sabato 9 aprile 2005

Pietro Ingrao

La Stampa 9.4.05
PROTAGONISTA DEL ‘900
Pietro Ingrao
dal cinema all’utopia

Edoardo Bruno

«DESERTO coraggio»: termina così una delle ultime poesie di Pietro Ingrao, politico e poeta, umanista nel senso pieno della parola, protagonista della storia presente e al tempo stesso radicato cantore della utopia del Novecento, di quella metafora chiamata comunismo che si ostina a vivere come punto critico, come prospettiva e tensione.
Protagonista di quella stagione che culturalmente possiamo chiamare «americana», densa di contrasti, di letture immaginifiche, di paesaggi sterminati, di cinema sociale, di grandi praterie, di pane quotidiano, dove la parola si coniugava con la pratica, Ingrao si forma con il fermento e il dubbio, negli anni in cui Guernica di Picasso non era soltanto una costruzione pittorica ma un grido, un urlo, per meglio «stringere» storia e movimento.
Il pensiero di Ingrao si sviluppa in questa temperie, dove il segno e la ragione spiegano il suo continuo impegno politico e, come Montesquieu, vive tra razionalità e chiarezza, «estende lo sguardo in lontananza», ricerca la concatenazione delle cause, rifiuta la spiegazione ingenua che riduce la successione dei fatti storici al problema della semplice comunicazione del movimento - la storia non procede per un solo percorso, non è unicasuale, molteplici cause agiscono in concorrenza.
La matrice umanista addensa la sua cultura, predomina in lui la ricerca, la filosofia, la dialettica, vede nell'arte il segno di un pensiero che muove, che presiede i cambiamenti, le trasformazioni, e vede nel cinema la forza rivoluzionaria dell'emozione e della passione, Ejzenstejn, Chaplin, Rossellini, l'epica, la forma, il pensiero. E ancora ne apprezza la forza della logica stringente del ragionamento, lo strumento del montaggio come tramite per la costruzione poetica, come nerbo della struttura immaginifica, essenza della allusività e della materialistica rappresentazione dell'indicibile. La convinzione che il montaggio sia il fondamento dell'invenzione creativa, specifico del fatto estetico-poetico, porta Ingrao a vedere il cinema come una grande metafora, superando il segno della riproducibilità e tendendo a una reinvenzione del reale, alla statuizione dell'utopia. L'eredità più intensa che il Novecento porta con sé assieme alla psicanalisi nell'invenzione e trasformazione delle forme.

Il Messaggero Venerdì 8 Aprile 2005
Lenola
Grande evento domani nella sala Miracolle per celebrare il concittadino illustre
Festa e autorità per i 90 anni di Pietro Ingrao
di GAETANO CARNEVALE

Dopo il comune di Roma, anche Lenola festeggerà i 90 anni del Pietro Ingrao. Il Consiglio comunale straordinario indetto per domani alle ore 17, nel salone del ristorante “Miracolle” tributerà l’omaggio al più celebre dei suoi concittadini. Nonostante la prestigiosa carriera di politico come dirigente del Pci, di parlamentare che, ha ricoperto la carica di presidente della Camera dei Deputati, di poeta e “critico” appassionato di cinema, Ingrao non ha mai dimenticato la sua Lenola, soggiornando nella casa dei suoi antenati, originari della Sicilia. Di Grotte (Agrigento), da dove arriverà anche il sindaco.
Compatibilmente con i propri impegni nel borgo degli Ausoni saranno presenti il neo presidente della Regione Piero Marrazzo e Walter Veltroni o un rappresentante del comune di Roma e il filosofo Mario Tronti. Un filmato trasmetterà le immagini del rapporto stretto tra Ingrao e la sua Lenola. Un legame quello con “la sua terra”, che si allarga fino a Fondi, Sperlonga e Formia. Durante i festeggiamenti del 30 marzo scorso nell’affollatissima sala “Santa Cecilia” dell’Auditorium di Roma i ricordi di queste località sono affiorati negli interventi di Luciana Castellina, Walter Veltroni, Ettore Scola, Gianni D’Elia e nell’intervista “cinematografica” di Mario Sesti. Molte le immagini che ritraevano Pietro con Giuseppe De Santis, «un mio fraterno amico e compaesano». A Fondi moltissimi ricordano ancora la presenza di Pietro Ingrao accanto ai contadini e agli artigiani che vennero caricati dalla polizia il 3 febbraio del 1969 nella “giornata di lotta e di rabbia” per la crisi degli agrumi, che portò all’occupazione della ferrovia. Insieme con Pietro Nenni intervenne presso il Ministero dell’Interno per l’immediato rilascio dei 98 cittadini denunciati. Ma, i ricordi di Pietro Ingrao porteranno anche ai compagni del liceo classico di Formia, dove vive oggi l’altro grande vegliardo della sinistra Vittorio Foa, alla frequentazione con Libero De Libero e Domenico Purificato.

