mercoledì 9 febbraio 2005

vita

Le Scienze Febbraio 2005
editoriale
La parola «vita»: istruzioni per l’uso
Enrico Bellone


Grandi idee condivise regolano da sempre la cultura umana. A volte accade che una di esse venga messa in discussione, e ciò suscita, com’è naturale, controversie e resistenze. È questo il caso, nei tempi nostri, della parola «vita». Per generazioni abbiamo infatti accettato che esistesse un confine preciso tra ciò che è vivo, e ciò che vivo non è. E abbiamo altresì accettato, durante i secoli, che il vivente fosse suddiviso in tre distinti regni: mondo vegetale, mondo animale e uomo. Nella seconda metà dell’Ottocento, grazie all’evoluzionismo, caddero le barriere che la tradizione aveva edificato tra l’uomo e gli altri animali. Con gli ultimissimi anni, altre gloriose barriere si sono incrinate, e si aprono ora domande nuove sul significato di «vita». Alcune di queste domande s’incrociano tra le righe di tre articoli che trovate in questo numero della rivista. Una prima questione è posta in un articolo, a pagina 60, su una sostanza elaborata da un vegetale, la marijuana. Gli autori ricordano che il nostro cervello ne fabbrica naturalmente una forma specifica, sottolineano la presenza di recettori cerebrali per i cannabinoidi, e si chiedono «per quale ragione il sistema di segnali del nostro cervello comprende un recettore per un composto prodotto da una pianta». Curiosa domanda, questa: dove passa la barriera doganale tra l’uomo e il vegetale? Ma la domanda si complica ancora di più se la confrontiamo con quella che, a pagina 38, propone Luis Villareal: «I virus sono vivi?». La complicazione nasce in quanto una risposta plausibile richiede una ridefinizione globale del nome «vita». Ovvero, richiede che esista un’ampia gamma di stati intermedi tra ciò che è vivo e ciò che ci appare invece come materia inerte e priva di vita. A lungo si è creduto che i virus fossero privi di caratteristiche tipicamente vitali. Ora, invece, si sta facendo strada l’ipotesi secondo cui essi potrebbero addirittura essere «la fonte principale di innovazione genetica» sul pianeta. Il che vorrebbe dire che i virus colonizzano sia i batteri, sia i vertebrati: inventando nuovi geni, inserendoli in altri organismi e, di fatto, premendo sui cambiamenti evolutivi di tutto il vivente. Un’idea, questa, che già era stata esposta dal Nobel Salvador Luria, il quale si chiedeva se, osservando i virus, non stessimo in realtà osservando le radici stesse dei processi evolutivi grazie ai quali si erano creati gli schemi genetici vincenti che stanno oggi alla base di tutte le cellule viventi. Forse, come suggerisce Villareal, il nucleo delle cellule è il risultato di un’evoluzione innescata da un virus. Le domande sul significato di «vita» stanno insomma proliferando. Ce ne rendiamo conto leggendo le pagine di Cristina Valsecchi sulla vita sociale dei batteri. Sociale? Certo. C’è un batterio che fabbrica e usa antibiotici per eliminare altri microrganismi dalle zone da colonizzare. Utilizza molecole che svolgono funzioni linguistiche e gli permettono di dialogare con altri batteri. Ebbene, capire questi linguaggi è allora fondamentale per tutelare anche le nostre vite. Nella scala della natura, quella che abbiamo battezzato come «vita umana» non è separata dalle altre modalità vitali grazie alle quali l’intero mondo vivente, non più suddiviso in regni incomunicanti, cerca di sopravvivere sul nostro pianeta.

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sinistra
«la Fed non decida da sola»
e sulla questione della falce e martello

il manifesto 9.2.05
Bertinotti: «Se la Fed decide da sola è rottura»

Si lavora a un documento dell'Ulivo, Fassino non esclude il dialogo con il governo «purché il decreto cambi»
C. C.


Per un giorno i riflettori sono puntati sulla Margherita, e sulla dichiarazione netta reiterata ieri da Romano Prodi sull'Iraq e le truppe italiane. Tra i Ds è il momento di precisare le rispettive posizioni, in attesa della presa di parola di tutta l'opposizione sul decreto del governo di «rifinanziamento» del contingente militare: questione che divide l'ala sinistra che è per un netto «no» - dall' interno della Quercia (ieri di nuovo ha ribadito la posizione Salvi) a Rifondazione, Verdi, Pdci - rispetto ai 'possibilisti' nella Margherita, nello Sdi e nell'Udeur-repubblicani, dove Mastella ha chiarito che se non ci si astiene lui voterebbe a favore. Bertinotti però avverte precentivamente Ds e Margherita: «non pensate di decidere prima tra voi per poi mettere gli altri nella Gad di fronte a un fatto compiuto».
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Per domani è fissato infatti l'appuntamento di tutti i dirigenti e i capigruppo della Federazione. Ma Fausto Bertinotti mette un'ipoteca pesante su questa discussione. «Se sul voto decide la Fed si rischia la rottura». Il segretario di Rifondazione precisa che non contesta come «illegittima» questa scelta operata da «un'organizzazione», ma sottolinea secco: «Mi appare francamente inopportuno politicamente mettere tutta l'Alleanza di fronte a un fatto compiuto».

Gazzetta del Sud 9.2.05
Durissima la reazione di Bertinotti: anche il solo accostamento è disgustoso
Il commissario europeo Frattini precisa che la discussione (l'iniziativa è di alcuni paesi ex comunisti) non è all'ordine del giorno
Falce e martello al bando come la svastica? Scoppia la polemica
Giovanni Graziani

ROMA – Mettere al bando falce e martello come la svastica? Nasce un caso intorno a una dichiarazione di Franco Frattini. Poi, il Commissario europeo alla Libertà, Giustizia e Sicurezza smentisce e precisa: non c'è in programma alcuna iniziativa europea per vietare i simboli comunisti mettendoli sullo stesso piano di quelli nazisti;
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Ma anche il dibattito provoca la secca reazione di Fausto Bertinotti, che definisce «disgustoso» l'accostamento del comunismo al nazismo e ricorda che perfino il Papa, a differenza di Frattini, ha detto che i due sistemi politici non possono essere messi sullo stesso piano.
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Secco il commento di Bertinotti, al quale la discussione appare «un po' disgustosa». Anche Pino Sgobio, del partito di Cossutta, ricorda «il ruolo dei comunisti per la libertà e la democrazia in occidente» e giudica per questo sbagliati i paragoni fra il comunismo e il nazismo». Un commento velenoso per Frattini è apparso sulla “Velina rossa”, agenzia vicina ai Ds, che ricorda al commissario europeo come la falce e il martello fossero nel simbolo del partito socialista italiano fin dalla sua nascita, prima di quello comunista. Per cui, pur rispettando i «piccoli paesi dell'est», non si può «capovolgere la storia degli altri popoli».

il giornale dei vescovi -pro domo sua- rivela due inediti:
Lacan credeva nel trionfo della religione...

Avvenire 9.2.05
IL CASO
Fa discutere a Parigi la pubblicazione di due testi inediti del filosofo francese: «La fede ha più futuro della psicanalisi»
Lacan:la religione trionferà
Lo studioso apriva soprattutto al cristianesimo. «La scienza non può rispondere a tutti gli interrogativi dell’uomo. Freud? Un grossolano materialista»
Da Parigi Daniele Zappalà

