segnalazioni


Associazione culturale
Amore e Psiche
il portale

posta@associazioneamorepsiche.org

weblog quotidiano
di informazioni
e di segnalazioni
dalla stampa
e dal web
di Fulvio Iannaco
con la collaborazione di
Barbara De Luca

il brano musicale è
Canto di un viaggiatore solitario
da Serenata Mediterranea
di Dimitri Nicolau

I materiali col tempo non più visibili in questa pagina si trovano tutti negli "Archivi": è possibile eseguire una ricerca anche usando "Google Search" qui sotto

cerca in segnalazioni
RSS

Archivi:

03/2003 05/2003 06/2003 07/2003 08/2003 09/2003 10/2003 11/2003 12/2003 01/2004 02/2004 03/2004 04/2004 05/2004 06/2004 07/2004 09/2004 10/2004 11/2004 12/2004 01/2005 02/2005 03/2005 04/2005 05/2005 06/2005 07/2005 08/2005 09/2005 10/2005 11/2005 12/2005 01/2006 02/2006 03/2006 04/2006 05/2006 06/2006 07/2006 08/2006 09/2006 10/2006 11/2006 12/2006 01/2007 02/2007 03/2007 04/2007 05/2007 06/2007 07/2007 08/2007 09/2007 10/2007 11/2007 12/2007 01/2008 02/2008 03/2008 04/2008 05/2008 06/2008 07/2008 08/2008 09/2008 10/2008 11/2008 12/2008 01/2009 02/2009 03/2009 04/2009 05/2009 06/2009 07/2009


Scrivi una e.mail
spazi
spogli
immagini
video
avances

l'associazione
libreria amore e psiche
il sogno della farfalla
l'asino d'oro edizioni
nuove edizioni romane
mawivideo
left
il coraggio delle immagini

Marilena Paradisi
Roberta Pugno
Ada Montellanico
Franca Marini
senzaragione
Dimitri Nicolau
Francesco Venerucci
Alessio Ancillai
Paolo Izzo
i-mag-o
Nereo Benussi
Arturo Tallini
Gianluca Cangemi
Pier Paolo Iacopini
Manilio Prignano
Barbara Sbrocca
ondeblu
Riccardo Macrì
Roberto Fiore
Andrea Minetti
Tommaso Cancellieri
Tony Carnevale
Stefano Frollano
Anna Guerzoni
Roberta Rocchi
Roberto Martina
Sabrina Danielli
Claudio Gambelli
Paolo Cipriani
Francesco Burroni
The Session Voices
Alessandro Ferraro
Folkchannel
Romi Krieger
Floremy
Laura Tondi






Creative Commons License
Questo blog è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.
martedì 14 giugno 2005
senza una teoria la sinistra perde
Ezio Mauro su Repubblica
e Cacciari su L'Unità

 
Repubblica 14.6.05
«o la sinistra trova un'identità culturale o perderà...»

(...)
Nel disorientamento degli italiani davanti alla materia del referendum, le parole della Chiesa, dei neo-con italiani, degli atei clericali hanno pesato di più delle parole di quel pezzo di sinistra che ha sostenuto il "sì", dei suoi leader, dei suoi scienziati. Il centrosinistra, tutto insieme, dovrebbe riflettere: o trova un'identità culturale, visto che è incapace di trovare quella politica, oppure perderà le grandi sfide di questa fase, che nascono tutte dalla battaglia delle idee, più che dagli schieramenti. Non si può reggere una partita in cui la sinistra parla di sé, mentre la destra parla della vita e della morte
(...)

(Il testo integrale dell'articolo di Enzo Mauro dal quale è stato estratto questo stralcio, inviato da Franco Pantalei, è stato inserito più sotto)

L'Unità 14.6.05
«La sinistra ricominci con convinzione a parlare di valori»

(...)
«Io ho criticato duramente l'atteggiamento della Chiesa: che è stato quello di non entrare nel merito. Leggi tutte le interviste che ha dato il cardinale Scola, che è un uomo molto intelligente: non affrontava mai le questioni del referendum, faceva discorsi ad amplissimo raggio, sui rapporti tra etica e scienza, discorsi generali di valori. Il messaggio era: badate, queste norme sono uno spiraglio che si apre di delirante ed ingovernabile autonomia della scienza. Noi discutevamo di una legge concreta, dall'altra parte di valori universali: molto più affascinante, ed anche più comprensibile. Quando uno ti dice: "Ma tu vuoi gli scienziati pazzi?"…»
E chi sbagliava?
«La sinistra, io credo, è troppo giuridico-determinata. Dovrebbe accettare la sfida sui rapporti etica-cultura-scienza. Non lo fa. Non lo fa perché la nostra posizione è davvero quella dell'assoluta autonomia della scienza. Quando io ho cominciato a leggere l'Unità, c'era un personaggio, te lo ricordi?, Atomino…»
Quello che risolveva tutti i problemi del mondo.
«Ecco. Noi veniamo da lì, da Atomino. È debolissimo l'atteggiamento complessivo che la sinistra ha su certi problemi. Decliniamo le posizioni in termini utilitaristici. Cosa diciamo, per difendere la legge sull'aborto, per esempio? “Ma non vuoi che una donna in quelle condizioni non possa abortire?”, “ma vuoi che non sia utile alla donna?”. Dobbiamo cambiare il tiro. Sennò rischiamo davvero che, come negli Stati Uniti, nasca un movimento contro l'aborto».
È il "pensiero debole" della sinistra?
«Lo dico da tempo, ora è sotto gli occhi di tutti. Non possiamo continuare con l'etica della responsabilità. Occorre l'etica della convinzione: ricominciare a parlare di valori».
Certo che dopo aver predicato la fine delle ideologie…
«E meno male. Ma dalle ideologie bisogna passare a sistemi di idee coerenti. Non puoi dire solo: "Io so governare". La gente lo sa già, è per questo che amministri comuni e regioni. Ma siamo a metà dell'opera».
(...)


stasera a Roma e in tv
 
Corriere della Sera 14.6.03
AMBRA JOVINELLI
Santoro e la serata «senzafiltro»

Questa sera alle 20.30, al Teatro Ambra Jovinelli, in via G. Pepe 31, Michele Santoro presenta «Serata Senzafiltro», una sereta evento-spettacolo alla quale partecipano Sabina Guzzanti autrice di «Reperto RaiOt» (libro e dvd editi dalla Bur SenzaFiltro), Saverio Lodato e Marco Travaglio autori di «Intoccabili» (edito dalla Bur Futuro Passato). Nel corso della serata intervengono anche Andrea Camilleri, Giuliana Sgrena, Vauro mentre saranno virtualmente presenti attraverso dei video che hanno inviato Beppe Grillo e Lilli Gruber.

L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti.
La serata sarà trasmessa in diretta sulla tv satellitare Planet e sul circuito nazionale di emittenti Europa7.


è morto Alvaro Cunhal
 
Aprileonline 14.6.05
Alvaro Cunhal, è morto il leader comunista tutto d'un pezzo

Si è spento ieri, all'età di 91 anni, lo storico leader del partito comunista portoghese Alvaro Cunhal. Ne ha diffuso la notizia il suo Pcp "con profondo dolore e commozione". Armando Cossutta ha inviato nella mattinata un messaggio di cordoglio in cui ha espresso le sue più sentite condoglianze ricordando Cunhal per «Il suo impegno tenace in difesa degli ideali del comunismo, che ne fanno una figura straordinaria della storia del movimento operaio e popolare del Portogallo e su scala internazionale».
La sua attività all'interno del Pcp è durata dal 1961 al 1992. Alvaro Cunhal è stato un personaggio che ha condizionato con la sua presenza la resistenza alla dittatura di Salazar finita nel 1969 (per questo, ha scontato 11 anni di carcere). Nel 1940, mentre stava per dare la tesi di laurea in giurisprudenza, venne arrestato dalla polizia. Nella sua biografia ci sono anche una evasione e un esilio le cui tappe furono Parigi e Mosca. Rientrò in patria solo dopo la "rivoluzione dei garofari" del 1974, che fece cadere l'ultimo dittatore portoghese Marcelo Caetano.
Negli ultimi anni si era ritirato dall'attività politica, ma scriveva come sempre sotto lo pseudonimo "Manuel Tiango". Le sue posizioni tradizionalmente favorevoli all'Unione sovietica e all'ortodossia comunista erano entrate in crisi nel 1989, data della caduta del Muro di Berlino. Pablo Neruda gli dedicò un suo componimento intitolato "La làmpara marina".


brevi dal web
 
yahoo!salute 15 giugno 2005
Il dolore è una questione di testa
Il Pensiero Scientifico Editore

Il dolore è nella testa, si dice spesso a chi si lamenta. Non è scorretto se si pensa che tutte le sensazioni della periferia del corpo vengono inviate al cervello e lì integrate e trasformate in fame, gioia o dolore appunto. Per questo molte delle ricerche degli ultimi anni si sono concentrate sulla comprensione di come il il nostro cervello codifichi le sensazioni dolorose provenienti dal corpo.
L’ultimo numero del Journal of the American Medical Association propone, nella sezione prospettive, un articolo firmato da Tracy Hampton che ripercorre le tappe più importanti degli ultimi anni nella comprensione dei meccanismi molecolari che caratterizzano il dolore. La corteccia somatosensoriale primaria è una delle regioni dove giungono le stimolazioni dolorose e, come nei processi relativi alla memoria e all’apprendimento, è stato possibile dimostrare che l’esperienza del dolore può creare delle modificazioni nel cervello in termini di attività metabolica e di plasticità. Il cervello, in sostanza, tratta il dolore come tutte le altre informazioni che riceve e che integra.

A giudicare da queste ricerche l'obiettivo ultimo sarebbe, conoscendo le singole tappe, quello di controllare il dolore magari con cure personalizzate. Una cura specifica per ciascun malato: questa è la promessa più frequente e gettonata della medicina di oggi. La promessa ha un suo fondamento: conoscere le differenze tra individui è fondamentale, per esempio, nella scelta delle terapie per aumentarne l’efficacia.

Ma conoscere il genoma di un individuo o capire come sia strutturata la sua rete neuronale può davvero bastare per curare qualcuno? La sofferenza o la salute sono solo un fatto organico che migliora o peggiora eslcusivamente a seconda del funzionamento di un singolo o un gruppo di geni? Difficile rispondere, certo è che a volte si ha l’impressione che la medicina di oggi abbia più attenzione per la malattia che per il malato.

Fonte.Hampton T. Pain and the brain: researchers focus on tackling pain memories. JAMA

ilmessaggero.it 15 giugno 2005
Malcolm e l’occhio di Kubrick
«Quella pupilla spalancata, un inferno. Stanley era disumano»
FABIO FERZETTI

TAORMINA - Sullo schermo ha fatto di tutto, talvolta buttandosi un po’ via come càpita ai migliori, ma per tutti è sempre l’Alex di Arancia meccanica . Eppure quel personaggio rimastogli addosso come una seconda pelle non è solo opera sua e del genio di Stanley Kubrick. Nossignori, Alex il “drugo” strafatto di Beethoven e di ultraviolenza, Alex lo stupratore ricondizionato per diventare inoffensivo, ha almeno un terzo padre: il grande e semidimenticato Lindsay Anderson, il regista di Se... e di O Lucky Man! , due fra i migliori dei molti film girati da Malcolm McDowell.
Lo racconta lo stesso attore, zazzera candida e bimbetto di 14 mesi al seguito, un incredibile clone in miniatura che del padre ha i capelli ritti (ma rossi!) e il ghigno irresistibile. Quando Kubrick lo scelse come protagonista, McDowell veniva infatti dal successo strepitoso di Se... , storia di rivolta in un college datata 1968 e imparata a memoria dai ribelli di mezzo mondo. Così l’attore portò al suo scopritore il copione, strappato a Kubrick con mille giuramenti di segretezza. E fu Anderson, ammirato e quasi intimorito, a suggerirgli le chiavi per dare vita ad Alex.
«Lindsay era un umanista innamorato di tutti i suoi attori», ricorda McDowell, «un gay represso perché figlio di un generale, ma straordinariamente generoso. Kubrick invece era un satiro, non gli interessavi come persona ma per ciò che potevi dargli, non diceva mai cosa voleva, stava a te trovare la soluzione. Fu Anderson a farmi entrare nel ruolo e a suggerirmi l’eterno sorriso della prima scena, quel personaggio reale ma non realistico è anche un po’ suo, quando morì mi scoprii così legato a lui da riaprire i miei vecchi diari per capirlo meglio. Mentre Kubrick umanamente fu una mezza delusione. Ero molto giovane allora, non pensavo che dopo tante incredibili settimane insieme sarebbe sparito. Invece andò proprio così. Però sapeva cosa voleva e non si fermava davanti a niente».
E qui McDowell rievoca la famigerata scena degli occhi spalancati a forza, girata senza trucco e senza inganno, solo una blanda anestesia per reggere il dolore mentre il medico, un medico vero, ripeteva e ripeteva la sua battuta senza azzeccarla mai, facendo urlare di disperazione il povero attore con i divaricatori sotto le palpebre. «Alla fine ero così esausto che chiesi una settimana di stop. Perché una, fece Stanley, prendine due, ma non abbiamo finito. Infatti due mesi dopo si ricordò dell’inquadratura e ricominciammo con gli occhi sbarrati... Un inferno!».
Naturalmente Arancia meccanica non fu l’unico ruolo difficile. «Anche il mostro di Rostov è stato un osso duro: fare un pazzo cannibale stupratore di bambini non è uno scherzo, pure io ho i miei tabù, sul set di Caligola mi rifiutai di girare la violenza su un bambino anche se Tinto Brass mi dava del puritano e il produttore Franco Rossellini mi diceva di aver visto ben altro nei privé di New York. Le sfide mi piacciono, ma il russo cannibale di Evilenko mi gettò nella depressione finché non trovai la sua verità, capii che una volta tanto dovevo costruirlo dall’esterno, non dall’interno, e riuscii ad “amare” anche lui».
Tanto che ora McDowell si prepara a girare un altro film con David Grieco, titolo provvisorio Secret Loves , cast internazionale e storia più che torbida con uno psicanalista forse innamorato della figliastra. Si gira a Casablanca, intanto l’attore cresciuto nella Liverpool dei Beatles («Andavo ad ascoltarli al Cavern quando non c’era ancora Ringo»), città cosmopolita e ricca di uno humour tutto suo, pensa alla sua autobiografia. Titolo: O Lucky Man! , naturalmente, perché questo si ritiene anzitutto McDowell. Un uomo fortunato.

laprovinciadicomo.it 15 giugno 2005
Quattro dottori accusati di errata diagnosi
il Pm chiede la condanna «Sbagliarono: 8 mesi ai medici»


ERBA Rischiano otto mesi di reclusione, quanti ne ha chiesto il Pm Vanessa Ragazzi, più il pagamento delle spese legali, e un risarcimento «congruo», come lo ha definito l'avvocato di parte civile Edoardo Pacia, quattro medici comaschi: Guido Giovanni Benini, neuropsichiatra al Sant'Anna di Como, Marco Brenna, dell'ospedale Fatebenefratelli di Erba; il neurologo Franco Maria Di Palma, del Sant'Anna di Como; lo psichiatra Mariano Sergio Tomaselli, primario alla villa San Benedetto di Albese con Cassano. Finiti sotto processo ieri a Erba con l'accusa di non avere riconosciuto che quello che colpì Maria Teresa Tramacere, 48 anni di Lipomo, nel 1998 non era una forte depressione, che le impediva di parlare causandole uno stato di afasia, bensì un'ischemia cerebrale. Un dramma doppio quello vissuto dalla signora Tramacere, che il 6 luglio 1998, in un incidente stradale in provincia di Parma perse la figlia, e un paio di giorni dopo l'uso della parola, colpita da un ictus che dai medici ora finiti sotto accusa per lesioni personali colpose, sarebbe stato riconosciuto e curato come un disturbo di natura psichica e non organica. «Il sintomo più allarmante, l'afasia, è stato sottovalutato – hanno ricostruito nella loro deposizione il professor Antonio De Santis, professore associato alla cattedra di Neurochirurgia dell'università degli studi di Milano e il dottor Michele Dufour, dell'istituto di medicina legale della clinica Mangiagalli di Milano, consulenti tecnici nominati dal giudice Giuseppe Vanore – la signora aveva riportato un trauma cranico in seguito all'incidente in cui era morta la figlia, di sicuro i suoi sintomi potevano dare luogo a più diagnosi diverse tra di loro; resta da capire come mai i medici abbiamo deciso di scartare a priori l'ipotesi dell'ischemia grave, che tra l'altro anche a livello patologico meritava più attenzione, per la nevrosi. Sarebbero bastati dei semplici esami, una nuova Tac ad esempio, rispetto a quella disposta a Parma subito dopo l'incidente, per avere un quadro clinico chiaro». Queste le ragioni della responsabilità penale per i quattro medici coinvolti i quali, secondo il Pm Ragazzi, sono da ritenere responsabili anche per aver ritardato, con la cura errata e l'utilizzo massiccio di antidepressivi e antipsicotici, il normale decorso della ischemia che aveva colpito la donna. In aula ieri a difendere uno degli imputati, il dottor Benini, anche l'onorevole Gaetano Pecorella, l'avvocato di Silvio Berlusconi, che ha chiesto l'assoluzione del suo assistito facendo valere il fatto che, dal quadro clinico all'epoca presentato, l'unica conclusione che uno psichiatra avrebbe potuto trarne era una grave forma di depressione. Il giudice ha aggiornato l'udienza al 12 luglio.

ilmanifesto.it 14 giugno 2005
Piazza Fontana, il baratto oscuro del silenzio
Torna in libreria, edito da Selene, Il segreto della Repubblica del giornalista Fulvio Bellini, pubblicato nel '78 e subito sparito. Una ricostruzione scomoda, basata sulle fonti dell'intelligence britannica
GIORGIO BOATTI

C'è stata davvero, in quel martedì 23 dicembre 1969, la riunione al Quirinale che ha sancito l'infrangibile patto al silenzio, stretto tra Moro e Saragat, attorno alla strage di Piazza Fontana avvenuta il venerdì di due settimane prima? Un patto, anzi un baratto, dove l'imperseguibilità dei responsabili dell'attentato - sedici morti e la storia di un paese dirottata verso gli anni di piombo - veniva permutata, in nome del ritorno alla normalità democratica, con la rinuncia alla proclamazione dello stato d'emergenza patrocinata dal «partito americano» che s'innervava dal Quirinale, a parte della Dc, sino ad alcuni settori degli apparati militari. Per Fulvio Bellini, giornalista legato sin dai tempi della lotta di Resistenza all'intelligence inglese, il baratto - di fatto un accordo di minacciosa e reciproca tregua fra due schieramenti quanto mai opposti - c'è stato. E Bellini lo afferma non da oggi. Secondo la sua ricostruzione, affidata al libro Il segreto della Repubblica. La verità politica sulla strage di Piazza Fontana, che dopo più di un quarto di secolo ritorna in libreria, edito da Selene (pp. 182, euro 13), il copione della strage, attuata dalla cellula neonazista padovana, doveva essere il prologo di una svolta politica autoritaria. Un diktat in sintonia con la determinazione, espressa dal presidente della Repubblica Saragat all'inizio di quel 1969, durante la visita di stato a Roma di Nixon e Kissinger, di opporre una barriera invalicabile all'offensiva della contestazione operaia e studentesca.

Gli stragisti erano convinti di poter provocare, con il massacro milanese, misure eccezionali per l'ordine pubblico, sino alla sospensione delle garanzie costituzionali, che il presidente del consiglio Rumor, su sollecitazione della presidenza della Repubblica, avrebbe dovuto adottare a partire dalle ore successive alla strage. Bellini spiega nel suo libro - costruito su fonti dell'intelligence inglese, già ampiamente conosciute ma forse pigramente sottovalutate nel parossistico svolgersi dei fatti di quel dicembre 1969 e nelle infuocate polemiche che ebbero luogo negli anni seguenti - come Moro, appoggiato non solo dalle sinistre democristiane ma anche da un Andreotti schierato con decisione al suo fianco, rifiutasse ogni scenario di radicalizzazione. Come quello dell'ipotesi di elezioni anticipate avanzato da Saragat e dalle correnti che, all'interno della maggioranza Dc, si riconoscevano in Rumor.

Favorevole al rilancio del centrosinistra e alla strategia dell'attenzione verso il Pci, Moro era certamente consapevole dell'angoscioso ingranaggio a orologeria introdotto da queste posizioni all'interno del delicatissimo equilibrio politico italiano, e avvertiva il procedere di un meccanismo scandito non solo dalla radicalizzazione dello scontro sociale ma anche, sempre più esplicitamente, dall'inserimento - da parte della catena di comando che si ispirava al «partito della destabilizzazione» - della variabile degli attentati. Bombe che erano passate, nel giro di pochi mesi, da quelle «simboliche» di Padova e Milano a quelle ben più devastanti sui treni, dell'agosto del 1969. E che nel dicembre toccarono il loro tragico approdo con l'ordigno alla Banca Nazionale dell'Agricoltura.

Chiave di volta - troppo ignorata forse in molte ricostruzioni successive - fu il duro dibattito che all'interno del consiglio nazionale della Dc, si tenne nelle settimane precedenti quel 12 dicembre e che aveva contrapposto la maggioranza che faceva capo a Rumor al variegato schieramento che aveva il suo punto di riferimento in Moro. Qualcuno, in Italia e fuori, aveva ritenuto di poter contare sul fatto che Rumor, come presidente del consiglio, davanti al progressivo dilagare della violenza, non avrebbe potuto sottrarsi all'intimazione di sospendere la Costituzione e, dunque, di avviare il Paese verso una sorta di «golpe bianco».

Le ore decisive dovevano essere quelle successive alla strage quando, all'aprirsi della nuova settimana, mentre attraverso un orchestrato cancan mediatico doveva essere individuato nell'anarchico Valpreda il presunto responsabile della strage, altri eventi erano in programma. In particolare, in prossimità dei funerali delle vittime, tenuti nel Duomo di Milano, si sarebbe dovuta scatenare la piazza di destra, affiancata da organizzazioni paramilitari, contro le formazioni giovanili e le organizzazioni politiche e sindacali della sinistra. Non fu così, perché la Milano democratica e antifascista rispose con corale, impressionante compostezza. Secondo Bellini Rumor si sottrasse, non senza difficoltà, alle pressioni di Saragat di promulgare, sin da sabato 13 dicembre, le leggi speciali. Il presidente del consiglio prima addusse la volontà di essere presente ai funerali milanesi, e quindi, vista l'inequivocabile risposta della metropoli lombarda, tornò a Roma sempre meno convinto - ammesso e non concesso lo fosse mai stato - dell'ipotesi di varare lo stato d'emergenza.

Per giorni, tra i palazzi romani, si svolse un durissimo braccio di ferro e, alla fine, sostiene Bellini, si arrivò al compromesso del 23 dicembre, stretto tra Saragat e Moro: il primo avrebbe rinunciato alla svolta autoritaria, compresa l'ipotesi di scioglimento delle Camere e di ritorno al centrismo. Ma, in cambio, le componenti democristiane legate a Moro e a Andreotti, si adattarono a tacitare le voci e le prove sempre più nette (avanzate dall'Arma, dal nucleo di polizia giudiziaria dei carabinieri di Roma e da un memoriale dello stesso Sid) sulla matrice fascista della strage, accettando invece di mollare le briglie all'Ufficio Affari Riservati dell Ministero dell'Interno affinché, in sintonia con i copioni messi in scena tra Milano e Roma, continuasse la rappresentazione della colpevolezza degli anarchici, tra i quali, oltre al gruppo arrestato attorno a Valpreda, si era anche registrata la morte traumatica del ferroviere Pinelli, trattenuto illegalmente presso la questura di Milano. Un patto al silenzio di cui in qualche misura fu reso edotto, secondo Bellini, anche il vertice del Pci. Tutto questo scenario deve essere risultato scomodo a molti. Rendeva difficile, anche per l'opposizione, tracciare una linea netta delle responsabilità maturate all'interno del Palazzo che, in realtà, risultava ben più frammentato e contrapposto di quanto si pensasse.

Bellini aveva già raccontato tutto questo sul finire del 1978, proprio all'indomani dall'assassinio di Moro, in un'edizione di questo libro apparsa presso uno sconosciuto marchio editoriale milanese, Flan, che celava l'identità dell'autore sotto il nom de plume di Walter Rubini. Per la verità le edizioni Flan avevano, in precedenza, pubblicato assai pochi libri. Erano nate, nel 1970, per portare alla luce un volume piuttosto scomodo e ormai del tutto introvabile, anche se era servito da canovaccio a un film di successo, Il caso Mattei di Francesco Rosi: quel primo libro, scritto sempre da Fulvio Bellini, assieme ad Alessandro Previdi, era intitolato appunto L'assassinio di Enrico Mattei. Un'eliminazione, quella del presidente dell'Eni, addebitata esplicitamente dagli autori a una pianificazione che avrebbe saldato spezzoni della «razza padrona» italiana a diramazioni degli apparati spionistico-mafiosi d'oltre Atlantico. Anche questo libro, come quello del 1978, praticamente sparì subito dalle librerie, se mai ci arrivò. E nessuno ne parlò. Due libri, dunque, apparentemente minori e tuttavia in qualche modo significativi, non solo per le tesi che avanzano ma per le modalità editoriali con cui vennero alla luce.

In quest'ultima edizione de Il segreto della Repubblica il prefatore Paolo Cucchiarelli e uno dei figli di Bellini, Gianfranco - fratello di quell'Andrea Bellini di cui Marco Philophat ha narrato le gesta ne La banda Bellini (Shake edizioni) - si affiancano all'autore e lo aiutano a meglio inquadrare il tutto. Emerge così come questo libro, nella sua uscita del 1978, dovesse essere pubblicato non presso un marchio editoriale sconosciuto ma dalla Feltrinelli, che aveva già pagato un anticipo. E questo per espliciti accordi presi con Gian Piero Brega, direttore della casa editrice di via Andegari dopo la scomparsa di Gian Giacomo. Poi, con i fatti di via Fani e l'uccisione di Moro, si ritenne invece che ci fossero ragioni per dare al testo, e alle tesi assai scomode di Bellini, un altro destino. E a Flan, sconosciuto marchio editoriale, si affidò il «segreto della Repubblica».


APCOM 14.6.05

REFERENDUM
RONCONI: ORA BISOGNA ADEGUARE LA LEGGE SULL'ABORTO

Gli italiani non sono più quelli che approvarono la 194

Roma, 14 giu. (Apcom) - "Dopo il fallimento del referendum ora bisogna adeguare la 194", ossia la legge sull'aborto. Ne è convinto il senatore Udc, Maurizio Ronconi, che suggerisce di "esaltare la prevenzione e l'educazione piuttosto che l'interruzione della gravidanza".
Per il senatore centrista "i tempi sono cambiati" e "gli italiani non sono più quelli che approvarono la la 194; sono maturati, hanno dimostrato una nuova capacità di riflessione e una sensibilità diversa rispetto al passato e di questo il Parlamento dovrà tenerne conto".

corriere.it 14 giugno 2005
Verso un cura per alcune malattie degenerative come il Parkinson
Usa: moltiplicate cellule staminali cerebrali
Per la prima volta dei ricercatori dell'Università della Florida sono riuscita a far sviluppare dei neuroni umani da reimpiantare

MIAMI (USA) - Un nuovo passo avanti nella ricerca di una terapia per malattie ora incurabili. Scienziati dell'Università della Florida hanno infatti annunciato di aver trovato un modo per individuare cellule staminali nel cervello e moltiplicarle. La scoperta potrebbe aprire la strada a nuove terapie nella lotta a malattie degenerative, come il Parkinson.
L'ESPERIMENTO - I ricercatori, che hanno condotto esperimenti sui topi, hanno studiato le staminali, cellule-madri che si trovano in tutti i tessuti, ma che sono difficili da identificare. In teoria, una volta isolate e coltivate sotto le giuste condizioni, esse possono dar vita a tipologie del tessuto desiderato. Le cellule staminali adulte possono provenire dal paziente stesso, senza dover ricorrere ai donatori. «Abbiamo usato un microscopio speciale - ha detto Dennis Steindler, che ha lavorato allo studio dell'Università della Florida - che ci permette di vedere le cellule vivere per lunghi periodi di tempo, per cui abbiamo effettivamente constatato che le staminali danno vita a nuovi neuroni. Probabilmente un metodo diverso potrebbe riuscire a individuare la madre di tutte le cellule staminali, noi siamo fiduciosi».
PRODUZIONE CELLULARE - I ricercatori hanno anche spiegato in modo in cui queste cellule vengono moltiplicate. «È come una catena di montaggio per fabbricare e accrescere il numero di cellule cerebrali», ha detto Bjorn Scheffler, un neuroscienziato dell'Università della Florida. «Possiamo prendere queste cellule e congelarle fino a quando ne avremo bisogno. Poi possiamo scongelarle, dare il via a un processo di generazione delle cellule, e produrre una tonnellata di nuovi neuroni».

ilmessaggero.it 14 giugno 2005
Festival di Shanghai
“Ora e per sempre”
Con il grande schermo l’Italia è vicina alla Cina

dal nostro inviato GLORIA SATTA

SHANGHAI - Bisognava venire fino in Cina per rendersi conto che esiste un cinema italiano snobbato in patria ma capace di farsi onore nel mondo. Ci volevano gli applausi di una platea dagli occhi a mandorla, l’assedio dei giornalisti locali e l’interesse dei distributori per capire che, malgrado la crisi, non dobbiamo perdere le speranze. La prova? Il successo che ha accolto all’ottavo festival di Shanghai Ora e per sempre di Vincenzo Verdecchi, unico film italiano in gara mentre altri quattro ( Fame chimica di Vari e Bocola, L’estate di mio fratello di Reggiani, Tredici a tavola di Oldoini e L’iguana di McGilvray) partecipano fuori concorso a questa rassegna che richiama pubblico e addetti ai lavori da tutta l’Asia. All’ombra dei grattacieli che di mese in mese si moltiplicano come funghi, Ora e per sempre ha colpito al cuore Shanghai, la metropoli-laboratorio della Cina che cambia. E’ un film atipico: con garbo e sentimento (e gli ottimi interpreti Gioele Dix, Dino Abbrescia, Giorgio Albertazzi, Luciano Scarpa, Kasia Smutniak) racconta una storia sospesa tra passato e presente che parte da un capitolo indelebile della storia italiana (l’incidente aereo che nel ’49 a Superga sterminò la gloriosa squadra del Torino) per parlare del valore della memoria, dell’identità nazionale, dei rapporti tra generazioni, della passione per il calcio intesa come metafora della vita. E pensare, racconta il produttore Alessandro Verdecchi, fratello del regista, «che in Italia nessuno lo voleva: così tre mesi fa mi sono distribuito il film da solo, sfidando i grandi gruppi e i kolossal Usa. Malgrado le buone critiche, è stato smontato subito. E’ dura la vita dell’indipendente...». Alla fine della proiezione, lo sceneggiatore Carmelo Pennisi (lo stesso del Karol Wojtyla tv) si ritrova tra le mani il biglietto da visita di un paio di produttori cinesi, che sollecitano proposte. Alla conferenza stampa, fioccano le domande: i giornalisti vogliono sapere cos’è stata la guerra, che significa l’amore per una squadra, il rapporto con il passato. Abbrescia rivela: «Non sono mai stato un tifoso, ma sul set ho capito la passione per il calcio». Verdecchi si rivolge ai cinesi: «Voi che avete una grande storia alle spalle, sapete quanto è importante il passato per costruire il futuro».
Adriana Chiesa, neo-amministratore delegato di Filmitalia, guida la delegazione tricolore a Shanghai. E’ soddisfatta: «Il successo qui di Ora e per sempre è la prosecuzione del cammino iniziato a Tokyo, dove il nostro cinema ha avuto un’accoglienza straordinaria». «Bisogna puntare sempre più sui mercati d’Oriente», dice il presidente della società, Giovanni Galoppi. Ieri sera, mentre Verdecchi e gli altri festeggiavano, il film è stato comprato dalla tv cinese.

ilmessaggero.it 14 giugno 2005
Payami: «Il mio film “contro”, per combattere le censure»
di ROBERTA BOTTARI

ROMA - Mentre noi parliamo di censura, il film in questione, Silenzio tra due pensieri di Babak Payami, non è stato vietato ai minori: è stato proprio sequestrato, dal governo iraniano. Il regista è stato arrestato e costretto a fuggire dal paese mediorientale. «Ancora oggi - afferma Babak Payami - nessuno mi ha comunicato ufficialmente le ragioni del sequestro dell’originale e, quando ho chiesto chi mi interrogava se aveva visto il mio film, ha risposto che non ce n’era bisogno...». Silenzio tra due pensieri arriva finalmente in Italia, grazie all’Istituto Luce, che lo distribuisce in una quindicina di copie da venerdì. Presentato 2 anni fa alla Mostra di Venezia, si tratta del terzo film del cineasta, dopo One more day e Il voto è segreto . Il negativo è ancora in mano alle autorità locali, quello che vediamo dunque è ciò che il regista era riuscito a mettere in salvo prima del sequestro. Ogni volta che lo vede, Payami, viene colto da violenti mal di stomaco: «Non è il mio film, è quel che resta. Ma serve a far conoscere una realtà». Il film racconta la storia di una donna che viene risparmiata da un’esecuzione, perché vergine. Secondo una credenza, le vergini, se muoiono, vanno in Paradiso. E i killer non la vogliono solo morta: la vogliono anche dannata. Si pone così un bel problema. Per risolverlo, il leader spirituale costringe il boia a sposare la ragazza affinché, consumato il matrimonio, si possa finalmente procedere con l’esecuzione. Ma l’uomo, difronte alla vittima-moglie, precipita nel dubbio. «Il silenzio del titolo - spiega il regista - è il momento in cui un individuo, o un’intera società, si risveglia da una convinzione cieca. Questo mio film è un viaggio nell’indecisione. Non parla di religione, ma di come questa può essere utilizzata per ingannare la gente: non mi stupisce che in Iran non lo abbiano gradito. Ma queste forme di repressioni sono inutili. L’ho detto anche a chi mi ha interrogato: prendetevi questo film e io ne girerò un altro, arrestatemi e un altro regista lo farà al posto mio. Comunque vada, sarò io a vincere questa battaglia».

helpconsumatori.it 13 giugno 2005
Somministrazione psicofarmaci a minori:
a Roma medici e politici contro reintroduzione Ritalin


Si è tenuto oggi dalle ore 10 il Convegno finale "Diversamente vivaci. Il disagio dei bambini e la sindrome da iperattività tra invenzione nosografica e realtà biologica" promosso dall'On. Tiziana Biolghini, Consigliere Delegato alle Politiche dell'Handicap della Provincia di Roma.
Il convegno ha affrontato un tema attuale ed ha rappresentato un momento di dibattito e sensibilizzazione sul diritto alla salute dei bambini per favorire una corretta informazione sull'abuso nella somministrazione di psicofarmaci a bambini ed adolescenti.

Un decreto ministeriale del 22 luglio 2003 ha inspiegabilmente trasformato il Ritalin da sostanza stupefacente a psicofarmaco prescrivibile a bambini ed adolescenti affetti dalla cosiddetta sindrome Adhd (disturbo da deficit da attenzione e iperattività) sulla cui reale esistenza la comunità scientifica mondiale resta divisa. Un'anfetamina con oltre 2900 effetti collaterali che crea dipendenza nei soli Stati Uniti a più di 8 milioni di bambini, destinata a curare una malattia sulla cui reale esistenza la comunità scientifica resta divisa. Nel corso del convegno il Professor Luigi Cancrini (Direttore dell'Istituto terapie familiari) ha sottolineato che "il disturbo del bambino, affetto dalla cosiddetta sindrome da iperattività, va sempre esplorato in rapporto al contesto in cui si determina. Il bambino segnala con i suoi sintomi un disagio interpersonale che va conosciuto ed al quale va posto rimedio". Il prof. Cancrini ha inoltre affermato che "i bambini cosiddetti iperattivi hanno bisogno di orecchie che ascoltano e non di terapie farmacologiche che inibiscono la capacità di esprimere il disagio e che vengono vissute come un invio a nascondere il proprio disagio ed a tacere. Il bambino non ha abbastanza forza per far sentire la propria voce". "l'assistenza ai minori - ha concluso Cancrini - richiede forti investimenti socio-sanitari ed una cooperazione tra gli attori coinvolti".

Il Farmacologo Giuseppe Dimito ha dichiarato che tra gli effetti del Metilfenidato (molecola del Ritalin) una vera e propria sostanza stupefacente ci sono sintomi gravissimi tra cui: "aumento della frequenza cardiaca, rilasciamento della mucosa bronchiale ed intestinale, dipendenza dal farmaco con necessità di dosi sempre più elevate ed aumento proporzionale di gravi danni a reni, cuore e cervello. La sospensione dl Ritalin ha effetti ancora più gravi, tra questi: depressione psichica, ottundimento, abulia e profonda depressione.

L'Onorevole Biolghini ha concluso i lavori del convegno affermando la necessità di " creare un coordinamento di associazioni, enti, operatori scolastici e famiglie che siano in grado di vigilare sulla reintroduzione di un farmaco tanto pericoloso. Sedare i bambini con uno psicofarmaco-droga come il Ritalin significa rinunciare ad ascoltare il legittimo disagio dei bambini e zittirlo con una pillola." "Noi - ha concluso Tiziana Biolghini- non rinunceremo mai a vedere tutti i bambini, nessuno escluso, come una vita in crescita piena di possibilità che non devono e non possono essere frustrate. Ai nostri bambini dobbiamo dare ali per volare e non farmaci per dormire."


storia della psicologia
Intelligenza e Q.I.

 
Il Giornale di Brescia 14.6.05
Cent’anni fa fu ideata la scala per valutare le facoltà intellettive
L’INTELLIGENZA A GRADINI
Michela De Santis

Che cos’è l’intelligenza, e che rapporti ha col sentimento? Essa s’identifica con la capacità tecnica o con la creatività artistica, con la facoltà di ricordare o con quella di innovare, con la razionalità o con l’immaginazione? Sin dai tempi di Platone pensatori e scienziati si sono posti simili domande, oggi tornate d’attualità grazie anche alla comparsa di discipline come l’intelligenza artificiale, che si propone di «insegnare» alle macchine a comportarsi in maniera, appunto, intelligente, o la filosofia della mente, che studia la natura delle funzioni mentali nel loro rapporto con corpo, anima e coscienza. Il primo che diede una risposta formale a questi interrogativi fu però Alfred Binet, lo psicopedagogo francese che nel 1905 inventò, insieme a Théodore Simon, la scala detta «Binet-Simon», o scala d’intelligenza. A questo traguardo Binet arrivò seguendo un percorso insolito, prendendo prima una laurea in diritto e poi studiando scienze alla Sorbona di Parigi; e solo nel 1883 decise di dedicarsi alla psicologia, quando cominciò a lavorare alla Salpêtrière di Parigi al fianco di Jean-Martin Charcot, che in quegli anni sperimentava le sue teorie sull’ipnosi. Binet fu molto colpito da quelle pratiche da lui definite di «psicologia morbida», ma ben presto fu chiaro che esse non avrebbero mai ottenuto l’avallo della comunità scientifica, e questo lo spinse a dirottare in altre direzioni i suoi studi, e in particolare verso la psicologia dello sviluppo che iniziò ad approfondire soprattutto dopo la nascita delle sue due figlie, Madeleine e Alice, nate rispettivamente nel 1885 e nel 1887. Le due povere bambine non potevano immaginare che le continue prove di memoria, di attenzione e di immaginazione cui il padre le sottopose per anni sarebbero servite per dare alla luce una teoria psicologica pregna di conseguenze. Le differenze che Binet notò tra le due figlie - l’una dotata di spiccate capacità logiche ma di scarsi immaginazione e interesse per il mondo esterno, l’altra invece di una fervida immaginazione ma poco capace di articolare ragionamenti rigorosi e tendente a chiudersi in un proprio mondo interiore - lo spinsero ad ampliare le sue ricerche a un campione più largo, per trovare una ragione delle diverse qualità intellettuali che distinguono una persona dall’altra. A questo fine nel 1889 aprì un laboratorio di psicologia sperimentale in una scuola parigina, dove ebbe modo di elaborare una teoria dei «tipi» psicologici fondata sulla dicotomia fondamentale tra il tipo «soggettivo» e quello «oggettivo», che più tardi avrebbe influenzato anche Carl Gustav Jung. Fu così che Binet, che nel frattempo aveva dato alle stampe opere come Le alterazioni della personalità e Introduzione alla psicologia sperimentale e fondato la prima rivista francese di psicologia, L’Année psychologique, si fece un nome nell’ambiente accademico ed entrò nella commissione che nel 1904 fu incaricata dal governo di mettere a punto un metodo per distinguere i ragazzi meno dotati da quelli che rientravano nella media, al fine di istituire delle scuole speciali per i più limitati. A quell’epoca Binet aveva tra i suoi allievi nel laboratorio di pedagogia un giovane dottorando, Théodore Simon, e fu con lui che, nel 1905, mise a punto la scala oggi nota come la «Binet-Simon». Essa era composta da trenta compiti di crescente difficoltà, corrispondenti alle capacità tipiche di ogni età. I più facili consistevano nel seguire un segnale luminoso o nello stringere la mano dell’esaminatore; quindi si richiedeva ai ragazzi di nominare parti del corpo, ripetere frasi o serie di tre cifre, comparare coppie di oggetti, riprodurre disegni a memoria, costruire proposizioni a partire da determinate parole. Sulla base di questi test Binet sviluppò il concetto di «età mentale», per cui un bambino era dotato di un’intelligenza corrispondente ai tre anni se riusciva a risolvere la metà dei test sottoposti ai bambini di quell’età, di quattro anni se superava almeno la metà delle prove pensate per la sua età, e così via. L’entità di un eventuale ritardo mentale era misurata utilizzando la differenza tra l’età mentale del bambino e quella cronologica. Questo metodo, però, era poco preciso, perché non dava conto dell’effettiva entità del ritardo, che poteva essere più o meno grave a seconda dell’età del ragazzo: un ritardo di due anni in un bambino di cinque, ad esempio, indica un limite intellettivo più serio dello stesso ritardo osservato in un quattordicenne. Dopo la morte di Binet, avvenuta a Parigi nel 1911, quel problema fu superato usando, invece della differenza, il rapporto tra l’età mentale e l’età cronologica. È questo rapporto che, moltiplicato per cento, viene comunemente chiamato QI, quoziente d’intelligenza. Oggi tale quoziente, insieme alla scala «Binet-Simon» e alle sue successive elaborazioni, è usato dagli psicologi di tutto il mondo per valutare le facoltà dei loro pazienti, dai datori di lavoro per la selezione del personale, dalle forze armate per stabilire se gli aspiranti allievi siano adatti alla vita militare. In un’epoca in cui i filosofi parlano di «intelligenze multiple» o «intelligenze collettive» non mancano i detrattori di una teoria che pretende di ridurre la più complessa delle facoltà umane a un mero valore numerico. E tuttavia questo principio è alla base di alcune frontiere della scienza contemporanea, dalla già citata Intelligenza Artificiale alle ricerche sulle reti neurali. Binet stesso era consapevole dei limiti della sua teoria. Sapeva bene che esistevano diversi tipi d’intelligenza - che egli definì genericamente come la facoltà di giudizio, detta anche «buon senso, senso pratico, capacità d’iniziativa o di adattarsi alle circostanze», - e che dopo aver individuato una scala capace di compararli dal punto di vista quantitativo, sarebbe stato necessario anche elaborare un criterio di classificazione di stampo qualitativo. Sapeva anche che l’efficacia del suo strumento variava a seconda delle culture, e che esso poteva prestarsi ad avallare teorie che con la scienza non avevano nulla a che fare. L’americano Henry Goddard, ad esempio, si servì della scala di Binet per dimostrare come la maggior parte degli ebrei, degli ungheresi e degli italiani fossero «deboli di mente», offrendo un argomento alle campagne dei conservatori per la limitazione dell’immigrazione negli Stati Uniti. Per non parlare del modo in cui la scala d’intelligenza, insieme a pseudoscienze come la frenologia e la fisiognomica, fu usata dai nazisti per fondare lo sterminio degli ebrei e degli zingari. Conseguenze che Binet non ebbe modo di vedere, ma che doveva aver previsto, dal momento che aveva affermato: «La scala metrica non è strumento che può essere messo nelle mani di un imbecille».


Gabriel Levi sulla depressione post-partum
 
La Stampa 14 Giugno 2005
LA DEPRESSIONE DEL «DOPO PARTO»
MADRI ASSASSINE
VACCINO PSICOLOGICO

Gabriel Levi
Ordinario di Neuropsichiatria Infantile alla Sapienza di Roma

UNA donna uccide il proprio bambino entro poche ore dopo il parto gettandolo in un bidone di spazzatura. Non voleva avere e tenere un figlio. Ci si chiede perché non è ricorsa, nei tempi utili, all'interruzione di gravidanza. Si invoca una comprensione psicologica della sua situazione, ma non si parla di malattia mentale.Un uomo uccide il proprio bambino Si ricostruisce una storia di abusi e maltrattamenti, spesso anche verso la madre del bambino. Altre volte emerge un conflitto coniugale e l'infanticidio risulta collegato con un gesto di vendetta. Si parla di un modello maschile-padronale fallito. Non si parla di malattia mentale.
Una donna uccide il figlio entro i primi anni di vita. All'improvviso, dopo un periodo di cure che sembrano affettuose. Qualche volta si individua una situazione di solitudine. Qualche volta non si trova un bel niente. L'opinione pubblica si divide: gli innocentisti sostengono che un figlicidio senza storia è impossibile e quindi non è stata la madre; i colpevolisti sostengono che è stata la madre, anche se non se ne capiscono i motivi. In ambedue i gruppi, affiora spesso l'ipotesi della malattia mentale. Primo argomento: una madre può uccidere il figlio soltanto se non sa quello che fa. Secondo argomento: moltissime donne sono depresse dopo il parto e questa lo è stata molto di più, ma nessuno se ne è accorto.
Su quest'ultima discussione vorrei tentare un approfondimento, in una prospettiva che consenta qualche differenziazione. Altrimenti per assolvere la donna di cui si discute, demonizziamo tutti i malati di mente. Oppure spaventiamo tutte le puerpere, incupendo il significato delle loro comuni preoccupazioni.
Possibile che dopo il parto tutte le donne siano in odore di pazzia? Possibile che non esista un salto di qualità tra la crisi esistenziale del dopo parto e la caduta nell'infanticidio?
Le risposte non possono essere esaurienti, ma almeno indicative.
Il periodo del dopo parto raccoglie molte fantasie, speranze e paure delle donne: 1) il desiderio di far nascere un bambino ideale e la paura di partorire un bambino difettoso; 2) il desiderio di essere una mamma bravissima e la paura di non esserne capace, perché inesperta e stanca; 3) il desiderio di conciliare maternità, sessualità e obiettivi di vita e la paura di dover rinunciare ad una parte di se stessa.
Immediatamente dopo il parto queste speranze e queste paure si fondono con la nuova necessità di trovare rapidamente un ritmo comune con il figlio. Le preoccupazioni del dopo parto hanno una base biologica piuttosto simile a quella dell'innamoramento. E' molto difficile che una semplice accentuazione di questo quadro si ritrovi in una infanticida. Al contrario (anche quando il quadro è accentuato) l'elaborazione di queste paure può essere persino un «vaccino psicologico» contro successivi problemi.
Le situazioni molto diverse sono quelle della psicosi post partum e quella dell'infanticidio improvviso, dove esiste un cambio del nucleo problematico.
Nella psicosi post partum, che insorge nelle prime quattro - sei settimane, la donna si sente minacciata nel suo ruolo di madre. Quando allontana il bambino lo fa anche per questo motivo. Nei deliri di queste donne compare spesso la figura di una madre ideale e derubante. La donna vuole avere un figlio ma questa realtà la espone, per un breve periodo, ad un collasso di personalità. In questi casi, la fantasia dominante è che crescere un figlio porta la donna a sentirsi una figlia colpevole. La continuità tra la psicosi post partum e infanticidio è dubbia.
La situazione dell'infanticidio improvviso va confrontata con le potenzialità suicide della donna. Potenzialità suicide che sono quelle di ogni persona e che sono attivate da tutta la sua storia. Non a caso per ogni donna che uccide soltanto il figlio ce n'è un'altra che si uccide con il figlio. Nella dinamica dell'infanticidio va compreso proprio questo: come e perché la donna espelle nel bambino una parte di se stessa vissuta come negativa, forse per far nascere ed una parte di sé nuova. In questi casi il nucleo psicologico profondo sta nello specchio in cui la donna si riflette. Il bambino non esiste, in quanto tale, come figlio.
Una chiave di lettura più positiva: ogni madre per vivere e far vivere il proprio bambino deve diventare anche figlia del proprio figlio. E cioè deve riconoscerlo, da subito come un individuo. Vale anche per il padre. E questo è un argomento in più.


bullismo: uno su tre
 
Gazzetta di Parma 14.6.05
Bambini e adolescenti: uno su tre coinvolto nel fenomeno del bullismo

ROMA Uno su tre tra bambini e adolescenti è coinvolto nel «bullismo». Prepotenza, spavalderia e violenza psicologica e non solo, sono in crescita nei piccoli italiani, secondo l'ultima indagine di Telefono azzurro. Esaminando un campione di quasi 3.500 ragazzi tra 7 e 18 anni, l'associazione che si occupa dell'infanzia ha rilevato che il 35,4% risulta essere coinvolto nel drammatico fenomeno. Per «bullismo», spiega Telefono Azzurro che ha messo a punto una guida per insegnanti e genitori, si intende un'oppressione, psicologica o fisica, ripetuta nel tempo, perpetrata da un soggetto dominante nei confronti di un altro percepito come più debole. E' un fenomeno che se non affrontato con competenza, rischia di compromettere il normale percorso di crescita di moltissimi ragazzi, e individua nella famiglia e nella scuola i settori a cui affidare una pratica di recupero del fenomeno e di assistenza a chi ne è coinvolto.

