domenica 12 giugno 2005

PIETRO INGRAO

una segnalazione di Dina Battioni

Liberazione 9.6.05

Intervista al vecchio leader che risponderà quattro sì ai quesiti
Ingrao:«Va difesa la laicità dello Stato»

Senza esitazioni e senza dubbi: quattro sì ai quattro quesiti referendari per affermare, accanto alla laicità dello Stato, alla inviolabile libertà di scelta della donna, il principio scientifico che la vita umana, legittimamente chiamata persona, si realizza alla nascita.

A parlare è Pietro Ingrao e lo fa come sempre con il suo stile cristallino e trasparente che ha contraddistinto la sua lunga militanza politica, ieri nel Pci oggi in Rifondazione comunista.
«Andrò sicuramente a votare - dice Ingrao in una intervista all'agenzia di stampa "Agi" - e voterò, senza esitazioni e dubbi, quattro sì ai quattro quesiti referendari». «La scelta dell'astensione - spiega - è un tirarsi fuori dal confronto e dalla battaglia politica e in certi casi come ora è uno sfuggire alle proprie responsabilità morali e civili prima che politiche. A maggior ragione poi se l'astensione diviene un chiaro strumento per cancellare conquiste civili essenziali: e, in questo caso specialmente, diritti delle donne in difesa della loro piena libertà personale di scelta nell'ambito privato».
Ingrao si sofferma sull'opzione del non voto. «Oggi nel caso italiano la questione diventa ancora più importante in quanto è palesemente in campo il tentativo della Chiesa cattolica di intervenire su principi essenziali di libertà di uno Stato, quale quello italiano, fondato su persone libere nel pensiero e nelle fedi». Una difesa quindi della laicità dello Stato e delle libertà personali.
«Voterò quattro sì - insiste Ingrao - per respingere quegli articoli della legge 40 che negano le libertà di scelta essenzialmente della donna in un campo strettamente privato quale quello della procreazione e aggiungo del rapporto uomo-donna: si tratta dunque di diritti essenziali per la persona moderna». Per cui, «votare sì non significa affatto aprire le porte al caos - prosegue Ingrao - la legge 40 rimane a regolare il regolabile con limiti chiari che non sono messi in discussione dal referendum. Votare sì è una battaglia "non-violenta" di civiltà contro l'oscurantismo religioso e politico che vuole bloccare quella che è stata sempre l'arma vincente del genere umano: la ricerca, la conoscenza, l'esplorazione del non conosciuto». L'uomo della politica guarda alla scienza con molta attenzione e pacatezza. «La potenzialità di vita che c'è nelle cellule staminali, ci dice la scienza, è appunto potenzialità: la vita umana che legittimamente chiamiamo "persona" si realizza alla nascita».
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Rodotà su AVVENIMENTI
in edicola

Da Avvenimenti n 23 10-16 giugno
La vita umana non è solo questione di sangue Il giurista Stefano Rodotà: “La legge 40 fa regredire il paese”
di Simona Maggiorelli


“Ai miei occhi questa è una legge fortemente ideologica. È espressione di un punto di vista rispettabile ma assolutamente particolare. Non riflette un dato condiviso, per esempio, dagli scienziati, che non considerano l’embrione una persona». Non usa giri di parole l’ex garante della privacy Stefano Rodotà nel giudicare la legge 40. «Da un punto di vista costituzionale - dice - è una legge molto dubbia, riguardo a dignità, uguaglianza e rispetto del diritto alla salute. Lo strumento legislativo qui viene usato per imporre a tutti i cittadini le convinzione di una parte di essi. In situazioni come questa, invece, l’intervento deve essere assolutamente prudente e sobrio. Per evitare che si passi da uno Stato democratico ad uno Stato autoritario ed etico, con l’imposizione di una morale di Stato. Ma anche per evitare che l’inaccettabilità di questa legge si traduca in diffusa disobbedienza civile. Le persone già vanno all’estero per avere ciò che la legge gli nega, con un effetto di delegittimazione del Parlamento. Nella comune opinione il Parlamento ha fatto una legge inaccettabile ma facilmente aggirabile. Non mi sembra un buon modo di legiferare».

La scienza dice che fino alla 24°settimana il feto non sopravvive fuori dall’utero. Già il codice napoleonico riconosceva che i diritti si acquisiscono alla nascita. Questa legge altera la personalità giuridica?
L’acquisizione della personalità giuridica alla nascita è tradizione giuridica ed è anche scritto nell’articolo 1 del nostro codice civile. Ora si pretende che il frutto del concepimento, già al momento dell’incontro dei gameti, sia parificato alla persona. È una forzatura. Non c’è bisogno di essere giuristi per capirlo. Non è possibile considerare al pari di una persona nata con diritti, attribuzioni, autonomia quello che non è ancora neppure un embrione. Anche se lo si considera come una forma di vita, è inaccettabile paragonarlo e parificarlo ad altri soggetti. Non è compito del legislatore risolvere una questione scientifica e imporre autoritativamente alla comunità scientifica e a tutti i cittadini un punto di vista controverso. In questi casi il diritto deve essere misurato, apprestare forme di tutela differenziate. Quando definiamo inaccettabile la legge 40 non è perché consideriamo il frutto del concepimento un grumo di cellule da buttare nel lavandino. Ma non si può trascurare che l’embrione, che è una persona solo potenziale, non ha possibilità di vita senza l’accoglienza da parte della madre. Sia le sentenze della Corte costituzionale, sia la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno detto esplicitamente che questa equiparazione fra embrione e persona non è conforme ai nostri sistemi costituzionali.

