lunedì 28 giugno 2004

proprio a Chieti (sarà un caso...)
il Vaticano nomina vescovo il suo miglior teologo!

Il Messaggero 25.6.04
Prestigiosa new entry nella Cei
Bruno Forte, teologo degli atei, vescovo a Chieti
Il sacerdote napoletano, aperto al dialogo con il mondo laico, sarà nominato probabilmente sabato
di Orazio Petrosillo


CITTA’ DEL VATICANO - Il teologo napoletano Bruno Forte, il maggiore tra gli italiani per mole di opere, sarà con tutta probabilità il nuovo arcivescovo di Chieti. La nomina dovrebbe essere resa pubblica sabato. Raro esempio di teologo-filosofo-poeta, il 55.enne sacerdote ha predicato gli esercizi spirituali al Papa la scorsa quaresima (meditazioni ora pubblicate da Mondadori) a conferma del fatto che tale scelta è quasi sempre foriera di maggiori riconoscimenti. L’elevazione di Forte all’episcopato per la più prestigiosa sede abruzzese, permette alla Conferenza episcopale di accogliere tra le sue file un personaggio che entrerà di diritto in molti toto-nomine specie per quelli del dopo-Ratzinger, a capo del dicastero dottrinale della Chiesa, e del dopo-Giordano, alla guida dell’arcidiocesi di Napoli. Lasciando il futuro al futuro, don Bruno Forte è oggi un punto di riferimento per la Chiesa e la società in Italia, anche nei rapporti ecumenici e con il pensiero laico. E’ membro della Commissione teologica internazionale. I suoi dialoghi con filosofi quali Cacciari, Vitiello e Giorello - è coautore con Cacciari e Givone del volume “Trinità per atei” - lo hanno reso conosciuto anche al di fuori del mondo ecclesiale. Di fronte alla crisi etica, religiosa e filosofica dell’uomo d’oggi, Forte si è preoccupato di entrare in colloquio con le voci più significative della filosofia e della teologia del nostro tempo. Ordinario di teologia dogmatica a Napoli è stato relatore al Convegno della Chiesa italiana a Loreto nel 1985, grazie alla stima e all’amicizia del cardinale Martini. Difficile rendere conto della sua produzione trentennale. Da ricordare la Simbolica ecclesiale in 8 volumi, la Dialogica dell’amore in quattro e la Poetica della speranza.

alcuni stralci da altri articoli da Il Mattino (di Napoli), 27.6.04

Ieri mattina mons. Menichelli ha annunciato ufficialmente la nomina del suo successore all’arcidiocesi Chieti-Vasto
Campane a festa per l’arcivescovo
Primo messaggio di don Bruno Forte: «Sarò un padre pieno di speranza»
di MARIO D’ALESSANDRO


Don Bruno Forte, teologo di notorietà internazionale, 55 anni, di Napoli, è il nuovo arcivescovo di Chieti - Vasto. Lo ha annunciato ufficialmente nel Palazzo Arcivescovile ieri alle ore 12 l’amministratore apostolico monsignor Edoardo Menichelli, suo predecessore, aprendo la lettera ufficiale del Nunzio apostolico in Italia monsignor Paolo Romeo, mentre suonavano a stormo le campane, alla presenza del Prefetto di Chieti, Aldo Vaccaro e del Questore Sandro Artizzu (non c’era nessuno del Comune e della Provincia), di una trentina di sacerdoti, dei giornalisti e di un gruppo di fedeli.
(...)

LA NOMINA DI DON BRUNO FORTE
«Io, arcivescovo cercherò le parole per i non credenti»
«Porterò Napoli nel cuore e cercherò di parlare a i non credenti»
«Cercherò un ponte tra la Chiesa e i non credenti»
(do.tro)