Brescia Oggi 14.6.03
Il bullismo è dilagante nelle scuole
Il fenomeno, presente fin dalle elementari, pone l’Italia al terzo posto in Europa

Intervista a Elena Buccoliero, sociologa e autrice di un saggio sul tema: «Il problema è che la vittima spesso si vergogna e tace, e le famiglie sono latitanti anche perché preferiscono un figlio che si fa valere a uno che subisce»
Enrico Gallese

Una recente indagine svolta dall'Azienda Sanitaria e Regione Lombardia ha appurato che a Milano il 64 per cento degli alunni delle elementari e il 54 per cento di quelli delle scuole medie ha avuto a che fare, come vittima o come aggressore, col fenomeno del "bullismo". Un dato tra i più alti registrati nel nostro Paese, che col 35 per cento della popolazione scolastica coinvolta in episodi di bullismo occupa il terzo posto in Europa, dopo Inghilterra e Francia, per l'incidenza di questo malcostume. La religione resta uno dei motivi principali degli atti di prepotenza compiuti tra ragazzi, come hanno dimostrato alcuni recenti casi : bambini del Veneto che hanno obbligato alcuni loro coetanei musulmani a baciare il Crocefisso, o piccoli studenti extraeuropei che hanno costretto altri alunni a inneggiare ad Allah.
Su questo inquietante fenomeno ha indagato Elena Buccoliero, sociologa della ASL di Ferrara e autrice del libro Bullismo, bullismi (Franco Angeli Editore, 350 pagine, 30,00 euro, con cd-rom allegato). Scritto insieme a Marco Maggi, il volume passa in esame dettagliatamente i vari tipi di prepotenza adolescenziale e propone alcune strategie d'intervento e di prevenzione, tra cui qualche test da sottoporre ai ragazzi per indurre le vittime a uscire da un silenzio che spesso è il primo alleato di questa piaga. Alla dottoressa Buccoliero chiedo di spiegarmi cosa s'intenda di preciso col termine bullismo.
"S'intende una relazione fondata sull'abuso di potere che s'instaura e si protrae nel tempo tra persone più forti, psicologicamente o fisicamente, e altre più deboli. Simili relazioni nascono nel contesto del gruppo e si estrinsecano con ripetute prese in giro, esclusioni, minacce, estorsioni di denaro o cose, umiliazioni, scherzi pesanti, danneggiamento di abiti o di materiale scolastico, fino alle aggressioni fisiche."
Come si diventa bulli?
"Sono molte le strade che conducono al bullismo. C'è chi va alla ricerca affannosa di regole, o magari di un successo sociale facilmente raggiungibile, chi riproduce nel gruppo qualcosa che ha vissuto personalmente, magari come vittima, chi si comporta da prepotente perché non sa entrare in contatto con le emozioni proprie e altrui, e perciò ferisce senza rendersene conto fino in fondo. E poi c'è l'influenza dei terzi, di chi, adulto o ragazzo, incita il bullo alle sue ribalderie sghignazzando, schierandosi dalla sua parte… Il bullo, in effetti, da solo non esiste."
Quali sono, di solito, le sue vittime?
"Nella maggior parte dei casi il bullo è dotato di uno sguardo molto acuto, che gli permette di scegliere come vittima i compagni più indifesi, che nel contesto adolescenziale sono in genere quelli che appaiono in qualche modo diversi dalla maggioranza : gli studiosi dove tutti marinano la scuola, gli stranieri dove è ritenuto un valore essere italiani, i gracili dove bisogna essere forti e i grassi dove è una legge essere magri."
Qual è, invece, il comportamento tipico delle vittime?
"Nella maggior parte dei casi si tace, specialmente con gli adulti. Le prepotenze vengono vissute con un senso di vergogna da chi le subisce, soprattutto dai maschi, che sono condizionati da una concezione deformata della virilità secondo cui da loro ci si aspettano forza, decisione, impermeabilità alle emozioni."
In Italia questo fenomeno è più accentuato nel Nord o nel Meridione?
"Le ricerche condotte finora in diverse regioni italiane non hanno individuato differenze significative tra le aree geografiche della Penisola, né tra i ceti sociali. C'è dappertutto una costante: il terreno nel quale il bullismo prospera, ovvero la scuola, il luogo in cui i ragazzi si ritrovano in gruppi casualmente assortiti, senza la possibilità di scegliersi i propri compagni."
Qual è la fascia d'età più esposta a questo contagio?
"Le prepotenze iniziano molto presto, sin dalle scuole elementari o ancora prima, e durano fino agli anni delle medie inferiori e superiori. In genere il picco maggiore si ha nelle elementari, mentre tendono a diradarsi via via che i ragazzi crescono. Ma mentre alle elementari le prepotenze si manifestano quasi sempre con lo scontro fisico tra i bambini e perciò è più facile mettervi riparo, alle superiori i ruoli tendono a sclerotizzarsi, con ragazzi predestinati a diventare vittime e altri che invece impostano ogni loro relazione sulla prepotenza."
E' possibile tracciare un identikit ideale del bullo?
"No, non esiste. Il bullo è colui che usa la forza per imporsi, acquisire vantaggi e attenzione. Il bullo è un ruolo sociale, non una persona. Può essere un ragazzo o una ragazza e, al cambiare del contesto, può a sua volta trasformarsi da carnefice a vittima."
Ha qualche episodio particolarmente significativo da raccontarci?
"Ce ne sarebbero moltissimi. Dal ragazzo sistematicamente escluso dal gruppo, che non è mai invitato alle feste e che viene isolato da tutti, a quello che subisce uno stillicidio di piccole umiliazioni, come l'estorsione quotidiana della merenda o dei compiti, il 'pizzo' per entrare in bagno, il nomignolo ripetuto fino all'ossessione."
Esiste anche un vocabolario di termini usati dai bulli?
"Esiste ma è molto variabile, in quanto cambia nei vari contesti geografici e sociali. In Emilia Romagna, ad esempio, per quanto riguarda le categorie delle vittime, si indicano come 'lecchini' gli studenti accusati di farsi proteggere dagli insegnanti o di volerseli ingraziare, e 'infami' i ragazzi che rompono l'omertà e chiedono aiuto per sé o per altri. Un gergo, insomma, più carcerario che scolastico."
Cosa fa o potrebbe fare la scuola per arginare questa piaga?
"Ci sono scuole e insegnanti molto attivi in termini di ricerca, analisi e formazione ; mentre ci sono altre realtà dove ci si rifiuta di guardare in faccia la realtà. Il tutto è affidato alla sensibilità dei dirigenti scolastici, perché l'Italia è uno dei pochi Paesi europei sprovvisto di una legge che metta in rilievo la responsabilità della scuola nella prevenzione e nel contrasto del bullismo."
E le famiglie che posto occupano in tutto ciò?
"Le famiglie possono essere fondamentali nella lotta contro il bullismo, ma spesso la scuola incontra molte difficoltà nell'instaurare una collaborazione con loro, anche perché non tutte sono in grado di affrontare il problema. Per alcuni genitori è meglio, per così dire, un figlio bullo piuttosto che vittima, meglio furbo che onesto."
A chi è affidato, allora, il compito di vigilare?
"Agli insegnanti, che devono evitare di fare finta di niente e invece essere pronti a cogliere i segnali che arrivano dai ragazzi, accettando di mettersi in relazione con loro e riconoscendo le proprie responsabilità educative, inerenti al semplice fatto che sono degli adulti messi accanto a dei ragazzi che stanno crescendo."


il fenomeno dei blog che invitano all'anoressia
 
Corriere della Sera 14 giugno 2005
Nati in America, si stanno diffondendo in Europa
Blog per l'anoressia, allarme anche in Italia
Si chiamano pro-ana e invitano alla magrezza assoluta come filosofia di vita. I medici: «Bisogna intervenire»

«You will rule your stomache, while others are slaves to their hunger» Dominerai il tuo stomaco, mentre gli altri saranno schiavi della loro fame. Non è il messaggio pubblicitario dell'ennesimo prodotto dietetico, ma uno dei tanti benefici, che secondo un sito pro-ana, dovrebbe garantire l'anoressia. Se fino a qualche anno fa l'inappetenza era conosciuta solo come una grave malattia, oggi per alcuni giovani del mondo occidentale è diventata una moda, tanto da spingere dei siti-web a vendere prodotti che frenano la fame e aiutano a vomitare
ALLARME - Sembra assurdo, ma invece è la realtà: ci sono in rete tanti blog che ... «promuovono» l'anoressia. Fino a qualche anno fa erano per lo più americani, ma oggi stanno fiorendo anche in Italia. L'allarme è stato lanciato da Pier Luigi Tucci presidente della Federazione Italiana Medici pediatri. «E' necessario che le autorità competenti intervengano per individuare questi siti e accertare se veramente vengono diffusi messaggi in favore dell'anoressia». Ma i nuovi amanti dell'inappetenza non demordono. Scrive Yuki con fare di sfida sul suo blog: «Ognuno sceglie come vivere, e soprattutto come morire...oscurano i siti pro-ana, ma i diretti interessati riescono comunque sempre a trovarli».
CONFINE INCERTO - Foto di donne magrissime, consigli per imparare a vomitare con semplicità, l'esaltazione di modelle anoressiche come Kate Moss sono i temi prediletti dei fan multimediali. «Hai un completo controllo sulla tua vita e gli altri lo sanno». «Non avrai più bisogno di usare i contraccettivi». «Le persone si congratuleranno con te del peso che hai perso e ne saranno gelose». Sono alcuni tra i presunti benefici che l'anoressia offrirebbe a chi ne è soggetto. I siti presenti sul web dichiarano un intento filantropico perchè cercano di «far accettare a chi ha disturbi alimentari la propria condizione». Inoltre esortano chi vuole solo perdere peso e non ha disfunzioni alimentari a non seguire i consigli pubblicati online. Ma il confine tra reali inappetenti e fanatici della bilancia è stretto.
DIARI - L'ultima moda di questi blog americani è presentare un diario quotidiano nel quale ogni anoressica racconta quali pasti ha evitato. «Oggi ho saltato la colazione -scrive nel suo diario multimediale Victoria-. Penso che da oggi comincerò a saltarla sempre e anzì andrò a fare una passeggiata per aiutare il mio metabolismo. Non ho fame la mattina, perchè dovrei mangiare?». E infine presenta anche i dieci comandamenti degli anoressici. Tra questi quello che meglio illustra il dramma della malattia recita: «Essere magri è più importante di essere in buona salute»


etica degli scienziati americani
 
Corriere della Sera 14.6.05
Falsificati gli studi clinici.
Il 15% degli intervistati ha cambiato i risultati «perché giudicati non veritieri»
«Ricerche truccate su pressione degli sponsor»
L’ammissione degli scienziati nei laboratori Usa.
«Progetti modificati senza rispettare le regole etiche»

Non si tratta di grandi frodi scientifiche come l’«invenzione» dei misteriosi raggi N emessi dal corpo umano, proposta da René Blondot nel 1903 o la questione dei topi dipinti da William Summerlin che voleva così provare la possibilità di trapianti fra specie diverse, oppure lo scandalo che aveva coinvolto David Baltimore, nientemeno che un premio Nobel (l’aveva ricevuto nel 1975 con Renato Dulbecco), accusato qualche anno fa, insieme con la sua assistente Thereza Imanishi Kari, di avere pubblicato dati falsi. Niente di così vistoso, ma tante piccole «correzioni» che molti ricercatori ora confessano di apportare ai loro lavori e che rischiano di minare la credibilità e l'integrità della scienza stessa. Quella americana in particolare, dal momento che l’indagine nel mondo dei laboratori è stata condotta proprio negli Stati Uniti dalla Health Partners Research Foundation di Minneapolis.
Brian Martisson, Melissa Andersson e Raymond de Vries, tre universitari americani specializzati in etica, hanno posto domande sulla correttezza delle loro ricerche a decine di ricercatori, più o meno giovani, il cui lavoro era finanziato dai National Institutes of Health, un’istituzione di ricerca pubblica. Moltissimi, fra i 3.247 che hanno riposto, hanno dichiarato di avere, in qualche misura, truccato le ricerche. Almeno un terzo ha ammesso di non avere rispettato certe regole etiche negli studi clinici, quelli che coinvolgono i malati, o di aver «coperto» colleghi che utilizzavano dati falsi, o di avere proposto interpretazioni non corrette dei dati stessi.
Soltanto una piccolissima percentuale, lo 0,3%, ha confessato di avere completamente falsificato uno studio o di avere copiato un lavoro da altri. Ma un buon 15% ha dichiarato di avere modificato il progetto, la metodologia o i risultati per la pressione degli sponsor commerciali. Un altro 15% ha rivelato di avere modificato i risultati perché istintivamente non li giudicava veritieri. E oltre il 27% ha detto di non tenere una documentazione dei progetti di ricerca.
In America circola un detto nel mondo scientifico: publish or perish , pubblica o perisci. Perché è una questione di visibilità per i ricercatori che vengono contesi dalle università. E una questione di finanziamenti. Chi produce risultati di ricerca e li comunica alla comunità scientifica attraverso le riviste può sperare in un supporto finanziario, sia pubblico che privato. Ecco perché la lotta fra i gruppi è serratissima e, a questo punto, non sembra escludere nemmeno i colpi bassi.


il testo integrale dell'articolo di Ezio Mauro su Repubblica di oggi
 
ricevuto da Franco Pantalei

Repubblica 14.6.05

IL COMMENTO
Le ragioni del naufragio laico
di EZIO MAURO

IL risultato del referendum non è solo una sconfitta: è il naufragio di un'Italia laica che si proponeva di cambiare una legge ideologica, per regolare poi diversamente in Parlamento la materia della fecondazione assistita. Questo era il senso della chiamata alle urne, fuori dagli schieramenti, dagli integralismi, dalla retorica apocalittica che ha trasformato assurdamente il voto in uno scontro di civiltà. Le urne sono rimaste deserte. Chi ha trasformato il confronto in uno scontro tutto italiano tra il Bene e il Male, ha poi chiesto ai difensori del Bene di non scendere in campo, per mandare a vuoto la battaglia. Non sappiamo dunque chi sarebbe prevalso, in uno scontro aperto di valori contrapposti, tra il "sì" e il "no". Un dato solo è certo: ha perso chi (come questo giornale) voleva cambiare la legge. Ha vinto chi voleva conservarla e per prevalere ha affondato con ciò che resta del laicismo anche il vecchio istituto del referendum, che per molto tempo scomparirà dalla scena italiana.

Molto era prevedibile, in questa vicenda, tutto era stato annunciato. Proviamo a vedere come, quando e perché. Passata in minoranza, per ammissione dei vescovi, nel Paese "naturalmente cristiano", la Chiesa italiana negli ultimi dieci anni ha preso coscienza di trovarsi "in una terra di missione" e dunque ha deciso di impegnarsi "a rievangelizzare una società che è stata colpita da una vera amnesia della sua storia e della sua identità cristiana". Da qui, un cambio non soltanto di metodo e di strategia, ma di sostanza. La Chiesa, come dice Ruini, "non fa più leva su un soggetto politico di riferimento, ma sui contenuti", dunque agisce politicamente alla luce del sole, senza mediazione. La si "vede" cioè far politica, senza lo scudo dc, che tra le altre cose serviva evidentemente anche a questo.

Fuori dal corridoio protetto in cui scambiavano il partito-Stato democristiano (con le sue autonomie, e le sue obbedienze) e la Curia, nel mondo scoperto di oggi la Chiesa passa da essere tutto a essere parte, in una sorta di moderna "lobbizzazione" che la porta a competere nel confronto politico-culturale come una grande agenzia di valori e di tradizioni, in competizione e in concorrenza con le agenzie che già occupavano il mercato.

Non riuscendo più a parlare all'insieme maggioritario della società, la Chiesa italiana si rivolge alle sue parti sensibili, prima fra tutti la politica che legifera muovendosi tra interessi legittimi e valori di riferimento, e che ha in mano le cinque leve dell'organizzazione sociale che nel febbraio 2001 il Cardinale Segretario di Stato fissò come essenziali per giudicare dal Vaticano la politica italiana: si tratta delle leggi "sulla vita, la famiglia, la gioventù, la libertà scolastica, la solidarietà".

Davanti a sé la Chiesa ha trovato i partiti della Seconda Repubblica, tutti nati o trasformati nel corso dell'ultimo decennio, senza un deposito di storia e di tradizione, un portato di valori consolidati a cui far riferimento. Una politica dove molto è prassi, tutto è contemporaneo, l'identità è incerta. A sinistra, per la tragica eredità del comunismo, la tradizione è inservibile, come se fosse tutta radioattiva. Nel nuovismo, non mancano solo i nomi, ma anche i riferimenti culturali della sinistra europea moderna e risolta, e dunque la battaglia delle idee diventa insicura, senza visione e senza certezza, con il rischio di essere in ogni momento gregaria delle mode culturali dominanti. A destra, il berlusconismo ha fallito l'unica vera ricerca dell'immortalità, che non sta nelle ricette antirughe del dottor Scapagnini, ma nel progetto di dare alla destra una moderna cultura conservatrice in un Paese che non l'ha mai avuta, democristiano com'era.

In questo quadro, arriva il Dio italiano predicato dalla Cei, una sorta di via italiana al cattolicesimo che non c'era mai stata, nella nazione della "totalità" democristiana e della surroga papale. Fatalmente, o almeno facilmente, la Chiesa a questo punto viene vista da una parte del mondo politico come l'ultima e l'unica agenzia di valori perenni e universali dopo la morte delle ideologie terrene del Novecento e il deperimento fisico delle storie politiche che le avevano incarnate. Dall'altro lato, Chiesa e Vaticano vedono l'Italia improvvisamente come un gregge senza guida e senza rotta, soprattutto senza più idee forti, incapace di tradurre la laicità dello Stato in uno spirito repubblicano libero e autonomo: il terreno ideale per sperimentare - ed è la prima volta in cinquant'anni - una sorta di "protettorato dei valori", l'esercizio di un potere non più temporale ma culturale della Chiesa.

Due elementi in più rafforzano questo quadro. Da un lato, come fa notare Habermas, il ritorno in tutta Europa della religione dal dialogo privato al dibattito pubblico, un ritorno che prende in contropiede il laicismo e che papa Ratzinger aveva già annunciato da cardinale, negando che il cattolicesimo sia solo un sentimento privato: "È una verità proclamata in ambito pubblico, che pone per la società delle norme e che, in una certa misura, è vincolante anche per lo Stato e per i potenti di questo mondo". Dall'altro lato, l'avanzare nel nostro Paese di quel nuovo soggetto che tre anni fa ho chiamato "lo strano cristiano", l'ateo clericale che cerca di saldare la destra politica italiana ad un pensiero forte che non ha, e lo trova nel deposito di tradizione della Chiesa, ignorando sia i suoi comandamenti che la sua trascendenza che la sua predicazione sociale, cavalcando però la sua legge morale tradotta in norma, come creatrice di un'identità collettiva e di una società del Bene.

È il rifiuto della distinzione tra la legge del Creatore e la legge delle creature, che sta a fondamento di ogni moderna concezione della laicità. È il rifiuto ratzingeriano del relativismo tradotto dal linguaggio culturale nel linguaggio politico, persino legislativo: superando l'idea del Parlamento come luogo dove le leggi si fanno con l'unica regola della maggioranza, e dove ogni verità è parziale, come ogni credo in democrazia. Al fondo, c'è la denuncia della nuova religione europea del "politicamente corretto", dell'adorazione "pagana" per i diritti subentrati ai valori, del cuore socialdemocratico del Novecento che ha messo per troppo tempo in circolo lo statalismo e la laicità, mentre la nuova cultura cristiana di destra è la vera interprete di un senso comune del post-moderno.
È l'idea di Ruini del cristianesimo come seconda "natura" italiana: che può dunque essere trasgredito e rinnegato solo da leggi in qualche modo contro natura, quindi contestabili alla radice.

Ecco il quadro in cui è nata non la legge sulla fecondazione artificiale, ma "questa" legge, che ha un valore ideologico e di bandiera ben superiore al valore d'uso. Ed è lo stesso quadro in cui è fallito il referendum. Sarebbe certo sbagliato dare alla Chiesa e ai nuovi atei clericali il potere di mobilitare nel silenzio il 75 per cento degli italiani, ed è ridicolo pensarlo. Da dieci anni i referendum non raggiungono il quorum, l'astensionismo fisiologico è altissimo. In questo caso, c'è probabilmente un riflesso automatico in più, che esce dalle logiche della politica: la legge sulla fecondazione è stata vista dagli italiani come una complicata questione di piccola minoranza, che non li riguardava e che non riuscivano a padroneggiare nei suoi aspetti etici e scientifici. Se questo è vero, l'astensionismo più che difendere la legge ha voluto lasciare la parola al Parlamento, dove oggi dovrebbe riaprirsi un confronto finalmente non più propagandistico.

Ma detto questo, non si è detto tutto. Nel disorientamento degli italiani davanti alla materia del referendum, le parole della Chiesa, dei neo-con italiani, degli atei clericali hanno pesato di più delle parole di quel pezzo di sinistra che ha sostenuto il "sì", dei suoi leader, dei suoi scienziati. Il centrosinistra, tutto insieme, dovrebbe riflettere: o trova un'identità culturale, visto che è incapace di trovare quella politica, oppure perderà le grandi sfide di questa fase, che nascono tutte dalla battaglia delle idee, più che dagli schieramenti. Non si può reggere una partita in cui la sinistra parla di sé, mentre la destra parla della vita e della morte. Esistono valori, esistono diritti che la sinistra può testimoniare a testa alta nel mondo di oggi, anche dopo la sconfitta del referendum, perché fanno parte della sua storia: sfidando la destra ad una vera battaglia culturale in campo aperto, senza l'aiuto pagano di Ponzio Pilato.


lunedì 13 giugno 2005
l'opinione del
prof. MASSIMO FAGIOLI
su "Liberazione" di sabato 11.6

 
(seppure con un refuso...)

una segnalazione di Annalina Ferrante, Carlo Patrignani e numerose altre compagne e compagni


Liberazione 11.6.05, pagina 6
POLITICA
REFERENDUM
SEVERINO E FAGIOLI:
ANDREMO A VOTARE PER 4 SÌ


Andare a votare è un dovere civico e poi votare quattro sì è il modo più giusto e corretto per contrastare una legge assurda e ostile per la donna ed il rapporto uomo - donna. É questa l'opinione dei due maggiori pensatori viventi: Emanuele Severino, il filosofo dell'"Essere" protagonista nel lontano 1969 della clamorosa espulsione dall'Università cattolica di Milano e Massimo Fagioli lo psichiatra dell'Analisi collettiva espulso nel 1976 dalla Società italiana di psicoanalisi.
«Andrò a votare e voterò quattro sì: lo Stato deve togliersi di mezzo nei rapporti privati e addirittura intimi e in particolare nel rapporto uomo - donna» dichiara Emanuele Severino. Il filosofo mette in chiaro due cose: «la legge è sempre il frutto di compromessi pratici e politici» e quindi «l'aspetto politico non è il prevalente, il più importante: certo che la laicità dello Stato va tutelata. Le motivazioni non sono dunque politiche. «La Chiesa è per l'astensione? Io non la condivido ma - precisa Severino - ha una sua legittimità.
Per lo psichiatra Massimo Fagioli «La vita umana inizia con la nascita e questo va legato ad un discorso di trasformazione: è per lo stimolo luminoso che c'è l'attivazione cerebrale che mette in moto la respirazione, trasformando la circolazione». È con la nascita che «si forma il pensiero, la caratteristica - nota lo psichiatra - esclusivamente umana».


questo articolo è pubblicato anche sul blog della
Libreria Amore e Psiche
raggiungibile all'indirizzo:
http://www.amorepsichelibreria.splinder.com/
____________________________


anoressia
 
La Provincia 13.6.05
Teenager nel mirino Anoressia «sponsorizzata» su Internet

UDINE Numerosi siti web che incoraggiano l'anoressia tra le adolescenti si stanno diffondendo su Internet, rischiando di far passare per «moda» quella che è ormai universalmente riconosciuta quale grave malattia. Lo ha denunciato in una nota il vicepresidente del Comitato nazionale di garanzia Internet e minori, Daniele Damele. La «moda di Ana», diminutivo usato nei siti per definire l'anoressia - secondo quanto riferito da Damele - viene dagli Stati Uniti ma si sta rapidamente diffondendo grazie alla rete, rischiando di dar vita a un vero e proprio «movimento». Oltre a riproporre falsi modelli di bellezza, i siti in questione si spingono a proporre campi estivi in cui si insegna a non mangiare e a vomitare e la vendita on-line di farmaci stimolanti il vomito. Forum e chat connessi sono poi infarciti di infausti consigli su come diventare anoressiche. «Siti pro-anoressia, chat riservate a ragazze che si scambiano informazioni su come fare a dimagrire, a vomitare, a non mangiare sono diffusissimi, purtroppo, anche nel nostro Paese - ha osservato l'esponente del Comitato Internet e Minori - ed è importante che i giornali e tutti gli organi d'informazione ne parlino». «Credo che sia molto importante - ha aggiunto - denunciare questi fenomeni che hanno una così ampia diffusione nel sociale da poter essere considerati una "moda" e occorre combatterli spiegando con la stessa enfasi che di questa "moda" si può morire». «I mass media - raccomanda infine Damele - si facciano carico di denunciare queste realtà dando spazio a modelli in grado di contrastare queste tendenze dall'esito spesso fatale».


fondamentalismo cristiano
 
L'Unità 13 Giugno 2005
SCIENZA E RELIGIONE Mentre in Italia la teoria dell’evoluzione viene cassata dai programmi scolastici, «Nature» lancia l’allarme
«Intelligent design»: negli Usa la fede ora batte Darwin anche negli atenei
di Telmo Pievani

La teologia naturale è tornata. Nelle università americane la teoria del «disegno intelligente», ovvero dell'esistenza di un progetto di origine divina inscritto nella storia naturale, si sta diffondendo rapidamente e conquista il consenso di studenti e docenti. Il fenomeno ha raggiunto dimensioni così preoccupanti da indurre la prestigiosa rivista Nature a dedicare all'Intelligent Design (ID) la copertina del numero del 28 aprile. «Piuttosto che ignorarlo», leggiamo dall'editoriale, «gli scienziati dovrebbero comprenderne l'attrattiva e aiutare gli studenti a riconoscerne le alternative».
Un compito meritevole ma improbo, se è vero, come testimoniano molti scienziati impegnati in dibattiti pubblici, che il desiderio di conciliare a ogni costo scienza e fede porta i sostenitori del disegno intelligente a prestare ben poco ascolto agli argomenti addotti dagli evoluzionisti per dimostrarne l'inconsistenza scientifica. Ora il pubblico italiano ha l'opportunità di aggiungere alle evidenze empiriche dell'evoluzione anche una ricostruzione storica preziosa di lontani fatti (siamo nella prima metà dell'Ottocento) che portarono alla confutazione dell'ID come teoria scientifica e al suo opportuno trasferimento nel regno delle disquisizioni teologiche.
Stiamo parlando di «Una lunga pazienza cieca», la storia dell'evoluzionismo fra Settecento e primo Novecento pubblicata dallo storico delle scienze naturali dell'Università di Firenze, Giulio Barsanti, per i tipi di Einaudi. Si tratta di un racconto appassionante per la sua mancanza di linearità, esente da trame banali popolate di «precursori» lungo la strada di un progresso inevitabile verso la «verità». È una storia senza paradigmi e rivoluzioni, ma piena di percorsi anche contraddittori, nonché di chicche storiche sorprendenti, che porta alla teoria dell'evoluzione darwiniana e alla sua trasformazione in un ampio «programma di ricerca» nel Novecento. È un antidoto alle semplificazioni dei dibattiti attuali, un ragionamento scarno, basato sul rapporto fra speculazioni teoriche e base empirica, che accompagna il lettore lungo quel drammatico «romanzo di formazione» attraverso il quale la scienza moderna approdò a una visione laica del mondo vivente.
Il finale sembrerebbe felice: non solo Darwin non è morto, ma ritorna di attualità il suo «naturalismo» dopo le infatuazioni riduzioniste dei genetisti della prima metà del Novecento. La formulazione originaria della sua teoria, con tutti gli aggiornamenti necessari, vive oggi una rinascita e rappresenta la logica fondamentale per comprendere le trasformazioni del mondo vivente. Una bella risposta per chi ancora oggi in Italia parla di «più teorie» dell'evoluzione in contrasto l'una con l'altra e tutte egualmente ipotetiche.
Tuttavia, non smette di fare scandalo quella «idea pericolosa» di Darwin: la complessità dei viventi non ha bisogno di un «progettista», perché l'azione «cieca» e cumulativa della selezione naturale, un meccanismo demografico automatico che si integra ad altri fattori, è sufficiente per renderne interamente conto. La specie umana appartiene a pieno titolo a questa creatività naturale e non sono documentati, se vogliamo restare nell'ambito della spiegazione scientifica, «salti ontologici».
Così, dall'opera del reverendo Paley del 1802 alla copertina di Nature del 2005, sono passati due secoli e lo scontro continua, negli stessi termini, come se Darwin non fosse esistito. Alcuni episodi, quali l'abiura imposta a Buffon o il violento dibattito fiorentino del 1869 sulle origini dell'uomo, inducono Barsanti a sospettare che la «lunga pazienza cieca» non sia soltanto una definizione dell'evoluzione biologica, ma anche la qualità migliore degli evoluzionisti. In tal senso, le analogie fra la teologia naturale inglese (valga per tutte la deliziosa e devotissima «teologia botanica» di Duncan del 1825) e l'ID attuale, per non dire dei deliri antievoluzionisti di alcune testate giornalistiche italiane, sono illuminanti.
Ogni paese ha le proprie strategie. L'ID non è nelle nostre corde: noi abbiamo direttamente tolto l'evoluzione dai programmi scolastici e poi abbiamo chiesto a una commissione di insigni scienziati se non fosse il caso di reintrodurla. Questi, armati appunto di pazienza, hanno scritto un documento pieno di buon senso, ipotizzando che vi fosse stata una svista. Eppure gli arditi passaggi di taluni consulenti ministeriali su «evoluzione ed evoluzionismi» non sembravano mossi da una svista quando giustificavano la rimozione. Ma il giallo continua: il documento della Commissione, dopo una fugace anteprima, è scomparso. Forse c'è scritto che prima di fare i programmi di scienze bisognerebbe consultare anche gli scienziati, che Darwin aveva visto giusto, che la scienza non può accettare dogmi di fede, o altre oscenità di questo tipo. Un messaggio di laicità decisamente scottante di questi tempi.


la criminalità del cattolicesimo
il caso Mortara: l'incredibile apologia del papista Messori

 
Corriere della Sera 13.6.05
INEDITO
Caso Mortara: dopo 150 anni esce il memoriale del protagonista
Battezzato di nascosto, venne sottratto ai genitori ebrei:


Messori, dove e come ha ritrovato l'autobiografia di Edgardo Mortara?
«Padre Mortara la scrisse nel 1888, a 37 anni, in spagnolo, visto che allora predicava nei Paesi Baschi. Se ne fece (forse, ma non è certo) un opuscolo che non sappiamo quale diffusione abbia avuto all’epoca in Spagna ma che, a quanto consta, non fu tradotto in altre lingue né risulta in alcuna bibliografia. Che padre Mortara abbia condotto una vita devota sino alla morte, a quasi 90 anni, e proclamato e difeso sempre la santità del suo padre spirituale Pio IX, era noto. Ma questo suo memoriale si può considerare inedito. Il testo ricostruisce il caso del bambino ebreo bolognese, dal battesimo furtivo da parte di una domestica nel 1852, al trasporto a Roma per ordine di Pio IX nel 1858, all'ordinazione sacerdotale del 1873 a Poitiers, in Francia. E' custodito nell'archivio romano dei Canonici Regolari Lateranensi, presso la chiesa di San Pietro in Vincoli. Ma nessuno dei saggisti che si sono occupati di Mortara ha mai ritenuto di dover consultare questa autobiografia, scritta in terza persona dal protagonista stesso».
Perché?
«Perché del Mortara "vero", non quello dello strumento polemico, non è mai importato molto a nessuno. Da subito, la sua vicenda fu utilizzata. Da Cavour, che ne fece uno straordinario mezzo di propaganda contro lo Stato pontificio: senza il caso Mortara, che mise in difficoltà i cattolici francesi, Napoleone III non avrebbe potuto stringere gli accordi di Plombières e scatenare la guerra contro l'Austria. Dalle logge massoniche. E dalla comunità israelitica internazionale. Come il caso Dreyfus fu un propellente decisivo per il sionismo (e infatti Herzl se ne rallegrò), che altrimenti sarebbe rimasto una delle tante utopie ebraiche, così il caso Mortara fu alle origini della formazione dell'«Alliance Israélite Universelle», la prima organizzazione ebraica di autodifesa in una prospettiva mondiale, e poi dell'influente Board of American Israelites».
Queste sue affermazioni desteranno polemiche.
«Non sono io a farle. E' lo stesso responsabile della comunità ebraica romana dell'Ottocento, Sabatino Scazzocchio, a lagnarsi delle incursioni di estranei, compresi potenti rappresentanti dell'ebraismo mondiale, senza cui il caso si poteva risolvere. E' la politica, dice, non il bambino che interessa. Scazzocchio lo scrive al padre, Samuele Levi Mortara detto Momolo, in una lettera in cui loda "l'indole benigna e caritatevole di chi siede in alto". Cioè di Pio IX».
Lei stesso, nella lunga introduzione che precede il memoriale, ricorda che alla metà dell'Ottocento Roma è l'unica città occidentale ad avere ancora un ghetto.
«Però gli ebrei, pur liberi di farlo, non se ne vanno. E' singolare: negli anni in cui fuggono a navi intere dall'Europa orientale verso l'America, gli ebrei restano a Roma. Rifiutano di appoggiare la Repubblica mazziniana, e al ritorno di Pio IX vanno a rendergli omaggio. Quanto all'"indole benigna e caritatevole" di quel Papa diffamato, nel memoriale Mortara fa una rivelazione: Pio IX aveva deciso di crescerlo in un istituto bolognese, dove la famiglia avrebbe potuto visitarlo regolarmente; dopodiché, verso i diciassette anni, avrebbe deciso se proseguire sulla via del cristianesimo o tornare alla religione dei padri. Fu la resistenza dei suoi, sobillati da altri, a cominciare dal medico di famiglia massone, a costringere il Papa a condurre il piccolo Mortara a Roma. Dove lo accolse e lo amò sempre come un figlio».
Un figlio di soli sette anni. Le pagine dove racconta l'allontanamento dalla famiglia sono tragiche: la disperazione della madre, l'ira del padre, il suo sbigottimento infantile. Alla guardia chiede: «E ora mi taglierete la testa?»
«E' vero. Fu un dramma. E' anche vero che i funzionari pontifici presero accorgimenti per rendere il distacco il meno traumatico possibile. Ma è lo stesso Mortara a raccontarci come subito dopo la separazione della famiglia fu una misteriosa quiete, anzi gioia, a impadronirsi di lui; e come le prime parole della dottrina cattolica gli parvero familiari, al punto che se ne impadronì sin da subito. Un fenomeno in cui Mortara addita un disegno provvidenziale. Quando, dopo Porta Pia, arrivarono i piemontesi, fuggì all'estero per non farsi "liberare" dal seminario in cui volontariamente era entrato».
Messori, il caso Mortara è una ferita ancora aperta. Gli ebrei italiani protestarono quando Wojtyla beatificò Pio IX. E' possibile sostenere che il Pontefice non potesse comportarsi diversamente con quel bambino?
«Del caso Mortara, Pio IX avrebbe fatto volentieri a meno. Gliene vennero accuse, calunnie, dolori immensi; non a caso lo definì "il figlio delle lacrime". Subì pressioni di ogni tipo; anche da James Rothschild, finanziatore di tutti i governi d'Europa, compreso quello pontificio. Ma sempre il Papa rispose: Non possumus . Perché non aveva scelta; sia per il diritto civile, sia per il diritto canonico».
Che cosa c'entra il diritto civile?
«I Mortara avevano violato la legge dello Stato pontificio che imponeva agli ebrei di non tenere a servizio cristiani; e questo, proprio per evitare casi analoghi».
Proprio per questo?
«Fin dal Medioevo i Papi proibivano con norme severissime il battesimo di figli di genitori non cattolici; a meno che il bambino non fosse in pericolo di vita. E il piccolo Edgardo Mortara lo era. Per questo il battesimo impartitogli dalla domestica fu un atto non solo valido, per un cattolico, ma legittimo. Il diritto canonico non lascia alternative: il battesimo introduce un mutamento irrevocabile, impone di dare al battezzato un'educazione cattolica. Ancora oggi, dopo il Vaticano II, il nuovo codice canonico non innova al riguardo».
Sta dicendo che il caso Mortara potrebbe ripetersi ancora oggi?
«In punto di fatto, un nuovo caso Mortara oggi non è concepibile; e sono il primo a rallegrarmene. In punto di diritto, nel suo minuscolo Stato il Papa non potrebbe fare nulla di diverso da quel che fece Pio IX».
In ogni caso, questo riguarda i cattolici. Per gli ebrei, Mortara resta comunque un figlio sottratto alla famiglia.
«Sono consapevole, lo ripeto, che il caso Mortara fu un dramma. Lo riconobbi fin da quando me ne occupai per la prima volta, anni fa. Ma sostenni pure che Dio seppe scrivere dritto su righe storte. Ora le parole stesse del protagonista, rimaste inascoltate per un secolo e mezzo, lo confermano. Quanto alla malattia nervosa che fece penare a lungo questo sacerdote, potrebbe trattarsi di un male ereditario, di cui soffrivano altri membri della sua famiglia, compreso il padre, Momolo; come rivelò il processo intentatogli dopo l'Unità per l'omicidio di un'altra domest


il Ministero degli Interni di Sua Maestà
 
Corriere della Sera 13.6.05
Londra, rapporto del ministero dell'Interno. Piano per intervenire dall'asilo
«I delinquenti? Si vedono già a tre anni»
Finora non hanno funzionato i rimedi adottati, come telecamere di sorveglianza, maggiore illuminazione di notte e pene più severe
Paola De Carolis


LONDRA - Troppo piccoli per leggere, ma non per essere considerati criminali. Già a tre anni, secondo un rapporto del ministero degli Interni britannico, è possibile identificare quei bambini che crescendo avranno guai con la giustizia. Ecco, dunque, la necessità di tenerli sotto controllo, di rieducare i genitori, di toglierli, eventualmente, alle famiglie e affidarli a centri specializzati. Uno scenario degno di George Orwell? No. È quanto indicano le 250 pagine preparate per il premier Tony Blair sulla riduzione della criminalità. Le misure sulle quali in passato hanno fatto affidamento le forze dell’ordine - telecamere di sorveglianza, maggiore illuminazione di notte, pene più severe - non hanno avuto i risultati sperati, conclude la ricerca.
L’unica soluzione, a lungo termine, è identificare i soggetti a rischio e impedire che imbocchino la via sbagliata. In teoria il discorso non fa una piega. Prevenire, dopotutto, è meglio che curare, nonché meno costoso. È l’idea di portare il concetto nelle scuole materne del Paese, trasformando le maestre d’asilo in informatrici, ad avere qualcosa di incredibile. Il compito di puntare il dito contro il bimbo che mostra i primi segni di crescere male spetterebbe a loro, le insegnanti cui ogni giorno milioni di genitori affidano i propri figli. Il piccolo Johnny non vuole giocare con gli altri bimbi? Guai a toccargli la merenda? Sembra violento nei confronti degli altri? Poco importa che abbia solo tre anni e ogni probabilità di imparare, con il tempo, a comportarsi diversamente. Per le autorità è un soggetto a rischio.
Le statistiche, d’altronde, parlano chiaro. Quei bambini che a tre anni possono essere definiti «fuori controllo», sottolinea il rapporto, una volta adolescenti avranno quattro volte le possibilità di essere incriminati per un reato violento rispetto ai coetanei più «tranquilli». «Obbligare le scuole - si legge nel rapporto, anticipato ieri dal Sunday Times - ad adottare una linea dura contro il bullismo (...) è il modo di ridurre il numero di giovani che cadono nella trappola della criminalità». Se è vero, sottolinea la ricerca, che le misure «dure» non sempre funzionano, è anche vero che, prendendo i ragazzini in tempo, è possibile correggerne il comportamento con provvedimenti più soft: insegnargli a leggere meglio, a scrivere bene, a interagire con gli altri potrebbe bastare a «far loro cambiare direzione». Secondo il Sunday Times, il rapporto, elaborato la scorsa estate e mai diffuso, mette in evidenza le diverse posizioni del ministero degli Interni e dell’Istruzione.
Quest’ultimo sarebbe più propenso a scusare i comportamenti violenti a scuola, dando la colpa, più che al bambino, all’ambiente nel quale è cresciuto. L’Home Office, invece, vorrebbe un approccio duro e intransigente. La parziale pubblicazione del rapporto coincide con un importante annuncio da parte del neo-ministro per la scuola pubblica, Ruth Kelly, che oggi dovrebbe rendere nota la sua intenzione di stanziare 430 milioni di sterline per permettere a ragazzini tra i 4 e i 14 anni di rimanere a scuola dieci ore al giorno, dalle 8 alle 18. Lo scopo: permettere ai genitori di svolgere una normale giornata lavorativa senza doversi organizzare con vicini o baby-sitter, ma anche offrire a bimbi e teenager la possibilità di studiare una lingua in più, di prendere lezioni di musica o di fare sport. Secondo quanto anticipato dai giornali britannici, non dovrebbe spettare necessariamente agli insegnanti di ruolo restare con le scolaresche sino a sera: ogni istituto potrà usare i fondi per assumere, volendo, personale aggiuntivo.

Corriere della Sera 13.6.05
«No alle criminalizzazioni Un patto scuola-famiglia» Lo psicoterapeuta Scaparro: la conflittualità è normale, certi marchi non si tolgono più
Gabriela Jacomella

«La parola "criminale", affiancata a un bambino di tre anni, non può assolutamente essere tollerata. Neanche se la si usa in senso potenziale». È lapidario il commento di Fulvio Scaparro, psicoterapeuta, alla proposta britannica di "schedare" i bimbi troppo inquieti. «E poi, chi ha l’esperienza necessaria per stabilire che un bimbo ha potenzialità criminali? Paradossalmente, allora, tutti le abbiamo...».
In Gran Bretagna, però, l’allarme per il bullismo scolastico ha raggiunto livelli di guardia.
«L’allarme bullismo c’è anche in Italia, ma non si può pensare di prenderli da piccoli per fargli passare la voglia in maniera preventiva. La conflittualità è normale in questa fase della crescita: chiunque abbia un figlio piccolo sa perfettamente che, per quanto seguito, può avere per vari motivi reazioni più o meno aggressive, fa parte della natura umana. Qui c’è il rischio di "etichettare" bambini e ragazzi con un marchio che spesso rimane per tutta la vita. No, la soluzione non è questa. E nemmeno si può pensare di spostare un bambino dal suo ambiente solo perché ci sarebbero degli ipotetici "segnali" negativi».
Quale può essere, allora, un modo positivo per intervenire?
«Io sono d’accordo sulla necessità di coinvolgere le famiglie. I guai, del resto, emergono in situazioni familiari di chiusura, quando il rapporto con il mondo scolastico è inesistente. Quello che serve è un patto iniziale tra famiglia e scuola, per un contatto stretto e costante tra genitori e insegnanti. Non è solo il bambino che deve andare a scuola, ma anche il padre, la madre. È necessario che ci sia equilibrio tra l’educazione impartita in aula e quello che si impara a casa. Se non c’è dialogo tra questi due mondi, non c’è speranza».


domenica 12 giugno 2005
PIETRO INGRAO
 
una segnalazione di Dina Battioni

Liberazione 9.6.05

Intervista al vecchio leader che risponderà quattro sì ai quesiti
Ingrao:«Va difesa la laicità dello Stato»

Senza esitazioni e senza dubbi: quattro sì ai quattro quesiti referendari per affermare, accanto alla laicità dello Stato, alla inviolabile libertà di scelta della donna, il principio scientifico che la vita umana, legittimamente chiamata persona, si realizza alla nascita.

A parlare è Pietro Ingrao e lo fa come sempre con il suo stile cristallino e trasparente che ha contraddistinto la sua lunga militanza politica, ieri nel Pci oggi in Rifondazione comunista.
«Andrò sicuramente a votare - dice Ingrao in una intervista all'agenzia di stampa "Agi" - e voterò, senza esitazioni e dubbi, quattro sì ai quattro quesiti referendari». «La scelta dell'astensione - spiega - è un tirarsi fuori dal confronto e dalla battaglia politica e in certi casi come ora è uno sfuggire alle proprie responsabilità morali e civili prima che politiche. A maggior ragione poi se l'astensione diviene un chiaro strumento per cancellare conquiste civili essenziali: e, in questo caso specialmente, diritti delle donne in difesa della loro piena libertà personale di scelta nell'ambito privato».
Ingrao si sofferma sull'opzione del non voto. «Oggi nel caso italiano la questione diventa ancora più importante in quanto è palesemente in campo il tentativo della Chiesa cattolica di intervenire su principi essenziali di libertà di uno Stato, quale quello italiano, fondato su persone libere nel pensiero e nelle fedi». Una difesa quindi della laicità dello Stato e delle libertà personali.
«Voterò quattro sì - insiste Ingrao - per respingere quegli articoli della legge 40 che negano le libertà di scelta essenzialmente della donna in un campo strettamente privato quale quello della procreazione e aggiungo del rapporto uomo-donna: si tratta dunque di diritti essenziali per la persona moderna». Per cui, «votare sì non significa affatto aprire le porte al caos - prosegue Ingrao - la legge 40 rimane a regolare il regolabile con limiti chiari che non sono messi in discussione dal referendum. Votare sì è una battaglia "non-violenta" di civiltà contro l'oscurantismo religioso e politico che vuole bloccare quella che è stata sempre l'arma vincente del genere umano: la ricerca, la conoscenza, l'esplorazione del non conosciuto». L'uomo della politica guarda alla scienza con molta attenzione e pacatezza. «La potenzialità di vita che c'è nelle cellule staminali, ci dice la scienza, è appunto potenzialità: la vita umana che legittimamente chiamiamo "persona" si realizza alla nascita».
__________________________


Rodotà su AVVENIMENTI
in edicola

 
Da Avvenimenti n 23 10-16 giugno
La vita umana non è solo questione di sangue Il giurista Stefano Rodotà: “La legge 40 fa regredire il paese”
di Simona Maggiorelli


“Ai miei occhi questa è una legge fortemente ideologica. È espressione di un punto di vista rispettabile ma assolutamente particolare. Non riflette un dato condiviso, per esempio, dagli scienziati, che non considerano l’embrione una persona». Non usa giri di parole l’ex garante della privacy Stefano Rodotà nel giudicare la legge 40. «Da un punto di vista costituzionale - dice - è una legge molto dubbia, riguardo a dignità, uguaglianza e rispetto del diritto alla salute. Lo strumento legislativo qui viene usato per imporre a tutti i cittadini le convinzione di una parte di essi. In situazioni come questa, invece, l’intervento deve essere assolutamente prudente e sobrio. Per evitare che si passi da uno Stato democratico ad uno Stato autoritario ed etico, con l’imposizione di una morale di Stato. Ma anche per evitare che l’inaccettabilità di questa legge si traduca in diffusa disobbedienza civile. Le persone già vanno all’estero per avere ciò che la legge gli nega, con un effetto di delegittimazione del Parlamento. Nella comune opinione il Parlamento ha fatto una legge inaccettabile ma facilmente aggirabile. Non mi sembra un buon modo di legiferare».

La scienza dice che fino alla 24°settimana il feto non sopravvive fuori dall’utero. Già il codice napoleonico riconosceva che i diritti si acquisiscono alla nascita. Questa legge altera la personalità giuridica?
L’acquisizione della personalità giuridica alla nascita è tradizione giuridica ed è anche scritto nell’articolo 1 del nostro codice civile. Ora si pretende che il frutto del concepimento, già al momento dell’incontro dei gameti, sia parificato alla persona. È una forzatura. Non c’è bisogno di essere giuristi per capirlo. Non è possibile considerare al pari di una persona nata con diritti, attribuzioni, autonomia quello che non è ancora neppure un embrione. Anche se lo si considera come una forma di vita, è inaccettabile paragonarlo e parificarlo ad altri soggetti. Non è compito del legislatore risolvere una questione scientifica e imporre autoritativamente alla comunità scientifica e a tutti i cittadini un punto di vista controverso. In questi casi il diritto deve essere misurato, apprestare forme di tutela differenziate. Quando definiamo inaccettabile la legge 40 non è perché consideriamo il frutto del concepimento un grumo di cellule da buttare nel lavandino. Ma non si può trascurare che l’embrione, che è una persona solo potenziale, non ha possibilità di vita senza l’accoglienza da parte della madre. Sia le sentenze della Corte costituzionale, sia la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno detto esplicitamente che questa equiparazione fra embrione e persona non è conforme ai nostri sistemi costituzionali.

Lo Stato ha diritto di entrare nei rapporti più intimi dei cittadini?
Oggi è una delle grandi questioni. Dobbiamo certo avere il senso del limite nei comportamenti. Ma questo riguarda anche il diritto. Il diritto si può impadronire della vita delle persone? Può sostituirsi alla coscienza individuale? Può violare la “privacy della camera da letto”? Da giurista penso che quando si pretende di attribuire al diritto questo ruolo, imponendo valori che non sono né sentiti né condivi, si fa un cattivo servizio ai cittadini e al diritto. Il diritto deve individuare dei punti base di riferimento, poi deve essere lasciata la scelta alla responsabilità delle persone. Per la fecondazione assistita sarebbe bastata - ma proprio i sostenitori della legge 40 non la vollero - una buona disciplina del funzionamento dei centri, informazione alle donne, protocolli clinici adeguati, per poi lasciar decidere le persone che mettono in gioco la propria vita. Il diritto in queste materie è bene che sia sobrio.

Francesco D’Agostino motiva la proibizione della diagnosi preimpianto con la scusa che violerebbe la privacy dell’embrione…
Un’affermazione bizzarra. Utilizza un paradosso. Se considero l’embrione una persona non posso intraprendere azioni nei suoi confronti senza che l’embrione stesso abbia dato un suo consenso. Ma quando si fanno affermazioni così bisogna essere consapevoli delle conseguenze. La terapia fetale permetterà di accertare le malformazioni dell’embrione e di intervenire. Cosa diremo? Che mancando il consenso dell’embrione non si potranno eliminare le cause di una possibile malformazione? Si dirà che in quel caso c’è il consenso della madre. E allora il consenso dei genitori non vale anche nel caso della diagnosi preimpianto?

La legge 40 vieta l’eterologa. Per un pregiudizio razzista che riduce la paternità a fatto biologico?
Questa violenta regressione nel biologico è un altro dei punti culturalmente gravi della legge 40. Tutta la cultura giuridica e non solo, dagli anni 60 in poi, ha valorizzato la costruzione culturale dei rapporti di paternità e maternità. La riforma dell’adozione ha privilegiato l’affetto fra i genitori e i bambini piuttosto che il legame di sangue. La riforma del diritto di famiglia del ’75 ha cancellato il modello gerarchico di sovraordinazione del marito “capo famiglia” alla moglie e ha introdotto un’idea di comunità, non solo basata sull’eguaglianza, ma che si costruisce in relazione agli affetti. Rispetto a questo dato culturale importantissimo c’è una regressione in un materialismo biologico che mi colpisce e mi inquieta. Far riemergere il legame di sangue con questa brutalità pericolosa impedisce che ci sia una spontanea creazione di paternità e maternità, che culturalmente è la cosa più importante. C’è un pregiudizio certamente ed è grave che si giunga a proibire l’ eterologa. Rispecchia un modo regressivo di guardare ai rapporti fra le persone. E c’è la violazione di un principio costituzionale: il diritto alla salute sancito dall’articolo 32 della Costituzione. Se l’eterologa è considerata una forma di cura della sterilità vietarla vuol dire negare l’accesso alle cure.

Quanto è forte l’ingerenza della Chiesa? Il peccato è diventato reato?
In questa materia la pressione della Chiesa è stata sempre molto forte. Il primo impegnativo documento è noto come “Le istruzioni Ratzinger in materia di procreazione assistita”.Tutti i vincoli e i divieti che ritroviamo oggi nella legge sono stati trascritti con una obbedienza preoccupante. C’è stato un adeguamento progressivo di una parte della nostra classe politica alla Chiesa. Le cui posizioni sono ben note. Ma è grave che sia la bussola adottata da forze politiche che dovrebbero guardare all’interesse di tutti i cittadini e rispettare la libertà di coscienza. Un fatto che ha pochi precedenti in un paese come il nostro che di ingerenze della Chiesa cattolica pure ne ha subite parecchie. Negli ultimi tempi la Chiesa si è fatta soggetto politico con una determinazione, mi pare, davvero preoccupante.

