venerdì 19 novembre 2004

sinistra, la questione della nonviolenza
Liberazione: intervista a Krippendorff

Liberazione 19.11.04
Intervista al politologo tedesco Ekkehart Krippendorff
Oltre Macchiavelli
Ripensare la politica
di Antonella Marrone

Ekkehart Krippendorff, politologo tedesco, ha pubblicato in Italia, nel 2003, L'arte di non essere governati (Fazi Editore) e quest'anno, sempre per la stessa casa editrice, Critica della politica estera, atto di accusa alle strategie di dominio che guidano la politica estera degli Stati e che regolano le relazioni internazionali in una visione del mondo insensata e distorta. Con alcuni capitoli molto belli dedicati al linguaggio della politica estera, alla guerra del Kosovo («Erano state veramente prese in esame tutte le vie pacifiche? La risposta è sì: tutte le vie note ad una classe politica allenata a pensare per categorie di potere e di violenza. Questi sono i ristretti mezzi e metodi dei manager del potere...») e per chi non le avesse già lette, le "Dieci tesi per una prospettiva di sinistra". Al centro del dibattito a sinistra Krippendorf pone una questione che trova la sua perfetta sintesi nella frase di Immanuel Kant, «La vera politica non può fare nessun passo se prima non ha reso omaggio alla morale».
Prof. Krippendorff, morale, democrazia, società. Secondo lei la sinistra deve "ritrovare" un'ideologia, o meglio, deve ridisegnare una visione del mondo rendendo omaggio alla morale?
Il termine ideologia non mi piace, ma la politica va ripensata eccome. Oggi è rimasta un gioco di potere che non ha niente a che fare con la democrazia. "Acquisto del potere, mantenimento del potere, perdita del potere", questo è Machiavelli, questa è la sola idea di politica che governa gli Stati. La sinistra si è accodata. Ma deve riflettere su questo punto: il potere, da solo, non è democratico, non è sinonimo di democrazia. La politica era autonomia e autogestione della polis, autogoverno. Che cosa siamo oggi se non semplici spettatori della cosa pubblica, del teatro della cosa pubblica. La società civile si trova di fronte ad uno spettacolo: commenta, critica, ma in sostanza resta spettatrice, non è attiva nella partecipazione democratica. Questo è riduzionismo della politica, è lasciare che il concetto di Machiavelli resti l'idea egemonica della politica
Lei ha scritto che la sinistra non è uno scopo, ma un metodo...
La democrazia è un metodo, il metodo della persuasione, della discussione, il diritto delle minoranze. Lo Stato Costituzionale è metodo. A poche settimane dalla "catastrofe" americana possiamo analizzare che il metodo usato nella campagna elettorale, le norme che l'hanno guidata, sono norme che prefigurano un metodo antidemocratico che usa contro l'opposizione il vilipendio, la violenza verbale, la discriminazione. È un indicatore fondamentale delle intenzioni dei protagonisti politici una volta arrivati al potere. Se queste sono le norme che seguiranno, non faranno che una politica di questo tipo, usando la bugia come metodo di comando. Un metodo pulito, invece, è garanzia di politica pulita. Se accettiamo l'idea che politica vuol dire sporcarsi le mani, siamo già perdenti. Certo, so che certi compromessi possono essere fatti, non mi sento come l'Idiota di Dostoevskji. Ma riuscire ad ogni costo vuol dire perdere l'anima. La sinistra originariamente doveva riorganizzare il potere e non limitarsi a gestire quello che c'era. In sintesi: avrebbe dovuto gestire lo Stato in maniera diversa. Ora vuole dirigerlo così com'è.
Pensa che la nonviolenza possa essere uno dei tratti del metodo di cui parla?
La nonviolenza è esattamente l'altro metodo. È la politica come persuasione e dialogo, la politica che non fa ricorso alle armi e alla violenza. La democrazia ha bisogno di tempo, in democrazia bisogna dare tempo agli altri, discutere, ascoltare. Pensare alla forza come strumento di soluzione dei conflitti è una riduzione della complessità del sociale. In altre parole è una soluzione "facile" e per questo, capisco, molto seducente. Quando sembra che non ci sia più nulla da fare si mandano le truppe, si occupa ed è tutto sotto controllo. Molti analisti politici, abbiamo visto, sono del tutto soggiogati da questa semplicità di pensiero.
Lei ha anche scritto: «Essere di sinistra consiste nel piacere intellettuale di avere sempre ragione». A parte il fatto che il politico di professione avrebbe molto da obiettare in proposito, si sente comunque un vuoto di pensiero a sinistra. Forse il piacere di avere sempre ragione non è attuale o non è abbastanza gratificante.
Gli intellettuali a sinistra devono sentirsi obbligati a prendere posizione, non si può restare a guardare o ad accettare le soluzioni più facili. Devono proporre soluzioni non violente e politiche. L'impegno è etico, è neccessario tornare ad essere idealisti, riscoprire valori morali. Guardi in Italia. Dov'è la sinistra italiana? Berlusconi ha distrutto l'entusiasmo della sinistra, ha costretto tutti a diventare più cinici, e dunque inaffidabili. Si tratta di puro tatticismo e il problema è che nessuno sa più che cosa c'è dietro, quali idee e quali valori.

