mercoledì 18 maggio 2005

Cina

a Roma: CINA SENZA TEMPO

Una mostra fotografica di grande attualità, quella composta da trentadue fotografie, in mostra presso la Hutong Gallery e dedicata alla Cina sia antica che contemporanea, immortalata da dodici riproduzioni di antiche lastre inedite, risalenti all’inizio del secolo e 20 fotografie realizzate da Patrizia Bonanzinga, che proseguirà dal 18 fino al 31 maggio in via del Governo Vecchio 5.
Per informazioni: 06/6864724. Orario: 9-13; 15.30-19.30.

Cannes: le idee di Cronenberg sulla violenza

lagazzettadiparma.it 17 maggio 2005
IL REGISTA CANADESE PARLA DI «A HISTORY OF VIOLENCE»
«È la nostra natura a renderci violenti»

CANNES « La violenza sfortunatamente è un'inevitabile parte della condizione umana, non possiamo far finta che non ci sia nè mai giustificarla, ma fa parte della natura degli uomini, specie di questi tempi »: il regista canadese di culto, David Cronenberg, entra nel merito del suo A history of violence, il film con cui è per la terza volta in concorso al festival di Cannes (dopo Crash, premio speciale della giuria nel '96 e Spider nel 2001).
Prega, sin dal materiale distribuito alla stampa internazionale, di non svelare la trama del suo film e di scrivere al massimo quello che accade nei primi 15 minuti.
Come dice il titolo, la violenza abbonda, una violenza non esattamente psicologica ma molto plateale e realistica.
«Mi interessa pi ù il tono della storia che il tema dice Cronenberg per un regista la responsabilità sta nell'arte, nel tentare di fare il miglior film possibile, di sfruttare pienamente le potenzialità della sceneggiatura. La violenza è nelle cose, il suo impatto nella società e nella famiglia è sotto gli occhi di tutti, fa parte del nostro mondo, non passa giorno senza che giornali e tv non riportino episodi violenti. Inutile far finta di nulla, riguarda ogni aspetto della vita, dalla politica al sesso. Anzi aggiunge il regista, riferendosi ad una forte scena di stupro violenza e sesso sono come eggs and bacon, un'accoppiata perfetta: c'è una componente sessuale nella violenza e c'è una componente violenta nel sesso» . Che poi tutta questa violenza, sia presso il pubblico qualcosa di affascinante, attraente, «non mi sorprende, anche se io non ho fatto il film per compiacerlo» .
Quanto A history of violence ha a che fare con l'America di oggi? «Poco e molto insieme. Questo film per me è un tipico western americano, basato sulla mitologia dell'uomo che protegge se stesso e la propria famiglia, capace di reagire, difendersi farsi giustizia da solo.
E questo è un mito molto americano, ma la violenza, le conseguenze di certe azioni sono piuttosto universali. Ogni nazione ha le proprie storie violente, nessun paese è esente».
Cronenberg dice di aver trovato in Viggo Mortensen, che aveva conosciuto proprio a Cannes nel 2001 alla festa per il Signore degli anelli, l'interprete ideale, «capace di approfondire il personaggio, di avere cura maniacale per i dettagli ma anche quell'eccentricità necessaria al ruolo, dolce, sexy ma anche cattivo».

biologia dello sviluppo
pelle e cervello

ricevuto da Andrea Ventura

Repubblica, Salute del 5.5.05

IL GENE CHE FORMA CERVELLO E PELLE
Prestigiosa scoperta italiana finanziata da Telethon e Airc

Si chiama "ECTO" e nell'embrione appena formatosi svolge le funzioni di interruttore per la formazione di sistema nervoso e pelle. Uno dei misteri della biologia dello sviluppo, che da anni arrovella ricercatori di tutto il mondo, sembra finalmente svelato. Il mistero, fino ad oggi irrisolto, era: come fanno alcune cellule di un embrione nei primissimi stadi della sua formazione - le famose cellule staminali embrionali - a divenire cellule del sistema nervoso e della pelle? Grazie a Telethon ed AITC, ricercatori del Dipartimento di Biotecnologie mediche dell'Università di Padova guidati daStefano Piccolo hanno trovato chi indirizza tale percorso. Il gene scoperto si chiamaEctodermina e deve il suo nome alla capacità di indirizzare la maturazione di alcune cellule nell'embrione appena formatosi verso il cosidetto ectoderma, il tessuto embrionale che darà origine proprio al sistema nervoso e alla pelle. Il risultato è stato pubblicato su "Cell", la più prestigiosa delle riviste scientifiche di biologia. Si tratta infatti di una scoperta molto importante che arriva dalla ricerca di base, le cui ricadute sulla biologia dello sviluppo, sulla biologia delle cellule staminali e del cancro si faranno sentire molto presto. Il gene infatti è acceso anche nelle cellule dell'individuo adulto, dove controlla la crescita e la proliferazione delle cellule.
Il prodotto del gene Ectodermina, battezzato appunto ECTO, è stato scoperto nell'embrione di un rospo, chiamato Xenopus Iaevis, un modello molto uilizzato in biologia dello sviluppo per la facilità di osservare in diretta quello che succede durante la sua formazione.
ECTO è un enzima che funziona come delle forbici molecolari che tagliano a pezzi il loro bersaglio impedendone il funzionamento. I bersagli colpiti da Ecto sono due molecole-segnale ben note ai biologi, chiamate TGF-beta e BMP, che controllano la crescita e la maturazione della cellula embrionale e di quella adulta.
Il risultato ottenuto da Piccolo s'inquadra in un progetto Telethon di studio dei meccanismi alla base dell'atrofia muscolare, fenomeno che caratterizza molti difetti neuromuscolari, tra cui le distrofie.