La discrasia fra la legge 40 e la 194 potrebbe dare il la a chi vuol rivedere la legge sull’aborto?
Non solo ci sono tentazioni in questo senso ma anche dichiarazioni esplicite. Vengono tenute un po’ in secondo piano per il timore di una reazione in sede di voto. Ma il rischio politico c’è. Affermare la personalità giuridica dell’embrione autorizza qualcuno, anche in modo improprio, a parlare poi della necessità di tenere sotto controllo tutto ciò che incide sull’embrione. È un rischio molto concreto. Mi auguro che la mobilitazione delle coscienze che il referendum ha prodotto induca a prudenza chi vuole mettere le mani sulla 194.
______________________________


Federico Masini e l'anno del dragone a Venezia, Torino, Milano
 
Dal quotidiano Europa, 11 giugno 2005
diretto da Federico Orlando
Il boom dell’arte cinese dopo le collettive di Roma e Bologna
L’anno del dragone nella laguna di Venezia
di Simona Maggiorelli

Qualcuno l’ha già ribattezzata “Biennale dell’anno del dragone”. Di certo, al di là dei risultati della collettiva organizzata in laguna dall’artista cinese Cai Guo Quiang, è storico lo sbarco della Repubblica popolare alla Biennale di Venezia. Dopo la ventina di artisti cinesi dell’edizione del ’99 diretta da Szeemann e, dopo il successo della sezione cinese intitolata “zona di urgenza”, dell’ultima Biennale di Francesco Bonami, da oggi per la prima volta la Cina ha un suo padiglione permanente nel Giardino delle Vergini. Uno spazio all’aperto dedicato all’arte e all’architettura cinese e che - il direttore della Fondazione Biennale David Croff lo ha già annunciato - sarà allargato negli anni a venire. L’ingresso in Biennale della Cina suona come un riconoscimento ufficiale alla multiforme creatività degli artisti cinesi delle ultime generazioni. Pittori, performers, videomakers che anche in Italia cominciano a interessare un pubblico non più solo di nicchia. In un moltiplicarsi di mostre e iniziative. Dopo la collettiva al Macro di Roma e a Bologna e dopo varie rassegne di fotografia, due mostre aprono i battenti, quasi in contemporanea, a Torino e a Milano. Il torinese palazzo Bricherasio, dal 23 giugno al 28 agosto, ospita le opere di 13 artisti di quella avanguardia cinese che alla fine degli anni ‘70 segnò un distacco dallo stile accademico maoista, scegliendo un modo di rappresentazione della realtà spesso ironico, libero, spiazzante. Dal 29 giugno al 2 ottobre, invece, nello spazio Oberdan di Milano, Daniela Palazzoli presenta la mostra “La Cina: prospettive d’arte contemporanea”: attraverso le opere di 70 artisti emersi fra gli anni ’80 e ’90, un articolato tentativo di cogliere e raccontare il movimento che attraversa, da una trentina di anni a questa parte, il panorama dell’arte contemporanea cinese. “Un panorama estremamente multiforme e variegato - racconta Filippo Salviati, docente di storia dell'arte dell'Estremo Oriente alla Sapienza. “Anche se - stigmatizza - arriviamo buon ultimi”. Buoni ultimi nell’interesse verso l’arte contemporanea cinese dopo almeno un decennio di importanti mostre e retrospettive promosse dal Moma di New York, dal Centre Pompidou, ma anche dalle gallerie di Londra e di Amburgo. Con un interesse crescente, anche sul piano commerciale. Che ha toccato l’acme nelle aste del dicembre scorso con quotazioni di opere cinesi contemporanee da capogiro. Una crescente attenzione verso la Cina che si misura anche in termini di spazi sui giornali. “Negli ultimi anni la Cina è diventata la prima potenza sul piano economico e commerciale - dice il sinologo Federico Masini, preside della Facoltà di studi orientali della Sapienza - . Ora la scommessa riguarda la cultura. Si tratta di vedere se la Cina riuscirà anche ad esportare modelli culturali“. Nonostante il cinema di Zhang Yimou o di Kar Wai, il pianeta Cina, sul piano dell’arte e della letteratura, è ancora in buona parte da scoprire in Occidente. “Ma in futuro - spiega Masini – anche attraverso la diffusione di arte giovane e d’avanguardia le cose potrebbero cambiare”. E chissà - avverte - forse potrebbe anche risultare imbarazzante per la vecchia Europa, “dal momento che la Cina, come il Giappone mette in circolazione modelli culturali senza un’ideologia religiosa retrostante”. Una cultura quella cinese libera da vincoli ideologici, ma insieme con nessi strettissimi con una tradizione millenaria. “La sperimentazione artistica cinese, negli anni dopo Tiananmen, ha avuto uno sviluppo fortissimo”, racconta Filippo Salviati. Una ricerca che ha riguardato un po’ tutti i generi e gli stili: dalla calligrafia alla videoarte. “Dal punto di vista dell’arte il panorama cinese si presenta estremamente sfaccettato - dice lo storico dell’arte che per Electa sta scrivendo il primo manuale guida all’arte cinese contemporanea –, ma con alcune costanti e specificità fortissime. A partire dal nesso scrittura pittura che in Cina affonda le proprie radici nell’antica arte della calligrafia, che oggi si trova declinata e riproposta in forme nuove e di avanguardia”. Il rapporto con le immagini è un aspetto fondamentale della cultura cinese, anche a partire dalla scrittura fatta di ideogrammi. “Al di là del fatto che in questo momento favorevole qualcuno provi a cavalcare la tigre producendo opere facili da vendere ma di dubbio valore, la grande arte cinese – spiega Salviati - non è quasi mai ludica, non conosce la decorazione fine a stessa. Spesso gli artisti realizzano immagini così dense di significati da apparire dei rebus agli occhi occidentali”. Il segreto per comprenderle? “Bisogna coglierne il nesso con il retroterra culturale – conclude - Ma se non si hanno le basi linguistiche sfugge moltissimo del messaggio. Per questo credo sia importante che comincino ad uscire, anche in Italia, strumenti di seria divulgazione”.


Enzo Biagi sul Corriere della Sera di oggi
 
Corriere della Sera 12.6.05
PRIMA PAGINA
Alle urne: ecco i valori in gioco
NON DIMEZZIAMO LA NOSTRA SCIENZA
di ENZO BIAGI


Ci siamo. Da stamattina le urne sono aperte e perfino le previsioni meteorologiche scoraggiano ad andare al mare: temporali sul litorale ligure e anche al Sud nuvole sparse. D’altra parte l’invito agli italiani a sdraiarsi al sole non portò bene neppure a Craxi. Oggi è il giorno nel quale ognuno di noi è chiamato a decidere, a scegliere, il giorno nel quale non sono ammesse deleghe. Votare è un diritto. Anzi, qualcosa di più, qualcosa che ci appartiene e che è costato dolore e sacrifici alle donne e agli uomini della mia generazione. L’età mi consente di ricordare che cos’era questo Paese quando non c’era il problema di rinunciare al weekend per recarsi al seggio, ma mi vengono in mente, soprattutto, i momenti in cui riacquistammo dignità: il primo referendum, monarchia o repubblica, le elezioni del ’48, le grandi battaglie per il divorzio e l’aborto, passaggi fondamentali per allineare l’Italia alle grande nazioni.
Certo, la materia sulla quale siamo chiamati a dire come la pensiamo è delicata, difficile: è il desiderio di diventare genitori, di creare una vita, di capire quali sono i limiti della scienza e i progressi che si possono fare per curare malattie degenerative.
Tutti hanno detto la loro: leader politici, scienziati, personalità della Chiesa e ogni opinione è evidentemente rispettabile. Non è apprezzabile, a mio parere, quella che invita all'astensione. Sono convinto che non esistano verità assolute per convincere a dire «sì» o «no» alle quattro domande che troveremo sulle schede e se il dibattito è stato a volte lacerante nelle istituzioni, lo è, in queste ore, anche in tante delle nostre famiglie: mogli che tracciano la croce da una parte, mariti e figli dall’altra, coppie che consegnano allo spoglio di domani sera la speranza di mettere al mondo un bambino, malati che affidano alle cellule staminali l’ultimo appello per la vita.
Dunque la politica - destra, centro, sinistra - c’entra poco: stavolta i conti li facciamo con noi stessi, con il nostro buonsenso, con la nostra coscienza. Io, tanto per uscire dagli equivoci, sono per quattro sì, ma credo che almeno due siano indispensabili: quello sulla scheda celeste (sì alla ricerca sulle cellule staminali embrionali) e altrettanto su quella grigia (sì alla fine dell’equivalenza tra embrione e persona).
Le argomentazioni scientifiche dovrebbero aver convinto che, mentre usciamo per andare a comperare le paste della domenica, è meglio entrare nella scuola del nostro quartiere e far valere i diritti di cittadini liberi, senza influenze da nessuna parte.
In gioco ci sono valori che riguardano la coscienza, che non è poco, e non vorrei mai che qualcuno dovesse rinunciare a una prospettiva di guarigione o di vita migliore perché ho dato retta a un onorevole, a un ginecologo e, con tutto il rispetto dovuto, a un prelato. In questi due giorni di giugno gli italiani devono decidere, senza incertezze, se con la rinuncia agli studi sulle cellule staminali embrionali la ricerca scientifica deve essere dimezzata. Se capisco le ragioni etiche o religiose per le quali qualcuno rifiuta questa «metà», non posso accettare che questo rifiuto diventi una legge valida per tutti. Sarebbe un gran brutto precedente.


uno psichiatra irlandese...
 
ANSA 11.6.05
L'autismo è la caratteristica del genio, dice uno studio
Studioso irlandese: Orwell, Beethoven, Kant ne erano affetti

(ANSA) -LONDRA, 11 GIU- L'autismo è la caratteristica del genio, dice uno psichiatra irlandese ricordando che Orwell, Beethoven, Mozart, Kant ne erano affetti. Fitzgerald, docente di un college di Dublino, stabilisce per la prima volta un legame tra la sindrome che impedisce di interagire socialmente in maniera normale e quello che si chiama genio dopo aver stilato un profilo psicologico di grandi musicisti, scrittori, pittori e filosofi; ha così scoperto che molti di loro soffrivano di una qualche forma di autismo.
copyright @ 2005 ANSA


brevi dal web
una civiltà europea più di 7000 anni fa e neurologi americani

 
lastampa.it 12 giugno 2005
SCOPERTA CIVILTÀ 2000 ANNI PIÙ VECCHIA DELLE PIRAMIDI
Il cuore di legno dell’Europa

Era fatto con templi di tronchi d’albero e terra

Gli archeologi hanno scoperto la più antica civiltà d’Europa, duemila anni più antica di Stonehenge e delle Piramidi. E’ stata localizzata una rete di dozzine di templi, più di 150 monumenti giganti sotto le campagne e le città delle attuali Germania, Austria e Slovacchia. Sono stati costruiti settemila anni fa, tra il 4800 e il 4600 Avanti Cristo. La scoperta, rivelata oggi dall’«Independent», rivoluzionerà lo studio dell’Europa preistorica. Finora infatti si pensava che l’interesse per l’architettura monumentale si fosse sviluppato in Europa ben dopo che in Mesopotamia e in Egitto.

repubblica.it 12 giugno 2005
E' scomparsa all'improvviso settemila anni fa, trovati 150 templi
Scoperta tra Germania, Repubblica Ceca, Austria, Slovenia
Ecco la più antica civiltà europea
Gli esperti: "Popolo organizzato"
Due millenni prima degli egizi, una grande comunità
nel cuore del continente, durata appena duecento anni
di CINZIA DAL MASO

ROMA - "La civiltà più antica d'Europa", titolava ieri il quotidiano britannico "The Independent". Una civiltà che nel V millennio a. C. ha saputo costruire un numero stupefacente di edifici templari. Finora ne sono stati individuati circa 150 tra Germania orientale, Repubblica Ceca, Austria e Slovenia. Alcuni noti da tempo, addirittura gli anni '60 del secolo scorso. Altri localizzati e scavati di recente, in particolare in Sassonia dove mai se ne erano scoperti prima d'ora.
Altri infine individuati per il momento solo con fotografie aeree. Perché purtroppo non sono fatti di solide pietre come i megaliti che più o meno nella stessa epoca cominciavano ad apparire altrove in Europa, specie sulle coste atlantiche.

In Europa centrale c'era poca pietra ma molte foreste, e così si eressero enormi circoli concentrici di "obelischi" di legno, intervallati da terrapieni e fossati. Ciò che rimane più evidente, oggi, sono spettacolari circoli di buche di palo del diametro di decine di metri. Come nel tempio scavato a Dresda da Harald Stäuble della Soprintendenza archeologica della Sassonia, il più grande e complesso tra quelli finora indagati con un diametro di quasi 130 metri. Lo spazio sacro interno è circondato da due palizzate, tre terrapieni e quattro fossati. Costruzioni che non avevano funzioni difensive ma, soprattutto le palizzate, servivano a impedire la vista dall'esterno, a preservare il segreto dei rituali che si svolgevano entro il "sancta sanctorum".

Stäuble ha riesaminato con attenzione anche gli altri circoli conosciuti, e ha scoperto che tutti senza eccezione condividono delle particolarità molto curiose. Ciascuno di essi fu utilizzato solo per poche generazioni, un centinaio d'anni al massimo, e poi distrutto al termine dell'utilizzo riempiendo nuovamente i fossati. L'area sacra centrale è sempre della stessa dimensione, circa un terzo di ettaro. E ogni fossato circolare, indipendentemente dal diametro, prevedeva la rimozione dello stesso volume di terra. La profondità del fossato era cioè inversamente proporzionale alla sua lunghezza, e ciò significa che la realizzazione di ciascuno di essi comportava esattamente lo stesso impegno lavorativo. "Dunque - ipotizza Stäuble - esisteva un'organizzazione del lavoro piuttosto complessa con operai specializzati capaci di eseguire le costruzioni in un numero definito di giorni, forse stabilito da un qualche calendario religioso. Ogni monumento fu perciò il prodotto di uno sforzo costruttivo immenso, che ha comportato l'impiego ragionato di considerevoli risorse materiali e umane".

E' questa la vera grande novità. Finora si era pensato a queste genti come tranquille comunità di pastori neolitici che allevavano bovini, capre, pecore e maiali, e vivevano in villaggi anche di notevoli dimensioni. Ora invece si capisce che avevano saputo andare oltre la semplice abitazione stanziale ed erano giunti a concepire una vera e propria architettura monumentale. "Fu la prima civiltà europea a realizzare grandi monumenti", precisa Stäuble. Edifici di culto che si potevano vedere da lontano e dichiaravano esplicitamente a chiunque si avvicinasse "questa terra è nostra". Le prime costruzioni capaci di rivelare chiaramente come con il Neolitico l'uomo abbia cominciato a plasmare l'ambiente secondo i propri bisogni. Sorte forse a seguito delle prime lotte tra villaggi o gruppi di villaggi proprio per assicurarsi il possesso delle terre. Durarono poco, un paio di secoli al massimo tra il 4800 e il 4600 a. C. Poi scomparvero all'improvviso. Forse le ricerche future sapranno scoprire il perché.

Yahoo!Salute 12 giugno 2005
Si può fotografare l'amore e l'innamoramento?

E’ una fortuna che capita a molti sperimentare, prima o poi nella vita, l’amore in “fase acuta”. Quella passione che la letteratura e le arti hanno spesso descritto quasi come una forma di pazzia, l’amore che acceca, quello che – come cantava Fabrizio de André – strappa i capelli. E da tempo i ricercatori indagano proprio i meccanismi neurofisiologici dell’innamoramento e dell’amore folle – come lo chiamano i francesi.

Una ricerca appena pubblicata da The Journal of Neurophysiology affronta nuovamente il tema, suscitando grande interesse, se è vero che un articolo dedicato alla ricerca dal serissimo New Tork Times figura questa settimana tra le storie più lette del mese.

Quelle prime fasi dell’amore romantico contraddistinte da euforia costituiscono – sostengono i ricercatori newyorkesi della Rutgers University e dell’Albert Einstein College of Medicine – un fenomeno culturalmente trasversale, probabile evoluzione di un istinto proprio dei mammiferi in quanto tali. Si tratta di un fatto che ha rilevanti conseguenze sui comportamenti sociali di moltissime popolazioni e che ha conseguenze evidenti di carattere riproduttivo e genetico.

Proprio per studiare quali sistemi motivazionali ne sono alla base, gli autori hanno studiato 2500 immagini ricavate grazie a risonanza magnetica funzionale per immagini di dieci studenti e 7 studentesse, tutti innamoratissimi e nelle prime fasi della cotta, ottenendo per la prima volta una fotografia – diciamo così – dell’attività del cervello nel corso di queste fasi acute di passione amorosa. Ne è emerso un dato sorprendente: l’amore sembra più simile ad istinti quali la fame e la sete che non a stati emotivi come l’eccitamento sessuale o l’affetto. La ricerca aiuta a capire perché l’amore produca emozioni così diverse, dall’euforia alla rabbia all’ansia e come mai queste divengano più intense ancora quando ci si scontra con un rifiuto, grazie all’analisi di immagini cerebrali di soggetti che erano stati lasciati dall’amante. Naturalmente, la tecnologia per immagini non riesce a leggere la mente umana: un fenomeno complesso e sfaccettato come l’amore trascende – grazie al cielo – la computer graphics, anche se sofisticatissima come quella utilizzata nella ricerca. Tuttavia, assicura Hans Breiter - direttore del Motivation and Emotion Neuroscience Collaboration presso il Massachusetts General Hospital – questo studio fa davvero compiere un passo avanti nella comprensione dell’infatuazione amorosa.

Agli studenti analizzati veniva mostrata prima una foto della persona amata, mentre li si sottoponeva a risonanza magnetica nucleare. La RMN coglie la crescita o la diminuzione del flusso sanguigno nel cervello, che corrispondono a cambiamenti nell’attività neuronale. Poi, le immagini venivano confrontate con quelle ricavate mentre guardavano la foto di un familiare. Una mappa computerizzata delle aree particolarmente attive del cervello, mostrava punti caldi nelle profondità del cervello, nelle strutture sub-corticali contenute nei gangli basali, quelle del nucleo caudato e dell’area ventro segmentale, sede peraltro della gratificazione dell’alcol e degli oppiacei. Queste aree sono dense di cellule che producono o ricevono dopamina, la quale circola attivamente quando un soggetto desidera o prefigura un rifiuto. Sono le stesse aree che si sono dimostrate estremamente attive nei cervelli di giocatori al momento della vincita o della perdita, o dei cocainomani mentre stanno per tirare la droga. Falling in love (cadere innamorati, come si dice in inglese, non a caso) sarebbe quindi uno dei comportamenti umani più irrazionali e profondi, e non soltanto un modo per soddisfare un piacere o guadagnarsi una ricompensa. In fondo, le tecniche più moderne aggiungono poco, questa volta, alla saggezza popolare.

Fonte: Aron A, Fisher HE, Mashek DJ, Strong G, Hai-fang Li, L Brown L. Reward, Motivation and Emotion Systems Associated with Early-Stage Intense Romantic Love. J Neurophysiol (May 31, 2005). doi:10.1152/jn.00838.2004.


Giorgio Colli
e la storia delle editrici Boringhieri, Einaudi, Adelphi,
oggi tutte in mano a Berlusconi

 
Corriere della Sera 12.6.05
OMAGGI
Colli, figlio spirituale di Nietzsche

A venticinque anni dalla morte, la Bollati Boringhieri ha pubblicato una monografia di Federica Montevecchi su Giorgio Colli. Biografia intellettuale. Colli (1917-79) fu filosofo, filologo, organizzatore editoriale. Sua la prima traduzione dell'Organon di Aristotele, che uscì nel ’55 da Einaudi. Con l’editore torinese Colli progettò una collana filosofica che non si realizzò a causa di dissidi relativi soprattutto alla pubblicazione di Nietzsche. Tra il ’58 e il ’64 con la Boringhieri curò la collana «Enciclopedia degli autori classici», pubblicando più di cento volumi. Dagli anni Cinquanta ai 70 lavorò con Mazzino Montinari e con un’équipe di studiosi all’edizione critica tedesca delle opere di Nietzsche che, dopo il rifiuto einaudiano, fu accolta da Luciano Foà per la casa editrice Adelphi. Presso l’Adelphi sono usciti anche i suoi saggi filosofici.

Corriere della Sera 12.6.05
L’editore ripercorre la lunga carriera, dallo Struzzo all’avventura con Bollati (50 anni fa acquisì i primi titoli del suo catalogo). E ricorda la stagione con Balbo, Foà, Pavese

Boringhieri: Musatti sopravvalutato, evitava il lavoro
«Non era uno psicoanalista internazionale...

di PAOLO DI STEFANO

«Gli anni di fuoco». Comincia così Paolo Boringhieri, 79 anni portati con eleganza. Comincia accennando agli anni della guerra: «Negli anni di fuoco ero amico di tanti personaggi che ruotavano attorno alla Einaudi». Famiglia di origine svizzero-tedesca (i Bohring), un padre fabbricante di birra a Torino per una antica tradizione familiare. Un fratello maggiore, Gustavo, che frequenta i «ragazzi» del liceo D’Azeglio, i vari Bobbio e Mila. È così che nel ’49, ventitreenne, grazie a una «indiretta raccomandazione», Boringhieri viene assunto prima all’ufficio stampa poi nella redazione dello Struzzo, dopo aver lavorato in un’industria meccanica. Nel giro di un paio d’anni, Giulio Einaudi gli affida la collana scientifica avviata ancora prima della guerra. È un incarico che a Boringhieri piace molto, per un suo vecchio pallino legato alla cultura scientifica. Sarebbe stato quello il primo nucleo della futura casa editrice di Sigmund Freud, ma questo nessuno poteva ancora saperlo.
Boringhieri doveva sapere invece, nel ’49, che c’era, all’interno della casa editrice, una lunga storia rimasta in sospeso e che riguardava la Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici, meglio nota come «Collana viola». Responsabilità di Cesare Pavese e di Ernesto De Martino come consulente. Una collana che, lo intuì presto Pavese, minacciava di «diventare il cancro della casa e paralizzare e mangiarsi tutto il resto». Eppure, oggi Boringhieri ricorda: «La Viola fu un’idea di Pavese, il quale convinse Giulio ad aprire una collana in cui mettere i libri che piacevano a lui, gli studi religiosi soprattutto. La scelta dei titoli era frutto dello scambio di opinioni con De Martino, anche se in realtà avevano interessi differenti». Come si sa, quella collezione provoca molti dissensi «politici» all’interno della casa editrice. Da Roma, Muscetta non esita a esprimere la propria ostilità. Intanto Pavese muore, nell’agosto del ’50. Giulio decide di affidarne proprio a Boringhieri l’organizzazione: «Avevo già un certo interesse per la psicologia ed Einaudi lo sapeva: voleva inserire lì anche testi psicologici. Per esempio Jung, che era certamente più "pavesiano", cioè più umanista di Freud, considerato da Cesare uno scienziato. Ciò dimostra la visione chiara che aveva Pavese: inseguiva aperture verso il mondo dell’etnologia, delle mentalità e delle religioni dei popoli primitivi... A suo modo la Viola era una collana d’avanguardia, troppo raffinata per trovare un vasto pubblico in Italia». Del resto, anche Calvino aveva espresso qualche dubbio. Parlò di «etnologia dei negretti». «Forse pensava a Frobenius. Ma la grande pietra dello scandalo fu Kerény: De Martino lo considerava troppo spiritualista, mentre a Pavese piaceva molto».
Boringhieri gode, all’interno della casa editrice, dell’amicizia antica con Felice Balbo: «Fu lui ad ammaestrarmi al lavoro editoriale e aveva una piccola schiera di discepoli, con Pavese era tra i più ascoltati da Giulio, erano loro lo zoccolo originario della casa editrice. Si era tuffato nella politica in Albania ed era tornato al cattolicesimo, ma era un cattolico al di fuori della cultura ufficiale, direi un cattocomunista». Muscetta lo definiva un po’ spregiativamente il «lavoratore cristiano»: «Io appartenevo alla schiera di Balbo, la mia famiglia era protestante e io condividevo l’idea che per essere di sinistra non ci fosse bisogno di professare una filosofia». Dunque, la Viola finisce nelle mani di Boringhieri: «Pavese era una persona formidabile, uno spirito libero e un grande intellettuale, il vero numero due della casa editrice. Mentre io non ero nessuno, venivo ammesso alle riunioni del mercoledì pur non essendo un letterato».
Le preoccupazioni di Giulio Einaudi non erano solo di carattere commerciale, ma anche di opportunità politica: «La Viola era un corpo estraneo rispetto alla casa editrice, dove primeggiava l’interesse politico. Allora quello religioso e quello etnografico erano campi del sapere considerati con sospetto dalla cultura italiana e soprattutto Muscetta, per dirla in volgare, era un po’ un trinariciuto». E Giulio, da che parte stava? «Giulio era un togliattiano, ma al fondo era un liberale figlio di suo padre, non so come mai a un certo punto volesse cedere all’idea di tradurre Lysenko, il biologo ufficiale di Stalin». Il peso della politica: «E beh, sì, la politica fino all’Ungheria si sentiva, ma non come un peso, era un’utopia accettata con entusiasmo da molti». Anche da Boringhieri? «Mah, io ero più cauto, come Luciano Foà». Il quale poi avrebbe fondato l’Adelphi. «Foà accarezzò più volte il progetto di fondere l’Adelphi e la Boringhieri. In effetti forse la cosa sarebbe venuta bene...». Calasso nega che l’Adelphi sia nata come una costola della Einaudi: «Ma secondo me l’einaudiano Pavese sarebbe stato perfetto per l’Adelphi».
L’incontro con Giorgio Colli risale a diversi anni prima: «Colli, come Luciano Foà, era un mio amico di gioventù, si sentiva un figlio spirituale di Nietzsche, ne parlava come di un collega vivente, l’aveva scoperto al liceo. Se la rideva del fatto che Nietzsche fosse stato inglobato nel nazismo, ci rideva sopra e non se la prendeva per niente. Giulio Einaudi lo proteggeva, aveva fatto un contratto con lui per la traduzione dell’Organon di Aristotele, un contratto molto gravoso che suscitò diversi malumori. Ma Giulio non cedette». I malumori venivano, come sempre, da Roma.
Dunque l’amicizia con Colli e Foà era anche il segno di un’affinità elettiva sul piano politico-culturale? «Sì, Foà era un uomo di sinistra, arrivò all’Einaudi come segretario generale, Colli venne a trovarlo in casa editrice, lavorava per il Pci e aveva accesso alla Germania Est. Per questo con Foà coltivò a lungo il progetto di pubblicare Nietzsche in tedesco, che poi si realizzò con l’Adelphi». Einaudi infatti non ci sentiva: spingeva piuttosto per un volume antologico. In quel giro, c’è anche Bobi Bazlen: «Altro personaggio indimenticabile. Me lo fece conoscere Foà, che attingeva a lui come a un pozzo di conoscenze sulla Mitteleuropa. Quando andavo a Roma, incontravo spesso Bazlen, si stava a parlare per ore di psicologia, della Viola; era uno junghiano convinto, mi ha sempre dato molti consigli editoriali. L’Adelphi è lui».
Nel ’55, con la prima crisi economica, Einaudi decide, su consiglio del banchiere Raffaele Mattioli, di cedere una serie di titoli alla Mondadori. E propone a Boringhieri di rilevare le Edizioni Scientifiche. È il primo nucleo di una casa editrice autonoma: «Giulio mise insieme così un po’ di liquidità. Allora era al culmine della sua gloria, il re dei re anche all’estero. Gli editori americani venivano a Torino apposta per lui. Solo che aveva fatto il passo più lungo della gamba, ma secondo me era geniale anche sul piano finanziario. Un altro al suo posto sarebbe naufragato prima. Sapeva come muoversi. Nell’83 rimasi incredulo, non mi aspettavo quel pasticcio, non aveva capito che doveva fare un passo indietro e consolidare la casa editrice». Quando nel ’57 Boringhieri decide di lasciare lo Struzzo, Einaudi ci resta male: «Ci tenevo a dimostrare che si poteva avviare un’editoria scientifica, mettendo insieme scienze della natura, matematica e scienze umane. Così, saltai il fosso. Come Edizioni Boringhieri comprai l’opera di Freud, c’era un’ottima edizione inglese, con apparati critici migliori dell’edizione tedesca». A questo punto entra in scena Cesare Musatti, che già aveva proposto Freud alla Einaudi senza successo: «C’era una cappa culturale, per cui spingersi fino a Freud richiedeva un coraggio eccessivo: il marxismo ostentato diffidava di Freud e della psicologia. Quando decidemmo di tradurlo, Musatti lasciò che si mettesse il suo nome ma non fu lui il vero motore: se c’era da sgobbare si tirava indietro volentieri». Sorride benevolmente, Boringhieri. «Certo, fu Musatti a introdurre la psicoanalisi in Italia, era perfetto a livello italiano, ma sul piano internazionale non era un grande psicoanalista. Renata Colorni si sobbarcò il coordinamento di Freud». Jung venne da sé, dopo pochi anni. «Era l’altro pannello, anche se l’Adelphi l’avrebbe fatto volentieri».
Amicizie. Giulio Bollati era arrivato all’Einaudi nel ’49, giovane normalista di grandi speranze: «Fu presentato come un ottimo letterato, allievo di Sapegno e Pasquali». Poi, quando Boringhieri si mise in proprio, fu Bollati a proporgli il logo del cielo stellato, traendolo da un antico manoscritto francese. «Non posso dire che avevo con lui un’amicizia fraterna, però lo stimavo molto». Nell’87, quando Bollati unisce il suo nome a quello di Boringhieri, le premesse sono chiare: «La Boringhieri era una piccola casa di nicchia, ma con un marchio forte, purtroppo non era più in grado di investire. Dunque, l’aiuto di Romilda, la sorella di Giulio Bollati, avrebbe garantito la sopravvivenza». Le cose vanno così così e nel ’93 il sodalizio finisce: «Bollati si mise a rifare, in piccolo, l’Einaudi, abbandonando il concetto di nicchia e aprendo molto alla letteratura, ma senza ottenere grandi rafforzamenti: la sorella a un certo punto gli disse che così non si poteva andare avanti. Ne venne fuori un pasticcetto. Oggi non è più la mia casa editrice e l’editoria non è più la mia editoria artigianale».
Un po’ meno che amicizie. Italo Calvino: «Calvino non era facile: avrei voluto essergli più amico, ma non ero capace di incoraggiarlo nella mia direzione. C’era qualcosa che mi allontanava da lui: mi pareva che non avesse un’impostazione chiara, anche se si autodefinì un marxista». Ricordi e qualche delusione: «Aveva una penna magica, il dono assoluto della scrittura, ma per me era un po’ troppo letterato, non ho mai avuto passione per la letteratura pura. Calvino era legatissimo a Giulio Einaudi, gli doveva molto: a un certo punto, nel ’50, credo, ci fu un movimento interno contro l’editore e lui disse: è un mio amico, non posso condividere la vostra opinione. Ho disapprovato quando seppi che con la crisi einaudiana dell’83, nel momento in cui Giulio aveva più bisogno di solidarietà, Calvino decise di passare alla Garzanti, mi sembrò un gesto di ingratitudine. Non doveva farlo».


sabato 11 giugno 2005
Giovanni Sartori in prima pagina del Corriere di oggi
 
Corriere della Sera 11.6.05
LA VITA E LA RICERCA

L’embrione e la persona che non c’è
Giovanni Sartori

L’incipit dell’assalto a valanga di Oriana Fallaci dice così: «I mecenati del dottor Frankenstein voteranno senza ragionare...». Io non capisco bene, confesso, chi siano i ricconi (mecenati) che pagano Frankenstein. Ma tra questi ultimi sospetto di essere incluso, visto che il suo elenco include gli accademici dei Lincei. Se così, giuro di non avere ancora ricevuto nemmeno un copeco da nessuno. In attesa (il mecenatismo è sempre gradito) non posso consentire a Oriana Fallaci di ergersi a campione di coloro che ragionano, e quindi del «ragionare» e della ragione. Con il suo permesso, io (anche io) di logica e di razionalità mi intendo. Allora, ragioniamo.
La questione di fondo, la madre di tutte le battaglie, è se un embrione che sarà vita umana lo è già come embrione.
Che sia vita nessuno lo contesta; ma «umana»?
Il cardinale Scola la mette così: «Io sono Angelo Scola, 63 anni, Patriarca di Venezia perché sono stato quell’embrione». Ho già lamentato che la Chiesa non si ricordi più dell’anima (dell’anima infusa da Dio). Ma ora scopro che il nostro bravo Cardinale si dimentica del libero arbitrio. E senza libero arbitrio non c’è colpa né merito: tutto è già predeterminato ab ovo . Per vincere un referendum la Chiesa sta massacrando tutta la sua teologia? Comunque sia, io continuo a credere nel libero arbitrio, mi ritengo responsabile di quel che faccio, e quindi concedo pochissimi meriti, o anche demeriti, al mio embrione. Concedo che l’embrione abbia prestabilito la lunghezza del mio naso, il marroncino dei miei occhi, e altri attributi della mia semi-bellezza fisica. Ma non gli concedo nemmeno un nano-milligrammo in più. Non potrei neanche volendo.
Il titolo di una mia biografia accademica di anni fa era: «Fortuna, caso, ostinazione». Quel titolo era mio. E se forse l’ostinazione deriva dal mio embrione, tutto il resto proprio no. Come esseri umani siamo tutti diversi l’uno dall’altro, e non siamo come polli in batteria programmati dal loro uovo proprio perché risultiamo dall’interazione tra centinaia e centinaia di eventi che in larga parte «avvengono» e ci cascano addosso. Così, per esempio, io mi intendo di logica perché l’ho studiata. Ma non l’ho studiata per «vocazione embrionale» ma, come racconto in quel racconto, per forza di circostanze.
Allora, la logica. In logica, che è la quintessenza della razionalità, non si può sostenere, proprio non si può, che l’embrione è un essere umano perché sarà un essere umano. In logica il principio di identità (il primo principio della logica aristotelica) è atemporale e si declina al presente: A è uguale ad A. La logica non è un futuribile, non può accettare il salto tra è ora e sarà domani per la logica se io mangio un uovo di struzzo non uccido uno struzzo: mangio un uovo.
Ma per la logica di Oriana Fallaci non è così. Cito: «I Frankenstein... con burattinesco sussiego dichiarano che l’embrione non è un essere umano... Con pagliaccesca sicurezza proclamano che non ha una anima, che l’anima esiste se esiste il pensiero... O che un feto comincia a pensare solo all’ottavo o nono mese di gravidanza, che secondo San Tommaso d’Aquino fino al quarto mese siamo animali e quindi tanto vale proteggere gli embrioni degli scimpanzé». Dopodiché, non ancora sazia di tanta scorpacciata, la Nostra asserisce che «ripararsi dietro il sillogismo Cervello-Pensiero-Anima-eguale-Umano è una scemenza». Sì, è una scemenza perché questo non è un sillogismo. Per esempio: «Le donne sono tutte romanziere (premessa maggiore), Anaina è donna (premessa minore), pertanto (conclusione) Anaina è romanziera». Siccome la premessa maggiore è falsa, anche la conclusione è falsa. Ma la costruzione del sillogismo è quella. Ed è anche una scemenza dichiarare, come si legge subito dopo, che «anche gli animali hanno un cervello... anche gli animali hanno un pensiero». Come quello di Oriana? Il suo bellissimo, davvero bellissimo ultimo romanzo, «Inshallah» lo ha forse scritto il pensiero del suo cane?
Debbo anche sfidare Oriana Fallaci a citare un mio solo passo (la «pagliaccesca sicurezza» sopra citata è senza dubbio la mia, visto che sono io che ho tirato in ballo l’anima e San Tommaso) nel quale asserisco che l’anima viene con il pensiero (io mi limito a chiedere alla Chiesa di dirmi quando arriva), che il feto comincia a pensare all’ottavo mese, o che ci sia un qualsiasi nesso (non c’è) tra San Tommaso e gli scimpanzé.
Tornando al punto, secondo Oriana Fallaci «l’embrione che sboccia dall’ovulo di un elefante è un elefante». Io ribatto che sarà un elefante. È la stessa cosa? Oriana mangi un ovulo del predetto, e mi faccia sapere se ha mangiato un elefante. E il discorso logico, il discorso razionale, è questo: a chi dichiara che l’embrione è già vita umana ho il diritto di chiedere: per favore, mi definisca «umana». Definire - spiego - è dichiarare il significato che io attribuisco a una parola, a un concetto. E dunque quali sono le caratteristiche, attributi o proprietà (in logica si dice così) di «essere umano»? Di saper pensare, di saper parlare su se stesso (il discorso sul discorso) e, contentandosi di sempre meno, di possedere un sistema nervoso, e quindi la sventura di soffrire? Non so, dite voi. Ma nessuno, proprio nessuno, lo dice. Non lo dice perché è chiaro che nessuna caratteristica individuante dell’individuo-persona esiste nell’embrione.
Dal che inesorabilmente discende - per la ragione guidata dalla logica - che l’embrione non è una entità (in logica si dice così, lasciamo stare i «grumi» o le «muffe») sacrosanta. Se è in qualche modo utile toccarlo, è toccabile; altrimenti lasciamolo in pace. Così come lasciamo in pace miliardi e miliardi di miliardi di altre vite. Il fatto che l’embrione sia un progetto di vita individuale vuole soltanto dire che l’embrione nell’utero di Maria Fecondata (un nome fittizio di mia invenzione) non produrrà uno scimpanzé. Se lo scienziato cattolico vuole passare da «individuale» a «vita dell’individuo umano», allora bara al gioco. Come ho appena spiegato, dichiari prima qual è, per lui, la caratteristica di «umano» e di «individuo».
A molti questa può sembrare una questione astrusa o addirittura di lana caprina. Ma le sue implicazioni sono concretissime. Le cellule staminali che si ottengono distruggendo l’embrione possono essere usate per la ricerca medica, e cioè per la possibile cura di malattie oggi incurabili, oppure no? Se l’embrione non è sacrosanto, ovviamente sì. Altrimenti no. Forse questa ricerca fallirà. Ma la scienza che è tale la deve consentire. Altro caso: è lecito, è giusto, fermare, prima della nascita, la nascita di un bambino talassemico o affetto da consimili malattie ereditarie? Se l’embrione è sacrosanto ovviamente no. In tal caso a dei genitori disgraziati deve essere imposto di far nascere bambini disgraziati. Ma altrimenti questa è una terribile inutile crudeltà.
Ancora, se l’embrione è già intoccabile vita umana come si fa a sostenere che la conferma della legge 40 non rimbalzerà sulla legge 194 del 1978 che disciplina e consente l’aborto? Secondo me questa è una vergognosa ipocrisia. L’embrione (che è una entità infinitesimale) è sacro, e invece il feto di un bambino già formato non lo è? Storace se la cava dicendo che di questo non è il caso di parlare ora. Ma la Chiesa, che è maestra di moralità, non se la può cavare con una furbata alla Storace.
Infine, c’è la questione dei contraccettivi, che tocca milioni di giovani donne. La Chiesa proibisce i preservativi (persino al cospetto del flagello dell’Aids) e poi condanna come omicidio anche l’uso della cosiddetta pillola del giorno dopo. Omicidio? È solo alla fine della seconda settimana che nell’embrione si comincia a intravedere l’inizio di un sistema nervoso. Prima non c’è niente di distinto e di distinguibile. Omicidio di che cosa? Di quattro-otto cellule informi?
Passo alla scienza, che in questo caso sono la ricerca medica da un lato, e la genetica e la biologia dall’altro. Sulla prima dirò soltanto che non può essere fermata. Se bloccata in Italia proseguirà lo stesso intorno a noi: resteremo indietro (a danno nostro) e basta. S’intende che la ricerca medica va tenuta sotto controllo come si fa da sempre e, vista la delicatezza dei problemi, più di sempre. Quanto alla genetica e alla biologia il punto fermo è che i concetti di individuo-persona, persona umana, e simili sono estranei alla scienza. Il biologo di obbedienza cattolica è libero di usarli come qualsiasi altro privato cittadino; ma se lo fa in carta intestata, allora la sua è falsa testimonianza.
Per la biologia e la genetica esiste soltanto la continuità di un nascere-vivere-morire. Se a un certo momento un certo specifico vivere viene elevato al rango di persona umana, in questa attribuzione la scienza non c’entra. Non è la sua partita. Perché questa attribuzione e qualificazione compete da sempre alla filosofia (ivi inclusa la filosofia cristiana) e alla branca della filosofia che è l’etica.
Concludo. Io certamente non contesto che quando si interviene sulla natura stessa dell’uomo si apre un problema gravissimo. Decenni fa, citando il noto biologo Jean Rostand notavo che l’ingegneria genetica apriva prospettive terrificanti. Lo sono. Ma che non sono da combattere agitando spauracchi da quattro soldi come il romanzo di Mary Shelley, Frankenstein , che tutti ricordano perché impersonato al cinema da uno straordinario Boris Karloff. Gridare alla strage degli innocenti, allo sterminio, al cannibalismo, non è serio. Ed è ancor meno serio tirare in ballo Hitler e l’eugenetica nazista. Questi sono colpi bassi. Perché non credo che nessuna democrazia consentirà mai una eugenetica atta a produrre la razza pura o la razza superiore. Se lo consentisse, allora il problema non sarebbe l’eugenetica ma la democrazia.
A proposito stavo per dimenticare: io andrò a votare. Non voglio essere annoverato tra le «anime morte» (cito solo un bellissimo titolo di Gogol) di coloro che non votano mai nemmeno per sbaglio.


referendum: le ultime ore prima dell'apertura dei seggi
 
Repubblica.it 11.6.05
I Comitati inviano migliaia di messaggini autoprodotti per spingere al passaparola. La replica degli astensionisti
Referendum, il fronte del Sì adesso prova l'arma sms
Appello a votare presto: "L'affluenza sia subito alta"

di GIOVANNA CASADIO

ROMA - Un sms invita: "Per quest'anno non cambiare, 4 Sì e poi al mare". Un altro: "4 croci e una testa, la tua: il 12 e il 13 giugno vota e fai votare 4 Sì". Ma si può optare anche per: "Il 12 e il 13 giugno si vota sulla vita: chi si astiene e chi ci tiene". La battaglia del quorum si gioca anche con gli sms. Visto che il governo, nonostante polemiche e denunce, non ritiene necessario questa volta inviare gli sms per informare sul voto, allora i referendari puntano sul fai-da-te: "Se le istituzioni latitano, via al passaparola".
Alla vigilia del referendum (urne aperte dalle 8 alle 22 di domani e dalle 7 alle 15 di lunedì) è scattata la mobilitazione dei due fronti. Il comitato per il Sì lancia la parola d'ordine: "Anche per il successo del referendum il mattino ha l'oro in bocca". Significa che prima si va a votare e meglio è. Avrà un effetto di trascinamento ed emulazione se alle 12 di domani - quando il Viminale fornirà il primo dato sull'affluenza - ci sarà stata una buona presenza di votanti. Un fatto squisitamente psicologico? Giovanna Melandri, ds, dal palco della manifestazione conclusiva a Roma della campagna per il Sì, dice che "il quorum è a portata di mano e qualche piccolo sacrificio mattutino e un po' di fantasia non guastano per battere l'astensionismo e votare Sì per uno Stato laico e tollerante e per tutte le donne che non accettano di essere trattate con crudeltà dalla legge sulla fecondazione assistita". A un ultimo appello via web della ds Elena Montecchi arrivano in due giorni oltre mille adesioni.
L'associazione "Amica Cicogna" diffonde il manifesto sottoscritto da centinaia di mamme (senza o con la provetta). Invito al voto di cento intellettuali cattolici tra cui Treu, Morcellini, Ardigò, Mattioli.
Dagli astensionisti attacco ad alzo zero e appello a non lasciarsi influenzare. "Sabrina Ferilli, Monica Bellucci, Fiorella Mannoia testimonial del Sì? Noi abbiamo come unico vero autentico testimonial l'embrione", rivendicano Olimpia Tarzia e Carlo Casini del Movimento per la vita. Rincara don Benzi, il prete bolognese che ha lanciato l'iniziativa "Adotta un embrione": "Non fidarti di chi ti dirà che il quorum è vicino per convincerti a votare. Sulla vita non si vota".
(...)
Nel sito del comitato del Sì un promemoria invita a mandare via mail l'appello: "Ci sono catene di Sant'Antonio che se interrotte portano sfortuna. Ci sono catene che fanno sorridere e altre che ci strappano una lacrima. Questa catena serve solo a farci continuare a sperare". Di seguito, le ragioni per l'abrogazione parziale della legge sulla procreazione assistita. Quindi iniziative come "adotta un condominio" (lettera ai condomini) o "adotta un ombrellone" (propaganda in spiaggia). L'Osservatorio di Milano prevede che cinque milioni di italiani si prenderanno un week end di vacanza e consiglia di partire "domenica dopo il diritto-dovere di voto", le strade saranno più sgombre. Per il "non voto" la mobilitazione passa attraverso le parrocchie.


abusi
 
Ansa 10.6.07
Abusi in famiglia: rompere segreto tra bambino e 'abusante'
Psicologo del Cismai parla a Firenze del terribile legame

(ANSA) - FIRENZE, 10 GIU - Per spezzare il legame tra l'adulto che abusa del bambino in famiglia è necessario 'rompere il terribile segreto che lega i due'. Lo ha detto stamani il dottor Dante Ghezzi, psicologo e psicoterapeuta del Cismai, il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l'abuso all'Infanzia, a margine del seminario internazionale sullo sfruttamento sessuale di minori in corso a Firenze. 'Ci vuole qualcuno, all'interno della famiglia, che si accorga che qualcosa non funziona'.

copyright @ 2005 ANSA


moriremo democristiani?
Tabacci svela la trasparente tresca con Rutelli

 
Il Messaggero Venerdì 10 Giugno 2005
NUOVE COPPIE
Tabacci e quella visita a Rutelli
«Vedo un Centro con Francesco: Professore e Cavaliere a rischio»

di MARIO AJELLO

ROMA - Due centristi a consulto. O almeno, Bruno Tabacci come centrista è assolutamente doc. Mentre Francesco Rutelli, come nuovo arrivato, già sembra un veterano. A sentirli, quasi non distingui il moderato dell’Udc e il moderato della Margherita. Il Grande Centro sono loro, più tanti altri? La strana coppia, non strana affatto, si è incontrata al Nazareno, nella sede della Margherita, insomma a casa del ”bello guaglione”. E non si è trattato di un doppio adulterio rispetto ai poli di appartenenza, ma di un primo abboccamento alla luce del sole.
Narra Tabacci: «Un’oretta di conversazione». E speriamo che Prodi, per spiare l’incontro, non si sia appostato sotto il quartier generale rutelliano. O non si sia mascherato da donna delle pulizie, la quale guarda dal buco della serratura e origlia da dietro alla porta della stanza di Rutelli che cosa lui e Tabacci si stanno dicendo. «L’avrebbe potuto fare benissimo», dice Tabacci, «perchè ci siamo scambiati discorsi molto semplici e per nulla pericolosi. E ci siamo trovati d’accordo su molti temi. Sull’arretratezza del sistema bancario italiano, sulla liberalizzazione dei mercati, sull’Europa e sull’euro, sul rifiuto dell’indistinto ulivista proposto da Prodi, Rutelli ha dimostrato di muoversi in una dimensione che è la nostra. E che definirei naturalmente di Centro. La sua astensione al referendum è poi un chiaro esempio di come egli abbia superato gli steccati tradizionali».
Il Rutelli visto da Tabacci è così: «Scorgo nelle sue mosse la consapevolezza che lo strambo bipolarismo italiano sia arrivato al capolinea. E’ un sistema malato un sistema nel quale la propaganda anti-euro di Calderoli si salda con la retorica sull’Europa Matrigna di Bertinotti. Credo che Rutelli abbia ben chiaro, come ce l’ho io, che questo bipolarismo va smantellato e ridisegnato. Anche tramite una legge elettorale proporzionale». Dal vecchio schema al nuovo bipolarismo: «Il Centro, senza Berlusconi, da una parte. E la Sinistra, senza Rutelli, dall’altra». Di fatto, «Rutelli segue con cura l’evoluzione del centro-destra, nella prospettiva di un passo indietro del Cavaliere. Anche se, a mio avviso, questo passo indietro sarà quasi logico. Mentre Rutelli è più scettico sulla possibilità che Berlusconi si faccia da parte».
E così, il bipolarismo degli estremi dovrà finire in soffitta. Rutelli potrà traslocare in un altro recinto il suo moderatismo. E al maggioritario toccherà riconoscere il proprio fallimento. Si tratta di vedere quando il sistema esploderà. Dopo il referendum? Nella prossima legislatura? Tabacci: «Fra l’estate e l’autunno, la politica italiana avrà bisogno di uno scossone. Il problema del superamento del bi-liderismo Prodi-Berlusconi è ormai sul piatto». E Rutelli, seduto al centro della tavolata, è pronto a gustarsi le portate.


quello che cercava di comprare il voto dei suoi operai
 
La Stampa 11 Giugno 2005
REFERENDUM. I RADICALI DENUNCIANO L’IMPRENDITORE DI BARBANIA
«E’ illegale pagare i dipendenti perché si astengano»
Grazia Longo

La libertà di voto è sacra, non può essere comprata. Lo dice lo legge. Lo sanno bene i radicali Silvio Viale e Bruno Mellano che hanno denunciato alla magistratura l’imprenditore di Barbania che aveva offerto ai propri dipendenti un’ora di paga extra in cambio dell’astensione al referendum di domani e lunedì contro la legge 40 sulla fecondazione assistita.
«È stato violato l’articolo 96 del Testo Unico delle leggi per l’elezione della Camera dei Deputati - spiegano il presidente e il segretario dell’associazione radicale Adelaide Aglietta - e l’articolo 51 della Legge 25 maggio 1970 sulle norme sui referendum». Entrambi ribadiscono che la proposta dell’imprenditore Scrimenti trasforma la battaglia politica in un’iniziativa «che ricalca tristemente ricatti economici utilizzati in passato, sotto elezioni, nelle zone più povere del Paese, per contrastare i quali fu emanata la legge che prevede pene severe sia per chi propone l’astensione di scambio, sia per chi accetta la proposta».
La notizia della denuncia è stata comunicata ieri mattina durante la conferenza stampa organizzata per la chiusura della campagna elettorale dal Comitato per il sì al referendum.
(...)


