giovedì 27 maggio 2004


LE LEZIONI DI CHIETI

La lezione di Sabato 22 Maggio

del prof. MASSIMO FAGIOLI

e le lezioni di venerdì 21 e di sabato 22
della prof.ssa FRANCESCA FAGIOLI
e del prof. ANDREA MASINI

sono disponibili

su MAWIVIDEO.IT

una nuova prospettiva professionale per gli psicologi italiani:
a Baghdad!

Il Gazzettino di Venezia 27.5.03
PORDENONE Anche donne nel gruppo di ufficiali specialisti partiti per Baghdad al seguito della Brigata Pozzuolo
Psicologi in prima linea a sostegno dei soldati


Pordenone. Gli psicologi saranno impegnati in Iraq a sostegno dei soldati della Brigata Pozzuolo del Friuli. Sono degli ufficiali arruolati nella "Riserva selezionata" dell'Esercito che, ieri sera, sono partiti dall'aeroporto di Ronchi dei Legionari con destinazione Nassiriya. Tra loro anche delle donne, il cui compito sarà quello "affiancare" i soldati impegnati nella missione "Antica Babilonia". Il susseguirsi di attacchi al contingente italiano da parte dei miliziani sciiti, ha spinto lo Stato maggiore dell'Esercito a schierare in teatro operativo anche dei professionisti che per specifiche competente possono contribuire a "rasserenare" gli animi di chi è esposto quotidianamente a stress fisici e mentali. Con la partenza dei riservisti, si completa il trasferimento in Iraq della Brigata di cavalleria "Pozzuolo del Friuli" che, nei giorni scorsi, ha rilevato la 132. Brigata Corazzata "Ariete" nel controllo della provincia di Dhi Qar, dove concorrerà, alle dipendenze della Divisione multinazionale a comando inglese, a garantire le condizioni di sicurezza e stabilità nella regione, oltre l'afflusso e la distribuzione degli aiuti umanitari.
(...)

uno stato laico?
il patto Moratti - Ruini

il manifesto 27.5.04
Scuola e religione, il patto Ruini - Moratti
Ministro e capo dei vescovi firmano gli «obiettivi per l'insegnamento nella secondaria di primo grado»
Lode al governo La disciplina confessionale, commentano in Vaticano, si inserisce perfettamente «nel cammino di rinnovamento della scuola italiana»
MIMMO DE CILLIS