Un lungo pianto. Poi, il raccoglimento in preghiera e la serenità del discernimento, che è l’accettazione del proprio destino: «Come Abramo, che lasciò la sua terra per seguire la chiamata di Dio», racconta monsignor Bruno Forte, 55 anni il prossimo 1° agosto, 31 di vita sacerdotale, studi e insegnamento tra Napoli e il mondo, collaboratore del Mattino (...)
«Don Bruno è un leader, voglio dargli un popolo», avrebbe detto Giovanni Paolo II del suo professore napoletano di esercizi spirituali.
(...)
Quando si insedierà in Abruzzo?
«Probabilmente, a fine settembre. Intanto, ho cancellato tutti gli impegni e lasciato tutti gli incarichi culturali (dalla Treccani alla Fondazione San Carlo al San Raffaele), cosa che non mi è costata quanto lasciare la mia gente. Ma non posso esimermi dall’andare a Lublino a metà settembre, dove l’università che fu del Papa ha deciso di conferirmi la laurea honoris causa, con relativa mia prolusione».
Quale progetti ha da vescovo?
«Servire gli uomini, annunciare Gesù e il Vangelo ma anche essere ponte di amicizia e dialogo con tutti, credenti e non credenti. Aiutare chi cerca e fa fatica a credere, a fidarsi totalmente di Dio, ascoltando i suoi bisogni e le sue sofferenze con l’unica autorità che deriva dal Vangelo e dalla forza della fede. Il vescovo non è un uomo di potere, ma deve essere un amico, un compagno di strada anche per i più umili».
(...)
Ha già scelto il suo motto e il suo stemma?
«Sì. Il motto è Lumen Vitae Christus (Giovanni 8, 12), ”Cristo luce della vita”, che è poi il segreto della mia vita. (...)».

...e Cacciari vivamente approva...

Cacciari: era scritto nel suo destino
(do.tro.)


«Era ora. Era il suo destino». Il filosofo veneziano Massimo Cacciari non ha dubbi nel commentare la nomina di Bruno Forte ad arcivescovo di Chieti-Vasto: «Sono felicissimo per Bruno di questa conclusione, che mi sembra predestinata, del suo percorso, sia di prete che di teologo», dice Cacciari, intellettuale non credente da tempo in dialogo fecondo con il suo grande amico teologo napoletano. Basti solo pensare al volume "Trinità per atei", edito da Raffaello Cortina, singolare confronto tra Forte, un interlocutore immaginario e tre filosofi reali (appunto Cacciari, Giulio Giorello e Vincenzo Vitiello), sedotti dalla rivelazione di un Dio trinitario. «Bruno - continua Cacciari - aveva bisogno di un popolo da seguire: era la sua vocazione profonda, accanto a quella scientifica, della ricerca e dell’insegnamento. Bastava vederlo in azione nella parrocchia della Sanità per rendersene conto. Perché oltre ad essere un grande studioso, Bruno è prima di tutto un uomo di Chiesa, nel senso conciliare dell’”ecclesìa”: un uomo di comunione con tutto il popolo sacerdotale. E la mia profezia è che questo è solo il primo passo verso un’ulteriore ascesa».
Anche il mondo laico napoletano esulta: per Lucio Pirillo, presidente dell’Uneba (Unione nazionale enti di beneficenza e assistenza), «si tratta di un segno importante per i laici, perché è il riconoscimento e il punto di arrivo per l’evoluzione di una generazione concliliare della Chiesa cattolica incarnata con grande spessore intellettuale da Bruno Forte». Gli fa eco Mario Di Costanzo, consigliere nazionale dell’Azione Cattolica e direttore dell’ufficio laicato della Curia: «Forte ha una grande capacità di parlare ai giovani. La sua nomina è un segno di grande vitalità della Chiesa napoletana, che in poche settimane ha visto monsignor Agostino Vallini diventare Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica e ora - dopo Filippo Strofaldi vescovo di Ischia - Bruno Forte arcivescovo».

Il governatore Antonio Bassolino ha sottolineato la capacità di Forte di «tenere sempre insieme l’azione evangelica tra la gente e l’impegno negli studi teologici e filosofici favorendo spazi di confronto con studiosi di tutto il mondo»

la santa Inquisizione e l'Indice dei libri proibiti

Corriere della Sera 28.6.04
AUTORI
Il saggio di Peter Godman basato sugli archivi dell’Inquisizione
di ARMANDO TORNO