Ernesto De Martino

Il Mattino 9.4.05
Ernesto De Martino
Donatella Trotta

«Ernesto De Martino? È stato un grande riformatore: un pioniere dell’esplorazione di orizzonti ”altri” nell’indagine sull’uomo, un precursore di fecondi sconfinamenti disciplinari, ma anche un uomo dotato di un’insaziabile curiosità e di una cupiditas di sapere del mondo che ci ha donato intuizioni tuttora attuali, per le quali occorre oggi riconoscergli non tanto (o non soltanto) quello che ha fatto, quanto quello che ci ha stimolato a fare, che è poi la vera creazione». Il neuropsichiatra Bruno Callieri ha 82 anni e la memoria, le energie progettuali e l’entusiasmo di un ragazzo, corroborati dalla statura dello studioso di lungo corso considerato il padre della psicopatologia italiana, oltre ad essere decano dei consulenti-periti per il tribunale apostolico della Sacra Rota Romana e autore di saggi fondamentali nell’àmbito della psichiatria clinica contemporanea e del pensiero fenomenologico, di cui è uno dei massimi esponenti. Negli anni ’50, Callieri ha conosciuto De Martino, diventandone amico nell’ultimo decennio di vita del poliedrico studioso napoletano e collaborando con lui sul tema delle apocalissi culturali, al centro dell’ultima complessa opera demartiniana, incompiuta e pubblicata postuma nel 1977: La fine del mondo. Contributo all'analisi delle apocalissi culturali (poi ristampata da Einaudi nel 2002). Tema di recente oggetto di una riscoperta critica e di un’attenzione scientifica ed editoriale ai confini tra storia, religione e filosofia, antropologia e psichiatria: non a caso, Callieri sarà uno dei relatori della giornata di studi sul pensiero di Ernesto De Martino, dal titolo «Il ritorno del rimorso», in programma oggi a Napoli (ore 10, a Palazzo Serra di Cassano), a quarant’anni dalla precoce scomparsa del grande antropologo, e a mezzo secolo dalla spedizione etnologica di De Martino in Basilicata, celebrata tra l’altro da un volume collettaneo fresco di stampa, intitolato Dell’Apocalisse. Antropologia e psicopatologia in Ernesto De Martino (Guida, pagg. 157, euro 10,20) e curato da Bruna Baldacconi e Pierangela Di Lucchio nella collana Alchimie, diretta proprio da Callieri e da Mauro Maldonato, che interverrà al convegno napoletano con Stefano Carta, Iain Chambers, Stefano de Matteis, Rita Enrica Alibrandi, Sergio Mellina e Fausto Rossano. Durante l’incontro, promosso dal Dipartimento di salute mentale Asl Napoli 1, nell'àmbito della rassegna «Passaggi e confini», in collaborazione con l’università della Basilicata, l’Aipa (Associazione italiana Psicologia analitica) e l’Istituto italiano per gli Studi filosofici, sarà proiettato anche un documentario («Nei giorni e nella storia») che riproduce le immagini più significative delle spedizioni di De Martino in Basilicata. Immagini della memoria che riecheggeranno anche tra poesia e musica, nei versi della figlia di de Martino, Lia, che parteciperà all’appuntamento in omaggio al padre con alcune sue poesie. Ma come avvenne l’incontro tra De Martino e Callieri? «Fu propiziato dal mio direttore di allora, il piemontese Mario Gozzano» ricorda Callieri «a conoscenza del bisogno di De Martino di contattare uno psichiatra clinico che potesse fornirgli una casistica psicopatologica per le sue ricerche sulla fine del mondo, inizialmente confluite nel saggio Apocalissi culturali e apocalissi psicopatologiche, poi pubblicato in ”Nuovi Argomenti” nel 1964 come sintesi introduttiva al libro al quale de Martino stava lavorando. Rammento la prima volta che andai a trovare De Martino a Roma, nella sua casa in via Caterina Fieschi 3. Fu un incontro travolgente per me, perché mi si dischiuse un orizzonte esistenzial-culturale fondamentale, incarnato da un uomo aperto, simpatico, disponibile all’ascolto e all’empatia. Al di là del profondo rapporto umano, che appartiene alla sfera intima del privato, fu un incontro tra due dimensioni: il mondo scientifico della psicopatologia e quello storico-antropologico e religioso del Sud magico di De Martino, dei contadini lucani, della povertà. La mia formazione biologica, incentrata sull’onnipotenza della mente neuronale, fu spiazzata da quell’intelligenza sovrana, geniale, che riusciva a capire l’essenza della ricerca psicopatologica che avevo condotto in tanti anni, trovando conferme alle sue intuizioni su altri piani interpretativi. Per me, De Martino diventava il perturbante, mi offriva la sponda per transitare verso un senso ulteriore. E il confronto con la sua etnologia riformata, con le sue riflessioni sui miti escatologici fu per me decisivo per esplorare altri mondi, per saggiare la rinascita dal valore della sofferenza attraverso il registro psichico con una potente visione creativa, insomma, esemplificata da quanto disse una volta una mia paziente illetterata: è questo mondo che finisce, ma nascerà un mondo nuovo, quello che io non ho mai potuto vivere». La sindrome della fine del mondo, l’apocalisse culturale e lo «spaesamento» come destino mondiale già ravvisato da Heidegger sono concetti che tornano con prepotenza nell’orizzonte contemporaneo di senso. In che consiste, a suo avviso, l’attualità di De Martino, approdato da un indirizzo storicista nel solco di Omodeo e di Croce ad una complessa prospettiva storico-religiosa ed etnologica radicata anche in un forte impegno civile, ideologico e sociale? «Di lui restano fondamentali alcuni passaggi, ancora fecondi di stimoli» aggiunge Callieri «il superamento dell’etnocentrismo dogmatico verso un etnocentrismo critico, che ha aperto la pista all’antropologia culturale; e il passaggio all’umanesimo etnografico, non limitato alle culture extraoccidentali, che oggi ritorna aprendosi ad una nuova, ulteriore prospettiva, quella dell’etnocentrismo emotivo, perseguito in vari ambiti: dalla psicologia della cultura di scuola milanese fino alla filosofia, con un testo paradigmatico come L’intelligenza delle emozioni di Martha Nussbaum. In questo, e non solo, De Martino è stato un grande precursore che vale la pena riscoprire».

Repubblica ed. di Napoli 9.4.05
L'ANTROPOLOGO DELLA SVOLTA
MAURO MALDONATO

Sarà ospite la poetessa Lia de Martino, figlia di Ernesto, che reciterà poesie da una sua recente raccolta accompagnate al violino da Aldo Jonata. Il convegno coincide con la pubblicazione di un volume a più voci dal titolo "Dell´Apocalisse. Antropologia e Psicopatologia in Ernesto de Martino" (Guida editore). Il libro reca, tra gli altri, saggi di studiosi come Ernesto Galli della Loggia, Giovanni Jervis e Bruno Callieri. Come è noto, gli ultimi due hanno intrattenuto con de Martino intensi rapporti umani e intellettuali. Fu, tuttavia, Callieri, a segnare profondamente la cultura psicopatologica di Ernesto de Martino. Non si comprenderebbe la genesi e il senso del concetto di "apocalissi psicopatologiche" in de Martino senza gli studi di Callieri del 1954-1955 sull´esperienza schizofrenica di fine del mondo. Naturalmente, non è questo il luogo per una discussione accurata su simili questioni. Basti qui osservare che Calleri divenne il riferimento costante del grande antropologo napoletano nelle sue esplorazioni psicopatologiche. Più in generale, la lezione di Ernesto de Martino è stato un perfetto paradigma di una ricerca della verità che si compie solo nel cercarla ancora. Il cuore teorico della sua analisi è stato il "discorso dell´altro". Ma è impossibile qualsiasi discorso dell´altro se non tramite il discorso sull´altro. L´altro, infatti, è la cifra e il limite necessario che caratterizza la psichiatria e l´etnografia come scienze umane. Per de Martino, una scienza non è "scienza umana" perché ha per oggetto l´uomo, ma per le relazioni che istituisce, per il suo modo di instaurare non una separazione oggettivante e statica, ma una distanza (che è insieme prossimità) che vive in un rapporto di alterazione reciproca. Il corpo e la parola che dice l´altro - che si vorrebbe dominare attraverso il lavoro di comprensione e attraverso l´arma (tipicamente europea) del senso - investono e alterano il soggetto della scienza. Nel suo raffinato atteggiamento epistemologico vivono non solo un rigore documentario inedito, ma anche passioni straordinarie, rappresentazioni simboliche, forme di mentalità, l´inconscio collettivo. La sua ricerca dà voce a un silenzio, ma muta anche l´ideale metodologico dell´oggettività documentaria. Non ci sono, infatti, documentazioni neutre e innocue sui fatti, ma solo rappresentazioni istituite. Dunque, là dove vi sono testimonianze è necessario chiedersi chi deteneva, in una società del passato, il compito di produrre testimonianze e oblio. Ma questo non è forse il tema essenziale del "mondo dei vinti"? Non è forse questo, ancora oggi, drammaticamente, il tema cruciale della nostra "terra del rimorso"?

