domenica 13 marzo 2005

Pietro Ingrao

Repubblica, Napoli 13.5.05
A Santa Maria Capua Vetere il leader comunista ha ricevuto la cittadinanza onoraria
Ingrao: "Ho sempre perso, come Ettore"

«Mi sono sempre sentito come Ettore, un eroe perdente, ma non ho mai rinunciato a portare avanti le mie idee». Pietro Ingrao, novant'anni il 30 marzo prossimo, riassume così la parabola politica della sua vita di militante comunista. Lo fa davanti al pubblico numeroso che ieri mattina gli ha tributato un omaggio, invadendo il teatro Garibaldi di Santa Maria Capua Vetere, dove il sindaco Enzo Iodice gli ha conferito la cittadinanza onoraria. Ingrao, nato a Lenola (Latina) il 30 marzo 1915, arriva a Santa Maria a dieci anni, seguendo il padre, avvocato Francesco Renato, che nel 1925 aveva vinto il concorso per segretario comunale. Il giovane Pietro compie in città gli studi classici (fino al 4° liceo), con ottimo profitto. Ma frequenta anche gli studi di violino nel locale conservatorio. «Fu lì - ha raccontato Ingrao - che cominciai ad acquisire la formazione politica perché i miei maestri di musica, al pari di mio padre, erano tutti antifascisti». L'anziano esponente politico è arrivato a Piazza Bovio alle 11, accompagnato dalla sorella. Subito dopo c´è stato l'incontro con gli studenti del «suo» liceo classico. Ad accoglierlo il preside e i ragazzi che gli hanno donato i registri di quando era anche lui alunno. Tutti otto e nove, solo in educazione fisica una stentata sufficienza. Al Teatro Garibaldi il sindaco Iodice ha consegnato all'ospite una pergamena. Per Ingrao ha avuto parole commosse anche il presidente della Regione Bassolino.

la malattia del «troppo sentire»
i mali dei nervi, Anton Mesmer, Charcot, l'isteria

La Stampa TuttoLibri 12.3.05
Ieri isterici, oggi sonnambuli
LE CORDE SONORE DEL CORPO, UN TEMPO INDICE DI FORZA E VIGORE, NELL''800 INCARNANO LE MALATTIE DEL «TROPPO (O TROPPO POCO) SENTIRE», SONO LA PELLE DELL’IO

Marco Belpoliti

NEL 1920 Man Ray ritrae Mina Loy in un'istantanea. Di profilo, occhi chiusi, espressione intensa, Mina è l'immagine perfetta dell'isteria femminile. Appeso al suo orecchio c'è un termometro. È una delle macchine del sentire, icona del corpo neurologico, la medesima che compare nel racconto di Hoffmann, L'uomo della sabbia, su cui è modellato il "perturbante" freudiano: Coppola, il genio del male e della simulazione, commercia in "corpi nervosi", barometri, termometri, automi. Il ritratto di Man Ray, artista d'avanguardia, sembra concludere un lungo secolo dominato da quello che Alessandra Violi in un libro ricchissimo e fascinoso ha definito Il teatro dei nervi (in uscita da Bruno Mondadori, pp. 249, e23). È l'età che inizia coi primi anni dell'Ottocento, con l'epidemia nervosa, la cosiddetta "malattia inglese", che attacca i ceti più elevati, i nobili, e si conclude nei primi decenni del XX secolo con la diffusione dell' "esaurimento nervoso" nel corpo stesso della società in una progressiva democratizzazione delle malattie di nervi. Lo shock nervoso, su cui si sofferma Walter Benjamin nella descrizione della Parigi baudeliariana, è tutt'uno con l'affermarsi della modernità, e riguarda lo sviluppo stesso della società di massa. Nella sua Storia della follia nell'età classica Michel Foucault ha osservato che la malattia contemporanea si chiama "troppo sentire": «si soffre di una solidarietà eccessiva con tutti gli esseri circostanti». Sino a un certo punto - grosso modo sino alla fine del Settecento - è plausibile supporre che i mali dei nervi siano rimasti associati, scrive Foucault, alle parti inferiori del corpo umano, controllati e disciplinati da un'etica del desiderio: la malattia come effetto di una violenza eccessiva. È l'epoca del "corpo grossolano", mentre quella che si apre con la rivoluzione industriale è invece l'epoca dei "corpi sottili", di cui i nervi sono la perfetta immagine metaforica, tanto da far ritenere ad alcuni autori del periodo l'isteria responsabile degli esiti sanguinosi della Rivoluzione francese: malattia che si diffonde nel corpo sociale come eccesso provocato dalla presenza di neuropatici in balia delle loro convulsioni. Nel 1780 a Parigi, Anton Mesmer, proveniente da Vienna, esibisce in pubblico la sua macchina nervosa. Le sue sedute, simili a uno spettacolo, diventano un vero e proprio teatro clinico, un'attrazione pubblica: i pazienti isterici trasferiscono la loro energia, che si manifesta in attrazioni magnetiche, perdita della percezione, trance, come momento della crisi indispensabile alla guarigione. Mesmer e i suoi numerosi seguaci esibiscono casi sonnambulismo magnetico che rendono consueta ai parigini le loro idee sul magnetismo animale: l'universo intero è intriso di un fluido simpatetico che permea i corpi terrestri e quelli astrali, così da garantire la circolazione armoniosa di spiriti vitali lungo il suo reticolo. Robert Darnton, lo storico americano dei Lumi, in un libro di alcuni anni fa, Il mesmerismo e il tramonto dei Lumi (appena tradotto dalle Edizioni Medusa, pp. 240, e22), ha mostrato come questo fenomeno parascientifico sia l'esatto opposto delle teorie di Rousseau, del suo Contratto sociale, oltre che il segno eclatante della fine del progetto illuminista di abbattere ogni forma di superstizione. Darton ci ricorda come il mesmerismo sia connesso alla scoperta dell'elettricità, il nuovo fluido vitale che pervade mondo organico e mondo inorganico. I nervi, nel passato indice di forza e di vigore, diventano nell'Ottocento i filamenti corporei responsabili della sensibilità, della scarsa come della eccessiva sensibilità. Alessandra Violi traccia dunque una dettagliata mappa dell'età della sensibilità, definendone i confini interni ed esterni, dalla letteratura al cinema, dall'arte alla psicologia, età che coincide, non a caso, con la meccanizzazione del mondo. Man mano l'elemento tecnologico pervade ogni aspetto della vita collettiva, nelle arti visive e nella letteratura affiorano personaggi isterici, nevrotici e nevrastenici, figure che diventano la forma attraverso cui s'incarna nella modernità la figura dell'artista, ovvero colui che possiede per natura una grande capacità di sentire. I nervi, sorta di corde sonore del corpo, segnano l'interfaccia tra l'esterno e l'interno, sostituendo nella visione della vita umana e animale la funzione solitamente assegnata alla pelle. Jonathan Crary in Suspensions of Perception (MIT Press, 1999) ha descritto questa trasformazione come la disintegrazione del confine tra interno ed esterno, come la strada attraverso cui si afferma la cultura moderna fondata sulla spettacolarizzazione e sulla dilatazione della sfera estetica. In questo contesto il mesmerismo, l'attenzione al sonnambulismo, le pratiche dell'ipnotismo, e persino la stessa psicoanalisi freudiana, che muove da queste pratiche e dal loro rifiuto, provocano la nascita del teatro della malattia psichica. Il corpo isterico, indagato e guarito attraverso tecniche al limite dello stregonesco, diviene il nuovo prototipo del rapporto tra l'io e il mondo. L'intero sistema della percezione, sottolinea Alessandra Violi, del pensiero e dell'azione, trova la propria collocazione nel corpo nervoso. Ma che cos'è esattamente l'isteria? «Forse lo sono stata anch'io», scrive George Sand a Flaubert, dal momento che si tratta di un'angoscia causata dal desiderio di qualcosa d'impossibile. Ce la abbiamo tutti, conclude la scrittrice, dato che tutti abbiamo un po' d'immaginazione. L'isteria come necessità della fantasia? L'elenco degli autori, delle poesie, dei racconti e dei romanzi, esibito da Alessandra Violi è impressionante, a partire da Des Esseintes, il personaggio di A Rebours di Huysmans, che trasforma la sua malattia in uno stato creativo, per arrivare a Francis Bacon, letto da Gilles Deleuze come il pittore dell'eccesso di presenza: impone la propria presenza e insieme percepisce la presenza degli altri, uomini, animali, cose. L'isteria appare in Dickens, in Eliot, in Coleridge, in Poe, attraversa opere e situazioni letterarie, e traccia un grande diagramma di un'intera epoca affascinata dalle sedute spiritiche - anche Darwin ne faceva - dai fantasmi che appaiono nella fotografia - Balzac ne parla a Nadar - ma anche da eroine ed eroi che incentivano il proprio "vero sentire". Il teatro dei nervi getta una luce nuova su un intero periodo della storia letteraria occidentale chiamato Simbolismo, oppure Decadentismo, mostrando come "l'età della sensazione" che sembrerebbe dominare ancor oggi sorga contemporaneamente alla nascita dell'indagine sul mondo dell'invisibile - elettricità e telefonia - e all'avvento dei mezzi che rendono riproducibile il reale - fotografia e cinema. Esiste una storia parallela, e spesso rimossa, dell'immagine a cui, qualche anno fa, in una mostra parigina, poi veneziana, L'âme au corp (1994), Jean Clair diede provvisoria forma. Lì, accanto alle fotografie delle isteriche e degli isterici di Charcot, comparivano le immagini di fantasmi ed ectoplasmi vagolanti nell'aria, catturati dalla lastra sensibile, vicino al resoconto di esperimenti telepatici si dava conto della comunicazione a distanza della voce, o s'affiancava l'iconografia dell'invisibile, i raggi X, ai collage surrealisti. Questo universo, dai confini incerti e dalle ripartizioni interne sovente instabili, è quello che ha prodotto la nostra età la quale ha avuto nel cinema il suo punto culminante, ma anche il suo strumento privilegiato di lettura. Il Gabinetto del Dottor Caligari (1920) di Robert Wiene, uno dei film attraverso cui Kracauer ha letto l'avvento del nazismo, mostra in modo evidente l'analogia tra l'ipnosi medica, praticata nell'Ottocento, e l'ipnosi cinematografica. Il dottor Caligari è la reincarnazione del medico mesmerista, insieme psichiatra e ipnotizzatore da fiera. Il film ci introduce all'interno di quel fenomeno di isteria collettiva che ha colpito la Germania e il Vecchio continente dopo la fine della Prima guerra mondiale. Oggi che l'età dell'eccitazione sembra aver toccato l’apice, l'isteria tramonta negli studi degli psicoanalisti come nelle immagini in movimento. La nostra, pur essendo ancora un'età che predica l'eccitazione, la auspica, la stimola, e cerca di mantenerla più a lungo possibile, sia nella camera da letto sia negli stadi, in realtà è un'età della sonnolenza progressiva. Alessandra Violi cita uno dei film chiave del contemporaneo, brutto film, ma immaginoso: Matrix. L'opera dei fratelli Wachowski, del 1999, ci presenta un universo incerto tra il bi e il tridimensionale, spazio virtuale, illusionistico. Il capo dei ribelli, che si propongono di abbatterlo, porta il nome di Morfeo. In questo mondo della manipolazione di ogni immagine lo stato catatonico, e la sonnolenza dominino incontrastati: una società di sonnambuli. Se Mesmer voleva, a suo modo, risvegliare gli istinti animali, controllarli e dirigerli, oggi, invece, i nuovi mesmerizzatori sociali puntano sull'ipnotismo. La spettacolarizzazione del reale, la mediazione dell'immagine, come aveva ben compreso decenni fa Guy Debord ci induce un insopprimibile "desiderio di dormire", magari seduti in poltrona, o sdraiati sul sofà, mentre, mentre il televisore emana i suoi immancabili effluvi serali.

