lunedì 23 maggio 2005

il Vaticano difende i pedofili
soprattutto quando sono loro complici...

canali.libero.it/affaritaliani 23 maggio 2005
Vaticano
Il fondatore dei "Legionari di Cristo" non subirà il processo canonico per pedofilia

Lunedí 23.05.2005 11:31

Maciel Degollado, fondatore del movimento Legionari di Cristo e accusato di abusi sessuali compiuti e coperti tra il 1943 e i primi Anni '60, non subirà il processo canonico da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede. Lo ha annunciato il portavoce della Sala Stampa vaticana padre Ciro Benedettini.
La dichiarazione vaticana, che conferma un comunicato stampa emesso dai legionari, viene a chiudere le indagini incominciate sin dal 1998, quando è stata presentata una denuncia canonica a carico di padre Degollado da parte delle presunte vittime, tutti ex Legionari che accusano il fondatore di aver abusato sessualmente di loro, all'epoca minorenni, ma "non c'è nessuna indagine e non ce ne saranno altre in futuro", ha dichiarato padre Benedettini, che non ha voluto però spiegare il perché di questa decisione, la prima presa in materia di abusi sessuali sotto il pontificato di Benedetto XVI.
In Messico, paese natale del fondatore ed una delle roccaforti dei Legionari, l'eco della dichiarazione è stata enorme ed ha occupato le prime pagine dei giornali: Juan Vaca, uno degli accusatori di Maciel ed ex sacerdote, ha dichiarato che l'inquisitore vaticano, Monsignor Carlo Scicluna, ha dichiarato a lui ed alle altre vittime di essere convinto del fatto che stessero dicendo la verità: "Ha detto anche - ha aggiunto - che la Chiesa ci avrebbe pubblicamente dovuto chiedere scusa perché non era riuscita a proteggerci", commentando sconsolato che questa decisione ha distrutto definitivamente la credibilità del Papa e del Vaticano. Già nel gennaio di quest'anno, durante un'intervista con un servizio d'informazione cattolico americano, Vaca aveva affermato di aver completamente perso la sua fiducia nelle autorità di Roma.

Il comunicato stampa dei Legionari di Cristo:
Lunedí 23.05.2005 11:30
Comunicado de prensa
Roma, 20 mayo 2005

La Santa Sede ha comunicado recientemente a la congregación de los Legionarios de Cristo que no hay ningún proceso canónico en curso, ni lo habrá, respecto a nuestro fundador, el P. Marcial Maciel, L.C.
Él siempre ha afirmado rotundamente su inocencia. Citamos su última declaración del 22 de abril de 2002: «Delante de Dios y con total tranquilidad de conciencia declaro categóricamente que estas acusaciones que se hacen contra mí son falsas. Yo nunca he tenido el tipo de comportamiento abominable del cual me acusan estas personas, y no hay nada que pueda ser más ajeno a mi manera de tratar a las personas, como consta a cualquiera de los miles de legionarios que me conocen».
Como dimos a conocer oportunamente el pasado 23 de enero, el capítulo general de los Legionarios de Cristo eligió un nuevo director general, después de que el padre fundador, el P. Maciel, declinara, por iniciativa propia, su reelección por razones de edad y de su deseo de ver florecer en vida a la congregación bajo la dirección de su sucesor.
Los legionarios de Cristo y miembros del Regnum Christi renovamos nuestro compromiso de servir a la Iglesia y a la sociedad en total fidelidad a la fe católica, en obediencia al Sumo Pontífice y en estrecha unión con nuestro querido fundador, según el carisma que hemos recibido a través de él. No guardamos ningún rencor contra quienes nos acusan; antes bien, los encomendamos en nuestras oraciones, y expresamos nuestra gratitud a las innumerables personas de buena voluntad que en estas circunstancias nos han confirmado su apoyo y estima.

Biennale di Venezia
da "Avvenimenti" in edicola: Biennale zapatera

Avvenimenti n 20 dal 20 al 26 maggio
BIENNALE ZAPATERA
La rassegna femminile, ma non femminista, delle due spagnole
di Simona Maggiorelli