ROMA La chiesa italiana mette un altro puntello all'idea di scuola del ministro Moratti: dopo l'accordo siglato a ottobre 2003 sull'insegnamento della religione nella scuola dell'infanzia e primaria ed elementare, ieri il cardinale Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana, e il ministro dell'Istruzione Letizia Moratti hanno firmato un documento di intesa sugli «Obiettivi specifici di apprendimento per l'insegnamento della religione cattolica nella scuola secondaria di primo grado». Un passo decisivo - spiegano al ministero - per assicurare il pieno collegamento tra l'insegnamento della religione cattolica (Irc) e la riforma del sistema di istruzione e formazione varata con la legge del marzo 2003.
Ora, per completare l'opera, manca solo la firma per gli obiettivi relativi alla scuola di secondo grado, per la quale, promette la Cei, vi sarà un impegno congiunto tra funzionari del ministero e rappresentanti della chiesa. Si tratta di «un ulteriore passo avanti per il pieno inserimento dell'Irc nel cammino di rinnovamento della scuola in Italia», recita un comunicato della Cei, redatto in toni trionfalistici. «In questo modo anche l'Irc, nella propria specificità, potrà dare un significativo contributo per favorire la convivenza civile, che la riforma in atto considera come uno degli scopi principali della comunità-scuola».
Secondo la presidenza della Cei, «l'insegnamento della religione cattolica nella scuola ha lo scopo di favorire la conoscenza e il confronto con il cristianesimo. Intende aiutare i cristiani ad approfondire la loro appartenenza religiosa e induce quanti cristiani non sono a confrontarsi lealmente con la religione che ha contribuito in maniera significativa a dare all'Italia un volto e un'identità».
I vescovi italiani sbandierano con orgoglio «la competenza degli insegnanti di religione, avvalorata dalla recente legge concernente il loro stato giuridico e l'adesione di massa a tale insegnamento, scelto da oltre il 92% degli studenti». Eppure, secondo un recente sondaggio dell'Eures, sarebbe favorevole all'insegnamento della religione il 61,6% degli italiani. A ritenerlo importante sono soprattutto gli over 50 con il 65%. La percentuale dei favorevoli scende con l'aumento dell'istruzione dell'intervistato: infatti, nota l'Eures, dice sì il 73,5% degli italiani con la licenza media contro il 65,7% dei diplomati e il 52,1% dei laureati.
Ma quello che spicca, in questa assoluta sintonia istituzionale, è il rapporto di stretta funzionalità fra il disegno di riforma della Moratti e gli obiettivi della chiesa che, seguendo una sua logica interna (che la scuola pubblica assume come propria), mira a «far comprendere ai fanciulli e ai preadolescenti i principi del cattolicesimo, patrimonio storico del popolo italiano, e i loro significati religiosi e culturali». L'obiettivo è perseguito, recita il documento della Cei, «attraverso una adeguata conoscenza dei contenuti e della storia della fede cristiana, con opportuni confronti con altre religioni e sistemi di significato». Progetto, questo, che sembrerebbe la pista più interessante, ma che viene condotto con un approccio tutto di parte che, in qualche modo, ne condiziona l'efficacia.
E mentre i laici mettono in discussione la presenza di un insegnamento religioso confessionale all'interno della «scuola di tutti», va notato che, come si afferma nei programmi del 1985, l'insegnamento della religione cattolica dovrebbe assumere una prospettiva storica più che confessionale.
Ma, nonostante le intenzioni del legislatore, a causa dell'ambiguità del testo programmatico, la disciplina ha mantenuto fino ad oggi il proprio carattere confessionale. Lo ribadisce un professore di religione in un scuola secondaria di Roma, ricordando che «gli stessi superiori esortano il docente a offrire una testimonianza esemplare della propria fede cristiana nel corso dell'itinerario didattico e all'interno del mondo della scuola, oltre che a inserirsi nel tessuto ecclesiale parrocchiale e diocesano». Non per nulla l'insegnante di religione, pagato dallo stato italiano, deve avere necessariamente il placet del vescovo.

convegni su sonno e sogno
e
sull'etica della ricerca

due articoli ricevuti da P. Cancellieri
il primo segnalato anche da Alessio Ancillai


bur.it 27.05.04
Universita' di Ancona
In fondo al sonno e dentro il sogno
A Medicina - Polo didattico di Torrette a partire da giovedì 27 maggio alle 18
La prima conferenza sarà del professor Elio Lugaresi.


