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giovedì 30 giugno 2005
citato al lunedìun articolo a cui dire no certamente sì ai diritti civili, individuali e privati, di tutti e di ciascuno, ma certamente no all'indicazione di modelli decisamente minoritari di comportamento privato come portatori di particolari e "superiori" significati rivoluzionari collettivi sociali e culturali validi per tutti nella presunta prospettiva che "distruggendo" i - così li chiamano - "ruoli sessuali" di uomo e di donna si darebbe come per magia un colpo decisivo alla "riproduzione del capitale"! Inseriamo qui un link che permette a chi lo volesse di documentarsi andando a vedere un articolo di Aldo Nove, apparso domenica 26 su "Queer", inserto domenicale di Liberazione, dal titolo "L'ano tra sesso e rivoluzione". il testo dell'articolo si trova qui: http://www.liberazione.it/giornale/050626/default.asp e poi cliccando su "Queer" (nella spalla sinistra dell'home page che sarà apparsa) e successivamente su "L'importante lavoro del filosofo...") la pagina intera in PDF è visibile qui: http://www.liberazione.it/giornale/050626/pdf/XY_IV-LIB-3+.pdf Chi eventualmente volesse poi riceverla per posta elettronica può chiederla a "segnalazioni". hanno detto no con una lettera al giornale anche due redattori militanti di Liberazione Segnalazione di Roberto Altamura e di Dimitri Nicolau Liberazione, 28.6.05 Lettere & Rubriche “Queer” Sesso e rivoluzione Caro direttore, è con disagio e anche con senso di umiliazione che abbiamo letto sull’inserto di domenica l’articolo che si fregia dell’evocativo titolo “L’ano tra sesso e rivoluzione” e il cui (penetrante?) incipit fa: «La rivoluzione proletaria passa anche attraverso il buco del culo». Francamente da militanti e giornalisti che scrivono su questo foglio da tanti anni, non ci era mai capitato di imbatterci in temi tanto eccelsi e chic, ancorché “oscuri”. A parte le teorie – anzi rimasticature – malamente assimilate e trascritte di cui l’articolo firmato da Aldo Nove (ma non solo) dà prova, ci domandiamo a chi interessa e chi vuole stupire mai un simile elaborato: vuol forse stupire i borghesi, i carabinieri, i bambini delle primine? Ci sembra strana, e a dir la verità “sospetta”, la martellante frequenza con cui “Queer” insiste e dibatte di sesso di qualsivoglia tipo: non sarà un’ossessione? Non sarà un caso di regressione infantile, appunto anale? Non sarà un modo indecoroso e falsamente trasgressivo di introdurre i pur importanti temi della sessualità? Non sarà un espediente troppo facile e francamente vieto di catturare visibilità a tutti-tutti i costi? Domande umilianti per noi, militanti e giornalisti di vecchia data, per più di una ragione attaccati all’orgoglio e alla serietà di questo giornale, la onorata testata del nostro partito (un sentimento che certo anche tu condividerai). Un fatto ci preme comunque sottolineare: saremo comunisti ortodossi come scrive il signor Aldo Nove (forse intendeva dire trinariciuti), ma lo assicuriamo che il complesso anale noi lo abbiamo superato nell’età giusta (vedi Freud). Non sappiamo se così è stato per lui e “Queer”. Carissimi, affidatevi al lettino di Lacan, lasciate stare “Liberazione”. Maria R. Calderoni Giancarlo Lannutti Finalmente! Un’importante “polemica sulla sessualità” nella puntuale lettera al Direttore Piero Sansonetti di due giornalisti e militanti di “Liberazione” e del P.R.C. … ma il «lettino di Lacan» (ancora!) sta dalla parte della cura o della malattia stessa da curare? Roberto Altamura Marco Bellocchio a Pesaro il manifesto 30.6.05 LE MANI DI BELLOCCHIO Marco Bellocchio, cui è dedicato l'evento speciale della mostra, lascerà oggi (18,30, cortile di Palazzo Gradari) l'impronta delle sue mani sulla piastrella di ceramica creata dall'atelier Franco Bucci. La citazione esplicita è il Walk of fame hollywoodiano, nel progetto di eventi in omaggio agli artisti ospiti del Festival. A Bellocchio è dedicata anche la mostra (Galleria Franca Mancini): bozzetti di preparazione dei film, tra cui anche disegni inediti del suo ultimo (ancora in fase di lavorazione) Il registra di matrimoni. Sabato tavola rotonda sull'immagine «bellocchiana» (Cinema Astra) e a chiudere la retrospettiva la proiezione della Balia . Venerdì sarà a Pesaro anche Barbora Bobulova, già interprete per Bellocchio de Il principe di Homburg, ad accompagnare il corto Spendo i soldi che non ho di Daniela Ceselli. Marco Bellocchio è stato il protagonista diuna lunga intervista trasmessa questa sera dalle 19 a Hollywood Party, una trasmissione di Rai Radio Tre il cui archivio sonoro dovrebbe essere rintracciabile sul sito dell'emittente: http://www.radio.rai.it/radio3/ L'Unità 30 Giugno 2005 Delitto Pasolini, un documentario rimasto «inedito» per trent’anni «Il silenzio è complicità» girato nel ’76 da registi come Bellocchio, Bolognini, Monicelli di Francesca De Sanctis «IL SILENZIO È COMPLICITÀ», questo il titolo del filmato proiettato ieri sera alla Festa dell’Unità agli ex mercati generali (Ostiense). Un filmato in- chiesta sulla morte di Pier Paolo Pasolini in cui le voci di quindici registi italiani indagano sul movente di quell’atroce delitto e denunciano la voglia di archiviazione dell’omicidio. «Il film era stato proiettato solo una volta, nel settembre del 1976, durante un festival della Fgci» ricorda Gianni Borgna, allora dirigente della Fgci romana e oggi assessore capitolino alla cultura. Ieri sera è intervenuto al dibattito «Ricordando Pasolini» assieme a Goffredo Bettini e a Mario Martone prima che il film venisse proiettato davanti al pubblico della Festa dell’Unità. In quaranta minuti la pellicola racconta una verità che va cercata nel contesto di quegli anni, gli anni della strage di piazza Fontana, di Brescia, dell’Italicus... Tra i registi che hanno girato quel filmato ci sono Marco Bellocchio, Giuseppe Bertolucci, Mauro Bolognini, Laura Betti, Dario Bellezza, Franco Brusati, Sergio Citti, Dacia Maraini, Ninetto Davoli, Elio Petri, Enzo Siciliano, Ettore Scola, Mario Monicelli, Lietta Tornabuoni. «È un documento molto interessante - sottolinea Borgna -, è impressionante che escano fuori solo ora le verità che questo filmato raccontava già trent’anni fa». Le poche copie del filmato, custodito a Bologna nel Fondo Pasolini, le ha fatte girare Laura Betti, che ne regalò una copia a Borgna e una a Bettini. «“Il silenzio è complicità” denuncia la mancanza di indagini che non furono fatte», insiste l’assessore. Il filmato fu girato nella primavera del ‘76 e raccoglie le voci dei giovani comunisti di allora che parlano di Pasolini, a volte condividendo coi lui delle cose altre volte meno; ragazzi che parlano del rapporto tra il poeta e i giovani. E sullo sfondo si intravede il Pincio, dove proprio un anno prima della sua morte, Pasolini aveva partecipato al festival della Fgci. «Aveva tenuto il discorso sui giovani e la droga» ricorda Borgna. Ma la questione più importante de “Il silenzio è complicità” riguarda proprio il delitto, perché l’insieme delle testimonianze delinea un quadro non diverso dalla recente rivelazione di Pino Pelosi (finora considerato unico colpevole del delitto), e cioè che l’omicidio sarebbe opera di più persone. La pensava così già allora il regista Sergio Citti che recentemente ha più volte ribadito di voler testimoniare, per raccontare la sua versione in base alle prove da lui stesso raccolte subito dopo l’omicidio. Ora l’avvocato Guido Calvi ha formalmente fatto depositare a Citti la sua testimonianza che verrà consegnata dal Comune di Roma ai magistrati, spiega Borgna, il quale ricorda che il Comune si è costituito parte lesa e che quindi sta portando avanti le proprie indagini. «Entro l’autunno - assicura l’assessore - il Comune ricostruirà la sua ipotesi ed il movente». l'intervista su La Repubblica REPUBBLICA DOMENICA, 26 GIUGNO 2005, pag. 48 L'INCONTRO Bilanci artistici MARCO BELLOCCHIO di Paolo D'Agostini «Non credo ai concetti di bene e di male, propri della cultura religiosa. A proposito degli orrori che accadono nel mondo preferisco parlare di malattia mentale» Quarant'anni di cinema, quarant'anni di film molto amati, molto stroncati, sempre molto discussi. Quarant'anni in cui il ribelle dei "Pugni in tasca" ha continuato a ribellarsi: anche contro il proprio successo e i cliché che ne derivavano. Ora, in occasione della Mostra di Pesaro che li ripercorre tutti, il regista accetta di mettersi in discussione e di raccontare le sue rivoluzioni ROMA. SERGIO CASTELLITTO - protagonista condiviso con La stella che non c'è di Gianni Amelio - se n'è volato in Cina dove il film si sta girando e Marco Bellocchio dovrà aspettarlo per completare le riprese di Il regista di matrimoni. Bellocchio è immerso in una fase del lavoro che tiene alla larga le distrazioni, troppo "dentro" il film in corso per parlarne. Ma la Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro (25 giugno-3 luglio) ripercorre l'intera sua carriera rendendo omaggio ai quarant'anni di cinema del ribelle dei Pugni in tasca che oggi, sessantaseienne, soprattutto dopo L'ora di religione, sta vivendo una rinnovata stagione di giovinezza creativa e di consensi. E questo lo ha convinto ad accettare una conversazione, diciamo, retrospettiva. Ma usa con fermezza l'occasione per difendere "tutta" la sua biografia artistica. In altre parole, Bellocchio non ne può più delle sottovalutazioni o delle ironie dei detrattori su quella parte della sua produzione che più direttamente è stata influenzata dal rapporto con la scuola dello psichiatra e psicanalista Massimo Fagioli e dall'esperienza della "analisi collettiva" propria di quella scuola: la produzione che si situa tra gli anni Ottanta e il ‘94 di Il sogno della farfalla, quella che culmina nella collaborazione di Fagioli alla costruzione dei film e nella firma dell'analista affiancata a quella del regista sotto le sceneggiature. È noto, infatti, che la comunità critica ha diffidato di quell'incontro artistico. E che il pubblico ne è stato disorientato, forse allontanato. Ma che cosa è successo, da La balia in poi e all'indomani di quella stagione controversa, che ha donato al suo cinema una nuova "accessibilità" - perché questo è un fatto, fuori da ogni polemica - e il recupero di un pubblico giovanile che si era disperso? Bellocchio non rifiuta, spiega. «La mia vita non prescinde dal mio lavoro e viceversa. Le mie immagini provengono dalla mia esperienza. C'è un film che divide il mio percorso in due: è Il diavolo in corpo, di vent´anni fa. È stato una rivoluzione per me. Quella novità si è sviluppata poi attraverso altre ricerche e altri esperimenti e da lì, è vero, il mio lavoro è diventato più "accessibile". Ma non ho mai smesso di essere un ribelle. Neanche con L'ora di religione: ribellione alla cultura assoggettata all'autorità della Chiesa. I giovani (si dice: se non si è ribelli a vent'anni... Poi purtroppo molti se lo dimenticano) amano il mio atteggiamento nei confronti del potere culturale istituzionale. Nessun mio film è venuto meno a questo principio, ma negli ultimi forse la mia maturità ha trovato una comunicabilità più diretta». Ed eccoci al punto, per chi si sentisse ancora autorizzato a pensare che la felicità dell'ultima stagione nasce dal distacco dalla tutela (direbbero i detrattori) fagioliana. «Non c'è stata una rottura da parte mia dopo il periodo di "collaborazione fagioliana" compiuto con Il sogno della farfalla: c'è continuità, pur nella separazione artistica da Fagioli, per quel che riguarda le mie convinzioni su quella ricerca che non solo non rinnego ma seguo ancora e condivido». Ma il punto non è quello di ipotizzare una rinuncia, da parte dell'ultimo Bellocchio più comunicativo e più sereno, alla vocazione di ribelle per sempre. Il punto è confrontare la percezione che si ha della sua storia da fuori con quella che lui ha di se stesso. E lui spiega: «Nella tradizione artistica spesso ci sono inizi folgoranti e poi un declino lento ma inesorabile. È come se nei quarant'anni successivi a I pugni in tasca, che fu un film di ribellione nichilista, io mi sia ribellato al successo di quella ribellione e all'identità che mi aveva dato. Certamente molti ancora mi definiscono "l'autore dei Pugni in tasca". Non ne disconosco la paternità, ma non mi è bastato. Tutto il mio lavoro successivo ha sempre evitato la ripetizione di quell'esperienza. E Il diavolo in corpo è stata una nuova ribellione, un nuovo rischio che per qualcuno è stato un suicidio, ma con il tempo si è rivelato una vittoria. Poi, dopo altri film più aristocratici come La visione del Sabba, La condanna e Il sogno della farfalla, sono arrivati film più "popolari" ma quella "rinascita", rappresentata appunto da Il diavolo in corpo, non l´ho mai annullata». È piuttosto evidente che Marco Bellocchio gradirebbe un riesame di quella parte del suo cinema che è piaciuta di meno. «Ho chiesto al curatore della retrospettiva di Pesaro, Adriano Aprà, di inserire nel volume pubblicato per l'occasione un saggio dello psichiatra Gabriele Cavaggioni che affronta per la prima volta il rapporto tra il mio lavoro di regista e la mia vita, la mia esperienza nell'analisi collettiva, la mia adesione alla teoria fagioliana. Quel periodo viene spesso "saltato". Ho cominciato l'analisi collettiva nel ‘77, poi ci sono state interruzioni ma il mio rapporto sia pur conflittuale, dialettico o difficile, ha lasciato il segno. Ora in una riflessione sul mio lavoro è indubbio che questa mia scelta debba essere considerata: il mio rapporto con la psichiatria e con la psicanalisi». A partire dal trentennale del suo storico documentario "basagliano" Matti da slegare, il festival Anteprima di Bellaria ha da poco celebrato il tema "cinema e psichiatria". Gli sarà capitato spesso, a Bellocchio, di essere coinvolto in convegni psichiatrici o psicanalitici ma c'è da scommettere che non è questo il tipo di attenzione da lui richiesta. «L'ora di religione è stato discusso in un convegno freudiano. Suppongo sia stato interpretato in un modo che non condivido, ma è importante che le idee e le immagini circolino. Io ho capito da molto tempo che la mia identità è quella di regista cinematografico. Mi interesso e mi appassiono alle idee di sanità e di malattia mentale, non credo al male né al bene, sono radicalmente ateo, ma questo riguarda essenzialmente la mia sfera privata». Ecco un utilissimo snodo che Bellocchio offre prima che una domanda lo solleciti. È immaginabile che sia stato, per uno spirito come il suo, motivo di interesse la vicenda del Papa, la partecipazione di massa, la richiesta di "santità subito". Non si fa pregare: «Il giorno dei funerali mi ha colpito che su tutti i canali televisivi ci fosse la stessa cosa. Nessuna attenzione verso chi, pur avendo grande rispetto per il Papa, volesse veder riconosciuta la libertà di guardare un altro programma. E poi il referendum (io ho votato quattro sì): formalmente la Chiesa non infrange la legge suggerendo di astenersi, ma nella sostanza è un comando. Un soprassalto di autonomia degli italiani sarebbe stato una grande manifestazione di libertà». Già che ci siamo, un salto indietro: L'ora di religione è stato inteso come una ricerca di moralità o spiritualità "autentiche" in reazione al conformismo e all'opportunismo. La cosa non lo lusinga e Bellocchio non fa sconti: «È quanto ci hanno trovato molti cattolici. I quali cercano la conversione del non credente: anche soltanto nelle domande che il non credente si pone, nel rifiuto dell'ipocrisia della Chiesa cattolica. Ma io, da quando adolescente ho perso la fede, credo soltanto a questo mondo, alla mia vita breve che cerco di vivere nel migliore dei modi. C'è spesso purtroppo nell'ateo una "confusione" religiosa nel momento in cui usa dei concetti propri della cultura religiosa: bene e male. Ma a proposito degli orrori che accadono nel mondo io preferisco parlare di malattia mentale. Concetto che anche dalla cultura laica non è accettato, secondo l'idea che siamo un po' tutti matti». Torniamo allo "spettacolo" dell'adesione giovanile di massa all'addio al Papa. Tra i risultati della cultura ribelle di cui Bellocchio è stato portabandiera ci fu l'allontanamento dei giovani dalla Chiesa e dalla religione. Poi che è successo? «Essendo venute a mancare risposte dall'utopia, dal progetto di un mondo sotto l'insegna di principi marxisti, che ha influenzato intere generazioni me compreso, la Chiesa cattolica e la religione sono tornate ad essere l'unico riferimento cui rivolgere entusiasmi ed energie. La politica non risponde più, la sinistra è timida. La Chiesa non solo propone la salvezza nell'aldilà ma anche l'assistere, il prendersi cura, opere di carità non solo benemerite ma necessarie. Senza però mettere in discussione le istituzioni, i principi. Una possibile risposta radicalmente laica trova la sinistra del tutto indifferente». Vediamo, prendendola da un altro versante, se si riesce ad avere ulteriore prova della sua fedeltà a se stesso. Domanda: riconosce il peso dell'autobiografia nel suo percorso artistico? «Sì, purché non la si voglia relegare all'adolescenza. Le mie immagini sono la mia vita, tutta». Domanda: riconoscerà un particolare accanimento contro la famiglia? «Senz'altro, ma visto lungo tutto l'arco del mio cinema e della mia vita». Domanda: mai pensato che reiterare il motivo della necessità di "uccidere" i genitori le si potesse ritorcere contro, da genitore a sua volta? «Sono contrario all'assassinio del padre e della madre non per paura che i miei figli mi possano ammazzare. No, è pura follia, che non porta a nessuna liberazione». Domanda: c'entra la consapevolezza adulta di non essere migliori di chi ci ha preceduti? «Questo sarebbe un pensiero di rassegnazione: quando si hanno vent'anni si è rivoluzionari, quando si è maturi si ammette che i genitori non avevano tutti i torti. Ho dedicato Buongiorno notte a mio padre, ma continuo a considerarmi diverso da lui. Lui era un conservatore che ha accettato i valori della società in cui viveva, io li ho rifiutati». Chissà quanto di tutto questo c'è ancora in Il regista di matrimoni? «L'attore, che è lo stesso, potrebbe far pensare a una continuazione de L'ora di religione», dice. «Qui è un regista che a un certo punto abbandona una situazione cui non crede più (sta girando un film dai Promessi sposi). Capita in Sicilia dove incontra uno che fa i filmini dei matrimoni, capisce che non gliene frega più niente del suo lavoro e che la sua avventura umana viene prima dell'essere regista. Capisce che deve impedire un matrimonio ("questo matrimonio non s´ha da fare") e il "suicidio" di una ragazza che», sottolinea perché non si pensi a un sordo anticlericalismo, «avverrebbe tanto se il matrimonio venisse celebrato in chiesa quanto in municipio». Per ora è tutto. In attesa di vedere e potergli chiedere se quel regista alle prese con più urgenti priorità è lui. ________________________________ Corriere Adriatico 29.6.05 Franca Mancini ospita la presentazione “Bellocchio” in Galleria PESARO - Venerdì dalle ore 19 alle 20.30 Franca Mancini, presidente dell'Associazione Culturale " Il Teatro degli Artisti ", con il Circolo della Stampa e la sezione Marche dell'Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti d'Azienda, invitano alla presentazione dei volumi Marco Bellocchio, il cinema e i film e Bellocchiana tenuta da Adriano Aprà, direttore artistico dell'evento, alla presenza di Marco Bellocchio, di Giovanni Spagnoletti Direttore artistico Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, Bruno Torre presidente Comitato scientifico Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro e Stefano Caselli curatore della mostra. ________________________________ Albert Speer, una «totale mancanza di emozioni» La Stampa 30 Giugno 2005 La colpa tedesca nei misteri di Albert Speer Alessandro Melazzini «Chi è Speer?». Solo questo premeva sapere al sergente britannico giunto ad arrestare il favorito di Hitler nel castello in cui si era nascosto insieme ad altri fuggitivi, poco dopo la morte del Führer. È la stessa domanda con cui da anni lo storico tedesco Joachim Fest si arrovella studiando il carattere «dai tratti schizoidi» di Albert Speer (1905 - 1981): ammirato architetto e potentissimo ministro di Hitler, allo stesso tempo intimo del Führer e critico sprezzante verso i rozzi e avidi predatori che brulicavano intorno al dittatore. Dopo l'eccellente biografia dedicatagli qualche anno fa, Joachim Fest torna ora ad occuparsi di lui nel nuovo volume Le domande a cui non è possibile rispondere (Rowohlt Verlag, Reinbek). Titolo enigmatico, ma che merita una riflessione nella sua esemplarietà. Il libro raccoglie tutti gli appunti dei colloqui tenuti per lunghi anni dallo stesso Fest, in qualità di consulente editoriale, con Albert Speer mentre questi, dopo 20 anni a Spandau, si dedicava a redigere le proprie memorie. In questo senso è un testo rivelatore. Sin dal primo incontro del '67, avvenuto pochi mesi dopo la scarcerazione, Fest venne colpito dalla «totale mancanza di emozioni» del suo interlocutore. Speer appariva come un distinto signore dall'eloquio incerto e impacciato in grado tuttavia di parlare con «meccanica freddezza» del proprio terribile passato. Ovvero degli anni in cui uno dei peggiori criminali della storia, pieno d'entusiasmo per lui, l'aveva ricoperto di elogi e investito di enormi poteri. Fest constatò con sorpresa come Speer mancasse palesemente di senso critico nei confronti del dittatore, che lo aveva innalzato ai fasti del regime. Tra i suoi compiti, vi era la totale riprogettazione di quella Berlino mai troppo amata dal Führer. Per mezzo del giovane architetto la capitale del Reich avrebbe dovuto trasformarsi radicalmente, sconvolta nella pianta e spogliata persino dell'antico nome, così da diventare Germania, la «metropoli universale». Uno degli edifici commissionatigli da Adolf Hitler, l'enorme sala dei congressi capace di contenere al suo interno 180.000 persone, avrebbe dovuto giganteggiare sulla Porta di Brandeburgo tanto da rendere il monumento simbolo della città sulla Sprea praticamente invisibile. Ma al confronto con una tale enormità anche l'imponente basilica di San Pietro a Roma sarebbe apparsa un edificio dai tratti «intimi» e modesti. Fu il momento in cui si chiese se per caso con i suoi progetti architettonici «non stesse esagerando». Durò poco e presto si rimise al lavoro per i «grandiosi piani» del protettore. Negli anni di maggior confidenza con il Führer, Speer ebbe a disposizione mezzi pressochè illimitati, oltre a godere come nessun'altro della considerazione del capo, tanto da essere considerato quasi il suo «amore infelice». Il rapporto di ammirazione reciproca tra Hitler e Speer, secondo Fest non scevro da tratti vagamente omosessuali, fu di natura speciale ed esclusiva poiché i due si consideravano innanzi tutto dei grandi artisti: l'uno dedito all'architettura, l'altro alla politica. Entrambi svincolati da ogni norma di rispettabilità borghese ed esentati da qualsiasi imperativo morale in grado di limitare il loro presunto genio. Ma pur avendo vissuto a diretto contatto con Hitler - ecco il punto -, Speer ha sempre sostenuto di non sapere nulla dei crimini contro l'umanità compiuti dal regime nazista. Quello che è certo - secondo Fest - è che durante gli anni della gloria e potere egli condivise l'«assoluta mancanza di scrupoli» del Führer e mai neppure un momento pensò di opporsi agli «sgomberi» degli abitanti ebrei di Berlino necessari per realizzare il ciclopico progetto dello Stato nazionalsocialista. La più esplicita risposta che l'enigmatico Speer mai diede alle incalzanti domande di Joachim Fest sulla propria responsabilità personale ai crimini hitleriani, fu una richiesta. Quella di smettere di porre domande a cui «non è possibile rispondere». alessandro@skabadip.com mercanzie cattoliche il manifesto 30.6.05 CHIESA CATTOLICA Il mercato on line delle anime LORIS CAMPETTI Il contenitore riproduce una classica scatola di medicinali, tipo compresse di antistaminico o pillole anticoncezionali. E' il nome che suscita curiosità: «Rosario in grani». Per capire qualcosa siamo andati a leggere le istruzioni sul classico bugiardino: «Santificante effervescente». Composizione: «Ogni rosario contiene 50 Ave Maria, 5 Pater Nostro, 5 Gloria al Padre, 1 Salve Regina» per un totale di 61 grani «in plastica fosforescente, corona di tipo classico con 5 decine e croce». «Il prodotto - spiega la lettera inviata a una libreria per sollecitarne l'acquisto - è composto da: una scatola "Rosario in grani"; un foglietto con le indicazioni terapeutiche (...); una corona del rosario tipo classico. Il prezzo per l'intero prodotto (...) è di soli 2,00 euro più spese di spedizione (particolari condizioni di vendita solo per quantità rilevanti». Segue il nome della ditta produttrice (Net Magazine, via Antonelli 4 Milano) con tanto di numero di telefono e indirizzo di posta elettronica che vi risparmiamo. Non è uno scherzo, è il mercato della fede, anzi della Fede, «un simpatico modo per proporre la recita del Rosario a tutti, ma in special modo ai bambini per farli crescere sempre più nell'amore a Maria, Madre di Gesù», commercializzato «come se fosse un medicinale da banco». Vi chiederete, gente di poca fede, quale sia il principio attivo del farmaco: ovviamente «la Grazia di Dio». Occhio alle «indicazioni terapeutiche: contro la tiepidezza spirituale, aiuta nel cammino verso la Santità, elimina pruriti al Sacro, scoraggia dalle tentazioni, toglie acidità e pesantezza di coscienza, libera le anime dal Purgatorio». Infine, «effetti indesiderati: «Se recitato bene e ogni giorno può provocare un cerchio alla testa (vedi illustrazione)». Nell'illustrazione c'è un bimbo con aria sognante e aureola intorno alla testa. Dal mercato delle indulgenze al supermercato del Santificante effervescente on line. Il povero Martin Lutero si sarebbe divertito. storia Mussolini Liberazione 30.6.05 L'antisemitismo del giovane Benito Mussolini Francesco Germinario Un saggio di Giorgio Fabre mette in luce le radici razziste del leader del fascismo, ben prima del suo arrivo al potere. Dal dibattito sulla razza di fine Ottocento alla pregiudiziale antiebraica di settori della stessa sinistra socialista Come inquadrare la svolta antisemita del regime fascista, nel 1938, all'interno della biografia politica di Mussolini? E quest'ultimo divenne antisemita solo a partire da quel periodo, oppure atteggiamenti e istanze antisemite datavano nei suoi scritti e nelle dichiarazioni già da tempo? Questi sono gli interrogativi cui cerca di rispondere il ponderoso e molto documentato saggio, Mussolini razzista. Dal socialismo al fascismo: la formazione di un antisemita, uscito in queste settimane per i tipi di Garzanti (pp. 508, euro 25,00). L'autore del saggio, giornalista al settimanale di destra Panorama, non è nuovo a studi sull'antisemitismo fascista. Il libro di Giorgio Fabre analizza l'atteggiamento di Mussolini davanti alle teorie della razza e all'ebraismo dagli esordi sovversivi del giovane socialista romagnolo fino all'ascesa al potere nell'ottobre del 1922. Malgrado la ormai sterminata bibliografia su Mussolini, Fabre si muove su un terreno pressoché vergine. Del resto, il suo libro incrocia necessariamente alcuni temi e aspetti di quell'enorme dibattito sulla "razza" che caratterizzò la nostra cultura dall'ultimo ventennio dell'Ottocento fino alla prima guerra mondiale. Fu un dibattito che vide la partecipazione di medici, psichiatri, sociologi, criminologi, demografi, giuristi e che solo negli ultimi anni la nostra storiografia ha cominciato a ricostruire nelle sue voci più significative, cominciando a sfatare il mito strapaesano e criptocattolico per cui l'Italia è stata un paese immune dalle culture razziste. Il giovane Mussolini studiato da Fabre è l'intellettuale del Novecento «che in Italia e non solo ha scritto (e pensato) più a lungo in termini di razza e razzismo» (p. 59). Almeno nei primi anni dieci sarebbe una forzatura parlare di un Mussolini antisemita; ma certamente dai suoi numerosi scritti traspare quella che Fabre definisce «un'ostilità sedimentata (...) anche se controllata» (p. 76) nei confronti degli ebrei. E' comunque necessario riconoscere che a determinare una spiccata sensibilità del giovane Mussolini nei confronti delle questioni della razza fu certamente una cultura personale in cui le suggestioni provenienti dai sociologi élitaristi (a cominciare da Pareto) si integravano con le istanze provenienti dalla frequentazione di opere di autori razzisti, fra i quali spiccavano Gobineau e quel Chamberlain teorico dell'arianesimo, che anche Hitler avrebbe poi inscritto nella galleria dei suoi maestri. Del resto, anche in certa cultura socialista, i pregiudizi antiebraici erano tutt'altro che infrequenti, sol che si pensi all'opera di un Proudhon. Gli esordi di Mussolini sulla stampa socialista italiana avvengono qualche anno dopo che in Francia, sull'onda dell'Affaire Dreyfus, si era formata la destra del Novecento: una destra "rivoluzionaria", protestataria, esplicitamente antisemita e, a nostro avviso, anche attraversata da forti inclinazioni pretotalitarie, anticipatrice, insomma, di molte caratteristiche ideologiche e politiche dei successivi movimenti fascisti. Dopo alcune esitazioni iniziali, il movimento operaio francese, sotto la guida di Jaurés, si schierò a difesa delle istituzioni repubblicane minacciate dalle destra. Questa scelta di campo fece in modo che l'antisemitismo, fino ad allora molto presente in campo socialista, divenne invece una componente significativa del panorama ideologico delle destre. Anche in Italia, seppure a sinistra continuerà a persistere qualche stereotipo antiebraico, quale quello che identificava l'ebreo col capitalista, a partire dagli anni dieci l'antisemitismo divenne appannaggio della destra. I nazionalisti, ad esempio, faranno dell'antisemitismo esplicito con uno dei loro teorici, Francesco Coppola, e con un Paolo Orano, un transfuga del sindacalismo rivoluzionario approdato al "socialismo nazionale"; non a caso entrambi saranno esponenti del regime, e il secondo giocherà addirittura un ruolo di rilievo nelle campagne antisemite fasciste. Quando possiamo parlare di un Mussolini esplicitamente antisemita? Sicuramente a partire dal 1917-18. Sono gli anni in cui in Europa comincia a diffondersi la teoria per cui la rivoluzione bolscevica era parte di un più generale complotto ordito dagli ebrei; che gli ebrei, considerate le origini ebraiche di numerosi dirigenti bolscevichi, da Trotsky a Zinov'ev, dopo avere preso il potere in Russia, stavano estendendo il complotto in Europa, suscitando rivoluzioni ad opera di altri ebrei, come la Luxemburg, Bela Kun ed altri. E' in questo periodo che nelle destre estreme europee è elaborata la categoria concettuale di "giudeobolscevismo", destinata a svolgere un ruolo fondamentale nell'ideologia nazista e nell'antisemitismo fascista. Certamente, come ribadisce Fabre, il fascismo non aveva programmi antisemiti. E tuttavia, almeno due aspetti è necessario sottolineare in proposito. Il primo è che fin dai primi anni Venti il fascismo ebbe come interlocutori i movimenti antisemiti dell'estrema destra europea che, a cominciare proprio dal nazismo, guardavano sempre con molto interesse al movimento mussoliniano. Il secondo è che, quando nell'ottobre del 1922, il fascismo arrivò al potere, era pur sempre un movimento politico in cui le voci antisemite erano circoscritte ad alcuni settori, ma pur sempre presenti. In Italia è in uso da anni un giornalismo di destra che pretende dalla carta stampata o da qualche pulpito televisivo, di spacciarsi per "revisionismo storico". In genere si tratta di giornalisti che ben difficilmente hanno frequentato una biblioteca e quasi sicuramente mai un archivio per scrivere i loro libri. Gli storici futuri avranno materia di studio, per questo atteggiamento che probabilmente un Gramsci derubricherebbe come paccottiglia utile per soddisfare il modesto appetito intellettuale del popolo delle scimmie. Al contrario dei suoi colleghi "revisionisti", Fabre ha consultato gli archivi e la consistente bibliografia sull'argomento. Inoltre, il suo è un libro che costringe a "rivedere" molti giudizi storiografici; né mancano giudizi critici nei confronti della storiografia italiana e internazionale, a cominciare da quella marxista, per finire a De Felice e Mosse. Ebbene, i colleghi di Fabre che chiacchierano di "revisionismo storico" o "revisionismo liberale" sono invitati ad andare a scuola da Fabre per apprendere i primi rudimenti del mestiere di storico. Ernst Bloch Il Messaggero Giovedì 30 Giugno 2005 Bloch, ancora sperare nonostante tutto di SERGIO GIVONE TORNA in libreria Il principio speranza di Ernst Bloch, uno dei testi filosofici più importanti del Novecento. Scritto nel decennio a cavallo dell’ultima guerra mondiale, fu pubblicato nel 1959 e apparve in italiano nel 1994 (trad. di E. De Angelis e di T. Cavallo e introd. di R. Bodei). Opportunamente l’editore Garzanti (2.600 pagine, 39,50 euro) ristampa ora quella traduzione. Opera sterminata e vertiginosa, Il principio speranza mescola stili, generi, contenuti. Con impareggiabile virtuosismo saggistico, Bloch passa dalla filosofia dura e pura ad analisi minutissime di ordine sociologico e psicologico senza mai perdere di vista l’assunto di base e cioè l’idea che la realtà sia in movimento verso una dimensione utopica. Tutto diventa oggetto di riflessione: le tesi classiche della filosofia della storia, in particolare quelle hegeliane e marxiane, e i grandi processi in corso, giù giù fino alle trasformazioni che incidono sulla vita quotidiana e che trovano espressione nel cinema, nella letteratura, nella produzione delle merci di consumo. «Lo sperare - scrive Bloch - superiore all’aver paura, non è né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla». Il principio speranza non è bloccato nel nulla poiché tende a qualcosa che trova conferma perfino là dove è smentito: per quanto profonde siano le delusioni patite, per quanto ripetitivi siano i fallimenti che di generazione in generazione accompagnano i progetti e i sogni degli uomini, è lo stesso scacco, col suo carico di sofferenza e di angoscia, a dimostrare che l’ultima parola non può essere il non senso. Ma come dire questa parola in grado di sottrarsi alla logica della ripetizione del sempre uguale? A tal proposito Bloch mette in guardia la filosofia dal pensiero “anamnestico”, ossia dal pensiero che è tutt’uno con la presa d’atto dell’ordine delle cose, per identificarla invece col pensiero utopico, e quindi con la conoscenza di ciò che non è ancora mai stato ma che un giorno potrebbe essere. mercoledì 29 giugno 2005
stati mentali e esperianza visiva coscientelescienze.it 29 giugno 2005 Meditazione buddista e rivalità percettiva Lo stato mentale può influire sull'esperienza visiva cosciente Con un'insolita ma fruttuosa collaborazione fra monaci tibetani buddisti e neuroscienziati, alcuni ricercatori hanno svelato indizi su come gli stati mentali - e i meccanismi neurali che vi stanno alla base - possono influire sull'esperienza visiva cosciente. Nello studio, pubblicato sul numero del 7 giugno della rivista "Current Biology", Olivia Carter e Jack Pettigrew dell'Università del Queensland hanno trovato le prove che le capacità sviluppate dai monaci buddisti nella loro pratica di un certo tipo di meditazione può influenzare fortemente la loro esperienza di un fenomeno, chiamato "rivalità percettiva", che ha a che fare con l'attenzione e la consapevolezza. La rivalità percettiva ha origine normalmente quando a ciascun occhio vengono presentate due differenti immagini, e si manifesta come una fluttuazione - di solito nell'arco di pochi secondi - nell'immagine "dominante" che viene percepita coscientemente. Gli eventi neurali alla base della rivalità percettiva non sono ancora del tutto compresi, ma si ritiene che siano coinvolti i meccanismi cerebrali che regolano l'attenzione e la consapevolezza. Alcuni studi precedenti avevano suggerito che la meditazione potesse alterare determinati aspetti dell'attività neurale dl cervello. Ora, con il beneplacito del Dalai Lama, 76 monaci tibetani hanno partecipato a uno studio condotto presso i loro ritiri montuosi nell'Himalaya e in India. L'addestramento meditativo dei monaci variava da 5 a 54 anni, e fra di essi ce n'erano tre con almeno 20 anni di esperienza di totale isolamento. Misurando la rivalità percettiva dei monaci durante la pratica di due tipi di meditazione, gli scienziati hanno scoperto che alcuni di essi presentavano una completa stabilità visiva superiore ai soggetti di controllo. I risultati suggeriscono che i processi particolarmente associati con il tipo di meditazione nel quale si mantiene l'attenzione su un singolo oggetto o pensiero contribuiscono alla prolungata stabilità percettiva sperimentata dai monaci. Gli individui addestrati alla meditazione possono alterare considerevolmente le normali fluttuazioni nello stato conscio che vengono indotte dalla rivalità percettiva. Lo studio, dunque, confermerebbe che la rivalità percettiva possa essere modulata da influenze neurali top-down di alto livello. O. L. Carter, D. E. Presti, A. Callistemon, Y. Ungerer, G. B. Liu, J. D. Pettigrew, "Meditation alters perceptual rivalry in Tibetan Buddhist monks". Current Biology, Vol. 15, pp. R412-R413 (7 giugno 2005). © 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A. neocon franco-tedeschi all'attacco ma Heidegger fu senza dubbio un nazista Corriere della Sera 29.6.05 In Francia e Germania appelli pro e contro il celebre filosofo tedesco che avrebbe redatto i discorsi di Hitler Heidegger «nazista»: gli intellettuali vanno alla guerra Frediano Sessi Martin Heidegger suggeritore, addirittura estensore di alcuni discorsi pubblici di Adolf Hitler? L’ipotesi, sostenuta dal filosofo Emmanuel Faye in un saggio pubblicato dall’editrice francese Albin Michel (L’introduzione del nazismo nella filosofia, presentato sul Corriere del 3 giugno, con un intervento di Carlo Augusto Viano il 4), suscita polemiche in Francia e Germania, dove il voluminoso studio ha creato due fazioni in conflitto. Da una parte coloro che denunciano, anche in modo offensivo e volgare, il «delirio» dell’autore, proponendo un «eterno e universale omaggio» al maestro della filosofia contemporanea (tale è l’appello, tradotto in tredici lingue e inviato dallo scrittore Stéphane Zagdanski a migliaia di persone nel mondo); dall’altra coloro che sostengono la serietà del lavoro di ricerca di Faye e ne difendono l’operato. In particolare, viste le tesi del libro, dimostrate da un’ampia documentazione inedita, che vedono Heidegger e i suoi lavori filosofici, compreso Essere e Tempo, compromessi con le posizioni antisemite, guerrafondaie ed eliminazioniste di Hitler, una buona parte degli heideggeriani radicali (francesi e tedeschi), ha tentato di infierire sul saggio, gettando discredito sul suo autore; sia con attacchi diffamatori diffusi su Internet, sia sostenendo, sui maggiori giornali e media, la falsità della nuova documentazione raccolta. Da qui una petizione a favore del volume e in difesa del suo autore, firmata da molti intellettuali e germanisti che, tra l’altro, scrivono come esso «ripercorra l’impegno di parte a favore della politica hitleriana del pensatore tedesco, e metta in luce in modo puntuale, documentato e argomentato, i legami profondi tra l’opera di Heidegger e la dottrina nazista, in particolare nei seminari inediti del 1933-1935». «Noi pensiamo - aggiungono - che la ricerca critica sull’opera di Heidegger, quanto al suo rapporto con il nazismo, debba proseguire e approfondirsi; auspichiamo inoltre che sia data una larga diffusione internazionale ai nuovi elementi della ricerca scientifica apportati da questo saggio di Faye, e al dibattito di fondo che ne dovrebbe seguire». Tra i firmatari, filosofi e saggisti come Jacques Brunschwig, Claude Imbert, Richard Wolin, ma anche intellettuali del calibro di Jean-Pierre Vernant, noto per i suoi fondamentali studi sul mito, Pierre Vidal-Naquet, storico e autore di importanti studi sul genocidio nazista, Serge Klarsfeld, avvocato e filosofo, animatore del Centro di documentazione ebraica contemporanea di Parigi e cacciatore di criminali nazisti, iniziatore delle ricerche sui Libri della memoria; e ancora André Jacob, autore di saggi sulla cultura occidentale, Jean-Claude Margolin, insigne studioso del Rinascimento e di Erasmo, Georges-Arthur Goldschmidt, scrittore e saggista di fama, Arno Munster, filosofo e teologo, Paul Veyne, filosofo e studioso del mondo antico, e altri ancora. Una petizione in difesa della ricerca, contro i pregiudizi e gli steccati delle scuole di pensiero, dietro i quali, è probabile che si nascondano ancora tanti heideggeriani italiani, fermi nel loro proposito di diffondere tra le schiere di studenti dei nostri atenei il pensiero «sacro» del filosofo tedesco, come se, in questi anni, nulla fosse accaduto. Secondo quanto afferma Stéphane Zagdanski, «questo giovanotto minaccioso (Faye) ha beneficiato del sostegno dei più incompetenti salariati mediatici. È il piccolo personale del giornalismo - coloro che Nietzsche soprannominava già gli schiavi della carta stampata -, che muove la coda fremendo di gioia malsana, all’idea di postillare queste sciocchezze». Dunque i difensori a oltranza di Martin Heidegger alzano ancora una volta le spalle. Hitler era profondamente ispirato da Sein und Zeit? Il maestro di Friburgo era un militante convinto del progetto nazista? Poco male. Non è forse vero che il «Linguaggio» è un «Grande Mentitore»? Non sarebbe sbagliato, in ogni caso, cominciare a pensare che una filosofia dovrebbe anche farsi interprete delle sofferenze, delle ingiustizie e dell’orrore patito; o, più in generale, dei «sentimenti dei vivi» e, insieme, del grido dei «sommersi» come suggeriva Heinrich Böll. quale fu il filosofo più grande di tutti? Corriere della Sera 29.6.05 Sondaggio online della Bbc. L’Economist si mette alla guida del fronte pro Hume: «È l’unico che può fermarlo» Il filosofo più grande? Marx in testa. E i liberali si mobilitano di STEFANO MONTEFIORI Karl Marx è in testa al sondaggio della Bbc, la radio-tv pubblica britannica, sul «più grande filosofo della storia». Il concorso è stato organizzato dal programma radiofonico In Our Time, che dopo una fase preliminare ha individuato 20 filosofi finalisti: chiunque, anche dall’Italia, può votare su Internet il suo pensatore favorito (www. bbc.co.uk/radio4/). Nella classifica provvisoria, dietro Marx il logico Wittgenstein e l’empirista Hume, seguiti da Platone e Kant. Ultimi l’esistenzialista Heidegger, Epicuro e Hobbes. «Votano Marx perché è un vecchio con la barba bianca ed è così che la gente si immagina un filosofo», «E’ solo il nome più familiare per i radical chic del servizio pubblico», protestano gli intellettuali. Lo storico comunista Hobsbawm difende il pensatore tedesco - «È stato capace di predire la globalizzazione» -, mentre l’ Economist lancia una campagna elettorale a favore di David Hume: «È l’unico che può fermare Marx». Questi che seguono sono i commenti di Luciano Canfora e Giulio Giorello CON MARX Genio antidogmatico Nessuno storico può prescindere da lui di LUCIANO CANFORA Karl Marx proveniva da una famiglia di ebrei renani per i quali la tradizione ebraica aveva avuto un rilievo importante. Studiò la filosofia partendo, come è ovvio, dai greci e continuò a leggere i greci per tutta la sua intensa vita di intellettuale battagliero e non accademico. Epicuro ed Appiano di Alessandria furono tra i suoi autori prediletti. Ha scritto François Furet che Marx potrebbe considerarsi soprattutto uno storico della società inglese tra Sette e Ottocento. Il che equivale a dire che fu il maggiore interprete della dirompente fioritura del capitalismo ottocentesco. Ma fu anche molto altro. La sua intuizione geniale secondo cui la storia dell’Occidente è stata sin qui scandita dal succedersi drammatico di «modi di produzione», e dunque dal costante conflitto di classi in lotta, ha insegnato a tutti - reazionari e conservatori, progressisti e rivoluzionari, studiosi degli antichi e studiosi dei moderni - a capire il movimento storico nel suo incessante divenire. Nessuno storico può prescindere da lui. Fu polemista sferzante e talvolta sprezzante, demolitore antidogmatico di pregiudizi, ostico ad ogni ortodossia ed autorità precostituita. Il «potere temporale» creato in suo nome gli nocque ma senza quel fardello è ovvio che giganteggi di fronte ai conflitti smisurati del mondo attuale CON HUME Lo scettico spensierato di GIULIO GIORELLO Non è la Rai ma la Bbc: la classifica dei filosofi dell’emittente britannica non vede in testa pensatori da salotto, bensì agitatori di popolo (Karl Marx) o purificatori del linguaggio (Ludwig Wittgenstein). Io preferisco il terzo della lista, lo scozzese David Hume, che rappresenta il tentativo più audace e coerente di indagare la natura umana senza nulla concedere alle chimere della metafisica, e di guardare al corso degli eventi senza ricorrere alle consolazioni della Provvidenza. Ben sapeva che non sempre il futuro sarà simile al passato (anche se dai tempi del mitico Adamo l’umanità ha constatato ogni mattina il sorgere del sole, nulla esclude che questo un giorno possa spegnersi), e che non poche delle nostre costruzioni intellettuali non sono che proiezioni delle nostre speranze o delle nostre paure. La ragione non è signora, ma «schiava» delle passioni. Eppure, la critica riesce a dissolvere i fantasmi che evochiamo per compiacere o intimorire gli altri. Con la distinzione tra ciò che è e quel che vorremmo che fosse Hume ha tolto (in anticipo) la terra sotto i piedi a chi, come Marx, pretenderà di risolvere scientificamente l’enigma della storia. E con l’elegante impiego degli esempi ha dato vita a un’analisi che non ha avuto bisogno di denunciare le trappole del linguaggio per essere rigorosa. Lui stesso si definiva «uno scettico spensierato», capace di «diffidare non solo delle sue convinzioni più radicate, ma dei suoi stessi dubbi». Amici - filosofi e non - stavolta non astenetevi: votate per lui. Il concorso organizzato dal programma «In Our Time» L'Economist: «Meglio Mill, ma votate per l’empirista scozzese contro l’autore del Capitale» «Solo Hume può fermare Marx» Alla Bbc la sfida sui grandi filosofi Il sondaggio appassiona la Gran Bretagna. In testa il pensatore comunista «Lo votano perché è un vecchio con la barba bianca ed è così che la gente si immagina un filosofo», protesta la professoressa Lisa Jardine dell’università di Londra. «Era solo un giornalista che sapeva di economia, non dovrebbe neppure partecipare alla gara», dice la parlamentare conservatrice Ann Widdecombe. In ogni caso Karl Marx è in testa al sondaggio della Bbc sul «più grande filosofo della storia» e si avvia a vincere una libera - se non regolare - elezione, privilegio in genere non toccato ai suoi epigoni. Il concorso è stato organizzato dal programma In Our Time di Bbc Radio 4, che dopo una lunga fase preliminare ha indicato il 5 giugno scorso i 20 filosofi finalisti: chiunque può votare su Internet il suo pensatore favorito (www.bbc.co.uk/radio4/). L’andamento del sondaggio doveva restare segreto ma è stato lo stesso conduttore del programma, Melvyn Bragg, a lasciare trapelare nella sua newsletter che in testa c’è l’autore del Capitale e non - come sperava - l’amato Kant, padre dell’etica europea. La mossa ha funzionato, l’interesse è cresciuto finché il Sunday Times è riuscito a ricostruire buona parte della classifica provvisoria: Marx davanti al logico Wittgenstein e all’empirista Hume, seguiti da Platone e Kant. Ultimi l’esistenzialista Heidegger, Epicuro e Hobbes. Nelle posizioni centrali, San Tommaso, Aristotele, Cartesio, Kierkegaard, Mill, Nietzsche, Popper, Russell, Sartre, Schopenhauer, Socrate, Spinoza. Il gioco per gli ascoltatori di Radio 4 diventa passione nazionale, con storici e intellettuali impegnati nella campagna elettorale per fermare Karl Marx. «Uno spettro si aggira per la Bbc», titola l’Economist, anche perché nel 1999 un altro sondaggio online del servizio pubblico aveva suscitato polemiche incoronando Marx «massimo pensatore del millennio» davanti a Einstein e Newton. Madsen Pirie, presidente del think-tank liberale Adam Smith Institute, se la prende con l’audience della Bbc - «Radical chic sempre più separati dalla realtà» - ma Eric Hobsbawm, celebre storico comunista, ricorda che «Marx ha predetto la globalizzazione; e poi il suo pensiero ora è libero dall’incarnazione nell’Unione Sovietica». La democrazia elettronica della Bbc permette di votare ogni giorno e così l’Economist si getta nella contesa: «Non è da noi suggerire scorrettezze, nonostante il talento dei marxisti per i brogli; piuttosto, offriamo un consiglio tattico. Al posto del nostro preferito Mill, che purtroppo si trova a fondo classifica, raccomandiamo un liberale scettico con buone chance di vittoria: amici lettori, fermate Marx e votate David Hume». La lobby a favore di Hume guadagna posizioni, il filosofo Julian Baggini sul Sunday Herald invoca il voto a favore dell’«unico capace di sconfiggere lo scetticismo della nostra epoca senza ricorrere ai dogmi». L’empirista di Edinburgo contro il materialista di Treviri: il sondaggio sembra ormai una gara a due. C’è tempo fino al 7 giugno per deciderla, anche dall’Italia. il manifesto, Liberazione, Vittorio Foa: troppo poco "disagio" a sinistra su Radetzky Corriere della Sera 29.6.05 «Dubbi su Ratzinger: è intervenuto su questioni politiche» Maria Latella ROMA - Un’intera pagina sul manifesto, totalmente devoluta ai rapporti tra Stato e Chiesa dopo la recente visita di papa Ratzinger al presidente Ciampi. «La laicità - scrive sul quotidiano Giovanni Miccoli - si basa sulla consapevolezza dei diversi protagonisti di rispettarne e attuarne fino in fondo i principi e i criteri. Principi e criteri costantemente messi alla prova», giacché «... la tradizione politica italiana presenta, non da oggi, una particolare fragilità». Anche Liberazione, quotidiano di Rifondazione comunista, affronta lo stesso tema con un accorato editoriale firmato da Rina Gagliardi. Comincia con un dubbio retorico, l’editoriale di Liberazione: «Sbaglieremo, chissà. Ma l’escalation della Chiesa cattolica, ovvero dei suoi massimi vertici, ci preoccupa e ci allarma». Termina con una cifra secca, una denuncia pesante e una condanna senz’appello: «Novecentotrentasei milioni di euro, estorti ai contribuenti italiani grazie alla truffa dell’otto per mille: tanto è costato a tutti noi il nuovo Catechismo». A sinistra insomma, come scrive Rina Gagliardi, si vive con un misto di allarme e preoccupazione l’intenso attivismo della Chiesa, soprattutto in campo italiano. E dunque, vale la pena di ascoltare le riflessioni di Vittorio Foa, voce autorevole della sinistra che, a differenza di altri, non sempre sceglie di dare ragione alla sua parte. Quale opinione avrà, Foa, sull’argomento? Per citare una sua posizione eterodossa: nel ’93, quando i radical chic di casa nostra si guardavano bene dal considerare Gianfranco Fini un interlocutore, ebbene, nel ’93, Foa dichiarava che il Msi lo preoccupava meno della Lega e che dal giovane leader bolognese si sarebbe aspettato una Predappina, una svolta a imitazione della Bolognina di Occhetto. Previsione peraltro puntualmente avveratasi. A Fiuggi. Che cosa pensa, dunque, il non prevedibile Foa di quanto sta accadendo in Italia, tra Stato e Chiesa? «In questo momento ho una preoccupazione più generale. E’ una preoccupazione che non riguarda soltanto la situazione italiana, ma la politica della Chiesa, in termini per l’appunto generali». Qual è allora il suo punto di partenza? «Penso a un problema che tocca tutto l’Occidente. Dobbiamo inviare a un miliardo di musulmani un messaggio semplice e limpido: non date al Corano