Riconoscere i fili, spesso ingarbugliati o recisi, fra fede e scienza. A riflettere su quest'esigenza fu anche lo psicanalista francese Jacques Lacan (1901-1981), divenuto celebre attualizzando la teoria freudiana e introducendo, fra gli altri, il concetto di "fase dello specchio" (quella in cui l'individuo scopre l'unità del proprio corpo). Di Lacan, che si professava ateo senza però rinnegare la propria educazione cattolica, appaiono adesso in Francia per l'editore Seuil due conferenze del 1960 e del 1974 centrate sul ruolo della religione in un mondo spesso rivendicato dalla razionalità. Jacques-Alain Miller, responsabile degli inediti lacaniani, ha intitolato il volume Le triomphe de la religion (Il trionfo della religione). La sensibilità di Lacan verso la spiritualità umana esce qui allo scoperto fin dalle prime pagine. Quelle in cui ad esempio l'autore non esita a definire l'intoccabile padre della psicoanalisi, proprio Freud, come un «grossolano materialista». Più che di certezze, il discorso di questo Lacan meno noto al grande pubblico si alimenta di interrogativi e sensazioni. Come questa, sul dialogo perduto fra razionalità e fede: «Vi è una certa disinvoltura nel modo in cui la scienza si sbarazza di un campo di cui non si vede perché essa dovrebbe alleggerirsi. Allo stesso tempo, mi pare capiti un po' troppo spesso, da un po' di tempo, che la fede lasci alla scienza la cura di risolvere i problemi quando le domande si traducono in una sofferenza un po' troppo difficile da maneggiare». Né per una scienza, e in particolare una medicina, sorde al bisogno umano di spiritualità, dunque, né per una religione arrendevole nei propri pronunciamenti e nella propria azione riguardanti la natura umana: di sofferenza e problemi intimamente umani, talora iscritti in un quadro patologico, è qui naturalmente questione. Lacan, in particolare, biasima che a livello sociale la conoscenza dell'uomo sia spesso ridotta al riconoscimento di determinate condizioni cliniche. Specie quando, soprattutto nelle corsie di ospedale, sulla categoria di persona prevale quella di malato. Nelle proprie lezioni universitarie, Lacan amava citare passaggi delle Sacre scritture. Anche in una delle conferenze appena pubblicate, dopo aver letto un brano di San Paolo sul senso del peccato, lo psicanalista riflette in questi termini: «Mi sembra che sia impossibile per chiunque, credente o non credente, non trovarsi obbligati a rispondere a ciò che un tale testo comporta come messaggio articolato su un meccanismo che è d'altronde perfettamente vivente, sensibile, tangibile, per uno psicanalista». Il campo specifico che più di ogni altro richiede un dialogo fra fede e scienza è quello della morale e in una prospettiva storica, predice Lacan, sarà la religione ad avere la meglio: «Essa trionferà non solo sulla psicoanalisi, essa trionferà su molte altre cose ancora. Non ci si può neppure immaginare quanto sia potente». Al confronto, la scienza tradisce alla lunga i propri limiti, anche perché il suo espandersi non colma gli interrogativi ultimi dell'uomo ma evidenzia al contrario un confine sempre più esteso fra conoscibile e inconoscibile. Con una necessità crescente di "senso", sottolinea Lacan, dietro ai nuovi "significanti" all'orizzonte: «La scienza è il nuovo ed essa introdurrà delle quantità di cose sconvolgenti nella vita di ciascuno. Ma la religione, soprattutto quella vera, ha delle risorse che non si possono neppure supporre. Basta osservare come essa fermenta. È assolutamente favoloso». Rispetto a Freud, che rifletteva sulla religione in termini di illusione collettiva, Lacan ha vedute ben diverse. E anche uno sguardo rivolto al cattolicesimo: «La vera religione, è la romana. Cercare di mettere tutte le religioni nello stesso sacco e fare ciò che si chiama la storia delle religioni, è veramente orribile. Esiste una vera religione, è la religione cristiana. Si tratta semplicemente di sapere se questa verità resisterà». Insomma, il fatto di esistere come persona implica e implicherà la necessità di sfuggire alle realtà apparenti. Parola di un freudiano arresosi al crollo novecentesco del positivismo.

Camon: «questa follia che ha le radici dietro casa»

L'Arena Mercoledì 9 Febbraio 2005
Il serial killer veronese
Questa follia che ha le radici dietro casa
di Ferdinando Camon


Se le cose stanno come le indagini mostrano, allora il serial killer di Custoza ha gli stessi caratteri del serial killer di Terrazzo e di tutti quelli dei paesi di campagna, e sono caratteri contraddittori: la crudeltà, l’ingenuità, la maniacalità sessuale. Vivono in una società e in una cultura che credevamo (a torto) tranquilla, separata, chiusa nella tradizione e nella conservazione. Ma ormai non c’è più nulla di separato e tranquillo. Non certo le campagne. Proprio perché erano le più conservatrici, sono le più scombussolate dall’invasione di culture e di costumi di cui ignoravano perfino l’esistenza. Non reggono l’urto. E crollano. Sia il killer di Terrazzo sia questo di Custoza (se è davvero colui che le indagini adesso indicano) uccidevano prostitute. Più esattamente, prostitute immigrate. Il killer di Terrazzo, donne dell’Est europeo; questo di Custoza, del Sudamerica. L’invasione delle prostitute, nelle miti campagne delle Venezie, è l’evento che più di ogni altro ha sconquassato i costumi. Le campagne erano segnate da secoli dalla repressione sessuale e l’arrivo delle prostitute straniere ha costituito un doppio richiamo, il richiamo dell’eros e dell’eros esotico. A Padova c’è un quartiere, famoso nel mondo, dove le prostitute nigeriane hanno comprato i loro appartamentini nel giro di un anno o due. Qualcuno ha fatto i conti: guadagnavano da uno a due milioni di lire per notte. Anche qui c’è una clientela di de-repressi, ai quali avere donne esotiche dà l’impressione di diventare padroni del mondo. Qualcuno di questi clienti lo ha confessato: nella brasiliana, nella slava o nella nigeriana tutto è stordente, soprattutto la differenza linguistica, è come se l’eros stabilisse un’intesa che scavalca continenti e oceani, annulla le separazioni di lingua, cultura, religione, civiltà.
Se questo è vero per i clienti delle lucciole di una città di 250mila abitanti, figurarsi per i clienti che vivono in campagna. Non sanno cosa gli capita, non si rendono conto delle avventure in cui si tuffano, e così finiscono, tutti, per costruirsi una seconda vita, incomunicante e inconciliabile con la precedente: restano figli o mariti o lavoratori insospettabili per i genitori e le mogli, ma in ore separate e in luoghi separati vivono questa seconda esistenza, nella quale si comportano da pazzi. Come tali, non si rendono conto di quel che fanno. «Io non ho ucciso le mie donne», protestava Stevanin, «erano loro che morivano». Lui si limitava a stringergli il collo. Quando gli hanno dato l’ergastolo, ha chinato la testa incredulo: «Non mi hanno capito». Il killer di Custoza, per strangolare le vittime, usava una sciarpa. Alla crudeltà abbinano una stupefacente ingenuità. Stevanin seppelliva le vittime dietro casa, son bastati quattro colpi di vanga per scoprire i cadaveri. Lui stava vicino all’Adige, sui prati dormivano greggi di pecore in transumanza. Ha lasciato scappare l’ultima donna perché gli portasse trenta milioni.
Questo di Custoza chiamava al telefono le vittime come un ossesso, fino all’ora dell’uccisione. Ha rubato di tutto, specialmente denaro. Fuggito e braccato, ha perfino telefonato a casa, voleva sentire la voce dei figli: è come se dicesse alla polizia «venite a prendermi». Lo hanno preso, aspettiamo le conclusioni del processo. Ma non aspettiamoci confessioni: potrebbero confessare se capissero cosa hanno fatto, dove hanno fatto una cattiva scelta. Ma non lo sanno: il loro mondo, il mondo delle campagne, è stato invaso, travolto e spazzato via, e loro sono sepolti sotto le rovine. Stevanin comincia a dar segni di pentimento e far progetti di socializzazione adesso. Sono passati dieci anni. Dieci anni per tornare in superficie, e rivedere l’umanità.
(fercamon@libero.it)

gli insospettabili

L'Arena Mercoledì 9 Febbraio 2005
«Gli insospettabili spesso sono persone con gravi problemi psichici»


(...)
La notizia in primo piano è l’arresto di un veronese per due delitti: episodi che rievocano il caso Stevanin. Molti lo definiscono «insospettabile»...
«La cosa non mi stupisce: anzi ho notato che capita spesso di scoprire che persone dall’aria rispettabile e apparentemente normale in realtà hanno gravi problemi psichiatrici».
(...)

un documentario

Il Messaggero Mercoledì 9 Febbraio 2005
Parola d'ordine: trentenni. ...
di FRANCESCO ALO’


Parola d'ordine: trentenni. Nell'Italia di oggi è l'età del lavoro, del matrimonio, delle grandi responsabilità. Infastidita dalla rappresentazione che dei trentenni diede Gabriele Muccino nel 2001 con il grande successo L'ultimo bacio, la documentarista classe '69 Giovanna Taviani ha voluto indagare sui trentenni nel passato del cinema italiano. Ne è venuto fuori I nostri 30 anni. Generazioni a confronto, settantatre minuti di interviste in cui si analizza quella precisa età attraverso il punto di vista di cinque generazioni di registi, dai primi anni '60 al 2000. Il documentario presentato oggi in Sala Deluxe (ore 16) alla Casa del cinema (Largo Mastroianni 1, 06423601) parte con Mario Monicelli e Dino Risi che ricordano i tempi de I soliti ignoti (1958) e Il sorpasso (1962). Ecco poi arrivare il giovane arrabbiato Marco Bellocchio che paragona Delitto e castigo al suo incendiario I pugni in tasca (1968), mentre il figlio dell'arte Bernardo Bertolucci mette in relazione i suoi Prima della rivoluzione (1964) e The Dreamers (2003). Di intervista in intervista si attraversano i brillanti e sovversivi Paolo e Vittorio Taviani, l'autarchico Moretti, che racconta della solitudine del trentenne post-sessantottino nell'Italia cupa degli anni di piombo (tema cardine di Ecce bombo, diretto a 25 anni) per raggiungere i vuoti anni '80 di Gabriele Salvatores che cita Conrad e la nuova commedia all'italiana di Paolo Virzì che rimpiange l'Italia del boom. Tocca infine ai cineasti trentenni di oggi che nella trattoria romana "Biondo Tevere" parlano della loro età e del loro cinema. Sono Vincenzo Marra, Daniele Vicari, Paolo Sorrentino, Andrea Porporati, Lucio Pellegrini e Salvatore Mereu, molti dei quali interverranno, con Marco Bellocchio e Mario Monicelli, all'incontro con il pubblico condotto da Bruno Torri e Felice Laudadio dopo la proiezione del documentario.