Ormai ci siamo, l’annunciata “biennale Zapatera” apre le porte il 12 giugno. Alla guida della cinquantunesima rassegna veneziana, per la prima volta, due signore di primo piano dell’arte contemporanea, curatrici di mostre e rassegne internazionali, e ben radicate fra Madrid e Barcellona. Matrice culturale comune, lo stesso impegno civile, ma temperamenti molto diversi: di una eleganza apparentemente più raggelata l’una, Marìa De Corral, più passionale l’altra, Rosa Martìnez. Per entrambe sguardo attento a ciò che sul piano dell’arte si muove non solo nel vecchio continente ma anche negli altri paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Ha fiuto per l’epos, per i grandi racconti collettivi, Maria De Corral, a lungo direttrice del Museo Reina Sofia di Madrid, a cui oggi suggerisce mostre, (l’ultimissima dedicata a Julian Schnabel). Qualunque sia il mezzo - tela, scultura, video - qualunque sia la tecnica, le sue scelte si orientano verso opere dall’ habitus elegante, dal forte appeal estetico, benché spesso ispirate alla vita comune, anche la più dura. Più carnale, più in medias res con la vita, la scelta di Rosa Martìnez. Con il gusto delle immagini dirompenti che parlano per se stesse, senza retrotesti, senza il bisogno di alludere a altro da sé. Difficile scegliere fra le due. Si direbbe che si completino, nella scelta di un’arte che, anche quando è astratta, non è mai scissa dalla vita. Semmai la trasforma e la traduce in forme nuove. Senza contese - anche in questo, con eleganza -De Corral e Martìnez hanno accettato di dividersi una carica che ai colleghi uomini è sempre toccata intonsa nel corso di più di cento anni di storia della Biennale. Senza contare poi il fiatone di dover mettere in piedi l’edizione 2005 a tempo di record, avendo appena sei mesi a disposizione. E dovendo fare i conti con le riduzioni di budget, causate dalle previsioni sbagliate dell’ex ministro della Cultura Giuliano Urbani, convinto che la trasformazione della Biennale in Fondazione, avrebbe portato con sé nuovi investitori.(“Ad ora nessun privato ha bussato alla porta- scriveva poche settimane fa il Sole 24 Ore - Anche perché le soglie minime d'ingresso sono piuttosto alte. Per avere voce in capitolo sulle strategie dell'ente veneziano occorre mettere sul tavolo almeno il 7 per cento del budget annuale, quasi due milioni di euro). In barba a conti e restrizioni, comunque sia, le due curatrici spagnole della Biennale si presentano alla meta con due proposte dirimpettaie, diverse e – sulla carta – altrettanto forti. A Maria De Corral è toccata la gatta da pelare del padiglione Italia, la supercollettiva allestita ai Giardini, con preventiva coda di critiche per la quasi totale assenza di artisti italiani (eccezion fatta che per Monica Bonvicini e Francesco Vezzoli). Un titolo importante: “L’esperienza dell’arte” e, a dare corpo al tema, quarantadue artisti internazionali, esordienti e non, chiamati a declinare, spesso con opere originali create apposta per la Biennale, le tendenze dell’arte che - fra pittura, scultura e molto video - si sono giocate dagli anni ’70 a oggi. Con molto spazio dedicato ai già classici Francis Bacon, Dan Graham, Donald Judd a William Kentridge, fino a Antoni Tàpies e Bruce Nauman. Per Rosa Martìnez, gli sterminati spazi delle Corderie e delle Artiglierie dell’Arsenale. In omaggio al disegnatore veneziano Hugo Pratt e al suo Corto Maltese, la scelta di un titolo romantico: “Sempre un po’ più lontano”, a ricordare attraverso le opere di 49 artisti le frontiere mobili di un’arte che non conosce più la codificazione dei generi, né la provenienza geografica stretta dalla vecchia Europa. Un panorama variegato, segnato dalle tendenze più attuali, frammentario e convulso,dove ogni artista esprime se stesso e basta, piccoli grandi assoli, da Olafur Eliasson a Mona Hatoum, da Mariko Mori a Pascale Marthine Tayou. Anche in questo caso, tre sole le presenze italiane – quella delle romane Micol Assael e Bruna Esposito, a cui si aggiunge quella di Gianni Motti che lavora in coppia con lo svizzero Cristoph Buchel. Così se non saremo del tutto catapultati in una Biennale labirinto per un deragliamento dei sensi e dei confini, come fu due anni fa per l’edizione di Francesco Bonami, per certo le due signore spagnole dell’arte promettono un’esperienza debitamente spaesante, in cui a farla da padrone potrebbero essere proprio i padiglioni di paesi lontani, meno noti, come l’Iran, il Libano, L’Indonesia. Asia, Oriente, paesi arabi, in un vorticoso procedere di proposte.In tutto settanta paesi rappresentati, con trentuno allestimenti nei padiglioni dei Giardini, e quarantadue interventi a tappeto sulla città. E alcune importanti new entries come Afghanistan, Albania, Marocco. Inoltre, extra moenia, una decina di installazioni in roccaforti espositive disseminate nella laguna. Sulla riva antistante l’ingresso dei Giardini, la gigantesca opera di Fabrizio Plessi “Mare verticale”, sorta di totem high tech alto 44 metri di acciaio e alluminio, tenuto a battesimo nel 2000 ad Hannover.” Installazione che- così ha annunciato Croff - volerà in Cina nel 2006, in occasione dell’anno dell’Italia”. Nel frattempo, con piccola anticipazione quest’anno, la Cina comincia a allestire un padiglione all’Arsenale per gli anni a venire. Ed è questo un altro importante passaggio verso il futuro di una Biennale di Venezia sempre più allargata e internazionale. Sempre che nel prossimo futuro, invece, non prenda agio la contromanovra, del resto già annunciata: affidare la direzione unica per il 2007 a un critico poco sensibile ai nuovi linguaggi come l’americano Robert Storr e tornare nei confini di una Biennale super nostrana, quasi una monografica sull’Italia. “Abbiamo già individuato l’area all’Arsenale – ha detto Croff in conferenza stampa – lo spazio già esiste, ma deve essere allestito da un architetto che dobbiamo ancora designato”. Così in attesa di quella che potrebbe anche essere la Biennale del ritorno all’ordine, non resta che godersi la creatività imprevista di questa Biennale firmata da due ottime curatrici. “Una Biennale non femminista – promette Marìa de Corral – ma femminile, che lascia emergere le caratteristiche proprie delle donne. Che racconta territori dell’intimo, esperienze emozionali, espressioni di desideri, di fragilità e di tutto ciò che è pienamente emotivo”. Da spettatori speriamo che non restino solo promesse.