Correva il 1996. Lo storico ateo neozelandese Peter Godman, professore a Tubinga, riusciva ad accedere agli archivi segreti dell’Inquisizione e dell’Indice dei libri proibiti. Due anni più tardi sarebbero stati ufficialmente aperti, ma allora molti documenti erano ancora inaccessibili. Cominciò così un viaggio tra quelle carte che contenevano quattro secoli di storia europea. Nel 2001 Godman pubblicava in tedesco I segreti dell’inquisizione , ovvero il resoconto di quell’odissea: era il suo primo libro rivolto al grande pubblico. Ora sta uscendo la traduzione italiana. Va detto che anche se sono passati soltanto pochi anni, l’impatto dell’argomento si è attenuato. L’attuale pontefice ha chiesto scusa a nome della Chiesa di quegli antichi errori e proprio in questi giorni il «Comitato del grande Giubileo dell’anno 2000» ha pubblicato gli atti del simposio internazionale dedicato, appunto, a L’inquisizione : un tomo di quasi 800 pagine, curato da Agostino Borromeo, in cui si offre una lettura cattolica e critica del fenomeno (è edito dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, costa euro 60). Di più: le Edizioni dell’Università di Sherbrooke e la Librairie Droz hanno ormai messo a disposizione, sotto la direzione di De Bujanda, gli 11 ponderosi volumi dell’ Index des livres interdits , vale a dire il repertorio completo di quanto è stato proibito dalle varie università rinascimentali sino al 1966.
Ma torniamo a Godman. Il suo libro è scritto con spirito e sagacia, offre pagine non scontate, soprattutto mostra come il meccanismo inquisitoriale fu sovente un’arma a doppio taglio capace anche di ricadere sull’infimo censore ma anche sul papa stesso. Sceglieremo da quelle infinite storie qualcosa legato all’editoria, anche se tutte narrano una tragedia dell’intelligenza. In ogni caso, un giorno qualcuno non ispirato credette che avesse ragione l’imperatore Giustiniano (e il diritto penale associato al suo nome) nel decretare che fossero mozzate le dita a chi era sospettato di aver preso in mano libri proibiti.
Le vicende di Giordano Bruno, l’«inveterato eretico» che meritò il rogo per aver misconosciuto l’autorità del Sant’Uffizio più che per le sue teorie, o di Galileo Galilei, che peccò di «maldestra cortigianeria» suscitando le ire di Urbano VIII e la inevitabile condanna, sono soltanto le conseguenze più note del funzionamento di una macchina burocratica che non rispondeva sempre alla fede. Gli incartamenti visionati da Godman sono popolati da illustri dimenticati, come il consultore Francisco Peña (1540-1612), noto tra l’altro per un suo commento al processo del filosofo bruciato in Campo dei Fiori a Roma, in cui scriveva: «Nessun uomo è padrone della sua vita e del suo corpo, se non per quanto lo consente la legge». E il tutto va unito a pareri, opinioni, forse battute. C’è quella di papa Paolo IV, il fondatore del ricordato Sant’Uffizio regnante tra il 1555 e il 1559, che assicurò all’ambasciatore di Venezia di essere pronto - se necessario - a mandare al rogo anche il proprio padre. Godman coglie molteplici aspetti, soprattutto la messa al bando di celebri autori. È innegabile che ci furono decenni di confusione, o quanto meno di giudizi arbitrari. Si pensi che non mancò nemmeno chi era preposto a «purificare» la prima tradizione cristiana, intervenendo sui testi dei Padri della Chiesa. Sant’Agostino, ad esempio, ebbe alcuni suoi scritti considerati «cripto-luterani» e di Tommaso d’Aquino non poche pagine apprezzate dai calvinisti furono giudicate «spurie». Finì all’Indice Erasmo da Rotterdam con motivazioni che restano poco chiare; più comprensibile è il pollice verso per «l'abominevole eretico» Machiavelli, le cui opere si condannarono insieme con il suo nome nel 1559 e nel 1564 (furono incluse le Istorie fiorentine , che gli erano state commissionate da Clemente VII). Ma non si creda che i papi ne uscissero immuni. Pio II, Enea Silvio Piccolomini, ebbe i suoi Commentarii (di cui c’è un’eccellente edizione Adelphi) espurgati un secolo dopo la sua morte. Del resto, parlando della propria elezione, al capitolo 36 del I libro, Pio II racconta di cardinali corrotti, arroganti, stupidi e di un complotto dei suoi avversari riunitosi nelle latrine del conclave.
Ma quel che più sorprende è a volte il meccanismo incontrollato e bolso che colpiva. Ad esempio Descartes (1596-1650), il nostro Cartesio, fu condannato in blocco. Sia gli scritti latini che quelli francesi furono posti all’Indice «finché non saranno corretti». Eppure le sue Meditationes de prima philosophia si ispiravano agli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio, il fondatore dei gesuiti, di cui il filosofo era stato allievo e poi corrispondente. C’è il sospetto che le sue opere furono vietate senza essere state lette, anche perché nel 1664 - 14 anni dopo la sua morte - non si aveva ancora l’idea su come intervenire e nel 1671 furono di nuovo richieste da Roma a Parigi perché pressioni esterne domandavano continuamente di liberare con gli opportuni accorgimenti gli scritti di un pensatore di primo piano.
Leibniz finì anch’egli in questo olimpo nero: ciò non impedì a molti di supporre che durante il suo soggiorno romano gli fosse stata offerta la porpora cardinalizia; Hobbes vi fu messo dal censore Giacomo Caracciolo, che quando lo inserì era ancora un giovanotto di primo pelo e sbagliò il suo nome, confondendolo con il cognome, consigliando infine i lettori di star lontano da tale «Thomas Gobes». Ci finirono gli illuministi, gli enciclopedisti, ci finì Kant con la sua Critica della Ragion pura . L’onore di questo inserimento si deve ad Albertino Bellenghi, che giudicò l’opera «tenebrosa». Questo non impedì qualche anno prima a Voltaire di essere posto all’Indice ma di avere un ammiratore in papa Benedetto XIV: gli inviò due onorificenze pontificie, una benedizione apostolica e una lettera di ringraziamento per il suo Mahommet . Anzi, in Vaticano anche il cardinal Querini lo stimava, tanto che ne tradusse l’ Henriade e il Poème de Fontenoy .
Tra gli infiniti altri esempi, ci soffermiamo brevemente sulla letteratura italiana. Tre autori come Fogazzaro, D’Annunzio e Moravia li ritroviamo puntualmente messi all’Indice, che è in sostanza l’unica cosa che li unisce. D’Annunzio e Moravia fanno già parte di un’epoca che usò questa condanna come la miglior recensione per diffondere le proprie opere. C’è poi chi ci scherzò, da buon cattolico. È il caso di Graham Greene (1904-1991) che si vide condannato dal Sant’Uffizio (era questa istituzione a esercitare la censura, perché nel 1917 l’Indice fu soppresso). Qualcuno aveva persino proposto di riscrivere il finale del suo celebre Il potere e la gloria . Nell’introduzione all’edizione 1971, notava: «Mi chiedo se un qualsiasi stato totalitario mi avrebbe trattato con altrettanta comprensione quando ho rifiutato di rivedere il libro, accampando il pretesto che erano i miei editori ad avere i diritti d’autore. Non c’è stata nessuna condanna pubblica, e la questione è sprofondata in quel pacifico oblio che la Chiesa saggiamente riserva ai problemi importanti». Sei anni prima, incontrando Paolo VI, Greene gli aveva ricordato la condanna. Il papa rispose: «Signor Greene, è indubbio che qualche passo del suo libro possa offendere alcuni cattolici, ma lei non deve farci caso».

