe trattata. «Persona» implica qualcosa di molteplice e di aperto al mondo, mai etichettabile rigidamente, mai classificabile «a priori» secondo questionari astratti e modelli preconfezionati di patologie, secondo una certa psicanalisi. Ma la tecnica non ama il molteplice, deve sempre ridurlo a norma, a standard. Anche la medicina. Come la società intera. Qualcosa di radicalmente nuovo è successo: il futuro ha cambiato «segno». Un paradosso astratto? No. «Assistiamo infatti, nella civiltà occidentale al passaggio da una fiducia smisurata a una diffidenza altrettanto estrema nei confronti del futuro». Trionfa l’incertezza. Non che sia sempre negativa, l’incertezza, anzi. Ma certo siamo passati dal mito «dell’onnipotenza dell’uomo costruttore della storia ad un altro mito simmetrico e speculare, quello della sua totale impotenza di fronte alla complessità del mondo». Il mondo non più come «promessa» e come Futuro/Progresso da costruire, dunque, ma come «minaccia» incessante. Ecco allora la paura, la chiusura in se stessi ma anche l’educazione dei giovani alla competizione, al successo, al far da soli. Libero davvero è solo colui che domina, dicono il pensiero (il conformismo) contemporaneo e la nuova pedagogia sociale. Alla fine non si domina nulla, nemmeno se stessi. Perché (ci) siamo privati di quella cosa fondamentale che si chiama legami. Come uscirne? Con la clinica della situazione e dell’accompagnamento, come la definiscono Benasayag e Schmit - dell’ascolto soprattutto. «Dobbiamo sostenere i legami concreti che spingono le persone fuori dall’isolamento nel quale la società tende a rinchiuderle in nome degli ideali individualistici». Che sono ideali fasulli, utili solo ad un nuovo ordine sociale.
Ma come creare legami se il modello dominante è fondato su legami deboli, transitori, effimeri, da consumare rapidamente? Anche nell’amore, ma non solo: ed ecco allora questo Amore liquido di Zygmunt Bauman, uno dei maggiori sociologi di oggi, teorico proprio di quella modernità liquida che ha preso il posto della vecchia modernità pesante, vecchia fabbrica e vecchia società di massa. Legami oggi da poter sciogliere e interrompere come se si cliccasse col mouse e si uscisse dal collegamento. Non legami finché morte non ci separi, dunque, ma legami deliberatamente deboli. Con un di più. Quell’homo oeconomicus «solitario, egoistico ed egocentrico» unito all’homo consumens, altrettanto «solitario, egoista ed egocentrico» che non conosce altra cura per la propria solitudine che il consumare eterodiretto. «Sono uomini e donne privi di legami sociali, gli abitanti ideali dell’economia di mercato e il genere di persone che fanno felici gli analisti del Pil». Cosa può, contro questo meccanismo, l’economia morale, il dono, l’aiuto? Chi crede davvero di dover amare il prossimo suo come se stesso? Come ri-creare legami e solidarietà? L’analisi di Bauman è come sempre efficace. E feroce: la solidarietà umana - scrive - «è la prima vittima dei trionfi del mercato dei consumi». A conferma che è la società ad essere malata.


da Repubblica:
il canale del parto

 
una segnalato da Rita e da Tonino Scrimenti

Dall’inserto di Repubblica "Salute" del 17 giugno 2004 .
IL NEONATO PER USCIRE DAL CORPO DELLA MAMMA È SOTTOPOSTO A VIOLENTI SFORZI COSI’ IL FETO PRODUCE LIVELLI ELEVATISSIMI DI CATECOLAMINE, ADRENALINA E NORADRENALINA CHE GLI CONSENTONO DI ADATTARSI AL MONDO ESTERNO
di Johann Rossi Mason


Venire al mondo dopo nove mesi in cui si è stati protetti e cullati dal ventre materno è certamente un evento stressante. Tanto che sembra che nella parte più profonda della nostra mente, in particolari momenti, vi sia un desiderio intenso di tornare alla beatitudine del ventre materno. Nascere quindi, e affrontare un mondo completamente nuovo, di luci violente, di suoni non più ovattati, di sensazioni tattili e sensoriali intense, non più mediate dal tiepido liquido amniotico. Un bel impegno per un esserino che viene al mondo completamente dipendente dalle cure materne per sopravvivere. Un vero e proprio stress, direbbero alcuni, in quanto sicuramente la nascita è un evento stressante: l'importante è che dopo il neonato ritrovi la serenità grazie alle amorevoli cure di una madre "sufficientemente buona".
Ma purtroppo non è sempre così, e studi sulla fisiologia dello stress, unitamente alla valutazione del comportamento dei neonati come indicatore di disagio, ci pone il dubbio che questi bambini vengano al mondo un po' più stanchi, un po' più provati e, pertanto, quasi già stressati al primo vagito.
Il neonato durante il travaglio è costretto nel canale del parto per diverse ore: la testa è sottoposta aduna forte pressione, l'ossigeno va e viene a causa delle contrazioni dell'utero. Per nascere il feto produce livelli elevatissimi di catecolamine, adrenalina e noradrenalina, che gli consentiranno di adattarsi all'ambiente esterno. I picchi ormonali servono a liberare i polmoni e a prepararli al primo respiro, grassi e glicogeno vengono messi a disposizione come fonte di energia e per fronteggiare le prime ore in attesa ella prima poppata al seno o al biberon. Dopo questo vero e proprio tour de force, tutto torna alla normalità. E' la quiete dopo la tempesta ormonale. Il neonato è pronto per il primo, magico incontro con la madre e poi riposerà tranquillo, per recuperare le forze.
Diverso è il caso in cui, al contrario, il neonato è sottoposto a stimoli stressanti da periodi prolungati precedenti al parto e rimane sottoposto all'azione degli stressor ambientali anche nelle settimane dopo la nascita sino al compimento del primo anno di vita. Tuttavia tale condizione è una risposta adattiva rispetto a stimoli esterni che tendono a turbare l'equilibrio del nostro organismo. Un esempio lo fornisce il professor Andrea Sgoifo, capo del Laboratorio di Fisiologia dello Stress all'Università di Parma: «Immaginiamo di camminare, di notte, in una zona della città che ci è familiare. Tutto è tranquillo, siamo rilassati. Ad un certo punto percepiamo un rumore improvviso, che innesca una serie di reazioni fisiologiche: il cuore accelera, la pressione sanguigna aumenta, il sangue affluisce ai muscoli. Le pupille si dilatano per favorire la vista al buio, intanto gli zuccheri depositati nel fegato vengono riversati nel sangue in modo di mettere a disposizione un carburante di pronto utilizzo nel caso di fuga o di lotta. Magari cominciamo a sudare, per dissipare il calore in eccesso e mettere i muscoli in condizione di lavorare alle condizioni ottimali. Si attiva un insieme di meccanismi nervosi e ormonali che immettono in circolo le famose catecolamine o più semplicemente gli 'ormoni dello stress' in particolare adrenalina e noradrenalina».
Può accadere che lo stimolo di allerta resti alterato nel tempo e ciò indica una situazione continua in cui alcuni valori sono alterati. Aggiunge Sgoifo: «Nello stress cronico rimangono stabilmente modificati alcuni neurotrasmettitori (come la serotonina), ormoni (come il cortisolo) finanche alcuni parametri fisiologici (come la pressione sanguigna): questa situazione può rappresentare un fattore di rischio anche per l'insorgenza di patologie o peggiorarne lo stato».

**Tonino**


LE IMMAGINI DI LATMOS SU MAWIVIDEO

 
una comunicazione di Annalina Ferrante

Le immagini di Latmos sono visibili collegandosi con un click al seguente indirizzo:

www.mawivideo.it/latmos.html


(puoi leggere su questo stesso blog - più sotto, in data 10.6 - alcune informazioni anche sulla Mostra in corso al Museo Archeologico di Napoli fino al 31 luglio, e un articolo di Repubblica a proposito di questo sito archeologico della Turchia occidentale)

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venerdì 18 giugno 2004
Paolo Franchi, regista de "La spettatrice"
in una conversazione con Paolo Izzo

 
un comunicato di Paolo Izzo

«una conversazione con Paolo Franchi, il regista de "La spettatrice", in cui abbiamo parlato anche di Massimo. L'intervista è stata pubblicata su Nuova Agenzia Radicale al seguente link:
www.quaderniradicali.it

- questa intervista è stata citata al Giovedì -

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lo «stile» di pensiero di Nietzsche
 
Il Mattino 18 giugno 2004
Nietzsche, triangolo pericoloso
di Giuseppe Montesano


«Mia cara signora professoressa, sono appena arrivate anche le fette biscottate: le trovo sostanziose e dolci così come desidero ogni cosa...». Chi apre così una sua lettera nel 1883 non è una gentile zitella, ma l’uomo che stava scrivendo Così parlò Zarathustra, lo «spirito libero» Friedrich Nietzsche. Ma nel luglio di quell’anno il filosofo Nietzsche di cose dolci aveva un bisogno estremo, perché aveva attraversato una vera stagione all’inferno, l’amicizia-amore tra lui, Lou von Salome e Paul Rée, e da quel disastro era riuscito a spremere l’oracolo a doppia faccia di Zarathustra: come ci racconta lui stesso attraverso le lettere di questo splendido Epistolario 1880-1884, quarto volume dell’edizione Colli-Montinari: tradotto da Maria Ludovica Pampaloni Fama e Mario Carpitella, annotato da Giuliano Campioni e Renate Muller-Buck (Adelphi, pp. 844, euro 72).
Molte cose veniamo a sapere sullo «stile» di pensiero di Nietzsche con questo libro, ma accostandolo all’imperdibile Triangolo di lettere già pubblicato da Adelphi, entriamo anche in un vero e proprio romanzo, il cui cuore è la storia Nietzsche-Salomé-Rée. L’idea concepita dai tre, di vivere in comune per mandare avanti un progetto di studi filosofici, diventa a un certo punto un grandioso pettegolezzo collettivo. Madri e sorelle, amici e conoscenti si rilanciano attraverso un’Europa ancora vittoriana la grande questione: Nietzsche è impazzito? Tra equivoci da vaudeville, viaggi a Bayreut per sentire il Parsifal, incontri e incomprensioni tra Roma, Lucerna e Lipsia, la storia si ingarbuglia. Sia Nietzsche che Rée si innamorano della «giovane russa», mentre Lou von Salomé in comune sembra davvero voler solo studiare, o forse trova entrambi troppo poco «maschi» per i suoi gusti: non aveva forse scritto a un suo adoratore che lei poteva amare solo chi l’avrebbe dominata? Nietzsche e Lou passano insieme tre settimane a Tautenburg, parlando dieci ore al giorno, in un torbido rapporto discepola-maestro che spesso si inverte: l’idea della riduzione dei sistemi filosofici a secrezioni fisiologiche dei loro autori, è di Lou; ed è lei, con il suo comportamento spregiudicato, a confermare Nietzsche nell’idea del superuomo.
Con loro c’è anche Elisabeth, la sorella di Nietzsche, indignatissima dalla «folle amoralità» dei due, dal fatto che il caro Fritz «è come i suoi libri», da Lou che dice «cose così indecenti da far rizzare i capelli»: ma costretta poi ad ammettere che Lou eccita il fratello come nessun’altra donna, ed è la personificazione del suo pensiero. Mamma e sorella sono atterrite che il loro Fritz scriva a Rée e a Lou «vogliamo godere l’uno dell’altro e cercare di procurarci gioia», che tenti di sfuggire alle loro maglie di lana e ai panciotti su misura, e scatenano una guerra di maldicenze contro Lou, certo non sapendo quanto le parole della madre di Nietzsche sul figlio siano profetiche: o sposa Lou, o si spara, o impazzisce. E il grande «psicologo» cade in trappola come un bambino. Fidandosi della sorella rompe con Lou e Rée, vuol dare a lui «una lezione di morale pratica con un paio di pallottole», dice di lei che è sudicia e senza seno e che le «due canaglie» non sono degne di leccargli gli stivali. E mentre Lou amoreggia con Rée firmandosi «chiocciolina tua», Nietzsche quasi cieco, stremato dai mal di testa, scrive La gaia scienza e progetta lo Zarathustra.
Si sente «colpito da un coltello», sa di essere sull’orlo del crollo: «Questo conflitto interiore mi avvicina a poco a poco alla follia», e poi: «Questa sera prenderò tanto oppio da perdere la ragione». Comincia a pensare di essersi sbagliato nel fidarsi della sorella: «Che Lou sia un angelo incompreso? Che io sia una asino incompreso?» Accusa madre e sorella di non averlo mai capito, di avergli sempre impedito di vivere: «Ma non avete dunque idea della ripugnanza che debbo vincere al pensiero di avere una parentela così stretta con persone come voi?». È come se di colpo gli si aprissero gli occhi, e la madre ignorante e la sorella stupida e antisemita lo nàuseano. Ciò che lo ha attratto in Lou è proprio quello che la sua famiglia chiama il suo «orribile modo di pensare», il fatto che lo abbia trattato come «uno studente di vent’anni» e non come un noioso professore tedesco. I rimpianti lo tormentano. Di Lou scrive: «Per la sua moralità pratica il carcere o il manicomio potrebbero essere i luoghi più adatti. A me lei manca, perfino con i suoi difetti».
Il presunto ménage à trois, l’amicizia stellare e l’amore si chiudono su questa nota di strazio indifeso, di impossibile rimpianto. Là, dietro la facciata del monumento Nietzsche, è dove ci gettano questo lettere e val la pena seguirle: dentro un pensiero segreto e inesauribile, in una ferita aperta, che può ancora non far dormire la notte: l’amore è sempre al di là del bene e del male...


Massimo Cacciari ha concluso la propria parabola:
dall'operaismo materialista al «sacro»

 
Il Giornale di Vicenza 18 giugno 2004
Cacciari e la ricerca della "cosa ultima" che va oltre la realtà
di Paolo Lanaro


È difficile non riconoscere a Massimo Cacciari una qualità intellettuale abbastanza rara: lo spirito d'avventura.
Fin dai tempi di Angelus novus, la rivista veneziana fondata a diciott'anni con Cesare De Michelis, passando per i Quaderni rossi, Contropiano, Il Centauro, il marxismo, il pensiero della crisi, la riflessione teologica border-line, Cacciari ha sempre violato le convenzioni e i confini disciplinari della ricerca filosofica. Per non dire della politica, pensata e vissuta come militanza attiva, come prassi, come innovazione continua e come vero sigillo morale dell'esistenza.
Il volume che esce in questi giorni da Adelphi ("Della cosa ultima", euro 45) conferma questa immagine, sollevando altre domande sul percorso di Cacciari e sul significato delle sue inquietudini intellettuali.
Qui ci troviamo di fronte, come già in "Dell'inizio" (1990), davanti al problema del fondamento.
La concretezza delle cose e della realtà non è sufficiente a costituire l'ambito del pensiero. Secondo Cacciari c'è un al di là, inteso come traccia o questione, a cui la realtà deve poter chiedere la ragione del suo divenire. George Steiner in un libro bellissimo ("Grammatiche della creazione", Garzanti) ha affrontato lo stesso tema, circoscrivendolo al territorio dell'arte, cercando di identificare il dato che precede e presuppone la molteplicità e la mobilità dell'esperienza estetica. Steiner dice in sostanza che le forme simboliche, sia quelle artistiche che speculative, sono un'elaborazione della dottrina eucaristica, dell'idea che lo spirito possa farsi corpo. Il punto di convergenza con le ipotesi di Cacciari forse è proprio qui, nel ritenere che vi sia un mysterium, ignorato dalla tradizione greca e da quella giudaica, che funziona come linea di trapasso dal profano dell'esistenza all'imperscrutabilità vertiginosa del sacro.
C'è qualcosa che resta nascosto e che anzi la parola contribuisce a respingere in una profondità inaccessibile. Wittgenstein diceva: se potessi dedicherei questo libro a Dio. Si riferiva alle sue "Ricerche filosofiche" e intendeva così affermare l'umiltà e la legittima piccolezza dei nostri discorsi di fronte a ciò che è indicibile e da cui pure si irradiano le energie e i riflessi del Senso.
Cacciari nel suo libro si affaccia su questo paesaggio impervio in cui tempo e cose sembrano disperdersi come folate di vento. O meglio, Cacciari ripropone la ricerca ontologica come via d'uscita dalla crisi della razionalità strumentale e del soggetto gnoseologico e di quell'armamentario linguistico e teoretico che non è più in grado di giustificare e significare l'esperienza vissuta.
Eppure Cacciari non è un pensatore propriamente religioso, se religioso vuol dire collocare con sicurezza la fonte dei valori in un luogo esterno e sovrumano. La figura chiave della metafisica di Cacciari non è né di stampo platonico né di stampo aristotelico né di stampo cristiano. Assomiglia piuttosto a un Logos marchiato dalla vicissitudine, dalla domanda, dalla contraddizione, un Logos passato negli anni per le dita ruvide di Marx e Nietzsche, per gli esplosivi silenzi di Wittgenstein, per le invocazioni della Patristica, per le allusioni potenti di Heidegger. È dunque un Logos che invece di trascendere discende, un po' come in Agostino, a sollecitare le nostre intenzioni, a delineare un orizzonte di possibilità piuttosto che di certezze, a muovere la nostra partecipazione a qualcosa che puntualmente la scoraggia.
Cacciari, al limite delle sue ipotesi, intravede nell' idea dell'Uno, dell'Essere, di Dio insomma, un mare di discrepanze e di paradossalità che le definizioni della teologia non possono prosciugare. E allora? A nostra disposizione c'è soltanto il travaglio della ricerca filosofica, il demone della dialettica. Non possiamo agire per decreti ingiuntivi, ma per richieste e congetture. Che è l'unico modo per procedere in una ingens sylva di immagini fantasmagoriche.
Impossibile sapere se la direzione è giusta o sbagliata, ma almeno il dramma del cammino, quello, suggerisce Cacciari, è terribilmente autentico.


giovedì 17 giugno 2004
l'articolo sul libro della nipote di Picasso
citato al lunedì

 
Il Sole 24ore 13.6.04
MAESTRI CATTIVI
Stanno per uscire le sconvolgenti memorie di Marina, nipote del pittore
Picasso, un nonno terribile
Un ritratto crudo e risentito da cui emerge l'egoismo e l'insensibilità dell'artista verso i familiari: «La capra Esmeralda era di casa, noi degli estranei»
di Marco Carminati


La storia dell’arte è costellata di maestri «cattivi». Giotto rovinò molte persone prestando telai a usura. Piero della Francesca era un micidiale evasore di imposte e Georges De La Tour accumulava avidamente granaglie per rivenderle nei periodi di carestia.
Niente a confronto di Picasso. Le «cattiverie» di Picasso sono state più intense e raffinate. Un’idea ce la siamo fatta leggendo le bellissime memorie di Françoise Gilot (sua compagna per dieci anni) o il saggio di John Berger sulle miserie del pittore. Ma adesso possiamo toccarle con mano grazie al volume di Marina Picasso dal titolo «Mio nonno Picasso» in libreria dal prossimo 21 giugno nella traduzione di Daniela Marin (Archinto).
Quando uscirono in Francia nel 2001, le memorie della nipote dell’artista suscitarono grande clamore. A molti parvero eccessive. Può darsi. Sta di fatto che Picasso non ha lasciato dietro di sé un’«eredità d’affetti» ma di cadaveri. Dopo la sua morte, nel 1973, il nipote Pablito (fratello di Marina) trangugiò mezza bottiglia di candeggina per protestare contro Jacqueline, la vedova in carica, che aveva negato al giovane l’ultimo saluto al nonno. Il figlio Paulo (padre di Pablito e di Marina) morì nel 1977 sovraffatto dall’alcool e dalle umiliazioni inflittegli da Pablo. Quell’anno anche Maria Thérèse Walther, l’amante bambina del maestro, s’impiccò nel garage della sua villa e la stessa Jacqueline, incapace di gestire il peso della memoria e dell’eredità del pittore, nel 1986 pensò di farla finita con una revolverata alla tempia. Picasso aveva funestamente pronosticato: «Quando morirò sarà un naufragio. E, come quando la nave cola a picco, molti attorno verranno risucchiati dal gorgo».
Marina Picasso che oggi ha 54 anni, cinque figli e si occupa di opere umanitarie, ha scritto questo terribile ritratto del nonno probabilmente per espellerlo, per esorcizzarlo, per isolare - come lei dice - «il suo virus». Dobbiamo immaginarla stesa sul lettino dello psicanalista mentre si libera dell’incubo.
Flash back. Marina è una bambina. C’è il padre Paulo (sempre ubriaco per farsi coraggio) e il pallido fratellino Pablito. attende davanti ai cancelli della Villa California che il nonno decida o meno di riceverli. Picasso sa che la famigliola viene a batter cassa, così, il più delle volte, si nega. «Il Maestro dorme» fa dire. Quando però le porte della villa si spalancano, allora arriva il peggio. Il nonno non vuole che lo si chiami così, tutti lo devono chiamare Pablo. Ai bambini fa domande di circostanza, mentre al figlio riserva solo rimproveri: «Paulo, i tuoi bambini sono troppo seri, dovrebbero sbloccarsi un po’!». La capra Esmeralda bruca beata in giardino e appare più a suo agio degli ospiti. Marina se ne accorge perfettamente: «Esmeralda è a casa sua, noi siamo gli intrusi».
Picasso, in verità, tenta di comportarsi da nonno. Per far divertire i nipotini, ritaglia per loro animaletti di carta, ma si guarda bene dal regalarglieli: quelli non sono ritagli qualsiasi, sono opere d’arte. E se vede che i bimbi hanno fame prende datteri e fichi e li farcisce con pezzi di noce. Fa spalancare loro la bocca e glieli porge come se fossero l’Eucarestia. «È l’unico dono che ci abbia mai fatto» rammenta la nipote. L’ora del congedo arriva comunque assai presto: «Marina, Pablito, è ora di andare - dice Jacqueline - Pablo ha bisogno di stare solo. L’avete stancato».
Un altro dolore trafigge Marina: «Tra le migliaia di immagini che ha fatto Picasso non c’è la minima traccia di noi. Nessun disegno, nessun quadro che ci ritragga. Come mai ci ha esclusi dalla sua tavolozza? Eravamo invisibili? Eravamo due bastardi?». La nipote è convinta che lei e suo fratello fossero un «fastidio» per il nonno, in quanto figli di un padre incapace di mantenersi e di una madre (Emilienne Lotte) dedita agli scandali. Un intralcio alla beatitudine del genio.
A Natale, quando veniva annunciato il regalo del nonno, un brivido di gelo correva in famiglia. Pablo, naturalmente, guardava bene dal farsi vivo. In compenso, incaricava i suoi segretari di comprare qualcosa per i bambini: così a Marina capitava che arrivasse un foulard di seta di Hermès e a Pablito una spilla per cravatta. Evidentemente «regali senz’anima e senza cuore, fatica mercenaria dei tirapiedi di mio nonno».
Picasso non aveva alcun riguardo per la fragile sensibilità dei nipoti. Quando si degnava di riceverli, li riceveva indossando un paio di mutande di cotone floscio che lasciavano intravvedere i genitali penzolanti. «Una vista oltraggiosa per me bambina di otto anni - ricorda con disappunto Marina - come lo sarà più tardi per la ragazza di diciassette, ricevuta allo stesso modo». La cosa incredibile è che Picasso ci fa sopra anche la morale: «imparate, bambini, che si può benissimo vivere senza niente. Senza scarpe, senza vestiti, senza mangiare. Guardate me». Chi parla è il pittore plurimiliardario che lesina gli alimenti di base ai figli di suo figlio.
Il giorno in cui Pablo compì 88 anni, Pablito ebbe un fremito d’affetto e di coraggio. Prese il telefono e chiamò Villa California. «Sono Pablo, il nipote, vorrei parlare col nonno» «Pablo? Sappia giovanotto che esiste un solo Pablo, e non può riceverla. Monseigneur non c’è. Se vuole, può scrivergli».
Picasso muore l’8 aprile 1973. Pablito si precipita a casa sua ma c’è ordine tassativo di non farlo entrare. Pablito insiste e allora dalla villa gli aizzano contro due cani inferociti. Tornato a casa disperato, il giovane berrà il fatidico flacone di candeggina. «Il veleno di Picasso» commenta amaramente Marina.