Carlo Flamigni su Salute di Repubblica
 
Repubblica Salute 9.6.05
Il ginecologo
Congelare gli embrioni punisce le più giovani
di Carlo Flamigni

Questa campagna referendaria è difficile per molti motivi, uno dei quali è certamente la confusione sui fatti e sui numeri. Stiamo assistendo a una sorta di clonazione di Margite: troppe persone del tutto incompetenti pensano di essere diventate degli esperti e non si trattengono dall'esprimere opinioni a raffica. Penso ad esempio che in molti si chiedano se con la legge 40 i risultati della PMA sono cambiati. Non mi sembra scontato che lo si possa capire davvero. Provo a dire la mia opinione.
La fecondazione in vitro degli oociti risponde a precise leggi biologiche: più giovani sono le donne che li producono, maggiore è la percentuale di fertilizzazioni. Così, se si è costretti a non fertilizzare più di tre oociti (questo è il "caso semplice" imposto dalla legge) molte ragazze che hanno più di trentasei anni finiscono col ritrovarsi con 2, uno o - talora - nessun embrione, e a dover ricominciare tutto daccapo.
Si dirà: ma non si possono selezionare gli oociti migliori? Rispondono, all'unanimità, i biologi, che la selezione, semmai, va fatta tra gli embrioni. Si dirà: ma non si può fare selezione tra gli embrioni, gli embrioni sono persone. Risposta: il fatto che, solo all'interno del mondo cattolico, esistano 7 differenti teorie sull'inizio della vita personale, dà autorità anche alla nostra richiesta di autorizzare una tutela differenziata e di preoccuparci, entro termini logici, più di sua madre che di lui. Si dirà: ma le donne giovani non soffrono per una diminuzione di successi, lo ammettete anche voi. No, è la nostra risposta, perché la proibizione di congelare embrioni punisce proprio loro, togliendo una percentuale variabile tra il 20 e il 25% di gravidanze per ciclo.
Sento già, a questo punto, le grida di protesta dei più improvvidi, che invocano il congelamento degli oociti, a sostituire quello degli embrioni. Figuratevi! Il congelamento degli oociti è stato sperimentato, al S. Orsola di Bologna, su mia disposizione. Ricordo ancora di aver annunciato la nascita della prima bambina, Elena, e ricordo la glaciale battuta dell'arcivescovo: evento bestiale.
Per richiesta del ministro Veronesi, diressi una commissione che concluse i suoi lavori scrivendo, unanime, che si trattava di materia interessante, ma sperimentale. La sperimentazione è ancora in corso e i risultati sono peggiori di quello che si sperava. C'è un solo centro che afferma di aver risultati accettabili. Ho cercato conferma alle mie convinzioni: ho inviato una lettera a 25 grandi ricercatori, i migliori, e ho chiesto a tutti un parere. Mi hanno risposto in 21 (tra di essi Edwards, Trounson, Fishel, Barri, Sunde, Rosenwaks) e il loro giudizio è una pesante, definitiva condanna del "caso semplice". Sull'applicazione della legge ho dati recenti che sono stati ignorati. Uno studio condotto sui primi 10 mesi di applicazione della legge da 6 centri di ottima reputazione: ebbene, le gravidanze sono diminuite dal 35,6 al 21,5%; ogni mese invece di 71 gravidanze ne sono iniziate 37. Non sono sicuro che questi dati verranno confermati in avvenire, esistono troppe variabili indipendenti di cui tener conto. Quello di cui sono sicuro è che "il caso semplice" è un disastro. Quello di cui sono sicuro è che qualcuno cerca di prendere in giro i cittadini.
Mi permetto di chiudere con un accenno al cosiddetto "turismo dei diritti". Il Cecos ha pubblicato i risultati di una indagine che dimostra come le coppie italiane che vanno a cercare soluzione ai propri problemi in centri stranieri sono cresciute di circa tre volte. Purtroppo, mancano i dati relativi a molti centri dell'Europa dell'Est, che evidentemente non amano rilasciare dichiarazioni. Ma questo è il problema vero: i cittadini ricchi, infatti, si recano nell'Europa ricca, egoista (ha cresciuto i prezzi) ma brava e affidabile. I cittadini poveri si recano nell'Europa povera, che ha prezzi stracciati, ma non dà garanzie. I medici sanno bene di quali rischi sto parlando e di quali conseguenze ho paura. Non è possibile che una sola legge riesca a fare tanti danni.


ancora sul pamphlet di Enrico Bellone
 
L'Unità 10 Giugno 2005
Povera scienza, povera Italia
di Mauro Barberis

UN PAMPHLET di Enrico Bellone contro gli antiscientisti nostrani: una denuncia del sottosviluppo scientifico nel nostro paese e delle sue appendici morattiane

Si corre a comprare La scienza negata. Il caso italiano (Codice, pp. 124, euro 15) - il pamphlet di Enrico Bellone contro i critici nostrani della scienza - spinti da interrogativi e da desideri inconfessabili. Ad esempio, ci si chiede: che cosa avrà mai scritto Bellone su Emanuele Severino, il pontefice massimo dei filosofi «continentali» di casa nostra, tanto da suscitarne una replica piccata? E su Marcello Pera, che in una precedente incarnazione faceva il filosofo della scienza, che cosa mai avrà detto Bellone? E infine - Dio non voglia - non se la sarà mica presa con il cardinale Ratzinger, beninteso prima che diventasse Papa? A discolpa del lettore, e delle sue morbose aspettative, si può solo aggiungere che La scienza negata, prima ancora della pubblicazione, è stato preceduto da strane voci e da polemiche preventive. Il libro era stato annunciato da Einaudi fra le novità di maggio con un altro titolo (La scomparsa dell’Italia scientifica); questo aveva fatto immaginare chissà quali intrighi editoriali e censure notturne, mentre la spiegazione è molto più semplice: basta molto meno, nell’Italia di oggi, per non farsi pubblicare da Einaudi. Infine, come nei film western, erano arrivati i nostri, con le recensioni entusiastiche di Odifreddi e Massarenti ad alimentare ulteriori attese.
Ora, non si dirà che Bellone deluda tutte queste aspettative; ma certo, dato il bersaglio prescelto - i negatori nostrani della scienza - il libro avrebbe potuto diventare un capolavoro della letteratura umoristica, se a scriverlo fossero stati Karl Kraus o anche solo Alberto Arbasino. Invece, si tratta di un libro sin troppo serio: o almeno, di un libro che contiene il suo nucleo sarcastico entro una cornice seria. Cornice rappresentata dall’ennesima denuncia del sottosviluppo scientifico italiano e delle sue appendici morattiane.
«Solo in questa cultura - scrive Bellone - poteva crearsi la sequenza di eventi politici, giudiziari e medici connessi alla terapia Di Bella… Solo al di sotto delle Alpi esistevano le condizioni atte a eliminare l’insegnamento dell’evoluzione dalle scuole repubblicane... Solo nelle nostre valli si ritiene ragionevole che una persona segua un dottorato in astrofisica o biologia molecolare con un compenso inferiore a 800 euro. Solo da noi la disinformazione sistematica ha convinto milioni di cittadini che gli scienziati siano al soldo delle multinazionali o attentino alla sacralità della vita».
Sulla cornice «seria», evidentemente, chiunque operi nella scuola o nell’Università italiana non può che concordare. Ma su tutto il resto? Bellone allinea sì una bella collezione di fesserie sulla scienza, accumulate da autori italiani e stranieri, questi ultimi immediatamente tradotti dopo averle pronunciate: ma tutto ciò fa solo sorridere, quando ci si aspettava di scompisciarsi dalle risate. Il massimo della cattiveria si raggiunge quando si presenta il più famoso libro dell’epistemologo «anarchico» Paul Feyerabend, Contro il metodo, come il «suo romanzo più famoso in Italia»; o quando si parla di Max Horkheimer - la «spalla» del celebre duo Adorno-Horkheimer - come di un «pensatore» che «non era in grado di distinguere un teorema da un ananas»
Verrebbe da dire: tutto qui? Chiunque sia stato, almeno una volta, a un convegno italiano di filosofia potrebbe raccontare ben altro. Chiunque abbia assistito, fra lo stranito e il prostrato, a quella spettacolarizzazione della filosofia di cui ha parlato su queste pagine Beppe Sebaste, potrebbe dire molto di peggio. Chiunque abbia visto le esibizioni tipo Costanzo show di colleghi con un rispettabilissimo curriculum professionale avrebbe potuto, per così dire, ululare alla luna. E poi, un argomento definitivo: possibile che su Gianni Vattimo, il nostro più autorevole maitre à penser antiscientista, in tutto il libro non si trovi un solo aneddoto piccante, una sola citazione devastante, un solo sberleffo pirotecnico?
Il lettore insoddisfatto, a questo punto, si ricorda di aver comprato, nella sua sventata giovinezza, buona parte dei libri citati da Bellone, e li cerca affannosamente per tutta la casa, sicuro di aver sottolineato con la penna blu, in ognuno di essi, affermazioni ben peggiori di quelle menzionate ne La scienza negata. Non trovando questi libri, li cerca nelle soffitte, nelle cantine, nei sottoscala; finalmente li ritrova, soffia via la polvere del tempo e li scorre avidamente. Niente: solo le prime pagine sono segnate; talvolta, lo sono anche le ultime, come quando si cerca di sapere subito chi è l’assassino. Quei libri, in realtà, sono stati consegnati alla dimenticanza molti anni orsono: esercitando in questo modo una critica ben più radicale - così si consola il lettore - della critica del Prof. Bellone.


la biennale di Venezia
 
Corriere della Sera 11.6.05
L’esposizione

La 51ª Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia è aperta al pubblico da domani al 6 novembre
Settanta sono i Paesi partecipanti, mentre gli eventi previsti trenta
La rassegna ospita due mostre: L'esperienza dell'arte al Padiglione Italia e Sempre un po’ più lontano all'Arsenale


Per informazioni www.labiennale.org


la crudeltà cattolica
"Radetzky": «è bene che in Africa continuino a morire di Aids a milioni»

 
Corriere della Sera 11.6.05
Benedetto XVI invita a rispettare gli «insegnamenti tradizionali della Chiesa, unica via sicura anti contagio»
Il richiamo del Papa: castità contro l’Aids
Incontro con i vescovi africani, il Pontefice evita di nominare il preservativo
Luigi Accattoli

CITTÀ DEL VATICANO - Sotto papa Benedetto XVI non ci saranno probabilmente «aperture» sull’uso del preservativo in funzione anti-Aids: ieri il nuovo Papa ha parlato per la prima volta dell’epidemia di Aids che «devasta» l’Africa, richiamando all’osservanza degli insegnamenti «tradizionali della Chiesa», che ha presentato come «unica via sicura» per la prevenzione del contagio. Benedetto XVI non ha nominato il preservativo.
(...)
Il ragionamento che ha svolto in inglese - parlando ai vescovi di Sud Africa, Botswana, Swaziland, Namibia e Lesotho - è perfettamente rispondente all’impostazione che alla questione veniva data dalle varie autorità vaticane sotto Wojtyla. Ed era un’impostazione che portava all’esclusione tassativa dell’uso del preservativo.
«La Chiesa cattolica - ha detto il Papa, dopo aver descritto la "devastazione" causata dall’Aids africano - è sempre stata in prima linea sia nella prevenzione sia nella cura di questa malattia. Gli insegnamenti tradizionali della Chiesa hanno dimostrato di essere l’unica via sicura per prevenire la diffusione dell’Hiv-Aids».
Papa Ratzinger ha poi invitato la Chiesa cattolica africana a indirizzare la popolazione «e in particolare i giovani» verso «matrimoni fedeli basati sulla comunione, la pace, la felicità e la gioia» e verso la «protezione che viene dalla castità».
In altre parole, come hanno sempre sostenuto i vari portavoce vaticani sotto Wojtyla, la vera prevenzione dell’Aids consiste nel binomio «castità e fedeltà». Castità dei non sposati, fedeltà degli sposati. Il preservativo non è ammesso perché favorirebbe la promiscuità e non garantirebbe totalmente dal rischio dell’infezione.
L’Africa, ha detto ancora il Papa, è «minacciata da divorzio, aborto, prostituzione, traffico degli esseri umani e uso di contraccettivi». Fenomeni che «contribuiscono al collasso della morale sessuale». Donde l’invito a sottolineare il valore fondamentale della «famiglia come Chiesa domestica, da costruire sui pilastri culturali fondamentali della tradizione africana».
(...)


venerdì 10 giugno 2005
scienzaonline
speciale referendum

 
una segnalazione di Guido Donati

Collegandosi al seguente link si potranno leggere gli articoli e i contributi i cui titoli sono indicati di seguito


  • La legge 40 sulla fecondazione assistita è una legge che ci riporta ai tempi di Galileo. È importante votare il 12 e il 13 giugno e conoscere il significato dei quattro referendum di Margherita Hack
  • Fecondazione Assistita: una legge che va contro se stessa di Umberto Veronesi
  • Votare sì al referendum vuol dire maggiori garanzie per la salute delle donne Dichiarazione del Prof. Umberto Veronesi
  • Massimo Fagioli: «La legge 40 violenta il rapporto uomo donna e nega ogni idea di trasformazione» di Paolo Izzo da www.quaderniradicali.it
  • Un calo di gravidanze di circa il 40% con la legge italiana sulla fecondazione assistita, considerata dagli scienziati più noti nel mondo addirittura pericolosa dal punto di vista medico e sociale di Carlo Flamigni
  • Le ragioni del Sì di Andrea Baglioni
  • L'ostruzionismo degli astensionisti di Augusto Barbera
  • Sul sito www.mawivideo.it è disponibile il dibattito "Tutti pazzi per l'embrione" organizzato da Simona Maggiorelli per Avvenimenti venerdì 27 maggio

Altri siti da consultare:
www.comitatoreferendum.it


il quorum
 
Corriere della Sera 10.6.05
I referendari sperano in una vittoria a sorpresa
di MASSIMO FRANCO

A dare voce ai timori del fronte referendario è Fausto Bertinotti.
«Raggiungere il quorum sulla procreazione assistita», ha ammesso ieri il segretario del Prc, «è un obiettivo molto ambizioso, per le condizioni nelle quali si vota». È uno dei pochi a non negare le difficoltà. Nelle ultime ore, l’obiettivo di promotori e astensionisti è di pensare soltanto alla vittoria. Basta ascoltare il segretario dei radicali, Daniele Capezzone, in possesso di «quattro sondaggi che fanno oscillare le percentuali dei votanti dal 38 al 54 per cento: la catastrofe o il trionfo. Un margine di 16 punti dice che la partita è apertissima. E io sono fiducioso». A conforto dell’ottimismo si cita il risultato delle elezioni a Catania, dove tutti davano perdente il sindaco di FI; e invece Umberto Scapagnini ha smentito i pronostici. E, sotto voce, si cita il «fattore Ciampi» come un elemento a favore del quorum: il presidente della Repubblica domenica andrà a votare. Ma nell’Unione prodiana c’è anche chi ipotizza l’eventualità che alla fine la percentuale risulti inferiore al quorum, seppure di poco. Gli astensionisti alzano la soglia al massimo; i referendari la abbassano.
La tesi berlusconiana è che «se il "sì" perde, perde», taglia corto il coordinatore di FI, Sandro Bondi. Ma qualcuno fa notare che un afflusso superiore al 45 per cento potrebbe sdrammatizzare l’eventuale insuccesso dei promotori. D’altronde, dal 1995 nessuna consultazione ha raggiunto la soglia del 50 per cento più uno dei voti; e nel 2003, al referendum sull’articolo 18 (quello sui licenziamenti nelle imprese con meno di 15 dipendenti) votò appena il 25,7 per cento.
Dietro la speranza di un quorum strappato in extremis al cardinale Camillo Ruini e agli astensionisti, si fissa una sorta di soglia minima, che per qualcuno parte dal 40 per cento; per altri, dal 35. Ma a farlo sono i settori più pessimisti dello schieramento referendario: i fautori della tesi secondo la quale «il problema non è se si perde, ma come si perde». Eppure, c’è chi confida in una vittoria sorprendente. D’altronde, Romano Prodi ha confermato che voterà: come andrà alle urne il leader di An, Gianfranco Fini, spiazzando i suoi.
La scelta, speculare a quella di Francesco Rutelli, presidente della Margherita, che si asterrà, legittima le posizioni trasversali; e potrebbe scoraggiare la tentazione di rese dei conti postreferendarie. I partiti cercano di negare i contraccolpi del 12 e 13 giugno, confermando che il pericolo di nuove tensioni esiste: e infatti il prodiano Arturo Parisi accusa Rutelli di usare il referendum come «strumento di divisione». Ma nel centrosinistra, i referendum sono stati considerati quasi provvidenziali: se non altro, hanno messo ai margini per un po’ le tensioni fra alleati.


MARCO BELLOCCHIO
Tolosa ama il cinema italiano

 
cineuropa.org
www.cineuropa.org/newsdetail.aspx?lang=fr&documentID=52229
Festival – France
Toulouse aime le cinéma italien

Alors qu'à Rome, les professionnels français et italiens tentent de dynamiser les coproductions entre les deux pays et d'améliorer la distribution des films produits des deux côtés des Alpes, des initiatives locales plus modestes comme la première édition des Rencontres du cinéma italien organisée la semaine dernière à Toulouse donnent l'opportunité aux spectateurs français de découvrir les dernières tendances du 7e art transalpin.
Avec seulement 14 longs métrages sortis dans les salles françaises en 2004, la nouvelle génération des cinéastes italiens doit s'appuyer sur le travail de nombreux festivals comme ceux d'Annecy ou de Villerupt pour atteindre le public hexagonal. En effet, la distribution en France des films transalpins ne bénéficie que d'un nombre réduit de copies qui limite quasi automatiquement leurs scores au box-office en raison d'un contexte global d'embouteillage de sorties et de très rapide rotation des films à l'affiche. Ainsi Buongiorno Notte de Marco Bellocchio qui a totalisé 127.000 entrées l'an dernier en France est sorti sur 41 copies
(...)


torna in DVD BETTY BLUE di Beineix, nella versione lunga mai vista
...ti ricordi?

 
Corriere della Sera 10.6.05
HOMEVIDEO

«Betty Blue» in dvd nella versione lunga: Una storia d’amore senza tempo
Alberto Pezzotta

Torna «Betty Blue» di Jean-Jacques Beineix, nella versione lunga (circa tre ore contro le due originarie) che da noi non si era mai vista. E regge meglio del previsto. Come storia d’amore, ambiva a essere l’«Atlante» degli anni Ottanta: esplicito nell’erotismo, rimane coinvolgente nel rappresentare la felicità; mentre appare più programmatico nell’innescare il dramma, con la follia della protagonista: travolgente, ma incapace di adattarsi alla realtà. All’epoca la critica più austera lo bollava come l’ambiguo manifesto per una generazione in fuga. Oggi, in epoca di «dogmi» e altre ciniche provocazioni, sembra quasi cinema classico. Memorabile l’alchimia tra i protagonisti, Jean-Hugues Anglade e Béatrice Dalle. Il dvd non ha problemi, ma è penalizzato dall’assenza di qualunque extra: a cominciare dalla segnalazione, nell’indice, delle sequenze aggiunte alla prima versione.

Jean-Jacques Beineix, BETTY BLUE, dvd, Sony, 22,90 euro


l'oltranzismo degli astensionisti
 
La Stampa 10 Giugno 2005
UNA CAMPAGNA REFERENDARIA NELLA QUALE SI SONO SPESSO FORZATI I TONI
Gli astensionisti vincono la battaglia degli eccessi
L’enfasi li ha addirittura portati a paragonare i fautori del sì a Goebbels
Il primato spetta alla Fallaci: «Macelleranno i nostri figli come i bovi»

AI tempi del divorzio, il privilegio dell'enfasi toccò agli antidivorzisti. Quali che fossero le loro ragioni, le esprimevano in modo esagerato: alcuni di loro gridavano che con il divorzio i mariti sarebbero fuggiti con la cameriera, e seminavano irrisione invece di consenso»: è quanto ha scritto Giuliano Ferrara sul «Foglio» dello scorso 23 maggio, per concludere che «a parti rovesciate, quel gioco retorico è ricominciato dalle parti del Sì» ai referendum di domenica. Ma è davvero così? Sembra piuttosto, tirando almeno provvisoriamente le somme di una campagna referendaria particolarmente vivace, che sia stato il fronte del No, e ancor più quello dell'astensione, a forzare un poco i toni, a esagerare un tantino nel dipingere un futuro governato dai «mecenati dei dottor Frankenstein» (così Oriana Fallaci) in cui «i nostri figli mai nati» verrebbero «massacrati», «ridotti a farmaci da iniettare o da trangugiare» oppure «macellati come si macella un bove o un agnello» per «ricavarne tessuti e organi da vendere come si vendono i pezzi di ricambio per un'automobile».
Proprio la lettura del «Foglio» di queste settimane - e, per la verità, anche di molte settimane precedenti - pare confermare la presenza di un «estremismo astensionistico». Sabato scorso, per dire, il giornale di Ferrara pubblicava una mitragliata di articoli così intitolati, pagina dopo pagina: «Progettare i discendenti: ci ha già provato Joseph Goebbels, non è il caso di riprovarci ancora», «Le tentazioni del dio uomo. La tirannide del pensiero eugenetico e il mito faustiano del'immortalità», «La scienza follia per follia: il sogno eugenetico dell'uomo migliore e del figlio sano». Un po' troppo, forse: anche perché la paroletta magica così ricorrente fra gli ultrà dell'astensione - «eugenetica» - con il referendum non c'entra affatto. Ma la tentazione di rilanciare la posta, a costo di imbrogliare un poco, è troppo forte: «Non c'è più l'eliminazione delle persone - ha sostenuto per esempio il professor Neri, direttore dell'Istituto di Genetica del Gemelli - ma la pratica asettica, pulita, “elegante” della selezione embrionale, che promette figli sani e belli. Ora sono chiamate in causa alcune gravi malattie, ma la deriva è evidente».
Sul versante «laico» l'accusa di eugenetica rivolta ai fautori del Sì è sfociata a volte in una condanna senz'appello della scienza e del progresso tecnologico in quanto tale. Significativi, di nuovo, due titoli del «Foglio»: «Le uova fatali della scienza: il romanzo con cui Bulgakov denunciò la presunzione del progresso» e «Oggi l'embrione, ieri l'atomo: quando la scienza si è accorta che il progresso non sempre va verso il bene». Quest'ultimo ha peraltro un sapore vagamente surreale, perché capita nel momento in cui si riparla di uso civile dell'energia nucleare, quasi a dimostrare che «verso il bene» il progresso tutto sommato riesce ad andare.
Sul versante cattolico, l'esponente più emblematico dell'oltranzismo antireferendario è probabilmente Antonio Socci, autore con il leader del «Movimento per la vita», Carlo Casini, di un pamphlet «In difesa della vita» appena uscito da Piemme. «Non andrò a votare - ha spiegato Socci - per scongiurare la riduzione di esseri umani a cavie o a serbatoio di organi». Con tanto di teorizzazione storico-culturale: «Tutti i regimi pagani dell'antichità sono basati sui sacrifici umani. Il cristianesimo irrompe poi nella storia come una novità radicale». Insomma, la fecondazione assistita sarebbe una ripresa dei sacrifici umani. Meglio forse, come ha fatto don Franco Rapullino, parroco della chiesa di Santa Caterina a Formiello a Porta Capuana, nel cuore di Napoli, invitare dal pulpito i fedeli ad andare al mare, «e la chiesa vi paga pure il biglietto d'ingresso per il lido flegreo Varca d'Oro!». Decisamente più pittoresca, invece, l'avventura capitata ad alcuni attivisti diessini di Pompei, che si sono trovati circondati da un gruppo di gesuiti che scandivano in coro un ritmato «Vade retro Satana»...
Qualche eccesso - inevitabile, del resto - è venuto anche dal mondo politico. Francesca Martini, deputata leghista, ha definito «figli di serie B» i nati da fecondazione eterologa, e addirittura «persone con diritti affievoliti». Carlo Giovanardi, ministro dell'Udc trascinato in tribunale perché un manifesto nel suo collegio accoppiava nella stessa immagine le SS in sfilata davanti a Hitler e i sostenitori del referendum, non soltanto non si è scusato del paragone, ma ha rincarato la dose: «Io sostengo - ha scandito - che la vivisezione dell'embrione e la non tutela del concepito riportano la legge al periodo nazista».
(...)
i fautori del non voto non soltanto avrebbero fatto meglio a non forzare i toni (...), ma, forse, avrebbero proprio dovuto tacere. Meno si parla di un referendum, infatti, e meno gente andrà a votare: almeno da questo punto di vista i fautori del Sì possono dirsi moderatamente ottimisti.


alle origini della medicina
 
Galileo 9.6.05
LIBRI
La medicina al tempo dei Faraoni
Valentina Gazzaniga
Bruno Halioua
La medicina al tempo dei Faraoni
Edizioni Dedalo, 2005
pp. 293, euro 20,00
La medicina dell'Egitto faraonico è stata oggetto dell'attenzione degli storici secondo due principali prospettive: da un lato quella dell'approccio filologico e superspecialistico, che ha ricostruito con un rigoroso approccio documentario, il panorama della pratica medica egizia; dall'altro, quella dell'approccio divulgativo, largamente basato sulla semplificazione e sulla 'commerciabilità' di alcuni aspetti, tra cui spicca, per ovvia facilità evocativa e 'sensazionalista', la pratica della conservazione dei cadaveri attraverso l'imbalsamazione, e la supposta conoscenza anatomica che ne sarebbe derivata alla medicina.
Il testo di Bruno Halioua ha il merito di riassumere accuratamente i risultati della ricerca specialistica più recenti e meno accessibili al grande pubblico, e di proporre, con un linguaggio piano, una accorta divisione in capitoli tematici, una chiave di lettura 'tecnica' (Halioua è medico dermatologo) e una visione di insieme allettante per chi desideri accostarsi alla conoscenza della medicina egiziana.
Essa è, in primo luogo, una pratica, basata su concettualizzazioni del corpo che non possono in alcun modo essere ridotte a uno schema interpretativo a noi contemporaneo; il tentativo di 'attualizzare' la descrizione patologica è, già da tempo, stato segnalato come un rischio alto, proprio in relazione alla non riducibilità del pensiero antico in tema di salute e malattia. Ciononostante, la precisione con cui i papiri medici venuti alla luce, acquistati o trafugati nella seconda metà del secolo XIX descrivono sintomi e prognosi di alcune affezioni (in particolare quelle traumatiche), consente ad Halioua di tracciare un quadro della nascita di una primordiale forma di 'medicina del lavoro', di una traumatologia d'urgenza, nonché di una farmacologia attenta ai rischi ambientali. Si pensi per esempio al papiro Brooklyn, dedicato alla descrizione di quaranta specie di serpenti, alla tipologia degli avvelenamenti che possono causare, alla potenziale letalità e alla proposizione di un antidotario generale e specifico. Vengono inoltre introdotte aree tematiche innovative, come quella dedicata alla pediatria e al trattamento delle infermità e invalidità dell'infanzia, epoca della vita che la medicina antica del bacino del Mediterraneo trascura, assimilandola alle fasi di incompiutezza (con l'equazione bambino-madre) o di perdita di funzionalità e vigore (bambino-vecchio).
La grande attenzione prestata alla revisione critica della letteratura di riferimento e alla sua articolazione in un quadro esaustivo, appassionato e piacevole, nonché uno specifico interesse alla revisione paleopatologica, i cui risultati hanno fornito e stanno fornendo i dati più attendibili e interessanti sulla situazione medica e sanitaria del mondo antico in diverse aree storiche e culturali, fa sì che si perdonino facilmente al testo alcune ingenuità: il confronto tra la medicina egiziana e le teorie sulla spermatogenesi attribuite a un generico Ippocrate (ma in realtà le opere di Ippocrate sono una raccolta complessa di teorie non riducibili a un unico modello); la sorpresa nel ritrovare descrizioni dell'epilessia in testi magici (l'epilessia è, per eccellenza, il morbo sacro, dunque legato a magia e religiosi); il riduzionismo con cui viene letta la storia biblica di Mosé e delle piaghe d'Egitto, che testimonia una difficoltà a cogliere aspetti simbolici e metaforici. Tali aspetti, decontestualizzati dal necessario discorso storico-religioso che attribuisce loro senso e significato, rischiano di apparire, talvolta, letture eccessivamente semplificative.


giovedì 9 giugno 2005
su VILLE & CASALI
la casa di Enrico Pieranunzi
e le immagini di Massimo Fagioli

 
una segnalazione di Andrea Ventura

Nell'allegato al numero in edicola di "Ville & Casali" di Giugno, dal titolo "Le case del jazz - i musicisti si raccontano attraverso le abitazioni"
c'è un ampio servizio con grandi foto a colori sulla casa di

Enrico Pieranunzi


uno stralcio dall'inizio dell'articolo:

L'IRONIA DEL POETA

La critica internazionale lo celebra come uno dei grandi maestri del jazz contemporaneo per il lirismo espresso dal suo tocco leggero sulla tastiera. Il pianista romano vive nella Capitale, in un luogo carico di luce e di simbolismo anche grazie ad un contributo speciale

Con il pubblico ama scherzare sulla presunta malinconia della musica che compone, sul pathos che il suo tocco leggero, raffinato ed intenso riesce, ogni volta, a trasmettere alla platea entusiasta ed emozionata. Ma quando si entra nell'abtazione romana di Enrico Pieranunzi, un musicista che, grazie al suo talento di pianista e di compositore, occupa ua posizione di rilievo nel panorama jazzistico mondiale, ci si accorge che si tratta di un piccolo trucco della sua grande ironia. L'ampio soggiorno, pieno di luce e di colore, sembra pensato per la musica, anzi, per il pianoforte, la cui caratteristica silhuette appare riproposta anche nel soffitto.
Un equilibrio perfetto regna poi tra gli oggetti e i suggestivi affreschi alle pareti, il cui autore è Massimo Fagioli, psichiatra di importanza storica ma anche artista architetto, regista. Dopo aver realizzato insieme al musicista la colonna sonora del suo film Il cielo della luna, gli ha "regalato" le originalissime immagini che sono ora dipinte sui muri. Sembrano gli accenni di una storia, come il cerchio giallo dipinto accanto al pianoforte, che fa pensare al sole, al particolare calore che vive nella musica di Pieranunzi, quel melos mediterraneo che il maestro sa fondere magistralmente con l'improvvisazione jazzistica e con la tradizione "colta".
...
__________________


su MAWIVIDEO

 
dalla Libreria Amore e Psiche
http://www.amorepsichelibreria.splinder.com/

su
www.mawivideo.it è disponibile il dibattito
"Tutti pazzi per l'embrione"
di venerdì 27 maggio
chi non ha la possibilità di vederlo su internet
può venire a vederlo qui da noi.



Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908 amorepsiche2003@libero.it
i nostri orari: lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20
http://www.amorepsichelibreria.splinder.com/

__________

È nato il blog della


LIBRERIA AMORE E PSICHE


Novità editoriali, eventi e informazioni
dalla Libreria Amore e Psiche


LO SI PUÒ RAGGIUNGERE ALL'INDIRIZZO:

http://www.amorepsichelibreria.splinder.com/

(il link a questa pagina resterà permanentemente nella spalla grigia alla sinistra di questa pagina.
I nostri più calorosi ringraziamenti ed auguri)


____________________



l'irresistibile fascino di Marcello Pera
tutti hanno diritto di cambiare idea...

 
Corriere della Sera 9.6.05
LA RIVELAZIONE DI DEL PENNINO

ROMA - A Radio Radicale Antonio Del Pennino rivela che il presidente del Senato Marcello Pera si era battuto, nella passata legislatura, in favore della fecondazione assistita, tenne cioè una posizione diametralmente opposta a quella che sostiene oggi. Il senatore Del Pennino - appartiene al gruppo Misto-Pri - aggiunge che «nel marzo 2000 Pera presentò una serie di emendamenti che io ho ripresentato senza mutare una virgola durante il dibattito dello scorso anno». Del Pennino, assieme al diessino Lanfranco Turci anch’egli del comitato per il Sì, pubblica oggi sul Riformista un intervento nel quale indica i ritocchi «ispirati» da Pera. E non sono certo modifiche di poco conto dato che riguardano parti essenziali della legge: l’abolizione del divieto di crioconservazione degli embrioni; l’eliminazione dal testo della legge del richiamo ai diritti del concepito e della limitazione del ricorso alla fecondazione assistita alle sole coppie sterili; rendere possibile la procreazione eterologa nel caso uno dei due coniugi o conviventi sia sterile.
In pratica, ricorda Del Pennino, Pera difese i suoi emendamenti con parole dure accusando quella legge di essere ipocrita e illiberale. «Per questo - conclude - fatico oggi a comprendere le ragioni del suo comportamento».


Carlo Alberto Redi
 
La Stampa 9 Giugno 2005
«HO ADERITO ALL’APPELLO DI DULBECCO E MONTALCINI: L’UOMO NON DEVE CHIUDERSI DI FRONTE AL FUTURO»
intervista
«L’Italia è fuori dalla ricerca»
Il biologo Redi: rimediare agli errori della legge 40

Piero Bianucci

BIOLOGO dello sviluppo all’Università di Pavia, ricercatore da anni impegnato sul fronte delle cellule staminali, accademico dei Lincei, Carlo Alberto Redi è tra i cento scienziati europei che hanno firmato l’appello affinché, votando sì al referendum di domenica, gli italiani riaprano nel nostro Paese la possibilità di fare ricerca a scopo terapeutico sulle cellule stamninali embrionali, possibilità oggi bloccata dalla legge 40 sulla riproduzione assistita.
Professor Redi, perché ha aderito a questo appello lanciato dai due premi Nobel italiani per la medicina, Rita Levi Montalcini e Renato Dulbecco?
«Certo anche per rimediare agli errori della legge 40. Ma soprattutto per un motivo di carattere molto più generale. L’appello intende richiamare l’attenzione della società civile su un problema fondamentale: la libertà di far avanzare la conoscenza. Va benissimo sviluppare le ricerche sulle cellule staminali adulte. Non pongono problemi etici e sono quelle con applicazioni terapeutiche più vicine. Ma tutte le indicazioni che vengono dalla comunità scientifica internazionale ci dicono che per avanzare nel sapere occorre studiare a fondo le cellule staminali degli embrioni. Occorre capire come si differenzino nei vari tessuti e nei vari organi. Inoltre grazie a queste cellule possiamo studiare in provetta molte patologie umane».
Sul fronte dell’astensione e dei difensori della legge 40 c’è chi accusa gli scienziati di voler praticare l’eugenetica selezionando gli embrioni «migliori». C’è persino chi vi paragona al nazista Mengele, chi dice che clonerete uomini fotocopia, che produrrete dei mostri.
«Sono bugie volgari. Se qualcuno pensa che vogliamo far nascere bambini biondi con gli occhi azzurri, si sbaglia: non ne siamo capaci! Semplicemente noi diciamo che l’uomo non deve chiudersi di fronte al futuro. In Corea sono già state ottenute 11 linee di cellule staminali embrionali ben stabilizzate. Queste linee cellulari permettono fin da oggi di studiare in provetta malattie che interessano milioni pazienti. Su nove linee cellulari si studia come guarire il diabete. Un’altra linea riguarda malattie del sistema immunitario e un’altra ancora la cura dei danni spinali».
I ricercatori italiani potrebbero acquistare quelle linee cellulari dalla Corea per i loro studi?
«No, la legge lo vieta perché sono state ottenute dopo l’entrata in vigore della legge stessa».
Dulbecco propone come limite per la ricerca sugli embrioni il quindicesimo giorno del loro sviluppo. Come giudica questo confine?
«Molti scienziati ritengono valida questa demarcazione: a 15 giorni nell’embrione incomincia a delinearsi il sistema nervoso. Possiamo pensare che da quel momento in poi si svilupperà una persona. Prima invece l’83 per cento degli embrioni o non si impianta nell’utero o perisce per cause naturali, e comunque si tratta di cellule indifferenziate. E’ la prospettiva «gradualista»: la nascita della persona vista come un processo. Se però si cerca un dato accettabile universalmente, questo non è né la fecondazione né la comparsa del sistema nervoso. E’ invece il momento nel quale si ha la prima copia genomica, ciò che succede due giorni dopo la fecondazione. Prima il genoma è silente».
La legge 40 porta l’Italia fuori dal contesto internazionale della ricerca?
«Le maggiori associazioni scientifiche internazionali, cominciando da quelle americane, sono per la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Il parlamento Usa ha votato a maggioranza (219 voti) contro la posizione di Bush, il cui veto può resistere solo fino alla maggioranza di 290 voti. La nostra Accademia dei Lincei ha espresso 58 sì, 8 no e 14 astenuti. Le strade sono solo due: o si producono staminali con nuovi embrioni (cosa che causerebbe lacerazioni) o si usano le cellule dei 31 mila embrioni congelati che abbiamo già in Italia e che sono destinati a una lenta distruzione».
Quali studi fa nel suo laboratorio?
«Noi lavoriamo sulle cellule staminali dei topi. E’ un progetto europeo che si chiama “citoplasto artificiale”. Il citoplasto è una sostanza contenuta nel citoplasma dell’uovo in grado di far partire la programmazione delle cellule e quindi di indurne la trasformazione nei diversi tessuti del nuovo individuo».


neurofisiologi americani
una "ipotesi" molto poco sentimentale...

 
Corriere della Sera, 1.6.05
I risultati di una ricerca Usa condotta con scanner cerebrali
Ecco perché si può impazzire per amore
Quando ci si innamora si «accendono» due zone cerebrali collegate all'energia e all'euforia. Che vanno in tilt se si è lasciati
Alessandra Muglia

NEW YORK - Dalla Didone di Virgilio che impazzisce per Enea all'Orlando che perde il senno per Angelica e diventa furioso da innamorato che era. Un salto nel tempo (e nello spazio, di celluloide) e si arriva a King Kong che si arrampica fino in cima all'Empire State Building per conquistare l'amata, o all'amante rifiutata di «Attrazione fatale» che non dà tregua al suo lui e alla fine tenta di ucciderlo. Letteratura e cinema non hanno lesinato esempi di come l'amore possa trasformarsi in qualcosa di simile alla follia. Una vicinanza, quella tra il sentimento e la malattia, evocata tra l'altro da espressioni d'uso comune: «sono pazzo di te», si dice. Forse non a caso. Ora, per la prima volta, gli studiosi hanno «fotografato» cosa succede nel cervello quando si scatena quella tempesta emotiva che un tempo portava a stare ore e ore sotto la finestra dell'amata, e oggi spinge in modo quasi compulsivo a fare telefonate e a mandare messaggini.
AMORE E FOLLIA - Lo studio, condotto da ricercatori d'Oltreoceano e pubblicato sul prestigioso Journal of Neurophysiology, ha scansito l'attività del cervello allo sbocciare di un nuovo amore, cercando di spiegare perché l'innamoramento produce emozioni così disparate e intense, dall'euforia alla rabbia all'ansia, simili a quelli di un folle. Emozioni che sembrano rafforzarsi quando l'amato si ritira.
SCANNER CEREBRALE - Helen Fisher, antropologa della Rutgers University del New Yersey, Lucy Brown, neurologa all'Albert Einstein Medical College di New York e Arthur Aron psicologo allo State University of New York hanno usato le immagini del cervello ottenute con la risonanza magnetica, le Mri (magnetic resonance imaging): «istantanee» che fotografano aumenti e diminuzioni nel flusso del sangue al cervello, variazioni che indicano cambiamenti nell'attività neuronale.
«TEMPESTA» IN DUE ZONE DEL CERVELLO - I ricercatori hanno sottoposto a risonanza magnetica 17 ragazzi, tutti agli albori di un nuovo amore, mentre mostravano loro le immagini della persona amata, alternandole a quelle di conoscenti o amici. Esaminando 2500 «fotografie» hanno scoperto che il sentimento suscitato dalla dolce metà è collegato all'attivazione del nucleo caudato destro, e dell'area ventrale tegmentale destra, accompagnata dalla produzione di alti livelli di dopamina, la sostanza chimica cerebrale che produce sensazioni di soddisfazione e piacere. Insomma quando arriva, l'amore «accende» non solo gli occhi e il cuore, ma anche due zone cerebrali collegate all'energia e all'euforia. Sono le zone legate al desiderio e alla passione, localizzate dalla parte opposta rispetto all'area del cervello connessa all'attrazione fisica.
L'EQUILIBRIO NEL TEMPO - Com'è noto, la «perturbazione» provocata da un nuovo amore si mitiga con il tempo, e lo scanner cerebrale offre evidenze anche di questo cambiamento. Lo si vede confrontando i risultati di questo studio con quello gemello, pubblicato nel 2000, in cui i ricercatori dell'university College di Londra avevano usato lo stesso metodo degli americani ma un campione differente: si trattava di giovani uomini e donne in coppia da due anni. Anche in questo caso davanti alle foto degli amati, si attivarono le stesse aree. Ma in misura minore. Come mai? Secondo gli studiosi, uno dei motivi per cui un nuovo amore è così sconvolgente è legato alla paura che non sia corrisposto o che il sogno possa svanire, timori che poi diminuiscono man mano che il rapporto si consolida.
SCARICATI INNAMORATI COME MATTI - Se invece la relazione si interrompe succede che chi viene lasciato recupera o a volte perfino supera i livelli registrati nell'innamoramento, manifestando comportamenti «da pazzi». Lo dimostra un successivo esperimento condottosempre dall'équipe americana su 17 giovani donne e uomini che erano stati recentemente scaricati dai loro partner. Anche qui, davanti alle immagini degli ex, veniva attivato la parte del cervello legata all'innamoramento. «Essere lasciati aumenta l'innamoramento: è quello che chiamo frustrazione-attrazione» spiega Fisher. Perdere l'amato all'improvviso quando si è ancora innamorati provoca un terremoto in quell'area del cervello conosciuta come «sistema di ricompensa». Ma no disperate: la «frenesia cerebrale» in quest'area con il tempo di solito rallenta, assicurano con una vena di ottimismo i ricercatori. E i circuiti del cervello coinvolti nell'innamoramento ritornano capaci di infiammarsi ancora.


ma come mai nessuno ci aveva ancora pensato?!
depressione: l'arguta "soluzione" cinese...

 
Reuters.it 7.6.05
Hong Kong, una gara di risate contro la depressione
Tue June 7, 2005 10:03 AM GMT

HONG KONG (Reuters) - Hong Kong, una città meglio nota come luogo di rigorosa ricerca del profitto, ospiterà una gara di risate in luglio, mentre esperti di salute denunciano l'aumento dei casi di depressione e invitano la gente a rilassarsi.
Organizzata dalla Fondazione per una Gioiosa Salute Mentale (Jmhf), la gara sarà il momento principale di un evento volto a educare il pubblico sulla depressione e su come il riso sia la migliore medicina, in programma per il 15-17 luglio.
"Molte persone a Hong Kong soffrono di depressione e poche cercano aiuto. È solo negli ultimi anni che le la gente ha iniziato a conoscere questo tipo di malattia", ha detto Perry Poon, uno degli organizzatori dell'evento.
Si stima che circa 70.000 dei sette milioni di abitanti di Hong Kong soffrano di depressione.
I concorrenti saranno giudicati sulla base della durata e della qualità delle loro risate. Sono ammesse squadre fino a sei persone.
"I giudici valuteranno anche la qualità delle risate, se saranno contagiose e genuine", ha detto Poon.


il Tribunale Russel sulla psichiatria
 
antipsichiatria.it
Verdetto del Tribunale Russell sulla Psichiatria
Berlino estate 2001


Una sessione del tribunale Russell si è tenuto a Berlino a fine giugno/inizio luglio 2001 per investigare sulla "VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI
I documenti originali sono in http://www.freedom-of-thought.de/
IL TRIBUNALE RUSSELL apre una sessione a Berlino sulla VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI IN PSICHIATRIA e Documento d'Accusa alla Psichiatria del TRIBUNALE RUSSELL


All'ultimo momento la Free University di Berlino che avevo dato disponibilità dei locali, non li ha più concessi. Nemmeno rappresentanti ufficiali della psichiatria tedesca o mondiale si sono presentati, nonostante ripetuti inviti, a costituirsi difesa. Tuttavia questa prima sessione (seguiranno altre sessione gli anni prossimi in Israele e a New York) si è tenuta ugualmente. Il verdetto finale emesso quasi all'unanimità della giuria, è sottoriportato, (il verdetto della restante minoranza, riportato anch'esso, firmato dal famoso romanziere Paulo Coelho, è sostanzialmente uguale, non si capisce quale più cattivo rispetto la psichiatria!):

Verdetto del Tribunale Russell sulla Psichiatria
Quale risultato evidenziato da quanto ascoltato nella sua prima sessione di Berlino nel fine settimana 30 giugno/1 luglio 2001, il Tribunale è convinto che c'è molto esteso ma largamente non riconosciuto, un serio abuso sui diritti umani in nome della psichiatria.
In accordo con la Dichiarazione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, la maggioranza della giuria deplora profondamente l'incarcerazione di persone contro la loro volontà in nome della psichiatria. La perpetrazione di tali pratiche è una minaccia per la libertà individuale e collettiva ovunque.
Noi consideriamo il concetto di "malattia mentale" e il "modello medico" della psichiatria per spiegare il comportamento umano come fallaci e dannosi perché il loro determinismo (particolarmente il caso della bio-psichiatria) toglie alle persone il diritto di scelta e la responsabilità. Si giustifica mediante essi persino concetti come la categoria legale di "paziente mentale" che permette la totale deprivazione di diritti civili ed umani ma è attualmente anche usata per assolvere azioni criminali e anti sociali.
Deploriamo l'atto della Free University di Berlino, che sotto la pressione del suo Dipartimento di Psichiatria, si è rimangiata la promessa di ospitare questo Tribunale. Ciononostante siamo determinati a continuare le nostre investigazioni ed audizioni, ad usare i media e tutti i mezzi di comunicazione possibili per esplorare questi abusi e per allertare l'opinione pubblica sui pericoli per la umana libertà rappresentati dall'accettazione acritica delle affermazioni e delle pratiche della psichiatria. Noi riteniamo che si debba condurre una ulteriore investigazione per esplorare specifici abusi psichiatrici: i farmaci per forza, l'elettrochoc, la restrizione tra quattro mura, la ospedalizzazione involontaria.
Uno stretto controllo legale e di supervisione politica sugli ospedali mentali e sulle pratiche della psichiatria, è il prerequesito per una effettiva protezione dei diritti umani. Meccanismi legali debbono includere un rappresentante legale, accesso ai documenti importanti, responsabilità civile e penale, proibizione della discriminazione riguardo i "pazienti mentali". Ulteriori passi pubblici e politici debbono essere compiuti, comprendenti un esame critico pubblico del ruolo della psichiatria, delle sue basi scientifiche, la giustificabilità o meno delle sue attuali pratiche.
La psichiatria non solo rifiuta di rinunciare alla forza che ha ottenuto per motivi storici dallo stato, essa persino gioca il ruolo di ben retribuito e rispettato agente di controllo sociale e di forza di polizia internazionale di repressione contro i comportamenti politici e sociali dissidenti.
Noi troviamo che la psichiatria è colpevole di una combinazione di irresponsabilità e violenza, classica definizione dei sistemi totalitari. Chiediamo l'abolizione delle leggi di "salute mentale" come primo passo per rendere la psichiatria responsabile verso la società. A questo fine, si debbono fare compensazioni ai danni da essa arrecati. Fondi pubblici debbono essere resi disponibili per alternative significative ed umane alla psichiatria coercitiva.

Firmato (i membri della giuria):

Kate Millett
Ken Fleet
Esther Hertzog
Ron Leifer
Jacob Emanuel Mabe
Wolf-Dieter Narr
Richard E. Vatz

Due membri della giuria sono stati in disaccordo ed hanno presentato il sottostante giudizio di minoranza

Giudizio di minoranza
Quale risultato evidenziato da quanto ascoltato nella prima sessione di Berlino nel fine settimana 30 giugno/1 luglio 2001, noi membri di minoranza della giuria (due membri), siamo convinti che c'è molto esteso ma largamente non riconosciuto, un serio abuso sui diritti umani in nome della psichiatria.
Noi della minoranza deploriamo ugualmente nettamente la incarcerazione ingiustificata di persone contro la loro volontà, quale una grossa violazione dei diritti umani. Riteniamo che ulteriori investigazioni ed udizioni debbano essere tenute per esplorare gli abusi ed allertare l'opinione pubblica sui pericoli per la umana libertà costituiti da una accettazione acritica delle affermazioni e delle pratiche della psichiatria.
Uno stretto controllo legale e di supervisione politica sugli ospedali mentali e sulle pratiche della psichiatria, è il prerequesito per una effettiva protezione dei diritti umani. Meccanismi legali debbono includere un rappresentante legale, accesso ai documenti importanti, responsabilità civile e penale, proibizione della ingiusta discriminazione riguardo i "pazienti mentali".
Ulteriori passi pubblici e politici debbono essere compiuti, comprendenti un esame critico pubblico del ruolo della psichiatria, delle sue basi scientifiche, la giustificabilità o meno delle sue attuali pratiche.

Firmato : Paulo Coelho, Alon Harel

Fonte: http://www.nopazzia.it/sentenzarussell.html


mercoledì 8 giugno 2005
CIASCUNO SI DIA DA FARE!
Nicola Piepoli: il trend delle intenzioni di voto e le astensioni

 
La Stampa 8 Giugno 2005
CI SARÀ IL QUORUM SE CHI È CONTRARIO ANDRÀ A VOTARE
Il «no» determinante per la vittoria del «sì»
Nicola Piepoli

Ormai ben il 95% degli Italiani è al corrente del fatto che domenica e lunedì prossimi 12 e 13 giugno si terrà il referendum sulla procreazione assistita. Siamo sostanzialmente ai massimi della notorietà di un evento.
Anche la conoscenza dei contenuti, magari solo a grandi linee, della legge sulla fecondazione artificiale vede questa settimana un picco dell'83%. In ogni caso il dibattito che si è avuto in Italia in queste ultime due settimane è stato dunque di grande portata democratica.
Veniamo ora alla conoscenza specifica dei 4 punti che i promotori del referendum vorrebbero abrogare con altrettanti «sì». Anche qui il crescendo è stato impressionante, fino a raggiungere questa settimana una punta massima del 69%.
Il quesito che ormai è sulla bocca di tutti è però un altro: si raggiungerà il quorum? Analizzando il trend delle intenzioni di voto, possiamo vedere come i propensi a votare «sì», o prevalentemente «sì», tendono ormai da varie settimane a oscillare tra un minimo del 33 e un massimo del 40%. E gli altri? Abbiamo, nelle ultime 5 settimane, una percentuale oscillante tra il 10 e il 12% di intenzionati a votare «no», che paradossalmente fanno un po' da ago della bilancia. Se infatti andassero davvero a votare si potrebbe anche raggiungere il quorum. Ma l’invito diretto della Chiesa al non voto potrebbe spingere molti «no» a non recarsi alle urne.
Non a caso, d'altronde, tra gli eventi che hanno maggiormente colpito l'attenzione nel corso dell'ultima settimana, compare al secondo posto con un buon 21% di citazioni proprio l'invito del Papa e dei Vescovi all'astensione nel prossimo referendum.


La Stampa 8 Giugno 2005
POLITICI, ATTORI, CANTANTI, SCIENZIATI «CONVOCATI» DA SERENA DANDINI AL TEATRO AMBRA JOVINELLI
In diretta Sky «la serata dei quattro sì»
Raffiche di ironia contro i sostenitori dell’astensione
Antonella Rampino

ROMA. Quelli che «ma se sulla legge 40 ha votato uno come Calderoli, perché non posso farlo io?» (Serena Dandini, performer satirica). Quelli che «scusate, ma quale Frankestein, qui si tratta solo di rispettare la libertà: quella degli altri» (Sabrina Ferilli, attrice). Quelli che «noi è per la vita che ci battiamo, per far nascere più bambini e in maggior sicurezza, e per indagare sugli embrioni e curare chi ne ha bisogno» (Piero Fassino, segretario dei diesse). Quelli che «abbiamo perso nostra figlia, io e mio marito siamo portatori di una grave malattia al midollo spinale, ma siamo fertili, e per questo secondo la legge 40 la fecondazione assistita ci è proibita» (Mary Maltese, cittadina italiana). Quelli che «speriamo in una gran bella botta di quorum» (Paolo Hendel, attore e scrittore satirico). Quelli che «questa legge, altro che eterologa, è esterologa, perché spinge ad andare all’estero, e poi garantisce così anche che il bambino nasca in una famiglia ricca» (Cinzia Dato, senatrice della Margherita). Quelli che «dalla ricerca sugli embrioni verranno guarigioni straordinarie, e quando ci saranno in Italia avremo ancora sempre e solo un comunicato di Giovanardi» (Daniele Capezzone, segretario del partito radicale). Quelli che «la Chiesa sta facendo l’ennesimo errore, il dissenso è molto più diffuso di quanto si riesca a immaginare» (Nichi Vendola, omosessuale e papista, presidente della Regione Puglia). Quelli che «questa è una crociata, qui la Chiesa cattolica criminalizza gli altri, è una bugia e sanno di dirla, la solita bugia del potere sacrale temporalizzato che si crede unico vicario del divino sulla terra» (Moni Ovadia, scrittore, poeta e chansonnier ebraico). Quelli che «scusi, ma lei cosa vota, noi stavamo all’estero e da lì si prendeva solo RaiUno, che sono questi referendum?» (Greg e Lillo, comici improvvisatisi giornalisti al mercato di Testaccio). Quelli che il 12 maggio al referendum sulla procreazione assistita voteranno quattro sì, convocati ieri sera in una «serata pazzesca» da Serena Dandini. Nel suo teatro Ambra Jovinelli, suo nel senso che lo dirige, «ma praticamente in diretta in tutt’Italia». No, non è la Rai: è Sky, la rete di Murdoch, il tycoon grande elettore di George Bush. E se Sky dà la diretta (oltre a cento emittenti locali in tutt’Italia) qualcosa vorrà dire: forse, un mercato, un’audience e uno share per il «sì» al referendum c’è. E forse, con lo share, c’è anche un bel pezzo d’Italia, contro «questa legge che è da Stato etico, altro che Giovanardi che dà a noi degli hitleriani», parola di Antonio Del Pennino, repubblicano tendenza Berlusconi, schierato con i quattro sì.
Serata-fiume, platea di un migliaio di cittadini, raffica di personaggi da copertina e scienziati anonimi per i più, ma non serata-spettacolo. Ironia sì, tanta, senza scomodare Bergson basta Palazzeschi per sapere che è il riso «il profumo nella vita di un popolo civile». Basta anche l’arrivo di Bobo Craxi. «Invitare all’astensione non porta bene», dice sorridendo il giovane segretario del Nuovo Psi, figlio di quel Bettino che colse una dirimente sconfitta politica quando nel 1991 invitò gli italiani ad «andare tutti al mare», e invece per il referendum sulla preferenza unica votarono trenta milioni di italiani. E si sa che l’ironia colpisce a destra, ma pure a manca. A un certo punto, per esempio, Dandini si collega via satellite («poco eh, onorevole, perché noi siamo poveri...») con Fausto Bertinotti che sta a Strasburgo: «Che dice, torniamo ai sesterzi?». Bertinotti, euroscettico di sinistra tendenza estrema, regge botta: «No, ma sarebbe meglio un’altra Europa. Comunque in Europa, Italia a parte, c’è tutela per le donne che vogliono avere un figlio». Dandini: «Ma allora l’Europa serve!». Bertinotti coglie la palla all’angolo: «Diciamo che serve di più non avere in Italia il governo Berlusconi. Io sono veramente preoccupato dell’uso che della scienza possono fare le multinazionali globalizzate, ma la legge 40 è terribile...». Poi è il turno di Fassino. Ma hai visto Sabrina, faceva Dandini a Ferilli, che brave le mogli? Veronica Lario vota sì, Barbara Palombelli vota sì, Daniela Fini dice che è lei che ha convinto il marito...A quel punto, mentre in palcoscenico andava la scenetta dei mariti, delle mogli e dei referendum, in platea entrano Fassino e la moglie, Anna Serafini. Lei ride, e batte le mani. Lui timido sorride, si guarda intorno. Finché Dandini non gli spiega, «sa, stavamo appunto dicendo che la prossima volta noi votiamo per le mogli...».