un libro
in critica del riduzionismo e del cognitivismo

ilmanifesto.it12 marzo 2005
Dov'è il luogo delle nostre intenzioni
Un nuovo capitolo nella critica al congnitivismo, già annunciato nel titolo dell'ultimo libro di Felice Cimatti, Il senso della mente, appena uscito da Bollati Boringhieri
MARIO DE CARO

«La scienza è la misura di tutte le cose, di quelle che sono per ciò che sono e di quelle che non sono per ciò che non sono». Parafrasando il motto di Protagora, Wilfrid Sellars compendiava brillantemente, alcuni anni fa, una concezione filosofica divenuta poi molto comune, soprattutto nei paesi anglosassoni: il naturalismo scientifico. Questa prospettiva - condivisa, sia pure con accenti diversi, da Quine e Dennett, Nozick e Fodor, Chomsky e Kim - si regge su tre assunzioni fondamentali: che non esistono entità e proprietà soprannaturali, che la filosofia non è una forma privilegiata di sapere in grado di fondare tutte le altre (inclusa la scienza) e che l'indagine filosofica va pensata in continuità con quella scientifica. Naturalmente, questi punti generali sono stati variamente argomentati. Né si può dire che il naturalismo scientifico sia unanimente accettato dai filosofi di orientamento analitico o post-analitico: Davidson, McDowell e Putnam, ad esempio, hanno proposto forme di naturalismo moderato che, pur rispettose della conoscenza scientifica, non negano affatto la legittimità, e anzi l'indispensabilità, delle altre forme di comprensione della realtà. Sulla questione del naturalismo è dunque in corso da decenni uno dei più importanti dibattiti filosofici contemporanei. Non in Italia, però, o almeno non sino a tempi molto recenti. A lungo, infatti, il duplice retaggio di irrazionalismi di vario genere e di uno storicismo teoreticamente rinunciatario ha inibito da noi ogni seria discussione sul naturalismo e, più in generale, sulla relazione tra filosofia e scienza. Se, infatti, tradizionalmente la maggior parte dei filosofi italiani si è arroccata su posizioni di retriva antiscientificità, in genere chi ha difeso il naturalismo ne ha, per reazione, accettato acriticamente le tesi, senza preoccuparsi di articolarle e di irrobustirle. A lungo, dunque, la filosofia italiana si è mossa all'interno della mesta alternativa tra un antinaturalismo irrazionalistico e un acritico scientismo.
Ora però le cose stanno cambiando e sul naturalismo si è ormai avviato un serio dibattito, nel quadro del quale si inserisce il nuovo volume di Felice Cimatti, Il senso della mente. Per una critica del cognitivismo, appena uscito da Bollati Boringhieri. Cimatti propone una via intermedia tra l'anti-naturalismo degli ermeneuti - e, a fortiori, degli spiritualisti - e il naturalismo scientistico (o «riduzionismo», come egli preferisce dire) di molti filosofi contemporanei, in particolare di quelli influenzati dal cognitivismo - il programma di ricerca che ponendosi all'incrocio di psicologia, filosofia della mente, linguistica e intelligenza artificiale intende spiegare i processi cognitivi in termini di meccanismi di computazione dell'informazione. Al di là delle differenze, per Cimatti antinaturalismo e riduzionismo condividono l'incapacità di articolare un discorso sensato sulla mente umana: «una descrizione scientifica della mente umana non può essere né riduzionistica, perché in questo modo quel che si spiega non è la mente, né ... antinaturalistica [perché così] si salva l'autonomia della mente solo al prezzo di trasformarla in una entità misteriosamente separata dal mondo naturale: la mente è naturale ma non è una cosa».
Cimatti accenna a un altro possibile modo di studiare la mente umana, per mezzo di «una biologia inseparabile dalla più tipica delle caratteristiche della specie umana, il suo linguaggio». Resta il fatto, però, che Il senso della mente è soprattutto una serrata critica del cognitivismo: molti tra i suoi seguaci presuppongono il funzionalismo - ossia la tesi per cui gli stati mentali non sono individuati dalle loro proprietà intrinseche, ma dalle relazioni causali in cui figurano. Per il funzionalismo, il pensiero è una proprietà astratta; ma questo, secondo Cimatti, significa che se la mente «vuole essere qualcosa di reale deve diventare concreta, deve cioè diventare una cosa»; dunque, «la mente esiste, in questo modo di studiarla, solo come non mente, come cervello ad esempio, ossia come una cosa». Per Cimatti, dunque, il cognitivismo «ha molto da dirci sul cervello, ma nulla sulla mente», perché - ed è questo uno degli argomenti del libro - in primo luogo non è in grado di spiegare la costitutiva normatività del mentale ovvero il fatto che i pensieri, oltre ad essere cause delle nostre azioni, possono fungere anche da ragioni che le giustificano. In effetti, questo è un punto nevralgico del cognitivismo, come peraltro riconoscono alcuni dei suoi fautori e influenti critici come McDowell e soprattutto Putnam, che pure del cognitivismo fu uno dei fondatori. Per Cimatti, da ciò segue che «le pratiche umane che si occupano della materia non possono vantare alcuna supremazia ontologica rispetto alle pratiche che cercano di dare conto dei fenomeni mediante un perché diverso, non quello causale, bensì quello delle ragioni». Un diverso argomento è accennato fin dalla prima pagina del Senso della mente. Secondo Cimatti, sostenere che il pensiero è una parte del mondo fisico, come fa il cognitivismo, implica chiedersi «dove sta, perché soltanto le cose stanno da qualche parte - allora è sensato interrogarsi anche sul suo colore, o il suo peso, o addirittura il suo odore». Tale domanda è ovviamente assurda ma per Cimatti il cognitivismo la renderebbe lecita: e questa è una vera e propria reductio ad absurdum di tale concezione.
A questo argomento i naturalisti più riduzionisti - quelli che ammettono solo entità e proprietà fisiche - risponderebbero concendendo a Cimatti che i pensieri non hanno colori o odori; ma ciò solo in quanto nulla ha veramente colore o odore: colori e odori sono infatti proprietà secondarie ossia mere apparenze (che, notava Galileo, «rimosso lo animale sieno levate e annichilite»). La maggior parte dei cognitivisti, però, negherebbe la tesi che Cimatti attribuisce loro, ovvero che il pensiero sia materiale, che sia una cosa - e che per questo debba avere peso e colore. Affermerebbero, invece, che il pensiero è e rimane astratto, anche se ha bisogno di una base materiale per essere implementato (con la classica metafora del computer: il pensiero è il software e, come tale, ha bisogno di un hardware materiale; ma ciò non significa che il software diventi hardware).
Infine i cognitivisti più avvertiti, come Fodor, Block e Kim, accetterebbero un'altra critica di Cimatti, secondo la quale il cognitivismo non può spiegare l'aspetto fenomenico dei pensieri ovvero il modo in cui, ad esempio, si prova dolore o si esperisce piacere. Il carattere fenomenico, tuttavia, non è l'unico aspetto del pensiero: c'è anche il carattere intenzionale. E la maggiore ambizione del cognitivismo è proprio quella di spiegare quest'ultimo aspetto del mentale. È controverso, naturalmente, se tale ambizione sia ben riposta: secondo Cimatti, e gli altri naturalisti moderati, non lo è affatto.

Ritalin

una segnalazione di Francesco Borgese

tiscali.it
Psicofarmaci per bambini iperattivi: è polemica sul Ritalian

Vostro figlio è distratto a scuola o mentre gioca? Ha difficoltà a mantenere la concentrazione mentre fa i compiti o è iperattivo e si muove in continuazione? "Mio figlio è sveglio e vivace", direte voi. Oppure soffre di una patologia individuata come propria dei bambini, la "sindrome da deficit dell'attenzione e iperattività infantile". Una patologia che, dopo aver creato un vespaio di polemiche negli Usa, sembra colpire almeno il 4 per cento dei bambini italiani.
"Adhd" è l'acronimo della malattia che negli Stati Uniti sembra creare un vero e proprio allarme sociale. Il numero di bambini americani che sarebbero affetti da questa patologia è tra i quattro e i sei milioni. Verificare se la malattia è presente è semplice: basta compilare un banalissimo test e verificare il punteggio conseguito. Quindi l'intervento dello specialista sarà necessario per la diagnosi della malattia. Il farmaco, prodotto dalla Novartis (una multinazionale svizzera), è accusato di dare assuefazione e di provocare stati depressivi e istinti suicidi. Chiamata anche la "pillola dell'obbedienza" o la "pillola del manganello", il "Ritalin", questo il nome del farmaco, è oggetto di critiche e accuse da parte di associazioni di consumatori e genitori americani che denunciano un vero e proprio abuso del farmaco.

lo smemorato di Collegno

La Stampa 13 Marzo 2005
A QUASI OTTANT’ANNI DA QUANDO LA VICENDA PRENDE LE MOSSE, LA CITTÀ GLI DEDICA UNA MOSTRA
Il ritorno dello «smemorato»
Collegno non dimentica il caso Bruneri-Canella
Patrizio Romano

Collegno ricorda il suo «smemorato». A quasi 80 anni da quando, nel marzo 1926, la vicenda di Bruneri e Canella prende le sue mosse, la città dedica a quel caso giudiziario, tra i più noti nel mondo, una mostra. «Sappiamo che un autore americano, Glenn Novarr - spiega l'assessore Carla Gatti -, sta finendo un libro sul nostro smemorato, ci sembrava giusto ripercorrerne, anche noi, la storia e il giallo». Quotidiani dell'epoca, foto dei protagonisti, perizie di psichiatri e investigatori, documenti e reperti dell'ex manicomio e la cartella clinica, per la prima volta saranno esposti dal 24 marzo.
«L'uomo che smarrì se stesso», questo il titolo scelto, che poi altro non è se non quello dato al primo articolo sul caso, del giornalista Ugo Pavia, apparso su «La Stampa» il 5 febbraio 1927. «C'era già stata un evento su questo fatto nell'88 - aggiunge la Gatti -, ma questa volta tutto si svolgerà nelle stesse mura del manicomio: una storia vista da dentro». A dare il la all'iniziativa anche la recente edizione del volume «Indagine sullo Smemorato di Collegno», per i tipi della Ananke, scritto da quattro esperti: Milo Julini, Paolo Berruti, Maurizio Celìa e Massimo Centini.
«Un'opera nata per dare finalmente il giusto risalto al lavoro svolto dalla polizia scientifica di allora - ammette Julini -, e specialmente a Ugo Sorrentino e Giovanni Gasti, che hanno contribuito a svelare che lo smemorato era Mario Bruneri». Una verità che non sbiadisce il fascino del personaggio. «A me è particolarmente simpatico, uno sbandato, ma geniale» confessa Julini. «Un uomo intrigante - sostiene il sindaco Silvana Accossato -, che suscita ancor oggi curiosità. E questo può essere un elemento per la promozione di Collegno. Non l'unico, ma il più importante».
Un caso che fece scalpore e ancor adesso tiene banco. «E' uno strano meccanismo - confessa Julini -, quello scattato per questo caso: di sicuro il fatto che la moglie di Canella si sia portata in casa un uomo, che non era suo marito, o finiva in tragedia o si doveva trovare una soluzione». E cosa se non il dubbio di un giallo? Registe di questo mistero due donne. «La Canella, che con lui ha trovato una forte intesa, che non aveva neanche con il marito - ammette Julini -, e la mamma di Bruneri che, pur avendo delle lettere in cui il figlio confessava di essere lo smemorato, ha taciuto».
Poi c'è la genialità di Bruneri, alias Canella, che per anni ha giocato, «con pochi errori, una lunghissima partita a scacchi», come scrive Paolo Berruti. Lui, tipografo torinese con velleità socialiste, per caso si ritrova nei panni di un noto e stimato docente veronese: un sogno, per quest'uomo dalla forte ambizione. Una storia che ha coinvolto scrittori del calibro di Pirandello e Sciascia e registi come Corbucci e Festa Campanile. «Chissà che non venga fuori un altro film - si augura l'Accossato -, sarebbe bene accetto». Scaltri come il loro «smemorato».