geniali ipotesi della "ricerca" cattolica
le tendenze suicidarie: sono trasmesse geneticamente?

Il Tempo Mercoledì 18 Maggio 2005
Se il suicidio diventa fatto di famiglia
Alla Cattolica ieri un seminario sull’incidenza genetica del fenomeno
Camillo Viti

CAMPOBASSO — La ricerca continua a fare passi da gigante nel campo della medicina. Strategie di prevenzione e di terapia sempre più mirate sul paziente. Alla Cattolica nel pomeriggio di ieri il prof. Marco Sarchiapone dell’Istituto di Psichiatria e Psicologia dell’Università del S. Cuore di Roma ha affrontato l’interessante tema sui «Comportamenti suicidari: esiste una suscettibilità genetica?» La genetica delle condotte suicidarie - ha esordito il prof. Sarchiapone - è un argomento complesso». Nella psichiatria il fenomeno ha una notevole rilevanza. Si articola su tre linee principali: comportamento violento, l’incapacità di comportamento impulsivo e la suscettibilità genetica. Sono state individuate «caratteristiche particolari in geni implicati nel metabolismo della serotonina (uno dei" messaggeri chimici" che portano segnali tra le cellule nervose). La conformazione particolare di alcuni di questi geni (polimorfismi) si associano al rischio di depressione e di suicidio. Anche per la Psichiatria potrebbe aprirsi una strada alla prevenzione, rapportata al singolo panziente, secondo le sue caratteristiche genetiche. Il suicidio viene espresso come malessere multidimensionale ed unica soluzione possibile ai bisogni insoddisfatti. Il primo sociologo che si è occupato del «fenomeno suicidio», Shneidam, nel 1973 lo ha definito come un «autoinfliggersi intenzionalmente la cessazione della vita». Il comportamento autolesivo è un modo non abituale che senza l’intervento di qualcuno causerebbe danno all’individuo stesso. Nell’aspirante suicida c’è sempre un messaggio che non viene molto spesso recepito. Il prof. Sarchiapone ha parlato anche dell’ideazione suicidiaria ch’è un processo attraverso il quale «pensare di togliersi la vita è molto elevato tra la popolazione sana con una percentuale compresa tra il 3,3% e il 52,1%. Il germe abita, si fa per dire, quasi in tutti noi. Ma solo fenomeni scatenanti riescono ad avere la meglio e far scattare la molla del suicidio. Tra i fattori scatenanti da annoverare : il lutto, la separazione, il divorzio, l’emigrazione, i provvedimenti disciplinari e il licenziamento. I fattori di predisposizione sono: i disturbi dell’umore, la schizofrenia e l’alcolismo. E’ verosimile che ci sia una condotta genetica suicidiaria? Esiste una familiarità ed anche una trasmissione. A tal proposito ha presentato a mò di esempio la famiglia di Hemighway i cui componenti hanno seguito il capostipite togliendosi la vita.

Piero Dorazio

L'Unità 18 Maggio 2005
È morto ieri all’età di 77 anni l’artista romano che da tempo abitava in Umbria.
Salito alla notorietà appena ventenne rimase sempre inflessibilmente legato al manifesto dell’astrattismo italiano

La battaglia con Guttuso

Il pittore Piero Dorazio, uno dei padri dell’astrattismo italiano, morto ieri all’ospedale di Perugia, era malato da alcuni anni e negli ultimi mesi le sue condizioni si erano aggravate. Nato a Roma il 29 giugno 1927, dopo gli studi in architettura, Piero Dorazio esordì nell’immediato dopoguerra con opere di ispirazione neofuturista e neocubista. Nel 1947 fu tra i firmatari, assieme a Carla Accardi, Piero Consagra, Ugo Attardi, Achille Perilli e Giampiero Turcato di «Forma Uno», manifesto dell’arte astratta italiana. In diretta polemica con il realismo socialista (impersonato da Renato Guttuso e sostenuto dal Pci di Togliatti) i firmatari si proclamavano «formalisti e marxisti», rivendicando la non inconciliabilità dei due termini. Dopo la mostra all’Art Club di Roma (1948), il radicalizzarsi dei contrasti, determinò lo scioglimento del gruppo. Dopo aver prodotto negli anni ’50 tele monocrome con linee e punti in rilievo, nel 1961 Dorazio è stato uno dei fondatori del gruppo Continuità, dove ha ritrovato molti componenti dell’esperienza di «Forma uno». Negli anni ’60 si è dedicato allo studio dei fenomeni percettivi e degli effetti ottici, impiegando trame reticolari di colori sovrapposti stesi a pennellate lunghe e sottili, utilizzando talvolta solo colori puri e la tecnica del collage. Opere di Piero Dorazio si trovano in importanti collezioni private e pubbliche, come la Tate Gallery di Londra, la Galleria d’Arte Moderna di Torino e il Fine Arts Museum di San Francisco in California.