Il libro di Peter Godman, «I segreti dell’Inquisizione», è edito da Baldini Castoldi Dalai, pagine 360, 16

Luciana Sica
su arte e psichiatria

Repubblica 28.6.04
Saggi
Arte e psichiatria se l'ansia uccide lo sguardo
LUCIANA SICA


Eugenio Borgna affronta i temi che da sempre lo catturano - le penombre della malinconia, le angosce della condizione psicotica, le ferite dell´ansia - in un catalogo delle emozioni che spazia nell´universo della letteratura e della filosofia. Anche in questo suo nuovo libro, il dolore del vivere rientra negli sconfinati orizzonti di senso della vita interiore, con un puntuale rimando a certi versi dei poeti o alle riflessioni dei grandi pensatori. Ma con una novità: qui è in gioco soprattutto il rapporto tra psichiatria e creatività, è il lavoro di alcuni artisti del Novecento a diventare specchio degli aspetti oscuri della mente.
Van Gogh, Munch, de Chirico, Sironi, Bacon? nella lacerazione dei paradigmi dell´arte classica, il linguaggio dei corpi dilata la conoscenza degli smarrimenti dell´anima. Scorrendo le pagine di questo libro, che racchiude alcune significative immagini pittoriche, si coglie come la dimensione estetica dell´opera sia legata alla sua capacità di metterci in contatto con le alte maree delle emozioni.
Al tema "senza fine" del volto, è dedicato il capitolo forse più intenso. Non c´è solo il tempo dell´orologio che procede implacabile: c´è anche un tempo interiore che ritrasfigura i volti, quando lo sguardo non è più capace di relazione, di costituire un ponte che colmi la distanza con l´Altro. O, per dirla con Giacometti, tutti noi abbiamo occhi, ma non tutti abbiamo sguardi: l´angoscia può portarseli via.