Lo Stato ha diritto di entrare nei rapporti più intimi dei cittadini?
Oggi è una delle grandi questioni. Dobbiamo certo avere il senso del limite nei comportamenti. Ma questo riguarda anche il diritto. Il diritto si può impadronire della vita delle persone? Può sostituirsi alla coscienza individuale? Può violare la “privacy della camera da letto”? Da giurista penso che quando si pretende di attribuire al diritto questo ruolo, imponendo valori che non sono né sentiti né condivi, si fa un cattivo servizio ai cittadini e al diritto. Il diritto deve individuare dei punti base di riferimento, poi deve essere lasciata la scelta alla responsabilità delle persone. Per la fecondazione assistita sarebbe bastata - ma proprio i sostenitori della legge 40 non la vollero - una buona disciplina del funzionamento dei centri, informazione alle donne, protocolli clinici adeguati, per poi lasciar decidere le persone che mettono in gioco la propria vita. Il diritto in queste materie è bene che sia sobrio.

Francesco D’Agostino motiva la proibizione della diagnosi preimpianto con la scusa che violerebbe la privacy dell’embrione…
Un’affermazione bizzarra. Utilizza un paradosso. Se considero l’embrione una persona non posso intraprendere azioni nei suoi confronti senza che l’embrione stesso abbia dato un suo consenso. Ma quando si fanno affermazioni così bisogna essere consapevoli delle conseguenze. La terapia fetale permetterà di accertare le malformazioni dell’embrione e di intervenire. Cosa diremo? Che mancando il consenso dell’embrione non si potranno eliminare le cause di una possibile malformazione? Si dirà che in quel caso c’è il consenso della madre. E allora il consenso dei genitori non vale anche nel caso della diagnosi preimpianto?

La legge 40 vieta l’eterologa. Per un pregiudizio razzista che riduce la paternità a fatto biologico?
Questa violenta regressione nel biologico è un altro dei punti culturalmente gravi della legge 40. Tutta la cultura giuridica e non solo, dagli anni 60 in poi, ha valorizzato la costruzione culturale dei rapporti di paternità e maternità. La riforma dell’adozione ha privilegiato l’affetto fra i genitori e i bambini piuttosto che il legame di sangue. La riforma del diritto di famiglia del ’75 ha cancellato il modello gerarchico di sovraordinazione del marito “capo famiglia” alla moglie e ha introdotto un’idea di comunità, non solo basata sull’eguaglianza, ma che si costruisce in relazione agli affetti. Rispetto a questo dato culturale importantissimo c’è una regressione in un materialismo biologico che mi colpisce e mi inquieta. Far riemergere il legame di sangue con questa brutalità pericolosa impedisce che ci sia una spontanea creazione di paternità e maternità, che culturalmente è la cosa più importante. C’è un pregiudizio certamente ed è grave che si giunga a proibire l’ eterologa. Rispecchia un modo regressivo di guardare ai rapporti fra le persone. E c’è la violazione di un principio costituzionale: il diritto alla salute sancito dall’articolo 32 della Costituzione. Se l’eterologa è considerata una forma di cura della sterilità vietarla vuol dire negare l’accesso alle cure.

Quanto è forte l’ingerenza della Chiesa? Il peccato è diventato reato?
In questa materia la pressione della Chiesa è stata sempre molto forte. Il primo impegnativo documento è noto come “Le istruzioni Ratzinger in materia di procreazione assistita”.Tutti i vincoli e i divieti che ritroviamo oggi nella legge sono stati trascritti con una obbedienza preoccupante. C’è stato un adeguamento progressivo di una parte della nostra classe politica alla Chiesa. Le cui posizioni sono ben note. Ma è grave che sia la bussola adottata da forze politiche che dovrebbero guardare all’interesse di tutti i cittadini e rispettare la libertà di coscienza. Un fatto che ha pochi precedenti in un paese come il nostro che di ingerenze della Chiesa cattolica pure ne ha subite parecchie. Negli ultimi tempi la Chiesa si è fatta soggetto politico con una determinazione, mi pare, davvero preoccupante.

La discrasia fra la legge 40 e la 194 potrebbe dare il la a chi vuol rivedere la legge sull’aborto?
Non solo ci sono tentazioni in questo senso ma anche dichiarazioni esplicite. Vengono tenute un po’ in secondo piano per il timore di una reazione in sede di voto. Ma il rischio politico c’è. Affermare la personalità giuridica dell’embrione autorizza qualcuno, anche in modo improprio, a parlare poi della necessità di tenere sotto controllo tutto ciò che incide sull’embrione. È un rischio molto concreto. Mi auguro che la mobilitazione delle coscienze che il referendum ha prodotto induca a prudenza chi vuole mettere le mani sulla 194.
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Federico Masini e l'anno del dragone a Venezia, Torino, Milano