un’autorità che non sia puramente religiosa. Non trasformate quella che è una legittima direttiva religiosa in una direttiva politica. Ci stiamo davvero affannando perché, nel mondo, lo Stato sia separato dalla Chiesa, da tutte le Chiese. E io trovo contraddittorio, rispetto alla generale necessità politica, che il Papa tedesco, il nuovo Papa, uomo di cultura estesa e raffinata, con una capacità di comunicazione interreligiosa importante, trovo contraddittorio - insomma - che Papa Ratzinger sia caduto lui stesso in una incredibile contraddizione». Sta pensando agli interventi del Pontefice, quelli che hanno preceduto il voto sul referendum per la procreazione assistita? «Papa Ratzinger è esplicitamente intervenuto, con autorità religiosa, in una questione politica italiana. Aggiungo che la questione nella quale il Papa è intervenuto riguardava perfino la tecnica della politica, vale a dire l’atteggiamento rispetto al referendum. Insomma, non si trattava nemmeno più di una questione di principio. Era tecnica politica. L’intervento del Papa mi ha stupito e la mia speranza... Posso dirlo?» Certo che può. «Ecco, la mia speranza è che il fenomeno non abbia seguito». Non mi pare che gli interventi del nuovo Papa abbiano carattere estemporaneo. Pare, piuttosto, che tutto faccia capo a una strategia ben meditata. «Tutto in papa Ratzinger è pensato. Questo è chiaro. Ma ci sono momenti in cui la politica si impone ed altri in cui invece si impone un pensiero più ampio, religioso. Io spero che nel nuovo Papa, forse anche per il fatto che è tedesco, possano prevalere ragioni che vanno ben oltre la politica italiana». Anche il cardinal Ruini è molto presente sulla scena pubblica italiana, in qualità di presidente della Cei. «Penso che le due azioni vadano distinte. Una cosa è Papa Ratzinger, un’altra il cardinal Ruini, legato mani e piedi alla politica italiana. Credo di essere un laico e proprio per questo rispetto profondamente la sfera religiosa del cardinal Ruini. Ma proprio per questo gli grido "W il presidente della Repubblica italiana, W Ciampi", che ha affermato con forza il carattere laico dello Stato». E tuttavia, in alcuni non credenti italiani, per brevità ribattezzati teocon, e in alcuni politici, anche neoconvertiti, si avverte una totale solidarietà con gli interventi del cardinal Ruini... «Può ben immaginare quale sia il mio giudizio su questa gente, su certi politici... In questo momento prevale in loro una visione che è diventata una moda: parlare senza riflettere troppo rispetto a quel che si dice. Le parole sono assai facili da pronunciare e molti le pronunciano senza pensarci». Qualche settimana fa, in un dibattito dedicato al Partito d’azione, lei ha parlato di «irrilevanza del linguaggio». E’ a questo che si riferiva? «C’è in Italia una preoccupante irrilevanza del linguaggio. E’ un male dal quale si può guarire. Io sono vecchio, ma su questo specifico terreno spero di poter dare, anzi voglio dare, il mio contributo. Bisogna guarire dal male dell’irrilevanza del linguaggio, una malattia che consente di poter dire qualsiasi cosa nella certezza che non lascerà traccia e che domani si potrà dire l’esatto contrario. Le parole sono un impegno. Devono tornare a essere un impegno». Tom Cruise se l'Apa se la prende tanto con uno di Scientology non sarà che ha la coda di paglia? Reuters People, Tue June 28, 2005 8:14 AM GMT Tom Cruise: "Psichiatria pseudoscienza", psichiatri insorgono LOS ANGELES (Reuters) - L'American Psychiatric Association ha duramente criticato l'attore Tom Cruise, che in televisione ha definito la psichiatria una "pseudo-scienza" mettendo in discussione il valore dei farmaci antidepressivi. "E' irresponsabile che il signor Cruise usi il tour pubblicitario del film per diffondere i sui personali punti di vista ideologici e dissuada le persone con problemi di salute mentale dall'usufruire delle cure di cui hanno bisogno", ha detto in una dichiarazione il presidente dell'Apa, dottor Steven Sharfstein. Nel corso di interviste per promuovere il suo ultimo film, "La guerra dei mondi", Cruise ha parlato del suo profondo scetticismo sulla psichiatria per spiegare la sua fede negli insegnamenti della Chiesa di Scientology, fondata dallo scrittore di fantascienza L. Ron Hubbard. In un'intervista venerdì scorso allo show di Nbc "Today", è stato chiesto a Cruise delle sue recenti critiche all'attrice Brooke Shields per aver rivelato di aver preso antidepressivi Paxil, per affrontare una depressione post parto. "Prima di essere uno scientologista, non sono mai stato d'accordo con la psichiatria", ha detto Cruise. "E quando ho iniziato a studiare la storia della psichiatria, ho capito molto ma molto di più sul perchè non credo nella psicologia. ... E so che la psichiatria è una pseudo-scienza." Contestando l'efficacia in genere degli antidepressivi, Cruise ha detto: "Tutto quel che fanno è mascherare il problema", ha aggiunto. "Non c'è nulla come uno squilibrio chimico". Mentre il conduttore di "Today" Matt Lauer lo incalzava, l'attore 42enne ha ribattuto: "Qui sta il problema. Tu non conosci la storia della psichiatria. Io sì". Nella sua replica l'Apa, che rappresenta circa 36.000 medici specializzati nella diagnosi e trattamento delle malattie mentali, ha contestato l'affermazione di Cruise secondo la quale la psichiatria non ha valore scientifico. "Una ricerca rigorosa, resa pubblica e attentamente verificata ha dimostrato chiaramente che la cura (della malattia mentale) funziona", ha detto l'Apa. "E' una sfortuna che di fronte a questo rilevante progresso scientifico e clinico un piccolo gruppo di persone e gruppi insistano nel metterne in discussione la legittimità". panico Repubblica 29.6.05 Due milioni di italiani bloccati dalla paura di volare o di salire su una nave. Gli esperti: un disturbo che oggi si può curare Il panico esiste, l'hanno fotografato Ecco cosa succede nel cervello. "Sugli aerei è colpa dell'anidride carbonica" Un'equipe italiana ha utilizzato la risonanza magnetica per vedere le reazioni nei pazienti Nei luoghi chiusi e affollati è l'aria povera di ossigeno la prima causa dell'ansia ELENA DUSI ROMA - Per trentasette milioni di italiani è tempo di vacanze. E per altri due milioni è tempo di paura. Paura di partire: di prendere l'aereo prima di tutto, ma anche l'auto, la metropolitana, la nave. Sotto sotto c'è il terrore di cambiare le proprie abitudini e le certezze quotidiane, atterrando per le vacanze in un luogo sconosciuto, senza punti di riferimento. La paura di andare in vacanza, per quanto assurda possa sembrare, non è che una delle manifestazioni del "disturbo da attacchi di panico", una sindrome di cui soffre il 3 per cento della popolazione, con le donne che due volte più numerose rispetto agli uomini. Ansie create dal nulla? In realtà il cervello durante gli attacchi di paura vive degli sconvolgimenti profondi. «Si attivano aree come la regione frontale inferiore, il giro del cingolo e l'ippocampo» spiega Stefano Bastianello, direttore del servizio di neuroradiologia dell'università di Pavia, che è riuscito con i suoi colleghi a fotografare un attacco di panico nel cervello, usando la risonanza magnetica funzionale. «Per chi soffre di attacchi di panico non basta molto: è sufficiente pensare alla causa della propria paure, per esempio immaginare di dover prendere un aereo, ed ecco scatenarsi tutte le alterazioni anatomiche e psicologiche come ansia, mancanza di respiro, vertigini, dolori al petto, sudorazione e tremore. In una parola, si tratta di una sensazione di morte imminente». Ai volontari sottoposti alla risonanza magnetica sono state proposte esattamente le immagini dei loro incubi. Dopo di ché ai medici è bastato osservare la cascata di reazioni che si innescava nel cervello impaurito, con l'attivazione del cosiddetto "sistema limbico", una rete di aree cerebrali coinvolte nell'attacco. La paura di andare in vacanza non è dunque pura invenzione. Rosario Sorrentino, neurologo dell'Unità italiana attacchi di panico della Paideia, è convinto che a giocare un ruolo chiave sia l'anidride carbonica, il gas "di scarico" che immettiamo nell'aria con l'espirazione. «In luoghi affollati e chiusi come ascensori e metropolitane. O in luoghi pressurizzati come all'interno di un aereo, le concentrazioni di questo gas assumono valori molto più alti del normale. Alcuni recettori del nostro cervello registrano la cattiva qualità dell'aria e lanciano l'allarme, un codice rosso istantaneo». Chi, prima di partire, suda freddo e cerca scuse come «Non voglio lasciare solo il cane», «Non ho soldi» o «Mi sento poco bene, non vorrei ammalarmi proprio in viaggio» non è dunque in preda a una semplice fissazione. Né valgono i semplici consigli di "farsi coraggio". «Le paure di queste persone - prosegue Sorrentino - non sempre hanno a che fare con la sicurezza dei mezzi che prendono. Il timore riguarda piuttosto il dover rinunciare alla quotidianità, ai riti che danno certezza. Si teme di andare verso l'ignoto, in luoghi dove non sarà garantita alcuna possibilità di fuga». Per scrollarsi di dosso questo disturbo si ricorre in genere ai farmaci a alla psicoterapia cognitivo-comportamentale. Anche se gli annunci di nuovi possibili attentati fanno il gioco di chi alle vacanze preferisce la tranquillizzante afa cittadina. la pervicace lotta del Vaticano contro la sessualità confusa a bella posta con ciò che sessualità non è L'Adige 29.6.05 CITTÀ DEL VATICANO: Adulterio, masturbazione, fornicazione CITTÀ DEL VATICANO - Adulterio, masturbazione, fornicazione, pornografia, prostituzione, stupro, atti omosessuali. Sono (n. 492) i «principali peccati contro la castità», espressione del «vizio della lussuria». Il Compendio del catechismo della Chiesa cattolica se ne occupa nel capitolo dedicato al sesto comandamento, che parte dall´affermazione che (n. 487) «Dio ha creato l´uomo maschio e femmina, con eguale dignità personale, e ha iscritto in lui la vocazione dell´amore e della comunione». Il Compendio afferma che le autorità civili «sono tenute a promuovere il rispetto della dignità della persona» (n. 494), «anche impedendo, con leggi adeguate, la diffusione delle suddette gravi offese alla castità, per proteggere soprattutto i minori e i più deboli». Il capitolo si occupa anche dell´amore coniugale «santificato dal sacramento del Matrimonio», i beni del quale sono (n. 495) «unità, fedeltà indissolubilità e apertura alla fecondità». Ad «offendere» la dignità del matrimonio sono (n. 502) «adulterio, divorzio, poligamia, incesto, libera unione (convivenza, concubinato), l´atto sessuale prima o al di fuori del matrimonio». Ma è l´apertura alla fecondità a prevedere particolari possibili «comportamenti immorali». Tali sono (n. 498) «ogni azione, come, per esempio la sterilizzazione diretta o la contraccezione, che, o in previsione dell´atto coniugale o nel suo compimento o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione». Sono immorali anche inseminazione e fecondazione artificiali, perché (n. 499) «dissociano la procreazione dall´atto con cui gli sposi si donano mutualmente, instaurando così un dominio della tecnica sull´origine e sul destino della persona umana». Inoltre l´inseminazione e la fecondazione eterologa «ledono il diritto del figlio a nascere da un padre e da una madre conosciuti da lui, legati tra loro dal matrimonio e aventi il diritto esclusivo a diventare genitori soltanto l´uno attraverso l´altro». CITTÀ DEL VATICANO - Cerimonia nella Clementina con consegna delle copie ai fedeli. Appello a pregare anche in latino, la lingua dell´unità della Chiesa. Affidamento «ideale» del testo non solo ai credenti ma «a tutti gli uomini di buona volontà» che cercano «la verità». Il Papa ha solennizzato in ogni modo la presentazione del compendio del catechismo della chiesa cattolica, che riassume, senza modificare, nè aggiungere nè togliere nulla, il catechismo del ´92. In 598 domande con le relative risposte il compendio espone ciò che la chiesa suggerisce ai fedeli per orientarne i comportamenti concreti in campo personale, sociale, sessuale. La forma dialogica è stata scelta per semplificare il testo, e la diffusione vuole essere popolare: il libro è stato diffuso in oltre 150.000 copie dell´edizione tascabile anche nei supermercati, autogrill, aeroporti. Nel compendio ci sono tutti i no della morale sessuale e c´è il richiamo ad ogni persona ad accettare la «propria identità sessuale», posto che «Dio ha creato l´uomo maschio e femmina». Una ampia sezione è quella sui confini del non uccidere, viene ribadito il no della dottrina cattolica ad omicidio, aborto, distruzione di embrioni ed eutanasia, ma anche il no «pratico» alla pena di morte ed all´accanimento terapeutico. Sulla pena di morte, avendo presente la enciclica Evangelium vitae del ´94, quindi successiva al catechismo, il compendio riafferma che «oggi, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere il crimine rendendo inoffensivo il colpevole, i casi di assoluta necessità di pena di morte "sono ormai molto rari se non addirittura praticamente inesistenti"». La dottrina sociale della chiesa viene ribadita sui temi del lavoro e dell´economia. Si afferma che la pace «non è solo assenza di guerra», e il dovere di tutti di contribuire alla pace nel mondo, si condanna il mercato incontrollato delle armi, si ribadiscono le condizioni per l´uso internazionale della forza militare. L´inferno c´è, riafferma il compendio, e la pena maggiore è la «lontananza eterna da Dio». E ci sarà il giudizio finale, alla fine del mondo, «di cui solo Dio conosce il giorno e l´ora». Si stigmatizza inoltre il «culto del corpo e gli eccessi» salutistici. Il testo è diviso in quattro sezioni e ha un´ appendice con le preghiere comuni. Le quattro sezioni riguardano: La professione della fede, La celebrazione del mistero cristiano, La vita in Cristo e La preghiera cristiana. Voluto da papa Wojtyla, che affidò la direzione dei lavori all´allora cardinale Joseph Ratzinger, il compendio è preceduto da un Motu proprio di Ratzinger divenuto Benedetto XVI, che spiega genesi e scopi del documento. Il segretario della Congregazione per la dottrina della fede mons. Angelo Amato spiega che il compendio intende anche «risvegliare l´interesse dei fedeli» per la dottrina e vuole essere un «utile sussidio per soddisfare la fame di verità soprattutto dei giovani», per questo suggerisce di diffonderlo soprattutto alla Gmg di Colonia, il prossimo agosto. Nel compendio c´è anche uno spiacevole errore: papa Wojtyla viene definito di «venerata memoria», cioè considerato morto, in una introduzione datata 20 marzo 2005, quando era ancora vivo. Giovanni Paolo II infatti è morto il 2 aprile alle 21,37. L´errore ha una spiegazione abbastanza semplice: l´introduzione del 20 marzo è quella in cui il cardinale Joseph Ratzinger, capo della commissione per la stesura del compendio, spiega la genesi del testo. Una volta divenuto Papa, nella stesura definitiva qualche estensore zelante deve aver aggiunto «di venerata memoria» alla citazione di papa Wojtyla quale «committente» del compendio, senza rendersi conto che in quella data Giovanni Paolo II era ancora vivo. È sicuro che il Vaticano si è accorto dell´errore, perchè «di venerata memoria» è stato cancellato nella introduzione su carta diffusa ai giornalisti, ma cancellarlo dalle centinaia di migliaia di copie in circolazione evidentemente è risultato antieconomico. martedì 28 giugno 2005
Spagnala radicalità paga In Spagna il partito socialista di Zapatero ha vinto le elezioni in Galizia, da sempre feudo del partito popolare e della destra post-franchista storia i Celti Corriere della Sera 28.6.05 Il segreto dei Celti, popolo misterioso Non ebbero mai un vero regno e vissero divisi in clan. Eppure sconfissero Roma La religione impediva loro di scrivere: la loro storia fu tramandata solo oralmente Ci sono cose che arrivano sino a noi percorrendo il passato con la stessa energia con cui s’imprimono nella nostra immaginazione. Sappiamo anche che ci sopravvivranno, dimostrando di possedere un segreto talmente potente da superare la barriera millenaria degli anni. I Celti sono una di queste cose. Il popolo più antico nel quale gli europei possano rispecchiarsi appare una definizione quanto mai attuale in tempi d’Europa unita. Il loro nome deriva da Keltoi , accezione greca della parola celtica che significa «popolo segreto» e appare per la prima volta negli scritti del geografo Ecateo, verso il 500 a.C. Poiché per volontà religiosa la scrittura era proibita, buona parte della loro storia è stata tramandata oralmente e rimane per molti versi misteriosa. Capitolarono nel 51 d.C., con la resa di Caratacos all’imperatore Claudio. Questa la versione storica; quella popolare più romantica coincide con la morte di Re Artù sull’isola di Avalon. A differenza di Egizi, Greci e Romani, i Keltoi non ebbero mai un regno, coabitando per migliaia d’anni accomunati da usi, costumi e incantesimi simili tra i vari clan, o tùath , o tribù. Quest’etnia di probabile matrice indoeuropea, si espanse dalla Scozia alle coste di Cartagine, dalla Galizia spagnola all’Ungheria, dalla Bretagna francese alla Galazia turca. Tutto ciò quando Roma era ancora un’accozzaglia di capanne di poveri pastori. Quella stessa Roma imperiale che i Celti conquistarono nel 390 a.C., all’epoca del massimo splendore militare, nell’episodio più clamoroso della loro storia. In una disputa tra nobili etruschi, venne assoldato un esercito di Celti capitanato da tale Brennos per espugnare Chiusi, a soli tre giorni di marcia da Roma. Con un simile pericolo alle porte vennero inviati quattromila uomini al comando di Quinto Sulpicio per respingere i Celti. Brennos lasciò perdere Chiusi e mosse incontro al nuovo nemico battendolo sull’Allia, un torrente a undici miglia dalla città. Roma era in preda al panico. I suoi occupanti si trincerarono sulla collina del Campidoglio mentre Brennos e il suo esercito avanzavano per le vie sino al Foro, dando inizio al saccheggio per il bottino di guerra. La rocca con i romani asserragliati aveva un punto debole: un accesso segreto che Brennos scoprì assaltandolo nel modo più silenzioso possibile. Fu allora che i difensori non si fecero sorprendere grazie allo starnazzare delle famose oche sacre del tempio che diedero l’allarme a differenza dei cani da guardia. L’assedio si prolungò per sei mesi, poi vennero aperti i negoziati: Roma avrebbe pagato l’equivalente di mille libbre d’oro. Nella contestazione che ne seguì per il prezzo esorbitante, fu Brennos a gettare sulla bilancia la propria pesante spada declamando la famosa frase citata da Livio: «Vae Victis! Guai ai vinti!». Oltre a non scrivere niente, avevano parecchie altre brutte abitudini. Platone nelle Leggi li dipinge come razza avvinazzata e attaccabrighe e, dopo il saccheggio di Delfi, li descrive in atti di barbara ferocia. Poiché nella testa albergava l’anima, la mozzavano volentieri ai nemici per assimilarne il coraggio, esibendola in battaglia appesa al morso dei cavalli. Tenevano in gran conto l’ardimento incaricando i druidi di ogni villaggio di preparare beveraggi corroboranti che stimolassero un cieco furore in battaglia; chi non rammenta la magica pozione del fumettistico Panoramix? Un banale errore nella gerarchia dei posti alla tavola dei guerrieri andava lavato nel sangue, col risultato che spesso ne falcidiava più la spada per simili duelli che non le già frequenti battaglie fra clan o le malattie epidemiche. Superstiziosi e smargiassi, gran bevitori amanti delle abbuffate e delle sfide di forza, vennero persino accusati di praticare sacrifici umani. Per contro Eforo ne traccia un ritratto poetico e lo storico Ellanico di Mitilene li definisce «popolo giusto e retto». Il coraggio li rendeva guerrieri di prim’ordine, con una fama apprezzata da Etruschi, Cartaginesi e persino faraoni tolemaici che li schierarono fra le file dei propri eserciti come mercenari. L’onore imponeva loro di darsi la morte piuttosto che accettare la sconfitta; i Romani stessi tributarono a questa fermezza la nota statua del Galata morente , oggi conservata nei Musei capitolini. Credevano nella reincarnazione dopo un periodo di canti e duelli, fuochi ruggenti e idromele a fiumi nell’Aldilà ultraterreno. Contemplavano il divorzio e la donna godeva di pari diritti dell’uomo: se meritevole poteva condurre un intero clan, come fu per la regina degli Iceni, Boudicca, immortalata su un cocchio marmoreo a Londra. Amanti della musica di arpa e flauto, lira, corni e tamburi, erano abili poeti e cantori di fatti e leggende con poemi composti dai bardi. La loro astronomia contiene intuizioni che stupiscono ancor oggi mentre cromlech megalitici come la celebrata Stonehenge restano un inno alle capacità costruttive dell’uomo di allora. Rinomati artigiani di tessitura e tintura nonché pregevoli orafi, la recente mostra di Palazzo Grassi a Venezia ha contribuito a riscoprirli come popolo sensibile e creativo che ha loro valso l’appellativo di «nobili selvaggi» dediti all’arte e al culto della natura. Halloween, Calendimaggio, Ferragosto e la Candelora sono solo esempi del retaggio celtico che ci coinvolge ancora oggi. Nelle vicende di casa nostra dobbiamo a un nobile dei Galli Biturigi la fondazione di Milano al centro del territorio degli Insubri; Mediolano significa infatti «al centro della pianura» e - secondo la leggenda - il celta vi sarebbe giunto al seguito d’una scrofa semilanuta , ossia una femmina di cinghiale ancora oggi visibile in un bassorilievo sul Palazzo della Ragione in piazza Mercanti. Combattendo disuniti, vennero sconfitti dall’efficiente macchina da guerra romana. A quel punto iniziò l’oblìo della magia e dei riti dei druidi: a grandi passi s’avvicinava l’Era Cristiana. Rispetto ai loro parenti continentali, i ceppi isolani britannici ed irlandesi sono oggi i principali custodi di miti e leggende, idiomi e tradizioni celtiche poiché non subirono influenze culturali pressanti. È a costoro che va chiesto perché i Celti siano stati riscoperti così ampiamente. Vi risponderanno che hanno percorso tutto il cammino della storia recando un messaggio naturalistico e spirituale profondamente positivo. Che possano incedere ancora per molto tempo. psichiatri americani depressione e insonnia Le Scienze 28.06.2005 Il legame fra depressione e insonnia Il sonno potrebbe rivelarsi un potenziale trattamento per alcuni disturbi psichici Due studi di Michael Perlis dell’Università di Rochester e colleghi hanno rivelato che l’insonnia, ben lungi da essere un semplice sintomo o effetto collaterale della depressione, potrebbe invece precederla e rendere alcuni pazienti più suscettibili ad ammalarsi mentalmente. Una delle due ricerche è stata presentata al 19esimo convegno annuale dell’Association of Professional Sleep Societies (APSS) a Denver, l’altra verrà pubblicata sulla rivista “Journal of Behavioral Sleep Medicine”. Recentemente i ricercatori hanno determinato che l’insonnia e la depressione sono collegate, ma non avevano ancora capito quale delle due condizioni venisse prima. Molti esperti ritenevano che la depressione causasse l’insonnia, fino a quando non sono stati sviluppati farmaci che migliorano i casi di depressione ma non l’insonnia. L’ipotesi che quest’ultima possa contribuire o addirittura preannunciare la depressione ha così guadagnato credito. Lo studio presentato all’APSS è il primo a mostrare che l’insonnia prolunga i periodi di tristezza, disperazione e perdita di interesse nelle attività quotidiane che caratterizzano la depressione, rendendo più difficile la guarigione ai pazienti. In particolare, lo studio ha rivelato che i pazienti depressi che soffrivano di insonnia avevano 11 volte più probabilità di essere ancora depressi dopo sei mesi rispetto ai pazienti che invece dormivano regolarmente, e 17 volte più probabilità di essere ancora malati dopo un anno. I dati sono stati tratti dal progetto IMPACT, uno studio sulla depressione in tarda età. Nella seconda ricerca, Perlis e colleghi hanno scoperto che i pazienti con insonnia (e nessun caso precedente di depressione) hanno sei volte più probabilità di sperimentare un primo episodio di depressione rispetto agli individui che non soffrono di insonnia. Il rischio risulta particolarmente elevato per le donne anziane. © 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A. Brasile e lotta contro l'AIDS inviato da Francesco Troccoli aboutpharma.it "Il Brasile minaccia di violare il brevetto dei farmaci anti-AIDS" (Il Sole 24 Ore: pag. 6, Corriere della Sera: pag. 18, Il Messaggero: pag. 17, la Repubblica: pag. 22 - 26 giugno 2005) Il Governo brasiliano minaccia di violare il brevetto di Kaletra, farmaco anti AIDS, se la casa produttrice Abbott non accetterà di abbassare il prezzo. Il Brasile realizzarà quindi il medicinale, entro un anno, nel laboratorio statale Farmanguinhos della Fondazione Oswaldo Cruz di Rio de Janerio. Il farmaco costerà quasi la metà: 68 centesimi di dollaro, rispetto a 1,17 dollari. Trattative analaghe sono previste anche per efavirenz (Merck Sharp & Dohme) e tenofovir (Gilead). Le due società americane, a differenza di Abbott, sembrano propense a cedere alla proposta del Governo brasiliano. http://www.aboutpharma.it/notizia.asp?id=8727 http://www.aboutpharma.it/notizia.asp?id=8727 cattolici ladri con la complicità del governo una segnalazione di Claudia Calesini L'Unità 26 Giugno 2005 L’8 per mille «poco caritatevole» della Chiesa Alla Cei per il 2004 sono andati 960 milioni di euro, grazie all’«astensione» degli italiani Solo il 20% va ad opere di bene. L’introito cresciuto di 160 milioni tra il 2001 e il 2002 di Fabio Amato / Roma PIÙ DI 960 MILIONI DI EURO È il montepremi che la Chiesa ha incassato nel 2004 grazie al meccanismo di ripartizione dell’otto per mille. Un montepremi in costante aumento, ma che dedica agli interventi caritativi una quota inferiore al 20%. Una cifra che rappresenta il risultato delle scelte di quel 65% di italiani che ogni anno lascia in bianco la casella dell’otto per mille. La «scelta non espressa» infatti, non implica la destinazione diretta all’erario della quota Irpef, come sarebbe lecito aspettarsi in uno Stato laico. Al contrario, questi soldi finiscono in massima parte alla chiesa cattolica. Come questo sia possibile è la legge 222/85 a stabilirlo, all’articolo 47. «In caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti - recita il testo - la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse». Una specie di sistema elettorale proporzionale con un lauto premio di maggioranza, in cui la preferenza di tre votanti su dieci - la quota di astensione è salita in dieci anni dal 55 al 64% - decide anche per gli altri sette. Così facendo nell’anno 2000 (redditi ‘99), ultimo di cui si conosce l’esatta ripartizione percentuale dei fondi dato il ritardo nella produzione dei dati, la chiesa cattolica ottenne l’87% del totale: un assegno da 755 milioni di euro. A tutti gli altri, tranne lo Stato che partecipò alla torta per un marginale ma sostanzioso 10%, andarono solo le briciole, anche in virtù degli accordi successivi alla legge che escludono le congregazioni minori dalla ripartizione delle preferenze inespresse. Ma questa non fu l’esatta volontà dei cittadini contribuenti. Non proprio almeno: solo il 38% di essi mise la propria firma nel riquadro, e ciò significa che solo il 33% dell’universo dei contribuenti Irpef scelse di devolvere i propri soldi alla Chiesa. Questa, a rigor di logica, avrebbe perciò dovuto ottenere ‘solo’ 287 milioni di euro. Gli altri 500 milioni sono il premio di maggioranza di due misere righe di testo di legge, la cui conoscenza meglio dovrebbe essere garantita. Al contrario, a fronte delle 56 pagine di istruzioni per il solo modello 730, per ritrovare l’argomento «ripartizione» bisogna cercare una riga e mezza del secondo capoverso di pagina otto, senza peraltro che dal modello alle istruzioni ci sia alcuna nota che segnala l’inghippo. A completare l’universo fiscale sopracitato ci sono poi i lavoratori dipendenti, che godono di un bonus di scomodità nel far valere la propria intenzione. Questi, infatti, hanno sì la possibilità di esprimere la preferenza sull’otto per mille, ma per renderla valida devono compilare e spedire l’apposito tagliando contenuto nel Cud. A beneficiare della complicazione sarà perciò sempre e comunque chi può contare sulla guida di una fede che muova la penna, cioè la Chiesa. A guardare la tendenza, infatti, si scopre che i 755 milioni stanziati nell’anno 2000 sono diventati 908 nel 2002, un miliardo di euro nel 2003, 936 milioni nel 2004, e quest’anno - resoconto dell’assemblea generale della Cei alla mano - la quota dovrebbe avvicinare nuovamente la soglia del miliardo di euro. Cifre a cui, in realtà, corrispondono spostamenti nelle scelte dell’ordine di uno o due punti percentuali, come ha sottolineato Paolo Naso, della Tavola Valdese, ricordando anche la differenza di trattamento per cui «la chiesa cattolica viene informata ogni anno della quota percepita, mentre a noi dicono adesso quello che ci spettava nel 2000». Una vera e propria miniera d’oro, quella gestita dai vescovi, che ha portato le casse della conferenza episcopale italiana a vantare un ‘residuo’ di 79 milioni di euro nell’esercizio 2003 e un totale di 936 milioni di euro del bilancio 2004, di cui solo 180 milioni però, destinati alle opere di carità. Niente di male, sia chiaro, nel sostenere la chiesa cattolica, ma, a voler entrare nello specifico, l’incremento dei fondi è a dir poco singolare. È l’opinione dei Radicali, che più volte hanno parlato di «sistema truffaldino». In particolare, è il passaggio fra il 2001 e il 2002 a destare l’attenzione maggiore, con un aumento dei fondi stanziati da 762 a 908 milioni di euro. Una maggiorazione vicina al 20% in un solo anno, difficilmente spiegabile, anche volendo sommare l’aumento del gettito fiscale all’effetto prodotto dalla riduzione delle firme. Difficile avere conferma della posizione ufficiale, rappresentata dalla segretaria della commissione per l’otto per mille, la dottoressa Anna Nardini, secondo la quale «l’incremento si deve all’aumentato gettito Irpef», poichè i documenti amministrativi prodotti da questa commissione non sono pubblici. Dal marzo 2004 giace infatti inevasa una domanda di accesso presentata dai Radicali italiani, tuttora bloccata in attesa di sentenza del Tar di fronte al diniego del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. Scettici sulla conclusione gli stessi Radicali, per voce di Marco Staderini, secondo il quale è «l’Avvocatura dello Stato ha ricevuto forti pressioni perchè lavorasse ad un esito favorevole». La soluzione migliore resta allora quella di prendere la calcolatrice e cercare di verificare se la concomitante diminuzione delle quote espresse e l’aumento tra queste delle preferenze alla chiesa cattolica sia un motivo sufficiente a giustificare gli aumenti. Ammesso che sia possibile riuscirci, per garantire la trasparenza del sistema sarebbe sufficiente apporre una firma. a Roma: cento anni di cinema cinese grazie a Marco Muller Adnkronos 28.6.05 MOSTRE: ROMA, I CENTO ANNI DEL CINEMA CINESE AL VITTORIANO ESPOSTI MANIFESTI CHE RACCONTANO VICENDE ARTISTICHE E SOCIALI Roma, 28 giu. (Adnkronos Cultura) - In occasione dei festeggiamenti per il centenario del cinema cinese, il Complesso del Vittoriano di Roma ospita la mostra “Cento anni di cinema cinese 1905 – 2005. Ombre Elettriche”, a cura di Marco Müller, direttore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, e Alessandro Nicosia, presidente di Comunicare Organizzando. La storia del cinema orientale è narrata attraverso gli oltre 250 manifesti pubblicitari originali provenienti dall’archivio Nazionale del Cinema di Pechino e dallo “Shangay Film Group” di Shangay, che potranno essere ammirati da domani al 24 luglio, tutti i giorni, dalle ore 10 alle 19. “Siamo molto orgogliosi di ospitare questa originale mostra al Complesso del Vittoriano – ha dichiarato Alessandro Nicosia, nel corso della conferenza stampa tenutasi oggi presso il Complesso del Vittoriano – per la quale abbiamo scelto il linguaggio del manifesto pubblicitario, con tutto il suo valore storico e sociale. Manifesti estremamente vitali questi del cinema cinese, che ben rispondono all’intento portato avanti dal Vittoriano: diffondere un messaggio culturale di alto valore artistico, ma sempre popolare”. Cento anni di cinema cinese, dunque: una storia che inizia nel 1902, quando il cinematografo arriva a Pechino, e nel 1905, quando viene creata, nella stessa città, la prima sala cinematografica stabile, il Daguan Iou. Nel 1919, a Shangay viene costruito il primo teatro di posa che garantisce un ritmo regolare alla produzione, attingendo alle fonti della letteratura fantastica, dei romanzi cavallereschi, dei libretti di cantastorie e di teatro. La prima major è del 1922, la Mingxing, attraverso la quale la produzione si indirizza verso il rifacimento dei successi hollywoodiani, di derivazione letteraria o ispirati al teatro borghese. Nasce il film cinese “di cappa e spada”, o “dei cavalieri erranti”, come lo definisce Müller. Tra 1928 e 1931 esplode il genere “arti marziali”, un ibrido tra western, film del mistero, commedia sentimentale. Alla fine del 1932 si costituisce alla Mingxing un comitato di sviluppo delle sceneggiature che rispecchia la volontà del “gruppo cinema” del Partito Comunista, deciso ad impadronirsi di quella che veniva considerata “l’arma ideologica più acuminata”. I film che si realizzano in questo periodo sono opere d’impianto naturalistico, che raccontano le contraddizioni degli strati più poveri della società cinese, sia in città che nelle campagne. L’occupazione militare nipponica, iniziata a Shangay nel 1937, genera invece film che fanno appello alla mobilitazione antigiapponese: film bellici o polizieschi che raccomandano la vigilanza contro spie e collaborazionisti. Con la Repubblica Popolare Cinese (1949 – 1965), uno dei primi gesti del nuovo governo in materia di politica cinematografica è quello di chiedere a produttori e registi un nuovo finale, teso verso un futuro radioso e ottimistico: il cinema deve assolvere ad una funzione pedagogica, tipica dell’arte di regime, illustrare il senso delle campagne politiche e mostrare alle nuove generazioni gli orrori degli anni della schiavitù. Il dettato maoista è imperativo. È negli anni Ottanta che i classici vengono riadattati e nasce la mitologia “kung-fu nazional-rivoluzionaria”, fino ad arrivare agli esperimenti delle ultime due generazioni di registi, le cosiddette “Quinta Generazione” e “Sesta generazione”. Questa appassionante storia, e il suo intrecciarsi con le vicende culturali e politiche del paese e con il mutamento della società cinese, viene ricostruita attraverso i manifesti che tracciano le tappe fondamentali del cinema e dei suoi vari generi: dai film popolari ai film di guerra e di avventure partigiane, dai musical ai film di propaganda. Il manifesto, infatti, come prima forma di messaggio pubblicitario, assolve a diverse funzioni, permettendo di contestualizzare, attraverso immagini, colori e segni linguistici, momenti ed epoche precise. I manifesti, scelti personalmente da Marco Müller, colpiscono per la loro ricchezza pittorica, per la forza dei colori e quella interpretativa, mentre gli elementi estetici offrono uno straordinario quadro d’insieme che traccia i cento anni della storia che accompagna il cinema cinese, consentendo la lettura dei mutamenti recenti e contemporanei. “L’Italia è stata al centro della riscoperta del cinema cinese – ha dichiarato Marco Müller - a partire dalla grande retrospettiva torinese ‘Ombre elettriche’ del 1981 fino ad arrivare a oggi, con questo evento organizzato per festeggiare il centenario del cinema cinese. Il legame tra Italia e Cina, che sta dando risultati fruttuosi nel restauro della Grande Muraglia e della Città Proibita, prosegue idealmente nell’opera della Biennale di Venezia e della Mostra del Cinema che si stanno occupando del restauro di dodici capolavori della cinematografia cinese.” Contemporaneamente alla mostra, il Nuovo Cinema Olimpia di Roma organizza la rassegna cinematografica che prevede la proiezione di film classici e recenti del cinema cinese. La rassegna cinematografica vedrà la proiezione di una ventina di film tra i capolavori più o meno noti della cinematografia cinese: si inizia domani con “Li Shizhen” di Shen Fu e si concluderà l’8 luglio con “L’Oriente è rosso” di Wang Ping, con un programma che prevede quattro proiezioni al giorno, a partire dalle ore 16.30 e che passa attraverso opere quali “Sbocciano i gelsomini” di Shou Yong, “Il borgo dell’ibisco” di Xie Jin, “Diciassette anni” di Zhang Yuan. Di sei tra i film proiettati, l’Istituto Luce ha acquistato i diritti per immetterli nel mercato in un prestigioso cofanetto che li ripropone nella versione originale sottotitolata e masterizzata per dare una grande lezione di cinema. con i cattolici non ci puoi parlare: un pensiero diverso dalle loro credenze è a priori "falso" Agi 28.6.05 CATECHISMO: L'INFORMAZIONE DEV'ESSERE AL SERVIZIO DEL BENE (AGI) - CdV, 28 giu. - Un severo richiamo al "dovere verso la verità" è contenuto nel Compendio del Catechismo, il cui testo è stato coordinato dal card. Josef Ratzinger negli ultimi mesi del pontificato di Giovanni Paolo II e poi approvato dallo stesso Ratzinger appena eletto papa col nome di Benedetto XVI. Il capitolo dedicato all'ottavo comandamento ("non dire falsa testimonianza") è emblematico, in quanto in queste stesse righe si trova il "perchè" di questa iniziativa che è tanto cara al Pontefice: "Ognuno - recita infatti il testo - ha il dovere di cercare la verità e di aderirvi, ordinando tutta la propria vita secondo le esigenze della verità". Per Benedetto XVI il nemico da battere è il relativismo, ed è a questa concezione, ritenuta molto pericolosa per il futuro stesso dell'uomo, che egli esorta a contrapporre le verità del Cristianesimo. Anche "l'informazione mediatica - si legge nel Compendio - deve essere al servizio del bene comune e nel suo contenuto deve essere sempre vera e, salve la giustizia e la carità, anche integra". (...) scienziati britannici: un piccolo elettroshock un pacemaker al cervello Reuters 27.6.05 Depressione, un pacemaker al cervello per curare casi gravi LONDRA (Reuters) - I pazienti che soffrono di grave depressione e che non rispondono ad altre terapie potrebbero essere aiutati da una stimolazione elettrica, dicono i ricercatori. Il trattamento, che è simile a un pacemaker per il cervello, utilizza elettrodi impiantati nel cervello per disattivare o interrompere circuiti elettrici legati alla depressione. In quattro pazienti su sei sottoposti alla sperimentazione, la stimolazione ha attenuato la depressione. "I pazienti sperimenterebbero un immediato calo dello stato negativo", ha detto in conferenza stampa la dottoressa Helen Mayberg, neurologa presso l'Emory University School of Medicine ad Atlanta, Georgia. La tecnica è stata sviluppata per le persone affette dal morbo di Parkinson ma i ricercatori l'hanno adattata ai pazienti colpiti da depressione grave. "E' l'ultimo sviluppo più eccitante in termini di cura della depressione in 10 anni", ha detto David Nutt, responsabile di psicofarmacologia alla Bristol University, in Inghilterra. Utilizzando tecniche per visualizzare il cervello, gli scienziati hanno impiantato degli elettrodi nella zona del cervello legata alla depressione mentre i pazienti erano sotto anestesia locale. Durante la stimolazione, ai pazienti, svegli, è stato chiesto di spiegare cosa provavano. Hanno descritto un senso di calma o di serenità. Secondo i ricercatori, non ci sono stati effetti collaterali. Nei pazienti che hanno risposto alla terapia, un dispositivo simile a un pacemaker è stato impiantato per mantenere la stimolazione costante. Due anni dopo l'esperimento, i pazienti rispondono bene. "Questi sono i primi risultati estremamente incoraggianti", ha detto Mayberg. depressione post parto Yahoo! Salute 28.6.05 Depressione materna, può rilevarla il pediatra Il Pensiero Scientifico Editore Antonella Sagone “Nelle ultime due settimane, sei stata depressa la maggior parte del tempo? Hai provato scarso interesse nel fare le cose?” Con queste semplici due domande, il pediatra può identificare efficacemente quelle madri che stanno attraversando un periodo di depressione. Uno studio sul Journal of Developmental and Behavioral Pediatrics illustra uno screening effettuato in occasione delle visite di controllo del bambino. Dopo il parto esiste la possibilità di depressioni transitorie, ma a volte la nascita di un bambino semplicemente porta a galla situazioni di depressione preesistenti ma sottovalutate. Le donne che hanno avuto un bambino però, nei primi anni in particolare, hanno un contatto con il loro pediatra che per frequenza e per occasioni di dialogo supera quello con il proprio medico curante: un canale da non sottovalutare, perché ha la potenzialità di offrire un punto di riferimento per fornire indicazioni importanti, nel caso che la donna attraversi un periodo di depressione. Inoltre per il pediatra la depressione materna ha una rilevanza diretta per la pratica, perché ha un impatto sulla salute del bambino che, secondo alcuni studi, può essere esposto a un rischio maggiore di problemi mentali nell’adolescenza. I pediatri coinvolti nella ricerca, appartenenti a quattro centri sanitari territoriali, hanno sottoposto le madri a un breve questionario della durata di un minuto circa. Le domande erano espresse a voce oppure per iscritto. Le domande chiave indagavano la presenza di una prevalenza di stati depressivi o di mancanza di interesse nella settimana precedente alla visita. I pediatri, che avevano precedentemente seguito un training per far fronte ai casi positivi emersi dal questionario, hanno anche riferito dettagli sul colloquio, indicando gli eventuali ostacoli e le difficoltà o resistenze a effettuare lo screening. Fra le 473 madri sottoposte allo studio, sono stati riscontrati casi di depressione nel 27 per cento dei casi. La maggiore affidabilità è stata ottenuta con il questionario scritto, mentre quello verbale ha fatto emergere soltanto il 5,7 per cento di casi; comunque entrambi gli approcci, con grande sorpresa dei medici di famiglia, sono stati più efficaci del semplice colloquio informale. I casi di depressione erano più frequenti nelle madri di bambini di età superiore all’anno. I pediatri hanno fornito alle donne che manifestavano segni di depressione una serie di strumenti utili per fronteggiarla: un opuscolo di auto-aiuto, materiali informativi e riferimenti professionali. “Il pediatra può essere una fonte di aiuto per la mamma in difficoltà”, osserva Ardis Olson, a capo del gruppo di ricercatori. Anche se il tempo per approfondire certe tematiche è sempre scarso durante le visite, un questionario di questo tipo ne richiede veramente poco e può essere di grande utilità. Fonte: Olson AL, Dietrich AJ, Prazar G et al. Two approaches to maternal depression screening during well child visits. J Dev Behav Pediatr. 2005;26(3):169-76. domenica 26 giugno 2005
psichiatri...dal New Tork Times Liberazione 25.6.05 Guantanamo, psichiatri in prima linea per "far cantare" i detenuti La denuncia del "New York Times": i medici militari offrivano la propria consulenza per gli interrogatori, indicando come sfruttare le paure dei prigionieri e aumentare il loro livello di stress per costringerli a parlare. Nessuna smentita dal Dipartimento della Difesa Neil A. Lewis Stando a nuove testimonianze rese da ex responsabili degli interrogatori, i medici militari di Guantanamo, a Cuba, hanno collaborato a condurre e a perfezionare interrogatori coercitivi nei confronti dei detenuti, e hanno anche offerto consulenze su come incrementare il livello di stress con la paura. Le testimonianze, rese da psicologi e psichiatri nel corso di interviste al "New York Times", giungono proprio mentre è in corso una polemica sulla possibile violazione del codice deontologico da parte di questi professionisti nel noto campo di prigionia. Le problematiche etiche sono al vaglio del Pentagono e di un team di psicologi e psichiatri. Gli ex responsabili degli interrogatori sostengono che il ruolo dei medici militari consisteva nel consigliarli su come incrementare la sofferenza psicologica dei detenuti, talvolta sfruttandone le paure, nella speranza di farli collaborare e di convincerli a rivelare informazioni. Ad esempio, nella cartella clinica di un detenuto figurava che questi era affetto da un terrore patologico del buio, e i medici avrebbero indicato come sfruttare questa fobia per indurlo a collaborare. Inoltre, gli autori di un articolo uscito sul "New England Journal of Medicine" di questa settimana sostengono che, da interviste con i medici che hanno collaborato a strutturare e a supervisionare il regime degli interrogatori a Guantanamo, emergerebbe che il programma è stato esplicitamente costruito per incrementare la paura e la tensione nei detenuti, come metodo per estorcere confessioni. Le testimonianze illustrano le modalità degli interrogatori e sollevano nuovi interrogativi sui confini della deontologia medica nel quadro della lotta al terrorismo combattuta dagli USA. Bryan Whitman, portavoce del Pentagono, si è rifiutato di parlare dei casi specifici affrontati nelle testimonianze, ma ha lasciato intendere che i medici che svolgevano il ruolo di consulenti per gli interrogatori non erano soggetti al codice deontologico in quanto non svolgevano alcun compito di cura, ma fungevano da scienziati del comportamento. Secondo Whitman, alcuni operatori sanitari sono incaricati del "trattamento umano dei detenuti", mentre altri "possono avere altri ruoli", tra cui quello di scienziati del comportamento, incaricati di stilare un profilo del carattere dei soggetti da interrogare. L'esercito ha negato al "New York Times" il permesso di intervistare il personale medico attivo presso l'isolato campo di Guantanamo: anche la rivista medica, in un articolo che attaccava questo programma, non nominava le persone intervistate. I pochi ex addetti agli interrogatori che hanno risposto alle domande nel "New York Times" hanno chiesto l'anonimato e alcuni hanno detto di aver trovato utile la collaborazione dei medici. Gli ufficiali del Pentagono intervistati hanno affermato che le procedure seguite a Guantanamo non violano alcun codice deontologico e hanno messo in discussione le conclusioni dell'articolo comparso sulla rivista medica e riproposto sul sito Web della rivista stessa mercoledì scorso. Diversi esperti di etica esterni all'esercito hanno sostenuto che la condotta dei medici è gravemente discutibile, specialmente per quanto riguarda le unità chiamate Behavioral Science Consultation Team, o BSCT (soprannominate "biscuit"), che prestano consulenza agli addetti agli interrogatori. «La loro funzione consisteva nell'aiutarci a snervarli», ha detto al "New York Times" un ex responsabile degli interrogatori qualche mese fa. Nel corso di interviste più recenti, ha aggiunto che un medico del team "biscuit", dopo aver letto la cartella clinica di un detenuto, aveva consigliato di sfruttare la nostalgia per sua madre per convincerlo a collaborare. Secondo Stephen Xenakis, psichiatra ed ex generale di brigata nella sanità militare, «questo comportamento non è coerente con la deontologia medica né con altri codici che stabiliscono la condotta degli operatori sanitari». L'utilizzo di psicologi negli interrogatori ha indotto il Pentagono, la scorsa settimana, a diffondere un comunicato che, secondo i funzionari, avrebbe dovuto far sì che i medici non assumessero comportamenti non etici. Il codice dell'American Psychiatric Association vieta espressamente ai propri membri abilitati all'esercizio della professione medica i comportamenti descritti dagli ex addetti agli interrogatori: per gli psicologi, le regole sono meno chiare. In un'intervista, il Dott. Spencer Eth, docente di psichiatria al New York Medical College e presidente della commissione etica dell'American Psychiatric Association, ha sostenuto che nessuno psichiatra attivo a Guantanamo è autorizzato, dal punto di vista etico, a prestare consulenza per incrementare il livello di tensione psicologica dei detenuti. Tuttavia, in una dichiarazione resa in dicembre, l'American Psychiatric Association ha precisato che il coinvolgimento dei propri affiliati in "operazioni di sicurezza nazionale" è un fatto nuovo. Intervistato questa settimana, Stephen Behnke, a capo della divisione etica dell'Associazione, ha informato che il prossimo fine settimana, a Washington, si terrà una riunione di 10 membri dell'associazione, alcuni dei quali sono militari. Il dottor Behnke ha sottolineato che i codici di condotta non necessariamente consentono la partecipazione di psicologi a operazioni di questo tipo, ma è più corretto dire che l'argomento non è mai stato affrontato prima in modo specifico. «Si pone un problema che la nostra professione deve affrontare e il punto a cui siamo è il seguente: sono comportamenti etici o non etici?», si è chiesto. Secondo il dottor William Winkenwerder Jr., sottosegretario alla difesa per gli affari sanitari, le nuove linee guida del Pentagono spiegano a chiare lettere che ai medici è proibito tenere una condotta contraria all'etica. Tuttavia Winkenwerder ha negato di aver mai detto che le linee guida vietino pratiche come quelle descritte dagli ex addetti agli interrogatori, e ha precisato che il personale medico «non teneva le fila degli interrogatori, ma si limitava a prestare consulenza». Le linee guida contemplano il divieto da parte dei medici di partecipare ad abusi, ma sottolineano sempre che gli interrogatori "legali" fanno eccezione. Dal momento che l'esercito continua a sostenere che gli interrogatori sono legali e che i prigionieri a Guantanamo non sono soggetti alle Convenzioni di Ginevra, queste clausole sembrano comunque permettere i comportamenti descritti dagli addetti agli interrogatori e dalla rivista medica citata. L'articolo, redatto da due ricercatori che hanno intervistato i medici impegnati nel programma "biscuit", recita: "Fin dalla fine del 2002, psichiatri e psicologi sono stati coinvolti in una strategia che si fonda sullo stress estremo, in combinazione con ricompense volte a modificare i parametri comportamentali, allo scopo di estorcere confessioni". L'articolo è stato scritto dal dottor M. Gregg Bloche, docente alla Georgetown University Law School e ricercatore presso la Brookings Institution, e da Jonathan H. Marks, avvocato britannico e ricercatore di Bioetica alla Georgetown University e John Hopkins University. Bloche ha sostenuto che l'utilizzo di operatori sanitari per mettere in atto strategie violente negli interrogatori è contrario al codice deontologico e al diritto internazionale. Il dottor Winkenwerder ha ribattuto che l'articolo rappresenta una "plateale distorsione" della situazione sanitaria di Guantanamo. (...) "New York Times" traduzione di Sabrina Fusari genetisti e biologi inglesi... orgasmi Corriere della Sera 26.6.05 Prima di confermare la relazione tra Dna e orgasmo bisognerebbe realizzare un’indagine analoga sulla popolazione maschile Che lo studio del genoma umano sia una delle grandi scommesse di questi anni è sicuro; che i geni influenzino le nostre scelte è probabile, ma che facciano da padroni anche sotto le lenzuola, soprattutto per la donna, è inquietante. Eppure la ricerca pubblicata sulla rivista inglese Biology Letters della Royal Society, la prima ad indagare sotto questo versante il piacere femminile, suggerisce che il Dna abbia a che fare con l’orgasmo, condizionandolo al 50% se non di più. Tim Spector, Responsabile delle ricerche sui gemelli del St. Thomas Hospital di Londra - talmente appassionato a studi di questo tipo da avere costruito in soli dodici anni un database mastodontico - ha chiesto a più di 6000 gemelle, eterosessuali, lesbiche e bisessuali (dai 18 agli 83 anni!) di compilare un questionario, rigorosamente anonimo, su quante volte arrivavano all’orgasmo sia nel rapporto con il partner sia con la masturbazione. I risultati Hanno risposto in 4037: 683 coppie di gemelle monovulari (identiche come due gocce d’acqua, visto che hanno lo stesso patrimonio genetico) e 714 coppie di gemelle biovulari (che non si assomigliano più di due sorelle). Un bel campione, da cui è emerso che solo il 14% delle donne raggiunge sempre l’orgasmo nel rapporto sessuale, il 32% non ci riesce una volta su tre, il 16% non ci arriva mai. Con la masturbazione, la percentuale di appagate sale al 34%, ma resta un 14% che non conosce l’acme del piacere neppure per questa via. Frigidità "innata" Il livello di soddisfazione delle donne inglesi non sembra eccelso, - ma qui solo di gemelle si tratta, in parte ultrasessantenni per giunta - ma lo scopo della ricerca era un altro: confrontare le risposte delle gemelle gocce d’acqua con quelle delle gemelle-sorelle per capire l’influenza della genetica sui loro comportamenti (i gemelli crescono nello stesso ambiente e se fra quelli identici i comportamenti risultano più simili che fra i biovulari, è ragionevole attribuire tale somiglianza ai tratti ereditari condivisi). Da questo confronto Spector, che ha condotto l’indagine insieme a Kate Dunn, della Keele University, nello Staffordshire, ha concluso che la difficoltà delle donne a raggiungere l’orgasmo è ereditaria nella misura del 34%, percentuale che sale al 45% per la masturbazione (nella quale, ovviamente, i fattori ambientali hanno un peso minimo). Da qui ad affermare che la frigidità è scritta nei geni, il passo è breve. D’altro canto Spector non è nuovo a sortite del genere: qualche anno fa, grazie ad uno studio analogo, voleva dimostrare che l’infedeltà dipende dal Dna. «Andiamoci piano; - ammonisce Fulvio Mavilio, genetista, docente di biologia molecolare all’Università di Modena - lo studio è interessante, ma dimostra solo una probabile componente ereditaria nella difficoltà della donna a raggiungere l’orgasmo. Ma dovrebbe, anzitutto, essere confrontato con una ricerca, identica come metodo, sulla popolazione maschile. Poi, approfondito da ulteriori studi, fondamentali per scoprire dove agisce la predisposizione genetica al non-orgasmo, sull’anatomia del corpo femminile, sugli ormoni sessuali o su altro ancora». Una tesi ardita La scoperta di Spector arriva a distanza di poche settimane dal clamore suscitato dal libro, The Case of the Female Orgasm , della biologa americana Elisabeth Lloyd che sostiene una tesi ardita: l’orgasmo femminile non ha alcuna finalità nel mantenimento della specie, è un sovrappiù, puro divertimento. Ipotesi controcorrente rispetto a quelle formulate finora; secondo alcuni ricercatori i movimenti della vagina al momento dell’orgasmo facilitano l’ascesa dello sperma verso l’utero e la fecondazione, secondo altri l’orgasmo aiuta la donna a selezionare il maschio più idoneo all’accudimento dei figli. Gli studi sulle scimmie vicine a noi sotto il profilo evolutivo non contribuiscono a chiarire il dilemma. I bonobos, ad esempio, scimmie con un Dna diverso da noi solo per l’1,6 %, raggiungono l’orgasmo con comportamenti sessuali promiscui e con la masturbazione. Situazione che sembra indicare, al massimo, un ruolo del piacere femminile nella coesione del gruppo. Pollock a Venezia L'Unità 26 Giugno 2005 Le mappe astrali di Jackson Pollock di Renato Barilli Non tutti i guai vengono per nuocere, con questo saggio proverbio si potrebbe riassumere la tormentata vicenda della collezione raccolta in vita da Peggy Guggenheim, andata a risiedere per decenni a Ca’ Venier dei Leoni, sul veneziano Canal Grande, e talmente innamorata della Serenissima da tentare di donarle le sue opere preziose. Ma Venezia e l’Italia tutta frapposero insuperabili difficoltà burocratiche, cosicché la statunitense, in punto di morte, decise di riaccorpare il suo tesoro con quello che un lontano parente, Solomon Guggenheim, aveva radunato a New York, nello splendido Museo sul Central Park progettato da Frank Lloyd Wright. Da qui, appunto, notevoli vantaggi sui due fronti: il Guggenheim ne ha tratto l’ispirazione per ripetere in tutto il mondo quell’operazione di sbarco sul suolo europeo nata quasi casualmente. Ma Venezia da quel momento ha potuto contare su un museo in più, piccolo eppure attivissimo. Basti pensare che solo nell’anno in corso alla Casa di Peggy è comparso un magnifico benché poco noto protagonista dell’Espressionismo astratto statunitense quale William Baziotes, seguito dalla incalzante serie di foto con cui Brancusi ha esplorato i vari profili delle sue sculture; e già si annuncia un omaggio, per la prima volta in Italia, alla grande scultrice francese Germaine Richier. Ma soprattutto, nei giorni intensi della Biennale, la Guggenheim veneziana offre, proveniente dalla sede consociata di Berlino, una straordinaria rassegna di «dipinti su carta» del numero uno della Scuola di New York, Jackson Pollock (con titolo poetico, Senza confini, solo bordi, a cura di Susan Davidson, fino al 18 settembre). Conviene precisare subito che nell’occasione non si ammira affatto un artista proposto in chiave «minore», come potrebbe far sospettare il rapporto dall’abbozzo, dalla prima idea all’opera compiuta, bensì una serie di proposte che «minori» sono solo nella quantità di superficie occupata, ma per il resto la furia, il talento, la genialità dello statunitense vi si concentrano in pieno, con intatta forza. Insomma, il rapporto non è dal meno al più, ma dal microcosmo al macrocosmo. Queste «carte» sprigionano una potenza assolutamente pari agli organismi espansi che ne seguiranno, in questo caso l’embrione è già dotato davvero di una piena personalità. E beninteso seguendo queste «carte» riesce di dipanare l’intero percorso pollockiano, nelle sue varie fasi che si accavallano. Si parte quando l’artista (1912-1956) tenta di «fare da sé», utilizzando i suggerimenti che gli vengono dal contesto nordamericano, ma già ricco di vivide fiammate di energia: saranno le «visioni» spiritiche dell’ottocentesco Ryder, o i racconti di provincia del maestro, che il Nostro ebbe appena giunto a New York, Thomas Hart Benton, dedito a narrare i piccoli episodi di vita locale, ma imprigionandoli entro un contorno attorto, come fossero grovigli di vipere. Del resto, l’artista da giovane compiva anche le sue brave incursioni nel museo saccheggiando i moti aguzzi del Tintoretto o del Greco. Era però un muoversi quasi in stato di sopensione, fuori del tempo. Poi viene l’impatto con le avanguardie storiche del vecchio Continente, tra Picasso e i Surrealisti, anzi, a interessare Pollock alla fine degli anni ’30 è proprio un tremendo cocktail tra cubismo picassiano e Surrealismo della linea vitalista, Mirò-Masson: forme sagomate e plastiche, che però a un tratto subiscono come delle liquefazioni, si fendono in cavità profonde. Beninteso Pollock non è il solo ad abbeverarsi a quella fonte, proveniente dai «vecchi parapetti» europei, di vitalismo pronto a impadronirsi delle forme e a trascinarle in un mulinello pazzo. Anche De Kooning, Gorky, il già ricordato Baziotes, o insomma l’intera Scuola di New York, fanno tesoro della medesima lezione. Ma fin lì i corpi, pur contorcendosi come saltimbanchi disossati, mantengono una qualche capacità di chiusura su se stessi. Varcato il capo del ’40, Pollock sente che è l’ora di rompere il passo, appunto come un cavallo che lascia il trotto per il galoppo: i contorni saltano, le viscere frementi entro i loro confini esplodono verso l’esterno, le linee di contorno non chiudono più, bensì aprono, protendono tentacoli a sciabolare lo spazio. Il lazo del cowboy più non si stringe ad afferrare una preda, ma rotea a mulinello con sibilo stridente. Insomma, Pollock inaugura la «marcia in più» del dripping. E la sorprendente scoperta che ci riserva la mostra da Peggy è che questa furia non ha bisogno di sfogarsi nelle vaste tele stese come pedane smisurate sul pavimento dello studio, ma riesce anche a concentrarsi nel limitato perimetro delle «carte». Il famoso documentario filmico che ci mostra l’artista mentre a larghi passi percorre la superficie posta sotto i piedi versando fili di colore direttamente dal vaso lo fa apparire come un astronauta intento a una deambulazione nel vuoto sidereo, a muoversi in stato di impoderabilità entro una qualche galassia; ma le carte qui date alla nostra ammirazione ci dicono che quel viaggiatore ardito ha pure la capacità di fabbricarsi, un momento prima, delle mappe astrali, dei firmamenti incantati. O appunto, come si diceva, il macrocosmo viene racchiuso, imprigionato in un microcosmo, lo spirito inquieto con cui Aladino viene in contatto si muove dentro e fuori la bottiglia che a turno ne imprigiona e ne esala l’inestinguibile potenza. DIPINTI SU CARTA del grande artista in mostra alla Fondazione Guggenheim di Venezia. Un «piccolo» microcosmo che già contiene lo spirito inquieto e l’inestinguibile potenza dell’universo pollockiano cattolici attenti: martedì esce il nuovo "regolamento" La Stampa 26 Giugno 2005 IL COMPENDIO DEL CATECHISMO SARÀ RESO PUBBLICO MARTEDÌ «Gli Stati difendano i diritti degli embrioni» Marco Tosatti CITTÀ DEL VATICANO. Il «Compendio» del catechismo della Chiesa cattolica, che verrà reso pubblico martedì 28 giugno, durante una solenne messa da Benedetto XVI, e di cui pubblichiamo alcune anticipazioni, è una via di mezzo fra il Catechismo di san Pio X, brevi domande e risposte, facili da memorizzare, e il Catechismo del 1992, di cui è figlio, un’opera corposissima, ma di difficile gestione pratica. Ne è figlio perché nel Compendio non si possono usare parole diverse da quelle del Catechismo del 1992; proprio per non creare un «nuovo» testo. Questa era la regola data da Giovanni Paolo II. Ma va da sé che la riproposizione di alcuni punti fermi della dottrina cattolica nel clima del post-referendum è tale da suscitare reazioni. La domanda numero 472: «Perché la società deve proteggere ogni embrione», il testo ricorda che il diritto inalienabile di «ogni» essere umano, fin dal suo concepimento, «è un elemento costitutivo della società civile e della sua legislazione». Quando uno Stato, «non mette la sua forza al servizio dei diritti di tutti, e in particolare dei più deboli, tra i quali i concepiti ancora non nati, vengono minati i fondamenti stessi di uno Stato di diritto». È una tesi che ha la sua radice recente nell’Istruzione «Donum Vitae» approvata da Giovanni Paolo II nel 1987, in cui si ricorda come in base alle conoscenze della genetica moderna «dal primo istante si trova fissato il programma di ciò che sarà questo vivente, un uomo, quest’uomo individuo con le sue note caratteristiche già ben determinate». E farà discutere ancora, anche se è una posizione già nota, la condanna dell’inseminazione e fecondazione artificiali: «Sono immorali perché dissociano la procreazione dall'atto con cui gli sposi si donano reciprocamente, instaurando così un dominio della tecnica sull'origine e sul destino della persona umana». Particolarmente riprovevole la fecondazione eterologa, perché «con il ricorso a tecniche che coinvolgono una persona estranea alla coppia coniugale, ledono il diritto del figlio a nascere da un padre e da una madre conosciuti da lui, legati tra loro dal matrimonio e aventi il diritto esclusivo a diventare genitori soltanto l'uno attraverso l'altro». Un figlio è un dono, ribadisce il Compendio, e «qualora il dono del figlio non fosse loro concesso gli sposi, dopo avere esaurito i legittimi ricorsi alla medicina, possono mostrare la loro generosità mediante l'affido e l'adozione, oppure compiendo servizi significativi a favore del prossimo. Realizzando così una fecondità spirituale». C’è la possibilità per i cristiani di disobbedire alle autorità civili; ben presente nella storia cristiana fin dai tempi apostolici. «Il cittadino non deve obbedire quando le leggi delle autorità civili si oppongono alle esigenze dell'ordine morale», afferma il numero 465, citando un passo degli Atti degli Apostoli: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini». Il testo del Compendio, piuttosto corposo, sia nell’edizione grande, corredata di una trentina di immagini sacre di grande valore artistico, voluta dal cardinale Ratzinger, sia nell’edizione «tascabile», è preceduto da un «motu proprio» di Benedetto XVI, che ne spiega la genesi: «Era stato vivamente auspicato dai partecipanti al congresso catechistico internazionale del 2002, che si erano fatti interpreti in tal modo di una esigenza molto diffusa nella Chiesa. Il mio compianto predecessore accogliendo tale desiderio ne decise nel febbraio 2003 la preparazione affidandone la redazione ad una ristretta commissione di cardinali da me presieduta». La pace e la guerra sono ben presenti, e occupano sette domande e risposte. La pace sul pianeta richiede «l'equa distribuzione e la tutela dei beni delle persone, la libera comunicazione tra gli esseri umani, il rispetto della dignità delle persone e dei popoli». Quando si può usare la forza militare, cioè quando una guerra è «giusta»? Solo in caso di difesa, naturalmente, ma ci sono quattro condizioni: «Certezza di un durevole e grave danno subito; inefficacia di ogni alternativa pacifica; fondate possibilità di successo; assenza di mali peggiori, considerata l'odierna potenza dei mezzi di distruzione». La valutazione delle condizioni tocca al «giudizio prudente dei governanti, cui compete anche il diritto di imporre ai cittadini l'obbligo della difesa nazionale, fatto salvo il diritto personale dell'obiezione di coscienza, da attuarsi con altra forma di servizio alla comunità umana». Condanna piena per «le distruzioni di massa, come pure lo sterminio di un popolo o di una minoranza etnica, che sono peccati gravissimi: si è moralmente in obbligo di fare resistenza agli ordini di chi comanda». Infine, la pena di morte. Teoricamente non si può escludere; ma viene in pratica esclusa nei fatti, perché lo Stato dispone di altri mezzi per rendere inoffensive le persone pericolose, e perciò i casi di «assoluta necessità di pena di morte sono molto rari se non addirittura praticamente inesistenti». a Firenze Fbo/Zn/Adnkronos Teatro: Firenze, uno spettacolo ispirato a Nietzsche Firenze - (Adnkronos) - Una performance teatrale ispirata a Nietzsche. La propongono i Chille de la Balanza, nell'ambito del programma di "Estate a San Salvi" [l'ex ospedale psichiatrico di Firenze.ndr], presentando in prima assoluta a Firenze, da martedì 28 giugno a domenica 3 luglio, lo spettacolo di e con Claudio Ascoli "Nietzsche. Del cammello, del leone e del fanciullo", ispirato allo Zarathustra del filosofo tedesco. storia della psicoanlisi ...e anche Groddeck era un nazista La Stampa Tuttolibri 25.6.05 Groddeck, pioniere dell’Es: un Rabelais della psicoanalisi (...) profeta, guru, analista selvaggio, cattivo maestro con simpatie hitleriane e fantasie temerarie, che fece scandalo teorizzando il corpo «come anima» Alessandro Defilippi IL risultato della vita umana è essere bambini». Georg Groddeck pronunciò queste parole a cinquant'anni. Oggi, a settantuno dalla sua morte, è ancora difficile collocarne ed interpretarne il pensiero. Groddeck fu, nei primi decenni del secolo scorso, un uomo di non limpida celebrità, diviso tra un'attività terapeutica allora rivoluzionaria - che accompagnava massaggi e diete alla psicoterapia - e quella di scrittore e pensatore. Pensatore sovente ridondante, mai scolastico, sempre provocatorio; in una parola: scomodo. Si considerò, forse a ragione, il vero pioniere della medicina psicosomatica e del concetto di Es; fu corrispondente, talora amico, di uomini come Freud, Ferenczi (una sorta di gemello), Keyserling. Un turbine intellettuale d'inizio secolo. Psicoterapeuta, massaggiatore, profeta, guru, analista selvaggio, cattivo maestro, nazista: non sono che alcune delle definizioni date a un tedesco poco sassone e molto meridionale. A darci una mano in questo ginepraio ha provato Wolfgang Martynkewicz, il cui libro, dottissimo e ponderoso, dà peraltro adito a non poche perplessità, non tanto sulla sua attendibilità storica, quanto sull'atteggiamento del biografo. Perché si scrive una biografia, soprattutto di densità e lunghezza quasi letali per il lettore? Le risposte immediate sono: per un comune sentire, per ammirazione, per il fascino che comunque esercitano figure che non è possibile amare, dai tiranni ai serial killer; o ancora per un dovere morale. I libri su Hitler di Fest e di Bullock non nascono certo dalla simpatia, ma dalla necessità di porre ordine nel caos. Il caso di Martynkewicz sembra diverso. Groddeck non è un assassino seriale, ma nel libro dello studioso tedesco non emergono né ammirazione né simpatia umana, e nemmeno una valutazione equilibrata del suo contributo al pensiero del primo Novecento. Già Giancarlo Stoccoro, nella prefazione, nota «l’opinione di scarsa originalità di Groddeck», sostenuta dall'autore; allo stesso lettore non può sfuggire d'altronde una sensazione di soffocamento dovuta ad una dovizia di particolari e di giudizi impliciti che finiscono con lo sminuire l'uomo ed il pensatore. Insomma: a Martynkewicz Groddeck sembra proprio antipatico, per nulla affascinante e poco originale. Ma perché allora imbarcarsi in un'impresa così complessa? Come annota ancora - acutamente - Stoccoro, il libro è «un'opera composita che, con risposte univoche e sature, tende a restringere più che ad allargare orizzonti di senso». Per dirla più chiara, appare l'opera d'un moralista un po' pedante. Ma in tal caso, perché recensire un libro, tutto sommato, noioso? Perché ha l'indiscutibile merito di riportare alla nostra attenzione la figura unica di Groddeck e i suoi libri, tra cui quel Libro dell'Es (edito in Italia da Adelphi) che rimane tuttora una delle opere più libere e più affascinanti del secolo trascorso. A proposito dell'epistolario di Patrick Troll, alter ego letterario di Groddeck, Ingeborg Bachmann nel '67 scrive: «A ciascuno dovrebbe essere prescritto il vecchio Libro dell'Es, insieme alle gocce per la tosse o alle iniezioni». E Freud stesso in una lettera a Groddeck dice, sempre a tal proposito: «… il libro non potrà incontrare il gusto di tutti. Non è facile sopportare pensieri così intelligenti, audaci e impertinenti». Chiosa che sembra valere anche per l'autore di questa biografia. Certamente può non essere facile amare Groddeck/Troll o seguirlo nelle sue fantasie più temerarie. L'idea che «non è vero che noi viviamo, in gran parte siamo vissuti» dall'Es, questo inconscio così profondamente corporale, è inquietante; come disturbante può essere l'attenzione che il vecchio «Satana», come veniva talvolta chiamato, dedica al corpo e alle sue funzioni più basse e scandalose. Un Rabelais della psicoanalisi, e dio sa quanto ce ne sia bisogno ancor oggi, tra pallidi scienziati e inquisitori del setting. Anche Groddeck, come molti suoi contemporanei, teorizza l'abbandono, il ritorno a se stessi (il «divieni te stesso» pindarico) e la semplicità. È facile pertanto tacciarlo di antimodernismo, non è facile invece cogliere, tra rischi new age e derive autoritarie, il sincero bisogno da lui espresso di naturalezza e di fisicità. La scissione mente/corpo che ci accompagna dal romanticismo viene combattuta da Groddeck con le sue terapie psicosomatiche, ma soprattutto attraverso la riproposta della figura del Maestro, di colui che insegna con il paradosso e con il gesto. Con il rischio. Al di là di questo, Groddeck è l'autore che con più chiarezza insieme a Freud teorizza il concetto di Es, che in lui è però un inconscio intimamente affondato nel corpo, come l'anima di Duns Scoto, legata alle ossa, o come la Loba, la vecchia delle leggende del Texas ispanico, che dalle stesse ossa sa risuscitare un corpo. Perché è questo il dono di Groddeck e di Patrick Troll: che il corpo è anima. E che l'entusiasmo è un dono del dio. Dice Troll: «Vi sono strade misteriose nella vita, che a volte sembrano circoli viziosi, ma, in ultima analisi, a noi mortali non resta che una cosa sola: lo stupore». storia nulla in comune tra il nazismo e l'impero romano La Stampa Tuttolibri 25.6.05 La Germania nazista è stata il contrario dell’antica Roma Maurizio Viroli HITLER è «il Salvatore della storia dei Tedeschi», anzi il profeta tedesco la cui missione è quella di annunciare l'opera salvifica di cui deve farsi carico il popolo con l'aiuto di Dio: non il Dio cristiano che vive nei cieli, ma il Dio conforme alla visione tedesca, quello che vive in terra, nel suolo «lavorato dall'uomo vigoroso», nel sole, nel cielo azzurro, nelle stelle, nel mare mosso da temporali e da tempeste, nel piccolo filo d'erba e nelle montagne eterne. Tutti i cristiani, protestanti e cattolici, devono diventare neopagani, ovvero adepti della nuova religione che si dà canti e riti specifici, ha i suoi martiri e per fine principale quello di salvare la razza tedesca. Queste proposizioni, tratte da un documento che Alfred Rosemberg, delegato di Hitler per la vigilanza sull'educazione e la formazione intellettuale e ideologica, pubblicò nel 1934, danno l'idea della profonda avversione del nazismo contro il cristianesimo. Ancora più chiare sono le regole del testo in tredici punti del 1940 che scioglie le associazioni della gioventù cattolica e protestante in favore della gioventù hitleriana, impedisce alle società religiose la proprietà di edifici e terreni (in particolare dei cimiteri, al fine di poter organizzare i funerali pagani di partito), chiude monasteri e congregazioni religiose perché contrarie alla morale germanica e alla politica demografica del Reich, e decreta che la preparazione alla cresima, intesa quale introduzione alla pubertà, non spetta alle chiese, ma al partito nazista. Proprio perché era una religione politica che intendeva forgiare le coscienze, infondere la fede nel Führer, animare la devozione per lo Stato, il nazismo non poteva tollerare il cristianesimo. Come scrisse il pastore Martin Niemdler, tenuto in carcere per una decina d'anni, i nazisti contestavano il credo luterano che l'anima appartiene al Signore e non allo Stato. Al cristianesimo opponevano, accanto alla religione nazista, l'antica religione germanica. Nel saggio Germanesimo e romanità Onorato Bucci, dell'Università del Molise, mette tutto questo assai bene in risalto sulla base di un ampio e attento lavoro di scavo delle fonti storiche e giuridiche. Ma la tesi più importante ed originale del libro è che il nazismo non fu solo anticristiano, ma antiromano, e che la sua profonda natura antiromana aiuta a capire meglio anche la sua natura anticristiana. Il nazismo fu antiromano fin dagli inizi. L'articolo 19 del programma in venticinque punti del Partito Nazionalsocialista del 25 febbraio 1920 invocava infatti la «soppressione nelle università dello studio del diritto romano ritenuto asservito all'ordinamento materialista del mondo». Fu antiromano perché la sua stessa ragion d'essere era distruggere il principio dell'universalità del diritto. Roma, spiega Bucci nelle pagine a mio giudizio più importanti del saggio, rappresentava «il trionfo dell'idea di universalità sul principio della nazionalità». Il nazionalsocialismo esasperò invece il principio di nazionalità e lo interpretò nella maniera più particolaristica possibile. Proclamò ed impose infatti, quale fondamento della nazione, la razza. Roma concedeva a tutti di diventare cittadini romani e di accedere alle più alte cariche dello Stato; la Germania nazista escludeva dalla vita pubblica i cittadini non ariani, e negava ad essi anche i più elementari diritti privati. Ma era antiromano anche perché rifiutava il principio che la legge deve essere sempre generale e mai retroattiva. A giudizio dei teorici nazisti, la legge non può avere carattere generale perché non esistono due sole persone e due soli casi per i quali valga la medesima norma. Persone e azioni devono essere affrontate con norme particolari e decisioni individuali ispirate dal principio della difesa della razza tedesca. Al criterio giuridico si sostituisce quello politico: la più alta realizzazione del diritto, per usare l'espressione di Carl Schmitt, è l'applicazione della volontà del Führer, per definizione, e di fatto, del tutto arbitraria. Il nazismo fu dunque «un incredibile sovvertimento» di tutta la tradizione giuridica romanistica in nome della preminenza e della superiorità del diritto consuetudinario germanico, «con le sue assemblee, con i suoi riti magici e con le sue conclamate iniziazioni». Del resto, il diritto romano era per i nazisti diritto di popoli inferiori, e dunque inadatto alla razza dei dominatori, così come il cristianesimo era, secondo l'insegnamento di Nietzsche, fede dei deboli. Solerti cooperatori dell'opera di restaurazione dell'antico diritto germanico contro il diritto romano furono ovviamente i giuristi (chi altro avrebbe potuto farlo?). Essi «non potevano dire di non sapere perché tutti non potevano che sapere», scrive Bucci, e sarebbe augurabile un serio esame di coscienza che ancora non c'è stato. viroli@princeton.edu l'inventore della psicoanalisi fu... Lorenzo Lotto L'Unità 26 Giugno 2005 DA LOTTO A PIRANDELLO In mostra ad Aosta quattro secoli di «psicologia» attraverso le opere di grandi pittori Dall’analista o dal pittore? Guardarsi dentro con un ritratto di Ibio Paolucci Secondo Vittorio Sgarbi, Lorenzo Lotto, in anticipo di quattro secoli su Sigmund Freud, avrebbe inventato la psicanalisi. Curatore della mostra aostana sul ritratto interiore, occorre dire che, in fatto di estrosi paradossi, Sgarbi non la cede a nessuno. Se ne sono dette e scritte di cose sul grande maestro veneto, che, però, scelse per operare zone di provincia, soprattutto la Bergamasca e le Marche. Ma ci voleva il bizzarro talento di Sgarbi per scoprire il predecessore del medico viennese. In ogni caso rivedere il grande Lotto, comunque trattato, fa sempre piacere. Due sono le opere in mostra: Il ritratto di giovane in nero, di collezione privata e Ludovico Grazioli, già collezione Otto Neumann di New York. Non si può certo dire che sia rappresentato al meglio, ma insomma è pur sempre un bel vedere. La rassegna del Ritratto interiore. Da Lotto a Pirandello, promossa dalla Regione Autonoma,in corso al Museo archeologico di Aosta, aperta fino al 2 ottobre con catalogo Skira, comprende circa 150 opere fra dipinti e sculture di tutti i secoli, dal Cinquecento al Novecento. Non mancano le presenze di grossi nomi, da El Greco a Tiziano, al Bernini, al Baciccio, al Guercino, al Pitochetto a Fra Galgario ai più vicini De Chirico, Max Ernst, Nathan, Zoran, Scipione, Warhol, Wildt, a tantissimi altri. Finire con Fausto Pirandello, figlio del grande padre, ma grande pure lui anche se meno riconosciuto di quanto meriterebbe, è stata una bella idea, non soltanto perché ci pone di fronte a quattro suoi stupendi dipinti, ma anche per l’universo figurativo che rappresentano, rivelatore di una umanità fatta «di uomini e donne spesso nudi, fragili, sofferenti». «Maschere nude», come quelle del grande drammaturgo e pur tanto diverse, comunicanti i laceranti conflitti fra padre e figlio. Felice, anche se su un altro piano, la scelta delle gallerie di ritratti di Tullio Pericoli e di Flavio Costantini. Garcia Lorca, Jung, Freud, Rimbaud di Costantini; Beckett, Gombrowicz, Borges, Walser, Schnitzler di Pericoli. Notevole la presenza del Guercino col ritratto di Francesco Righetti, già del Kimbell Art Museum di Fort Worth nel Texas, colto in un classico atteggiamento, con accanto la sorprendente libreria, che ricorda quella dipinta un mezzo secolo dopo dal bolognese Giuseppe Maria Crespi, forse la più alta «natura morta» del Settecento italiano. Strabiliante la rutilante figura del capitano del seicentista Sebastiano Mazzoni, del museo civico di Padova e, sempre all’interno di questo secolo, spiccano i tre dipinti, ma soprattutto l’autoritratto, del genovese G.B. Gaulli, detto il Baciccio. Insomma una panoramica di ritratti che lo Sgarbi vorrebbe fossero letti tutti in chiave psicanalitica. A domanda precisa, infatti, il curatore risponde «direi di sì», fornendo anche qualche esempio: «Birolli che si ritrae con un libro di Pascal in mano, Gianfranco Ferroni che si mostra a chi guarda di spalle, che altro rappresentano se non il racconto del loro Io segreto?». Dunque, anche l’autoritratto di Antonio Ligabue? Perché no? Scorrendo la mostra ci assale il dubbio che anche Vittorio Sgarbi sia un soggetto da psicanalisi con quel suo gesto continuo di ravviarsi i capelli, segno di indecisione costante e con quel suo modo irritante di arrivare sempre in ritardo alle conferenze stampa. Ma tant’è. Una mostra a tesi, si sa, corre sempre dei rischi. Sgarbi sa illustrare con sapiente oratoria e con brillanti giochi di parola le proprie scelte, anche quando non sono per niente condivisibili. Trattandosi di ritratto interiore, tuttavia, non avrebbe dovuto mancare la presenza dell’inarrivabile Rembrandt, anche se di non facile acquisizione. Usa cristiani rinati... L'Unità 26 Giugno 2005 Il predicatore Graham alla conquista dei giovani A New York in 70mila per ascoltare il reverendo integralista che ha convertito anche Bush di Roberto Rezzo / New York È L'OMBRA DI SE STESSO il reverendo Billy Graham, il predicatore d'America, il padre di tutti i televangelisti. Ha 86 anni, il morbo di Parkinson, un edema cerebrale, il cancro alla prostata e di recente s'è fratturato un'anca. Lo aiuta a salire sul palco il figlio Franklin, 52 anni, il successore designato, pronto a sostituirlo in caso di necessità. Non si dà il caso. Graham parla per più di mezz'ora di fronte a una platea di 70mila persone che dal primo pomeriggio di venerdì gremisce sotto il sole il parco di Flushing-Meadow Corona nel quartiere del Queens. Sono venute ad assistere all'ultima apparizione pubblica di Graham, una manifestazione che lui stesso ha voluto chiamare «L'ultima crociata», prima «d'incontrarsi faccia a faccia con dio». Un sistema di radiocuffie provvede la traduzione simultanea in 20 lingue, dall'arabo al vietnamita. La bella voce tonante da baritono s'è ridotta a un filo, ma ogni frase è scandita con chiarezza e passione. Attacca con una battuta, come è solito fare nei sermoni che l'hanno reso famoso, mescolando umorismo, aneddoti popolari e parabole moderne. Invita la folla a pregare per gli Yankees e per i Mets, le due squadre di baseball di New York, precipitate insieme in classifica. Ricorda che in questo parco fu ospitata la prima sede delle Nazioni Unite, che qui nel 1946 votò la creazione dello Stato d'Israele. Un gesto conciliante nei confronti di un piccolo gruppo di contestatori che - tenuto dalla sicurezza a debita distanza - ricorda con cartelli e slogan una sua battuta antisemita pronunciata ai tempi di Nixon. E quindi va giù con la parola del Vangelo, con un'interpretazione letterale delle scritture che evoca il dio minaccioso dell'antico testamento. «Oggi, quello di cui il mondo ha più bisogno è una completa trasformazione della natura umana. Dobbiamo amare anziché odiare. Gesù ha detto che è possibile ricominciare la propria vita daccapo. Che dobbiamo rinascere un'altra volta». «Cristiani rinati» si fanno chiamare i suoi seguaci e tra loro si conta anche l'attuale presidente George W. Bush. Li unisce la certezza di essere sempre dalla parte del giusto, di possedere l'unica verità, quella ispirata direttamente da dio. Aspettano il giorno in cui Gesù Cristo tornerà sulla terra per portarli con sé in paradiso. Tutti gli altri a patire le fiamme dell'inferno. «La civiltà umana è indietro rispetto alla sua capacità tecnologica. Questo può significare disastri e catastrofe per il mondo intero. Siamo tutti peccatori e tutti abbiamo bisogno di cambiare», scandisce prima che il coro alle sue spalle, vestito d'azzurro e illuminato da una luce celestiale, intoni le note di «Amazing Grace». Il pubblico è tutto in piedi, la commozione bagna molti occhi di lacrime. Non sono i 250mila del 1991 a Central Park, ma stupisce la diversità etnica e la straordinaria partecipazione di giovani. Ragazze e ragazzi che è impossibile distinguere dal pubblico che si può trovare a un concerto rock. Non hanno il look da oratorio, sono vestiti alla moda, portano il piercing, si vedono gonne e scollature modello Paris Hilton. Magliette a brandelli in puro stile grunge, ma con su scritto «Dio ti ama». Attorno ai vent'anni anche i «consiglieri spirituali», un'armata specializzata in proselitismo e a caccia di conversioni. Si riconoscono per la polo giallo brillante su scritto «Are you ready for that?» - il motivo di uno dei primi brani tecno-house spuntati all'inizio degli anni '90 - «Sei pronto per questo?». Si aggirano tra il pubblico amichevoli e sorridenti, l'aria estatica come se fossero impasticcati. Al polso hanno un braccialetto che si chiama «Masturband» e significa che per rispettare la castità sino al matrimonio hanno rinunciato anche a far sesso da soli. Nel loro giro nessuno stringe la mano a chi non l'indossa. Spiegano che in un mondo dominato dal materialismo e dai consumi la verginità è una scelta rivoluzionaria. L'ultima crociata del reverendo Graham prosegue oggi e domani, in una scenografia hi-tech che si specchia nei megaschermi piazzati in tutto il parco, tra preghiere, vendita di libri e raccolta di fondi. Il costo della manifestazione, trasmessa in diretta da decine di emittenti radiotelevisive cristiane in mondovisione, secondo i dati forniti dall'organizzazione è di 6,8 milioni di dollari. La metà dei quali già incassati prima ancora che avesse inizio. Le donazioni alla Graham Evangelic Association, con sede in North Carolina e presente in oltre 150 Paesi al mondo, si accettano 24 ore su 24 in contanti, con assegno e tutte le principali carte di credito. asessualità «una vita senza sesso», una nuova community repubblica.it 26 giugno 2005 Nasce in Italia la community di coloro che non provano desiderio "Dicono che siamo malati ma non è così. Basta con i sensi di colpa" Una vita intera senza sesso l'orgoglio asessuato sul web di MATTEO TONELLI ROMA - Quelli che non lo fanno e dicono di vivere bene così. Dopo che il New York Times, ha squarciato il velo sulla comunità degli asessuati pubblicando le loro storie personali, anche in Italia qualcosa si muove. La sezione italiana dell'Asexual visibility and education network (Aven), ha aperto un forum su internet, unico spazio, fino ad ora, dove hanno potuto incontrarsi e confrontarsi tutti quelli che del sesso proprio non ne vogliono sapere. Una 'web community' di persone che condividono la totale mancanza di attrazione sessuale sia verso un sesso che verso l'altro. "Non vogliamo fare propaganda - spiega l'amministratrice del forum, sulla trentina, del nord Italia che in rete si presenta come la Vedova Nera, - ma creare un centro di scambio culturale". Tutto è nato dopo una serie di contatti con David Jay, fondatore di Aven, che ha dato il via libera per la creazione di una sezione italiana del movimento. Che, attualmente, conta meno di dieci partecipanti al forum e che, si augura l'amministratrice, oltre ad ingrossare le fila, "in futuro spera possa poter contare anche sulla collaborazione di medici". Come il sessuologo di Mtv Marco Rossi che sugli asessuati sta portando avanti delle ricerche. Perché il fenomeno delle persone asessuate non è molto studiato dagli scienziati. C'è chi pensa che una mancanza di desiderio fisico non sia necessariamente una disfunzione o un problema, e chi, come Leonard Derogais, direttore del centro di salute sessuale alla Johns Hopkins University di Baltimora, è molto più critico: "Il sesso è un istinto naturale, come il bisogno di mangiare o di bere. Queste persone non sono del tutto normali". Un'analisi che la Vedova Nera commenta così: "Quelli come me sono considerati 'malati', ma non è così. il mio modo di essere è pienamente realizzato in una vita "senza sesso" e da quando ho scoperto che esiste una comunità internazionale non ho più intenzione di sentirmi in colpa". Da questo, alla frequentazione del sito di Jay e alla creazione della filiale italiana, il passo è stato breve. "A mio modo di vedere lo scopo di AvenItalia nel mondo sessocentrico in cui viviamo è di poter dire liberamente di essere gay, lesbo, trans, bisex, asex o quant'altro senza essere deriso, discriminato o messo in quarantena. Nel suo piccolo questo network può avere il ruolo verso l'esterno di educare alla tolleranza e alla comprensione delle "devianze sessuali" scrive sul forum Petrael da Milano. Una riflessione accompagnata da una frase di lord Chesterfield che, rivolto al figlio, liquidava l'amplesso: "La posizione è ridicola, il piacere effimero, la fatica tanta". sabato 25 giugno 2005
Calasso«la conturbante figura della ninfa» Repubblica 25.6.05 Intervista. Da Socrate a Nabokov lungo il cammino segreto che ha posto al centro la conturbante figura della ninfa La storia della possessione erotica e di una maniera di avvicinarsi alla conoscenza raccontate in un libro Viviamo in un'epoca dove la profusione delle immagini esterne ostacola quelle mentali I greci riconoscevano che la nostra vita mentale è abitata da potenze che sfuggono a ogni controllo La cristianità non ha avuto solo san Tommaso ma anche Meister Eckhart tra i suoi grandi pensatori L'Incipit a Parigi è una grande città, nel senso in cui Londra e New York Antonio Gnoli MILANO. A volte si ha l'impressione che Roberto Calasso sia il prolungamento dei libri che legge, studia e ama. È il puro strumento attraverso cui essi generano altre storie, altre idee, altre avventure. Nelle pagine di questo scrittore tutto appare mosso e lieve, come una luce tremula che si alza dall'acqua delle grandi civiltà. Si è immerso in quella greca e indiana. Ha navigato nello spazio della modernità: intravisto terre dal paesaggio tormentato. E ogni volta è come se ricominciasse da capo. Il suo nuovo libro, una raccolta di saggi che ben lo rappresenta (incursioni nella letteratura, nel cinema, nella filosofia), è una silloge di gusti personali, curiosità, interessi. Ma ogni saggio, verrebbe da dire, è il gradino di un'unica scala, al cui vertice c'è un´idea di conoscenza che l'Occidente ha solo in minima parte frequentato, preferendo rimuovere la parte più enigmatica, quella nata dalle immagini. Il libro non a caso si intitola La follia che viene dalle Ninfe (Adelphi). Lei sa quanto il tema delle Ninfe nel Novecento abbia affascinato personaggi come Warburg e Nabokov. E mi sembra significativo che a queste figure lei dedichi più che un riconoscimento. «Nabokov, con la sua perversa ironia, si è ben guardato in Lolita dal rendere esplicito il tema, che però illumina il libro. Era una delle tante vie segrete che lasciava al buon lettore. Quanto a Warburg, la Ninfa - come si vede dalla corrispondenza con André Jolles - attraversa tutta la sua vita. Fino all'estremo ha voluto testimoniare il potere di quella immagine». Lo subiva? «Ne era posseduto». Come fa un'immagine a possederci? «È il potere che hanno i simulacri, anche quando vengono disconosciuti». Platone nella Repubblica li condanna. «È vero. Ma in altre opere Platone si riconosce nel simulacro. Nel Fedro soprattutto, dove sembra quasi voler chiedere scusa alla mitologia». E lei sta dalla parte della Repubblica o del Fedro? «Dalla parte del Fedro. I simulacri sono la via regale alla conoscenza. Una delle debolezze fondamentali di tutto quello che accade da qualche secolo (o millennio?) a questa parte risiede nel tentativo di arginare, deprezzare, disprezzare le immagini. Non riconoscendo la potenza che hanno. Oggi viviamo in un'epoca dove la profusione delle immagini esterne ostacola e spesso blocca la percezione delle immagini che ci accompagnano in ogni momento: le immagini mentali». Lei sostiene che per i greci la possessione fu innanzitutto una forma primaria della conoscenza. Cosa intende dire? «I greci riconoscevano che la nostra vita mentale è abitata da potenze che la sovrastano e sfuggono a ogni controllo» Ma a un certo punto l´Occidente ha scelto un altro modo di conoscere: all´essere posseduto ha preferito il possedere. «È un lungo processo, dove un passo simbolicamente decisivo viene compiuto da Cartesio. Non tanto con il Discorso sul metodo quanto con le Regulae ad directionem ingenii, dove teorizza che esiste solo ciò che viene imbrigliato nella procedura dell'enumerazione, quindi in una procedura di controllo gravida di conseguenze, a tutti i livelli: epistemologico, sociale, politico». In altre parole, si esclude tutto ciò che non è riducibile al calcolo scientifico? «Tutto quanto resta fuori dall'enumerazione viene trattato come fenomeno insignificante o patologico. Non a caso per il mondo moderno la possessione è solo un'esperienza di poveretti che vanno internati. Ma i greci non erano degli illusi. Sapevano benissimo quanto la possessione fosse pericolosa e quanto il "delirio divino" fosse diverso da quello degli psicopatici». Cè differenza tra possessione, delirio e follia? «Tutto parte dalla stessa parola, che è mania. I greci nel loro lessico distinguevano molto bene tra i vari tipi di possessione. Ma la cosa decisiva per capire il loro mondo è notare la preminenza che hanno attribuito alla possessione erotica. E qui appare la Ninfa - e con essa un dettaglio fondamentale che spesso viene trascurato: la possessione non investe soltanto gli uomini, i quali soggiacciono a varie passioni, ma agisce innanzitutto sugli dèi». Parlare di possessione in qualche modo significa far riferimento a Dioniso. Ma la cultura greca ha conosciuto anche Apollo, ovvero l'esatto opposto. «È stato Nietzsche, con un colpo di genio, a isolare questa polarità. Ma, nel santuario di Delfi, Apollo e Dioniso condividevano la conoscenza attraverso la possessione. L'unità greca non è data né da Atene né da Sparta, ma da Delfi. È il punto magnetico a cui si riferisce tutta la storia greca». Ma una conoscenza che scaturisce dalla possessione che cosa è? «La chiamerei conoscenza metamorfica, dove il rapporto che il soggetto ha con l'oggetto non è di rappresentazione ma di commistione. Ed è una via incompatibile con l'altra, che da Cartesio in poi ha segnato il corso del conoscere in Occidente». Però già nel mondo greco c'era una via misterica e una razionale alla conoscenza. «C'è una lotta antichissima fra le due conoscenze. Riassumibile nel dissidio fra filosofia e poesia di cui parla Platone nella Repubblica. Il mondo greco è pieno di resistenze e di attacchi agli dèi, alle immagini, alle passioni. Ma fino all'ultimo quel mondo difenderà la via misterica alla conoscenza. Le Dionisiache di Nonno sono l'ultimo, immenso poema epico in cui si ritrova integra questa maniera di conoscere». Non ritiene che questo tipo di conoscenza sia oggi pericolosamente esposta a cadute e manipolazioni piuttosto discutibili? «A che cosa pensa?». Come lei sa il fenomeno della possessione tornò di moda nell'Ottocento con l'occultismo. Ma anche la proliferazione di ex voto nell'ambito del cattolicesimo fu un modo di legare in senso basso e popolare l'immagine al miracolo e alla guarigione. «L'immagine è un'ordalia, una prova attraverso la quale si può passare o sviluppando un pensiero che sia all'altezza dell'oggetto o altrimenti restandone sopraffatti. Quanto all'occultismo, c'è sempre stato. In senso moderno, il contagio dei tavolini che ballano ha inizio nel 1848. Pochi fanno caso alle date di questa voga, che dall'Inghilterra e dalla Francia dilaga poi negli Stati Uniti: allo scuotimento generale corrisponde uno scuotimento psichico». E le immagini che il cattolicesimo ha prodotto? «Fino a un certo punto sono state all'altezza della sua storia. Ma il rapporto che oggi la Chiesa ha con esse è il segno più evidente della sua debolezza dottrinale. Le immagini che la cristianità ha sviluppato nel ventesimo secolo non reggono, quasi senza eccezione, alla prova estetica. È un fallimento che si può constatare entrando in una qualunque chiesa degli ultimi cento anni. Nessuna riesce a presentarsi come supporto adeguato della liturgia, che è fatta di immagini». Lei come spiega questa involuzione? «Non c´è più un pensiero in grado di sostenere la liturgia». Ma il pensiero cattolico è stato un pensiero legato alla metafisica. È andato in direzione opposta al pensiero metamorfico. «La cristianità non ha avuto solo san Tommaso ma anche Meister Eckhart, uno dei grandi pensatori dell'immagine». Fu uno dei grandi pensatori della mistica. «Ma una mistica non effusiva, non sentimentale. Eckhart fu innanzitutto un grande metafisico. Un pensatore che costruì un edificio di pensiero». Perché nell'uso che lei fa della parola metafisica non tiene conto della condanna che a più riprese essa ha subito, a partire da Heidegger? «Ormai c'è una fila troppo lunga di quelli che pretendono di parlare al di fuori della metafisica. Mi ricordano Berlinguer quando parlava di "fuoruscita" dal capitalismo. Quando dico metafisica intendo qualsiasi discorso che dia un nome preciso a ciò che è. E questo non avviene necessariamente in forme riconducibili ai trattati filosofici». Il pensiero non si esaurisce nella filosofia? «Certamente non si esaurisce in quella forma trattatistica che ha trovato in Kant la sua espressione suprema». Radetsky si allarga... Bertinotti: la Chiesa torna all’integralismo La Stampa 25 Giugno 2005 HA DETTATO LEGGE di Riccardo Barenghi IL Papa non si è presentato ieri al Quirinale «solo» come un Papa, ossia il capo della Chiesa cattolica nonché dello Stato pontificio in visita ufficiale in Italia. Ma ha voluto incarnare – e lo ha dimostrato con decisione nel suo discorso – i panni di un leader politico, anzi del leader di un grande partito che ha appena vinto l’ultima consultazione elettorale. Se Stalin potesse ripetere oggi la sua battuta su «quante armate ha il Papa», lui gli potrebbe rispondere che c’è poco da scherzare, ne ha parecchie. Più di 40 milioni di persone, il 75 per cento degli italiani maggiorenni. Quelli cioè che si sono astenuti nel referendum sulla fecondazione assistita e che lui arruola, militarizza e alla cui testa si mette, sfidando i laici («la laicità sana»). Ovviamente non è così, non tutti questi (non) elettori sono fedeli o seguaci di Ratzinger e Ruini. Anzi, probabilmente la maggior parte di loro si è astenuta non perché così gli avevano raccomandato di fare in parrocchia, ma per mille altre ragioni. Però non possono parlare, al loro posto parla il risultato che hanno prodotto. Interpretabile, naturalmente, ma inequivocabile se visto con gli occhi, la mente, e le intenzioni dell’attuale Pontefice. Il quale sa benissimo che questi milioni di astenuti non la pensano tutti e in tutto come lui, ma sa altrettanto bene che il segnale va colto al volo. E immediatamente rilanciato, portato all’incasso. Così si comportano i dirigenti della politica, così si è comportato ieri il Papa che dirigente politico non dovrebbe essere per statuto. Si può obiettare che Ratzinger si sia semplicemente limitato a sottolineare per l’ennesima volta quali sono i valori fondamentali della sua dottrina. L’obiezione però è respinta dallo stesso Benedetto XVI. Il quale, dopo aver elencato le tre questioni che preoccupano di più la Chiesa – la tutela della famiglia fondata sul matrimonio (cioè no alle unioni di fatto, tantomeno gay), la difesa della vita fin dal concepimento (cioè no all’aborto), la scuola privata libera (cioè senza oneri per i fedeli e viceversa per lo Stato) – si è rivolto direttamente ai «legislatori italiani». Confidando che «nella loro saggezza sappiano dare ai problemi ora ricordati soluzioni umane, rispettose cioè dei valori inviolabili che sono in essi implicati». Qui il Papa non ha solo espresso la sua opinione, non ha nemmeno semplicemente rimarcato i fondamenti etici della sua religione, e neanche si è «normalmente» ingerito negli affari italiani come tante volte hanno fatto nella storia i suoi predecessori e collaboratori (e lui stesso). Ha fatto qualcosa di più, ha letteralmente dettato la legge. La Stampa 25 Giugno 2005 IL NO A NOZZE GAY, ABORTO E RICERCA SUGLI EMBRIONI Le parole di Ratzinger sorprendono il Colle Davanti al Capo dello Stato ha tracciato una linea netta ROMA. VI sono eventi preparati fin nei minimi dettagli, che pur svolgendosi, almeno in apparenza, esattamente come previsto, finiscono, come per mistero, per assumere un significato diverso da quello che ci si aspettava. Così è stato per la visita di Stato che ieri Benedetto XVI ha compiuto al Quirinale. Per esempio, il discorso che il Papa ha pronunciato a fine cerimonia nel salone dei Corazzieri era già noto fin dalla mattinata ai consiglieri del Quirinale, che lo avevano gentilmente ricevuto in lieve anticipo dalla segreteria del pontefice. Eppure, mentre Benedetto XVI scandiva con precisione le parole con il tono di voce calmo e gentile, con gli occhi sorridenti e senza scomporsi in un gesto, Carlo Azeglio Ciampi appariva sempre più in imbarazzo. Così come molti dei politici che erano di fronte a lui tradivano sempre più l'impressione di trovarsi di fronte non un mite, sia pur rigoroso, teologo, ma l'incarnazione del «papa victor», l'uomo che, a pochi giorni dall'ultimo voto referendario, aveva ordinato ai cattolici di «astenersi dal fare tutto ciò che non piace a Dio», travolgendo le scomposte schiere laico-illuministe. E adesso, dopo aver ricevuto da Ciampi un'annunciata e ovvia rivendicazione di laicità dello Stato italiano assieme, però, al riconoscimento dell'identità cattolica dell'Europa e a tante altre buone parole, il Papa, con quella che Erasmo da Rotterdam avrebbe chiamato «suavis clericorum malitia» (la soave malizia dei preti), stava tracciando una linea netta sul pavimento di marmo del salone. Tutti la potevano vedere. E la sorpresa era piuttosto palpabile. Ciampi aveva dato tutte le disposizioni possibili perché la visita di Benedetto XVI, la sua prima all'estero, la prima al Quirinale, si svolgesse in modo perfetto. La regia dei saluti istituzionali al Papa, appena varcato il «confine», da parte del vicepresidente del consiglio e poi del sindaco di Roma sotto il Campidoglio. La scorta dei corazzieri in pompa magna fino a piazza Venezia e poi, di lì al Quirinale, di un plotone di trentadue uomini a cavallo. E poi gli staffieri in livrea cremisi e polpe blu scuro. Sui pennoni del torrino, in fondo al cortile delle cerimonie, il vessillo bianco-giallo garriva assieme al tricolore e alle stelle disegnate da Arsene Heitz per la bandiera dell'Unione europea. Ciampi, mentre aspettava la Mercedes scoperta con targa SCV1 su un tappeto ai bordi del cortile, pregustava il lungo momento in cui avrebbe potuto guidare il suo nuovo amico attraverso il labirinto di corridoi del Quirinale, mostrandogli questa e quest'altra bellezza. E' quindi rimasto un po' sorpreso, quando, dopo aver gentilmente segnalato al Papa molte opere lasciate dai pontefici, si è sentito chiedere davanti a due arazzi: «Anche questi?». Il consigliere culturale Luigi Godart, con un sussulto quasi ghibellino, ha chiuso l'argomento: «No, sono arrivati dopo il 1870». Ciampi aveva anche pensato a dove buttare la conversazione privata: avrebbe parlato della guerra, cercando di stimolare ricordi comuni (come poi è stato: si ricordava il Papa quella domenica del giugno 1941...? Se la ricordava.) e poi dell'Europa, dei giovani e della pace. Avrebbe dovuto essere l'ultima visita di Giovanni Paolo II, del Papa amico, ma Ciampi, cattolico, era contento di poter stringere subito i rapporti con un uomo che, appena eletto, lo aveva ricevuto molto cordialmente in Vaticano, pur facendogli fare sette minuti di anticamera. Ma poi papa Ratzinger era stato gentilissimo anche con donna Franca, confermando la sua fama di uomo dolce. Ciampi, come Humphrey Bogart in Casablanca, pensava «all'inizio di una grande amicizia». E così, per evitare