Dorazio, l’astratto a tutti i costi
di Maurizio Calvesi

Piero Dorazio, mancato nella giornata di ieri, era nato a Roma nel 1927. Oggi, salire alla notorietà a vent’anni, è per un artista pressochè impossibile; ma fu possibile, nel 1947, per Dorazio, quando firmò con Perilli, Turcato, Consagra e Carla Accardi, tra gli altri, il manifesto della pittura astratta italiana del secondo dopoguerra; il raggruppamento prese il nome di «Forma 1», dal primo numero della rivista in cui lo scritto fu pubblicato.
Tutti molto giovani anche gli altri, questi artisti si dichiaravano «formalisti e marxisti», in anni in cui le due dichiarazioni di appartenenza culturale sembravano antitetiche. Si era infatti alle soglie della ben nota battaglia tra astratti e figurativi , o meglio «realisti», e delle famigerate invettive di Palmiro Togliatti contro l’arte non figurativa, in quanto impopolare e inaccessibile alle masse. Gli artisti di «Forma 1» sostenevano invece di voler perseguire il progresso tanto sul piano sociale, con l’adesione al verbo di Marx, quanto sul piano culturale, allineando pittura e scultura alle più avanzate evoluzioni internazionali del linguaggio.
Nel perseguire una ricerca astratta, Dorazio fu uno degli artisti più rigorosi e inflessibilmente legati al proprio credo. Della recente tradizione italiana rifiutava tutto, soprattutto il «Novecento», ma anche quello era stato il più coraggioso movimento d’avanguardia: il Futurismo, di cui Dorazio accettava soltanto la pittura di Giacomo Balla (allora ancora vivente), in quanto non tanto legata alle tematiche dinamiche e macchinistiche del manipolo marinettiano, quanto interessata a pionieristiche ricerche di arte non figurativa.
Da Balla Dorazio ereditò la felicità del colore, in stesure di piani giocati sulla superficie, senza ricerca di profondità spaziale. Contemporaneamente seguiva con grande e allora eccezionale attenzione le vicende dell’arte fuori d’Italia, con particolare interesse verso gli artisti della nuova scuola francese e verso lo svizzero Max Bill.
Nel corso di quasi sessant’anni di attività, Dorazio è rimasto fedele al suo linguaggio fatto di scansioni lineari e coloristiche, con guizzi di fantasia che gli permettevano di trovare soluzioni sempre nuove all’interno di un discorso a senso unico. Verso il 1960 raggiunse uno dei suoi momenti espressivamente più intensi, orchestrando una fitta tessitura pittorica su tonalità tendenti al monocromo e affiancandosi così, sia pure con una diversa sensibilità, alle ricerche messe in atto da una nuova generazione di artisti: i futuri protagonisti della «Scuola di piazza del Popolo» intendevano infatti far ripartire la ricerca da un «azzeramento» (monocromo appunto) della pittura. Ma mentre questi nuovi artisti sfociarono immediatamente in ricerche parallele (nella grande originalità e freschezza) alla nascente Pop Art anericana, Dorazio rimase ostilmente chiuso a questa clamorosa svolta del gusto; e contro di essa polemizzò duramente, con quella aggressiva vivacità che gli era propria e che aveva ereditato proprio dai poco amati futuristi.
In quel momento (appunto agli inizi degli anni Sessanta) Dorazio cercava di fare sbarramento contro tutte le novità della ricerca artistica che la allontanassero dalla meta, ritenuta irrinunciabile, dell’astrattismo. Sono così rimaste famose le sue polemiche anche molto violente, contro un critico che pure che lo aveva seguito e prediletto: Giulio Carlo Argan. Argan infatti in quel momento, pur essendo schierato anche lui con decisione contro la Pop Art, aveva segnalato un’altra direzione di ricerca, quella della cosiddetta «arte programmata» o cinetica, che per il suo carattere scientifico favoriva e anzi esigeva il lavoro di gruppo. Qui l’idealismo romantico di Dorazio si ribellò in difesa dell’individualità dell’artista, e sorse un’altra memorabile stagione di polemiche (dopo il conflitto tra astratti e figurativi) che concorse a rendere così vivi e irripetibilmente coinvolgenti quegli anni di appassionata partecipazione ai problemi dell’arte.
La vis polemica di Dorazio è un tratto che continuò a contraddistinguerlo in tutte le sue numerose battaglie, specie quelle contro l’istituzione della Biennale, monopolizzata a suo avviso da una critica a cui egli avrebbe voluto sostituire il diretto intervento e giudizio degli artisti. Era per lui, la polemica, un modo di manifestare la propria esuberante vitalità, vitalità che la sua pittura rifletteva pienamente, pur nel rigore degli impianti, attraverso l’irruenza e insieme la raffinatezza del colore. Con Dorazio scompare non soltanto un eccellente pittore italiano, ma anche uno dei testimoni più vivi e appassionati di quello che fu un periodo fortunato dell’arte: un periodo in cui sembrava che l’arte potesse davvero, con le sue conquiste di linguaggio, emancipare il mondo e guidarlo sulla via di un consapevole progresso.