Dal quotidiano Europa, 11 giugno 2005
diretto da Federico Orlando
Il boom dell’arte cinese dopo le collettive di Roma e Bologna
L’anno del dragone nella laguna di Venezia
di Simona Maggiorelli

Qualcuno l’ha già ribattezzata “Biennale dell’anno del dragone”. Di certo, al di là dei risultati della collettiva organizzata in laguna dall’artista cinese Cai Guo Quiang, è storico lo sbarco della Repubblica popolare alla Biennale di Venezia. Dopo la ventina di artisti cinesi dell’edizione del ’99 diretta da Szeemann e, dopo il successo della sezione cinese intitolata “zona di urgenza”, dell’ultima Biennale di Francesco Bonami, da oggi per la prima volta la Cina ha un suo padiglione permanente nel Giardino delle Vergini. Uno spazio all’aperto dedicato all’arte e all’architettura cinese e che - il direttore della Fondazione Biennale David Croff lo ha già annunciato - sarà allargato negli anni a venire. L’ingresso in Biennale della Cina suona come un riconoscimento ufficiale alla multiforme creatività degli artisti cinesi delle ultime generazioni. Pittori, performers, videomakers che anche in Italia cominciano a interessare un pubblico non più solo di nicchia. In un moltiplicarsi di mostre e iniziative. Dopo la collettiva al Macro di Roma e a Bologna e dopo varie rassegne di fotografia, due mostre aprono i battenti, quasi in contemporanea, a Torino e a Milano. Il torinese palazzo Bricherasio, dal 23 giugno al 28 agosto, ospita le opere di 13 artisti di quella avanguardia cinese che alla fine degli anni ‘70 segnò un distacco dallo stile accademico maoista, scegliendo un modo di rappresentazione della realtà spesso ironico, libero, spiazzante. Dal 29 giugno al 2 ottobre, invece, nello spazio Oberdan di Milano, Daniela Palazzoli presenta la mostra “La Cina: prospettive d’arte contemporanea”: attraverso le opere di 70 artisti emersi fra gli anni ’80 e ’90, un articolato tentativo di cogliere e raccontare il movimento che attraversa, da una trentina di anni a questa parte, il panorama dell’arte contemporanea cinese. “Un panorama estremamente multiforme e variegato - racconta Filippo Salviati, docente di storia dell'arte dell'Estremo Oriente alla Sapienza. “Anche se - stigmatizza - arriviamo buon ultimi”. Buoni ultimi nell’interesse verso l’arte contemporanea cinese dopo almeno un decennio di importanti mostre e retrospettive promosse dal Moma di New York, dal Centre Pompidou, ma anche dalle gallerie di Londra e di Amburgo. Con un interesse crescente, anche sul piano commerciale. Che ha toccato l’acme nelle aste del dicembre scorso con quotazioni di opere cinesi contemporanee da capogiro. Una crescente attenzione verso la Cina che si misura anche in termini di spazi sui giornali. “Negli ultimi anni la Cina è diventata la prima potenza sul piano economico e commerciale - dice il sinologo Federico Masini, preside della Facoltà di studi orientali della Sapienza - . Ora la scommessa riguarda la cultura. Si tratta di vedere se la Cina riuscirà anche ad esportare modelli culturali“. Nonostante il cinema di Zhang Yimou o di Kar Wai, il pianeta Cina, sul piano dell’arte e della letteratura, è ancora in buona parte da scoprire in Occidente. “Ma in futuro - spiega Masini – anche attraverso la diffusione di arte giovane e d’avanguardia le cose potrebbero cambiare”. E chissà - avverte - forse potrebbe anche risultare imbarazzante per la vecchia Europa, “dal momento che la Cina, come il Giappone mette in circolazione modelli culturali senza un’ideologia religiosa retrostante”. Una cultura quella cinese libera da vincoli ideologici, ma insieme con nessi strettissimi con una tradizione millenaria. “La sperimentazione artistica cinese, negli anni dopo Tiananmen, ha avuto uno sviluppo fortissimo”, racconta Filippo Salviati. Una ricerca che ha riguardato un po’ tutti i generi e gli stili: dalla calligrafia alla videoarte. “Dal punto di vista dell’arte il panorama cinese si presenta estremamente sfaccettato - dice lo storico dell’arte che per Electa sta scrivendo il primo manuale guida all’arte cinese contemporanea –, ma con alcune costanti e specificità fortissime. A partire dal nesso scrittura pittura che in Cina affonda le proprie radici nell’antica arte della calligrafia, che oggi si trova declinata e riproposta in forme nuove e di avanguardia”. Il rapporto con le immagini è un aspetto fondamentale della cultura cinese, anche a partire dalla scrittura fatta di ideogrammi. “Al di là del fatto che in questo momento favorevole qualcuno provi a cavalcare la tigre producendo opere facili da vendere ma di dubbio valore, la grande arte cinese – spiega Salviati - non è quasi mai ludica, non conosce la decorazione fine a stessa. Spesso gli artisti realizzano immagini così dense di significati da apparire dei rebus agli occhi occidentali”. Il segreto per comprenderle? “Bisogna coglierne il nesso con il retroterra culturale – conclude - Ma se non si hanno le basi linguistiche sfugge moltissimo del messaggio. Per questo credo sia importante che comincino ad uscire, anche in Italia, strumenti di seria divulgazione”.