psichiatri condannati

Corriere della Sera 8 aprile 2005
Sparò sulla folla, condannati i suoi medici
Condanna in primo grado per lo psichiatra e il medico che diedero l'ok al rilascio del porto d'armi. L'uomo uccise 2 persone e ne ferì 3
Andrea Calderini (Torres)

MILANO - Avevano autorizzato il rilascio del porto d'armi ad Andrea Calderini, il trentatreenne che nel maggio 2003 aveva ucciso la giovane moglie, una vicina di casa e poi sparato sulla folla dal balcone della sua casa milanese ferendo in maniera grave altre tre persone prima di rivolgere la pistola contro se stesso e togliersi la vita. Erano imputati di concorso in omicidio e lesioni colpose e ieri sono stati condannati in primo grado dal tribunale di Milano.
Lo psichiatra Massimiliano Dieci, che doveva rispondere anche di falso ideologico per avere dichiarato nei certificati che Caldarini non soffriva di turbe psichiche (cosa poi rivelatasi falsa), è stato condannato a due anni; di un anno e dieci mesi, invece, la condanna per il medico militare Fortunato Calabrò. A entrambi il giudice ha concesso la sospensione condizionale della pena, ma solo a patto che risarciscano le parti lese entro un anno. L'indennizzo è stato fissato nella cifra totale di 750 mila euro.
Calderini era affetto da sindrome ossessiva compulsiva, ma ciò nonostante aveva l'autorizzazione a circolare armato. Nel pomeriggio del 5 maggio 2003, in preda ad un raptus, uccise la giovane moglie, la ventiduenne Helietta Scalori. Poi scese al piano di sotto e uccise una vicina di casa. Infine risalì nel suo appartamento e dal balcone si mise a fare il tiro a segno, sparando contro i passanti: tre furono colpiti e feriti gravemente. Una delle persone raggiunte dai proiettili, Daniela Zani Boni, che oggi ha 44 anni, è rimasta paralizzata e i giudici le hanno riconosciuto una provvisionale di 200 mila euro.
Al termine della carneficina Calderini aveva compiuto il gesto estremo, appoggiandosi la canna della pistola alla tempia e premendo il grilletto. Ma solo in tarda serata si scoprì che il giovane si era ucciso: per tutto il pomeriggio la zona era stata circondata dai reparti speciali di polizia e carabinieri, che temevano che l'uomo fosse asserragliato nell'abitazione e pronto a fare nuovamente fuoco. Quando gli uomini del Nocs decisero di fare irruzione, lo trovarono riverso sul pavimento in una pozza di sangue.
Il pm Marco Ghezzi che si è occupato del caso aveva subito deciso di aprire un inchiesta nei confronti dei due medici che gli avevano rilasciato i certificati necessari per ottenere il porto d'armi. Le indagini dimostrarono che Calderini era affetto da anni da problemi psichici e non avrebbe pertanto mai dovuto ottenere il permesso di circolare armato, tantopiù che sulla sua fedina penale gravava una condanna in via definitiva per furto. Una sentenza, questa, registrata in ritardo nel casellario giudiziario, tanto che al momento del rilascio del porto d'armi il giovane risultava incensurato. Gli stessi poliziotti del commissariato Fiera erano stati indagati per quell'autorizzazione poi risultata incauta, ma per loro è stata chiesta l'archiviazione.
Al termine della sua requisitoria, il pm Ghezzi aveva definito Calderini «persona disturbata che faceva uso di sostanze stupefacenti, soffriva di paura dellabbandono e di altri problemi di natura psicologica». Dopo avere elencato alcune testimonianze sulla sostanziale irregolarità della prassi seguita dai due medici per il rilascio dei certificati, l'accusa aveva sottolineato la pericolosità di un atteggiamento che aveva portato ad armare una persona alterata. «Se in questa vicenda tutti avessero fatto nel loro piccolo il proprio lavoro - ha sottolineato Ghezzi - non ci sarebbero stati tre morti e tre feriti». Una spiegazione che evidentemente ha convinto anche igiudici.

Carlo Michelstaedter

La Stampa TuttoLibri 9 Aprile 2005
Michelstaedter:
dentro il male
di vivere c’è la via alla salute