Marina Picasso, «Mio nonno Picasso», Archinto, Milano 2004, pagg 158, € 13,00


il sonno e i sogni
 
una segnalazione di Paola Franz

">NUOVI INCONTRI DI SCIENZA & FILOSOFIA
L'interpretazione dei sogni
A Medicina – Polo didattico di Torrette
giovedì 17 giugno alle 18
la conferenza della prof. Clara Gallini


"Il sonno e i sogni": questo il tema di quest'anno degli Incontri di Scienza & Filosofia 2003, organizzato dai professori Fiorenzo Conti e Franco Angeleri nell'ambito di "A Medicina, di sera…", grazie alla collaborazione di Banca Etruria e della Fondazione S. Stefano.
Dopo l'inaugurazione del nuovo ciclo, affidata il 27 maggio scorso al professor Elio Lugaresi, direttore dell'Istituto di Neurologia Clinica dell'Università di Bologna, pioniere nel campo della ricerca italiana in questo campo, giovedì 17 giugno alle 18 in aula magna di Medicina e Chirurgia (Aragosta) al Polo didattico di Torrette, sarà un'etnologa, la professoressa Clara Gallini dell'Università La Sapienza di Roma, a indagare sul significato attribuito nei secoli dalle diverse popolazioni a "L'interpretazione dei sogni". Un tema, come si vede estremamente interessante, soprattutto nell'ottica di una indagine attraverso i tempi e le latitudini.

www.unian.it


mercoledì 16 giugno 2004
Facoltà di Lettere e Filosofia
Università di Chieti

 
Repubblica domenica 13.6.04

...all'interno di una graduatoria che prendeva in considerazione una serie di parametri di qualità delle Facoltà di Lettere e Filosofia italiane e costruiva una sorta di graduatoria fra esse, quella di Chieti non è valutata.
Con la seguente motivazione:

CHIETI:
I giudizi (...) sono stati temporaneamente sospesi a causa delle sostanziali trasformazioni dell'offerta didattica in atto.
Tali trasformazioni avrebbero potuto generare perturbazioni con impatti sull'intero sistema sia per la posizione nel ranking delle facoltà indicate sia nella costruzione di interi indicatori


«oggi è il Bloomsday
il giorno eterno di James Joyce»
e la storia di Lucia Joyce

 
Repubblica 16.6.04
Una lunga giornata particolare
Oggi Dublino ne celebra i cento anni
La storia dell´'"Ulisse" di Joyce si svolge tutta nell'arco di un giorno: il 16 giugno 1904
Ma chi è lo scrittore che ha rivoluzionato il '900 letterario? Ecco il ritratto di un uomo geniale e morboso
di NATALIA ASPESI


Il 16 giugno si celebra il centenario di una giornata molto letterariamente particolare; quella in cui, nel 1904, alle 8 di un bel mattino, Leopold Bloom, agente pubblicitario di mezza età, ebreo di origine ungherese, parlando con la gatta si prepara il tè e si accorge che pane burro, zucchero non lo accontentano, ci vorrebbe qualcosa di più gustoso, per esempio un rognone di maiale... Per milioni di adepti al culto rutilante (e per molti indigesto, o ignoto, o lunatico) della parola, si tratta del celebre Bloomsday, il giorno, un solo intero giorno, al centro di Ulysses, il picco massimo della modernità scritta, che genera ogni anno un centinaio di saggi accademici, e che alcuni miliardi di persone ignorano beatamente, anche se solo pochi snob del ramo colto oseranno dire di non averlo mai letto o di averlo virtuosamente deposto nell´angolo più polveroso della propria libreria dopo essersi affannati sulle prime venti pagine del suo più o meno migliaio (a secondo della lingua e dell´edizione). Trattandosi del centenario, le celebrazioni, ovunque ma soprattutto a Dublino dove Bloom vagabonda dentro e fuori di sé, sono più del solito dottamente fantasmagoriche, attorno a quel genio che fu l´autore di Ulysses e di altri tre monumenti letterari, di cui l´ultimo, il sublime e celeberrimo Finnegans Wake, può essere definito senza vergogna del tutto stupendamente impraticabile: James Joyce, rivelatosi poi attraverso le sue lettere all´amata, irritabile, loquace moglie Nora, anche un simpatico sporcaccione, di cui ogni parola, ogni sospiro, ogni pensiero, ogni viaggio, ogni minuzia si continua ancora a scandagliare, ipotizzatare, riportare alla luce come un inesauribile tesoro egizio. Ma questa volta ad arricchire il Bloomsday ci sarà un nuovo personaggio affascinante e dolente, finora tenuto in ombra anche nelle biografie più pignole e appassionate dello scrittore; sua figlia Lucia, la graziosa bimba di 9 anni dal sorriso triste e con l´occhio sinistro leggermente strabico, che appare in una foto del 1916 con un fiocco nei capelli, accanto al fratello Giorgio, maggiore di due anni, con berretto e occhialini simili a quelli del padre, assieme alla bella mamma in camicetta di pizzo bianco e un cappello ornato di rose calcato sin sugli occhi, all´ultima moda anche tra le signore meno abbienti, come era allora il caso di Nora Joyce. Ma è un´altra fotografia a rivelare il fascino, la grazia, i sogni, le ambizioni, di una giovane donna nel momento del suo breve e già tormentato splendore: la mostra sottile, contorta e ferina, in una delle sue danze moderne, a piedi nudi, nel costume da sirena da lei inventato, tutto a scaglie d´argento e con finte trecce lunghe sino alla vita. Scattata nel 1929 durante un concorso di balletto al Bal Bullier a Parigi, è stata ritrovata dopo la morte di Samuel Beckett nel 1989 tra le sue carte, conservata per 60 anni come ricordo del suo legame con la turbolenta ragazza, allora ventunenne e più giovane di lui di due anni, uno dei tanti amori per lui, l´amore per lei come confiderà più tardi, con il rammarico di non averlo potuto sposare. Un testo teatrale già arrivato sul palcoscenico londinese, Calico di Michael Hastings e una appassionata biografia Lucia Joyce, to dance in the wake della studiosa americana Carol Loeb Shloss (Farrar, Straus and Giroux, pp. 560, euro 39.00) cercano di disseppellire questa fragile, infelice e forse geniale figlia di un genio, dalla tomba di un oblio altezzoso, interrata dagli adepti al culto joyciano come una futile, fastidiosa e forse addirittura dannosa appendice della vita e dell´opera del più grande manipolatore del linguaggio moderno (della lingua inglese). Dai tanti eminenti biografi di Joyce e di Nora, l´irrequietezza, l´infelicità, i gesti violenti o catatonici di Lucia sono sempre stati liquidati come sintomi di schizofrenia, anche perché la famiglia, impegnata solo a facilitare la vita del genio di casa, si liberò presto di lei affidandola a una serie di medici alla moda, dentro e fuori una serie di case di cura, sino alla definitiva istituzionalizzazione in una clinica di Northampton dove morì il 12 dicembre 1982, a 75 anni: dopo la morte del padre nel 1941, era stata affidata a una tutrice e praticamente abbandonata dalla madre e dal fratello. Per quanto Joyce detestasse Jung che in una conferenza sull´Ulysses aveva definito il suo autore «un proglottide, una creatura con vistose limitazioni di attività cerebrale», si affidò a lui nella speranza, che si rivelò presto vana, che la psicanalisi aiutasse la figlia. Adesso, sia il testo teatrale che la biografia raccontano di una giovane donna molto creativa, ballerina eccezionale e poi originale disegnatrice, dal grande umiliato talento imprigionato da quello insaziabile e despota del padre. Sfortunata nei suoi frenetici amori (tra cui il poeta surrealista Emile Fernandez, l´artista di "mobiles" di latta o carta Alexander Calder, l´insegnante di russo di Joyce, Alexander Ponisovsky con cui si fidanzò prima che lui le preferisse la ricca Hazel Guggenheim, sorella di Peggy, e la lesbica Myrsine Moschos, assistente di Sylvia Beach alla celebre libreria parigina Shakespeare & Company), amò soprattutto il padre. Che l´adorava, che era orgoglioso delle sue danze smodate e conturbanti, che di lei diceva: «Qualunque scintilla o dono io possieda, è stato trasmesso a Lucia ed ha acceso una fiamma nella sua mente». Che la teneva chiusa per ore nella stanza dove lui si tormentava con l´eterna riscrittura di Finnegans Wake. Secondo la biografa, «Joyce sentiva oscuramente non solo un legame personale tra lui e sua figlia, ma anche un affascinante rapporto tra il suo lavoro e sua figlia. Non voleva solo dire che lei influenzava il soggetto e la forma della sua scrittura, il che era evidente, ma che la scrittura stessa era in qualche modo coinvolta nella sua malattia». La piccola, sconvolta e sconvolgente Lucia come meravigliosa ispiratrice della più impervia e forse delirante creazione del geniale irlandese, documentata quasi riga per riga: un colpo basso per tutti quelli che hanno preferito cancellare dalla vita, dalla letteratura e dalla storia l´ennesima donna il cui talento, all´ombra di un uomo, si è persa nella follia: come Zelda Fitzgerald, come Vivien Eliot, come Sylvia Plath. Il mistero attorno a Lucia resta però intatto e forse per sempre impenetrabile: perché a poco a poco tutto ciò che la riguardava, centinaia di lettere scritte da lei o a lei, soprattutto dal padre, sono andate distrutte o non possono essere consultate sino al 2011. Il più accanito Attila è stato, è il settantenne Stephen Joyce, l´unico diretto discendente dello scrittore, figlio di Giorgio e della sua prima ricca e affascinante moglie, Helen Kastor, di 11 anni più anziana del marito (per lei il secondo). Nella desolazione di molti studiosi, lo spietato difensore del buon nome di famiglia e dei diritti su tutto ciò che la riguarda (con conseguenti vistose royalties) passa la sua vita a minacciare chiunque voglia scrivere del nonno, della nonna, della mamma, del babbo e di zia Lucia: in un congresso a Venezia, nel 1988, annunciò con crudele soddisfazione di aver distrutto tutte le lettere di Lucia in suo possesso e di aver convinto Beckett a fare lo stesso, per evitare «che occhietti rapaci e rapaci ditine se ne impossessino». Cosa rendeva pericolosa la povera Lucia, da quale indecenza doveva essere protetto il grande autore di Ulysses? Siccome è stata volontariamente soppressa ogni voce dei protagonisti che lo possa negare (o provare), c´è chi ricorda che al centro di Finnegans Wake c´è un incesto padre-figlia. Si sa che oggi è di moda rivangare nel passato dei grandi trovando sempre sospetti o certezze di porcherie sessuali e non: alla domanda, ma allora James Joyce tra le sue molte caratteristiche o virtù letterarie e umane, era anche incestuoso, la risposta dei disperati esperti è, purtroppo, mah!

Repubblica 16.6.04, prima pagina
VIAGGIO NELLE CELEBRAZIONI PARTENDO DAL RAPPORTO CONTRADDITTORIO DELLA CITTÀ IRLANDESE CON LO SCRITTORE
Dublino prima lo odia e poi lo ama con passione
Qui negli anni '60 c'era solo una targa posta dagli ammiratori alla presenza di Sylvia Bea
Oggi comitive di stranieri girano entusiaste fra i luoghi descritti nel romanzo
di SANDRO VIOLA


DUBLINO . Un po' Ajaccio con le bottiglie dei bar a forma di Napoleone, un po' Praga con le boutiques "Milena" e la birreria "Metamorfosi", un po' Memphis con la faccia di Elvis Presley sulle pompe di benzina. Questo "Bloomsday", un vero e proprio groviglio d'iniziative e festeggiamenti con cui Dublino sta celebrando i cento anni dal 16 giugno 1904 - la giornata che fa da sfondo all´Ulisse -, non è tanto diverso dalle altre trappes à touristes in cui siamo incappati qua e là nella vita. Branchi d'improbabili lettori di Joyce in pantaloni corti e scarpe da ginnastica, che si fotografano accanto alla statua del Grande Irlandese sull'angolo tra O'Connell e North Earl street. Itinerari guidati.
Pellegrinaggi nei sei o sette pubs superstiti (mentre sono scomparsi, purtroppo, i bordelli di Nighttown) dove il giovane James Aloysius Augustine trascinò la sua dissipatezza dublinese in attesa d'approdare ai banchi delle osterie triestine.
Parecchie serate rievocative, poi, con l'invito a presentarsi se possibile in costume dell'epoca. Una di esse avrà luogo venerdì 18 nei sotterranei della stazione O'Connell: s'intitola "La veglia funebre di Paddy Dignam", il morto che Leopold Bloom accompagna al cimitero di Prospect nel terzo capitolo, parte seconda, del romanzo. «Fun and drama», promettono i manifesti, «piatti tradizionali irlandesi». ingresso, 35 euro. Stamani ci saranno invece due "Bloom's breakfast" all'aperto: uno a 20 euro organizzato dal Joyce Center, e il secondo gratis, per diecimila persone, sotto il patrocinio della birra Guinness e altre industrie cittadine. Inutile dirlo, ambedue avranno al menu - Bloom li adorava per il loro sentore d'urina - rognoni di maiale e di montone. Né mancano gli intermezzi musicali: uno spettacolo di canzoni a cabaret s'è svolto addirittura nella cappella del Belvedere College, il collegio dei gesuiti descritto nel Ritratto dell'artista da giovane. E stasera i festeggiamenti culmineranno in una grande parata, sei bande musicali e gruppi etnici di danzatori, lungo tutta la O'Connell.
Al cimitero di Glasnevin si susseguono intanto le visite (10 euro) alle tombe di John e May Joyce, i genitori di James Aloysius. E qui, tra lapidi e cipressi, qualcosa in più di questo "Bloomsday" si comincia a capire. Certo: la speculazione turistica, i baracconi che ammorbano da nord a sud l'estate europea. Ma dietro a tanto celebrare sembra di cogliere anche l'affanno d'una rincorsa. Diciamo pure un senso di colpa. Come se Dublino, l'Irlanda, gli irlandesi stessero cercando di far dimenticare che sino all'altro ieri non avevano amato né onorato Joyce. Come se la lunga chiassata del "Bloomsday" - che ha avuto inizio in aprile e terminerà ad agosto - servisse proprio a questo: a soffocare il rimorso, a riguadagnare il tempo perduto.
A stendere un velo, per esempio, sul fatto che la tomba di Joyce non si trovi nel cimitero di Glasnevin. Sul fatto che dagli anni Cinquanta in poi, né gli sforzi di Samuel Beckett né quelli della galassia di società e pubblicazioni joyciane sparse in tutto il mondo, siano riusciti ad ottenere la traslazione dei resti dello scrittore da Zurigo a Dublino, così com'era stato fatto a suo tempo con Yeats, morto a Roquebrune in Francia e più tardi inumato a Sligo. Appelli, petizioni, e i dublinesi niente: facevano finta di non sentire.
Com'era vistosa, tangibile - una trentina d'anni fa - la ripulsa dei dublinesi nei confronti di Joyce e dei suoi libri. A Dublino e dintorni c'era una sola targa joyciana: alla Torre Martello, posta nel '62 da un gruppo d'ammiratori alla presenza di Sylvia Beach. Quella e nient'altro. Adesso, si capisce, le cose sono cambiate. L'altra sera, come ho detto, la cappella del Belvedere College dove Joyce studiò per una decina d'anni, ha ospitato lo spettacolo Bloombel, ispirato ovviamente all'Ulisse. Ma nel settembre '69, quando andai al Belvedere sperando in qualche notizia su quell'allievo famoso, fui messo bruscamente alla porta. Nel collegio era proibito persino nominarlo, Joyce, e se uno degli studenti fosse stato sorpreso col Portrait o i Dubliners o l'Ulysses, i padri gesuiti l'avrebbero immediatamente espulso.
Sì: l'ostracismo della Chiesa cattolica, che in Irlanda è stata sino a una quindicina d'anni fa il potere più vasto, radicato e incombente, fu inflessibile. Joyce era uno scrittore immondo. Per l'oscenità, certo: le latrine, le minzioni all'aria aperta o negli orinali, i mestrui, le erezioni d'impiccati, le masturbazioni, le donne baciate tra le natiche, i letti impiastricciati di sperma eccetera. Ma forse soprattutto per la gelida animosità con cui l'ex allievo dei gesuiti (studioso, ottimo latinista: tanto che al Belvedere s'era pensato per un lungo momento che potesse diventare un buon acquisto per la Compagnia di Gesù) aveva prima rotto con la Chiesa e più tardi ritratto i suoi maestri. La loro ipocrisia, le punizioni corporali, le maniere umilianti riservate all'adolescente il cui padre, spiantato e ubriacone, non poteva pagare la retta del collegio.
Ma la Chiesa, con un piccolo sforzo, la si può anche capire. Secondo i suoi parametri, l'Ulisse è un romanzo osceno. E del resto persino i veri ammiratori di Joyce, coloro che l'hanno veramente letto, sono consapevoli che nei suoi libri s'insiste un po' troppo - qua e là sino alla noia - sulle funzioni fisiologiche. Come chiosava Vladimir Nabokov indicando agli studenti della Cornell la quantità di borborigmi, rutti e flatulenze che punteggiano il romanzo, «Mr. Joyce dimostra un'ostinata tendenza al disgustoso». Ma dando per scontata la condanna della Chiesa, perché il rigetto da parte dei dublinesi, comprese tre generazioni di scrittori? L'invidia per il genio, l'irritazione per un esilio che l'esiliato non mancò mai d´ostentare come una scelta inevitabile visto che considerava Dublino una specie d'anus mundi?
La risposta più convincente a queste domande venne nel 1922 da un altro irlandese, George Bernard Shaw. Shaw era un moralista, i brani dell'Ulisse che gli avevano dato da leggere lo nausearono, ma capì subito quel che il libro avrebbe prodotto nei rapporti tra l'autore e i suoi concittadini: «Il merito del signor Joyce», scrisse, «è d'aver fatto con i dublinesi quel che si fa con i gatti: mettergli il muso nei loro stessi escrementi perché imparino a non sporcare per casa». E infatti i dublinesi non gradirono, se la legarono al dito. Quanto allo scrittore, quel che sarebbe successo lo sapeva benissimo e ne era esilarato. Alla vigilia dell'apparizione del romanzo scrisse a Carlo Linati: «A Dublino si sta già formando un grande movimento contro il libro, cui partecipano i puritani, gli imperialisti inglesi, i repubblicani irlandesi, i cattolici: che alleanza!».
Perciò parlavo prima di rincorsa, la rincorsa che i dublinesi stanno facendo per mostrare che Joyce, adesso, lo amano con tutto il cuore. Non che trapeli un grande amore da questa ragazza col forte accento irlandese, quasi una nana, che guida severa un gruppo di nove persone (due coppie sudcoreane, una coppia tedesca, uno spagnolo, un americano e il sottoscritto) lungo un itinerario che va dal Joyce Center sino a Nassau street, dove James Aloysius in scarpe di tela e berretto marinaro abbordò il pomeriggio del 10 giugno 1904 Nora Barnacle, la donna della sua vita e, per molti versi, la Molly dell'Ulisse. Forse a disturbare la nostra guida sono i due tedeschi, probabilmente sbronzi, tutto un ridere senza motivi: o forse è irritata dal gruppetto sudcoreano che la guarda a bocca aperta e solo si riscuote, ad ogni sosta e spiegazione, per mitragliarla di scatti fotografici.
La cosa certa è che la quasi nana va per le spicce: indica con la mano i luoghi, cita - leggendo da certi suoi foglietti bisunti - il capitolo dell'Ulisse in cui sono descritti, e passa diritto. Sul ponte O´'Connell, per esempio, scandisce: «Sosta di Bloom nel capitolo quinto della parte seconda», e il ponte è già passato. Eppure qui sarebbe interessante sapere chi ricorda meglio - se la ragazzona tedesca con le poppe metà di fuori, o le due mature coppie sudcoreane con in testa cappelli da baseball, o l'americano in shorts fragola - la lunga sosta di Leopold Bloom sul ponte. Quando l'errante resta per un po' a guardare «roteanti tra i tetri muraglioni, con vigoroso palpito d'ali, i gabbiani», e pensa addirittura che potrebbe buttarsi giù nella Liffey.
Un po' più oltre, all'angolo tra Grafton e il Trinity College dove Joyce lo collocò, è invece inutile chiedersi chi si sia più divertito, tedeschi o coreani, nel leggere il dialogo tra Stephen Dedalus e Almidano Artifoni, il maestro di canto. Perché quel dialogo è in italiano, tutto incantevoli cadenze triestine («Addio, caro», «Ma sul serio, eh!»), e nessuno può goderselo come gli italiani. In ogni caso la guida omette di citare l´incontro Dedalus-Artifoni, e cento metri dopo siamo a Duke street, da "Davy Byrne's", il pub dove Bloom fa la sua seconda colazione con una fetta di gorgonzola e un piccolo bicchiere di borgogna. Qui la comitiva si rilassa: birra per i tedeschi e lo spagnolo, aranciate o Cola per gli altri. Non mi rilasso io, invece, che trentacinque anni fa ho conosciuto il "Davy Byrne's" pressoché intatto, e lo ritrovo stravolto, un fast food puzzolente con le pareti coperte di ritratti di James e Nora, e sgorbi di pittori locali sui personaggi del romanzo.
Questi itinerari ad uso degli «enthusiasts for Joyce» (come vengono chiamati dagli organizzatori del "Bloomsday"), hanno in ogni caso un pregio. Quello di rammentare con quanto scrupolo di topografo, con quale spirito d'annalista, è stato tessuto l'Ulisse. I nomi delle strade, piazze e ponti, gli incroci, i palazzi e i pubs, i numeri civici, i negozi e i trasporti. Le linee del tram, per esempio, nel settimo capitolo: «Davanti alla Colonna Nelson i tram rallentavano, deviavano..., ripartivano per Kingstown e Dalkey, Clonskea, Rathgar e Terenure, Palmerston Park e Upper Rathmines, Sandymoun Green, Rathmines, Ringsend e Sandymount Tower, Harold's cross...».
Non ci si pensa sempre: ma dietro lo sfrenamento linguistico - «i trucchi verbali d'ogni genere, i giochi e trasposizioni di parole, i mostruosi gemellaggi di verbi e le imitazioni di suoni» - c'è in Joyce l'impegno del naturalista. Una meticolosità, in quei riferimenti topografici e toponomastici, di mestieri e professioni, di frattaglie da gustare e conseguenti disturbi gastrici, che lui stesso definì «quasi demente». Sicché le sue pagine hanno anche un valore per così dire documentario, cosa di cui l'autore andava orgoglioso: «Se un giorno Dublino dovesse essere cancellata dalla faccia della terra», diceva infatti, «la si potrebbe ricostruire sulla scorta delle mie pagine».
I sentimenti di James Aloysius per Dublino furono infatti complessi, contraddittori. Avversione da un lato: e dall'altro trentasett'anni (gli anni trascorsi in Italia, Francia e Svizzera dal 1904 alla morte) di perenne, inconsolabile nostalgia. Tra la fine dell'adolescenza e la prima giovinezza, sino al giorno in cui era partito con Nora per l'esilio, i risentimenti e l'avversione. A quel tempo aveva definito i dublinesi «una massa di borghesucci indifferenti e moraleggianti», «gente cialtrona, insopportabilmente verbosa, la più arretrata d'Europa». E aveva detestato «l'emiplegia» di Dublino, «questa paralisi che molti scambiano ancora per una città», l'«odore di cenere, di basse maree e d'immondizie» che ne impregnava l'aria.
Ma poi, una volta partito, Dublino l'aveva ripensata ogni giorno. E il suo livre de chevet, d'uno che leggeva libri in quattro lingue (latino a parte), fu il "Thom´s directory": una specie di Bottin o Guida Monaci, in cui su Dublino c'era assolutamente tutto. La descrizione delle strade un immobile dopo l'altro, gli indirizzi dei negozi (due dei quali esistono ancora, la farmacia Sweny's e la macelleria Olhausen's), la collocazione delle buche da lettere, l'orario delle maree, il numero degli elettori, le eclissi lunari e gli ordini professionali. Una lettura smessa soltanto quando i suoi occhi malati non gli permisero più, o quasi, di leggere.
Dal contrasto tra avversione e nostalgia per Dublino, emerge la ferita che fece del giovane James Aloysius uno scrittore. La caduta sociale della famiglia, i dodici appartamenti cambiati in vent'anni - e ogni volta più vicini agli slums dei proletari - l'alcolismo del padre, le scarpe rotte dei nove fratelli, il vivere di prestiti mai restituiti, il suo nome nell'elenco degli studenti morosi esposto all'Università. Un declassamento (a sentire Nabokov è Joyce stesso il personaggio anonimo e segaligno, l'aria misera, che s'aggira qua e là per l'Ulisse con un malandato impermeabile MacIntosh) rimediabile soltanto con la fuga. E il prezzo della fuga fu la nostalgia.
Quanto a Dublino, s'è detto. Cinque-sei decenni d'indifferenza o dispregio o vero e proprio disgusto, e adesso la carnevalata dell'apoteosi. Un passo ancora, e l'anno venturo potrebbe esserci attorno alla Torre Martello una "Joyceland" solcata da trenini, con il N° 7 di Eccles street, la roccia di Calipso, Bella Cohen, Blazes Boylan e Molly Bloom in plastica a colori.


centenari 1904 - 2004
l'Ulisse di James Joyce
e Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello

 
l'Ulisse di James Joyce


OGGI 16 APRILE È IL "BLOOMSDAY"
e James Joyce mentre componeva l'Ulisse viveva a Roma, in via Frattina


"Il sito originale irlandese dedicato al centenario ha previsto delle pagine in italiano consultabili all'indirizzo:
www.rejoycedublin2004.com  

Benvenuti a ReJoyce Dublin 2004
Benvenuti sul sito ufficiale del Centenario del Festival ReJoyce Dublin 2004 Bloomsday. Qui troverete le informazioni più aggiornate su tutti gli eventi del festival


Per milioni di persone il 16 giugno è un giorno straordinario. Nel 1904 in quella data Stephen Dedalus e Leopold Bloom hanno fatto il loro epico viaggio attraverso Dublino, descritto nell'Ulisse di James Joyce, il romanzo moderno più celebrato al mondo. Il «Bloomsday», come sappiamo, è diventata una tradizione per i cultori di Joyce di tutto il mondo. Da Tokyo a Sydney, da San Francisco a Buffalo, da Trieste a Parigi, dozzine di città in tutto il mondo organizzano i loro festeggiamenti per il Bloomsday. Generalmente le celebrazioni includono letture, rappresentazioni teatrali e improvvisazioni per le strade di scene tratte dal romanzo. Nessun altro luogo festeggia il Bloomsday nel modo allegro e chiassoso che contraddistingue Dublino, patria di Molly e Leopold Bloom, Stephen Dedalus, Buck Mulligan, Gerty McDowell e dello stesso James Joyce. Qui, l'arte dell'Ulisse si incarna nella vita quotidiana per le centinaia di Dublinesi e di visitatori della città che ne ripercorrono l'odissea ogni anno.
Benché Bloomsday identifichi un giorno soltanto, l'Irlanda sta preparando un festival di respiro mondiale, della durata di cinque mesi, dal 1º aprile 2004 al 31 agosto 2004. Il Ministro di Arti, Sport e Turismo, Mr. John O'Donoghue ha nominato un comitato per la supervisione e il coordinamento dell'importante celebrazione di uno dei grandi maestri letterari della nazione. Tutti - dai neofiti della letteratura agli studiosi di Joyce - troveranno un ventaglio di proposte adatte ai propri interessi. Oltre ad un gran numero di esibizioni ed eventi spettacolari, rappresentazioni per le strade, programmi musicali e divertimenti per tutta la famiglia riempiranno la città per la gioia di tutti.
Dublino stessa salirà sul palcoscenico di ReJoyce Dublin 2004. Joyce riuscì a catturare l'anima di Dublino in tutta la sua ruvida gloria e ad immortalarla nell'Ulisse. La combinazione di raffinatezza e fascino vecchio stampo accende l'immaginazione dei suoi cittadini e dei suoi visitatori. ReJoyce Dublin 2004 e l'Irlanda invitano il mondo ad aiutarli a celebrare degnamente James Joyce, Bloomsday e Dublino!