La Stampa 8 Giugno 2005
PRIMA DEL VOTO DI DOMENICA E LUNEDÌ INIZIATIVA POLEMICA NELL’ATRIO DI SANTA CHIARA
I radicali «arruolano» Dolcino
Rose rosse sulla lapide del frate arso sul rogo

VERCELLI. Alla vigilia del referendum sulla fecondazione assistita del 12 e 13 giugno, ci si ricorda anche di frà Dolcino: ieri Roswitha Flaibani e Andrea Deangelis, in rappresentanza dei Radicali vercellesi, hanno deposto un mazzo di rose rosse e un messaggio ai piedi della lapide dedicata all'Apostolico e murata nell'atrio di Santa Chiara. Dice il messaggio dei Radicali: «In occasione del 698° anniversario della morte di frà Dolcino, arso vivo ad opera delle milizie del vescovo di Novara Rainero Avogadro, i Radicali vercellesi hanno inteso ricordare il frate riformatore. A pochi giorni dal voto referendario del 12 giugno 2005, e a 698 anni dal sacrificio di frà Dolcino, ricordano la moderna intuizione del grande frate apostolico: separazione tra fede che libera e religione di potere».
La lapide era stata preparata dai Socialisti vercellesi nel giugno 1907 per ricordare il sesto centenario della morte dell'eresiarca. Questo il testo: «A frà Dolcino, qui in Vercelli dalla tirannide sacerdotale attanagliato ed arso il 1° giugno 1307 per aver predicato la pace e l'amore tra gli uomini». Sopraggiunto il fascismo, la lapide venne salvata in qualche modo e nascosta in un solaio del Palazzo Pasta, da dove fu riesumata solo negli Anni Novanta del secolo scorso: inizialmente doveva essere collocata nell'atrio del Palazzo municipale, ma a scanso di critiche neppure tanto velate l'allora sindaco Gabriele Bagnasco aveva ripiegato per l'ingresso dell'antico monastero di San Graziano.
Dolcino, originario di Trontano in provincia di Novara, dopo aver frequentato lo Studium generale di Vercelli, aderì al movimento degli Apostolici fondato dall'eresiarca Segalello da Parma; dopo aver assistito al rogo del suo maestro divenne il capo della setta, le cui idee andò predicando in tutta l'Italia del Nord insieme con la sua compagna, la «bella Margherita da Trent». Tornato in Piemonte, si attestò in Valsesia con un migliaio di seguaci: ma la sua presenza non poteva più essere tollerata a lungo, tanto che il vescovo Avogadro gli scagliò contro una crociata. Arroccatosi con i suoi seguaci sul monte Rubello, tenne testa per un anno intero alle truppe vescovili fino al Venerdì santo del 1307, quando queste superarono le barricate e passarono a fil di spada i ribelli. Il suo luogotenente Cattaneo Longino venne arso al Bottalino di Biella; Dolcino e Margherita a Vercelli, alla confluenza del Cervo nella Sesia, pressapoco davanti alla Bertagnetta.
Famosa la terzina dantesca: «Or dì a frà Dolcin dunque che s'armi, o tu che rivedrai lo sole in breve, s'egli non vuol qui tosto seguitarmi: sì di vivanda, chè stretta di neve non rechi la vittoria al Noarese, ch'altrimenti a seguir non sarìa lieve».


 
Corriere.it 7.6.05
Il testo appoggiato da tutti i principali centri di ricerca del mondo
Referendum: appello dei Nobel su staminali
Anche Dulbecco e Montalcini tra i firmatari del documento: «La ricerca sulle cellule staminali embrionali è indispensabile»

ROMA - Ci sono anche le firme dei Nobel Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini sul documento con cui i maggiori esperti europei di ricerca sulle cellule staminali esprimono solidarietà ai colleghi italiani impegnati in questo stesso settore, auspicando l'esito positivo del referendum del 12 e 13 giugno, e affermano l'importanza della ricerca in questo campo.

L'APPELLO
Alla luce della legge sulla fecondazione artificiale, rilevano i ricercatori nel documento, gli scienziati italiani rischiano di essere tagliati fuori dal circuito scientifico internazionale. Nello stesso documento affermano che «compito degli scienziati è studiare le cellule staminali embrionali e adulte in parallelo, con rigore metodologico e senza pregiudizi». Di conseguenza, rilevano, «da un punto di vista scientifico non vi è alcuna giustificazione all'affermazione che la ricerca sulle cellule staminali embrionali e quella sulle cellule staminali adulte si escludano l'una con l'altra. Rifiutiamo quindi completamente l'affermazione che la ricerca sulle cellule staminali embrionali non sia indispensabile».

L'APPOGGIO DEI MAGGIORI CENTRI DI RICERCA

I due Nobel italiani si sono così associati ai colleghi europei nel firmare un documento che in questi giorni sta raccogliendo sempre maggiori adesioni da parte della comunità scientifica europea e internazionale (compresa l'università americana di Yale) e che è firmato da ricercatori delle maggiori istituzioni scientifiche europee (come le università di Cambridge, Edimburgo, Lund, Bonn, Madrid e Zurigo, Istituto Pasteur, Consiglio Nazionale delle Ricerche francese CNRS e Istituto europeo per le ricerche sul cervello (EBRI). Tra le firme,quella di Ann McLaren, dell'istituto di Biologia dello sviluppo dell'università di Cambridge e membro del comitato europeo di Bioetica, quelle di autorevoli esperti della ricerca sulle cellule staminali e il sostegno dell'ex commissario europeo alla Ricerca Philippe Busquin.

IL TESTO
«L'Italia - si legge nel documento - deve essere in prima linea nella ricerca biomedica, in modo da ricevere pienamente i benefici derivati dalla scoperta di nuovi farmaci e trattamenti». Per questi motivi, concludono i firmatari del documento, «auspichiamo vivamente che il referendum del 12-13 giugno porti un sì per il diritto dei nostri colleghi a condurre la ricerca sulle cellule staminali embrionali umane. Sosteniamo, quindi, la loro azione decisiva in favore di questo risultato che interessa l'intera comunità scientifica».


brevi dal web
 
reuters.it 8 giugno 2005
LONDRA (Reuters) - Le donne che hanno difficoltà a raggiungere l'orgasmo possono dare la colpa ai loro geni.

Esattamente come per le malattie cardiache, l'ansia e la depressione, alcuni scienziati hanno scoperto in uno studio su 1.397 coppie di gemelle che l'orgasmo femminile ha una base genetica.
"Abbiamo scoperto che tra il 34 e il 45% della variazione individuale nell'abilità di raggiungere l'orgasmo nella donna si deve alla variabilità genetica", ha detto Tim Spector, della Twin Research Unit del St Thomas' Hospital di Londra.
"C'è un'influenza biologica che non può essere attribuita solo a retaggi sociali, religiosi e di razza", ha aggiunto.
Il 12-15% delle donne non riesce mai a raggiungere l'acme del piacere, contro solo il 2% degli uomini. Gli uomini sono anche più rapidi, raggiungendo l'orgasmo in media in 2,5 minuti contro i 12 del gentil sesso, afferma Spector.
"Perché questa differenza biologica tra i sessi? Tutto ciò suggerisce che l'evoluzione ha un ruolo", ha spiegato durante una conferenza stampa.
Una donna su tre, o il 32%, dice di non aver mai o quasi mai raggiunto l'orgasmo. Ma il 14% dice di averlo sempre durante ogni rapporto.
"Molte donne dicono di essere in grado di raggiungere l'orgasmo con la masturbazione, con il 34% di queste che lo ottiene sempre", dice lo studio.
Se gli scienziati riusciranno a stabilire quale gene sia responsabile dell'orgasmo e in che modo funziona, questo potrebbe potenzialmente aprire la strada a future terapie per le donne anorgasmiche.
Spector ha detto comunque che l'orgasmo è un evento molto complesso e poco studiato, spesso ancora oggetto di tabù.
Fattori anatomici, biologici e psicologici giocano comunque un ruolo.

ansa.it Mercoledì 8 Giugno 2005, 15:35
PROCREAZIONE: ESPERTI, CON LEGGE DIMEZZATE LE GRAVIDANZE

(ANSA) - ROMA, 8 GIU - L'obbligo di utilizzare solo 3 ovociti imposto dalla legge sulla fecondazione artificiale ha ridotto il successo al 15-18% e risultano quindi ''sospetti'' i risultati pubblicati recentemente sulla rivista Human Reproduction da alcuni ricercatori italiani, dai quali emerge un successo del 24-30%, paragonabile a quello del periodo precedente la legge (circa il 27%). Lo hanno rilevato oggi a Roma il presidente del Forum delle associazioni di diagnostica, genetica e riproduzione, Claudio Giorlandino, e il genetista Antonino Forabosco, dell'università di Modena.
''O i ricercatori mentono, oppure nei loro laboratori inseminano più di tre ovociti'', ha aggiunto Giorlandino domandandosi ''che fine facciano gli eventuali embrioni in eccesso ottenuti''. Secondo l'esperto ''c'è la possibilità concreta che la legge possa produrre all'embrione piu' danni che la sua modifica''.
Presente all'incontro anche l'avvocato Giulia Bongiorno, secondo la quale ''è un grande problema per i credenti andare a votare sì'' al referendum sulla fecondazione del 12 e 13 giugno, ''ma che chi vota sì non è un Frankenstein ne' un mangia-embrioni''. Quella sulla fecondazione artificiale, ha aggiunto, ''è una legge che gronda divieti e obblighi incomprensibili'' e che costringe donne e medici sempre più a rivolgersi all'avvocato per comprenderla.
Commentando i dati sui successi pubblicati su Human Reproduction, Giorlandino ha osservato che non sono coerenti con quelli riportati nel resto della letteratura internazionale: secondo questi ultimi utilizzare 3 ovociti significa ottenere 3 embrioni nel 10-20% dei casi, 2 nel 40-60%, 1 nel 10-30% e zero nel 10-20%. Numeri confermati, per Forabosco, anche alla luce delle conoscenze sulla fecondazione biologica nella specie umana, nella quale ogni 100 concepiti nascono 20 bambini. Un successo quindi del 20% in condizioni naturali, mentre il 65% dei concepiti non riesce a impiantarsi a causa di anomalie cromosomiche e un 15% non riesce a giungere a termine della gravidanza, per un totale dell'80% di insuccessi. Alla luce di questi dati, secondo Forabosco, ''l'utilizzo di 3 ovociti imposto dalla legge comporta che la resa teorica massima non puo' superare il 15%''.(ANSA).

lastampa.it 8.9.05
Autismo, un passo verso la cura
UN BIOLOGO HA SCOPERTO CHE UNA CARENZA DI NEUROLIGINA PUO’ LIMITARE LE CONNESSIONI CEREBRALI, CAUSANDO POI DISTURBI DEL COMPORTAMENTO

IL cervello è costituito da 100 miliardi di neuroni che comunicano tra loro attraverso complesse strutture che si chiamano sinapsi. La trasmissione sinaptica è fondamentale nello sviluppo e nella funzionalità del cervello. Tra le proteine che giocano un ruolo fondamentale nella formazione delle sinapsi, ci sono le neuroligine, scoperte qualche anno fa dal neurobiologo Peter Scheiffele. Ora, lo stesso Scheiffele, che lavora alla Columbia University, New York, ha pubblicato sulla rivista «Science» un’altra scoperta: la perdita di neuroligina perturberebbe la formazione delle connessioni neuronali portando a uno squilibrio della funzione nervosa. Lo studio di Scheiffele ha dimostrato che nei neuroni di ratto coltivati in vitro e deprivati artificialmente di neuroligine si verifica un'alterazione delle connessioni tra i neuroni. Per spegnere le neuroligine, Scheiffele ha utilizzato una tecnica di laboratorio chiamata interferenza a RNA (RNA interference), un processo che permette ai ricercatori di sopprimere l'espressione di singoli geni. È una metodologia giovane, in cui brevi tratti di RNA bloccano l'RNA cellulare legandolo in modo complementare e inibendone così l'espressione genica. Si tratta di piccoli filamenti di RNA che vanno ad appaiarsi all'RNA che ha copiato il messaggio del gene per tradurlo in proteine: in questo modo la molecola viene distrutta da particolari enzimi e la proteina non viene mai sintetizzata.
Le cellule nervose ricevono normalmente molti input di diverso tipo, alcuni eccitatori che "comandano" al neurone di passare il segnale in arrivo, altri inibitori, che "comandano" al neurone di fermare il segnale. Quando l'espressione di neuroligina viene meno, si verifica una sorprendente perdita delle cosiddette spine dendritiche, le strutture che contengono le sostanze chimiche che fungono da messaggeri degli impulsi elettrici che viaggiano da cellula a cellula. L'equilibrio tra stimoli eccitatori e inibitori viene perturbato, quindi, e le cellule nervose non funzionano regolarmente alterando il circuito nervoso. La scarsità di neuroligina porta a una perdita selettiva della funzione inibitoria danneggiando il sofisticato processo di ottimizzazione della connessione neuronale, in maniera molto simile a ciò che avviene nel cervello dei bimbi autistici. L'autismo è una malattia dello sviluppo che colpisce i bambini prima dei tre anni di vita, causando problemi di linguaggio, comportamento e disturbi nella dimensione sociale. Le cause dietro questa malattia, che resta per tutta la vita, non sono chiare. E' sotto accusa la combinazione di ambiente e fattori genetici, ma finora non esiste un trattamento di successo. Si è detto che nelle cellule di ratto dove si provoca la diminuzione del livello di neuroligina il numero delle sinapsi cala sensibilmente: il punto interessante è che nel cervello dei pazienti autistici il livello di neuroligina, è pure molto basso, come aveva dimostrato lo stesso team di ricercatori della Columbia in uno studio precedente. Il difetto di neuroligina potrebbe contribuire al fallimento della comunicazione tra le cellule del cervello autistico. Lo studi deve ancora essere replicato negli esseri umani. «Noi abbiamo guardato alle cellule e non abbiamo alcuna correlazione comportamentale - dice Scheiffele - ma è una scoperta che offre un meccanismo per capire meglio la malattia, suggerendo alla lunga una possibile terapia».


azione e reazione
 
Il Messaggero Mercoledì 8 Giugno 2005
VIOLENZE IN FAMIGLIA
Donne che picchiano, un “caso” in Francia
di FRANCESCA PIERANTOZZI

PARIGI A volte le prende anche “lui”. E fa male lo stesso. A portare in prima pagina gli uomini vittime di violenze coniugali c'è voluto in Francia il processo a Marie, 68 anni. Nella grande aula del tribunale di Evreux, alle porte di Parigi, c'era lei sul banco degli imputati, a spiegare il perché dei lividi che ricoprivano le braccia, le gambe e il viso di Pascal, suo marito, 72 anni. A spiegare perché gli vietava di guardare la tv, di leggere, di parlare, a volte anche di mangiare. Il giudice ha ascoltato e ha deciso: Marie è stata condannata a otto mesi di carcere con la condizionale per «violenze». Gli uomini maltrattati restano certo una minoranza nel triste panorama delle violenze coniugali, che in Francia vede sei donne morire ogni mese in seguito alle percosse e alle sevizie dei loro sposi. Sono una minoranza, il 10, forse il 15 per cento, ma esistono, soffrono. E si nascondono. Per questo le cifre sono approssimative e non ci sono studi statistici. Non a caso il primo libro pubblicato in Francia sull'argomento, uscito nel 2001, si intitolava «L'uomo maltrattato, un tabù nel cuore del tabù»: quando è il maschio a subire, è ancora più difficile da spiegare. L'autrice, Sophie Torrent, ricercatrice in scienze sociali, aveva deciso di raccogliere testimonianze di uomini “abusati”, il giorno in cui aveva visto un suo collega trascinato per i capelli dalla consorte giù per le scale. Lui si era rivolto ad un'assistente sociale, che non gli aveva creduto. Oggi un secondo libro arriva a far luce sull'argomento. Si intitola «Femmes sous emprises», (donne fuori controllo) ed è firmato da Marie-France Hirigoyen, psichiatra. «Le dinamiche sono simili, indipendente dal sesso - dice la Hirigoyen -. Anche se spesso le donne che picchiano hanno personalità piuttosto instabili, immature, e ricorrono più volentieri alla violenza psicologica che a quella psichica».


sulla libertà di voto
 
Ansa.it Mercoledì 8 Giugno 2005, 19:26
PROCREAZIONE: ASTENSIONISMO; ESPOSTO DI GIUSTIZIA E LIBERTÀ

(ANSA) - ROMA, 8 GIU - "Questa storia del non voto ha preso una brutta piega ed è ora di rendercene conto, prima che sia troppo tardi. È ormai in gioco la segretezza del voto, con tutte le relative conseguenze sulla libertà". È quanto afferma la testata "Giustizia e libertà" in un esposto presentato alla procura di Roma - si legge in una nota - in materia di invito all'astensionismo.
"Speculando sull' equivoco - prosegue la nota - viene evocato il diritto del cittadino ad astenersi, che in effetti è sacrosanto, per nascondere invece una vera e propria coercizione sulla scelta del voto da parte degli elettori. Quello che viene ignorata, o peggio viene coscientemente violata, è la libertà di voto, che sta nella garanzia della sua segretezza. È possibile che il cardinale Ruini non capisca che se l'astensione è il modo di votare 'no', il volerla ottenere corrisponde all'annullamento della segretezza e perciò della libertà di voto? Una cosa è un cittadino che nella sua libertà decide di non andare a votare. Un'altra cosa - conclude la nota - è una qualsiasi coercizione, psicologica o d'altro genere, esercitata sul cittadino per indurlo a non presentarsi al seggio elettorale, estorcendogli con ciò un pronunciamento di scelta di voto fuori della sua volontà".(ANSA).


si inizia fin da bambini
 
Repubblica.it 8.0.05
Le anticipazioni della relazione annuale del Parlamento
sulle tossicodipendenze: ragazzini "insospettabili"
Droga, il primo spinello a 11 anni
a 15 il consumo non è occasionale
Disposti a debiti, spaccio e prostituzione per sballare
Tra i giovani aumenta anche l'uso di cocaina e anfetamine

ROMA - Figli unici, possibilmente appartenenti a famiglia borghese, ma soprattutto con genitori in carriera. In una parola, bambini e ragazzi soli, con madre e padre spesso fuori casa (magari separati) che non si accorgono degli interessi impropri dei loro figli.
Si tratta, comunque, di ragazzini al di sopra di ogni sospetto, che vanno bene a scuola e giocano al calcio. Mentre le ragazzine sono tutte acqua e sapone. Questa la cornice familiare dei consumatore baby di sostanze stupefacenti, una categoria purtroppo in forte crescita.
Il primo contatto con la droga - anticipa la relazione annuale al parlamento sulle tossicodipendenze del 2005 della Presidenza del Consiglio - avviene ormai già ad 11 anni. L'età media degli assuntori di droghe si è notevolmente abbassata in cinque anni: dai 25-34 anni del 1999 ai 15-19 del 2004. E per comprarsi la dose, maschi e femmine non evitano comportamenti illeciti come lo spaccio, la prostituzione, l'accumulo di forti debiti con gli spacciatori.
Ecco alcuni dati sul consumo di droghe secondo la relazione della Presidenza del Consiglio (che sarà presentata a fine mese) e dal rapporto sul fenomeno della Federserd (Federazione italiana degli operatori dei dipartimenti e dei servizi delle dipendenze) resi noti oggi.
Addio al classico spinello - Lo spinello,quello che conteneva una piccolissima dose di sostanze, è sparito. Adesso, nei prodotti che vengono sequestrati, la percentuale ha raggiunto anche il 15-16%. Per gli operatori dei Sert lo spinello è accettato socialmente e questo è un errore perchè oltre ad essere nocivo sulla salute può creare dipendenza.
Calano i prezzi - Mercato più "conveniente" e quindi più accessibile ai più piccoli. Una dose di eroina costa 5 euro, una di cocaina 50, una pillola di ecstasy 5-10.
Sballo breve, i genitori non se ne accorgono - Le sostanze sono sempre più indefinite, gli spacciatori modificano in laboratorio in continuazione il mix. E con l'alcol gli effetti sono potenziati, anche nel tempo. Lo sballo dura in media due ore e, almeno nel primo periodo, non lascia segni visibili.
Scompare la siringa - La siringa non ha più attrattiva, ora l'eroina e la cocaina si fumano.
Adulti, aumentano gli insospettabili - Sale il numero di persone, 35-40 anni, che conducono una vita equilibrata ma che assumono uno o due volte la settimana la droga.
Non ci si droga più in gruppo - Un soggetto su tre che si droga lo fa in solitudine. Seguono i locali pubblici, la discoteca, per strada o in giardino, lo stadio. Drogarsi è sempre più un evento solitario, ha perso il fascino di effeto socializzante dei decenni passati.
Hashish e marijuana le più usate - Un'indagine del Cnr (Espad Italia 2003) ha rilevato che fra i giovani le sostanze più usate sono l'hashish e la marijuana, sia tra i maschi (32,7%) che tra le femmine (22,9%). Segue la cocaina.
Attive linee di credito - Debiti fino a duemila euro per comprarsi la droga. Sonno l'anticamera della prostituzione soprattutto per le ragazze che, di fronte alla minaccia di avvertire i genitori, acconsente a proposte indecenti magari offerte direttamente dagli spacciatori.
Le altre tendenze - Si sta diffondendo il trucco dell'urina falsa che prevede il ricorso di una provetta di urine di un amico che non si droga, nascosta o in vagina o nell'inguine, che scalda il contenuto. Al momento della richiesta di analisi, il tossicodipendente mette l'urina falsa nel contenitore e così trucca i risultati. C'è poi il trucco dello shampoo alla cocaina (lo spacciatore per usufruire dei benefici di legge si lava i capelli con la sostanza così da risultare anche un assuntore) e la 'catata' (in napoletano, capocciata) che sarebbe l'assunzione di una miscela di cocaina e bicarbonato da una bottiglia.

Panorama.it 8.6.05
Spinelli ai più giovani: "Sono come il ciuccio"

Dati allarmanti nella relazione del governo sulle dipendenze da droghe in età sempre più precoce (fino a 11 anni). Ma per gli esperti nessuna sorpresa: sono "una sorta di cuccio o di seno materno surrogato, che offre una gratificazione immediata". E tra gli adolescenti c'è chi si prostituisce per la dose, che costa sempre meno...

"Lo spinello? Una sorta di cuccio o di seno materno surrogato, che offre una gratificazione immediata".
Non è sorpresa la psicologa dell'età evolutiva Anna Oliverio Ferraris, riguardo l'allarmante fenomeno sociale delle dipendenze dalle droghe in età sempre più precoce (fino a 11 anni), che emerge in modo netto dalla relazione annuale al Parlamento sulle tossicodipendenze del 2005, messa a punto dalla Presidenza del Consiglio.
Secondo l'esperta "c'era da aspettarselo", perchè sono molti i fattori che concorrono alla generalizzata anticipazione della pubertà a cui la nostra società sta assistendo. "Ciò che fino a qualche anno - spiega Oliverio Ferraris - fa riguardava gli adolescenti di 12-13 anni, oggi tocca gli 8-9 anni e le ragioni sono diverse.
In primis i giovanissimi sono sottoposti a modelli di comportamento per adulti, a cominciare dai reality show, per arrivare alle telenovelas, che diventano veri e propri copioni, ma anche l'abbigliamento ricalca i modelli per gli adulti".
E poichè nell'età evolutiva si tende ad apprendere per imitazione, ecco che occorre provare di tutto per spirito d'avventura, per moda, per seguire il gruppo.
Ma come nascono le dipendenze dalle droghe?
"Sono il risultato di una società consumistica - risponde la psicologa - e non riguardano solo le droghe, ma anche lo shopping o i videogames", dove il principio è lo stesso: la ricerca di gratificazioni immediate.
I bambini piccoli sono del tutto dipendenti dai genitori (per nutrirsi o vestirsi), ed è giusto che lo siano, ma si tratta di dipendenze che fanno crescere.
"Le dipendenze che invece non fanno crescere, come quella per la televisione - sottolinea l'esperta - abituano i bambini a vivere emozioni indotte dall'esterno secondo tempi artificiali, mentre la vita ha bisogno di tempi più lenti per questo arriva la noia che deve essere bandita con sollecitazioni e stimolazioni continue e rapidissime, in un contesto di modelli che non appartengono all'infanzia".


furberia cattolica
 
La Stampa 8 Giugno 2005
IL CASO. IN UN’AZIENDA DI BARBANIA SPECIALIZZATA IN RECUPERO CREDITI
«Un’ora di salario extra se non andate a votare»
L’offerta di un imprenditore ai dipendenti
Gianni Giacomino

Un'ora di lavoro pagata extra ai dipendenti che diserteranno le urne per il referendum sulla fecondazione assistita. La «proposta indecente» è venuta in mente al cattolicissimo Antonio Scrimenti, proprietario della Mild, una società di Barbania, nel Canavese, specializzata nel recupero crediti.
«Anche se scatenerò un putiferio non importa, quello che ho proposto ai ragazzi è solo un invito, non voglio obbligare nessuno ad andare contro la sua volontà», precisa l’imprenditore canavesano. Contro lo spirito dell’articolo 48 della Costituzione, tuttavia, è pronto ad offrire a ciascun dipendente che rinunci ad esprimere il suo diritto-dovere, contribuendo a far mancare il quorum, la cifra di quindici euro netti in busta paga. Davvero una miseria, tra l’altro.
La trovata ha lasciato un po' perplessi alcuni dei 35 dipendenti, quasi tutte ragazze giovani, tra i 23 e i 26 anni, ma nessuno pare averla giudicata davvero inoffensiva, né è chiaro quanti la prenderanno davvero in considerazione: «Se voterò o no è una questione privata, e poi uno potrebbe anche dire di non avere espresso la sua preferenza e poi aver aderito al sì», è il commento all'unisono. Infatti. Ma sembra che l'argomento sia davvero da considerarsi una faccenda intima, da non discutere, tra una telefonata e l'altra, davanti al video di un computer o alla macchinetta del caffè. C'è imbarazzo tra i lavoratori a esprimere le proprie opinioni in merito ai quattro quesiti referendari, a parlare di embrioni, di procreazione assistita medicalmente, di salute della donna, di ricerca.
Nessuno sposa appieno la proposta del datore di lavoro, ma nessuno la boccia. D'altronde le ragazze e i tecnici sanno bene di lavorare in un posto al confine tra l'ufficio e la sacrestia. A cominciare dal nome Mild che significa Maria Immacolata Loda Dio, dal crocifisso in legno sistemato vicino al computer di Antonio Scrimenti, al poster della Gioventù Mariana che ricorda come il 2005 è l'anno dell'Eucarestia. «Beh, ogni tanto viene qui anche un sacerdote missionario che confessa tutti i dipendenti», ammette Scrimenti.
«Indipendentemente dal premio non dichiarerò mai se ho votato o no - dice Pierpaolo Albanesi, il responsabile dei sistemi informativi della Mild -. Domenica farò quello che mi dice la coscienza». Poi il lavoro riprende regolarmente in questo bunker sotterraneo immerso nelle campagne di Vignali di Barbania dove nessuno direbbe che sottoterra, coperto da un parco di 17 mila metri quadrati con piscina, c'è un gruppo di ragazze che recupera crediti di banche, finanziarie e società di telecomunicazioni a livello internazionale.


La Stampa 8 Giugno 2005
«Un modo per aiutare le persone a riflettere»

«Lo ripeto, la mia è solo una provocazione, poi uno può agire come vuole e come gli sembra più opportuno. Però, ritengo che regalare un'ora di lavoro ai dipendenti possa far riflettere sulle ragioni per le quali riteniamo così importante non andare a votare domenica prossima».
Antonio Scrimenti, 43 anni, sposato, padre di tre figli al timone di un'azienda che nel giro di quattro anni ha incrementato il profitto del 900 per cento e che nel futuro prossimo vorrebbe addirittura offrire un impiego a tempo indeterminato ad un centinaio di persone, non ha dubbi: l'astensione è la scelta giusta.
Offrire quindici euro... non le sembra un tantino avvilente, se si parla di scelte così importanti?
«Chi dovesse aderire alla provocazione non andando a votare solo per questo piccolo profitto farà inconsapevolmente la scelta giusta».
Non le sembra di esagerare?
«La mia vuole essere una provocazione, in perfetto accordo con le Acli. Mi spiego. Secondo me esiste la necessità di far pensare che il rapporto tra etica e vita non è nato come un problema accademico, ma, è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità insieme allo sviluppo delle conoscenze scientifiche e delle loro applicazioni alla vita».
Infatti, ognuno è libero di scegliere senza essere influenzato dal suo datore di lavoro o no?
«Certo, ma secondo me l'argomento della fecondazione assistita coinvolge in maniera prepotente i processi del nascere e del morire e, proprio per questo, non lo si può affrontare mediante un referendum».
E perché mai?
«Perché il referendum è uno strumento per sua natura semplificatorio, per questo io mi astengo dalle discussioni e dal confronto ed ho invitato a fare scelte che, secondo me, sono in favore della vita».
E tutte le personalità, tra cui medici e scienziati, che si sono apertamente schierate per il si?
«Sono punti di vista differenti dal nostro».

La Stampa 8 Giugno 2005
«Pressioni inaccettabili
, è un fatto gravissimo»
Marco Accossato

«Questa vicenda è la cartina di tornasole evidente che sul referendum per la procreazione assistita lo scontro non è più nel segreto dell’urna, ma tra chi andrà e chi non andrà a votare».
Bruno Mellano, segretario dell’Associazione radicale Adelaide Aglietta, commenta così l’incredibile vicenda della Mild di Barbania.
«Un fatto gravissimo - dice Mellano -. Se si trattasse di un pubblico ufficiale, probabilmente il titolare di quell’azienda subirebbe una punizione. Se è legittimo astenersi, non è accettabile che ci siano pressioni di alcun tipo, anche perché l’astensione è un modo per controllare il voto».
La sua posizione è diametralmente opposta, sul tema del voto..
«Certo. Questo referendum è un’occasione per difendere i diritti conquistati».
Diritti di chi?
«La legge attuale è in contraddizione con tutto l’ordinamento giuridico italiano nel momento in cui riconosce a un ovulo fecondato o a un embrione gli stessi diritti dell’essere umano. E’ in piena contraddizione anche con la legge sull’aborto, ed è oltretutto la prima legge che dice a un medico come deve comportarsi anche quando ci sono possibilità alternative di cura. La legge 40 toglie la libertà alla scienza per indicare la strada più opportuna».
Anche la Chiesa è intervenuta, da Papa Benedetto XVI a molti parroci, per sostenere una posizione precisa.
«Mi chiedo con che spirito entreranno in chiesa quei cristiani che, domenica o lunedì, andranno a votare. Sappiamo che nelle parrocchie c’è stata una forte campagna, il che fa riflettere in fatto di controllo sociale. In alcune chiese, dal pulpito, sono state pronunciate parole quasi da scomunica a favore dell’astensione».
Come risponde?
«Intanto ho chiesto al prefetto di attivarsi perché, come il governo ha già fatto in passato, sia inviato a tutti gli italiani un Sms che ricorda i giorni e le ore in cui le urne sono aperte. Ripeto: domenica e lunedì si va a votare per salvare i diritti conquistati. E’ un’opportunità essenziale».


martedì 7 giugno 2005
 
gli articoli apparsi su "AVVENIMENTI" all'interno del "dossier" intitolato

tutti pazzi per gli embrioni

nelle loro versioni originali

pag.26
Un sì per chi viene alla luce
di Gabriella Gatti
docente di neonatologia e psicoterapeuta, Università di Siena

Qualunque tentativo di considerare l’embrione come persona giuridica fa riferimento implicito alla norma fondamentale del diritto naturale, cioè il diritto alla vita. In prima istanza il diritto dell’embrione come persona sarebbe diritto alla vita: non a caso nell’ideologia cattolica l’aborto viene spesso equiparato all’assassinio.
La discussione sulla legittimità dell’assenso alla abrogazione è chiaro porta alla inevitabilità di definire il concetto stesso di vita. L’onere di questa definizione tradizionalmente demandata ai filosofi sicuramente spetta anche al medico, nella fattispecie al neonatologo che ha un punto di osservazione molto particolare e privilegiato.
La scienza moderna si è sviluppata nel senso che la biologia si è dotata di uno statuto scientifico autonomo. Nel termine stesso di Biologia c’è questo legame fra il Bios ed il Logos è ciò esprime l’idea di un’indagine razionale, condotta con metodiche della scienza sperimentale su gli organismi viventi la cui esistenza si basa su leggi che sono le stesse che regolano il funzionamento del corpo umano.

Si potrebbe dire che la biologia considera la vita nei suoi aspetti più generali arrestandosi però di fronte a quello che per secoli è stato un enigma: la specificità della vita umana. Nella misura in cui il biologo, medico o ricercatore che sia, cerchi di risolvere l’enigma con la razionalità egli va incontro ad un riduzionismo biologico così come coloro che prescindono dai risultati acquisiti dalla scienza cadono in uno spiritualismo astratto.
Questa antinomia caratterizza lo stato attuale della discussione su ciò che va considerato specificamente umano.
Il neonatologo parte da precise conoscenze biologiche ed osservazioni cliniche.
Le conoscenze biologiche sono quelle dell’embriologia umana che considera lo sviluppo iniziale del feto come un moltiplicarsi iniziale di cellule indifferenziate. L’esperienza clinica sui parti prematuri indica che solo a partire dalla 24ª settimana il feto ha una possibilità di vita autonoma. Precedentemente a questa data non c'è nessuna possibilità di sopravvivenza.
Quindi si potrebbe pensare che c’è un momento preciso a partire dal quale più che di vita si possa parlare di una potenzialità di vita. Perché è ovvio per il medico neonatologo che si può considerare vivo il bambino solo alla nascita... Nessun cattolico d’altronde battezza un feto pur considerando vita un embrione, né peraltro viene battezzato un feto morto: nel Medioevo esistevano luoghi consacrati all’osservazione dei bambini nell’attesa di movimenti, a volte solo cadaverici, che potessero consentire la somministrazione del sacramento e la sepoltura in luogo consacrato.
Il neonatologo non si limita a considerare la vita generica, che è quella della cellula e degli organismi scarsamente differenziati, ma si spinge a individuare lo specifico della vita umana. a partire da quel momento in cui lo sviluppo morfologico e funzionale del feto è tale da permettere una nascita e non solo un prodotto abortivo.
Questo momento coincide con una maturazione corticale che rende possibili i processi primari aspecifici della sensibilità e lo strutturarsi di riflessi fra cui quello quello pupillare alla luce.
Come non ricordare che nel famoso film “Blade runner” al replicante non umano mancava proprio questo riflesso?
L’osservazione clinica del neonatologo mette in discussione quindi l’idea astratta di vita che prescinde dallo sviluppo biologico ed embriologico per contraddire la conclusione che è “vita” la morula come è “vita” il neonato,
Questa conclusione, erronea, inficiata da un presupposto spiritualistico, postula un “continuità" della vita umana che una volta instauratasi avrebbe sempre lo stesso valore e significato.
La neonatologia, basandosi sulla ricerca medica e quindi anche psichiatrica, parte dall’idea che lo sviluppo della vita fetale, a partire da un preciso momento, può, sotto l’influenza di stimolazioni specifiche fra cui quelle cutanee e della luce, che studi neurofisiologici, come quelli di Wiesel considerano fondamentali per l’inizio della maturazione corticale, andare incontro ad una trasformazione,
Se noi consideriamo la vita neonatale non solo sotto il profilo del “bios” e del “logos” potremmo poi spingerci a presupporre alla nascita l’attivarsi un pensiero alogico, irrazionale come matrice comune della vita mentale di tutti gli esseri umani.


pag.28

Nella fabbrica del doppio
Boncinelli: «La clonazione umana? Un bluff»
"Non è possibile produrre due persone identiche. La loro psiche sarebbe comunque differente"
di Simona Maggiorelli


I molti centri di fecondazione assistita all’avanguardia in Italia, da un anno, dacché è entrata in vigore la legge 40, lavorano a scartamento ridotto. I laboratori di ricerca sulle celule staminali embrionali sono fermi al palo, mentre gli scienziati italiani sono a un bivio: trasferirsi all’estero per continuare le ricerche oppure accettare di vedersi a poco a poco emarginati dalla comunità scientifica internazionale. Ma perché la ricerca fa così tanta paura a questa maggioranza? E da quali scenari di progresso scientifico l’Italia rischia di essere tagliati fuori? Lo abbiamo chiesto a Edoardo Boncinelli, docente di Biologia e Genetica presso l’Università Vita-Salute di Milano.
Professor Boncinelli quanto è importante la ricerca sulle cellule staminali e in particolare quella sulle staminali embrionali?
Tutti sono convinti, chi più chi meno, che il futuro della medicina, e quindi della salute, passa largamente per l’uso delle cellule staminali embrionali. Ma qui si pone un quesito. Ci sono tanti tipi di staminali: le embrionali, le fetali, quelle del cordone ombelicale e le adulte. Qualcuno dice che con le staminali adulte si può raggiungere ogni obiettivo. Se fosse vero, non varrebbe la pena discutere così tanto sulle cellule staminali embrionali. La verità è che nessuno oggi sa se questo è vero o falso. L’unico modo per saperlo è fare esperimenti. Certo quelle embrionali, per definizione, devono essere capaci di fare tutto, perché quello è il loro mestiere, dichiamo così, istituzionale. Per ora il tentativo di far regredire le cellule adulte non ha dato grandi risultati o sbaglio?
Dipende molto da chi parla, ognuno porta l’acqua al suo mulino. Bisogna distinguere anche qui, perché purtroppo c’è molta confusione. Infilare qualche cellula in un tessuto malato, nel cuore o in un nervo, dà grandi speranze. Non è detto, però, che l’efficacia immediata sia duratura. La vera speranza per il futuro, e di cui purtroppo si parla poco, non è seminare una cellulina qua e una là, ma fare in laboratorio parti di organo o interi organi. Per questo le adulte hanno probabilità piuttosto basse di funzionare. Negli animali, soprattutto nel topo, le embrionali si sono rilevate estremamente produttive. A priori, se non ci fosse la disputa ideologica, uno punterebbe tutto proprio sulle staminali embrionali.
Nel dibattito sulla legge 40 c’è chi, come il ministro Giovanardi, ha paragonato la fecondazione assistita all’eugenetica.Quanto a sproposito?
L’eugenetica è stata tirata in ballo contro la diagnosi preimpianto. Vietare questo tipo di esame è, a mio avviso, la parte più sbagliata della legge. È un presidio importantissimo, quasi miracoloso, rinunciarci lo trovo assurdo. Dicono che con la diagnosi genetica si sacrificano degli embrioni -in realtà a questo stadio molto precoci, sono solo di otto cellule - per fare dell’eugenetica, intendendo per eugenetica la scelta di certi individui piuttosto che altri. Ma se far nascere bambini non malati può essere inteso come un capitolo di eugenetica, si tratta, a mio avviso, di una pratica sacrosanta. Tutti più o meno consapevolmente tentano di dare ai propri figli il meglio possibile. Comunque sia non siamo minimamente a questo livello. La diagnosi preimpianto oggi serve solo a evitare persone sicuramente malate, non a produrre persone con questa o quella caratteristica biologica desiderata.
E la clonazione tanto paventata?
Un termine esecrando, in nessun laboratorio si parla di clonazione, si parla di clonaggio. Se ne parla da 30 anni ma i media se ne sono accorti ora. La clonazione è uno spauracchio agitato perché si confonde la cosiddetta clonazione riproduttiva dalla cosiddetta clonazione terapeutica che sono, peraltro, due dizioni inventate dai media. Uno scienziato non utilizzerebbe mai termini così babbei.
Proviamo allora a fare chiarezza.
Per clonazione riproduttiva s’intende fare un bambino o una bambina partendo da una o poche cellule. Non è detto che fra dieci anni non sia possibile, ma non è lo scopo che interessa davvero agli scienziati. Per clonazione terapeutica s’intende produrre, non un bambino, ma tessuti o parti di organo o organi interi. La parola clonazione è la stessa, ma ci si può accoltellare quanto si vuole, sono e restano due concetti completamente diversi. Chi non è mai entrato in un laboratorio e non sa come funziona può dire: ma se noi autorizziamo queste procedure finalizzate alla clonazione terapeutica e qualcuno, sotto banco, prosegue le ricerche e arriva alla clonazione riproduttiva? Io non credo che ciò sia possibile, né probabile, ma se questo dovesse accadere bisogna proibirlo come si fa per altre cose. Ma non posso, poiché qualcuno potrebbe usare un martello per ammazzare il vicino, impedire la vendita dei martelli.
Arrivare a fare due individui identici sarà mai possibile?
Facciamo un’ipotesi di scenario. Supponendo che fosse possibile fare una clonazione umana; cosa che ancora non è. Si prende una mia cellula e da lì si comincia. Ma devo - cosa non facile - trovare una mamma compiacente, che ospiti questo bambino nell’utero visto che, per ora questo passaggio, non è evitabile. Alla nascita poi questo bambino avrà avrà 65 anni di meno di me. Dovrò aspettare che abbia una certa età per vedere come è fatto, come si comporta, cosa pensa. Che garanzia ho che mi somigli? Certo se ne faccio un milioni di cloni ne troverò uno che mi somigli. Ma se ne faccio uno, due, tre o anche dieci con ogni probabilità non mi somigliano neanche fisicamente. Ma soprattutto non avrà mai una psiche identica alla mia, perché si sviluppa negli anni. Alla fine osa ci avrei guadagnato? Avrei un figlio, semplicemente un figlio, il quale tenderebbe a differenziarsi, come fanno tutti i figli che si rispettino. Sarebbe una clonazione per ridere. Certo una coppia che non ha avuto figli o che ne ha perso uno da poco, potrebbe voler fare una sostituzione, ma sarebbe un feticcio. Come chi gli muore il cagnolino e ne compra un altro, come un giocattolo e che non sarà mai identico al precedente. Qualcuno contrario alla clonazione potrebbe dire che non si tratterebbe di un’azione a favore del figlio ma per se stessi. Ma in questo caso allora vorrei sapere quanti genitori “normali” mettono al mondo un figlio solo per il figlio stesso. Il discorso, insomma, andrebbe allargato a una riflessione generale sulla genitorialità.
In Italia pare ci sia già chi fa sperimentazione su embrioni comprati all’estero. Con l’obbligo di cedere, però, i ricavi di eventuali brevetti.
Questo è possibile se si parla di linee cellulari, più che embrioni veri e propri. Ci sono molte linee cellulari in commercio. E tutti fanno finta di non saperlo, ecco un altro paradosso. Che ci possano essere dei brevetti mi pare dura. Non ho nessuna stima della ricerca nel nostro paese. O l’Italia dà una sferzata e cambia direzione, oppure parlare di ricerca italiana penalizzata diventa una barzelletta. Beninteso l’attacco alla ricerca oggi c’è ed è fortissimo. Ma in Italia né destra né sinistra hanno interesse che la situazione cambi. Il fatto è che la scienza produce nuove idee, produce novità e può dare una visione del mondo e dell’uomo che ai tradizionalisti proprio non piace.

pag.29
l'opinione
Cancellati 2000 anni di diritto
di Francesco Dall'Olio

sostituto procuratore presso il Tribunale di Roma

Qualche tempo fa’ richiesto da un caro amico, direttore della Rivista “Il Sogno della Farfalla”, di scrivere alcune note di commento alla legge n.40\2004 in tema di procreazione assistita avevo iniziato quel breve articolo dicendo che “Abbiamo sempre creduto e ci hanno sempre insegnato che la legge non stabilisce quali sono i diritti inviolabili dell’uomo ma li riconosce e li garantisce” e d’altra parte questa è proprio la formulazione usata dalla nostra Costituzione Repubblicana all’ art. 2.
Leggendo invece le prime righe del testo della legge n.40\2004 - Norme in materia di procreazione medicalmente assistita - ci accorgiamo che una legge dello Stato, anziché limitarsi a disciplinare il concreto esercizio di un diritto fondamentale, quale è quello di generare un altro essere umano, in quelle ipotesi in cui, a causa di sterilità o infertilità non è possibile la procreazione spontanea, limiti tale diritto in nome di una ideologia non confessata ma chiaramente confessionale arrivando alla compressione di diritti fondamentali costituzionalmente garantiti e facendo a pezzi 2000 anni di diritto stabilendo, per la prima volta nella storia, che anche il “concepito” è un soggetto dell’ordinamento giuridico.
Oggi, nel rileggere quelle frasi, dico che forse mi sembrano insufficienti e non adeguate ad evidenziare l’inganno e l’ipocrisia di una operazione “culturale” che, dietro il volto formalmente ineccepibile della opinione popolare che, attraverso meccanismi formali e giuridici assume la forma della legge, vuole in realtà affermare che 2500 anni di storia è come se non fossero mai passati, che le enormi conquiste sociali, civili giuridiche e scientifiche degli ultimi due secoli è come se non vi fossero mai state, che le donne non devono pensare, ma solo partorire e partorire nei tempi e nei modi che vengono loro dettati dalla società, dalla chiesa, dalla morale, e infine dai mariti e poco male se nel partorire moriranno o daranno alla luce un povero infelice perché in fondo la morte non è che l’inizio di una vita migliore e assistere per tutta la vita chi la vita non saprà mai che cosa è è meglio che impazzire per il senso di colpa di aver rifiutato un “dono di dio”.
Inganno ed ipocrisia tanto più gravi se posti in essere attraverso la legge di uno Stato laico che ha abolito la “religione di Stato” (anche se solo pochi anni fa, che riconosce e garantisce da quasi trenta anni il diritto delle donne di abortire, che lega il concetto di vita umana a quell’evento di originalissima, personale ed irreversibile trasformazione che è la nascita...
Già, la nascita.
Ma se ci fermiamo un momento ad esaminare questo termine vediamo che possiamo accostarlo a quella locuzione così cara a noi legulei che lo traduce in “venire ad esistenza”. Proprio questa ultima espressione, per quanto molto meno poetica del termine nascita, è tuttavia illuminante ai nostri fini perché, nella misura in cui descrive un passaggio, una dinamica tra un prima e un poi, laddove questo “poi” è l’esistenza, necessariamente il “prima “ è la non-esistenza e poiché non può trattarsi di una non-esistenza materiale (il feto è tutt’altro che immateriale) deve per forza trattarsi di una non-esistenza concettuale.
In altre parole il feto non è un essere umano o per lo meno non lo è ancora.
La conclusione, che in questi termini può apparire addirittura sgradevole, è tuttavia pacifica da tempo immemorabile in diritto e affonda le proprie radici nel diritto romano per passare indenne nel diritto intermedio e giungere fino ai giorni nostri con la statuizione dell’art. 1 c.c. (la capacità giuridica si acquista con la nascita - i diritti che la legge riconosce al concepito sono subordinati all’evento della nascita) o le norme in tema di omicidio, ben differenziate da quelle in tema di procurato aborto.
Il feto nell’utero materno è una meravigliosa aspettativa di vita umana ma non lo è ancora.
Anche se però, questa frase potrebbe prestare il fianco ad una facile obiezione di tipo logico.
Si potrebbe infatti sostenere che il feto nell’utero pur non potendosi definire “vivo” è però sicuramente “vitale” e pertanto vi è “vita”; d’altro canto poiché il feto è il prodotto del concepimento tra due esseri umani la sua presenza nell’utero materno può senz’altro essere definita come “vita umana”.
L’obiezione può però essere superata con l’uso di termini che, a questo punto, appaiono senz’altro più appropriati dicendo quindi che se anche al feto può essere riconosciuta la qualità di vita umana ciò che invece certamente non gli può essere riconosciuta è la qualità di “essere umano” giacchè tale qualità è acquisita solo con la nascita o “venuta ad esistenza”.
Ma se tale è la situazione c’è da domandarsi in base a quale principio una legge dello Stato arrivi a travolgerne un’altra (e tra l’altro non una qualsiasi ma il primo articolo del codice civile!).
Senza entrare, come abbiamo detto prima, nella disamina tecnica delle singole norme, vogliamo però ancora una volta sottolineare quella petizione di principio contenuta proprio nell’art. 1 della legge che sotto la rubrica “Finalità” afferma che ”…la presente legge assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”.
La legge, finalizzata formalmente alla disciplina della procreazione assistita, si indirizza invece più nella direzione di delimitare la ricerca e la sperimentazione sugli embrioni umani arrivando a farlo con la minaccia di sanzioni penali gravissime (per la clonazione si arriva a prevedere la reclusione da 10 a 20 anni).
In realtà tale osservazione, pur corretta, è tuttavia limitata ad una visione statica del pensiero sotteso al provvedimento normativo nel senso che, come pure già è stato osservato da parte dei più avveduti, questo testo sembra essere solo il primo passo verso la affermazione di quel principio - esclusivamente religioso -secondo il quale la vita umana inizia con il concepimento e non con la nascita.
Tra le conseguenze sul piano giuridico della affermazione di un tale principio ci sarebbe la illegalità dell’aborto, anche solo terapeutico.
Che questa sia la finalità della legge è provato anche da quell’assurdo divieto di riduzione embrionaria in caso di gravidanze plurime che costringe ad impiantare nell’utero anche embrioni che si sa per certo sono affetti da alterazioni genetiche; l’inciso “salvo nei casi previsti dalla legge 194/78” - legge sull’aborto - appare, nella sua ovvietà e doverosità, così formale da risultare ipocrita e, ci si scusi il termine, anche schizofrenico, soprattutto nella misura in cui, da un lato, costringe la donna a subire l’impianto di un embrione malato, dall’altro le permette poi di abortire quello stesso embrione proprio perché malato.
Un altro elemento che dimostra chiaramente come l’intera legge sia il portato di una fortissima ideologia religiosa è quello costituito dal divieto della c.d.”fecondazione eterologa”.
Ora, a parte che, come è stato rilevato da eminenti clinici, la fecondazione può dirsi eterologa in senso biologico solo quando avviene tra specie diverse per cui tra esseri umani la fecondazione è, per forza di cose, sempre omologa, va comunque rilevato che nel nostro ordinamento giuridico non esiste alcun obbligo di procreare solo ed esclusivamente all’interno della coppia legalmente formata e riconosciuta (i coniugi) tanto è vero che, sparito il reato di adulterio e posto che la relazione extraconiugale in tanto può avere delle conseguenze giuridiche solo in quanto il coniuge “fedele” intenda attribuirgliene (magari intentando una causa di separazione) i figli eventualmente nati “fuori del matrimonio”, come suol dirsi, possono benissimo essere “riconosciuti” ed acquistare tutti i diritti e i doveri dei figli nati “nel matrimonio” senza contare che, fatta eccezione per il disconoscimento di paternità, lo Stato non interviene mai nella verifica della discendenza “biologica”.
Se invece decide di farlo, come nel caso della legge in esame, vietando la fecondazione medicalmente assistita mediante l’utilizzo di un donatore “esterno” alla coppia, ne dovrebbe trarre tutte le ulteriori conseguenze ripristinando il reato di adulterio e vietando il riconoscimento dei figli nati fuori del matrimonio avuti con un soggetto “estraneo” perché non sarebbero “figli della coppia” ma di uno solo dei due.
La violenza e la follia insite in simili conseguenze sono evidenti a tutti eppure, anche da esponenti della politica e della cultura c.d. ”laica” non mancano voci favorevoli al mantenimento del divieto argomentando che lo stesso troverebbe la sua giustificazione non in una generica “morale religiosa” quanto piuttosto nel diritto del nascituro a poter contare su una ascendenza biologica “certa” e “verificabile” cosa che non potrebbe aversi se uni dei due genitori “biologici” rimanesse anonimo come è appunto nel caso della fecondazione “eterologa”. Ora a parte la assoluta opinabilità circa la opportunità del riconoscimento di un simile diritto (ammesso e non concesso che lo sia!) ma chi sostiene questa tesi sembra dimenticare del tutto che nel nostro ordinamento l’istituto della “adozione” è tutto orientato nel senso esattamente opposto, nel senso cioè di ritenere che la vera ed unica famiglia è quella di adozione nell’ottica di un “hic et nunc” che appare l’unica via per un sano percorso di crescita e sviluppo dei minori
Questo ci induce a riflettere e dire che anche per il legislatore (non certo quello della legge 40) la figura genitoriale che rileva non è affatto quella “biologica” ma quella che nel rapporto quotidiano con il bambino, col ragazzo, con l’uomo, si propone e si rapporta come tale, provvedendo ai suoi bisogni e alle sue esigenze non per un vincolo di sangue ma per uno d’amore.