Marco Vozza
«Sfugge la vita», taccuini e appunti del filosofo goriziano autore di «La persuasione e la rettorica», fra i capolavori della filosofia primonovecentesca: la leggerezza, la grazia, (o fatuità o artificio effimero), contrapposte
alla indefinita protensione al tempo futuro.
HO trascorso la Pasqua leggendo il libro di Carlo Michelstaedter Sfugge la vita, confidando nella resurrezione di un barlume almeno di vita persuasa, quella inappropriabile e forse inconfigurabile in nome della quale il filosofo goriziano ha sacrificato a 23 anni la sua esistenza, sottraendosi alla corrente che ci spinge tutti a desiderare qualcosa per affermare ostinatamente la nostra volontà di vivere.
Non paia iperbolico o blasfemo questo afflato di religiosità laica: quando un frammento di persuasione riesce a incunearsi nella struttura compatta della rettorica (governata da quel sapere astratto in cui Dio potrebbe morire di noia), è come se il trascendente (l'istanza etica o l'Altro da sé) si aprisse un varco nel cuore dell'immanenza, portandone alla luce il senso nascosto o negato. Questo bagliore è l'istante kairologico, l'illuminazione profana, forse l'eccellenza del destino, che non sappiamo o non possiamo cristallizzare in una condizione permanente.
Come già sapevano i tragici greci e poi Nietzsche, soltanto l'esperienza del dolore dischiude la possibilità di tale catarsi, poiché la «sorda voce dell'oscuro dolore» è parola eloquente nel modo dell'imperativo e segna il limite della supponenza umana. Soltanto la sofferta permanenza entro il male di vivere apre la via della salute, della gioia e della pace, promuove il «coraggio dell'impossibile», per usare un'espressione cara ad Angela Michelis, simpatetica quanto competente curatrice di questo prezioso volume.
L'individuo che ha fatto esperienza del dolore tesaurizzando la grande ragione che si annida nel corpo, respingendo il richiamo di ogni forma di datità esistenziale e di adattamento sociale (quello che genera la «comunella dei malvagi»), può finalmente assaporare la gioia di un presente più pieno: «solo, nel deserto egli vive una vertiginosa vastità e profondità di vita; ogni suo attimo è un secolo della vita degli altri, finché egli faccia di se stesso fiamma e giunga a consistere nell'ultimo presente». Auto da fè, persuasione luminosa, degna di un mistico della modernità.
La persuasione e la rettorica nasce come tesi di laurea, giudicata dallo stesso autore inopportuna e sconveniente, poi diventata uno dei capolavori della filosofia primonovecentesca, apprezzato anche per le rilevanti novità stilistiche. In questi taccuini d'appunti (trascritti e corredati di note da Rinaldo Allais) scopriamo uno stupefacente zibaldone di pensieri, alcuni analiticamente argomentati, altri espressi in forma rapsodica o aforistica, come schegge che scalfiscono la corazza delle nostre abitudini mentali; essi sono l'emblema di un pensiero non accademico, talvolta poetante (memore di Antistene e Schopenhauer, Empedocle e Leopardi): «vana cosa è la filosofia se esce dalla vita», compiaciuta erudizione.
Quella che Michelstaedter chiama «vita persuasa» attesta la sovranità di chi ha piegato l'apparente necessità della consecutio temporum, la consueta schiavitù del presente in rapporto al futuro. Michelstaedter identifica in Aristotele, nella sua enciclopedia di schemi astratti, l'origine della degenerazione cui è incorso il sapere filosofico dopo l'inizio presocratico e il pensiero del giovane Platone, il quale credeva ancora che «ogni uomo debba ritrovare in sé quest'anima nuda che soffre per le sovrapposizioni delle passioni e dell'amore di ciò che è contingente». Nel dominio della rettorica, la vita è simile a un peso che pende da un gancio e soffre di non poter scendere ulteriormente, di non poter saziare la sua fame di gravità; in esso perdura l'anelito a una condizione futura che ripropone incessantemente la mancanza da cui è generata: «la sua vita è questa mancanza della sua vita».
La leggerezza sembra l'unica metafora adeguata a rappresentare la modalità di esistenza della vita persuasa: leggerezza, grazia, non fatuità o artificio effimero. La rettorica è invece la soggezione alla contingenza del voler essere, la pesantezza del vivere in funzione del continuare a vivere, della indefinita protensione al tempo futuro, del non poter consistere nella pienezza del tempo presente. L'uomo vive per lo più nel mondo della discordia, nell'indigenza del valore e nell'inquietudine del desiderio, in una vana aspettativa di realizzazione di sé, di un piacere a venire, nella sterile proiezione di un io illusorio verso il «prossimo istante».
Per l'uomo persuaso la vita appare come un dono generosamente elargito da un dio pudìco, un beneficio che invoca ulteriore oblazione e non petulante richiesta di essere amato, secondo la mirabile indicazione della prediletta Nadia: «T'avrei amato se tu fossi stato tale da amare senza chieder d'essere amato». L'esperienza d'amore appare così come l'experimentum crucis della vita persuasa: «bisogna amare finché si vive», senza mai desiderare l'appropriazione dell'altro, trasformando la necessità del bisogno nella gratuità del dono. L'etica insita nel gesto oblativo, liberato dall'economia ristretta della reciprocità, potrebbe così formularsi: «tutto dare e niente chiedere: questo è il dovere»; in questa attività etica è infine riposta anche un'istanza di libertà e una speranza di giustizia, a cui la vita persuasa tende asintoticamente, per effetto della traboccante esuberanza della sua iperbolica consistenza.
IL DOLORE
ULTIMO ANELLO
«Sono orribilmente stanco, la mente è rotta per questo vano sforzo di suggestione. Tutto inutile, le impressioni non fan presa nell’animo, mi svaniscono appena avvicinatesi. Il loro svanire mi dà un tormento infinito. Tutto passa davanti al mio cervello vertiginosamente. O il mio cervello passa?
Mi sembra d’esser un altro ad ogni istante, ho perduto il sentimento della continuità del mio «io». Solo il dolore tenace profondo mi congiunge al passato. È il dolore l’ultimo anello che mi lega alla vita. Io credo che impazzirò.
E tutto questo popolo che mi passa davanti ridente e festoso mi sembra schernirmi. Io lo odio, odio il sole, l’aria, il mare vasto, infinito solenne, odio la natura e l’arte che non hanno più la forza di rialzarmi.
Ma all’improvviso nel suggestivo misticismo della p.\ s.\ m.\ s’innalza\ i concenti poderosi di Wagner e l’anima mia errante sosta e s’allarga in una calma sublime; vado presso il mare oscuro e il palpito dell’onde trova un riscontro nell’animo mio rinovellato. Un grido di gioia parte da ogni mia FIBRA».
Carlo Michelstaedter

Carlo Michelstaedter Sfugge la vita Taccuini e appunti Aragno, pp.294, €14

storia
Caligola

Il Messaggero 9.4.05
TRA STORIA E LEGGENDA
Caligola, il “pazzo” ucciso perché sognava la pace
di PAOLA POLIDORO