"Morire, dormire, forse sognare…". Così recita Amleto nel più famoso monologo della storia del teatro. Ma la scienza ci dice che il sonno non è affatto "assenza", perché nel cervello continua a svolgersi un'attività regolata da tempi e ritmi definiti, che, se alterati, possono portare disturbi gravi alla salute e, a lungo andare, la morte. Qual è dunque la natura e qual è la funzione, per gli esseri animati essenziale, del sonno? E i sogni, di che natura sono: prodotto accidentale dei neuroni o messaggi dal subconscio? Nonostante i notevoli progressi delle conoscenze sui sistemi cerebrali di genesi e regolazione del sonno e della veglia, non è ancora chiarito in modo definitivo perché si dorme e perché si sogna. Sarà questo il tema di quest'anno degli Incontri di Scienza & Filosofia 2003, organizzato dai professori Fiorenzo Conti e Franco Angeleri nell'ambito di "A Medicina, di sera…", grazie alla collaborazione di Banca Etruria e della Fondazione S. Stefano.
Le conversazioni tenute da eminenti neurologi e fisiologi, ma anche da un'etnologa e da uno scrittore, sono dedicate soprattutto agli studenti, ma anche a un pubblico più vasto. Gli incontri si aprono giovedì 27 maggio alle 18 nell'aula magna della facoltà di Medicina (Aragosta) con la conferenza del professor Elio Lugaresi, direttore dell'Istituto di Neurologia Clinica dell'Università di Bologna, nonché del Centro sui disordini del sonno, e pioniere nel campo della ricerca italiana in questo campo. Parlerà su "Meccanismi e significato del sonno e del sogno".
Giovedì 17 giugno alla stessa ora e nella stessa sede, sarà invece un'etnologa, la professoressa Clara Gallini della Sapienza di Roma, a indagare sul significato attribuito nei secoli dalle diverse popolazioni a "L'interpretazione dei sogni".
"Il peso della veglia e le ragioni del sonno" sarà il tema con cui il ciclo riprende, dopo la sosta estiva, giovedì 30 settembre, che sarà trattato dal professor Giulio Tononi, docente della University of Wisconsin a Madison, un gradito ritorno agli Incontri di Scienza e Filosofia dell'Università Politecnica delle Marche: cercherà di dare una risposta alla domanda: "perché si dorme?".
Infine, mercoledì 13 ottobre, sarà il professor Giuseppe Longo, ingegnere elettronico, matematico e cibernetico, docente di Teoria dell'informazione alla facoltà di Ingegneria dell'Università di Trieste e direttore dei Laboratori di linguaggi scientifici e letterari della International School for Adavanced Studies (S.I.S.S.A.) di Trieste, scrittore e traduttore, che parlerà di "Anima ed esattezza: la scrittura del sogno".
Un calendario di incontri da mandare a mente, per un argomento tra i più misteriosi e insieme vitali.

Yahoo!Salute - mercoledì 26 maggio 2004, Il Pensiero Scientifico Editore
Fare ricerca su chi non sa comprenderla
Come effettuare ricerca in modo etico su soggetti non in grado di intendere e di volere? Un editoriale su The American Journal of Psychiatry si interroga e fa il punto sul dibattito in corso.