(Nella versione a stampa l'articolo è stato accorciato per motivi di spazio)
_________________


brevi dal web
 
Yahoo!Salute martedì 7 giugno 2005
Disturbi mentali: uno su due insorge prima dei 14
Il Pensiero Scientifico Editore

Metà dei casi di disturbi mentali che si verificano nell’arco di una vita hanno il loro esordio nei primi 14 anni di vita, ciò nonostante la diagnosi e i trattamenti, anche se l’accesso ad essi è possibile, arrivano anche decadi più tardi col risultato che disturbi semplici da risolvere come disturbi d’ansia, dell’umore e tossicodipendenze si aggravano o favoriscono l’insorgenza di altre problematiche. Questo, secondo uno studio (che non ha incluso malattie come schizofrenia e autismo), che ha prodotto ben quattro pubblicazioni sull’ultimo numero degli Archives of General Psychiatry tutte firmate da Ronald Kessler, significa rendere più difficile dopo la cura.
Lo studio, un progetto collaborativo tra la Harvard University, la University of Michigan, e il NIMH Intramural Research Program, pone dunque l’accento sulla necessità di interventi nei tempi e nei modi adeguati.Lo studio, battezzato “National Comorbidity Survey Replication” (NCS-R) perché è la ripetizione di uno studio del 1990, ha coinvolto 9282 persone dai 18 anni in su.
“Ci sono molti messaggi consegnati da questa vasta indagine ma di certo nessuno è importante come l’aver riconosciuto che i disturbi mentali sono condizioni croniche delle persone giovani”, ha dichiarato il direttore del National Institute of Mental Health Thomas Insel. Infatti se un disturbo su due insorge entro i 14 anni, tre su quattro si sono già presentati alla soglia dei 24 anni. In particolare i disturbi d’ansia insorgono alla fine dell’infanzia, quelli dell’umore nell’adolescenza, l’abuso di sostanze intorno ai 20.
Ciò significa che, al contrario delle malattie che sono la piaga dei paesi occidentali ovvero quelle cardiovascolari, le problematiche della psiche affliggono gli individui proprio nel periodo della loro vita in cui dovrebbero essere più produttivi. Le femmine hanno più spesso disturbi d’ansia e dell’umore, i maschi invece hanno di più problemi con stupefacenti e disordini dell’autocontrollo. Il ritardo medio tra l’insorgenza dei primi sintomi e il primo contatto con i servizi di assistenza è di dieci anni, con un massimo di 20-23 anni per disturbi come le fobie sociali e l’ansia da separazione.
Il tempo più breve invece riguarda i disturbi dell’umore (6-8 anni) ma ciò è attribuibile soprattutto alla loro precoce insorgenza e alle campagne di sensibilizzazione sull’argomento, nonché alla facile disponibilità di farmaci. In ogni modo il ritardo è evidente per ogni disturbo e va considerato per le sue implicazioni in termini di salute pubblica. Infatti ritardare l’inizio di una terapia significa moltiplicare il rischio che diventi resistente ai trattamenti disponibili e che gli episodi legati alla malattia si facciano più frequenti.
Inoltre disturbi non trattati precocemente vanno a braccetto con l’insorgenza di disagi socio-economici: sospensione degli studi, lavori precari, figli in giovane età, relazioni di coppia instabili e violente. Prima insorge il disturbo, più tardi si cerca aiuto e più persistente diventa la malattia, con l’aggravante che questi disturbi sono più frequenti proprio in contesti sociali più disagiati in cui avere assistenza è più difficile.
Inoltre gli individui con un disturbo mentale sono più a rischio per altri disturbi, cosa che suggerisce come tra di loro molti disturbi abbiano poi dei confini molto labili.Una prospettiva internazionale di questo studio sarà presto disponibile poiché esso fa parte di un’iniziativa globale di epidemiologia del disturbo nervoso che, coordinata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), a coinvolto 28 paesi del mondo.

Fonte: Kessler R et al. Lifetime risk and persistence of psychiatric disorders across ethnic groups in the United States. Psychol Med 2005;35.

agi.it 7 giugno 2005
MIRKO: AVVOCATO, UN CASO PER I MEDICI, NON PER I GIUDICI

(AGI) - Lecco,"Il caso di Maria Patrizio va risolto da medici, specialisti, psichiatri. Non da giudici e magistrati". Ne è convinto l'avvocato Fabio Maggiorelli di Genova che con il collega Ernesto Rognoni assiste la giovane mamma di Casatenovo (Lecco) che la mattina del 18 maggio scorso ha fatto annegare il figlioletto Mirko di 5 mesi nella vaschetta per il bagno. Il legale ancora una volta ribadisce come le condizioni di salute mentale della ventinovenne siano molto precarie.
"Spesso chiede del marito Cristian e con il mio collega ho già presentato un'istanza al giudice per farle ottenere il permesso di incontrare il consorte. Qualche volta chiede notizie del figlio. È come se la sua mente abbia rimosso l'accaduto, anche se sporadicamente riemergono ricordi, seppur appannati. Mery attualmente è ospitata nel reparto "Arcobaleno" dell'ospedale psichiatrico di Castiglione delle Stiviere, nel mantovano. Per le 13 di oggi è prevista l'udienza in sede di incidente probatorio davanti al gip di Lecco, Gianmarco De Vincenzi, per il conferimento di incarico al pool di psichiatri che dovranno analizzare le "inquietudini mentali" che attualmente pervadono la vita di Maria Patrizio. Per la difesa sarà scelto il prof. Massimo Picozzi di Saronno (già consulente per la difesa nel caso di Cogne), mentre per il gip l'esame peritale sarà affidato a Isabella Merzagora dell'Istituto di Medicina Legale di Milano e a Ugo Fornari dell'Università di Torino, già consulente per l'accusa contro Annamaria Franzoni. Il pm, Giovanni Gatto, renderà noto il nome del suo perito nelle prossime ore.

liberazione.it 7 giugno 2005
Accadde 21 anni fa - Enrico Berlinguer

Il 7 giugno del 1984, mentre chiude la campagna elettorale per le elezioni europee, il segretario del Pci Enrico Berlinguer è colpito da un malore. Morirà quattro giorni più tardi senza riprendere conoscenza. Era impegnato nella battaglia feroce contro il governo per salvare la scala mobile (difendere i salari). Il Pci vincerà le elezioni (primo partito) poi entrerà in una crisi dalla quale non si riprenderà più.


metà degli Usa fuori di testa
 
ANSA 7.6.05
Martedì 7 Giugno 2005, 20:13
USA: MEZZA AMERICA HA DISTURBI PSICOLOGICI
di Alessandra Baldini

(ANSA) - NEW YORK, 7 GIU - Mezza America ha sofferto di disturbi mentali in qualche punto della vita, ne sta soffrendo o ne soffrirà. I disordini mentali negli Usa sono diffusi come il mal di cuore o il cancro, solo che colpiscono una popolazione sempre più giovane e con un più duraturo impatto sul resto della vita. È questa la inquietante conclusione di uno studio federale i cui risultati sono stati pubblicati sul numero di giugno degli Archives of General Psychiatry.
La ricerca del National Institute of Mental Health è la più completa intrapresa finora da un centro di studi del governo americano ed è destinata a fornire un nuovo metro di giudizio agli addetti ai lavori nei campi delle malattie mentali: ''Il punto da ricordare è che i disturbi mentali sono altamente prevalenti e cronici'', ha dichiarato Thomas Insel, direttore dell'istituto federale che ha condotto lo studio puntando i riflettori sul fatto che ''una buona percentuale delle vittime del 'male oscuro' negli Stati Uniti sono giovani''.
I ricercatori del National Institute of Mental Health hanno intervistato quasi diecimila individui sopra i 18 anni e scoperto che della meta' di americani vittima di disturbi mentali un buon 50 per cento ha cominciato ad averne i sintomi a 14 anni e tre quarti a 24.
IL VOLTO DEL MALE OSCURO È UN TEENAGER - ''I disordini mentali sono a questo punto la piu' imponente malattia cronica per la gioventù in America'', ha detto Ronald Kesler, epidemiologo di Harvard e uno degli autori dello studio secondo cui ''purtroppo all'avvento dei sintomi non fa riscontro una diagnosi precoce e men che meno una cura''.
Come accadde per due rilevamenti precedenti pubblicati nel 1984 e nel 1994, molti psichiatri hanno giudicato inflazionati i risultati della ricerca: ''Cinquanta per cento degli americani handicappati mentali? Ci state prendendo in giro'', ha polemizzato Paul McHugh, professore di psichiatria della John Hopkins Universiy. A suo giudizio la ragione dell'aumento dell'incidenza delle malattie mentali nella popolazione americana e' legata alla sempre piu' vasta definizione dell'ambito di queste malattie: ''Prima o poi avremo una sindrome per maschi bassi, grassi, irlandesi e con l'accento di Boston, e lo chiameremo un disturbo psichiatrico''.
Il rapporto del National Institute of Health incide sul dibattito, in corso negli Stati Uniti, sulla necessità di uno screening di adulti e bambini per disordini mentali e anche sulla linea di demarcazione tra malattia e salute. Le risposte sono destinate ad avere un enorme impatto sui metodi di cura e, non ultimo, sul tipo di sindromi coperte dalle assicurazioni sanitarie.
DIECIMILA INTERVISTE, LA DEPRESSIONE È IL MALE PIÙ COMUNE - Gli investigatori federali hanno intervistato faccia a faccia 9.282 americani sopra i 18 anni a cui è stato chiesto se in un momento o l'altro della vita avessero attraversato fasi prolungate di depressione, abuso di alcol o di droga, ansie irrazionali e un'altra vasta gamma di sintomi. In caso di risposta affermativa, le interviste venivano approfondite concentrandosi sugli episodi di malessere.
Come previsto, i ricercatori hanno scoperto che i problemi più comuni denunciati dai soggetti dell'indagine sono la depressione (17 per cento) e l'alcolismo (13 per cento). Sono risultate comuni anche le fobie (13 per cento). Oltre un quarto degli interpellati ha denunciato un malessere assimilabile a un disordine mentale nel corso dell'ultimo anno.
Una vasta maggioranza ha cominciato ad avere problemi già in gioventù, tra i venti e i 30 anni, anche se alcuni disordini legati al controllo degli impulsi come l'iperattività da deficit di attenzione e problemi di ansia come le fobie si erano manifestate usualmente prima, intorno agli undici anni.
(ANSA).


la mamma di Lecco
 
AGI
Lecco, 07 giugno 2005 - 16:24
MIRKO: LA MAMMA CHIEDE DEL MARITO, GIOVEDÌ VEDE GLI PSICHIATRI

Maria Patrizio probabilmente già giovedì prossimo incontrerà per la prima volta il pool di psichiatri che dovranno capire quali possano essere le "inquietudini mentali" che l'avrebbero portata a sopprimere il figlioletto Mirko di 5 mesi affogandolo la mattina del 18 maggio scorso nella vaschetta del bagnetto. Nel primo pomeriggio di oggi si è svolta l'udienza in sede di incidente probatorio davanti al Gip di Lecco, Gianmarco De Vincenzi, per il conferimento d'incarico agli specialisti che nell'arco di un paio di mesi dovrebbero consegnare le loro conclusioni. Il Gip ha nominato suoi consulenti il professor Ugo Fornari dell'Università di Torino e la dottoressa Isabella Merzagora dell'Istituto di Medicina Legale di Milano. Per la difesa rappresentata dagli avvocati Fabio Maggiorelli e Ernesto Rognoni di Genova, scelto il professor Massimo Picozzi. Anche oggi le difese hanno ribadito il desiderio espresso dalla loro assistita di poter incontrare il marito. Ma anche Kristian desidera incontrarla. La giovane mamma è ricoverata nel reparto "Arcobaleno" dell'istituto psichiatrico di Castiglione delle Stiviere. (AGI)


Leonardo da Vinci
 
Corriere della Sera 7.6.05
Sotto l’intonaco di Palazzo Vecchio potrebbero esserci ancora tracce della «Battaglia di Anghiari»
Scoperto un «muro segreto» di Leonardo
Pierluigi Panza

Ieri, cinque secoli fa, Leonardo «al tocco delle 13 ore», si trovava in Palazzo Vecchio di Firenze per iniziare un affresco raffigurante la «Battaglia di Anghiari», che doveva documentare la vittoria del 1440 dei fiorentini, alleati con il Papa, contro i milanesi. Nella stessa sala, e sempre per 20mila fiorini, era stato chiamato anche Michelangelo a dipingere su un altro muro «La battaglia di Cascina». Ma ci furono brutti presagi quel giorno: si mise a piovere e il cartone «si guastò» annotò lo stesso Leonardo nel Codice di Madrid. Morale: l’affresco si deteriorò presto. Forse il genio di Vinci aveva nel dipinto su muro il suo tallone di Achille, visto che anche il «Cenacolo» di Santa Maria delle Grazie (innumerevoli volte restaurato) già nel Cinquecento veniva detto ormai perduto. Andò peggio alla «Battaglia di Anghiari», che fu coperto da un affresco del Vasari. Ieri, nell’ambito della rassegna «Il genio fiorentino», l’ingegnere Maurizio Seracini, presentando i risultati di analisi effettuate con strumenti come la termografia e il radar (che consentono di «vedere» cosa c’è sotto l’intonaco dei muri), ha mostrato di aver scoperto un «muro segreto» nel Salone dei Cinquecento. Dietro il paramento murario su cui il Vasari ha affrescato la «Battaglia di Marciano in Val di Chiana» ci sarebbe infatti una sottile intercapedine, creata forse dal Vasari stesso per proteggere il «capolavoro» di Leonardo. E su questo muro più interno «potrebbero esserci ancora tracce dell’affresco perduto di Leonardo».
Questa ipotesi è stata sostenuta non solo sulla base di una serie di rilievi scientifici, che Seracini ha mostrato nella sua relazione in Palazzo Medici Riccardi, ma anche da alcuni documenti di archivio resi noti per la prima volta dal professor Rab Hatfield. Seracini ha sottolineato come, a oggi, né da ricerche di archivio né da indagini scientifiche siano emersi elementi che indichino che il Vasari abbia cancellato il malandato affresco sottostante durante il rifacimento del salone. Per questo motivo, altre volte nella storia si è stati tentati di vedere cosa c’è sotto l’affresco che oggi vediamo.
Sulla base dei risultati ottenuti, ha detto ieri Seracini, «è auspicabile e giustificato poter proseguire le indagini per giungere alla soluzione di questo mistero che dura da cinque secoli». Secondo l’ingegnere (che è anche «citato» da Dan Brown - per le sue scoperte sulla tavola di Leonardo «L’Adorazione dei Magi» - nel «Codice da Vinci») sarà necessario «un ulteriore anno di ricerche».


Giovanni Jervis, dal basaglismo all'illuminismo
(la distanza non è poi tanta...)
 
L'Unità 7 Giugno 2005
FILOSOFIA Un pamphlet di Giovanni Jervis contro gli equivoci di nichilismo, ermeneutica e fondamentalismo
Il relativista? Prima diventa tiranno
di Bruno Gravagnuolo

Contro il relativismo vale a meraviglia il classico argomento di Aristotele contro i negatori d’ogni verità. E cioè: negare ogni verità equivale a negare ipso facto l’assunto negatore d’ogni verità. Argomento che compendia quello racchiuso nel libro gamma della Metafisica aristotelica: chi nega il principio di (non) contraddizione in realtà lo afferma. Proprio nel voler affermare la «non contraddittorietà» del suo affermare. Peccato invece che Giovanni Jervis, psicologo, studioso dell’individualismo, già compagno d’arme di Basaglia e oggi critico avveduto dell’antipsichiatria, nel suo ultimo pamphlet Contro il Relativismo (Laterza, pp.163, euro 10) ad Aristotele riservi solo uno sberleffo. Laddove citando il solito Bertrand Russel contro la metafisica, ricorda un passo dello stagirita in cui il filosofo greco sosteneva che le donne hanno meno denti che gli uomini (Aristotele è molto contaminato e interpolato e forse in quel caso si confondeva con i denti del giudizio!).
In realtà fuori di scherzo Aristotele è molto importante per le questioni di metodo e di sostanza che stanno a cuore a Jervis in questo libro, come peraltro ben sapeva Popper (che i filosofi greci li amava e chiosava da par suo) e il cui razionalismo critico sarebbe inconcepibile senza le confutazioni aristoteliche.
Ma qual è, per tornare a Jervis, il metodo e il merito di questo suo pamphlet? Presto detto: un’appassionata difesa della ragione critica laica e illuministica. Contro le oltranze del relativismo e del fondamentalismo. Che per l’autore sono le facce di una medesima medaglia. Infatti dietro il relativismo multiculturale, come argomenta Jervis, affiora non solo la dismissione della responsabilità etica, ma ancor più il trionfo dell’arbitrio, che alla fine si rovescia in intolleranza. Insomma l’agnosticismo sui valori e la loro relativizzazione si traduce in indifferenza verso le pratiche totalitarie, e all’insegna di una malintesa tolleranza storicistica e antropologico-culturale. Efficaci sono a riguardo le pagine del libro dove l’autore demistifica l’utopismo ingannevole, a misura di culture primitive ed «altre» che è invalso nel 900, sull’onda di Ruth Benedict e Margareth Mead, e che ha creato tanti equivoci poi rettificati dall’antropologia successiva. Come pure incisive sono le pagine di critica alle oltranze antipsichiatriche, negatrici della malattia mentale, a lungo ridotta a variabile dipendente del «sociale».
Insomma quella di Jervis è una requisitoria molto forte contro il soggettivismo, che maschera titanismo e prepotenza, in frode all’esperienza sottoposta a verifiche. Contro l’Ermeneutica radicale. Che diluisce fatti e teorie a pure interpretazioni. E contro il nichilismo, che prima o poi si risolve in fondamentalismo. Ovvero in riscoperta romantica e asseverativa dell’Autorità, proprio per colmare il buco del Nulla a lungo coltivato.
E del resto c’è l’esperienza storica a dimostrarlo. Se si pon mente a quanti, nichilisti e incendiari, son poi divenuti titani o titanelli. Come Mussolini, che da «trasformista» nietzscheano si converte in adoratore e coniatore di miti arcaizzanti, nei quali finisce per credere. Oppure come certi futuristi, divenuti ideologi di regime in feluca. Oppure ancora, un secolo prima, come quei romantici tedeschi paganeggianti, divenuti zelatori del ritorno alla religione. Fino agli ex comunisti, assurti a difensori della santità dell’embrione. E così, a tratti in forma di taccuino biografico, Jervis assesta forti colpi a tanta parte dell’ideologia contemporanea. Recuperando logica, esperienza e senso del limite. E persino le basi biologiche del comportamento umano, a sostegno di un’etica possibile: quelle basi irrise da un culturalismo cieco e relativizzante. E al centro di tutto una differenza chiave in Jervis: un conto è il pluralismo. Altro è il relativismo. Confonderli equivale a lasciare le differenze in una sorta di guerra della giungla. Mentre il problema dell’etica contemporanea è quello di trovare un paradigma storico e positivo, che consenta ad esse di convivere nel segno di valori minimi condivisi (senza guerre preventive!). Qui però c’è un deficit fondativo in Jervis, che lascia il tema per strada. Un po’ come nel caso dell’Aristotele deriso. A proposito. Per Aristotele ciò che è in potenza «non è», non sussiste prima di divenire atto. Perciò l’embrione non è persona. Non male, no?


da Lombroso alla Lega Nord
 
Il Mattino 7.6.05
UN SAGGIO DELLA PETRACCONE
Scontri di civiltà il lato oscuro dei meridionali
Titti Marrone

Che i leghisti non abbiano inventato niente dando dell’Italia una rappresentazione dualistica da «scontro di civiltà» è cosa ben nota. Ma pochi sanno che il primo esplicito e organico teorizzatore di una vera e propria inferiorità razziale dell’«altra Italia» fu un meridionale, il ventiduenne siciliano Alfredo Niceforo, antropologo di scuola lombrosiana, allievo di Enrico Ferri e Giuseppe Sergi. Nel 1898 il suo L’Italia barbara contemporanea suggerì l’esistenza, visibile dalla forma del cranio, di due diverse razze, i mediterranei del Sud e gli arii del Nord. Con i primi dediti al brigantaggio che «non si manifesta nei paesi civili» essendo «lo stato normale delle tribù primitive»; e i secondi sicuri portatori di «un sentimento di organizzazione sociale», segno distintivo dal marasma collettivo che era l’unica sistematicità di cui fossero capaci i meridionali. Vero è che la teorizzazione di Niceforo era stata ampiamente preparata dai funzionari sabaudi inviati da Cavour a Napoli prima della proclamazione del regno. Uno di essi, Emilio Farina, dopo aver attraversato Abruzzo e Casertano, mentre era alle porte di Napoli già sentiva il bisogno di scrivere a Cavour: «Ma, amico mio, che paesi sono mai questi, il Molise e Terra di Lavoro! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile». A ricostruire sia i prodromi della rappresentazione dualistica dell’Italia sia i suoi frutti successivi è ora Claudia Petraccone, storica napoletana, attenta analista del dibattito sul Mezzogiorno. Dopo Federalismo e autonomia in Italia dall’Unità a oggi e Le due civiltà - Settentrionali e meridionali nella storia d’Italia, entrambi usciti da Laterza, con lo stesso editore pubblica Le due Italie - La questione meridionale tra realtà e rappresentazione (pagg. 330, euro 20). Ben più che una disamina del dibattito meridionalista dalle origini in poi, il libro è una ricostruzione giocata sui due piani evocati dal sottotitolo - dati di fatto e pregiudizi - e costantemente ancorata alla contemporaneità. L’ambizioso obiettivo del suo lavoro è quello di risalire all’origine dell’idea di «diverso grado di civiltà» di cui fu convinto anche un liberale, allievo di Pasquale Villari, come Leopoldo Franchetti. E di cui, senza necessariamente accedere a conclusioni razzistiche, finiscono per essere convinti sempre più meridionali. La lettura del libro della Petraccone è particolarmente illuminante nel momento in cui le cronache mostrano un Sud dove la legalità è violata da soprassalti di lazzaronismo e sopraffazioni camorristiche. Attualissime appaiono per esempio le pagine sulla centralità che Franchetti, nella sua inchiesta sul Mezzogiorno, attribuì alla «violenza come forma normale di espressione del diritto». E se da Gramsci e Colajanni arriva una confutazione efficace del legame razza-criminalità, con l’attribuzione dell’origine dell’arretratezza meridionale a fattori socio-economici, l’idea delle «due civiltà» riaffiora di continuo. Nel 1950, ai tempi della riforma agraria seguita alle lotte contadine del dopoguerra, si ripropone in forma diversa: allora l’incontro tra marxismo e cultura popolare, con Rocco Scotellaro, Carlo Levi e il concetto di «folklore progressivo» introdotto dalle ricerche di Ernesto De Martino, produce un’interpretazione della civiltà contadina come dimensione positiva, da recuperare e immettere in un circuito unificato di cultura nazionale. A questa visione non mancheranno critiche, anche da sinistra, come quelle di Mario Alicata a Carlo Levi e all’«idoleggiamento del primitivo». In tempi più recenti, con Robert Putnam la frattura tra le «due Italie» è identificata nell’assenza di spirito civico del Sud, che il sociologo inglese fa risalire all’età normanna. E ancor più di recente, a dare una risposta efficace allo «scontro tra civiltà» adombrato dalla Lega è un’analisi come quella di Gianfranco Viesti, che in Abolire il Mezzogiorno suggerisce di accentuare l’attenzione ai segni di cambiamento positivo. Unica possibilità di difendersi, oltre che dagli stereotipi negativi, dalla realtà che li provoca, cioé dal lato oscuro e barbaro di noi meridionali.


Bertinotti sul referendum europeo
 
Adnkronos 6.6.05
UE: BERTINOTTI, NESSUNO CERCHI DI IGNORARE IL NO DEI POPOLI
IL VOTO DEMOCRATICO È VINCOLANTE, PERCIO' IL TRATTATO È MORTO

Roma, 6 giu. - (Adnkronos) - Con il no della Francia e dei Paesi Bassi e il probabile slittamento dei referendum in Gran Bretagna e Polonia, il trattato dell'Unione Europea è morto, ma le classi dirigenti non fingano di non vedere che il voto popolare ha sfiduciano quest'Europa neoliberista. È l'avvertimento di Fausto Bertinotti, segretario del Prc e presidente del Partito della sinistra europea, che mette insieme partiti comunisti e altre formazioni di sinistra di Stati europei, che negli ultimi tre giorni si è riunito a Roma.


il professor Veronesi
 
L'Adige 6.6.05
L'oncologo Veronesi illustra le ragioni del sì: qualcuno vuole l'oscurantismo religioso
«Andare a votare è un dovere»
«È una legge contraddittoria e contro le donne»

ROMA - Nei giorni scorsi l'oncologo e ex ministro della sanità, Umberto Veronesi è stato intervistato da Paolo Bonolis sui referendum. Lo scienziato, favorevole ai quattro sì, si è scagliato contro la mancanza di chiarezza informativa. Comunque ha provato a individuare i motivi favorevoli al voto e per il sì.
- «ANDARE A VOTARE È COMUNQUE UN DOVERE» Andare a votare è un dovere, sia che si voti per il sì sia che si voti per il no, è stato il monito dello scienziato. È importante andare alle urne, ha sottolineato Veronesi, «per esprimere il proprio pensiero, perché questo Paese deve crescere: non possiamo pensare di costruire un futuro intelligente e razionale per il nostro Paese se non sappiamo cosa pensa la gente».
- È RITORNO FONDAMENTALISMO RELIGIOSO: la legge 40 rappresenta, secondo Veronesi, «un tentativo di ritorno alle regole dogmatiche della Chiesa, secondo cui la procreazione deve essere solo naturale; questa legge, infatti, fa di tutto per evitare la procreazione assistita, ponendo tantissimi ostacoli e creando confusione». Ma se la Chiesa spinge all´astensione, ha commentato, «fa in un certo senso il suo mestiere; non capisco invece gli uomini politici che fanno proprio questo messaggio invitando la gente a non andare a votare. Questo è davvero scorretto e sorprendente».
- UNA LEGGE CONTRO LE DONNE: «La legge 40 sulla procreazione assistita è una legge contro le donne, perché il desiderio di maternità - ha affermato l´ex ministro della sanità - è naturale e questa legge fa di tutto per ostacolarlo».
- QUANDO INIZIA LA VITA?: Veronesi ha fatto riferimento al dibattito circa l´inizio della vita e se il pre-embrione possa o meno essere considerato essere vivente. L´uovo fecondato, ha detto, «può essere considerato un primo passo verso il futuro nascituro, ma una forte corrente scientifica pone l´inizio della vita reale con la nascita dell´abbozzo cerebrale, ovvero verso la terza terza-quarta settimana di gestazione».
- FECONDAZIONE ETEROLOGA: »La legge la proibisce - ha sottolineato Veronesi - ma in realtà dedica un intero articolo al cosa fare se questa venisse praticata. È come se il legislatore dicesse, «io ve la proibisco, ma poiché so che sarà praticata ugualmente, queste sono le regole». Insomma, è un po´ «una legge all´italiana» - ha detto - tanto più che non vi è alcuna sanzione, se non quella pecuniaria per il medico. È tutto molto approssimativo».
- DA EMBRIONI CONGELATI LA SALVEZZA PER TANTI MALATI: «Il problema delle cellule staminali non è mai stato affrontato seriamente. È chiaro - è la posizione di Veronesi - che le staminali si possono ottenere anche da altre fonti, ma non c´è dubbio che quelle embrionali siano le migliori perché totipotenti, potendo differenziarsi in tutte le direzioni. Soprattutto, oggi abbiamo disponibili 31.000 embrioni congelati nei laboratori italiani: la legge 40 - ha detto - li condanna a morte, poiché dice che non si possono sopprimere né utilizzare per la ricerca terapeutica pur sapendo che entro qualche anno moriranno. La legge, secondo l´esperto, contraddice dunque se stessa: da una parte vuole tutelare l´embrione ma dall´altra lo condanna a morte. Al contrario, noi non vogliamo portare a morte questi embrioni, ma trasformarli in cellule staminali vive che venendo donate a tanti malati potrebbero portarli alla guarigione. Questa - ha commentato - è anzi una missione nobilissima». - DIAGNOSI PRE-IMPIANTO E CONTRADDIZIONE CON LA 194: È assurdo, ha sottolineato Veronesi, proibire la diagnosi sull´embrione e poi permettere l´aborto terapeutico successivamente in caso di malformazione del feto. È una «contraddizione legislativa che non ha equivalenti al mondo. Si tratta di due leggi, la 40 e quella sull´aborto, la 194 - ha commentato - che si contraddicono in modo totale».
- «MEGLIO NESSUNA LEGGE CHE UNA CATTIVA LEGGE»: «In Italia, anche prima della legge 40 - ha detto Veronesi - non c´era alcun Far-West, anzi il nostro Paese, su questo fronte, era il più evoluto al mondo per competenze e pratiche mediche. C´era però un vuoto legislativo in materia. Ma è molto meglio non legiferare - ha concluso Veronesi - piuttosto che legiferare facendo una cattiva legge».


Margherita Hack
 
Il Mattino 6.6.05
L’astrofisica Hack: legge medievale e liberticida

«Invito tutti i cittadini, e soprattutto le donne, a ricordare l’appuntamento dei referendum sulla fecondazione assistita, referendum contro una legge iniqua e medievale». È l’opinione dell’astrofisica Margherita Hack, tra le figure più autorevoli del panorama scientifico italiano e internazionale. «Si tratta di una legge antiscientifica, perché impedisce la ricerca sulle cellule staminali embrionali che potrebbero guarire enormi malattie, e di una legge liberticida - aggiunge Hack - perché incide sulla libertà più intima dei cittadini, in particolare delle donne. Inoltre, non si può imporre la morale cattolica a tutti i credenti e non credenti. Per questo, va assolutamente cancellata». Chiaro l’esplicito della scienziata a cui naturalmente sta a cuore il progresso della ricerca per sconfiggere, appunto, malattie mortali.


Percy Bysshe Shelley
 
Il Messaggero Lunedì 6 Giugno 2005
“Cristo non è mai esistito”: all’asta lettere inedite di Percy B. Shelley

«Cristo non è mai esistito». Così il giovane Percy Bysshe Shelley formulava il suo ateismo negli anni in cui studiava all'Università di Oxford.
Una serie di quattro lettere inedite, recentemente scoperte in un archivio privato di Londra, consentirà ora agli studiosi di conoscere meglio la vicenda dell'espulsione del futuro poeta da Oxford e la sua formazione razionalista e atea.
Si tratta di missive che Shelley scrisse a quattro mani insieme al suo compagno di studi, e poi biografo, Thomas Jefferson Hogg, tra il dicembre 1810 e il febbraio 1811, e che la casa d'aste Christie’s metterà in vendita a Londra mercoledì 8.


un capolavoro cancellato dal cristianesimo
dionisismo, mito e ibridazioni nel V secolo

 
Corriere della Sera 7.6.05
Come un Omero della decadenza rianimò lo spirito del mito greco
di Mario Andrea Rigoni

Se mi si chiedesse qual è stato, nell’editoria letteraria italiana, l’avvenimento più importante degli ultimi mesi, anzi degli ultimi anni, non esiterei a rispondere: la traduzione integrale nella Bur, con testo greco a fronte e un impressionante commento erudito, de Le Dionisiache di Nonno di Panopoli, ultimo esponente della gloriosa civiltà poetica greca (4 volumi, a cura di Daria Gigli Piccardi, Fabrizio Gonnelli, Gianfranco Agosti e Domenico Accorinti, pagine 3167, 76), mentre un’analoga impresa sta conducendo l’Adelphi (che ha finora pubblicato, a cura di Dario Del Corno, tre dei quattro volumi previsti). Non per nulla la critica italiana, sempre pronta a inseguire i più effimeri e pretestuosi dibattiti, non sembra essersene neppure accorta. D’altronde Nonno non solo non gode di una «voce» autonoma in alcuni repertori degli scrittori classici, ma perfino nel Dizionario della letteratura Garzanti lo spazio che gli viene riservato è pari o inferiore a quello elargito a tanti poetastri, professori e critici odierni, dei quali il tempo farà presto, se non lo ha già fatto, giustizia, cancellandone dalla nostra memoria perfino il nome. Ma Nonno, egiziano di lingua greca vissuto nel V secolo d. C., è poeta di splendore e potenza intramontabile, degno di essere considerato quasi un Omero redivivo, benché sia un Omero della decadenza, anziché delle origini. Le ragioni della sua grandezza e del suo interesse sono di natura molteplice: linguistica, stilistica, prosodica, poetica e culturale. Chi non è greco o grecista perderà inevitabilmente parte dell’esperienza che dettò l’elogio di Kavafis nella poesia Esuli (una delle sue inedite):
«Versi di Nonno l’altro ieri leggevamo.
Che immagini, che misura, che lingua, che armonia.
Il poeta di Panopoli rapiti ammiravamo»
(traduzione di Massimo Peri). Ma chiunque, anche in traduzione, non potrà non percepire la bellezza e la forza fantastica di questo poema sterminato di 48 libri che, narrando la storia di Dioniso dagli antefatti della nascita fino alla conquista dell’India e all’ascesa in cielo come salvatore dell’umanità e dio della gioia, riepiloga e rianima l’intero universo del mito greco.
Il dionisismo è innanzitutto il tema religioso e poetico della metamorfosi, come fuga dal dolore e dalla morte, che ispira tutta l’opera. Ma coincide anche con il principio compositivo, formale e stilistico de Le Dionisiache , che è quello della proteiforme varietà, enunciato nell’invocazione proemiale alle Muse:
«Evocate per me l’immagine di Proteo multiforme, mentre si unisce alla vostra danza (...), perché appaia nella varietà dei suoi aspetti: un inno variegato io voglio intonare» (II, 13-15).
Nonno disarticola l’intero ordine dell’epos classico, in gara e in contrapposizione con Omero: all’unità sostituisce la molteplicità, alla logica l’analogia, alla profondità la superficie, all’azione la descrizione, fornendo un nuovo modello al quale si ispirerà molti secoli dopo il nostro Marino, che senza questo precedente non avrebbe mai potuto concepire né la struttura né lo stile dell’ Adone .
In astratto si potrebbe congetturare che una tale «poetica» conduca a un effetto d’insieme inevitabilmente debole: accade invece che Le Dionisiache si distinguano proprio per l’energia immaginativa e retorica. Un’altra singolarità di Nonno è che, nonostante l’ispirazione soteriologica e sacra, egli ama la digressione e l’aneddoto, l’arguzia e il motteggio, il gesto e il colore. Nello stesso tempo pratica tutta la gamma dei toni: epico, apocalittico, tragico, amoroso, bucolico e comico. È capace della più alta ispirazione cosmica, come testimoniano i primi due canti dedicati alla Tifoneide, ossia all’assalto di Tifeo contro l’Olimpo:
«Notte fonda: le schiere dell’Olimpo montano la guardia
intorno alle sette zone e come dall’alto di torri
risuona un allarme notturno: sono le voci delle stelle che si propagano
immense, ognuna con diversa intonazione, e l’eco che risuona intorno all’asse
della barriera di Saturno giunge fino alla Luna» (II, 170-174).
Esperto nelle guerre stellari, Nonno non lo è meno nell’erotismo visionario con cui descrive una Baccante
«E ce n’è una che ha legato il ventre intatto
con un serpente tre volte avvolto, cintura assai intima,
che apre la bocca vicino alla coscia, sibila dolcemente
e scruta insonne la verginità della fanciulla quando è assonnata per il vino» (XIV, 363-366),
o la voluttà di una morte per amore:
«Uccidimi, poiché sono amante sventurato, non risparmiare l’arco.
Tu doni grazia femminea al ferro, se tocchi i dardi; e io mi fermo, volontario bersaglio, a guardare
con occhio intenerito le tue dita splendere sulla cocca,
e poi tirare, tutto disteso, il tuo dolce tendine
e avvicinarlo al roseo seno destro» (XV, 329-334).
Infine Nonno conosce il tono comico-farsesco. È il caso della deliziosa storia di Afrodite che, abbandonato il cinto d’amore per la spola, tenta maldestramente l’opera della filatura riservata ad Atena, crea una tela rozza e aggrovigliata e provoca sulla terra l’interruzione di ogni attività amatoria, finché, derisa dagli altri dei, abbandona il lavoro e torna a Cipro, ristabilendo l’ordine delle cose (XXIV, 242-329).
Ma il poema contiene aspetti di più sottile ed enigmatica complessità: quello principale è una certa ricorrente somiglianza, tematica e linguistica, fra dionisismo e cristianesimo. Nonno è infatti anche l’autore di un’altra opera in esametri, la Parafrasi del Vangelo di S. Giovanni. Come si spiega questa clamorosa ibridazione di due religioni opposte? Secondo la persuasiva ipotesi di Daria Gigli Piccardi, coordinatrice dell’impresa e curatrice del primo volume, la chiave risiede nel sincretismo: un atteggiamento e un fenomeno, tanto segreto quanto notevole, che dalla tarda antichità si estende al Rinascimento e alla stessa età moderna. Per restare al nostro caso, si può ricordare che la coppia Dioniso-Cristo visiterà ancora la mente di Nietzsche.

Corriere della Sera 7.8.05
Nuove versioni italiane di un capolavoro risalente al V secolo dopo Cristo, in cui la letteratura ellenistica tocca l’apice della sensualità
E Dioniso donò agli uomini l’eros e l’ebbrezza

di Giorgio Montefoschi

Stupore e meraviglia colmano Le Dionisiache, la sterminata opera in versi di Nonno di Panopoli, nella quale, al tramonto dell’età pagana, il poeta egiziano in lingua greca volle «mettere un po’ tutto»: il bene e il male; gli dei e i nemici degli dei; Omero ed Esiodo; Apollonio Rodio e Senofonte; le Metamorfosi e L’Antologia Palatina ; la nascita di Dioniso e l’affermazione del suo culto; il suo viaggio in Oriente per sconfiggere gli indiani, simile al viaggio di Alessandro, e la fondazione delle città; Era e Zeus; Artemide e Afrodite; Ermes e Apollo; Cadmo e Armonia; Europa e il toro; Teseo e Arianna; le ninfe e i giganti; Micene e Tebe; Atene e Nasso; le selve e i pascoli; il mare e i monti. Non c’è vicenda, umana o divina, narrata in questo straordinario poema lungo da solo come l’ Iliade e l’ Odissea (48 canti) che non cada nella luce sgomenta di una illimitata libertà. Qui, fantasia e immaginazione non conoscono confini. Tutto si trasforma in tutto: gli dei in uomini; gli uomini in animali, pietre, piante; le piante in eserciti; le ninfe in rocce, sorgenti; gli eroi in polvere; le amanti deluse in corone di stelle. I giganti sollevano montagne e le tengono in pugno, prima di scagliarle contro gli odiati dominatori dell’universo. Nel cielo, carri luminosi trascinano in corse folli lo Zodiaco, scompigliando le stagioni e il tempo, capovolgendo la notte e il giorno. Guerrieri s’innalzano a toccare con un dito la cima dell’Olimpo. Diluvi universali sommergono la terra. Sul dorso di tori luccicanti, fanciulle rapite percorrono l’azzurro Egeo. Venti impetuosi sorgono dalle caverne; mostri feroci, dai denti di un drago conficcati nel suolo. E nulla, nulla è precluso alla forza, all’ardire, alla istantaneità del volo. Qualcuno - aveva raccontato Plutarco almeno tre o quattro secoli prima - navigando al largo delle coste della Tessaglia o del Peloponneso, aveva ascoltato una voce misteriosa annunciare che gli dei erano morti, non esistevano più. Da quel momento in poi, gli uomini avrebbero dovuto abituarsi a non veder più apparire gli dei sulle rive del mare o nelle selve; a non essere accecati dalla luce o fasciati dal sonno, per accogliere indisturbati ospiti o essere trasportati altrove. Avrebbero - molto semplicemente - dovuto «fare da sé». Rinchiudersi nel recinto domestico: a sperimentare la solitudine e l’incertezza del futuro; coltivare la nostalgia e la memoria. Lo sterminato poema di Nonno, questo immenso compendio mitologico e di generi letterari ormai defunti, non ci appare forse, nel morire di un mondo, come il tentativo tragico - più tragico quanto più decadente - di fermare una morte che è già morte, ricomporre una memoria svanita, riaccendere una nostalgia che non ha più fondamento?
Certamente, il delirio erotico segna, ne Le Dionisiache, il desiderio di congiunzione con il passato sepolto. È un vero e proprio delirio che la letteratura greca - nemmeno nei frammenti lirici, nei luttuosi precipizi della colpa e del sangue - ha mai conosciuto; una fiamma che non si deve spegnere. Quando Zeus vede per la prima volta Semele, ha un trasalimento e, per scrutarla più da vicino, muta diabolicamente aspetto. Diventa un’aquila. La vergine nuota nuda nel fiume. Eccitato dal pungolo del desiderio, il padre degli dei spia i riccioli umidi sul collo, le gambe candide, i seni paragonati ad «Arceri d’Amore»: nel momento in cui si congiunge a lei sul letto, «nel nodo amoroso delle braccia», cambia di nuovo sembiante. E, prima è un toro che muggisce, perché vuole generare un figlio virile e forte; poi, si fa pantera e leone irsuto, perché vuole un figlio coraggioso; quindi, trasforma i suoi capelli in tralci di vite, perché il nascituro sarà il dio del vino; infine, si fa serpente sinuoso e con «labbra di miele» lecca lascivamente «la rosea nuca della giovane sposa», arrotolandosi sulle rotondità del petto.
Dal connubio, nasce Dioniso: il dio che farà conoscere all’umanità la follia amorosa e l’ebbrezza del vino. Da questo momento, ogni angolo della natura è percorso da un fremito misterioso. Dioniso fa la lotta con Ampelo, il giovane che ama come Achille amava Patroclo; nuota nel fiume accanto al suo corpo nudo, sfiorando i potenti muscoli delle sue braccia; morto, lo copre di fiori. Nei boschi, il pastore Inno vede comparire una meravigliosa ninfa: Nicea. Il pastore la insegue; la ninfa fugge. Fuggendo - questo capita assai spesso alle fanciulle in fuga nel Poema di Nonno - la veste si solleva mostrando le bianche cosce, le caviglie purpuree, il «giardino di rose» tra le membra di neve. I boschi ascoltano i lamenti disperati di Inno. Rispondono al suo dolore, così come parteciperanno del palpito amoroso, allorché la ninfa sarà privata da Dioniso della sua verginità nel sonno. Dioniso, infatti, l’ha vista; subito ha sentito la mente perdersi «nel dolce delirio indotto dalla punta del fuoco», e l’ha inseguita ovunque. Quindi, aiutato da Nemesi, la dea della vendetta che non tollera che l’amore non sia corrisposto, slaccia con mano delicata il velo che difende il pudore della dormiente, affinché non si svegli. Ed ecco, gli alberi, le piante, si scuotono, gioiscono: intrecciano foglia a foglia come fanno i due amanti.
Se è vero che la natura primitiva e selvaggia - con i suoi prati pieni di fiori, i suoi stagni immoti, le tenere ombre, i meriggi incandescenti - è l’alcova più propizia all’amore (sovente illanguidito dal torpore provocato da sorgenti di vino purissimo che all’improvviso sgorgano dal suolo), è altrettanto vero che non esiste luogo della terra e del cielo, non esistono circostanze che possano impedire il sorgere del fremito amoroso. Gli dei amano sulla terra, ma sciolgono i veli anche nelle dimore eterne: dove hanno specchi per riflettere il viso, profumi, preziosi unguenti per ammorbidire la pelle. Nelle battaglie più cruente, sorgono di colpo fanciulle splendide, seminude, a ferire il cuore e indebolire le membra. Se una Baccante muore, un indiano stupefatto, rischiando la morte, si ferma nella polvere dello scontro ad ammirare i seni «simili a pomi», a scrutare «la piega tra le cosce scoperte», e la tocca, vorrebbe congiungersi a lei, dopo aver baciato le fredde labbra. Dal fondo del mare, Poseidone vede il corpo nudo di Beroe (la ninfa che più tardi darà origine alla città di Beirut) e la contende a Dioniso con fiera battaglia. Infine, alla conclusione del poema, Dioniso legherà mani e piedi alla ninfa Aura, pure lei addormentata, perché dall’imeneo silente nasca il terzo Dioniso di nome Iacco; dopo se stesso, e il primo Dioniso di nome Zagreo. E mai, mai, ripetiamo, la poesia epica ha visto una tensione erotica simile a questa scorrere nei suoi versi.
Intanto, dopo la vittoriosa spedizione indiana, il mondo conosciuto è stato unificato nei culti dell’amore e del vino. Sono state fondate importanti città. Altre hanno accolto il dio: alcune festosamente; altre, come Tebe, negando la sua provenienza divina e pagando codesta negazione con la più barbara follia. Il fuoco d’amore oramai nessuno potrà distruggerlo; nessun tramonto potrà estinguerlo; chiunque saprà riconoscerlo: anche nelle città cristiane; anche dopo secoli, mille anni. Dunque, Dioniso può salire in cielo; sedersi al cospetto del padre che lo ha generato e partorito tenendolo nascosto in una coscia; e banchettare con lui, insieme a Ermes e Apollo.