sinistra: il problema del pensiero religioso
Liberazione: intervista a Massimo Cacciari

Liberazione, 19.11.04
FEDE E RAGIONE DELL'OCCIDENTE
Intervista al filosofo Massimo Cacciari
di Tonino Bucci

Non esiste altra coppia più evocativa e carica di allusioni nel pensiero occidentale della relazione tra fede e ragione. Attorno ai due termini siè non solo sedimentato un vero e proprio patrimonio filosofico, ma anche una storia di connessioni e conflitti filtrati attraverso le varie epoche. Se si volesse dare un'immagine figurativa di queste due protagoniste della tradizione occidentale si potrebbe ricorrere alla descrizione che ne forniva Hegel nella "Fenomenologia dello spirito" a proposito dello scontro epocale tra illuminismo e religione, come di due acerrimi nemici intenti a combattersi ma destinati, non appena uno fra i due soccomba, a riprodurre le ragioni dell'altro al proprio interno. Nemici, quindi, ma accomunati da un medesimo destino. Cosa ne è oggi della fede, come si rapporti alle forme di conoscenza razionali e, più in particolare, alla sfera del politico, è il tema conduttore della decima edizione di Umbrialibri - iniziata l'altro ieri a Perugia sotto il titolo "In nome della fede". Nell'elenco delle presenze figura anche quella del filosofo Massimo Cacciari, impegnato oggi in un confronto con il matematico Giorgio lsrael sul tema della speranza.
Nella teologia della tradizione cristiana la fede ha sempre manutenuto una distinzione dalla razionalità ma si è presentata pur sempre come una forma di conoscenza (quand'anche non discorsiva) o, al limite, come una scelta etica. Non crede che oggi, invece, prevalga nel senso comune, una concezione relativistica della fede, vissuta per lo più come adesione personale, privata, a valori tra loro indifferenti?
«E' difficile fare una storia lineare della fede, c'è un insieme di idee attorno a questo termine che si confondono e s'intrecciano. Fin dai primi secoli della diffusione del cristianesimo si confrontano una concezione della fede come semplice e pura follia per la ragione, davvero antagonistica rispetto a ogni modello discorsivo, e un'idea della fede come archetipo e fondamento del discorso. Una cosa è Tertulliano, altra cosa è Clemente, per intenderci. C'è una continua oscillazione, un continuo confronto, tra concezioni diverse lungo tutta la storia della cristianità. Certo, nei momenti più alti della teologia cristiana, sia in epoca patristica sia in epoca scolastica, noi abbiamo un'idea della fede che tenta in tutti modi di coniugarla con la ragione: "fides et ratio", e non "aut fides aut ratio"».
In che modo?
Intanto, dal punto di vista propedeutico, nel concepire la fede non come qualcosa che contrasta la ragione, ma come un'istanza meta-razionale. Questa è la spiegazione più semplice del rapporto che ci può essere. E' il grande modello dantesco, per citare il momento più alto e, tutto sommato, più completo sia dal punto di vista figurale e artistico, sia da quello teologico. La ragione è assolutamente indispensabile per accompagnarti fino alla perfezione della città dell'uomo, alla conclusione del Purgatorio. Ma per il tratto successivo essere accompagnato da virtù che non puoi darti da solo, che non possono essere il prodotto di una tua formazione, di una tua educazione. La fede è, quindi, un dono, non può essere il semplice prodotto della volontà o dello sforzo conoscitivo o della capacità d'indagine, di interrogazione, di conoscenza. Eppure, tra i due aspettivi è continuità, come si vede chiaramente in Dante. Vi è una netta distinzione e nello stesso tempo un'altrettanto profonda