un film

Corriere della Sera 9.2.05
Arriva al cinema «Un silenzio particolare»: le vacanze di un giovane di 26 anni, tra momenti sereni e aggressività
«Mio figlio schizofrenico, la sua vita è un film»
Il regista Rulli: uno sguardo sulla malattia, eppure prima mi vergognavo di lui
di Valerio Cappelli


ROMA - Matteo ha occhi indifesi, dolcissimi. Ma lo sguardo può cambiare presto, e gli occhi diventano quelli di un gatto di notte, rossi, come in una foto col flash, e comunicano uno smarrimento diverso, un felino che sta per aggredirti con un balzo improvviso. Matteo, 26 anni, è schizofrenico. E’ il protagonista del diario di una famiglia diversa dalle altre. Non c’era l’idea di farne un film. Un silenzio particolare esce l’11 febbraio, distribuito da Nanni Moretti. Si raccoglieranno fondi per aiutare il casale in Umbria fondato dal padre di Matteo, Stefano Rulli, uno degli sceneggiatori italiani più ispirati. Il casale, nella campagna tra Orvieto e Todi, è in vendita e si rischia di vanificare un lavoro cominciato cinque anni anni fa. Rulli ha scritto La Piovra, Meri per sempre, Ladro di bambini, La meglio gioventù. Tanti film in coppia spesso con Sandro Petraglia. Un silenzio particolare era nato come una promozione del casale «La città del sole» e ospita chi ha in famiglia portatori di handicap ma anche turisti. Il primo giorno ognuno siede al proprio tavolo, il secondo giorno i tavoli si uniscono, la terza sera si balla tutti insieme. Qui Rulli è il regista della sua vita. Le vacanze sono per quelle famiglie il momento più difficile. «Molti alberghi - dice Rulli - ti rifiutano. E se prendi la casa in affitto non hai più l’assistenza degli psichiatri, sei completamente solo. Matteo era fuori campo, ha deciso lui di entrare nelle immagini, di diventare protagonista e lasciare che si raccontasse la sua storia. E’ cominciato tutto un po’ per scherzo, una cinepresina digitale, non oppressiva, l’operatore che era suo amico. Matteo si è fidato».
Nel film, Matteo non ha alcun rapporto con la madre, Clara Sereni, una donna con un forte impegno civile. «C’era un problema di aggressività di Matteo, un elemento di confusione, come se non ci fosse la capacità di distinzione della madre, che era un prolungamento di sé. C’era una forma di autolesionismo. L’aggressività è l’ultimo livello di una comunicazione mancata, è il tentativo di comunicare un’emozione». Ecco però un abbraccio finale tra loro due, madre e figlio. «E’ stata una conquista degli ultimi anni. L’abbraccio, che è una delle cose più istintive, è stato un processo complesso, è difficile per Matteo stringere e farsi stringere, e in quell’unico abbraccio rimane un che di sgraziato, di poco naturale».
La società ha le sue regole, le sue griglie, le sue convenzioni. Loro hanno sperimentato gli sguardi impauriti degli altri, la fuga degli amici, il bisogno di normalità. «La società ha le sue paure, ma io non ho mai colpevolizzato nessuno. Col film non volevo lanciare un messaggio ma provare a dare un nuovo sguardo su cose che la gente conosce per sentito dire. Trent’anni fa con Bellocchio avevo realizzato Matti da slegare sullo stesso tema, ma lì c’era un eccesso ideologico, i buoni di qua e i cattivi di là. Mancava il mistero».
La sua prima reazione, quando scoprì la malattia del figlio, fu «una incomprensibile vergogna, non riesci a dire "mio figlio è handicappato", se questo è il sentimento che hai, non ce la fai». In una scena cruda Matteo ha una crisi. «A una festa aveva dato un regalo a un amico, davanti a tutti. E a me non bastava, gli avevo chiesto di ballare, di essere normale. Lui ha reagito con violenza... Aveva 3 anni quando mi sono accorto del suo problema. A 7 ho capito che la normalità potevo metterla nel cassetto. Quando ti scatta il meccanismo dell’ora X è il momento più disperato, quando ti domandi: imparerà a leggere e a scrivere? C’è una linea di demarcazione tra normalità e diversità: la supera o no? Se pensi che la supera, se aspetti l’ora x dei miglioramenti che non vedi...».
Nel film è un padre paziente, premuroso, sensibile. «In realtà ho commesso tanti errori. Ho avuto gli anni delle rabbie, delle aspettative eccessive, ho combattuto l’impotenza, la vergogna». Ripensa a quella volta che Matteo durante una crisi prese a testate il vetro di un’edicola romana, l’edicolante protestò per il danno e quella volta esplose lui, Stefano, il padre.
Come mai il titolo richiama un aggettivo inflazionato, usurato: «particolare»? «E’ vero, è una parola consumata, ma l’ha pronunciata Matteo in un giorno di forte vento che lo stordiva, c’era in lui un desiderio di silenzio. C’era una verità dietro quella parola».
Matteo oggi vive in casa con amici che stanno come lui, aiutato da una coppia. Quando si è rivisto si è aperto in un sorriso. Gli occhi non erano da gatto nella notte. Erano solo dolci.

La Stampa 9.2.05
Il rispetto e l’angoscia per il figlio da slegare
PRIME CINEMA
«Un silenzio particolare» racconta un mondo speciale, insegna a conoscere il modo di vivere delle persone con problemi psichici
di Lietta Tornabuoni


UN silenzio particolare» di Stefano Rulli è un film non soltanto intenso e bello, ma prezioso: insegna a conoscere il modo di vivere delle persone con problemi psichici (affetti da autismo, parrebbe; ma nessuna malattia viene nominata); insegna la maniera rispettosa, affettuosa e attiva con cui queste persone debbono essere trattate per sentire meno il vuoto, l'abbandono, l'angoscia; insegna il coraggio, l'intelligenza, la tenerezza e la pazienza con cui i genitori possono affrontare il destino proprio e del figlio. La scrittrice Clara Sereni e lo sceneggiatore Stefano Rulli hanno avuto un figlio ora ragazzo, Matteo, con problemi psichici: con grande forza d'animo, generosità e bravura, mettono in scena la loro piccola famiglia e gli amici in difficoltà, spesso giovani, che si ritrovano per le vacanze, le feste, i matrimoni, nei casali della Country House nella campagna perugina della Fondazione «La città del sole» da loro ideata.
Raccontano un mondo speciale, dove per fortuna mancano il buon senso, la ragionevolezza, l'egocentrismo, mentre non mancano la musica, la gaiezza, l'estro. Persone dalle facce alterate si lamentano, recitano versetti, cantano, ballano, ridono incongruamente, parlano spesso in modo incomprensibile oppure tacciono. C'è sempre qualcuno che si stringe in un angolo, muto, con gli occhi vuoti. Matteo Rulli, che non abita con i genitori ma con due amici, appare all'inizio nei film domestici piccolino con lo sguardo già nebbioso, poi cresciuto: sta sempre solo da una parte, dentro l'automobile o all'aperto. È davvero bello. Gli càpita di prendere a pugni il padre, di rifiutare la madre; contempla e tocca la faccia paterna trovandola invecchiata; sente male al collo o al cuore, piange, non arriva ad addormentarsi; ha repentine crisi di violenza. Poi si addolcisce, canta se stesso bambino («pioveva e tirava/un forte vento/il bimbo Matteo/era abbastanza contento»): l'ultima immagine lo mostra, con la dolcezza di un lieto fine, abbracciato alla madre sempre respinta.
Senza trama, senza effetti nella fotografia e nelle riprese di Ugo Adilardi, «Un silenzio particolare» è il racconto più eloquente di una condizione umana che si potrebbe avere l'orgoglio fiero di saper vivere.