 
Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello


Il programma delle manifestazioni per il centenario de "Il fu Mattia Pascal" è tratto dal sito:
www.arcobaleno.net

"IL FU MATTIA PASCAL" di Luigi Pirandello
1904-2004 il primo centenario
16 giugno - 8 luglio 2004
Casa delle Letterature, piazza dell'Orologio 3, Roma

Proseguono le iniziative della Casa delle Letterature dell‘Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma volte a promuovere la conoscenza dei grandi protagonisti della letteratura italiana


Era il giugno 1904, esattamente cento anni fa, quando sul periodico “Nuova Antologia” usciva l‘ultima puntata del nuovo romanzo di Luigi Pirandello: Il fu Mattia Pascal. La Casa delle Letterature ne festeggia l‘anniversario allestendo una mostra ideata e realizzata dall‘Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo. Saranno esposte pagine manoscritte del romanzo, la prima stampa con correzioni autografe, lettere e documenti inediti sulla genesi dell‘opera e i primi giudizi critici apparsi sulla stampa. Fotografie, disegni, caricature illustreranno l‘ambiente attorno allo scrittore e la società letteraria del tempo, una Roma che fa da sfondo alla vicenda del protagonista del romanzo, l‘uomo che “muore due volte” e la cui identità resterà quella del “fu” Mattia Pascal. Il fu Mattia Pascal aprì un secolo operando una rivoluzione letteraria delle cui conseguenze forse soltanto in tempi recenti si è avvertita l‘ampiezza. La sua fortuna mondiale presso i lettori non è mai venuta meno e non accenna a diminuire. Il XX è stato per Pascal un secolo di continue “rinascite”, dal romanzo (tradotto nelle lingue di cinque continenti) allo schermo cinematografico, alla scena teatrale, e sarà questo il tema di una tavola rotonda che si terrà in concomitanza dell‘inaugurazione della mostra. La manifestazione, ideata dall‘Istituto di Studi Pirandelliani, è realizzata dalla Casa delle Letterature dell‘Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma.

LEGGI L'INTERO PROGRAMMA SU "SPAZI"

Casa delle Letterature
Piazza dell'Orologio 3, Roma
Informazioni: tel. 06.68134697
www.casadelleletterature.it
dal lunedì al venerdì ore 9.00 - 19.00
sabato ore 9.00 - 13.00

Ufficio Stampa No Zap
Tel. 06.6832740 Fax 06.6832770


Pirandello e Joyce
 
Gazzetta del Mezzogiorno lunedì 14 giugno 2004
Roma chiama Dublino: il 16 giugno si festeggiano Luigi Pirandello e James Joyce
Pascal e Bloom uniti da un centenario
I due romanzi-manifesto della letteratura del Novecento
di Maria Gabriella Giannice


«Una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal». «Solenne e paffuto, Buck Mullingan comparve dall'alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio». Cominciano così due romanzi manifesto della letteratura del 900: «Il fu Mattia Pascal» di Luigi Pirandello e «Ulisse» di James Joyce, che verranno festeggiati il 16 giugno. Si crea così un ideale ponte Roma-Dublino dove ognuno dei due libri sarà commemorato in occasione di feste centenarie, il primo per l'anno di pubblicazione (nel giugno del 1904 la «Nuova Antologia» pubblicava l'ultima puntata del nuovo romanzo di Pirandello); l'altro per una data, il 16 giugno 1904, il giorno in cui Joyce fa svolgere le peregrinazioni di Leopold Bloom-Ulisse e Stephen Dedalus a Dublino. Mentre Pirandello racconta l'incredibile vicenda di un uomo senza più vocazioni né certezze sospeso fra vita e morte, essere e apparire, Joyce, con arditezze stilistiche e una sperimentazione linguistica ancora oggi all'avanguardia, racconta una giornata fallimentare di due uomini persi in una concretissima Dublino e nella rete degli inganni esistenziali. Entrambi troppo avanti sul loro tempo, i due romanzi non trovarono immediata fortuna. «Il Fu Mattia Pascal» se proiettò Pirandello in una dimensione europea (venne tradotto subito in tedesco), nello stesso tempo lo isolò nel panorama culturale italiano dove dominavano il modello estetizzante di D'Annunzio e il verismo di Verga e per lungo tempo, anche a causa del giudizio negativo che ne diede Benedetto Croce, fu poco apprezzato dalla critica. Sorte anche peggiore toccò all'«Ulisse», che venne pubblicato in inglese, in 1000 copie, a Parigi nel 1922, ma prima di poter essere pubblicato nei paesi anglosassoni dovette aspettare il '33. Esemplare la sentenza del giudice statunitense Woolsey, che ne permise la pubblicazione in America definendo il libro «indubbiamente abbastanza vomitevole, ma non tendenzialmente afrodisiaco». «Ulisse» è, come si è detto, il racconto degli avvenimenti vissuti nel corso di una giornata da Leopold Bloom e Stephen Dedalus a Dublino. L'uno è alla ricerca inconscia di un figlio che sostituisca quello che gli è morto, l'altro ha bisogno di una figura paterna che sia per lui punto di riferimento per le sue inquietudini intellettuali. Stephen lascia la torre dove abita con Mulligan, disgustato dall'amico. Leopold Bloom dopo aver fatto colazione con la moglie Molly, cantante, si reca a un funerale. Nel loro andirivieni per la città si incontrano brevemente nella sede di un giornale, alla Biblioteca nazionale e nel quartiere malfamato della città dove Leopold-Ulisse salva Stephen-Telemaco che, ubriaco, è aggredito da due soldati inglesi. Leopold si porta a casa Stephen, i due parlano di letteratura, di donne, di assassini e di suicidi. Si fa notte fonda, Stephen se ne va, Leopold si corica. Molly è già a letto. Il romanzo si conclude con un ininterrotto fluire, tra ricordo e sogno, delle immagini che le affollano la mente, immagini del passato, della giovinezza, del primo incontro con Leopold, chiuse dal celebre «Sì». «Il fu Mattia Pascal» racconta la storia di un uomo, Mattia Pascal, che legge sul giornale di essere stato dichiarato morto, identificato nel cadavere di un suicida. Decide così di trasferirsi a Roma e cambiare identità “seppellendo” Mattia Pascal e “creando” un altro se stesso Adriano Meis. Libero della propria condizione anagrafica e degli schemi sociali che essa impone, si illude di poter costruire una nuova vita. Ma la disillusione è subito alle porte, egli, semplicemente, non esiste. La sua vitalità è quella di un fantasma senza volto, costretto a vivere, paradossalmente, di quell'identità che gli altri gli hanno accuratamente cucito addosso e di cui è impossibile liberarsi. Inscenando un nuovo suicidio torna, quindi, al suo paese di origine, per riappropriarsi di una vita che ormai gli è stata tolta per sempre. Il cerchio, finalmente, si chiude. Mattia ha rinunciato definitivamente a cercare una propria realizzazione e ha accettato una volta per tutte di rimanere sospeso tra la vita e la morte. Per ricordare il centenario del «Fu Mattia Pascal» la Casa delle Letterature allestisce a Roma una mostra ideata e realizzata dall'Istituto di Studi Pirandelliani (inaugurazione il 16 giugno alle 19.00 con la proiezione di «Feu Mathias Pascal» di Marcel Herbier). Nell'occasione saranno esposte pagine manoscritte del romanzo, la prima stampa con correzioni autografe, lettere e documenti inediti sulla genesi dell'opera e i primi giudizi critici apparsi sulla stampa. Fotografie, disegni, caricature illustreranno l'ambiente attorno allo scrittore e la società letteraria del tempo, una Roma che fa da sfondo alla vicenda del protagonista del romanzo. Sempre il 16 giugno alle 17 è prevista una tavola rotonda su «Le rinascite di Pascal: dal romanzo al teatro, passando per il cinema».


nel cervello...
 
La Stampa TuttoScienze 16.6.04
SCAFFALE
Nel cervello alla radice delle emozioni


L’ESEMPIO più chiaro ci viene dal sorriso. Possiamo sorridere volontariamente, e allora comandiamo il muscolo zigomatico superiore (che Berlusconi deve avere molto sviluppato). Ma il vero sorriso, che nasce dall’emozione più che da un calcolo e dalla volontà, muove anche il muscolo orbicolare dell’occhio. Questo tipo di sorriso, spontaneo e contagioso, ha la sua origine nel «cervello emotivo», e precisamente nella corteccia cingolata. E’ una delle tante cose che si imparano leggendo «Le emozioni della mente», un libro di Giampaolo Perna, semplice ma non semplicistico e aggiornatissimo. Nato ad Hartford negli Stati Uniti quarant’anni fa, Perna è ora responsabile dell’Unità per i disturbi d’ansia all’ospedale San Raffaele di Milano e docente presso l’annessa Università Vita e Salute. Ha creato e dirige il sito Internet www.ansia.info, un servizio unico nel suo genere. L’attenzione per la parte del cervello da cui dipendono le nostre emozioni (paura, disgusto, rabbia, gioia) è recente ed ha aperto nuove prospettive nello studio del rapporto mente/cervello, tanto che oggi si parla molto anche di una «intelligenza emotiva». L’obiettivo di Perna è informare il lettore orientandolo ad una vita più serena e, possibilmente, più felice. Giampaolo Perna, «Le emozioni della mente», Ed. San Paolo, 140 pagine, 8 euro


martedì 15 giugno 2004
libri in fiamme
 
Repubblica 15.6.04
STORIA DEI LIBRI IN FIAMME
Intervista/ Lucien X. Polastron racconta tremila anni di roghi
"Si distrugge il volume per colpire chi l´ha scritto ed è accaduto spesso"
"Lavoro a questo progetto dal ´92 dopo l´incendio della biblioteca di Sarajevo"
"Hitler distruggeva le opere degli ebrei però ne fece raccogliere tre milioni a Francoforte"
di FABIO GAMBARO


PARIGI. Dal saccheggio della biblioteca di Tebe, nel 1358 avanti Cristo, a quella di Bagdad, nel 2003. Più di tremila anni di roghi e distruzioni. Una lunga storia di offese al libro e alla cultura che finora non era mai stata raccontata nella sua globalità. Lucien X. Polastron, studioso francese, già autore di un apprezzato libro sulla carta, Le papier, 2000 ans d´histoire, ha provato a colmare questa lacuna. Nelle librerie francesi è giunto così Livres en feu (Deno l, pagg.430), un volume molto documentato che ricostruisce la «storia infinita della distruzione delle biblioteche», mostrando «i molti volti della barbarie» che, fin dalla più lontana antichità, ha preso di mira le pagine scritte e i luoghi in cui queste vengono custodite. «Ho iniziato a lavorare a questo libro nel 1992», racconta Polastron, «subito dopo l´incendio della biblioteca di Sarajevo. Gli autori di quell´atto criminale colpirono intenzionalmente la biblioteca per cancellare il carattere multiculturale del paese, di cui essa era il simbolo. Ripetevano così i gesti che i passato erano stati dei nazisti e di tutti coloro che, in ogni epoca e ad ogni latitudine, avevano preso di mira la cultura scritta.
Nel suo libro gli esempi non mancano...
«E´ una storia molto più ricca di quanto non si creda. Gli uomini infatti non appena si mettono a costruire le biblioteche, quasi contemporaneamente iniziano a distruggerle. Per Borges, la biblioteca nasce da un processo che non si conclude mai. Una biblioteca infatti non è mai finita. Allo stesso modo, anche la storia delle catastrofi che colpiscono le biblioteche è una storia infinita. Cambiano solo le modalità. Più le biblioteche sono grandi e più i rischi diventano importanti. Naturalmente ci sono le catastrofi naturali o gli errori umani, ma molto spesso la distruzione del patrimonio scritto è un atto deliberato.
Quali sono le motivazioni più frequenti?
«Il libro contiene una memoria e una cultura di cui ci si vuole sbarazzare. Colpendo i libri, si colpiscono le persone che li hanno scritti e letti. E´ successo molte volte nella storia e continua a succedere ancora oggi. Recentemente, a Poona, in India, nel rogo di una biblioteca sono andati persi 30.000 volumi. Un gruppo d´indù voleva purificare i luoghi, solo perché un ricercatore americano vi aveva lavorato, formulando alcuni dubbi sulla parentela di un re a loro sacro. Per gli indù quel re era una divinità e quindi il dubbio sulle sue origini è stato considerato un atto di blasfemia. La profanazione era quindi da punire col fuoco. Nel rogo sono andati persi molti libri rari della tradizione indù, ma probabilmente gli incendiari non si sono neppure resi conto del danno che stavano facendo alla loro cultura.
Quando avvennero le prime distruzione di biblioteche?
«Nell´antico Egitto. Akhenaton distrusse la biblioteca di Tebe nel 1358 avanti Cristo. Aveva introdotto il monoteismo e, siccome pensava di detenere la verità, pensò di fare tavola rasa delle tradizioni religiose che lo avevano preceduto. I testi scritti dai sacerdoti di Tebe, che menzionavano altri dei, vennero distrutti. Akhenaton fece anche costruire una nuova biblioteca, che però, alla sua morte, venne incendiata dai sacerdoti per vendetta. All´origine degli attacchi alle biblioteche c´è sempre un odio politico-religioso, un odio nei confronti degli uomini che viene trasferito sulle opere scritte. Il sociologo Leo Löwenthal, poco prima di morire, ne ha persino tratto una riflessione psicanalitica, che però è rimasta solamente abbozzata.
Tutti conoscono il rogo della biblioteca di Alessandria. Che può dirne?
«Ad Alessandria, dove per la prima volta venne distrutta una biblioteca universale, sono nati contemporaneamente il mito della biblioteca e quello della sua distruzione. Molto probabilmente la biblioteca fu distrutta più volte, in parte o completamente, anche se poi il mito ha tramandato solo il rogo del 48 avanti Cristo. Quel primo incendio fu un danno collaterale della guerra. Cesare infatti non aveva alcuna intenzione di distruggere la biblioteca, più realisticamente pensava di rubarne le opere per portarle a Roma. Purtroppo, durante le guerre, le biblioteche rischiano sempre il saccheggio. Quando l´esercito dei vincitori occupa il territorio nemico sente il bisogno di colpire la tradizione intellettuale degli sconfitti. In particolare quella depositata nei libri. Lo hanno fatto i Mongoli, nel 1258, quando hanno raso al suolo le trentasei biblioteche di Bagdad. E meno di un secolo prima, Saladino, che voleva cancellare ogni traccia degli sciiti, mise a sacco la famosa biblioteca fatimida del Cairo, vendendone tutti i libri per pagare i suoi soldati.
Durante le crociate vennero distrutte delle biblioteche?
«Sì, ad esempio a Tripoli e a Costantinopoli. I cavalieri cristiani saccheggiavano per spirito di rapina, ma quando il bottino non sembra loro interessante, allora bruciavano tutto. Anche gli uomini della chiesa hanno molto contribuito a quest´opera di distruzione, nel tentativo di far scomparire la religione islamica. Più tardi l´accanimento nei confronti dei libri diventerà più sistematico. Quando?
«Nella Spagna del XVI e XVII secolo, dove le biblioteche hanno tremendamente sofferto. L´inquisizione, animata anche da un forte razzismo nei confronti di arabi ed ebrei, ha organizzato molti roghi di libri. Non a caso, gli spagnoli hanno reso tristemente celebre la parola portoghese autodafè. Torquemada, Cisneros e molti altri vescovi hanno mostrato una furia senza pari nei confronti della pagina scritta. Inoltre, nel Nuovo Mondo gli spagnoli hanno cancellato tutte le tracce scritte delle civiltà anteriori. Il patrimonio scritto dei Maya e degli Atzechi era considerato opera del diavolo e come tale andava bruciato.
Talvolta, i biblioclasti sono al contempo bibliofili...
«E´ vero. L´imperatore cinese Qin Shi Huangdi, nel 213 avanti Cristo, unifica la scrittura e costruisce un´importante biblioteca, ma al contempo fa bruciare tutte le raccolte di testi del passato. Papa Leone X, colui che nel 1515 mise all´indice i libri considerati pericolosi, fu un bibliofilo appassionato che riunì nella sua biblioteca privata testi rarissimi provenienti dalle biblioteche di tutta Europa.
La pratica di arricchire le biblioteche con testi derubati altrove è molto diffusa?
«Moltissimo. Le Bibliothéque Nationale de France e la British Library contengono una gran quantità di opere rubate. Si pensi a tutti libri razziati da Napoleone in Italia, in Spagna o in Egitto. Anche la colonizzazione dell´Oriente ha permesso di portare in Europa migliaia di testi. La Cina, ad esempio, oggi reclama la restituzione di numerose opere che appartengono al suo passato, ma i francesi e gli inglesi per il momento non vogliono restituirli. Durante la seconda guerra mondiale, i nazisti si servirono senza scrupoli nelle biblioteche dei paesi occupati.
A proposito dei nazisti, lei ha messo in luce un episodio poco conosciuto...
«Come tutti sanno, a partire dal 1933, i nazisti organizzarono l´autodafè delle opere di autori ebrei e comunisti. Ma qualche anno dopo, per ordine diretto di Hitler, iniziarono a costituire un´importante biblioteca di testi della tradizione ebraica. Diversi specialisti furono sguinzagliati nelle biblioteche di tutta Europa, per saccheggiare le sezioni Judaica ed Hebraica. Riuscirono a raccogliere così tre milioni di volumi che furono trasportati a Francoforte. Nessun´altra biblioteca ebraica aveva mai raggiunto una tale dimensione. Lo scopo di tale operazione era lo studio del segreto degli ebrei. Naturalmente era un fantasma di Hitler, ma in quel modo molti libri preziosissimi furono salvati dalla distruzione. Alla fine della guerra la biblioteca è stata dispersa. Molte opere sono state restituite ai legittimi proprietari, come ad esempio i volumi delle sei biblioteche parigine della famiglia Rothschild. I libri rimasti senza proprietari sono finiti negli Stati Uniti, alla Library of Congress. Vennero razziate anche le biblioteche italiane?
«C´è un episodio noto. A Roma, due giorni prima della famosa retata del 16 ottobre 1943, i nazisti entrarono nella sinagoga del ghetto e portarono via due vagoni pieni di volumi rari. Il poeta Heinrich Heine - in una pièce dedicata ad Almanzor, colui che nel 980 a Cordoba fece bruciare la biblioteca dei califfi - ha scritto che, quando gli uomini cominciano a bruciare i libri, prima o poi finiscono per bruciare gli uomini. Mai profezia fu così tristemente vera».


una intellettuale algerina
 
Il Mattino 15.6.04
INCONTRO CON L’INTELLETTUALE ALGERINA
Wassyla Tamzali
paladina dell’Islam democratico e laico
di Donatella Trotta


Il volto moderno, democratico e laico dell’Islam è quello di una bella donna algerina dai corti capelli brizzolati che incorniciano uno sguardo diretto e deciso. Si chiama Wassyla Tamzali: da quasi trent’anni anni si batte per i diritti delle sue compaesane di sesso e a favore della libertà di coscienza nel mondo di cultura arabo-islamica. «Un mondo ancora oggi enigmatico per l’opinione pubblica mondiale - spiega - e passato, nell’area mediterranea, dalle lotte di liberazione dal colonialismo alla battaglia per la libertà». Nodo, quest’ultimo, molto difficile da sciogliere, aggiunge, «in società arabo-musulmane prefreudiane, dove i cittadini si devono confrontare con la doppia malattia dell’identità e del nazionalismo, restii tra l’altro ai valori dell’emancipazione femminile, dell’uguaglianza e delle pari opportunità tra i sessi».
Avvocato, femminista, scrittrice, già funzionario dell’Unesco a Parigi - dove per vent’anni è stata direttrice del diritto delle donne -, membro dell’Afem (Association Femmes de la Mediterranée) e responsabile del comitato Maghreb Egalité ad Algeri - città natìa dove è tornata a vivere -, in questi giorni Wassyla Tamzali è a Napoli, ospite della Fondazione Laboratorio Mediterraneo dove sabato interverrà nella sede di via Depretis 130 a un convegno internazionale di studi di genere (in programma con una mostra di editoria femminile, da venerdì a domenica) dopo aver partecipato, venerdì scorso, a un seminario a più voci (femminili) sulle ambiguità e i limiti del dialogo interculturale: «Tema che è diventato un concetto politico nell’attuale scenario internazionale, con la sua ambizione di prendere in carico la diversità storico-culturale, ma con dei necessari distinguo», sottolinea Tamzali, che si definisce «una donna antica colonizzata e malgrado ciò anche in rapporto con la mia comunità e il suo contesto culturale, pur essendo una ”diversa”» che rivendica dunque per sé un’identità «complessa».
Il primo distinguo? È una provocazione: «Quando si parla di dialogo culturale - dice Tamzali - basato sul metodo della tolleranza, che presuppone il sacrificio di una parte delle proprie convinzioni profonde per accettarne altre che magari si considerano sbagliate, è indispensabile saper distinguere l’intolleranza dall’intollerabile: questione non astratta per le donne, anzi al cuore del dibattito contemporaneo». Un esempio? «La questione del velo: le femministe francesi che arrivano a difenderlo, in nome di una sedicente apertura antirazzista ai segni mitizzati della diversità culturale, mettono di fatto l’Islam fuori del pensiero occidentale avallando un’intollerabile pratica di sottomissione: simbolica e reale. Non dimentichiamo che persino all’interno della chiesa cattolica sono state fatte battaglie in contrasto con la religione, come le lotte per l’aborto e per il divorzio, a dimostrazione che esistono altri àmbiti oltre quello religioso. E non vedo perché l’Islam debba essere l’impensato del pensiero occidentale».
Già, ma il problema con l’Islam è che diventa difficile non essere condizionati dall’uso politico strumentale della religione, che ha portato, nell’immaginario collettivo, allo stereotipo dello scontro di civiltà e al dilagare del terrorismo globale... «Il problema vero non è un eccesso di Islam, ma una sua mancanza che ha portato a questi stravolgimenti», replica Tamzali. In che senso? «L’Islam come religione, nel deserto arabo del VII secolo, dava diritti eccezionali alle donne. È la logica delle tribù che l’ha distrutto e seppellito, deviando la sua evouzione e causando uno scacco terribile che non è avvenuto invece in Occidente, dove le radici cristiane dell’Europa hanno generato movimenti di civilizzazione contro la barbarie che hanno trasformato e liberato le coscienze, con conquiste fondamentali per i diritti dell’umanità».
Non a caso, Tamzali ha di recente lanciato un audace Manifesto per la libertà di coscienza in Islam da lei promosso (dall’interno) con altri uomini e donne intellettuali di cultura musulmana (credenti, agnostici e anche atei): pubblicato in Francia e in Marocco su «Libération», il documento ha raccolto centinaia di firme e scatenato un putiferio di polemiche per il suo atto d’accusa articolato su tre grandi temi: la libertà di coscienza; la lotta contro l’islamofobia e la sfida ai bubboni che allignano in certe periferie europee affollate di giovani e sbandati immigrati musulmani «che esercitano la loro aggressività e violenza contro tre bersagli principali: le donne, gli ebrei e gli omosessuali», spiega Tamzali. Che mette in guardia contro un ”nemico” invisibile molto più pericoloso, a suo avviso, dei kamikaze antioccidentali: «L’Islam passivo, che si insinua in Europa con il suo bagaglio di misoginia, antisemitismo e omofobia usando gli strumenti della cultura per attentare ai valori di libertà, uguaglianza, fraternità dell’Occidente da difendere ad ogni costo, per raggiungere un orizzonte comune di umanità davvero solidale».