continuità
Perché?
Qui tocchiamo uno degli aspetti più significativi dell'idea di fede nella cristianità. Questa fede, che è sempre - ripeto - considerata come «grazia» e come «dono», come una virtù "soprannaturale" che noi non possiamo darci ma che ci viene donata, questa fede lungi dall'esaurirsi in un atto di semplice sottomissione ed obbedienza, è il mezzo indispensabile per cercare di comprendere lo stesso divino. È una fede che indaga, che interroga, intrinsecamente inquieta. Non è fede uguale sottomissione, fede uguale obbedienza, fede uguale ossequio formale a una legge. È una fede che indaga, una fede che in ogni momento - come si dice nel Vangelo di Marco - prega per essere liberata dalla sua stessa incredulità. Questo è il tratto più caratteristico della fides cristiana. E, certo, è anche il tratto, insieme, che maggiormente la distingue dall'idea di fede che possiamo avere nell'Islam o nell'ebraismo ortodosso. Se la fede cristiana non si fosse elaborata in questo modo, come avrebbe potuto l'Europa cristiana dar vita ai suoi sviluppi artistici, filosofici, tecnici, scientifici?
Dovremmo quindi affermareche lo spirito inquieto dell'Occidente e i suoi prodotti più marcati come l'Illuminismo non va letto in antitesi con la tradizione cristiana ma all'interno di una storia comune?
Leggere la storia europea secondo la partizione Illuminismo/fede sarebbe un atteggiamento completamente laicistico e massonico...
Del resto questa inquietudine verso la ricerca è presente anche nei momenti più significativi dello stesso pensiero teologico, in Tommaso d'Aquino e, più ancora, in Duns Scoto e Occam. E' così?
Nella scuola francescana domina maggiormente l'aspetto pratico della fede. La fede appare sia in Duns Scoto sia in Occam come una dimensione completamente separata dal sapere. La fede è ciò che ti salva, ha questa funzione pratica, è una virtù pratica - è chiarissimo nella scuola francescana. Qui sta la grande differenza con l'impostazione domenicana e tomista.
Non c'è oggi una difficoltà delle Chiese tradizionali a tenere sotto controllo il territorio della fede, delle credenze religiose personali, sempre più lontane dal corpo organizzato della teologia?
È un'osservazione giusta. Se possiamo stabilire una cronologia nell'idea di fede, non c'è dubbio che nel corso dell'800 e del '900, di fronte a un processo di razionalizzazione, di secolarizzazione, sempre più la fede tende a ridursi a una dimensione sentimentale e privata. Questa dimensione privatistica della fede contrasta con tutte le scuole che abbiamo prima schematizzato, cioè con una visione forte della fede. Tutte le concezioni,sia quella francescana sia quella domenicana, sia quella tertullianea o quella di Clemente, di Agostino e di Tommaso, tutte sono accomunate dal fatto che la fede è assolutamente determinante nella struttura della nostra anima ed è una grande virtù comune, ha una dimensione pubblica, ecclesiale. Nel mondo moderno e contemporaneo la fede tende a ridursi a una dimensione privata. Qui davvero c'è uno sconvolgimento totale rispetto alla concezione cristiana e, a maggior ragione, rispetto a quella islamica e, in generale, a tutte le concezioni abramitiche della fede.
Nel senso comune prevale l'opinione secondo la quale il razionalismo favorirebbe la filosofia mentre l'irrazionalismo aumenterebbe il dominio delle religioni. Ma la crisi dei fondamenti e della razionalità non tocca anche le Chiese alle prese con questa difficoltà di rapportarsi a una sfera della religiosità sempre più frammentata e privatistica?