Enzo Biagi sul Corriere della Sera di oggi

Corriere della Sera 12.6.05
PRIMA PAGINA
Alle urne: ecco i valori in gioco
NON DIMEZZIAMO LA NOSTRA SCIENZA
di ENZO BIAGI


Ci siamo. Da stamattina le urne sono aperte e perfino le previsioni meteorologiche scoraggiano ad andare al mare: temporali sul litorale ligure e anche al Sud nuvole sparse. D’altra parte l’invito agli italiani a sdraiarsi al sole non portò bene neppure a Craxi. Oggi è il giorno nel quale ognuno di noi è chiamato a decidere, a scegliere, il giorno nel quale non sono ammesse deleghe. Votare è un diritto. Anzi, qualcosa di più, qualcosa che ci appartiene e che è costato dolore e sacrifici alle donne e agli uomini della mia generazione. L’età mi consente di ricordare che cos’era questo Paese quando non c’era il problema di rinunciare al weekend per recarsi al seggio, ma mi vengono in mente, soprattutto, i momenti in cui riacquistammo dignità: il primo referendum, monarchia o repubblica, le elezioni del ’48, le grandi battaglie per il divorzio e l’aborto, passaggi fondamentali per allineare l’Italia alle grande nazioni.
Certo, la materia sulla quale siamo chiamati a dire come la pensiamo è delicata, difficile: è il desiderio di diventare genitori, di creare una vita, di capire quali sono i limiti della scienza e i progressi che si possono fare per curare malattie degenerative.
Tutti hanno detto la loro: leader politici, scienziati, personalità della Chiesa e ogni opinione è evidentemente rispettabile. Non è apprezzabile, a mio parere, quella che invita all'astensione. Sono convinto che non esistano verità assolute per convincere a dire «sì» o «no» alle quattro domande che troveremo sulle schede e se il dibattito è stato a volte lacerante nelle istituzioni, lo è, in queste ore, anche in tante delle nostre famiglie: mogli che tracciano la croce da una parte, mariti e figli dall’altra, coppie che consegnano allo spoglio di domani sera la speranza di mettere al mondo un bambino, malati che affidano alle cellule staminali l’ultimo appello per la vita.
Dunque la politica - destra, centro, sinistra - c’entra poco: stavolta i conti li facciamo con noi stessi, con il nostro buonsenso, con la nostra coscienza. Io, tanto per uscire dagli equivoci, sono per quattro sì, ma credo che almeno due siano indispensabili: quello sulla scheda celeste (sì alla ricerca sulle cellule staminali embrionali) e altrettanto su quella grigia (sì alla fine dell’equivalenza tra embrione e persona).
Le argomentazioni scientifiche dovrebbero aver convinto che, mentre usciamo per andare a comperare le paste della domenica, è meglio entrare nella scuola del nostro quartiere e far valere i diritti di cittadini liberi, senza influenze da nessuna parte.
In gioco ci sono valori che riguardano la coscienza, che non è poco, e non vorrei mai che qualcuno dovesse rinunciare a una prospettiva di guarigione o di vita migliore perché ho dato retta a un onorevole, a un ginecologo e, con tutto il rispetto dovuto, a un prelato. In questi due giorni di giugno gli italiani devono decidere, senza incertezze, se con la rinuncia agli studi sulle cellule staminali embrionali la ricerca scientifica deve essere dimezzata. Se capisco le ragioni etiche o religiose per le quali qualcuno rifiuta questa «metà», non posso accettare che questo rifiuto diventi una legge valida per tutti. Sarebbe un gran brutto precedente.

uno psichiatra irlandese...

ANSA 11.6.05
L'autismo è la caratteristica del genio, dice uno studio
Studioso irlandese: Orwell, Beethoven, Kant ne erano affetti

(ANSA) -LONDRA, 11 GIU- L'autismo è la caratteristica del genio, dice uno psichiatra irlandese ricordando che Orwell, Beethoven, Mozart, Kant ne erano affetti. Fitzgerald, docente di un college di Dublino, stabilisce per la prima volta un legame tra la sindrome che impedisce di interagire socialmente in maniera normale e quello che si chiama genio dopo aver stilato un profilo psicologico di grandi musicisti, scrittori, pittori e filosofi; ha così scoperto che molti di loro soffrivano di una qualche forma di autismo.
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brevi dal web
una civiltà europea più di 7000 anni fa e neurologi americani

lastampa.it 12 giugno 2005
SCOPERTA CIVILTÀ 2000 ANNI PIÙ VECCHIA DELLE PIRAMIDI
Il cuore di legno dell’Europa

Era fatto con templi di tronchi d’albero e terra

Gli archeologi hanno scoperto la più antica civiltà d’Europa, duemila anni più antica di Stonehenge e delle Piramidi. E’ stata localizzata una rete di dozzine di templi, più di 150 monumenti giganti sotto le campagne e le città delle attuali Germania, Austria e Slovacchia. Sono stati costruiti settemila anni fa, tra il 4800 e il 4600 Avanti Cristo. La scoperta, rivelata oggi dall’«Independent», rivoluzionerà lo studio dell’Europa preistorica. Finora infatti si pensava che l’interesse per l’architettura monumentale si fosse sviluppato in Europa ben dopo che in Mesopotamia e in Egitto.