Eugenio Borgna, Il volto senza fine, Le Lettere, pagg. 150, euro 14

scuola e cristianesimo, due articoli di Simona Maggiorelli:
cosa ci cucina Moratti per il prossimo anno scolastico

Avvenimenti in edicola
Scuola market
La riforma Moratti e i cambiamenti dal prossimo anno scolastico
di Simona Maggiorelli


Sono appena finite le lezioni, ma per studenti e professori non c’è di che rilassarsi. A settembre troveranno una scuola profondamente mutata nei propri connotati fondamentali. Genitori e studenti si troveranno ad avere a che fare con una scuola in complesso molto più povera di contenuti culturali. E povera anche sul piano delle risorse materiali da investire nei corsi, visto il forte taglio di risorse deciso dal Ministero. «Una scuola molto diversa da quella che hanno conosciuto, mutata nei suoi aspetti costituzionali», denuncia il sindacalista Enrico Panini. «Sulla scuola secondaria superiore si stanno accentuando le attenzioni del Ministero e del governo e nei prossimi mesi – preconizza il segretario generale della Cgil Scuola - ci saranno grandi manovre di cambiamento». Intanto non esisterà più l’obbligo scolastico previsto dalla Costituzione, con l’attuazione del decreto legislativo che prevede l’introduzione di un più vago ”diritto-dovere all’istruzione e alla formazione”. E diventerà percorribile un’alternanza fra scuola e lavoro che, al nocciolo, significa, a partire da 15 anni, lavoro in fabbrica, normale lavoro di attività produttiva, con l’aggiunta di un ridottissimo rapporto con l’istruzione. Per questo gli istituti potranno stipulare convenzioni con le camere di commercio, con le imprese e con enti pubblici e privati. Ci saranno periodi più o meno lunghi di tirocinio in azienda e le esperienze di lavoro frutteranno crediti formativi riconosciuti dalla scuola. «In pratica si reintroduce la separazione tra scuola vera e propria e avviamento al mestiere - dice Piero Bernocchi, portavoce nazionale Cobas scuola - come accadeva prima della riforma del ’62, con in più l’aggravante, che oggi chi esce da questi percorsi non arriva a praticare un mestiere, perché la scuola non fornisce una vera abilità professionale e le aziende vogliono soprattutto manovalanza senza pretese, apprendisti flessibili e sottopagati da mantenere in una perenne precarietà».
Non tutte le regioni italiane, però, sono disponibili a fare questo salto. E non tutte le scuole, anche all’interno di una stessa regione o provincia, accettano di applicare la Legge 53, portando l’orario a 27 ore, più alcune ore facoltative, introducendo la figura del tutor (insegnante coordinatore che dovrebbe funzionare da raccordo fra scuole e famiglie e che i sindacati vorrebbero poter contrattare con il ministro), le materie facoltative e il portfolio di valutazione, insomma tutte le novità previste dalla Moratti. La riforma del titolo V della Costituzione ha permesso, nel bene e nel male, ad alcune regioni - alla Toscana, all’Emilia Romagna, alle Marche, all’Umbria in primis - di dire un primo no. È accaduto durante la conferenza unificata Stato Regioni del dicembre scorso. Ma gli effetti concreti di quella opposizione ancora non si vedono. E in ogni caso si potrebbe arrivare a un sistema scuola decisamente a macchia di leopardo, con differenze sostanziali, fra istituti anche a pochi chilometri gli uni dagli altri.
I nuovi programmi
All’orizzonte autunnale, oltre alla riforma dei cicli, si profila soprattutto un rimescolamento e una disarticolazione complessiva dei programmi e delle materie di studio, con tagli e vistose lacune. Preoccupa l’idea di “sapere” che si legge in filigrana nei programmi Moratti che hanno cominciato a circolare. Partiamo dalle maltrattate scienze. Bene, si scopre che l’ostracismo che la Moratti ha scatenato contro Darwin e la teoria dell’evoluzionismo nel decreto legislativo dello scorso febbraio non è affatto rientrato. Allora il ministro scriveva: «Le indicazioni nazionali privilegiano le narrazioni fantastiche, i miti delle origini ...». Sono partite da qui le reazioni forti dell’Accademia dei Lincei. Ai ripetuti appelli dell’intellighenzia della scienza italiana che paventava un ritorno al creazionismo e a teorie di fede ascientifica il ministro Moratti ha risposto con promesse di passi indietro. Istituendo una commissione di saggi e invitando Rita Levi Montalcini a guidarla. Ma passati più di tre mesi, la commissione non si è ancora riunita. E non si parla più di modificare i programmi.