Biennale di Venezia
da "Avvenimenti" in edicola: L'arte degli stracci

Avvenimenti n 20 dal 20 al 26 maggio
L’ARTE DEGLI STRACCI
di Simona Maggiorelli

Solo una manciata di artisti italiani alla prossima biennale di Venezia che sarà inaugurata il 12 giugno. Appena cinque o sei. Qualcuno ha gridato allo scandalo. Qualcun altro vi ha visto il segno tangibile di una crisi creativa che l’arte in Italia starebbe attraversando.
“Artisti italiani di grande e anche grandissimo livello ci sono e ci sono stati in passato in Italia - assicura Daniel Soutif, direttore del Museo Pecci di Prato -. E ciò che si percepisce oggi delle giovani generazioni, lascia pensare che artisti di valore ci saranno in futuro”.
Per lunghi anni critico di Libération ex dirigente del Centre Pompidou, Soutif, a sorpresa, non è affatto catastrofico.
“Un momento alto della creatività , fu all’inizio degli anni ’60, con la generazione dell’arte povera. Tra alti e bassi, con difficoltà di riconoscimento degli artisti, anche dei più grandi, da parte dell’Italia stessa. Ma non è un segreto che la generazione dell’arte povera sia stata una generazione molto felice: per la qualità degli artisti e per la capacità dei critici che hanno portato alla ribalta questo gruppo che, a guardar bene, era molto informale, senza nessuna definizione rigida, di carattere ideologico. Purtroppo non tutti sono ancora vivi, e quelli che sono scomparsi, da Pascali o Boetti, a Merz, hanno lasciato una traccia profondissima.
Si può parlare dell’arte povera solo al passato?
No, in alcuni casi è una realtà viva ancora oggi. Sono rimasto molto colpito dalla qualità formale e dall’intelligenza del recente intervento di Luciano Fabro in piazza del Plebiscito a Napoli. E aggiungerei che negli ultimi cinque o sei anni stanno emergendo artisti davvero significativi, che ne hanno raccolto i semi, quarantenni come Grazia Toderi, Massimo Bartolini e Luca Vitone solo per fare qualche nome. Una generazione incalzata, già da artisti trentenni.
Che profilo hanno questi nuovi artisti?
Intanto sono artisti che si presentano come singoli. Non c’è più un momento di aggregazione forte. Non c’è l’idea del gruppo come qualcosa di organico, strutturato. Un’idea che forse, del resto, non esisteva più nemmeno ai tempi della transavanguardia, che rappresentò , per altro, un ritorno a una base linguistica abbastanza stretta. Oggi ci sono singoli individui. Una ventina di nomi che circolano: Letizia Cariello, Alessandra Tesi, Eva Marisaldi, Paola Pivi, Flavio Favelli e altri ancora. Nessuno di loro ha un linguaggio chiuso, possono fare video, installazioni, possono dipingere. A Firenze ci sono artisti interessanti come Daniela De Lorenzo, Vittorio Corsini e Paolo Parisi, che da poco tempo sto seguendo da vicino. Lui non si vieta di fare un dipinto o istallazioni con cassette di cartone, sorta di cubi abitabili. Lo fa con la sua poetica, molto particolare. Al fondo del loro lavoro di tutti loro trovo una profonda serietà. Insieme a una grande poliedricità.
E se dovesse fare un paragone con il suo paese, la Francia?
Direi che sul piano creativo, spesso, l’Italia ha offerto di più. Con l’arte povera e in maniera un po’ più discutibile con la transavanguardia. Se penso alla Francia mi vengono in mente artisti già affermati come Daniel Buren e Bertrand Lavier. Ma restano nomi isolati. Non ci sono stati momenti di gruppo paragonabili a quelli italiani. La differenza è che la Francia ha investito molto di più dell’Italia sul piano istituzionale per l’arte contemporanea e la sua promozione.
E quanto pesa questo nel fare arte?
Gli artisti italiani si muovono in un contesto molto problematico. Da un lato c’è un collezionismo diffuso - nel bene e nel male, perché non tutte le scelte dei collezionisti sono sempre illuminate -, dall’altro lato c’è il fatto più drammatico: il vuoto istituzionale. Mi riferisco a un compito che le istituzioni dovrebbero avere. Di storicizzare un patrimonio e dare delle linee di lettura per il pubblico. Aspetti che mancano del tutto qui e che fanno sì che per gli artisti italiani la vita non sia affatto facile. Gli artisti hanno bisogno di un riscontro, di un sostegno, di un dialogo istituzionale. Basta pensare ai tedeschi, oggi sono in una posizione di visibilità internazionale, anche materiale, molto forte perché c’è un sistema dietro alle loro carriere. Un sistema che sostiene la produzione artistica. In proporzione minore è quello che accade anche in Francia.
In Italia solo vuoto istituzionale assoluto?
E’ il problema di fondo, anche se poi il panorama si presenta più sfumato. C’è il Castello di Rivoli, c’è il Mart di Rovereto, ci siamo noi a Prato, c’è il Macro di Roma. Ma sono tutte istituzioni ancora molto giovani, con storie brevi se confrontate a quelle di altre istituzioni internazionali.
In Italia si preferisce spendere molti milioni per delle mostre dal valore discutibile, che danno lustro momentaneo, piuttosto che investire in collezioni pubbliche permanenti che restano poi come patrimonio di una comunità. E’ un fatto che non riguarda solo l’arte contemporanea. E’ un segno di mancanza di maturità del sistema italiano.
Salvatore Settis ha spesso elogiato la qualità del sistema di tutela italiano, denunciando la sua progressiva dismissione a partire dagli anni 80. Cosa ne pensa?
Credo che abbia perfettamente ragione e che la questione non riguardi solo l’arte antica, di cui di solito Settis parla, ma anche l’arte contemporanea. Se non c’è uno Stato in grado di riconoscere il patrimonio, di custodirlo, di valorizzarlo, di farlo conoscere, si piomba, come succede oggi in Italia, in una situazione tragica. Faccio un esempio, molto concreto, in Toscana c’è un patrimonio artistico contemporaneo importante che riguarda la neo avanguardia degli inizi degli anni 60, l’architettura radicale, la poesia visiva, gli artisti di Fluxus per la musica.
Tutto questo patrimonio che fine fa?
Una parte è ancora qui, ma il resto è diventata francese. I pezzi più importanti dell’architettura radicale sono già in Francia e là museificati. E’ assurdo.
E’ come se in Italia ancora non fosse maturata un’idea che l’arte contemporanea sia, al pari di quella antica, patrimonio identitario per il paese?
C’è stato un assessore milanese che in tv ha detto che non va conservato niente oltre l’età di Picasso. Mi pare emblematico, del tutto incurante della comunità scientifica, di ciò che accade al Moma, al Centre Pompidou alla Tate Modern e altrove, che invece riescono a coinvolgere i politici nei loro progetti di ampliamento. Io non sono italiano, ma spesso reagisco come lo fossi, mi sento ferito da certe cose.
E allora come valuta la svendita del patrimonio italiano attraverso la Patrimonio spa?
Sulla politica istituzionale degli ultimi anni davvero mi sento del tutto d’accordo con quanto ha denunciato Salvatore Settis. Putroppo, però, mi sembra una voce abbastanza isolata. Che, invece. andrebbe ascoltata seriamente.
E il nuovo ministro dei beni culturali Rocco Buttiglione?
E’ancora troppo presto per dare un giudizio. Quello che posso dire adesso è che, al di là delle posizioni politiche, mi sembra un ministro un po’ aspecifico. In Francia ci sono stati ministri prestigiosi che venivano specificatamente dal mondo della cultura, basta pensare a Jack Lang. E più recentemente si può anche fare il nome di un ministro di destra come Jean-Jacques Aillagon, che era stato presidente del Centre Pompidou.
Al di là delle scelte di campo politico, lei crede che una gestione privatistica dei musei italiani potrebbe essere la risposta?
Quello che ci insegna il mondo delle grandi istituzioni culturali internazionali è che il mondo della cultura, delle istituzioni culturali non va considerato sotto un angolo manageriale. Non esistono istituzioni culturali che portino profitti e ricavi. Non esistono, né il Moma, né il Centre Pompidou, né altre realtà culturali di questo genere fanno profitti. La loro realtà è di natura educativa. E il loro indotto è di tutt’altra natura, porta dei vantaggi enormi sul piano culturale, che alla fine sono anche economici. Per parlare di una realtà che conosco: il Centre Pompidou genera un po’ meno del 25 per cento del suo bilancio, che è già una cifra enorme, molto cresciuta, del resto, rispetto ai suoi inizi, Ma non c’è l’illusione che questa istituzione possa fare profitti
Un modello quindi,illusorio quello di fare cassa da parte dello Stato attraverso una gestione privatistica del patrimonio d’arte?
Tanto più in Italia, Dove non c’è concentrazione in museo localizzato come in Francia, ma un patrimonio diffuso sul territorio. Una realtà enormemente integrata al resto del territorio e che il progressivo smantellamento delle soprintendenze in Italia sta gravemente mettendo in crisi.

turpiloquio...

Corriere della Sera 23.5.05
IL GIORNALE DS

«Quel colpo agli elettori»

La rubrica di Maria Novella Oppo sull’Unità, «Fronte del video», ieri era dedicata allo «strappo» di Rutelli. In particolare ironizzava su Otto e mezzo (La7):
«A sminuire il colpo inferto agli elettori è stato solo Ferrara, che ha spiegato che lo strappo di Rutelli riguarda la quota proporzionale, il 25% dei voti. E perché diavolo non ce l’hanno detto prima? Ci saremmo risparmiati un 75% di vaffanculo»

Roma:
a teatro per i diari di Munch

Corriere della Sera, cronaca di Roma 23.5.05
TEATRO ARGENTINA «Immagini dai diari di Munch»: una pièce fra pittura e psicoanalisi

In concomitanza con la mostra «Munch 1863-1944» al Complesso del Vittoriano, è in programma una replica straordinaria dello spettacolo teatrale «Immagini dai diari di Munch», ideato e diretto da Gianluca Bottoni. Si tratta di un’esposizione fotografica e drammatica di stati emozionali dedicata a Edvard Munch, riflessioni psicoanalitiche sul percorso artistico tratte dai diari e dalle lettere del pittore. Ingresso libero fino ad esaurimento posti. Al termine dello spettacolo seguirà la proiezione di un filmato del 1949 proveniente dall’Archivio storico Luce. Nel foyer in mostra le fotografie di Barbara Corradi, con scatti delle prove dello spettacolo e delle precedenti rappresentazioni. Il teatro sarà aperto al pubblico dalle ore 20.