La ricerca su soggetti umani pone problemi etici che si esprimono nell’importanza di una scelta informata. Infatti sperimentare sull’uomo, seppure costituisce una fase necessaria del processo di sviluppo della medicina, comporta rischi e intrusioni. Proprio per questo motivo sono state sviluppate delle linee-guida che considerano prioritario il consenso e la piena informazione dei soggetti coinvolti in uno studio. Questo rende difficile e a volte impossibile effettuare ricerche sperimentali con criteri di scientificità, cioè basate su campioni casuali di soggetti, confrontati con altri soggetti di controllo che non ricevono terapie; inoltre in molti casi la conoscenza degli scopi e dei contenuti di un trattamento altera i risultati rendendone difficile l’interpretazione. Si tratta nonostante questo di un requisito irrinunciabile dal punto di vista del rispetto dell’individuo e dei suoi diritti.
Che dire tuttavia di quei soggetti che per loro natura, perché bambini o mentalmente disabili, non sono in grado di valutare, comprendere e decidere consapevolmente? Nell’ultima metà del secolo, osserva l’autore, abbiamo assistito a ripetuti cicli rispetto al modo di affrontare la questione: dall’abuso alla reazione protettiva, seguita dalla produzione di leggi a tutela dei soggetti deboli; a queste spesso la comunità scientifica reagisce protestando contro limitazioni della ricerca che finiscono a volte per andare contro gli stessi interessi dei pazienti. I tentativi di fornire una soluzione generale, operando adattamenti e modifiche delle leggi e direttive esistenti, si sono finora rivelati un parziale fallimento.
Dalla scoperta degli esperimenti dei medici nazisti si sono fatti grandi passi avanti; tuttavia la categoria dei pazienti psichiatrici, a differenza di quella dei bambini, non è ancora tutelata con chiarezza dalla legge. Questo vuoto legislativo è causato dal fallimento di una linea comune fra istituzioni legislative, etiche e di ricerca. La storia recente è significativa: alla fine degli anni ’90 la National Bioethics Advisory Commission, dopo uno studio ad ampio raggio, ha emesso un rapporto riguardante la ricerca su persone con disturbi mentali che impediscono la capacità decisionale, corredandolo con 21 raccomandazioni. Il documento ha incontrato l’opposizione degli operatori del settore, culminata in una serie di articoli critici sulle riviste specializzate, nei quali i comitati etici della ricerca sono descritti lavorare contro gli interessi della salute mentale. Fra una modifica delle raccomandazioni e una protesta del mondo psichiatrico, la situazione è rimasta invariata, perpetuando lo stato di vuoto legislativo. Il conflitto si sta facendo più complesso con l’aumentare nella popolazione della conoscenza e capacità di riflettere su certi problemi; questo induce gli organismi di controllo ad assumere posizioni anche più restrittive che in passato.
Un aspetto sottolineato da Robert Michels nel suo editoriale è il cambiamento nell’atteggiamento dell’utenza verso la ricerca medica, che è passata da una posizione di fiducia non informata a una di disinformata sfiducia. La consapevolezza degli interessi commerciali che si intrecciano ai progetti di ricerca, e la coscienza dei conflitti di interesse dei ricercatori, nonché un maggiore accesso alle informazioni, hanno reso il pubblico maggiormente consapevole dei rischi e delle incertezze della medicina, portandolo a una valutazione degli intenti della ricerca spesso sospettosa e basata su una conoscenza solo superficiale dei processi e dei criteri che la guidano.
Questa percezione va modificata, perseguendo con chiarezza l’obiettivo di una ricerca orientata prioritariamente al bene sociale. Questo significa, ad esempio, escludere dalla ricerca sui soggetti disabili quelle sperimentazioni cliniche in cui non c’è premessa per la libera pubblicazione dei risultati, o quegli studi sui farmaci i cui protocolli, invece di essere orientati a una maggiore chiarificazione, realmente utile per la pratica clinica, sono adattati in modo da garantirsi l’approvazione regolamentare. “Si tratta di un primo passo”, osserva l’autore, “che va esteso poi a tutti i soggetti umani di ricerca, se si vuole che l’opinione pubblica restituisca ai ricercatori medici la fiducia perduta”.

Bibliografia. Michels R. Research on persons with impaired decision making and the public trust. Am J Psychiatry 2004;5(161):777.

"big brother"
insegnamento della storia

Repubblica 27.5.04
Se la scuola non insegna la memoria
CORRADO AUGIAS


Caro Augias, i programmi scolastici, come avete dimostrato in modo eccellente con la tentata cancellazione di Darwin, sono documenti importanti per capire l'Italia di oggi. La storia lo è anche di più. Lo studio della storia significa ricerca libera della verità; per questo la storia, come diceva Péguy, «è il prodotto più pericoloso che la chimica dell'intelletto abbia elaborato». Oggi la storia fa paura, alla destra e alla sinistra. Dopo decenni di ideologie che hanno nascosto la realtà a un paese carico di una disperata energia quale oggi solo la Cina forse possiede, e ci hanno illuso di essere innocenti e perfino vincitori innocenti di un regime nazionalista e razzista che abbiamo inventato, vincitori di una guerra che abbiamo scatenato e perduto oggi siamo alla resa dei conti: il sistema Italia lungi dal produrre ricchezza scricchiola da ogni lato e ciascuno, individuo o corporazione, tenta di scavarsi un rifugio per affrontare un futuro che fa paura. Così l'insegnamento della storia viene sì mantenuto ma lo si trasforma in una svirilizzata favola edificante, cucita intorno all'Europa cristiana, unita e solidale nella stessa identità, senza le crociate, senza l'Inquisizione, senza Lutero e le guerre di religione, senza la caccia agli ebrei e alle streghe, senza la rivoluzione industriale, in una parola senza conflitti né oppressioni, di razza, di classe, di genere, con tanta apertura all'incontro con l'"altro" (una volta si diceva colonialismo). Sembra che l'invito alla «purificazione della memoria» di cui la Chiesa cattolica ha parlato al tempo del Grande Giubileo del 2000 qui si sia tradotto in una cancellazione dalla memoria. Gli insegnanti sono avvertiti: è questo che una società chiusa e terrorizzata dal futuro chiede loro. Non protesteremo se prenderanno l'invito sul serio. Che altro possono fare? Sanno gli italiani che cosa sono gli insegnanti, dove vivono e lavorano, quali i loro mezzi e la loro dignità professionale?
Adriano Prosperi
a. prosperi@sns. it


