martedì 30 dicembre 2003

citato al Lunedì:
Freud era un omosessuale
...ed è un fatto!

lo dimostra un libro di recente pubblicazione,
Gianna Sarra,
La sindrome di Eloisa. Le lettere d'amore delle scrittrici e degli scrittori | 1ª ed.
Ed. Nutrimenti, Roma 2003, Euro 14,00, ISBN: 8888389148

Questo libro, infatti, contiene fra molte altre anche le lettere "d'amore" di Freud, fra le quali anche quelle apertamente omosessuali a Wilhelm Fliess e a Romain Rolland (1866-1944, scrittore francese, cultore di filosofia letteratura e musica di una certa fama); esse erano già a conoscenza della principessa Marie Bonaparte (1882-1962), fondatrice nel 1926 della Société psychanalytique de Paris, che sembra le avesse raccolte e poi sottratte alla probabile distruzione da parte di Freud stesso.
Un'edizione italiana precedente (non ancora reperita) risalirebbe al 1985.

citato al Lunedì:
Bertinotti come Diliberto, un percorso compiuto

l'articolo che segue è stato ripubblicato il giorno dopo da Liberazione, il quotidiano del PRC, integralmente, senza tagli né commenti

La Repubblica Sabato 27 Gennaio 2003
Condanna dei gulag, non violenza assoluta: la lunga marcia del segretario di Rifondazione
Dal proletariato ai no global la Bad Godesberg di Bertinotti

In articoli e convegni l'allontanamento dal solco della tradizione comunista
Il segretario nega ogni volontà di abiura, ma recide i legami con l'ideologia
La "scoperta" delle foibe: "Anche da parte dei giusti, soppressione di umanità"
di GOFFREDO DE MARCHIS