la storia dell'India

Domani con il «Corriere» la «Storia dell’India» di Michelguglielmo Torri, con una presentazione di Ettore Mo
Il Paese di Gandhi riconquista il suo passato
di GIORGIO MILANETTI
Docente di Storia dell’India moderna e contemporanea, Università «La Sapienza» di Roma

Tra i pregiudizi che riguardano l’India ce n’è uno, assai radicato, secondo il quale la civiltà indiana, da sola, non ha mai prodotto una vera storiografia. Non è un’opinione recente. Se ne lamentava già lo studioso musulmano al-Biruni, che visitò l’India intorno all’anno 1000. Più tardi, nel periodo coloniale, questa presunta lacuna fu presentata, assieme a tante altre, come dimostrazione della superiorità dell’Occidente e, dunque, della sua idoneità a dominare e persino a educare il sub-continente. È pur vero che le prime date certe della storia indiana, secondo la cronologia occidentale, coincidono con la spedizione di Alessandro Magno. Persino il periodo della vita del Buddha, che viene preso come base per ulteriori datazioni, è ancora avvolto da dubbi. Bisogna dunque concordare con quei pareri? O si deve invece nutrire il sospetto che, se nell’India antica e medievale non si trova la «storia», è perché si cerca una cosa sbagliata?
Allarghiamo l’esame alla geografia, un altro campo in cui le pretese della scienza occidentale rimangono ampiamente deluse: nelle più antiche raccolte di testi, i Veda , i nomi di luoghi sono rarissimi. Dei fiumi e delle montagne si parla in modo generico o convenzionale. È evidente che le genti seminomadi di lingua indo-aria che composero queste opere, privilegiavano il movimento: un’estensione di terra, desha , è innanzitutto una direzione, dish ; lo spazio fisso, destinato allo stanziamento, è dominio di Yama, il signore della morte. Ne risulta un mondo fatto di forze, e non di oggetti, nel quale l’elemento fisso, singolare, localizzato, non suscita interesse. Un mondo in cui, come ha ben scritto Michel Angot in un recente articolo, vige «il primato della relazione su ciò che è messo in relazione», perché solo da questa relazione, e dai rituali che la istituiscono, gli uomini possono comprendere l’autentico senso delle cose.
Per la storia si può fare lo stesso discorso. La delimitazione del tempo, la sua scansione cronologica, in quanto successione di singoli eventi, non conferisce senso. Il tempo lineare, kala , al pari dello spazio fisso, è dominio, e persino sinonimo, della morte. Per questa ragione la «storia» che l’India si racconta non corrisponde a quella che noi in genere cerchiamo: come aveva già intuito Heinrich Heine, la memoria dell’India antica sono i suoi immensi poemi. Inserita in queste opere, all’interno di un quadro narrativo estremamente complesso, eppure coerente fino al dettaglio, ecco che la storia moltiplica i propri significati: è al tempo stesso mito e repertorio enciclopedico, epos e fondamento delle istituzioni sociali, emozione poetica e persino riflessione su se stessa. Ma la scienza occidentale, che non aveva gli strumenti per dipanare questa complessità, preferì affermare, con Hegel, che l’elemento indiano è oscuramente preistorico, o, con Ranke, che la cultura indiana è primitiva.
Nei due secoli del periodo coloniale, alcuni tra i migliori ingegni occidentali si preoccuparono di far uscire l’India da questa preistoria. Per compiere l’impresa, presero a scavare siti abbandonati e a decifrare testi dimenticati, ad analizzare lingue e religioni i cui nomi e le cui identità erano spesso creati dal processo stesso di analisi, a ricostruire cronologie dove cronologie non c’erano perché non erano mai servite. Impadronitosi del monopolio del sapere, l’Occidente lo impose, manu militari , come ermeneutica del «vero spirito» del Paese. Tutto ciò che non si conformava, snaturandosi, ai nuovi standard e alle nuove categorie, veniva marginalizzato, come le forme di istruzione tradizionale, o persino criminalizzato, come la danza. Emblema di questo sapere gerarchico e divisivo, le relazioni censuarie, dove tutto, dalle professioni ai misteri spirituali, doveva trovare posto in una riga, una colonna, una casella.
La storiografia nazionalista, figlia di tre concetti impiantati in India dai colonizzatori - quelli di storia, nazione e nazionalismo - non fece altro che adattare il medesimo processo alle esigenze delle nuove élite indigene. Anch’essa separò, categorizzò, stabilì primati e gerarchie. Prima dell’indipendenza, contribuì a legittimare l’ascesa delle classi che aspiravano a prendere il posto dei colonizzatori, e non fu estranea alla genesi dei massacri di hindu e musulmani a cavallo del 1947. Dopo quella data, continuò a escludere dalla lettura del processo di costruzione nazionale le classi subalterne e intermedie, le popolazioni tribali, le donne, la sterminata massa della gente comune.
Oggi, a questi limiti interni, si aggiungono quelli esterni: nell’era della mondializzazione, nessuna storia nazionale, da sola, appare idonea a spiegare, a dare senso. Le tendenze più recenti riscoprono l’ambito locale o regionale; compaiono eccellenti studi trasversali, come la storia agraria dell’Asia meridionale di David Ludden. Si tenta di tracciare schemi unificanti interdisciplinari, si utilizzano metodologie non convenzionali e materiali inconcepibili per lo storico tradizionale, quali la letteratura, il patrimonio orale, le arti e le tradizioni popolari, il cinema. La memoria torna finalmente ad assomigliare più a un poema che a una cronaca dinastica.

la ricerca sulle staminali

Tempo Medico n. 790 13 marzo 2005
Clonazione bandita, con riserva
Molti paesi andranno avanti con la ricerca sulle staminali embrionali, nonostante la presa di posizione contraria dell'ONU
di Donatella Poretti

Il 18 febbraio la Commissione affari legali dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato il testo di una dichiarazione politica sulla clonazione umana con 71 voti a favore (tra cui quelli di Stati Uniti e Italia), 35 contrari (Gran Bretagna, Belgio, Singapore, Cina, Corea del Sud) e 43 astenuti (i paesi islamici). Già in questi numeri c'è il senso di una battaglia portata alle estreme conseguenze per farne una bandiera ideologica. Nel testo, infatti, si dimostra la volontà di fare un manifesto contro la clonazione il cui rischio è quello di essere semplicemente ignorato. Nello strumento giuridico scelto, una dichiarazione d'intenti e non una convenzione internazionale da ratificare, c'è la conferma.
Si chiede di "proibire tutte le forme di clonazione umana in quanto incompatibili con la dignità umana e la protezione della vita umana"; adottare in tempi rapidi tutte le misure legislative necessarie "a proteggere adeguatamente la vita umana nell'applicazione delle scienze della vita" e a "proibire il ricorso a tecniche di ingegneria genetica contrarie alla dignità umana".
Il testo deve ancora passare il vaglio dell'Assemblea generale, ma la Cina e altri paesi hanno annunciato che andranno avanti con la ricerca sulle staminali embrionali, perché non si sentono vincolati. "La dichiarazione era imprecisa e la proibizione di qualsiasi tipo di clonazione umana contraria alla dignità può portare a fraintendimenti nel trattare la clonazione terapeutica" spiega il rappresentante cinese all'ONU, Su Wei. "Pertanto la dichiarazione non sarà legalmente obbligatoria per la Cina". Nella Repubblica popolare vi sono almeno 30 istituti statali che conducono ricerche di ingegneria genetica e che ricevono fondi dal Programma nazionale per la tecnologia.
Negli stessi giorni è arrivata dalla Spagna la notizia del via libera alle prime quattro ricerche con cellule staminali derivate da embrioni eccedenti dalla fecondazione assistita. I ricercatori festeggiano l'avvenimento e si accingono a lasciare il dibattito politico per poter finalmente tornare nei laboratori. Sono occorsi 5 anni di mobilitazioni di scienziati, malati, comunità autonome e partiti politici per arrivare a questo risultato. Per José Lopez Barneo, uno dei ricercatori autorizzati, con questo atto si chiude un capitolo politicizzato e se ne apre un altro ancora più difficile, quello della ricerca. E uno tra i protagonisti principali, il ricercatore Bernat Soria, che è stato autorizzato a realizzare un progetto sul diabete, ha commentato: "Credo che occorra far uscire questo tema dal dibattito politico e spero che la prossima notizia non riguardi le difficoltà che uno scienziato incontra per lavorare in questo campo, ma il fatto che stiamo facendo qualcosa di buono per le persone".

la passione d'amore è una droga

La Stampa 13.3.05
L’amore come il doping
Troppa passione provoca dipendenza


PARIGI — «Un filtro d'amore», si leggeva nelle favole, «un incantesimo»: per lo psichiatra francese, specialista in tossicodipendenze, Michel Reynaud, l'innamorato si comporta né più né meno come un drogato. E il doping che usa non è nemmeno dei più leggeri: crea dipendenza, se ne vuole sempre di più e fa rischiare l'overdose. In un libro a metà fra lo scientifico e il divulgativo - «L'amore è una droga leggera...in generale» - lo psichiatra descrive la passione che nasce fra due esseri umani come il consumo di una droga del quale si ha un bisogno sempre più smisurato: «Siamo drogati della pelle dell'altro - scrive - ci inebria, ci rende meravigliosamente felici e dipendenti. Lo si sospetta di averci somministrato un filtro, gli si ripete «mi manchi» e si soffre in sua assenza, basta rivederlo per tornare ancora meravigliosamente felici...si sfiora l'overdose di dolore e si ha paura che possa essere fatale». Reynaud e altri suoi colleghi sono rimasti colpiti nell'osservazione sistematica dei comportamenti degli innamorati e dei tossicodipendenti, dall'alternanza di esaltazione e disperazione a seconda della presenza o dell'assenza dell'essere o della sostanza desiderata. La differenza è nell'evoluzione: che nel rapporto fra due persone può diventare un rapporto più impegnativo e duraturo, ma che rischia talvolta di deviare verso passioni distruttrici, proprio come nel caso della droga. La neurobiologia dà man forte a Reynaud: «da pochi anni disponiamo - scrive lo psichiatra - di informazioni scientifiche che corroborano la tesi che il famoso «filtro d'amore» possa rendere schiavi come una sostanza stupefacente. A lungo abbiamo rifiutato di ammettere, per mancanza di dati scientifici, ma anche per questioni morali, che ciò che rende dipendenti, in entrambi i casi, è la dimensione del piacere». E la neurobiologia insegna che in entrambi i casi - amore e droga - interviene l'aumento di una sostanza nel cervello neuromediatore, la dopamina, che dà stimoli creativi, voglia di scoprire, di saperne di più, di provare ad andare oltre. In realtà, il corpo umano è «programmato» per il piacere, così come dimostrato dal complicato sistema di neurorecettori e neurotrasportatori chimici che esistono a tale scopo. Tutto, però, è già pronto per «tornare a uno stato di maggior neutralità - spiega lo studioso - qualora il piacere venga a mancare, senza soffrire di mancanza intollerabile». Al contrario, come nel caso di droghe e amore, quando il piacere arriva in «dosi massicce», impreviste dal sistema, la mancanza diventa «intollerabile».