repubblica.it 12 giugno 2005
E' scomparsa all'improvviso settemila anni fa, trovati 150 templi
Scoperta tra Germania, Repubblica Ceca, Austria, Slovenia
Ecco la più antica civiltà europea
Gli esperti: "Popolo organizzato"
Due millenni prima degli egizi, una grande comunità
nel cuore del continente, durata appena duecento anni
di CINZIA DAL MASO

ROMA - "La civiltà più antica d'Europa", titolava ieri il quotidiano britannico "The Independent". Una civiltà che nel V millennio a. C. ha saputo costruire un numero stupefacente di edifici templari. Finora ne sono stati individuati circa 150 tra Germania orientale, Repubblica Ceca, Austria e Slovenia. Alcuni noti da tempo, addirittura gli anni '60 del secolo scorso. Altri localizzati e scavati di recente, in particolare in Sassonia dove mai se ne erano scoperti prima d'ora.
Altri infine individuati per il momento solo con fotografie aeree. Perché purtroppo non sono fatti di solide pietre come i megaliti che più o meno nella stessa epoca cominciavano ad apparire altrove in Europa, specie sulle coste atlantiche.

In Europa centrale c'era poca pietra ma molte foreste, e così si eressero enormi circoli concentrici di "obelischi" di legno, intervallati da terrapieni e fossati. Ciò che rimane più evidente, oggi, sono spettacolari circoli di buche di palo del diametro di decine di metri. Come nel tempio scavato a Dresda da Harald Stäuble della Soprintendenza archeologica della Sassonia, il più grande e complesso tra quelli finora indagati con un diametro di quasi 130 metri. Lo spazio sacro interno è circondato da due palizzate, tre terrapieni e quattro fossati. Costruzioni che non avevano funzioni difensive ma, soprattutto le palizzate, servivano a impedire la vista dall'esterno, a preservare il segreto dei rituali che si svolgevano entro il "sancta sanctorum".

Stäuble ha riesaminato con attenzione anche gli altri circoli conosciuti, e ha scoperto che tutti senza eccezione condividono delle particolarità molto curiose. Ciascuno di essi fu utilizzato solo per poche generazioni, un centinaio d'anni al massimo, e poi distrutto al termine dell'utilizzo riempiendo nuovamente i fossati. L'area sacra centrale è sempre della stessa dimensione, circa un terzo di ettaro. E ogni fossato circolare, indipendentemente dal diametro, prevedeva la rimozione dello stesso volume di terra. La profondità del fossato era cioè inversamente proporzionale alla sua lunghezza, e ciò significa che la realizzazione di ciascuno di essi comportava esattamente lo stesso impegno lavorativo. "Dunque - ipotizza Stäuble - esisteva un'organizzazione del lavoro piuttosto complessa con operai specializzati capaci di eseguire le costruzioni in un numero definito di giorni, forse stabilito da un qualche calendario religioso. Ogni monumento fu perciò il prodotto di uno sforzo costruttivo immenso, che ha comportato l'impiego ragionato di considerevoli risorse materiali e umane".

E' questa la vera grande novità. Finora si era pensato a queste genti come tranquille comunità di pastori neolitici che allevavano bovini, capre, pecore e maiali, e vivevano in villaggi anche di notevoli dimensioni. Ora invece si capisce che avevano saputo andare oltre la semplice abitazione stanziale ed erano giunti a concepire una vera e propria architettura monumentale. "Fu la prima civiltà europea a realizzare grandi monumenti", precisa Stäuble. Edifici di culto che si potevano vedere da lontano e dichiaravano esplicitamente a chiunque si avvicinasse "questa terra è nostra". Le prime costruzioni capaci di rivelare chiaramente come con il Neolitico l'uomo abbia cominciato a plasmare l'ambiente secondo i propri bisogni. Sorte forse a seguito delle prime lotte tra villaggi o gruppi di villaggi proprio per assicurarsi il possesso delle terre. Durarono poco, un paio di secoli al massimo tra il 4800 e il 4600 a. C. Poi scomparvero all'improvviso. Forse le ricerche future sapranno scoprire il perché.

Yahoo!Salute 12 giugno 2005
Si può fotografare l'amore e l'innamoramento?

E’ una fortuna che capita a molti sperimentare, prima o poi nella vita, l’amore in “fase acuta”. Quella passione che la letteratura e le arti hanno spesso descritto quasi come una forma di pazzia, l’amore che acceca, quello che – come cantava Fabrizio de André – strappa i capelli. E da tempo i ricercatori indagano proprio i meccanismi neurofisiologici dell’innamoramento e dell’amore folle – come lo chiamano i francesi.

Una ricerca appena pubblicata da The Journal of Neurophysiology affronta nuovamente il tema, suscitando grande interesse, se è vero che un articolo dedicato alla ricerca dal serissimo New Tork Times figura questa settimana tra le storie più lette del mese.

Quelle prime fasi dell’amore romantico contraddistinte da euforia costituiscono – sostengono i ricercatori newyorkesi della Rutgers University e dell’Albert Einstein College of Medicine – un fenomeno culturalmente trasversale, probabile evoluzione di un istinto proprio dei mammiferi in quanto tali. Si tratta di un fatto che ha rilevanti conseguenze sui comportamenti sociali di moltissime popolazioni e che ha conseguenze evidenti di carattere riproduttivo e genetico.