La Stampa 9.2.05
PARLA IL REGISTA CHE HA FIRMATO CON PETRAGLIA UNA TRENTINA DI SCENEGGIATURE, DA «MATTI DA SLEGARE» ALLE «CHIAVI DI CASA» DI AMELIO
Rulli: il mio Matteo aiutato dal cinema
«Non dobbiamo temere i disagi mentali, un film può aiutare»


ROMA. UNA macchina da presa digitale, una troupe minuscola, un budget «superpovero». Ma soprattutto un coraggio grandissimo. Quello di un padre che decide di raccontare in un film la vita difficile di un figlio malato. Sceneggiatore dagli Anni ‘80, dopo aver scritto su note riviste di critica cinematografica e dopo aver girato, nel ‘75, con Silvano Agosti, Marco Bellocchio e Sandro Petraglia, il documentario «Matti da slegare», Stefano Rulli ha girato «Un silenzio particolare» (nelle sale da venerdì distribuito dalla Sacher Film) perché è sempre utile far sapere. Parlare di un’esperienza complessa, su cui grava spesso «un atteggiamento di paura e di chiusura», mostrare le diverse dinamiche di famiglie che, pur vivendo una grande tragedia, conoscono «l’intensità di emozioni straordinarie».
All’inizio, nel ‘98, il film doveva essere una testimonianza sulle attività della «Città del sole», la fondazione creata da Rulli e da sua moglie, la scrittrice Clara Sereni, per «sperimentare progetti di vita con persone che hanno problemi mentali più o meno gravi». A mano a mano che le riprese andavano avanti, il loro figlio, Matteo, 26 anni, anche lui ospite della struttura, ha iniziato a mostrare interesse per l’esperimento: «Entrava in campo mentre giravamo, era come se volesse partecipare al gioco. Ho provato a vedere se aveva voglia di stare davanti alla macchina da presa, e così l’asse del racconto si è spostato, il documentario è diventato un film su di noi».
Davanti a quelle immagini Matteo è rimasto assorto: «Ha seguito la proiezione fino in fondo, senza mai alzarsi, e alla fine ci ha detto: “voglio rivedere Matteo che piange”. Il fatto che lui avesse accettato la prova mi ha spinto a credere che fosse giusto mostrare il film anche agli altri». Intorno ai mutismi, alle tristezze, alle ribellioni del protagonista, si muovono gli altri personaggi della storia, ospiti della speciale casa di vacanza, intervistati dal regista, ritratti mentre parlano con gli amici e con i parenti: «Loro avvertono il senso del rifiuto, sentono di essere percepiti come problema, perciò raccontarli e mostrarli, anche con orgoglio, è qualcosa che migliora i rapporti».
Per tutti i genitori che vivono il dramma di un figlio con disagi psichici, racconta ancora Rulli, «esiste il sogno dell’ora x. Quella in cui il figlio diventa finalmente normale». Ma l’ora x non arriva e allora bisogna ripensare una vita con traguardi diversi: «Prima di arrivare a vestirsi da solo Matteo ha compiuto un percorso lungo e difficile, riuscire ad abbottonarsi una camicia è stata per lui una conquista». E così per tante altre cose. L’importante, come dice nel film Clara Sereni (sono suoi «Casalinghitudine» e «Passami il sale»), è dare «tempo e fiducia». Abituarsi a ritmi differenti: «Quando facciamo una domanda ci aspettiamo una risposta in un certo spazio di tempo. Con Matteo, e con le persone che soffrono come lui di malattie mentali, le risposte arrivano in un altro modo. Bisogna saperle aspettare, senza imporre tempi “normali”». Per Matteo che soffriva molto del «problema della separazione, anche da una stanza all’altra», l’esistenza, con gli anni, è cambiata profondamente: «Oggi lavora, fa l’assistente cuoco, vive con ragazzi fuori sede che non hanno i suoi problemi. E di recente è stato in viaggio in Chiapas, per un mese, con due amici. Quando è tornato era contentissimo».
Stefano Rulli ha firmato con Sandro Petraglia circa una trentina di sceneggiature. Tra queste quella del film di Gianni Amelio «Le chiavi di casa» di cui, come si sa, è protagonista un ragazzo disabile: «Ho partecipato come a tutti gli altri film, il mio apporto non è stato diverso. Il lavoro straordinario lo ha fatto Amelio, realizzando un film dalla valenza universale, sul dolore della vita. La ricchezza principale delle “Chiavi di casa” sta nella regia, in quello che lui è riuscito a fare sul set. In quel caso la scrittura non poteva prevedere più di tanto».
Ora Rulli sta scrivendo di nuovo: «Ho quasi finito la sceneggiatura del nuovo film di Daniele Luchetti, tratto dal libro di Antonio Pennacchi ”Il fasciocomunista”. Al centro della storia, ambientata tra Latina, Roma e Milano, un personaggio che prima è fascista e anche picchiatore, e poi diventa comunista. Nel valutare l’insieme di questa esperienza politica si avverte il senso del pericolo del vivere imprigionati dentro gli schemi».

Il Messaggero Mercoledì 9 Febbraio 2005
LA RECENSIONE
“Un silenzio particolare”, ritratto privato: Rulli sfida le nostre certezze
di FABIO FERZETTI


ROMA Matteo di fronte a se stesso bambino, in braccio alla mamma in un vecchio superotto. Matteo oggi, a 24 anni, che implora di abbassare il volume. Matteo che resta chiuso in auto mentre gli altri fanno festa alla Città del Sole, un agriturismo aperto dai suoi perché «tutte le diversità e tutte le vite hanno diritto di essere ospitate e rispettate», ma lui vuole restarsene a casa sua, altro che storie. Matteo di colpo aggressivo che strattona la madre ma subito si preoccupa («Ti ho fatto male?»), che piange pentito col padre, che si dispera perché anche segare un ramo per lui è un’impresa.
E poi Matteo che ascolta felice la madre cantare alla chitarra il giorno della sua nascita. Matteo che fa le rime a una festa di nozze («E bravi Spizzichini, ma quando li fate altri bambini?»). Matteo che si vede mettere in braccio una neonata gesto imprevedibile e abbagliante, dimostrazione di amore e fiducia totali e dopo un attimo di esitazione se la culla, se la coccola come se fosse sua. O chissà, come se in quella creaturina inerme rivedesse se stesso.
Certi film sono una sfida. Per chi li fa, innanzitutto, e poi per chi li vede. Una sfida al senso comune, alle nostre certezze, alla nostra capacità di affrontare ciò che in genere escludiamo dal nostro sguardo. Un silenzio particolare , il toccante documentario di Stefano Rulli visto a Venezia che da venerdì sarà al Nuovo Sacher di Roma, è uno di questi lavori. Duro perché dura è la condizione di Matteo, il figlio disabile psichico di Rulli e della scrittrice Clara Sereni, che qui ha dovuto rinunciare al filtro della pagina scritta. Tenero perché con Matteo, che parla, capisce, ragiona e a volte canta, addirittura, ma è chiuso in un mondo tutto suo, dare e ricevere amore è una lotta quotidiana. Inflessibile perché di fronte alla psiche insondabile di Matteo l’unica arma è la fermezza.
E ferma, ma vibrante di pudore, è anche la mano di Stefano Rulli, sceneggiatore e regista; che quasi trent’anni dopo il memorabile Matti da slegare, documentario girato con Agosti, Bellocchio e Petraglia sui degenti di una casa di cura “liberati” da Basaglia, ha affrontato la diversità dall’interno. Da testimone costretto a trovare, dopo quello di vivere, il coraggio di rappresentare la sua storia. Che significa cercare i silenzi e le parole, le immagini e le pause per raccontare la fatica e insieme il dubbio, la pietà, la sorpresa continua. Perché in una vita così è sempre l’alba, sempre l’infanzia, ogni giorno bisogna ridare un nome alle cose e ai sentimenti fondamentali. Ma è proprio questo, forse, a rendere l’esperienza di Matteo e dei suoi genitori, oltre che vera e straziante, così preziosa.