La Gazzetta del Sud 13.3.05
Secondo lo psichiatra «crea dipendenza, se ne vuole sempre di più»
L'amore è come il doping: si rischia l'overdose
Aurelio Manenti

ROMA – «Un filtro d'amore», si leggeva nelle favole, «un incantesimo»: per lo psichiatra francese, specialista in tossicodipendenze, Michel Reynaud, l'innamorato si comporta né più né meno come un drogato. E il doping che usa non è nemmeno dei più leggeri: crea dipendenza, se ne vuole sempre di più e fa rischiare l'overdose. In un libro a metà fra lo scientifico e il divulgativo – «L'amore è una droga leggera... in generale» – lo psichiatra descrive la passione che nasce fra due esseri umani come il consumo di una droga del quale si ha un bisogno sempre più smisurato: «siamo drogati della pelle dell'altro – scrive – ci inebria, ci rende meravigliosamente felici e dipendenti. Lo si sospetta di averci somministrato un filtro, gli si ripete “mi manchi” e si soffre in sua assenza, basta rivederlo per tornare ancora meravigliosamente felici... si sfiora l'overdose di dolore e si ha paura che possa essere fatale». Reynaud e altri suoi colleghi sono rimasti colpiti nell'osservazione sistematica dei comportamenti degli innamorati e dei tossicodipendenti, dall'alternanza di esaltazione e disperazione a seconda della presenza o dell'assenza dell'essere o della sostanza desiderata. La differenza è nell'evoluzione: che nel rapporto fra due persone può diventare un rapporto più impegnativo e duraturo, ma che rischia talvolta di deviare verso passioni distruttrici, proprio come nel caso della droga. La neurobiologia dà man forte a Reynaud: «Da pochi anni disponiamo – scrive lo psichiatra – di informazioni scientifiche che corroborano la tesi che il famoso “filtro d'amore” possa rendere schiavi come una sostanza stupefacente. A lungo abbiamo rifiutato di ammettere, per mancanza di dati scientifici, ma anche per questioni morali, che ciò che rende dipendenti, in entrambi i casi, è la dimensione del piacere». E la neurobiologia insegna che in entrambi i casi – amore e droga – interviene l'aumento di una sostanza nel cervello neuromediatore, la dopamina, che dà stimoli creativi, voglia di scoprire, di saperne di più, di provare ad andare oltre. In realtà, il corpo umano è «programmato» per il piacere, così come dimostrato dal complicato sistema di neurorecettori e neurotrasportatori chimici che esistono a tale scopo. Tutto, però, è già pronto per «tornare a uno stato di maggior neutralità – spiega lo studioso – qualora il piacere venga a mancare, senza soffrire di mancanza intollerabile». Al contrario, come nel caso di droghe e amore, quando il piacere arriva in «dosi massicce», impreviste dal sistema, la mancanza diventa «intollerabile».

strutture della psichiatria

L'Unità 13 Marzo 2005
Viterbo, a rischio le cure per i malati mentali
Alessandra Rubenni

«A Viterbo vogliono chiudere l'Spdc, il Servizio per la diagnosi e cura delle malattie mentali dell'ospedale vecchio, trasferendo i posti letto in una clinica privata convenzionata. Un fatto gravissimo. Una decisione illegittima e di arretramento per tutta la cultura psichiatrica attuale. È come tornare indietro, prima della 180». L'allarme è drammatico e a lanciarlo è il direttore del Dipartimento di Salute Mentale della Asl Roma E, Gianfranco Palma, che dall'89 è stato per diversi anni primario del reparto viterbese. A voler essere precisi, ad aprirlo è stato proprio lui, che adesso teme di vederlo chiudere, a causa dei lavori di ristrutturazione di cui il complesso ospedaliero ha urgente necessità. Ma questo intervento di rifacimento avrebbe non solo potuto, ma dovuto essere programmato in maniera diversa. «I lavori andavano organizzati in due stralci, in modo da mantenere l'apertura del servizio all'interno dell'Ospedale Grande degli Infermi. Invece - accusa Gianfranco Palma - il direttore generale della Asl di Viterbo, Bruno Cisbani, ha già deciso di spostare tutta la struttura e i pazienti in una clinica. Così si premiano i privati e si ghettizza di nuovo la salute mentale, non integrandola con le altre discipline». Secondo la legge, infatti, le cliniche neuropsichiatriche possono ricoverare soltanto i malati che decidono volontariamente di essere curati, mentre negli Spdc degli ospedali si eseguono soprattutto i trattamenti sanitari obbligatori. «Gli Spdc devono trovarsi all'interno di ospedali pubblici, integrati con altri settori della medicina, secondo quanto stabiliscono i due Progetti Obiettivo per la tutela della salute mentale, emanati attraverso appositi Decreti del Presidente della Repubblica», prosegue il responsabile della Asl Roma E, puntando il dito contro una scelta assurda, presa in barba alle leggi e alla tutela delle persone con disturbi psichici. Una scelta, a conti fatti, che farebbe soltanto un altro favore - pagato con denaro sonante - ai privati. «È chiaro che la struttura dell'ospedale vecchio - spiega ancora Palma - è del tutto inadeguata. Recentemente è stata anche oggetto di un'ispezione dei Nas, dopo le tante proteste da parte dei familiari dei malati, che denunciavano le disastrose condizioni in cui si trovava il servizio. In realtà quei posti letto devono essere trasferiti all'ospedale Belcolle, il nuovo nosocomio viterbese. Ma anche lì i lavori procedono a rilento, per cui non si è provveduto allo spostamento. Una situazione inaccettabile». Tutto questo, poi, nel quadro delle carenze già gravissime che in tutto il Lazio penalizzano l'assistenza per la salute mentale, tra posti letto insufficienti nelle strutture pubbliche e mancanza di risorse e personale. Ma sul caso di Viterbo è già battaglia, con i sindacati e il consigliere regionale dei Ds, Giuseppe Parroncini, mobilitati per scongiurare questo "attacco" alla 180. E ci saranno anche loro, domani, all'apposito incontro fissato con il direttore della Asl viterbese Cisbani.

storia delle donne
una scienziata ed esploratrice del Settecento

La Stampa TuttoLibri 12.3.05
Una donna sola sfida l’Amazzonia
scomparso nella Guyana francese dopo aver partecipato a una spedizione scientifica
Angela Bianchini

OGGI il villaggio ecuadoriano di Cajabamba, a circa 110 chilometri a Sud di Quito, è un posto come un altro. Il villaggio andino si estende per un chilometro o poco più lungo la Pan American Highway, e la maggior parte dell'attività cittadina ruota intorno alla fermata dell'autobus. I turisti di passaggio potrebbero fermarsi lo stretto necessario per scrutare il pendio di una collina a Nord del villaggio, in cerca di una cicatrice lasciata dal grande terremoto del 1797, che gettò un fiume di fango sulle sottostanti case di mattoni cotti al sole, uccidendo migliaia di persone. A quei tempi, era un posto completamente diverso. Ci vivevano più di sedicimila persone, e Riobamba - come allora veniva chiamata - era una delle più graziose cittadine coloniali del Perù, abitata da musicisti, artisti e ricchi proprietari terrieri». Comincia così, con questa andatura tranquilla, La moglie del cartografo, dal sottotitolo significativo «Una storia vera di amore, morte e sopravvivenza in Amazzonia», autore il giornalista e divulgatore scientifico inglese Robert Whitaker. Prende spunto, tutta la vicenda, da una testimonianza del passato e segno di antico splendore, che sopravvive nella cittadina ecuadoriana: il busto dorato di una donna. Il busto è in rovina, la maggior parte dei cittadini non saprebbe indicarne l'identità, e, tuttavia, ai suoi tempi, la signora del busto era celebre e la sua storia incantò l'Europa. Si trattava di Isabel Godin che, la mattina del 1 ottobre 1769 partì per un viaggio che ancora oggi suona incredibile. Di tutto il libro, il viaggio della Godin è certamente la parte, più breve, ma più interessante e drammatica, quella che più cattura l'interesse del lettore. Tuttavia non avrebbe mai avuto luogo se, a precederla non ci fossero stati grandi eventi, che, mutando totalmente le conoscenze scientifiche, aprirono prospettive interamente nuove. E', insomma, anch'essa, in certo senso, come microstoria, parte di una più vasta rivoluzione. L'Europa intellettuale del XVIII secolo era divisa su un dilemma fondamentale, vale a dire che forma avesse la terra: cioè se fosse schiacciata ai poli oppure all'equatore, opponendosi e contrastandosi allora le teorie newtoniane, sostenute dall'Inghilterra e da illuministi quale Voltaire e quelle cartesiane. Queste ultime, anche per motivi patriottici, erano invece dogma per l'Accademia delle scienze francese. E proprio per sostenere la dottrina di Cartesio, ormai attaccata anche in Francia, l'Accademia inviò nel 1735 in Sudamerica una spedizione che aveva per scopo la misurazione, più precisa possibile, della lunghezza di un grado di longitudine lungo l'equatore. Era guidata da uno scienziato famoso Charles-Marie de la Condamine e riuscì a farne parte anche un giovane di nome Jean Godin: proprio colui che, dopo sette anni di viaggi, esplorazioni, misurazioni e traversie di tutti i generi, conosciuta la giovanissima, appena tredicenne, Isabel de Gramesón di origine francese, si fidanzò con lei e poi, con il consenso generale, la sposò. E la storia avrebbe potuto concludersi qui, con un happy ending tra due mondi. Accadde invece che Godin non trovò né soldi né riconoscimenti e per riuscire a tornare in Francia si spostò nella Guyana francese. A questo punto, Isabel rimane sola, perde l'unica figlia che non ha mai più rivisto il padre, e dopo aver atteso il marito per circa vent'anni, decide di andare lei, lei donna inerme, a andare a cercarlo. E la sua traversata della selva amazzonica in mezzo a pericoli innominabili, perdite umane e materiali di tutti i generi (bellissima la scena in cui gli indios esterrefatti la vedono indossare un paio di pantaloni) è davvero un pezzo da antologia come lo è il ricongiungimento con il marito. Delle due vicende, quella della spedizione Condamine, con tutti le possibili complicazioni diplomatiche di un mondo diviso tra le sovranità conflittuali della Spagna, della Francia e del Portogallo, e difficili problemi scientifici da affrontare ogni giorno e l'altra, più veloce e personale, di Isabel, è la seconda, naturalmente, a avere la meglio. E il tutto è riscattato dal congiungimento, questa volta definitivo, tra Jean e Isabel: perché lei, invecchiata, incanutita, il viso segnato dalle cicatrici dei morsi degli insetti, orbata di figli e fratelli, ricompare davvero, a bordo di una goletta, davanti agli occhi del marito, che non sperava più di rivederla. E riescono a finire la loro vita tormentata proprio in Francia, in campagna, in compagnia del padre di lei, allevando come un figlio un nipote arrivato da Riobamba. Chi volesse curarsi di tutte le ansie della nostra epoca, potrebbe andare a ritrovare Isabel nel cimitero di Saint Amand, dove fu sepolta all'età di sessantacinque anni oppure nel Berry dove vivono ancora i suoi discendenti.

un'idea per un bel week end

L'Unità 13 Marzo 2005
Sulle montagne bavaresi un mega albergo a cinque stelle
La baita di Hitler diventa un hotel di lusso
Stefano Vastano