TEATRO ARGENTINA stasera ore 21, largo di Torre Argentina 52, tel. 06.68804601

Franca Rame

ricevuto da Raffaella Portincasa

da C@c@o
http://www.cacaonline.it/
"Quattro volte sì contro una legge indegna di uno stato laico"
L'intervento di Franca Rame per la tutela della salute e il sostegno alla ricerca scientifica

Care donne, Non dimentichiamo! APPENDIAMOCI UN BEL CARTELLO IN CUCINA. Ricordiamoci bene il comportamento di questi "UOMINI" quando andremo a votare!
Innanzitutto, signora Rame, il 12 e 13 giugno lei andrà a votare?
Certamente! E con me ci saranno milioni e milioni di donne e uomini: siamo in tanti in questo paese a ragionare e non sarà facile influenzare le nostre scelte.
E come voterà?
4 volte sì. Sono in pieno accordo con questo referendum: "Sì per nascere guarire e scegliere". Trovo medioevale una legge che entra nel letto dei cittadini. C'è il timore che il referendum sia il martello per sbriciolare e cambiare la 194 (aborto) al di là delle dichiarazioni di facciata. Questa legge colpisce le coppie che "vogliono" un figlio. In più c'è una contraddizione macroscopica nel tutelare e considerare vita l'embrione ma non il feto (la nostra attuale legislazione vieta di operare sugli embrioni ma permette l'aborto). Conosco cattolici in cui cresce il malessere: "Ci hanno messi in un vicolo cieco" ho sentito dire.
Cosa ne pensa, invece, di chi invita ad astenersi?
Vergogna! Stiamo avvicinandoci alle elezioni, riflettano bene i leader dell'Unione e pure quelli di altri partiti con il loro perenne bla-bla-bla-bla: "pagheranno caro", le loro scelte contro "LA DONNA" contro la coppia, contro chi anela d'avere un figlio! Il professor Prodi ha dichiarato a metà la sua decisione, bontà sua, Francesco Rutelli si è preso 10 giorni di tempo per annunciare la sua decisione, ma pare che abbia ormai deciso per l'astensione. UOMINI... (Credevo fosse uno con il cervello aperto, invece mi sembra miri solo a non innervosire l'elettorato con certe tendenze. Peccato! Non gli porterà bene).
Berlusconi? Ma chi dà più retta a Bellicapelli (come lo chiama Travaglio)? Pure sua figlia, ha annunciato che si asterrà. Brava, è giovane, comincia bene!
Si fanno bagnare il naso da Fini, che voterà sì ai fondamentali quesiti referendari.
Che dire del cardinal Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana e vicario del Papa per la diocesi di Roma che ha speso la sua autorità in favore della diserzione alle urne e che vorrebbe tutti i credenti schierati compatti per l'astensione?
Ho conosciuto molti cattolici, ma pochi cristiani. Quante donne cattoliche e cristiane gli volteranno le spalle, senza fare manifesti? Corretto sarebbe stato dire "libertà di voto", ma ci vuole APERTURA MENTALE, AMORE "PER IL PROSSIMO TUO" ANCHE SE DONNA, e coraggio, o il silenzio. Il silenzio non ha fatto mai male a nessuno!
Il Padreterno mica tanto, ma Gesù Cristo amava le donne da sua Madre in giù. Che dirà al Cardinal Ruini quando avrà occasione d'incontrarlo? Quel Gesù lì, è uno che non scherza tanto.
Non vorrei essere al suo posto.
Povero Ruini... uomo lontano dall'amore, dalla realtà e dai bisogni della gente.
Il promuovere l'astensione, da qualsiasi parte arrivi è gravissimo e profondamente diseducativo. Dove va a finire il senso civico? La democrazia garantisce ai propri cittadini diritti in cambio di doveri, e quello del voto è il primo dovere che un cittadino deve esercitare perché una democrazia sia del tutto compiuta.
Veniamo al merito dei quesiti referendari. Ce n'è qualcuno che le sta più a cuore?
No, sono tutti ugualmente importanti. Ma voglio mettere in evidenza un aspetto particolarmente oscurantista di questa legge: l'obbligo del medico ad impiantare un embrione anche se è malato (perché, nella visione ben poco laica che ha ispirato il legislatore, esso è considerato una vita umana, certamente non sarà lui, né la chiesa ad occuparsi del nascituro). Nello stesso tempo, però, la donna mantiene il sacrosanto diritto ad "abortire" fino al terzo mese di gravidanza. Ora, a rigor di logica, le alternative davanti ai nostri occhi sono due: o questo governo indegno di uno Stato laico, ha l'intenzione di abolire prima o poi la legge sull'aborto, oppure gioca sulla pelle di noi donne.
A proposito di donne, non crede che questa battaglia referendaria (anche se è agli inizi) sia considerata dai più come un qualcosa che riguarda, per l'appunto, solo le donne?
Sì, ho avuto questa sgradevole sensazione più volte, e trovo questa idea assolutamente offensiva per gli uomini. La procreazione medicalmente assistita riguarda la coppia che vi fa ricorso, QUINDI MASCHI E FEMMINE. Inoltre uno dei quesiti referendari mira a modificare la legge 40 che proibisce la ricerca sulle cellule staminali embrionali E QUINDI DANNEGGIA LA RICERCA DI CURE per patologie gravi e invalidanti.
E CREDO CHE LA CURA DI MALATTIE GRAVI NON RIGUARDI SOLO NOI DONNE, SI AMMALANO ANCHE GLI UOMINI... I RE, I PRESIDENTI DELLA REPUBBLICA, QUELLI DEL CONSIGLIO, GLI ONOREVOLI, I VESCOVI E I PAPI. GLI ONESTI... E PURE GLI INQUISITI.

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Cina

L'Unità 23 Maggio 2005
Shangai brillerà più di New York
NON È UN PAESE è un pianeta intero che promette di essere l’asse attorno a cui girerà la Terra. È una sorpresa, un mistero, un’avventura di cui sappiamo poco o nulla. Su Raitre, per cinque mercoledì, ecco il film che ci svelerà la grande Cina di oggi
di Andrea Guermandi