Nel corpo della storia
I programmi di storia sotto la scure Moratti. Sparisce il colonialismo, spariscono le crociate e l’inquisizione. «L’insegnamento della storia – denuncia lo storico Adriano Prosperi – si trasforma in una favola edificante, cucita intorno all’Europa cristiana, che non sarebbe mai stata percorsa da conflitti».
E di questo passo, addio all’insegnamento di storia antica alle medie, dove, invece, tornano taglio, cucito e ricamo, insieme alla dominanza delle tre famigerate “i”: informatica, impresa e inglese in ottemperanza alle logiche del mercato. Ma, anche in questo caso, non senza contraddizioni e ombre, visto che al contempo si tagliano i fondi alle scuole (in tre anni tagli del 60 per cento dei contributi sul funzionamento della scuola, una media del 20 per cento in meno all’anno) e dunque sarà difficile poter acquistare computer e attrezzature per l’insegnamento di nuove tecnologie. L’aumento di ore di studio della lingua internazionale per antonomasia poi è, alla resa dei fatti, più presunta e auspicata, che reale. Alle elementari che hanno in programma lingue straniere, per esempio, le tre ore oggi obbligatorie di inglese si ridurranno a una. Le altre due dovranno essere richieste dalla famiglia fra le attività facoltative. Così anche alle medie dove le ore di inglese passano dalle attuali 99 annuali a 54, per far posto, in parte, alla seconda lingua (francese, spagnolo e tedesco). E da più parti - dai sindacati, dai genitori e insegnanti che più volte sono scesi in piazza in questi mesi - è anche e soprattutto quest’idea di una “scuola flessibile” ad essere criticata, una scuola dove le famiglie potranno acquistare come al supermarket quei percorsi formativi più adatti ai loro figli, o più semplicemente quelli che si potranno permettere dal punto di vista economico. E questo mentre la qualità e i contenuti culturali dei programmi continuano a inabissarsi.
Si starà a scuola, forse, più o meno per lo stesso range di ore, ma il tempo pieno diventerà sempre più “dopo scuola”, con più ore per la mensa e la ricreazione e meno per l’insegnamento e con il tentacolare espandersi di quelle materie di cosiddetta educazione alla “convivenza civile” che va dall’educazione stradale, a quella ambientale, dall’educazione alimentare a una generica educazione all’affettività, che ancora il ministro deve spiegare di che si tratti e chi la insegnerà. Ma soprattutto, la vera reginetta sarà “l’educazione cattolica”, ombra lunga sottesa a tutte le materie umanistiche e non, declinata fra ore di religione e insegnamento della più volte evocata “antropologia cristiana”, mutuata dalla Conferenza episcopale.
Scuola e religione
«Il ministro ha firmato con il Cardinale Ruini un’intesa sui programmi di insegnamento di religione cattolica in cui si dice che la scuola deve assumere come punto di vista l’antropologia cristiana. Da una scuola laica andiamo a una scuola confessionale - rilancia il dirigente della Cgil Panini - siamo di fronte a una chiara scelta, tutte le indicazioni fornite dalla Moratti sono più o meno infarcite di un’ottica confessionale. La Legge 53 sulla riforma della scuola fissa al capitolo primo, l’educazione ai valori spirituali».
Questo riguardo ai contenuti culturali. Sul piano economico, come incentivo, la Moratti offre bonus alle famiglie che scelgono le scuole private parificate, in maggioranza cattoliche. «A dire il vero - conclude Panini - la scuola privata è l’unico grande amore del ministro Moratti. È arrivata perfino a modificare le norme in modo tale che queste scuole possano fare come credono meglio. Da qui il boom dei diplomifici a cui stiamo assistendo. In un momento di tagli per la scuola pubblica, i soldi per le private il ministero riesce a trovarli. E questo indubbiamente grida vendetta». Insomma quando il ministro dice che l’Italia, diversamente dal resto dell’Europa, ha un monopolio che è quello della scuola pubblica, denuncia chiaramente quali sono le sue intenzioni. «Ma - commenta il sindacato - dimentica di dire che il ruolo della scuola pubblica è sancito dalla nostra Costituzione».