malintesi o improvvisi incidenti, aveva informato il Vaticano che il suo discorso avrebbe contenuto una peraltro doverosa rivendicazione di laicità dello Stato italiano. L'«orgogliosa» rivendicazione era un atto dovuto per un presidente di fronte a un Papa, soprattutto dopo le recenti polemiche suscitate dalle prese di posizione del cardinale Camillo Ruini. Ma non avrebbe significato niente più di questo. In compenso il presidente avrebbe sottolineato l'eccellenza, l'esemplarità dei rapporti tra Repubblica italiana e Santa sede. E avrebbe offerto a Benedetto XVI, papa europeo che vuole incidere sull'Europa, quell'atteso riconoscimento: «Il patrimonio cristiano e umanistico della civiltà italiana è un elemento unificante della identità europea». Il Papa poteva essere certo che, se fosse dipeso da Ciampi, la costituzione europea avrebbe contenuto un riferimento alle radici cristiane. Ciampi, insomma, aveva preparato per Joseph Ratzinger un'accoglienza in guanti bianchi e si aspettava, probabilmente, di essere ricambiato con un alato discorso sui massimi problemi dell'umanità. Invece il Papa si era preparato una risposta che, in termini calcistici, potrebbe essere quasi definita come un'entrata con i piedi a martello. Lui era venuto al Quirinale per annunciare che rivendicava la libertà di continuare a battersi contro le unioni tra omosessuali, contro la ricerca sugli embrioni, contro l'aborto e a favore di maggiori finanziamenti alle scuole cattoliche. Lo ha fatto parlando con la voce dolce di un maestro prealpino e indossando quelle scarpe rosse da fatina, senza rivendicare orgogli, ma duro come una spada. Tutto è andato bene, quindi. Ma non si può dire che sia proprio andata come nelle previsioni. La Stampa 25 Giugno 2005 IL SEGRETARIO DI RIFONDAZIONE COMUNISTA: «E’ IN GIOCO LA LAICITÀ» intervista Bertinotti: la Chiesa torna all’integralismo «Mi colpisce nell’intervento di Benedetto XVI l’insistenza su un punto: l’influenza vaticana sulla costruzione e l’esercizio dei poteri statuali» Fabio Martini ROMA. ONOREVOLE Bertinotti, lei comunista e ateo ma sensibile a quel che si muove nella Chiesa, non pensa che sia oramai palpabile un cambio di approccio tra Ratzinger e Wojtyla? «Difficile rispondere. Da un lato pesa la vicinanza e collaborazione che c’è stata tra i due ma anche la “divisione del lavoro” e gli stessi profili appaiono molto distinti. Ma siamo ai primi passi di un pontificato e mi sembrerebbe arbitrario rilevare differenze, giudizi che richiedono un passo lungo». Sarà presto ma quel poco non è già eloquente? «Di primissimo acchito si può notare come il pontificato di Giovanni Paolo II abbia guardato prevalentemente al mondo anche quando è intervenuto sui principii della fede, mentre ora c’è una ripresa di attenzione all’Italia». Dal Quirinale, cuore dello Stato italiano, al presidente Ciampi che indicava le cose che si possono fare assieme, papa Ratzinger ha spiegato quel che sta a cuore alla Chiesa... «E’ vero, ora la Chiesa chiede allo Stato. In questo senso vedo affievolirsi lo spirito conciliare che si esprimeva nella formula “camminare insieme” “uomini e donne di buona volontà”. Quel mettere l’accento su una categoria, il popolo, che fu uno scandalo fruttuoso». Cosa vuole la “nuova” Chiesa di papa Ratzinger? «Quello che mi colpisce nel discorso è la torsione attraverso la quale si insiste su un punto: l’influenza della Chiesa sulla costruzione e l’esercizio dei poteri statuali. Una martellante istanza di condizionamento da parte della religione cattolica sulla realtà temporale». Una vocazione allo Stato etico? «No. La mia critica al pontefice è molto forte ma io parlo di condizionamento, non del proporsi una dipendenza». Durante il referendum i vescovi hanno fatto legittimamente sentire la propria voce... «Dalla vicenda del referendum, il Papa ricava una lezione generale: riconosce che le realtà temporali si reggono con “norme loro proprie” ma senza escludere riferimenti etici che trovano il fondamento ultimo nella religione. Una formula raffinata che sembra mettere in discussione un principio per me fondamentale: Stato e la politica devono avere un fondamento autonomo che li rendono capaci di legiferare e di legittimare il potere temporale». Una disquisizione sottile per dire che per lei è in gioco un valore essenziale dello Stato moderno? «Io penso che questo approccio possa corrodere le fondamenta stesse dell’idea laica dello Stato». Laico è diventato un termine così vago che lo utilizzano tutti, non le pare? «E’ vero, ma in Italia la laicità si esprime in un corpo di norme, di riferimenti etici che formano la Costituzione, fondamento dell’autonomia laica dello Stato». Nel testo del discorso pontificio si assegna all’Italia la missione di diffondere le radici cristiane in Europa e nel “sottotesto” è come se fosse scritto: l’Italia sia l’anti-Spagna... «Quel che non c’è non glielo attribuirei ma quel che c’è sì. C’è una esortazione all’Italia come luogo privilegiato per l’estensione delle radici cristiane». Quelle radici sono incontestabili, o no? «Certo. Ma vorrei che fossero messe egualmente in valore le radici che vengono dal mondo classico, le radici giudaiche, le altre esperienze religiose che hanno attraversato il Mediterraneo come l’Islam. Le cento città. Il Rinascimento, l’illuminismo francese, il grande contributo del movimento operaio. Il letto su cui scorre la vita quotidiana italiana non si può ridurre tutto ad una sola fonte: questa è un’operazione intregralista che rischia di dividere, laddove c’è bisogno di unire nella costruzione di una cultura condivisa di un popolo». In passato, nel “catalogo” di Wojtyla o dello stesso Ruini, c’erano tanti valori ai quali potevano appellarsi conservatori o progressisti - vita ma anche pace, scuola privata ma anche critica del mercato - mentre papa Ratzinger non le sembra che abbia “stretto”? «Sulla scuola bisognerà aspettare se e quando il Papa vorrà sviluppare questo discorso, ma sembra un ragionamento che guarda alla scuola confessionale, ma quel che è già netto è una richiesta della tutela fondata sul matrimonio che, essendo già salvaguardata nella Costituzione italiana, sembra essere uno sbarramento verso il riconoscimento di altri unioni. E la preoccupazione sulla vita umana sembra rinviare ad una critica alla legge sull’aborto». Il Messaggero Sabato 25 Giugno 2005 L’appello per gli istituti privati crea disagio Ciampi ha sempre difeso l’istruzione pubblica. ROMA - (...) quando il Pontefice e il capo dello Stato si sono trasferiti nel Salone delle Feste del Quirinale per i discorsi ufficiali l’atmosfera era pacata, serena. Il suo intervento Ciampi l’aveva scritto personalmente. Le ultime correzioni le aveva apportate ieri mattina insieme al segretario generale del Quirinale, Gifuni. Carlo Azeglio Ciampi era concentrato. Sapeva che l’appuntamento era di quelli che segnano la storia di un settennato. Anche perché era la prima volta che il successore di papa Wojtyla si presentava al cospetto di un capo di Stato straniero. Quindi le parole sono state accuratamente calibrate, i concetti passati al setaccio per evitare qualsiasi possibile malinteso sul significato che non da oggi lo stesso Ciampi attribuisce alla doverosa laicità certo non al laicismo, dello Stato italiano. Non hanno destato eccessiva sorpresa ed erano perfettamente legittimi - nella risposta di papa Benedetto XVI - i meticolosi e precisi richiami alle preoccupazioni che accompagnano questo inizio di pontificato: a cominciare dal problema della famiglia fondata sul matrimonio e a quello della difesa della vita «dal suo concepimento fino al suo termine naturale». Quel che, in qualche modo, ha creato un certo disagio è stato il riferimento papale alla scuola privata con l’appello perché i genitori possano decidere liberamente l’istruzione dei loro figli senza l’onere di ulteriori gravami. Su questo punto, Ciampi non ha detto alcunché. Ma la posizione del Quirinale è chiara ed è stata espressa in più occasione, soprattutto in occasione dei discorsi al Vittoriano per l’apertura dell’anno scolastico. La difesa del «sistema scolastico nazionale» è sempre stata decisa e netta perché «esso ha contribuito più di ogni altro alla costruzione di una patria unita, all’educazione di cittadini consapevoli». Dunque: resta un impegno prioritario e non si tocca. P. Ca. La Stampa 25 Giugno 2005 LE REAZIONI AL MESSAGGIO DEL PONTEFICE: APPLAUSI DEL CENTRODESTRA, MOLTI DISTINGUO NEL CENTROSINISTRA Berlusconi: totale accordo con Benedetto XVI Prodi: l’Unione ha posizioni diverse Andrea di Robilant ROMA. Il discorso «interventista» pronunciato al Quirinale da Benedetto XVI ha ricevuto il plauso convinto di tutto il centro destra, a cominciare da Silvio Berlusconi, mentre nel centro sinistra le reazioni sono state più modulate, con molti distinguo e qualche critica nemmeno tanto velata. Il passaggio indubbiamente più controverso è stato quello in cui il Pontefice ha ribadito con vigore che la Chiesa rimane fortemente impegnata in difesa della vita «sin dal suo concepimento», della famiglia fondata sul matrimonio e della scuola privata cattolica. Berlusconi, fermandosi a parlare con i giornalisti nel cortile d’onore del Quirinale dopo la partenza del Pontefice, nell’esaltare «la coerenza assoluta» di Benedetto XVI, ha dichiarato di essere «personalmente in totale accordo» con la posizione della Chiesa sulla difesa della vita sin dal suo concepimento. Anche per Romano Prodi, «la difesa della vita» deve rimanere la nostra «stella polare» nel momento in cui ci troviamo di fronte a dilemmi nuovi che toccano la vita e la morte. Ma il leader del centro sinistra ha riconosciuto, in una sua intervista a Radio vaticana, di essere alla guida di una schieramento con posizioni diverse su questo delicatissimo argomento. E così, anche per non lasciare il campo interamente agli avversari, ha tenuto a ricordare che quando era al governo si adoperò «per mettere risorse a disposizione della scuola privata» - uno sforzo che va «indubbiamente portato avanti». Ma è sull’argomento delle radici cristiane dell’Europa - annosa questione sulla quale il Papa è tornato anche ieri - che Prodi si è voluto soffermare, assicurando agli ascoltatori di aver partecipato «con tanta passione e tanto a lungo» al tentativo poi fallito di inserire un accenno alle radici cristiane nella travagliatissima Costituzione europea. «Non è stato possibile solo per la tradizione passata di alcuni Stati - ha spiegato - ma io credo che una grande maggioranza di cittadini aderivano completamente a quel principio». Nel centro destra il messaggio di Benedetto XVI ha ricevuto un’adesione univoca. «E’ possibile una laicità dello Stato agganciata a valori morali che hanno fondamento nella religione», ha detto Rocco Buttiglione, ministro per i Beni culturali. «E il Papa ha anche indicato le aree nelle quali sono in gioco valori essenziali per la persona umana, che sono oggetto della cura della Chiesa ma anche dello Stato». Per il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini le parole del Papa non sono soltanto uno stimolo ma «un indirizzo concreto per quanti sono impegnati nella vita pubblica». E Gianni Alemanno, ministro per le Politiche agricole e leader emergente di Alleanza nazionale, è stato ancora più esplicito, appoggiando il richiamo del Papa «alle risposte che tutte le istituzioni devono dare alla presenza dei valori cattolici nello Stato italiano». Per non criticare apertamente il Pontefice, molti esponenti del centro sinistra, tra cui Vannino Chiti, coordinatore della segreteria dei Ds, hanno preferito elogiare le parole di Carlo Azeglio Ciampi sulla laicità dello Stato. La Voce repubblicana, organo del Pri, ha «particolarmente apprezzato le parole severe e rigorose del Capo dello Stato». E il presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio ha elogiato «l’alto spessore» del discorso di Ciampi. Ma Daniele Capezzone, segretario dei Radicali, ha messo in guardia: «Papa Ratzinger è già pronto con la Cei alla prossima campagna elettorale, e rivendica di esserne attore». E c’è chi, come Maura Cossutta dei Comunisti italiani e Fabio Mussi del Correntone diessino, ha trovato fuori luogo l’espressione «sana laicità» usata dal Papa. «La laicità è un concetto nitido che non ha bisogno di aggettivi», ha spiegato Mussi. Le Scienze bella scoperta davvero...! La Scienze 25.06.2005 Schizofrenia e agenti esterni Molti pazienti faticano ad attribuire a se stessi la causa di un evento Gli individui sani possiedono la capacità di distinguere fra gli eventi che avvengono come risultato delle proprie azioni e quelli causati dalle azioni altrui. Questa capacità sembra essere disturbata in coloro che sperimentano molti tipi di convinzioni errate o di allucinazioni, comprese quelle associate con la schizofrenia. In presenza di queste illusioni, l'informazione sensoriale autoprodotta viene erroneamente percepita come causata da un'influenza esterna. In uno studio pubblicato sul numero del 21 giugno della rivista "Current Biology", un gruppo di ricercatori guidato da Axel Lindner dell'Hertie Institute for Clinical Brain Research e del California Institute of Technology ha studiato come gli individui sani e i pazienti schizofrenici interpretano il proprio mondo visivo. In particolare, gli scienziati fanno luce sull'associazione fra il disturbo della capacità di attribuire a se stessi le cause di un evento e i sintomi della schizofrenia. I ricercatori hanno confrontato le capacità dei soggetti di distinguere un moto che avviene nel mondo esterno da quello causato dai movimenti dei propri occhi. In entrambi i casi le immagini passano sulla superficie della retina, ma normalmente il cervello le interpreta in maniera differente a seconda del fatto che la testa e gli occhi restino fermi o meno. Lirdner e colleghi hanno osservato una chiara correlazione fra la forza di alcune allucinazioni sperimentate dai pazienti schizofrenici e la quantità di "movimenti esterni" che questi pazienti percepiscono mentre muovono i propri occhi. Questa correlazione suggerisce che le illusioni della schizofrenia possano dipendere dal malfunzionamento di un meccanismo generale che consente agli individui sani di attribuire correttamente le cause delle esperienze sensoriali. A. Lindner, P. Thier, T. T. J. Kircher, T. Haarmeier, D. T. Leube, "Disorders of Agency in Schizophrenia Correlate with an Inability to Compensate for the Sensory Consequences of Actions". Current Biology, Vol. 15, 1119–1124 (21 giugno 2005). DOI 10.1016/j.cub.2005.05.049 © 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A. insonnia, secondo la SIP Il Mattino 25.6.05 Dodici milioni di italiani soffrono di insonnia, oltre la metà sono donne Psichiatria, per le donne troppe notti in bianco Roma. Si rigirano nel letto notte dopo notte. Contano le pecore. Prendono tranquillanti o buttano giù un bicchiere di vino sperando che faccia calare le palpebre nel sonno ristoratore tanto atteso. Sono le vittime di Madama «Insonnia». Almeno 12 milioni di italiani sono condannati a trascorrere notti in bianco e 6 volte su 10 si tratta di una donna. Non è che stiano meglio negli altri paesi europei, dove a non chiudere occhio è il 34% degli adulti. Un male comune e diffuso, insomma, da cui potrebbero non essere immuni nemmeno gli «angeli custodi» della psiche: scoprire come dormono gli psichiatri è l’obiettivo di una ricerca che, attraverso la somministrazione di un questionario a tutti gli psichiatri, vuole indagare sui misteri del sonno e illuminare gli angoli bui della mente. È ormai acquisito che il sonno è uno stato molto complesso della vita psichica, con tutte le caratteristiche e l’instabilità della veglia, teatro di complesse interazioni dinamiche tra diverse strutture del cervello. Dunque, tutt’altro che assenza, vuoto, puro abbandono poetico. Del resto, psicologi e psichiatri sono attrezzati da tempo a valutare le ricadute degli stati patologici del sonno sull’equilibrio mentale. È dunque in questa prospettiva che psicologi clinici, psichiatri, biochimici e farmacologi hanno deciso di affrontare il tema dei rapporti tra insonnia e depressione e ansia, in particolare, integrando le competenze sui diversi aspetti del problema. Chi dorme male e poco corre un rischio doppio di ammalarsi nel corpo. Gli insonni cronici soffrono sempre di disturbi mentali e, come controprova, è offerto il dato acquisito che nei pazienti psichiatrici c’è un’alta incidenza di disturbi del sonno. Guardate l’orologio stanotte: se vi capita di svegliarvi attorno alle quattro, e se ciò si ripete, forse vi state avvicinando a una fase di depressione. Proprio con il superamento degli antidepressivi di prima generazione, che inducevano pesante sonnolenza nei pazienti sottoposti a trattamento, e con l’adozione dei nuovi farmaci privi di questo sgradito effetto collaterale, è potentemente tornata di attualità la connessione tra insonnia e disturbo d’umore e ansia. La malattia - ammettono gli esperti - è ancora un mistero nelle sue origini, ed è attualmente virtualmente incurabile. Negli Usa, il National Institute of health (Nih) ha deciso di investire 200 milioni di dollari per lo studio della patologia e dei fenomeni neurobiologici che potrebbero esserne la causa. A Roma, clinici della Società Italiana di Neurofarmacologia (SINPF) e della Società Italiana di Psichiatria (SIP) hanno presentato il gruppo di studio costituito proprio per esplorare le interazioni tra sonno e equilibrio mentale. Ne fanno parte Mario Guazzelli, ordinario di psicologia generale dell’Università di Pisa, gli psichiatri Alberto Siracusano, ordinario di psichiatria dell’Università Tor Vergata di Roma, Marcello Cardini, ordinario a Bari e Enrico Smeraldi, ordinario dell’Università San Raffaele di Milano; Giovanni Biggio, ordinario di farmacologia Università di Cagliari, Angelo Gemignani, neurofisiologo Università di Pisa. Heinrich von Kleist La Stampa TuttoLibri 25.6.05 Kleist, un geniale colpo di pistola «Un inquieto batter d'ali»: il grande romantico che mise in imbarazzo Goethe, una biografia che sfiora il romanzo Marta Morazzoni IL duplice colpo di pistola che uccise prima Henriette Vogel, malata di cancro, e poi lo scrittore trentaseienne Heinrich Kleist produsse senza dubbio un'eco sconcertante a quel tempo, era il 21 novembre del 1811; ma suscita scalpore e annessa curiosità anche oggi, che di Kleist conosciamo la qualità letteraria, e ne ammiriamo la personalità eccezionale nel contesto del romanticismo di cui fu figlio e magari vittima. Ma chi era infine questo artista dall'aria adolescente, dallo sguardo mite e inquietante? Un uomo di grandi passioni, un insoddisfatto e un insicuro, o un provocatore nell'arte e nella vita? E la donna morta con lui e per mano di lui? Come definire il loro letale rapporto? Erano amici? innamorati? solidali? Ecco, forse a una lettura più ravvicinata, quest'ultimo termine, per altro pieno di ambiguità, sembra il più convincente. Solidali nella delusione e nell'esaltazione, inetti ad un amore tra comuni mortali e per questo determinati a spostare più in là, oltre il confine della vita, il compimento delle aspirazioni qui frustrate. Il lavoro che Anna Maria Carpi ha prodotto intorno alla vita dello scrittore tedesco che mise, forse, in imbarazzo Goethe per la prepotenza di uno stile assolutamente eterodosso, va a cercare nelle pieghe della vita, non felice e non fortunata, dell'artista, per portare alla luce certe ragioni che alla ragione sfuggono. La materia è interessante e il lavoro della Carpi si muove su un piano rispondente alle sollecitazioni che vengono da una così ardua personalità, sicché definire biografia la sua lunga inchiesta sul soggetto Kleist sarebbe riduttivo. Il personaggio (e uso un termine volutamente improprio, ma credo adatto all'operazione della Carpi) si presta a qualcosa di più che alla pura raccolta ed enucleazione e analisi dei dati inerenti alla vita e alle opere; in certo senso sollecita ad una elaborazione e ad una non dico invenzione, ma certo interpretazione chiara e coinvolgente, dentro cui riconosciamo la convinzione e la qualità di interprete della Carpi. Ci sono, in questa operazione che sfiora il romanzo, tutti i dati oggettivi di una biografia, c'è anche di più: nel primo capitolo, che si apre con l'annotazione dei commenti privati e di giornali sulla tragica morte dello scrittore, entriamo nel vivo del problema che Kleist ha rappresentato per i suoi amici e parenti, nel vivo del mistero che ha suscitato tra coloro che lo conoscevano, che lo stimavano o ne diffidavano, e quindi videro nella sua strana morte la conseguenza di una strana vita. Se ne rammaricarono come di una grave perdita, o la deprecarono, in ogni modo ci si interrogarono senza approdare ad una risposta ultima: una pazzia alla Werther, disse qualcuno, l'esaltazione della purezza di un'anima, secondo altri, mentre Federico Schlegel commentava: «Come nelle sue opere, così anche nella vita Kleist ha scambiato la pazzia per genialità». Lo riporto perché mi sembra il commento più consonante al controverso modo in cui la sua epoca considerò quello che per noi oggi, nonché essere un pazzo, è un vertice della letteratura tedesca. Forse per lui tutto cominciò dal tentativo di evadere dalla mediocre condizione di una famiglia di piccola nobiltà di Francoforte sull'Oder, da un esacerbato senso del disagio che gli veniva dal desiderio di essere uno scrittore senza scendere a compromessi con le mezze misure del mondo; e infatti puntualmente il mondo, che ha sempre i suoi metodi efficaci contro la diversità, lo aspettava al varco per disfare quello che lui credeva di aver fatto: relazioni, amicizie, lavoro, una rivista fondata su criteri innovativi e un giornale che offriva al pubblico prussiano il piacere della cronaca. Certo, non fu solo vittima, ebbe le sue impennate umorali, ma infine tutto, ribellioni e pentimenti, tutto parve a fondo perduto: tutto, tranne otto opere teatrali, dei magnifici racconti, i saggi. Il trucido mondo di Arminio, la ferocia amorosa di Pentesilea, l'ambiguità dell'Anfitrione, la perfida, esilarante figura del giudice Adamo, nome paradigmatico per il protagonista della Brocca rotta, raccontano nella mediazione della finzione comica o tragica i passi di un lungo tormento: niente nella vita di Kleist è andato per il verso giusto, niente, tranne la sua straordinaria forza di artista. Anna Maria Carpi Un inquieto batter d'ali Vita di Heinrich von Kleist Mondadori, pp. 354, e22 BIOGRAFIA Guantanamo deontologia medica Usa Corriere della Sera 25.6.05 GUANTANAMO Detenuti impauriti Colpa dei medici WASHINGTON - Interrogatori da brivido a Guantanamo, con i medici militari pronti a suggerire come aumentare il livello di stress dei detenuti, portarne al limite la paura, far leva sulla loro debolezza. La notizia è stata rivelata dal New York Times , secondo cui i sanitari di Guantanamo, attingendo informazioni preziose dalle cartelle sanitarie, consigliavano il personale addetto agli interrogatori su come «spremere» al limite i detenuti. Ma un portavoce del Pentagono ha respinto le accuse: i medici nelle carceri - ha spiegato - non rispondono a regole etiche, perché non sono chiamati in causa in veste di sanitari, ma come consulenti della psicologia del detenuto il manifesto 25.6.05 I medici orwelliani di Guantanamo. Per torturare meglio Scandalo nello scandalo: gli specialisti incaricati di trovare i punti deboli nella psiche dei detenuti e riferli poi agli addetti agli «interrogatori» FRANCO PANTARELLI NEW YORK. Qualcuno ha presente Winston Smith, il protagonista di 1984 di Orwell? Lui ha un segreto: una profonda fobìa per i topi. Quegli animali fanno schifo - e un po' paura - a tutti, naturalmente. Ma per lui quella paura è una condizione patologica, appunto una fobìa, che lo paralizza e lo priva di qualsiasi difesa. E infatti quando l'apparato poliziesco di Oceania, appreso quel suo segreto, lo sottopone a un «trattamento» a base di topi, la resistenza di Winston viene meno, confessa tutto ciò che loro vogliono e denuncia perfino la sua amata come la vera responsabile. Ebbene, qualcosa di simile sta accadendo a Guantanamo, la prigione nella base militare americana a Cuba che non finisce mai di fornire nuovi esempi di ignominia. Si è infatti scoperto, grazie al New England Journal of Medicine, una rivista scientifica di grande prestigio, che le cartelle cliniche dei detenuti di Guantanamo, come quelle dei prigionieri in Afghanistan e in Iraq, sono «a disposizione» degli addetti agli interrogatori, i quali possono così usarle come un'arma aggiuntiva da usare contro i detenuti. In sostanza, oltre alle pratiche già note - privarli del sonno, tenerli in isolamento prolungato, costringerli a restare in posizioni dolorose, soffocarli a lasciarli respirare un attimo prima che cedano, picchiarli, sottoporli a provocazioni sessuali, profanare il Corano di fronte a loro - c'è anche quella di sfruttare i loro punti deboli, fisici o psicologici, che i medici che in teoria dovrebbero occuparsi della loro salute provvedono a fornire agli addetti agli interrogatori. La notizia si era già affacciata l'altro ieri, grazie a un'anticipazione dell'articolo del New England Journal of Medicine, ma dato l'enorme interesse che ha suscitato, ieri la rivista lo ha messo interamente nel suo sito Internet. Ecco così il caso del detenuto (rigorosamente anonimo) per il quale il buio ha lo stesso effetto che hanno i topi per Winston Smith; del medico (anche lui anonimo) che annota diligentemente la cosa sulla sua cartella clinica; di quella cartella che finisce nelle mani degli addetti agli interrogatori i quali la sfruttano a dovere; ed ecco anche un documento «ufficiale ma non pubblico», nel senso che è stato regolarmente approvato dall'autorità ma non reso di pubblico dominio, che serve a «sollevare» i medici da eventuali perplessità etiche. Datato 6 agosto 2002, il documento dice che le informazioni fornite dalle «persone nemiche sotto il controllo degli Stati Uniti ... non sono confidenziali e non sono soggette al privilegio» (del rapporto fra medico e paziente) e che anzi il personale medico ha l'ordine preciso di riferire «ogni informazione che può servire al successo di una operazione militare o di una missione di sicurezza nazionale». Vari medici (sempre anonimi) intervistati dalla rivista spiegano poi che questo «programa» di coinvolgerli nella «strategia degli interrogatori» era stato eloborato esplicitamente per «incrementare la paura e l'angoscia fra i detenuti come un mezzo di ottenere informazioni». Insomma, fra i regali che questa amministrazione ha fatto al livello di civiltà generale c'è anche il «rilassamento» dell'etica medica. Il New York Times, che ha ripreso la storia del New England Journal of Medicine aggiungendoci del suo, riporta i commenti di un portavoce del Pentagono, Bryan Whitman, il quale si produce in una spericolata arrampicata sugli specchi. Secondo lui i medici militari vanno divisi in due categorie: quelli con il compito di sovrintendere al «trattamento umano dei detenuti» e quelli che hanno «altri ruoli», per esempio quello di «scienziati del comportamento», cioè coloro che definiscono il «carattere» di un soggetto. Questi ultimi, dice Whitman, «siccome non sono medici curanti non sono neanche tenuti a seguire i dettami etici». ciniche e cretine, le parole del portavoce del Pentagono mostrano una cosa forse importante: che l'autorità ufficiale non nega l'esistenza di questa pratica. Una delle tante prove di strafottenza dell'amministrazione o il segno che sono finiti i tempi della smentita sistematica con il risultato di venire poi regolarmente sbugiardati? Potrebbe esserne la prova un episodio avvenuto ieri all'Onu, quando un rappresentante americano ha ammesso, per la prima volta formalmente, la pratica della tortura di fronte alla commissione che sta preparando il rapporto sulla situazione dei diritti umani nel mondo. Precisando peraltro che si è trattato di «casi isolati» e che i responsabili sono militari «di basso rango». ... Corriere della Sera 25.6.05 La decisione del governo di centrodestra Sì alle adozioni internazionali per le coppie gay in Olanda Ma. G. Le coppie gay in Olanda potranno adottare bambini stranieri. E’ il governo del premier Balkenende, di centrodestra, a rompere un altro tabù e a mettere i Paesi Bassi di nuovo in prima linea, nella ricerca dell’eguaglianza e pari diritti tra le coppie eterosessuali e quelle omosessuali. Il progetto (il cui testo è tuttora segreto) è stato adottato ieri dal Consiglio dei ministri dell’Aja. Per diventare legge dovrà ora ottenere l’approvazione (scontata) di una commissione di saggi e poi il via libero definitivo del Parlamento. Ma anche quest’ultimo pare ormai assicurato. E’ stata proprio l’Olanda, primo Paese al mondo, a legalizzare i matrimoni omosessuali. Succedeva quattro anni fa. Poi vennero il Belgio, parte del Canada, il Massachusetts negli Stati Uniti (un tema che influenzò non poco la campagna elettorale, e che fu fortemente osteggiato dal presidente Bush). Infine, dal 30 settembre, si è aggiunta la Spagna di Zapatero. La nuova legge sulle adozioni dall’estero nasce proprio per correggere ed emendare le norme create nel 2001. L’attuale legislazione olandese, infatti, consente il matrimonio ma prevede restrizioni per quanto riguarda i figli delle coppie omosessuali. Potevano essere adottati bambini olandesi, ma non all’estero; le lesbiche dovevano dimostrare di vivere insieme da tre anni prima di poter diventare «legittimi genitori» dei figli delle partner. Proprio per questo, un bambino straniero veniva spesso adottato da uno solo dei partner (l’adozione ai single in Olanda è consentita) e andava poi a vivere con entrambi. Sotterfugi, che i fautori della nuova legge sostengono di aver voluto eliminare. Così come dicono d’aver voluto sciogliere tutte le intricate questioni legali (per esempio l’eredità) che la normativa ancora in vigore lasciava in una sorta di limbo. La nuova legge, tuttavia, ha trovato forti resistenze all’interno del governo. Ostile, per esempio, il ministro della Giustizia, Piete Hein Donner. «Nessun Paese del mondo - ha detto - accetterà più di concederci il suo consenso alle adozioni di bambini. E non solo per le coppie omosessuali, ma neppure per quelle eterosessuali che non possono avere figli». Contrario anche il ministro delle Finanze, nonché presidente dei liberali francofoni, Didier Reynders. «Il dibattito non è ancora maturo», ha sostenuto, argomentando che occorre un confronto più ampio con la società civile. Non sono mancati tentativi di ritardare l’iniziativa. La commissione Giustizia della Camera, riunitasi all’inizio di giugno per dare il via libera al provvedimento, ha avviato consultazioni supplementari, allungando inevitabilmente i tempi. Il premier Balkenende si è tuttavia deciso ad andare avanti, dopo aver riscontrato una chiara maggioranza parlamentare. A votare sì è il blocco dell’opposizione: socialisti, liberali fiamminghi, verdi. A favore anche i cristiano sociali fiamminghi, anch’essi all’opposizione, mentre i liberali francofoni hanno lasciato libertà di voto. I numeri per far passare la legge non dovrebbero mancare. E sulla stessa strada dei Paesi Bassi sembra volersi avviare ancora una volta il confinante Belgio, che ha legalizzato nel 2003 il matrimonio tra omosessuali, ma ha escluso finora l’adozione. quando "il manifesto" parla di psicologia... il manifesto 25.6.05 VIOLENZA SUI MINORI A che gioco giochiamo? NATALIA GREGORINI* Facciamo che tu prendi i cattivi ed io i buoni? Così il mucchio di soldatini viene diviso e schierato su due file contrapposte. Nell'ordinarli i due bambini si immergono completamente nel ruolo che hanno scelto e quando il combattimento ha inizio sanno perfettamente cosa fare. Il «cattivo» agita con furia distruttiva i suoi soldati e sorride: finalmente può dare sfogo alle sue fantasie più atroci, senza il timore di rimproveri o giudizi. Libero anche da quello sgradevole senso di colpa che tanto spesso lo affligge. Il «buono», dal canto suo, stringe con presa ferma e orgogliosa i suoi soldati che dentro di sé già chiama Eroi. Li vede come uomini valorosi e impavidi, paladini della giustizia e del bene comune, estranei a sentimenti di odio, rabbia, invidia e, men che meno, di egoismo. Questo vissuto di totale bontà lo fa sentire forte e intimamente migliore del suo avversario. Combattono. Finita la battaglia tutti i soldatini, buoni e cattivi, vengono raccolti e gettati alla rinfusa nel sacchetto. I bambini se ne vanno di corsa, soddisfatti del loro gioco e più tranquilli. Hanno preso un po' più di confidenza con le proprie parti, buone e cattive. E' più facile farlo conoscendole una alla volta. Arriva il giorno in cui il sacchetto dei soldatini viene lasciato da parte, riposto in soffitta. I bambini crescono ma l'uomo è per sua natura abitudinario e nostalgico. Ama tornare su terreni già conosciuti ed ha bisogno di farlo soprattutto quando si deve confrontare con eventi penosi che ne mettono in crisi l'equilibrio e che lo spaventano. E cosa c'è di più penoso e spaventoso di un bambino che invece di ricevere cure, amore e protezione dai propri genitori, viene da questi violato e maltrattato nel corpo e nella psiche? L'abuso all'infanzia, in tutte le sue forme (maltrattamento fisico e psicologico, abuso sessuale, violenza assistita e cure insufficienti o inadeguate) attiva in chi, direttamente o indirettamente, ne viene a conoscenza emozioni intense e per lo più penose: tristezza, disgusto, rabbia, impotenza, senso di colpa. Per molti può essere difficile accettare un tale stato di sofferenza e allora... corrono in soffitta, affannati tirano fuori i soldatini e senza esitazione scelgono: io prendo i buoni. Tornano a giocare come avevano fatto tanti anni prima, da bambini. La differenza è che ora si dimenticano che stanno giocando. Non fanno i buoni, sono i buoni e di conseguenza gli altri, gli abusanti, i cattivi. E li chiamano «mostri». Perchè rende meglio l'idea e aiuta a differenziare ancor più nettamente i due schieramenti. Fanno della loro convinzione di assoluta bontà la spada con cui dare la «caccia al mostro» e proteggere quelle fragilità proprie del loro «bambino interno». Ma il gioco non può durare a lungo. Secondo la psicologia del profondo la mente umana si articola attraverso coppie di opposti (bene-male, amore-odio, potenza-impotenza) le cui polarità sono intimamente connesse anche se in genere solo una delle due prevale a livello manifesto, rimanendo l'altra nascosta in aree più buie e remote delle psiche, pronta però ad emergere qualora le circostanze lo permettano. Il prevalere di una polarità sull'altra dipende in larga misura dall'esperienze di cura e accudimento che si sono ricevute nel tempo, di quanto ci si è sentiti amati e protetti ovvero rifiutati e minacciati. Ci sono persone alle quali le esperienze di vita hanno impedito di scegliere. Le frustrazioni e le carenze subite, soprattutto dal punto di vista affettivo, hanno impedito loro di sviluppare adeguatamente le polarità dell'amore, della fiducia, della possibilità di potenza sul mondo, facendo prevalere l'odio per non essere stati amati, la sfiducia nella possibilità di essere capiti e protetti, l'impotenza rispetto alle violenze e ai soprusi subiti. E' come se queste persone avessero dovuto sempre prendere i cattivi, fino a identificarsi pienamente in questo ruolo, perdendo la consapevolezza dei propri aspetti buoni. E a fare il cattivo con il tempo ci si abitua: ci si costruisce sopra un'identità e una corazza che garantisce l'esistenza stessa, cancellando il ricordo dei dolori subiti. La bipolarità costitutiva dell'uomo in questi casi si sbilancia, polarizzandosi rigidamente su un aspetto e relegando nel buio della psiche quello opposto. Questo meccanismo spesso impedisce di trasformare le esperienze di accudimento negative ricevute nell'infanzia, spingendo invece a perpetuarle, più o meno consapevolmente. La possibilità di bloccare la trasmissione da una generazione all'altra di modelli relazionali disfunzionali necessita dell'attivazione da parte di un elemento esterno della polarità rimasta inespressa. Se questo non accade, se viene a mancare l'opportunità di prendere i buoni, di vedere come ci si sente a fare i buoni, la scelta continua a essere obbligata. Tu fai il cattivo. C'è un altro fatto. Chi nell'infanzia è stato «mal-trattato» rispetto ai bisogni fisici ed emotivi, crescendo può incontrare difficoltà nel prendersi cura del proprio corpo e delle proprie emozioni. La dimensione infantile sofferente, rimasta a lungo inascoltata dall'esterno continua ad esserlo anche dall'interno: può venire dimenticata, negata nei suoi aspetti di dolore, idealizzata o anche normalizzata al fine di garantire il proseguo dello sviluppo. Queste strategie difensive possono anche risultare funzionali a garantire un soddisfacente adattamento in ambito sociale e lavorativo ma penalizzano la piena realizzazione dell'individuo e, soprattutto, con facilità entrano in crisi con l'accesso alla genitorialità, quando cioè l'elemento dimenticato o negato dall'interno viene riattivato dall'esterno. Il «bambino reale», rappresentato dal figlio appena nato, va a risvegliare, con i suoi bisogni di cura, protezione e affetto, il «bambino interno» del genitore «cattivo», un bambino spesso sofferente e a lungo dimenticato. La difficoltà di contenere e gestire questa dimensione interna può interferire con la disponibilità del genitore a occuparsi in modo amorevole del proprio figlio. Un figlio che con i suoi bisogni e le sue richieste può acquisire valenze minacciose e persecutorie per l'equilibrio dell'adulto. La dimensione della genitorialità in questo caso viene attivata prevalentemente nella sua polarità negativa, con aspetti di aggressività e distruttività che prendono il sopravvento su quelli di cura e protezione. Così invece di alimentare e proteggere la vita il genitore che si trova in questa rigida polarizzazione interna può arrivare ad agire sul figlio fantasie aggressive o omicide. In questo meccanismo, che all'inizio può sembrare un semplice gioco, sta la natura transgenerazionale dell'abuso, dove le vittime di oggi saranno i carnefici, gli abusanti, di domani se non si interviene curando, oltre che punendo e giudicando. In questo meccanismo risiede anche la responsabilità di quanti, nell'impossibilità di contattare il proprio dolore e le proprie parti «cattive», si barricano nel ruolo di buoni, rincorrendo i mostri esterni e rinunciando così a comprendere e a trasformare. Le radici della violenza sono da ricercarsi nella sofferenza, quelle del dogmatismo e del radicalismo di idee e valori nella scissione e nella paura che la alimenta. A che gioco giochiamo? *psicologa venerdì 24 giugno 2005
il relativismo di Giulio Giorello«Di nessuna chiesa» Corriere della Sera 24.6.05 Nel pamphlet «Di nessuna chiesa» l’epistemologo critica le tesi di Benedetto XVI e di Marcello Pera In nome dell’Illuminismo Per il filosofo laico anche Dio è relativista di PIERLUIGI PANZA Il titolo, Di nessuna chiesa. La libertà del laico, richiama da subito il pasoliniano non sentirsi legato a «nessuna delle religioni che nella vita stanno... istituite a ingannare la luce, a dar luce all'inganno». Il testo è un pamphlet sul laicismo - inteso non come ateismo ma come esperienza di libertà - scritto da Giulio Giorello, filosofo che «senza se» e «senza ma» si è espresso a favore dei «sì» ai referendum, degli Ogm e contro le critiche di Benedetto XVI e del collega Marcello Pera al «relativismo». La «luce», naturalmente, è quella dell’Illuminismo o, meglio, del «fallibilismo» di Peirce e Popper. Giorello ha scritto un libro per chiamare i laici a una controcrociata: «Laici, basta difendersi, è tempo di attaccare», dice. Ma contro chi? «Contro l’assolutismo, che è l’opposto del relativismo. Il relativismo - spiega - non si oppone all’oggettività o alla verità scientifica, ma all’assolutismo. E nella storia umana, i disastri li hanno fatti sempre gli assolutismi e i fondamentalismi. Anche la chiesa, con l’apparato repressivo della Controriforma. Solo liberandosi dalla Controriforma è nata l’Europa moderna e democratica». La sua tesi è di un «illuminismo estremo»: il vero peccato, anche per le religioni, non sarebbe il relativismo, bensì l’assolutismo. E per dimostrare che la religione «deve essere relativista» Giorello muove da un passo biblico: «Lo Spirito soffia dove vuole». Che cosa vuol dire questo? «Vuol dire che lo Spirito soffia al di sopra di qualsiasi fondamento. L’assolutismo è un peccato contro lo spirito: è ostile all’autentico pensiero cristiano, ebraico e islamico». Insomma, per Giorello, ogni Dio è relativista. Il filosofo cerca di dimostrarlo dall’interno, partendo dalla storia della chiesa. «I primi esempi di società aperta si realizzarono in Inghilterra quando i rappresentanti delle varie chiese incominciarono a pensare che la loro forma di vita fosse una delle vie possibili da seguire, e non la via, la verità. Così si fondarono le società aperte» e, come conseguenza, la possibilità di una cultura fatta di congetture e confutazioni che la civiltà vaglia e seleziona. Nel libro traspare poi un forte richiamo al darwinismo, come nocciolo duro del pensiero illuminista. Proprio il contrario di quanto l’allora cardinale Joseph Ratzinger scrisse in «Verità cattolica» su MicroMega nel 2002: «La teoria evoluzionistica si è andata cristallizzando come la strada per far sparire definitivamente la metafisica, per rendere superflua l’ipotesi di Dio (Laplace)... è diventata una specie di filosofia prima» che tende a non «consentire più nessun altro livello di pensiero». «Il darwinismo non è il fondamento - sostiene di contro Giorello -, ma la più plausibile chiave di lettura biologica e culturale». Insomma, come scriveva John Locke, per Giorello siamo costretti a scegliere «non nel chiaro meriggio della certezza, ma nel crepuscolo delle probabilità», in quel crepuscolo dove le teorie, per essere scientifiche, devono essere falsificabili. A scegliere in pieno «relativismo». Ma che sapere è un sapere senza fondamento? Tanto vale, allora, spendere l’aforisma prêt-à-porter di Wittgenstein: ciò di cui non si può parlare si deve tacere? «Sì, dovremmo tacere - afferma Giorello -, ma possiamo anche riconoscere che il senso della vita è un insieme di congetture ed esperienze, una verità velata». Non rivelata. Ciò che appare carente, in questo discorso, è l’aspetto etico. Combattere la «dittatura del relativismo» va forse inteso solo come necessità di manifestare con coraggio ciò in cui si crede... «Se uno uccide o fa violenza è sempre in nome di un credo, di un fanatismo. Per me - afferma Giorello - si può essere morali se Dio non c’è; ma, mi chiedo: si può essere morali se Dio c’è? Se Dio vuole imporre qualcosa a chi non crede? Il relativismo ammette che qualsiasi concezione possa avere un difensore pubblico; anche gli assolutisti possono averlo? No». Il libro sfiora anche temi di attualità, come l’origine della vita, l’embrione. «Per me l’embrione è un aggregato di cellule e la vita inizia con la nascita». Ovvero con l’esperienza. Ma viene in mente, a questo proposito, un interrogativo che arrovellò Sant’Agostino: se muore un feto, il giorno della resurrezione rinascerà come feto o come uomo formato? «Non coltivo l’idea di una rinascita personale - continua Giorello -. È un problema da porre ai cattolici. Bisogna chiedere a loro come rinasceranno l’80 per cento degli embrioni che non vengono portati a buon fine e che, per loro, sono vita. Bisogna chiedere se rinasceranno anche gli spermatozoi, che sono vita potenziale». È un Illuminismo, questo, che ci porta dritti verso il postumanesimo. Nessuna incertezza signor filosofo? Eppure, era il 1947, Horkheimer e Adorno nella Dialettica dell’illuminismo già avevano messo in guardia su come la dea Ragione si trasformi, talvolta, in controprassi. «L’Illuminismo migliore è quello che sottolinea i rischi delle scelte. Basta leggere David Hume per capire che l’Illuminismo non è la luce accecante della Ragione. La Ragione assoluta è una caricatura dell’Illuminismo. Qualunque grande cambiamento che agisce sul vivere fa paura. Ma non voler servirsi della scienza per correggere la casualità della natura è stolto». La storia dell’uomo, del resto, è storia della manipolazione della Natura: il giardino è una manipolazione del bosco, la città è una manipolazione della campagna. E lo sapeva bene l’illuminista Voltaire che, dopo aver letto il Contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau gli scrisse: «Signore, vien voglia di camminare a quattro zampe quando si legge la vostra opera». Il libro «Di nessuna chiesa. La libertà del laico» di Giulio Giorello è pubblicato da Raffaello Cortina editore (pagine 79, 7,50) L’autore Giulio Giorello è nato a Milano nel 1945. Insegna Filosofia della scienza all’università degli Studi di Milano La frase «Troppo spesso si dimentica che il contrario di relativismo è assolutismo» americani & Co. liberazione.it 24 giugno 2005 Falluja di Sabina Morandi Gas, napalm, torture, bombe al fosforo in un film i crimini di guerra americani a Falluja Un cane lupo con la bocca contratta in un ultimo tentativo di respirare. Un bastardino bianco, buttato al margine della strada, che sembra addormentato. E poi gatti, colombe, conigli… Morti nelle loro gabbie, nei recinti, nel giardino di fronte a casa. Morti, tutti, senza un filo di sangue. Non si sa cosa può averli uccisi ma, di certo, non erano né bombe né pallottole. Forse gas? Le immagini dei filmati girati a Falluja che scorrono davanti agli occhi dei pochi giornalisti presenti alla conferenza stampa organizzata dalle parlamentari Elettra Deiana (Prc) e Silvana Pisa (Ds) nelle sale della Fnsi sono tutte molto eloquenti, e molto, molto peggiori del piccolo esercito di animali addormentati che ti ritrovi davanti in apertura. Perché nei video ci sono donne, uomini, bambini. Ci sono esseri umani resi irriconoscibili da qualche oscuro rogo chimico, armi capaci di staccare la pelle dal corpo in un istante, visto che questi anonimi resti umani sono congelati nell'atto di alzarsi dal letto o di ripararsi il viso con il braccio. Una mano stringe ancora una catenina. Qualcosa che assomiglia a una donna tiene fra le braccia qualcosa che assomiglia a un bambino. I filmati "amatoriali", riorganizzati con un faticoso quanto presumibilmente straziante lavoro da Barbara Romagnoli, sono stati realizzati il 18 novembre 2004 nella città ribelle di Falluja, a conclusione dell'operazione Al-Fajr (letteralmente, l'alba) che, secondo la Us Army, avrebbe dovuto distruggere definitivamente la resistenza irachena. A operazione conclusa, come di consueto gli americani hanno passato la mano agli iracheni: una squadra di medici volontari è stata autorizzata a entrare per "ripulire" la città e per cercare di dare un nome ai numerosi corpi sepolti in modo approssimativo durante il violentissimo attacco cominciato l'8 novembre. Del gruppo facevano parte anche gli autori delle riprese, Maher Rajab Abdullah (dell'ospedale Yarmouk di Baghdad), Mohammad Hadeed (del Falluja general hospital), che si sono dati da fare per riesumare i corpi e dare un nome alle migliaia di vittime civili che, fino a questo momento, nessuno s'è ancora degnato di contare. Secondo gli americani i dieci giorni di bombardamenti ininterrotti che hanno raso al suolo 36 mila case - praticamente una piccola città - avrebbero prodotto non più di 1.200 vittime, «quasi tutti insorti», rassicurano i generali, mentre secondo fonti non ufficiali i morti sarebbero fra i tre e i cinquemila, dei quali hanno ricevuto riconoscimento e sepoltura soltanto in 700. Resta il fatto che i dottori Abdullah e Hadeed, una volta dentro la città proibita, hanno pensato bene di filmare l'orrore sia per facilitare i riconoscimenti che per spezzare la pesante censura che argina qualsiasi informazione proveniente dall'Iraq, in particolare le notizie provenienti dalle città rase al suolo nell'ambito di una strategia di punizioni collettive tanto barbara quanto inefficace. Ma, una volta dentro, i medici non si sono soltanto ritrovati di fronte alle immagini della carneficina che si aspettavano - del resto cos'altro può accadere in una città di 350 mila abitanti, chiusa dentro un cordone vietato perfino agli operatori sanitari e bombardata ininterrottamente per giorni? - ma sono stati costretti a porsi una domanda estremamente disturbante, soprattutto per un professionista dotato della formazione scientifica adeguata: di che cosa è morta tutta questa gente? Quali armi possono uccidere nel sonno senza ferire o, come testimoniano i resti carbonizzati, bruciare la pelle di un essere umano senza dargli nemmeno il tempo di contorcersi per il dolore? Gas come quelli che Saddam aveva impiegato contro i curdi? Bombe al fosforo o nuovi tipi di napalm, entrambi proibiti dalle convenzioni internazionali? Nessuna spiegazione richiede invece il filmato girato a Baghdad che ritrae un altro morto, anch'esso mostrato ai parlamentari italiani da Mohi Al Din Al Obeidi, il rappresentante del consiglio degli Ulema che ha accompagnato i due medici all'incontro organizzato alla Camera da Silvana Pisa e Elettra Deiana, - a cui hanno aderito anche Francesco Martone (Prc), Gianfranco Pagliarulo (Pdci), Pietro Folena (Prc), Famiano Crucianelli (Ds), Roberto Sciacca (Pdci), Giovanni Russo Spena (Prc) e Alfiero Grandi (Ds). Il cadavere è ancora ammanettato, e anche un profano capisce subito cosa significa. Se alle manette si aggiungono le evidenti tracce di tortura, ovvero ferite da trapano sulle spalle e sulla nuca - uno strumento molto in uso, pare, durante gli interrogatori condotti dal nuovo esercito iracheno addestrato dagli americani - le conclusioni sono devastanti quanto inaccettabili. In più l'uomo era un imam - autorità religiosa sunnita - sparito nel nulla da qualche settimana e restituito ai familiari già cadavere. E non si tratta affatto di un caso isolato: altri ottanta imam sono stati prelevati nelle loro case e nelle moschee per sospetta complicità con gli insorti, e di loro non si sa più nulla. Proprio per ottenere la liberazione, o almeno qualche informazione sulla sorte dei desaparecidos, le autorità religiose sunnite hanno indetto un'iniziativa senza precedenti: tre giorni di sciopero di tutte e moschee. La delegazione composta dai due medici e dal religioso, portata in Italia dall'Associazione Italia-Iraq, sta cercando di dare maggiore diffusione possibile alle raccapriccianti immagini di Falluja e di Baghdad. Tutto il materiale visionato dai parlamentari italiani - gli animali gasati, le persone carbonizzate nella città distrutta e le riprese della ricomposizione del corpo martoriato dell'imam - è stato consegnato a una rappresentante del governo inglese, che non ha rilasciato dichiarazioni. Tornando a Baghdad la delegazione cercherà di parlare con i pochi rappresentanti delle Nazioni Unite ancora presenti nel paese per sollecitare ancora una volta, filmati alla mano, un'indagine indipendente che faccia luce sul tipo di armi impiegate - sperimentate? - contro la popolazione di Falluja. Nel frattempo la ricostruzione della città tarda a partire e i risarcimenti, che secondo i prudentissimi calcoli di Washington, dovrebbero aggirarsi sui 493 milioni di dollari sono ancora soltanto virtuali. A sei mesi di distanza ne sono stati stanziati appena cento milioni, ma le 31 mila persone che aspettano cercando di sopravvivere fra le macerie, non hanno ancora visto niente. E' questa la guerra di liberazione in cui sono impegnati i nostri soldati? E' questa la missione sul cui ri-finanziamento i parlamentari italiani sono chiamati a pronunciarsi? E su quali informazioni, su quali notizie, su quali rassicuranti immagini, dovrebbe basarsi la loro decisione? «Pensiamo che nell'attuale contesto caratterizzato dal più totale black out sulla vicenda irachena, dall'assenza di notizie da quei luoghi e mentre perdura una