lunedì 14 giugno 2004
dal Guardian
i pericoli con i farmaci antidepressivi

 
ricevuto da Emiliano Maione

society.guardian.co.uk

The Guardian Monday June 14, 2004
Alert on adult use of antidepressants
by Sarah Boseley, health editor


The modern antidepressant drugs which were thought to be a miracle cure for 20th century misery only 10 years ago are expected to suffer a second big blow this year when the UK authorities will warn that some of them can cause adults to become suicidal.
An expert working group of the government's Committee on the Safety of Medicine (CSM) has already warned that all but one of the SSRIs (selective serotonin reuptake inhibitors), including the best-selling Seroxat, should not be given to children. It found that there were risks of children becoming suicidal, aggressive and suffering mood swings, and the drugs were anyway not very effective.
Now the committee is close to completing its review of the safety and efficacy of the SSRIs in adults. The Guardian understands that it has found a similar picture and that the drug regulatory body, the Medicines and Healthcare Products Regulatory Agency (MHRA) is likely to impose restrictions on the use of some of them.
The decision will lead to further confusion and uncertainty among doctors treating depression. Child psychiatrists and GPs have shown conflicting reactions to the SSRI ban - some of them continuing to use the drugs, while others hold off. Guidelines from the National Institute for Clinical Excellence (Nice) on treating depression in adults were due to be published this month, but have been postponed pending the MHRA announcement. Guidelines on treating children are not due until next year.
"With our colleagues it is very difficult," said Sue Bailey, chair of the child and adolescent faculty of the Royal College of Psychiatrists. "They don't know whether they can or can't, should or shouldn't prescribe."
Two to 6% of children suffer from depression, and suicide is the third leading cause of death in 10-to-19-year-olds, says Professor Bailey. An estimated 40,000 children were on SSRIs last year.
The college has asked the expert group to give "plain English" advice as to what doctors should do, but they have been told they must wait until the MHRA has met to discuss the issues with the European drug regulators. It is well-known that the authorities in some parts of Europe would like the MHRA to tone down the SSRI ban, but Professor Bailey says she finds it hard to see how the MHRA can recant. "It is hard to row back on the data they have shown us," she said.
A conference on the issues around ensuring medicines are safe for children is taking place today, with contributions from Lord Warner, the health minister responsible, and Sir Alasdair Breckenridge, chair of the MHRA.
Yet the biggest problem in children's medication today, the SSRIs, is not on the agenda. In a presentation next month, Prof Bailey will call for government and other involved bodies to ensure children have "the same rights to rigorously conducted research programmes" as adults. She points out that the studies of depressed children so far involve some as young as three, in whom depression has to be very carefully diagnosed, using specially trained researchers.
One SSRI has not been banned for use in children - Prozac, which has a licence to treat children's depression in the United States. Yesterday the manufacturer, Eli Lilly, told the Guardian it had been asked by the MHRA to apply for a licence to treat children with depression in the UK and Europe.
Richard Brook, chief executive of the mental health charity Mind, who resigned from the expert group on SSRIs because of what he claimed was a lack of openness and transparency, said he was appalled that the MHRA which polices the drug companies should approach one of them to suggest it applies for a licence.
"This raises real issues about their impartiality," he said. "They are saying they want an SSRI to be given to children. It is not their job to decide such a thing. If they are going to do deals with the drug companies, where does it stop? This is a fundamental breach that the minister must investigate."
Vera Sharaz, from the Alliance for Human Research Protection in the United States, says it is astonishing that Prozac ever got a licence there for use in children, adding that documents from the Food and Drug Administration (FDA) which licensed it show that the first of two studies done, in 1997, failed to reach the target Eli Lilly had set for benefiting children and the second, in 2002, produced serious side-effects, including growth retardation and heart problems.
"Given the concern about evidence of a suicide link to Prozac and the other antidepressants, it is an affront to the public that the MHRA would even consider approving Prozac for children," she said. Eli Lilly in fact changed the label on the drug in the UK last December to state: not recommended for children.


domenica 13 giugno 2004
Carlos Fuentes
intervistato da Luciana Sica

 
Repubblica 13.6.04
Io, realista visionario
intervista allo scrittore messicano

"Il dolore peggiore la perdita di mio figlio"
"il mio modello letterario è Balzac"
Tra i più grandi protagonisti della letteratura latinoamericana sarà giovedì a Roma ospite del Festival di Massenzio È appena uscito il suo nuovo romanzo "L'istinto di Inez" giocato sulla memoria e l'impossibilità dell'amore
di LUCIANA SICA


«Appartengo alla letteratura della Mancha, quella che è nata e si è sviluppata tra la Spagna e l´America latina nel nome di Cervantes. Mi considero un discendente del barocco spagnolo e della colonia messicana». Si presenta così Carlos Fuentes, scrittore nato settantasei anni fa a Panama, tra i più grandi testimoni della letteratura latinoamericana e, più in generale, di lingua ispanica.
Gentleman colto e incline alla battuta di spirito, fabulatore e visionario, cosmopolita ossessionato dalle radici messicane, ambasciatore in Francia negli anni Settanta - una vita intensa dominata dall´erranza ma soprattutto dal grande amore per il suo Paese fatto di sogni e di fame -, Carlos Fuentes sarà a Roma giovedì per una lettura al Festival di Massenzio.
Celebre ovunque grazie a romanzi come “La morte di Artemio Cruz”, a raccolte di fantasiosi racconti come “L´albero delle arance”, ma anche a saggi importanti come “Geografia del romanzo” o “Tutti i soli del Messico”, di Carlos Fuentes è appena uscito un nuovo libro - molto struggente - dal titolo “L´istinto di Inez” (Marco Tropea, traduzione di Ilide Carmignani, pagg. 154, euro 13,50).
«Non avremo nulla da dire sulla nostra morte», è l´incipit di questo breve romanzo che ha per protagonisti un uomo, una donna e un´opera musicale: l´eminente direttore d´orchestra francese (di madre italiana) Gabriel Atlan-Ferrara, una soprano messicana - l´istintiva Inez - ma anche “La damnation de Faust”, la drammatica leggenda di Berlioz che ogni volta li fa incontrare e ogni volta ineluttabilmente separare, in un amore lungo una vita e tragicamente irrisolto. A rendere impossibile l´unione di Gabriel e Inez è un elemento del tutto irrazionale, è l´attrazione di lei per un ragazzo visto in una foto: un giovane bellissimo che non si sa più dove sia finito. Del fantasma dai tratti angelici s´ignora ogni cosa tranne che negli anni dell´adolescenza era stato un amico fraterno proprio dello chef d´orchestre (come lui ama definirsi con civetteria).
Nell´immagine fatale che rapisce Inez per sempre, Gabriel è «abbracciato a un altro ragazzo, il suo esatto contrario, il sorriso aperto, senza enigmi... Era impossibile vedere la fotografia del giovane senza provare qualcosa per lui, amore, inquietudine, desiderio erotico, intimità forse, o forse un certo gelido disdegno... Indifferenza no». Ma questa vicenda, strana e dolorosa come la musica di Berlioz che sembra inondarla del suo ritmo indiavolato, s´intreccia con una storia parallela che racconta l´amore di due esseri assolutamente primitivi, un uomo e una donna persi e confusi nella natura e fatti innanzitutto di corpo. Di istinto.
Carlos Fuentes è in arrivo a Roma da Londra, la città dove passa almeno metà dell´anno perché per scrivere - tutti i giorni, dalle sei del mattino a mezzogiorno - ha bisogno di tranquillità e di concentrazione, le sole due cose che a Città del Messico gli sono sempre mancate. Ci siamo sentiti al telefono: questa è la sintesi della nostra conversazione.
All´estero “L´istinto di Inez” - giocato sulla memoria e l´impossibilità dell´amore - è stato accolto come un ritorno alla sua migliore letteratura fantastica. E´ un´osservazione che condivide?
«No. Francamente non vedo nessun "ritorno", lo sarebbe se avessi abbandonato questo genere letterario, cosa che non mi pare di aver mai fatto... Anche il mio ultimo libro non ancora tradotto in italiano, “Inquieta compañía”, è fatto di racconti di pura immaginazione dove si parla addirittura di angeli, demoni, fantasmi, vampiri...».
Ma è stato notato come “L´istinto di Inez” rimandi piuttosto a suoi "vecchi" romanzi come “Aura” o “Le relazioni lontane” piuttosto che a opere più recenti...
«Sono libri che appartengono tutti al genere fantastico, ma credo anche che ciascuno di questi romanzi abbia connotazioni sue proprie, una sua personalità, un suo profilo, e che insomma sia un´opera a sé... I critici sono spesso a caccia di etichette un po´ facili».
Un po’ facili perché, come del resto capita in ogni scrittura letteraria, ha costantemente mescolato realismo e fantasia, o meglio ancora: ha introdotto il fantastico nel reale... Lei però preferisce parlare dell´esistenza di una realtà "soggettiva" e di una "oggettiva", o sbaglio?
«Preferisco parlare soprattutto di una realtà collettiva, che le riunisce tutte e due... Come dire: la realtà soggettiva non è completamente soggettiva e neppure quella oggettiva lo è del tutto. Il filo che ci fa interagire con gli altri è la comunità, il luogo in cui l´elemento soggettivo coesiste con quello oggettivo. A meno che non si voglia pensare alla realtà politica come a una dimensione immersa nell´immaginario...».
Più di una volta ha detto che il suo principale modello letterario è stato Balzac. Si sente in debito nei confronti dell´autore francese?
«Sì, ho un debito enorme nei suoi confronti, trovo il suo realismo visionario assolutamente sorprendente. "Moi je vais porter une société dans ma tête" (ho un´intera società nella mia mente): da un lato l´autore della “Comédie humaine” si presenta come uno scrittore realista, ma al tempo stesso è capace di offrire novelle straordinarie di genere fantastico come “La pelle di zigrino” o anche “Louis Lambert”».
Pieno di elementi bizzarri è anche “L´istinto di Inez”... Il ragazzo della foto e l´uomo primitivo sono la stessa persona?
«Inez è alla ricerca di un uomo di cui innamorarsi, un uomo che non viva però nella sua stessa epoca. E lo cerca in un passato molto remoto o in un futuro lontanissimo... Ma il lettore può immaginare quello che vuole, ha la porta aperta, è libero di pensare quel che crede, lo considero coautore dell´opera».
Si può dire che la storia tra quei due esseri primitivi è un sogno di Inez?
«Potrebbe esserlo: se le fa piacere, l´autorizzo a pensarlo».
Spesso al centro dei suoi romanzi ci sono donne, come ne “Gli anni con Laura Díaz”. Le piace esplorare una cultura ancora profondamente in contrasto con quella maschile?
«Sì, del resto sono cresciuto in un paese prettamente maschilista. In Messico, in America latina, e forse in tutto il mondo, il machismo è molto forte, e io mi sono sempre ribellato a questa cultura. L´ho sempre contrastata, perché le donne io le amo molto, mi piacciono moltissimo: penso a mia madre, a mia moglie, alle mie figlie... Penso soprattutto al dato statistico che indica come il 53 per cento del lavoro umano venga svolto dalle donne e non dagli uomini».
Nella sua lingua, Inez fa rima con vejez, con vecchiaia. Nel romanzo l´allusione è esplicita, anche se naturalmente nella traduzione italiana l´assonanza si perde...
«Si perde, purtroppo... Mi torna in mente un´immagine stampata da sempre nella mia memoria: la Callas che canta “La Traviata”. Quando si avvicina alla scena finale, fa una cosa straordinaria, la Callas: anticipa la sua morte, diventa una vecchietta, can-ta-tut-ta-co-sì, è qualcosa di estremamente emozionante... In ogni caso ho sempre pensato alla donna giovane e alla donna vecchia come a un´unica persona. Il dato anagrafico non è assoluto, dall´infanzia fino alla nostra ultima stagione portiamo l´età riempiendola di noi stessi, di quello che siamo profondamente».
Inez, vejez: più che il racconto di due storie d´amore parallele, il suo è un trattatello metaforico sulla tragedia dell´invecchiamento?
«Può darsi, ma provi a pensare a un Tolstoj o a chiunque altro: noi scrittori dobbiamo fare sempre i conti col passare del tempo, con la gioventù perduta, con la vecchiaia...».
“In questo credo” è il suo dizionario autobiografico che Il Saggiatore pubblicherà da noi in settembre. Lì si parla della sua lunga frequentazione con Buñuel. Cosa le è rimasto del grande cineasta?
«A Città del Messico ci vedevamo tutti i venerdì dalle quattro alle sette, mai più tardi perché Buñuel aveva abitudini monacali. Con lui avevo l´impressione di dialogare con l´intera storia dell´estetica del ventesimo secolo... Però ”En esto creo” non è un catalogo di personaggi, anche se ci sono capitoli dedicati ad alcuni scrittori che sento particolarmente vicini: a Balzac e a Cervantes naturalmente, e poi a Kafka, a Faulkner, a Shakespeare...».
“Contro Bush” s´intitola invece, molto seccamente, un altro suo libro non ancora uscito in Italia. È un pamphlet politico?
«È un lungo viaggio intorno a fatti riguardanti la presidenza di Bush, un uomo che considero pericoloso per molte ragioni serie... ma poi, come possiamo affidarci a un uomo che cade così spesso dalla bicicletta e che rischia di rimanere soffocato mangiando un biscotto?».
Lei ha detto: come messicano, non faccio distinzione tra la vita e la morte. Tutto è vita, inclusa la morte. Non sarà uno dei tanti modi consolatori per rimuovere il terrore di non esserci più?
«No, no, è un fatto molto reale: non abbiamo modo migliore per comprendere la morte, per accettarla, viverla e anticiparla se non attraverso la consapevolezza che fa parte della vita, come la nascita».
Signor Fuentes, un´ultima domanda molto delicata, sempre che voglia rispondere. “L´istinto di Inez” è dedicato al suo "adorato" figlio Carlos, scomparso nel ´99 all´età di venticinque anni. Cosa ha significato questa perdita nella sua vita di uomo e di scrittore?
«Questa perdita è il dolore peggiore, uno strazio che non assomiglia a nient´altro, e credo che - seppure inconsapevolmente - emerga nella mia scrittura... Carlos aveva molto talento, era un poeta e un pittore, e non solo lo ricordo con amore infinito, ma lo sento ancora vicino: la sua è una presenza, non un´assenza, e sono anche capace di ridere per le cose che diceva... Mi sembra di fare molte cose in nome di mio figlio, e in fondo vivo nella sua ombra».


antidepressivi
- abuso di psicofaraci e
- soldi a palate con un aggeggio elettrico per i depressi

 
ricevuti da Piergiuseppe Cancellieri

Tempomedico.it 13 giugno 2004
Prima pensare, poi (forse) impasticcare
Silvio Garattini mette in guardia sull'abuso di psicofarmaci


L'abuso di psicofarmaci - un fatto ormai accertato per benziodazepine e antidepressivi - è aumentato in rapporto con la disponibilità dei cosiddetti psicofarmaci di seconda generazione: gli antipsicotici atipici (olanzapina, risperidone, quietapina) e gli inibitori selettivi della ricattura della serotonina (fluoxetina, paroxetina, sertralina, citalopram), noti anche con il nome di SSRI, dotati di attività antidepressiva. La seconda generazione implica un concetto migliorativo: più efficace e meno tossico, in accordo con una campagna promozionale e pubblicitaria condotta con grande dovizia di mezzi. Mezzi resi disponibili dai considerevoli guadagni dovuti all'alto costo di questi prodotti rispetto ai farmaci di "prima generazione". Purtroppo anche il prezzo alto ha il suo fascino su medici e pazienti: "Se costa di più, vuol dire che sarà meglio!".
E' proprio vero? Alcuni recenti conoscenze gettano molti dubbi sulle ottimistiche prospettive e sulla facilità con cui molti medici prescrivono questi farmaci. Anzitutto mancano studi clinici ben fatti che confrontino fra vecchi e nuovi farmaci con rigore scientifico. E' vero che i nuovi farmaci antipsicotici danno probabilmente meno effetti extrapiramidali (effetti motori) degli antipsicotici classici, ma la propaganda non ha mai fatto sapere che i nuovi farmaci danno luogo anche a un aumento di peso corporeo con conseguente aumento del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari e diabete. Infatti già dopo pochi anni dall'introduzione di questi farmaci si è già in grado di stabilire un aumento di intolleranza al glucosio e di propensità al diabete. Molti medici si sono anche fatti convincere che, a causa della loro tollerabilità, gli "atipici" dovevano essere somministrati preferenzialmente rispetto ai classici antipsicotici, soprattutto nei soggetti anziani. Ricerche recenti hanno mostrato che soggetti anziani trattati con gli antipsicotici atipici nei casi di perdita di memoria accompagnata da disturbi comportamentali non solo non hanno benefici, ma accusano un aumento degli eventi cerebrovascolari (ictus) di ben tre volte e della mortalità di due volte. Le ditte produttrici sono state obbligate dalle autorità regolatorie a informare i medici, ma l'informazione non è giunta capillarmente anche perché i mass media non hanno dato alcun rilievo alla notizia.
Anche per quanto riguarda gli antidepressivi di seconda generazione, gli SSRI, esistono novità. Contrariamente a quanto si è sempre affermato, questi farmaci inducono in una percentuale significativa di casi una sintomatologia che può essere anche molto grave, quando il trattamento viene interrotto. Per tutti questi farmaci - forse un po' meno per la fluoxetina - l'interruzione del trattamento deve essere fatta con notevole gradualità per evitare disturbi depressivi che richiedono la ripresa del trattamento. Per questo bisogna usarli quando sia strettamente necessario, evitando trattamenti non solo inutili ma che addirittura possono determinare gravi conseguenze. Così concepito l'uso di questi farmaci ha un rapporto beneficio-rischio del tutto negativo, oltre a rappresentare una spesa non giustificabile per il Servizio sanitario nazionale.
Ancora più grave è quanto si è scoperto nell'impiego di questi prodotti per i bambini e gli adolescenti che mostrano episodi depressivi. Nonostante i dubbi che si dovrebbero avere nel prescrivere psicofarmaci a bambini che sono in fase di sviluppo, le prescrizioni sono numerose. Questi trattamenti sono adottati perché studi clinici controllati avevano dimostrato un beneficio, anche se per la verità molto modesto. Si è scoperto tuttavia che venivano pubblicati solo gli studi positivi, mentre gli studi negativi non venivano pubblicati perché, come è riportato in un memorandum della ditta produttrice della paroxetina, "avrebbero peggiorato il profilo del farmaco". Se si sommano gli studi pubblicati con quelli non pubblicati si ottengono risultati che mostrano non solo l'inefficacia di questi farmaci nei bambini, ma addirittura un peggioramento per quanto riguarda la tendenza al suicidio. Ciò vale per paroxetina, sertralina, citalopram e venlafaxina. La mancata pubblicazione dei dati negativi - una pratica non rara nel campo dei farmaci - configura gravi responsabilità perché si tradisce la fiducia dei medici e dei pazienti, contribuendo a dare un'idea dell'efficacia e della tossicità dei farmaci che non corrisponde alla realtà.
Quanti sono in Italia
In Italia, stime accurate circa l'entità della patologia nella popolazionepediatrica e la terapia farmacologica utilizzata non sonodisponibili. Le analisi effettuate dal Laboratorio per la Salute Materno-Infantile dell'IRFMN di Milano e dal CINECA di Bologna, nell'ambito del Progetto Nazionale ARNO documentano che nel 2002 i giovani italiani con meno di 18 anni in terapia con farmaci antidepressivi della classe SSRI sono stati 2,1 ogni 1000 (quindi una stima di circa 22.000 pazienti bambini o adolescenti). L'uso più frequente è stato per la classe d'età 14-17 anni (6,6 ogni 1000) e per le ragazze (8,4 verso 4,8 per i maschi). Il farmaco più utilizzato è stato, come per gli adulti, la paroxetina.

(di Silvio Garattini - Tempo Medico n. 780 13 giugno 2004
Fonte: BMJ 2004; 328: 711-2.


reuters.com
Sabato 12 Giugno 2004, 15:32
Usa, commissione rivedrà dispositivo elettrico per depressione


WASHINGTON (Reuters) - Gli adulti americani cronicamente depressi che non trovano beneficio dai farmaci o dalla psicoterapia, potranno essere presto in grado di provare un dispositivo simile ad un pacemaker che invia impulsi elettrici al cervello.
Il dispositivo, grande come un cronometro e prodotto da Cyberonics, viene inserito chirurgicamente nel torace, da dove un cavetto arriva fino ad un nervo nel collo.
Martedì prossimo, una commissione di esperti della Food and Drug Administration americana si incontrerà per discutere se raccomandare all'agenzia l'approvazione del dispositivo -- già usato per l'epilessia -- per i pazienti che hanno la depressione.
Gli esperti sostengono che la approvazione della Fda sia la chiave per la crescita futura della società, che ha avuto 1,25 milioni di dollari di perdite nell'ultimo trimestre.
Funzionari di Cyberonics non vogliono rilasciare commenti prima della riunione della commissione, ma hanno detto che la depressione "è un'enorme opportunità di mercato".
La VNS Therapy, che è già stata approvata per la depressione in Europa e Canada, potrebbe raggiungere un miliardo di dollari in vendite negli Usa entro il 2010, secondo quanto riferito dai funzionari della società lo scorso anno.


antidepressivi ai bambini
 
segnalato anche da Francesco Troccoli

Repubblica 13.6.04
L'INCHIESTA
Torino, l'inchiesta di Guariniello riguarda la paroxetina. "Sommistrazione di farmaci pericolosi"
Antidepressivi ai bimbi, indagati 94 medici
Secondo l´Agenzia inglese, assumendo il farmaco i minori sviluppano ostilità


TORINO - La procura di Torino ha iscritto nel registro degli indagati 94 medici piemontesi per somministrazione di farmaci pericolosi a minori. L´inchiesta, aperta dal procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, riguarda la paroxetina, un principio attivo contenuto in alcuni farmaci antidepressivi controindicati per pazienti al di sotto dei 18 anni. Un decreto ministeriale del luglio 2003 prescriveva alle industrie farmaceutiche di inserire nei bugiardini la controindicazione e contestualmente era stata inviata una lettera a tutti i medici italiani per informarli sulle «nuove evidenze riguardanti la paroxetina» rilevate dalla Commissione Unica sul Farmaco. Nonostante ciò, la procura ha accertato che in Piemonte, nel periodo agosto-dicembre del 2003, farmaci contenenti paroxetina sono stati prescritti comunque a minorenni. Centonove ricette firmate da novantaquattro medici.
Gli effetti della paroxetina erano stati evidenziati da uno studio presentato da una delle industrie farmaceutiche produttrici dei farmaci che contengono questo principio all´Agenzia del Farmaco Inglese. L´intento dello studio era in realtà quello di dimostrare l´efficacia della paroxetina anche nella cura della depressione in età pediatrica, ma l´Agenzia inglese trasse dalla relazione un parere diametralmente opposto. Cioè la pericolosità di questo tipo di farmaci «su bambini e adolescenti che sviluppavano ostilità, labilità emozionale e tendenza al suicidio».


