lunedì 27 febbraio 2006

due lettere a "Liberazione" di domenica 26.2

Xenofobia
Se la differenza è un’anomalia
Caro Sansonetti, stamattina il tuo articolo sul “manifesto in difesa della razza” mi ha messo di malumore. E’ vero, la xenofobia sta montando tragicamente. Ma questo problema sorge da molto lontano, forse da sempre, dal momento in cui qualcuno, alla vista del diverso da sé, ha annullato la sua realtà umana per un difetto di pensiero che dice: il diverso da me è meno umano di me; il diverso è, come diceva Aristotele parlando delle donne, un’anomalia della specie. Storicamente, quindi, le radici della xenofobia stanno nel pensiero occidentale, ma stanno anche ben radicate nella religione giudaico-cristiana di cui il senatore omissis è un degno epigono. L’idea, il concetto di un popolo eletto e della predestinazione ha attraversato la storia da David a San Agostino, da Calvino a Hitler, da Mussolini a omissis. Si, questa mattina stavo di malumore pensando ad un mondo poco praticabile, ma poi, al mercato, le donne dell’Est ridevano inchinando il volto e mi guardavano attraverso le ciglia, Ahid mi parlava del suo paese mostrando denti bianchi, e mi sembrava un’umanità possibile, molto, molto di più di un collega che frequento da mille anni ma che non c’entra niente con me. Ahid mi era vicino, molto, molto di più di un fratello che ha ormai quasi perso la possibilità di essere umano, di essere un uomo che ha un senso nella comunità umana. Le donne dell’Est ridevano e Ahid mi parlava del suo paese mostrando denti bianchi e pensavo che forse mi era così vicino perché nessuno aveva colonizzato la sua mente.
Gian Carlo via e-mail


una segnalazione di Antonella Pozzi:
Luca Coscioni. La morte per divieto di ricerca

Caro Sansonetti, sono una lettrice affezionata, ma critica. Credo che “Liberazione” avrebbe dovuto dare più spazio alla notizia della morte di Luca Coscioni per sclerosi laterale amiotrofica e fare maggiori commenti circa il suo significato. Soprattutto mi sarei aspettata una critica feroce alla violenza e all’ipocrisia della Chiesa e di quei politici del centrosinistra che per “salvare” gli embrioni condannano a morte gli esseri umani che, in quanto tali, sono già nati. La legge 40/2004 come ben sai, vieta di fatto, tra le altre cose, la ricerca medico-biologica sulle cellule staminali embrionali umane, cellule che possono differenziarsi in tutte le cellule dell’organismo e quindi, in futuro potrebbero essere usate per curare molte malattie degenerative, tra cui la Sla. Luca è morto anche per questo. Credo sia doveroso pubblicare, come ha già fatto “L’Unità” martedi 21 febbraio il discorso-manifesto-denuncia che Luca aveva preparato per un convegno scientifico proprio per il 21 e che s’intitola: “Io non sono libero”. Credo sia fondamentale per la sinistra riflettere sulla libertà o meno di ricerca scientifica nell’Italia del 2006 e su che cosa sia veramente la mentalità religiosa che la proibisce ora, così come l’ha sempre proibita.
Irene via e-mail

intervista da Il Giornale a Marco Bellocchio

Il Giornale 27.02.06 pagina 7
«Fassino insegue i compromessi e la sinistra nasconde la laicità»
di Luca Telese
Il regista Marco Bellocchio si candida con la Rosa nel Pugno: «Ho scelto Pannella perché alcuni valori sono in discussione»
Luca Telese