Proprio per studiare quali sistemi motivazionali ne sono alla base, gli autori hanno studiato 2500 immagini ricavate grazie a risonanza magnetica funzionale per immagini di dieci studenti e 7 studentesse, tutti innamoratissimi e nelle prime fasi della cotta, ottenendo per la prima volta una fotografia – diciamo così – dell’attività del cervello nel corso di queste fasi acute di passione amorosa. Ne è emerso un dato sorprendente: l’amore sembra più simile ad istinti quali la fame e la sete che non a stati emotivi come l’eccitamento sessuale o l’affetto. La ricerca aiuta a capire perché l’amore produca emozioni così diverse, dall’euforia alla rabbia all’ansia e come mai queste divengano più intense ancora quando ci si scontra con un rifiuto, grazie all’analisi di immagini cerebrali di soggetti che erano stati lasciati dall’amante. Naturalmente, la tecnologia per immagini non riesce a leggere la mente umana: un fenomeno complesso e sfaccettato come l’amore trascende – grazie al cielo – la computer graphics, anche se sofisticatissima come quella utilizzata nella ricerca. Tuttavia, assicura Hans Breiter - direttore del Motivation and Emotion Neuroscience Collaboration presso il Massachusetts General Hospital – questo studio fa davvero compiere un passo avanti nella comprensione dell’infatuazione amorosa.

Agli studenti analizzati veniva mostrata prima una foto della persona amata, mentre li si sottoponeva a risonanza magnetica nucleare. La RMN coglie la crescita o la diminuzione del flusso sanguigno nel cervello, che corrispondono a cambiamenti nell’attività neuronale. Poi, le immagini venivano confrontate con quelle ricavate mentre guardavano la foto di un familiare. Una mappa computerizzata delle aree particolarmente attive del cervello, mostrava punti caldi nelle profondità del cervello, nelle strutture sub-corticali contenute nei gangli basali, quelle del nucleo caudato e dell’area ventro segmentale, sede peraltro della gratificazione dell’alcol e degli oppiacei. Queste aree sono dense di cellule che producono o ricevono dopamina, la quale circola attivamente quando un soggetto desidera o prefigura un rifiuto. Sono le stesse aree che si sono dimostrate estremamente attive nei cervelli di giocatori al momento della vincita o della perdita, o dei cocainomani mentre stanno per tirare la droga. Falling in love (cadere innamorati, come si dice in inglese, non a caso) sarebbe quindi uno dei comportamenti umani più irrazionali e profondi, e non soltanto un modo per soddisfare un piacere o guadagnarsi una ricompensa. In fondo, le tecniche più moderne aggiungono poco, questa volta, alla saggezza popolare.

Fonte: Aron A, Fisher HE, Mashek DJ, Strong G, Hai-fang Li, L Brown L. Reward, Motivation and Emotion Systems Associated with Early-Stage Intense Romantic Love. J Neurophysiol (May 31, 2005). doi:10.1152/jn.00838.2004.

Giorgio Colli
e la storia delle editrici Boringhieri, Einaudi, Adelphi,
oggi tutte in mano a Berlusconi

Corriere della Sera 12.6.05
OMAGGI
Colli, figlio spirituale di Nietzsche

A venticinque anni dalla morte, la Bollati Boringhieri ha pubblicato una monografia di Federica Montevecchi su Giorgio Colli. Biografia intellettuale. Colli (1917-79) fu filosofo, filologo, organizzatore editoriale. Sua la prima traduzione dell'Organon di Aristotele, che uscì nel ’55 da Einaudi. Con l’editore torinese Colli progettò una collana filosofica che non si realizzò a causa di dissidi relativi soprattutto alla pubblicazione di Nietzsche. Tra il ’58 e il ’64 con la Boringhieri curò la collana «Enciclopedia degli autori classici», pubblicando più di cento volumi. Dagli anni Cinquanta ai 70 lavorò con Mazzino Montinari e con un’équipe di studiosi all’edizione critica tedesca delle opere di Nietzsche che, dopo il rifiuto einaudiano, fu accolta da Luciano Foà per la casa editrice Adelphi. Presso l’Adelphi sono usciti anche i suoi saggi filosofici.

Corriere della Sera 12.6.05
L’editore ripercorre la lunga carriera, dallo Struzzo all’avventura con Bollati (50 anni fa acquisì i primi titoli del suo catalogo). E ricorda la stagione con Balbo, Foà, Pavese

Boringhieri: Musatti sopravvalutato, evitava il lavoro
«Non era uno psicoanalista internazionale...