BERLINO Sin dai primi del Novecento erano questi picchi bavaresi il luogo di villeggiatura della Bohème tedesca e dalle grandi menti viennesi. Sulle cime del Watzmann, dello Jenner e della «Schlafende Hexe» (la strega addormentata) ­le vette del massiccio dell’Obersalzberg­ erano Clara Schumann, Johannes Brams e persino Sigmund Freud a riempirsi i polmoni d’aria pura e le pupille dell’incanto dei luoghi. Poi, a partire dal maggio del 1923, uno strano personaggio cominciò a frequentare quelle alture. Prendendo in affitto una sperduta baita sulla montagna: un casolare chiamato «Berghof».
È lì che, nell’estate del 1925, Adolf Hitler terminò la seconda parte del suo programma ideologico e di guerra razziale: «Mein Kampf». Non per niente i fedelissimi del suo partito battezzarano quella capanna montana ­acquistata da Hitler già nel 1928 e dal ‘33 luogo di culto dei fanatici del Führer­ la «Kampfhäuserl», la casetta della battaglia. Sin dalle prime ore del nazismo dunque le dolci cime bavaresi nei pressi di Berchtesgaden si trasformarono nella stramaledetta centrale politica del Terzo Reich. Una vera e propria «filiale di Berlino» come lo stesso Martin Bormann, segretario factotum di Hitler, definì il complesso sulla montagna bavarese. Che, a partire dal ’33 e per tutti e dodici gli anni del nazismo, divenne uno dei più grandi cantieri di Hitler. Fu lo stesso dittatore, fra una passeggiata e l‘altra col suo prediletto quadrupede Blondie, a progettarvi un Bunker dopo l’altro, ed aereoporti, ospedali e caserme delle SS. Tanto che solo negli ultimi anni del conflitto, ad opera di specializzate maestranze italiane, fu terminato il progetto della «Kehlsteinhaus»: un edificio all’estrema vetta del monte in omaggio al 50° compleanno del Führer. Ci vollero ben 1300 bombe della Royal Air Force per ridurre al suolo, nell‘aprile del ’45, tanto deleterio cemento ed architettura nazista sulle alture dell’Obersalzberg.
La stessa montagna che, dal primo marzo scorso, ha riaperto i battenti per i primi facoltosi clienti del «più esclusivo Mountain Resort di tutta la Germania». La catena alberghiera Intercontinental ha infatti avuto la non proprio geniale idea di aprirvi un hotel a cinque stelle sugli stessi pendii in cui Hitler amava prendere ­molto piú spesso che a Berlino o a Norimberga­ i suoi bagni di folla. Oggi bisogna sborsare almeno 270 euro per godersi la panoramica di quella montagna incantata in una delle 138 camere di lusso dell’Intercontinental di Berchtesgaden. Ce ne vogliono invece 1300 euro per passarvi una notte in una delle sue suite. E a partire da 2500 euro per godersi ­con tanto di sala da pranzo, bagno panoramico e persino la stanzetta per il Butler­ tutti i comfort della gigantesca «Suite del Presidente». Che è poi l’unica in tutto l’hotel sui cui tavolini da notte non sia poggiata a bella vista una copia de «L’utopia della morte». È il volume, pubblicato dal rinomato Istituto di storia contemporanea di Monaco, che fa da guida al Centro di Documentazione del nazismo di Berchetsgaden. A differenza dell’architettura del lussuoso Hotel, una postmoderna colata di 7000 metri quadrati di vetrate incastonate in una calda pietra naturale, il Centro di Documentazione è un piatto edificio a poche centinaia di metri dal nuovo Intercontinental.
Aperto dal 1999, in media 136mila visitatori l’anno ci entrano a visitare l‘accurata mostra sulla «montagna del nazismo» curata da Volker Dahm. «L‘apertura dell’Hotel in questo luogo è una iniziativa molto coraggiosa», ammette lo storico bavarese. Ed aggiunge: «Senza il nostro Centro di Documentazione non si sarebbe mai arrivati ad aprire qui un Hotel del genere». Anche i manager della nota catena alberghiera sanno benissimo che l’operazione turistica a cinque stelle ­l’Hotel vanta una zona sauna e piscina di 1400 metri quadrati, interamente coperti da maioliche madreperla­ non è delle più scontate. È per questo che, oltre al compendio di storia sui tavolini delle stanze, hanno tenuto ad arredare il nuovo tempio del Wellness nel più candido stile possibile. Alle pareti, anche in quelle del nobile ristorante «Le Ciel», solo quadri, per lo più di giovani pittori tedeschi, con elegiaci panorami alpini. E la moquette nelle stanze adorna dei più teneri motivi floreali: aghi di pino fra fiocchi di neve. Nella Lobby poi, grandi spioventi lampade bianche danno quel tocco di moderno brio -in contrasto con le pareti di nuda pietra­ all’ambiente. «È certo un luogo storicamente molto particolare», spiega cortesemente ai giornalisti Jörg Böckeler, direttore del nuovo Interconti. Che per non spaventare troppo i suoi clienti aggiunge: «Ma per prima cosa è un meraviglioso luogo naturale». Basteranno l’incanto dei monti, la raffinata eleganza delle stanze e dell’architettura ad allontanare dallo Chalet a cinque stelle gli spettri del passato? Persino sulle colonne del «New York Times» son già sorti i primi dubbi al riguardo. «Qui Hitler viziava bambini biondi con fragole alla panna», ha scritto il giornale americano. Chiedendosi quindi caustico: «I nuovi ricchi lo imiteranno?».

architetture e simbolismi
esoterismo a Roma

Il Tempo 12.3.05
Tra ville, palazzi e chiese l’itinerario delle figurazioni esoteriche e dei simboli massonici
La Roma segreta degli alchimisti
Anche Borromini e Piranesi impegnati in opere d’arte dal significato magico
di VALENTINA CORRER

FORSE non tutti sanno che il celebre architetto Francesco Borromini non è sicuro che si sia suicidato trafiggendosi con una spada. L'attraversamento in obliquo del ferro nelle carni in entrata all'altezza del fegato e in uscita nella regione lombare sinistra, farebbe pensare ad un aiuto esterno. E se fosse, perché? Che avrebbe mai fatto? Lui, sempre devoto a Dio e alla Santa Chiesa, solitario, noncurante del denaro e della vita fastosa, offuscato dal Bernini, un'esistenza in silenzio. A dire il vero si diceva anche che era un po' strano, apparteneva alla Corporazione dei Muratori, una massoneria ante litteram, il suo motto era «esporre segretamente e dimostrare silenziosamente». E a ben vedere tentativi di comunicare qualcosa sono stati riscontrati in molte sue opere. Nella chiesa di San Carlino ricorrenti sono le simbologie legate al significato dei numeri, i tre cerchi nel tamburo di volta che richiamano alla Trinità, come pure il triangolo nella cupola sempre inscritto in un cerchio e la presenza di un occhio ancora dentro ad un triangolo, da cui partono dei raggi e chiamato dalla massoneria Delta Luminoso. Molte poi le figure geometriche come l'ottagono o l'esagono che si prestano a varie interpretazioni. Sant'Ivo alla Sapienza poi è tutta costruita su precisi schemi numerici e geometrici, dalla pianta formata da una stella a sei punte, al pavimento a mosaico in ricordo di quello del tempio di Salomone, le 111 stelle della cupola. 1+1+1 come le tre fasi dell'evoluzione mistica, divise a gruppi di dodici come gli apostoli e numero della Gerusalemme Celeste, e ce ne sarebbe per molto ancora. Tanti sono a Roma gli itinerari da scoprire, nascosti nei dettagli poco visibili, come nei sotterranei di un grande castello in cui andare ad aprire porte dal fondo oscuro e trovarsi di fronte ad un fantasma come quello della Pimpaccia che ogni notte è in fuga sul Ponte Sisto. Strane presenze, come quella della Porta Alchemica del 1655 nei giardini di Piazza Vittorio, ingresso della dependance della villa del marchese Palombara. Varie le leggende in proposito, una vuole che il nobiluomo ospitasse in casa sua un tale Giuseppe Francesco Borri che si interessava di scienze occulte e alchimia. Gli mise a disposizione il suo laboratorio perché potesse seguire i suoi esperimenti alla ricerca della trasformazione del piombo in oro. Ma un giorno questi sparì e il marchese si ritrovò solo con un mucchio di pergamene incomprensibili. Decise allora di trascrivere sulla porta questi segni indecifrabili con la speranza che qualche passante glieli avrebbe un tempo potuti spiegare e mise come guardiani due statue della divinità egizia Bes. Chi li volesse interpretare li può trovare ancora lì, incisi sugli stipiti e l'architrave. Un altro famoso amante dell'alchimia fu il Cardinal del Monte il quale si fece affrescare ad olio il soffitto della sua distilleria all'interno del Casino Ludovisi. La raffigurazione alchemica degli elementi acqua, aria e terra in foggia mitologica ritraente Giove, Nettuno e Plutone fu affidata nientemeno che a Caravaggio, il quale mise poi al centro della volta un grande cerchio solare, luce dal denso significato allegorico come tutto l'affresco. Il cerchio, la figura perfetta, l'infinito, la continuità ciclica simbolo che accompagna sempre il pensiero magico-religioso, elemento ricorrente. Come quello formato dall'uroboro, il serpente che si ingoia la coda, scolpito su un cippo marmoreo all'interno della Chiesa di Sant'Urbano nel parco della Caffarella. Allo stato iniziale non presenta differenziazione, non è né bene né male, è visto dalla psicanalisi come lo stato in cui l'uomo si trova quando è immerso nel liquido amniotico. Lo stesso serpente lo ritroviamo insieme a fregi rappresentanti il sole in un soffitto di Palazzo Falconieri, trasformato proprio dal Borromini, all'interno della cui biblioteca furono rinvenuti vari testi di ermetismo e di magia e che fu probabilmente uno di quei luoghi in cui si incontravano occultisti e stregoni. E un posto come questo fu Palazzo Corsini a via della Lungara dove la regina Cristina di Svezia, amica guardacaso del nostro marchese di Palombara, fece costruire un gabinetto alchemico. E ancora Castel Sant'Angelo dove venne rinchiuso il Borri, l'ospite di Villa Palombara, che lì continuò i suoi esperimenti fino alla morte, e dove venne imprigionato anche Cagliostro mago e massone. Un altro massone fu con tutta probabilità Giambattista Piranesi che restaurò la villa del Priorato di Malta sull'Aventino arricchendola di simboli alchemici e massonici il cui insieme sembrerebbe raffigurare un vascello pronto a salpare per Gerusalemme. Ma tornando all'inizio di questo breve excursus vale la pena di sottolineare che la citata Corporazione dei Muratori aveva la sua sede all'interno della Chiesa dei Santi Quattro Coronati che è luogo ricchissimo di simboli suggestivi. I più esemplificativi si trovano all'interno del chiostro e sono la cosiddetta "triplice cinta druidica" che simboleggia il percorso che porta al Sé, e i segni X, I, D, incisi nel pavimento in cui la X nasce dall'incontro di due triangoli e si rifà alla nota stella a sei punte, la I sempre riprodotta a gruppi di tre richiama alla Trinità e la D rievoca il nome Deus e Dominus. Un fatto curioso poi accadde nel giorno del Natale di Roma del 1917 quando una voragine si aprì nei pressi di Porta Maggiore e sotto apparve una basilica del I sec. d.C. in cui sembrava si riunisse un gruppo di seguaci di Pitagora e per questo chiamata Basilica Neopitagorica. Molti gli stucchi decorativi quasi tutti interpretabili in chiave esoterica e alcuni in particolare riconducibili all'iniziazione della dottrina neopitagorica, studiati anche dallo psicologo Aldo Carotenuto scomparso nei giorni scorsi. Forse i neopitagorici romani si dilettavano di spiritismo e divinazione e per questo la loro basilica ebbe vita brevissima per poi tornare alla luce dopo duemila anni sotto le vibrazioni della Roma-Napoli.

in un libro in inglese
tutto quello che avreste sempre voluto sapere sull'orgasmo...