Ingmar Bergman

La Stampa 18 Maggio 2005
DOCUMENTARIO SUL REGISTA
Bergman in fuga dai demoni
Alessandra Levantesi

CANNES. Nell'isola brulla battuta dal vento del Baltico, a poca distanza dal mare, sorge seminascosto un cottage a un piano lungo 56 metri. Lì abita in completa solitudine un uomo di 86 anni, conducendo un'esistenza regolata da rigorose abitudini senza le quali si lascerebbe inghiottire dal disordine e dal caos: la passeggiata mattutina, tre ore al tavolino a scrivere, tre ore pomeridiane nella saletta di proiezione, una vecchia stalla riattata. L'isola è Faro e l'anziano signore è uno dei più geniali artisti del Novecento, come ce lo presenta il documentario «Ingmar Bergman Complete» realizzato dalla connazionale Marie Nyrerod. Una giornalista che ha avuto il raro privilegio di trascorrere una settimana in compagnia dello schivo Maestro, accedendo ai suoi materiali d'archivio.
Divisi in tre parti dedicate rispettivamente al cinema, al teatro e a Faro, i 177 minuti del filmato tentano di abbracciare l'intero arco dell'attività e della vita del multiforme uomo di spettacolo. Considerato che Ingmar ha realizzato più di 50 film e 125 messe in scena, oltre ad aver diretto tre teatri e lavorato in TV, è chiaro che il ritratto artistico (a dispetto del titolo) non può che risultare incompleto. Ma il ritratto psicologico che emerge, fra una chiacchiera e un giro per i luoghi sacri di Stoccolma (gli studi cinematografici e il leggendario Dramaten), è davvero prezioso ed emozionante. Con Marie l'inavvicinabile Ingmar si lascia andare, racconta di essere stato pessimo compagno di cinque mogli e svariate amanti e padre troppo assente di nove figli. Confessa che la «scena da un matrimonio» in cui Erland Josephson molla di punto in bianco la trepida consorte Liv Ullman (e quattro bambini) per andare a Parigi con il suo nuovo amore è autobiografica come tante altre nel suo cinema; e ancora oggi soffre nel ripensare a quanto è stato crudele.
Su un foglietto ha elencato i nomi dei demoni che lo perseguitano: il demone della paura (soprattutto della morte), della rabbia, della pedanteria, della puntualità, dell'ordine. Solo uno è il demone che ancora non conosce: quello del niente, ovvero l'esaurimento della creatività, che per lui sarebbe la fine di tutto. Nel gennaio del 2004, Ingmar ha svuotato l'abitazione di Stoccolma e il suo ufficio al Dramaten. Ora vive nell'amatissima Faro, solo con i suoi fantasmi. Nelle notti insonni passeggia per la casa, avvertendo il conforto di presenze care, prime fra tutte quella dell'ultima moglie, l'unico legame duraturo. Poi si sdraia nella nicchia che ha fatto costruire nell'incavo del grande camino del soggiorno, copiato da un film russo. Di fronte c'è una vetrata affacciata sul mare, a volte illuminato dal plenilunio estivo, a volte flagellato dalla neve. Ingmar guarda fuori e attende paziente che passi quel momento angoscioso a ridosso dell'alba che ha esorcizzato nel film «L'ora del lupo».

storia della Resistenza
che combinavano gli inglesi?