drammatica situazione di guerra» conclude Elettra Deiana «ogni occasione che consenta di raccogliere informazioni e materiale documentario sia da considerare positivamente, fermo restando che tutto debba essere vagliato e verificato quando la cortina di ferro che la coalizione anglo-americana ha imposto su quel paese si sarà alleggerita». Peccato che all'agghiacciante proiezione di queste immagini fossero presenti così pochi giornalisti, evidentemente troppo impegnati a partecipare attivamente alla caccia all'immigrato per occuparsi di simili quisquiglie. Peccato perché, anche se le immagini sono troppo agghiaccianti per essere pubblicate, la loro visione sarebbe davvero utile per capire a quale inesauribile sorgente d'odio possono attingere le cosiddette "centrali del terrore" per arruolare i propri martiri, oggi e per gli anni a venire. insonnia ANSA 24.6.05 Medicina: insonnia è donna, 12 milioni di italiani ne soffrono (ANSA) - ROMA, 24 GIU - Gli italiani che soffrono di insonnia sono 12 milioni e 6 volte su 10 a non chiudere occhio è una donna. Anche nel resto d'Europa gli insonni sono il 34% degli adulti. Il sonno è uno stato complesso della vita psichica, con le caratteristiche della veglia. Chi dorme male rischia la depressione. Studi clinici della Società Italiana di Neurofarmacologia e della Società Italiana di Psichiatria esplorano le interazioni tra sonno e equilibrio mentale. depressione Yahoo! Salute venerdì 24 giugno 2005 Pediatria Figli appena nati, papà depressi Il Pensiero Scientifico Editore Martino Dell’Angelo Secondo uno studio appena pubblicato da The Lancet, i bambini i cui padri hanno sofferto di depressione postnatale vanno incontro ad un rischio accresciuto di problemi comportamentali ed emotivi. Una leggera forma depressiva è piuttosto frequente sia nelle madri, sia nei padri di bimbi appena nati. Compare entro i dodici mesi successivi al parto, anche se l’insorgenza è datata, più frequentemente, tra pochi giorni e le sei settimane dopo il parto. Tende a svilupparsi gradualmente, può persistere per diversi mesi ed essere causata anche da un aborto. In una piccola percentuale di casi può tradursi in depressione cronica o ripresentarsi nelle gravidanze successive. Spesso, a torto, questi sentimenti vengono sottovalutati e considerati normali reazioni allo stress associato al dover prendersi cura di un neonato. Una percentuale, pari almeno al 10 per cento, di donne che hanno appena avuto un bambino, invece, riceve una diagnosi vera e propria di depressione post-partum; in queste persone la sensazione di tristezza che compare dopo il parto, invece di diminuire nel tempo, si acuisce. E’ noto che la depressione materna disturba la qualità delle cure materne e può causare problemi per lo sviluppo sociale, comportamentale, cognitivo e perfino fisico dei figli. Poco fin qui si sapeva invece dell’influenza della depressione paterna. Una équipe dell’Università di Oxford ha studiato 13.500 mamme, di cui 12.800 avevano un partner, per le prime 8 settimane seguenti il parto, somministrando ai coniugi un questionario per scoprire episodi di depressione postatale. I padri sono stati poi ricontattati dopo 21 mesi dalla nascita. In seguito, gli stessi ricercatori hanno studiato i comportamenti dei bambini di quelle coppie a 3-5 anni, riscontrando che la depressione paterna era collegata a problemi emotivi e comportamentali nei figli, specialmente se maschi. Gli effetti permanevano anche valutando il peso dell’eventuale, concomitante depressione materna. Secondo Paul Ramchandani, primo autore dello studio, “la ricerca prova che la depressione paterna ha un effetto negativo persistente sul comportamento e sullo sviluppo emotivo dei figli nella prima infanzia”. Fonte: Ramchandani P et al. Paternal depression in the postnatal period and child development. The Lancet, 365, 9478, 2005:2201-5. Solantaus T, Salo S. Paternal postnatal depression: fathers emerge from the wings. Ivi, 2158-9. Reuters 24.6.05 Gb, anche i papà possono soffrire di depressione post-natale Fri June 24, 2005 7:27 AM GMT LONDRA (Reuters) - Capita più spesso alla mamme, ma anche i papà possono soffrire di depressione post-natale e possono influenzare il comportamento dei propri figli. Lo hanno riferito oggi alcuni ricercatori inglesi. I bambini sembrano essere particolarmente colpiti dai padri depressi e hanno il doppio di problemi comportamentali nei loro primi anni di vita rispetto agli altri bambini. "Le nostre scoperte indicano che la depressione paterna ha uno specifico effetto negativo sul comportamento dei bambini nei primi anni di vita e sul loro sviluppo emotivo", ha detto Paul Ramchandani dell'università di Oxford. In una ricerca pubblicata sul giornale scientifico The Lancet, Ramchandani e i suoi collaboratori hanno studiato il comportamento e la salute mentale di 12.800 coppie nelle prime settimane dopo la nascita di un figlio e poco prima del secondo compleanno del bambino. I ricercatori hanno anche analizzato lo sviluppo emotivo dei bambini e il loro comportamento a 3 anni con questionari compilati dalle mamme. "La relazione tra lo sviluppo comportamentale dei bambini e la depressione dei padri è molto forte", ha detto Ramchandani. "Potrebbe essere che i bambini sono particolarmente sensibili alle cure parentali paterne, forse per il diverso coinvolgimento dei padri nei confronti dei figli", ha aggiunto. La depressione postnatale è un fenomeno ben conosciuto, che interessa il 13% di tutte le neo-mamme. I suoi sintomi vanno da moderato a grave. Un recente studio ha mostrato che circa il 3% dei padri mostra segni di depressione dopo la nascita di un figlio. farmacologi e stress invece della cannabis ANSA Venerdì 24 Giugno 2005, 17:30 MEDICINA: MOLECOLE ANTISTRESS SCOPERTE DALL'UNIVERSITÀ DI URBINO (ANSA) - URBINO, 24 GIU - Due nuove molecole che potrebbero essere utilizzate nella preparazione di farmaci antistress non a base di cannabinoidi, e più selettivi, sono state sintetizzate nei laboratori dell'Istituto di chimica dell'Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo", nell'ambito di una ricerca internazionale pubblicata dall'ultimo numero della rivista scientifica Nature. La ricerca è stata condotta insieme all'Università di Parma e agli atenei statunitensi di Georgia, California e Brown University. I risultati conseguiti sono stati illustrati questo pomeriggio a Urbino dal preside della facoltà di farmacia Giorgio Tarzia, dal prorettore Mauro Magnani, e da un gruppo di docenti e ricercatori (Andrea Duranti e Andrea Tontini quelli che hanno collaborato allo studio). Lo stress è notoriamente una reazione di adattamento del corpo a un cambiamento fisico o psichico, una risposta biologica specifica ad una richiesta ambientale. La ricerca è scaturita da alcune evidenze sperimentali che facevano supporre che l'inibizione del dolore in condizioni di stress poteva dipendere anche dal rilascio di sostanze non oppioidi di natura non accertata. Lo studio pubblicato su Nature ha dimostrato che nell'analgesia da stress sono coinvolti due derivati dell'acido arachidonico - 2-arachidonilglicerolo (2-AG) e anandamide (AEA) - che, prodotti naturalmente dal nostro organismo, esercitano un' azione di tipo cannabinoidico per interazione con specifici recettori. Nei laboratori dell'Istituto di chimica farmaceutica dell'ateneo feltresco sono state sintetizzate due nuove molecole (URB602 e URB597) che si sono dimostrate in grado di prevenire selettivamente la degradazione dei due derivati da parte di enzimi specifici. E quindi di prolungare l'assenza di dolore. Una scoperta che potrà portare a produrre dei farmaci capaci di trattare il dolore e i disordini collegati allo stress senza dover ricorrere ai cannabinoidi. I risultati della ricerca sono stati inclusi in una nuova domanda di brevetto presentata negli Usa e in altri paesi, compresi Giappone, Cina e Corea, premessa di un accordo interistituzionale fra gli atenei che hanno preso parte alla ricerca. ''I cannabinoidi - ha spiegato il prof. Tarzia - imitano l'azione di sostanze già presenti nel nostro organismo e che agiscono come antidolorifici e antistress. Noi abbiamo scoperto la componente finora ignota che serve per sintetizzare gli analgesici, per poter arrivare a farmaci che possano contrastare il dolore e lo stress solo dove e quando si manifestano, senza effetti collaterali su altre parti del nostro organismo''. ''Un risultato molto importante - ha concluso il prorettore - che dimostra sia l'importanza del lavoro di squadra nella ricerca scientifica, sia che l'Università di Urbino continua a svolgere attività eccellenti e riconosciute in ambito internazionale''. (ANSA). giochi di ruolo La Stampa 24.6.05 LE STORIE QUELLE CHE SIMULANO «Con mio marito fingo da una vita» La simulazione di Meg Ryan nel film «Harry ti presento Sally» è impressa nella memoria di noi tutte. Ma non sempre le finzioni sono così allegre, anzi. Sprofondata in una vecchia poltrona del suo salotto, quasi alla ricerca di una protezione fisica, Annalisa - 43 anni, commercialista - accende una sigaretta dietro l’altra. «È una vita che recito a letto. Non so perché. Ho avuto una brutta delusione d’amore a 16 anni, tre anni fa ho iniziato una psicoterapia, spero mi aiuti». E intanto? «Cambio uomo in continuazione, alla ricerca di quel piacere che nessuno finora, a parte quella primissima esperienza da adolescente, mi ha regalato». Slanciata, mani curate, sguardo bruno e appassionato, Annalisa non ha nulla in apparenza che tradisca la sua frustrazione. Difficile immaginarla in una condizione di costante insoddisfazione. Lo sguardo, la voce sono sensuali: «La mia carta vincente per ingannare gli uomini», sorride, solo con le labbra però. Perché è un inganno che la ferisce e l’annoia. «Vengono confusa con una mangiauomini. Invece mi chiedo: possibile che nessuno di loro si accorga che non provo piacere? La verità è che gli uomini sono noiosi. Io avrò pure il mio problemino, ma da parte loro mai un guizzo creativo». Decisamente più ironica e spiritosa è Carla, 51 anni, insegnante. «Quella bellissima vignetta di Ellekappa, la ricorda? Recitava così: “Vedi cara, l’amore è una cosa, il sesso un’altra” “E la roba che facciamo noi come si chiama?”. Come vede, il piacere per noi donne non è ancora un diritto ma un optional». Carla ha una carica di simpatia che certo l’aiuta anche in un luogo così delicato come la zona notte. «Conosco mio marito da 36 anni - dice - ci vado a letto da 33, permetterà che non mi senta ancora assalita dal fuoco sacro della passione. Per lui è diverso, ancora mi desidera, anche se non è un grandissimo amante, e io non posso negarmi sempre». Quindi? «Quindi fingo. Non ho altra scelta, lui la finisce di stressarmi, in fondo non mi costa tantissimo. Mi tengo il marito al quale voglio bene e con cui ormai sono diventata un’attrice perfetta. E per convincerlo, prima dei rapporti uso un gel vaginale. Lui è contento, e io non patisco troppo». All’amor proprio del suo fidanzato è destinata la simulazione di Sandra, 28 anni, cameriera in una pizzeria al taglio, aspirante architetto. «Lo so che non è bello fingere a letto, soprattutto alla mia età, ma non voglio ferire il mio ragazzo: credo si sentirebbe responsabile, invece lui non c’entra per niente». Come fa ad esserne così sicura? «Per due motivi. Uno di carattere fisico, nel senso che per un po’ ho sofferto di vaginismo. Sono stata seguita da un bravo sessuologo, che mi ha aiutata a superare i sensi di colpa che avevo a causa dell’educazione religiosa ricevuta in famiglia». E l’altro motivo? «Negli ultimi due anni sono stata molto sotto stress perché ho deciso di finire l’università e intanto lavoravo, anzi ancora lavoro, come cameriera. Arrivo a letto stanca morta, per il lavoro e per lo studio. Per questo, quando il mio ragazzo mi cerca a letto faccio finta di stare bene anch’io. Ne ho parlato con alcune amiche e mi hanno detto di farmi furba, perché la stanchezza non c’entra, e che forse lui dovrebbe essere più attento ai preliminari. Ma io sinceramente non me la sento di perderlo, ho paura che se mi metto a fargli quei discorsi va a finire che mi molla. Chissà, forse davvero sono solo troppo stanca per concentrarmi sul mio corpo, sul mio piacere. Vedremo come andrà al mare». La Stampa 24.6.05 Non lo fo per piacer mio Elena Loewenthal Quante parole per il dire il sesso delle donne: liberato, dichiarato. Mai più represso. Esigente. Insoddisfatto. Confuso. Sdoganato, insomma, nel suo ruolo dentro la vita, al di là della procreazione e dei doveri coniugali. Soprattutto e più che mai, argomento di chiacchiera e discussione: di sesso si parla. Eppure c'è anche, e c'è ancora, un sesso delle donne sottaciuto. Quasi un tabù, in un'epoca come la nostra di strenua consumazione dei tabù. E' il sesso doloroso. Non - o non necessariamente - quello reduce dal trauma di una violenza subìta magari tanti anni addietro. E nemmeno il sesso rifiutato per gravi patologie dell'animo e del fisico. E' invece un sesso più banale, che in fondo non dovrebbe fare notizia: condito di disturbi piccoli ma tenaci, trasforma il desiderio in un fastidio, il piacere in una immancabile frustrazione. Ne parla Alessandra Graziottin in un libro appena uscito, intitolato «Il dolore segreto. Le cause e le terapie del dolore femminile durante i rapporti sessuali» (Mondadori editore, pp. 295, euro 17,00). L'autrice, forte di una lunga esperienza nel campo della sessuologia, parte da una lunga serie di casi «clinici» per raccontarci questo dolore di fare l'amore. Vi sono donne giovani e altre mature, ragazze alle prime esperienze e madri reduci da parti difficoltosi: «Sei una piaga! Possibile che un rapporto che alle altre dà solo piacere a te faccia venire un male cane per tre giorni?». Racconta Marianna (26 anni) esasperata dal sentirsi dare dell'isterica. Invece è «espareunia», cioè «persistente o ricorrente dolore genitale associato al rapporto sessuale»: non un’inibizione né una forma di rifiuto inconscio. Un male fisico, da curare. Perché nella sofferenza sessuale, ci spiega Graziottin, succede una cosa davvero singolare. Il dolore non è (quasi) mai psicogeno: ha solide basi biologiche, di competenza medica. Però dalle donne viene spesso confuso e considerato «semplicemente» alla stregua di una sorta di risonanza fisica della psiche. Lo si ritiene un fenomeno psicosomatico, insomma, mentre è esattamente il contrario: il dolore sessuale ha cause fisiche, ma nella coscienza delle donne - che ne parlano di rado e ancor più di rado decidono di rivolgersi agli specialisti - viene avvertito come un disagio psicologico. Una fisima. Diana, 33 anni: «Mi aspettavo che far l'amore fosse una cosa meravigliosa. Invece ho provato sempre dolore, fin dalla prima volta. Passerà, mi dicevo. Invece il dolore è peggiorato negli anni». Prima di pensare che c'è qualcosa che non funziona nel corpo, in casi come questi si chiamano in causa la testa, i sentimenti. Disapreunia, vaginismo, cicatrici retraenti, anomalie anatomiche, sono invece alcuni fra i nomi di questo dolore, la cui componente fisica è stata per tanto tempo trascurata. Vi è un motivo ben chiaro, in tutto questo: la sessualità femminile è stata sempre vista come un'espressione psicologica e affettiva. Come qualcosa di assai meno fisico della sessualità maschile: le ragioni del corpo di lui sono riconosciute da sempre, mentre quello di lei ha appena acquisito la dignità di soggetto. E ha, a dire il vero, ancora tanta, tanta strada da fare. Angelicato, vocato soltanto a quella specie di miracolo che è la procreazione, il corpo della donna non ha quasi mai avuto voce in capitolo; la sua sessualità è stata per millenni ignorata e poi, a emancipazione in corso, confinata alla sfera psicologica e agli impulsi della volontà. Il corpo, ridotto al silenzio. Oggi, uno studio condotto dal Primary Care Sciences Research Centre della Keele University (Gran Bretagna), ci spiega che per una donna su tre l'orgasmo si configura come una specie di chimera pressoché irraggiungibile. Ben poco di nuovo, si dirà, in questa ricerca. Se non che, la responsabile di questo studio, Kate Dunn, rivela che il 34-45 per cento della variazione individuale nella capacità di raggiungere l'acme del piacere dipende dalla variabilità genetica individuale. Questa specie di determinismo tale per cui nasciamo condannate o no ad appagarci facendo l'amore, non deve però diventare il pretesto per gettare la spugna. Perché tanto il dolore sessuale quanto questa presunta vocazione genetica al piacere sono il segno che il nostro corpo chiede rispetto. Anche soltanto un poco di attenzione prima di rivolgerci prontamente, con una specie di automatismo indotto, alla tanto coccolata psiche. streghe il manifesto 24.6.05 Streghe allo specchio della modernità Dal celebre classico di Jules Michelet, appena riproposto in una nuova traduzione da Stampa Alternativa, a una serie di romanzi per adulti e per ragazzi ambientati nella Salem dei processi o nel Salento della taranta, ritorna una delle più emblematiche figure della femminilità. Ma forse non era mai scomparsa LAURA PUGNO Le streghe son tornate. O meglio, erano già tornate negli anni Settanta, immagini di pensiero e pratiche femminili da sempre represse, ormai decise ad esprimersi, e a farlo alla luce del sole. Ma oggi non hanno più bisogno di andare e tornare, oggi, in un tempo storico che da una parte pensa il magico e il sovrannaturale come l'estrema provincia della ragione e della scienza ai confini del mondo conosciuto, come qualcosa che forse non immediatamente, ma di certo un giorno sarà spiegato, e che dall'altra alimenta di nutrimenti magici e sovrannaturali (proprio in quanto estranei alla logica del Logos con tutto quello che gli sta intorno e accanto) un'amplissima produzione di contenuti letterari, grafici e visivi per bambini, adolescenti e adulti. Oggi, in un tempo storico che non pensa tanto a cercarsi nella politica e nella protesta quanto a specchiarsi - come nello specchio della strega matrigna di Biancaneve? - nell'entertainment e nella fiction, le streghe e streghette sono dappertutto: dalla secchiona Hermione, fedele amica dell'Harry Potter seriale di J.K. Rowling, al successo nostrano del fumetto «Witch», dalla piccola alchimista Nina, la «bambina della Sesta Luna» di Moony Witcher alias Roberta Rizzo, fino a Serafina Pekkala comprimaria della trilogia Queste oscure materie di Philip Pullman, passando per la serie televisiva «Streghe» con Shannen Doherty e Alyssa Milano, di cui sono da poco usciti sul mercato italiano i primi due dvd. Ancora simbolo di libertà e potere femminile, le streghe si sono trasformate anche in prodotto. Per capire le mutazioni moderne della sorcière attraverso antiche radici, si può partire da un classico come La strega di Jules Michelet, edito per la prima volta a Parigi nel 1862 e successivamente ripubblicato, con varianti, sia nello stesso anno che l'anno successivo. A un quarto di secolo di distanza dall'edizione Einaudi negli Struzzi (1980), lo ristampa oggi, col sottotitolo «La rivolta delle donne nel romanzo-verità dell'Inquisizione», Stampa Alternativa, nella traduzione di Stefano Lanuzza, che mira dichiaratamente a una contemporanea leggibilità. Molti ricorderanno l'incipit di questo libro a suo tempo scandaloso, e considerato il più interessante tra le opere «minori» dell'impetuoso storico della Histoire de France e dell'Histoire de la Revolution Française: «Alcuni autori affermano che, poco prima della vittoria del cristianesimo, una voce misteriosa percorresse le rive del mare Egeo dicendo: "Il grande Pan è morto"... Del resto, non era una novità che gli dèi dovessero morire». Se la strega - protagonista e vittima di una tragedia storica che dal Medioevo al Settecento avrebbe fatto, dicono gli studiosi, più di un milione di morti - è per i suoi persecutori la fidanzata del diavolo, il diavolo di Michelet, quel principio del male a cui la Chiesa cattolica ancora concretamente e non simbolicamente dichiara di credere, è l'erede degli dèi morti, di Pan, di Priapo e di Dioniso e al contempo, come ricorda Lanuzza nella prefazione, del Satana ragionatore e vitalistico di John Milton: «Il paganesimo, religione potente e vitale», per Michelet, «comincia con la sibilla e finisce con la strega». La scoperta del Nuovo Mondo e la colonizzazione europea delle Americhe importò la fede nell'esistenza della stregoneria di là dell'Atlantico (intorno a questo tema fra l'altro ruotano due romanzi di Celia Rees usciti nel 2001 e nel 2003 per Salani, Il viaggio della strega bambina e Se fossi una strega), e così oggi chi dice strega dice Salem, la cittadina americana del Massachusetts dove nel 1692, a duecento anni di distanza dallo sbarco di Cristoforo Colombo, con i processi e la messa a morte di una ventina di persone, si consumò un vero e proprio episodio di isteria collettiva, di cui sopravvive una ricca documentazione. Proprio nei dintorni di Salem, a Windale, un piccolo centro che su quegli episodi di più di tre secoli fa ha costruito una certa fortuna turistica, è ambientato Wither di John G. Passarella, che ha vinto il Bram Stoker Award 2000 nella categoria opere prime ed è pubblicato in Italia dalla Gargoyle Books, casa editrice specializzata nell'horror, nella traduzione di Tiziana Lo Porto. Protagonista è Wendy Ward, studentessa di psicologia del locale Danfield College, figlia del preside e appassionata di Wicca e New Age varia, costretta a fronteggiare l'oscura presenza di Elisabeth Wither, strega di più di cinquemila anni. La vicenda di Wither è il primo atto di una trilogia - gli altri due titoli sono Wither's Rain e Wither's Legacy - che Gargoyle pubblicherà successivamente. A una stregoneria mediterranea in cui si muovono «masciare» capaci di temibili fatture, turcinieddhri d'interiora d'agnello o carne umana, e legamenti d'amore, si ispira invece il romanzo d'esordio di Clara Nubile, Io ti attacco nel sangue, uscito a marzo per Fazi. La vicenda di Laura, studentessa a Bologna che al ritorno da un viaggio in India si ritrova afflitta da un mal di testa che sfida ogni diagnosi, è il pretesto per un viaggio nel Salento delle nonne e delle madri, «tarantate» che si liberano dal veleno e dalle passioni nel ballo furioso della pizzica. La «terra del rimorso» investigata alla fine degli anni Cinquanta da Ernesto de Martino si mescola nel libro di Nubile al Salento di oggi, portato sullo schermo da Edoardo Winspeare in Sangue vivo ed epicentro della voga del neotarantismo. Termine, quest'ultimo, diffuso dalla giornalista salentina Anna Nacci, autrice di vari saggi sull'argomento tra cui, di nuovo per Stampa Alternativa, Neotarantismo. Pizzica transe e riti dalle campagne alle metropoli. Dalle campagne alle metropoli è anche il percorso della «Notte della Taranta» di Ambrogio Sparagna e Giovanni Lindo Ferretti che nei prossimi giorni, il 29 giugno, torna per la seconda volta a Roma, all'Auditorium. Una data che forse non a caso cade a poca distanza dalla Midsummer Night, la festa di San Giovanni, che proprio oggi si celebra e che segna la Notte delle Streghe più famosa dell'anno. giovedì 23 giugno 2005
il 15 giugno, Liberazione: ha pubblicato la rettifica chiesta da Paolo IzzoCaro direttore, nel suo giornale di sabato 11 giugno è apparso un articolo riguardante la posizione di Massimo Fagioli sui referendum (pag.6) che riprende alcuni brani della mia intervista con lo psichiatra dal titolo "La legge 40 violenta il rapporto uomo - donna e nega ogni idea di trasformazione", pubblicata in esclusiva da Nuova Agenzia Radicale il 26 maggio scorso. Sarebbe cosa gradita, per completezza di informazione e anche per restituire il pensiero di Fagioli interamente e correttamente (la frase «lo Stato deve togliersi di mezzo nei rapporti privati addirittura intimi e in particolare nel rapporto uomo - donna, per esempio, che Liberazione ha attribuito a Emanuele Severino, è in realtà dello stesso Fagioli) che lei trovasse il modo nei prossimi giorni di rettificare la notizia citando la fonte. La ringrazio per l'attenzione e la saluto caramente Paolo Izzo L'articolo di sabato nella versione originale: http://www.liberazione.it/giornale/050611/pdf/XX_6-PRP-2.pdf ...e il paginone delle lettere con la rettifica, pubblicato mercoledì: http://www.liberazione.it/giornale/050615/pdf/XX_12-LET-1.pdf Radetsky all'attacco ilmanifesto.it 22 giugno 2005 Dopo la procreazione, l'aborto Presentato a Roma dal cardinal Ruini e dal presidente del senato Marcello Pera, il libro di Joseph Ratzinger «L'Europa di Benedetto». Una sfida ai laici e un attacco esplicito alla 194 IAIA VANTAGGIATO ROMA . Non parte certo sottotono la campagna vaticana contro la legge 194. Passato agli atti - con onore - il trionfo del referendum sulla procreazione assistita, il cardinale Camillo Ruini raccoglie il tributo dovuto e lancia la sua prossima sfida chiamando a raccolta l'Europa intera, invitandola a serrare i ranghi contro la legge sull'aborto: «un piccolo omicidio che ci porta a smarrire l'identità umana e a far prevalere il diritto sulla forza sulla forza del diritto». Di fronte a lui, una platea d'eccezione: quella riunitasi ieri a Roma a palazzo Wedekind - storica sede del quotidiano Il Tempo - per la presentazione dell'ultimo libro del cardinale Joseph Ratzinger nonché prima fatica editoriale del nuovo papa Benedetto XVI. La sala è accaldata e sin troppo gremita ma fa indubbiamente impressione vedere in prima fila - gomito a gomito e abili nel non rivolgersi la parola per circa due ore - un repubblicano storico come Giorgio La Malfa e un ex repubblichino come Mirko Tremaglia cui non manca di rendere omaggio più di un rappresentante dell'aristocrazia papalina. Per fortuna che a salvare l'estetica arriva Pierferdinando Casini, l'astensionista numero due, secondo solo al presidente del senato Marcello Pera - cui si deve peraltro l'introduzione al libro di Ratzinger - al quale è però destinato il posto d'onore: quello alla destra di Ruini. Ed è a Pera che vengono riservati gli unici due applausi a scena aperta. Il primo quando, sornione, afferma - a proposito della differenza tra atei e agnostici - che «Dio non sopporta l'astensione. Lo sapevo da prima ma mi sono ben guardato dal dirlo». Il secondo quando recita l'ormai noto refrain della differenza tra laicità e laicismo e critica uno stato - quello per il quale riveste gli abiti di presidente del senato - incapace di accettare veli o crocefissi in nome di un non meglio identificato universalismo dei valori. Ma il parterre è troppo ghiotto per non dargli un'occhiata anche perché è lì - tra politici navigati e nuovi arrivati, porporati e cappellani - che si sta giocando la prossima partita. Anzi le prossime: aborto, riaffermazione delle radici cristiane dell'Europa e salto di qualità di una religione che - visti anche gli ultimi risultati referendari - non si accontenta più di essere relegata nella sfera del privato ma si dichiara determinata ad affrontare l'agone pubblico e politico. Giovan Battista Re - sino a due mesi fa, tra i papabili - è fra i primi ad arrivare. Chiarificatore è illuminante del futuro clima politico è lo scambio di battute con l'ex presidente del Comitato di Bioetica: «Sui referendum avete fatto un ottimo lavoro». Eminenza, è la risposta, non è che l'inizio. Scendendo di grado - le gerarchie sono pur sempre gerarchie - la bionda Francesca Martini della Lega Nord sembra godersi tutti i complimenti del cappellano di Montecitorio: «Onorevole, ottimo lavoro. Può sedersi qui». Neanche il tempo di una risposta - «Non è che l'inizio» - e l'onorevole Martini è costretta a rinunciare all'ambita postazione in prima fila a causa di sopraggiunte complicazioni: quello è il posto di Andreotti e non sarà certo un'esponente della Lega a fare retrocedere di una fila il senatore a vita. Presenti in platea anche una silenziosa Alessandra Mussolini, i ministri La Loggia e Stanca, i parlamentari Sanza, Gasparri e Volontè. Manca la sinistra che ai richiami del papa - nonostante la batosta elettorale - si rifiuta di rispondere. Eppure è ai laici che il libro di Ratzinger si rivolge come una sfida: vivete come se dio esistesse. Quanto ai valori - sembra essere sottinteso - ci pensiamo noi. A sottolinearlo sono - da un unico pulpito - Camillo Ruini, Marcello Pera e Bruno Vespa, scelto non troppo a sorpresa come moderatore dell'incontro: «Abbiamo sbagliato - afferma Vespa, manco si trattasse di un membro del conclave - ad accettare l'articolo 52 della Carta europea (quello relativo ai concordati, ndr) e a non pretendere nel preambolo di quella stessa Carta la menzione delle radici cristiane dell'Europa». Ratzinger è un papa d'eccezione, non ama le conversioni forzate e non crede che ci sia in atto una battaglia di civiltà tra religioni monoteistiche. Il vero scontro - chiosano all'unisono Pera e Ruini commentando il suo libro - è tra una razionalità scientista e positivista che pretende di essere universale e autosufficiente da un lato e le grandi culture storiche dall'altro, cristianesimo compreso. Tra un'idea di uomo ridotto a prodotto della natura e come tale trattato (l'embrione?) e quella di una fede che ora come non mai pretende di esprimersi anche pubblicamente. Il giochino è tutto qua: lasciate che i laici vengano a me e lasciate che rimangano laici. La Chiesa non ha bisogno di nuove conversioni ma solo di altri voti. In vista, chissà, di una revisione della 194 o di una ripassata della legge 40. I piccoli omicidi di Ratzinger «Il dramma morale, la decisione per il bene o per il male,comincia dallo sguardo, dalla scelta di guardare il volto dell'altro o meno. Perché oggi si rifiuta quasi unanimamente l'infanticidio, mentre si è diventati quasi insensibili all'aborto? Forse solo perché nell'aborto non si vede il volto di chi verrà condannato a non vedere mai la luce». (Tratto da: Joseph Ratzinger, L'Europa di Benedetto nella crisi delle culture, introduzione di Marcello Pera, Cantagalli editore) una segnalazione di Paolo Izzo anche Liberazione, martedì 21, ha pubblicato un articolo sul festival di Pesaro per vedere la pagina in pdf cliccare qui: http://www.liberazione.it/giornale/050621/pdf/XX_11-CUL-02.pdf obiezione di coscienza Yahoo! Sanità mercoledì 22 giugno 2005, Obiezione di coscienza: fin dove spingersi Il Pensiero Scientifico Editore L’obiezione di coscienza in medicina apre nuove questioni non ancora esplorate. Non esiste solo il diritto al rifiuto di fornire una pratica medica ma anche il diritto di non facilitare il paziente che intende fare qualcosa in contrasto con la coscienza del medico? Questo la spinosa questione che viene dagli Stati Uniti: una riflessione in corso tra medici, infermieri ed operatori sanitari su cosa voglia dire veramente svolgere il lavoro secondo la propria coscienza. In alcuni stati della federazione la riflessione si è già trasformata in legge: è il diritto all’astensione. In Italia questo diritto di non-decidere che ha valore di decisione è stato di recente evocato e applicato in occasione del referendum sulla fecondazione medicalmente assistita. L’ultimo numero del New England Journal of Medicine affronta il problema in un interessante editoriale. Cosa vuol dire “agire secondo coscienza” di fronte a richieste di aborto, eutanasia, suicidio assistito, riproduzione medicalmente assistita, ricerche su cellule staminali? Può voler dire oltre che rifiutarsi di praticare l’aborto, per esempio, anche rifiutarsi di prescrivere la pillola del giorno dopo, astenersi dal fornire tutte le informazioni ad un paziente che si pensa voglia fare una scelta in contrasto con la coscienza dell’operatore. Un pediatra, per esempio, si potrebbe rifiutare di dire al paziente che sono disponibili dei vaccini contro la varicella perché per produrli sono stati usati tessuti proveniente da feti abortiti. “Le questioni di coscienza sono insidiose. Alcune interpretazioni personali finiscono per diventare leggi universali” avverte l’editoriale del NEJM. Gli operatori rivendicano il loro diritto di agire secondo coscienza ma questo potrebbe essere lesivo nei confronti dei pazienti. In Wisconsin un farmacista che personalmente riteneva la contraccezione una forma di aborto si è rifiutato di dare ad una donna la pillola anticoncezionale e anche di restituirle la ricetta in modo che potesse andare a comprare il farmaco da un’altra parte. In Wisconsin questo farmacista non è punibile per legge perché ha esericitato il suo diritto, pervisto dalla legge, di astenersi dalla partecipazione alla problematica del malato. Questo è un esempio e potrebbe essere anche un’estremizzazione; tuttavia il problema della espressione delle libertà singole rimane, compatibilmente con il rispetto delle libertà altrui, come si diceva un tempo. Fonte: Charo AR. The celestial fire of coscience. Refusing to deliver medical care. NEJM 2005;24:2471-3. Usa, ricerca sulle staminali braccio di ferro tra la presidenza e i singoli Stati Tempomediconline - Tempo Medico n. 797 23 giugno 2005 USA: gli Stati scendono in campo Sulla scia della California altri Stati finanziano programmi di ricerca sulle staminali di Donatella Poretti Gli Stati Uniti sono in pieno fermento. La notizia della prima clonazione terapeutica riuscita in Corea del Sud e i primi passi dei ricercatori di Newcastle in Gran Bretagna sembrano aver prodotto una ulteriore accelerazione, per evitare di restare a guardare i progressi fatti all'estero. Il paese pioniere per eccellenza non se lo può permettere. Il 24 maggio il Congresso, con 238 voti a favore e 194 contrari, ha approvato lo Stem Cell Research Enhancement Act, la proposta di legge del deputato repubblicano del Delaware Mike Castle e della democratica del Colorado Diane DeGette che prevede di estendere i finanziamenti federali anche alle linee embrionali ottenute dopo il 2001, data limite fissata dalla Casa Bianca, e derivate da embrioni in eccedenza delle cliniche di fecondazione assistita. E mentre il provvedimento è passato al Senato, il presidente George W. Bush ha preannunciato che opporrà il suo primo veto dopo 5 anni alla Casa Bianca: "Sono contrario all'uso del denaro dei contribuenti per sostenere studi e promuovere un tipo di scienza che distrugge la vita per "salvare la vita"". Ma il denaro dei contribuenti ha già iniziato a confluire in alcuni programmi per la ricerca con le staminali embrionali voluti, e votati, dai singoli Stati. La California ha fatto da apripista: dopo il voto dello scorso novembre su Proposition 71, ha iniziato a muovere i primi passi l'Istituto per la medicina rigenerativa, in attesa dell'arrivo della prima tranche di quei finanziamenti che nel giro di 10 anni toccheranno la cifra record di 3 miliardi di dollari. La gara è aperta e altri Stati, per non restare indietro e subire l'esodo dei propri ricercatori, delle aziende del biotech e dell'indotto, sono scesi in pista: New Jersey, Washington, Connecticut, Michigan, Massachusetts. Il governatore democratico del New Jersey, Richard Codey, seguendo il modello californiano vorrebbe vendere 230 milioni di dollari in obbligazioni per la ricerca sulle cellule staminali. Con la più grande concentrazione di aziende farmaceutiche, che hanno contribuito nel 2003 all'economia dello stato con circa 24 miliardi di dollari, il New Jersey si organizza per non perderle. La Camera dello stato di Washington ha approvato il progetto per lo sviluppo economico della scienza chiamato Life Science Discovery Fund. L'idea, sostenuta anche dalla governatrice Christine Gregoire, è quella di creare un fondo di 350 milioni di dollari che lo stato preleverà dall'industria del tabacco e che elargirà in bonus annuali da 35 milioni a partire dal 2008. Nel Connecticut Camera e Senato hanno approvato alla fine di maggio un provvedimento che stanzia 100 milioni di dollari in 10 anni per la ricerca con le staminali embrionali. Il governatore Jodi Rell ha già dichiarato il suo accordo. La governatrice del Michigan Jennifer Granholm ha proposto di destinare 2 miliardi di dollari alla ricerca con le staminali embrionali, ma per far questo c'è bisogno di modificare l'attuale legislazione che vieta i finanziamenti statali. Il voto è atteso per novembre. In Massachusetts il parlamento ha approvato una legge che ancora non stanzia direttamente fondi, ma elimina le norme che vietavano finanziamenti alla ricerca con le staminali embrionali e alla clonazione terapeutica. A nulla è valso il veto apposto dal governatore Mitt Romney che, pur dichiarandosi a favore della ricerca con le staminali embrionali, voleva limitare la ricerca a quelle derivate da embrioni sovrannumerari. Il prossimo passo, preannuncia il presidente del Senato Robert Travaglini, sarà una legge per stabilire fondi ad hoc. di tutt'erbe un fascio Adnkronos 23.6.05 DISABILI: 700 MILA GLI ITALIANI CON MALATTIE PSICHICHE Roma, 23 giu. (Adnkronos) - Sono 700 mila gli italiani affetti da disabilità psichiche. Il dato è emerso stamani nel corso del seminario organizzato dalle onlus ad un anno dalla istituzione della figura dell'amministratore di sostegno. Il nuovo strumento non riguarda soltanto questo campione di italiani ma, come è stato rilevato nel corso del convegno, tutti coloro che si trovano in difficoltà nell'esercizio dei propri diritti, quindi anche anziani, persone che possono essere indotte a compromettere il proprio patrimonio, ma anche alcolisti, tossicodipendenti, soggetti colpiti da ictus, malati terminali e più in generale persone non autosufficienti. mercoledì 22 giugno 2005
Silenzio tra due pensieri, il film di Payamiin una recensione del Messaggero questo film era già stato segnalato sul blog con una recensione tratta da Il Messaggero ilmessaggero.it 14 giugno 2005 Payami: «Il mio film “contro”, per combattere le censure» di ROBERTA BOTTARI ROMA - Mentre noi parliamo di censura, il film in questione, Silenzio tra due pensieri di Babak Payami, non è stato vietato ai minori: è stato proprio sequestrato, dal governo iraniano. Il regista è stato arrestato e costretto a fuggire dal paese mediorientale. «Ancora oggi - afferma Babak Payami - nessuno mi ha comunicato ufficialmente le ragioni del sequestro dell’originale e, quando ho chiesto chi mi interrogava se aveva visto il mio film, ha risposto che non ce n’era bisogno...». Silenzio tra due pensieri arriva finalmente in Italia, grazie all’Istituto Luce, che lo distribuisce in una quindicina di copie da venerdì. Presentato 2 anni fa alla Mostra di Venezia, si tratta del terzo film del cineasta, dopo One more day e Il voto è segreto. Il negativo è ancora in mano alle autorità locali, quello che vediamo dunque è ciò che il regista era riuscito a mettere in salvo prima del sequestro. Ogni volta che lo vede, Payami, viene colto da violenti mal di stomaco: «Non è il mio film, è quel che resta. Ma serve a far conoscere una realtà». Il film racconta la storia di una donna che viene risparmiata da un’esecuzione, perché vergine. Secondo una credenza, le vergini, se muoiono, vanno in Paradiso. E i killer non la vogliono solo morta: la vogliono anche dannata. Si pone così un bel problema. Per risolverlo, il leader spirituale costringe il boia a sposare la ragazza affinché, consumato il matrimonio, si possa finalmente procedere con l’esecuzione. Ma l’uomo, di fronte alla vittima-moglie, precipita nel dubbio. «Il silenzio del titolo - spiega il regista - è il momento in cui un individuo, o un’intera società, si risveglia da una convinzione cieca. Questo mio film è un viaggio nell’indecisione. Non parla di religione, ma di come questa può essere utilizzata per ingannare la gente: non mi stupisce che in Iran non lo abbiano gradito. Ma queste forme di repressioni sono inutili. L’ho detto anche a chi mi ha interrogato: prendetevi questo film e io ne girerò un altro, arrestatemi e un altro regista lo farà al posto mio. Comunque vada, sarò io a vincere questa battaglia». presa d'atto che giornale il Giornale... una segnalazione di Paolo Izzo ilGiornale.it Il «non riconciliato» Bellocchio protagonista alla Mostra di Pesaro Cinzia Romani Roma. Come una signora matura e ben conservata, la 41ª edizione della Mostra internazionale del Nuovo cinema di Pesaro (25 giugno – 3 luglio) non rinnega i propri scapigliati trascorsi, ma li rammemora con forza. Così quest'anno palpiti e premi andranno, nel quadro di un Evento Speciale, all'icona per eccellenza di ogni ribellismo giovanile, a quel Marco Bellocchio da Piacenza che, stavolta, sarà giubilato come soltanto agli artisti scomparsi si conviene. Al regista di Buongiorno, notte, infatti, gli organizzatori della Mostra conferiranno la cittadinanza onoraria di Pesaro, la sera del 2 luglio. Senza contare che del cineasta in rivolta permanente (sedabile per intervalli nel quieto borgo etrusco di Barbarano Romano, dove l'enfant terribile possiede una casa) sarà proposta una retrospettiva-lampo. Con particolare focus sul rapporto tra Bellocchio e il suo cinementore (all'epoca, si disse «plagiatore») Massimo Fagioli, nel '68 promotore della Nuova Psichiatria. Da Il diavolo in corpo (1986) a Il sogno delle farfalle (1994), pellicole costruite su ispirazione del Fagioli-pensiero, molto in voga quasi quarant'anni fa. «Sono tutt'altro che riconciliato: resto un ribelle che sceglie una lotta senza spargimento di sangue» conferma Bellocchio, già portavoce del discutibile Fagioli. (...) Marco Bellocchio anche su Il Tempo Il Tempo martedì 21 giugno 2005 PESARO Alla Mostra in primo piano autori e attori italiani UN DOPPIO anniversario segnerà la 41esima Edizione della Mostra di Pesaro. Il quarantesimo compleanno del Festival e, purtroppo, il primo anno senza Lino Micciché, ideatore e direttore per le prime 24 edizioni. La Mostra del Nuovo Cinema si aprirà e si chiuderà all'insegna del cinema italiano: sabato 25 giugno le autorità di Pesaro conferiranno la cittadinanza onoraria ad Amedeo Pagani, produttore vicino allo spirito della Mostra, il 2 luglio verrà allestita una tavola rotonda con Marco Bellocchio.(V. S.) violenze contro le donne La Stampa 22 Giugno 2005 LA DENUNCIA DI TELEFONO ROSA «Spesso le vittime sono mogli e fidanzate E gli stupratori sono quasi sempre recidivi» ROMA. Da diciotto anni, l’associazione Telefono Rosa accoglie migliaia di donne che cercano aiuto, appoggio legale o anche solo una parola di conforto. Sono 7500 telefonate all’anno. «E una cosa la possiamo dire: in Italia la violenza di carattere sessuale è in deciso aumento», sostiene Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente dell’associazione. «Sia dentro le mura di casa, sia fuori. Con una differenza: le donne sposate o fidanzate denunciano con più convinzione lo stupro. Quelle violentate all’esterno hanno più remore. Sentiamo troppo spesso di donne che vengono da noi disperate, psicologicamente distrutte, senza aver trovato il coraggio di parlarne in famiglia, e tantomeno con la polizia. A volte, arrivano dopo che sono passati anni dai fatti». Che il fenomeno delle violenze sia in crescita, lo dicono anche i numeri ufficiali. Sembrerebbe però una particolarità del Centro-Nord. Vi risulta? «Non tanto. Anzi. Diciamo che, forse, al Sud sono ancora oggi meno disponibili a denunciare le violenze. Spesso sono le famiglie che non vogliono andare al processo. Non se la sentono di portare in piazza lo stupro. E’ un fenomeno culturale da non sottovalutare». Si dice: merito anche della nuova legge. «Bah, la legge andrebbe ripensata: abbiamo scoperto che il 75% dei condannati per stupro, appena uscito dal carcere lo rifà. Evidentemente durante la detenzione non si lavora per il loro recupero. Costa troppo». E ora si parla soltanto degli stranieri. Secondo Telefono Rosa, quanto incidono nella crescita delle violenze in Italia? «Guardi, ho qui davanti le schede relative a questo primo trimestre 2005. Su 260 casi che riguardano donne italiane, sommando stupri e molestie, gli episodi con immigrati sono circa un 10 per cento: cinque denunce di stupro e 16 di molestia. Significa che, negli altri 239 casi, i protagonisti sono uomini italiani. Su altri 40 casi con donne straniere, ci sono soltanto due stupri e una molestia a opera di immigrati; i restanti 37 casi riguardano italiani. Mi sembrano dati che parlano chiaro. Andiamoci piano a dare contro gli stranieri. Gli ultimi casi ci dicono piuttosto sullo spirito del branco, che colpisce indifferentemente adolescenti italiani e non. Lo straniero, quando è solo, al limite, può essere più molesto di un coetaneo italiano». Le vostre ricerche dicono che, nel 27% dei casi, la violenza è senza motivo. «Sì, è l’aspetto che più mi colpisce. I giovani cercano l’affermazione del proprio io nella prepotenza fisica e verbale. Ma qui il discorso è lungo...». sinistra l'intervista di Barenghi a Bertinotti su La Stampa di oggi La Stampa 22 Giugno 2005 Intervista a Bertinotti Riccardo Barenghi ROMA. SE gli chiedi quanti voti pensa di prendere alle primarie, non risponde. Anzi, risponde così: «Questo non si dice». Fausto Bertinotti è il leader politico che nel centrosinistra molti guardano con timore (o terrore), timore che rifaccia a Prodi lo stesso scherzetto del ‘98. Ma il Bertinotti di oggi non assomiglia affatto a quello di sette anni fa, è un’altra persona. Dopo la ritrovata unità della coalizione, il segretario di Rifondazione sprizza addirittura ottimismo. Prodi resta il leader, si fanno le primarie, poi il programma, poi forse il governo. Ma dopo aver rischiato di precipitare nell’abisso, questa soddisfazione così ostentata da tutti non le sembra un po’ esagerata, artificiale? «Proprio perché usciamo da un periodo in cui tutto congiurava per il peggio, in cui sembrava che si fosse perduto il lume della ragione, tanto più si tira il fiato. Oltretutto mi pare che ne siamo usciti nel modo giusto, ossia con l’intenzione di costruire l’Unione, una coalizione con una forza propria. E le primarie sono una tappa fondamentale di questo percorso». Però accanto alle primarie avete anche deciso di costituire un direttorio composto dai nove segretari dei partiti, una sorta di messa sotto tutela di Prodi? «Neanche per sogno. Io penso a una vera e propria fase costituente della nostra Unione, che deve reggersi su due gambe: la legittimazione popolare da un lato e la forza dei partiti dall’altro». La prima tappa della legittimazione popolare saranno appunto le primarie di ottobre. Un gioco un po’ truccato, tutti sanno che il leader sarà Prodi ancora prima di votare. «Ma in ogni competizione l’esito non è mai scontato. E poi non c’è solo il problema di chi vince, ma anche di come si vince. Di cosa insomma si mette in campo, quali idee-forza, quale impostazione politica generale. Che si può affermare anche senza vincere». In altre parole, lei pensa di perdere ma di ottenere un risultato tale da condizionare la politica del vostro governo? «Io mi candido per dare una presenza, un’impostazione di sinistra alla coalizione. Non un programma contro un altro, quello lo faremo tutti insieme (e non a caso l’assemblea per vararlo è stata fissata due mesi dopo le primarie). Ma appunto l’ispirazione che dovrà guidare la politica del nostro eventuale governo». Per arrivarci però non avete bisogno solo delle primarie per legittimare il leader e misurare i rapporti di forza interni, ma anche di firmare un accordo addirittura dal notaio, un patto di sangue che deve tenervi insieme. Lei ha anche detto che è disponibile a concedere al leader dell’Unione il potere di vita e di morte sul suo governo. Un’Unione che ha bisogno di tali e tante formalità per stare insieme non dà la sensazione di un’unità reale. «Possiamo anche dire che si tratta di superfetazioni, i patti, i notai, tutte cose ridondanti e anche un po’ ridicole. Ma la cosa importante è il messaggio che vogliamo dare al popolo della sinistra, cioè che proveremo in tutti i modi a governare insieme per cinque anni. E che se non dovessimo riuscirci, diciamo da subito no a pasticci o inciuci e sì alle elezioni. Ovviamente il potere di scioglimento del Parlamento resta nelle mani del Capo dello Stato, ma il nostro è un impegno politico al quale io attribuisco un grande valore». Mastella propone addirittura che nessuno voti mai contro il governo, al massimo ci si può astenere. «Questa è una sua opinione. A me non interessano le gabbie procedurali, non hanno significato. Conta la politica. E la politica significa essere capaci di governare insieme». Ma se Rifondazione si trovasse in dissenso su un provvedimento del governo di cui fa parte, voterebbe contro? «Non voglio fasciarmi la testa prima di rompermela. Se si arrivasse a un caso del genere, saremmo alla rottura e al fallimento. Io però scommetto sull’impegno (mio e degli altri) di arrivare fino in fondo con un programma condiviso. Penso che non sia più tempo di traccheggiare o di galleggiare. O si vince alla grande, nel senso che si vincono le elezioni ma poi si vince soprattutto la sfida di un governo diverso. Oppure si perde, altrettanto alla grande». Primarie, legittimazione popolare, superpoteri del leader: l’impressione però è che il populismo berlusconiano si sia infiltrato anche nel vostro campo. «Forse. Ma il pericolo maggiore che io vedo oggi non è questo bensì il suo opposto. Ossia il distacco dei dirigenti dal popolo, un riflesso elitario, la costruzione di un recinto aristocratico – anche un po’ saccente – in cui il ceto politico si rinchiude. Ben venga allora il popolo. Perché se l’Unione non si dà come suo compito fondamentale quello di costruire il Popolo delle riforme, magari decidendo anche quale debba essere il suo blocco sociale di riferimento, allora perderemmo anche vincendo». L'Unità 22 Giugno 2005 Nelle primarie dell’Unità Prodi è al 72% Bertinotti secondo con quasi il 20% Di Pietro è terzo con il 3,1% dei consensi e Pecoraro Scanio è al 2,8%. Tantissime e-mail di Mara Anastasia / Roma L’URNA ON-LINE dell’Unità ha raccolto ieri in poche ore più di 2.000 voti. Un risultato che ha dato a Romano Prodi un gradimento amplissimo, il 71.9%. Con un largo distacco Fausto Bertinotti, leader di Rifondazione, che non raggiunge il 20 per cento. Segue Antonio Di Pietro con il 3. 