Luci ed ombre, modernità assoluta e feudalesimo, indigenza e ricchezza sorprendente. Apertura all'Occidente, ma anche minaccia. Baracche e grattacieli impossibili, pezze al culo e nuove mitologie. Comunismo alla vecchia maniera, quello che controlla tutto, che ti instilla valori e ti condiziona la vita, e capitalismo selvaggio. Scalata sociale e licenziamenti alla nuova maniera, ignoranza abissale, con relativo analfabetismo, e tecnologia spinta, futuribile. Pil al 9,5% e welfare disastrato.
Si potrebbe andare avanti all'infinito nella scoperta di un continente lontano geograficamente, ma vicinissimo in quanto a spettri che evoca. Spettri che hanno a che fare con il mercato, con la concorrenza, e, forse, anche con quello strano comunismo che si è sposato, improvvisamente, con le parti più pericolose del capitalismo.
È la Cina che si presenta. Che parla di sé, là dove è possibile, e si gioca la partita del nuovo millennio, agguerrita, pronta a vincere la sfida della globalizzazione. C'è chi dice, anzi, chi profetizza, che sarà il secolo della Cina quello che stiamo faticosamente impostando. C'è chi profetizza che sarà Shangai la capitale del mondo. La Shangai ultramoderna che sta scalzando la Grande Mela e tutto ciò che si porta dietro, tutto ciò che parte da lì per conquistare il nostro mondo.
Ma cosa sappiamo noi della Cina? Sappiamo che ci fa paura, ma che prima, solo qualche tempo fa, attraeva capitali e intraprese perché la manodopera costava niente. Ora chiediamo, qualcuno chiede, dazi proibitivi, misure drastiche di protezionismo, barriere invalicabili. Eppure la Cina è un potenziale incredibile da tutti i punti di vista. Anche per il nostro turismo, per la nostra moda, per la nostra industria.
E, allora, come stanno le cose? Cosa succede? Come dobbiamo leggere la storia, la vita e la cultura di questo miliardo e trecento milioni di esseri umani? Intanto, ascoltiamo le storie che vengono da quel mondo lontano. E vediamolcele comodamente a casa, seduti in poltrona, davanti alla tv. Cinque film documentari, realizzati dalla Movie Movie (che ci ha fatto viaggiare già molte volte in altri mondi lontani), intitolati Buongiorno Cina, storie del secolo cinese, che trasmessi da Raitre - la prima puntata è andata in onda mercoledì 18 maggio, le altre quattro sempre di mercoledì alle ore 23.30 -, ci daranno qualche risposta e ci faranno capire che conoscere un altro popolo è prima di tutto un arricchimento. In totale sono 250 minuti di viaggio (50 minuti a puntata, l'ultima il 15 giugno): «È il tentativo di riflettere - dicono gli autori Nene Grignaffini e Francesco Conversano - sulla realtà attuale della Cina e di offrire elementi per la comprensione di un paese che, in un futuro prossimo, avrà un ruolo da protagonista. Abbiamo realizzato un racconto a più voci dalle quali emergono quelle dei contadini delle campagne cinesi, luogo in cui lo stato di arretratezza, la povertà e le condizioni igienico sanitarie destano grande preoccupazione, tanto da diventare una delle priorità del governo. Nel luminoso scenario la campagna rimane una delle zone d'ombra, insieme alla mancata applicazone dei diritti civili, alle condizioni dei lavoratori, alle problematiche legate all'ambiente». Si parte dalle aree rurali della provincia dello Shanxi, seicento chilometri da Pechino, caratterizzate dalla povertà assoluta, circa 270 euro il reddito annuo, e dal rigido controllo esercitato dal Partito comunista che stabilisce sia i programmi che i problemi da risolvere. Il contadino non si può ammalare perché nessuno gli paga le medicine e nelle campagne non ci sono trattori, ma tutto si lavora a mano, con le zappe e le bestie. Anche in miniera la vita non è diversa ma è difficile che qualcuno dica che si sta male. Meglio, invece, si vive nella provincia del Liaoning, nel nord est della Cina, il cuore dell'industria pesante che fa l'acciaio e il cemento per lo sviluppo del paese. L'operaio, qui, è fiero di lavorare per il partito. Ma anche nell'industria, il repentino passaggio alla privatizzazione ha provocato problemi che ben conosciamo in Occidente: disoccupazione, niente assistenza, migrant workers, circa 140 milioni di contadini che lasciano le campagne per una speranza di un lavoro a Pechino, due euro al giorno di paga quando va bene.
E a Pechino c'è, visibile e roboante, anche l'altra faccia, quella di chi è arrivato, la stilista per le donne grasse e benestanti e l'imprenditrice immobiliare che ha chiamato a raccolta i più grandi nomi dell'architettura per reinterpretare la capitale del nuovo millennio. Così, la città proibita è assediata dai grattacieli e i quartieri tradizionali come gli Hutong lasciano spazio ai nuovi mostruosi cantieri in vista delle Olimpiadi del 2008…
Mille sono le contraddizioni della Cina di oggi. Si rivede piazza Tienanmen e sembra Disneyland, si incontrano Mo Yan, autore di Sorgo rosso, Li Zhensheng, il fotografo della rivoluzione culturale, Zhang Dali, il graffitista che espone in tutto il mondo e i quadri di partito sempre più impegnati in quella nuova avventura che coniuga il regime comunista con il mercato liberista. E si torna nei villaggi, nei quali il vivere è precario e impera la migrazione.
Il viaggio si conclude a Shangai, 17 milioni di abitanti, un moloch di modernità, simbolo del nuovo secolo, che sarà cinese. Consumismo, ricchezza, stili di vita occidentali, grandi società finanziarie. Capitale della moda e della pubblicità, dei nuovi costumi sessuali, del trionfo dei single, della musica, degli affari. Shangai, fa capire il documentario, è una città senza ricordi, illuminata da un vertiginoso e inebriante gioco di luci, in cui una generazone senza memoria corre veloce, evitando il confronto con il proprio passato. È il benessere, dice la stilista delle donne grasse, «né socialismo, né capitalismo, solo benessere». La Cina si mangia la metà del cemento del mondo, ma come l'America delle libertà può lasciar morire chi non ha un lavoro e non si può curare. Lo Stato pensa agli affari, dice un disoccupato. E un operaio delle acciaierie esorcizza il licenziamento: «È un nuovo inizio della vita», dice. L'aria è polverosa, l'inquinamento galoppa, ma i palazzi vengon su come funghi…

cosa fa Cofferati a Bologna?