Le due edizioni dell’opera
Sono due le edizioni del poema Le Dionisiache di Nonno di Panopoli, poeta egiziano di lingua greca vissuto nel V secolo d.C., a disposizione del lettore italiano. I quattro volumi della Bur (in tutto 3167 pagine, 76) sono a cura di Daria Gigli Piccardi, Fab rizio Gonnelli, Gianfranco Agosti e Domenico Accorinti. Ancora incoma lplet’edizione Adelphi a cura di Dario Del Corno (traduzione di Maria Maletta) giunta al terzo volume in attesa del quarto e conclusivo (finora 1024 pagine, 83,65).


lunedì 6 giugno 2005
professori per il Sì
 
Corriere della Sera 6.6.05
«Referendum: la moralità dei quattro sì»
L’APPELLO DEI PROFESSORI UNIVERSITARI

FILOSOFI, BIOETICISTI, GIURISTI: I 78 FIRMATARI
Hanno sottoscritto l’appello 78 bioeticisti, filosofi, giuristi e studiosi di scienze umane, tra cui: Bartolommei Sergio (Università di Pisa), Barni Mauro (Università di Siena), Boniolo Giovanni (Università di Padova), Borsellino Patrizia (Università dell’Insubria), Corbellini Gilberto (Università La Sapienza, Roma), D’Amico Marilisa (Università degli Studi di Milano), Defanti Carlo Alberto (Neurologo, Bergamo), D'Orazio Emilio (Centro Studi Politeia, Milano), Ferraris Maurizio (Università di Torino), Giorello Giulio (Università di Milano), Jori Mario (Università degli Studi di Milano), La Vergata Antonello (Università di Modena e Reggio Emilia), Lecaldano Eugenio (Università La Sapienza, Roma), Mattei Ugo (Università di Torino), Montaleone Carlo (Università degli Studi di Milano), Mori Maurizio (Università di Torino), Neri Demetrio (Università di Messina), Pasini Enrico (Università degli Studi di Torino), Pintore Anna (Università di Cagliari), Pocar Valerio (Università di Milano-Bicocca), Remotti Francesco (Università di Torino), Santosuosso Amedeo (Università di Pavia), Tranfaglia Nicola (Università di Torino)
Le adesioni vanno inviate a: politeia@fildir.unimi.it


La nascita di un bambino voluto dai genitori è un bene prezioso e il modo in cui avviene la nascita o il concepimento non annulla né sminuisce questo grande valore. Solo inveterati pregiudizi contro le tecniche o le novità possono indurre a credere che solamente il concepimento conseguente al rapporto sessuale sia dignitoso e moralmente accettabile. Le tecniche di fecondazione assistita rappresentano un progresso medico e morale in quanto consentono alle persone di avere figli in maniera responsabile. La 40/2004, di conseguenza, è una legge oscurantista perché limita fortemente la libertà personalissima di procreare, sia scoraggiando il ricorso alla fecondazione in vitro per il fatto di imporre - contro ogni indicazione medica - alle donne che la richiedono ripetute stimolazioni ormonali, sia vietando la donazione dei gameti a chi non ha altro modo per avere un figlio.
Un mondo con più conoscenza è migliore di un mondo avvolto nell’ignoranza e, quindi, anche la ricerca scientifica volta a far crescere la conoscenza è moralmente buona. Oggi la scienza sta spalancando nuovi straordinari orizzonti sulle prime fasi della vita umana con ricerche da cui si attendono effetti terapeutici di eccezionale valore. La legge 40/2004 blocca la ricerca scientifica in nome della difesa del «mistero della vita» mostrando un atteggiamento antiscientifico.
A difesa della legge 40/2004 si sostiene che il concepito dalla fecondazione avrebbe i diritti (o la dignità) della persona umana, per cui il principio di uguaglianza imporrebbe di limitare o vietare la ricerca scientifica e la fecondazione in vitro. Questa tesi presuppone che un embrione di quattro o di otto cellule sia già una persona umana - una sorta di bambino in miniatura racchiuso in poche cellule.
Oltre a essere una specifica posizione morale di alcuni che non può essere imposta a tutti per legge, questa tesi non solo è molto controversa ma è anche debole sul piano razionale. Infatti, il prodotto del concepimento (l’embrione) nelle primissime fasi del concepimento può avere una pluralità di destini, la maggior parte dei quali sono del tutto diversi da quello per cui gli si vogliono riconoscere dei diritti. Tra questi destini possibili, ad esempio, vi è anche quello di trasformarsi in un tumore maligno.
Solo un’intensa e falsata campagna mediatica è riuscita a dare tanto rilievo all’assurda idea che l’embrione sia persona dal concepimento. Lungi dall’essere già persona dotata di diritti, l’embrione è una fase iniziale del processo riproduttivo. Se è moralmente ingiusto trattare uguali in modo disuguale, è altrettanto ingiusto trattare disuguali in modo uguale. L’articolo 1 della legge deve essere abrogato, come richiesto dal primo quesito del referendum. Dopo avere «blindato» la legge in Parlamento e impedito qualsiasi miglioramento, si dice oggi che la materia oggetto del referendum è troppo difficile e complessa perché i cittadini possano decidere al riguardo.
Questo è il consueto argomento antidemocratico, analogo a quello usato in passato da chi riteneva che le donne o gli analfabeti non avessero conoscenze sufficienti per avere il diritto al voto e partecipare alla vita politica. Non solo la legge 40/2004 è antiscientifica, ma è difesa con argomenti poco compatibili con una democrazia matura in cui le persone si confrontano senza ricorrere all’espediente dell’astensione che sfrutta furbescamente il vantaggio dato da chi per necessità o pigrizia non partecipa al voto.
A votare al referendum si è chiamati non da un numero (più o meno ampio) di cittadini, ma da una legge dello Stato analoga a quella che chiama al voto nelle elezioni politiche. Pur essendo consentito sul piano della legalità formale, dal punto di vista sostanziale della moralità politica l’appello all’astensione è un attentato alla vita democratica.
Mentre auspichiamo il successo del referendum, ribadiamo che i divieti della legge 40/2004 restano moralmente ingiusti e di grave inciampo al progresso civile anche se non fosse raggiunto il quorum. Su di essi dovrà riaprirsi il dibattito politico e legislativo per riaffermare la moralità della fecondazione assistita e per garantire ai cittadini la libertà riproduttiva.


ipnosi
 
La Provincia 6.6.05
La dieta speciale chiamata ipnosi
Disturbi diversi possono essere curati grazie alla tecnica che consente un tuffo nel proprio mondo interiore
E così attraverso l'esplorazione della fonte della nostra fantasia può anche capitare di riuscire a perdere peso

Molti dei blocchi emotivi nascosti nell'inconscio generano dei veri e propri disturbi che si rivelano a livello fisico, ossia attraverso un disagio organico. «Patologie dell'apparato digerente, quali gastrite, ulcera e colite, disturbi dell'apparato cardiocircolatorio, come ipertensione o aritmia, ma anche sovrappeso, ansia e problemi dermatologici, come la psoriasi, possono avere origine in un disagio psico-emotivo», spiega Rita Colantropo, psicologa del Credes, (Centro ricerche evolutive dell'Essere) di Milano. Grazie all'ipnosi, è possibile vincere parecchi problemi psicosomatici, in modo graduale e naturale. Tramite lo stato di coscienza alterato, indotto dalla visualizzazione di scenari piacevoli e pacificanti che portano a uno stato di profondo rilassamento, l'emisfero sinistro del cervello, la parte razionale, viene "messa a tacere". Viene, invece, lasciata libera di esprimersi quella irrazionale, responsabile delle emozioni e del piacere, ossia l'emisfero destro. «Tuttavia è importante sottolineare - continua Rita Colantropo - , che non si perde mai totalmente il controllo, poiché nessuno può essere costretto a comportamenti contrari al proprio codice morale». Lo stato ipnotico permette di entrare in contatto con la parte più immaginifica del proprio essere, quella che libera la fantasia. Si dà voce alle emozioni più profonde occultate dalla razionalità per difesa o per paura, che, spesso inibiscono e disturbano la parte più creativa del nostro Sé. Un trauma che ha generato emozioni negative viene archiviato dalla nostra memoria, ma viene contemporaneamente nascosto alla nostra parte emotiva, come a volerci difendere dal dolore provato. Durante l'ipnosi cadono le resistenze razionali e si rivivono le sensazioni anche spiacevoli che hanno condizionato inconsciamente e negativamente il benessere psicofisico. Attraverso l'esperienza ipnotica, le emozioni vengono rivisitate e descritte. «La verbalizzazione del vissuto ha, in sé, il vero potere terapeutico. La parola cura, la parola guarisce. Semplicemente raccontando l'esperienza rivissuta in ipnosi, ci si libera della paura e delle situazioni traumatiche», sottolinea Rita Colantropo. Dunque, il cambiamento indotto dall'esperienza rivissuta genera una sensazione di leggerezza, grazie al contatto con emozioni nascoste e con energie inesplorate. Il ricordo di quanto vissuto permane anche dopo l'esperienza ipnotica: il canale rimane aperto. Si sciolgono lentamente, seduta dopo seduta, nodi e blocchi emotivi che hanno inibito lo sviluppo psico-emotivo del paziente. Il processo di guarigione continua ed è finalmente possibile aprire un vero e proprio percorso di crescita psicologica e di evoluzione spirituale che sono, comunque, inscindibili. Molto spesso ci si fa vincere dal timore della seduta ipnotica. Si teme di perdere il controllo e di dire o fare cose che esulano dalla volontà, ma è una paura infondata. In fase iniziale, la voce dello psicoterapeuta induce prima a concentrare l'attenzione sul proprio respiro, per poi guidare il paziente alla visualizzazione di scenari rilassanti, legati alla natura come mare, montagne, prati, spiagge smisurate, spazi che ognuno animerà e arricchirà con particolari nati dalla propria immaginazione. Tutto trova riscontro in una simbologia ben precisa che lo psicoterapeuta analizzerà e rielaborerà, al termine della seduta, con il paziente. Molte dipendenze, per esempio, possono essere vinte attraverso l'esperienza ipnotica. «La dipendenza da cibo sottintende la soddisfazione orale», spiega Rita Colantropo. In questo caso è necessario comprendere qual è lo stile di vita del paziente, al fine di verificare se il nutrimento avviene per insoddisfazione, in modo compulsivo. L'ipnosi permette il contatto tra la persona e il proprio mondo interiore. Potrebbe, infatti, trattarsi di una carenza affettiva o progettuale, di una forte mancanza di autostima presenti a livello inconscio. Attraverso l'avvicinamento al proprio Sé, il paziente è in grado di contattare le proprie emozioni profonde. E, finalmente, in grado di spostare l'attenzione dal nutrimento del corpo a quello interiore, sviluppando una sorta di progettualità dell'essere: la perdita di peso sarà la semplice, naturale conseguenza di questa nuova dimensione.


domenica 5 giugno 2005
il pubblico ufficiale, il ministro di culto...
che inducano gli elettori ad astenersi
violano la Legge

 
La Stampa 2 Giugno 2005
Ecco il testo contenuto nel Dpr 30 marzo 1957, numero 361 e successive modifiche


Titolo VII, relativo alle elezioni alla Camera e al Senato

Articolo 98

«Il pubblico ufficiale, l'incaricato di un pubblico servizio, l'esercente di un servizio di pubblica necessità, il ministro di qualsiasi culto, chiunque investito di un pubblico potere o funzione civile o militare, abusando delle proprie attribuzioni e nell'esercizio di esse, si adopera a costringere gli elettori a firmare una dichiarazione di presentazione di candidati od a vincolare i suffragi degli elettori a favore od in pregiudizio di determinate liste o di determinati candidati o ad indurli all'astensione, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da lire 600.000 a lire 4.000.000».

Nella legge del 25.5.1970 numero 352 si estendono ai referendum le norme del 1957.
Questo il testo del Titolo V della legge, le Disposizioni finali:
«Le disposizioni penali, contenute nel Titolo VII del testo unico delle leggi per la elezione della Camera dei deputati, si applicano con riferimento alle disposizioni della presente legge. Le sanzioni previste dagli articoli 96, 97 e 98 del testo unico si applicano anche quando i fatti negli articoli stessi contemplati riguardino le firme per richiesta di referendum o per proposte di leggi, o voti o astensioni di voto relativamente ai referendum disciplinati nei Titolo I, II e III della presente legge. Le sanzioni previste dall’articolo 103 del suddetto testo unico si applicano anche quando i fatti previsti nell’articolo medesimo riguardino espressioni di voto relative all’oggetto del referendum».

***

«Incoraggiare apertamente gli elettori all’astensione è una sorta di ostruzionismo per far mancare il quorum, e dunque non è lecito. In questo caso l’ostruzionismo è ancora più grave perché è organizzato da parlamentari, tra cui addirittura i presidenti delle Camere, che hanno votato la legge 40. Invece di limitarsi a fare propaganda per il “No”, incitano il non voto perché vogliono cavalcare un 35 per cento di astensionismo fisiologico. Così facendo si sottraggono al controllo popolare».

AUGUSTO Barbera, professore di diritto costituzionale all’Università di Bologna ed ex parlamentare con il Pci-Pds

_________________________________


Cina
 
liberazione.it 4 giugno 2005
Tienanmen, 4 giugno: quel giorno nacque il capitalismo cinese
di Rina Gagliardi

Quel 4 giugno 1989 qualcuno, chissà, non aveva ancora capito che eravamo nel pieno dell'Ottantanove - e che da quell'anno in poi il mondo sarebbe stato diverso. A Tienanmen, già illuminata dai riflettori della globalizzazione, venne consumato uno dei massacri più feroci e crudeli del mondo contemporaneo: almeno diecimila ragazzi immolati sull'altare del nuovo ordine di Deng Hsiao Ping, i mucchi di corpi schiacciati dai carri armati, sepolti sotto un fiume di sangue, poi buttati via, chissà dove, come spazzatura umana di cui liberarsi al più presto. Ancora, oltre tre lustri dopo, quelle immagini di morte ce le portiamo dentro: non le abbiamo rimosse, non le abbiamo riposte nell'archivio polveroso dei tanti crimini della storia, o della politica. Moriva un sogno, a Tienanmen: quello di un socialismo capace di rinnovarsi davvero, di "riformarsi" senza rinunciare ai suoi orizzonti ultimi, di far diventare protagonisti i suoi giovani. Ma chi si ricorda oggi che quei fragili e resistentissimi studenti andarono incontro ai carri cantando l'Internazionale? E che, oltre loro, in altre grandi città della Cina c'era un grande movimento di operai che rivendicava, anch'esso, un socialismo diverso? Anche questa radice di classe fu arsa viva. Tutto potevano permettersi, i governanti cinesi, fuorché l'ingombro dei soggetti, in carne ed ossa, che speravano di poter dire la loro sul futuro della Cina. Tutto potevano capire, del "vento occidentale", fuorché parole come «diritti», «democrazia di massa», «partecipazione». L'ordine regna a Pechino, fu l'approdo logico e glaciale della vicenda. Le cancellerie dell'Occidente non trassero solo un sospiro di sollievo: non nascosero, più di tanto, la loro incondizionata ammirazione.
La Cina imboccò da allora la strada del definitivo «grande balzo in avanti», che l'avrebbe portata a ritmi incredibilmente veloci a diventare una grande potenza economica mondiale. A differenza di Mikhail Gorbaciov - che stava ingenuamente tentando di uscire dalla crisi del socialismo sovietico attraverso la "democratizzazione" e la "trasparenza" - Deng Hsao Ping aveva capito che tutto, in Cina, poteva mutare, tranne il sistema politico - tranne il dominio del Partito comunista e dello Stato centrale. E infatti, dopo Tienanmen, il nuovo Moloch della Cina si chiama Mercato: crescita produttiva, iniziativa privata, apertura alle multinazionali, ritmi frenetici di sfruttamento del lavoro vivo. Con il portato "naturale" dello sviluppo - come l'espansione smisurata smisurata delle diseguaglianze sociali, la disoccupazione, l'insicurezza sociale. Ma senza quell'essenziale "correttivo" che il movimento operaio, e le sue lotte, hanno saputo esercitare nei confronti del capitalismo: in Cina, a tutt'oggi, non c'è libertà di organizzazione sindacale, e ogni tentativo è anzi duramente stroncato, trattato sotto la voce "atti eversivi contro la sicurezza dello Stato", che riempie ogni anno le prigioni cinesi di migliaia di rei non sappiamo quanto confessi. Non ci sono partiti, certo. Non ci sono giornali indipendenti. Non c'è alcuna libertà di culto religioso. Non ci sono associazioni, o aggregazioni libere, che configurino la crescita di una "società civile" degna di questo nome. C'è, sì, un miracolo economico che il resto del mondo invidia - e\o teme. Il miracolo che coniuga la spietatezza e l'illibertà della politica con la spietatezza e l'efficacia dell'economia - del capitalismo.
Chi ha detto, sull'onda di quella lontana ubriacatura, che la libertà (questa parola così difficile da definire, eppur così chiara, quando la vediamo negata e calpestata) è elargita ai popoli soltanto dal Mercato? Che soltanto lo sviluppo, anzi un grande sviluppo capitalistico, si accompagna storicamente con la democrazia, quantomeno la democrazia rappresentativa? Il potere cinese ha realizzato sul campo una smentita clamorosa proprio di questa "legge della storia": lo sviluppo neoliberale e il capitalismo prosperano nell'illibertà, da essa sono anzi alimentati e favoriti. Dopo Tienanmen, dopo quel fatidico 89, anche questo paradosso è diventato possibile. Come hanno capito i giovani no global di tutto il mondo, gli eredi veri di quei ragazzi massacrati il 4 giugno.


Toni Negri
 
ilmanifesto.it 3 giugno 2005
L'equivalente generale delle passioni umane, un'opera in quattro atti
Il matrimonio e il divorzio tra il «Politico» e l'«Economico» in una rassegna critica delle opere di Adam Smith, Karl Marx, Joseph A. Schumpeter e John M. Keynes. «Filosofia economica», un denso testo di Adelino Zanini sullo sviluppo del capitalismo e sulla morte della sua fedele ancella, la società civile
TONI NEGRI

Theatrum politico-oeconomicum: questo potrebbe essere il titolo di questo libro, dove Adelino Zanini ripercorre, attraverso l'analisi del pensiero economico di Adam Smith, di Karl Marx, di Joseph Schumpeter e John M. Keynes, i punti cruciali dello sviluppo dell'economia politica tra il XVIII e il XX secolo (Filosofia economica, Bollati Boringhieri, € 24). Per Zanini si tratta della sintesi di una vita di studio - una vita di studio che è stata sempre aperta ad una critica dell'economia politica che andava più in là (raggiungeva l'azione rivoluzionaria) di quanto l'atmosfera accademica permettesse. Due personaggi: il Politico e l'Economico; un coro: le passioni degli uomini. Non è male questa scena, appena metafisica - non alla Salvator Dalì ma alla greca, etico-politica ovvero ontologica, un percorso teatrale vissuto dentro un destino critico i cui attori sono del tutto materiali e i cui capitoli sono quelli della storia del moderno. Quattro sono, dunque, gli atti del dramma in cui si rappresenta l'incrocio tra il politico e l'economico nell'età moderna e nel suo sviluppo. Il primo atto assume la sovrapposizione del politico e dell'economico in quanto immediatezza del governo delle passioni. «L'attività umana appare generatrice di un nuovo ordine: etico, economico e perciò politico». Adam Smith è l'eroe di questo passaggio: «dalla Theory of Moral Sentiments alla Wealth of Nations la sua profonda revisione del paradigma settecentesco consiste nella sovrapposizione che la teoria articola attraverso una propriety che governa le diverse passioni sociali ed egoistiche. Senza nessuna soluzione di continuità, la sovrapposizione tra etico ed economico si estende così al Politico; per mezzo del lavoro, si definisce una mathesis antropologica ed un ordine sociale superiori sia ad ogni apriorismo materialistico sia ad ogni categorizzazione del Politico come puro dominio». Questa sovrapposizione, che passa attraverso le passioni, ha naturalmente una portata critica: Smith identifica le mediazioni di questo processo nella costruzione di una società civile retta dal prudent man. «Smith è l'ultimo grande autore che riesce a coniugare etico, economico e politico e a dare alle tre sfere una sembianza unitaria» sebbene proprio in questo manifestarsi sociale dell'accordo fra le sfere dell'agire umano si determini la prima irresolubile crisi della società borghese.
L'ospite inatteso
Atto II: è Karl Marx che chiarisce come la fusione dell'etico, del politico e dell'economico non sia tenibile. La differenza consiste nello sfruttamento: meglio, prima nel plusvalore come eccedenza del produrre di cui il capitalista si appropria, in secondo luogo nella differenza creativa che il soggetto proletario introduce nel processo produttivo. Son belle le pagine che Zanini dedica alla percezione marxiana di questa rottura. La differenza non è semplicemente ontologica anche se è fissata dallo sfruttamento su questo livello, la differenza è anche un tratto di incommensurabilità fra le strategie discorsive che si applicano allo sviluppo capitalistico. L'uso che Zanini fa qui del marxiano «frammento sulle macchine» è davvero interessante: in esso egli coglie non semplicemente la dismisura oggettiva del lavoro intellettuale scientifico ma la soggettività degli attori che sono in gioco. La trasformazione di ciò che il lavoro vivo è in quanto attività economica e di ciò che esso è quando diviene soggetto socializzato, classe operaia, è completamente legata alla scoperta del lavoro come soggettività, all'esistenza storicamente inconfutabile di un soggetto che ha sovvertito regole e concetti del politico. Siamo qui al centro del theatrum politico-oeconomicum rappresentato da Zanini: le concordanze mozartiane del «Flauto magico», che ci descrivono la sovrapposizione delle passioni e della storia, sono arrivate a svilupparsi nella drammaticità e nella differenza delle grandi sinfonie beethoveniane.
Con ciò si è solo percorsa la metà di questo libro: già ora è tuttavia il momento di chiedersi perché esso sia così interessante. Perché, dopo aver immaginato il «concetto di società civile» sulla base di una felice sintesi di presupposti passionali, ne ha fin qui aperto il destino al conflitto - cioè ad una articolazione interna sempre più contradditoria, non perché teoricamente attraversata da contraddizioni discorsive ma perché ontologicamente scavata da impossibili soluzioni. Le articolazioni della società civile sono possibili da descrivere quanto le contraddizioni della società civile sono impossibili da risolvere.
(Devo dire che questo discorso a me piace, per una ragione molto semplice ed immediata: quando - nel postmoderno - la società civile diviene concetto così generale da poter essere confuso con la moltitudine, non è forse possibile utilizzare categorie discorsive che permettano di considerare la moltitudine alla stregua della società civile? E' proprio questo che Zanini mostra come irrealizzabile: la moltitudine è realtà ontologica, rivelazione del mondo dello sfruttamento a partire dal lavoro generale, sociale, percepito come soggettività).
Il terzo atto ci conduce ormai all'interno della società civile matura: qui Schumpeter comincia ad articolare la disgiunzione fra l'etico, l'economico ed il politico. Non solo a disgiungere questi campi di attività ma a coglierne le dinamiche indipendenti (quando per indipendenza, spaziale e/o temporale, si intenda l'autonomia del soggetto imprenditoriale, capitalistico): ora, il capitale si sviluppa su due assi fondamentali, quello della determinazione del mercato monetario (dimensione spaziale) come suo nuovo terreno specifico e quello della fissazione dell'agire innovativo come sua specifica dinamica temporale. Schumpeter ha già interiorizzato la divisione, la disgiunzione del sociale.
Innovare per accumulare
La società civile è completamente ormai scissa fra accumulazione e innovazione. Si tratta per Schumpeter di capire quali possano essere le regole di sfruttamento e di innovazione effettivamente capaci di mantenere nella durata il processo di sviluppo capitalistico. Se sono i fascisti che normalmente assumono questo problema come fondamentale, Zanini qui studia i non-fascisti (nella storia italiana potremmo qualificarli come gli «azionisti»): Schumpeter ora, e poi Keynes. Schumpeter è, ci dice Zanini, il logos stesso dell'economico nella crisi del capitalismo maturo. Egli cerca di rifondare il capitalismo riconducendone, oltre la crisi economica, il destino al paradigma dell'imprenditore innovativo. (Ma l'imprenditore, nella definizione schumpeteriana, è forse ormai tragicamente condannato all'impossibilità di ricomporre il mondo).
Atto IV: John M. Keynes, ovvero di una nuova sintesi tentata in nome della società civile. Una sintesi questa volta costruita a partire dalla completa presa di coscienza della crisi dell'economia politica, dall'incertezza che ne deriva per i comportamenti e lo sviluppo delle passioni borghesi e dalla necessità conseguente di mantenere il capitalismo imponendogli una norma politica. La norma politica è ormai diventata, e riconosciuta, come l'elemento interno, fondamentale per il mantenimento e la riproduzione del sistema capitalistico. Il biopolitico si fa biopotere. Zanini segue in maniera estremamente articolata il rapporto che si stende fra presupposti metodologici (probabilistici e decisionali) e categorie economiche a partire dalle quali la ricostruzione dell'equilibrio è a Keynes possibile attorno ai parametri fondamentali della normazione: moneta e Stato. Siamo ormai interamente entrati sul terreno delle convenzioni (nei rapporti politici, di forza fra le classi sociali), non c'è più possibilità di considerare l'economico ed il politico come separati (ma sicuramente sono separate le dimensioni e i riferimenti di classe dell'economico e del politico, nonché la soggettivazione degli attori).
(Nell'atto III e nell'atto IV abbiamo seguito il passaggio da Gustav Mahler ad Arnold Schönberg. Queste sono le musiche che qui risuonano.)
Che dirvi di questo libro? Innanzi tutto che è utile. E' cioè un libro che centra gli argomenti ed i passaggi cruciali dell'economia politica e della politica economica nei secoli della maturità capitalistica e ne riorienta la valutazione. Dal punto di vista scientifico è un libro di una finezza estrema: se la bibliografia vi sembra ingombrante, guardatela con attenzione, è sempre una bibliografia sottilmente ragionata e vi conduce su sentieri che hanno senso e fine. Non è Google. Ma in secondo luogo, questo libro è importante perché, nel costruire il rapporto tra «Politico» ed «Economico» nel contesto delle passioni dell'uomo (e delle critiche e delle disgiunzioni e delle sintesi possibili) pone un problema futuro. Presente e «a-venire».
Zanini ha curato, assieme a Ubaldo Fadini, il Lessico postfordista (Feltrinelli), un testo che annunciava la crisi delle categorie del moderno (da Mozart a Schönberg, tutta insieme questa musica) e che apriva al ... postmoderno? Io non so: può essere il postmoderno, ma possiamo anche chiamarlo altrimenti, purchè si seguano le due linee che Zanini indica.
L'impossibile società civile
La prima: dal punto di vista metodologico consiste nel considerare l'economico non come indipendente né come succube del politico ma senz'altro come biopolitico. La crisi delle categorie del moderno ci porta a ricomporre i personaggi del sociale sul terreno biopolitico, ovvero nella sintesi realizzata delle varie dimensioni (passionali) che percorrono l'incontro (lo scontro) del politico e dell'economico. Certo è che una storia strana, perversa ma efficace, quasi una teleologia negativa, ha distrutto ogni possibilità di mantenere l'ipotesi della «società civile» come fulcro dell'analisi sociale, nel mentre fissava come irreversibile l'insieme vitale delle potenze produttive. E' qui, nel contesto dell'analisi di Zanini, che si può cogliere l'estrema importanza di un discorso metodologico alla Foucault: un paradosso certamente, che distrugge l'oggetto e propone un soggetto scisso ma attivo. Di quale rilevante intensità comunque!

Dal punto di vista politico, il percorso di Zanini è ancora più significativo. Distruggendo, dal di dentro dello sviluppo dell'economia politica, il concetto di «società civile», egli implicitamente conclude all'affermazione di consistenza di un «comune» scisso dal potere capitalistico, eppure agibile dal punto di vista delle passioni di libertà. Il concetto di moltitudine si sovrappone qui, fracassandolo, a quello di società civile. La scienza dell'economia politica si è, nel suo corso, trasformata in agire della politica economica: questo agire lascia libero il terreno per una presenza attiva e propositiva dei soggetti della moltitudine. Nelle sue scissioni e disgiunzioni la politica economica si apre alla «militanza del comune», cioè ad un nuovo terreno di azione per la politica economica. Questo libro, portandoci al livello della critica matura dell'economia politica, ci fa capire che una macro-economia democratica non potrà mai essere ridotta alle ingenue battute e illusioni della democrazia partecipativa. Quello che si esige qui, a partire da questo passaggio, è una teoria dell'esercizio del potere da parte delle moltitudini, ovvero, per dirla semplicemente, un «esercizio del comune».
Grazie a Zanini per averci criticamente introdotto a questa problematica, mai come oggi tanto attuale. (E per chi volesse, avendo bisogno di una giustificazione metafisica, ripercorrere i passaggi critici fin qui indicati, c'è la possibilità di farlo: basta leggere, di Adelino Zanini, Retoriche della verità [Mimesis, 2004], libro deleuziano a detta dell'autore, ma probabilmente altrettanto schumpeteriano e keynesiano di quello qui recensito.)


venerdì 3 giugno 2005
lo sapevamo, ma ora ci sono nuovi documenti
Heidegger era proprio un nazista fatto e finito

 
Corriere della Sera 3.6.05
RIVELAZIONI
Nel saggio «L'introduzione del nazismo nella filosofia» Emmanuel Faye si spinge oltre le tesi di Ott e Farias
Quando Heidegger scriveva discorsi per il Führer
di Frediano Sessi

Nessuno, fino a oggi, poteva pensare che il fascino esercitato da Hitler sul filosofo tedesco Martin Heidegger arrivasse al punto di farci considerare seriamente l'ipotesi che, tra il 1932 e il 1933, il grande pensatore tedesco avesse redatto alcuni discorsi del Führer. È questa una delle tesi più imbarazzanti sostenute dal professor Emmanuel Faye, nel suo recente saggio dal titolo Heidegger, l'introduzione del nazismo nella filosofia (pubblicato in Francia da Albin Michel). Mentre Hugo Ott e Victor Farias, nei loro lavori precedenti, avevano svolto ricerche sull'impegno politico dell'uomo trascurando però molta documentazione, Faye, basandosi su una mole inedita di materiali, tra i quali i seminari del periodo 1933-1935, si interroga sui fondamenti stessi dell'opera di Heidegger. Secondo i rapporti segreti della Polizia di sicurezza (SD) e delle SS, che avevano istruito un «Dossier Heidegger», il filosofo risulta un «fedele militante della causa nazionalsocialista» che educa i suoi figli in coerenza con i principi della gioventù hitleriana e che approva con «entusiasmo» lo Stato nazista. E ancora, dopo avere abbandonato la carica di rettore, «non tanto per dissensi o per distanza politica dal regime», ma perché «non in possesso delle capacità tattiche richieste dal ruolo», Heidegger continua a dirigere dei campi nazisti di lavoro e studio nella Foresta nera, come attesta anche una sua lettera a Erich Rothacker, rettore dell'università di Bonn e autore di un piano nazionale per l'educazione nazista, fedele amico di Goebbels.
Tra Heidegger e Rothacker il legame è intenso e forte, tanto che il filosofo di Friburgo dispensa elogi alla dottrina razziale e alla teoria criminale di distruzione umana programmata dal nazismo e teorizzata nella Filosofia della storia scritta dall'amico. In un giornale di partito del 3 maggio 1933 (Der Alemanne) si legge tra l'altro: «Sappiamo bene che Martin Heidegger, con la sua alta coscienza della responsabilità, il suo impegno per il destino e l'avvenire dell'uomo tedesco, si trova nel cuore stesso del nostro magnifico movimento. Sappiamo inoltre che egli non ha mai fatto mistero delle sue convinzioni politiche e che da anni sostiene nella maniera più efficace il partito di Adolf Hitler, nella sua dura lotta per l'essere e la potenza, che si è costantemente mostrato pronto al sacrificio per la santa causa tedesca, e che mai un nazionalsocialista ha bussato invano alla sua porta». Fedeltà politica, militanza di partito nella formazione delle nuove generazioni tedesche e spirito di delazione, sono i tratti del comportamento di Heidegger negli anni della guerra e del potere nazista.
Ma a questo punto, Emmanuel Faye, compie un passo in più. «Ho cercato di dimostrare - dichiara in una intervista del 28 aprile 2005 al Nouvel Observateur - anche l'importanza dei legami che il filosofo di Essere e Tempo intrattiene fin dal 1920 con una serie di autori e pensatori razzisti e protonazisti»; legame che ci porterebbe al centro delle basi della sua filosofia dell'essere, sviluppata spesso e volentieri davanti a un uditorio selezionato e in gran parte in uniforme delle SS e delle SA. Nei seminari inediti, Heidegger fa esplicitamente l'apologia della visione del mondo del Führer, riconoscendo senza giri di parole che il nemico da «annientare» per salvare il popolo tedesco è prima di tutto «l'ebreo assimilato». Inoltre, nel dopoguerra, pensando alla raccolta delle sue opere complete, include anche questi seminari "nazisti", superando in questo lo stesso Carl Schmitt che non fece mai ristampare i suoi scritti marcatamente hitleriani. In una lettera del 2 ottobre del 1929, Heidegger si scaglia contro «l'ebreizzazione crescente della vita spirituale tedesca» utilizzando ripetutamente in diversi scritti universitari argomenti razzisti e antisemiti nei quali, tra l'altro, ricorre di frequente a forme di stigmatizzazione del «nemico Asiatico», espressione con cui la lingua nazista designava tutti gli ebrei.
Ma non basta. Emmanuel Faye scopre lo stretto e intenso legame tra Heidegger e le associazioni studentesche antisemite che, in tutto il Reich, condussero azioni «contro lo spirito non tedesco», organizzando il rogo dei libri; e che nel giugno del 1940, il grande filosofo presenta «la motorizzazione della Wehrmacht» come un «atto metafisico», mentre nello stesso periodo, nei suoi scritti su Ernst Jünger, egli evoca positivamente «l'essere per la razza» come «fine ultimo», parlando poi «dell'essenza non ancora purificata del popolo tedesco». Insomma, la sua opera, alla luce dei nuovi inediti, nasconderebbe sotto la «metafisica» piena giustificazione della follia criminale del nazismo! In realtà, già a partire dal 1946, il filosofo Karl Löwith, che aveva avuto l’occasione di conoscere molto bene Heidegger, come uomo e pensatore, affermava che egli era «assai più radicale di Rosenberg e di Krieck». Lungi dall'aver voluto salvare le sorti dell'Università, mantenendone l'autonomia, questo «grande maestro» si è impegnato energicamente ad assoggettarla al potere e a rimodellarne i caratteri secondo i canoni nazionalsocialisti.
Una prova irrefutabile fornita da Faye mette in discussione la tesi secondo la quale il Discorso del rettorato sarebbe stato occultato dai nazisti. Un lungo brano di questo stesso discorso viene ripreso dal giurista schmittiano Ernst Forsthoff, pubblicato nel 1938, e dimostra che un'opera di chiara propaganda nazista gli riservava un posto d'onore. Insomma, il filosofo di Friburgo altri non sarebbe che una sorta di Abraham a Santa Clara, vale a dire quel predicatore vestito in modo sontuoso e capace di grandi facoltà di argomentazione, che in realtà fu un «sacerdote antisemita», per i nazisti un eroe della germanità pura. Come fare allora a credere alle parole che Emmanuel Levinas pronunciò nel 1987, davanti al Collège de Philosophie? «Malgrado tutto l'orrore che è stato associato al nome di Heidegger - e che niente arriverà mai a dissipare - nulla ha potuto intaccare la mia convinzione che Essere e Tempo sia imprescrittibile, allo stesso modo di pochi altri libri eterni della storia della filosofia».

La vita e l’opera
Heidegger nasce il 26 settembre del 1889 in Turingia. Si laurea nel 1913 con «La dottrina del giudizio nello psicologismo» e nel 1918 ottiene la libera docenza a Friburgo. Nel ’27 pubblica il suo capolavoro: «Essere e tempo». Muore il 26 maggio del 1976.
Il libro di Emmanuel Faye si intitola: «Heidegger l’introduction du nazisme dans la philosophie», è pubblicato da Albin Michel, Parigi, pagine 560, 29.


trucchi
 
Corriere della Sera 3.6.05
FECONDAZIONE
I Verdi: informare i cittadini. Urso: no a sms del governo
Il fronte del sì all’attacco: Pisanu inganna sul quorum
Il ministro: basta polemiche. Appello per le urne di studiosi cattolici
Roberto Zuccolini

ROMA - La battaglia dei referendum passa per il quorum. Il ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu lo sa bene e invia una circolare per dire la sua parola definitiva sul numero degli italiani residenti all’estero, aventi diritto al voto: «Sono 2.665.081. Questa è la cifra che concorrerà al calcolo del quorum». E avverte: «Non mi lascerò coinvolgere nelle strumentali polemiche di questi giorni sul computo degli italiani all’estero». Un avviso che si rivolge in modo chiaro e netto ai promotori dei referendum sulla fecondazione assistita che da giorni polemizzano con il Viminale proprio su quella cifra e su quegli elettori.
BATTAGLIA SUL QUORUM - Risposta durissima del segretario del partito radicale Daniele Capezzone: «Tutto ciò è pazzesco: Ciampi e Berlusconi intervengano subito per correggere gli atti di questo ministro dell’inganno e della prepotenza». Perché i radicali sono convinti che almeno il 40 per cento degli italiani residenti all’estero non riceveranno il plico elettorale, cioè 1.200.000 persone, pari a circa il 3 per cento del quorum. Insomma, è aspra battaglia di cifre tra il governo e i promotori del referendum.
Su questa guerra dei numeri interviene il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio insistendo sulla necessità di «informare i cittadini in modo adeguato». Cioè con gli sms. Cosa che invece, a giudizio di Adolfo Urso (An) non è opportuna: «Il governo non deve intervenire con inviti espliciti al voto perché nel referendum vi è, a differenza delle elezioni politiche o amministrative, un quorum da raggiungere». Di alcuni leader politici ancora non si conosce l’orientamento. Tanto che il socialista Bobo Craxi se la prende con il silenzio finora osservato da Silvio Berlusconi. Francesco Rutelli invece spiegherà questa mattina, in un incontro pubblico, la sua posizione. E dovrebbe annunciare che il 12 e 13 giugno non si recherà alle urne.
«ANDARE ALLE URNE» - Ma a farsi avanti a favore del voto è un nuovo comitato, composto da storici, filosofi, giuristi, in gran parte cattolici, quasi tutti dell’area torinese. Tra i firmatari dell’appello a recarsi alle urne (senza schierarsi per il «sì» o per il per «no») figurano storici come Franco Bolgiani e Mario Rosa, filosofi come Claudio Ciancio e Ugo Perone, giuristi come Franco Balosso e Gustavo Zagrebelsky. Nel manifesto si sostiene che l’invito della Cei al non voto è «inopportuno» e «contraddittorio». Claudio Ciancio, il coordinatore, ricorda che «per l’aborto la Chiesa non invitò ad astenersi» mentre secondo Gian Giacomo Migone, un altro dei promotori, «i cattolici nei centri più piccoli, il cui comportamento elettorale sarà facilmente individuabile, saranno per forza di cose sotto pressione».

La Gazzetta del Sud 3.6.05
Antinori denuncia Ruini
Scontro Pisanu-Capezzone sul quorum del referendum
Arturo De Luca

ROMA – Botta e risposta fra il ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, e il leader dei Radicali Daniele Capezzone sul computo degli italiani per la determinazione del quorum per il referendum sulla fecondazione assistita. In una secca nota diffusa ieri, il Viminale sottolinea che il ministro dell'Interno non intende lasciarsi «coinvolgere nelle strumentali polemiche di questi giorni». Nel dettagliato comunicato, il ministero dell'Interno ricorda i diversi passaggi compiuti per aggiornare l'elenco dei cittadini italiani residenti all'estero ai fini della formazione delle liste elettorali. Pisanu giudica «inaccettabile il livello di confusione e disinformazione» e, per questa ragione, ribadisce i dati già forniti al Parlamento in base ai quali gli italiani oggi residenti al di fuori dei confini nazionali risultano essere 3.439.846 e tra loro vi sono 2.665.081 aventi diritto al voto. Dati che, spiega il Viminale, sono il frutto di una «scrupolosa verifica» e che per tale ragione 2.665.081 «è il numero che concorrerà al calcolo del quorum». Una nota che ha fatto infuriare Capezzone che, con i Radicali, è stato promotore del referendum. «Il comportamento del ministro Pisanu è inaudito e sfacciato», attacca Capezzone, sottolineando che il comunicato del ministero «di fatto, conferma in tutto le nostre denunce, difende le illegalità in atto e la truffa del quorum». Il Viminale, prosegue Capezzone, «non risponde sui militari all'estero, e aggiunge al danno la beffa, invitando alcuni connazionali all'estero a rientrare in Italia». «Tutto ciò – conclude Capezzone – è pazzesco e pone il nostro paese in una condizione di illegalità ben al di sotto degli standard accettati dall'Osce. Non ci muoveremo di un millimetro, a questo punto, fino a che il capo del governo e il Capo dello Stato non correggeranno i comportamenti inauditi di questo ministro dell'Inganno e della Prepotenza». Intanto il presidente del comitato «Libertà e Ricerca» Severino Antinori ha annunciato di aver dato mandato al suo legale Erminio Striani di preparare una denuncia nei confronti dei ministri Carlo Giovanardi, Rocco Buttiglione, Gianni Alemanno e del presidente della Cei, cardinale Camillo Ruini, perché la «loro attività – si legge in una nota – ha il palese scopo di indurre i cittadini ad astenersi dal voto del 12 e 13 giugno prossimi, in occasione del referendum parzialmente abrogativo della legge 40/2004». La denuncia, prosegue la nota, sarà formulata «tenendo presente il dpr del 30 marzo 1957 numero 361. Al titolo settimo l'articolo 98 punisce pubblici ufficiali, ministri di qualsiasi culto e chiunque investito di pubblico potere che si adoperi per indurre l'elettore all'astensione. Il colpevole è punibile con la reclusione da sei mesi a tre anni». Questa mattina Antinori sarà in tribunale, a piazzale Clodio, per presentare la denuncia.

REUTERS 3.6.05
Procreazione, comitato per il sì denuncia Ruini e numerosi ministri
Fri June 3, 2005 1:41 PM GMT

ROMA (Reuters) - Un comitato per il "Sì" al referendum sulla procreazione assistita ha denunciato oggi il presidente della Cei cardinale Camillo Ruini, i presidenti di Camera e Senato e quattro ministri per aver esortato gli italiani all'astensione, violando così - secondo la denuncia - una legge del 1957.
Lo riferiscono fonti giudiziarie.
Il medico Severino Antinori ha presentato oggi a nome del comitato "Libertà e Ricerca" una denuncia nei confronti del presidente della Conferenza Episcopale italiana Ruini, dei presidenti delle Camere Pier Ferdinando Casini e Marcello Pera e dei ministri della Cultura Rocco Buttiglione, dei Rapporti col Parlamento Carlo Giovanardi, dell'Agricoltura Gianni Alemanno e della Salute Francesco Storace.
"Con i loro interventi - si legge nella denuncia - hanno avuto il palese scopo di indurre i cittadini ad astenersi dal voto", con ciò violando quanto previsto dal dpr 30 marzo 1957 che punisce i pubblici ufficiali, ministri di culto e "chiunque investito di pubblici poteri si prodiga per indurre l'elettorato ad astenersi" da una consultazione.
Il reato in questione è punibile con la reclusione dai 6 mesi ai 3 anni e con multe dalle 600.000 ai 4 milioni di lire.

Corriere della Sera 3.6.05
EVANGELICI USA
La crociata pro embrioni

WASHINGTON - Per impedire che le loro cellule staminali siano usate in esperimenti a fini terapeutici, il movimento evangelico ha lanciato una crociata per l’adozione dei 400 mila embrioni congelati nelle cliniche della fertilità Usa. Tramite il programma «Snowflakes», fiocchi di neve, (come il movimento evangelico chiama gli embrioni, giudicati bambini, vite umane), i suoi seguaci ne acquistano a 10-20 alla volta. Poi, con la fecondazione artificiale, hanno uno o più figli. Da sola, una delle associazioni evangeliche, la Nightline Christian Adoption, ha aiutato 59 famiglie a procreare 81 bambini. Secondo l’associazione, soltanto la metà degli embrioni scongelati è utilizzabile per la gravidanza che a sua volta ha successo soltanto nel 35 per cento dei casi e il cui costo è molto inferiore alla media, 10 mila dollari circa. Col programma «Snowflakes», il movimento evangelico spera di aiutare il presidente Bush, che rifiuta il finanziamento pubblico alle ricerche sulle cellule staminali, ricerche che portano alla distruzione degli embrioni. La Camera ha già votato contro il presidente e il Senato si appresta a fare altrettanto. Bush ha minacciato di porvi il veto.


l'assenza della psichiatria sul territorio
«se fossi stata aiutata...»

 
Corriere della Sera 3.6.05
La madre di Mirko da ieri nell’istituto psichiatrico di Castiglione
Mary: se fossi stata aiutata, forse non l’avrei fatto


CASTIGLIONE DELLE STIVIERE (Mantova) - Martedì a San Vittore la confessione di avere ucciso il figlioletto mentre gli faceva il bagno nella casa di Valaperta e ieri per Mary Patrizio, la mamma di Mirko, in attesa della perizia, il trasferimento all’istituto psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, unico in Italia con un reparto femminile. Affranta, ma senza versare lacrime, prima di lasciare il carcere milanese ha ringraziato chi la ha seguita dopo l’arresto: «Ora spero di capire perché ho fatto quel che non volevo fare. Se avessi ricevuto prima l’aiuto che ho avuto qui, forse non mi sarei trovata in questa situazione». Un richiamo all’angoscia di non riuscire ad essere una buona madre che la perseguitava dopo il parto? A Castiglione, con altre otto mamme unite dallo steso crimine, Mary resta una detenuta ma la gestione è di tipo ospedaliero. «Le sono sempre vicino - dice il marito Christian - ma voglio anche sapere perché ha ucciso Mirko».


Chiara Saraceno
 
La Stampa 3.6.05
E chi difende l’embrione quand’è nato?
Chiara Saraceno

L'ENFASI sulla identità - in termini di valore e compiutezza umana - tra embrione e essere umano rischia di produrre corto-circuiti imprevisti. Se, infatti, non è possibile cogliere alcuna distinzione qualitativa tra l'inizio di un processo ed una sua fase così matura da essere espressa in un individuo capace di apprendimento e relazione, non si assimila solo un embrione ad un essere umano. Si assimila indirettamente anche quest'ultimo ad un embrione: che può divenire un individuo o invece non andare oltre le prime fasi di sviluppo. Come accade a migliaia (se non milioni) di embrioni ogni giorno, in tutto il mondo. Perché così funziona quella «natura» avventatamente chiamata in causa per fare viceversa assurgere l'embrione alla dignità dell'essere umano. Ma se gli esseri umani sono come embrioni, appesi alle vicende bio-fisiologiche dei corpi che li contengono e della loro propria fragilità, la collettività può tranquillamente lavarsene le mani, dopo aver loro garantito «la vita», o meglio le chances di fare la loro corsa. La vita degli esseri umani formati rischia di non avere più dignità e più diritti di un embrione. Anzi, la vita della potenziale madre un po' meno: perché il corpo materno contenitore dell'embrione deve fare il suo dovere fino in fondo e purchessia, per dare a questo appunto la chance di provare a diventare un essere umano.
Siamo davvero sicuri che questa difesa ad oltranza degli embrioni come esseri umani giova alla maturazione di un rispetto per la dignità delle persone, per la vita e i diritti degli esseri umani? O non faciliterà piuttosto l'indifferenza, la superficialità, la mancanza di rispetto, proprio per l'incapacità di cogliere le distinzioni e la responsabilità di ciascuno nel creare contesti in cui gli esseri umani possano svilupparsi, crescere e vivere una vita degna di essere vissuta? L'abuso del termine «vita umana», così come quello di «assassinio» (assassine) di embrioni, di genocidio, sterminio e così via rischia di cancellare ogni distinzione tra gli assassini e i genocidi perpetuati sulle persone e le popolazioni e il mancato impianto di un embrione, o anche l'aborto. Davvero non c'è distinzione tra la decisione di non utilizzare un embrione, quella di abortire e quella di uccidere il proprio figlio di cinque mesi? Non c'è differenza tra il piccolo Mirko e un embrione formato da 48 ore? Dalla mancata distinzione tra «strage di embrioni» e «strage di bambini» (e adulti) ruwandesi, o bosniaci, o ebrei, alla indifferenza per la seconda il passo è breve.
E' la stessa logica che ostacola la diffusione della contraccezione nell'Africa devastata dall'AIDS: senza interrogarsi sul fatto che per questo nascono migliaia di bambini destinati all'alternativa tra morire di AIDS o rimanere orfani presto - o ad entrambe le cose. Purché nascano, il rispetto della vita è salvo. Che cosa ne sarà di loro, non riguarda i difensori dell'embrione.


sinistra
tanti auguri a Vittorio Foa!

 
Corriere della Sera 3.6.05
Lui: sono fortunato, ho scelto bene. Mano nella mano con Sesa Tatò per tutta la cerimonia
Foa sposo a 95 anni, brindisi con un bicchiere d’acqua
Fabrizio Caccia

FORMIA (Latina) - Matrimonio con suspense. Emergenza bomba a Formia fino quasi al giorno prima e poi, sul più bello, la stilografica del sindaco diessino, Sandro Bartolomeo, che fa cilecca. Ci pensa un fotografo, allora, a passare una biro a Vittorio Foa e Sesa Tatò per firmare il registro civile. Comunque nozze da sogno, nozze da ricordare. Lui 95 anni, lei 80, vestito color tortora di seta e un cappellino comprato a Parigi. Felici, commossi, beati. E mano nella mano per tutta la cerimonia come due ragazzini.
Sposi il 2 giugno, festa della Repubblica, perché così hanno deciso loro, che all’Italia hanno dedicato l’impegno di una vita. Il presidente Ciampi e sua moglie Franca hanno mandato un biglietto affettuosissimo: «Vivere la propria esistenza con impegno, curiosità e progetto continuo è un dono per se stessi e per gli altri. La decisione di regalarvi questo giorno così felice ne rappresenta una bella conferma. Vi siamo vicini con molta gioia e grande affetto». Anche Fausto Bertinotti, il segretario di Rifondazione comunista, ha inviato una lettera in cui esalta questo matrimonio come un segnale di speranza. «Per un futuro - scrive Bertinotti - da costruire insieme». Gli amici comuni ora li prendono in giro: «Ragazzi, scusate, ci avete pensato bene?». Altroché: 26 anni, ci hanno pensato.
Il 2 giugno poi è anche la festa di Sant’Erasmo, patrono di Formia. Le emozioni, insomma, non mancano: «Il matrimonio - spiega Vittorio, brindando con acqua - vuol dire prender sul serio i propri sentimenti, dar loro costanza, significato, profondità. Ma è anche vero che bisogna essere fortunati per scegliere bene. E io lo sono stato».
Ci sono due dei tre figli avuti da Vittorio con la prima moglie, Lisa Giua, morta a 82 anni il 4 marzo scorso: Anna e Renzo. Solo Bettina, la minore, non è venuta, in procinto di partire per l’Africa. C’è anche Daniela Garavini, la figlia di Sesa e del suo primo marito, Sergio Garavini, storico leader della Cgil e del Pci, morto nel 2001. Daniela fa da testimone assieme a Pietro Marcenaro, segretario ds del Piemonte.
Si direbbe che una buona fetta di cultura italiana si sia radunata sul mare pontino: c’è Alfredo Reichlin, fresco ottantenne, che proprio a Formia assieme a Foa e a Miriam Mafai due anni fa scrisse «Il silenzio dei comunisti». C’è l’ex segretario generale della Cgil Bruno Trentin con la moglie, la giornalista e scrittrice francese Marcelle Padovani, che hanno portato in dono una lampada di Murano. E poi lo storico Paul Ginsborg. E infine Vittorio Sermonti con Ludovica Ripa di Meana, davvero stregati dai novelli sposi («Gli vorrei dedicare l’ottavo canto del Paradiso - esclama Sermonti - quello dedicato a Carlo Martello nel cielo di Venere, innamorato perso della moglie Clemenza»). La festa va avanti fino a tarda sera. «Bisogna avere fiducia nel futuro» ha sempre detto Vittorio Foa. Per il centenario della Cgil, nel 2006, sta preparando un libro insieme con il segretario generale, Guglielmo Epifani: «Ma non posso dirvi di più» conclude scherzoso.


sinistra
Prodi: allora le primarie
Bertinotti è d'accordo

 
DURISSIMA LETTERA APERTA SUL SUO SITO INTERNET
Prodi rilancia
«Primarie sulla leadership»
Il Professore parla di «consultazione della base anche sul programma»
(...)

ROMA. Il dado è tratto. Romano Prodi, dopo averci rimuginato per una settimana, ha deciso di rincarare la dose, rilanciando con una nettezza che oramai è diventata una sua prerogativa. In un documento pubblicato sul suo sito, il Professore lancia una raffica di messaggi alle forze politiche che lo sostengono. Il primo: il governo di un Paese disastrato come l’Italia ha bisogno del sostegno di «una grande forza politica» e di «un grande gruppo parlamentare» e dunque il progetto politico di un soggetto dell’Ulivo va avanti, anche se la Margherita non dovesse essere interessata. E quel dissenso del partito di Rutelli - ecco il secondo messaggio - va «rispettato», ma eguale rispetto Prodi chiede a chi scegliesse vie diverse.
In altre parole, il Professore si rivolge a Rutelli: a te non interessa partecipare al soggetto dell’Ulivo, ma devi rispettare chi, nel tuo partito, dovesse credere ancora a quel progetto. Dunque, da parte di Prodi, il preannuncio di un addio da parte di tutti coloro che nella Margherita intendano insistere sul soggetto ulivista, da realizzare in forme tutte da vedere ma partendo dal nucleo di coloro che si sono detti disponibili: Ds, prodiani, Sdi, Repubblicani europei, Cittadini per l’Ulivo. E ancora: visto che il problema leadership «sembra essere tornato d’attualità», la questione si può risolvere «con un confronto aperto e collettivo». Fuor di metafora con delle primarie popolari. E il Professore, con una proposta destinata a piacere a Rifondazione, dice pure che se su alcuni punti di programma resteranno divergenze, a quel punto va interpellata la base. Insomma, primarie doppie: per la leadership e per il programma.
Nel documento scritto da Prodi ci sono molte altre cose, a cominciare da diverse suggestioni programmatiche, ma quel che ha finito per catalizzare le reazioni è stato il contenuto politico del messaggio prodiano. Dalla Margherita, almeno ufficialmente, soltanto silenzio.
(...)
Significativo il compiacimento di Fausto Bertinotti: «Primarie? Sarebbe la mossa del cavallo. Serve una partecipazione democratica che rilanci l’Unione e diradi ogni nube sulla leadership». E anche il leader verde Alfonso Pecoraro Scanio plaude a Prodi: «Intervento da vero leader. Ora l’Unione deve smetterla con lo stillicidio degli ultimi tempi e concentrarsi sul programma».
Nel documento scritto per il suo sito, Romano Prodi prende le mosse dal caso Italia, un Paese che sta male: «Il nostro è soprattutto un male italiano, la nostra una malattia solo in parte comune al resto dell’Europa» e anche se la ripresa sarà difficile, costerà lacrime e sangue «il risanamento non ci basta, noi vogliamo che l’Italia ritrovi il gusto della vittoria». E dunque indica «alcune linee di azione». Parla di «lotta contro l’evasione legale», di «significativa diminuzione del costo del lavoro tramite la riduzione dei contributi fiscali che gravano su esso». E poi un passaggio che sta a cuore a Fausto Bertinotti ma non solo a lui: «Non si può certo prosperare in un Paese in cui il lavoro è tassato più della rendita e in cui gli investimenti produttivi sono penalizzati rispetto a quelli finanziari». E ancora: «Anche la riduzione dei costi non sarà sufficiente se il Paese non assorbirà fino in fondo una cultura della concorrenza, potenziando, riformando e trasformando il ruolo delle autorità di garanzia».

ANSA: (ANSA) - ROMA, 3.6.05
Fausto Bertinotti non ha rinunciato all'idea di una sua candidatura alla leadership del centrosinistra, in caso di elezioni primarie. «Non è un punto che si può mettere in discussione -dice- ma neanche la cosa più importante. Quello che conta è che si torni a parlare di un processo democratico di partecipazione». Bertinotti riafferma che Prodi «è il nostro candidato, ma -aggiunge- un processo di partecipazione democratica per la scelta della leadership farebbe bene a tutti».


neanche un caffé con uno così!
l'ineffabile Rutelli ubbidirà agli ordini di Ruini

 
AdnKronos 3.6.05
Roma, 3 giu. - (Adnkronos) - Astensione. Sarà questa la scelta di Francesco Rutelli ai prossimi referendum sulla fecondazione assistita. Una decisione presa ''come politico e come parlamentare e non come presidente della Margherita'' e illustrata nel corso di un incontro pubblico svoltosi questa mattina.