Michele Serra:
la religione del Padre e i serial killer

 
Repubblica 13.6.04
MICHELE SERRA


IN ITALIA? Berlusconi ci renderà un Paese prospero e migliore. E in Europa? Berlusconi ci renderà un continente prospero e migliore. E il programma? Seguendo l´esempio di Berlusconi diventeremo persone prospere e migliori.
Ascoltavo la radio, guidando nella notte italiana. La voce della giovane candidata di Forza Italia era limpida e gentile. Non diceva niente: non un´opinione politica, non una proposta sul da farsi, non un´idea sulla vita. Diceva solo: Berlusconi. Immersa nella sua beata e fiduciosa litania, come dicesse il rosario. Ho pensato: ma questa non è più politica. E ho anche pensato: forse abbiamo sbagliato a buttarla in politica, destra e sinistra, guerra e pace, Europa e America. Quelle sono parole adulte, questo è un Paese tornato bambino. Quella ragazza parlava di Berlusconi come di un padre idealizzato, guida insostituibile contro il mondo oscuro, minaccioso e cattivo. Per lei la realtà era un fantasma remoto, un problema rimandabile all´infinito fino a che il padre ci tiene per mano, e provvede a proteggerci e a consolarci. Bene educata, provava ad ascoltare le parole del moderatore. Ma non capiva le sue domande, e dunque non poteva rispondergli se non: Berlusconi. Per il resto del viaggio mi sono vergognato di avere paura per me. È soprattutto per lei che bisogna avere paura.

espressonline.it 10.6.04
Il serial killer vien dalla campagna
La metropoli non è sentina di ogni disturbo sociale. È stata superata dalla provincia. I boss della Mafia vengono da paesini pietrosi, Pacciani dal rurale toscano, gli unabomber abitano in cittadine venete. E Mussolini era di Predappio
di Michele Serra


Tra le domande del secolo, non ultima viene questa: come può diventare capo dei satanisti uno di Gallarate? Noi moderni, per generazioni, abbiamo supposto che la sentina di ogni disturbo sociale fosse la metropoli. Beh, ci siamo clamorosamente sbagliati. Totò Riina e gli altri boss vengono da paesini pietrosi e anche se hanno il Rolex paiono appena reduci dalla sagra del fico d'India. Pacciani e i compagni di merende erano tipici abitanti del pittoresco rurale toscano, quello che piace tanto agli inglesi perché non hanno mai visto scuoiare un coniglio, ammazzare il maiale o peggio un padre contadino discutere con una figlia. I serial killer e gli unabomber del Veneto abitano in linde cittadine, si addormentano al suono del campanile e si svegliano incazzati neri, con una prostituta nel freezer e la mamma che rigoverna la casa.
Mussolini era di Predappio.
Si consideri che gli esorcisti operano quasi tutti in parrocchiette tra i castagni, dove gli indemoniati possono ululare indisturbati "li mortacci tua" in aramaico e in sanscrito senza turbare i regolamenti condominiali, e gli astanti possono vomitare direttamente nel torrente dove si allevano le trote "come una volta".
Cercate in provincia. Frugate tra le fratte di biancospino. Scavate nei pioppeti. È lì che si annida il Male. Pare, ad esempio, che la vera capitale del satanismo italiano sia Mezzofinasco, località prealpina famosa per la produzione di bomboniere da matrimonio. A Mezzofinasco, da generazioni, tutti lavorano nella bombonieristica, nelle macchine per bombonieristica e nell'accessoristica per bomboniere. Già questo, secondo gli psicologi, è una fortissima causa di abbrutimento e di depressione, e chiunque sia mai entrato in un negozio di accessori per sposi sa di che cosa stiamo parlando. (Più in generale, si pensa che il famoso 'disagio del Nord-est' sia direttamente proporzionale al prodigioso squallore di quanto in quelle terre si produce: provate voi a fabbricare ogni giorno 300 schiaccianoci a forma di gnomo, o 20 appendiasciugamano finto-impero, e poi venite a dirmi se siete felici). A questo si aggiunga che i cinesi, negli ultimi anni, hanno prodotto bomboniere più economiche (con confetti in ghisa incoporati) e molto più brutte, requisito indispensabile per sfondare sui mercati mondiali.
Il sistema-paese, a Mezzofinasco, è dunque entrato in crisi. La benzina basta appena per la prima macchina, in genere una Mercedes cabriolet, e i giovani del posto cominciano a vendersi l'un l'altro la seconda macchina, sempre una Golf nera. Si organizzano gimkane notturne, ma il paese è lungo 150 metri, illuminato male e strapiombante sul fiume, e va a finire che per potere innestare la terza è necessario essere sopravvissuti all'impatto con il greto. Anche il tradizionale lancio di sassi dal cavalcavia non si può dire che abbia davvero sfondato, nonostante il sindaco abbia costruito apposta un enorme cavalcavia con finanziamenti Cee. Da Mezzofinasco, infatti, passano solo due o tre automobili ogni notte, e per centrarne una è necessario pernottare all'addiaccio. Le madri di Mezzofinasco che portano la felpa ai figli infreddoliti sul cavalcavia hanno anche fondato un'associazione.
Che c'entra questo col satanismo? Pare che un giovane del paese, per errore, abbia letto il libro di un prete esorcista, abbandonato in uno scompartimento ferroviario. C'era scritto che se si ascoltano i dischi di Marilyn Manson all'incontrario, si possono udire formule sataniche. Il giovane provò ad ascoltare un disco di Manson all'incontrario, cioè camminando all'indietro con le cuffie al massimo volume. Non udì formule sataniche, ma inciampò nel tavolo del tinello e battè la testa. Cominciò a sacramentare fortissimo, e i suoi amici, in strada, suggestionati dalla gragnuola di bestemmie in mezzofinaschese, fondarono una setta satanica e uccisero 25 persone.


«il sogno di Boris Pasternak»
 
La Stampa 13.6.04
Un inedito del celebre scrittore russo rivela l’illusione di conciliare l’ispirazione artistica con il potere del regime sovietico
Il sogno di Pasternak, bolscevico immaginario


Quest’anno alla Stanford University, in California, sull’opera di Boris Pasternak si è svolto un convegno organizzato dal più solerte e solido studioso del poeta russo: Lazar Fleishman. Un tema centrale della vita e dell’opera di Pasternak è il suo rapporto con la rivoluzione, tema che collega l’ultima sua opera, il Dottor Zivago , alla prima. Mia sorella la vita , la raccolta di poesie che, scritte nel 1917, nel 1922 quando apparvero a stampa segnarono la nascita di un poeta impareggiabile. Tra queste due opere trascorsero vari decenni, attraverso i quali si è snodato un arduo cammino di ricerca e di formazione, per capire il quale occorre risalire alla visione iniziale che Pasternak ebbe della rivoluzione. Visione alla quale egli poi cercò di restare fedele, ma invano, poiché era il frutto di un equivoco storico, in cui egli come altri era incorso, anche se nel suo caso si trattò di un errore paradossalmente creativo che gli permise di non venir meno alla libertà interiore che pochissimi altri contemporanei e conterranei hanno dimostrato di possedere.
Che cosa fosse per Pasternak la rivoluzione del 1917, nelle sue due tappe del febbraio e dell’ottobre, lo dice splendidamente lo stesso Pasternak in una lettera a Brjusov (del 15 agosto 1922), facendo riferimento proprio a Mia sorella la vita e rendendo esplicito lo spirito che animava quei versi. Pasternak racconta il contenuto di un colloquio che ebbe con Lev Trotzkij per desiderio di quest’ultimo. A Trotzkij che gli domandava perché nelle poesie di Mia sorella la vita egli si fosse astenuto dai temi politici, la risposta di Pasternak, come egli scrive, consistette in «una difesa dell’individualismo vero come nuova cellula sociale del nuovo organismo sociale». Poi egli spiega il senso di queste parole: secondo Pasternak, Mia sorella la vita è «rivoluzionaria nel senso migliore di questa parola» in quanto «lo stadio della rivoluzione più vicina al cuore e alla poesia, il mattino della rivoluzione e la sua esplosione, quando essa restituisce l’uomo alla natura dell’uomo e guarda lo Stato con gli occhi del diritto naturale (la dichiarazione americana e francese dei diritti) sono espressi in questo libro nel suo stesso spirito, dal carattere del suo contenuto, dal ritmo e dalla successione delle parti, eccetera». Pasternak manifesta qui l’idea di una rivoluzionarietà immanente alla sua poesia e non tematicamente ostentata. Ma nello stesso tempo manifesta un’idea della rivoluzione che era agli antipodi della rivoluzione bolscevica. Per Pasternak il modello di rivoluzione era quello americano e quello francese con la proclamazione dei diritti dell’uomo e un russoviano ritorno alla natura dell’uomo. È facile comprendere che questa rivoluzione libertaria e liberale non corrispondeva affatto alla presa del potere da parte dei bolscevichi.
Il fatto è che l’epoca delle rivoluzioni democratiche, come erano state in diverso modo quella americana e la francese, era finita e la stessa rivoluzione democratica di febbraio ne era stata un’effimera e ritardata eco, destinata a essere presto soffocata da una rivoluzione di tipo nuovo, quella d’ottobre, per la quale essa aveva semplicemente preparato il terreno. Le rivoluzioni del XX secolo, inaugurate da quella bolscevica, sono rivoluzioni totalitarie, proprie di ideologie antilibertarie e antiliberali che progettano utopisticamente un mondo e un uomo radicalmente nuovi. Anche l’analogia col periodo giacobino della rivoluzione francese ha un valore assai relativo poiché il nuovo «giacobinismo» bolscevico, leniniano e staliniano, non solo è stato permanente, e non ha costituito un breve episodio, ma è risultato infinitamente più cruento del Terrore robespierriano. Fu in questo tipo di rivoluzione, non in quella della «dichiarazione americana e francese dei diritti», che Pasternak si trovò rinchiuso, a differenza dell’amico Majakovskij, al quale proprio la rivoluzione bolscevica riusciva congeniale, tanto che egli la cantò così com’era, «unico cittadino», dirà Pasternak nel Salvacondotto , del nuovo incredibile Stato, fino a quel suicidio che tutti sconcertò. Si trattò dunque di un equivoco storico, condiviso da altri anche in Occidente, ma che a Pasternak, che lo visse con tanta sincerità, permise più tardi di liberarsi dal mito della rivoluzione.
Non seguiremo il lungo periodo che va dall’inizio degli anni Venti alla metà degli anni Trenta, periodo assai complesso caratterizzato anche per Pasternak da quello che chiamerei il «complesso di inferiorità» dell’intellettuale di fronte alla realtà rivoluzionaria. Si tratta di un «complesso» che costringe non a piegarsi conformisticamente a tale realtà, come fa la massa servile degli intellettuali del regime, ma a cercare di comprendere le ragioni storiche pseudoumanistiche di essa, adeguandosi alle tendenze e alle esigenze dell’epoca. Questo processo portò molti a quello che un critico, Arkadij Belinkov, ha chiamato «resa e rovina dell’intellettuale sovietico», come suona il titolo di un suo libro. Per Pasternak, però, come per altri poeti della sua generazione, da Anna Achmatova a Osip Mandelstam a Marina Cvetaeva, non si può parlare di «resa», bensì di indipendenza e poi di resistenza. Ma non si può negare che egli abbia sentito se non il fascino, la suggestione della rivoluzione, come si vede anche dai suoi atteggiamenti verso Stalin, nell’illusione che il regime comunista, dopo tanta violenza, si sarebbe «ammorbidito».
Qui ci interessa come, quando e perché Pasternak sia sfuggito all’ipnosi rivoluzionaria e, invece della «rovina», abbia conseguito il trionfo. In breve è lo stesso Pasternak a dire come e quando avvenne la rottura di quel paradosso della sua biografia che possiamo esprimere così: egli, per nobili motivi di fedeltà a certi ideali di giustizia e felicità generali proclamati dalla rivoluzione nella sua ideologia, cercò di diventare sovietico, ma fortunatamente non ci riuscì, e non poteva riuscirci perché tra lui e la sovieticità c’era un abisso. In un appunto scritto di suo pugno in calce al dattiloscritto di alcune poesie e dato a Olga Ivinskaja il 17 novembre 1956 dichiara: «Io non sono sempre stato così come adesso, al tempo delle stesura del secondo libro del dottor Zivago. Proprio nel ’36, quando cominciarono quei terribili processi (in luogo della cessazione del tempo della ferocia, come nel ’35 mi era parso) tutto si spezzò dentro di me e l’unità col tempo si trasformò in una resistenza ad esso che io non nascondevo».
Ma anche prima una «resistenza» agiva nel profondo di Pasternak, radicato nella grande cultura russa ed europea cristiana, il che rendeva la sua creazione sempre così libera e viva nella sua ricerca di verità. Gli eventi del 1936 non furono che l’ultima goccia che spezzò il fragile strato delle illusioni e delle speranze, portando Pasternak al suo Dottor Zivago . Era lo stesso marxismo che adesso veniva visto nella sua nudità di ideologia di un potere totale, come dice lo stesso Zivago, quando dichiara che «il marxismo è troppo poco padrone di sé stesso per essere una scienza (...). Non conosco corrente che sia più chiusa in se stessa e più lontana dai fatti del marxismo». Lo stesso meccanismo della rivoluzione d’ottobre è ora denunciato con fermezza: «I bolscevichi hanno preso il sopravvento sugli altri grazie alla disonestà dei loro principi, che si adattano alle mutevoli circostanze».
Al di là di queste parole, è l’intero romanzo, nelle sue parti in prosa e in versi, a essere l’affermazione di una libertà che Pasternak possedeva fin dall’inizio e ha portato attraverso prove e difficoltà della sua ricerca poetica e spirituale, una libertà che possiamo dire cristiana, come cristiano era il suo «socialismo», nel senso che Pasternak attribuiva liberamente al cristianesimo.


Luciana Sica su Repubblica:
i due articoli, del 24.5 e del 4.6

 
Repubblica 4.6.04
L'eclisse di Edipo
intervista allo psicoanalista André Green

Non c'è più differenza tra i sessi e neppure tra le generazioni ma il conflitto legato alle origini rimane
Da oggi a domenica un convegno a Roma discute il complesso dei complessi in un'epoca in cui tutto è cambiato
"Più che le persone reali sono le imago dei genitori a contare nella nostra vita"
"Una paziente mi ha detto: tradirei mio marito, ma non posso fare questo a mio figlio
di LUCIANA SICA


ROMA. La centralità del complesso d'Edipo - come anche il primato delle pulsioni o il ruolo prioritario della sessualità - è uno di quei pilastri del pensiero freudiano che da tempo viene più o meno seriamente riformulato o messo un po' sbrigativamente in discussione. Da questa intervista con André Green - che a ogni domanda precisa quasi con pignoleria di parlare "solo a titolo personale"- risulta chiaramente come sia del tutto refrattario al rigetto del modello edipico. Non per questo si percepisce come un esponente dell´ortodossia freudiana, etichetta che non gradisce neanche un po'. Riconosce e in parte accoglie il contributo innovativo di alcuni protagonisti del pensiero psicoanalitico contemporaneo. Quelli che lo infastidiscono, «sono i moderni eternamente impegnati sul fronte del rifiuto».
Uomo d'indiscutibile fascino, più incline al sarcasmo che all'ironia, dallo stile perentorio o per dirla alla francese molto tranchant, non gli piace essere considerato un caposcuola e tanto meno gli va l'appellativo di maestro. Di sé parla poco, butta lì qualche frasetta non esente da una certa civetteria, come: «Non sono né un signore né un vassallo», o anche: «Sono uno dei membri della Società psicoanalitica di Parigi, niente di più...».
Molto di più è André Green, studioso di quelli che non hanno né vogliono avere abilità mediatiche. Secondo un'opinione diffusa, è il più grande analista vivente: in ogni caso è una celebrità nel mondo della psicoanalisi, ormai una figura storica con i suoi 77 anni che - dall'infanzia nell'ambiente cosmopolita del Cairo all'esperienza tra i circoli dell'ospedale Sainte-Anne, dall'incontro con analisti inglesi della statura di Winnicott al rapporto conflittuale con Lacan - hanno attraversato in pieno l'epoca post-freudiana.
Parlando con lui dell'Edipo, l'impressione che prevale è però soprattutto un'altra: Green sembra l'incarnazione della psicoanalisi alla francese, del suo stile inconfondibile che privilegia il culto dell'opera freudiana - secondo lo slogan (lacaniano) del "ritorno a Freud"- , l'attenzione al dibattito filosofico, il gusto delle applicazioni nella letteratura e nel teatro. Non a caso - tra gli scritti di Green - quelli sull´Amleto di Shakespeare, su Proust o anche su Dostoevskij, non sono affatto marginali. Altri suoi titoli sono ormai dei "classici": da Slegare a Narcisismo di vita narcisismo di morte, a Il lavoro del negativo, pubblicati da Borla, o anche Il discorso vivente (Astrolabio). Il saggio sugli stati limite della "follia privata" è uscito invece da Cortina, che ora, a metà giugno, manderà in libreria l'ultimo lavoro dell'autore francese: Idee per una psicoanalisi contemporanea (pagg. 376, euro 29,80).
Dottor Green, che fine ha fatto l'Edipo?
«Non ha fatto nessuna fine, anche se oggi come oggi non è più possibile affermare che esiste una sola concezione dell'Edipo condivisa da tutti gli psicoanalisti: si tratterebbe di un'affermazione falsa. Esiste però anche una sorta di agitazione culturale che, per certi versi, tende a liquidarlo, non vuole neppure sentirne parlare...».
Perché?
«Ma perché l'Edipo è la differenza tra i sessi, e oggi non c'è più differenza tra i sessi. Perché l'Edipo è la differenza tra le generazioni, ed è dunque la necessità del proibito. Oggi nessuno si sente di dire "questo non si fa", e anzi si tende a identificare l'aspirazione a negare i divieti con l'evoluzione stessa della società occidentale - mentre è evidente che la stessa cosa non vale per i papuani, i russi o i vietnamiti... Per quel che mi riguarda, non rinuncio alla base fondamentale dell'Edipo: la doppia differenza dei sessi e delle generazioni che presiede alla nascita. Quali che siano le scelte sessuali di un individuo, non potrà comunque ignorare di essere nato da una relazione sessuale tra due genitori di una generazione precedente: per tutta la vita, è questa origine che dovrà elaborare».
Non crede che la difficoltà a reperire norme etiche che orientino i comportamenti derivi proprio dal "cedimento" della norma per eccellenza, quella edipica?
«Credo piuttosto che la società non stia lì per garantire la realizzazione delle fantasie di chiunque, anche se naturalmente non vogliamo essere turbati, imporci - direbbe Bion - il dolore di pensare... Qualche anno fa in Francia c'è stata una donna, avrà avuto 65 anni, che voleva assolutamente un figlio e per giustificare questa richiesta, andava dicendo che lei aveva tanto amore da dare. Ma questa non è una ragione sufficiente! E la funzione di una società è quella di ricordare che, malgrado tutto, esiste la razionalità... A me tutta questa agitazione attuale - la voglia iconoclasta di demolire ogni divieto - non interessa poi molto».
Il complesso d'Edipo non è cambiato dalla formulazione freudiana ad oggi?
«Non c'è dubbio, e certamente la psicoanalisi è da tempo obbligata a ripensare l'Edipo: quello che invece non andrebbe fatto è rimodellarlo a seconda dei gusti del momento».
Ma è ancora possibile identificare nella struttura edipica il fondamento dell'organizzazione psichica, delle relazioni familiari e sociali?
«Sì, tenendo conto che Freud non ha mai parlato del mito, ma della tragedia, e ha "costruito" un complesso o anche un micro-sistema che riguarda l'insieme dei rapporti di un bambino con i propri genitori, dalla nascita alla morte. Più che le persone reali, sono soprattutto le imago genitoriali a contare nella nostra vita, mentre l'uscita dal cerchio edipico avviene grazie all'identificazione con il rivale, alla desessualizzazione dei desideri verso l'oggetto d´amore, all'inibizione dell'aggressività. Parliamo naturalmente di un processo inconscio a causa delle proibizioni che riguardano l´incesto e il parricidio».
Parliamo anche del conflitto tra natura e cultura, non è così?
«È il conflitto centrale: natura e cultura sono in conflitto all'interno dell'individuo come in seno a un gruppo culturale, e implica che vengano trovate delle soluzioni di compromesso come altrettanti sistemi mediatori. Il sogno è una delle soluzioni individuali, il mito una delle soluzioni collettive... In ogni caso il conflitto ha una sua funzione strutturante, il che non esclude che rimanga sempre un resto mai completamente elaborato. E il risultato del conflitto, presente fin dall'origine, è la produzione dell'altro sistema psichico: il sistema inconscio».
Scrivendo a più riprese dell'Edipo, ha tenuto a dire come Freud abbia impiegato moltissimi anni - dal 1897 al 1923 - per elaborarne la teoria... Perché gli è stato necessario tanto tempo? Lei che idea se n'è fatta?
«Credo che Freud fosse convinto dell'impossibilità di dare una spiegazione esclusivamente clinica del complesso di Edipo, di racchiuderlo nei limiti d'una fase della sessualità infantile per quanto importante, e che fosse necessario interpretarlo come una struttura antropologica più generale. Non a caso, in Totem e tabù Freud indicherà il ruolo del padre morto, molto più importante del padre vivo rappresentato come castratore, autoritario, normativo...».
Per lei significa qualcosa l'eclisse del Padre?
«È dagli anni Sessanta che si parla di eclisse del Padre, ma questi sono soprattutto sociologismi: se oggi la struttura edipica non è più immediatamente visibile, non vuol dire che non sia comunque attiva... Tornando a Freud, il padre morto va ben oltre la figura del padre, a lui non si smette mai di chiedere perdono, rappresenta l'ascendenza, la stirpe degli avi... Sono insomma gli antenati che perseguitano i vivi».
Più volte ha fatto notare che, nella triangolazione edipica, la madre è la sola ad avere una relazione erotica - per quanto differente nella sua espressione - con gli altri due, con il padre e il bambino... Con quali complicazioni?
«Intanto le complicazioni della sessualità femminile dipendono in buona parte da questa doppia relazione carnale. Del resto, dire che è più difficile essere madre e sposa piuttosto che padre e sposo non brilla certo per originalità. Una paziente mi ha confessato una volta, in uno stato di ansia: "Avrei tanta voglia di tradire mio marito, ma non potrei fare una cosa del genere a mio figlio?". A me è sembrata una cosa piuttosto interessante».