Corriere della Sera 23.5.05
Revelli: così sbaglia, ha ignorato le ingiustizie
Alessandro Trocino
  • Marco Revelli, bolognese, è condirettore della «Rivista Italiana di Scienza Politica», e professore di Scienza politica nell’Università di Bologna. Il suo libro più recente è «Il sistema politico italiano»
MILANO - «Lo stile non è separabile dai contenuti. E Cofferati a Bologna, città tollerante e aperta, ha fatto invece prevalere logiche burocratiche, difeso una legalità formale e autoritaria e chiuso il dialogo con la società». Marco Revelli, docente di Scienza della Politica all’università del Piemonte orientale - nonché coautore con Bertinotti di un libro sulla non violenza e il pacifismo - non concede sconti. Che succede a Bologna, professore?
«Credo che a Bologna si scarichi lo stato di tensione che attraversa il centrosinistra. Ma ho anche l’impressione che molte cose non abbiano funzionato».
Quali?
«La candidatura, per esempio. Cofferati è arrivato a Bologna da paracadutista, in modo repentino, mentre seguiva tutt’altra parabola. Il suo atterraggio è parso casuale e sbagliato nei confronti del territorio».
Un vizio di origine, dunque?
«Sì, credo che questo pesi nel disagio attuale. Cofferati ha portato in una società aperta, capace di metabolizzare la trasgressione, uno stile di governo che sa d’importazione asburgica, da lombardo-veneto, con una logica a tratti molto sgradevole».
Per esempio?
«Penso alle ruspe nel campo Rom. Le cattive amministrazioni sono brave a mostrare i muscoli con i più deboli. E’ una spia della sordità burocratica alle emergenze umane. E poi gli arresti, anche se non sono di diretta responsabilità del sindaco».
Arresti illegittimi?
«Sono un eccesso repressivo, di fronte a un’esplicita pratica non violenta. Quei ragazzini hanno occupato un locale solo per fare fotocopie senza pagare: si mettono le manette a loro mentre in Italia dilagano pescecani e palesi forme di illegalità dei colletti bianchi».
La legalità, per il sindaco, è un valore di sinistra. Cremaschi (Cgil) parla invece di «legalità democratica».
«E’ un falso problema, tutti sono contro il disordine, forse persino i disobbedienti. Ma a sinistra la legalità non può essere separata da un’idea di giustizia sostanziale. Non si può parlare di legalità senza parlare di ingiustizie».
Bertinotti difende le occupazioni e le altre «pratiche sociali» illegali. Non è un ritorno al passato?
«No, non violenza non significa affatto conciliazione. Anche Capitini sosteneva le azioni illegali non violente: a condizione che chi le compie, se ne assuma poi tutta la responsabilità».
È giusto occupare dunque?
«Se sono edifici vuoti e in sfacelo, ci penserei dieci volte prima di mandare la forza pubblica. Piuttosto aprirei un dialogo. Cofferati non ha mantenuto le promesse elettorali di democrazia partecipativa. Stupisce come questo strumento di inclusione sia restato lettera morta. E’ un limite culturale grave. Cofferati rischia di amministrare dall’alto, con stile centralistico, come nella sua Cgil».
Dunque se l’aspettava?
«Sì. Come chiunque conosca il caso di Mario Agostinelli, il segretario lombardo rimosso con autoritarismo perché non in linea con lui».
Piazza Verdi, dicono in molti, è diventato luogo di spaccio e criminalità.
«Ma non si risolve niente con quella sorta di proibizionismo di quartiere che proibisce il consumo della birra in strada».
E il problema in giunta con Rifondazione?
«Non credo che la questione politica sia centrale. E’ piuttosto la crisi di un modo di amministrare. Certo, se questo è il modello per un futuro governo di centrosinistra, allora è davvero preoccupante».

ed ecco cosa ne dice Cofferati:

La Stampa 23 Maggio 2005
Cofferati: io sto dalla parte dei poliziotti

«I ragazzi arrestati dopo un'occupazione? La loro azione non era legittima. E poi sono stati commessi altri reati che vanno perseguiti. Mi schiero con i proprietari maltrattati e con gli agenti malmenati»

NON sappiamo se esiste un caso Bologna. Se non c'è, però, ci sarà. C'è un sindaco che va diritto per la sua strada, come un tedesco, altro che cinese: «C'è un programma. L'abbiamo fatto tutti insieme. Bisogna attenersi a quel programma». E basta. Il giorno dopo, Cofferati raddoppia. L'eco dei no global s'è stemperato. Quello delle polemiche no. Il sindaco dice che lui starà «sempre dalla parte dei poliziotti malmenati», che «i reati vanno puniti», che «a chi non vuole sentire parlare di legalità continuerò a ripeterlo fino alla noia», e soprattutto dice che «su questi temi nelle prossime settimane presenterò un ordine del giorno da discutere, valutare e votare. La giunta sarà quella che uscirà da quella discussione, da quella valutazione e da quel voto. Io non cambio programma, temo sia necessario stabilire un punto fermo sui punti controversi». E a chi non gli basta e gli chiede se questo significa che quelli che non saranno d'accordo dovranno uscire dalla maggioranza, risponde senza tentennamenti, un sorriso nella barba e gli occhi diritti: «Sì». Pausa, altro sorriso: «Vuole altre parole?». No, non ce n'è bisogno. Verdi e Rifondazione sono avvisati.