«IO voglio solo la luna, Elicone. So bene in che modo morirò. Non ho ancora esaurito tutto ciò che può alimentare la mia vita. Perciò voglio la luna». Così il Caligola raccontato da Albert Camus attendeva la fine dei suoi giorni: inseguendo la luna. Anche il Caligula dell'omonimo romanzo di Maria Grazia Siliato, uscito recentemente da Mondadori, desidera in qualche modo la Luna. E, che fosse pazzo o no, Gajus Caesar Germanicus, detto Caligola per la calzatura militare che indossava da bimbo (la caliga), era certamente un uomo più avanti del suo tempo. La sua Luna era la Pace, e la pace non è un sogno realizzabile. Succeduto a Tiberio nel 37, era un imperatore giovane, forse un po' megalomane, e forse anche molto solo, ma aveva un sogno ben preciso: realizzare una pace mediterranea. Globale. Senza livellamento di idee e di culture, ma sotto l'egida di un Impero Romano troppo potente per poter accettare un simile compromesso. Per questo Caligola fu ucciso a soli ventinove anni, con la moglie Milonia e la figlioletta di pochi mesi, dopo quattro anni di “regno”. Questa la tesi che la scrittrice e archeologa genovese Maria Grazia Siliato porta avanti nel suo romanzo, il cui sottotitolo è “Il mistero di due navi sepolte in un lago. Il sogno perduto di un imperatore”, un imperatore del quale costringe a ripensare totalmente l'immagine.
La sua tesi poggia su una storia affascinante che, come tutte le storie affascinanti, si è confusa fino a pochi decenni fa con la leggenda. La leggenda di due navi sepolte nel piccolo lago tra Nemi e Genzano, a pochi chilometri da Roma. Un laghetto vulcanico dormiente che fino alla Seconda Guerra mondiale custodì le uniche testimonianze di una avanzatissima (e ignorata) tecnica navale romana, ovvero le navi più grandi dell'Antichità, di cui nessuno storico fece mai menzione. Perché? Un primo interrogativo.
Per secoli si costruirono storie sul tesoro nascosto nel lago, e il fatto che in molti riuscissero a “pescarvi” tracce delle ricchissime navi confermava le ipotesi. Con ganci venivano tirati su dal fondo frammenti di colonne, travi, tessere di mosaici, poi dispersi nei musei d'Europa. Che il bacino custodisse una ricchezza era chiaro, così nel 1928 si procedette ad un parziale prosciugamento. A dieci metri di profondità comparve la prima nave, lunga 71 metri, e dopo sei mesi la seconda. Questa toccava addirittura i 73 metri di lunghezza. Ricostruendole si scopre che queste imbarcazioni erano sì fatte per galleggiare, ma non per navigare. Deduzione logica, in un lago talmente piccolo. Una di loro, la più “piccola”, non ha neanche i remi, ed è tutta in metallo. Come potesse galleggiare è un mistero. Ma allora che funzione avevano le due navi? Si trattava di navi-tempio, palazzi galleggianti dedicati al culto di Diana, dea della Luna e dei boschi. E proprio perché lo sguardo della statua di Diana potesse guardare la luna piena, simbolo della Vita che ogni mese cambia e si rigenera, sulla prua della nave era stata costruita una piattaforma rotante. Del resto sulle rive del lago già in epoca protostorica era stato costruito un tempio dedicato alla Diana Nemorensis, il che farebbe del lago di Nemi un luogo adibito al culto di questa divinità. Cosa ci porta a Caligola, “frequentatore” abituale dell'Egitto? Il filo rosso del culto isiaco: sotto le ceneri di Pompei sono stati ritrovati resti di un edificio fluttuante dedicato al culto della dea egiziana Isis, altrimenti detta Artemide o, a Roma, Diana, un edificio simile alle navi rituali egizie che compivano sul Nilo il tragitto che simboleggiava il viaggio dell'Anima. Un parallelo culturale confermato anche dal ritrovamento nel lago di Nemi di un sistro, lo strumento musicale dell'estasi meravigliosa che si utilizzava nei riti isiaci.
Chi ha distrutto le navi e seppellito con esse il sogno di pace di un imperatore che, secondo la Siliato, era democratico e aperto all'intercultura? «Oggi Caio Cesare Germanico avrebbe saputo parlare con il nostro stesso linguaggio - sostiene l'archeologa aggirandosi intorno al modellino di una delle due navi romane che campeggia nel portico della sua dimora lanuvina -, fu l'unico imperatore romano sotto il cui regno non ci furono guerre. Le chiglie vennero spaccate a colpi d'ascia, facendo affondare le navi, ancora nuove, con i loro tesori». Perché? «Fu la grandezza di Roma a determinare la morte dell'imperatore - sostiene l'archeologa -, il Senato romano non era ancora pronto a concedere quello che la modernità di Caligola pretendeva. Abbiamo ritrovato anche monete che testimoniano la sua volontà di diminuire le tasse ai ceti più bassi. Tutte le sue innovazioni furono fatte passare per follie». Così, la damnatio memoriae si abbatté su di lui. Ben due volte: sistemate nel museo costruito appositamente per loro nel 1935, le navi vennero ridotte in cenere il 31 maggio del 1944, probabilmente ad opera delle truppe tedesche in ritirata dall'Italia. Rimangono i modelli, ricostruiti in base a disegni e foto in scala a un quinto del vero, esposti al Museo delle navi romane di Nemi. A testimoniare una lucida “follia” di cui oggi avremmo un gran bisogno: la pace globale.