Galileo.it 10.3.05
GALILEO LIBRI
La scienza dell'orgasmo
Jonathan Margolis
O: The Intimate History of the Orgasm
Arrow Books, 2004
pp. 416, £ 7,99 (euro 11,96)
Dal sesso nelle caverne a Sex and the City. Jonathan Margolis, giornalista e fin qui autore soprattutto di biografie (dall'illusionista Uri Geller all'attore Jonh Cleese) si cimenta questa volta con una biografia decisamente sui generis. Il protagonista del suo ultimo libro è l'orgasmo: un "sottoprodotto" dell'evoluzione biologica, dove gioca il ruolo di incentivo alla riproduzione della specie, che l'evoluzione culturale umana ha trasformato nei secoli ora in un tabù, ora (nell'ultimo secolo, in particolare) in un protagonista assoluto. Uno "sdoganamento" in piena regola dell'orgasmo, ormai celebrato e messo al centro del dibattito culturale persino nella morigerata Hollywood. Chi non ricorda la celebre scena di "Harry ti presento Sally" in cui Meg Ryan simula un orgasmo al ristorante di fronte a un attonito Billy Cystal, facendo dire a un'altra cliente "prendo quello che ha preso la signorina"?
Il libro di Margolis mescola biologia, psicologia evolutiva, storia e letteratura per ricostruire le origini e le alterne fortune della ricerca del piacere sessuale negli esseri umani. Soprattutto, vuole indagare e spiegare le differenze tra l'orgasmo maschile e quello femminile. Passando in rassegna i contributi di molti nomi noti, da Freud a Masters&Johnson, da Kinsey a Stephen Jay Gould, l'autore avvalora la tesi per cui le differenze tra i sessi nella ricerca del piacere sono insanabili perché riconducibili al vantaggio evolutivo e alla riproduzione della specie. Fin qui, nulla di particolarmente nuovo.
Nella prima parte, l'autore definisce e classifica. Morfologia ed evoluzione degli organi riproduttivi, storia e diffusione delle principali pratiche sessuali, casi più o meno notevoli di disturbi della sessualità. Nel dubbio che il tutto risulti troppo asettico, intervalla con una valanga di aneddoti che vanno dall'instancabile attività sessuale di Cleopatra, ai consigli dietetici per rendere più gradevole il sesso orale, fino ad accurate misure in litri dell'eiacualato del maschio medio occidentale, con tanto di contenuto in vitamina C (60% della dose giornaliera raccomandata, per la cronaca).
Per il resto, gran parte del libro è storia culturale del piacere sessuale. Che inizia da "Orgasm B.C.", quando, almeno a detta dell'autore, gli esseri umani non avevano ancora scoperto il legame tra sesso e procreazione e tutto era molto più semplice (quando lo scoprirono iniziò tra l'altro la dominazione dell'uomo sulla donna). Poi i costumi sessuali di antico Egitto, Grecia classica e Roma, fino all'età cristiana, quando tutto ciò che fino ad allora era comunemente accettato (masturbazione, sesso anale e orale, omosessualità) diventa più o meno rapidamente tabù: colpa soprattutto di Sant'Agostino e San Tommaso, ci spiega Margolis. Seguirà un "medio evo" della sessualità, interrotto brevemente durante il Rinascimento, per riprendere cupamente nel periodo Vittoriano, ed essere spazzato via dalla liberazione sessuale del XX secolo.
Il tutto, si intuisce, è genuinamente divertente e qua e là istruttivo. Forse lo sarebbe ancora di più se aneddoti e teorie riportati, specie dal punto di vista storico, fossero meglio documentati: l'autore spesso presenta come certezze, senza citare fonti, quelle che hanno l'aria di essere solo sue ipotesi. Peccato, perché quello del piacere sessuale è davvero un... eccitante problema di sovrapposizione tra evoluzione culturale ed evoluzione biologica: e un volume che si propone, come questo, di riunire e soppesare la conoscenza in materia merita una distinzione più chiara tra l'aneddoto, la provocazione e il colore - ci mancherebbe che non ci fossero - e l'analisi scientifica. Altrimenti, di fronte all'ennesimo aneddoto di incerta origine sui costumi sessuali di qualche popolazione del passato (Margolis c'era?), il lettore non può che chiedersi, tanto per rimanere in tema: questo è vero o simulato?

depressione

L'Eco di Bergamo
La depressione «frequenta» sempre più adolescenti
Il presidente dei pediatri italiani, Giuseppe Saggese: «Uno degli aspetti più difficili resta quello di riuscire a riconoscerla»
M. G. C.

La depressione è un male sempre più frequente tra gli adolescenti - afferma Giuseppe Saggese, presidente della Società Italiana di Pediatria - e uno degli aspetti più difficili nell'affrontare la malattia è proprio «riconoscerla». È raro, infatti - sostiene il presidente dei pediatri italiani - che un adolescente ammetta, anche con se stesso, di essere depresso, perché spesso i giovani sono riluttanti a comunicare ad altri le loro sensazioni di tristezza e le loro emozioni, soprattutto quando il senso di colpa e di vergogna che accompagnano la depressione accentuano l'isolamento e la tendenza a chiudersi in sé stessi.
È di fondamentale importanza, quindi, che tutti coloro che vivono a stretto contatto con un adolescente prestino la massima attenzione a quei «segnali deboli» che possono essere campanelli d'allarme di uno stato di disagio, terreno di cultura ideale per lo svilupparsi di una sindrome depressiva. In particolare, genitori ed insegnanti non devono commettere l'errore di trascurare o minimizzare atteggiamenti dei loro figli o dei loro alunni che evidenzino cambiamenti repentini e apparentemente non giustificati non solo di umore, ma anche di abitudini, comportamenti, amicizie. In questi casi il pediatra è certamente un interlocutore indispensabile e competente, in grado di prendersi in carico il problema e di aiutare l'adolescente e la sua famiglia a risolverlo coinvolgendo, in tutti i casi in cui si rende necessario, gli specialisti più idonei e più competenti per questi problemi, primi tra tutti i neuropsichiatri infantili.
La depressione - continua Saggese - può essere affrontata e curata e, in molti casi, risolta. Ma cosa fare?
COLLOQUI DI SOSTEGNO
Per alcuni adolescenti potrà bastare soltanto una serie di colloqui di sostegno, in cui talvolta sarà opportuno inserire la presenza della famiglia.
PSICOTERAPIA
La psicoterapia, in particolare quella cognitivo-comportamentale, eseguita da professionisti esperti per questa fascia di età, può aiutare ad imparare strategie per conoscere ed affrontare la depressione, così come ad identificare situazioni conflittuali e problematiche della propria vita che possono essere connesse con l'insorgenza della depressione. Per molti adolescenti avere una persona di supporto, in un periodo di difficoltà, con la quale parlare ed esprimere i propri pensieri ed propri sentimenti può essere di grande aiuto, tanto che alcuni di loro stanno meglio al solo sapere di non essere «da soli» nella depressione.
TERAPIA FARMACOLOGICA
Nei casi più complessi può essere necessario ricorrere alla terapia farmacologia. Sarà il pediatra (o il medico di famiglia), in coordinamento con un neuropsichiatria dell'età evolutiva, a confermare una diagnosi dubbia e definire un adeguato programma di cura. Sono ormai molti i farmaci che hanno dimostrato una notevole efficacia nel curare la depressione con sempre minori effetti collaterali. Per alcuni soggetti i farmaci sono sufficienti per curare i sintomi della depressione, mentre per altri risulta preferibile associarli alla psicoterapia al fine di raggiungere una migliore comprensione dei sintomi, e quindi accettarli e superarli meglio.
RISCHIO SUICIDIO
Oggi, purtroppo, il suicidio è diventata la seconda causa di morte tra i giovani tra i 15 ed i 19 anni e la percentuale è triplicata negli ultimi 30 anni. Alcuni sondaggi mostrano che circa il 40% degli studenti di scuole secondarie hanno preso in considerazione il suicidio in qualche occasione, più o meno seriamente. Uno degli aspetti più importanti per la prevenzione dei suicidi negli adolescenti è evidenziare le situazioni a rischio.

Il Tempo 13.3.05
Sono italiani gli anziani più depressi d’Europa
Fra le cause maggiori, l’emarginazione e la solitudine. Le vedove colpite in modo particolare
Secondo uno studio svolto a Padova questa malattia aumenta di quattro volte il rischio infarto

ROMA — La depressione è fra le prime nemiche del cuore degli anziani, tanto da aumentare di 3-4 volte il rischio di infarto. Si calcola che, fra gli over 65 vittime della depressione, 1 su 4 sia colpito da un attacco di cuore. È quanto emerge dallo studio ILSA (Italian Longitudinal Study on Aging), condotto dall'Istituto di Neuroscienze del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Padova su oltre 5.600 anziani di otto città e presentato nel congresso della Società italiana di prevenzione cardiovascolare (Siprec), che si è concluso ieri a Roma. Dalla ricerca (condotta dal 1992 ad oggi a Milano, Genova, Padova, Firenze, Fermo, Bari, Napoli e Catania) risulta che gli anziani italiani sono fra i più depressi in Europa. Se le vittime della depressione sono soprattutto le donne oltre i 65 anni, i più colpiti dall'infarto fra i depressi sono gli uomini e le donne che vivono da sole. «Gli anziani italiani sono i più depressi perché perdono presto il ruolo dominante nella famiglia, vivono in solitudine e spesso con disabilità», ha osservato il presidente della Siprec, Gaetano Crepaldi. «La depressione - ha aggiunto - colpisce in modo particolare le vedove». Oltre alla solitudine, a scatenare la depressione è, secondo l'esperto, anche la mancanza di un'attività. «Gli anziani italiani - ha proseguito Crepaldi - si sono raramente preoccupati di gestire il tempo libero in previsione della pensione, in pochi hanno un hobby. E la società italiana, a differenza di quella nord-europea, non fa nulla per coinvolgere gli anziani in progetti sociali». Almeno tre, le ipotesi sul legame fra depressione e infarto. La prima, secondo il geriatra Niccolò Marchionni, dell'università di Firenze, è che i depressi non seguono in maniera corretta come i non depressi gli stili di vita più sani, tanto che molti di essi fumano, sono in sovrappeso e si curano poco, non seguendo le indicazioni del medico nè per quanto riguarda la cura della depressione nè per le cure di malattie cardiovascolari. La seconda ipotesi è che nelle persone depresse aumenti la capacità delle piastrine di aggregarsi e, con essa, il rischio di trombosi. In terzo luogo, si pensa che nei depressi si allenti il controllo nervoso del battito cardiaco.

Gazzetta del Sud 13.3.05
Vittime soprattutto le donne
Anziani, la depressione aumenta il rischio infarto

ROMA – La depressione è fra le prime nemiche del cuore degli anziani, tanto da aumentare di 3-4 volte il rischio di infarto. Si calcola che, fra gli over 65 vittime della depressione, 1 su 4 sia colpito da un attacco di cuore. È quanto emerge dallo studio Ilsa (Italian Longitudinal Study on Aging), condotto dall'Istituto di Neuroscienze del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) di Padova su oltre 5.600 anziani di otto città e presentato nel congresso della Società italiana di prevenzione cardiovascolare (Siprec), che si conclude ieri a Roma. Dalla ricerca (condotta dal 1992 ad oggi a Milano, Genova, Padova, Firenze, Fermo, Bari, Napoli e Catania) risulta che gli anziani italiani sono fra i più depressi in Europa. Se le vittime della depressione sono soprattutto le donne oltre i 65 anni (58%, contro il 34% degli uomini della stessa età), i più colpiti dall'infarto fra i depressi sono gli uomini e le donne che vivono da sole. «Gli anziani italiani sono i più depressi perché perdono presto il ruolo dominante nella famiglia, vivono in solitudine e spesso con disabilità», ha osservato il presidente della Siprec, Gaetano Crepaldi. «La depressione – ha aggiunto – colpisce in modo particolare le vedove». Oltre alla solitudine, a scatenare la depressione è, secondo l'esperto, anche la mancanza di un'attività. «Gli anziani italiani – ha proseguito Crepaldi – si sono raramente preoccupati di gestire il tempo libero in previsione della pensione, in pochi hanno un hobby. E la società italiana, a differenza di quella nord-europea, non fa nulla per coinvolgere gli anziani in progetti sociali». Per Stefania Maggi, del Cnr di Padova,è auspicabile «un miglior controllo farmacologico della depressione, perché la mortalità e la morbilità cardiovascolare ad essa associata rappresentano un serio problema di salute pubblica».