Corriere della Sera 18.5.05
Nuove ipotesi sull’operato dei servizi segreti di Londra: «Cercarono in ogni modo di mettere in difficoltà la Resistenza»
Sospetti sugli inglesi per l’arresto di Parri

Si conobbero facendo colazione assieme in una cascina di Battipaglia, nel settembre 1943, mentre fischiavano vicino le granate di artiglieria. Il primo, Peter Tompkins, un americano idealista arruolato nel neonato servizio segreto Usa (l’Oss, Office of strategic services) che doveva infiltrarsi dietro le linee nemiche. L’altro, Raimondo Craveri, nome di battaglia «Mondo», genero di Benedetto Croce: «Un giovane ed energico italiano di bell’aspetto. (...) Dall’accento piemontese e dall’estrema padronanza di sé capii che mi ero imbattuto in un antifascista con il quale avrei potuto avere rapporti non solo militari ma intellettuali, politici e, cosa abbastanza strana dopo la mia esperienza nella Sicilia dominata dalla mafia, anche sociali». Il nuovo libro di Tompkins, L’altra Resistenza , è anche la storia del sodalizio fra i due e della creazione di un gruppo clandestino (l’Ori, Organizzazione resistenza italiana) che calamiterà molti altri giovani uniti dal medesimo coraggio, anche se di fedi politiche differenti: da Enzo Boeri, uomo di fiducia dell’Oss a Milano, ad Arrigo Boldrini, comunista, il leggendario comandante Bulow. In questa chiave vengono percorse vicende ricostruite da Tompkins anche in altre occasioni, approfondite, ora, grazie a nuovi documenti accessibili negli archivi americani e britannici. C’è un altro filo conduttore, più scabroso: gli ostacoli e i tradimenti che segnarono la guerra di Liberazione e la lotta partigiana da parte proprio degli angloamericani e dei loro servizi segreti, con l’attiva collaborazione di italiani badogliani e filomonarchici, con un regista principale individuato in Winston Churchill, già attento a prefigurare la futura Europa divisa in blocchi.
Da questo punto di vista la vicenda più clamorosa è solo adombrata nelle pagine di L’altra Resistenza : «Mi sono procurato i documenti con le conferme decisive per la mia ipotesi solo dopo la consegna delle bozze del libro», spiega l’autore. È il sospetto che l’arresto di Ferruccio Parri da parte dei nazisti, il 2 gennaio 1945 a Milano, sia stato provocato - praticamente organizzato - dai servizi segreti inglesi con l’obiettivo di decapitare la componente più attiva della Resistenza. Dell’episodio scrisse lo stesso Parri nel libro Due mesi con i nazisti (pubblicato da Carecas nel 1973), mentre ricostruzioni - talvolta non del tutto identiche - compaiono nelle opere di Edgardo Sogno, Raimondo Craveri e Franco Fucci. Tompkins, ora, porta l’attenzione sul ruolo di un italo-olandese, Riccardo De Haag. A Parri, apparentemente, i tedeschi arrivarono per caso. Il leader partigiano, infatti, abitava in un appartamento al cui piano superiore l’organizzazione di Sogno, la Franchi, aveva istallato una radiotrasmittente intercettata dai nazisti e messa sotto controllo. De Haag, nella parte di staffetta, arrivò lì per portare un messaggio da trasmettere, venne bloccato dai tedeschi appostati, perse la testa e corse al piano inferiore (secondo altre versioni disse che aveva sbagliato porta e doveva consegnare la lettera agli inquilini che abitavano sotto). La conclusione, comunque, fu che venne perquisita anche la casa dove Parri e la moglie si erano appena sistemati, arrivando da Roma sotto falso nome, e i due vennero smascherati.
Ora le nuove ricerche di Tompkins permettono di inquadrare De Haag non come un partigiano novellino e impressionabile, bensì come un agente segreto con un ruolo di rilievo e strettamente legato ai servizi britannici in un’operazione - la Missione Nemo, di cui il libro pubblica una relazione di bilancio - finalizzata alla sorveglianza e al controllo del Cln. Il passaggio logico successivo non manca di plausibilità nella visione di Tompkins sull’ostilità inglese nei confronti della Resistenza: la sorveglianza e il controllo, in questo caso, potrebbero essere stati spinti fino al boicottaggio e a una sostanziale delazione.
«Se Riccardo De Haag ha avuto un ruolo decisivo nell’arresto di Parri, ha agito in preda al panico, salvando però in questo modo se stesso? Oppure aveva ordini superiori?», si chiede oggi l’autore, andando un po’ più in là di quel che scrive nel libro.

Il libro di Peter Tompkins «L’altra Resistenza» (pagine 429, 19) è edito da il Saggiatore

credenze: anglicani e cattolici
ma, alla fine, Maria era vergine o no?