Certo. E' come un'abdicazionea pensare fides et ratio - che non è detto si debba pensare nei termini in cui la pensa Woytila. E un'abdicazione a quella impostazione forte, è la riduzione della fede a fatto sentimentale e della religione a fatto del cuore. Questa tendenza si afferma nel tardo Romanticismo e, secondo me, diviene dominante nel senso comune contemporaneo.
Veniamo al rapporto tra fede e politica. Per quanto riguarda l'italia l'appartenenza dei cattolici a una medesima area politica non è più un fatto scontato. In taluni casi, il rapporto tra queste due dimensioni si riduce a interpretare la fede come un repertorio di massime prescrittive delle azioni individuali. Esiste, però, anche una funzione di supplenza della fede nei riguardi di una politica sempre più tecnica, aniministrazione, calcolo economico e sempre meno attenta ai valori, ai fini, alle domande di senso ultimo del mondo?
Bisognerebbe distinguere epoche e ambiti. È chiaro che il rapporto tra fede e politica si dà per la cristianità in tutt'altro modo che per il giudaismo e, ancora di più, per l'islam. Fede e politica si legano nel giudaismo a partire dalla questione del messianesimo che nulla ha a che vedere con quello cristiano. Nell'Islam il rapporto è pressoché necessario - e questo è un altro dei grandi problemi nella relazione tra noi e il mondo islamico che non può essere affrontato solo a livello pragmatico-politico. L'islam perde davvero un aspetto essenziale della sua natura se non si vede un rapporto tra fede e politica in senso strutturale e necessario. Per quanto riguarda il tema di questo rapporto in generale la mia posizione, più volte espressa, è questa: un rapporto si dà e si può dare nell'ambito della cristianità soltanto in termini agostiniani, per quanto ripensati e reinterpretati. La fede esiste e manifesta tutta la sua energia come riserva escatologica permanente nei confronti di ogni sistema e regime politico. Non entra a far parte di quel sistema e di quel regime, ma ne rappresenta una immanente, costante critica, nel senso letterale del termine. È questo il rapporto tra fede e politica, qualunque altro tipo di rapporto snatura il carattere della fede cristiana. Una fede che si traduca in legge viene completamente snaturata. Una fede che semplicemente sia supplenza rispetto a un vuoto di senso è un'altra versione di quella fede come sentimento o religione del cuore. No, la fede è una critica, anche conoscitivamente argomentata, ad ogni elemento di idolatria politica, ad ogni barlume da parte del politico di ergersi a sistema definitivo. Questa è l'unica concezione che io avverto come cristiana del rapporto tra fede e politica. Nella cristianità non ci può essere negligenza o indifferenza nei confronti del politico - qualsiasi tentativo di fare del cristianesimo una sorta di buddismo new age è semplicemente ridicolo. Il cristiano vive e commercia nella città dell'uomo, quindi il rapporto tra fede e politica ha da esserci. Come? Se il cristiano intende dettare leggi tradisce se stesso completamente. Se, all'opposto, la fede è semplicemente una donazione di senso che distoglie gli occhi dalle miserie della politica, siamo al sentimento,alla "pappa del cuore"; al buonismo. La fede invece è un'arma critica, capace anche di argomentare contro ogni elemento idolatrico possa apparire all'interno di un sistema politico. Questo è il vero rapporto tra fede e politica nell'Occidente europeo cristiano. Qui nasce un problema: se avvertiamo così la nostra tradizione non per questo ci siamo avvicinati di un passo all'islam. Anzi, ce ne siamo ancora più nettamente distaccati. Questa è la tragedia.