Fuori, nella piazza grande piena di sole, ci sono rimasti gli ultimi segni del corteo che doveva far tremare Cofferati e la sua giunta, e che invece si è consumato «nel rispetto della legalità», come chiedeva lui, il sindaco che doveva venire dal movimento e dai girotondi e che invece chissà dove va. Ci lascia pure un commento su Prodi e Rutelli, sull'Unione divisa, a noi che lo asfissiamo: «Credo che ci sia bisogno di una discussione esplicita e molto aperta, nel vasto schieramento del centrosinistra. Ritorno a una delle mie vecchie convinzioni. Prima, è necessario fare un programma, e poi concordare le forme e le modalità nella gestione, perché altrimenti rischiamo di non essere capiti. Se mi chiedi se è meglio stare insieme o separati, la risposta è persino ovvia. Però l'unità è fatta di aggregazione di cose. Per questo penso soprattutto che una discussione sul merito e sul programma da presentare, possa aiutare una discussione sul resto, sulle forme e gli schieramenti. Poi penso anche altro, ma non lo dico. Almeno oggi». E' solo una mezza risposta. Ma oggi si parla d'altro, e anche se non lo dice e non lo ammette, il cinese - o il tedesco? - si gode la sua vittoria.
Sindaco, facciamo un bilancio, tanto per cominciare. Come è andata?
Cofferati dice che è contento «per come si sono svolte le iniziative di ieri, in una città che ha rispettato chi manifestava, senza timori e senza interrompere la vita normale. Manifestare le proprie idee fa parte della democrazia, purché si rispetti gli altri».
E per quello che era successo prima, per i tre ragazzi arrestati dopo un'occupazione?
«Io ho il massimo rispetto dei magistrati e del loro lavoro. L'autonomia dei magistrati è uno dei pilastri della democrazia. Mai mi sono permesso di configurare anche solo uno sconfinamento di campo: e mai lo accetterei in senso inverso. Quindi non giudico. Posso solo commentare. I magistrati ipotizzano come aggravante un ipotetico disegno eversivo. Personalmente non credo che esista un rischio di questa natura, ma è solo una valutazione personale. Vorrei però che non si dimenticasse che questa aggravante si aggiunge a dei reati che nessuno degli arrestati e dei suoi avvocati ha mai smentito. Occupazione, e maltrattamento nei confronti dei proprietari e dei poliziotti. Ecco, vorrei che noi ci soffermassimo su questi reati. Credo che i reati vadano perseguiti. Chiariamo: il sindaco di Bologna sta con i proprietari maltrattati e con i poliziotti malmenati. A chi dice che l'occupazione è legittima dico che non è così. A chi non vuol sentire parlare di legalità continuerò a ripeterlo, perché nella mia città la legalità è coniugata alla solidarietà e alla giustizia, soprattutto nei confronti dei più deboli. Quando ci si trova di fronte a dei reati non è concesso a nessuno girare la testa dall'altra parte».
Gli chiedono un giudizio su Verdi e Rifondazione che avevano partecipato al corteo di sabato. E' l'unica volta che glissa: «Mi è parsa una manifestazione schizofrenica. La prima parte del corteo aveva come obiettivo la giunta e il sindaco. La seconda non era d'accordo». Come dire: non sappiamo dove stavano loro. «Poi non posso dire altro. Ognuno risponde come vuole ai suoi elettori».
Gli riportiamo una tesi di Luca Casarini, leader dei disobbedienti: Bologna è un laboratorio per il governo del futuro, con la Margherita che apre a destra e l'espulsione delle ali estreme di Rifondazione e dei movimenti.
Che ne pensa?
«Che sono fantasie. Penso che non ci sia nessun disegno, niente di tutte queste dietrologie assurde. Invece, la verità è un'altra, e non cerchiamo giustificazioni e spiegazioni che non esistono. Credo che occupare e picchiare proprietari e poliziotti sia considerato inaccettabile da parte di tutto il centro sinistra. Il resto sono solo fantasie».
A Roma un gruppo simile a quello di Bologna, fa iniziative assieme al sindaco Veltroni, che gli ha dato pure dei soldi. Perché questa differenza fra due sindaci di sinistra?
«Guardi, qui parliamo di una cosa ben precisa. Ci sono tre reati, lo ripeto. Non mi pare che a Roma sia capitata la stessa cosa. Se succedesse, non so come si comporterebbe il sindaco. Quindi non sono in grado di rispondere».
Ma se si trattasse solo di occupazione, aprirebbe una discussione con loro?
«No. Considero l'occupazione una cosa sbagliata. Io sono contrario. Sia chiaro che se ci sono persone in lista d'attesa, che aspettano la casa da tantissimo tempo, quelli sono i legittimi assegnatari. Non possiamo imporre di mandare nelle case chi piace a noi, superando i tempi e i diritti».
Ma non ha paura di dare di sé l'immagine di una figura autoritaria?
«Non mi pare che il sindaco abbia promosso azioni antilibertarie. Ho insultato qualcuno? Ho preparato leggi repressive? Ho picchiato qualcuno? Le mie porte sono sempre aperte. Adesso è singolare questa cosa. La destra diventa paladina dell'estrema sinistra e mi accusa di essere autoritario».
Forse è l'immagine che dà. Per esempio, durante la trattativa con i dipendenti...
«Ma quella trattativa si è aperta e chiusa in due giorni. C'era un accordo senza copertura, e io non potevo fare altrimenti. E alla fine tutti hanno capito».
Prendiamola da un altro punto di vista: Bologna è il modello del futuro governo di centrosinistra?
«Sono il sindaco di Bologna. Lontano da me l'idea di fare qualcosa a Bologna per influenzare Roma. Non mi sentirete mai utilizzare la parola laboratorio. Non siamo il luogo di nessuna sperimentazione».
Ma durante tutta questa polemica ha avvertito una scarsa solidarietà da parte del centrosinistra?
«No. Non mi sembra. E' una sua sensazione. Io ce n'ho un'altra. No, non sono mai stato solo».
Chiude così, il giorno dopo. L'ultimo sorriso quando uno gli chiede se non ha mai partecipato come sindacalista a un'azione illegale tipo picchetto. «Guardi che il picchetto non è un reato». Ma come? Mai ricevuta una denuncia? «No. E' grave? Devo tornare indietro? Se la cosa le dispiace, non so che farci. Ho mai fatto galera. Per lei vuol dire che ho fatto male il sindacalista? La verità è che il rispetto degli altri nelle lotte sindacali è sempre stato alla base di qualsiasi rapporto. Cominciamo a sfatare delle leggende». Cominciamo.