Avvenimenti in edicola
Scocca l’ora di religione
Remo Ceserani: “La scuola della Moratti falsifica la storia”.
di Simona Maggiorelli


Insieme a Lidia De Federicis, una ventina di anni fa mise insieme uno dei manuali più stimolanti per la scuola superiore, Il Materiale e l’immaginario, una serie di sette volumi che invitavano lo studente, durante il triennio, a ricercare fra letteratura e storia, a ritagliarsi, con i professori e via via sempre più autonomamente, propri percorsi critici, all’interno di una materia letteraria che allargava lo sguardo oltre i confini della vecchia Europa. «Ancora oggi - racconta Remo Ceserani, docente di letterature comparate all’Università di Bologna - mi capita di incontrare persone che lavorano nell’editoria, giornalisti, ma anche avvocati e gente che fa i mestieri più diversi che mi dicono: a quel tempo ho imparato moltissimo su quei libri».
Nella scuola di oggi che accoglienza ha quel suo manuale laboratorio?
Anche se continuano ad esserci delle scuole che lo adottano, oggi sarebbe molto difficile proporlo su larga scala.
Cosa è cambiato?
Allora ci fu un momento di tensione ideale che non era solo del nostro manuale, era della scuola nel suo insieme. C’è stata una classe di insegnanti che si è entusiasmata per un tipo di lavoro un po’ diverso dal solito che richiedeva collaborazione fra colleghi, programmazione, e studio, lavoro in proprio. Che viveva la scuola come momento di comunicazione, di crescita comune.
Per gli studenti, anche se giovani, significava provare per la prima volta il piacere di fare ricerca?
Il Materiale e l’Immaginario era un modo di fare ricerca a livello della scuola superiore. Un elemento che è andato perso.
Con un’idea nuova di letteratura.
Ci credevo allora e continuo a crederci oggi, la letteratura non è un messaggio spirituale che viene dalla pura e semplice intuizione come avrebbe voluto Croce, ma nasce in un rapporto forte con la materialità della vita, con le sofferenze, con il lavoro. Adesso si parla tanto di studi culturali, quello era già un tentativo di collegare gli studi letterari a quelli culturali e sociali. Era il tentativo di imbastire un tipo di storia plurima che, per altro, non avevamo inventato noi ma ci veniva da alcuni modelli, dalla scuola francese di Les Annales, per esempio.
Il modello di scuola proposto dalla Moratti, sembra preferire una cultura tecnica parcellizzata e al tempo stesso, un po’ come all’epoca di Bacone, un patto forte con la Chiesa, come a dire a voi demandiamo le cose dell’anima noi ci occupiamo solo delle cose fattuali.
Mi viene in mente un articolo di Pietro Citati, alcune settimane fa, su Repubblica. Un intervento cartina di tornasole, che dimostra profonda incompetenza, mettendo Berlinguer e la Moratti sullo stesso piano, cancellando ogni differenza.
La crisi della scuola non data già dal ministero Berlinguer?
Come ministro Berlinguer ha fatto alcuni errori. Sbagliato il modo in cui è stato calato nella scuola, senza sufficienti mezzi, senza adeguata discussione e preparazione. Ma non era un progetto di un incompetente.
E la Moratti?
Non esito a dirlo, è a tutti i livelli un’incompetente. Il suo modello di scuola è una combinazione fra una scuola privata delle Orsoline e un college americano per fanciulle stile Vassar. Un mix micidiale. E la cosa che mette più in allarme è che si è circondata di pedagogisti di scuola cattolico-americana, una delle correnti della pedagogia, a mio avviso più pericolose.
In che senso pericolosa?
Perché hanno un’idea della pedagogia e della didattica molto tecnica e semplicistica, quando l’educazione, sempre di più, è un’operazione complessa. E poi propugnano uno spiritualismo molto piatto. Non so se ha visto i programmi della Moratti.