storia
comunismo e religione

Il Tempo Domenica 13 Marzo 2005
Comunisti alla ricerca di Dio
di DIEGO GABUTTI

NEL 1926, a Mosca, si tenne il VI Plenum allargato del Comintern, l'Internazionale comunista. Fu allora che l'ex segretario del Partito comunista d'Italia, il napoletano Amadeo Bordiga, che nel 1923 aveva dovuto cedere ad Antonio Gramsci e ai suoi "moderati" la direzione del partito, ebbe un violento scontro politico con Stalin, il futuro «padre dei popoli», durante un incontro a porte chiuse tra le delegazioni dei due partiti, quello russo e quello italiano. Bordiga, che parlò per primo, prese le difese di Trotzky, col quale s'era segretamente incontrato la sera prima, muovendo accuse spietate a Stalin e alla direzione bolscevica. Alla fine del suo intervento, che tutti avevano ascoltato a bocca aperta, Stalin si rivolse a Bordiga con queste parole: «Mai avrei creduto che un comunista potesse parlarmi in questo modo. Dio vi perdoni per averlo fatto». Questo appello a Dio, da parte d'un ex seminarista, che prima di guidare le bande armate degli "espropriatori" bolscevichi in Georgia aveva studiato teologia a Tiflis, dov'era nato, non suonò troppo strano alle orecchie dei presenti. Dio e la sua presenza, all'ombra delle scintillanti cupole ortodosse di Mosca e Leningrado, l'ex San Pietroburgo, erano nell'aria. Al punto che solo qualche anno prima, nei ranghi duri e puri del partito, s'era sviluppata quella che Lenin, con l'aria di non credere alle proprie orecchie, aveva definito una "deviazione idealistica", sostenuta da due vecchi bolscevichi di provata fede e antica militanza come Aleksandr Bogdanov e Anatoly Lunacharsky e dai loro seguaci, noti come "i costruttori di dio". Bogdanov, che Lenin aveva considerato fino a quel momento "il cervello numero uno del partito", cominciò d'un tratto a sostenere che molto presto la "nuova scienza proletaria" nata dalla Rivoluzione d'Ottobre e dal potere sovietico avrebbe battuto la religione sul suo stesso terreno e "vinto la morte", sull'esempio dei "vampiri comunisti di Marte", gli "alieni immortali" protagonisti d'un suo romanzo fantascientifico. Morale: per una ragione o per l'altra, oggi il furore mistico dei "costruttori di dio", domani il calcolo politico dei partiti comunisti che agivano in terra d'infedeli, per esempio in Italia, patria del "cattocomunismo" e del compromesso storico tra cattolici e marxisti, il "problema di Dio" non poté mai essere liquidato per decreto, o con le frasi a effetto filosofiche, come aveva tentato di fare Marx quando il comunismo era soltanto una teoria che non aveva ancora fatto male a nessuno, e neppure dichiarando "guerra" alla religione, come fece poi l'ex seminarista di Tiflis, che della religione rubò (anzi, "espropriò") le forme per metterle al servizio del partito sacralizzato e del suo culto personale. Dio e il governo delle anime sono inseparabili, come i comunisti appresero subito; così come impararono che la religione, per chi ci crede come per chi la nega, era e rimane una delle forme della convivenza, cioè della politica.
(...)

Il Tempo Domenica 13 Marzo 2005
Una biografia di Hitler per Stalin

UNA BIOGRAFIA segreta del dittatore nazista Adolf Hitler commissionata dal dittatore sovietico Josef Stalin sarà pubblicata sul finire del mese di marzo. Lo ha annunciato l'editore britannico del libro. Il «Libro su Hitler» di Stalin fu presentato al dittatore sovietico nel dicembre 1949, in un solo esemplare, e fu sistemato nel suo personale archivio prima di venir riscoperto nel 2004 dallo storico tedesco Matthias Uhl. Un portavoce dell'editore ha detto che una seconda copia della biografia fu fatta nel 1965 e sistemata in un archivio separato, per essere usata come prova evidente che il primo libro era autentico. Un comunicato ha reso noto che il libro sarà pubblicato questo mese in Germania dall'editore Lubbe. In Gran Bretagna la pubblicazione è prevista per novembre. La biografia si basa su due anni di interrogatori a Mosca a due persone molto vicine a Hitler, il maggiordomo Heinz Linge e il suo ultimo aiutante personale, l'SS Otto Guensche, che si occupò di cremare il suo corpo e quello di Eva Braun. I due lavorarono per Hitler per 10 anni prima di essere catturati dalle truppe sovietiche nel bunker del Führer del quale avevano condiviso le ultime ore di vita. Stalin, secondo il comunicato editoriale, commissionò il libro perchè voleva capire la psicologia di Hitler ed essere sicuro che il dittatore nazista fosse veramente morto.

brevi dal web

nutrimenti.net
newsletter dell'11 marzo 2005

Martedì 15 marzo, ore 18,
libreria Melbookstore di Roma (via Nazionale, 254-255)

"Informare in tempo di guerra: gli inviati nei luoghi di combattimento,
il caso Giuliana Sgrena":
Mimosa Martini presenta Kashmir Palace.

Intervengono:
Tiziana Ferrario, giornalista Tg1,
Giuseppe Giulietti, presidente dell'associazione Articolo21,
Silvia Garambois, segretario dell'Associazione Stampa Romana.
Nel corso del dibattito Luana De Vita,
l'autrice di Mio padre è un chicco di grano,
presenterà una ricerca sulla sindrome da stress postraumatico
negli inviati di guerra e nei giornalisti italiani.


yahoo!salute venerdì 11 marzo 2005,

Il 10% europei immune all'HIV? Merito del Medioevo
Il Pensiero Scientifico Editore

Le epidemie del Medioevo hanno reso il 10 per cento dei cittadini europei immuni dall’infezione da HIV: lo svela uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Medical Genetics. Un team di ricercatori dell’University of Liverpool’s School of Biological Sciences ha scoperto che la mutazione genetica nota come CCR5-?32, che impedisce al virus HIV di entrare nelle cellule del sistema immunitario è un’eredità delle epidemie che flagellavano l’Europa di un millennio fa.
Gli scienziati sanno da molti anni che gli individui con la mutazione CCR5-?32 hanno una naturale resistenza all’infezione da HIV che li rende sostanzialmente immuni all’AIDS, ma non erano ancora riusciti a spiegare la maggiore diffusione della mutazione nelle regioni scandinave e la sua scarsa diffusione nelle regioni del Mediterraneo.
Christopher Duncan e Susan Scott, autori dello studio, attribuiscono la frequenza della mutazione CCR5-?32 in certe zone europee al suo ruolo protettivo nei confronti delle epidemie dell’antichità. “Il fatto che la presenza di CCR5-?32 sia una realtà europea fa ritenere che le epidemie medievali hanno giocato un ruolo decisivo nell’alzare la frequenza della mutazione, dato che si trattava di malattie con quasi il 100 per cento della mortalità”, spiega Duncan.
Duncan e Scott ritengono che le epidemie tra il 1347 ed il 1660 non sono state di Peste bubbonica (una patologia batterica che non viene bloccata dalla mutazione CCR5-?32), ma di una febbre emorragica letale e virale che usava per entrare nelle cellule umane il CCR5. Utilizzando tecniche di progettazione computerizzata, gli scienziati hanno dimostrato che l’epidemia ha creato una pressione selettiva che ha portato la frequenza della mutazione da 1 su 20.000 all’1 su 10 attuale.
“Le epidemie emorragiche non sono scomparese dopo la Peste di Londra del 1665-1666 ma sono continuate in Svezia, Danimarca, Russia, Polonia e Ungheria fino al 1800. Questa presenza delle febbri emorragiche ha continuato la sua pressione selettiva in quelle zone, che ora sono quelle dove la mutazione CCR5-?32 è più diffusa”, conclude Duncan.

Fonte: Duncan SR, Scott S, Duncan CJ. Reappraisal of the historical selective pressures for the CCR5-?32mutation. J Med Genet 2005; 42: 205-208.

bur.it
Hai il cervello, usalo!
Una mostra che svela i segreti della mente umana e un incontro sulle illusioni ottiche e su altri fenomeni legati alla visione dei colori.
Sono le iniziative aperte al pubblico in occasione della "Settimana Nazionale del Cervello". In pochi sanno cosa pensa un tassista che cerca il tragitto più veloce per il suo cliente o in quanti modi uno schizofrenico dipinge un gatto nei diversi stadi della sua malattia o quali "corde" si attivano nella mente di un musicista durante l'esecuzione.
Dal 14 al 18 marzo nella sede di Via Dunant, una mostra illustrata risponderà a queste e ad altre curiosità offrendo a tutti l'occasione per un viaggio a colori nel cervello alla scoperta dei suoi meccanismi di funzionamento, anche di quelli più curiosi.
La mostra, promossa dal Dipartimento di Biologia Strutturale e Funzionale e dal Centro di Neuroscienze dell'Università dell'Insubria, è composta da 30 coloratissimi pannelli preparati dal Cend (Centro di Eccellenza in Neuroscienze) dell'Università di Milano. "Arriva a Varese - afferma Antonio Peres, direttore del DBSF - una mostra itinerante che ha raccolto grande successo di pubblico e tra le scuole. È la prima volta che il nostro Dipartimento organizza una iniziativa del genere e speriamo sia l'inizio di un ciclo di attività aperte al pubblico. Temi quali i disturbi alimentari, la depressione, ma anche il circuito nervoso del piacere, infatti, interessano e incuriosiscono tutti e questa è un'occasione per conoscerli meglio in modo semplice e accattivante." "Siamo a disposizione delle scolaresche - conclude Peres - che possono prenotare visite guidate. Anche con loro speriamo che abbiano inizio proficue collaborazioni didattiche".
"A Busto Arsizio - informa Daniela Parolaro, Direttore del Centro di Neuroscienze - abbiamo già avuto delle esperienze nelle scuole con incontri dedicati alle neuroscienze e ad altre discipline biomediche. Ricordo anche la convenzione con gli istituti superiori Tosi e Crespi: apriamo i nostri laboratori per visite guidate e accogliamo i ragazzi del IV anno per stage estivi di 2 settimane.
Questa mostra, spiegando in modo leggero argomenti importanti, contribuisce a creare attenzione intorno alle discipline biomediche e alla ricerca di base. Quest'ultima, in particolare, risulta essenziale per il loro sviluppo ed è fondamentale nella nostra attività scientifica."
A questo appuntamento, che si inserisce nel ricco carnet di eventi previsti nell'ambito della Settimana Nazionale della Cultura Scientifica e della Settimana del Cervello, si aggiunge un incontro in programma mercoledì 16 marzo alle 16.00, sulla visione dei colori.
Il professor Marco Piccolino dell'Università di Ferrara guiderà gli intervenuti alla scoperta dei meccanismi che producono la visione dei colori, effettuerà dimostrazioni di effetti visivi e illusioni ottiche e descriverà le teorie che, nel corso dei secoli, hanno tentato di spiegare questi fenomeni: un appuntamento da non perdere per godere la bellezza della scienza con il fascino dei suoi esperimenti e della sua storia.
"Siamo impegnati a costruire una università sempre più vicina al territorio e capace di proporre opportunità formative e culturali adatte anche a un pubblico di non addetti ai lavori - conclude Antonio Peres - L'attenzione e la partecipazione a queste iniziative non potrà che rafforzare il nostro impegno"

BUR.IT 14.03.05

kataweb.it
11 marzo 2005
Un bambino timido sarà un adulto ansioso?
Stefano Pallanti
allievo di Cassano, psichiatra a Firenze