Roma. Ovviamente il suo annuncio di candidatura ha suscitato clamore. Perché Marco Bellocchio è uno degli intellettuali più seguiti e scomodi del cinema italiano, è quello dei pugni in tasca, è uno dei pochi figli del 1968 che è riuscito a rimanere sulla cresta dell’onda per tre decenni, uno che suscita spesso scandalo e non ha mai fatto abiure. È anche uno dei più distanti dalla politica militante: i suoi ultimi film sono stati grandi successi, a partire da La Balia (ricordate Maya Sansa) a L’ora di religione a Buongiorno notte (la sua ricostruzione del caso Moro che fece discutere per mesi dopo il festival di Venezia). Ora Bellocchio rompe la consuetudine pigra di molti intellettuali di sinistra che vanno a rimorchio del partitone e non si espongono mai, e spiega perché si è messo in gioco con quella che definisce «una candidatura simbolica». Inizi l’intervista a scopri subito che nulla è scontato.
Allora Bellocchio, dai Pugni in tasca alla Rosa nel pugno, sembra un destino già scritto.
«Oddio, sa che non ci avevo proprio pensato? Effettivamente una continuità esiste».
Mi scusi se attingo così smaccatamente alla sua filmografia, ma Buongiorno notte sarebbe uno slogan elettorale di quelli che non si dimentica.
«Però lo cambierei: non è una nuova notte quella che voglio per la sinistra, ma una radiosa giornata di sole».
Quando uno come lei fa un gesto così e si candida, un pensierino a Montecitorio lo fa?
«Assolutamente no!».
No?
«No. Ho deciso di aiutare la Rosa nel pugno. L’ho fatto, forse anche contro la mia indole, perché credo che viviamo in un momento particolare, un momento di emergenza, direi, in cui alcuni valori che ritengo fondamentali, alcuni diritti che dovrebbero essere inalienabili sono messi in discussione».
Perché la definisce «candidatura simbolica»?
«Perché mi hanno assicurato che sarò negli ultimi posti e che non ho nessuna chance di essere eletto».
Mica male. In questi giorni i quotidiani sono pieni di persone che ucciderebbero la madre per scalare posizioni nella lista bloccata, lei si augura il contrario.
«Sa che non ho nemmeno studiato la legge?».
È semplice: più sei in alto, più hai possibilità di essere eletto. Non ci sono preferenze.
«Ecco, allora io voglio stare in basso. Il mio è un aiuto, non un tentativo di scalata. Credevo che fosse necessario aiutare la Rosa nel pugno nella sua battaglia per la laicità, in un momento in cui altri a sinistra mettono la sordina su questi temi».
Come si spiega quest’atteggiamento, per esempio nei Ds e in Fassino?
«Credo che Fassino insegua quella logica della politica per cui il compromesso è sempre inevitabile. Credo che una parte dei Ds pensi che si debbano annacquare le proprie proposte per trovare soluzioni di equilibrio e di compromesso anche nella propria coalizione».
Conta l’influenza della Chiesa?
«Lo dice a me, che ho girato L’ora di religione apposta per denunciare questa influenza?».
Lei lo conosce Fassino? Ha mai frequentato Rutelli?
«Guardi, sono una delle persone meno mondane che conosca. Vivo isolato, quando posso preferisco stare nell’ombra piuttosto che sotto i riflettori. Non frequento nessun politico, l’unico con cui ho avuto a che fare spesso, anche per via della sua passione cinematografica è Veltroni, che stimo».
Però Veltroni non è in lizza alle politiche.
«Infatti. E allora, quando Marco Pannella - l’unico altro leader che posso dire di conoscere - mi ha telefonato per dargli una mano ho detto sì. Vede, dai radicali mi separano tante cose, anche sul piano sociale. Però riconosco a loro e ai socialisti di Boselli di essere stati gli unici, in alcuni momenti, a battersi per cose che io ritengo cruciali, come i Pacs, la procreazione assistita o la libertà di cura. Per non dire della revisione del concordato».
Cosa le sta più a cuore?
«Riaffermare, anche a sinistra, che ci sono dei principi su cui non si può sorvolare. Sono molto contento che nella Rosa nel pugno viva anche un pezzo importante di identità laica del socialismo europeo, rappresentato dallo Sdi di Enrico Boselli».
Si sente più o meno radicale di quando scandalizzò l’Italia con I pugni in tasca?
«Sono più maturo, più realista. Ma per certi versi mi scopro più radicale di quando ero ragazzo. Altrimenti questo gesto non lo avrei fatto, che dice?».

I pugni in tasca: un nuovo dvd e una monografia
Dal 15 febbraio è possibile vedere il film in formato Dvd che contiene, oltre al commento audio di Marco Bellocchio e di Paola Pitagora, anche la tesi di laurea del regista al Centro Sperimentale di Cinematografia dal titolo Abbasso lo zio.
Si segnala anche la monografia di Antonio Costa (I pugni in tasca, Edizioni Lindau, 2005) dove l’autore analizza il film nelle sue sequenze fondamentali, nei personaggi, nell’ambientazione e nella drammaturgia. Interessante la comparazione tra la sceneggiatura originaria e il montaggio definitivo.