venerdì 24 ottobre 2003

"disturbi alimentari"

L'Unità 24.10.2003
Bulimia, anoressia e le loro sorelle
di Luca Sciortino


C'è una guerra che non si vede e che si combatte in tutto l'Occidente. Con i suoi morti. È la guerra dei giovani contro il cibo. «Sono in netto aumento le persone che hanno un rapporto alterato o patologico con gli alimenti. In particolare, le persone bulimiche», ha affermato Gian Luigi Luxardi, psicoterapeuta e responsabile del Centro per i Disturbi Alimentari dell'Asl Friuli Occidentale, «Per le anoressiche, dopo un forte incremento, abbiamo avuto negli anni '90 una stabilizzazione di questo fenomeno, anche se compaiono nuove varianti».
Su una popolazione di 100 mila persone di sesso femminile e di età compresa tra i 12 e i 25 anni (cioè l'età a rischio), 100 sono anoressiche e 300 sono bulimiche. Le donne coprono da sole il 96 per cento dei soggetti che hanno rapporti patologici con il cibo. Complessivamente il 5-6 per cento della popolazione femminile in età a rischio ha un disturbo del comportamento alimentare di qualche tipo, percentuale che può salire al 10 per cento se si considerano tutte quelle situazioni che hanno forte probabilità di divenire patologiche. E purtroppo, in un anno, si ha una mortalità del 0,5 per cento tra i casi di soggetti che necessitano interventi di urgenza.
«Quando si parla di disturbi del comportamento alimentare ci si riferisce a tutte quelle situazioni nelle quali il modo in cui ci nutriamo è tale da compromettere la qualità della nostra vita - spiega Luxardi - l'anoressia e la bulimia nervosa sono soltanto i disturbi più noti. Ve ne sono molti altri che vengono raggruppati sotto la sigla EDNOS (Disturbi del Comportamento Alimentare non Altrimenti Specificati). Tra questi rientra la sindrome “mastica e sputa” : sono persone che masticano in continuazione il cibo ma non lo inghiottono. O il Disturbo da alimentazione incontrollata: i soggetti ingeriscono una grandissima quantità di cibo, anche in momenti in cui non hanno fame».
Ma ultimamente accanto a questi disturbi, altri se ne diffondono, come la «potomania», cioè un comportamento alimentare che consiste nel bere enormi quantità di acqua. «Si tratta per la verità di un disturbo diffuso da sempre tra le anoressiche, ma sta diventando sempre più frequente - fa notare Luxardi - ci sono ragazze che, pur di evitare di ingerire il cibo, arrivano a bere fino a 25 litri al giorno. Lo stomaco si dilata a dismisura, provocando fortissime coliche e c'è perfino un rischio elevato di coma e di morte».
C'è poi la bramosia di cibarsi di cibi sani o quella di avere un corpo muscoloso, tutti fenomeni che assumono talvolta aspetti patologici sino a divenire vere e proprie sindromi.
Negli stadi avanzati, alcuni sintomi di questi disturbi sono facilmente riconoscibili, ad esempio «i comportamenti ossessivi nei riguardi del cibo, le abbuffate seguite dal vomito nel caso della bulimia o la perdita di peso rilevante nel caso dell'anoressia» . Ma negli stadi iniziali è facile confondere i sintomi con i comportamenti «normali», tipici del nostro contesto sociale. Per questo Luxardi tiene a puntualizzare che segnali da cogliere sono: «l'aumento di autostima quando non si mangia, l'assunzione di regole alimentari rigide (nel caso dell'anoressia) e l'alternanza di periodi in cui si mangia poco con periodi in cui si mangia molto (nel caso della bulimia)».
Ma quali sono le cause dei disturbi del comportamento alimentare? Secondo Luxardi non si può parlare di una sola causa, semmai di molte concause: «Vi sono dei fattori predisponenti come la bassa autostima, il perfezionismo, ma senza dubbio gioca un ruolo fondamentale la cultura nella quale si vive, che esalta la magrezza, il culto del corpo e la valorizzazione dell'apparenza; i disturbi di comportamento alimentare sono di fatto diffusi soprattutto nel mondo occidentale». Non vi sono risposte chiare invece su quanto la famiglia contribuisca allo scatenarsi di un disturbo alimentare, ma, continua lo psicoterapeuta, «alcuni atteggiamenti dei genitori, come l'iperprotettività o l'ipercoinvolgimento nei confronti della figlia, possono contribuire al mantenimento del disturbo».
In questi ultimi anni, man mano che il rapporto alterato con il cibo assumeva sempre più le connotazioni di un vero e proprio problema sociale, sono aumentati i trattamenti specifici, calibrati sulla persona. «Di sicuro, occorre esperienza e conoscenza in più aree differenti fra loro», dice Luxardi, che spiega: «se vi sono le condizioni per una psicoterapia, è bene che questa sia coordinata all'interno di un équipe che sappia alternare interventi nutrizionali, pedagogici e psicologici; a volte comunque, a causa delle condizioni fisiche o psicologiche gravi è necessario un ricovero in una clinica. In ogni caso bisogna integrare la psicoterapia con una cura riabilitativa capace di restituire al soggetto il desiderio del cibo».
Ritornare a una vita normale è comunque possibile, e anzi molte delle pazienti reagiscono bene alle cure e guariscono in tempi relativamente brevi.
Uno studio compiuto in alcuni centri specialistici italiani rivela che entro sei anni guarisce il 70% dei soggetti ed entro tre anni il 50%. Purtroppo resta un 30% che, anche se migliora, continua ad alternare a periodi di «vita normale» periodi di ricaduta.
«Guarire» comunque, sottolinea Luxardi, «significa non soltanto recuperare peso, ma comprendere profondamente quanto è accaduto».