Faccio mio lo sfogo appassionato del professor Prosperi, storico insigne. Lo studio della storia, così come la riforma Moratti lo ha ridisegnato nei programmi della scuola media, istituisce un modellino esangue che tace su troppi aspetti del passato, mentre altri furbescamente accomuna. La conoscenza del mondo greco-romano al quale dobbiamo gran parte della nostra civiltà, viene limitata in modo intollerabile e riservata in pratica solo agli allievi dei licei. Abolita la rivoluzione sovietica che andrebbe studiata comunque, anche da parte di chi la considera un fallimento o un errore; tutti i 'totalitarismi' novecenteschi sono gettati in un solo mucchio indistinto, s'ignora il colonialismo così come le guerre di religione che nel Cinquecento insanguinarono l'Europa, si limita il valore della Resistenza al nazifascismo, compresa quella italiana; in poche parole si applicano gli aspetti più discutibili di quel "revisionismo" che da molte parti si sta tentando d'imporre. Quando si è tentato di amputare la scuola di un insegnamento fondamentale come la teoria evoluzionistica, la comunità scientifica ha reagito e i risultati sono venuti. Questa storia sfigurata ha fatto finora meno scandalo. Forse perché gli storici sono ancora più scoraggiati degli scienziati.

Pontormo (2)

La Stampa 27.5.04
Per una volta si privilegia l’arte
Il film di Giovanni Fago non si perde nell’aneddotica mondana
di Lietta Tornabuoni


FINALMENTE un film che, raccontando di un grande pittore, anziché perdersi nell'aneddotica mondana si concentra sull'arte, sul lavoro, sulla pittura. «Pontormo» Di Giovanni Fago guarda all'ultimo tempo della vita di Jacopo Carucci detto il Pontormo, meraviglioso manierista cinquecentesco toscano al servizio del duca Cosimo de' Medici: un periodo dominato dall'ansia di non arrivare a completare gli affreschi in San Lorenzo a Firenze (poi andati perduti), ai quali lavorava dal 1546 e continuò a lavorare sino alla morte avvenuta nel 1556.
Altri elementi segnano l'esistenza del pittore in quel periodo: il legame con una giovane donna fiamminga rimasta muta dopo il taglio della lingua subìto durante la guerra delle Fiandre, esule e straniera a Firenze dove viene arrestata e processata per stregoneria; il conflitto durissimo con l'Inquisizione; i molti malesseri fisici registrati pure nel diario; i rapporti mai semplici con il committente; la difesa acerrima della sua opera, che non intende mostrare a nessuno (neppure al duca, tanto meno all'Inquisitore) prima del definitivo completamento. Quest'uomo irriducibile e forte, appartato, silenzioso, parco, lavora sempre; frequenta soltanto l'amico Bronzino, l'assistente (Giacomo Palmarini) o il preparatore dei colori che è l'ammirevole Sandro Lombardi; s'allontana da casa o dal luogo del lavoro soltanto per andare a ritrarre disegnando annegati o teatranti alla cui fisionomia la morte violenta o l'artificio mestierante imprimevano quell'alterazione anticlassica che sarà un segno d'innovazione della sua arte.
Pontormo soffre della vecchiaia e del mutare dei tempi, della crisi politica che prepara la fine delle Signorie e dei Principati, della crisi religiosa che rende intolleranti i comportamenti della Chiesa cattolica allarmata dall'eresia: Joe Mantegna interpreta il personaggio con dignità accorata, con pacato dolore, e dà un contribito importante al film un poco scolastico, molto interessante.