Corriere della Sera 18.5.05
Anglicani e cattolici, pace sulla Madonna
Documento comune sui dogmi dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione
Bruno Bartoloni

ROMA - La Madonna riavvicina cattolici e anglicani, a dispetto della cauta tradizione devozionale di quest'ultimi nei confronti di Maria. Con una solenne liturgia dei vespri nella cattedrale cittadina di St James è stata ufficialmente presentata a Seattle, negli Stati Uniti, la dichiarazione della Commissione internazionale cattolica-anglicana (Arcic) dal titolo «Maria: grazia e speranza in Cristo», ha annunciato ieri la Radio Vaticana.
È una dichiarazione che uno dei membri della Commissione, il vescovo di Nottingham Malcolm McMahon, non ha esitato a definire «storica» in un commento per l'agenzia dei vescovi italiani Sir.
Attraverso «l'analisi delle comuni credenze dottrinali sulla beata Vergine», spiega il testo, la Commissione si è proposta di preparare il terreno per un'interpretazione condivisa dei dogmi mariani dell'Immacolata concezione e dell'Assunzione di Maria, solennemente proclamati dalla Chiesa cattolica nel 1854 e nel 1950 e che per 150 anni hanno diviso, tra gli altri, cattolici e anglicani.
Certo, il documento di quasi cinquanta pagine non deve essere considerato come emanazione dell'autorità della Chiesa cattolica e della Comunione anglicana, le quali si riservano di studiarlo ulteriormente e di valutarne il contenuto. Ma rimane ugualmente un passo straordinario verso una futura riunificazione delle Chiese cristiane, così come lo erano stati i quattro precedenti compiuti a partire dal 1987 e fino al 1998 e nei confronti dei quali le autorità si erano ugualmente riservate di esprimersi.
Questi cinque documenti rappresenteranno la base sulla quale le due Chiese lavoreranno il giorno in cui riterranno giunto il momento di ricucire lo strappo deciso da re Enrico VIII quando si fece proclamare capo della Chiesa cristiana d'Inghilterra nel 1531.
(...)
Nel ritrovare una base d'intesa con i cattolici sul modo d'intendere la figura della Madonna e sul suo ruolo nell'economia divina della salvezza, gli anglicani fanno una distinzione molto netta fra il contenuto dei due dogmi sull'Immacolata concezione di Maria e sulla sua Assunzione in Cielo firmati da Pio IX e da Pio XII e l'autorità che li ha proclamati invocando l'infallibilità pontificia.
Mentre sono pronti ad accettare quanto quei dogmi riprendono dai testi sacri, respingono con fermezza quanto vi è stato aggiunto d'autorità.
Gli anglicani propendono inoltre a vedere nella verginità della Madonna più che un'integrità fisica una disponibilità interiore di obbedienza alla volontà divina.
(...)

Usa:
«l'orgasmo femminile è inutile»

Corriere della Sera 17 maggio 2005
La tesi di una studiosa americana controcorrente
L'orgasmo femminile? Inutile, puro piacere
Elisabeth A. Lloyd: non è legato alla riproduzione, solo una donna su 4 lo prova durante i rapporti, e nonostante questo resta incinta

L'orgasmo femminile è inutile, si esaurisce nel puro piacere. E' quanto sostiene una studiosa americana, andando contro la folta schiera di scienziati convinti che abbia invece una funzione evolutiva. D'altra parte se è evidente che l’orgasmo maschile è necessario per la riproduzione associato com'è all’eiaculazione, per quello femminile le teorie darwiniane sono state sempre elusive visto che le donne possono avere rapporti e restare incinte anche senza arrivare al clou del piacere. Proprio da qui parte Elisabeth A. Lloyd, filosofo della scienza e docente di biologia dell'Indiana University, nel suo libro «The case of female orgasm, bias in the science of evolution» (L'orgasmo femminile, pregiudizio nella scienza dell'evoluzione).
CONTROCORRENTE - La sua teoria fa piazza pulita di quarant'anni di confronti-scontri tra gli studiosi dell'area evolutiva: per alcuni di loro è proprio l'orgasmo a spingere le donne ad avere rapporti e quindi a riprodursi, per altri induce le donne a preferire gli uomini più forti per massimizzare le chance di sopravvivenza. Per altri ancora invece contribuisce alla ritenzione dello sperma all’interno, aumentando le possibilità di fecondazione. Posizioni diverse ma con un comune denominatore secondo Lloyd: il presupposto che la sessualità femminile fosse parallela a quella maschile e quindi la volontà di trovare a tutti i costi una funzione evolutiva anche per l'orgasmo delle donne.
SOLO PER 1 DONNA SU 4 - La studiosa ha esaminato 32 studi sulla frequenza degli orgasmi femminili durante i rapporti sessuali. E ha tirato le somme: in assenza di stimolazione del clitoride, solo un quarto delle donne sperimentavano l'orgasmo spesso o molto spesso. Totale assenza per una percentuale di donne che oscilla dal 5 al 10 per cento: tuttavia molte di loro rimanevano lo stesso incinte. Conclusione: il clitoride è un adattamento evolutivo per creare eccitazione e portare al rapporto sessuale e alla riproduzione. Ma senza un legame con la fertilità, non si può attribuire un ruolo evolutivo all'orgasmo chiosa Lloyd.
Una posizione contestata dagli evoluzionisti, fin dalla premessa: se l'orgasmo non si accompagna a ogni rapporto sessuale questo non significa che non abbia un ruolo adattativo, ribattono. Tant'è che la donna potrebbe usare l'orgasmo «come un mezzo inconscio per valorizzare le doti maschili» osa John Alcock, professore di biologia nell'Arizona State University.