Repubblica 9.2.05
Il film, da venerdì nelle sale, è la storia della "Città del sole" che accoglie persone problematiche
La dolce voce del silenzio
Rulli diventa regista per raccontare il figlio Matteo
il senso Mi sono reso conto degli errori che faccio normalmente Finalmente il mio lavoro ha acquistato un senso per lui
MARIA PIA FUSCO


ROMA - L'intenzione iniziale di Stefano Rulli - lo sceneggiatore che, con Sandro Petraglia, è oggi un punto di riferimento essenziale per tanto cinema bello e per la tv di qualità ("La meglio gioventù") - era di girare un documento sulle attività della Fondazione "La città del sole", l'agriturismo sorto in Umbria per accogliere tutti, persone con problemi e persone cosiddette normali. Poi la presenza di Matteo, il figlio di Rulli e della scrittrice Clara Sereni, s'è imposta, sempre più forte, sempre più significativa, e il documentario, Un silenzio particolare (esce l'11 a Roma al Sacher e in altre città) è diventato una storia di famiglia, un film privato di Matteo, Clara e Stefano.
Matteo è un ragazzo con problemi psichici. In Un silenzio particolare appare bambino in un vecchio superotto sgranato, lo sguardo assorto, vacuo, un'insolita inerzia tra le braccia della madre. Oggi ha vent'anni, è bello, l'espressione lontana, chiusa in un mondo a tratti impenetrabile, che però a tratti si apre in un sorriso dolcissimo, disarmate, un messaggio d'amore. «Avevo cominciato a girare alla fine del 2001, ho continuato a raccogliere materiale fino a poco tempo fa. Ci sono le interviste agli ospiti della "Città del sole", c'è il matrimonio di due amici di Matteo, ci sono i momenti di festa e di malinconia, ma in montaggio è venuto naturale lo spostamento dell'attenzione su mio figlio», dice Rulli.
Quando hanno rivisto il film, con sua moglie Clara, «è stato un momento di grande disagio, una testimonianza d'imbarazzo. Ma anche, per me, un momento di conoscenza importante, ho colto cose che non sapevo, mi sono reso conto di errori che commetto con Matteo, quando insisto nelle richieste, quando non rispetto i suoi tempi e gli chiedo di fare cose senza aspettare che lui le abbia elaborate». Ma quando hanno rivisto insieme il film, genitori e figlio, «ho capito di aver fatto una cosa giusta. Matteo si è osservato, ha chiesto di rivedere alcune sequenze, e finalmente il mio lavoro, che lui non ama, non vuole sentirne parlare, ha acquistato un senso».
Da sempre Rulli e sua moglie hanno cercato di rompere un tabù, quello «del pudore di tanti genitori di figli handicappati, in un mondo così pieno di pregiudizi ci si vergogna a dichiararlo. Ho un figlio con problemi è più facile da dire piuttosto che "handicappato"». Il film di Rulli - il titolo viene da Matteo che in una notte di vento furioso implora che smetta e arrivi un "silenzio particolare" - è un film da vedere perché è un grido contro ogni tabù, perché, dice Rulli, «non ho voluto raccontare i problemi ma le persone, con i loro sogni, le paure, il bisogno d'amore. Sono emozione che non passano per le parole, ma in un altrove di sguardi, di gesti, di silenzi, di esitazioni. Se solo imparassimo la pazienza di rispettare i loro tempi, sarebbe facile capire e comunicare».

i libertini

Corriere della Sera 9.2.05
La prestigiosa collana francese pubblica una raccolta di testi introvabili, dai saggi di Gassendi alle utopie di Cyrano de Bergerac
I libertini nella Pléiade. Ed è ancora scandalo


Chi è un libertino? La risposta dovrebbe tenere conto delle oscillazioni del significato di questa parola nei vari periodi della storia. Noi, ancora influenzati da un certo linguaggio apologetico, confondiamo i libertini con coloro che si sono dati alla bella vita, inseguendo piaceri e sensazioni epicuree, come il Don Giovanni lasciatoci da Wolfgang Amadeus Mozart. Lo hanno anche fatto, ma non furono soltanto dei rapaci di alcove. Prima di assumere un valore filosofico - e questo avvenne in Francia nel ’600 - il termine cominciò a dar notizie di sé con il diritto romano, per il quale «libertinus», derivazione aggettivale da «libertus», significava «colui che è stato reso libero». Poi, con l’aiuto della solita ironia della sorte, l’avventura moderna della parola cominciò nel 1477 con una traduzione apparsa a Lione del Nuovo Testamento di Guiars des Moulins: in un versetto degli Atti (6,9) il latino «libertinorum» della Vulgata è tradotto con «libertiniens». Con il riformatore Giovanni Calvino si fa un passo avanti: definirà tali i sostenitori francesi del panteismo; ci vorrà poi ancora un secolo per intenderli come «liberi pensatori» e un altro ancora per vedere nei libertini i sostenitori della tolleranza religiosa. Quando alla fine del ’700 a Praga va in scena il ricordato Don Giovanni mozartiano, questa categoria di trasgressori intellettuali era un ricordo e la si confondeva ormai con i femminieri. Eppure è ad essi che il mondo moderno deve la rinascita della ragione, nonché il primo significativo distinguo tra morale e religione; ed è ancora a questi nemici filosofici dei vincoli morali che si deve guardare per comprendere la nascita dell’atteggiamento laico. Augusto del Noce in un saggio del 1952, La crisi libertina e la ragion di Stato , vide in tale corrente la vera rottura dell’unità storica tra il mondo antico-cristiano e la realtà moderna.
Si torna a parlare di libertini nel dibattito culturale europeo, soprattutto in Francia dove è scoppiata una polemica dopo la pubblicazione del secondo volume dell’ampia antologia, diretta da Jacques Prévot, Libertins du XVII siècle. Due densi tomi usciti nella «Bibliothèque de la Pléiade» di Gallimard, che hanno il merito di rimettere in circolazione testi difficilmente reperibili e di dar vita a nuove domande sul significato del libertinismo erudito del ’600. Ritornano così all’attenzione dei lettori libri come De la vertu des païens di La Motte le Vayer, disincantato viaggiatore e precettore di Luigi XIV, assertore di uno scetticismo radicale; oppure il sesto trattato dell’anonimo Theophrastus redivivus, dedicato alla vita secondo natura: il libro uscì nel 1659 ed è il primo testo scopertamente ateo del pensiero moderno (Tullio Gregory, che nel 1979 ha dedicato un saggio uscito da Morano a quest’opera, notò tra l’altro che essa «sottolinea il fallimento dei teologi»). E ancora: una parte dello scritto di Gassendi sulla filosofia di Epicuro o L’autre monde di Cyrano de Bergerac, vale a dire il viaggio utopistico negli Stati e negli imperi del sole e della luna, lavoro concepito per dar vita a una pungente satira sociale e politica. L’elenco degli autori antologizzati con opere o parti di esse - tra gli altri Naudé, Dassoucy, Bussy-Rabutin, Fontanelle, Bayle - e i criteri utilizzati nella scelta possono essere chiaramente discussi. Qualcuno si è lamentato dell’assenza di figure come François Bernier, viaggiatore e filosofo, altri hanno addirittura borbottato contro l’esclusione di drammaturghi particolarmente legati all’idea come Campistron e Palaprat. Non è nemmeno mancato chi ha sollevato obiezioni per l’assenza di Isaac La Peyrère, un ugonotto che proprio un libertino non era, ma che comunque aiutò la causa con il suo libro I preadamiti, uscito anonimo nel 1655: suscitò uno degli scandali più clamorosi del XVII secolo teorizzando l’esistenza di uomini vissuti prima di Adamo. Fu accusato di voler scardinare, con la sua balorda e stravagante idea, religione e teologia.
Dinanzi a questo lavoro, comunque, non è il caso di lamentarsi più del dovuto. Le oltre 3.600 pagine dei due volumi della Pléiade mettono a disposizione un materiale straordinario che l’editoria italiana può soltanto sognare, intenta com’è nella maggior parte dei casi a contenere costi e idee. Nelle pagine dei libertini c’è la prima vera palestra dell’intelligenza moderna, dove la ragione discute senza porsi soverchie domande i principi di autorità e ripudia il senso del limite; o meglio grazie ad essi si attua un cambiamento epocale: prima gli uomini avevano dei doveri soprattutto verso Dio e dopo cominceranno ad averne anche con la ragione. Del resto, gli italiani identificabili in questa categoria (tra cui Giordano Bruno, Tommaso Campanella e Galileo Galileo) rappresentano a loro volta una fucina filosofica della modernità. Si pensi, per fare il solito esempio, che il termine «alienazione» - proprio quello che ha stordito tanti lettori da Hegel al Sessantotto, facendoli passare da Marx e da Freud - è stato coniato proprio da Campanella nella sua Metafisica. Scrive testualmente il frate che riuscì a scampare al rogo: «Scire est alienari», ovvero «conoscere è alienarsi»; per poi precisare: «Alienarsi è impazzire, perdere il proprio essere per acquistarne uno estraneo».
Infine vale la pena sottolineare che grazie ai libertini è cambiato definitivamente il rapporto tra uomo e potere. È con essi che il vecchio regime, basato su trono e altare e sul loro reciproco riconoscimento, comincia il suo ultimo atto. È anche vero che l’urgenza di una moralità politica e giuridica venne ispirata forse dalle influenze del rinato stoicismo, come ben mostra Denise Carabin nel saggio Les idées stoïciennes dans la littérature morales des XVI et XVII siècles (appena pubblicato a Parigi da Honoré Champion, pp. 1008, euro 145), ma è certo che con i libertini entrano in gioco nel rapporto tra chi comandava e chi doveva obbedire i moderni valori, quali il costante riferimento alla natura, la condanna della guerra, la cultura dell’antieroismo, soprattutto il continuo appello alla ragione. Non è un luogo comune credere che la Rivoluzione francese sia stata figlia dell’Illuminismo, ma occorre aggiungere che per il suo concepimento furono necessari questi pensatori, che non riuscirono a creare una scuola ma indubbiamente cambiarono la visione del mondo. Né è stravagante sostenere che senza i filosofi in questione le moderne manifestazioni ecologiche, o per la pace o per entrambe le cose, sarebbero state ben diverse e più povere di forza. Infine i libertini capovolsero il rapporto dell’uomo con il proprio corpo. Non a caso, il Don Giovanni di Molière comincia con un elogio del tabacco recitato da Sganarello.
E pensare che cinque secoli prima dell’avvento dei libertini, San Pier Damiani nel De divina omnipotentia affronta alle prime righe un quesito di San Gerolamo: «Per quanto Dio tutto possa, non può far risorgere una vergine dalla caduta». Qualche capitolo più in là la risposta del filosofo medievale è secca: «Non si può attribuire un’impotenza a colui che può tutto», e di conseguenza «Dio può senza dubbio ridonare la verginità dopo la caduta». I nostri pensatori si guardarono bene dall’affrontare un simile problema, meno che mai di risolverlo con l’aiuto della fede o della ragione. Il corpo, appunto, ormai era altra cosa. Anche perché il Don Giovanni di Mozart, che più o meno continuava a rappresentare codesta categoria prima che la ghigliottina cominciasse il suo lavoro, farà conoscere al mondo, tramite il catalogo cantato da Leporello, «le donne che amò il padron mio». Un rapido calcolo ci dirà che erano migliaia. E ad esse siamo sicuri che il dissoluto cavaliere non abbia posto quesiti intorno al pudore o alla eventuale verginità, anche se il libretto dell’opera ripete ostinatamente ancor oggi che «sua passion predominante è la giovin principiante».

