domenica 15 giugno 2003

Mario Vegetti e Antonio Gnoli: su Platone

La Repubblica 15.6.03
UN FILOSOFO DA STADIO
Viviamo in un´epoca filoplatonica che ama la fluidità, i contrasti e le parole
Politicamente il suo pensiero non era né nazista né fascista, ma neppure democratico
Ne parliamo con Mario Vegetti che sul pensatore ha raccolto in un libro quindici lezioni
I suoi dialoghi rappresentati o letti fanno il tutto esaurito nei teatri e all´università
di Antonio Gnoli

MILANO - Nel borsino dei filosofi antichi più quotati, forse più letti, senz´altro più celebrati, Platone facilmente occupa il primo posto. Più del caro, solido e vecchio Aristotele che pure le sue soddisfazioni sul piano della visibilità le ha avute? Mario Vegetti che dalla coppia d´assi dell´antichità si è a lungo occupato (ma direi con una preferenza, almeno negli ultimi anni, per l´autore della Repubblica), è piuttosto categorico: «Siamo in un´epoca filoplatonica e antiaristotelica». Bene. Del resto chi voglia capire un po´ meglio il senso di questo filoplatonismo imperante dovrebbe leggere le Quindici lezioni su Platone che Vegetti ha da poco pubblicato per Einaudi (pagg. 256, euro 16,50). È un libro molto bello. Gradevole nel modo di porgere la materia filosofica e acuto nell´argomentarla. Per queste sue qualità intrinseche mi verrebbe di accostarlo a quella Introduzione alla lettura di Platone che Alexandre Koyré, meraviglioso storico della scienza, scrisse in anni molto lontani.
Si diceva del successo di Platone. Qualche tempo fa una lettura del Fedone aveva lasciato fuori dell´aula magna dell´università di Bologna centinaia di giovani. E la stessa cosa si è ripetuta nel teatro di Asti, poche settimane orsono, dove è stata allestita con successo una rappresentazione del Simposio. I libri di Platone sono dei long sellers, con in testa proprio Il Simposio e a seguire l´immancabile Repubblica, su cui lo stesso Vegetti da alcuni anni sta tenendo seminari con relative pubblicazioni per Bibliopolis.
Perché oggi Platone viene preferito ad Aristotele?
«Aristotele ha un´offerta più univoca. La sua filosofia è provvista di un solido impianto metafisico, logico ed etico. Mentre Platone è più fluido, si presta a fruizioni molto diverse, perfino contrastanti fra loro».
Platone è più duttile.
«Senza dubbio. Lei accennava al successo del Fedone. È un dialogo sulla preparazione alla morte, sull´ascesi, sull´anima. Argomenti che trovano oggi un pubblico molto più disponibile. E d´altra parte c´è anche un Platone della ragione».
Che tipo di razionalismo è il suo?
«Non freddo come quello di Aristotele, ma caldo, appassionato».
Sebbene rimanga un pensatore forte.
«Ha un pensiero forte come quello di Hegel, ma non è uno storicista».
Anche perché è all´inizio della storia della filosofia. Lei crede che davvero Platone sia all´origine della filosofia?
«Se per filosofia intendiamo una serie di tesi argomentate razionalmente e sottoposte alla discussione, non ho dubbi che la filosofia cominci con lui».
E prima di lui?
«Prima esistono forme sapienziali di conoscenza del mondo, il cui punto più alto è rappresentato da Parmenide e Eraclito. Però, ripeto, se alla filosofia attribuiamo quell´atteggiamento specifico non di rivelazione di verità in forma oracolare, ma di argomentazione di tesi, allora è da Platone che occorre partire».
Che atteggiamento ha Platone verso i suoi predecessori?
«Considera questi sapienti della tradizione come dei padri, da prendere seriamente, ma anche con ironia».
Ironia?
«L´ironia gli serve per sdoganarli. I sofisti infatti li avevano resi oggetti d´antiquariato. E la critica sofistica è l´avversario contro cui Platone combatte».
Accennava prima all´esistenza non di un solo Platone.
«C´è quello, come le dicevo, del Fedone, che è il Platone dell´anima, del sé, dell´interiorità e c´è quello della Repubblica, il Platone delle rivoluzioni. Fra i platonismi possibili qui si registra il massimo della divergenza».
Anche il versante politico non è stato mai accettato univocamente.
«Pesa una storia ormai cinquantennale, che si può far cominciare con Popper e con la sua relativa accusa di essere Platone il progenitore di tutti i totalitarismi».
Dopo mezzo secolo la questione si è un po´ chiarita.
«È curioso. Ma quelli trascorsi sono stati cinquant´anni di tentativi di difenderlo da Popper e poi via via di difendere Platone da se stesso».
Cioè?
«Provare a negare che Platone abbia detto certe cose che possono essere usate in chiave totalitaria».
Che fa, riabilita la versione di Popper?