sinistra
un inedito di Marx sarà presentato questa sera

La Stampa, edizione di Savona 19.11.04
Novità editoriale dedicata al teorico del comunismo
Alla Biblioteca di Carcare un Karl Marx inedito

Un Karl Marx inedito presentato, in prima nazionale, a Carcare. Questa sera, alle 21, presso la Biblioteca civica Barrili, verrà, infatti, presentato il volume, edito da Lotta Comunista, che raccoglie le 81 voci redatte dal teorico politico e filosofo tedesco, insieme a Friederich Engels, per l'Enciclopedia Americana, dal 1857 al 1860.
Spiegano, gli organizzatori: «Si tratta di una testimonianza unica, per la prima volta pubblicata in italiano, in un'edizione critica del lavoro, appunto, svolto da Marx e Engels per l'Enciclopedia Americata. Le 81 voci, raccolte in un volume di 300 pagine, trattano quasi esclusivamente argomenti militari e quindi fungono da leva per una riflessione ed un dibattito sulla guerra, sulla differenza tra la guerra antica e quella moderna, e, in generale, sul concetto di guerra e su quello degli eserciti, oltre che sulla loro evoluzione. Un argomento, non è il caso di dirlo, più che mai attuale». E sicuramente l'occasione per conoscere un documento unico, almeno nella sua versione in italiano. Ancora gli organizzatori: «Si tratta di un evento culturale che, ovviamente, travalica qualsiasi significato od appartenenza politica per diventare una finestra critica sulla storia, sulla cultura e sulla concezione di esercito e guerra».

più di 30.000 schizofrenici in Lombardia, un terzo guarirà: con i farmaci
così dice Mencacci

Corriere della Sera 19.11.04
I medici del Fatebenefratelli: se ben curato, un terzo dei malati guarisce
«In Lombardia 30 mila schizofrenici»
Il sondaggio: ragazzi a rischio, le diagnosi tardive mettono in difficoltà le famiglie
di Antonella Cremonese

Schizofrenia, diagnosi che fa paura. In Lombardia si stima che ne soffrano tra 32mila e 48mila persone, con 1300 nuovi casi all’anno. Il dato è stato fornito ieri da Roberto Testa, direttore generale dell’ospedale Fatebenefratelli, e dal professor Claudio Mencacci, vicepresidente della società italiana di psichiatria e primario del dipartimento di salute mentale. Occasione, la presentazione di un sondaggio commissionato alla Burson-Marsteller: «La schizofrenia vista da vicino». A marzo sono state fatte 500 interviste telefoniche a persone dai 18 anni in su, 200 interviste a psichiatri, 61 interviste faccia a faccia con familiari di malati.
Che cosa emerge? Ha detto Mencacci: «Il 53% degli intervistati vede lo schizofrenico come pericoloso per sé e per gli altri (cosa non vera: il 33-34% della violenza nel mondo è da imputare alle sostanze d’abuso, e solo l’1-2% alle malattie mentali) e nello stesso tempo non conosce la malattia. Una malattia che spesso si sovrappone, nei suoi sintomi premonitori, alle crisi adolescenziali. Le famiglie non stanno all’erta, e spesso la diagnosi viene fatta in ritardo. Un grave danno, perché la schizofrenia, curata bene, può guarire in un terzo dei casi».
Anni fa, le terapie trasformavano i malati in zombies, li facevano ingrassare, li muravano nella malattia. «Ora non accade più, ci sono farmaci senza pesanti effetti collaterali», ha detto Mencacci.
E la richiesta dei malati? Non vogliono essere considerati diversi, il 25% di essi vuole avere relazioni affettive, il 90% vuole un lavoro stabile.
Lo slogan per il 5 dicembre, giornata mondiale della malattia mentale, è «Nessuno è diverso». E Mencacci ha concluso: «Noi diciamo di no a leggi speciali per la psichiatria».