depressione

una segnalazione di Franco Pantalei

Repubblica 3.2.05

Depressione, serve una diagnosi precoce
Convegno a Roma su "trattamento e servizio pubblico": come creare una rete di pronto intervento
di Anna Rita Cillis

Il buio dell'anima, il male oscuro; modi di dire per siglare la depressione. Un disturbo più diffuso di quanto si pensi e più nascosto di quanto si creda. Nel nostro Paese circa 5 milioni di persone sono strette nella rete di questa malattia che lungo il suo cammino, se non accuratamente individuata e prontamente curata, trascina lentamente verso il basso. "E' una malattia invalidante: molti perdono la voglia di vivere prima e poi gli amici, il lavoro, una situazione che porta anche a un impoverimento economico e a farne le spese sono spesso i meno abbienti", spiega lo psichiatra Antonio Picano, responsabile dell'ambulatorio depressione e malattie correlate dell'Ospedale San Camillo di Roma e presidente dell'associazione Strade Onlus (www.strade-onlus.it), una realtà senza scopo di lucro organizzatrice del convegno Trattamento della depressione e servizio pubblico.
Un appuntamento che si è tenuto a Roma recentemente e che ha evidenziato, tra le altre cose, come una diagnosi precoce possa riportare serenità nella vita di molti.
Un compito, secondo lo psichiatra che dovrebbero assolvere le strutture sanitarie pubbliche. In Italia due depressi su tre non sanno di esserlo e quindi non accedono ad alcun tipo di cura. Ma spesso finiscono nelle sale dei pronto soccorso dove, dopo una visita (i sintomi lamentati vanno dai dolori al torace e alla schiena, all'ansia, al battito accelerato del cuore fino a quelli di tipo gastrointestimale) vengono rimandati a casa. E il calvario, passati pochi giorni, ricomincia di nuovo. Ed è qui che Strade Onlus chiede che l'intervento dei servizi pubblici venga trasformato in direzione della depressione grazie a un rete che metta in contatto medici del pronto soccorso con strutture adeguate .
"Il 12 per cento dei pazienti visitati al pronto soccorso del San Camillo e rimandati a casa", spiega Picano "dovrebbe essere valutato subito per escludere o confermare qualsiasi forma depressiva". Ma spesso a non rivolgersi al servizio nazionale sono proprio i malati. Su 400mila pazienti presi in carico dai servizi pubblici, 130mila sono depressi, il resto ha altri disturbi psichici.
E a rafforzare il credo del dottor Picano ci sono anche le analisi del professor Luca Pani, dirigente ricerca Cnr Cagliari.
"Riconoscere e curare precocemente la depressione è indispensabile", racconta Pani, "recenti ricerche hanno provato il rischio di modificazioni cerebrali potenzialmente irreversibili se l'intervento non è tempestivo, le strutture pubbliche non possono restare inattive di fronte a questa emergenza sociale".
E la "ricetta" per i partecipanti al convegno è semplice: una rete di servizi pubblici, farmaci nelle giuste dosi, quando necessario una psicoterapia, e attività fisica.

dagli USA

Corriere della Sera 9.2.05
«La nostra nazione è la massima forza del bene ...
«La nostra nazione è la massima forza del bene mai apparsa nella storia» George W. Bush
Crawford, Texas, 31 agosto 2002