ROMA - Anche abbandonare una storia, rimanere comunisti di nome ed esserlo sempre meno di fatto, è una lunga marcia. E lenta, e problematica, a volte noiosa nello sforzo di essere una cosa seria, non una «svolta» da annunciare in tv e basta. Fausto Bertinotti scrive, risponde, puntualizza, corregge spostando sempre un po' più in alto l'asticella, magari solo di qualche centimetro alla volta ma a lui sembra l'unico modo per saltarla davvero. Niente abiure, nel frattempo continuiamo a dirci comunisti, avverte. Si può? Lui dice di sì, declinando in maniera nuova il concetto, la storia, contagiandola con la realtà. È una Bad Godesberg allungata, una corsa a tappe, non uno sprint, che si arricchisce ogni giorno di ragionamenti, lettere, interviste, convegni, di tante «svolte». È il «confronto delle idee» nel solco dell'unica parte della tradizione comunista, quella intellettuale, che il segretario di Prc ha deciso di salvare. Ovviamente il comunismo è stato qualcosa di più del confronto delle idee. È stato culto, ideologia, «religione», si è fatto tragicamente Stato per milioni di uomini. E qui il segretario di Rifondazione non ha dubbi: la statua deve lentamente ma inesorabilmente venire giù.
In questi ultimi due anni, Rifondazione ha scattato alcune nuove fotografie della storia comunista condannando il massacro di Kronstadt e i gulag, «15-20 milioni di persone sterminate». Cancellando dal suo Statuto i richiami allo stato leninista e agli insegnamenti di Gramsci. Rileggendo la Resistenza «per lavorare sui nostri errori». Scoprendo le foibe e ammettendo che sono state per tanto tempo «minimizzate». Impegnandosi quindi a sciogliere il legame con il '900 e scegliendo l'adesione a una logica totalmente non-violenta della politica. Non caso Bertinotti ha «ripudiato» gli episodi più cruenti della storia comunista. L'approdo è quello del pacifismo assoluto, è il suo indirizzo offerto ai movimenti, alla piazza, ai no global.
Durante il cammino, la domanda è sempre stata la stessa: bene, allora siete pronti a cambiare nome, ad abbandonare la «ragione sociale» comunista? Anche la risposta di Bertinotti è rimasta uguale: «Noi siamo comunisti». Ma con mille punti interrogativi, critici, problematici. Non quelli del secolo scorso. Oggi il comunismo di Bertinotti è un «processo aperto e indefinito», come ha scritto in una lunga lettera di risposta a Adriano Sofri sull'Unità. Una definizione di per sé rivoluzionaria visto che il comunismo non aveva niente di indefinito, era regola, disciplina, autoritarismo. Basta rileggere, 64 anni dopo, Buio a mezzogiorno di Koestler. Se è così, se il comunista di oggi dev'essere tanto diverso da quello di ieri per stare nel mondo del terzo millennio, Sofri chiede al segretario di Prc se sia giusto usare la falce e martello solo come bandiera o nostalgia. Bertinotti parla di nuovi obbiettivi, di un cambio di soggetto politico dal proletariato al «movimento dei movimenti». Ma alla fine allarga le braccia: «Non saprei come chiamare questo compito se non comunismo».
Eppure sempre di più di comunista Bertinotti lascia che nella vicenda di Prc rimanga soltanto il nome. Viene reciso il cordone ombelicale con l'ideologia, con il «grande cambiamento promesso» nel nome del quale il comunismo ha perpetrato i suoi «orrori». Nell'intervista a Repubblica sul dibattito aperto da Sergio Segio a proposito delle possibili infiltrazioni Br nel movimento, Bertinotti ha usato le forbici della memoria: «Non mi appartiene più il Brecht che diceva: Vogliamo un mondo gentile ma per averlo non possiamo essere gentili». Oggi la scelta non può essere altra che respingere ogni atto di violenza». Dopo quelle parole ha aperto un confronto con Marco Revelli e Paolo Mieli sui rapporti tra comunismo e violenza politica. E ha rialzato l'asticella organizzando a metà dicembre a Venezia un convegno sulle foibe, «minimizzate», esempio di come anche «dalla parte dei giusti c'è stata oppressione e soppressione di umanità», l'occasione per «estirpare la violenza entrata in noi». Quell'appuntamento ha celebrato anche rivisitazione di alcuni passaggi che il comunismo italiano aveva trasformato in bandiere indelebili. «C'è stata un'angelizzazione della Resistenza. Sarà pure un problema se Pavese scrive del suo orrore per il sangue e Pintor ci racconta del ribrezzo per le armi», ha detto a Venezia il leader di Prc. E lì ha unito gulag, lotta di liberazione italiana, il massacro di migliaia di italiani per mano dei partigiani fedeli a Tito, per condannarli, per «non giustificarli». Lo ha fatto nel nome dell'anticomunismo? No, lo ha fatto perché è «comunista davvero».
Il travaglio personale e collettivo è accompagnato da una prudente ed elaborata «operazione politica», il lento avvicinarsi ai movimenti, soggetto politico che «non ha niente a che vedere con la storia del '900», diffidente verso i partiti, verso il Palazzo, verso il passato compreso quello comunista che fu più partito di tutti fino a trasformarsi in partito-stato. Nel collegamento con la piazza l'iconografia comunista appare dunque un peso e quello spazio lasciato libero dall'uscita di scena di Sergio Cofferati candidato a Bologna va guidato con parole d'ordine chiare (la non violenza) ma con il massimo di apertura e indefinitezza. La prossima tappa è dietro l'angolo: il 10 e l'11 a Berlino Rifondazione, i comunisti francesi, gli spagnoli di Izquierda unida e il Pds tedesco firmano un protocollo d'intesa per le elezioni europee. Si presenteranno con i loro simboli ma sotto l'insegna di «partiti della sinistra alternativa». Dopo il crollo della statua, vacilla anche la targa, il richiamo al comunismo.

oggi Martedì 30 su Liberazione:

Quell'articolo di "Repubblica"
su comunismo e rifondazione


Caro direttore, sono rimasto sconcertato dall'articolo apparso su "La Repubblica" di sabato 27 dicembre ("Dal proletariato ai no global, la Bad Godesberg di Bertinotti") e ancor più sconcertato dal fatto che "Liberazione", il giorno dopo (28 dicembre). abbia ripubblicato lo stesso articolo senza un filo di commento. Goffredo De Marchis, l'autore dell'articolo, è abile nel far emergere la sua verità: e cioè che il Prc avrebbe intrapreso una sua "lunga marcia" per fuoriuscire dal comunismo ("Sempre di più di comunista Bertinotti lascia che nella vicenda di Prc rimanga soltanto il nome"). Sono affermazioni pesantissime, secondo le quali i militanti e gli elettori del Prc non si troverebbero di fronte ad un cambiamento di linea politica, ma di fronte ad un avanzato processo di cancellazione della natura politica e teorica del loro partito, e cioè di fronte ad un nuovo tentativo di superamento, in Italia, del Partito comunista. A questa "elaborazione" de "La Repubblica" (che già svolse un ruolo centrale nella cancellazione del Pci) occorreva rispondere, denunciando la strumentalizzazione che sale ancora una volta dalle pagine di una testata anticomunista. Quando si ripropone un articolo così pesante di un'altra testata, senza decodificarlo e criticarlo, si rischia di inviare ai propri lettori un messaggio oggettivo, che è, tradizionalmente, questo: «è un articolo importante, che vi proponiamo per farvi riflettere». Poiché sono convinto che non è questo il messaggio che "Liberazione" voleva inviare, sono anche convinto che sia stato fatto solo un errore nel pubblicarlo così nudo e crudo. Un errore che però va corretto, rispondendo chiaramente a De Marchis e, per la verità, anche a tutti i compagni e le compagne sconcertati e inquietati.
Fosco Giannini

Caro Sandro, devo dirti che fa un certo effetto rileggere il giorno dopo sulle colonne del giornale del partito l'articolo di Repubblica su "la lunga marcia del segretario di Rifondazione", dove viene attribuito a Fausto Bertinotti l'impegno defatigante e anche un po' noioso di «rimanere comunista di nome e di esserlo sempre meno di fatto». L'approdo di un comunismo del terzo millennio che sfuma in un processo aperto e indefinito, segnato dal lento avvicinamento ai movimenti, e verso il pacifismo assoluto… Immagino che i commenti e forse la replica dell'interessato verranno i prossimi giorni. Non credo che si tratti di una questione personale di Fausto, ma della descrizione deformata e tradotta nel politichese imperante, di una questione che riguarda tutto il partito e le sue scelte congressuali e post congressuali. Nella sostanza si tratta né più né meno della rifondazione per cui è sorto il nostro partito, con l'apporto fin dall'inizio di forze politiche e intellettuali che non avevano aspettato la caduta del muro per esprimere una critica profonda e radicale del socialismo reale. E non mi riferisco solo a chi si richiamava esplicitamente alle tradizioni eretiche del comunismo novecentesco, ma anche alle esperienze di provenienza sessantottina, alle culture maturate nel crogiuolo che è stata la sinistra sindacale negli anni sessanta e settanta, all'elaborazione innovativa di settori della sinistra comunista e socialista italiana, da Lelio Basso ad Aldo Natoli, da Pietro Ingrao al "manifesto", al dissenso di matrice cristiana. Anzi c'è da meravigliarsi, in un certo senso, che sotto l'urgenza delle esigenze di una politica di resistenza, un progetto di ripensamento radicale dell'eredità novecentesca e di progettazione innovativa di un nuovo pensiero comunista abbia tardato a decollare e a uscire dall'ambito di elaborazioni puramente intellettuali. Certamente è stato il movimento dei movimenti che ha creato le condizioni e fatto emergere la necessità di un ripensamento complessivo non più rinviabile. Ed è certamente merito di Rifondazione oggi, del suo ultimo congresso, e del suo segretario, di aver posto questo ripensamento come un atto politico concreto da perseguire non solo in Italia, ma a livello internazionale, almeno nell'orizzonte di una sinistra alternativa europea di cui si avverte drammaticamente la necessità e la mancanza...
Domenico Jervolino

risponde Sandro Curzi, direttore di Liberazione:

A noi l'articolo di De Marchis è parso interessante: non un testo "veritiero" o "condivisibile", ma appunto un documento giornalistico sul Prc e le sue scelte attuali, che valeva la pena di far conoscere anche ai nostri lettori. Com'era ovvio, "La Repubblica" ha fornito la sua interpretazione di parte, nella quale non si distingue tra «abiura» (magari con annesso cambiamento di nome) e «rifondazione» di nuova cultura comunista - forse neppure si capisce la differenza. Dovevamo corredare l'articolo di una presa di distanza? Specificare che non si trattava, da parte nostra, di una "assunzione" acritica? Ma il testo conteneva alcune affermazioni di Fausto Bertinotti che non davano adito ad alcun dubbio sulla qualità, il senso e la portata del percorso che il Prc ha intrapreso, del resto da molti anni. Anche per questo abbiamo evitato un'operazione che sarebbe suonata pesantemente pedagogica, e ci siamo fidati delle autonome capacità critiche dei nostri compagni e dei nostri lettori. Cogliamo l'occasione per ribadire che "Liberazione" spesso pubblica (o ripubblica) testi di un certo interesse politico, analitico o giornalistico, che sono da noi condivisi solo parzialmente: non solo in omaggio a principi liberali e pluralisti, ma al dato di fatto che il mondo (compreso quello di sinistra) «è molto più grande di quanto non ne contenga la nostra filosofia».

citato al Lunedì
l'ultimo libro di Pietro Ingrao

Pietro Ingrao
La guerra sospesa. I nuovi connubi tra politica e armi
Dedalo, 2003 Euro 15,00


sull'argomento:

La Repubblica 23.12.03
una raccolta di scritti
le guerre sospese di Pietro Ingrao
di MIRIAM MAFAI


Può apparire per lo meno singolare che un saggio intitolato alla guerra, tema quanto mai drammatico ed attuale (Pietro Ingrao La guerra sospesa, Dedalo, pagg.144, euro 15) si apra con una relazione dello stesso Ingrao di oltre venti anni fa e che con la guerra apparentemente non ha nulla a che fare. Si tratta infatti di una relazione del 1980 con la quale si analizzano i processi di ristrutturazione produttiva in atto non solo nel nostro paese (eravamo nel pieno della crisi della Fiat) ma in tutto il mondo occidentale, una ristrutturazione che stava già modificando gli assi portanti della economia mondiale e che qualche tempo dopo tutti avremmo riconosciuto e definito con il termine «globalizzazione». Ingrao mette in luce, in questa relazione, i mutamenti concreti già in atto e quelli che è già possibile prevedere, lo spostamento di centri direzionali e di risorse, l'indebolimento del ruolo degli stati nazionali, la rottura di quell'etica sociale consolidata che aveva alimentato a lungo la partecipazione politica, l'emergere al suo posto di nuove tematiche della soggettività. La sua relazione appare singolarmente lucida, anticipatrice di temi e problemi con i quali ancora oggi la sinistra deve fare i conti. Andiamo pure avanti. Solo nel titolo del terzo capitolo appare finalmente la parola incriminata e che dà il titolo al libro. Si tratta in questo caso di un intervento del 1981, quando , partecipando a un dibattito sul tema «Contro la riduzione della politica a guerra», Ingrao rifiuta lo schema schmittiano che comporta la contrapposizione secca «amico/nemico» per sottolineare invece l'importanza, anche nel corso di un conflitto militare o sociale, dell'elemento del consenso, della capacità egemonica dei contendenti. Ma a Emanuele Severino che, nel corso dello stesso convegno gli chiede di riconoscere la impossibilità di una rivoluzione di sinistra in Italia, replica che «la rinuncia a questa ipotesi significherebbe la negazione della nostra ragion d'essere, della nostra stessa legittimazione storica». Un'affermazione almeno singolare se si pensa che nel 1981 il Pci era uscito da poco dalla esperienza della «solidarietà nazionale» e aveva escluso da tempo dal proprio orizzonte la prospettiva di una rivoluzione di sinistra. Alla luce di questi testi che Ingrao ha premesso alle due interviste finali con Rossana Rossanda e Luciana Castellina su temi di stringente attualità è possibile dunque leggere non solo la ben nota opposizione di Ingrao all'intervento Usa in Iraq (come alla prima Guerra del Golfo, all'intervento in Kossovo e in Afganistan) ma anche l'indicazione al movimento per la pace, e al cosiddetto «movimento dei movimenti», di altri più ambiziosi obiettivi. «Del resto» ammette lo stesso Ingrao «questa onda nuova pur così combattiva non è riuscita a impedire la guerra in Iraq e la vittoria di Bush» e dunque deve proporsi obiettivi politici più avanzati, e a più lunga scadenza, con un'azione sulla complessa trama di poteri, economici sociali e culturali, che pervadono il pianeta. In nome, forse, di quella rivoluzione di sinistra che in Italia il Pci non poté fare, e che, a livello mondiale, sarebbe oggi il compito dei no-global e dei tanti movimenti di sinistra che si richiamano a Porto Alegre e che si battono contro lo strapotere degli Usa nel mondo