sinistra
fin dove arriva (per adesso?) il manifesto

il manifesto, 19.11.04
A OGNI TEMPO I SUOI INTERPRETI
di Antonio Prete

Di recente su queste pagine, con punti divista diversi - penso, tra gli altri, agli interventi di Rossana Rossanda, Ida Dominijanni, Lea Melandri - s'è riflettuto su come interpretare, riconoscere e analizzare quell'universo di gesti e pensieri, sentimenti e scelte, pulsioni e desideri che un'idea astratta e amministrativa della politica relega nella regione del soggettivo, dell'impolitico, se non dell'irrazionale. Vorrei aggiungere qualche considerazione.
Politica e religione. La politica ha sì il compito di riconoscere e tutelare le culture religiose dei soggetti che rappresenta, ma non può identificarsi con esse. Per il semplice fatto che se la politica riguarda l'intera comunità, la cultura religiosa nella comunità si declina come un ampio ventaglio di tradizioni, orientamenti, pratiche. Le moderne democrazie prendono forma a partire dal riconoscimento della pluralità e libertà e intimità soggettiva delle religioni. Da qui discende che lo stesso richiamo ai cosiddetti «valori morali» non può essere declinato in modo univoco e deve ogni volta riferirsi ai soggetti che quei valori proclamano. Le democrazie sono imperfette non solo perché non interpretano nè rispettano i diritti di ciascuno riconosciuti come universali, ma anche perché pretendono di dare un significato univoco ai cosiddetti «valori morali» I fondamentalismi, sotto ogni cielo poggiano la loro violenta e cinica energia apparentemente sull'identificazione della politica con una tradizione religiosa, di fatto sull'uso strumentale di una credenza religiosa. Il riconoscimento della pluralità delle tradizioni e delle interpretazioni e delle credenze è analogo al riconoscimento della ricchezza di culture e costumi e linguaggi che definiscono una comunità: è questa vitale compresenza che impedisce di contrapporre una civiltà o una cultura o una religione a un'altra. Quando una parte della sinistra italiana, dopo le elezioni americane, si chiede come rappresentare e accogliere istanze e «valori» di quei ceti moderati spesso definiti genericamente di area cattolica, non dovrebbe trascurare il fatto che il cattolicesimo italiano ha allo stesso tempo zone ampie di conformismo, esteriorità, doppiezza ipocrita e zone di esperienza evangelica aperta, forme di osservanza superficiale e vuota e forme di intensità soggettiva da cui discende una relazione col mondo attiva, generosa, innovativa. E' a queste seconde esperienze che la sinistra deve innanzitutto guardare. Del resto spesso queste stesse esperienze hanno alimentato e alimentano la cultura di sinistra. Quanto alle altre zone - dove attecchiscono facilmente egoismi proprietari, paure del diverso, qualunquismo - si tratta di cogliere e interpretare il senso e le ragioni di questi riflessi, che non esprimono certo «valori». Lavoro difficile, che non può eludere la via del dialogo.