Friedrich Schiller

Corriere della Sera 18.5.05
Duecento anni fa moriva l’autore delle «Lettere sull’educazione estetica» e dell’«Inno alla gioia» musicato da Beethoven .
Convegni in tutta Europa
Schiller, genio classico della modernità anticlassica

Un’idea, per essere efficace ed agire sulla realtà, deve diventare un’energia. Infatti a un agorafobo non basta sapere, razionalmente, per sfatare la sua angoscia e attraversare una piazza, che in essa non ci sono pericoli, ma ha bisogno che questa conoscenza sia divenuta sentimento spontaneo, vissuto con tutta la sua persona, anche con il corpo, e non solo nella sua mente. Questo vale per tutte le convinzioni, pensieri, stati d’animo e affetti di un individuo o di una collettività. A dire quella frase sull’idea che diviene energia, non è uno psicologo o un cultore contemporaneo delle scienze che da più di un secolo indagano e sbandierano l’inconscio, bensì un poeta classico morto duecento anni fa, Friedrich Schiller. Spesso glorificato e irrigidito nella formula del poeta della libertà e della nobile e astratta idealità, Friedrich Schiller si rivela invece sempre più come il tempestoso ma anche elusivo genio di una sconcertante modernità. Nato nel 1759 in una Germania ancora arcaicamente provinciale e frazionata in una miriade di staterelli quasi premoderni, e morto nel 1805 dopo aver visto la radicale trasformazione dell’Europa e della sua plurisecolare cultura tramite la Rivoluzione francese e l’ordine napoleonico, Schiller rappresenta - insieme a Goethe, al quale fu legato da stretta collaborazione e amicizia - l’emblema, fin troppo simbolico, del Classicismo tedesco, l’ultima stagione di cultura universale vissuta dall’Occidente. Essere uno dei due Dioscuri e quasi uno stilizzato busto marmoreo di questa altissima civiltà lo ha reso popolarissimo ma, forse, ha nuociuto alla comprensione della sua complessa inquietante grandezza; ha fatto di lui l’idolo, per generazioni ottocentesche, degli studenti tedeschi che vedevano in lui il poeta patriottico e lo ha reso sospetto ai seguaci della poesia pura come Benedetto Croce, diffidenti - nel suo caso a torto - verso ogni «poesia delle idee». Nietzsche, infastidito dal binomio «Goethe e Schiller» - che gli sembrava l’insegna di quel pathos tedesco da lui così odiato - ha avuto parole sarcastiche nei confronti di questo culto.
Genio del teatro, del quale ha avuto un intuito e un istinto come pochi altri autori al mondo, Schiller è certo anche il poeta della libertà, sin dal primo dramma, I masnadieri (1781), antitirannico e libertario, è il poeta di grandi e generose passioni, che non a caso hanno nutrito il melodramma ottocentesco; l’autore dell’ Inno alla gioia (1785) che doveva inizialmente chiamarsi Alla libertà , musicato da Beethoven, e di quella Canzone della Campana che celebra l’universalità umana dei valori famigliari, della vita che è nascere, sposarsi e morire, dell’impetuoso combattimento morale con la realtà creativa e minacciosa. Nei salotti romantici - in cui la geniale rivoluzione culturale e l’invenzione di una sconvolgente avanguardia sperimentale ancor oggi in atto si mescolavano a una volgarità radical chic - si rideva della sacralità classica di quella canzone; Caroline Schlegel, Musa erotico-intellettuale di quel gruppo che voleva fondere e confondere vita e poesia, diceva di recitarlo scompisciandosi dalle risa.
Ma la libertà cantata da Schiller - come quella della grande musica ottocentesca - non è certo una nobile retorica, bensì fa i conti, in un crescendo tragico, con le contraddizioni, le ombre, le oscurità che si annidano nel groviglio umano, sul piano individuale come su quello collettivo. I suoi drammi - nutriti di profonda conoscenza storica e filosofica e animati da un talentaccio scenico senza pari - scandagliano le tortuosità in cui si dibatte la libertà, personale e politica, nel mondo moderno. In un capolavoro come Don Carlos (1787) la lotta per la libertà passa attraverso la colpevole necessità di usare mezzi iniqui per un fine buono, il cui raggiungimento è dunque allo stesso tempo affermazione e negazione dell’ideale, liberazione e violenza, mentre la cupa solitudine del tiranno non appare meno umanamente complessa. Nel grandioso e corale Wallenstein , invece, la drammatica figura del malinconico ed esitante condottiero tentato dalla potenza sfocia in una pessimistica e inconciliabile contrapposizione, profondamente tedesca, fra politica e morale, fra l’azione e la coscienza, sullo sfondo di una guerra sanguinosa - quella dei Trent’anni - e totale.