Repubblica 24.5.04
Perché vado in analisi
Il processo psicoanalitico: intervista a Jorge Canestri

"Quel che determina il trattamento non è l´obiettivo, impossibile da stabilire, ma il punto di partenza"
Cosa vuol dire "lavoro di trasformazione e qual è lo scopo della terapia analitica? La relazione dello studioso argentino
Non ci sono i pazienti, ma il paziente, lo stesso vale per l'analista. La nostra è la scienza del particolare
Soltanto un ciarlatano può promettere una guarigione. Noi possiamo solo dare la possibilità di cambiare
di LUCIANA SICA


MILANO. Cos'è il processo psicoanalitico? Che vuol dire lavoro di trasformazione? Qual è la finalità della cura analitica? Lo chiediamo a un allievo di Willy e Madeleine Baranger, a uno studioso decisamente versato per le più sottili disquisizioni di natura teorica: è Jorge Canestri, psicoanalista argentino di sessantun anni, in Italia dal '76, l'anno del golpe militare nel suo Paese. Con Jacqueline Amati Mehler e Simona Argentieri, ha scritto La Babele dell´inconscio, un saggio di un certo successo ristampato di recente da Cortina. Il concetto di processo e il lavoro di trasformazione era il titolo della sua relazione al congresso milanese.
Un tema nevralgico per la psicoanalisi, su cui la letteratura è ampia, e i modelli teorici anche molto diversi. Lei lo definisce un "progresso attraverso il cambiamento", e però - quasi paradossalmente - non verso qualcosa ma da qualcosa? Da cosa, dottor Canestri?
«Dal punto in cui si trova il paziente quando chiede una consultazione e comincia un'analisi, vivendo una condizione più o meno acuta di sofferenza. Lo stato iniziale possiamo immaginarlo come uno stato primitivo, e in ogni caso il processo ha inizio da lì, da quel punto in poi: sappiamo da dove si parte, ma la direzione della cura - pensata, è ovvio, in termini di miglioramento - non ha né può avere un obiettivo prestabilito una volta per tutte. Di fatto è "qualcosa" che probabilmente si determinerà strada facendo, secondo quello che i francesi chiamano l'après coup, e cioè la risignificazione - ma solo a posteriori - di quanto è accaduto durante il percorso analitico».
Non a caso lei cita Machado, i due famosi versi dei Cantares: «Caminante no hay camino,/se hace camino al andar»... Ma può davvero bastare l'idea - per quanto suggestiva - del "fare strada", senza nessun riferimento più preciso a un obiettivo finale?
«Si potrebbe dire genericamente che l'obiettivo finale è il raggiungimento di uno stato di salute, ma a quel punto bisognerà almeno chiedersi cosa s'intende per salute, nozione non proprio facilissima da definire. In che consiste, infatti, la salute? Può bastare forse la scomparsa dei sintomi per "star bene"? La stessa ambizione di eliminare radicalmente i tratti psicopatologici è a volte del tutto irrealistica. Pensi ai pazienti gravi, gente che magari a diciassette anni è stata ricoverata in manicomio e ora ne ha cinquanta: in questi casi è molto improbabile, se non impossibile, l'uscita definitiva da uno stato patologico».
In certi casi, è vero, è forse già tanto evitare il suicidio, ma - mi permetta d´insistere - rimane l'impressione che, in analisi, l'obiettivo della cura è da sempre troppo indefinito. Un certo rifiuto del concetto di "malattia" porta anche a respingere la nozione di "guarigione", che pure non andrebbe sbrigativamente liquidata? È un'impressione che a lei sembra totalmente sbagliata?
«In parte sì, perché già Freud si prefissava di trovare una cura utile a certe patologie come l'isteria, "malattie" che non avevano una base organica ma procuravano comunque una grande sofferenza, e che la psichiatria tradizionale non era in grado di affrontare... Il punto è che, strada facendo, Freud capì che la scomparsa isolata del sintomo non implicava una condizione di benessere mentale e che quindi il concetto stesso di guarigione andava profondamente ripensato».
Ci sono autori, come Meltzer, che pensano al trattamento analitico privilegiando l'idea di una riorganizzazione complessiva della personalità. A lei non sembra un'idea, anche questa molto suggestiva, ma in fondo del tutto sfuggente?
«Dipende: è sempre il punto di partenza del singolo paziente a determinare il percorso di un trattamento, o in altre parole l'incidenza che ha sul processo psicoanalitico la patologia che l'analista prende in considerazione. Vede, non ci sono i pazienti, ma il paziente, non esistono gli analisti, ma l'analista, questo è il punto. Le generalizzazioni non stanno in piedi, non reggono proprio, ed è questa la ragione di fondo per cui, da Popper a Grunbaum, la "scientificità" della psicoanalisi è stata messa duramente sotto accusa: perché appunto non si tratta di una scienza del generale, ma dello squisito particolare. Noi possiamo tentare delle nosografie, e infatti distinguiamo tra depressi, nevrotici ossessivi, isterici, psicotici... ma sappiamo anche che queste elencazioni un po' astratte sono molto relative».
Perché?
«Perché non ci sono mai due casi uguali, perché ogni essere umano è un sistema complesso, molto sui generis, e guarda caso sono proprio le neuroscienze a esserci di grande supporto quando descrivono il cervello di ogni soggetto, anche dal punto di vista dei collegamenti nervosi, come qualcosa in tutto simile all´impronta digitale: e cioè qualcosa di unico e irripetibile. Oggi sappiamo anche che il cervello comincia a organizzarsi prestissimo, già in fase prenatale...».
Se questo è vero, si può dire che i fattori ambientali agiscano sull´organizzazione del cervello, e dunque della mente, sin dall´inizio della vita?
«Sì, e purtroppo con una buona dose di casualità. Voglio dire che se si è fortunati, si potrà fare un certo percorso più o meno armonico, ma se invece si è sfortunati quel percorso sarà distorto sin dall'inizio, e nessuno potrà restituire quello che disgraziatamente non si è avuto... Era una pura fantasia della guarigione quella che gli antichi chiamavano la restitutio ad integrum, il ritorno a una sorta di ideale stato originario. Questo purtroppo non è possibile, solo un ciarlatano potrebbe garantire un risultato finale di questo genere...».
Più realisticamente, cos'è che voi analisti potete garantire?
«Più realisticamente, ed è quello che facciamo, possiamo migliorare le condizioni complessive del soggetto, concedergli la possibilità di non ripetere gli stessi meccanismi sbagliati, e dunque di cambiare, ma sempre tenendo conto di come quel soggetto stava prima dell'analisi».
Il problema è che a volte i vostri pazienti non sembrano cambiare affatto. A lei non capita mai di sentire frasette del tipo "Quello sta in analisi da una vita e sta peggio di prima"?
«Mi è capitato molte volte. È così: in analisi si può anche non cambiare, a volte si può addirittura peggiorare, senza dubbio registriamo dei fallimenti terapeutici...».
Ci sarà almeno un modo per scongiurarli, tenendo conto di quello che significa impegnarsi in una cura, tra l'altro molto costosa, come l'analisi?
«Innanzitutto l'indicazione deve essere giusta, nel senso che ci sono pazienti per i quali l'indicazione dell'analisi non è quella corretta. L'analista dovrebbe essere sempre una persona esperta, ma in ogni caso ci sono incontri che funzionano e altri che non funzionano. Capita che il lavoro di un analista - anche molto brillante - con quel particolare paziente non ottenga risultati, questo è possibile, e allora l'analista dovrebbe avere la correttezza di dire: mi dispiace, ma questo lavoro non sta procedendo nel verso giusto, cercherò di orientarla verso un altro collega, o anche verso un'altra terapia...».
Dovrebbe dirlo, ma lo fa davvero? Non è contemplata l'ipotesi dell'analista che s'intestardisce anche quando non vede nessun miglioramento del suo paziente?
«Ammetto che non sia un'ipotesi del tutto astratta. Ma c'è anche il chirurgo estetico che insiste con una serie di lifting che comunque vengono malissimo: cioè pazzi ce ne sono dappertutto, anche nella psicoanalisi».

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sabato 12 giugno 2004
storia:
Le Goff sull'uomo medioevale

 
Repubblica 12.6.04
INTERVISTA ALLO STORICO JACQUES LE GOFF
L'UOMO MEDIEVALE DAL QUALE PROVENIAMO
... Il medioevo ci ha trasmesso l'idea che l'Europa è un fenomeno complesso che deve sapersi confrontare con le sue differenze
FABIO GAMBARO


«L´Europa è una grande speranza che si realizzerà soltanto se terrà conto della storia: un´Europa senza storia sarebbe orfana e miserabile». Così Jacques Le Goff vede il rapporto tra il Vecchio Continente e il suo passato, da sempre al centro della sua riflessione, come la definizione dell´identità comune europea, mostrando l´importanza dell´eredità medievale: «L´Europa, quella che oggi riunisce venticinque stati», spiega il famoso storico francese, «è il risultato di una storia comune e di radici comuni che, stratificandosi, alimentano il sentimento di un´identità condivisa da tutti. L´Europa s´è fatta e continua farsi per strati successivi, proprio come i diversi strati geologici di un terreno. Per questo difendo l´idea di un´archeologia dell´Europa che riconosca e definisca le diverse tappe di questo lungo percorso. Un percorso nel quale il periodo che va dal IV al XV secolo è stato fondamentale».
Perché?
«Perché ha diffuso il collante del cristianesimo, che si è sovrapposto all´eredità greco-romana, la quale nel corso dei secoli era giunta anche nell´Europa del nord. Il greco e il latino, infatti, fanno parte della cultura europea dall´Islanda alla Sicilia. Durante il medioevo, la diffusione del cristianesimo ha svolto un ruolo fondamentale nell´identità europea, sebbene oggi esso non sia più un elemento caratteristico del continente. L´Europa contemporanea è laica. E tale deve restare in futuro. Per questo, pur riconoscendo il contributo fondamentale del cristianesimo nella nostra storia passata, sono contrario ad ogni richiamo religioso all´interno della costituzione europea».
Quali sono gli altri lasciti dell´epoca medievale?
«Il medioevo ci ha trasmesso l´idea che l´Europa è sempre un fenomeno complesso, che deve confrontarsi con le differenze profonde esistenti tra i paesi europei. L´Europa infatti è sempre stata attraversata da alcune linee di demarcazione più o meno profonde. L´Europa del nord, ad esempio, ha aderito alla riforma protestante, mentre l´Europa del sud è rimasta cattolica. Un´altra opposizione è quella tra l´Europa occidentale, latina e romana, e quella orientale, greca e ortodossa. Queste differenze esistono da sempre in Europa, e in fondo sono presenti ancora oggi. Tuttavia, aldilà di tali opposizioni che devono coesistere ed essere superate armoniosamente, l´Europa è stata sempre il risultato di incroci e meticciati successivi. I germani, i celti, gli scandinavi, gli slavi, gli ungheresi si sono mischiati con le popolazioni anteriori. Allo stesso modo, l´immigrazione che oggi giunge in Europa deve potersi integrare alle popolazioni locali. L´Europa del XXI secolo deve essere aperta e meticcia».
La differenze tra i diversi paesi e le diverse popolazioni non hanno ostacolato il percorso comune?
«Naturalmente i problemi non sono mancati e la costruzione europea è stata un processo difficoltoso. Ma come ho cercato di mostrare nel mio libro, unità europea e diversità delle nazioni non sono assolutamente in contraddizione. Al contrario, fin dal medioevo i due fattori hanno coesistito. In fondo, il primo abbozzo di un´unità europea è emerso proprio nel medioevo, nella fase della formazione delle nazioni, attraverso l´avvento delle monarchie in Francia, Inghilterra e Spagna. E la formazione tardiva dell´Italia e della Germania come nazioni, invece di costituire un ostacolo all´unità del continente, ha piuttosto permesso che questa si realizzasse. Perché la struttura interna dell´unione europea è la nazione. L´unità si fa a partire dalle nazioni. Naturalmente occorre trovare le strutture e le pratiche che permettano di far funzionare le realtà nazionali all´interno della sovrastruttura europea».
Il passato dell´Europa può esserci di aiuto?
«Certo. L´Europa medievale ha creato strutture, pratiche e contenuti unitari che sono molto importanti ancora oggi. Basti pensare alla creazione delle università. Oggi esistono in tutto il mondo, ma originariamente esse nascono come un fenomeno tipicamente europeo. Più tardi, nel XIX e XX secolo, all´identità europea hanno contribuito in maniera decisiva i diritti dell´uomo e la democrazia. Due lasciti fondamentali che ancora oggi costituiscono la base dell´Unione Europea».
Non le sembra che tra l´Europa ideale e quella concreta ci sia talvolta una distanza troppo grande?
«E´ vero. L´Europa non è solo una realtà geografica e politica, ma anche una condizione mentale. Gli insiemi storici che funzionano bene si fondano al contempo sulla realtà e sull´immaginario, perché, accanto ai dati del reale, abbiamo sempre bisogno di utopie. In passato, abbiamo conosciuto il sogno cristiano, il sogno filosofico, il sogno democratico. Oggi dovremmo essere animati da un sogno europeo, che però per il momento sembra mancare. L´allargamento dell´Europa è un avvenimento eccezionale, specie se si considerano i tempi lunghi della storia. E´ raro infatti che un cambiamento tanto importante si realizzi in così poco tempo. Ma la costruzione politica e economica non è stata sufficientemente accompagnata dall´elaborazione di un nuovo immaginario. Lo slancio verso l´avvenire è insufficiente. Ecco perché mi auguro che in futuro emerga una nuova utopia europea condivisa da tutti».


archeologia:
Atlantide

 
La Stampa 12.6.04
LA SCOPERTA DI UN RICERCATORE TEDESCO
Atlantide riemerge a sorpresa in Andalusia
«Le foto scattate dal satellite coincidono con le descrizioni nei Dialoghi di Platone»
d Gian Antonio Orighi


MADRID Atlantide? E’ vicino a Cadice. Il mitico continente, reso immortale da Platone nei «Dialoghi» e costantemente riscoperto (alle Canarie come a Santorini), sarebbe stato localizzato grazie a un satellite in Andalusia nel golfo di Cadice. Più precisamente nelle maremme di Hinojos, a fianco del fiume Guadalquivir e della celebre Doñana, la più importante area protetta d'Europa. Parola di Rainer Kuehne, professore all'università tedesca di Wuppertal, che ha pubblicato la scoperta sulla rivista online inglese «Journal of Antiquity».
La descrizione classica dell’acropoli di Atlantide e le immagini del satellite «Eurosat» combaciano alla perfezione. Il filosofo, nella sua opera del 350 a.C, descrive con precisione, in 50 righe, l'allora paradisiaca e potentissima metropoli, situata, secono il mito, al di là dello Stretto di Gibilterra: «I discendenti di Atlante fondarono una città nell'isola principale, ricchissima di risorse naturali. Nel suo intorno, c'era una vasta pianura. Poi Poseidone, il dio del mare, costruì tre anelli di pietra pieni d'acqua intorno alla residenza della dinastia reale, e due templi, e all'interno un santuario».
Le istantanee satellitari, riprese per un rilevamento del Sud della Spagna, mostrano proprio le strutture rettangolari dei resti di due giganteschi edifici, uno dei quali potrebbe essere quello del santuario di Poseidone. Non solo: ci sono anche frammenti dei cerchi concentrici che avrebbero circondato il tempio, che secondo la leggenda tramandata da Platone aveva il tetto d'avorio, era ornato d'oro e aveva pareti d'argento.
«La disposizione delle costruzioni e le loro misure coincidono con quanto ha tramandato il filosofo - assicura, entusiasta, Kuehne -. Atlantide dev’essere stata sommersa a causa di un’inondazione prodotta da un maremoto, probabilmente tra l'800 e il 500 a.C.». E aggiunge: «Seguendo questa interpretazione, la zona si è poi trasformata in una baia durante l'epoca dell’impero romano, fino a Siviglia. Più tardi, nel Medio Evo, la zona si è trasformata in una vasta maremma, l'attuale parco di Doñaña».
Ma il pensatore parlava di «isola» e invece l’area di Hinojos è nella terraferma. E inoltre le misure della città scomparsa non collimano. «Nessun problema - aggiunge lo studioso -. Platone usò l’espressione isola, ma dev’essere intesa come zona costiera. E descrive un’”isola” di 925 metri di diametro, circondata da strutture circolari. Però potrebbe aver sottostimato le vere dimensioni di Atlantide: l'antica unità di misura potrebbe essere stata un 20% maggiore di quella descritta». Una affermazione, questa, che porta a un'ulteriore analogia: tarando i 925 metri, si scopre che uno dei due edifici corrisponde con uno dei rettangoli fotografati da «Eurosat», vale a dire il tempio di Poseidone. Ma non è finita. Le montagne, pennellate nel racconto del pensatore, potrebbero essere quelle della Sierra Morena e della Sierra Nevada, che sovrastano le maremme. E nella Sierra ci sono ricche miniere di rame.
Comunque, come in ogni giallo storico, c'è la polemica. Secondo il quotidiano madrileno «Abc», in realtà, le foto del satellite sarebbero state rese note dallo studioso spagnolo Georgeos Díaz-Montexano, il quale le aveva comprate da «Eurosat». Lo studioso teutonico, insomma, si sarebbe giovato delle immagini dello spagnolo, che docente universitario non è, per plagiare tesi non sue. Vero o falso? Sta di fatto che Kuehne ringrazia Díaz-Montexano «per avergli mostrato le immagini».


intelligenza artificiale
(ma i robot non sono forse già tra noi?)
 
Almanacco della Scienza, rivista online del CNR 11.6.04
Uomini e robot: pensano allo stesso modo


Una macchina potrà mai pensare come un essere umano? Nonostante alcuni scienziati ci stiano lavorando da tempo sembra ancora difficile. Ma forse non impossibile. I risultati di un esperimento della College University di Londra, infatti, dimostrano che robot e uomini potrebbero essere molto più simili di quanto si sia pensato fino a questo momento.
Alcuni ricercatori si sono chiesti da dove nasca la nostra capacità di valutazione e come facciamo a giudicare le cose buone e quelle cattive che potrebbero essere dannose. Ben Seymour ha condotto un esperimento su 14 persone attraverso la risonanza magnetica funzionale (analizzando cioè quali zone del cervello si attivano al momento di compiere determinate azioni).
Ai volontari sono state mostrate una serie di immagini astratte, seguite da una piccola scossa elettrica sul dorso della mano. L'intensità della scossa aumentava o diminuiva in base alla sequenza e alle immagini. I volontari durante l'esperimento hanno imparato velocemente a diffidare delle immagini e delle sequenze più "pericolose". Per esempio se a un quadrato seguiva un cerchio che provocava una scossa più forte le persone giudicavano non solo dannoso il cerchio, ma anche il quadrato al quale poteva succedere il cerchio.
Dopo l'esperimento i ricercatori hanno tracciato un grafico dell'attività del cervello, cercando di descrivere con una funzione matematica il processo che sta alla base della formazione dei giudizi.
"I risultati sono sorprendenti" afferma Peter Dayan del team "esiste una perfetta somiglianza tra i segnali del cervello e le funzioni matematiche usate durante l'"apprendimento" delle macchine". Questo significa che il nostro cervello segue le stesse leggi dell'Intelligenza Artificiale. Una scoperta che potrebbe diventare fondamentale per molti campi scientifici dalle neuroscienze all'ingegneria, dalla psicologia all'economia.


venerdì 11 giugno 2004
Carotenuto, junghiano-spiritualista:
no alle neuroscienze, ma nessuna traccia di pensiero scientifico

 
Il Giornale di Brescia 11.6.04
CULTURA
Lo psicanalista Aldo Carotenuto nel suo ultimo saggio esplora «Il tempo delle emozioni» e sostiene la natura immateriale della mente
Nelle pieghe dell’anima, la via alla conoscenza di sé
intervista di Maria Mataluno


Uno spettro si aggira nella psichiatria contemporanea. Lo si può chiamare neurobiologia o, più in generale, neuroscienze, e a renderlo spaventoso agli occhi di molti è la sua asserzione fondamentale: il pensiero è l’insieme delle attività neuronali. Quel che chiamiamo anima, psiche, mente o Io, non sarebbe altro che l’insieme dei miliardi di cellule che costituiscono il nostro cervello e delle connessioni elettriche tra loro. Di fronte a questa ipotesi insorgono le voci più autorevoli della psichiatria e della psicologia internazionale, rivendicando alla mente umana una componente che in nessun modo può essere identificata con una singola area o attività cerebrale: il sentimento. Nelle pieghe dell’anima, infatti, si nascondono le emozioni che danno senso alla vita: un mondo che Aldo Carotenuto esplora nel suo ultimo saggio, Il tempo delle emozioni (Bompiani, 265 pagine, 18 euro). Il noto psichiatra e psicanalista junghiano, docente di Psicologia della personalità all’Università La Sapienza di Roma, non si limita a rivendicare la natura immateriale di quella mente che i neurobiologi vorrebbero ridurre a mero cervello, ma sostiene che l’esperienza delle emozioni - anche quelle apparentemente negative - è indispensabile per la costruzione della personalità individuale.

Prof. Carotenuto, il suo libro scardina definitivamente la tesi secondo cui esisterebbe una rigida distinzione tra pensiero ed emozione. Quale relazione esiste, secondo lei, tra ragione e sentimento?
«Le emozioni sono all’origine di ogni comunicazione interpersonale e consentono all’individuo di discernere tra bene e male. Questo ci permette di ipotizzare che esse siano implicate in tutte le attività della mente. È impossibile pensare a una vita psichica che non sia illuminata dalla luce energetica delle emozioni, quella luce che consente all’individuo di non brancolare nel buio e di ritrovare in se stesso la strada della propria verità. E allora la classica e arcaica distinzione tra pensiero ed emozioni, cognizione e affetti, può definirsi ormai obsoleta e superficiale, perché l’emozione è l’energia che fa muovere l’intera esistenza umana. La sfera affettiva intreccia un ininterrotto scambio comunicativo con la dimensione più propriamente cognitiva della nostra psiche, ed è da questo rapporto che scaturisce la soggettività di ogni essere umano».
Che tipo di sapere è quello veicolato dagli affetti? «Le emozioni sono la chiave di accesso per entrare in una dimensione psicologica superiore, dal momento che l’esplorazione del proprio abisso interiore è la più grande conquista evolutiva per l’essere umano. L’incontro con la propria dimensione oscura può essere fonte di profondo turbamento, ma evitarlo significa togliere il respiro alla propria vita, e questa è la fonte primaria delle più acute sofferenze psicologiche».

Qual è la funzione del desiderio nell’evoluzione della personalità di un individuo?
«Il desiderio è la forza motrice della nostra mente. Impalpabile e oscuro, detiene le redini del nostro agire, orientandoci verso i traguardi dettati dalle nostre più profonde aspirazioni. Guidandoci verso la realizzazione dei nostri ideali, esso contrasta ogni forma di divieto imposto dall’esterno e che miri a omologare le nostre aspirazioni a quelle della collettività, a risucchiare nel vortice della "comunanza dei beni" ogni intuizione personale, unica e innovativa. Il desiderio, insomma, ci libera dalla prigionia dell’esteriorità e del conformismo, perché è alimentato solo dalle inclinazioni psicologiche proprie di ciascun individuo».

In che modo l’ambiente sociale interagisce con la nostra emotività?
«La sfera emotiva di ogni uomo dev’essere compresa facendo sempre riferimento al tipo di dinamiche interattive che ciascuno stabilisce col contesto sociale e culturale in cui vive. Educazione e ambiente sono le due forze omologanti che la civiltà usa per indirizzare gli impulsi di ogni individuo verso fini altruistici. Naturalmente si tratta di un meccanismo costrittivo e repressivo, fondato sulla forza di leggi etiche e morali che, per effetto della trasmissione culturale, si cristallizzano nella personalità degli individui. In questa maniera la società ha sempre più costretto i suoi membri ad allontanarsi dal loro patrimonio istintuale, e quindi dalle loro emozioni più profonde».

Cos’è l’empatia?
«Significa provare le stesse esperienze vissute da un altro essere umano, riuscire a identificarsi con esse per avvertire sulla propria pelle la qualità dei suoi sentimenti. Per cogliere le sottili venature dell’animo umano, però, è necessario saper anche afferrare determinati contenuti mentali tramite l’intuizione. Empatia e intuizione, unite, si rivelano degli straordinari strumenti terapeutici».


giovedì 10 giugno 2004
LATMOS
nella Turchia occidentale

 
informazioni ricevute da Nadia Medda

La mostra
"Antiche immagini dell'uomo"
- Le pitture rupestri preistoriche del Latmo -


è attualmente in corso presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli

fino al 31 luglio


La mostra sarà poi allestita a Ferrara al Castello Estense dal 15 settembre al 31 ottobre.

Il catalogo della mostra di Anneliese Peschlow-Bindokat edito dalla Philipp von Zabern è unicamente consultabile presso la biblioteca del Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico Pigorini di Roma.

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alcune immagini (abbastanza scadenti purtroppo) di quelle pitture possono essere viste all'indirizzo seguente: www.naturundmensch.de e un'altra, forse migliore, può essere vista cliccando qui

Le pitture rupestri del VI millennio a.C.

Pitture rupestri preistoriche del Latmos. Dalla Turchia occidentale, una importante esposizione che presenta al pubblico una delle più interessanti e spettacolari scoperte dell'archeologia preistorica mediterranea negli ultimi anni, frutto di una ricerca condotta dall'Istituto archeologico di Berlino sotto la direzione di Annelise Peschlow-Bindokat, attraverso lo studio e l'interpretazione delle pitture preistoriche del Latmos. Questi disegni, la maggior parte riconducibili al VI - V millennio a.C., sono le uniche testimonianze finora note dell'arte rupestre in Asia Minore occidentale. Le figure, realizzate con uno stile chiaramente simbolico e di piccole dimensioni, rappresentano in sintesi le prime "immagini di famiglia". Diversamente dalle pitture rupestri paleolitiche dell'Europa occidentali, raffiguranti principalmente animali, l'interesse delle pitture del Latmos s'incentra sulla figura umana non durante attività quotidiana di caccia, allevamento o raccolta ma con prevalenza di coppie uomo - donna.


al proposito riproponiamo un articolo da La Repubblica del 30.01.04
già inserito in questo blog al momento della sua pubblicazione

La scoperta in Turchia: immagini di uomini, donne, bambini
Ecco il primo ritratto di famiglia è vecchio di ottomila anni

A Latmos, sui versanti della montagna, ne sono state contate 140 per un totale di oltre 500 figure: una mostra fotografica da oggi a Lecce l'intervista L'uomo diventa sedentario e getta le basi per il suo nucleo di discendenza I dipinti sono stati fatti con ematite rossa sui massi del monte: forse luoghi sacri
di CINZIA DAL MASO


ROMA - Sono i primi ritratti di famiglia, i primi al mondo. Segnano il momento in cui l' uomo, diventato agricoltore e sedentario, crea la famiglia, il senso di discendenza e di ereditarietà, la società modernamente intesa. E la rappresenta. è una scoperta davvero eccezionale. Immagini di uomini e donne affrontati o abbracciati, gruppi di tre o più persone sempre abbracciati o accostati o in cerchio. A volte sono figure piccole e grandi assieme che paiono l' intera famiglia riunita, nonni genitori e figli pronti per il ciak. A "scattarlo" circa sette-ottomila anni fa è stato un abilissimo pittore che, munito di abbondante ematite rossa, l' ha fissato per sempre su massi e ripari del monte Latmos nella Turchia occidentale. Abile davvero nel ritrarre uomini longilinei ma con solide gambe e la testa a zig-zag o a forma di "t", e donne di profilo per evidenziare le natiche abnormi ma così leggere che paiono danzare. Sono figure bellissime, eleganti nella loro essenzialità. Le ha scoperte e indagate Anneliese Peshlow dell' Istituto archeologico germanico di Berlino in anni di paziente ricognizione su ogni versante della montagna. Finora ha contato in tutto 140 pitture per un totale di oltre 500 figure rappresentate. E ha finalmente deciso di farle conoscere al mondo con una mostra fotografica che dalla Germania è scesa in Italia e oggi si inaugura al Convento dei Teatini di Lecce. Inaugurazione seguita il giorno dopo da una tavola rotonda che vedrà convergere a Lecce il fior fiore dell' intellighenzia mondiale in fatto di Neolitico. Tutti ad ascoltare la Peshlow, il suo racconto. Perché finora pareva che l' arte dell' uomo neolitico si limitasse a qualche statuina in pietra o argilla o poco più. Finora c' erano solo le stanze-tempio di Catalhoyuk (in Turchia centrale) e le pitture della grotta di Porto Badisco (sulla costa adriatica, proprio vicino Lecce) a dire che i primi agricoltori non tenevano solo il capo chino sulla terra ma sapevano anche produrre grande arte. Parevano isolate eccezioni. Poi, qualche anno fa, d' improvviso, in Turchia sud-orientale (area-chiave per le origini del Neolitico) sono spuntate le enormi teste d' uomo in pietra di Nevali Cori, e gli svettanti pilastri di Gobekli Tepe con grandi rilievi di uomini e animali. E ora giunge la sorprendente scoperta del Latmos. Tutte in un' asse che va dalla Turchia al Salento. Solo lì, almeno per ora. Ancora pochi e per noi ancora enigmatici. Ma sufficienti per dirci che il Neolitico non è stata solo una rivoluzione tecnologica e sociale, il momento in cui l' uomo ha cominciato a dominare la natura e a riunirsi in villaggi. Col Neolitico è nato anche il concetto moderno di arte. Per questo Isabella Caneva dell' Università di Lecce ha voluto riunire (nell' ambito della Scuola di specializzazione in archeologia) tutti i suoi colleghi. Per andare a fondo, capire bene la portata rivoluzionaria dell' arte neolitica, la sua importanza anche per noi moderni. «Prima, nelle caverne paleolitiche, l' uomo dipingeva il mondo esterno di cui aveva timore, feroci animali braccati da intrepidi e solitari cacciatori», spiega Caneva. «Col Neolitico dipinge se stesso, il proprio mondo. Perché è lui al centro del mondo. Anche gli animali di Gobekli Tepe sono in realtà animali domestici dal significato simbolico. A Catalhoyuk è la casa tutta, decorata con pitture ed enormi rilievi, ad assurgere a simbolo della nuova società. Col Neolitico nasce un nuovo modo di pensare, "moderno", che si riflette nell' arte. Nasce il ruolo sociale dell' arte». Delle sue forme, simboli e significati, si dibatterà domani a Lecce.