Quale cultura per la sinistra? La sinistra italiana ha dietro di sé alcuni decenni in cui soggetti, gruppi, movimenti hanno modificato non solo la nozione di politica ma anche il rapporto della politica con la cultura. Non è possibile ignorare l'immenso lavoro fatto da più parti per dare presenza a tutto ciò che l'astrazione propria della politica negava o marginalizzava o riteneva irrilevante o confinava nell'impolitico: il corpo, il desiderio, il vivente, le forme del sentire, la singolarità, la sofferenza, il sogno. Il pensiero delle donne ha dato apporti straordinari su questo terreno. La filosofia ha indagato sulle pieghe delle relazioni tra l'individuo e il mondo, descrivendo mappe di saperi e di poteri, definendo la natura del sentire individuale e delle istituzioni, interrogandosi sui fondamentidelle passioni, dell'agire, del pensare, sulle radici del desiderio e della mancanza. La letteratura, a sua volta, ha costruito universi di forme che hanno esplorato la coscienza, interrogato il limite, il confine, l'impensato, rianimato l'oblio, dato vita al perduto e figura all'impossibile. Non si può dire ci sia decadenza di pensiero, se si pensa alla ricchezza di apporti che la filosofia e la letteratura hanno dato in questi ultimi cmquant'anni. La crisi della politica non dipende dalla crisi del marxismo o di sistemi di pensiero che pretendevano di interpretare il mondo. Dipende forse dall'incapacità di leggere e interpretare e trasferire in scelte politiche il nuovo variegato e ricchissimo orizzonte di cultura (rapporto con la terra e l'ambiente, critica della globalizzazione, nuovo rapporto tra particolare e universale, nuova rappresentazione delle differenze e delle relazioni tra culture diverse). Uno sguardo davvero politico non è nostalgicamente rivolto a quel che s'è perduto con la fine delle ideologie e con la crisi del marxismo. È invece attento a preservare e interrogare l'immenso laboratorio di cultura plurale, multiforme, disomogeneo che un abito rassicurante ha preferito catalogare sotto la voce «cultura dei movimenti». Può accadere talvolta di sentire additare come causa della caduta della passione politica qualcuno dei sistemi di pensiero contemporanei, come il decostruzionismo, o le varie discendenze e i vari innesti della fenomenologia e dell'ermeneutica, o il cosiddetto «pensiero debole». È un falso arroccamento. Ogni epoca ha i suoi interpreti, i suoi saperi, le sue passioni. Se le passioni dei giovani hanno una natura e una tensione diverse da quelle della nostra giovinezza non per questo vanno guardate con sospetto.
Il nodo della guerra. Fintantoché ci sarà una ragione politica che distingue la guerra giusta dall'ingiusta, la guerra autorizzata da quella illegale, la guerra umanitaria da quella barbarica, la guerra che garantisce il rispetto dell'ordine internazionale da quella che porta disordine, si nasconde e si rende opaco, astratto e invisibile lo scopo di ogni guerra: che è trarre un interesse - per un gruppo o per un idea astratta o per una strategia economica - attraverso la distruzione sistematica e violenta di altri individui. Nella guerra la singolarità dell'individuo, il suo corpo, i suoi desideri, la sua storia, i suoi pensieri, i suoi legami, vengono opacizzati, sussunti nel numero, nella voce «nemico», nel sacrificio necessario. Il vivente è negato come vivente. Il corpo straziato tutt'al più è il passaggio rapido di un'immagine sugli schermi, seguito da altre veloci immagini. L'orrore giorno dopo giorno è addomesticato, fatto abitudine, anestetizzato. Per impedire questa anestesia del tragico, questa opacizzazione della singolarità vivente, la riflessione sulla guerra e il movimento contro la guerra hanno elaborato in questi anni una vera e propria cultura. Anche questa cultura, che cancella la guerra dal dizionario politico per riportarla nel dizionario degli affari, dello sterminio, della distruzione, è una cultura che appartiene alla sinistra. E che la politica deve assumere e interpretare.