Al centro pongono la questione dell’educazione spirituale, religiosa, mentre c’è stata una discussione e poi un’esclusione di tutto questo dalla Costituzione europea. I francesi, in modo particolare si sono impuntati, hanno preteso che fosse dato un profilo laico all’Europa, in questo programma che io ho davanti c’è scritto il contrario. Si dice che: «un ragazzo ha consapevolezza sia pure in modo improduttivo delle radici storico giuridiche, linguistico letterarie e artistiche che ci legano al mondo classico e giudaico cristiano e dell’identità spirituale e materiale dell’Italia e dell’Europa». Io sono per un’idea di Europa esattamente opposta, cioè un’Europa delle differenze, un’Europa che è ricca proprio perché ha tante culture e tante spiegazioni del mondo e che ha tante diverse spiritualità, tante diverse materialità; questo, mi pare, dovrebbe essere la base di una moderna collettività europea.
E questi richiami a una vaga antropologia cristiana che, secondo il ministro Moratti, dovrebbero diventare il contenuto sotteso a differenti discipline umanistiche?
Quella frase che leggevo poca fa prosegue in maniera ancora più esplicita, dice: l’educazione di un ragazzo «colloca la riflessione sulla dimensione religiosa dell’esperienza umana e l’insegnamento della religione cattolica impartito secondo gli accordi cofondatari e le successive intese». È evidente che qui è al primo punto l’insegnamento della religione. È considerato il profilo fondativo e fondamentale della nuova scuola.
In questo contesto difficile pensare a una libera ricerca. E questo aspetto riguarda la scuola media superiore, ma anche l’Università?
Il mondo si sta sviluppando in modo molto rapido. In questo orizzonte di “globalizzazione” occorre una ricerca avanzata, intensa, a tutti i livelli e occorrono investimenti. Invece sono stati largamente ridotti. Si sono privilegiati alcuni settori rispetto ad altri: da un lato una scelta ideologica, dall’altro legata al mercato. Si privilegiano quelle ricerche che hanno delle ricadute nella produzione. In modo estremamente miope. La ricerca oggi, invece, è basata su tempi più lenti, le ricerche di base hanno una gradualità prima di arrivare alle applicazioni. Naturalmente questo richiede quattrini, non ha un immediato tornaconto.
Nel frattempo?
L’Italia si impoverisce se non rimane all’altezza della Cina o di quei paesi orientali che in questo momento stanno facendo dei passi enormi, investendo energie umane in questi settori.
Lei insegna letterature comparate. La produzione di paesi fin qui ai margini del canone occidentale adesso sembra segnare un punto di maturità, non più di sudditanza.
È così. In tutti i paesi occidentali la letteratura ha perso il compito di fornire materiali per l’identità nazionale; e quindi c’è stata un’apertura, almeno nei paesi più intelligenti, verso le differenze. La letteratura, in questo senso svolge un ruolo importante, succedeva già nella letteratura greca, già con i Persiani di Eschilo. I Greci ebbero questo improvviso e quasi mortale scontro con i Persiani ma Eschilo scrisse una tragedia sui nemici, per capire come erano fatti.
Con la riforma Moratti, invece, pare, ci si occuperà sempre meno di altri popoli. Di Fenici e Assiri Babilonesi, per esempio, soltanto al liceo, non più alle medie. Cosa comporterà questa perdita di uno sguardo largo sulla storia?
Purtroppo sono le parole d’ordine dei pedagogisti che stanno mettendo le mani sulla storia, uno dei territori sui quali è più facile compiere quest’operazione semplificatoria. Spalmeranno un po’ di storielle, dalle elementari in avanti. I miei colleghi storici sono disperati, si perde il senso della ricerca storica e delle tante storie. Una delle cose che avevamo tentato proprio con il Materiale e l’immaginario era cercare di cogliere l’eco delle tante storie. Che hanno un’applicabilità didattica molto importante, perché i ragazzi, così come nelle scienze possono lavorare in laboratorio, nella storia lavorano sui documenti a disposizione e imparano a conoscere il mondo in questo modo.