Veronica Lario, in Berlusconi

L'Unità 9.4.05
La Scelta di Veronica
Lidia Ravera

Se Silvio Berlusconi voleva, da quel furbo comunicatore che è, guadagnare qualche punto in un momento di disfatta, usando il biondo candore di sua moglie, il suo delizioso buon senso, ha fatto “bingo”. Veronica Lario, trascinata dal marito nel maschio agone della baruffa politica, “non fatemi litigare con mia moglie sulla data del referendum che lei è dalla vostra parte”, ha rilasciato alla sua graziosa biografa Maria Latella, un'intervista da premio. Con sapienza ha intrecciato modestia, coraggio, intelligenza e umanità.
Il tutto senza nuocere al consorte cui la lega, evidentemente, un solido patto di non belligeranza (”La sua parabola conclusa? Forse, se fosse un politico tradizionale, ma non lo è”). Modestia: “Sul tema delle biotecnologie e della procreazione assistita dibattono da tempo personaggi ben più illuminati di me”. Coraggio: “Ho avuto un aborto terapeutico, molti anni fa. Al quinto mese di gravidanza ho saputo che il bambino che aspettavo era malformato e per i due mesi successivi ho cercato di capire che cosa potevo fare, che cosa fosse giusto fare”. Alla fine ha deciso di non farlo nascere quel bambino, dopo averlo avuto dentro di lei da sette mesi. Ha fatto bene, ma ci vuol un bel coraggio ad ammetterlo mentre ferve il dibattito sui diritti dell'embrione, sull'anima del feto e magari anche sulla psicologia dell'ovocito. Intelligenza: “Se da noi, in Italia, certe tecniche fossero proibite, si andrebbe all'estero e mi spaventa l'idea che altri Paesi, meno scrupolosi, potrebbero consentire qualsiasi cosa”. Inappuntabile: perché non immaginare che nascano, come sono nati quelli fiscali, un paio di paradisi eugenetici, dove una latitanza di regole consenta di soddisfare, lì sì, capricci consumisti da catalogo dell'onnipotenza, come i bimbi biondi su ordinazione o le maternità ottuagenarie? C'è sempre un accesso al “regno delle libertà” per i ceti privilegiati. È per quello che si legifera con tanta leggerezza? Perché sottoposti a restrizione sono sempre i senza-potere? Umanità: “Ancora oggi è doloroso condividere pubblicamente quell'esperienza, ma in un momento in cui tanti di noi si sentono immaturi, impreparati, rispetto alla conoscenza della legge 40… ecco, sapere come andavano le cose venti o trenta anni fa, quando la scienza non era così avanti come oggi, potrebbe essere utile”. Lo è, infatti, ed è esattamente quello che dobbiamo fare tutte noi, noi che quella legge la vorremmo abrogata: parlare con le altre donne, spiegare loro come era la situazione prima, com'è adesso, come potrebbe diventare, se noi riusciremo, per una volta, a far rispettare il nostro corpo e i nostri desideri, la nostra angoscia e i nostri diritti. Una donna ha diritto a non mettere al mondo un essere umano destinato a vivere una vita di sofferenza, se può farlo prima che prenda forma, la ferita sarà meno profonda, sia psicologicamente che fisicamente. Lo sa Veronica, lo sappiamo tutte. Per essere, come ha detto di sé, “una dilettante allo sbaraglio”, questa strana first lady, che il suo “first lord” cerca di tirare fuori dal cappello come tanti altri conigli magici (una moglie saggia e carina conquista più simpatie della promessa di diminuire le tasse e pesa meno sui bilanci dello Stato), se la cava piuttosto bene. Parla la lingua delle donne, quella che le donne maneggiano con più sicurezza, la lingua dell'esperienza. Non capisce, si rifiuta di capire, finché non ha riportato l'idea - la regola - la legge sul terreno domestico della vita vera, quella che si dipana fra piccoli orrori quotidiani e normali celesti aspirazioni… essere madre, essere amata, essere sana. Amare. Dare e ricevere. Riflettere e poi giudicare. “Come guarda alle biotecnologie?” chiede Maria Latella: “Con speranza”. È la risposta. E con speranza noi guardiamo a te, Veronica Lario Berlusconi, perché un referendum su temi che, ti cito, “riguardano la vita e la morte”, è una faccenda delicata. È giusto che siano i cittadini a decidere se abrogare, riformulare o accettare una legge che tocca così intimamente la loro carne, la loro emotività, la loro affettività. Nello stesso tempo non si può abbandonarli al freddo abbraccio della politica, con le sue trappole e le sue alleanze occulte, con le sue lobby e i suoi machiavellismi. C'è bisogno di parole più chiare, di un timbro più autentico, di un dialogo meno verticistico, più orizzontale. C'è bisogno di raccontarci le nostre paure e le nostre speranze… per esempio che si possa usare la scienza perché tutti si soffra di meno. C'è bisogno di una catena infinita di conversazioni fra donne, sincere e un po' impudiche come sono sempre state, fin dai tempi del “piccolo gruppo”, ai tempi della rivolta femminista. C'è bisogno di situarsi lontano dai comizi e dai proclami, dalla propaganda e dalle mistificazioni, per arrivare, serene e convinte, a dire il “Sì” che cancellerà i quattro punti più brutti di questa brutta legge. E allora, anche se il referendum dovesse essere, per una spiritosaggine estrema del “sindacato degli embrioni”, spostato nel giorno di ferragosto, non saremo certo noi ad andare al mare invece di andare a votare. Non noi di sinistra, ma nemmeno i radicali, e nemmeno gran parte dei cattolici, neanche se la gita gliela organizza il cardinal Ruini in persona. Non io. Ma neppure Veronica Lario.

depressione e farmaci
le pesanti responsabilità della Eli Lilly e della psichiatria americana

Nuovi Mondi Media
(quest'articolo è qui)
Morte, depressione e Prozac
Quante volte dietro le follie omicide di giovani disperati c'è la prescrizione di un antidepressivo? Certamente troppe
di Alexander Cockburn