di PAOLO DI STEFANO

«Gli anni di fuoco». Comincia così Paolo Boringhieri, 79 anni portati con eleganza. Comincia accennando agli anni della guerra: «Negli anni di fuoco ero amico di tanti personaggi che ruotavano attorno alla Einaudi». Famiglia di origine svizzero-tedesca (i Bohring), un padre fabbricante di birra a Torino per una antica tradizione familiare. Un fratello maggiore, Gustavo, che frequenta i «ragazzi» del liceo D’Azeglio, i vari Bobbio e Mila. È così che nel ’49, ventitreenne, grazie a una «indiretta raccomandazione», Boringhieri viene assunto prima all’ufficio stampa poi nella redazione dello Struzzo, dopo aver lavorato in un’industria meccanica. Nel giro di un paio d’anni, Giulio Einaudi gli affida la collana scientifica avviata ancora prima della guerra. È un incarico che a Boringhieri piace molto, per un suo vecchio pallino legato alla cultura scientifica. Sarebbe stato quello il primo nucleo della futura casa editrice di Sigmund Freud, ma questo nessuno poteva ancora saperlo.
Boringhieri doveva sapere invece, nel ’49, che c’era, all’interno della casa editrice, una lunga storia rimasta in sospeso e che riguardava la Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici, meglio nota come «Collana viola». Responsabilità di Cesare Pavese e di Ernesto De Martino come consulente. Una collana che, lo intuì presto Pavese, minacciava di «diventare il cancro della casa e paralizzare e mangiarsi tutto il resto». Eppure, oggi Boringhieri ricorda: «La Viola fu un’idea di Pavese, il quale convinse Giulio ad aprire una collana in cui mettere i libri che piacevano a lui, gli studi religiosi soprattutto. La scelta dei titoli era frutto dello scambio di opinioni con De Martino, anche se in realtà avevano interessi differenti». Come si sa, quella collezione provoca molti dissensi «politici» all’interno della casa editrice. Da Roma, Muscetta non esita a esprimere la propria ostilità. Intanto Pavese muore, nell’agosto del ’50. Giulio decide di affidarne proprio a Boringhieri l’organizzazione: «Avevo già un certo interesse per la psicologia ed Einaudi lo sapeva: voleva inserire lì anche testi psicologici. Per esempio Jung, che era certamente più "pavesiano", cioè più umanista di Freud, considerato da Cesare uno scienziato. Ciò dimostra la visione chiara che aveva Pavese: inseguiva aperture verso il mondo dell’etnologia, delle mentalità e delle religioni dei popoli primitivi... A suo modo la Viola era una collana d’avanguardia, troppo raffinata per trovare un vasto pubblico in Italia». Del resto, anche Calvino aveva espresso qualche dubbio. Parlò di «etnologia dei negretti». «Forse pensava a Frobenius. Ma la grande pietra dello scandalo fu Kerény: De Martino lo considerava troppo spiritualista, mentre a Pavese piaceva molto».
Boringhieri gode, all’interno della casa editrice, dell’amicizia antica con Felice Balbo: «Fu lui ad ammaestrarmi al lavoro editoriale e aveva una piccola schiera di discepoli, con Pavese era tra i più ascoltati da Giulio, erano loro lo zoccolo originario della casa editrice. Si era tuffato nella politica in Albania ed era tornato al cattolicesimo, ma era un cattolico al di fuori della cultura ufficiale, direi un cattocomunista». Muscetta lo definiva un po’ spregiativamente il «lavoratore cristiano»: «Io appartenevo alla schiera di Balbo, la mia famiglia era protestante e io condividevo l’idea che per essere di sinistra non ci fosse bisogno di professare una filosofia». Dunque, la Viola finisce nelle mani di Boringhieri: «Pavese era una persona formidabile, uno spirito libero e un grande intellettuale, il vero numero due della casa editrice. Mentre io non ero nessuno, venivo ammesso alle riunioni del mercoledì pur non essendo un letterato».
Le preoccupazioni di Giulio Einaudi non erano solo di carattere commerciale, ma anche di opportunità politica: «La Viola era un corpo estraneo rispetto alla casa editrice, dove primeggiava l’interesse politico. Allora quello religioso e quello etnografico erano campi del sapere considerati con sospetto dalla cultura italiana e soprattutto Muscetta, per dirla in volgare, era un po’ un trinariciuto». E Giulio, da che parte stava? «Giulio era un togliattiano, ma al fondo era un liberale figlio di suo padre, non so come mai a un certo punto volesse cedere all’idea di tradurre Lysenko, il biologo ufficiale di Stalin». Il peso della politica: «E beh, sì, la politica fino all’Ungheria si sentiva, ma non come un peso, era un’utopia accettata con entusiasmo da molti». Anche da Boringhieri? «Mah, io ero più cauto, come Luciano Foà». Il quale poi avrebbe fondato l’Adelphi. «Foà accarezzò più volte il progetto di fondere l’Adelphi e la Boringhieri. In effetti forse la cosa sarebbe venuta bene...». Calasso nega che l’Adelphi sia nata come una costola della Einaudi: «Ma secondo me l’einaudiano Pavese sarebbe stato perfetto per l’Adelphi».