1%, Alfonso Pecoraro Scanio, dei Verdi, con il 2.8 per cento; gli incerti sono 2.4%. Quando abbiamo aperto in rete l’urna, Mastella ancora non aveva annunciato la sua possibile discesa nel campo delle primarie: presto inseriremo anche il suo nome. Il Foglio 22.6.05 Fassino: “Non vincerà Bertinotti, ne sono sicuro” Così ieri Piero Fassino parlando delle primarie dell’8 e 9 ottobre: “Vincerà Prodi” e non c’è problema se ci sono altri candidati perché “se si crede nella democrazia non si ha paura dei suoi strumenti”. Le primarie, continua, saranno “aperte”: “Abbiamo interesse a un’investitura di Prodi che sia la più ampia possibile”. Intanto la segreteria della Quercia ieri s’è detta “soddisfatta” dell’accordo nel centrosinistra, ma ha specificato che “l’Ulivo resta in campo”. Quella nell’Unione “non è soltanto una pace”, ma “un accordo per il futuro”. E’ il parere di Prodi: “C’è un programma che ci lega a comportamenti che sono del tutto nuovi”. Rita Levi Montalcini ANSA Mercoledì 22 Giugno 2005, 15:49 MEDICINA: LEVI MONTALCINI, LA RICERCA DEVE ESSERE LIBERA (ANSA) - TORINO, 22 GIU - ''Non si può mettere il lucchetto alla ricerca scientifica, anche se è necessario regolare l'uso che se ne fa per evitare di danneggiare la società e il pianeta''. Lo ha detto il premio Nobel Rita Levi Montalcini, aprendo la giornata dedicata alla medicina e al suo rapporto con la cittadinanza, ''Medici: ieri, oggi, domani'', organizzato dall'Ordine della provincia di Torino. E' stata anche l' occasione per presentare il ''prestito d'onore'' per giovani medici, iniziativa unica in Italia. Levi Montalcini ha ammesso che la situazione della ricerca nel nostro paese non è facile, nonostante le enormi potenzialità della medicina italiana, e ha detto che l'impegno scientifico deve essere volto a nuove scoperte, ma anche all'aiuto di chi ha bisogno: ''Spero che i giovani vedano nella scienza l'unico modo per far fronte alle tragedie che affliggono il mondo, in particolare l'Africa e il sud del pianeta''. Riguardo al recente referendum sulla procreazione assistita, Levi Montalcini ha affermato: ''L'astensione non e' stata giusta, io ero per quattro sì, ma chi non era d'accordo poteva almeno andare a votare no''. ''Forse - ha proseguito - non si doveva chiedere alla gente di confrontarsi con questioni cosi' complesse o perlomeno i quesiti dovevano essere posti in maniera piu' semplice''. (ANSA). Poincaré e Einstein La Stampa TuttoScienze 22.6.05 LA STORIA DI DUE GENI CHE SI IGNORARONO A VICENDA Francesco De Pretis IL giugno 1905 probabilmente dal punto di vista scientifico è stato il mese più fecondo: il matematico francese Jules Henri Poincaré presentava il 5 giugno all'Accademia delle Scienze di Parigi una nota di quattro pagine, intitolata "Sur la dynamique de l'électron"; il 30 giugno un allora sconosciuto impiegato dell'ufficio brevetti di Berna di nome Albert Einstein, vedeva pubblicato sui prestigiosi "Annalen der Physiks" un articolo dal nome "Zur Elektrodynamik bewegter Körper". Con questi due scritti ebbero finalmente risposta gli interrogativi sorti più di trent'anni prima, all'indomani dell'apparizione dell'opera di Maxwell, che avevano tolto il sonno a molti uomini di scienza. Nel 1873 il fisico scozzese James Clerk Maxwell, riassumendo gli studi compiuti durante tutto l'arco del XIX secolo, aveva esposto un modello matematico - quattro celebri equazioni - che forniva una corretta spiegazione delle interazioni elettromagnetiche fra corpi. Contrariamente alla concezione della meccanica newtoniana, queste equazioni però introducevano il concetto di invarianza rispetto al sistema di riferimento scelto, dal quale discendeva la costanza della velocità della luce per ogni possibile osservatore: un'affermazione non di poco conto, che faceva andare letteralmente in frantumi le fondamenta concettuali della fisica classica, destando sgomento nel mondo scientifico del tempo. Maxwell stesso, conscio dello sconvolgimento epocale sollevato dal proprio lavoro, cercò subito una soluzione, rifacendosi al concetto di etere, un ipotetico mezzo imponderabile, elastico e trasparente che si supponeva riempire l'universo per poter così spiegare le modalità di trasmissione delle onde elettro-magnetiche e l'interazione di forze a distanza. Conferme sperimentali sull'esistenza dell'etere però non arrivarono, anzi un famoso esperimento (1881-1887) dovuto ai fisici Michelson e Morley riconobbe valida l'assunzione di costanza della velocità della luce, che risultò non essere influenzata dal «vento dell'etere»: le conclusioni a cui erano pervenuti i due scienziati statunitensi scatenarono nuovi dibattiti e congetture. Per rendere ragione all'esperimento di Michelson-Morley, il fisico irlandese George Fitzgerald ipotizzò nel 1889 che le lunghezze di corpi che si muovessero a velocità prossima a quella della luce, si dovessero accorciare. Hendrik Lorentz, geniale fisico olandese, arrivò nel 1892 allo stesso risultato, che prese il nome di contrazione di Fitzgerald-Lorentz. Continuando su questo filone di ricerca, un altro fisico irlandese, Joseph Larmor, e poi lo stesso Lorentz (1899), scrissero una serie di equazioni, oggi note come trasformazioni di Lorentz, che sostituivano le trasformazioni galileiane della fisica classica: da esse risultava l'invarianza della velocità della luce per ogni sistema di riferimento possibile, ma anche - fatto del tutto rivoluzionario - uno sfasamento temporale fra due sistemi di riferimento in moto uno rispetto all'altro. Proprio partendo dal carattere non più assoluto del tempo, ecco inserirsi sulla scena la riflessione di Poincaré: un anno prima, veniva pubblicato "La mésure du temps" (1898), uno scritto nel quale lo scienziato francese meditava sull'impossibilità della simultaneità temporale di due eventi. Nel 1900, al Congresso di Parigi, Poincaré tenne la celebre "Conférence sur l'existence de l'éther", nella quale pose una sistematica e decisa critica al concetto di etere di Maxwell e nel 1904, alla conferenza di Saint-Luis (USA), propose un problema relativistico nuovamente legato al tempo, oggi conosciuto come paradosso degli orologi. Profondo conoscitore della fisica classica, Poincaré era convinto della sostanziale veridicità del principio di relatività galileiana, cioè dell'impossibilità di dimostrare il moto assoluto. Così, nello scritto del 5 giugno 1905, partendo dall’impossibilità di dimostrare il moto assoluto, riprese le riflessioni di Lorentz e mostrò che le sue trasformazioni formavano un gruppo assieme con le rotazioni, da esse dedusse la contrazione delle lunghezze e osservò acutamente che anche la legge di gravitazione universale doveva essere ripensata se le onde gravitazionali si propagavano alla velocità della luce. Questo testo fu poi ampliato da Poincaré e inviato ai "Rendiconti del circolo matematico di Palermo" (23 luglio), un periodico siciliano di scienza, il cui direttore, amico di Poincaré, pubblicò lo scritto nel gennaio del 1906. Il 30 giugno 1905 apparve il testo di Einstein, il quale, partendo da due postulati iniziali (principio di relatività galileiana e invarianza della velocità della luce in ogni sistema di riferimento), desumeva le trasformazioni di Lorentz e perveniva ai medesimi risultati ottenuti da Poincaré: questo scritto ha l'indubbio pregio di grande una chiarezza e semplicità, e di completare coerentemente il quadro di fondazione della nuova meccanica relativistica. Così pochi giorni fra due pubblicazioni di tale portata storica potrebbero stupire ma la simultaneità nella storia della scienza non è poi tanto rara: Newton e Leibniz elaborarono indipendentemente il calcolo infinitesimale verso la fine del XVII secolo, Bolyai, Gauss e Lobatchevsky contribuirono alla nascita delle geometrie non euclidee negli stessi anni del XIX secolo, ciascuno - almeno inizialmente - all'insaputa degli altri. Al di là di sterili polemiche sulla paternità della Relatività ristretta (fu un mutuo concorso fra Lorentz, Poincaré ed Einstein), il nome di Einstein fu legato indissolubilmente alla teoria della Relatività piuttosto per i lavori che il fisico tedesco produsse dopo (per essi fu decisivo l'incontro con Minkowski e l'italiano Ricci Curbastro); a lui va il merito - nel 1916 - di aver esteso la meccanica relativistica anche ai sistemi non inerziali e di aver compreso che sotto di essa vi è qualcosa di molto più complesso, un impianto teorico che si basa sulla geometria dello spazio e del tempo, una geometria dell'universo che Einstein individuò nel modello di spazio curvo di Riemann. Nonostante sia Poincaré che Einstein fossero giunti ai medesimi risultati, la reazione di entrambi sfociò in una sorta di dignitosa indifferenza: il nome di Poincaré appare solo una volta negli scritti di Einstein, quello di Einstein mai nelle carte di Poincaré, che nel 1912 morì improvvisamente. Questa freddezza fra i padri della Relatività ristretta ebbe però una infelice conclusione: Lorentz, amico di vecchia data di Poincaré, nella commissione scientifica per il Nobel del 1921, fece assegnare il prestigioso premio ad Einstein ma solo per lo scritto del 1905 legato allo studio sull’effetto foto-elettrico: un lavoro sì di grande importanza ma non rivoluzionario come la Relatività. il prof. Severino a Cosenza Gazzetta del Sud 22.6.05 Il pensiero medievale nella magistrale dissertazione di Emanuele Severino a Cosenza Filosofia, la grande eresia dell'uomo Lo straordinario tentativo di sintesi di Tommaso d'Aquino Federica Longo Un viaggio tra “Utopia e conoscenza” nel nome di Federico II, stupor mundi e immutator mirabilis, dove stupore del mondo significava anche elemento destabilizzante per l'ordine costituito. E tale fu l'immutator mirabilis, se si pensa alla profonda incisione culturale che ha lasciato nella storia con la sua curia magna, che fu scuola madre della lingua italiana e avanguardia nell'arte e nella scienza. Ma soprattutto fucina di pensieri e sperimentazioni culturali che rompevano schemi e rigide tradizioni. L'iniziativa promossa dalla Telecom nella sua tappa cosentina, si dipana tra il razionale e il magico. Per le vie della città fermenti di artifici spettacolari colorano l'atmosfera. I teatranti si esercitano nell'arte di spostare indietro le lancette del tempo, a quel trenta gennaio del 1222, quando a Federico imperatore «splendida di sole e festante di popolo dovette apparire Cosenza». Mentre, nella sala convegni della biblioteca Nazionale, un pubblico di appassionati attende una magistrale lezione sulla filosofia medievale. E non appena l'accademico dei Lincei, Emanuele Severino, fa il suo ingresso, un riverente silenzio accompagna il suo arrivo. Il filosofo indugia e, prima di salire in cattedra, si accomoda al di qua del sipario, quasi a cercare un'altra prospettiva, quasi per guardare le cose da una nuova angolazione. Da subito, lo studioso dichiara di volersi sottrarre ad una accentuazione accademica del tema e inizia la sua dissertazione a partire da una riflessione sul sapere filosofico. «La filosofia non è qualcosa di astratto o estraneo rispetto ai problemi reali e pratici – esordisce Severino – ma, al contrario, essa nasce perché l'uomo tenta di costruire un senso del mondo all'interno del quale cerca una risposta al dolore, alla morte, all'angoscia dell'esistenza». La filosofia come possibilità di dare significato e accettabilità alle condizioni estreme della vita. «Essa – continua – stabilisce la scacchiera sulla quale s'intrecciano tutti i giochi che costituiscono la storia dell'occidente». Le categorie filosofiche di spazio, tempo, unicità e molteplicità sono individuate come la struttura fondante dell'occidente, nei suoi aspetti culturali non meno che in quelli pratici. «Con la successiva comparsa del cristianesimo – spiega Severino – fenomeno fondamentale per comprendere l'essenza della filosofia medievale, riaffiora l'atteggiamento del mito. Un atteggiamento connotato da un'incapacità di rispondere alla domanda sul perché il senso del mondo sia quello che ci si rappresenta come tale». Il perché al quale la filosofia, «questa grande eresia dell'uomo», accompagna fin dalla sua nascita la ricerca della verità e che diventerebbe, con l'irrompere del cristianesimo, l'antagonista della fede. Sul terreno del confronto tra fede e ragione, un tema nel quale siamo profondamente immersi, sottolinea il filosofo, si concentra il senso autentico del pensiero medievale. Una diatriba che conduce dritti al laceramento che l'Europa di questi giorni sta vivendo. La Francia del no alla costituzione, l'Italia del post-referendum che sperimenta il riaffacciarsi del cattolicesimo nella vita politica, la Spagna di Zapatero alle prese con i difensori della cristianità. Segni di un ritorno all'integralismo cattolico o di una lotta tra élite culturali che strumentalizzano le masse? Quelle masse inerti e sempre pronte a conformarsi al “si deve”, al “si fa” heideggeriano, o profondamente intrise di uno spirito gregario, incapaci di lasciare che la volontà si affermi. E il dipanarsi della matassa che dal medioevo conduce ai giorni nostri non può non passare attraverso la sintesi proposta da Tommaso d'Aquino. «Uno straordinario tentativo – spiega Severino – di tenere fermi due lati, la fede e la ragione, che si presentano come assolutamente antitetici». La teoria della conciliazione e dell'armonia tra filosofia e cristianesimo, elaborata da quel gigante del pensiero che fu Tommaso, afferma lo studioso, conduce a «un'irrimediabile aporia, drammaticamente attuale». Un'aporia che o fa del cristianesimo una verità di ragione o della ragione una verità di fede. E, affrettandosi a prendere le distanze da possibili accuse di ateismo, il filosofo afferma: «Sia l'ateo che l'amico di Dio intendono tutti noi come il nulla». Il mondo tanto per il credente quanto per colui che nega Dio sarebbe un caos al quale l'uomo viene sottratto solo mediante l'azione creatrice o il caso. «L'uomo viene collocato nel sepolcro del nulla per poter essere salvato». Da questa volontà di salvare l'uomo dopo averlo originariamente annullato, Severino si allontana. E oltre il nichilismo, oltre il drammatico urlo di Nietzsche che annunciava terrorizzato il tramonto degli idoli, il filosofo audacemente conclude: «L'uomo è infinitamente di più di quello che crede di essere e c'è qualcosa di infinitamente più grande di ciò che lungo tutta la storia del pensiero è stato chiamato Dio». Una nuova prospettiva, una rottura con la tradizione del pensiero che annuncia sullo sfondo nuove domande e altri abissali perché. da Maria e Salomé, ai roghi delle streghe, alla psichiatria Il Tempo 21.6.05 Nei secoli l’intolleranza religiosa divenne un problema psichiatrico di VALENTINA CORRER «Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria». (Vangelo secondo Luca 1, 26-28) Era Elisabetta, madre di Giovanni, ad essere al sesto mese di gravidanza, Maria lo seppe solo dopo l'Annunciazione e si recò da lei, vi rimase per i tre mesi restanti, poi Elisabetta partorì. Sei mesi dopo nacque quindi Gesù, il 25 dicembre. Otto giorni prima delle calende di gennaio; sei mesi prima nacque Giovanni, otto giorni prima delle calende di luglio, il 24 giugno. In quel giorno si festeggia San Giovanni Battista (l'Evangelista è il 27 dicembre). Al 24 giugno è legata una leggenda medioevale, quella di Salomè, figlia di Erodiade. Si dice che dopo aver danzato chiese, sotto consiglio della madre, la testa del Battista che le fu portata ancora in vita su un vassoio. Come punizione per aver causato la morte di Giovanni Salomè fu costretta all'infinito a vagare, volando su una scopa. Durante la notte che precede il 24 giugno, notte di veglia come per il Natale, si dice che gruppi di streghe si aggirino, sorvolino la basilica di San Giovanni a cavallo di una scopa tutte dirette ad un grande sabba annuale. Per difendersi da tanto influsso maligno si ricorreva al fuoco (da qui nascono i falò della notte di San Giovanni), all'acqua (specialmente la rugiada a cui sono attribuiti vari racconti legati alla fertilità) e alle erbe consacrate al santo (con poteri di protezione dal malocchio). In questo giorno si mangiano lumache (per difendersi dalle infedeltà e dai litigi) e si raccolgono le noci non ancora mature per farne del liquore, il nocino. E non è un caso che il più famoso albero di noci sia proprio quello di Benevento, albero intorno al quale si dice si raccogliessero le streghe, leggenda dalle antiche radici che risale all'epoca longobarda. Così recita un poemetto ottocentesco napoletano "Un gran noce di grandezza immensa germogliava d'estate e pur d'inverno; sotto di questa si tenea gran mensa da streghe, stregoni e diavoli d'Inferno". Benevento, città di origine del leggendario liquore Strega, il cui produttore Alberto Strega è promotore e finanziatore dell'omonimo noto premio letterario istituito nel 1947, che si svolge proprio il 24 giugno. Ma strega non è solo sinonimo di simpatiche leggende, superstizioni, gatti neri, scope, buffi cappelli e fortunate serie televisive. Vaste sono le pagine di storia dedicate alla caccia delle streghe, che con l'ausilio di veri processi sulla base di false testimonianze estorte tramite tortura, causarono la morte di migliaia di innocenti, soprattutto donne. La caccia alle streghe nasce nel XV secolo e prosegue per tutto il XVI e XVII, l'ultimo processo celebrato in Italia è dei primi del XVIII. È del 1486 il Malleus Maleficarum dei frati tedeschi Jacob Sprenger e Heinric Kramer, vero e proprio manuale del caso. È sicuramente il 1600 il secolo che più si è prestato a questo genere di persecuzioni, il secolo della Controriforma. Per lo più accusate di stregoneria erano le donne, proprio il Malleus termina così "la stregoneria deriva dalla lussuria della carne, che nelle donne è insaziabile". Le streghe, donne pericolose, oggetto di morbose attrazioni sessuali, capaci di causare l'infertilità, avide di bambini non battezzati da sacrificare al diavolo. Molte accusate erano infatti tutte quelle che avevano a che fare con i neonati, levatrici e bambinaie. In clima di Controriforma la stregoneria era un reato contro l'ordinamento della religione, il processo e la condanna a morte poi garantivano l'espiazione del peccato e la purificazione tramite il rogo. Ma verso il XVIII secolo, con la fine dei processi alle streghe, andando verso l'Illuminismo, la stregoneria passa da problema teologico a disturbo psichiatrico, risultato di un pensiero razionalista e tutti i casi connessi riempiono i trattati di medicina mentale. Sono soprattutto il diritto, la giustizia, il processo ad essere il centro del problema. Era inammissibile accettare una confessione ottenuta tramite tortura, si doveva garantire la giustizia. Beccaria e Verri si pronunciano fermamente contro la tortura, definendola una pena inutile, scrive Beccaria ne Dei delitti e delle pene "Qual è il fine politico delle pene? Il terrore degli altri uomini". Questo è sicuramente il risvolto comune a qualsiasi tipo di persecuzione, in qualsiasi tempo. Scriveva Arthur Miller nel 1953 un testo chiamato "Il crogiuolo" altrimenti conosciuto come "Le streghe di Salem". Riferendosi ad una caccia alle streghe del 1692, Miller metteva in evidenza le analogie con il clima di persecuzione iniziato dal senatore McCarthy contro l'ideologia comunista di cui lo stesso scrittore fece esperienza. Due società a confronto accomunate dalla stessa assurda caccia ad innocenti, alimentate dalla bigotteria e dall'odio. archeologia il vetro più antico del mondo Le Scienze 21.06.2005 Il vetro più antico del mondo Identificato un sito di fabbricazione del vetro nell'antica città reale di Ramses II Nell'antichità, il vetro era qualcosa di molto raro e prezioso: chi sapeva come fabbricarlo possedeva dunque una tecnologia molto potente. Alcuni frammenti scoperti nell'odierno Iraq suggeriscono che la produzione di vetro sia cominciata attorno al 1500 a. C. in Mesopotamia e che per molti secoli sia rimasta un segreto accuratamente custodito. O almeno così si pensava. Un nuovo studio rivela ora che gli antichi egiziani erano già in grado di produrre vetro pochi anni dopo i mesopotamici, e che usavano questa tecnologia per estendere la propria influenza attraverso il Mediterraneo e il Medio Oriente. La scoperta è stata descritta il 17 giugno sulla rivista "Science". Alcuni artefatti disseppelliti nella parte orientale del delta del Nilo mostrano che in quella regione il vetro veniva prodotto a partire da materie prime attorno al 1250 avanti Cristo. Gli artefatti sono stati trovati presso l'antica capitale del faraone Ramses II. Le rovine rappresentano il più antico sito di fabbricazione di vetro conosciuto al mondo, l'unico che risale all'età del bronzo. Le scoperte mostrano anche i metodi usati per produrre il vetro antico. "Per la prima volta - afferma Thilo Rehren dell'University College di Londra, co-autore dello studio - possiamo spiegare dove e come lo fabbricavano". © 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A. martedì 21 giugno 2005
Marco Bellocchio a Pesarocineuropa.org http://www.cineuropa.org/newsdetail.aspx?lang=it&documentID=52522 Festival – Italia Tutto Bellocchio a Pesaro (...) Ma il pezzo forte della Mostra di Pesaro sembra essere la retrospettiva completa di Marco Bellocchio. A cura di Adriano Aprà e co-organizzato con la Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale, sarà un viaggio attraverso quarant'anni di storia del cinema italiano che sarà completato da una tavola rotonda sul regista e da due volumi monografici di cui uno fotografico (co-editato dal Centro Sperimentale di Cinematografia). "La completezza e la puntualità di questa retrospettiva mi commuovono", commenta Marco Bellocchio. "C'è una parte della mia storia personale e cinematografica che non era mai stata affrontata prima e che di solito la critica scavalca: il periodo della mia controversa collaborazione con lo psicoterapeuta Massimo Fagioli. Non mi sono mai sentito un perseguitato, ma dal 1985 si è scatenata una serie di attacchi alle mie scelte personali. Rivendico le mie posizioni anti-istituzionali, che continuano ancora oggi". Adnkronos 20.6.05 - 14:14 CINEMA: MARCO BELLOCCHIO, RICONCILIATO CON LA CRITICA, MA RESTO UN RIBELLE Roma, 20 giu. (Adnkronos) - ''Non mi sento perseguitato, ma credo che dietro alcune mie decisioni personali, dal 1985 in poi, ci sia stata molta confusione e incomprensione. Finalmente anche su questi aspetti del mia vita e del mio lavoro si potrà fare chiarezza''. A parlare è Marco Bellocchio, al quale la Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro (in programma dal 25 giugno al 3 luglio) dedica quest'anno l'Evento Speciale. Al regista sarà reso omaggio con una retrospettiva completa delle sue opere (film, cortometraggi e lungometraggi), una tavola rotonda e con la pubblicazione di due volumi, attraverso i quali si affronta per la prima volta anche il suo approccio psicanalitico alla Settima Arte e la collaborazione con l'analista Fagioli per ''Il diavolo in corpo''. in Spagna il governo socialista non ha proprio nessuna paura della chiesa cattolica da aprileonline.info E in Spagna... (...) A fine anno scade la proroga dei finanziamenti di Stato alla Chiesa cattolica e il governo del premier socialista potrebbe decidere di tagliare i fondi pubblici alla Chiesa con cui è ai ferri più che corti. L’avvertimento arriva, con una intervista al quotidiano barcellonese “La Vanguardia”, dal guardasigilli Juan Fernando Lopez Aguilar, difensore dell’allargamento dei diritti civili. A fine anno scade l’ultima proroga della disposizione transitoria dell’attuale sistema di finanziamento ecclesiale, pattuito nell’87 tra la Conferencia Episcopal Espanola (Cee) e l’ex governo socialista del premier Gonzalez. Allora le gerarchie religiose si impegnarono, nel giro di 3 anni, ad autofinanziarsi con l’apporto volontario dei fedeli dello 0,5 per cento della loro dichiarazione dei redditi sulle persone fisiche (in Italia è lo 0,8). Un compromesso, però, mai rispettato negli ultimi 15 anni. Lo Stato, sia con Gonzalez che con il premier popolare Aznar, ha sempre anticipato mensilmente (quest’anno 11,78 milioni di euro, su 141,46 previsti per il 2005), molto più di quanto versavano i fedeli. E non ha mai chiesto indietro la differenza tra la somma anticipata e quella incassata. Un gap a fondo perduto pari, solo tra l’88 ed il 2002, a 450,89 milioni di Euro. In questo contesto, Aguilar suona la carica: “La realtà è che l’apporto dei fedeli non è sufficiente, non arriva neppure al 70%. Quest’anno abbiamo sborsato 35 milioni di euro in più”. E subito dopo, avverte: “L’Esecutivo e la Chiesa sanno che questa situazione non è sostenibile all’infinito. È razionale che convochiamo una negoziazione che potrebbe aver luogo quando scadrà l’ultima proroga, alla fine di quest’anno”. Calendario alla mano, significa che l’ accordo sulla riforma del sistema di finanziamento ecclesiastico deve essere concluso prima della redazione della Finanziaria 2006, nel prossimo autunno. Ma c’è di più. Il ministro alla Giustizia, da cui dipende il decisivo sottosegretariato agli Affari religiosi, paventa anche tutta una serie di notevolissime riduzioni fiscali per i religiosi “che occorre negoziare”. Quali? Esenzione dell’Iva (concessa dall’89 contro il parere della Ue), imposte sui beni immobili, successioni, donazioni. Spiega Lopez Aguilar: “Dobbiamo essere capaci di mettere sul tavolo queste questioni senza che si dica che ci scontriamo con la Chiesa. Non dobbiamo dimenticarci che è una situazione eccezionale della Chiesa cattolica, di cui non usufruiscono altre confessioni costituzionalmente equiparate”. Insomma, è la resa dei conti del governo con la Conferenza episcopale.(...) e alle elezioni il governo si rafforza anche (dalla mailing list dell'UAAR): «Zapa sta andando bene elettoralmente. Ieri ci sono state anche le elezioni regionali in Galizia, una regione tradizionalmente di destra, dove il PP nel 2001 aveva la maggioranza assoluta ( 51.6% ) e il PSOE era al 21,8%. I risultati di ieri sono stati un calo del PP al 44,9% e una crescita del Psoe al 32,5% (= crescita di più del 50%). In seggi +8 al Psoe, - 4 al PP e -4 al partito nazionalista galiziano (BNG). Al momento BNG e Psoe insieme fanno i 38 seggi che danno la maggioranza. Adesso sono in attesa del voto degli immigrati in Argentina». Flores d’Arcais «La Vittoria di Dio» L'Unità 21 Giugno 2005 La Vittoria di Dio Paolo Flores d’Arcais È trascorsa appena una settimana, e la politica ufficiale ha ripreso il suo tran-tran, come se nulla fosse successo. Eppure, nelle urne (astenendosi dalle urne, anzi), ha vinto Dio. Evento di un certo rilievo, che sarebbe utile pensare a fondo. Ha vinto Dio. Non il Dio universale, di tutti i credenti, però. Non il Dio dei valdesi, che avevano invitato civilmente al voto (contro la vigente legge). Non il Dio degli ebrei, tenuto rigorosamente estraneo alla tenzone referendaria. E neppure il Dio di preti cattolici che prendono sul serio il vangelo: alla don Gallo (e tanti come lui). Che a votare ci sono andati, senza licenza de' superiori ma in obbedienza alla propria coscienza. In quel week-end ha vinto un solo Dio: il Dio della Chiesa cattolica nella sua accezione strettamente gerarchica. Il Dio di Joseph Ratzinger e Camillo Ruini, insomma. A voler essere onesti, o per lo meno esatti, quel Dio non ha vinto da solo. Da solo non ce l'avrebbe fatta. Ha vinto in alleanza con l'astensionismo abituale, ormai al trenta per cento nelle consultazioni politiche e oltre il quaranta in quelle referendarie (le rarissime volte che riescono). E con l'ondata popolare di panico verso la scienza, nuovo e sottovalutato oscurantismo di massa. Ma l'astensionismo abituale, a volerlo ascoltare (anziché esorcizzare come “fisiologico”), parla della crisi della democrazia, della rappresentanza che diventa finzione, del monopolio partitocratico autoreferenziale (felicemente intrecciato ai poteri forti, economico-finanziari, checché strilli la retorica populista d'ordinanza). Il panico verso la scienza rifiuta invece in radice la distinzione tra scienza/conoscenza e uso tecnologico della medesima. Come se fosse ragionevole biasimare il fuoco e la ruota, strumenti di progresso esponenziale, visto che celebrano fasti mostruosi nella tortura e successivo auto-da-fé degli eretici. Le conoscenze sul nucleo atomico e sul genoma non sono responsabili di Nagasaki o di ogni futuro dottor Mabuse. Accusare la scienza è un modo comodo per auto-assolverci dalla nostra responsabilità di cittadini, e/o un modo pericoloso di occultarci la nostra impotenza di cittadini di fronte alla video-partitocrazia dei politici di mestiere che ha monopolizzato e sequestrato la nostra sovranità (ormai solo putativa). Questo vero e proprio odio teologico (e sospetto popolare) contro la scienza, nasconde in realtà la paura di fare i conti con la verità del disincanto: la mancanza di un senso iscritto nel cosmo e della storia umana, il dovere, insopportabile, di essere i creatori della nostra norma, di essere autonomi - autos-nomos - premessa per essere cittadini. La paura di affrontare il finito irrimediabile dell'esistenza. Da questo dolore di essere individui, gettati in un universo insensato, la spinta a rifugiarsi in ogni nicchia di illusione e autoinganno. Il proliferare a metastasi di ogni occultismo e superstizione. Ma il rifugio doveva essere proprio la democrazia, il nostro destino riappropriato per autos-nomos, sovranità autonoma di tutti e di ciascuno, orizzonte di potere simmetrico e riconoscimento reciproco, anche nel conflitto. I “realisti” bollano tutto ciò di utopia: democrazia è mera circolazione di elités, tecnica di governo, il resto è poesia. Ma se questa poesia viene meno (è il solo fondamento di legittimità delle democrazia!), se nella democrazia ridotta a simulacro viene meno anche la possibilità di lottare-per, ecco dilagare la rassegnazione di massa, il cinismo degli individui/replicanti, l'indifferenza alla cosa pubblica, resa estranea (privata!) dall'Opa riuscita dell'establishment video-partitocratico. La democrazia sottratta sottrae speranza di “dare senso”. L'impotenza di ciascuno rende s-catenato (rispetto al controllo democratico) l'uso della scienza, e l'hybris di profitto che l'accompagna. La sfiducia nella scienza e nel voto si alimentano a vicenda, in spirale viziosa (magari fosse solo un circolo). La sinergia tra i tre fenomeni - clericale, partitocratico, superstizioso - costituisce la nuova santa alleanza oscurantista contro la democrazia presa sul serio. Se ne esce solo con un grande progetto di controffensiva politica e culturale di segno democratico-illuminista. L'alternativa cattolica (l'«Etsi Deus daretur» a cui Papa Ratzinger invita anche i non credenti, quando si tratti di fare le leggi, e il bacio della pantofola intimato dagli atei devoti) sottovaluta il futuro assai prossimo di questo ritorno trionfante di Dio sulla scena pubblica. Perché vale poi per qualsiasi Dio, non in esclusiva per il Dio di Ratzinger e Ruini. E ogni religione pretende coincidenza tra ciò che detta la propria fede e ciò che sarebbe natura umana. Se per Ruini la cellula fecondata che si è duplicata alcune volte (la morula) è già persona, e dunque omicidio usarla, per un'altra fede la natura condanna la trasfusione, o ammette la poligamia. E chi deciderà su quale sia natura? La maggioranza? A metà del secolo, nelle nostre metropoli, sarà probabilmente islamica. La convivenza futura è possibile solo nel riconoscimento dei diritti inalienabili di ogni persona (la madre, non il feto. E ciascuno di noi rispetto alla propria vita, compresa la decisione di eutanasia e relativo aiuto). Dunque, più che mai: Etsi Deus non daretur. 21 giugno 2005, ore 18.15 Bologna, piazza San Domenico 13 Biblioteca Monumentale del Convento San Domenico Mons. Carlo Caffarra Arcivescovo di Bologna Paolo Flores d'Arcais direttore di MicroMega In controversia su: ETSI DEUS NON DARETUR: dittatura del relativismo o premessa di libertà democratiche? in occasione della presentazione del volume Joseph Ratzinger - Paolo Flores d'Arcais, Dio esiste? Un confronto su verità, fede, ateismo (supplemento di MicroMega 2/2005) Carlo Flamigni: «le ragioni di una sconfitta» la disobbedienza civile L'Unità 21 Giugno 2005 Le ragioni di una sconfitta Carlo Flamigni L’impegno che mi sembra più urgente a pochi giorni da questa cocente sconfitta referendaria consiste nell'avviare una seria e onesta analisi critica. Se saremo in grado di farlo potremo anche lavorare efficacemente per il futuro, sia per le nuove battaglie culturali che, temo, saranno all'ordine del giorno nel nostro paese, che per percorrere tutte le altre strade legittimamente disponibili per arrivare ad una legge sulla procreazione assistita migliore della 40/2004. Le ragioni di questa sconfitta sono molte, mi sembra che almeno su questo ci sia accordo. C'è anche una classifica dei perdenti: i malati, le coppie sterili, le persone che soffrono e sperano. Anche tra chi si è adoperato per far vincere il sì c'è una sorta di scala di valori: le associazioni dei pazienti, le donne dei democratici di sinistra e dell'ulivo innanzitutto; e poi i radicali, gli esponenti della destra che si sono giocati mezza fortuna politica. Ci sarà da riflettere per tutti. Adesso, in questo articolo, su questo giornale, voglio ragionare su un problema che mi sembra prevalente: una parte di quel 75% di assenti (dovrò pure sottrarre la quota di assenteismo fisiologico da referendum) ha espresso un parere critico, negativo, sulla ricerca scientifica. Forse ha paura della scienza, forse non ama gli scienziati. A una Festa dell'Unità un compagno mi ha detto: “siete arroganti come i preti”. Ebbene voglio riflettere sulla mia arroganza e voglio ragionare sulla scienza: cos'è, come dovrebbe essere, come la dovrebbero vedere i cittadini. La scienza è un grande investimento sociale, forse il più importante di tutti. La società investe nella scienza perché spera di ricavarne vantaggi: per sé, per i suoi figli più deboli e più sofferenti, per tutti. La società vuole che le nuove conoscenze prodotte rendano la vita degli uomini migliore e non può accettare il rischio che i prodotti del sapere possano essere dannosi per l'uomo. Così, lascia libera la scienza di esplorare l'ignoto, perché un occhio che scruta non può fare male a nessuno; chiede invece di poter esercitare un controllo sulle cose che la tecnica produce, perché una mano che fruga può far male, e come. Ciò significa lasciare ad ogni ricercatore la più ampia sfera di decisioni autonome compatibili con l'interesse dell'umanità. Ciò significa anche che la scienza deve garantire la società in merito alla trasparenza e alla sincerità e per farlo deve darsi una struttura normativa. In questo modo, la scienza diviene un modello di produzione della conoscenza e le sue norme sociali sono inseparabili da quelle che riguardano i principi e il metodo della conoscenza scientifica: non si può separare l'idea che gli scienziati hanno su ciò che dovrebbe essere considerata la verità, dai modi in cui operano per raggiungerla. I valori e le norme che garantiscono il funzionamento della scienza sono stati descritti da Robert Merton in quattro imperativi istituzionali: il comunitarismo, l'universalismo, il disinteresse e lo scetticismo organizzato. Altri filosofi della scienza hanno aggiunto l'originalità, la creatività, la cooperazione, la trasparenza. Queste norme e questi valori dovrebbero consentire ai ricercatori il massimo di una libertà virtuosa, ma è ovvio che - come tutte le attività dell'uomo - anche la scienza ha le sue devianze. Ad esempio le norme che ho descritto valgono per la scienza accademica, quella - solo per fare un esempio - che si svolge nelle università, mentre non si ritrova costantemente nella scienza post-accademica, quella - sempre per fare un esempio - che è promossa da qualsiasi tipo di potere economico. Se cessa il mecenatismo dello stato, se la ricerca accademica non viene adeguatamente sostenuta, può accadere che “l'altra scienza” tracimi e occupi spazi non suoi. È accaduto, accadrà ancora. Bisogna evitare che accada. Io credo che della scienza i cittadini si possano fidare, credo in una scienza al servizio dell'uomo. Per far credere l'opposto, sono state dette calunnie, sostenute menzogne, negate verità lapalissiane. Non esiste l'eugenetica che sa fare bambini più belli; nessuno mangia gli embrioni o li spalma sul pane, nemmeno noi comunisti. Se le fecondazioni assistite fossero tutto il male che si è detto di loro, non vedo perché dovremmo sporcarci le mani e tradire il nostro impegno con la società. Sentite cosa mi ha detto il 10 giugno l'onorevole Olimpia Tarzia, vicepresidente del Movimento per la vita, durante la trasmissione radiofonica “Nove in punto” di Radio24: “… il volere andare a produrre più embrioni quando non servono fa venire veramente il dubbio di interessi diversi rispetto a quelli della coppia, ma di avere embrioni disponibili per avere le mani libere su un discorso di ricerca e di sperimentazione c'è dietro una serie di interessi economici che vorrei ricordare tutte le tecniche di clonazione sono coperte da brevetti ….”. Sono calunnie: sfido l'onorevole Tarzia a dimostrare che una sola parola di quanto ha detto è vera. Se non è in grado di farlo, allora ha mentito. A questo punto è giusto chiedersi: cosa è successo? Perché sembra essere passata l'idea che gli scienziati operino in oscure caverne alterando quello che c'è di più sacro nella natura dell'uomo? Perché ha prevalso il timore della clonazione? Perché, soprattutto, così poche persone hanno recepito il messaggio che molti di noi cercavano di inviare alla società, così pochi hanno recepito la richiesta di solidarietà, di compassione nei confronti della sofferenza e della malattia? Perché sono stati ascoltati gli imbonitori che ci spiegavano che una speranza di vita conta più di una, due, molte vite e non chi denudava il proprio dolore davanti alla comunità chiedendo solidarietà e conforto? Non credo sia stata l'adesione ai principi della morale cattolica a creare questa bizzarria. Credo invece che a dimostrare ostilità nei confronti della scienza sia stata una generale disposizione della coscienza collettiva degli uomini che chiamerò, per semplicità, la morale di senso comune. Questa morale, che si forma per molteplici influenze dentro ognuno di noi, è particolarmente restia ad accettare i cambiamenti e persino le proposte di cambiamenti che la scienza propone, ma ha ugualmente un rapporto utile ed efficace con la scienza perché è sensibile a quelle che vengono definite “le intuizioni delle conoscenze possibili” quando riesce a trovare, in esse, indicazioni chiare sui vantaggi impliciti e tranquillità nei riguardi dei rischi probabili. È in questa morale che siamo inciampati, è con questa morale che dobbiamo dialogare in avvenire. Dialogare tutti, nessuno escluso. Penso che chi è mancato soprattutto al proprio compito siamo stati noi, medici, biologi e ricercatori, che non abbiamo dedicato il tempo necessario alla comunicazione della conoscenza, alla promozione della cultura, utilizzando le vie consuete e inventandone di nuove. Ed è mancato il mondo politico, soprattutto quello al quale mi riferisco personalmente, che avrebbe dovuto fare del tema del rapporto tra società e scienza uno dei suoi punti di riferimento costanti. Tra l'altro, sono convinto che il rapporto tra morale di senso comune e intuizione delle conoscenze possibili debba essere mantenuto vivo ed efficace da un'etica non dogmatica, laica, capace di adattarsi rapidamente al nuovo, di riconoscere gli elementi di mistificazione e di rischio, di non inchiodare la società a un concetto antistorico di natura, ma di salvaguardare al contempo la dignità di tutti gli esseri umani. Su questa etica laica è stata fatta molta confusione e lo stesso concetto di laicità è stato travisato in modo curioso, fino ad assolverlo nel caso consenta la pacifica espressione dei princìpi religiosi: anche quando questi non sono condivisi, cardinale Ruini? Anche quando si fanno preferire dallo stato ignorando la sofferenza di altre ideologie parimenti dignitose? Tra i princìpi della laicità c'è il rispetto delle convinzioni religiose di tutti, nella consapevolezza, però, che dalla fede - da qualsiasi fede - non possono arrivare prescrizioni e soluzioni, anche e soprattutto in materia di bioetica. Ho detto che avrei ragionato anche sulla mia arroganza e lo faccio. So dove ho sbagliato e me ne scuso. Mi sono lasciato invischiare in diatribe inutili, ho perso di vista le cose importanti, quelle che avrei dovuto ripetere e ripetere e ripetere: c'è gente che soffre, pensate a loro; c'è gente che vuole la vostra solidarietà, dategliela. Era purtroppo tardi per fare divulgazione, la promozione di cultura richiede tempo, uomini, mezzi. Forse è bene che smettiamo tutti di scrivere, per un po'. Ragioniamo invece su come si può agire positivamente. Come Maurizio Mori ed io abbiamo sostenuto nel nostro libro, siamo alle soglie di un mutamento di paradigmi. Questa, in fondo, è stata una scaramuccia. Ma niente tornerà ad essere come prima. L'Unità 21.6.05 Fecondazione, gli scienziati scrivono a Ciampi Appello di 110 ginecologi: «La legge va cambiata oppure faremo disobbedienza civile». La destra insorge ROMA Chi pensava che l’esito del referendum avesse tappato la bocca al movimento che si è creato per modificare la legge 40 ha fatto male i suoi conti. L’ultima polemica, infatti, è solo di ieri: stavolta il fronte degli astensionisti - dal Comitato Scienza e Vita al ministro Gianni Alemanno - è insorto davanti a una lettera appello al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi firmata da 110 tra professori e ginecologi responsabili dei centri di procreazione con la quale chiedono immediate modifiche alla legge in Parlamento. «Le uniche possibilità alternative - annunciano i firmatari- saranno il ricorso alla magistratura e disobbedienze civili». A renderlo noto nei giorni scorsi è stata l’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica. Dure le critiche: Alemanno definisce la lettera un gesto «antidemocratico», mentre il Comitato definisce la disobbedienza «illiberale». «Oggi sentiamo che il nostro lavoro - scrivono dal canto loro i firmatari - è divenuto pressoché impossibile da svolgere se non pagando un prezzo inaccettabile: tradire il giuramento di Ippocrate e principalmente il buon senso di padre di famiglia». I punti della legge 40 in contrasto con la deontologia medica sono, secondo gli esperti: il divieto di ricorrere alla fecondazione assistita per le coppie fertili anche se portatrici di malattie trasmissibili, come l'aids; l'obbligo di trasferire tutti gli embrioni prodotti in un unico contemporaneo impianto, anche nel caso di rischi di gravidanze trigemine; il divieto di selezionare gli embrioni da impiantare qualora, a seguito di una diagnosi preimpianto, risultassero malati, in presenza della volontà della coppia di ricorrere all'aborto terapeutico in caso d'impianto. «Non vogliamo certo eludere la legge o ingannarla», dicono, ma «sentiamo l'urgenza di affermare, assumendocene in toto la responsabilità, il rispetto di una legge superiore, che riguarda la lettera della Costituzione, i nostri principi deontologici e la nostra coscienza». Pronta la replica del Comitato Scienza e Vita: «Non c'è nulla di liberale nella minaccia di disobbedienza civile contro la legge 40 paventata da 110 esperti, in una lettera inviata al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi». Sarebbe, secondo il Comitato, «l'ennesima sortita del fronte referendario che, pur sonoramente battuto dalle urne, fa finta di non capire il valore effettivo di quel non voto espresso da quasi il 75 per cento degli elettori italiani in tema di procreazione medicalmente assistita». Secondo il ministro, invece, «la pretesa dei “110 esperti” che hanno scritto al presidente Ciampi per ignorare i clamorosi risultati dei referendum sulla fecondazione assistita, non può non essere giudicata come un gesto di cultura antidemocratica». «embrioni prodotti in laboratorio»? La Provincia 21.6.05 il caso L'annuncio di un gruppo di ricercatori Embrioni prodotti in laboratorio. in Danimarca: cade un'altra barriera e parte del mondo scientifico inorridisce. Scienzati divisi: «Sconvolgente» LONDRA Nel mondo della scienza c'è chi esulta e chi inorridisce. Sta di fatto che la ricerca ha superato un'altra barriera. Secondo quanto si apprende, infatti, spermatozoi e ovociti fra una decina di anni potranno essere prodotti artificialmente in laboratorio attraverso la coltura di cellule staminali di embrioni umani ed essere poi impiantati negli organi riproduttivi di coppie sterili. È quanto sostiene un gruppo di scienziati dell'università di Sheffield, il quale ha presentato ieri a Copenaghen uno studio che potrebbe aprire una nuova frontiera nel campo della fecondazione assistita. L'equipe di studiosi, guidata da Behrouz Aflatoonian e Harry Moore, ha studiato sei sequenze di cellule staminali ricavate da embrioni umani ai primi stadi, donati da coppie che si stavano sottoponendo a procedure di fecondazione in vitro. Gli studiosi le hanno lasciate moltiplicarsi in aggregazioni di cellule denominate corpi embrioidi scoprendo dopo un paio di settimane che alcune avevano espresso geni presenti in cellule germinali primordiali e proteine generalmente presenti solo nello sperma. «Questo suggerisce che le cellule staminali umane possono avere la capacità di svilupparsi in cellule germinali primordiali e gameti al primo stadio come è stato già dimostrato possono fare le cellule staminali embrioniche di topi», ha detto il professor Alfatoonian, presentando i risultati della ricerca al convegno dell'Associazione europea sulla riproduzione umana ed embriologia a Copenaghen. «In ultimo, potrebbe essere possibile produrre sperma e ovuli per la fecondazione assistita», ha sottolineato il professore. «Ma per questo c'è ancora molto tempo - ha aggiunto - perchè dobbiamo verificare che una tecnica simile sia sicura, poichè il processo di coltura potrebbe determinare dei cambiamenti genetici». La tecnica apre scenari impensabili: aumenta, per esempio, la possibilità che un giorno le coppie omosessuali possano avere figli con il patrimonio genetico di entrambi i partner, anche se si deve ancora sormontare una serie di ostacoli tecnici per ottenere sperma da cellule staminali femminili e ovuli da cellule staminali maschili. Ma se questi venissero superati, un'ulteriore applicazione potrebbe persino consentire a un individuo singolo, uomo o donna, di fornire sia lo sperma che gli ovociti necessari per la creazione di un embrione, facendo così di una stessa persona il padre e la madre biologica del feto così risultante. Intanto la scoperta non ha mancato di scatenare polemiche soprattutto riguardo all'uso di embrioni - destinati alla distruzione - come materia prima per la creazione di esseri umani. Secondo Josephine Quintavalle del gruppo di pressione "Reproductive Ethics", lo studio prelude a uno «scenario horror». «Metodi di riproduzione anormali, come questi, difficilmente produrranno una prole o tessuti normali», ha dichiarato la Quintavalle al tabloid britannico Daily Mail. Non mancano voci e commenti positivi. «In futuro questa tecnologia potrebbe offrire un'ovvia soluzione alle coppie sterili, evitando loro il bisogno di dover ricorrere a gameti donati, ma apre anche nuove e interessanti frontiere. Gli uomini single potrebbero persino mettere al mondo un figlio utilizzando il loro stesso sperma, aprendo così la strada a nuove forme di clonazione. La fertilità delle donne non sarebbe più troncata dalla menopausa», ha sottolineato Anna Smajdor dell'Imperial College di Londra, parlando con il quotidiano britannico The Independent. Certo, il fatto di potere ottenere in laboratorio «fabbriche» di ovociti e spermatozoi utilizzando cellule staminali di embrioni clonati spaventa invece tutta quella parte della scienza che ritiene che l'etica sia più importante della ricerca, soprattutto quando in gioco ci sono esseri umani. Il dibattito, c'è da giurarci, s'infiammerà nei prossimi giorni. Adnkronos 20.6.05 - 19:00 STAMINALI: BELGIO, EMBRIONI CLONATI DA OVULI FATTI CRESCERE IN LABORATORIO Roma, 20 giu. (Adnkronos Salute) - Per la prima volta, embrioni umani clonati da ovuli fatti crescere in laboratorio. Ci sono riusciti gli scienziati del Ghent University Hospital, in Belgio. Finora, i ricercatori che hanno annunciato la creazione di embrioni "fotocopia", hanno utilizzato ovociti maturi prelevati da donatrici, come è accaduto a maggio in Corea del Sud all'università di Seul. L'equipe belga ha dimostrato, invece, che gli ovuli non del tutto sviluppati, e dunque non utilizzabili per i trattamenti di fecondazione assistita, possono essere fatti crescere in laboratorio e utilizzati per creare embrioni utili alla ricerca sulle cellule staminali e sul loro potenziale terapeutico contro diverse malattie. ''Abbiamo scoperto una fonte alternativa, per la clonazione terapeutica, alla donazione di ovociti, la cui disponibilità è limitata'', sottolinea Joisiane Van der Elst, uno dei ricercatori, illustrando l'esperimento al congresso della Società europea di riproduzione umana ed embriologia, in corso a Copenaghen. Gli scienziati dell'università di Ghent affermano di aver clonato embrioni da ovuli immaturi, cresciuti fino a raggiungere 8-16 cellule. Adesso cercheranno di far sviluppare gli embrioni fino allo stadio di blastocisti, per poter prelevare le staminali. (Dam/Adnkronos Salute) APCOM 20.6.05 STAMINALI/ DA STESSA PERSONA POSSIBILE CREARE OVULI E SPERMATOZOI Lo rivela una ricerca dell'università di Sheffield Milano, 20 giu. (Apcom) - Le cellule staminali embrionali di uno stesso individuo potrebbero dare origine sia a spermatozoi che a ovuli. Lo afferma uno studio condotto dai ricercatori del Centro di biologia delle cellule staminali dell'Università di Sheffield, in Inghilterra. Studiando i corpi embrioidi, aggregati di cellule sviluppati a partire dalle staminali embrionali, i ricercatori di Sheffield hanno notato che dopo due settimane alcuni di questi mostravano la presenza di proteine tipiche delle cellule germinali primordiali, progenitrici di ovuli e spermatozoi. Il dottor Behrouz Aflatoonian - riporta il quotidiano inglese The Independent - direttore della ricerca, ha affermato infatti che "in ultima istanza dovrebbe essere possibile spermatozoi e ovuli". Alcuni specialisti, pensando a un futuro lontano ma tecnicamente possibile, hanno avvertito che la scoperta solleva diverse questioni etiche. Significherebbe infatti che una sola persona potrebbe produrre sia gli spermatozoi che gli ovuli da utilizzare per i trattamenti di fertilità, rendendola geneticamente sia padre che madre di un nuovo essere umano. Gli scienziati che hanno condotto la ricerca sottolineano invece come la tecnica potrebbe risolvere il problema della grave insufficienza di gameti donati per la fecondazione eterologa, laddove sia consentita. copyright @ 2005 APCOM ancora su mente e tempo: la percezione Il Mattino 20.6.05 Il cervello più veloce del tempo Roma. Il cervello dell’uomo perde il senso del tempo: lo dimostra una ricerca dell’Università Vita-Salute San Raffaele, dell’Università di Firenze e dell’Università Western di Perth, che mette in luce l’esistenza di una sorta di scollamento che c’è tra la percezione dello scorrere del tempo e il tempo fisico. Lo studio, condotto da Maria Concetta Morrone, docente di psicologia fisiologica dell’ateneo milanese, viene pubblicato su Nature Neuroscience, la più autorevole rivista nel campo delle neuroscienze. I ricercatori hanno compreso che a ogni movimento dell’occhio il cervello risponde comprimendo non solo lo spazio ma anche il tempo; in pratica nel corso di rapidi movimenti oculari la mente percepisce il tempo scorrere più velocemente di quanto accada in realtà. Gli studiosi sottolineano che ogni secondo i nostri occhi si muovono rapidamente dalle tre alle quattro volte per seguire i cambiamenti dell’ambiente che ci circonda, e ogni volta il cervello riorganizza velocemente i collegamenti tra neurone e neurone e tra neuroni e retina. Il cervello svolge in questa situazione anche una funzione predittiva, cercando addirittura di anticipare i cambiamenti che interverranno. Effetto di questa «corsa» incontro al nuovo evento, spiegano i ricercatori, è una sorta di rallentamento dell’orologio interno del cervello tanto che si perde la percezione dell’effettivo passare del tempo. Attimi che, assommati nel corso di un intera vita, possono portare anche al 15% di perdita di percezione del tempo fisico totale. «Esiste un’analogia molto affascinante tra i risultati del nostro studio e la teoria della relatività speciale di Einstein, di cui ricorrono quest’anno i cento anni dalla pubblicazione» commenta Maria Concetta Morrone, prima firmataria dello studio. «Come a una velocità prossima a quella della luce - spiega - gli orologi segnano il tempo più lentamente, il cervello, per controbilanciare il rapido spostamento delle immagini del mondo, vede le distanze relative compresse mentre il suo orologio interno rallenta». Lo studio italo australiano si basa su un semplice test visivo: i soggetti erano invitati a fissare un punto su uno schermo e due bande nere apparivano in rapida successione, con un intervallo di 100 millisecondi, sul suo margine superiore e inferiore. Il test era poi ripetuto chiedendo ai partecipanti di fissare nuovamente il punto sullo schermo. Il punto all’improvviso scompariva per riapparire spostato rispetto alla precedente posizione di circa 15 gradi. Immediatamente dopo le due bande venivano visualizzate al margine inferiore e superiore dello schermo, prima l’una e poi l’altra e sempre con un intervallo di 100 millisecondi. Ai soggetti veniva, quindi, chiesto se avessero notato delle differenze