«Sicuramente Platone non è né un pensatore fascista né stalinista. E d´altro canto, non possiamo leggerlo avendo come punto di riferimento invariante, cioè come pensiero unico, il modello liberale cristiano e democratico. Platone è completamente fuori da questo tipo di tradizione».
Perché?
«Il suo pensiero sul piano politico non è liberale, non è democratico e neppure cristiano, perché non crede che esista una eguaglianza naturale fra gli uomini, perché inoltre è convinto che qualcuno sia moralmente più dotato di altri e quindi abbia più diritto a governare, perché infine crede che la comunità venga prima dell´individuo. Ma tutto questo non è né stalinista né nazista».
È un pensiero politico, per certi versi, arcaico.
«Sarebbe un pensiero arcaico in una chiave storicista. Ma allora potrebbe anche essere un pensiero postmoderno».
La lettura che alcuni interpreti hanno dato dell´anima immortale, accrediterebbe un Platone cristiano. Lei che ne pensa?
«Platone affronta il problema dell´anima immortale per due ragioni. La prima è sostanzialmente etica. Cioè ha bisogno di un dispositivo di incentivi alla virtù per coloro che non sono in grado di comprendere l´argomento filosofico. Con maggior coraggio Aristotele rinuncia a questo tipo di incoraggiamento».
E la seconda ragione?
«È più sottile. Poiché l´oggetto principale della filosofia di Platone sono le idee, le quali sono incorporee, allora c´è bisogno di un organo incorporeo, l´anima immortale appunto, che spieghi come possiamo conoscere questi enti. I quali in quanto incorporei sono fuori dal tempo e quindi anche l´anima che li spiega deve essere fuori del tempo, cioè immortale. Dunque in Platone c´è sia una esigenza morale che epistemologica. Ma fra le due esigenze si crea una contraddizione interna».
Quale?
«Dal punto di vista morale ci sono le anime che una volta che si reincarnano hanno bisogno di dimenticare i premi e le punizioni dell´aldilà, perché se li ricordassero sarebbero giuste per un calcolo utilitaristico e non per una scelta morale. Quindi l´argomento morale richiede l´oblio. Invece dal punto di vista epistemologico le anime devono comportare la reminiscenza. Bisogna cioè ricordare quello che si è conosciuto nella vita extracorporea, altrimenti non funziona. La morale vuole l´oblio, e infatti le anime nella Repubblica, prima di reincarnarsi bevono l´acqua del fiume dell´oblio, invece l´epistemologia richiede la reminiscenza».
La contraddizione o quanto meno la tensione teorica è evidente. Prima accennava al ruolo dei sofisti. Al centro delle dispute c´è anche la parola e il modo di argomentare.
«In un certo senso Platone è sul crinale tra la parola e la scrittura. Diffida della scrittura ma non ne può fare a meno. Ne esce con una scrittura che imita il discorso dal vivo. Solo dopo Aristotele la filosofia diventa quasi esclusivamente scrittura».
Quella scrittura oggi nuovamente declina. Qualcuno parla di un ritorno alla parola.
«Certamente non stiamo tornando alla civiltà della parola se per parola si intende il confronto fra tesi argomentate. Quello che abbiamo è una parola di tipo impositivo che non si argomenta più ma si fonda sulla ripetizione e sulla suggestione. Se c´è una utopia più grande di quella politica è immaginare una società in cui si ricostruisca un nesso comunicativo di argomentazioni».
Ma la nostra società è molto diversa da quella che Platone aveva sotto gli occhi.
«È chiaro che noi viviamo dentro dei segmenti di società che non hanno nulla in comune con il mondo greco. D´altra parte, un tratto fondamentale dell´esigenza di Platone è che alla fine della discussione ci sia il consenso. Solo se c´è accordo fra gli interlocutori allora l´inchiesta filosofica si può dire riuscita. Dove non c´è accordo lì si registra il fallimento. Non vorrei fare l´Habermas postplatonico, ma se c´è un´attualità di Platone è proprio in questo punto».
Ne è convinto?
«Concretamente non so quanto in società di massa fortemente atomizzate, dove la parola diventa una sorta di retorica gridata, questo sia possibile».
Ci vorrebbe un nuovo Socrate.
«Non so se basterebbe. Da un certo punto di vista Socrate è un contenitore vuoto che i suoi discepoli o seguaci hanno riempito delle cose più disparate. È più l´emblema di una forma di vita che non di un pensiero. È il protofilosofo martire. Vittima della città».
Platone non ha un atteggiamento univoco nei suoi confronti.
«È vero. Nei suoi riguardi qualche volta è ironico, qualche volta lo espone a delle cattive figure, qualche volta lo fa diventare enfatico, qualche volta lo fa pentire per quello che ha detto. E alla fine lo fa sparire. Ma su questa sparizione si aprirebbe un altro grosso problema interpretativo su cui gli interpreti non hanno ancora trovato un accordo».