Diversamente da quanto accade a molti altri abitanti della Terra, la maggior parte degli americani non riconosce - o non vuole riconoscere - che gli Stati Uniti d’America dominano il mondo per mezzo della forza militare. A causa del riserbo governativo, essi perlopiù ignorano il fatto che il loro Paese presidia militarmente il globo. Non capiscono che la vasta rete di basi militari americane sparse in tutti i continenti, Antartide esclusa, costituisce di fatto una nuova forma di impero.
Il nostro Paese ha attualmente ben più di mezzo milione di soldati, spie, tecnici, insegnanti, dipendenti e operatori civili dispiegati all’estero, nonché poco meno di una dozzina di task force navali negli oceani e nei mari di tutto il mondo. Gestiamo numerose basi segrete al di fuori dei nostri confini per controllare quel che la gente di tutto il mondo - cittadini americani compresi - dice e comunica, per fax o via email. Le nostre installazioni militari e di intelligence generano profitti per le industrie civili, che progettano e producono sistemi d’arma per le forze armate o prendono servizi in appalto per la costruzione e la manutenzione di avamposti lontanissimi.
Uno dei compiti di queste ditte appaltatrici consiste nel fornire ai membri dell’impero in uniforme alloggi accoglienti, cibo ottimo e abbondante, svago e confortevoli villaggi-vacanze alla portata delle loro tasche. Interi settori dell’economia americana hanno finito per dipendere dalle commesse militari. Alla vigilia della nostra seconda guerra in Iraq, ad esempio, il dipartimento della Difesa ha ordinato 273.000 confezioni di crema solare Native Tan (protezione 15) - un quantitativo triplo rispetto a quello ordinato nel 1999 - che hanno tutta l’aria di essere un regalo al fornitore, la Control Supply Company di Tulsa, Oklahoma, e alla sua subappaltatrice, la Sun Fun Products di Daytona, Florida.
Nei quasi cinquant’anni di equilibrio tra le superpotenze, gli Stati Uniti hanno sempre negato che le loro attività potessero costituire una forma di imperialismo. Le nostre erano semplici reazioni alla minaccia dell’«impero del male» sovietico e dei suoi satelliti. Solo con estrema lentezza noi americani ci siamo resi conto del ruolo sempre più importante assunto dalle forze armate nel nostro Paese e dell’erosione dei fondamenti della nostra repubblica costituzionale per mano del potere esecutivo, vera e propria «presidenza imperiale». Eppure, neanche ai tempi della guerra del Vietnam e degli abusi noti come «scandalo Watergate» questa consapevolezza ha acquistato una spinta sufficiente a invertire il trasferimento di poteri (indotto dalla Guerra fredda) dalle mani dei rappresentanti eletti dal popolo a quelle del Pentagono e delle agenzie di intelligence, tra cui, in primo luogo, la Central Intelligence Agency.
Nel primo decennio seguito alla fine della Guerra fredda, abbiamo promosso diverse azioni miranti a perpetuare ed estendere il nostro potere globale - inclusi guerre e interventi «umanitari» a Panama, nel Golfo Persico, in Somalia, ad Haiti, in Bosnia, in Colombia e in Serbia - mantenendo al contempo in Asia orientale e nel Pacifico la stessa presenza militare dei tempi della Guerra fredda. Agli occhi dei propri cittadini, gli Stati Uniti sono rimasti, nella peggiore delle ipotesi, un impero informale. In fondo, non avevano colonie, e le loro forze armate erano dispiegate nel mondo solo per garantire la «stabilità» e la «sicurezza di tutti» o per promuovere un ordine mondiale democratico, fondato su libere elezioni e sull’«apertura dei mercati» secondo il modello americano.
Gli americani amano ripetere che il mondo è cambiato per effetto degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 al World Trade Center e al Pentagono. Sarebbe più corretto dire che quegli attacchi hanno prodotto un pericoloso cambiamento nel modo di pensare di alcuni nostri leader, i quali hanno cominciato a considerare la nostra repubblica alla stregua di un vero e proprio impero, una nuova Roma, il più grande colosso della storia, non più vincolato al diritto internazionale, alle preoccupazioni degli alleati o a limiti di sorta nel ricorso alla forza militare. Gli americani erano perlopiù all’oscuro delle ragioni per cui erano stati attaccati e il Dipartimento di Stato cominciava a sconsigliare il turismo in una lista di Paesi sempre più numerosa. («Perché ci odiano?», ci si lagnava di frequente nei talk show, e la risposta solitamente era: «Invidia».) Un numero crescente di persone, però, ha cominciato a un certo punto a cogliere quel che gran parte dei non americani già sa, per averlo sperimentato nell’ultimo mezzo secolo, e cioè che gli Stati Uniti sono qualcosa di diverso da quel che affermano di essere: sono un moloc militare che punta a dominare il mondo.
Gli americani, forse, preferiscono ancora ricorrere a eufemismi come «unica superpotenza», ma dall’11 settembre il nostro Paese ha subito una trasformazione - da repubblica a impero - che potrebbe anche rivelarsi irreversibile. All’improvviso, sollevare obiezioni contro la «guerra al terrorismo» dell’amministrazione Bush è diventato un comportamento «antiamericano», per non parlare della guerra all’Iraq o all’intero «asse del male» o, addirittura, agli oltre sessanta Paesi che - secondo il presidente e il suo segretario alla Difesa - ospitavano cellule di Al Qaeda ed erano perciò considerati bersaglio legittimo di interventi unilaterali americani... I media si sono lasciati indurre all’utilizzo di espressioni asettiche tipo «danni collaterali», «cambio di regime», «combattenti illegali» e «guerra preventiva», come se queste bastassero a spiegare e a giustificare quel che stava facendo il Pentagono. Al contempo, il governo era strenuamente impegnato a evitare che la Corte penale internazionale potesse sognarsi di esaminare accuse di crimini di guerra contro ufficiali Usa.
Il raggio d’azione dell’impero americano è globale: nel settembre del 2001, il Dipartimento della Difesa contava almeno 725 basi militari americane al di fuori del territorio degli Stati Uniti. In realtà sono assai più numerose, perché in molti casi operano all’interno di altre strutture, in modo informale o sotto coperture di vario genere. E altre ne sono state create dal giorno in cui questi dati furono diffusi. Il paesaggio di questo impero militare è, per la maggior parte degli americani di oggi, inconsueto e fantastico quanto lo erano il Tibet o Timbuktu per gli europei del XIX secolo. Tra gli ultimi presidi acquisiti figurano la base aerea di al-Udeid, nel deserto del Qatar, dove diverse migliaia di americani - uomini e donne - vivono in tende dotate di aria condizionata, e la stazione aeronavale dell’isola di al-Masirah, nel Golfo di Oman, dove l’unico svago è il wadi ball , un incrocio tra pallavolo e football. Ci sono, però, anche costosi presidi permanenti creati tra il 1999 e il 2001 in posti improbabili quali il Kosovo, il Kirghizistan e l’Uzbekistan.
Il moderno impero di basi americano prevede anche i suoi luoghi di svago e di evasione, analoghi a quelle cittadine collinari dell’India settentrionale dove gli amministratori del raj britannico andavano per riposarsi e divertirsi nella stagione più calda. L’equivalente moderno di Darjeeling, Kalimpong e Srinagar è rappresentato dal centro vacanze sciistico delle forze armate USA a Garmisch, nelle Alpi bavaresi, dai loro lussuosi hotel nel centro di Tokio e dai 234 campi da golf per soli militari americani che esse gestiscono in tutto il mondo.
Come la maggior parte degli americani che non hanno nulla a che fare con le forze armate, anch’io avevo prestato ben poca attenzione al nostro impero di basi militari finché, nel febbraio del 1996, non visitai per la prima volta quella che di fatto è una colonia militare americana: la piccola isola giapponese di Okinawa, da noi occupata nel 1945 e mai più abbandonata. A seguito dello stupro di una dodicenne di Okinawa a opera di due marines e un marinaio americani, fui invitato dal governatore dell’isola, Masahide Ota, a parlare del problema costituito dalle nostre basi. Visitai il villaggio di Kin - quasi interamente fagocitato dalla base dei marines di Camp Hansen, dove si era verificato il caso di stupro - ed ebbi alcuni colloqui con alcuni funzionari locali. Tornai a casa profondamente turbato sia dall’ostilità degli abitanti di Okinawa sia dal fatto che nessuna strategia americana seria potrebbe giustificare il dispiegamento di trentotto diverse basi che occupano il 20 per cento migliore dell’intera isola.
Nel 1967, data la mia competenza accademica in questioni cinesi, divenni un consulente della Cia in incontri che si svolgevano due volte l’anno a Camp Peary, Virginia, a casa dell’ex direttore Allen Dulles. Compresi poco a poco che alla Cia era la coda a muovere il cane, e non viceversa. In altre parole, erano le operazioni segrete, non la raccolta e l’analisi di informazioni, la vera specialità dell’America. Durante la Seconda guerra mondiale, William J. Donovan aveva fondato l’Office of Strategic Services, precursore della Cia. Solo in seguito venni a sapere che «secondo una ricostruzione diffusa all’interno della Cia circa l’impronta lasciata da Donovan sull’agenzia stessa, egli considerava l’analisi di intelligence un ottimo paravento per le operazioni sovversive all’estero. Stratagemma rivelatosi più volte utile nel corso degli anni».
È tutta qui la storia dei preziosi contributi offerti con la mia consulenza: un’esperienza che mi ha reso immune da qualsiasi inclinazione a credere che il governo tenga i segreti per motivi di sicurezza nazionale. Le agenzie usano il segreto per proteggere se stesse dalle indagini del Congresso o da rivali politici o burocratici presenti nelle istituzioni federali. I veri segreti non necessitano di copertura alcuna. Vengono semplicemente tenuti come tali da leader prudenti. Si noti che nel settembre 2002, mentre l’amministrazione Bush terrorizzava quotidianamente il mondo con dichiarazioni sulle armi segrete di Saddam Hussein e sulla necessità di un’invasione preventiva dell’Iraq, la Cia rivelava che, riguardo all’Iraq, non esistevano stime di intelligence in tema di sicurezza nazionale e che da più di due anni a nessuno era venuto in mente di prepararne.
Parte integrante della crescita del militarismo negli Stati Uniti, la Cia si è trasformata nell’esercito privato del presidente, da utilizzare nel quadro di programmi segreti che egli desidera siano realizzati (come in Nicaragua e in Afghanistan negli anni Ottanta). In questa luce è facile capire perché John F. Kennedy fosse un così avido lettore delle avventure di James Bond scritte da Ian Fleming. Nel 1961, Kennedy considerava Dalla Russia con amore uno dei suoi libri preferiti. Evidentemente invidiava il Dottor No e il capo della Spectre, che avevano entrambi a disposizione forze paramilitari private pronte a eseguire qualsiasi loro ordine. Kennedy trovò le sue prima nella Cia - finché questa non gli procurò l’umiliazione nella fallimentare operazione della Baia dei Porci a Cuba - e poi nei berretti verdi.
Attualmente la Cia non è che una delle svariate unità di commando segrete gestite dal nostro governo. Nella guerra in Afghanistan del 2001, elementi paramilitari della Cia hanno operato a così stretto contatto con le unità speciali delle forze armate (berretti verdi, Delta Force eccetera) da rendere impossibile qualsiasi distinzione. Gli Stati Uniti hanno orgogliosamente ammesso che la loro prima vittima nell’invasione dell’Afghanistan è stata un agente della Cia.
A mio parere, la crescita del militarismo, della censura ufficiale e della convinzione secondo cui gli Stati Uniti non sarebbero più vincolati, come invece afferma il celeberrimo passo della Dichiarazione d’indipendenza, a «un dignitoso rispetto per le opinioni dell’umanità», è probabilmente irreversibile. Ci vorrebbe una rivoluzione per riportare il Pentagono sotto il controllo democratico, per abolire la Cia o anche solo per pensare di far rispettare l’articolo 1, sezione 9, proposizione 7 della Costituzione americana: «Nessuna somma dovrà essere prelevata dal Tesoro, se non in seguito a stanziamenti decretati per legge; e dovrà essere pubblicato periodicamente un rendiconto regolare delle entrate e delle spese pubbliche».
È questo l’articolo che conferisce potere al Congresso e fa degli Stati Uniti una democrazia. Esso assicura che i rappresentanti del popolo siano informati delle attività degli apparati dello Stato e autorizza una divulgazione completa dei documenti a esse relativi. Ebbene, per il dipartimento della Difesa e per la Cia, da quando esistono, questo articolo non è mai valso. Si è sempre applicata, invece, la politica del «non domandare, non rivelare». La Casa Bianca ha sempre tenuto segreti i bilanci delle agenzie di intelligence, mentre le truffe legate al bilancio della Difesa risalgono al Manhattan Project (Seconda guerra mondiale) e alle decisioni segrete di costruire le bombe atomiche e di impiegarle contro i giapponesi. Nel 1997, Robert Torricelli - allora senatore democratico del New Jersey - propose un emendamento al disegno di legge del 1998 in materia di Defense Authorization che prevedeva l’accesso, da parte del Congresso, ai consuntivi di spesa per le attività di intelligence. La sua proposta fu bocciata, ma Torricelli riuscì a dimostrare che le agenzie di intelligence spendono più del prodotto interno lordo di Corea del Nord, Libia, Iran e Iraq messi insieme, e lo fanno in nome del popolo americano ma senza il suo consiglio o la sua supervisione.
Il grande sociologo dello Stato Max Weber disse che «tutte le burocrazie cercano di accrescere la superiorità di chi per professione è più informato. L’amministrazione burocratica tende sempre a essere un’amministrazione di "sedute segrete" (...). Messa di fronte a un parlamento, la burocrazia, grazie al suo infallibile istinto per il potere, contrasta ogni tentativo dell’assemblea elettiva di approfondire le proprie cognizioni servendosi di propri esperti e gruppi di interesse (...). La burocrazia predilige, naturalmente, un parlamento poco informato e, perciò, impotente».
Quella di Weber potrebbe essere la descrizione dell’America di oggi. Riguardo alla guerra in Afghanistan, le sole informazioni a disposizione dell’opinione pubblica e dei suoi rappresentanti provengono dal Dipartimento della Difesa. I militari sono diventati degli esperti nella gestione delle notizie. Dopo gli attentati dell’11 settembre, il governo ha cominciato a ridurre la disponibilità di informazioni a ogni livello, come, ad esempio, in merito alle accuse rivolte ai combattenti catturati in Afghanistan, ma anche altrove, e tenuti in condizioni di totale isolamento in una prigione del Pentagono a Cuba. I nostri giornali hanno preso ad assomigliare sempre di più a gazzette ufficiali; i telegiornali si sono semplicemente arresi, limitandosi a obbedire agli ordini della proprietà delle emittenti, mentre i due partiti politici fanno il possibile per superarsi a vicenda quanto a compiacenza nei confronti della Casa Bianca.
Mentre il militarismo, l’arroganza del potere e gli eufemismi necessari a giustificare l’imperialismo entrano fatalmente in rotta di collisione con la struttura di governo democratica dell’America e ne distorcono cultura e valori fondamentali, io comincio a temere per la sorte del nostro Paese. Se sto sopravvalutando la minaccia, verrò certamente perdonato, perché le generazioni future saranno felici del fatto che io mi sto sbagliando. Intravedo il rischio che gli Stati Uniti imbocchino una strada non dissimile da quella intrapresa dall’Unione Sovietica negli anni Ottanta. L’Urss è crollata per le contraddizioni economiche interne prodotte da tre ragioni fondamentali: la rigidità ideologica, l’eccessiva estensione dell’impero e l’incapacità di autoriforma del sistema. Poiché gli Stati Uniti sono molto più ricchi, potrebbe volerci più tempo perché degenerazioni simili seguano il loro corso. Le analogie, però, sono evidenti, e non sta scritto da nessuna parte che gli Stati Uniti, in quanto impero che domina il mondo, debbano durare in eterno.