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un caso clinico:
il presidente Bush...

 
ricevuto da Piergiuseppe Cancellieri

news2000.libero.it - giovedì 10 giugno 2004 - 14:15
USA: PSICHIATRA SU BUSH, UN MEGALOMANE CON TENDENZE SADICHE


Washington, 10 giu. (Adnkronos) - Un soggetto che presenta diverse ''patologie caratteriali'', prima tra tutte la ''megalomania'' e ''senso misurato di grandezza'', che gli fa considerare interscambiabili la sua figura con quella di Dio e dell'America, il tutto condito da inquietanti ''tendenze sadiche''. E' questo l'allarmante quadro clinico che emerge ''dall'esplorazione della psiche di George Bush'', intrapresa da Justin Frank, psichiatra della George Washington University. E conclusasi con l'immancabile libro, ''Bush on the couch'' (Bush sul lettino), che uscira' la prossima settimana negli Stati Uniti allungando la gia' corposa lista di libri che, in America e all'estero, sono stati scritti sul presidente che in tre anni alla Casa Bianca ha lanciato due guerre. ''Non ho mai incontrato il presidente o nessun membro della sua famiglia'' mette le mani avanti il dottore, spiegando al 'Washington Post', di essersi basato per la sua analisi sui discorsi, le apparizioni pubbliche del Presidente. E sulle biografie gia' pubblicate, concentrandosi soprattutto sugli episodi piu' drammatici, come la morte della sorella minore, o piu' controversi, il difficile rapporto con la madre, o scandalosi, il suo problema con l'alcool.


storia del pensiero:
Antonio Labriola

 
La Stampa 10.6.04
A CENT’ANNI DALLA MORTE DI UN MAESTRO INASCOLTATO DEL SOCIALISMO
Labriola, la via italiana
per tornare a Marx

Nemico di ogni ortodossia, aderì tardivamente al materialismo storico
ma ne rifiutò sempre una lettura in termini di puro economicismo
di Angelo d’Orsi


SEMBRA che l'ultimo libro tenuto fra la mani, nei giorni antecedenti la morte (5 agosto 1895), da Friedrich Engels, il fedele sodale e collaboratore di Marx, al quale sopravvisse una dozzina d'anni, sia stato un volumetto italiano: In memoria del Manifesto dei Comunisti. Autore, Antonio Labriola: un testo basilare della ricezione del marxismo nella Penisola - anche ai fini dello sviluppo di un movimento socialista - e soprattutto per una sua versione critica e antidogmatica. Fu, quella di Labriola, una mediazione originalissima fra Marx e la «tradizione italiana», specie quella linea dei neohegeliani napoletani, solidi sostenitori dello Stato, anche attraverso l'idea di un Risorgimento che fosse una sorta di nuovo Rinascimento, contro la decadenza dei secoli precedenti.
Marx (e alle sue spalle Hegel, e l'hegelismo, ma soprattutto l'amato teorico del «realismo filosofico», Herbart), piuttosto che il marxismo, fu l'orizzonte principale di Labriola: in una fase storica, negli ultimi decenni dell'800, in cui l'ideologia politica emergente era appunto il marxismo, nelle sue infinite versioni, e il «revisionismo» affilava le armi, per dare base teorica al riformismo socialista, Labriola in sostanza propose una sorta di «ritorno a Marx»; un ritorno non da adoratori dell'idolo, bensì da visitatori critici, pronti a respingere ogni irrigidimento chiesastico, ossia la trasformazione della teoria in dottrina, e ancor più a rifiutare una lettura in chiave di meccanicismo e di economicismo del «materialismo storico». Ebbe ragione Franz Mehring, uno dei primi biografi di Marx ed egli stesso dirigente socialista di primo piano, quando scrisse di lui: «Nel suo spirito, era intimamente affine allo spirito di un Marx e di un Engels. Del tutto indipendente da loro, Labriola aveva avuto lo stesso sviluppo intellettuale. (...) Perfino se esistesse una ortodossia marxista, e non esiste, Labriola non ne sarebbe mai stato un seguace. Questo spirito sottile era uno spirito troppo libero e indipendente per diventarlo».
Mehring piangeva la morte prematura (2 febbraio 1904) di Labriola, il «vero capo spirituale del socialismo italiano». In questo anno centenario numerose sono le celebrazioni. Era ora che, prendendo occasione dalla ricorrenza, si desse infine corpo alle appassionate sollecitazioni di Antonio Gramsci il quale additava appunto in Labriola un punto di riferimento ineludibile tanto per la sua critica alla storia d'Italia, quanto per l'altrettanto necessaria riflessione su una «cultura superiore». Gramsci vedeva giusto: Labriola è degno di stare fra i grandi del pensiero di ogni tempo, e dunque era ora che venisse ricordato con la necessaria forza, e anche, perché no?, con un po' di solennità.
Fra il tardo 800 e la morte, Labriola fu in Italia il più accanito, ma anche il più serio e indipendente frequentatore di testi marx-engelsiani: primo vero traduttore del Manifesto del Partito Comunista, fu in rapporti, oltre che con Engels, con i grandi esponenti del pensiero socialista europeo, da Kautsky a Adler. Di formazione napoletana, dopo aver avviato gli studi all'Abbazia di Montecassino (era nato il 2 luglio 1843 a Sangermano, allora negli Stati Pontifici: l'odierna Cassino), dove ebbe maestri culturalmente aperti, mostrò precoci attitudini filosofiche: dopo un curriculum travagliato, comprendente anche un passaggio nei ranghi della Pubblica Sicurezza, giunse alla cattedra di Filosofia morale e Pedagogia all'Università di Roma, e poi, più congruamente, insegnò anche Filosofia della storia. A Marx era arrivato all'inizio di quei formidabili anni Novanta, quando entrò in corrispondenza con un Engels ormai settantenne.
Fu dunque, il cassinese Labriola, un seguace tardivo del «materialismo storico». I suoi non numerosi scritti di quel decennio sono il maggior contributo della cultura italiana allo sviluppo della concezione materialistica della storia. L'adesione a essa coincise con la scelta politica del socialismo, a cui egli giungeva dal radicalismo e, prima ancora, da posizioni di destra conservatrice, anche a causa dell'influsso esercitato su di lui da due amici di famiglia, i fratelli Bertrando e Silvio Spaventa, filosofo l'uno, politico e pensatore l'altro. Serie furono le difficoltà che un docente anticonformista come lui, antigovernativo e schierato accanto ai socialisti, incontrò nell'Italia umbertina. Furono gli stessi studenti (borghesi) a contestare Labriola e a disertarne le lezioni, tanto da indurre quell'eccezionale professore a esclamare (in una lettera a Engels): «Il mio numeroso uditorio è scomparso, così come è scomparso il mio dolce sogno di portare la gioventù universitaria a prendere a cuore gli interessi del proletariato».
Non ebbe del resto rapporti facili - per il rigore intellettuale, per la severa moralità, ma anche per la verve polemicissima che non faceva transazioni con i princìpi, e si esprimeva talora in forme al limite dell'eccentricità - con la leadership socialista, di cui respingeva il riformismo moderato, collocato nell'ambito della «revisione» aperta da Eduard Bernstein, ma anche l'inquinamento positivistico, che si traduceva in una tendenza all'inazione, quando non addirittura all'accomodamento opportunistico.
In un mondo che cercava (da Robespierre a Hitler) dei «duci», Labriola fu convinto che «se la democrazia sociale» (scriveva a Turati, con cui ebbe rapporti tempestosi) «esclude i capi, nel senso giacobino della parola, non esclude i maestri. Anzi!». Labriola non fu un capo ma, appunto, un maestro; un maestro che ebbe scarsa fortuna, sia sul piano intellettuale sia su quello politico, nonostante la fascinazione promanante dalla sua personalità, da cui fu colpito il giovane Benedetto Croce, da lui avviato agli studi del marxismo e a un provvisorio avvicinamento al socialismo. Il quale, però, dell'insegnamento di Antonio Labriola, maestro socratico - anche per la sua preferenza per la parola detta sulla parola scritta: fu una tragica ironia della storia la sua morte per un cancro alla gola - non seppe fare tesoro.


opposti identici:
esorcismo e satanismo

 
Corriere della Sera 10.6.04
Nel Varesotto
Tutti in fila dal prete esorcista «Il diavolo c’è e va scacciato»
Nella chiesa di Sant’Eusebio di Sesona la perpetua dà il biglietto con il numero, come al supermercato
di Claudio Del Frate


VERGIATE (Varese) - Per molti sarà una pura e semplice coincidenza, ma per chi crede in certi segnali non è un caso che nel paese accanto a Somma Lombardo, dove si sono consumati gli orrori delle Bestie di Satana, da anni vive e lavora (tanto) un prete esorcista. Dentro la chiesa di Sant'Eusebio di Sesona, una frazione di Vergiate, anche ieri almeno una settantina di persone hanno fatto la fila per farsi imporre le mani da don Romano Meroni: hanno portato centinaia di pacchi con bottiglie d'acqua, di olio, scatole di sale, fotografie di parenti che don Romano ha benedetto recitando formule in latino. E fin quasi all'ora di cena decine di persone hanno fatto la fila per avere un incontro con il sacerdote, prendendo dalla perpetua il biglietto con il numero, come al supermercato. Da decenni, almeno tre volte la settimana, questi sono i pomeriggi a Sesona dove diavolo e acquasanta si guardano da lontano: la piccola chiesa di Sant'Eusebio è in cima a una collinetta. I boschi che si vedono sotto, sovrastati dai jet in decollo da Malpensa, sono quelli dove i satanisti hanno massacrato Fabio Tollis, Chiara Marino e Mariangela Pezzotta. E sul caso che in questi giorni scuote la cronaca, don Romano ha un'idea ben precisa: «Posseduti dal demonio quelli? Ho letto che alcuni di loro, una volta in carcere, hanno confessato. Se Satana fosse stato dentro di loro, non avrebbero ceduto: il demonio non se ne va da solo, ci vuole l'intervento dell'esorcista, date retta a uno che queste situazioni le ha viste. Sono dei malati o degli sciagurati». Se non Satana, dunque, chi ha armato la mano di Andrea Volpe e di tutti gli altri accusati dei delitti? «La lontananza da Dio può condurre a ogni tipo di gesto. Il demonio può avere soffiato sui loro cuori, ispirato le loro azioni, ma essere posseduti è un'altra cosa. Alla fine la responsabilità di ogni azione è dell'individuo», taglia corto don Romano. Il parroco di Sesona riceve a piccoli gruppi nella sacrestia, per i fedeli in cerca di una benedizione, di una parola o di un sortilegio l'attesa è lunga. A intrattenerli ci pensa la perpetua che intervalla recite del rosario a sermoni un po' da fine millennio: «Satana ha mille astuzie, state attenti. Oroscopi e sedute spiritiche sono i mezzi con cui ci fa arrivare la sua voce, se avete un amuleto gettatelo nel fuoco e se non brucia gettatelo in un fiume che ve lo porti lontano. Solo Gesù è la vera salvezza». Le imprese di don Romano, in questi anni, hanno raggiunto dimensioni da leggenda metropolitana: Gianangelo è arrivato da Tradate per sottoporre al prete esorcista il caso di un'anziana che ha perso il sonno. «Mi hanno raccontato - dice - che durante una seduta una donna ha cominciato a parlare con voce cavernosa, maschile, don Romano pregava, quella rispondeva "stai zitto!" finché dalla bocca non ha sputato un topolino ed è svenuta!». «Non era un topolino, ma un uccellino - dice il sacerdote - ma il demonio c'è, poche storie: mi sono trovato davanti persone che d'improvviso parlavano lingue sconosciute, altre che possedute da forze inaudite mi hanno sollevato di peso». Ma dai suoi corpo a corpo con Belzebù il parroco di Sesona è sempre uscito vittorioso ai punti, senza ammaccature e appena può stempera la tensione con sorrisi e battute di spirito. «Da qualche tempo la Curia mi ha proibito di compiere esorcismi. Vi sembrerà strano, ma da quel giorno non mi hanno più condotto qui persone possedute».
Come si spiega? «Ammetto che se mi trovassi davanti a un indemoniato, proverei lo stesso a liberarlo dal Maligno. Si vede che il Signore non desidera che disobbedisca ai miei superiori!». Peccato che né Andrea Volpe né gli altri delle Bestie di Satana hanno mai varcato la porta della chiesa di Sesona.


mercoledì 9 giugno 2004
-dove nascono i ricordi?
-neuroteologia
-autismo

 
Yahoo!Salute
Dove nascono i ricordi emotivi?
mercoledì 9 giugno 2004, Il Pensiero Scientifico Editore


Perché i ricordi emotivi, per esempio quello relativi ad un incidente d'auto o al primo bacio, vengono memorizzati con maggior efficienza? Secondo uno studio condotto dai ricercatori della Duke University, pubblicato sulla rivista Neuron, perché nella loro formazione sono coinvolte delle strutture cerebrali diverse da quelle attivate nella genesi dei ricordi normali.
L’amigdala è una piccola regione del proencefalo, una struttura complessa del lobo temporale del cervello, che prende questo nome dalla sua forma a "mandorla". È un’area del cervello da tempo ritenuta importante nei processi emotivi e coinvolta anche in una forma particolare di memoria: quella emozionale. L’amigdala può essere definita "cuore e chiave" delle reti emozionali del cervello. Nessun’altra zona del cervello è così implicata nei processi emozionali come lo è l’amigdala. Sebbene essa non sia l’unica struttura coinvolta nelle emozioni così come le emozioni non sono la sua unica funzione, rimane confermato che l’amigdala continua ad essere una componente assolutamente essenziale nel sistema emozionale cerebrale.
Nel loro studio Florin Dolcos, Kevin LaBar e Roberto Cabeza hanno mostrato a dei soggetti volontari una serie di immagini che evocavano emozioni positive, negative o neutre, dopodichè hanno analizzato i loro cervelli con tecniche di risonanza magnetica per individuare le regioni del cervello attive durante la formazione della memoria. È stato in tal modo possibile confrontare l'immagazzinamento del ricordo in presenza di emozioni o meno.
I ricercatori, che stavano cercando prove a sostegno dell'ipotesi secondo cui i centri cerebrali delle emozioni e della memoria interagiscono durante la formazione dei ricordi emotivi, hanno così scoperto che il centro emotivo del cervello umano, l'amigdala, interagisce con le regioni cerebrali collegate alla memoria durante la formazione dei ricordi più emotivi, probabilmente per donare a questi ricordi una maggior indelebilità. Lo studio potrebbe aiutare a meglio comprendere quale ruolo volge il meccanismo neurale alla base della formazione dei ricordi emotivi in alcuni disturbi, come lo stress post-traumatico e la depressione.

Bibliografia. Dolcos F, LaBar KS, Cabeza R. Interaction between the amygdala and the medial temporal lobe memory system predicts better memory for emotional events. Neuron 2004;42:855-63.

ilmessaggero.it Mercoledì 9 Giugno 2004
NEUROTEOLOGIA
Nel cervello una zona sensibile al “divino”


Dietro il satanismo può nascondersi una vera e propria patologia neurologica. È la moderna scienza della “neuroteologia” che studia le reazioni del cervello in un contesto religioso e che è stata illustrata ieri da Gabriella Gobbi, assistant professor all’Università di Montreal in Canada e originaria di Osimo. Se riusciamo a pensare il divino, esiste una parte deputata a farlo? La risposta è stata sì. «L’area specializzata nel pensiero religioso - ha spiegato Gobbi - è quella che regola il sistema delle emozioni, diversa dalla corteccia che è sede della razionalità. Si tratta cioè di amigdala, ippocampo e lobo temporale». Guarda caso, l’amigdala è anche la sede dell’aggressività. Si può dunque soffrire di una patologia del comportamento religioso e cadere facili prede di satanismo e chiese “alternative”. Negli anni ’50 alcuni studiosi rintracciarono addirittura un collegamento tra iper-religiosità e epilessia, che unita a sintomi quali sbalzi d’umore e iposessualità poteva essere confusa e portare a fenomeni di conversione. Su questa fragilità gioca il “guru” della setta con il quale l’adepto instaura una co-dipendenza affettiva difficile poi da spezzare (anche per via del senso di colpa su cui il guru fa leva). Non si può stare senza. Il guru è l’unico a poter dare certezze e risposte e solo dentro il gruppo si è forti. C. Gent.

Yahoo!Salute
Autismo: quali fattori lo favoriscono?
martedì 8 giugno 2004, Il Pensiero Scientifico Editore


Secondo uno studio condotto dai ricercatori dell’University of Western Australia alcune complicanze in gravidanza sarebbero associate ad un aumentato rischio di autismo. Nello studio Emma Glasson e colleghi concludono che tali complicanze non costituiscono la causa diretta della malattia, quanto piuttosto il risultato delle stesse basi genetiche che conducono all’autismo. Se ne parla sulle pagine della rivista Archives of General Psychiatry.
L’autismo è una complessa disabilità dello sviluppo caratterizzata da deficit nell’interazione sociale e nella comunicazione, con manifestazioni quali comportamenti ripetitivi e compromissioni qualitative degli interessi. Il disturbo, che colpisce una persona su 500, è dieci volte più frequente nei maschi rispetto alle femmine. Poiché interferisce con il normale sviluppo del cervello nelle aree di interazione sociale e nelle abilità comunicative, causa serie difficoltà nella comunicazione verbale e non verbale, rendendo difficili tutte le relazioni con il mondo esterno. Le persone autistiche esibiscono spesso movimenti ripetuti del corpo (agitare le mani, dondolarsi), un attaccamento eccessivo agli oggetti e, a volte, comportamenti aggressivi e autolesionisti. Esiste una relazione tra volume del cervello e insorgenza dell’autismo; molti studi hanno infatti documentato un leggero aumento del volume cerebrale medio e della circonferenza cerebrale nei soggetti autistici.
Lo studio ha coinvolto 465 persone nate tra il 1980 e il 1995 e che avevano ricevuto una diagnosi di autismo o di disordini correlati nel 1999. Il gruppo di controllo era costituito da 481 fratelli e sorelle dei pazienti autistici e 1313 persone scelte a caso nella popolazione generale. I ricercatori hanno osservato che, rispetto ai controlli, i soggetti autistici avevano maggiori probabilità di essere nati prematuramente e di avere genitori anziani. Inoltre le loro madri avevano subito più frequentemente una minaccia d’aborto o avevano avuto un travaglio inferiore ad un’ora. "È improbabile che un singolo fattore sia la causa dell’autismo", ha commentato Emma Glasson, "più verosimilmente alcune influenze non genetiche svolgono un ruolo chiave in alcuni casi". I risultati di questo studio supportano la teoria secondo la quale alla base dell’autismo ci siano problemi genetici.

Bibliografia. Glasso E, Bower C, Petterson B et al. Perinatal Factors and the development of autism. Arch Gen Psych 2004;61:618-27.


-rischi con gli antipsicotici atipici
-frequenza delle recidive nei "disturbi bipolari"
-una nuova molecola...

 
ricevuti da Piergiuseppe Cancellieri

psichiatria.org
Mercoledì 9 Giugno 2004, 9:54
Rischio iperglicemia e diabete con i farmaci antipsicotici atipici


( Xagena ) - L’FDA ( Food and Drug Administration ) ha modificato le schede tecniche dei farmaci antipsicotici atipici: Olanzapina ( Zyprexa ), Quetiapina ( Seroquel ), Clozapina ( Clozaril ), Aripiprazolo ( Abilify ).
Nei pazienti trattati con antipsicotici atipici sono stati segnalati casi di iperglicemia, talora grave ed associata a chetoacidosi o coma iperosmolare e morte.
La valutazione di una diretta correlazione tra impiego di antipsicotici atipici e l’insorgenza di alterazioni del metabolismo del glucosio è complessa per il fatto che i pazienti con schizofrenia sono a rischio di diabete mellito.
Tuttavia studi epidemiologici hanno indicato un aumento del rischio di eventi avversi correlati con l’iperglicemia nei pazienti che assumono farmaci antipsicotici atipici.
Pertanto i pazienti con una diagnosi di diabete mellito, che stanno assumendo antipsicotici atipici dovrebbero essere monitorati regolarmente per un possibile peggioramento del controllo glicemico.
I pazienti con fattori di rischio per il diabete mellito ( es. pazienti obesi, pazienti con storia familiare di diabete ) in trattamento con antipsicotici atipici dovrebbero essere sottoposti al controllo della glicemia a digiuno , e tenuti sotto osservazione per il presentarsi dei sintomi tipici dell’iperglicemia ( polidipsia, poliuria, polifagia, senso di debolezza ).
Poiché l’Aripiprazolo è un antipsicotico atipico di recente impiego, esistono al riguardo poche segnalazioni di iperglicemia e nessun caso di diabete mellito.
Tuttavia anche la scheda tecnica dell’Aripiprazolo è stata modificata e sono state inserite le avvertenze riguardo al rischio di iperglicemia e di diabete mellito. ( Xagena 2004 )

Fonte: FDA

Yahoo!Notizie
Mercoledì 9 Giugno 2004, 10:04
Farmaci antiepilettici e frequenza delle recidive nei pazienti con disturbo bipolare di tipo 1
Di Disturbobipolare.net


( Xagena ) - Pochi studi clinici hanno valutato l’impiego dei farmaci antipsicotici atipici nella prevenzione delle recidive nei pazienti con disturbo bipolare di tipo I.
Lo scopo dello studio è stato quello di valutare se l’Olanzapina associata al Litio o al Valproato fosse in grado di ridurre le recidive rispetto al solo trattamento con Litio o Valproato.
I pazienti che hanno raggiunto remissione sindromica dopo un trattamento di 6 settimane, con Olanzapina più Litio o Valproato hanno ricevuto Olanzapina o placebo, oltre al Litio o al Valproato , e sono stati seguiti per 18 mesi.
Non è stata osservata alcuna differenza significativa tra i due trattamenti, quello di combinazione ( con Olanzapina ) o quello in monoterapia ( con placebo ), per quanto riguardava il tempo alla recidiva.
I pazienti che hanno assunto Olanzapina in aggiunta al Litio o al Valproato hanno presentato una remissione significativa dei sintomi: 163 giorni con terapia di combinazione versus 42 giorni con la monoterapia ( p = 0,023 ). ( Xagena 2004 )

Fonte: Br J Psichiatry 2004

sanihelp.it
PSICHIATRIA:VIA LIBERA UE A NUOVA MOLECOLA CURA SCHIZOFRENIA
Data: 08.06.2004 - 17:31 - ROMA


(ANSA) - ROMA, 8 GIU - Nuove speranze per la cura della schizofrenia arrivano da una molecola di nuova generazione: e' l'aripiprazolo, che oggi ha ottenuto il via libera da parte dell'Emea, l'Agenzia europea per la valutazione dei farmaci. Ora, l'antipsicotico passera' al vaglio dell'Agenzia del Farmaco per la disponibilita' in Italia. L'Aripiprazolo e' gia' disponibile negli Stati Uniti, dove ha ottenuto l'autorizzazione a fine 2002 e, ad oggi, 450 mila pazienti sono stati trattati con la nuova molecola. Anche l'Italia ha contribuito allo sviluppo clinico di aripiprazolo ed ha partecipato alle sperimentazioni: oltre 20 centri clinici e piu' di cento pazienti hanno gia' avuto accesso al farmaco. Ma quali sono i benefici della nuova molecola? Gli studi clinici presentati, cui hanno partecipato 1648 pazienti affetti da schizofrenia con episodio acuto, hanno dimostrato che la terapia con aripiprazolo permette un notevole miglioramento sia dei sintomi positivi (allucinazioni, deliri) che di quelli negativi (appiattimento affettivo, perdita di piacere e di interesse), caratteristici di questa patologia. L'aripiprazolo ha mostrato inoltre di non variare in maniera significativa il peso corporeo, di non causare sintomi ulteriori e di indurre solo una modesta sedazione rispetto al placebo (11% contro 8%). La sicurezza e la tollerabilita' della nuova molecola sono state inoltre valutate studiando oltre 5500 pazienti, compresi oltre 1250 pazienti trattati per almeno un anno. - SCHIZOFRENIA IN CIFRE: IN ITALIA NE SOFFRONO IN 500.000 Secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanita' (OMS), la schizofrenia colpisce nel mondo una persona su cento. Negli Usa sono 2 milioni gli individui affetti da questa patologia e in Italia si stima che siano 500 mila. La schizofrenia interferisce con la capacita' della persona di pensare in modo chiaro, di gestire le emozioni, di prendere decisioni e di avere rapporti con gli altri. E' una malattia che puo' essere curata, sebbene non esista una guarigione definitiva ed i farmaci antipsicotici impiegati fino ad oggi, a causa dei pesanti effetti collaterali, non sempre hanno fatto registrare un'adesione completa alla terapia da parte dei pazienti.(ANSA).


una intervista sulla legge sulla fecondazione
e un breve racconto in morte di Nino Manfredi

 
entrambi i pezzi sono di Paolo Izzo e sono apparsi sul numero 6 di Zefiro, uscito oggi, 9.6.04

Fecondazione assistita:
«La nuova legge è stupida e illiberale»
Intervista con Giuseppe Rippa, direttore di Quaderni Radicali
di Paolo Izzo


I radicali stanno raccogliendo le firme per un referendum abrogativo contro la nuova legge sulla fecondazione assistita. Nel mondo politico la prima adesione è arrivata dal partito di Fausto Bertinotti, seguito dalla sottoscrizione di alcuni diessini “disobbedienti”, mentre Barbara Pollastrini, coordinatrice delle donne Ds ha formato un comitato con cui intende affiancare il lavoro dei radicali; dal mondo della canzone un sostegno importante arriva da Vasco Rossi che ai suoi concerti oceanici ospita i tavoli radicali, incitando i fans a firmare per il referendum. Tuttavia, il mondo laico appare ancora troppo disunito per accogliere in pieno la protesta dei radicali, che si trovano per l’ennesima volta a combattere da soli, fatte salve le adesioni che arriveranno postume: a battaglia vinta.
Sul tema della nuova legge sulla fecondazione assistita abbiamo intervistato Giuseppe Rippa, radicale storico, già segretario e deputato del Pr negli anni ’70 e oggi direttore della rivista “Quaderni Radicali” e del suo supplemento telematico “Nuova Agenzia Radicale”.