Per Forza Italia l'annuncio sul referendum è una presa di distanza dall'Ulivo
Dal comitato per il sì reazioni di disappunto e inviti alla coerenza
L'astensione di Rutelli esalta Bondi
"Si aprono prospettive inusitate"
Boselli: "Una posizione arretrata e conservatrice"

ROMA - Entusiasmo, sarcasmo, disappunto. Sono contrastanti le reazioni suscitate nel mondo politico dall'annuncio di Francesco Rutelli sull'astensione al referendum del 12 e 13 giugno. A essere entusiasta è il coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi che legge nella decisione del leader della Margherita il prologo di un vasto rivolgimento negli schieramenti e nelle alleanze tra partiti. "La posizione espressa da Rutelli sulla legittimità dell'astensione", commenta Bondi, "è una posizione di grande importanza e di grande significato. La comune condivisione di valori essenziali per il futuro dell'umanità apre obiettivamente prospettive politiche nuove e inusitate".
Ancora più esplicito lo scenario tratteggiato dall'ex ministro di An Maurizio Gasparri. "E' possibile - afferma - che dietro la decisione di Rutelli di astenersi vi possano essere ragioni strumentali. E' infatti evidente come in questi giorni Rutelli stia assumendo una serie di posizioni che probabilmente mirano più alla leadership di uno schieramento neocentrista futuro da contrapporre alla sinistra, anche facendo leva su spezzoni di centro del centrodestra".
Una previsione che le prime reazioni interne alla Margherita sembrano effettivamente legittimare. "Rispetto la decisione di Rutelli di astenersi al referendum e non contesto il metodo della scelta personale - spiega il membro della direzione del partito Pierluigi Mantini - ma nel merito l'astensione di Rutelli ci allontana perché un leader politico ha il dovere di partecipare al voto, in qualunque forma, rispettando l'esito del voto".
"Vi è inoltre il dovere della coerenza - aggiunge Mantini - e ricordo che tutto il centrosinistra ha votato pochi mesi fa la modifica della disciplina costituzionale del quorum del referendum abrogativo proprio per impedire che una minoranza, unita all'astensionismo fisiologico, prevalga sulla maggioranza dei cittadini che partecipano al voto".
Un richiamo alla coerenza, condito con un cenno sarcastico, arriva anche dal leader radicale Daniele Capezzone che definisce la dichiarazione di Rutelli "una ragione di più per invitare i simpatizzanti della Margherita ad un voto che aiuterà a far nascere più bambini, e a sperare di poter guarire tante terribili malattie". "Mi spiace - aggiunge - ancora una volta secondo un copione triste e scontato, nella politica italiana le convenienze e le furbate prevalgono sulle convinzioni".
Duro anche il commento di un altro dei promotori del referendum, il diessino Lanfranco Turci. "Ritengo politicamente e moralmente inaccettabile - spiega Turci - che un leader del centrosinistra che ha votato questa pessima legge in parlamento ora tenti con l'astensione di sottrarre agli elettori il diritto di pronunciarsi con il voto. Apparentemente Rutelli non considera gli elettori del centrosinistra, cui ha chiesto nel 2001 il voto per governare il paese, abbastanza maturi da poter esprimere il proprio giudizio su temi che riguardano da vicino le loro speranze di genitorialità, di salute e di libertà".
Enrico Boselli parla di "posizione arretrata e conservatrice". E Katia Belillo avverte: "Rutelli voti pure come vuole, ma non può attaccare la gran parte delle forse del centrosinistra".


"irriducibili"
un convegno di freudiani sul sogno

 
Il Mattino 3.6.05
DUE INCONTRI DI STUDIO
Come decifrare sogni e bisogni dei veri geni
«Menti eminenti in sogno» è il titolo del convegno che oggi e domani a Napoli (Palazzo Serra di Cassano) e sabato 18 giugno a Roma (Sala Valdese) riunirà studiosi, psichiatri e psicoanalisti.
Antonio Vitolo

Perché un convegno sul sogno tra Napoli e Roma, a 106 anni dall’Interpretazione dei sogni? Perché la via regia all’inconscio, che pure svetta ancora, è da molte parti attaccata. Un po’ dai fautori del pensiero automatico, che scaccia il raccoglimento. Un po’ dal Medmix (mediterranea mistura) cognitivista-comportamentista, che svilisce il rigore sperimentale dei metodi d’alto rango in parodie pseudodiagnostiche. Le ricerche sperimentali sul sogno mostrano da tempo che il sogno non appartiene solo alle fasi dei rapidi movimenti oculari (Rem): confermano stati oniroidi di veglia e aprono ulteriori frontiere di ricerca. In quella lente, tuttavia, il sogno è un bricolage, figlio d’un cervello ozioso e nulla più, con buona pace di percezioni e conoscenze millenarie. Per fortuna, li ricordiamo o non, tutti, ogni notte, produciamo sogni. E il Nobel Lurja provò che lesioni cerebrali che impediscano l’attività onirica generano stati psichici che rasentano la pazzia. Una ragione in più per riflettere sul sogno, che Freud volle basato sul principio di appagamento del desiderio e Jung ritenne un fenomeno naturale, tanto avvincente, quanto oscuro. Il sogno dei bambini è peculiare, vicino al gioco, anche nell’ansia. Quello degli adolescenti sembra un viaggio nell’utopia, perché s’inoltra più lontano d’ogni interpretazione. Quello degli anziani tocca talora la prefigurazione del declino, se non della fine. Gli adulti, sani, normali, nevrotici, dal sogno possono trarre indizi di trasformazione, farne un alleato di progetti nuovi. Il dato sorprendente, in primo luogo, è che un sogno si possa raccontare. Quanto al racconto onirico, esso rende l’immagine parola, apre la finestra del dialogo, con sé, con l’altro. Disserra il sogno come sorprendente enigma, dramma della scena interiore. Protegge dall’allucinazione, orienta a pensare, offre semi di creatività, per chi al risveglio non lasci oscurare quel paradossale lucignolo notturno. Tutto così pacifico? Per chi patisce gravi sofferenze psichiche, il contrario. Un sogno può farsi attendere anni o irrompere come una trama devastante, perché la coscienza non è pronta a reggerlo.
L’idea per il convegno è venuta da un sogno di Cartesio, che la notte del 10 novembre 1629, prima del Discours e delle Meditationes métaphysiques, sognò un melone che veniva da un paese straniero e interrogandosi sul senso di quelle immagini trovò la sua strada. Questo, e altri sogni eminenti, saranno trattati al convegno. Tra essi, uno toccante del pittore Segantini (scelto da Sarantis Thanopulos), mentre Jeanne Magagna racconta i sogni di riparazione di bimbi angosciati e Lucio Russo invita a essere onirofili. Non mancherà una sapida integrazione del poeta Mimmo Grasso che legge Alfonso Gatto, dotato di occhi sognanti salernitani.


Cina
una testimonianza (veritiera?) su Mao Tze Tung

 
Corriere della Sera 3.6.05
In questa rara intervista, l’ottantottenne dirigente comunista ripercorre la storia della Repubblica Popolare
«Mao, un despota brutale» Parla Li Rui, per anni segretario e confidente del Grande Timoniere

Jonathan Watts
The Guardian 2005 (Traduzione di Monica Levy)

PECHINO - Il suo gigantesco ritratto troneggia all'ingresso della Città Proibita, il suo corpo imbalsamato sta in un mausoleo al centro di Piazza Tienanmen, la sua effigie è la sola a comparire sull'ultima serie di banconote. A quasi trent'anni dalla sua morte, Mao è sempre la figura più centrale della Cina ma qui non c'è traccia di dibattito. Una nuova biografia inglese curata da Jung Chang, l'autrice di «Cigni selvatici», definisce Mao il più grande assassino di massa della storia. Del libro però non si parlerà nei caffè e nei ristoranti di Pechino, né le sue tesi riempiranno le pagine dei giornali cinesi. Perché in Cina il libro non verrà pubblicato e difficilmente se ne troveranno accenni su Internet. Secondo Li Rui, l’uomo che fu segretario personale di Mao nel periodo più sanguinoso del Grande Timoniere, è questo rifiuto di confrontarsi con gli episodi più bui del passato cinese e di sottoporli a revisione a impedire che il Paese conquisti il proprio potenziale. In questa rara intervista, Li Rui sostiene che il problema maggiore della Cina moderna è la sua incapacità di fare i conti con la storia. I cui orrori pochi conoscono meglio di questo signore di 88 anni, che per avere espresso apertamente le proprie opinioni ha conosciuto prima il centro del potere a Pechino, poi la brutalità dei campi di lavoro nella provincia glaciale dell’Heilongjiang.
Gran parte delle punizioni erano distribuite dal suo mentore e principale tormentatore, Mao, i cui peggiori crimini sono ancora un argomento tabù.
«E' il più grande problema della Cina. Mao era troppo autocratico. Non sopportava dissensi. Aveva la convinzione superstiziosa di essere sempre e assolutamente nel giusto. Ma il problema di Mao è anche un problema del sistema. Era causato dal sistema del partito».
Lei non ha ancora letto il nuovo lavoro su Mao, ma la tesi secondo la quale fu colpevole della morte di decine di milioni di cinesi durante il Grande Balzo in Avanti e la Rivoluzione Culturale non sarà probabilmente una sorpresa...
«Il modo di pensare e di governare di Mao era terrificante» e trema dalla rabbia appena gli si chiede della personalità del presidente. «Non dava valore alla vita umana. La morte degli altri non significava niente per lui. Proprio non mi piaceva».
Nonostante le critiche insolitamente aspre, Li Rui non è un dissidente. Al contrario, è un uomo del partito a tutto tondo, un quadro sopravvissuto a uno dei tumulti politici più crudi del ventesimo secolo con la reputazione intatta. E la sua abitazione di Pechino, nella Casa dei ministri, un condominio riservato ai dirigenti comunisti in pensione, ne è la prova. Ma i suoi violenti commenti pubblici sono del tutto coerenti con una storia personale fatta di ribellioni, spesso pagate a caro prezzo, contro quanti abusavano del potere. Da liceale nella provincia di Hubei guidò le proteste studentesche contro i signori della guerra locali, all'università si buttò nel movimento contro il Giappone e subito dopo fu arrestato dagli uomini del Kuomintang di Chang Kai-shek per aver distribuito libri di testo marxisti. Una volta libero si unì alle forze comuniste di Mao a Yanan, dove scriveva pungenti editoriali per il giornale del partito, Liberazione . A seguito di una brutale purga contro i «reazionari», trascorse un anno in carcere con l'accusa di spionaggio.
Inizialmente la sua indipendenza di pensiero le valse una promozione nella cerchia più vicina a Mao, dove occupò la posizione consultiva di segretario personale. Ma nel 1958 quella stessa franchezza la portò per due anni in un campo di lavoro: aveva osato criticare pubblicamente la politica disastrosa del Grande Balzo in Avanti e, per estensione, un leader che stava cominciando a proiettare un'immagine di infallibilità...
«Già nel 1958 Mao diceva che il culto della personalità era necessario. Durante la Rivoluzione Culturale, era ormai diventato un culto del male. I metodi di Mao erano anche più duri di quelli degli imperatori dei tempi antichi. Mao cercava di controllare le menti delle persone».
Eppure, nonostante le sofferenze vissute in prima persona, Li Rui accetta il giudizio ufficiale del Partito comunista secondo il quale Mao è stato per tre parti cattivo e per sette buono: i suoi successi rivoluzionari nell’espellere le potenze coloniali furono superiori ai suoi insuccessi una volta andato al potere. Dalla follia della Rivoluzione culturale la Cina è cambiata al punto di essere quasi irriconoscibile. I cinesi sono più ricchi e assai più liberi di muoversi e di esprimere le loro opinioni in privato e davanti agli stranieri, se non ancora in pubblico. «Oggi posso parlare con lei. In passato, se avessi parlato così sarei stato ucciso o messo in prigione» dice Li Rui.
Tuttavia, le sue poesie e i suoi saggi contro la corruzione, la distruzione dell’ambiente e la censura interna vengono pubblicati a Hong Kong. Quando un giornale continentale, il Southern Metropolitan, ha riportato le sue proposte per una divisione tripartita del potere, le autorità ne hanno bloccato la diffusione e hanno cambiato il direttore. Per quanto i campi di lavoro non costituiscano più una minaccia, a parlar chiaro si corrono rischi considerevoli. Lo si è visto con i frequenti arresti di giornalisti, il più recente quello di Ching Cheong dello Straits Times di Singapore, accusato di spionaggio per aver cercato di ottenere degli appunti delle interviste segrete con il defunto premier Zhao Ziyang che si era opposto alle uccisioni di Piazza Tienanmen il 4 giugno 1989.
Li Rui parla di questo argomento delicato come di qualsiasi altro con franchezza: «La leadership non capì gli studenti. Temeva che fossero organizzati dalle potenze straniere e facessero parte di un tentativo di presa del potere da parte di qualcuno all'interno del partito. La leadership prese misure sbagliate. Le richieste degli studenti di maggior democrazia e meno corruzione erano giuste».
L'anno scorso, nel quindicesimo anniversario di Tienanmen, funzionari di primo piano chiesero di riconsiderare gli atti di repressione, che il governo aveva sempre motivato come una misura necessaria contro una rivolta che minacciava la stabilità. Li Rui è uno dei pochi che rischia una punizione da parte delle autorità perché è intervenuto pubblicamente con un appello del genere. «Dovremmo parlarne. Dovremmo riconsiderare - dice - quanto accadde il 4 giugno. Ma dobbiamo farlo come si deve, non ora». Come per il nazismo in Germania o per la dittatura militare nella Corea del Sud, un giudizio finirà per essere dato dalla storia. «Ma è difficile dire se ci vorranno cinque, quindici o vent'anni».


Roma
tensione a Centocelle

 
Corriere della Sera, cronaca di Roma 3.6.05
Per la ricorrenza della Liberazione di Roma, Forza Nuova indice un presidio, i centri sociali si oppongono
In piazza tra festa e tensione
Ieri tafferugli a Testaccio per il «contro-corteo» del 2 giugno. Domani occhi puntati su Centocelle

Ieri sui Fori Imperiali parata militare del 2 giugno. Davanti a migliaia di romani e turisti hanno sfilato i nostri soldati, con le frecce tricolori a chiudere. Ma tafferugli sono avvenuti a Testaccio, dove era programmata una «controparata» pacifista. Il corteo di Cobas, Rdb e circoli di Rifondazione è stato bloccato in fondo a via Marmorata per uno striscione «Pisanu: vergogna della Repubblica, chiudiamo i lager Cpt» ritenuto «offensivo» dalla questura. Dopo un’ora di trattative, improvvisi gli incidenti. Un consigliere municipale rimasto ferito è stato ricoverato al San Camillo. E domani occhi puntati a Centocelle dove Forza Nuova farà un sit-in cui si oppongono i centri sociali.

Cresce la tensione nel popolare quartiere.
Schiuma (An): no al diktat dei centri sociali «No al presidio di Forza Nuova»
Centocelle, il VII Municipio chiede di bloccare il sit-in di estrema destra previsto domani


La scorsa notte ignoti, con una bomboletta spray, hanno vergato la scritta «via i fasci da Centocelle» contro la sede del circolo di Alleanza Nazionale in via delle Palme, nel popolare quartiere romano. Intanto venivano staccati i manifesti che annunciano la manifestazione, in programma sabato nel quartiere, di Forza Nuova. Ed è questo appuntamento in piazza San Felice, alle 17 di sabato, a rendere incandescente il clima che si respira a Centocelle. Per la stessa giornata sta intanto crescendo la preparazione della «festa» per la Liberazione convocata da un cartello di forze di sinistra guidato dal locale Comitato di quartiere di Centocelle. «Un’altra sede di An oggetto di scritte minacciose. Questa volta hanno scritto sulla serranda di un circolo in via delle Palme, "via i fasci da Centocelle", e sono stati staccati i manifesti di Azione Giovani, l’organizzazione giovanile di An dello stesso circolo che preannunciavano iniziative politiche». La protesta è del capogruppo di An alla Provincia di Roma Piergiorgio Benvenuti. «Ritengo stia lievitando in città un clima di intimidazione e di minacce nei confronti di esponenti di An e di Azione Giovani, chiedo un maggior controllo, l’individuazione di chi teorizza azioni di violenza e di intimidazione per prevenire ulteriori e più gravi azioni». «Certamente nessuno potrà mai intimidire coloro i quali - ha concluso Benvenuti - quotidianamente con fermezza e coraggio, esprimono il proprio pensiero politico e partecipano attivamente alla vita politica della destra a Roma».
L’avvenimento spiega il clima che si sta vivendo a Centocelle, in queste ore che precedono un sabato che si presenta problematico per il popolare quartiere. A tutt’oggi infatti, dalla Questura non è scattato nessun divieto nei confronti della manifestazione promossa da Forza Nuova, nonostante un parere tecnico indirizzato al divieto espresso dal prefetto Achille Serra e dalla riunione del Comitato per l’ordine pubblico tenutasi mercoledì. A prefetto e questore però esponenti di Forza Nuova e di An hanno chiesto di non piegarsi al diktat dei centri sociali e, come ha ricordato il consigliere comunale di An Fabio Sabbatani Schiuma, «di chi spacca le vetrine».
A chiedere il divieto però non sono solo i centri sociali e la rete no-global di Centocelle. Lo ricorda il presidente del VII Municipio Stefano Tozzi che rivendica l’ordine del giorno votato dal consiglio municipale nei giorni scorsi: «A considerare come una provocazione quel raduno di Forza Nuova non è stato solo il centrosinistra - spiega Tozzi -. Con noi della maggioranza hanno votato anche i consiglieri di Forza Italia e dell’Udc. Altri consiglieri di An hanno preferito assentarsi dall’aula al momento del voto. Alla fine contro hanno votato solo due consiglieri di An».
Mobilitati anche i partigiani del quartiere, uno dei più vivi durante la lotta antifascista e i mesi dell’occupazione nazista di Roma. Adriano Forcella a 15 anni spargeva i chiodi a quattro punte sulla Casilina e sulla Prenestina, li fabbricava lo zio Luigi a Tor Pignattara. Ora dice. «Invece di ritrovarci tra i piedi un raduno fascista - spiega Forcella - avrei preferito concentrarmi sul progetto di rifacimento di piazza delle Camelie. Lì dobbiamo spostare le rotaie e ricordare con un monumento i nostri 18 partigiani caduti allora per la nostra libertà. Vorrà dire che ora i vecchi ex partigiani come me devono però continuare a mobilitarsi...».
La «festa» ideata dal comitato coordinato da Leonardo Rinaldi sta prendendo corpo: mimi, saltimbanchi, bande musicali come la «Titubanda» del centro sociale Snia Viscosa, perfino un complesso sinfonico da far suonare in via dei Castani.


neurologi
attenti all'ossitocina

 
Corriere della Sera 3.6.05
Su «Nature» uno studio dell’università di Zurigo.
È l’ossitocina: viene liberata durante l’orgasmo. I suoi livelli precipitano con il ricordo di emozioni negative
Ecco l’«ormone della fiducia»: aiuta a vincere la diffidenza

Potrebbe essere la trama di un altro film di Batman: un criminale spruzza su Gotham City un aerosol a base di un «ormone della fiducia» e tutti si precipitano a consegnargli i loro soldi. Così banche, borse e governo vanno in rovina. Troppo fantasioso? Non proprio. Un gruppo di ricercatori svizzeri e americani ha appena dimostrato che basta qualche sniffata di un ormone, chiamato ossitocina, per aumentare la fiducia nel prossimo e ammettono che la possibilità di abusi non può essere ignorata. I sorprendenti effetti di questa sostanza sulla propensione verso gli altri sono stati svelati da un gioco per investitori, ma giocato con soldi veri e valutato con metodi scientifici. L’investitore (in totale la ricerca ha coinvolto 194 persone, tutti studenti maschi) poteva mettere somme di denaro di varia entità a disposizione di un amministratore fiduciario, con la consapevolezza che avrebbe potuto guadagnarci anche quattro volte, ma che sarebbe stato l’amministratore a decidere se e quanti soldi restituire.
Michael Kosfeld, dell’Università di Zurigo, che ha coordinato lo studio pubblicato sull’ultimo numero della rivista Nature , ha dimostrato che gli investitori più fiduciosi, quelli cioè più propensi a investire somme elevate, erano quelli che avevano «sniffato» ossitocina. Più cauti erano, invece, coloro cui era stato somministrato un placebo, cioè un prodotto inefficace. Questa propensione scompariva quando il ruolo dell’amministratore fiduciario in carne e ossa era sostituito da un computer: l’effetto dell’ossitocina, dunque, è quello di aumentare le interazioni sociali piuttosto che rendere le persone più propense al rischio.
L’ingrediente della magica «pozione della fiducia» è un ormone, l’ossitocina appunto, conosciuto anche come ormone delle coccole e prodotto normalmente dal cervello: viene liberato sia in uomini sia in donne durante l’orgasmo sessuale; i suoi livelli nel sangue aumentano durante i massaggi e precipitano con il ricordo di un’emozione negativa. Non solo: l’ormone viene anche utilizzato per indurre il parto e stimolare la lattazione e già i ricercatori sospettavano che potesse influenzare il comportamento di uomini e animali incoraggiandoli a superare la naturale diffidenza di fronte a situazioni rischiose. Effetto, quest’ultimo, che ora è ben dimostrato e potrebbe essere sfruttato, nel bene e nel male.
I medici stanno ipotizzando un suo utilizzo per curare persone che hanno difficoltà a rapportarsi con gli altri e, in generale, con il mondo esterno. «Stimolare la fiducia nel prossimo - ha commentato un altro ricercatore del team svizzero, Ernst Fehr - potrebbe aiutare individui che soffrono di fobia sociale o di autismo».
Ma l’ossitocina, proprio perché aiuta a vincere la diffidenza verso gli altri, potrebbe essere usata per raggirare la gente e manipolarne le opinioni? Kosfeld ne dubita perché occorre all’incirca un’ora prima che l’ormone raggiunga il cervello e non è facile costringere una persona a sniffare qualcosa che non conosce. Spruzzato nell’aria, invece, l’ormone mantiene la sua efficacia soltanto per pochi minuti e per ora non è «somministrabile» con qualche bevanda.
Ogni supposizione, per quanto stravagante, è però legittima. Qualche politico potrebbe pensare di utilizzare l’ossitocina per orientare le scelte di voto degli elettori durante i comizi. Un innamorato respinto potrebbe usarla come un profumo per vincere le resistenze dell’altro. Un responsabile vendite senza scrupoli potrebbe pomparla nell’aria di qualche grande magazzino e rendere i clienti più propensi all’acquisto. Ma secondo Antonio Damasio, neurologo dell’Università dell’Iowa a Iowa City, oggi la pubblicità usa trucchi, come certe suggestive immagini di paesaggi o di situazioni a contenuto erotico, che probabilmente stimolano per vie naturali la produzione di ossitocina da parte dell’organismo.


giovedì 2 giugno 2005
 
Sono molti i siti internet che rilanciano l'intervista di Paolo Izzo a Massimo Fagioli.
Ecco alcuni link:


Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica:

http://www.lucacoscioni.it/node/4523

Vertici network di Psicologia e Scienze Affini:
http://www.vertici.com/rubriche/interviste/template.asp?cod=9298

Ateismo è libertà:
http://www.nogod.it/
_________________________


 
L'intervista che Massimo Fagioli ha rilasciato a Paolo Izzo
sui referendum (e molto altro)


l'originale cliccando su questo link/


Massimo Fagioli: «La legge 40 violenta il rapporto uomo donna e nega ogni idea di trasformazione»

Quaderni radicali News del 26-05-2005

In questo periodo di crescente oscurantismo religioso, filosofico e politico, le parole dello pichiatra Massimo Fagioli hanno il suono di un pensiero nuovo; Fagioli non riconosce né dei, né padri, né maestri e da più di quarant’anni basa la propria ricerca sulla teoria della nascita, dai lui formulata all’inizio degli anni ’70 nei suoi libri, a cominciare da Istinto di morte e conoscenza, e realizzata nell’Analisi collettiva, i gremiti seminari di psicoterapia di gruppo che conduce dal 1974, negli “Incontri di ricerca psichiatrica” all’Aula magna de La Sapienza di Roma e nelle lezioni che tiene da qualche anno all’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti.
Cardine della teoria e della prassi fagioliane è il rapporto interumano, in special modo il rapporto uomo donna, come conferma questa intervista esclusiva, che parte dai 4 Sì dello psichiatra ai prossimi referendum e arriva molto lontano…

Professor Fagioli, il 12 e 13 giugno i cittadini sono chiamati ad esprimersi su quattro referendum che attengono a una materia delicatissima, che interessa scienza, etica, filosofia e religione. Forse è dai tempi della legge sul divorzio e di quella sull’aborto che non si vota un referendum di tale portata…

Se si imposta il discorso come una scala che va dal divorzio, all’aborto e oggi alla fecondazione assistita, la conclusione non può che essere una: lo Stato si deve togliere di mezzo nei rapporti privati, addirittura intimi. In particolare nel rapporto uomo donna.
Mi pare che questa mentalità, che speriamo bene venga confermata dal referendum, sia molto diffusa: anche leggendo le dichiarazioni di illustri scienziati, scopritori, filosofi, viene fuori che la legge 40 è una legge assurda, razzista, di una violenza mostruosa, non solo sulle donne, ma sul rapporto uomo donna.

Lei parla dell’intrusione dello Stato; in questo caso lo Stato è in combutta con la Chiesa.

Sì, è vero. A monte c’è che il nostro Stato non esiste, perché ancora siamo a prima della Rivoluzione francese e di fatto c’è uno Stato teocratico. In Italia, mi pare assolutamente chiaro, detta le direttive il Vaticano.
Ed è un caso specifico del nostro Paese; sembra che in Francia e in Inghilterra non sia così.

Per non parlare della ex cattolicissima Spagna.

Lì, per esempio, è stato il movimento popolare a cambiare una situazione che prima, con Aznar, era simile alla nostra.
Uno Stato non può operare in condizioni di sudditanza alla Chiesa, perché viene alterata persino la personalità giuridica.
Lo Stato si deve basare sul reato e soltanto in quel caso intervenire. Non può a priori dire come devi mangiare, come ti devi vestire, come devi far l’amore, come e quanti figli devi procreare.
Credo che nemmeno i nazisti siano arrivati a questo punto.
Al contrario, il codice penale stesso è basato sul fatto che i cittadini sono sani di mente e che quindi non gli devi dire a priori che cosa devono fare.
In particolare su questa cosa delicatissima, assolutamente soggettiva che è il rapporto uomo donna.
Nella religione, poi, da millenni c’è un attacco in special modo alle donne, all’identità femminile.
Tanto che i rapporti omosessuali gli interessano meno. Quelli sono sicuri, sono tranquilli, perché non è sessualità.

Anche l’omosessualità, comunque, rientra nei fatti privati…

Per questo sui diritti civili Zapatero ha perfettamente ragione. Ma ci sarebbe da aprire un altro capitolo sui bambini cresciuti dalle coppie omosessuali: lì c’è un’influenza che loro dicono non esserci, perché considerano l’omosessualità come un fatto genetico.
Ma non essendo così, sostenendo cioè che l’omosessualità è una questione di rapporto interumano malato, l’influenza c’è eccome!
Non è stato mai scoperto un cromosoma oltre X e Y; i cromosomi sono due, i sessi sono due non sono tre. Detto questo, dal punto di vista sociale, hanno diritto a tutto: se si vogliono sposare si sposino, se vogliono regolamentarsi, lo facciano pure.
Non ne capisco il motivo perché se sono trasgressivi, non vedo come mai vogliano normalizzarsi. Ma sono fatti privati, appunto. E nemmeno in quel caso sono affari della Chiesa o dello Stato.
Anzi, per me la Chiesa non deve intervenire proprio da nessuna parte. Se vogliamo considerare privato anche il fatto che una vecchietta voglia recitare il rosario, glielo facciano fare, ma non lo impongano agli altri.

In questo momento storico, a tempo di record, si avvia il processo di beatificazione del vecchio papa. C’è un referendum dello Stato italiano e noi dobbiamo seguire ogni giorno le vicende che accadono in Vaticano. Non le pare un po’ strano?

Questa è la politica italiana, cui partecipano anche le sinistre, partecipano anche quelli che dovrebbero avere una cultura laica.
Non dobbiamo dimenticare che siamo arrivati agli assurdi per cui dopo duemila anni è stato il comunista Violante a invitare il papa in Parlamento.
Finché è Casini che prega santa Rita perché è stato eletto… ma lo fa Violante ed è una cosa imbarazzante. Perciò anche nella sinistra, che dovrebbe essere laicissima, la cultura religiosa incombe.
E si fa una cosa mai vista in centocinquant’anni di unità d’Italia: il papa ha il suo staterello che è uno Stato straniero; per chiamare il capo di uno Stato straniero in Parlamento, si saltano tutte le norme giuridiche! Ciò è fuori dalla legalità.

Per tornare ai referendum mi sembra chiaro come voterà…

Civilmente, socialmente e politicamente voterò ad occhi chiusi quattro Sì.
Anche perché non si possono considerare i medici, gli ostetrici e i biologi come un branco di criminali selvaggi che buttano embrioni a destra e a sinistra. Sono terrorismi simili a quello di Fanfani che ai tempi del divorzio diceva che si sarebbero buttati i bambini per strada.
Quattro sì, compresa l’eterologa: non accettare l’eterologa significa essere razzisti. Perché è razzismo basare la paternità sullo spermatozoo.
La paternità è nel rapporto col bambino, dopo la nascita: la gravidanza riguarda esclusivamente la donna e il padre non ha nessuna influenza e nessun rapporto con il feto.
Dopo la nascita sì, c’è questo rapporto interumano che comincia, dove il padre può certamente intervenire e serve di più man mano che il bambino cresce. Ma che c’entra lo spermatozoo? Nel caso di malattie ereditarie, poi, sono più importanti i biologi e i medici, che devono scoprirle e curarle.

Anche nell’embrione, prima dell’impianto quindi?

Ma nel genoma! Ormai ci sono arrivati.
Per cui si elimina il cromosoma 21, etc. etc.. Questi cosiddetti difensori dell’embrione sostengono il contrario e secondo loro saremmo nazisti noi, perché vogliamo fare la selezione.
Non toccare l’embrione anche se è malato, è il vero crimine.
Per poi abortire dopo due mesi. Se questa non è violenza nei riguardi delle donne: è come prenderle a coltellate.

Ad ogni modo, al di là della religione, uno scienziato come Angelo Vescovi, pur dichiarandosi non credente, sostiene che il concepito è vita fin dall’inizio…

Un bel gioco di pensiero, di concetti e di parole. Noi siamo arrivati, con la nostra ricerca, ad un punto interessante: abbiamo scoperto che nella biologia c’è un discorso di tappe continue.
Se è ben accertato scientificamente, in maniera assoluta, che nelle prime due settimane, fino al quindicesimo giorno, le cellule sono indifferenziate e che poi cominciano a differenziarsi negli ormai ben noti tre foglietti embrionali, evidentemente esiste una trasformazione.

È il momento in cui si formerebbero le prime cellule nervose…


Anche che siano cellule nervose è tutto da discutere. Sono tre foglietti embrionali che si chiamano ectoderma, mesoderma, endoderma. Ancora non c’è questo discorso delle cellule nervose.
Tanto è vero che l’ectoderma darà origine alla sostanza cerebrale e alla pelle, il mesoderma alle ossa e ai muscoli… Cioè si differenziano ulteriormente!
Per parlare di cellule nervose bisogna arrivare ai quattro mesi e mezzo.
La trasformazione è continua ed è una trasformazione biologica, cui non si può dare il termine di persona, addirittura giuridica, in nessuno degli stadi che precedono la nascita.

Invece, tornando al parere di Vescovi e di fatto alla legge 40, si vogliono equiparare i diritti di “tutti i soggetti coinvolti” nella fecondazione medicalmente assistita…

Sono negazioni totali di una realtà elementare e assolutamente evidente. Questi signori, nella misura in cui dicono che uno è persona nello zigote, aboliscono qualsiasi pensiero di cambiamento, di trasformazione.
Come la grande storia della formazione della retina alla ventiquattresima settimana. È lì che scatta una possibilità di vita che prima non c’era. Prima, in qualsiasi condizione, con tutte le macchine respiratorie, non c’è possibilità di vita.
Cioè, la realtà del feto per sei mesi è meno differenziata del seme della pianta. Perché il seme della pianta, a determinate condizioni di terra e acqua, produce la pianta.
Il feto lo puoi mettere nella terra, nell’acqua, nella luce, nei raggi del sole, ma fino a ventiquattro settimane non può assolutamente vivere.
Allora, se dopo ventiquattro settimane può vivere, devo pensare che anche qui ci deve essere una trasformazione biologica.
Quindi il signor Vescovi, illustre biologo, non mi può dire che è la stessa cosa dello zigote: quello è un fatto biologico, come dice chiaramente la Levi Montalcini, e rimane fatto biologico fino al sesto mese.

Nel momento in cui avviene una trasformazione più significativa…

È sempre biologia, ma c’è da teorizzare una biologia umana. Perché scatta la possibilità di vita umana.
Che poi si sa benissimo che a sei mesi sarebbe una vita piena di difetti, perché il cervello non è ancora formato.
Una vita umana incompleta che avrebbe difficoltà a sopravvivere.
Dopo i sette mesi, gli otto mesi, allora sì: per cui si passa dalla possibilità alla realtà della vita. Ma pensare di conferire diritti al concepito è la negazione totale della differenza tra vita e non vita.
Lì non c’è la vita umana! Per i cattolici è uguale: morte e vita per loro sono la stessa cosa.
Infatti è loro la concettualizzazione per cui in fondo la nascita è una morte perché la vita è quando uno muore, nell’aldilà. La vita vera è quell’altra, lo dicono sempre. Un rovesciamento totale del pensiero e del rapporto con la realtà umana.

Abbiamo parlato di cellule nervose, di cervello, abbiamo detto della ventiquattresima settimana e della formazione della retina. Ma tutto questo deve essere attivato, come fosse una lampadina ancora spenta…

Indubbiamente la vita umana comincia con la nascita. E anche questo va legato a un discorso di trasformazione.
Quella capacità di reazione di cui dicevo si esprime di fronte a uno stimolo che molti ritengono essere l’aria, ma che noi diciamo essere la luce, perché il primo stimolo, quello che fa partire tutto il processo, è lo stimolo della luce sulla sostanza cerebrale.
Evidentemente questa sostanza cerebrale deve aver attivato una recettività, una capacità di reagire allo stimolo.
Le sottigliezze scientifiche sono queste. La retina ci mette forse più di un mese a formarsi, però se la stimoli con la luce non reagisce prima delle ventiquattro settimane, quando invece reagisce! Eppure non si è avuta nessuna modificazione biologica, anatomica della sostanza.
Quindi evidentemente sta nel patrimonio genetico il fatto che in un preciso momento scatta questa possibilità di reazione di fronte allo stimolo. Lo stimolo non arriva fino ai nove mesi, cioè alla nascita, poi c’è, e allora c’è l’attivazione cerebrale che mette in moto la respirazione, trasformando la circolazione… Interessante è che il cuore batta da prima, quindi la vita umana non è solo un fatto di battito cardiaco.

Poco prima della nascita, insomma, funzionano tante cose. Tranne questo “particolare” dell’umanità, che è legato al cervello…


Lo ripeto a ventiquattro settimane scatta la biologia umana, non la vita umana.
Perché non c’è pensiero. La caratteristica esclusivamente umana è il pensiero; non è la respirazione che hanno tutti i mammiferi, tutti gli animali. Né il cuore. Saranno anche la stazione eretta, il foro occipitale che fa angolo perpendicolare, la mano che ha l’opponente del pollice.
Però soprattutto è il pensiero che distingue l’uomo dagli animali, per la ragione storica che da milioni di anni l’uomo fa tante cose che gli animali non faranno mai. Gli animali sono oggetti passivi delle leggi naturali; l’uomo no. L’uomo è soggetto della natura, per cui si oppone, non sempre con intelligenza, alle leggi di natura. Sono cose assolutamente evidenti. Per cui è alla nascita che comincia l’individuo, secondo il codice napoleonico peraltro, che è restato pressoché uguale a quando è stato scritto.
Perciò prima della nascita semmai c’è aborto procurato.
Non c’è delitto, perché non c’è vita umana. Non puoi uccidere un essere umano che non c’è.
Esiste la docimasia, cioè si prende un pezzetto di polmone dal feto per vedere se ha respirato oppure no. È omicidio solo se ha respirato.

Perché se ha respirato è un individuo.

È un individuo e quindi ha tutti i diritti dell’individuo. L’embrione, il feto non hanno diritti giuridici come l’individuo. Proteggere il feto e dargli i diritti del futuro… Ma come del futuro?!
Allora che dobbiamo fare, andare verso l’infinito? E proteggere i diritti dei miliardi di miliardi di persone che verranno al mondo nel corso dei secoli e dei millenni? Sono pensieri assurdi.
Non esistono diritti del nascituro, perché è un futuro, appunto. Non ci possono essere diritti per qualcosa che non c’è, per cui non c’è neanche la potenzialità. La potenzialità è quella del feto, come abbiamo detto.
Ma il feto ci deve essere. È la solita storia: ovuli fecondati ce ne sono miliardi, ma soltanto una parte si impianta; c’è tutto un viaggio che dura 48-72 ore, per cui miliardi se ne perdono. Torno a dire: dobbiamo ribellarci a questa assurdità per cui il prete viene dentro la camera da letto a metterti la camicia da notte col buco, come nel passato.
Ma allora, altro paradosso, altro discorso scisso, perché dicono no all’eterologa? Facciamo la fecondazione in provetta per tutti, così nessuno scopa più.
Se la sessualità non deve esserci, facciamo tutti i figli in vitro. Invece no: bisogna avere rapporti sessuali, ma bisogna farlo come gli animali: il rapporto sessuale per la procreazione e basta.
Come rapporto uomo donna non deve esistere.

Prima ha detto della reattività alla ventiquattresima settimana, ma da psichiatra, nella sua ormai nota teoria della nascita, lei usa anche un’altra parola: vitalità.

È vero. Questa capacità di reagire allo stimolo la chiamo vitalità. Poi il fatto biologico della vitalità va a congiungersi, a fondersi con la pulsione, che è propriamente psichica, per cui alla nascita sorge il pensiero come immagine. Indubbiamente.
Questo avviene alla nascita: la fusione tra la pulsione che è reazione allo stimolo luminoso con questo fatto biologico che è la vitalità, cioè la possibilità di reazione.
La possibilità di reazione è un fatto biologico, la reazione è pulsione, che poi diventa immagine che è pensiero.
Poi ci sarà la trasformazione ulteriore per cui si arriverà al pensiero verbale e al linguaggio articolato. È sempre tutta una sequela di trasformazioni.

E sempre nella fusione tra corpo e mente, che non si possono pensare come entità separate…

Si nasce un’unica cosa. Il corpo e la mente sono un’unica cosa.
È dopo, purtroppo, nella malattia, che avviene la scissione: quando c’è il rapporto violento, per cui il corpo viene negato e la fusione, l’unità di corpo e psiche non trova risposta.
Per cui magari un bambino viene nutrito, allattato, curato, riscaldato, vestito ma il rapporto psichico non c’è perché la madre, o chi per lei, è anaffettiva.

E quella lampadina che si era accesa rischia di spegnersi di nuovo.

Eh sì. Per cui la capacità di reazione non c’è più. Funziona soltanto l’apparato neuromuscolare come quello degli animali, ma nel rapporto interumano non c’è più reazione; viene annullato il rapporto stesso e il malato non si accorge più della realtà dell’altro, non la vede e non la sente.
Quello che conta per lui è soltanto positivismo ottuso, cioè l’oggetto percepibile nella veglia con i cinque sensi, ma una sensibilità nei rapporti interumani e in particolare nel rapporto uomo donna non c’è più. E invece dovrebbe esserci. Senza che nessuna legge la impedisca.

Paolo Izzo

________________________

i commenti a questa intervista pubblicati sul sito di Agenzia Radicale:
http://www.quaderniradicali.it/agenzia/index.php?op=opinioni&nid=3535


finalmente!
27-05-2005 09:14:28
Finalmente qualcuno che non ha paura, che ha le idee chiare su cosa sta succedendo e soprattutto su ciò che non può e non deve accadere... Finalmente qualcuno che mi libera dal disagio che ho provato fino a questo momento di fronte a questi referendum. Perché al di là della certezza di votare quattro SI, rimane comunque in me una sensazione di profondo smarrimento nell'ascoltare le ragioni di politici, scienziati, giornalisti e di una sinistra che ancora oggi dimostrano di non avere le domande giuste a cui prima o poi seguirebbero, inevitabilmente, delle risposte sensate. Ora sento che sotto i quattro SI c'è anche un pensiero valido che li sostiene.
Inviato da: Paola

il rocchetto dal filo infinito
27-05-2005 10:38:12
Una immagine dell'infanzia è quella di mia madre che seduta alla macchina da cucire di tanto in tanto doveva ricaricare con del filo il "rocchetto", componente dello strumento. Il filo, come i suoi pensieri, si interrompeva e le cucituture non erano più possibili. Ciò che invece da tanti anni dice, scrive, mostra Massimo Fagioli non si interrompe mai. E' un filo infinito che non ha mai momenti in cui le cuciture non sono possibili. (...) Inviato da: remo

legge 40, laici e ... atei
29-05-2005 01:21:27
che il nostro stato appaia sempre meno laico è un fatto (al quale per altro non mi arrendo!), che nella sinistra ci siano cedimenti gravi, questo fa ancora più male.
... ma per fortuna c'è ancora qualcuno che, imperterrito, maniene una coerenza di pensiero addirittura "atea" !!!
Inviato da: Franco


al freudismo non crede più nessuno
 
Corriere della Sera 2.6.05
Filosofi e storici contestano un cardine della psicoanalisi
LA RIVOLTA CONTRO FREUD
CROLLA IL MITO DI EDIPO

L’incesto fra madre e figlio è l’architrave dell’inconscio Ma la crisi della famiglia oggi lo rimette in discussione
di Silvia Vegetti Finzi

«Se il re Edipo riesce a scuotere l'uomo moderno non meno dei greci suoi contemporanei, scrive Freud nell' Interpretazio ne dei sogni (1900), riferendosi alla omonima tragedia di Sofocle, la spiegazione può trovarsi soltanto nel fatto che... il suo destino sarebbe potuto diventare anche il nostro». Anche noi durante la prima infanzia amiamo il genitore di sesso opposto e consideriamo un rivale quello del medesimo sesso ma, più fortunati di Edipo, punito con la cecità e l'esilio, non realizziamo questo desiderio, limitandoci a fantasticarlo finché, colpito dal divieto dell'incesto, precipita nell'inconscio a opera di una rimozione che ci rende nevrotici perché umani. Per Freud il mito di Edipo, che costituisce la trama della tragedia sofoclea, si impone come vero per gli effetti emotivi che suscita, né potrebbe essere altrimenti dato che svela un «materiale onirico primordiale», in cui è possibile riconoscere l'architrave dell'inconscio e la mappa della terapia psicoanalitica.
Nella sua antropologia (Totem e Tabù, 1912-13), il complesso di Edipo si rivela strutturare tanto la mente individuale quanto i rapporti familiari, entrambi basati su desideri incestuosi e sulla loro interdizione. Un'interdizione che non solo limita l'onnipotenza dell'inconscio, ma obbliga le famiglie, per contrarre alleanze matrimoniali, a stabilire patti simbolici tra di loro. Come tale l'Edipo fonda la società e separa, secondo Lévi-Strauss, la legge morale dalla promiscuità animale, la cultura dalla natura. Ma ora, nel momento di crisi della famiglia nucleare, si pongono nuovi quesiti: è ancora necessario che i bambini, per definire la propria identità sessuale, affrontino il complesso di Edipo e la sua interdizione? L'unica struttura della famiglia è il triangolo padre-madre-figli? La società è tuttora, come riteneva Aristotele, fondata sulla famiglia? Domande che ci confrontano con la convinzione di Freud che il mito di Edipo esprima una verità valida per tutti e per sempre.
Proprio sullo statuto attuale dei miti è sorta un’interessante discussione nell'ambito del ciclo di conferenze, organizzato da Gennaro Carillo presso l'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli («I Contemporanei del futuro», dedicato a Giuseppe Pontiggia, al suo appassionato amore per i classici).
Gli interventi, espressi da alcuni dei maggiori studiosi della cultura antica quali Guido Avezzù, Franco Montanari, Mario Vegetti e lo stesso Gennaro Carillo, seppur differenti tra loro, mostrano quanta distanza ci separi da Freud, dalla sua convinzione che il mito esprima una verità a priori, universale e perenne. Avezzù rileva infatti un'interruzione epocale tra il mito, inteso come racconto condiviso, «racconto già raccontato», e la sua rielaborazione letteraria. In questo senso l'Edipo di Sofocle è una delle tante narrazioni disponibili, anche se, nella tradizione culturale, quella versione si è imposta su tutte le altre. Carillo, Montanari e Vegetti sono d'accordo con lui ma sottolineano la continuità delle produzioni mitopoietiche che, con differenti espressioni, troviamo in tutte le culture ed epoche. Per Avezzù, attento al lessico dei mass-media, sulla narrazione verbale prevale ora l'immagine iconografica e, per Carillo, con finalità differenti rispetto al passato per cui alla «verità» del mito si è sostituita ora l'efficacia persuasiva, il potere di edificazione morale, sino a suggerire la inquietante ipotesi di una «psicosi consapevolmente indotta», finalizzata alla difesa dell'assetto sociale esistente, come nel film The Village di Shyamalan, dove l'evocazione di paurose «creature innominabili» serve a mantenere quella piccola comunità rurale entro i tradizionali recinti del villaggio.
Quanto alla contrapposizione tra Mythos e Logos, tra immaginazione e ragione, il più deciso è Mario Vegetti il quale nota che, benché anche la filosofia si avvalga del mito, come mostrano Platone nella Repubblica e Hegel nella Fenomenologia dello spirito, tuttavia le due forme di pensiero si contrappongono perché l'una si fonda sull'interpretazione, l'altra sull'argomentazione. Ciò nonostante convivono, nota Avezzù, per cui anche il manager aziendale, al di fuori dall'ambito professionale fondato su razionalità e calcolo, può interrogare il «sapere» della cartomante.
I miti hanno un accesso privilegiato alla verità? Sì, risponde Carillo, perché la esprimono con l'immediatezza della metafora e ci permettono, sottolinea ancora Avezzù, di «visualizzare» situazioni altrimenti indefinibili. Per Montanari i miti sono un linguaggio che esprime in modo efficace valori e conflitti di ogni civiltà. Il mito di Edipo, ad esempio, rappresenta, nell'Atene del V secolo, il conflitto tra uomo e divinità. Ma, anche se fossero le espressioni più originarie del pensiero, dice Vegetti, non per questo i miti sarebbero più veri: la fisica di Empedocle non è più "vera" di quella di Einstein perché si colloca all'inizio del pensiero occidentale. Analogamente il mito di Edipo non è più vero della leggenda di Amleto o di 2001 Odissea nello spa z io . Infine tutti gli studiosi convergono sul fatto che i miti hanno ancora qualche cosa da dirci. Per Montanari sono «una importantissima porta d'ingresso per l'interpretazione di una civiltà»; per Vegetti, esprimono ciò che siamo in grado di leggervi come interpreti-interroganti attivi. Ma ogni epoca, precisa ancora Avezzù, li interpreta a modo proprio: «per noi, oggi, spezzate le tradizionali gabbie interpretative, Edipo non deve necessariamente essere re, può essere un uomo qualunque, perché no? Un marinaio venuto d'oltremare; e invece che nella reggia di Tebe il suo dramma può ripetersi in una casupola dell'Alfama, il vecchio e popolare quartiere arabo di Lisbona».
Penso che, se Freud potesse intervenire nella discussione, sarebbe d'accordo con gli antichisti per quanto riguarda la storia della cultura, ma ribatterebbe che l'inconscio non conosce il tempo e che pertanto l'Edipo rimane una stella fissa nell'universo in movimento. Con la conseguenza di produrre un divario sempre più lacerante tra ciò che dentro di noi sentiamo e quanto di fatto viviamo.

Gli interventi citati sono stati espressi da: Guido Avezzù, ordinario di Letteratura greca, Università di Verona; Gennaro Carillo, ordinario di Storia delle Dottrine Politiche, Università Suor Orsola Benincasa di Napoli; Franco Montanari, ordinario di Letteratura greca, Università di Genova; Mario Vegetti, professore fuori ruolo di Storia della Filosofia antica, Università di Pavia.


brevi dal web
 
ilmessaggero.it 2 giugno 2005
LO PSICHIATRA
«Non ci sono farmaci specifici, va iniziata una psicoterapia»

ROMA - La ragazza ha “scalato” il Vittoriano e si è gettata. Un volo di 30 metri. I familiari parlano di anoressia e depressione. «Attenzione, anoressia, depressione e ansia sono tre disturbi diversi - commenta il professor Massimo Biondi, docente di Psichiatria all’università La Sapienza di Roma -. Per ognuno esistono criteri diagnostici distinti. In alcuni casi il paziente può assommare più patologie. Ma non è corretto pensare che un’anoressica sia per forza anche depressa».
Ma il rifiuto del cibo è un sintomo di tutte e due le malattie?
«Certo, ma con motivazioni completamente diverse. Il depresso perde appetito perché perde anche il desiderio. Non ha più piacere nel fare le cose. Chi è anoressico, al contrario, è spesso molto attivo»
Energie senza mangiare?
«Le forze, in questo caso, vengono proprio dal controllo che si esercita sulla fame. Su di sè. Questa capacità rende sicuri, inflessibili»
E perfezionisti?
«Molto. Sia nello studio, nel lavoro come nella cura del corpo. Si punta a prestazioni alte»
C’è solo fame di dimagrire?
«Il ”gioco“ sta nel controllare l’appetito e, a furia di esercitarsi, mutano anche i meccanismi biologici. Il ciclo sparisce, l’organismo consuma tutto quello che ha a disposizione»
Ma non si sentono mai magre queste ragazze? Non si vedono allo specchio?
«Si vedono ma non hanno percezione del corpo, neppure quando pesano 35 chili. Si tratta di un’alterazione di gravità delirante».
La cura?
«Non esistono farmaci specifici, si possono somministrare sostanze per dormire o placare l’ansia quando è presente. Occorre una stretta collaborazione con l’internista e la paziente va avviata alla psicoterapia. Singola, di gruppo o familiare»

kataweb.it 2 giugno 2005
Napoli - Depressione: una cura chiamata 'impatto ambientale'

Si può nascere predisposti alla depressione, ma non ammalarsi e può accadere esattamente l'opposto. L'ambiente in cui si vive è sempre più condizionante lo stato funzionale del nostro cervello e quindi il ruolo dei farmaci avrà un compito paritetico con l'impatto ambientale sull'origine delle malattie neuropsichiatriche (oltre il 10% della popolazione ne soffre).
Il dato è emerso dal congresso della Società Italiana di Farmacologia in corso a Napoli come derivato da studi condotti da Università italiane e americane. Secondo il Professor Giovanni Biggio Direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell'Università di Cagliari, lo stress prolungato e la depressione atrofizzano le cellule cerebrali ovvero fanno perdere il buon funzionamento anche a scapito delle dimensioni, rendendo alcune aree cerebrali più piccole.
Uno studio condotto su gemelli, alcuni sottoposti a stress prolungati come abusi infantili o partecipazione ad una guerra, altri geneticamente identici, che hanno vissuto una vita tranqulilla, ha evidenziato lo sviluppo di una depressione rispettivamente nel 88% e nel 8% dei casi. L'indagine è stata condotta con ricerche di immagine computerizzata (RNM e PET). Un ritardo iniziale della terapia o una precoce interruzione porta ad avere più frequenti recidive, mettendo le premesse per una atrofia cerebrale.
Il messaggio di Biggio è che occorre una diagnosi precoce, anche in epoca adolescenziale, per evitar