stress e demenza

Yahoo! Salute 8.2.05
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Stress e demenza, c’è un legame?
Il Pensiero Scientifico Editore


Meglio vivere il più possibile al riparo da stress e preoccupazioni, ne vale la salute futura del nostro cervello. Infatti preoccupazioni e stress aumentano il rischio di ammalarsi di Alzheimer, ha evidenziato Robert Wilson della Rush University Medical Center presso Chicago in un'indagine apparsa sulla rivista Neurology.
I risultati della loro indagine, che ha visto il coinvolgimento di 1064 persone di 65 anni e di diverse etnie, non lasciano spazio a dubbi: la demenza senile compare più facilmente e nel giro di pochi anni nelle persone più stressate. A risentire di più di questo legame tra stress e malattia, inoltre, sono gli individui di pelle bianca. Il morbo di Alzheimer, oggi in aumento complice l’invecchiamento generale delle popolazioni, è la forma di demenza senile più diffusa nel mondo occidentale. Dipende sicuramente da fattori genetici ed ambientali ma ancora non del tutto chiarite sono le cause scatenanti e i fattori di rischio. A livello neurologico il morbo di Alzheimer si identifica con la degenerazione del sistema nervoso in aree chiave per l’apprendimento e la memoria. Quando la neurodegenerazione è già in corso compaiono i primi sintomi, spesso confusi con semplici distrazioni dovute all’età. Ma col trascorrere del tempo la malattia si aggrava e il paziente perde la capacità di una vita autonoma. Per ora non ci sono ancora terapie efficaci disponibili se non dei farmaci che rallentano il decorso del male.
Gli studiosi hanno studiato l’effetto dell’"umore" sulla salute del cervello degli individui coinvolti, lasciando loro compilare un questionario per misurare il livello di stress e infelicità individuale. Dopo sei anni i ricercatori hanno ricontattato il gruppo ed hanno stabilito quanti si fossero ammalati di demenza senile. Confrontando questionari e diagnosi di Alzheimer gli studiosi hanno rilevato che coloro i quali, sessantacinquenni, erano più stressati nei sei anni successivi si erano ammalati di Alzheimer con una probabilità più che doppia.
Non è chiaro se tra stress e Alzheimer ci sia un rapporto diretto di causa ed effetto, hanno ammesso gli esperti, ma è evidente che il rischio di ammalarsi è raddoppiato in condizioni di stress. L'ipotesi avanzata dai ricercatori è che l'ormone dello stress prodotto in eccesso negli individui più stressati e preoccupati influisca sul cervello danneggiandolo. In attesa di capire chiaramente se e quale sia il legame tra stress e demenza, hanno concluso gli esperti, è bene vivere il più possibile una vita tranquilla perché a fronte di numerosissimi studi lo stress cronico non fa mai bene alla salute generale del corpo.

la melanopsina e la nascita

Germana Zaccagnini segnala che, dopo aver letto sul blog l'articolo:
«marketpress.info
GLI SCIENZIATI BRITANNICI SCOPRONO COME RENDERE LE CELLULE OCULARI SENSIBILI ALLA LUCE»
(pubblicato sul blog in data 2.2)
ha fatto una ricerca sulla melanopsina, la molecola di cui si parla nell'articolo, utilizzando il sito di pubblicazioni scientifiche www.pubmed.com
Quanto segue è l'abstract di un articolo che ha trovato e che sembra interessante, parrebbe infatti che la melanopsina sia un fotopigmento che risponde alla luce dalla nascita.


Neuroreport. 2004 Oct 25;15(15):2317-20.

Melanopsin containing retinal ganglion cells are light responsive from birth.
Hannibal J, Fahrenkrug J.
Department of Clinical Biochemistry, Bispebjerg Hospital, University of Copenhagen, Bispebjerg Bakke 23, DK-2400 Copenhagen NV, Denmark.


Photoentrainment of the biological clock located in the suprachiasmatic nucleus (SCN) begins shortly after birth. Here we show using c-FOS immunoreactivity as a marker for neuronal activity that the melanopsin/PACAP containing retinal ganglion cells (RGCs) which project to the SCN as the retinohypothalamic tract (RHT) are responsive to light from birth. After postnatal day 12 where the classical photoreceptors become functional other RGCs and cells of the inner nuclear cell layer also respond to light. Light also induces c-FOS immunoreactivity in the retinorecipient SCN from the first postnatal day and accordingly PACAP immunoreactive fibres are visible in the SCN. The results indicate that the retina is light responsive before functional rods and cones and that the RHT is functional from birth supporting that photoentrainment of the biological clock begins shortly after birth.