nella durata dell’intervallo di tempo che separava la comparsa delle due bande nei due test: quasi la totalità di loro affermava che la successione nel secondo caso era nettamente più rapida, dimostrando quindi come si verificasse ogni volta una distorsione nel modo di percepire il tempo da parte dei partecipanti allo studio. Secondo i ricercatori si tratta di una scoperta che amplia la conoscenza dei fenomeni di distorsione della percezione legati alle saccadi, cioè i rapidi movimenti oculari che ogni individuo compie per seguire i cambiamenti nell’ambiente che sta osservando. segnalato in "spazi" una recensione di "Silenzio tra due pensieri" ricevuta da Marco Pizzarelli Silenzio tra due pensieri Giunge nelle sale italiane, dopo una travagliatissima vicenda, l'ultimo film di Babak Payami. Dopo aver subito la confisca dei negativi del suo ultimo lavoro, Payami ha dovuto rimontare il film usando il materiale di prova che aveva a disposizione. In questo modo è riuscito a ricostruire quello che aveva preparato in origine, ma il risultato finale (non per sua colpa evidentemente) è estremamente scadente dal punto di vista tecnico. E senza dubbio parte del fascino del film deriva proprio da questa vicenda, ricordando che se non fosse stato per l'aiuto ed il sostegno dell'Istituto Luce, che ha creduto sempre molto in questo progetto, Silenzio tra due pensieri non sarebbe mai esistito. Ora invece, in uno sforzo produttivo davvero coraggioso ed ammirevole, questa pellicola esce in 10-15 copie in tutta Italia. È ovvio che un prodotto di questo tipo non è destinato ad un grande pubblico, anche perché Payami non vuole dare risposte facili sulla situazione politica o culturale in Iran. Sembra anzi, che questi voglia stimolare lo spettatore a trovare da sé le risposte alle questioni poste sullo schermo. In un villaggio sperduto, un boia viene costretto a sposare una donna condannata a morte, perché qualora morisse vergine sarebbe destinata al paradiso, cosa inaccettabile per le autorità religiose locali. Ma la situazione paradossale porta il boia a ripensare a sé stesso e al proprio ruolo nella comunità. Il silenzio tra due pensieri, secondo Payami, è proprio questo: "Il momento in cui un individuo, o un'intera società, si risveglia da un incubo o da una convinzione cieca". Anche se il regista nega di aver fatto un film politico, il risultato è evidente: un film non contro la religione, forse, ma sicuramente contro il dogmatismo e la tentazione di dominare l'uomo (ma soprattutto la donna) attraverso di esso. Per rafforzare il significato del titolo, Silenzio tra due pensieri si svolge in maniera meditativa e solenne, in un ritmo rallentato ed atemporale che sottolinea la stagnazione di una società sospesa tra dogmi, proibizioni ed una siccità interpretata come punizione divina senza possibilità di perdono. Queste condizioni, assieme alle già citate imperfezioni tecniche, rendono quest'opera davvero impegnativa da visionare. Ma alcuni potrebbero non considerarla una perdita di tempo. La frase: Una volta un soldato mi ha puntato il mitra e non ho avuto paura. Tu non sei un soldato e non hai nemmeno il mitra! OMS i diritti dei malati di mente Ansa.it Lunedì 20 Giugno 2005, 17:13 OMS: UNA GUIDA SUI DIRITTI DEI MALATI MENTALI (ANSA) - GINEVRA, 20 GIU - Per difendere i diritti di oltre 450 milioni di persone che nel mondo soffrono di problemi mentali, neurologici o comportamentali, l'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha pubblicato oggi una guida giuridica sulla salute mentale. Secondo l'Oms, in numerosi paesi le persone che soffrono di malattie mentali oltre ad essere le più vulnerabili sono quelle meno protette sul piano giuridico. Quasi un quarto dei paesi sono sprovvisti di una legislazione riguardante la salute mentale mentre in molti altri le leggi proteggono in modo insufficiente i diritti umani delle persone malate. ''Abbiamo l'obbligo morale e giuridico di modernizzare la legislazione della salute mentale. L'Oms è pronta ad aiutare gli Stati membri ad adempiere ai propri obblighi con sostegno tecnico e con pareri di esperti'' afferma il direttore generale dell'Organizzazione Lee Jong-wook. La guida dell'Oms esamina le norme internazionali nel campo dei diritti umani e mostra in che modo devono essere applicate alle persone che soffrono di disturbi psichici. Illustra inoltre come un approccio della salute mentale fondato sui diritti umani permetta di migliorare la qualità delle cure psichiatriche e a facilitarne l'accesso. (ANSA). una nuova lettura di Mozart Repubblica 21.6.05 Un genio rivoluzionario travolto dai pettegolezzi una nuova biografia CURZIO MALTESE Lidia Bramani ha ricostruito la vera storia del grande compositore che appare ben diverso dal cliché confezionato da certa tradizione e portato sullo schermo con grande successo vent´anni fa da Milos Forman La massoneria , cui è introdotto dal padre Leopold, è la culla del pensiero radicale del ‘700 Cosmopolita, padrone di cinque lingue , è un profondo conoscitore di Shakespeare Che idea abbiamo di Mozart? A duecento cinquant´anni dalla nascita, il più grande musicista e forse artista d´ogni tempo rimane un mistero. Nonostante le infinite indagini letterarie e la sterminata saggistica, non sappiamo ancora come è morto né come è davvero vissuto. L´immagine più popolare di Mozart è quella di un piccolo uomo che ospita un grande genio. E´ l´Amadeus che ha trionfato nei teatri e nelle sale cinematografiche degli anni Ottanta, il protagonista della commedia di Peter Shaffer poi tradotta in film da Milos Forman nel 1984. Un successo travolgente che si è fondato su due espedienti narrativi. Anzitutto il delitto «giallo»: l´avvelenamento di Mozart da parte del collega e amico Antonio Salieri, ossessionato dalla gelosia. Una versione di fantasia che aveva cominciato a circolare già nella Vienna del primo Ottocento, incoraggiata dalla vedova di Mozart (assai ingiusta col povero Salieri), e che Puskin già nel 1830 aveva ripreso in Mozart e Salieri. L´ipotesi del giovane genio braccato e ucciso dalla mediocrità era tanto piaciuta al romanticismo da resistere fino ai nostri giorni, al trionfo hollywoodiano di Amadeus rock star. L´altro elemento, psicologicamente più sottile, del successo di Amadeus è la raffigurazione di Mozart come genio inconsapevole, ignorante e volgare nella vita quanto sommo nell´arte. Un eterno fanciullo che gioca a capriole con Costanze prima di esibirsi davanti all´imperatore, verga di continuo oscenità alla cuginetta carina, si ubriaca nelle bettole austriache e soltanto negli intervalli fra un´idiozia e l´altra trova miracolosamente il modo di comporre capolavori immortali, sia pure in stato semi ipnotico, come posseduto da un dàimon, toccato da un dono sovrannaturale. Una versione a tratti caricaturale che nella commedia e nel film serve a dar forza al paradossale conflitto fra l´ometto «amato da Dio» (Amadeus) e il suo Caino, Salieri, intelligentissimo ma senza talento. Ma a parte le forzature da kolossal, l´immagine corrisponde a un´idea di Mozart accreditata perfino da grandi scrittori come Stendhal e musicologi di altissimo livello come il nostro Massimo Mila. Ora un libro di una studiosa italiana rovescia il cliché. Fin dal titolo (Mozart massone e rivoluzionario) e per cinquecento dense pagine la musicologa Lidia Bramani ci porta alla scoperta di un altro Amadeus (Bruno Mondadori, euro 28). Era del resto mai possibile che il trentenne pargolo di Shaffer fosse davvero l´autore di Don Giovanni e del Requiem? Il Mozart rivelato dalla ricerca è un genio tutt´altro che inconsapevole, un uomo immerso nel secolo dei Lumi, una mente potente che nella sua arte infonde, come Leonardo o Shakespeare, una profonda e meravigliosa filosofia. Il modo di procedere dell´autrice è acuto e inesorabile. Non si tratta di rivelare chissà quali fonti o epistolari segreti. Quello che Lidia Bramani ha fatto, in un decennio di lavoro, è di leggere con altro sguardo i segnali che erano sotto gli occhi di tutti e che Mozart ha sparso per tutta la sua opera, fra le centinaia di lettere a parenti e amici. Infantile, egotico, isolato? Il genio che compone rinchiuso nella sua stanza viennese, indifferente al mondo, mentre Costanze cinguetta in salotto, cede il passo a un personaggio molto più complesso e ricco. Cosmopolita (parla cinque lingue), vorace lettore, profondo conoscitore di Shakespeare, curioso d´ogni campo del sapere, dalla legge alla medicina, dalla politica alla filosofia. Massone e rivoluzionario, oppure massone perché rivoluzionario. La massoneria del Settecento, alla quale Mozart è introdotto dal padre Leopold, non è uno strumento di potere ma di conoscenza. Una vera culla del pensiero rivoluzionario, dove maturano le figure di Franklin e Washington, fino al generale Lafayette. Sono massoni i primi comunisti, gli Illuminati di Baviera, con i quali Mozart rimane in contatto fino alla morte, nonostante la messa al bando imperiale e le persecuzioni poliziesche. Il credo massonico è per Mozart una fonte d´ispirazione artistica e veicolo di una cerchia di relazioni intellettuali e amicali con le migliori menti dell´Austria giuseppina. Per esempio il filosofo Oetinger, il socialista Ziegenhagen e i poeti e radicali Wieland e Blumauer. Spicca fra i fratelli di culto il grande medico viennese Anton Mesmer, cui Mozart è talmente amico e devoto da farne un personaggio risolutivo in Così fan tutte. Mesmer è famoso come inventore del «magnetismo animale» ed è stato a lungo considerato una specie di moderno per quanto geniale stregone. Ma è stato in realtà un pioniere della medicina moderna, ha rovesciato il rapporto medico-paziente, inaugurando un pensiero critico che avrebbe portato agli sviluppi della psicanalisi di Freud e Jung. Altrettanto intenso e significativo è il rapporto di Mozart con il maestro massone Joseph von Sonnenfels, insigne giurista, vero autore della riforma che abolì per prima in Europa la tortura, teorico ancor prima di Beccaria dell´inutilità e della barbarie della pena di morte. Oltre alla ricerca biografica e allo squarcio storico di vita intellettuale nell´epoca rivoluzionaria, Mozart massone e rivoluzionario offre una migliore lettura dell´opera ed è questo naturalmente il merito maggiore. Nella leggenda mozartiana era compresa l´idea che il compositore fosse troppo preso dalla musica e troppo poco letterato per considerare i testi. Al contrario, dedicava uno scrupolo infinito alla scelta dei libretti, fino a scartarne centinaia prima di giungere al testo definitivo. Ed è un limite della critica l´aver costantemente sottovalutato quello che il genio di Mozart voleva esprimere anche con le trame e le parole. La seconda parte del saggio è una confutazione dei molti e a volte geniali fraintendimenti delle grandi opere mozartiane, da Le Nozze di Figaro a Zauberflote. A cominciare dall´ipotesi, mitizzata dal celebre saggio di Soeren Kierkagaard, che con Don Giovanni l´autore avesse voluto dipingere un eroe della trasgressione. Quando la condanna morale è inequivocabile, nel testo quanto nell´uso drammaturgico della musica. Ben lontano dall´essere il Prometeo dell´erotismo della lettura romantica, il Don Giovanni incarna una «spaventevole negazione della vitalità». E´ un parassita aristocratico dedito all´inganno e al narcisismo, un finto trasgressore che si diverte a infrangere le regole senza tuttavia mai metterle in discussione. In questo, secondo una brillante lettura critica, fratello del più nero dei personaggi di Molière, Tartufo. Un equivoco ancora più inspiegabile ha circondato a lungo Così fan tutte, considerata l´opera meno felice della trilogia di Lorenzo Da Ponte, la più leggera e incongrua. Lidia Bramani, che ne ha curato una memorabile edizione diretta da Claudio Abbado, la considera una specie di manifesto di una nuova morale sessuale che prefigura Le affinità elettive di Goethe. Il bellissimo gioco dell´autrice si applica pure alla lettura della Clemenza di Tito come «inno alla tolleranza» e al Flauto Magico come testamento di una profonda e allegra filosofia dei rapporti umani. Dove i simboli e i principi massonici, le suggestioni alchemiche, l´orientalismo, confluiscono per vie originali in una visione rivoluzionaria, nello spirito dell´epoca. Ma con una capacità quasi profetica di trascendere le ideologie del tempo per arrivare a un pensiero libertario di molto successivo, in un certo senso già postmoderno. Tanto da suggerire all´autrice una brillante digressione sulla contemporaneità dei personaggi mozartiani, un divertente paralellismo fra la massoneria settecentesca e la New Age, volendo stare al gioco: un viaggio da Papageno dritto fino a Harry Potter. Alla fine del libro il mistero di Mozart non è del tutto rivelato e non sarebbe possibile. Ma, svaporato il facile fascino del piccolo Amadeus, rimane l´interrogativo su come si sia potuto ignorare nei secoli tanto materiale sulla vita e le idee del vero Mozart. Certo era il suo stesso sublime modo d´alternare tragedia e buffonerie a spiazzare i biografi. Nei giorni in cui, già molto malato, sta componendo in contemporanea il Requiem, la Clemenza di Tito e le arie comiche del Flauto Magico, scrive una lettera straziante a Da Ponte, nella perfetta coscienza della morte precoce: «Lo sento a quel che provo che l´ora suona; sono in procinto di morire e ho finito prima di aver goduto del mio talento». E subito dopo scrive alla moglie Costanze un messaggio esilarante, in cui la incita a torturare l´allievo Sussmayr: «Meglio dargli troppi che troppo pochi colpi». Oppure chissà, forse l´artista era già troppo grande perché si potesse accettare che lo fosse anche l´uomo. Uno che aveva capito tutto del suo tempo e della vita, prima di lasciarla a soli 35 anni. Nella società dell´invidia partorita proprio dalle rivoluzioni settecentesche, alla fine si capisce che il vero, inconfessabile eroe sia diventato il musicista di corte Antonio Salieri. «anestesia emozionale» Repubblica, Bologna 21.6.05 LO PSICANALISTA "La rimozione è l'errore da evitare" JENNER MELETTI «DENTRO di noi, potrei dire, esiste un salvavita simile a quello che, nelle nostre case, toglie la corrente quando c´è un corto circuito. Ecco, io penso che il rischio maggiore, di fronte ad un trauma come la violenza sessuale, sia quello di fare scattare un "salvavita" che però provoca un'anestesia emozionale. Si nasconde il dolore, ma si rinuncia a vivere». Stefano Bolognini, psichiatra e psicoanalista, è il presidente del Centro psicoanalitico di Bologna. Sul lettino del suo studio è passato anche chi ha subito violenze simili a quelle subite dai due ragazzi nel parco di Villa Spada, in un pomeriggio del sabato, con il sole ancora alto in cielo. Cosa si può fare per aiutare chi ha subìto un oltraggio così grande? «In questo caso la parola "trauma" si deve usare senza timori. Il trauma è un´esperienza soverchiante, eccessiva. Non riesci a tollerarla e nemmeno ad elaborarla mentalmente. E´ come una palla di gomma chiusa nello stomaco, che non riesci né a digerire né a sublimare. E allora il rischio è quello di chiudere in cantina ciò che è accaduto. Non ripensarci, non risentire ciò che hai subìto. E così si rinuncia a fare funzionare una parte di sé. Questo il pericolo che dobbiamo evitare». Lo psichiatra dice che, dopo un secolo di terapia analitica, si è capito come «la vera elaborazione del trauma richieda una dolorosa rivisitazione dell´esperienza subìta, da compiere con l´assistenza anche "tecnica" di un esperto». Senza questa rielaborazione, i rischi sono pesanti. «Schematizzando, posso vedere due pericoli. Il primo è quello già citato, dell'anestesia emozionale. Si rinuncia a una parte di sé, e questa anestesia può durare tutta la vita. Il secondo pericolo - e riguarda soprattutto le persone più fragili - è quello che noi chiamiamo la frattura dell'io cosciente. In parole povere, il rischio della pazzia. Per fortuna c'è anche chi, pagando il prezzo di una sofferenza indicibile, riesce comunque a mantenere un contatto emotivo e l´interezza psichica. Insomma, soffre, sta male ma riesce a continuare ad essere se stesso». Difficile schematizzare, in campi così delicati. Ma l'«anestesia emozionale» è il pericolo più frequente. «E allora - dice il professor Stefano Bolognini - soprattutto con questi ragazzi, personalità in formazione, bisogna usare estrema delicatezza e cautela. Ma si deve aiutare il soggetto a riprendere il contatto con ciò che ha vissuto durante l'aggressione. Bisogna tirare fuori il disgusto, il terrore, la rabbia, cercando di tornare all'attimo in cui è scattato il "salvavita" che ha interrotto ogni corrente. Se non si fa questo, avremo una persona fredda che non riuscirà più ad aprirsi a nessuna intimità». L'aggressione sessuale, nella letteratura psicoanalitica, è un trauma simile a quello subìto con la tortura, con il terrorismo e con la guerra. «In Serbia ed in Bosnia psicologi e psichiatri, anche bolognesi, hanno organizzato gruppi terapeutici nei quali le vittime - guerra vuol dire anche violenza e stupro - con fatica e con dolore cercano di condividere il ricordo. Quella subìta dai nostri ragazzi non è una situazione diversa. Del resto, i carnefici che hanno aggredito i ragazzi sui colli solo apparentemente hanno compiuto un atto sessuale: si sono serviti del dispositivo sessuale per attuare un'aggressione, per umiliare le vittime. Il loro è stato un atto di sfregio». La ragazza violentata è la prima vittima, ma purtroppo non è sola. Il ragazzo che era con lei è stato minacciato, tenuto fermo, costretto ad osservare la violenza. «Anche lui dovrà fare un lungo lavoro per ritrovare un equilibrio. Anche lui dovrà riprendere i suoi ricordi e riviverli. Pure per questo giovane la traccia traumatica non sarà lieve. Per situazioni di ruolo è stato reso completamente impotente, è stato umiliato e simbolicamente castrato. Oggi si sente sminuito e choccato». La strada giusta, come per la ragazza, non è quella di nascondere il tutto nella «cantina» della propria coscienza. «Tutto ciò che non viene ricordato e detto, nello specifico psicoanalitico, rimane dentro come una indigeribile "palla di gomma" che graverà per sempre sull'equilibrio della persona. Aiutare vuol dire stare vicino. Aiutare significa cercare le strade per arrivare a parlare dell'aggressione. E bisogna che i ragazzi arrivino a parlarne in modo emotivo, che possano piangere e urlare, e provino ancora quel dolore e quell'odio profondo vissuti quando i carnefici hanno preso il sopravvento». Non sarà un cammino facile. Ma sempre «con una delicatezza enorme» si dovrà arrivare all´elaborazione del trauma. «Il ricordo permetterà di ritrovare se stessi anche nel dolore. Seguire persone che hanno vissuto esperienze come questa non è facile. Bisogna mettersi accanto a loro, fare capire che se vogliono possono ricevere l'aiuto di un esperto. Bisogna, piano piano ma in modo visibile, creare le condizioni nelle quali la vittima possa iniziare il suo racconto. L'errore più grande sarebbe quello di pensare che, in fondo, su certi fatti si possa mettere una pietra sopra. Un altro errore, non meno grave, sarebbe partire in quarta con l'intervento psicologico o psichiatrico, forzando la narrazione». Oltre alla ragazza e al suo amico i violentatori di villa Spada hanno fatto un'altra vittima: la città. «I colli di Bologna sono la zona di tutti, sono il luogo dove tutti sono stati da ragazzi e dove ora vanno i loro figli. Per questo la violenza di villa Spada non è solo lo sfregio di singole persone. E' una ferita per la comunità. Anche a questo bisogna stare attenti. Una comunità ferita ed umiliata deve riflettere, confrontarsi, fare proposte. La politica non c'entra, in questa vicenda. In ballo ci sono le emozioni di tutti. Ma se la città non riesce ad avviare questo processo di analisi e ricerca, a lungo termine potranno nascere reazioni pesanti e deleterie». dio pizza e famiglia Ave Maria city: una città per soli cattolici Repubblica», 21.6.05 «Benvenuti ad Ave Maria City» Il miliardario Monaghan, creatore della catena Domino, realizza un insediamento per 5000 abitanti: solo credenti, niente gay, né coppie di fatto In Florida la prima città per soli cattolici, fondata dal re della pizza La chiesa: Perplessità nella gerarchia cattolica sul valore apostolico dell´iniziativa, la Curia di Miami respinge ogni valutazione L´investimento: Oltre un miliardo e mezzo di dollari nel progetto. Scuole e università sempre dedicate a Maria. No agli anticoncezionali nelle farmacie di Vittorio Zucconi WASHINGTON. Nella città dell´Ave Maria si serviranno pizze e Rosari a domicilio. Potrà abitarvi soltanto chi ha fede in Dio, Pizza e Famiglia. Forse non proprio ortodossa, come trinità, ma comprensibile, visto che questa nuova comunità in Florida intitolata a Maria di Nazareth e riservata a cinquemila cattolici super tradizionalisti che vi compreranno casa, è stata costruita sulla margherita a domicilio e sui miliardi del creatore della celebre Domino´s Pizza, Tom Monaghan, il cui motto ufficiale è, appunto, «Dio, Pizza e Famiglia». Negli ultimi acquitrini e paludi naturali accanto a Napoli, "Naples" nel senso della Florida, spazzati via gli alligatori, i serpenti mocassini e le pantere nere suprersititi, la città dell´Ave Maria, "Ave Maria City", sorgerà accanto alla nuova facoltà di legge dell´Ave Maria, "Ave Maria Law School" e attorno a quella che il padre spirituale della pizza a domicilio «consegne entro mezz´ora o la pizza è gratis» immagina come «la più grande cattedrale cattolica del mondo». Si chiamerà, non del tutto sorprendentemente, la Basilica dell´Ave Maria. Non è ancora chiaro quali requisiti e credenziali i futuri abitanti dovranno esibire per essere ammessi nella cittadella Mariana, a parte i soldi e i mutui necessari per acquistare abitazioni e terreni in una zona dove un ettaro di palude costava ieri 40 dollari e oggi, nella prospettiva della celeste speculazione, già vale 20 volte di più, 800 dollari. Anche la gerarchia cattolica americana ha qualche perplessità sul valore apostolico di una comunità ghetto devota al nome di Maria e la curia di Miami, interpellata, respinge con cortese silenzio ogni richiesta di valutazione dottrinale dell´iniziativa. Ci saranno esami di catechismo per i futuri acquirenti? Fioretti? Esercizi spirituali? Novene e rosari da recitare davanti al notaio al momento del rogito? Monaghan, che all´età di 69 anni ha deciso di investire il miliardo di dollari in contanti acquisito quando vendette le sue 6.500 pizzerie non va molto oltre quella frase sul dogma di "Dio Pizza e Famiglia", ma qualche dettaglio sulla futura città dei Rosario lo concede. Niente gay, naturalmente, almeno niente gay dichiarati. Nessuna "coppia di fatto", pubblici concubini. Eventuali fecondazioni eteroleghe tra vicini e conoscenti saranno del tutto private e tenute nascoste, secondo i più luminosi "valori tradizionali". Le abitazioni saranno cablate, e Internet filtrata da un santo "server" centrale, per escludere ogni canale che trasmetta cose sconvenienti. Proibizione alle farmacie e ai supermercati di vendere preservativi e anticoncezionali di ogni sorta. E gli ostetrici ginecologi che andranno a praticarvi la loro professione dovranno firmare l´impegno contrattuale a predicare soltanto la castità o la "pillola del Vaticano", il metodo Ogino-Knaus, agli sposi. Ci saranno madoninne e cappelline a ogni incrocio, gusto borgo medioevale. La facoltà di legge, come le stazioni tv via cavo che avranno sempre in onda qualcuno che recita il Rosario, faranno intensa e quotidiana opera di proselitismo pro-vocazioni, anche contando sul fatto che, in assenza di ogni efficace metodo di controllo delle nascite, la popolazione dovrebbe aumentare rapidamente e produrre una ricca messe di nuove anime. Sacerdoti, suore, diaconi in disgrazia con le rispettive diocesi od ordini per troppo tradizionalismo saranno accolti entusiasticamente, perché "Ave Maria City" deve diventare il faro del cattolicesimo pre-conciliare in una comunità cattolica americana «che sta scivolando verso la secolarizzazione», lamenta il devoto pizzettaro, nelle pur numerosissime università che si dicono cattoliche, spesso controllate dai sempre sospetti Gesuiti. Né deve meravigliare questa decisione di costruire una "Rosarioland" nella terra delle "Disneyland". Nella comunità cattolica americana, ormai assimilata alle altre confessioni cristiane e ai non credenti in materia di divorzio, sessualità, abitudini e aborti volontari, il nocciolo dei tradizionalisti patisce la secolarizzazione della Chiesa e la apparente resa alla società civile. Qualcuno, nel ricco e succulento mercato della domanda e dell´offerta religiosa americana dei "valori", doveva alzarsi per offrire un rifugio al gregge smarrito e questo qualcuno è stato Tom Monaghan, il re della Madonnina a domicilio. Un uomo da non sottovalutare, vista la biografia. Figlio del Michigan, dunque del Nord, ex seminarista espulso per "eccesso di vivacità" (ecco il seme della sua allergia verso la disciplina e la gerarchia), Marine volontario per incapacità di finire l´università e poi proprietario di una miserabile pizzeria di paese a Ypsilanti, nel Michigan, comperata per 900 dollari insieme con il fratello, "Dominick´s Pizza", l´irlandese Monaghan imparò a preparare pizze «in appena 15 minuti di lezioni dal vecchio Dominick» e partì. In una pagina biblica degna di Esaù e Giacobbe, comperò la quota del fratello in cambio di un Volkswagen Maggiolino usato e trasformò quel fornetto in un´armata di 6.500 "franchises" sparse in tutto il mondo, con un fatturato lordo di 4 miliardi di dollari. «Pregai e lavorai moltissimo» spiegò in un´intervista, «affidandomi al mio credo di Dio, Pizza e Famiglia». Non abbiamo notizie di come si senta Esaù, il fratello che vendette la sua quota per un Maggiolino usato. Benedetto dai frutti della propria operosa fede, ma sempre tenuto un poco a distanza da porporati diffidenti come gli insegnanti in Seminario, Monaghan decise di costruirsi la propria chiesa cattolica parallela, ma non necessariamente eretica, cominciando da un piccola facoltà di legge (la "Ave Maria", che altro) nel Michigan. La costruì secondo lo stile "prateria" di Frank Lloyd Wright, il suo idolo, che ora tenterà di trapiantare arditamente nel tropico della Florida. Un megalomane di successo, che ora ha annusato il mercato del revival tradizionalista e ha deciso di investirvi le proprie fortune per «rifondare la Chiesa Cattolica» a partire da questa città dell´Ave Maria. Nella quale, avendo assaporato il suo menù, sorge l'empio sospetto che i peccatori saranno costretti dai confessori, per penitenza, a recitare Pater, Ave e Gloria e mangiare le sue pizze. Umberto Veronesi candidato al Nobel Corriere della Sera 20.6.05 Appello di 1.800 chirurghi: ha rivoluzionato la cura dei tumori «Premio Nobel a Veronesi» Proposto all'unanimità da due potenti associazioni scientifiche americane «Umberto Veronesi merita il premio Nobel». Potrebbe essere l'affermazione di una delle tante donne guarite dall'oncologo milanese. Non meraviglierebbe nessuno. A sostenerlo però è un big della chirurgia americana, Patrick Borgen, capo del dipartimento che si occupa di tumori al seno del più grande centro oncologico americano: il Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York. Durante un convegno internazionale a Milano Borgen ha sottolineato come venga proprio dagli States un'inattesa candidatura di Veronesi al Nobel 2006 per la medicina. Perché secondo la prassi le candidature devono essere presentate entro il 31 gennaio e la decisione si prende a settembre: salvo colpi di scena quindi il 2005 avrebbe già le nominations. Comunque, 2005 o 2006, a proporre Veronesi alla commissione per i Nobel sono state, all' unanimità, due potenti società scientifiche americane: la Sso (Society of Surgical Oncology, cioè i chirurghi dei tumori) e l'Assbd (American Society for the Study of Breast Diseases, ossia gli specialisti delle malattie del seno). La lettera indirizzata ad Urban Ungerstedt, coordinatore del comitato per il premio alla medicina, è come se fosse firmata da 1.800 chirurghi americani. L'appello pro Veronesi porta la data del 20 marzo. In seguito, a rafforzamento, è stato costituito anche un comitato internazionale di appoggio alla candidatura con un nuovo documento datato 6 maggio e sottoscritto da oncologi del calibro di Franco Cavalli (Svizzera), Martine Piccart (Belgio), Ulrik Ringborg (Svezia), Hiram III S. Cody (Usa). Spiega Borgen: «Veronesi merita questo premio come scienziato e come uomo. Nel 1969 presentò la sua ipotesi all'Organizzazione mondiale della Sanità, partendo da studi di laboratorio (lui è anche anatomopatologo), e ha sfidato un dogma: quello della chirurgia distruttiva e massacrante, consacrata dai "maestri" di allora, come unica speranza contro un tumore. Poi le pubblicazioni scientifiche e la prima pagina del New York Times. Con l'avvio di una nuova filosofia della cura dei tumori». Borgen ricorda come il giovane Veronesi perse all'epoca molti potenti amici americani: «Ai congressi veniva additato come traditore e diversi Istituti non lo invitarono più perché non gradito». Eppure dall'80 ad oggi ben due milioni di donne americane hanno salvato il seno e sono guarite dal tumore grazie alla quadrantectomia, la tecnica conservativa firmata Veronesi. Nella lettera al comitato per i Nobel è scritto anche: «Si stima che negli Usa nel 2005 saranno operate così oltre 200 mila donne, l'80 per cento delle colpite da un cancro al seno». Nemo propheta in patria viene da commentare di fronte a questi numeri: in Italia, infatti, solo il 53 per cento degli interventi per il tumore al seno sono stile Veronesi. Mentre il resto d'Europa (Francia, Gran Bretagna, Svezia, Germania, ecc.) lo consacra con oltre il 90 per cento d'interventi conservativi. Un'obiezione: i Nobel ai chirurghi sono rari. Borgen obietta: «Non si tratta solo di una tecnica chirurgica. Dietro c'è l'intuizione che le metastasi dipendono dal tipo di cellula del tumore, che le cellule neoplastiche si muovono secondo uno schema ben definito (i nuovi studi sul linfonodo sentinella ne sono una prova), che la radioterapia è fondamentale». Eppoi l'idea di guarire senza distruggere la femminilità e la qualità della vita. Una rivoluzione. Nel 1981 quell'articolo sul New York Times destabilizzò un dogma della medicina e Veronesi divenne un simbolo per la donna americana, che cominciò anche a chiedere test per la diagnosi precoce consapevole che un tumore preso in tempo non avrebbe più inciso sulla sua femminilità. lunedì 20 giugno 2005
Da Avvenimenti in edicola dal 17 al 23 giugnoE IO MI DENUNCIO Elettra Deiana, Prc: “lanciamo una nuova campagna contro la legge 40” di Simona Maggiorelli «Una vittoria biblica». Ha scritto a lettere cubitali il comitato Scienza e vita. È finito il connubio diabolico fra radicali e diessini, dice l’anatema dei vescovi. «All’inferno, all’inferno», gridano i cattolici più ligi all’ortodossia della Cei dai microfoni senza filtro di Radio radicale. Uno straniero che mettesse piede oggi per la prima volta in Italia si troverebbe davanti questo scenario tragico, ma anche un po’ grottesco, di millenaristi e savonaroliani usciti dall’ombra. «I toni sono quelli di una rabbiosa rivalsa rispetto alle sconfitte storiche patite sul divorzio e sull’aborto», commenta Marco Cappato, segretario dell’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca. Una sconfitta, il fronte referendario continua a ribadirlo da giorni, certamente cocente. Pesa moltissimo sulle spalle dei referendari, che in questi mesi si sono battuti per far cambiare almeno le parti più contraddittorie e impraticabili della legge, quel risicato 25,9 per cento di votanti. Ma pesa ancor più - così dice Piero Fassino - che la sconfitta non sia uscita da un leale confronto con chi ha scelto le ragioni del no, ma sia un risultato estorto con l’escamotage dell’astensione. È stata l’astuta mossa del cardinale Ruini. Capillarmente ripresa e amplificata ogni domenica dagli altari. «Le domande irrisolte, i problemi che pone questa legge così disumana e atroce verso le donne e le persone malate, restano tutte aperte, senza risposta», dice la responsabile cultura dei Ds Vittoria Franco, fra le prime promotrici del comitato referendario. «Abbiamo fatto una campagna per il diritto alla salute, per la libertà di ricerca, manteniamo intatti questi obiettivi - ribadisce la senatrice diessina -, ora spostiamo la nostra battaglia in Parlamento, per difendere diritti acquisiti come quello a una maternità responsabile». Ma con questa maggioranza una battaglia anche solo per migliorare i punti più drammatici della legge 40 sembra già partita chiusa. Basta ripensare all’iter blindato che ha avuto la legge quando un anno fa fu imposta dalla maggioranza facendo dei diktat del Vaticano una bussola politica. «Il dato che è emerso con chiarezza è proprio questo - sottolinea Giovanni Berlinguer -, una fortissima ingerenza delle gerarchie ecclesiastiche nella politica invita tutti a fare una riflessione seria sui rischi di uno stato etico, addirittura teocratico». Un punto su cui - al di là dell’inadeguatezza dello strumento referendario per una materia come questa e gli imbrogli delle liste elettorali degli italiani all’estero - forse valeva la pena far un ragionamento prima di arrivare a questo smacco, rimproverano i Radicali. «Troppa paura di disturbare le sensibilità della Margherita» - accusa Cappato, che ha denunciato la violazione del Concordato da parte di molti sacerdoti. «Questo è un momento molto buio - dice Maura Cossutta, medico e parlamentare del Pdci -. Un conto è la promozione dei valori da parte della Chiesa, un conto è l’intervento a gamba tesa delle gerarchie nella politica». E aggiunge: «Occorre riflettere nei partiti. Anche a sinistra, alla fine, non si sono impegnati come avrebbero dovuto. In una partita come questa in cui sono in gioco conquiste sociali fondamentali è un affare serio, io credo, se la sinistra delega alla Chiesa la discussione sui valori etici». È arrabbiata e un po’ amareggiata la parlamentare dei Comunisti italiani, come tutte le donne che si sono impegnate a fondo nella battaglia referendaria: «La Chiesa ha giocato un ruolo pesantissimo di interferenza e di condizionamento», denuncia la parlamentare Elettra Deiana di Rifondazione comunista. «Le gerarchie ecclesiastiche hanno fatto un’irruzione sulla scena politica italiana con una forza inaudita». «La Chiesa ha esercitato una pressione psicologica fortissima - aggiunge Vittoria Franco -, c’è stato un grosso condizionamento delle coscienze. E questo mi spaventa, anche perché sono riusciti a fare breccia sulle paure della gente alimentate durante la campagna referendaria dai continui richiami all’eugenetica, ai Frankenstein, a un orrizzonte fantascientifico spaventoso e del tutto irreale, fomentando lo spirito di crociata. Così alla fine hanno perso quelle coppie e quei cittadini che dalla ricerca scientifica speravano di avere una risposta di cura». Uno spirito di crociata che certo non ha attecchito in tutto il paese in modo uguale. E che ha fatto man bassa nei piccoli centri e nelle zone più arretrate: «Nei piccoli paesi, fra la popolazione meno informata - aggiunge Deiana - ha funzionato moltissimo la logica: Dio ti vede, il referendario no». Nell’oscurità di canoniche e sotto il tetto delle chiese hanno trovato riparo certamente non solo i cattolici più ligi, ma anche tanti indecisi. «L’astensionismo - spiega ancora Vittoria Franco - ha fornito una via di uscita a tutte quelle persone che non avevano approfondito l’argomento, per molti l’astensione è stato un modo per mettersi al riparo, per mettersi a posto la coscienza». Ma tant’è, adesso, dopo la sconfitta riprendere la battaglia per la laicità dello Stato, per i diritti civili e delle donne, sarà più difficile. Con le voci che già si fanno più vicine di Giovanardi, di Buttiglione, di Gasparri e di Andreotti, che già sinistramente parla di una «disarmonia fra la legge 40 e la 194». «Il rischio che ora tentino di cambiare la legge sull’aborto c’è ed è ben concreto - dice la giornalista e parlamentare dei Verdi Tana de Zulueta -, ma io non credo che avranno il coraggio di intervenire direttamente sulla legge. Lo faranno nella prassi. Ci sarà qualche uomo di legge zelante che porterà in tribunale un’interruzione di gravidanza sostenendo che è un caso contrario alla legge 40. E questo creerà un clima davvero difficile». E in questo clima poi potrebbe uscire qualche sentenza utile per cambiare materialmente la 194. Un’eventualità che farebbe regredire il paese a ben prima del 1975. E per questo le parlamentari referendarie affilano già le armi. Fuori e dentro il palazzo. «La mossa più efficace in questo momento è ricorrere alla Corte costituzionale» dice de Zulueta. Ma c’è anche chi, come Deiana, pensa già a ripristinare antiche strategie femministe, come l’autodenuncia. «C’è già stato un caso a Cagliari - dice la parlamentare del Prc - di una donna che ha rifiutato di farsi impiantare embrioni malati. La strada è già aperta». Ma un aiuto potrebbe venire anche dall’Europa. «Credo che uno dei fatti più importanti di questa vicenda referendaria - conclude Tana de Zulueta - sia stata la scesa in campo diretta degli scienziati, che hanno aperto i loro laboratori, hanno messo a disposizione le loro conoscenze. Ma, soprattutto, mi pare un fatto rilevantissimo che premi Nobel e scienziati inglesi, belgi, francesi di livello internazionale abbiano firmato un documento sostenendo la non fondatezza scientifica dei principi su cui si basa le legge 40. Fra di loro c’è anche l’ex commissario europeo alla ricerca Philippe Busquin. Un aiuto forte contro questa legge potremmo averlo proprio dall’Europa degli scienziati». la mente e il tempo Corriere della Sera 20.6.05 Studio italiano sul funzionamento del cervello «La mente non si accorge del 15% del tempo reale» Margherita De Bac risultati della ricercaROMA - Sono in movimento perpetuo, non si fermano mai. Senza che ce ne accorgiamo i nostri occhi si spostano da un’immagine all’altra ogni tre secondi. Se al loro posto ci fosse una telecamera avremmo la sensazione di assistere a un filmino girato dalla mano malferma di un ubriaco. Eppure la nostra percezione è ben diversa. Noi vediamo immagini fisse. Esempio: la tazza poggiata sul tavolo resta immobile anche se la retina già guarda altrove, a nostra insaputa. È racchiuso in questo meccanismo la chiave del senso del tempo, della successione degli eventi che scandiscono la vita. Il tempo da noi in effetti percepito è diverso da quello fisico. Perdiamo circa il 15% degli attimi, ci sorprendono con i loro calcoli i ricercatori italo-australiani delle università Vita e Salute San Raffaele di Milano, Firenze e Western di Perth. In un articolo pubblicato sull’ultimo numero di Nature Neuroscience espongono le ultime scoperte sul funzionamento del cervello impegnato a elaborare i segnali che provengono dall’esterno. «Ci domandiamo attraverso quali meccanismi il mondo per noi resta stabile anche se lo rileviamo con sensori estremamente mobili - parte da una semplice domanda per spiegare concetti complicati Maria Concetta Morrone, psicologa della percezione, laureata in fisica, prima firmataria dello studio -. La risposta è che lo scorrere del tempo, così come lo avvertiamo, è fortemente alterato, deformato. È come se avessimo al nostro interno un orologio non sincronizzato con quello posizionato al di fuori». In pratica il sistema dei neuroni non riesce a tenere il passo con gli impulsi inviati dagli occhi che si muovono tanto velocemente. Nel cercare di riorganizzarsi di secondo in secondo il cervello si attarda. Ecco perché tanti attimi gli sfuggono. «Esiste un’analogia molto affascinante tra i risultati del nostro studio e la teoria della relatività di Einstein di cui ricorrono quest’anno i cento anni dalla pubblicazione - fa il suggestivo accostamento David Burr, psicologo dell’università di Firenze -. A una velocità prossima a quella della luce gli orologi segnano il tempo più lentamente. Nello stesso modo si comporta il cervello quando, per controbilanciare il rapido spostamento delle immagini del mondo, vede le distanze relative compresse mentre il suo orologio interno rallenta». I ricercatori italo-australiani hanno scoperto che noi elaboriamo il tempo modificandolo rispetto alla realtà per quanto riguarda la durata e l’ordine di presentazione. Esempio un evento che si compone di A e B diventa B e A. Ma ci sono ripercussioni pratiche nella vita dei malati, nella cura di alcune malattie caratterizzate anche dalla perdita del senso del tempo, come Parkinson o schizofrenia? «No, siamo appena agli inizi della comprensione, ma andare avanti lungo questa strada è molto importante», riconosce Morrone. cristianesimo come è morta la suora 23enne "posseduta" una segnalazione di Roberto Martina Corriere della Sera 20.6.05 Romania, esorcismo mortale in un monastero ortodosso su una religiosa di 23 anni «E’ indemoniata» Crocifissa una suora La vita di Irina rallentava, loro stringevano un po’ di più le catene ai polsi e alle caviglie. I suoi occhi faticavano a rimanere aperti, loro annodavano più forte il bavaglio. C’era da stare attenti, si ripetevano l’un l’altra, a «quella creatura posseduta dal diavolo» perché anche in quelle condizioni, su una croce improvvisata con vecchi pali, aveva continui «incontri con gli spiriti maligni». Così suor Irina Maricica Cornici è rimasta crocifissa, in un vecchio capanno, per tre giorni e tre notti, finché il suo cuore si è fermato. Aveva 23 anni e il «torto» di essere malata di una schizofrenia che alcune sue consorelle hanno interpretato come «l’intrusione di Satana» nel suo corpo. Siamo nella provincia romena di Vaslui, monastero ortodosso di Tanacu. Lunedì scorso suor Irina è in preda a una crisi schizofrenica. L’abate Daniel Corogenau e quattro giovani suore emettono una diagnosi: «E’ posseduta dal diavolo». La terapia è automatica: «Serve un atto di esorcismo». Il calvario di suor Irina comincia quello stesso giorno. Viene lasciata nella sua cella, legata mani e piedi al letto con delle corde, senza cibo né acqua per ore. Ma anche in questo modo «il diavolo» sembra non abbandonarla. Al contrario, ogni volta che qualcuno si avvicina al suo letto lei ha delle reazioni violente. Per questo, quando è ormai notte, si passa a un «rimedio» più duro «contro il demonio». La ragazza viene incatenata a una croce e abbandonata in un vecchio capanno accanto al monastero dalle quattro consorelle alle quali l’abate aveva affidato il compito di «salvarla». Nella sua bocca le suore spingono il lembo di un asciugamano che poi le legano forte dietro la testa. Lei si contorce, respira a fatica. Ma per loro e per padre Daniel è un buon segno: prima o poi gli spiriti maligni se ne sarebbero andati, predicono. Suor Irina resiste fino alla notte fra mercoledì e giovedì. L’autopsia dirà poi che è morta per «insufficienza cardio-circolatoria». Padre Daniel e le quattro consorelle sono indagate per sequestro e omicidio ma la gente del villaggio di Tanacu li difende. Tanto da organizzare una mini-sommossa quando i rappresentanti del patriarcato ortodosso sono arrivati al monastero per privare padre Daniel del diritto di celebrare messa dopo la morte della suora. politica si è conclusa l'assemblea dei "perdenti" Corriere della Sera 20.6.05 ROMA - Finisce con gli applausi, le grida di evviva, con ... Fa. Ro. ROMA - Finisce con gli applausi, le grida di evviva, con Marco Pannella che saluta dal palco dell’hotel Ergife e chiude l’«assemblea dei Mille», l’assemblea che è servita ai radicali per reagire alla sconfitta della consultazione referendaria, per contarsi, per raccogliere forze e idee, anche idee che però non hanno convinto per nulla il grande leader dai capelli bianchi. Come quella avanzata, sabato scorso, da Antonio Tombolini, l’ex vicepresidente dell’Azione Cattolica, che ha appunto suggerito di candidare Pannella «alle primarie dell’Unione». La proposta non ha suscitato emozioni nella platea e Pannella ammette di averla appresa addirittura il giorno dopo, in una domenica mattina utilizzata per preparare il suo secondo intervento, durato un’ora e mezzo e durante il quale di questa sua candidatura alle primarie non v’è stata traccia. «Ma no, no... ma quali primarie? Ma di che parliamo? Non mi sembra un’idea seria... - dice Pannella - E poi: con chi dovrei presentarmi? Ma no, forza, lasciamo stare. Che qui, piuttosto, c’è da lavorare sodo e io, in questo senso, un’idea vera e realizzabile ce l’avrei». Quale? «Penso a qualcosa che, a questo punto, possa portare tutti noi radicali in un altro luogo, in un luogo che potrebbe essere un nuovo partito, che io chiamerei "Partito d’azione"». E come dovremmo immaginarcelo, questo «Partito d’azione»? «Beh, io immagino un partito liberale, radicale, laico e socialista...». Pannella invita poi i diessini che si sono battuti nella campagna referendaria, come Turci, Pollastrini, come Cuperlo, «a riflettere sulle potenzialità che noi radicali, anche con un partito d’azione... possiamo offrirvi». L’idea di questo «Partito d’azione» Massimo Bordin, il direttore di Radio Radicale , la conosce da un paio di settimane: «È stato Marco a parlarmene, a prospettarmi l’idea d’un partito d’azione: alle primarie, invece, no, non pensa proprio». Azione, mobilitazione: ne è convinto anche il segretario Daniele Capezzone. «Per ripartire dopo la sconfitta del 12 e 13 giugno, occorre cominciare a lavorare per la scadenza delle elezioni politiche del 2006». Pannella pensa ad un «Partito d’azione»... «La suggestione di Marco ci piace. A settembre, per questo, organizzeremo un seminario per ragionarci su e poi, il mese seguente, a ottobre, avremo il nostro congresso». Pronti a sciogliere il partito, segretario? «Sì, pronti pure a sciogliere il partito per costruire una cosa nuova». Convocata, intanto, per oggi, una riunione straordinaria del Comitato nazionale dei radicali italiani. «Noi non molliamo mai», dice Capezzone. Militanti soddisfatti. Baci a Emma Bonino, complimenti a Marco Cappato. Poi facce di intellettuali, di medici e malati. Quella di Luca Coscioni, presidente dell’omonima associazione, collegato in video. Appoggiato a un muro, Salvatore Ferraro, processato e condannato per l’omicidio della studentessa romana Marta Russo. «Aiuto i detenuti in carcere. Anch’io mi batto con i radicali». da "Time" Guantanamo Reporter Associatidi 18 Jun 2005 LE NUOVE TECNICHE DI "TORTURA" UTILIZZATE DAI MILITARI AMERICANI Washington, 18 Giugno 2005. I successi della popstar sexy Christina Aguilera trasmessi ad alto volume per impedire ai detenuti di Guantanamo di prendere sonno e distruggerli moralmente. E' questa una delle tecniche di "tortura" utilizzate dai militari americani per ottenere confessioni dai circa 520 cosidetti "combattenti nemici". Lo rivela il settimanale "Time" nel numero in edicola da oggi, proprio mentre continua ad impazzare il dibattito su una eventuale chiusura del carcere, con i centinaia di prigionieri mai incriminati e senza difesa legale. A Guantanamo "Time" dedica la sua copertina rivelando che oltre alle canzoni della Aguilera a tutto volume per impedire ai prigionieri di dormire, vengono utilizzati gavettoni, videocassette con gli attacchi alla Torri Gemelle e viene anche negato il permesso di andare al bagno. Tutto ciò si trova in un documento che "Time" ha ottenuto. Sono 84 pagine di cui il Pentagono ha confermato l'autenticità e in cui vengono spiegate le tecniche utilizzate per ottenere informazioni dai prigionieri, la maggior parte dei quali ex talibani o presunti tali catturati in Afghanistan. Nel documento si parla per esempio del "prigioniero numero 063", Mohammed al Qathami, la cui prigionia viene raccontata quasi minuto per minuto. A un certo punto, spiega il documento, i responsabili degli interrogatori, per umiliare Qathami, gli impongono di abbaiare e di ringhiare davanti alle foto di altri detenuti. In altri episodi l'uomo viene obbligato a farsela addosso, gli vengono tagliati barba e capelli, o ancora viene fatta entrare nella stanza una donna, per metterlo in difficoltà, o un cane, di cui ha molta paura. Qathami, catturato in Afghanistan, aveva tentato di entrare negli Stati Uniti nell'agosto 2001, un mese prima degli attacchi dell'11 settembre, ma era stato rimandato indietro perché non aveva biglietto di ritorno. Di qui il sospetto che lui fosse destinato a partecipare all'attacco dell'11 settembre 2001. Nel documento c'è anche la trascrizione dell' interrogatorio in cui lui ammette di lavorare per al Qaeda e per Osama bin Laden. Ma quando gli viene chiesto quale fosse la sua missione, Qathami risponde: "Non me l'hanno detto".Il rapporto segnala infine che ad un certo momento il detenuto ha avuto problemi di disidratazione ed è stato necessario ricoverarlo per diversi giorni in ospedale. Tutto questo, si diceva, nel momento in cui la "questione Guantanamo" cpntinua a "montare" nel dibattito politico. Ieri, per esempio, è stata al centro dei principali talk show televisivi domenicali con una serie di personalità - non solo dell'opposizione democratica - che iniziano a premere per una sua chiusura, visti i danni che sta arrecando all'immagine degli Stati Uniti all'estero. Davanti alle telecamere della Fox un deputato repubblicano, Duncan Hunter, presidente della commissione Forze Armate, ha addirittura rivelato che il dibattito ha investito in pieno la Casa Bianca, con diversi esponenti della stessa amministrazione del presidente George W. Bush che si dichiarano pronti a chiudere il carcere. Nei giorni scorsi, poco dopo che Amnesty International aveva definito Guantanamo "il gulag del nostro tempo", Bush aveva reagito stizzito ("un'assurdità") ma aveva anche lasciato cadere un "stiamo esplorando tutte le alternative". Ieri però sia il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, sia il vicepresidente Dick Cheney, i due "falchi" del governo, hanno smentito una prossima chiusura della prigione di Cuba. Alla Cnn il senatore, anche lui repubblicano, Chuck Hagel, si è detto pronto ad accettare una chiusura di Guantanamo, ma solo se nel frattempo verrà trovata una alternativa per neutralizzare i terroristi che vogliono colpire gli Stati Uniti. Sempre alla Cnn, l'ex segretario di Stato Henry Kissinger ha espresso dubbi sull'utilità del carcere, visto il danno di immagine all'estero, ed ha anche messo in guardia sul rischio di creare una nuova generazioni di terroristi antiamericani, che poi era lo stesso argomento usato da Thomas Friedman, il columnist del "New York Times", che una settimana fa aveva posto il problema per primo. Infine, il magazine settimanale dello stesso "New York Times" aveva ieri un lungo articolo dell'ex direttore del quotidiano, Joseph Lelyveld, in cui si chiedeva dove tracciare la linea tra abusi ed intimidazione nei confronti dei nemici degli Stati Uniti, dopo la tragedia dell'11 settembre. (New York. Grazie alla redazione di "America Oggi") redazione@reporterassociati.org domenica 19 giugno 2005