Questo scavo nell’oscurità del cuore umano e dell’azione politica si accentua negli ultimi testi teatrali, spesso incompiuti o solo abbozzati, come il Demetrius , mirabilmente studiato da Leonello Vincenti, in un saggio di quasi cinquant’anni fa tuttora sorprendentemente illuminante. Schiller ha affrontato come pochissimi altri poeti il problema della e delle libertà dei moderni, il nesso fra diritti umani e diritti storici, tra codice e tradizione, fra passione e libertà, tra ordine e rivoluzione. Questa poesia della legge - dei suoi limiti, della sua necessità, della sua complessità - è di una stupefacente modernità e non può essere capita senza addentrarsi nell’affascinante intreccio di letteratura e diritto, come ha fatto nei suoi eccellenti saggi Maria Carolina Foi, oggi la massima studiosa italiana di Schiller.
Quest’ultimo vive e rappresenta una svolta epocale della modernità; contemporaneo di Goethe e di Kant, di Hegel e di Beethoven, dei romantici e di Napoleone, assiste con entusiasmo alla Rivoluzione francese per ritrarsi inorridito dal Terrore ma senza cadere - a differenza dei romantici - nelle braccia di alcuna reazione, bensì continuando lungo la linea illuminista-liberale-progressiva della sua giovinezza. Insieme a Goethe, crea a Weimar il Classicismo tedesco - meglio sarebbe dire classicità, come suggeriva Sergio Lupi - utopia di un’armonia di vita politica, cultura ed arte che poteva essere realizzata solo in un piccolo staterello come Weimar, in cui tutto era a portata d’occhio e di mano come nell’antica Polis greca, e che, se non riuscì nel sogno di salvare stabilmente l’umanesimo evitando rivoluzione e reazione, costituisce l’ultima stagione universale-umana della civiltà occidentale, incredibilmente feconda di capolavori e capace di trasmettere il senso integrale della totalità, del rapporto armonioso fra l’individuo e il Tutto.
Allievo ideale di Kant e della morale kantiana, Schiller contrappone al rigorismo di quest’ultima, duramente nemica di ogni inclinazione sensibile, l’utopia dell’«anima bella», dell’individuo formato così armoniosamente da non aver più bisogno di dominare o reprimere impulsi malvagi, perché la sua persona tende unitariamente e spontaneamente al bene - con la spontaneità della grazia che non ha più bisogno dello sforzo della dignità, come illustra un geniale saggio del 1793.
Schiller accetta in pieno il progresso e la modernità, ma si rende conto che lo sviluppo generale della civiltà infligge pure limitazioni e ferite al singolo individuo, ferite profonde nascoste che peraltro solo la civiltà e il progresso possono curare, soprattutto grazie all’arte. Nascono così le mirabili Lettere sull’educazione estetica (1795), in cui l’arte diviene la maestra dell’umanità, non già tramite una deleteria estetizzazione della vita, concezione decadente del tutto estranea a Schiller, bensì perché l’arte, gioco molto serio come quello dei bambini, libera dalla servile soggezione al peso della realtà e insegna quella creatività che è anzitutto libera costruzione della propria persona.
Poeta e saggista classico di sconcertante modernità, Schiller intuisce con grande anticipo il disagio della civiltà; tante sue famose poesie dicono l’esilio degli dei, la scissione fra sentimento e riflessione, fra vita e poesia, e cercano di sanarla, con la consapevolezza del nesso fra psicologia individuale del profondo e politica. Come dice Della poesia ingenua e sentimentale (1794-95) - capolavoro saggistico che sarebbe sufficiente, da solo, a comprendere quello che sta ancor oggi accadendo nell’arte - la poesia ingenua, l’unità classica con la natura è irrimediabilmente perduta, collocata in un passato irrecuperabile; la poesia dei moderni può essere solo sentimentale ossia consapevolezza di questa scissione e di questa distanza, tentativo di recuperarla attraverso una ricerca nostalgica la quale non riesce mai a colmarla ma continua a ruotare in qualche modo intorno ad essa, come un pianeta intorno a un sole irraggiungibile la cui forza centripeta impedisce tuttavia di perdersi in una nebulosa e cattiva infinità. A pochi mesi da questo saggio classico, Friedrich Schlegel, inventore e teorico del Romanticismo, ne scrive un altro che invita invece l’arte moderna a farsi sempre più sentimentale, eccentrica e stravagante, ad allontanarsi sempre di più da ogni centralità classica e ad accentuare la disarmonia. Sono le due vie dell’arte contemporanea, entrambe coscienti della frattura epocale della civiltà. In pagine famose, Thomas Mann ha contrapposto Schiller, tormentato figlio dello spirito e poeta sentimentale, a Goethe, figlio della natura demonicamente armonioso e ultimo poeta ingenuo. Pure Schiller lo credeva, anche se sapeva che nessuno, né Goethe e forse neanche Omero, era mai stato veramente tale e che il legame con la natura era spezzato da sempre.