Weise, il teenager che ha ucciso dieci ragazzi, compreso se stesso, a Red Lake, riserva indiana nel nord del Minnesota, si stava curando con il Prozac, che qualche dottore gli aveva prescritto. Come sarà stato il consulto? “Ecco Jeff, prendi queste, ti aiuteranno ad affrontare quei piccoli problemi della vita, tipo il fatto che tuo padre si è suicidato quando avevi 8 anni, o che quando ne avevi 10 tuo cugino è rimasto ucciso in uno scontro automobilistico, che ha lasciato tua madre con una paralisi parziale e danni al cervello. E diciamocelo, Jeff, molto probabilmente non riuscirai mai a uscire dalla riserva. Resterai qui per il resto della tua vita”.
L’inquadratura si ferma sul dottore, che tiene in mano una confezione di Prozac, come il simpatico amico in camice bianco e fascia con lo specchietto della pubblicità delle Lucky Strike negli anni ‘50, che diceva che una sigaretta era il modo migliore per curare la gola irritata.
Possiamo essere certi che nel momento in cui l’alto comando dell’Eli Lilly, produttore del Prozac, ha visto le notizie su Weise sia andato in crisi, ma che abbia iniziato a calmarsi quando si sono accorti che i titoli dei giornali davano più risalto ai siti web neo-nazisti frequentati dal ragazzo. Hitler batte sempre il Prozac, in particolare se si tratta di un giovane pellerossa che farnetica sulla purezza della razza.
Quante volte nel macello di queste follie omicide gli investigatori trovano una prescrizione di antidepressivi sulla scena del crimine? Luvox a Columbine, Prozac a Louisville, Kentucky, dove Joseph Wesbecker ha ucciso nove persone incluso se stesso. Si sono registrate moltissime storie come queste negli ultimi quindici anni.
Ma ora la linea di difesa della Lilly è abbastanza standardizzata: comunicati stampa di auto-giustificazione che parlano delle costose ricerche e dello screening rigoroso portati avanti dalla compagnia, coronati dall’imprimatur di quel difensore dell’interesse pubblico che è l’FDA. A questo, naturalmente, si aggiunge il conforto fasullo dei numeri; se la fabbrica di pillole della Lilly avesse un’insegna grande come McDonald’s potrebbe pubblicizzare il Prozac con lo slogan: “Billions Served”, “Serviamo milioni di persone”.
Ogni falla nel condotto di scolo rappresenta una nuova sfida per la forza vendita della Lilly, che nel corso degli anni ha avuto alcuni potenti sicari, come George Herbert Walker Bush (un tempo membro del consiglio di amministrazione); l’ex capo responsabile della Enron, Ken Lay (che era anche lui membro del consiglio); l’ex direttore dell’Ufficio di Gestione e Bilancio di Bush, Mitch Daniels (ex vice presidente anziano); un membro del Consiglio Consultivo per la Sicurezza Interna di Bush, Sidney Taurel (un capo responsabile della Lilly); l’Alleanza Nazionale per i Malati di Mente (uno dei beneficiari della fondazione della compagnia). All’inizio di quest’anno si è verificato un incidente che ha fatto scoppiare un allarme rosso, quando il British Medical Journal è tornato a far riferimento alla causa di Wesbecker contro la Lilly del 1994, ricordando al mondo che la compagnia era stata coinvolta in un furtivo gioco di gambe che comprendeva un pagamento sottobanco ai querelanti, nell’ambito di un accordo che è riuscito a non far arrivare alla corte del giudice John Potter la storia del caso regolatore dell’Oraflex, un prodotto della Lilly molto compromesso, che poteva mettere le supposte divulgazioni della compagnia in cattiva luce davanti all’FDA.
La Lilly ha accettato la sfida, riuscendo a convincere degli ingenui giornalisti che la storia in realtà riguardava solo un freelancer che scriveva per il British Mediacal Journal e non una compagnia farmaceutica potente con un grande budget pubblicitario. La stampa ha spostato diligentemente l’attenzione dai gravissimi tentativi da parte della Lilly di occultare le prove, sull’insipida questione se una prova fosse stata, negli anni, realmente presente negli archivi pubblici dal 1997, quando il giudice Potter cambiò il suo verdetto in “archiviato come composto con pregiudizio”, diversamente dalla vittoria che la Lilly aveva vantato.
Questo è il problema con il tempo, come Paul Krassner ha detto scherzando a proposito della sindrome di Waldheimer, quella che con l’età fa dimenticare di essere stati Nazisti. Ma non è mai troppo tardi per riesaminare le origini dell’Industria della Depressione alla fine degli anni ‘80 e la saga di tutto ciò che è successo da quando, a metà degli anni ‘70, tre ricercatori della Lilly hanno preparato una pozione da loro battezzata fluoxetine hydrochloride e più tardi conosciuta nel mondo come Prozac.
Lunghi anni di test rigorosi?
Quando Fred Gardner e io abbiamo indagato sulla vendita di depressione e Prozac a metà degli anni ‘90, abbiamo scoperto che gli esperimenti clinici escludevano pazienti con manie suicide, bambini e anziani, ma che, una volta che l’FDA aveva garantito l’approvazione, il farmaco poteva essere prescritto a chiunque. Secondo il dottor Peter Breggin, il famoso psichiatra che ha analizzato l’approvazione del Porzac dell’FDA, questa si basava in definitiva su tre studi, che indicavano che il fluoxetine allevia alcuni sintomi della depressione in modo più efficace di un placebo, ma senza tener conto di altri nove che non riscontravano alcun effetto positivo.
Solo 63 pazienti avevano fatto uso di fluoxetine (che fu marcato come Prozac solo a metà degli anni ‘70) per un periodo superiore ai due anni. Nel 1988 l’Istituto Nazionale di Salute Mentale non solo aveva dato l’approvazione del governo alla ricerca sulla depressione finanziata da società per azioni, ma aveva anche creato un meccanismo all’interno del quale denaro e personale del governo potevano essere utilizzati per stimolare la domanda di prodotti industriali.
Gli psichiatri - tra i quali c’è una “stirpe” che si toglie la vita con una percentuale doppia rispetto alla media nazionale, come dimostrato da uno studio pubblicato dal Journal of Clinical Psychiatry nel 1980 - hanno avuto un ruolo determinante nell’intera impresa. Il processo che lega la loro “stregoneria” all’utile delle aziende è di una vigorosa semplicità. Non appena il Prozac è uscito dai banchi di prova della Lilly e si è diretto verso la produzione di massa, gli psichiatri hanno iniziato a formulare una moltitudine di patologie immaginarie da sistemare nel Manuale Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali, il cui capo redattore nel 1980 era il dottor Robert Spitzer. Questi è un esperto pubblicitario specializzato nel coniare nuovi disturbi per l’America della fine del ventesimo secolo e nell’approvare trattamenti, cure, fondi statali per le pillole necessarie (nessuna dispendiosa terapia consultiva) e rimborsi da parte delle compagnie assicurative.
Quando indagini dettagliate hanno mostrato un possibile legame tra Prozac e atti di violenza, gli psichiatri stipendiati dalla Lilly si sono impegnati a spegnere le fiamme del dubbio. Nel 1991 il Comitato Consultivo sui Medicinali Psicofarmacologici dell’FDA si è riunito per decidere se il Prozac dovesse portare un’etichetta di avvertimento a proposito dei legami col suicidio. Cinque membri della giuria su dieci (di cui otto erano strizzacervelli) avevano interessi finanziari legati ai medicinali che la commissione stava esaminando, e tutti hanno votato contro la richiesta di un avvertimento, mentre i loro ovvi conflitti venivano debitamente epurati dall’inutile FDA. Altri psichiatri alle dipendenze di compagnie farmaceutiche hanno esortato in maniera sempre crescente l’applicazione del Prozac come rimedio all’angoscia sociale, arrivando fino a pianificare somministrazioni di prozac obbligatorie per i giovani.
Nel 2000, quando migliaia di contadini nello stato indiano dell’Andhra Pradesh si sono tolti la vita a causa delle politiche neoliberali che avevano distrutto i loro mezzi di sussistenza, il governo dello stato ha annunciato che avrebbe mandato una squadra di psichiatri per capire per quale motivo i contadini erano depressi. In conclusione queste persone sono state dichiarate mentalmente instabili.
Ma in India la credulità sulle cause della depressione non è a uno stadio così avanzato. Il piano ha provocato un’esplosione di ridicolo e nelle elezioni che sono seguite il governo dell’Andhra Pradesh, amato dai neoliberali occidentali, è stato debitamente battuto. Ma non si è avuta la stessa fortuna negli Stati Uniti, dove il governo è pagato dalle industrie farmaceutiche e le prescrizioni di antidepressivi da molto tempo hanno preso possesso dei programmi dei politici, che vorrebbero curare la depressione tramite azioni sociali collettive.
Come devono aver esultato alla Eli Lilly quando il Senato ha cancellato il Capitolo 7 delle leggi parlamentari sulla bancarotta, promuovendo la violenza familiare, e, con un tratto di penna, ha intensificato il crimine, aprendo un potenziale nuovo e vasto mercato per il Prozac e pozioni affini.