_____________________________ Loredana Riccio segnala che l'assemblea post-referendaria che si sta tenendo a Roma in questi giorni già segnalata su blog, è trasmessa in diretta, con tutte le relazioni, su radio radicale che a Roma trasmette sulle frequenze 88.6 e 102.4 Mhz in Fm. _____________________________ staminali adulte "Tempo Medico" contro il prof. Vescovi Tempomediconline - Tempo Medico n. 797, 19.6.05 Adulte e deludenti Un caso eclatante di provincialismo scientifico. Gli esperimenti di transdifferenziazione delle staminali adulte non hanno mantenuto le promesse. di Anna Piseri La campagna referendaria è stata segnata dalla contrapposizione fra difensori delle staminali embrionali e crociati delle staminali adulte. Di fatto, oggi in Italia l'orientamento è di sperimentare solo sulle seconde, e i 7,5 milioni di euro destinati dalla Commissione nazionale sulle staminali riguardano essenzialmente le "adulte" e quelle derivate dal cordone ombelicale. Ma quanto è davvero fertile questo terreno di ricerca? E fino a che punto lo studio di queste può evitare il "sacrificio" delle blastocisti? Il punto d'avvio dell'epopea delle staminali adulte va fatto risalire al 1999, quando viene pubblicato su Science un articolo dal titolo promettente per la ricerca sulle cellule staminali: "Trasformare il cervello in sangue: un destino ematopoietico per le cellule staminali neuronali adulte in vivo". Autore di riferimento: Angelo Vescovi, del San Raffaele di Milano, e testimonial pro astensione nella campagna referendaria. Il lavoro racconta di un esperimento effettuato sui topi: cellule staminali del cervello trapiantate in un topo irradiato (per ucciderne le cellule del sangue e favorire l'attecchimento di nuove cellule) si trasformano in linfociti B, linfociti T e cellule mieloidi in grande quantità, anche fino al 30%. La capacità di "ripopolare" il tessuto danneggiato è simile a quella ottenuta dopo trapianto con cellule del midollo. Questo risultato suggerisce che cellule staminali adulte (del cervello) hanno la capacità di transdifferenziare, in altre parole di produrre cellule d'altri tessuti (del sangue). Una notizia rivoluzionaria perché smentisce un dogma fondamentale dell'embriologia: durante lo sviluppo dell'embrione si formano tre foglietti, da ciascuno dei quali poi si produrranno cellule con destini molto diversi. Non era mai accaduto che una cellula prodotta da un foglietto "saltasse" il confine embrionale, per produrne una di un tessuto d'origine diversa. Diversi laboratori tentano, senza successo, di ripetere l'esperimento e nel febbraio 2002 su Nature Medicine il gruppo di Derek van der Kooy lo smentisce sostenendo che la transdifferenziazione, se esiste, è una proprietà assai rara. Infatti nel ripetere gli esperimenti pubblicati su Science non si ottengono i risultati di Vescovi. Le ipotesi sono che il lavoro fosse inficiato da artefatti tecnici, oppure da caratteristiche particolari acquisite dalle cellule usate nel primo esperimento e non presenti in quelle usate dal gruppo di van der Kooy. Infatti i due gruppi, come molti altri, definiscono "cellule staminali del cervello" quella che in realtà è una neurosfera, una massa eterogenea di cellule nella quale non è chiaro se e quante staminali vi siano, né quale sia la loro reale natura. È chiaro solo che queste cellule sono instabili nel tempo, spesso finiscono con produrre soprattutto glia (le cellule di supporto a quelle nervose) e non neuroni quando sottoposte a protocolli di differenziamento verso il tessuto nervoso. Tra i due gruppi si sviluppa una polemica sulle tecniche, pubblicata su Nature Medicine nel giugno del 2002. Su una cosa alla fine i due gruppi sembrano concordare: il fenomeno della transdifferenziazione, se esiste, è un evento raro, non si presenta con il 30% d'efficienza di conversione. Nel frattempo un altro articolo autorevole (Clarke et al., Science 2000) afferma che le stesse cellule proliferanti, estratte da cervello e trapiantate in una blastocisti di topo, contribuiscono a creare tutti i tessuti, a eccezione di uno: il sangue. Proprio il tessuto che invece sarebbe stato prodotto nell'esperimento del 1999. Su queste smentite al suo esperimento, Angelo Vescovi risponde sostenendo che vi sono almeno due lavori che lo confermano. Nel periodo tra il 2000 e il 2002 sono pubblicati altri lavori, in cui si propongono risultati d'impatto ancora maggiore per le potenzialità terapeutiche: da cellule staminali del sangue si sarebbero ottenute cellule del cervello (Mezey et al. , Brazelton et al. Science VOL 290, 2000) e del cuore. Orlic et al. su Nature (VOL 410, 2001) affermano addirittura che cellule del midollo osseo rigenerano l'attività cardiaca e possono quindi riparare un cuore infartuato. Ma nel 2002 Wagers et al. su Science sferrano il primo colpo contro queste speranze: smentiscono la possibilità di produrre neuroni con cellule staminali del sangue. Nel lavoro si afferma che solo una rara cellula staminale donatrice sarebbe diventata un neurone del cervelletto. Tuttavia questo si dimostrerà poi il risultato di una fusione cellulare e non il prodotto di una transdifferenziazione. E nel 2004 si concretizzano i dubbi sulla validità degli esperimenti di produzione di cellule cardiache: due gruppi di ricerca pubblicano lavori su Nature in cui si afferma che cellule staminali del sangue impiantate in un cuore infartuato non sono in grado di produrre cellule del muscolo cardiaco, ma solo cellule del sangue (Balsam et al., Murry et al. Nature VOL 428, 2004). Insomma, un vero ginepraio della scienza che costringe più volte gli esperti mondiali di cellule staminali a prendere carta e penna per fare il punto della situazione. Cosa si deduce leggendo queste review (per esempio Wagers et Weissman, Cell VOL 116, 2004)? Quello che inizialmente era parso una transdifferenziazione si è poi dimostrato alla riprova dei fatti o un artefatto tecnico, o un fenomeno di fusione tra cellule staminali trapiantate e cellule dell'individuo adulto già differenziate o un'incapacità di identificare in modo inequivocabile le cellule donatrici. In tutti i casi si ammette che le differenziazioni riscontrate sono poco convincenti. Se gli scienziati hanno il diritto di riporre tutte le loro speranze nelle potenzialità della ricerca hanno anche la responsabilità di un controllo più rigoroso sia sulle cellule da trapiantare sia sulle procedure da attuare, prima di promettere sogni clinici remoti, se non irrealizzabili. Procida: con Curi, Severino, Rosi, De Oliveira... «il pensiero filmato e il film pensato» Il Mattino 19.6.05 FRANCESCO ROSI «In Spagna, a tu per tu con Orson Welles» Il regista ricorda l’incontro con l’autore americano e presenta a Procida «Il momento della verità» Alberto Castellano Cambi di programma, spostamenti di film, pellicole che mancano e altre che si aggiungono al programma. Sono imprevisti che in un festival in progress come «Il vento del cinema» diretto da Enrico Ghezzi a Procida si possono anche tollerare, diventano quasi sfasature volute dal teorico-praticante del «fuori sincrono», variazioni fisiologiche in una rassegna che si configura come una perpetua «jam session», proprio come s'intitolano gli interessanti incontri pomeridiani nei quali cineasti e filosofi discutono del reale/possibile/probabile rapporto tra «il pensiero filmato e il film pensato». Tra un confronto tra due filosofi come Umberto Curi e Emanuele Severino sull'ontologia delle due discipline e un serrato dibattito tra il regista russo Aleksandr Sokurov e il documentarista lettone Herz Frank sulla persistenza della valenza artistica del cinema, c'è spazio anche per un incontro d'altri tempi tra due maestri come Francesco Rosi e Manoel de Oliveira. Il regista portoghese l'altra sera ha assistito alla proiezione al Procida Hall de «Il momento della verità» girato da Rosi nel '65. Spiega l’autore delle «Mani sulla città»: «Rivedo con piacere questo film dopo otto anni in un contesto come questo. Fu il primo film che girai in un contesto non italiano. Angelo Rizzoli voleva fare un film con me a tutti i costi, era un'occasione da non perdere, ma non avevo un progetto e m'ispirò la copertina di un settimanale illustrato sulla fiera di Pamplona. Andai in Spagna con gli operatori Gianni Di Venanzo e Pasqualino De Santis e girammo del materiale che sottoposi a Rizzoli, gli piacque molto e il film partì. Approfondii la mia conoscenza della tauromachia, ma non volevo raccontare una storia che fosse più in linea con il mio cinema di denuncia, volevo distruggere la mitologia della corrida, non m'interessava l'esaltazione epica di toreri alla Dominguin, che mentre matava un toro fu colpito violentemente ai testicoli, ebbe la forza di uccidere l'animale e poi svenne». Rosi sottolinea il carattere realistico del film: «Il protagonista è un giovane di campagna che per far soldi si trasferisce a Barcellona, ma ha difficoltà a inserirsi nel mondo delle corride, poi riesce a diventare un matador. Lo girai con lo stile dell'inchiesta, senza trucchi e artifici, utilizzai tutti toreri veri. Volevo comunicare al pubblico soprattutto lo scontro tra l'intelligenza umana e la bestialità del toro». Il film fu anche l'occasione per Rosi di conoscere un mito del cinema: «Durante i sopralluoghi in Spagna conobbi a Pamplona Orson Welles che stava lavorando al suo progetto su Don Chisciotte e aveva visto "Le mani sulla città". Ricordo che una sera a cena mentre mangiava con una certa voracità mi guardava sott’occhio, era incuriosito e al tempo stesso diffidente verso di me, quasi sembrava chiedersi che cosa facesse in Spagna uno come me che non la conosceva. Sembrava un personaggio di Balzac. In effetti non sapevo niente della Spagna, se non quello che avevo appreso dalla lettura di Hemingway. Tra me e Welles comunque nacque una forte amicizia e per quegli strani percorsi del cinema io il film lo feci e lui no». Ieri notte, intanto, nell’ambito dei suoi «Fuori orario», Ghezzi ha intervistato i registi Abel Ferrara e Herz Frank, autore di un documentario sulla tradizionale processione procidana di Pasqua. Oggi, per la chiusura, dovrebbero arrivare anche Dario Argento, Philippe Garrel e Luciano Emmer. NoGod l'8 per mille diamolo alla scienza! Galileo 19.6.05 8 PER MILLE "Diamolo alla scienza" di Giovanna Dall'Ongaro Inserire tra i possibili destinatari dell'otto per mille del reddito dei cittadini italiani anche gli istituti impegnati nella ricerca scientifica. È un'eventualità di cui si parla da tempo, ma ancora lontana da potersi realizzare. A spingere per una modifica dell'attuale sistema di ripartizione della quota prevista dalla legge 222/85, è scesa in campo l'associazione No God, che da anni porta avanti campagne per la laicità dello Stato. Nell'improba fatica di ostacolare ambigue relazioni tra Cesare e Dio rientra anche questa battaglia: una petizione popolare (sono per ora circa un migliaio le firme raccolte) da presentare ai presidenti di Camera e Senato, per inserire le istituzioni scientifiche tra i destinatari della quota in questione. E oggi più che mai la campagna di No God presenta i toni di un'aperta sfida al Vaticano: la scelta dei beneficiari dell'eventuale finanziamento sarebbero infatti i ricercatori italiani all'estero che studiano le cellule staminali embrionali. Attualmente, a spartirsi l'otto per mille sono sei confessioni religiose (Chiesa cattolica, Assemblee di Dio in Italia, Chiesa valdese, Chiesa luterana, Chiese avventiste, Unione comunità ebraiche italiane) e lo Stato. La maggior parte di questi soggetti, Stato compreso, utilizza i fondi che riceve per interventi sociali e umanitari. La Chiesa cattolica, invece, insieme a quella luterana, li spende anche e soprattutto per mantenere l'apparato. Nel 2004, per esempio, dei 952 milioni di euro ottenuti, 442 sono stati impiegati per "esigenze di culto e pastorale", 320 per il sostentamento del clero, e 190 per gli interventi caritativi. Eppure, come osservano i Radicali italiani sul sito www.anticlericale.net, gli spot pubblicitari che in queste settimane invitano i contribuenti a optare per la Chiesa cattolica lasciano intendere che la prevalente destinazione sia a opere di carità. E anche, aggiungiamo noi, al restauro di chiese e altri beni culturali ecclesiastici, ai quali in verità va solo una esigua percentuale di quanto incassato dalla Chiesa: 70 milioni circa nel 2004. Per capire l'attuale meccanismo di ripartizione dell'otto per mille e le ragioni di chi lo vorrebbe modificare abbiamo fatto alcune do-mande a Giulio Vellocchia, presidente di No God. Come funziona la ripartizione dell'otto per mille? "La legge dell'85 è una conseguenza del nuovo concordato tra Stato e Santa Sede varato un anno prima. Fino ad allora lo Stato italiano versava la cosiddetta congrua alla Chiesa cattolica sotto forma di stipendio ai singoli preti. La legge 222, invece, stabilisce che il finanziamento, mediante il perverso meccanismo dell'otto per mille, è diretto alla Conferenza Episcopale Italiana, la quale decide come distribuirla tra le sue tre principali voci di spesa, scegliendo anche quali sacerdoti stipendiare. A noi è capitato di raccogliere le lamentele di preti, non del tutto allineati con le gerarchie, che sono stati esclusi dai finanziamenti". Perché si tratterebbe di un meccanismo perverso? "Perché è un'elargizione estorta, camuffata da libera scelta. Nella dichiarazione dei redditi si può decidere di devolvere la somma dell'otto per mille a una delle sei confessioni religiose oppure allo Stato. Il 60 per cento dei contribuenti non compie nessuna di queste scelte, forse nella speranza che quei soldi in qualche modo gli tornino indietro, ma il loro otto per mille viene per legge (art. 47, comma 3 della L. 222/85. NdR.) ridistribuito tra i diversi soggetti in proporzione alle scelte espresse dagli altri contribuenti. Ovviamente a beneficiarne più di tutti è la Chiesa cattolica con l'87 per cen-to di scelte a suo favore". Quindi anche se non si indica la Chiesa cattolica come beneficiaria si danno comunque i soldi alla CEI… Di che cifre parliamo? "I dati del 2003 riferiscono un incasso per quell'anno di un miliardo di euro, una somma già enorme ma destinata ad aumentare anche per il sempre crescente numero di chi non firma (dal 55 per cento del 1996 si è passati all'attuale 64 per cento, NdR.). A chi devolverete quindi il vostro otto per mille? "Sembrerà un paradosso, ma, in attesa di future modifiche alla legge, noi di No God invitiamo a scegliere di destinare l'otto per mille alla Chiesa valdese. È un compromesso che ci sentiamo di affrontare senza troppi rimorsi di coscienza perché i valdesi sono gli unici che onestamente rinunciano alla ridistribuzione dei soldi di chi non ha barrato alcuna casella. Ora però gli abbiamo proposto di accettare quella cifra per poi destinarla alla ricerca scientifica in campo biomedico. Così i valdesi potrebbero salvarsi l'anima, non intascando soldi non dovuti, e contemporaneamente salvare delle vite umane". Quali sono le prossime tappe del "pellegrinaggio laico"? "Una delle prossime battaglie di laicità riguarderà la depenalizzazione dell'eutanasia. E ancora una volta per fortuna non siamo soli, ci stiamo preparando ad affrontarla insieme ad altre associazioni che hanno partecipato all'Intesa Laica nata in occasione del referendum sulla fecondazione assistita". paleobotanica lattuga a go go Corriere della Sera 19.6.05 Uno studioso italiano ha risolto un enigma archeologico scoprendo le speciali proprietà di un vegetale molto diffuso Lattuga, il viagra naturale degli Egizi La pianta che dette origine alle nostre insalate contiene una sostanza afrodisiaca Da oltre un secolo gli archeologi cercavano di spiegare un’associazione apparentemente insensata: negli antichi bassorilievi egiziani, il dio della fertilità Min è sempre raffigurato sessualmente eccitato; davanti a lui i fedeli (maschi) invocano il suo miracoloso aiuto offrendogli cespi di lattuga, una verdura adatta a propiziare sonni tranquilli piuttosto che brillanti prestazioni sessuali. Eppure, quei bassorilievi parlano chiaro: Min è inequivocabilmente «itifallico» e i geroglifici sottolineano che il suo membro si accendeva di visibile desiderio e la sua faccia si illuminava di entusiasmo proprio perché i fedeli gli offrivano della lattuga. Insomma, al dio Min la lattuga faceva un «effetto Viagra» e gli antichi egizi lo sapevano così bene che quando nemmeno la lattuga faceva l’effetto sperato, si rivolgevano al dio per chiedere il suo miracoloso intervento. Naturalmente, portandogli in dono cespi di lattuga. Già nell’antichità questa preziosa conoscenza andò perduta e nel mondo greco-romano si diffuse l’idea contraria, cioè che la lattuga fosse un ottimo calmante sessuale. Il celebre medico greco Discoride, ad esempio, sosteneva che bere il seme di lattuga domestica evitava le fantasie erotiche notturne «et prohibisce l’uso di Venere» ; il romano Plinio premeva sullo stesso tasto parlando di un tipo di lattuga che già dal nome ( astytis = «non sono in erezione») annunciava desideri blandi e sicuri insuccessi sessuali. Passarono tanti secoli e la lattuga arrivò ai nostri giorni con la sua fama di leggero sedativo generale adatto persino a calmare bambini insonni. Solo gli egittologi continuavano a interrogarsi sulla strana associazione tra le vistose esuberanze di Min i cespi di lattuga, ma il mistero sembrava destinato a rimanere tale. Ora l’enigma è stato risolto e la vecchia lattuga ha rivelato preziose caratteristiche dimenticate da millenni: assunto a basse dosi, il lattice che affiora dagli steli fioriferi spezzati della Lactuca serriola, una lattuga selvatica «madre di tutte le lattughe», è davvero un blando calmante ma, a dosi maggiori, garantisce un sicuro «effetto Min». A risolvere l’enigma è stato il paleobotanico italiano Giorgio Samorini, specialista di piante e composti psicoattivi e direttore della rivista «Eleusis», edita dal museo Civico di Rovereto (Trento). Samorini ha affrontato il problema partendo dalle origini, cioè prendendo in esame l’amara lattuga selvatica (Lactuca serriola) che gli egizi coltivavano almeno fin dal IV-III millennio avanti Cristo e con la quale produssero, per selezione, le varie specie di lattughe che noi tutt’oggi mangiamo. «Quando è raffigurata sulle tavole d’offerta - spiega Samorini - la lattuga è disegnata come singola pianta di colore verde-azzurro e la vediamo adagiata sotto mazzi di "ninfea azzurra", un altro vegetale con proprietà psicoattive. In altri casi è raffigurata verticalmente, alternata a vasi pieni di vino, e ha una forma appuntita, a cipresso, che ne rende più difficile l’identificazione. Considerazioni di carattere etnobotanico mi hanno portato alla convinzione che la lattuga di Min fosse una lattuga selvatica, la Lactuca serriola; appunto quella che ho preso in esame. Con una serie di auto-sperimentazioni ho verificato che assumendo fino a 1 grammo di lattucario, il lattice che affiora dagli steli recisi, prevalgono gli effetti sedativo-analgesici dovuti alla presenza di sostanze come lattucina e lattupicrina; a dosi maggiori, cioè 2 o 3 grammi, prevale invece l’effetto stimolante e allucinogeno indotto dall’alcaloide tropanico, una sostanza presente nelle Solonacee allucinogene quali il giuquiamo, la mandragora e la datura». «Queste differenti reazioni dovute al diverso dosaggio - continua Samorini - possono spiegare perché in Europa, essendo noti solo gli effetti analgesici e simil-oppiacei, prevalse per secoli l’idea che la pianta avesse la capacità di spegnere gli ardori sessuali degli adulti e di favorire il sonno dei più piccoli. In alcune aree della Calabria è rimasta l’usanza, nel giorno della commemorazione dei defunti, di consumare l’amara lattuga selvatica e di bere vino accanto alle tombe dei parenti. Insomma, continua l’impiego della lattuga selvatica come calmante. In Egitto, invece, sembra che Min abbia lasciato qualche ricordo ed è opinione diffusa che chi mangia tanta lattuga avrà tanti figli». La Lactuca serriola è tutt’oggi la più comune fra le specie selvatiche del bacino del Mediterraneo. Cresce a cespi isolati nei prati, ma anche in città, lungo i muri o a ridosso dei marciapiedi, ma per i non esperti è difficile riconoscerla come una lattuga. Ha foglie allungate dal contorno frastagliato e un colore azzurrognolo che permette di distinguerla dalle altre specie selvatiche. Da millenni è sotto gli occhi di tutti, ma da tempo avevamo dimenticato il tesoro nascosto nel suo lattice bianco. Tesoro che ora Samorini ha riportato alla luce. «Credo che il mio studio abbia risolto un enigma etnobotanico e dato una spiegazione convincente dell’associazione tra il dio Min e la lattuga - conclude il paleobotanico -, ma non credo affatto che la scoperta del potere afrodisiaco del lattucario possa avere qualche ricaduta pratica. Oggi in farmacia si possono trovare soluzioni decisamente più pratiche dell’andare per prati in cerca di Lactuca serriola». Albert Einstein Corriere della Sera 19.6.05 PASSIONI Nel tempo libero il genio si divertiva «Cos’è lo spazio?», «Perché gli uomini sono classificati come animali?», «Cos’è l’anima?»: sono solo alcune delle domande scritte tra il 1928 e il 1955 dai bambini di tutto il mondo ad Albert Einstein. Sessanta lettere, appartenenti alla Hebrew University of Jerusalem e alla Princeton University Press, raccolte da Alice Calaprice in «Caro professor Einstein» (Archinto, pp. 179, 15) e ora edite in Italia. Sessanta lettere che testimoniano l’enorme popolarità di cui godeva lo scienziato anche tra i più piccoli. E proprio a una bambina che lo definisce un «idolo» e che lamenta problemi coi numeri, Einstein replica con il celebre aforisma: «Non preoccuparti della tue difficoltà in matematica; ti posso assicurare che le mie sono ancora più grandi». Risposte acute e brucianti anche su temi ostici - dalla fede in Dio alla fine del mondo, liquidata con uno «Stiamo a vedere!» - che rivelano, come scrive nella prefazione la nipote Evelyn Einstein, «la stima dei bambini per mio nonno e la sua disponibilità verso di loro». (e. b.) Corriere della Sera 19.6.05 Interviste e documenti inediti rivelano il lato umano dello scienziato: un inguaribile individualista Einstein, il pacifista che non capiva la politica Arturo Colombo Inguaribile individualista, Albert Einstein - con molto sense of humour - confessava di possedere «la cocciutaggine di un mulo e il fiuto di un buon segugio»; eppure, non è mai stato uno di quegli intellettuali «isolati», che preferiscono la solitudine, quasi avessero - per dirla con Dante - «il mondo in gran dispitto». Al contrario: a leggere il brillante autoritratto involontario, che emerge dal collage di lettere, interviste e documenti nel volume Il lato umano, a cura di Helen Dukas e Banesh Haffmann (Einaudi, pp. 212, 8,80), si capisce benissimo perché Einstein ripetesse spesso il suo «amore per la giustizia e la lotta per contribuire a migliorare la condizione umana». Del resto, per lui la bestia nera è stata da subito il servizio militare obbligatorio, che considerava «il sintomo più vergognoso della mancanza di dignità personale, di cui soffre la nostra umanità civilizzata». Anzi, rincarava la dose, spiegando: «L’eroismo comandato, gli stupidi corpo a corpo, il nefasto spirito nazionalistico, come odio tutto questo!». Fin da giovane, si era convinto che ciascuno di noi non deve scegliere l’arroganza, l’egoismo, il ricorso alla violenza. Al contrario, «siamo qui per gli altri» ripeteva, sicuro che l’eredità ricevuta da chi è vissuto prima di noi andava conservata e arricchita, così da «soddisfare per quanto è possibile le aspirazioni e i bisogni di tutti». Ecco perché, già nei primi anni Trenta, aveva scritto «la guerra mi appare ignobile e spregevole; sarei disposto a farmi tagliare a pezzi piuttosto che partecipare a un’azione così miserevole»: lo si legge in uno dei suoi testi più famosi, Come io vedo il mondo (Newton Compton, pp. 210, 5). A convincere Einstein che l’antimilitarismo e il pacifismo rappresentano per ciascuno un imperativo categorico erano stati soprattutto tre grandi - lo scrittore Tolstoj, il Mahatma Gandhi e il filantropo Albert Schweitzer -, che Einstein considerava i suoi maestri, i suoi «uomini-faro» (per usare l’immagine di Thomas Carlyle). A New York, nel dicembre del 1930, era intervenuto a un convegno a favore dell’obiezione di coscienza, pronunciando «il discorso del due per cento». I pacifisti - aveva detto nel solito stile immaginoso - non sono «pecore ammassate, mentre i lupi fuori le aspettano». E aveva spiegato: «Se anche solo il due per cento di quelli che devono compiere il servizio militare annunciasse il rifiuto di combattere, e nel contempo premesse perché si trovassero mezzi diversi dalla guerra per sistemare le controversie internazionali, allora i governi sarebbero impotenti e non oserebbero mandare in galera un numero così grande di giovani». Poi, di lì a poco, Hitler andrà al potere, e il nazismo - con lo spettro del famigerato «Nuovo ordine» e le persecuzioni contro gli ebrei - impone anche a Einstein di riconoscere che occorre reagire. Rimane un pacifista, ma non «un pacifista assoluto», e lo ammette: «Dentro di me provo lo stesso disgusto di sempre per la violenza e il militarismo, ma non posso chiudere gli occhi di fronte alla realtà». Tale rimarrà il suo atteggiamento durante tutta la Seconda guerra mondiale, fin quando non si concluderà «il crimine più abominevole mai registrato nella storia», come confessa nell’antologia di aneddoti e riflessioni, Pensieri di un curioso, a cura di Alice Calaprice (Oscar Mondadori, pp. 231, 8,40). Eppure, finito il conflitto, Einstein torna a reclamare una «politica per la pace», non più solo in termini di antimilitarismo ma come appassionata ricerca di un governo mondiale. Lo dice già nel settembre del ’45: «L’unica salvezza per la nostra civiltà e per la razza umana sta nel creare un unico governo mondiale, che fondi sul diritto la salvezza di tutte le nazioni». Lo ripeterà fino al giorno della morte, avvenuta mezzo secolo fa, il 18 aprile 1955. Nell’ultima intervista sul New York Times, a chi gli chiedeva come mai si era riusciti a scoprire l’atomo ma non ancora i mezzi per controllarlo, Einstein aveva risposto, ironico: «È semplice, amico mio, perché la politica è più difficile della fisica». un libro "Futuro del «classico»" Corriere della Sera 19.6.06 Ma, davvero, il «classico» ha un senso nella nostra cultura? ... Ma, davvero, il «classico» ha un senso nella nostra cultura? Se lo chiede Salvatore Settis in un libro denso e stimolante (Futuro del «classico», Einaudi, pagine 128, 7) che pone un problema: come è stato considerato l’antico e che valore ha oggi proporre questa aspirazione a un modello nel tempo della comunicazione globale e dell’intreccio di tante civiltà? Mentre le lingue classiche, il greco e il latino, sono sempre più ai margini degli studi, il mondo dei beni culturali, un settore che identifica anche precise professioni, rappresenta un modo diverso per riflettere sulla durata e fa scoprire ai giovani le culture del passato, anche ma non solo quelle che studia l’archeologia. Così resta aperto il problema se quel mondo classico, quella civiltà che identificherebbe proprio l’Occidente nei confronti di culture diverse, ad esempio il mondo islamico, ma anche le culture postoccidentali come quelle statunitensi e sudamericane che il mondo antico lo hanno vissuto solo indirettamente o per via dei colonizzatori, quel mondo classico abbia ancora oggi un senso e una efficacia, se sia insomma un progetto. Dopo una lunga analisi del dibattito storico sul mondo classico greco e romano, Settis ritrova le ragioni di un’attualità del classico seguendo un’acuta affermazione di Claude Levi Strauss che propone il rapporto col mondo antico come struttura per ogni dialogo con ogni passato, sia questo delle civiltà medio o estremo-orientali che centroamericane, ma anche con le altre, quelle predilette dall’antropologo, le primitive. Ecco dunque una possibile risposta, ma una risposta che pone anche dei problemi. Certo, il mondo classico ha avuto molti revival, molte riprese, e dunque è al mondo classico che abbiamo spesso fatto riferimento in Occidente, del resto qualche sparso frammento di tradizione classica si infiltra un poco ovunque; eppure forse noi non ci rendiamo conto che ogni ripresa dell’antico non è copia o calco come nella cultura accademica, ma, semmai, invenzione e progetto di senso. Leggere un passato per recuperarlo è, prima di tutto, un programma legato a una ideologia: infatti facciamo molta fatica a considerare sullo stesso piano, ad esempio, le riprese augustee o adrianee della classicità dell’epoca fidiaca e la evocazione dell’antico che si propone in epoche diverse, come nel Medioevo, sia in Occidente che in Oriente. Dunque che cosa ha in comune la ripresa dell’antico della Rinascita Macedone, oppure Comnena, che sono anche esaltazione della figura dopo l’iconoclasmo del secolo VIII a Bisanzio, con la ripresa del mondo antico e la sua trasformazione nell’Occidente cristiano dal IV secolo in avanti? In apparenza le stesse forme, le stesse immagini durano nei secoli, ma siamo di fronte a un sistema di idee, e dunque a ideologie dell’antico, che ne trasformano il senso, anche se singoli elementi iconografici e compositivi sono accolti. E che dire poi, per saltare qualche secolo, del «classico» ritenuto romano-repubblicano, dunque rivoluzionario, dopo la fine della monarchia di Luigi XVI in Francia, oppure del classico inteso come evocazione di un divinizzato paesaggio all’antica nella Roma secentesca dipinta da Poussin e dai suoi? Che cosa ha in comune tutto questo? L’idea del classico non può legarsi a un sistema di immagini e di citazioni, ma si deve collegare a un insieme di strutture narrative e di senso sempre diverse; forse proprio qui, nelle connessioni fra immagini e funzioni, si trova più evidente il senso del mondo classico, la sua eredità, ben più delle copie, delle citazioni, delle evocazioni per frammenti di architetture o sculture. Lo avevano scritto Max Horkheimer e Theodor Adorno, il grande mito salvifico dell’Occidente è quello di Odisseo, certo, un mito laico, quello della conoscenza; l’altra struttura narrativa portante della nostra cultura, questa volta cristiana, muove dal Vangelo e quasi millenovecento anni dopo culmina in Delitto e castigo . Insomma, le ideologie trasformano il senso delle forme, non vi sono infatti forme se non portatrici di ideologie, dunque non vi è un antico, ma molti antichi, difficili da confrontare perché inconfrontabili. Il futuro dell’antico è nelle sue trasformazioni, e, oggi, si sa, la parte di antico che identifica l’Occidente è quello cristiano, non diverso però da un altro antico, che caratterizza il mondo islamico, la cui matrice è sempre nella struttura salvifica del Racconto, biblico o evangelico che sia, ma certo non nell’immagine figurata, proprio come nella Bisanzio dell’iconoclasma. da Repubblica del 17.6 «La donna è l'avvenire dell'uomo» una segnalazione di Andrea Ventura Repubblica VENERDÌ, 17 GIUGNO 2005 IL VIAGGIO Le norme degli ayatollah condizionano ancora i comportamenti, ma i dettami del 1979 sono ormai superati Nei boulevard di Teheran nessuno pensa più alla rivoluzione KHALED FOUAD ALLAM TEHERAN - Per me musulmano arabo, sunnita, è una strana sensazione arrivare un giorno a Teheran, a oltre 25 anni dalla sua rivoluzione. A noi sunniti hanno insegnato che lo sciismo è il lato irrazionale dell´islam; che loro sono nell´errore, noi nella verità. Da questa divisione l´islam non si è mai liberato. Una strana inquietudine mi invadeva mentre passavo dinanzi all´ex ambasciata americana, trasformata in caserma dei pasdaran. Mi tornava alla memoria la crisi degli ostaggi americani, crisi durata mesi, e il negoziato con l´intermediazione algerina. Teheran allora fece tremare l´intero mondo musulmano. Mi ricordo ancora in televisione le folle della capitale sfilare nei boulevard, gridando: «Dio è grande!». Erano slogan religiosi che l´Occidente non aveva mai udito, abituato in quegli anni a scandire parole oggi desuete: «rivoluzione», «dittatura del proletariato»: la parola «Dio» allora veniva scandita solo nelle chiese e negli altri luoghi di culto. L´Occidente guardava sbalordito all´Iran, non capiva. Sulle pagine dei giornali occidentali pochi avevano intuito ciò che stava per accadere: uno solo, Michel Foucault, capì quello strano amalgama fra mistica, religione e politica, e ne parlò nel 1979 in un celebre articolo dal titolo: "Che cosa sognano gli iraniani". Non si può arrivare a Teheran senza chiedersi che cosa accadde veramente allora, e che cosa accadrà oggi, venticinque anni dopo. Il mondo è cambiato, e anche gli esseri umani. Essere in Iran ci fa sentire che le cose in realtà corrono sempre su un doppio binario, seguono un doppio filo conduttore, si sdoppiano in opposte polarità: nello stesso periodo in cui in Iran si avviava la rivoluzione khomeinista, in Europa i regimi marxisti iniziavano la loro lenta agonia. I nouveaux philosophes di André Glucksmann e la dissidenza russa avevano capito che il totalitarismo aveva ormai i giorni contati. E un nuovo vento della storia soffiava attraverso la religione: quell´universo totalitario in lenta decomposizione avrebbe ricevuto il colpo di grazia ad opera di un uomo venuto dall´Est, papa Giovanni Paolo II, e dall´allora presidente dell´Urss, Mikhail Gorbaciov. Dieci anni dopo, nel 1989, a Berlino, esso sarebbe definitivamente crollato. A Oriente, in quell´oriente persiano, un celebre intellettuale e ideologo, Ali Shariati, aveva tentato una inedita lettura in chiave marxista dell´islam sciita; ma morì in esilio, a Londra, nel 1977, due anni prima della rivoluzione iraniana. Con la scomparsa di Shariati molti marxisti musulmani ritennero che anche a Oriente quell´ideologia stava morendo. Così il marxismo era morto due volte, a Oriente e a Occidente. Ma mentre a Occidente la religione spingeva i popoli verso la libertà, in Iran essa ebbe tutt´altra funzione, perché divenne strumento della rivoluzione. Più volte, passeggiando nelle strade della capitale, mi sono chiesto quale dei due elementi - la religione o la rivoluzione - fosse infine prevalso in Iran nella dialettica socioculturale. Che ne è di una rivoluzione quando il suo linguaggio è la religione? Diventa come tutte le altre rivoluzioni, come quella francese del 1789, come quella bolscevica del 1917. Esse hanno tutte inventato un proprio culto, tutte si sono impadronite della storia, tutte hanno voluto rappresentare la storia stessa. Hanno distrutto un ordine per imporne un altro: hanno giudicato impuro il mondo che le ha precedute e hanno voluto identificarsi con la purezza di un tempo inaugurale. Ma tutto questo costa - in ogni rivoluzione - tragedie, guerre, sofferenze, sconfitte. E le bocche si chiudono. Può fare anche un gran freddo anche all´ombra dei platani orientali. Ma ogni rivoluzione prima o poi finisce; e raramente i popoli possono fare più di una rivoluzione in un secolo. Come i nostri corpi non conserveranno la bellezza della gioventù, nessuna rivoluzione può mantenere la promessa delle sue utopie. In Iran la rivoluzione è finita, nei suoi manifesti, nella sua iconografia e nella sua ritualità. Anche se recentemente in una delle grandi arterie della capitale è stato affisso un enorme e sconcertante manifesto che raffigura una donna con bambino, e la frase (in farsi e in inglese) «Amo mio figlio, ma il martirio è meglio», la popolazione non ci bada: semplicemente perché sa che la vita è più forte di qualunque rivoluzione, e che si deve vivere, sopravvivere. Tutto ciò in Iran si può misurare. Ad esempio, ho contato fino a ventisette modi di portare il velo: dal velo usato nel modo più ideologico, a quello più tradizionale, fino al velo che sembra più un ornamento di volti bellissimi piuttosto che qualcosa fatto per coprire. L´Iran non è ciò che comunemente si crede in Occidente. E gli iraniani amano il loro Paese. Ho visto molti sorrisi, sono rare le persone dallo sguardo cupo. Si vuole vivere normalmente, semplicemente; anche se la ritualità rivoluzionaria condiziona ancora per alcuni versi i comportamenti, si cerca di inventare una normalità. Ho visto ragazze e ragazzi lanciarsi sguardi dolci, ed è commovente vederli nelle strade o nelle tea-room non abbracciarsi o tenersi per mano come si fa in Occidente - ciò che la morale rivoluzionaria impedisce - ma limitarsi a sfiorare delicatamente le dita della mano dell´innamorato. Teheran, con i suoi oltre 14 milioni di abitanti, non è quel che si dice una bella città, anche se i suoi splendidi giardini cercano di far dimenticare uno sviluppo urbano disordinato. La città è circondata da montagne che, elevandosi sopra distese di terra friabile e polverosa, somigliano a quei giganteschi sorbetti alla cannella che gli iraniani preparano con maestria insuperabile; e mentre sulle cime si scorgevano ancora le ultime nevi, Teheran era immersa in un caldo afoso degno del mio deserto d´Algeria. Spesso i passanti mi fermavano per chiedermi dove si trovasse una via, una piazza, un negozio: io rispondevo in arabo che non ero di lì. Durante tutti quei giorni una domanda mi assillava, rifiutava di abbandonarmi: mi chiedevo quale fosse stato per questa rivoluzione l´archetipo di riferimento, l´elemento intorno al quale gravita e si concentra ogni principio rivoluzionario. Per la rivoluzione francese quell´elemento era la borghesia, per la rivoluzione russa il proletariato; ma quale era quel fulcro per la rivoluzione iraniana, per quell´islam in costante fibrillazione? Cercavo di capirlo osservando la gente: percepivo irrazionalmente che la risposta era a portata di mano, era presente, ma io non la vedevo mentre avevo la sensazione che lei vedesse me; era come se attendesse per rivelarsi. Con il passare dei giorni, capii che quell´archetipo era qualcosa di semplice, era un´icona degli anni ´90: quell´elemento era la donna, la donna nell´islam, figura altamente simbolica in ogni rapporto fra tradizione e modernità. Il velo che la rivoluzione iraniana l´ha costretta a portare, diventava paravento delle frontiere della libertà. E c´era qualcosa di più in questa rivoluzione, rispetto alle altre: in Iran le donne possono essere intellettuali o artiste, guidare gli autobus, fare le parlamentari o le insegnanti, ma - ciò che rende quella iraniana diversa da tutte le altre rivoluzioni - si è richiesta loro una missione: incarnare l´immagine dell´islam che usciva dal XX secolo. Osservando la folla di Teheran mi tornavano alla mente i versi che Louis Aragon dedicò a sua moglie Elsa: «La donna è l´avvenire dell´uomo». Qui i termini erano altri: qui la donna rappresentava l´avvenire dell´islam. da Repubblica del 17.6 incredibile: «i doveri dell'embrione»... una segnalazione di Andrea Ventura Repubblica VENERDÌ, 17 GIUGNO 2005 Ma dopo il referendum miglioriamo la legge Lo statuto dell'embrione deve iniziare dalla fecondazione: deve avere diritti, ma anche doveri VITTORIO SGARAMELLA La schiacciante vittoria degli astensionisti mortifica sia l´istituto referendario, sia le speranze d´una riproduzione assistita e non sorvegliata. Passata l´amarezza, è tempo di riflessioni e proposte. Nelle sedi opportune s´intervenga perché i referendum non finiscano sepolti da una slavina di disinteresse, qualunquismo, sfiducia: nella vicina Svizzera funzionano, come orologi e treni. Vorrei portare un modesto contributo per migliorare la 40, sempre che non sia blindata. Lo statuto dell´embrione inizi alla fecondazione: gli è dovuto per la sua debolezza, ma soprattutto per la ricchezza di cui ha avviato l´acquisizione. Preveda il diritto primario alla sopravvivenza ma lo coniughi col delinearsi di un dovere: una solidarietà umana espressa come disponibilità dei genitori a donarlo alla ricerca. Per questo non era, né è, necessario rivedere la 40: l´art. 1 ("la presente legge assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito") va letto in un senso quasi obbligato. Sancisce l´esistenza, non l´eguaglianza, dei diritti, ovviamente e significativamente anche dei medici. Se oggetto del referendum fosse stato lo statuto dell´embrione e della madre, forse sarebbe passato. Sul limite dei tre embrioni, come i pazienti per i quali la medicina è impotente, si considerino "terminali" quegli embrioni ai quali analisi preimpianto non invasive (microscopiche, citogenetiche, molecolari) predicono una vita breve e infelice, se non un aborto. Per loro resta solo l´uso sperimentale o un´attesa a –196°C. Come è noto, la norma prevede un primo tentativo con un numero minimo di embrioni, possibilmente uno, a discrezione del medico. Se questo fallisce si procede ad un nuovo impianto di embrioni eventualmente disponibili; o alla fecondazione di altri ovuli già indotti, ove la loro crioconservazione risultasse praticabile. Tutto ciò consegue al fatto che gameti spesso difettosi producono embrioni ancor più spesso difettosi, non impiantabili se non con coercizioni incostituzionali per principio e inattuabili di fatto: le linee guida vi accennano, ma vanno rafforzate. Nel caso di embrioni sani in soprannumero, se ne faciliti l´adozione a coppie desiderose di genitorialità biologica: quelle che lo fanno, in più salvano un embrione. Sono migliaia e paiono felici non meno di chi opta per l´adozione di bambini, pure da incoraggiare ma in un contesto diverso: qui lo scopo è assistere la riproduzione e evitare accanimenti riproduttivi. Trascorsi 5-10 anni, gli embrioni diventano terminali e possono venire donati alla ricerca. È chiaro che non si creano apposta e che si donano solo i terminali, non impiantabili all´inizio o diventati tali col tempo e comunque destinati ad una morte precoce. È immorale che finiscano in un congelatore, per irresponsabilità o interessi professionali. Ancor di più in un utero, per una forma assurda di accanimento riproduttivo. Le analisi preimpianto richiedono il prelievo di 1-2 cellule da embrioni precoci e comportano pericoli non superiori alle prenatali: sono quindi accettabili forme d´assistenza a procreazioni difficili, comprese quelle a rischio genetico. In questo modo si possono evitare aborti che la 194 regola ma certo non allevia. In più, anche se oggi si può far poco per curare embrioni "malati", si apre la strada a future terapie, mediate da staminali o altro, comunque più probabili a favore di terzi che dell´embrione. L´embriologia umana va studiata su embrioni umani: è indispensabile per una maggiore comprensione di fecondazione, differenziamento, sviluppo e quindi per una migliore protezione della salute di tutti, dalle fasi più precoci a quelle più avanzate della vita. Non si può non concordare con quanto scritto in queste pagine dal Nobel D. Baltimore: il paese che li bandisce rischia la retrocessione scientifica e sanitaria. Non possiamo competere con Inghilterra e Corea in settori ad elevato rischio scientifico e a dubbia accettabilità etica, come la clonazione, ma dobbiamo metterci in grado di valutarli criticamente e decidere responsabilmente il nostro impegno. sinistra c'è del nuovo in Germania Corriere della Sera 19.6.05 GERMANIA Lafontaine eletto capolista del nuovo partito di sinistra BERLINO - Oskar Lafontaine sarà il capolista del neonato partito di sinistra tedesco Wasg («Iniziativa elettorale per il lavoro e la giustizia sociale»). Ieri, al congresso del partito a Colonia, in Germania, l’ex leader della Spd è stato eletto al primo posto della lista elettorale nel Nord-Reno-Westfalia. Per Oskar «il rosso» hanno votato 124 dei 162 delegati. Alle prossime legislative, la Wasg e i postcomunisti della Pds dovrebbero presentarsi assieme e un nuovo sondaggio ieri accreditava la formazione al 9%, ovvero sarebbe il terzo partito a livello nazionale dopo l’Unione Cdu-Csu e la Spd, davanti ai verdi e ai liberali (Fdp). sinistra Rifondazione: la sinistra dal basso Aprileonline.info Rifondazione non vuole la Fed rossa, ma unire la sinistra dal basso Radicals. Franco Giordano (PRC) replica a Diliberto che aveva rilanciato la lista unitaria della sinistra radicale: costruiamo un nuovo soggetto a partire dalla società, non dal ceto politico Guido Iodice Mentre la Federazione riformista viene accantonata in nome del realismo dallo stesso Romano Prodi, dall’altro lato della coalizione, quello radicale, molti si muovono. A battere un colpo è stato l'altro ieri Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, che sul “Corriere della Sera” apriva a Bertinotti come possibile leader della sinistra radicale, ma contemporaneamente lanciava una sfida: facciamo una lista Prc, Pdci, Verdi, movimenti e sindacato. Da questo orecchio, però, Rifondazione non ci sente: “Diliberto ripropone un’idea stanca” – spiega ad Aprileonline Franco Giordano, capogruppo di Rifondazione Comunista alla Camera – “un’idea che parte dalla sommatoria di ceti politici, per arrivare a definire altro partito”. Giordano è netto: “Con questa logica non si costruisce nulla” – dice – “perché mettere insieme il ceto politico non riscalda i cuori dei nostri elettori e dei nostri militanti”. Giordano guarda a quanto accaduto nella della Fed riformista: “Un partito non si può inventare, come dimostra la vicenda dell’Ulivo. Siamo arrivati alle convulsioni di questi mesi perché si è avuta l’illusione autoreferenziale di costruire un soggetto politico, la Fed o il partito riformista, senza nessuna piattaforma, senza una cultura politica, senza cioè affrontare la domanda principale: cos’è il riformismo?”. Certo, rispondiamo, bella domanda. Forse non lo sanno neppure loro. “Allora – dice il capogruppo di Rifondazione – bisogna rovesciare lo schema”. Cioè partire dal basso. In questa logica la leadership di Bertinotti assumerebbe un altro segno, spiega Giordano: “Bertinotti, la sua candidatura alle primarie, può essere un punto di riferimento sull’idea di una alternativa radicale, sulla quale costruire la sintesi, senza determinare scorciatoie organizzativistiche”. Insomma, “niente più guerre dentro la sinistra dell’Unione”, ma un confronto su ipotesi diverse per arrivare all’unità. Perché, chiediamo, c’è una domanda forte che viene dalla “base” affinché si trovino nuove forme politiche per la sinistra radicale. “La domanda forte di unità della sinistra c’è ed è ricca. C’è una domanda di nuova soggettività” – sottolinea Giordano – che è fatta di confronto programmatico, come quello avviato nei due forum delle riviste di sinistra, che è presente nel mondo sindacale, nei movimenti, nel territorio. E con questa domanda bisogna mettersi in relazione”. Sì, ma come? Il capogruppo comunista pensa ad uno schema rovesciato rispetto a quello di Diliberto: “Dobbiamo definire modalità una rete e su questa base può nascere soggettività nuova. Occorre partire dalla pratica sociale, dal confronto di merito, dalle culture, e su questo costruire una soggettività a rete”. “Bisogna rompere le logiche vecchie che portano a riprodurre i ceti politici e a separare la sfera della politica dalla società” - continua il dirigente del Prc –, “frare irrompere nella politica la domanda di soggettività nuova che c’è nella sinistra”. E quindi, “su un percorso dal basso, dall’iniziativa comune, creare un nuovo soggetto”. A chi guarda Rifondazione? “A ciò che si muove nella società: associazionismo, sindacato, movimenti. Con questi soggetti bisogna innovare la politica”. Insomma, Rifondazione rilancia con una contro-sfida, che dice in sostanza no ad una Fed rossa, sì ad una nuova sinistra che parta dal sindacato e dai movimenti della società civile, piuttosto che dalla mera giustapposizione dei gruppi dirigenti. In questo schema, si inseriscono le primarie sulla leadership del centrosinistra: “Credo che sia importante e positivo che si facciano” – dice Giordano – “in questo modo si esce da uno schema astruso e organizzativistico, basato solo sulle logiche di potere. Con le primarie si apre una riflessione sui contenuti: pace, guerra, salari, sanità”. E sulle primarie Rifondazione si spenderà non solo per portare avanti un candidato, Bertinotti, ma appunto per costruire dal basso la nuova soggettività di cui parla Giordano. Una candidatura che Rifondazione mette al servizio non solo del proprio progetto, rivolto alla sinistra dell’Unione, ma a tutta la coalizione: “Le primarie fanno bene anche a Prodi, a tutta l’Unione, perché in questo modo si può costruire un confronto serrato, come si è visto in Puglia: quando si coinvolge il popolo si crea motivazione, che poi porta alla vittoria. Il coinvolgimento popolare darà maggiore coscienza a tutta la coalizione di una chiara alternativa al berlusconismo: è davvero finita l’era della logica emendativi delle politiche della destra”. E poi “la presenza di un secondo candidato legittima la sfida. Altrimenti il rischio è che primarie risultino solo un fatto formale”. Prodi si legittima come leader solo se qualcuno lo sfida. E Bertinotti intende sfidarlo e così, quasi paradossalmente, eleggerlo vero leader dell’Unione. “Nella mediazione di ieri – conclude Giordano – non c’è un vincitore”. Ma, questo lo aggiungiamo noi, un vincitore in realtà c’è ed è proprio quel Bertinotti che inaspettatamente ha riavuto la possibilità di confrontarsi nelle primarie e costruire, a partire da queste, il suo progetto. la visione Yahoo! Salute 17 giugno 2005 Italiani svelano gli ultimi segreti della visione Il Pensiero Scientifico Editore Paola Mariano Prende corpo l’idea dell’occhio bionico o della retina artificiale ora che un gruppo di scienziati italiani che fa capo agli atenei bolognese e senese ha sciolto gli ultimi interrogativi sul processo molecolare responsabile della visione. Il protagonista del loro studio durato anni è il “retinale”, il pigmento visivo localizzato nella proteina della retina rodopsina. A condurre la ricerca, raccontata in una nota dell'Ateneo senese, Massimo Olivucci, del gruppo di chimica e fotochimica computazionale del dipartimento di Chimica dell'Università di Siena e Marco Garavelli, Alessandro Cembran e Fernando Bernardi del dipartimento G. Ciamician dell’Università di Bologna. La ricerca, ha dichiarato Olivucci, apre la strada alla progettazione di occhi artificiali di grande precisione. Lo studio, che ha valso agli italiani la pubblicazione del lavoro sulla copertina dell'autorevole rivista scientifica Proceeding of the National Accademy of Sciences of the United States of America, rivela i dettagli del meccanismo molecolare responsabile della visione negli animali superiori, compreso l'uomo, e porta alla comprensione di un processo tra più veloci osservati in natura: la trasformazione fotochimica del retinale. La retina (la parte dell’occhio che trasforma gli stimoli visivi in segnali elettrici il linguaggio dei neuroni) che passano alla corteccia visiva (occipitale) tramite il nervo ottico. La retina è composta di due tipi di cellule, i coni e i bastoncelli. Queste sono tappezzate in superficie da proteine fotosensibili, che si eccitano cioè sotto uno stimolo luminoso. L’eccitazione determina la modifica chimica di un frammento di queste proteine, il retinale appunto. La trasformazione fotochimica del retinale, studiata a fondo dagli italiani, si completa in tempi inferiori al milionesimo di milionesimo di secondo, ha svelato Olivucci. Ora che il retinale non ha più segreti si apre la strada alla progettazione di molecole artificiali che riproducono in modo preciso il comportamento del pigmento visivo e che potranno essere utilizzate per la costruzione di retine artificiali, memorie ottiche per computer o di macchine molecolari alimentate dalla luce, ha ribadito il chimico. “Il meccanismo della visione, di cui è responsabile la proteina rodopsina che si trova sul fondo dell'occhio, non era mai stato compreso in modo così preciso”, ha detto Olivucci. I gruppi bolognese e senese sono entrambi all'avanguardia in campo internazionale nello sviluppo della teoria delle reazioni fotochimiche e questo è solo l'ultimo di una serie di risultati nell'ambito di una linea di ricerca avviata da Olivucci e Garavelli oltre dieci anni fa. La ricerca segue a brevissima distanza uno studio precedente pubblicato dal gruppo di Siena (da Andruniow e Ferré e dallo stesso Olivucci) sulla stessa rivista Pnas, in cui si riportava una simulazione al computer della trasformazione fotochimica dell'intera proteina rodopsina. Fonte: Garavelli M et al. The retinal chromophore/chloride ion pair: Structure of the photoisomerization path and interplay of charge transfer and covalent states PNAS 2005 102: 6255-6260 Olivucci M et al. Structure, initial excited-state relaxation, and energy storage of rhodopsin resolved at the multiconfigurational perturbation theory level PNAS 2004 101: 17908-17913 sabato 18 giugno 2005
con questa leggechi distinguerà i gruppi "religiosi" dagli "pseudoreligiosi", forse Ruini? |