L’incontro con Giorgio Colli risale a diversi anni prima: «Colli, come Luciano Foà, era un mio amico di gioventù, si sentiva un figlio spirituale di Nietzsche, ne parlava come di un collega vivente, l’aveva scoperto al liceo. Se la rideva del fatto che Nietzsche fosse stato inglobato nel nazismo, ci rideva sopra e non se la prendeva per niente. Giulio Einaudi lo proteggeva, aveva fatto un contratto con lui per la traduzione dell’Organon di Aristotele, un contratto molto gravoso che suscitò diversi malumori. Ma Giulio non cedette». I malumori venivano, come sempre, da Roma.
Dunque l’amicizia con Colli e Foà era anche il segno di un’affinità elettiva sul piano politico-culturale? «Sì, Foà era un uomo di sinistra, arrivò all’Einaudi come segretario generale, Colli venne a trovarlo in casa editrice, lavorava per il Pci e aveva accesso alla Germania Est. Per questo con Foà coltivò a lungo il progetto di pubblicare Nietzsche in tedesco, che poi si realizzò con l’Adelphi». Einaudi infatti non ci sentiva: spingeva piuttosto per un volume antologico. In quel giro, c’è anche Bobi Bazlen: «Altro personaggio indimenticabile. Me lo fece conoscere Foà, che attingeva a lui come a un pozzo di conoscenze sulla Mitteleuropa. Quando andavo a Roma, incontravo spesso Bazlen, si stava a parlare per ore di psicologia, della Viola; era uno junghiano convinto, mi ha sempre dato molti consigli editoriali. L’Adelphi è lui».
Nel ’55, con la prima crisi economica, Einaudi decide, su consiglio del banchiere Raffaele Mattioli, di cedere una serie di titoli alla Mondadori. E propone a Boringhieri di rilevare le Edizioni Scientifiche. È il primo nucleo di una casa editrice autonoma: «Giulio mise insieme così un po’ di liquidità. Allora era al culmine della sua gloria, il re dei re anche all’estero. Gli editori americani venivano a Torino apposta per lui. Solo che aveva fatto il passo più lungo della gamba, ma secondo me era geniale anche sul piano finanziario. Un altro al suo posto sarebbe naufragato prima. Sapeva come muoversi. Nell’83 rimasi incredulo, non mi aspettavo quel pasticcio, non aveva capito che doveva fare un passo indietro e consolidare la casa editrice». Quando nel ’57 Boringhieri decide di lasciare lo Struzzo, Einaudi ci resta male: «Ci tenevo a dimostrare che si poteva avviare un’editoria scientifica, mettendo insieme scienze della natura, matematica e scienze umane. Così, saltai il fosso. Come Edizioni Boringhieri comprai l’opera di Freud, c’era un’ottima edizione inglese, con apparati critici migliori dell’edizione tedesca». A questo punto entra in scena Cesare Musatti, che già aveva proposto Freud alla Einaudi senza successo: «C’era una cappa culturale, per cui spingersi fino a Freud richiedeva un coraggio eccessivo: il marxismo ostentato diffidava di Freud e della psicologia. Quando decidemmo di tradurlo, Musatti lasciò che si mettesse il suo nome ma non fu lui il vero motore: se c’era da sgobbare si tirava indietro volentieri». Sorride benevolmente, Boringhieri. «Certo, fu Musatti a introdurre la psicoanalisi in Italia, era perfetto a livello italiano, ma sul piano internazionale non era un grande psicoanalista. Renata Colorni si sobbarcò il coordinamento di Freud». Jung venne da sé, dopo pochi anni. «Era l’altro pannello, anche se l’Adelphi l’avrebbe fatto volentieri».
Amicizie. Giulio Bollati era arrivato all’Einaudi nel ’49, giovane normalista di grandi speranze: «Fu presentato come un ottimo letterato, allievo di Sapegno e Pasquali». Poi, quando Boringhieri si mise in proprio, fu Bollati a proporgli il logo del cielo stellato, traendolo da un antico manoscritto francese. «Non posso dire che avevo con lui un’amicizia fraterna, però lo stimavo molto». Nell’87, quando Bollati unisce il suo nome a quello di Boringhieri, le premesse sono chiare: «La Boringhieri era una piccola casa di nicchia, ma con un marchio forte, purtroppo non era più in grado di investire. Dunque, l’aiuto di Romilda, la sorella di Giulio Bollati, avrebbe garantito la sopravvivenza». Le cose vanno così così e nel ’93 il sodalizio finisce: «Bollati si mise a rifare, in piccolo, l’Einaudi, abbandonando il concetto di nicchia e aprendo molto alla letteratura, ma senza ottenere grandi rafforzamenti: la sorella a un certo punto gli disse che così non si poteva andare avanti. Ne venne fuori un pasticcetto. Oggi non è più la mia casa editrice e l’editoria non è più la mia editoria artigianale».
Un po’ meno che amicizie. Italo Calvino: «Calvino non era facile: avrei voluto essergli più amico, ma non ero capace di incoraggiarlo nella mia direzione. C’era qualcosa che mi allontanava da lui: mi pareva che non avesse un’impostazione chiara, anche se si autodefinì un marxista». Ricordi e qualche delusione: «Aveva una penna magica, il dono assoluto della scrittura, ma per me era un po’ troppo letterato, non ho mai avuto passione per la letteratura pura. Calvino era legatissimo a Giulio Einaudi, gli doveva molto: a un certo punto, nel ’50, credo, ci fu un movimento interno contro l’editore e lui disse: è un mio amico, non posso condividere la vostra opinione. Ho disapprovato quando seppi che con la crisi einaudiana dell’83, nel momento in cui Giulio aveva più bisogno di solidarietà, Calvino decise di passare alla Garzanti, mi sembrò un gesto di ingratitudine. Non doveva farlo».