Traduzione di Federica Alessandri per Nuovi Mondi Media
Fonte: http://www.counterpunch.org/cockburn04022005.html

allievi di Mabuse? o di Mengele?

Italiasalute.it 9.4.05
UN PACE-MAKER NELLA TESTA BATTE LA DEPRESSIONE

Per l’Istituto Superiore di Sanità la depressione colpisce il 10% della popolazione italiana, mentre nel mondo l’OMS ci dice che sono 121 milioni le persone affette da questo disturbo. In termini di anni vissuti da ammalato (Years Lived with Disability o YLD) è la malattia numero uno al mondo e nella classifica delle malattie che più accorciano la vita viene al 4° posto. Il suo peso, però, è destinato ad aumentare: per il 2020 si stima che salirà al 2° posto considerando tutta la popolazione mondiale.
Presso l’Università di Toronto il prof. Andres Lozano, ha sperimentato con successo la stimolazione cerebrale profonda, un’operazione che ha dato buoni risultati nel trattare le patologie più gravi.
In Italia l’intervento non è ancora praticato. Ma cosa ne pensano gli specialisti italiani? Ottimista il dr. Pantaleo Romanelli, Consulting Professor presso la Stanford University.” La stimolazione cerebrale profonda è un approccio altamente innovativo nella cura della depressione farmaco-resistente. L' impianto di elettrodi in specifiche regioni cerebrali ha già dimostrato una notevole efficacia in malattie come il morbo di Parkinson. Peraltro esiste una solida evidenza sperimentale che la stimolazione cerebrale possa avere un ruolo importante nella cura di disturbi psichiatrici in pazienti attentamente selezionati.”
Per il prof. Galzio, dell’Università dell’Aquila, “La Deep Brain Stimulation è una metodica neurochirurgica che prevede l'inserimento di elettrodi, attraverso dei piccoli fori di trapano praticati sul cranio, in specifici nuclei situati nella profondità del cervello. Trattasi di una tecnica utilizzata da molti anni, basata essenzialmente su studi elettrofisiologici, effettuati prima e durante l'intervento chirurgico, di comprovata efficacia nel trattamento di alcuni sintomi neurologici, come i disturbi del movimento (morbo di Parkinson, epilessia non controllabile farmacologicamente, dolore e disturbi mentali ). In particolare la tecnica descritta da Lozano appare promettente, ma richiede una verifica approfondita in un numero più ampio di malati. Questa tecnica è pur sempre una tecnica cruenta, ma è positivo il fatto che si tratta di un intervento in cui, in caso di insuccesso o effetti collaterali, l'effetto del trattamento stesso è reso reversibile dalla possibilità di interrompere la stimolazione elettrica dei nuclei cerebrali (ottenuta tramite inserimento di una pila in regione sottocutanea, come il caso dei Pace-Maker cardiaci).È da rilevare che esistono altri procedimenti chirurgici, come la stimolazione del nervo Vago, anch'essi promettenti nella cura dei sintomi da depressione maggiore.”
Un altro ottimista è il responsabile del Centro per lo Studio del Dolore, il dr. Piero Cisotto: “La Deep Brain Stimulation o Stimolazione Cerebrale Profonda è una metodica consolidata fin dagli anni '90 per il trattamento dei disturbi del movimento. In alcuni Centri del Nord Europa è attualmente dotata con ottimi risultati per il trattamento di gravi forme di disordine psichiatrico come gli stati ossessivo-compulsivi e gli stati depressivi. Il concetto alla base di tale terapia è il fatto che si sostituisce il trattamento neurolesivo quindi irreversibile con la neurostimolazione metodica reversibile. Sono stato molto favorevolmente impressionato dai risultati visti presso il Centro di Lovanio e quello di Stoccolma: Mi risulta che due impianti siano stati effettuati presso l' Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano ma che questo ha scatenato vivaci polemiche da parte di vari psichiatri con impostazione "basagliana".E' un dato di fatto che ogni giorno sulla stampa quotidiana sentiamo episodi di estrema disperazione da parte questi malati di fatto molto spesso lasciati a se stessi."
Contrario invece il prof. Di Lorenzo dell’ Università di Firenze, che ritiene l’intervento incorretto e addirittura da vietare.

Italiasalute.it 9.4.05
UNA CARICA ELETTRICA CONTRO LA DEPRESSIONE

Ci sono forme di depressione così acute, che riguardano fino al 20% dei pazienti in cura, che neanche la farmacologia più avanzata, spesso associata alla psicoterapia sono in grado di risolvere. Per questi malati si deve necessariamente ricorrere alla terapia elettroconvulsiva (meglio nota come elettroshock) che comunque può non rivelarsi di successo su alcuni pazienti. E’ proprio per questi ultimi che è stata recentemente sperimentata in Canada una nuova tecnica, rivelatasi efficace in quattro casi su sei. “ Si tratta della deep brain stimulation – stimolazione cerebrale profonda – dichiara il professor Andres Lozano, docente di neurochirurgia dell’Università di Toronto che ha realizzato l’intervento sui sei pazienti – una tecnica assai affidabile per precisione, che viene eseguita in anestesia locale. Circoscriviamo le aree sulle quali agire attraverso una tomografia, a seguito della quale pratichiamo due fori su ambo i lati del cranio dove posizioniamo dei fili di ferro (del diametro di uno spaghetto) alle cui estremità si trovano degli elettrodi. I fili vengono poi fatti passare sottocute dietro l’orecchio e fatti scendere lungo il collo. A questo punto viene praticata un’ulteriore incisione nell’area della clavicola dove si posiziona la batteria che alimenta i due elettrodi. La stimolazione che ne deriva e che permane 24 ore su 24 varia di intensità a seconda dei casi. L’automomia della carica è di cinque anni. Abbiamo sperimentatato, continua Lozano, che se si interrompe la terapia, la depressione ricompare nel giro di due settimane. I pazienti sui quali l’esperimento è riuscito hanno beneficiato di grossi miglioramenti, riscoprendo la voglia di uscire, di praticare sport, insomma di vivere, ma stiamo veramente agli inizi. Nuovi studi sul metodo ci attendo nei prossimi anni”.