citato al Lunedì:
la ricerca dell'architetto Paolo Soleri

PAOLO SOLERI

1919-, Italian-American architect. He studied architecture in Turin (Ph.D., 1946). Soleri's works have been influenced by both Frank Lloyd Wright , with whom he worked, and Antonio Gaudí . He developed an architecture that expresses a functional and organic way of life. Soleri has produced extraordinary designs for vast, high-density, self-sufficient, and multilevel communities built in the desert. These, which he terms arcologies, are proposed alternatives and responses to the increased problems of overpopulation and urban sprawl and decay. Soleri and his students and assistants have been building an arcology, Arcosanti, north of Phoenix, Ariz. since 1970. It was conceived as a prototype to show how cities might be updated, minimizing energy and transportation use while promoting human interaction. Soleri is the author of Arcology: The City in the Image of Man (1969).

Bibliography: See his Sketchbooks (1971); J. Strohmeier, ed., The Urban Ideal: Conversations with Paolo Soleri (2000); D. Wall, Visionary Cities: The Arcology of Paolo Soleri (1970); A. I. Lima, Paolo Soleri: Architecture, or Human Ecology (2000, tr. 2001).

per saperne di più e vedere immagini del lavoro di questo grande architetto che si è sempre proposto di ridurre al minimo, e cioé al reale, i bisogni, perché le esigenze umane potessero cercare la strada della propria realizzazione, ci si può collegare alle pagine web indicati qui di seguito:

la biografia di Paolo Soleri, ed altro sulla sua opera

la città di Arcosanti, in Arizona

"Buongiorno notte" a Bergamo
e Robert Bresson sul cinematografo

L'Eco di Bergamo 30.12.03
Kitano, Bellocchio, von Trier: è grande cinema
[...]
di Franco Colombo


C'è il cinema e c'è il cinematografo. Non sono la stessa cosa. Il maestro Robert Bresson, in un libro scarno come i suoi film (Notes sur le Cinématographe, 1975), non diceva mai «cinema» ma «cinematografo». Per lui il cinema corrente era «come il Male: teatro fotografato, spettacolo, esteriorità». Il cinematografo, invece, era in grado «di uscire dalla manipolazione, dalla riproduzione, dalla finzione, di entrare nell'interiorità dell'uomo, di catturare il vero e la vita».
Allora, amici cinèfili, apriamo i nostri occhi e i nostri cuori al cinematografo e chiudiamoli di fronte al cinema, già di per sé parola tronca e di comodo, nel quale rientrano per lo più i film tuttora sugli schermi. Come? Un'opportunità è offerta dalla programmazione d'essai dei cinema(tografi) [...]
Il primo è "Buongiorno notte" di Bellocchio, sul caso Moro, insolitamente inquadrato dal punto di vista di una terrorista, difficile da considerare tale (infatti ha i suoi dubbi) poiché ha il volto dolcissimo di Maya Sansa. Questo film era dato per vincente all'ultima mostra di Venezia ma il Leone d'oro gli venne soffiato in dirittura d'arrivo da "Il ritorno" dell'esordiente russo Andrej Zvyagintsev [...]. E lo meritava tutto essendo una intensa parabola sulla vita e sulla morte, immersa in una natura silente dentro la quale s'avverte un insondabile mistero.
[...]
Quel che conta sottolineare qui è che, seguendo queste proiezioni d'essai, si percorre intensamente – tornando al Bresson citato all'inizio – «quel cammino verso l'ignoto che dev'essere il film, ricerca di ciò che è nascosto, che è riluttante a rivelarsi, ma che bisogna scoprire per orientarsi nel caos esistenziale e nella tragedia di vivere». E poi, come sostiene un recentissimo libro delle cinèfile di New York Nancy Peske e Beverly West (Cinematerapia, Feltrinelli), «I film sono dei medicinali che possiamo autoprescriverci». [...]