Il governo Berlusconi ha varato la legge n. 40/2004, in materia di procreazione assistita, entrando anche nel merito della ricerca scientifica, con norme fortemente riduttive della libertà dei singoli individui, dei medici, dei ricercatori. Cosa ne pensi?
Com’era prevedibile, tutte le contraddizioni della legge sulla procreazione assistita sono venute al pettine dimostrando che, anziché una legge intransigente, quella approvata dal Parlamento è una legge stupida… Non che siano stupide le obiezioni che per motivi etici, di fede e di valori (ovviamente vissuti nell’ambito delle proprie scelte morali e religiose), vengono sollevati. Ma perché ipocriti e stupidi erano e sono i modelli di compromesso, escogitati dalle alchimie assurde di un legislatore ottuso, incapace di elaborare norme che diano soluzione ai conflitti determinati dai fatti della vita.

Sembra di tornare indietro nel tempo. E non si può non pensare agli anni delle battaglie radicali per porre fine agli aborti clandestini. I maggiori ostacoli per trovare una legge li ponevano, ovviamente, i cattolici…
Quando il Parlamento si trovò a discutere la legge sull’aborto, tutto lasciava presupporre che, proprio alla luce dei princìpi cristiani che escludevano ogni possibilità di norme pro-aborto, la soluzione al dramma dell’aborto clandestino e di massa poteva essere trovata con una normativa di depenalizzazione del reato di aborto. Compito della società, dell’associazione di fede e non, sarebbe stato quello di diffondere una cultura sessuale meno sessuofoba, una sensibilità maggiore alle azioni preventive di educazione sessuale, una iniziativa forte e profonda sul valore della vita che fungesse da deterrente necessario contro l’aborto.

E invece?
Niente di tutto questo accadde: per una classe politica dirigista la società non va organizzata, ma controllata. In questa perversione culturale è nata una legge allucinante fatta di controlli ipocriti e violenti, che non riduce - se non in misura insufficiente - la pratica dell’aborto clandestino ed avvia procedure in cui sguazzano obiettori fasulli delle strutture pubbliche o cucchiai d’oro e mammane ancora in funzione, nonostante la legge.

Oggi siamo di fronte a qualcosa di tremendamente simile…
La stessa griglia sub-culturale è alla base della legge sulla fecondazione assistita. Quella che doveva essere una legge tesa a fornire una norma chiara, in grado di soddisfare una domanda diffusa - si parla di milioni – di donne e di uomini che intendono diventare genitori anche ricorrendo a tecniche che la scienza ha reso possibili, come la fecondazione medicalmente assistita, si è trasformata in una lunga teoria di impedimenti. In molti casi privi di senso logico, incomprensibili, ridicoli. La salute riproduttiva dell’essere umano, proprio grazie alla ricerca biomedica, può essere in grado di rispondere ad una richiesta, al desiderio di procreazione. Si trattava di produrre una legge, degli efficaci regolamenti affinché questa speranza possa essere – nella tutela dei diritti di tutti – soddisfatta.

Al contrario, si riaffaccia un forte “clericalismo” che scontenta i laici…
Torna a galla un vero revanscismo di stampo neo-guelfo, nutrito di pelosa sottocultura dei vizi privati e delle pubbliche virtù in cui, con una raffica di “divieti”, si mira ad una oggettiva limitazione delle libertà. Il riflesso è identico e parallelo alle vicende delle cellule staminali, della libertà di ricerca, di tutte le questioni etiche che si tenta di riproporre nella logica di un neo-clericalismo mascherato di presunti valori. Così ci troviamo di fronte a un testo che cancella la libertà di scelta, che rimane da tutti i punti di vista ambigua, confusa e discriminante nei confronti dei soggetti meno abbienti.

Vorresti ricordare ai lettori di «Zefiro» quali sono i punti di questa legge?
Il testo della legge si distingue per una serie di divieti.
No alla fecondazione eterologa, che richiede il ricorso a un donatore esterno; possibile soltanto quella omologa, in cui cioè vengono utilizzati seme e ovulo della stessa coppia. No a single e omosessuali, in quanto possono accedere alla procreazione medicalmente assistita solo le coppie di adulti maggiorenni, di sesso diverso, in età potenzialmente fertile, coniugate o conviventi. No a sperimentazione sugli embrioni. È possibile la ricerca clinica e sperimentale solo a fini terapeutici e diagnostici collegati alla tutela della salute dell’embrione stesso, e quando non siano disponibili metodi alternativi. Limiti alla produzione di embrioni, poiché non potrà essere prodotto un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario ad un unico impianto e comunque non superiore a tre. Vietata la riduzione di embrioni nelle gravidanze plurime, fatti salvi i casi previsti dalla legge sull’aborto. No alla clonazione. Vietati anche tutti gli interventi diretti ad alterare il patrimonio genetico dell’embrione o del gamete. Vietato congelare e sopprimere embrioni, fermo restando quanto stabilito dalla legge sull’aborto. Per quelli congelati prima dell’entrata in vigore della legge, il ministero della Salute dovrà fissare modalità e termini di conservazione.

Il divieto delle sperimentazioni sugli embrioni conduce al loro impianto sani o malati che siano! Come se non bastasse, c’è la parte relativa all’obiezione di coscienza dei medici e alle sanzioni…
Obiezione di coscienza: medici e personale ausiliario potranno astenersi dal praticare la fecondazione artificiale, se entro tre mesi dall’entrata in vigore della legge comunicheranno la loro decisione in tal senso. Sanzioni: solo amministrative per i medici che applicano la fecondazione eterologa o ai soggetti non ammessi dalla legge (minorenni, single, omosessuali), con la possibilità di sospensione dall’esercizio della professione variabile da un minimo di un anno ad un massimo di tre. Nessuna punibilità invece per coppie o singoli. Carcere da dieci a venti anni ed interdizione perpetua dalla professione per i medici che attuano la clonazione; reclusione da un anno a tre per chi realizza, organizza e pubblicizza la commercializzazione di gameti ed embrioni o la surrogazione di maternità. Carcere anche per chi applica la sperimentazione sugli embrioni e ricorre al congelamento e alla soppressione.

Gli altri paesi europei hanno norme meno intransigenti?
Non solo. Chi può mai credere che un simile impianto possa risultare utile alla regolamentazione di una materia così complessa ma così sentita? Tutta l’impostazione della legge – che è assai più restrittiva della direttiva comunitaria che l’Italia è chiamata a recepire – impedisce al nostro Paese di competere internazionalmente sul fronte della ricerca scientifica togliendo a milioni di cittadini italiani la speranza concreta di cura e guarigione in un futuro che appare sempre più prossimo.

Insisto: se la scienza viene ostacolata si finisce per fare ciò che va bene al Vaticano, non credi?
Guai a mollare sul principio della laicità dello Stato. Garantire il rispetto dell’art. 33 della Costituzione, secondo il quale “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”, è assolutamente un atto politico irrinunciabile.

L’unico strumento di cui i cittadini contrari a questa legge sembrano poter disporre è il referendum. I radicali lo promuovono e le adesioni, dal mondo politico e non, cominciano ad arrivare; ma sono ancora poche, vero?
Il referendum rimane l’unica possibilità concreta per rimuovere una normativa assurda. Una grande battaglia di libertà per i diritti delle coppie sterili e di quelle portatrici di malattie genetiche, per i diritti dei malati che con la legge oggetto del referendum vedono cancellata la speranza di cura con le cellule staminali embrionali. Si possono anche ideare quesiti parziali, per abrogare soltanto alcuni punti della nuova legge, nel caso si riscontrasse in essa qualcosa di positivo… Ma resta fondamentale la raccolta delle firme: per una serie di meccanismi burocratici, se entro il 30 settembre non si dispone delle firme necessarie, ogni ipotesi referendaria slitta a non prima del 2007! Lo tengano presente i parlamentari che hanno votato contro la legge 40 alle Camere: non appoggiare il referendum radicale subito, significa menare il can per l’aia e lasciare che tutto resti immutato ancora per anni. E se anche per scopi elettoralistici non si volessero impegnare prima delle elezioni europee del 12 e 13, siano almeno pronti a farlo a partire dal 14 giugno!

Variazioni sul tema
di Paolo Izzo


La morte di una persona a cui volevi bene ti arriva sempre come un sasso in testa. Nessun ragionamento riesce a sciogliere il magone che si fissa vicino all’ugola e filtra ogni respiro. Nino Manfredi è morto e sembra che sia morto uno di casa…

Padri

Era un colpo al cuore, ogni volta che lo vedevo. Il sorriso di sfottò, l’espressione sardonica, quella maniera di girarsi verso l’interlocutore un secondo dopo aver sentito una sciocchezza provenire da quella direzione. Gli occhi profondi, velati da un’amarezza liquida. La bravura; la voglia di far divertire, di far piangere, di far pensare. Non potevo farci niente: più lo guardavo e più mi convincevo. Arrivava un vecchio film, un nuovo film, un’apparizione in televisione: ogni volta, c’era da giurarci, rimanevo inchiodato lì, inesorabilmente. Somigliava così tanto a mio padre da far venire i brividi: mio padre che è scomparso molto prima, troppo presto; mio padre che ho più immaginato che conosciuto; mio padre che una volta lo incontrò in un ristorante e si guardarono dalle fronti corrugate e alzarono metà labbro in un accenno di sorriso e alzarono il bicchiere a mezz’aria per brindare, da lontano, alle loro facce che si ricordavano a vicenda. Se n’è andato pure lui, adesso, insieme ad altri padri, insieme a sacchi e sacchi di ricordi: andati… come se si andasse da qualche parte, poi. Nessuno dei due ci credeva più di tanto, anche se il tempo a volte può vincere gli ostinati; nessuno dei due credeva che avrebbe incontrato chicchessia in un impossibile aldilà. Nessuno dei due tornerà a dire: non preoccuparti, da qualche parte sono andato… Allora è qui, in questo difficile, ingiusto aldiquà, tra le parole che zampillano come lacrime dalla penna, che li vedo incontrarsi di nuovo, a mezz’aria: da un momento all’altro si scambieranno due battute da far ridere tutti. Aspetto e non mi muovo. Aspetto. Sul mio volto c’è un sorriso un po’ salato.


la compositrice di Angelopoulos
 
una segnalazione di Antonella Pozzi

«Ricreo i suoni della Grecia per i film di Angelopoulos»
La compositrice Eleni Karaindrou a Roma
di Valerio Cappelli


ROMA - Eleni Karaindrou è cresciuta in una Grecia arcaica, in un villaggio sperduto tra le montagne, i boschi di querce, il canto delle cicale d' estate, le case in pietra. «Fino a sei anni non sapevo nemmeno cosa fossero l' elettricità, le automobili, la televisione». La pianista e compositrice dei film di Theo Angelopoulos sarà con l' Orchestra di Santa Cecilia giovedì al Parco della Musica per il festival «Mediterraneo» di «Musica per Roma». «Il primo film che ho visto nella mia vita? Sono io la protagonista! Fu il viaggio dal mio paesino verso Atene». La Karaindrou (56 anni) ha scritto sette colonne sonore del celebre regista greco da Viaggio a Citèra a Lo sguardo di Ulisse, fino all' ultimo La sorgente del fiume, intrecciando in maniera istintiva suoni colti e popolari. Lui dice di lei: «La musica di Eleni non accompagna le immagini ma le penetra, si trasforma nella loro anima e alla fine non puoi distinguere l' una dalle altre per quanto sono saldate insieme». Lei dice di lui: «Mi piace il suo modo di narrare, nel nostro sodalizio c' è stata subito un' armonia estetica e ideologica che ha creato una speciale chimica tra noi». Eleni, quali sono i suoi primi ricordi musicali? «I suoni del vento, della pioggia, i canti polifonici delle contadine al lavoro e certe melodie bizantine che ascoltavo in chiesa. Amo l' orchestra classica, specialmente gli archi, ma sono i fiati spesso a ispirarmi. L' arpa fu una delle mie prime scelte, come i colori della tradizione greca, il santouri, la lira o la fisarmonica». Angelopoulos? «Nell' arte ci sono affinità inesplicabili, io entro nei suoi concetti, le mie idee nascono dalle nostre conversazioni, prima delle immagini. Mi lascia completa libertà, mi fa viaggiare nell' interiorità dei personaggi, nel mistico mondo di cose non dette». Cosa rappresenta il Mediterraneo nelle sue note? «Per un greco, la ricchezza di suoni e la magia di ritmi del Mediterraneo è un' ossessione dell' anima. Ho avuto sete di conoscere anche altre tradizioni, dal flamenco spagnolo alla polifonia della Corsica vicina all' Epiro. Il Mediterraneo e il tema del viaggio sono i miei leit motiv». Come fu il suo viaggio verso Atene? «La strada attraversava boschi e cespugli di bacche rosse, io ero con la mia famiglia a dorso dei muli, ricordo le selle coperte da stuoie rosse e da tante ceste; ricordo lo stupore per la prima automobile che vedevo nella mia vita e il primo sguardo al mare. E poi l' arrivo in una Atene nuda, senza alberi, che odorava di benzina, dove le mura dei palazzi erano ferite dai proiettili sparati durante la guerra civile. Noi vivevamo nel seminterrato della scuola dove mio padre insegnava. Ero una bambina che aveva appena scoperto il mondo moderno, lasciandosi alle spalle il paradiso perduto, i ciliegi, le lampade a olio, l' acqua dei torrenti che usavamo in casa». I registi che ama? «In Tarkovski ho scoperto la poesia fusa ai pensieri filosofici più profondi. Antonioni rappresenta una classica presenza di cinema senza tempo. Fellini mi ha affascinato con i suoi viaggi immaginari e Bergman perché è il grande coreografo delle emozioni umane. l futuro? Preparo il primo cd al di fuori del cinema, oltre a un brano che mi ha commissionato l' Orchestra di Monaco di Baviera. Sono ancora alle prime idee, schizzi, nulla di più».


martedì 8 giugno 2004
la Repubblica:
monsignor
(!) Gianfranco Ravasi
 
La Repubblica 3.6.04
le idee
Le radici divine della parola
di GIANFRANCO RAVASI
(*)


PER la Rivelazione ebraico-cristiana la parola è la radice stessa dell' essere e della creazione ove espleta una funzione "ontologica". Infatti, si può quasi affermare che entrambi i Testamenti si aprono con la Parola divina che squarcia il silenzio del nulla. Bereshît... wajjômer 'elohîm: jehî 'ôr. Wajjehî 'ôr, «In principio... Dio disse: Sia la luce! E la luce fu» (Genesi 1, 1.3). Così inizia la prima pagina dell' Antico Testamento. SEGUE A PAGINA 42 Pubblichiamo parte dell' intervento "In principio erat verbum" che Gianfranco Ravasi pronuncerà questa sera nell' Aula Magna di Santa Lucia di Bologna, quale ultimo incontro del ciclo "Nel segno della parola", promosso dal Centro Studi universitario La Permanenza del Classico. Nella stessa serata l' attore Roberto Herliztka leggerà brani dalla Genesi, i Salmi, i Vangeli. Nel Nuovo Testamento l' ideale apertura potrebbe essere quella del celebre inno che funge da prologo al Vangelo di Giovanni: En archè en ho Logos, «In principio c' era la Parola» (1, 1). L' essere creato non nasce, perciò da una lotta teogonica, come insegnava la mitologia babilonese (pensiamo all' Enuma Elish), bensì da un evento sonoro efficace, una Parola che vince il nulla e crea l' essere. Canta il Salmista: «Dalla Parola del Signore furono creati i cieli, dal soffio della sua bocca tutto il loro esercito... perché egli ha parlato e tutto fu, ha ordinato e tutto esistette» (Salmo 33, 6.9). La Parola divina è, però, anche alla radice della storia, come sorgente di vita e di morte: «Mandò la sua Parola e li guarì, li scampò dalla fossa... Egli invia la sua Parola e li fa perire... Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose e la notte era a metà del suo corso, la tua onnipotente Parola dal cielo, dal tuo trono regale, guerriero implacabile, si slanciò... portando, come spada affilata, il tuo ordine inesorabile» (Salmi 107, 20; 147, 18; Sapienza 18, 14-15). La Parola divina sostiene e giudica, quindi, anche la trama storica col suo tessuto di vicende ed eventi. Anzi, questa stessa Parola interpreta il senso ultimo della storia: è, quindi, la radice della Rivelazione. Significativa, al riguardo, è la scelta aniconica di Israele che ha la sua espressione più grandiosa (e drammatica) nel primo precetto del Decalogo: «Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto terra» (Esodo 20, 4). Via gli occhi dal vitello d' oro, dunque! Una scelta, dicevamo, drammatica non solo per un popolo così affamato di realismo e di simboli com' è quello semitico ma per la stessa storia dell' arte. In bocca a Mosè è messa dal Deuteronomio una frase folgorante per illustrare l' esperienza sinaitica: «Il Signore vi parlò dal fuoco: una voce di parole voi ascoltaste; non un' immagine voi vedeste, solo una voce» (4, 12). In questa linea che privilegia la Parola, la Bibbia è chiamata dalla tradizione giudaica miqra' , cioè «lettura», laddove si ha il rimando al verbo qara' della «proclamazione», così come accade per il Corano, vocabolo che contiene la stessa radicale verbale. In questa luce il rilievo «sonoro» del testo biblico è non solo una questione letteraria ma anche teologica. Suggestivo sarebbe a questo punto scoprire la dimensione «fonetica» della Parola sacra: si ricordi, tra l' altro, che la metrica ebraica non è quantitativa ma qualitativa, cioè affidata all' impasto cromatico armonico e persino descrittivo-denotativo dei suoni. Ad esempio, la professione d' amore della donna del Cantico dei cantici è affidata al filo musicale del suono -î- che indica la personalità dell' io: dodî lî wa' anî lô. .. ' anî ledôdî wedôdî lî, «il mio amato è mio e io sono sua. .. io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2, 16; 6, 3). La Parola è, dunque, voce che parla il linguaggio di Dio. Ma la Parola si cristallizza anche nel Libro per eccellenza, la Bibbia. E' così che il Nuovo Testamento ama l' espressione graphè/graphaì per indicare la Parola di Dio. Si ha qui una puntualizzazione del complesso rapporto tra infinito e contingente, tra Logos e sarx. La Parola, infatti, deve comprimersi nello stampo freddo e limitato dei vocaboli, delle regole grammaticali e sintattiche, deve adattarsi alla redazione di autori umani. Eppure questa rigidità non riesce a raggelare e a spegnere l' incandescenza della Parola. Come accade per l' Incarnazione, anche la Parola rivela due volti, quello della «carne», del limite, della finitudine, e quello del divino, dell' efficacia creatrice, della teofania. A questi due volti, che in pratica continuano il discorso sopra abbozzato, dedicheremo ora la nostra attenzione. La Parola di Dio - come anche la poesia - si avvale di un mezzo povero, quello di una lingua, di un lessico, di regole e fonemi. E' la prigione necessaria della Parola ineffabile per rendersi effabile. E' qualcosa di analogo allo «svuotamento» del Verbo di Dio così come è descritto nell' inno paolino di Filippesi 2, 6-11: «Cristo Gesù, pur essendo di natura divina..., svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo...». La Bibbia si affida alla povertà espressiva di una lingua pietrosa come il deserto, scarna e scabra: è l' ebraico classico che può ricorrere, tra l' altro, soltanto a un arsenale lessicale limitato, composto di soli 5750 vocaboli. Oppure si basa sul greco koinè, ben più modesto della lingua della classicità ellenica. Anzi, lo «svuotamento» procede fino al punto che il nome più importante, quello divino, si contiene in quattro consonanti, JHWH, che rimangono mute, impronunziabili. Al vertice di questo assottigliarsi della Parola, nella miseria umana abbiamo l' esperienza straordinaria del profeta Elia al monte Horeb-Sinai. Dio non appare nel «vento impetuoso e gagliardo da spaccare le rocce», né si configura nel terremoto o nel fulmine di una tempesta assordante. Ma, come dice l' originale ebraico, il Signore si nasconde in una qôl demamah daqqah, cioè in «una voce di sottile silenzio» (1Re 19, 11-12). E' quasi il punto zero dell' annientamento della Parola, eppure quel silenzio è «bianco», cioè racchiude in sé tutti i suoni, le lettere, le sillabe, le parole. E' il «mistero», termine che nella sua radicale greca (myein) suppone il tacere, il chiudere le labbra, non per un' assenza di significati ma per una presenza di vita e di persona. E' così che la Parola divina - come per analogia anche la parola poetica - rivela la sua potenza. Si manifesta come un mezzo sontuoso e, per usare un' espressione di Teilhard de Chardin, si fa «diafanica», cioè diafana e trasparente alla Rivelazione divina. E' questa la potenza riconosciuta al Logos del prologo giovanneo, già evocato, secondo la semantica semitica sottesa. In ebraico, infatti, dabar, «parola», significa contemporaneamente anche «atto, evento». Dire e fare s' intrecciano. E sono, perciò, da assumere cumulativamente e non disgiuntamente o alternativamente, come suppone il poeta, i quattro significati che Goethe nel Faust attribuisce al Logos giovanneo: «das Wort», Parola, «der Sinn», Significato, «die Kraft», Potenza, «die Tat», Atto. Questa efficacia che rende la parola (debole ed esile) capace di manifestare in diafania la Parola suprema si attua soprattutto attraverso il simbolo, nel senso genuino del termine (syn-ballein, «mettere insieme») e non nell' accezione popolare che lo fa sconfinare nella metafora meramente allusiva. Il linguaggio simbolico permette di annodare finito e infinito, contingente e assoluto, temporale ed eterno, umano e divino. Cristo è il g