Normalmente si parla di timidezza, di cui l’arrossire rappresenta il segnale più comune tra i bambini; ma oggi si parla anche di “Disturbo d’ansia sociale”, cioè di una vera e propria interferenza allo sviluppo della capacità di comunicare con gli altri. Spesso questa difficoltà si presenta molto precocemente ed anticipa altri problemi o disturbi: tra i più frequenti, l’abuso di sostanze (a scopo di autotrattamento delle proprie difficoltà) o disturbi dell’umore.
Ma come l’Ansia sociale si distingue dalla timidezza?
L’ansia sociale, si è visto, è un vero disturbo della competenza alla comunicazione interpersonale.
Un recente studio dimostra come i bambini con ansia sociale hanno maggiore difficoltà ad interpretare correttamente le espressioni di rabbia e ostilità dei loro coetanei.
Lo studio è stato condotto coinvolgendo scolari d’età compresa tra i 7 e 9 anni: i bambini sono stati valutati prima dai loro insegnanti attraverso strumenti scientifici per la misurazione del livello d’ansia sociale; in una seconda fase dello studio sono stati valutati da un’équipe di psicologi che ha quantificato con altri parametri il grado d’inibizione. Come ultima fase è stato chiesto ai bimbi di identificare le espressioni di loro coetanei rappresentate in una serie di foto. I risultati hanno dimostrato come non solo le valutazioni degli insegnanti fossero corrispondenti a quelle degli psicologi, conclusioni secondo le quali i bambini più timidi erano anche i più inibiti, ma soprattutto che maggiore era la timidezza dei bambini e più alto era il numero degli errori commessi nell’interpretare correttamente l’espressione delle foto dei coetanei che esprimevano emozioni come rabbia, gioia, paura, etc. Gli errori più comuni fra i bambini ultra timidi non erano casuali, ma erano legati ad espressioni di ostilità come rabbia e disgusto.
La domanda che si fanno gli esperti alla luce di questo studio è la seguente: bambini timidi diventeranno degli adulti ansiosi? La teoria tradizionale relativa al disturbo d’ansia sociale era quella secondo la quale il mondo interiore delle persone afflitte da questo tipo di disturbo dipendesse da aspettative negative rispetto al giudizio degli altri. Il risultato di questo studio suggerisce come possa esistere una difficoltà nell’elaborazione dell’informazione interpersonale che si evidenza presto nella vita dei soggetti eccessivamente timidi.
Restano molte cose da chiarire: la prima consiste nell’identificazione dei processi cerebrali precoci che si verificano nel momento in cui un bambino guarda l’espressione di un coetaneo, per cercare cosa differenzi i bambini più timidi a livello sia neurofunzionale sia genetico. La seconda è quantificare quanto e come i bimbi maggiormente ansiosi utilizzino porzioni d informazione visiva per arrivare ad identificare un’espressione del volto con rilevanza sociale.
Quali sono i segnali di questo disturbo nei bambini? Il bambino si rifiuta sistematicamente di stare con gli altri, partecipare alle feste, farsi interrogare a scuola. Cosa dovrebbero fare i genitori? Secondo gli esperti il disturbo d’ansia sociale può essere normalmente curato, ma se viene sottovalutato rischia di portare a gravi forme di depressione e a disturbi psichici con il passare degli anni.
Un’altra espressione che l’ansia sociale può assumere è quella della fobia per la scuola e ha di norma due picchi nel corso dello sviluppo: il primo intorno ai 5-7 anni e un secondo che si manifesta tra i 9 e i 14 anni.
Lo sviluppo graduale durante la tarda infanzia o la prima adolescenza può essere compreso in un’ipotesi “a circolo vizioso”. Il soggetto predisposto teme un giudizio negativo e perciò cerca di evitare determinate situazioni sociali. Di conseguenza, le normali esperienze di apprendimento sociale sono molto limitate e non avviene un adeguato rinforzo sociale. Il soggetto non sviluppa delle abilità sociali adeguate, la fiducia in se stesso si intacca progressivamente con la conseguenza in un ulteriore incremento della sua paura del giudizio.
Relativamente alla sintomatologia il DSM IV (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali IV edizione) individua come sintomi:
- una marcata e persistente paura di una o più situazioni sociali nelle quali il soggetto è esposto a persone non familiari o al possibile giudizio di altri: nei bambini deve essere evidente la capacità di stabilire rapporti sociali appropriati all’età con persone familiari e l’ansia deve manifestarsi con i coetanei e non solo con l’interazione con gli adulti;
- l’esposizione alla situazione temuta quasi invariabilmente provoca ansia: nei bambini questa può essere espressa piangendo, con scoppi di ira, con irrigidimento o con l’evitamento delle situazioni sociali con persone non familiari; l’evitamento e/o il disagio delle situazioni sociali o prestazionali interferiscono significativamente con le normali abitudini della persona, con il funzionamento scolastico per i bambini o con le attività o relazioni sociali.
I criteri diagnostici nei bambini sono simili a quelli degli adulti. Generalmente però i bimbi non presentano i classici pensieri negativi, tipici degli adulti, e pertanto manifestano l’ansia attraverso il pianto, l’immobilità, i capricci o il ritiro di fronte agli estranei. Per fare una corretta diagnosi, l’ansia deve essere presente anche nelle relazioni con i coetanei e non solo con gli adulti, dal momento che molti bambini diventano timidi e si inibiscono di fronte agli adulti.
Una questione molto importante è la differenziazione tra la mancanza di sicurezza sociale che caratteristica la timidezza e l’evitamento tipico dell’ansia sociale. Le persone schive o timide possono temere una valutazione negativa ma sono anche in grado di cogliere i consensi e in genere hanno un buon funzionamento domestico e professionale. Al contrario, nei pazienti con ansia sociale i pensieri negativi e i sintomi d’ansia sono molto più strutturati e tale condizione è fonte sia di sofferenza che di inabilità. I sintomi somatici dell’ansia, come ad esempio la sudorazione, il rossore e il tremore, sono molto più frequenti nell’ansia sociale. La timidezza può considerarsi parte dello spettro della varietà umana, mentre l’ansia sociale è una condizione patologica che può trarre beneficio dall’intervento terapeutico.
Essendo il disturbo d’ansia sociale un disturbo della comunicazione interpersonale, soprattutto nei bambini uno dei migliori rimedi è costituito dall’intervento psicoterapeutico. La psicoterapia cognitivo-comportamentale si è dimostrata generalmente efficace nel trattare questo tipo di disturbo. Per i bambini questo intervento assume le caratteristiche di una specie di gioco di gruppo in cui le situazioni proposte incoraggiano e istruiscono alla comunicazione interpersonale.
Questo tipo di psicoterapia è centrata sul “qui ed ora”, su trattamento diretto del sintomo e punta da un alto a modificare i pensieri disfunzionali e dall’altro a offrire al soggetto migliori capacità ed abilità nell’affrontare le situazioni temute. La terapia cognitivo comportamentale relativa al disturbo d’ansia sociale può essere condotta ottimamente anche in sedute di gruppo e ciò presenta un notevole vantaggio dal fatto, ovvio, di essere questa una situazione sociale.

ilgiornaledivicenza.it 11 marzo 2005
In quaranta giorni 6 casi di suicidio
Difficoltà nel lavoro e solitudine origine del "male di vivere"
di Elisa Morici

Mezza dozzina di morti tra Schio e limitrofi è un numero su cui difficilmente ci si ferma a ragionare. Pochi volti impressi sulle foto dei necrologi, mischiati a decine di altri; nomi di sconosciuti che la gente legge distratta in una città dove in media muore una persona al giorno. Ma se in una quarantina di giorni, tra la fine di gennaio e primi di marzo, quella mezza dozzina si riferisce a casi di suicidio, l'asettica e in apparenza irrisoria cifra, cui vanno aggiunti altri due casi di tentato suicidio, si presta a qualche riflessione in più.
Disturbi mentali? Solitudine? Difficoltà a gestire situazioni familiari o lavorative ingarbugliate? Per chi guarda da fuori un’ipotesi vale l’altra, nessuna probabilmente in grado di chiarire come sia possibile che un essere umano arrivi ad un tale punto di disperazione da decidere di metter fine alla sua vita. E nel periodo di tempo preso in considerazione gli episodi non si riferiscono a giovanissimi, indicati da più parti come una delle categorie più a rischio, ma a persone adulte che, spesso a torto, ci si illude abbiano raggiunto un equilibrio tale da resistere anche nelle peggiori tempeste.
«Nell’area considerata, cinque o sei casi in poco più di un mese non sono effettivamente una cifra tanto trascurabile - riflette lo piscologo Lino Cavedon -, tra l’altro in un periodo non così "a rischio". La casistica ci porta infatti ad osservare che il maggior numero di suicidi si verifica nei mesi estivi, quando il caldo esaspera situazioni che in altri momenti appaiono più gestibili, o in concomitanza delle festività, spina nel fianco per chi soffre di depressione o di solitudine.
«In questo momento, quindi, trovare una spiegazione plausibile non è semplice - continua Cavedon -, tanto più se non capiamo prima chi erano davvero queste persone e con quali problemi stavano facendo i conti. Una considerazione senz’altro da fare riguarda comunque la necessità di fondo di ricomporre un modello economico e sociale che si è frantumato. In molte famiglie si fa strada l’angoscia, la preoccupazione per la precarietà economica, anche se generalizzare sarebbe troppo facile, con il rischio di dare interpretazioni sbagliate di un dato dalle mille sfaccettature che andrebbero analizzate una per una».
Di fronte al suicidio, ancor più se gli episodi sono tanto ravvicinati, si fa poi strada un dubbio che è quasi una certezza: la scala di valori è rovesciata o distrutta, con conseguente mancanza di appigli solidi in caso di profondo disagio.
«È vero, stiamo attraversando un brutto periodo, tra incertezze lavorative mai sperimentate prima - prova a spiegare don Giuseppe Bonato, già vicario foraneo di Schio e ora parroco a Piane -, ma credo che la radice del malessere sia molto più profonda. Abbiamo attese e pretese fin troppo alte, che non trovano il giusto cammino per realizzarsi e portano alla luce la nostra sostanziale incapacità di tenere i piedi per terra e di rapportarci con gli altri, facendosi sentire soli ed estranei. Manca inoltre l’educazione ad accettare il fallimento, visto sempre e comunque come una sconfitta senza appello; come narra invece una parabola evangelica, la pietra scartata può divenire testata angolare così come il fallimento può trasformarsi in risorsa per imboccare strade nuove».

progressismo svedese

Adnronos
La Svezia è pronta all'OK per le coppie lesbiche

Mentre in Italia il dibattito sui limiti della fecondazione artificiale è aperto, e si attende di sapere quando votare per il referendum parzialmente abrogativo della legge 40 del 2004, la Svezia si appresta a concedere alle coppie di lesbiche il diritto di sottoporsi a fecondazione in vitro. Attualmente, nel Paese, l'inseminazione artificiale è concessa solo alle coppie eterosessuali.
I legislatori scandinavi stanno dunque rivedendo la legge che, secondo le previsioni, dal prossimo luglio concederà il diritto di diventare mamme anche alle coppie di donne unite regolarmente con rito civile. I figli nati, spiegano i legislatori, avranno due mamme. Il ragionamento in base al quale il diritto verrà esteso alle donne lesbiche, spiegano a Stoccolma, consiste nel fatto che ''di fronte alla fecondazione artificiale le coppie eterossessuali e lesbiche si trovano nelle stesse condizioni''. La Svezia ha una lunga tradizione di rispetto nei confronti di diritti di gay e lesbiche: i matrimoni sono illegali ma dal 1994 sono legge unioni civili e adozione. Gli altri Paesi europei in cui e' legale la fecondazione assistita per coppie di donne sono: Danimarca, Olanda, Finlandia, Gran Bretagna, Russia, Irlanda e Spagna. (Chs/Adnkronos Salute)