il professor Severino sulla scienza e il destino

La Stampa 23 Maggio 2005
IL FILOSOFO, AL CENTRO DI UNA POLEMICA CON LA CHIESA SULL’EMBRIONE, AFFRONTA I DILEMMI MORALI IN VISTA DELL’APPUNTAMENTO DEL 12 E 13 GIUGNO
Severino: voterò quattro sì
(...)
La scienza? Il mondo moderno è destinato alla sua dominazione»

PER parlare del referendum sulla procreazione assistita del 12 e 13 giugno e dei dilemmi morali che questa consultazione suscita nella coscienza dell’uomo, chi meglio del più famoso filosofo dell’”essere”, Emanuele Severino?
Protagonista, nell’ormai lontano 1969, di una sua clamorosa espulsione dall’Università Cattolica di Milano, è, oggi, al centro di una polemica filosofica con la posizione della Chiesa sull’embrione. D’altra parte, il suo giudizio sulla scienza e sul suo potere nella società contemporanea ha sollevato molte accuse proprio dal mondo scientifico.
Professore, che cosa farà il 12 giugno?
«Andrò a votare e voterò 4 sì, pur sapendo che le scelte pratico-politiche sono sempre degli accomodamenti: non siamo davanti a uno scontro fra il bene e il male assoluto».
Approverà, quindi, pure la fecondazione eterologa, una possibilità che solleva qualche dubbio anche in molti fautori del sì per gli altri tre quesiti.
«Conosco le preoccupazioni che suscita, ma non le ritengo così gravi: se la coppia non può avere figli in altro modo e se è una scelta consapevole e matura, non vedo perchè si debba contrastare questo desiderio. Si paventano difficoltà psicologiche per il figlio o per la coppia, ma ci sono casi analoghi dove l’esperienza, in generale, ci rassicura: figli adulterini o di una madre che si è risposata. Non mi sembra, questo, un argomento decisivo per dire di no».
Ci sono critiche, anche in campo cattolico, per il suggerimento all’astensione formulato dalla Chiesa: alcuni, giudicano che immiserisca, con un espediente tecnico, una battaglia morale. Altri, la ritengono addirittura illegittima.
«Non capisco perchè: l’astensione è perfettamente legittima e, dal punto di vista della Chiesa, persino opportuna. I vescovi hanno tutto il diritto di suggerire ai cattolici questa scelta».
Eppure lei ritiene assurda la tesi che l’embrione sia già persona fin dal primo momento. Aveva ragione, allora, San Tommaso, il quale sosteneva che Dio immettesse l’anima nell’uomo solo al terzo mese?
«Io mi limito a tirare le conseguenze dalle premesse sostenute dalla Chiesa e dico che, dal punto di vista della coerenza logica, ha più ragione Tommaso che, pur essendo tuttora il pilastro della concezione cattolica, su questo punto è stato lasciato da parte. Ciò non significa che sia d’accordo con lui».
Non ritiene che, in un momento in cui il potere della scienza incute un certo timore per le conseguenze della sua assoluta libertà d’azione, ci si rivolga al Papa e alla Chiesa come l’unica fonte residua di autorità morale? Capisco che rivolgere questa domanda a un duro critico della scienza...
«E’ proprio qui che sbaglia. Non capisco come si possa equivocare al tal punto la mia posizione da definirmi critico della scienza. Una filosofia che dica alla scienza come debba procedere, che le insegni il mestiere, è un’idiozia. Semmai, la filosofia scava al di sotto della dimensione in cui la scienza procede, non per farla franare, ma per capire che cos’è, nel profondo, quel sapere scientifico che, procedendo in modo così rapido, non ha tempo e voglia di guardare a sè stesso e di riflettere sulla propria essenza. Anzi, da sempre, da decenni, sostengo che la civiltà occidentale è destinata alla dominazione della tecnica guidata dalla scienza».
Ma come? Alcuni le imputano addirittura la colpa di aver contribuito all’arretratezza della cultura scientifica nel nostro paese.
«Guardi, se non avessi studiato filosofia, avrei fatto l’ingegnere. Mia figlia si è laureata in matematica, mio nipote si iscriverà a ingegneria elettronica. In casa mia, come vede,non c’è affatto un atteggiamento antiscientifico. La dominazione della tecnica sul mondo moderno non è un fatto, ma un destino. Il pensiero filosofico degli ultimi due secoli ha detto alla tecnica: non hai, davanti a te, alcun limite assoluto, non c’è, davanti a te, un ordinamento divino, immutabile, eterno come quello evocato dai greci fino a Hegel. Davanti a te si estende una pianura senza ostacoli, se gli uomini ti metteranno ostacoli saranno costituiti dalle leggi del diritto positivo e non del diritto naturale».
Ecco perchè il suo potere suscita diffidenza e si sente il bisogno di un’autorità morale che la controlli, come, per esempio, sulla fecondazione assistita.
«Ma no...non è vero che si stia andando verso un abbandono degli aiuti offerti dal sapere scientifico per affidarsi all’autorità morale del Pontefice. Il declino di quella tradizione filosofica di cui abbiamo parlato prima,che comprende la religione, la metafisica, l’umanesimo, ma anche il capitalismo e la democrazia, non avviene di colpo. L’attuale reviviscenza del cristianesimo potrebbe essere paragonata a quei bagliori di sole che accompagnano il tramonto e che illudono su un possibile suo ritorno sopra l’orizzonte».
La gente, proprio al tramonto, avverte un brivido di paura, non crede?
«Certo. La gente è come un trapezista che sta lasciando il suo attrezzo per volare, senza rete, ad afferrare l’altro. Abbandona il rimedio della sapienza filosofico-religiosa tradizionale e vede nella scienza e nella tecnica soltanto l’aspetto macchinistico, disumano, astratto e, in questo periodo, è alla ricerca di un sostegno, di un’autorità morale. E’ una fase transitoria, ma drammatica. Il Dio che tramonta è la nostra fede umana in lui. In passato, Dio era il limite supremo di ogni nostra azione».
È, comunque, un passaggio disperante.
«Perchè siamo all’interno di un tratto di strada, oltre al quale la strada, però, continua. Vede, la strada di cui stiamo parlando attraversa un campo che è la coscienza dell’eternità di tutte le cose e di noi stessi e la disperazione di cui lei parla è solo di chi percorre quella strada senza vedere il campo che attraversa, il campo della gioia. E’ quello che Dante chiama ‘il paese sincero’ e per il quale si possono usare anche quelle bellissime parole di Spinoza: ”Sentiamo e sperimentiamo di essere eterni”».
È la filosofia, allora, che ci può consolare?
«La filosofia nasce proprio come “consolatio”. A questo compito si è sottratta negli ultimi due secoli perchè percorsa da un nichilismo di fondo, dimenticando l’antica vocazione salvifica del pensiero tradizionale».
Sì, ma la sua filosofia è consolatoria o disperante?
«C’è una partita doppia. Da una parte, indico “quel paese sincero”, quel campo della gioia di cui parlavo prima. Dall’altra, do una, anzi due mani, per camminare su quella difficile strada. Tanto è vero, e così torniamo all’argomento iniziale del referendum sulla procreazione assistita, che voterò sì, in senso laico e nel senso dell’alleanza con la cultura filosofica e scientifica del nostro tempo».

un buon argomento

L'Adige 22.5.05
Donna sorpresa a rubare in un centro commerciale
Non potete arrestarmi. Sono una cleptomane

REGGIO EMILIA - «Non potete denunciarmi, sono cleptomane», ed esibisce un certificato medico dell´Usl che la dichiara affetta da disagi psichici come la cleptomania. È questa la singolare risposta che due agenti della squadra volante della Questura di Reggio Emilia si sono sentiti dare da una donna reggiana di 44 anni, benestante, ma con numerosi precedenti penali per reati contro il patrimonio. La donna, un´imprenditrice, elegante e ingioiellata, è stata bloccata al centro commerciale «Meridiana» con merce non pagata del valore di circa 80 euro, tra generi alimentari e cosmetici, dal personale di vigilanza del Centro, che ha avvisato la polizia. Una volta condotta in Questura, in seguito alla denuncia di tentato furto sporta dai rappresentanti del centro commerciale, per la redazione degli atti, la donna ha esibito il certificato medico reclamando la sua innocenza e sostenendo, sulla base del referto, che a suo dire «poteva» rubare.

un'antica trascrizione di Archimede

Le Scienze 22.05.2005
Recuperato un antico testo di Archimede
I raggi X consentono di leggere nuovamente un palinsesto medievale

Una delle prime trascrizioni delle teorie matematiche di Archimede è stata riportata alla luce grazie a una scansione con raggi X ad alta intensità.
Il testo contiene parte del "Metodo dei Teoremi Meccanici", una delle più importanti opere di Archimede, probabilmente copiata da uno scrivano nel decimo secolo. La pergamena sulla quale era stata scritta era stata successivamente raschiata e riutilizzata per farne le pagine di un libro di preghiere del tredicesimo secolo, dando origine a un documento noto come "palinsesto" (dal greco, "palin" = "di nuovo" e "psan" = "raschiare").
Gli studiosi avevano scoperto il testo nascosto nel libro già nel 1906. Da allora la maggior parte del testo originale era stato letto grazie alle più svariate tecniche, dalle lenti di ingrandimento alla luce ultravioletta che fa risaltare l'inchiostro nascosto.
Ma parte del testo era completamente oscurato da alcune contraffazioni di arte medievale del dodicesimo secolo che erano state apposte in cima ad alcune pagine. Così, i ricercatori dello Stanford Synchrotron Radiation Laboratory di Menlo Park, in California, hanno deciso di usare i raggi X per penetrare attraverso questo inchiostro moderno. I pigmenti di ferro nell'inchiostro originale diventano fluorescenti se colpiti dai raggi X, consentendo agli scienziati di leggere il testo per la prima volta.
"Il 'Metodo' è uno dei trattati più geniali e spettacolari del maggior matematico dell'antichità", afferma William Noel, curatore di manoscritti e libri rari al Walters Art Museum di Baltimora e direttore dello studio. "Il nostro progetto ha riportato alla luce informazioni non disponibili da nessun'altra parte nel mondo".
La prima pagina è stata già analizzata, ma i ricercatori non sono ancora riusciti a decifrarne la scrittura. Ogni scansione restituisce infatti l'immagine del testo su entrambi i lati della pagina, oltre che il testo del tredicesimo secolo che era stato a sua volta coperto dai disegni contraffatti. Sarà necessario confrontare con cura differenti immagini per distinguere il testo di Archimede.
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