Margherita Hack: ateismo e crocifissi

L'Unità 19.11.04
Tra pochi giorni la decisione della Consulta sulla legalità dei crocefissi nelle aule
La scienziata: «Personalmente non mi danno fastidio, ma in uno Stato laico non devono esserci»
«Il Vaticano ha un grande peso sul nostro orientamento. Ma non credo che l'esperienza francese sul velo islamico in classe sia tanto meglio: il credo deve restare un fatto privato»

L'astronoma sulla laicità dello Stato: "L'ora di religione? Piuttosto un'ora di storia delle religioni
HACK: "VIA IL CROCIFISSO DALLE SCUOLE"
di Edoardo Semmola

FIRENZE - Fra pochi giorni la Consulta si pronuncerà sulla legalità costituzionale del regio decreto che impone i crocefissi nelle aule scolastiche. La stessa Corte che due anni fa decise di togliere il crocefisso dalla propria sede in forza appunto del principio di laicità delle istituzioni. A chiamare in causa la Giustizia costituzionale e stato il Tar del Veneto, dopo che il padovano Massimo Albertin e sua moglie sollevarono il problema della laicità dei muri della classe frequentata dai loro figli. Il ricorso dei coniugi Albertin è partito dall'Uaar, la più importante associazione italiana che riunisce atei e agnostici per la laicità dello Stato. Proprio il tema della laicità dello Stato sarà al centro del VI congresso nazionaledell'associazione, che si terrà domani e domenica al Palazzo dei Congressi di Firenze. Ne parliamo con Margherita Hack, astronoma di fama internazionale, atea dichiarata, e membro del Comitato di presidenza dell'Uaar.
Margherita Hack, viviamo in un Paese a basso tasso di laicità? Essere atei è un fattore di discriminazione?
«Il principio di laicità della cosa pubblica esiste, anche se spesso non viene rispettato. Basta pensare ai tanti crocefissi appesi ai muri delle scuole o nei tribunali. A me non danno fastidio, ma in un Paese realmente laico non dovrebbero esserci. Detto questo, comunque, ancora esiste la libertà di essere atei. Non credo comunque che l'ateo venga discriminato: a me non è mai capitato».
Ma c'è chi vorrebbe mettere la marcia indietro al processo di laicizzazione del Paese...
«Ci sono degli esempi gravi, come la legge sulla fecondazione assistita che è liberticida e antiscientifica, una legge medievale. Con questo non parlerei di un vero e proprio attacco diretto agli atei, anche se da questo Governo c'è da aspettarsi di tutto».
Si parla di libertà di religione ma mai di libertà di non-religione. Non pensa che tutte le concezioni del mondo, fideistiche o meno, dovrebbero essere alla pari?
«Purtroppo sento crescere pericolosamente un sentimento anti islamico che considero una forma di razzismo inaccettabile. Certo, ritengo che le religioni siano un bisogno di molta gente che rifiuta la morte come fine di tutto, quindi le considero un segno di infantilismo e debolezza. Ma il rispetto reciproco è fondamentale: e anche l'ateismo dovrebbe essere considerato alla pari delle altre concezioni del mondo».
Ma l'Italia ospita in seno alla sua Capitale la sede della massima potenza confessionale occidentale...
«La presenza del Vaticano sul nostro territorio è certamente pesante, riduce il tasso di laicità del nostro Stato. Ma non è detto che altrove stiano meglio: la legge francese sulla laicità, per esempio, ha avuto un effetto controproducente che è quello di elevare a "eroine" le ragazze islamiche desiderose di portare il velo. Credo che ognuno debba avere la libertà di vestirsi come vuole, come molte ragazze che vogliono portare vestiti che scoprono la pancia e l'ombelico, il ragionamento è lo stesso, è un fattore di libertà».
Cosa deve fare lo Stato per garantire la libertà?
«Lo Stato deve essere laico e questo si traduce in neutralità nei confronti delle fedi. Poi, all'interno di questo discorso, le chiese possono fare privatamente tutte le scuole che vogliono, e i loro catechismi».
Lei è una scienziata.Vede nella Chiesa un pericolo per il progresso scientifico?
«La Chiesa cattolica è stata a lungo un pericolo per le scienze. Non per tutte le scienze, come per esempio l'astronomia. Ma sicuramente lo è per quelle scienze che toccano la vita, e penso ancora alla legge sulla fecondazione assistita che è frutto del fondamentalismo di molti deputati e della forte ingerenza della Chiesa».
E oltre la scienza, nella vita di tutti i giorni?
«Per quanto riguarda la regolamentazione della vita civile, beh, se fosse per la Chiesa la situazione sarebbe problematica,ma l'opinione pubblica ha accettato e superato questioni come il divorzio e l'aborto, è maturata. Segno che la Chiesa ha perso molto del suo potere di un tempo»
Di potere ne ha ancora molto, l'ora di religione nelle scuole pubbliche ne è un segno. Adesso anche i musulmani ne vorrebbero una...
«Ritengo che l'ora di religione vada abolita, casomai sarebbe opportuna un'ora di storia delle religioni. Cosa succederebbe se, dopo gli islamici, anche gli ebrei, i protestanti, e poi tutti gli altri chiedessero un'ora di religione? Dovremmo prevedere anche un'ora di ateismo, di pensiero laico, razionalista?»
Di fronte alla proposta di un'ora di Corano i vescovi italiani si sono dichiarati «dubbiosi».
«È grave che i vescovi mettano bocca in queste cose. Certo, si ingeriscono dappertutto, pensiamo al fatto che gli insegnanti di religione nelle scuole pubbliche sono fuori quota, pagati dallo Stato ma scelti dai vescovi... Questa cosa mi ha sempre scandalizzata molto».
Cosa pensa dell'entanasia?
«Sono a favore. La vita è nostra e spetta a noi decidere quando non se ne può pìu».
E perché è entrata nel Comitato di presidenza dell'Uaar?
«Sono atea e condivido le idee dell'associazione: la religione è e deve essere un fatto privato».

un primato britannico
aumentano le prescrizioni di antidepressivi ai bambini

Ansa.it 18/11/2004 - 18:36
Gb: aumentano gli antidepressivi tra i più giovani
Tra le sostanze incriminate la ritalina

(ANSA) - LONDRA, 18 Nov - La Gran Bretagna detiene il primato di paese con il più elevato aumento delle prescrizioni ai bambini di farmaci antidepressivi. È il risultato comparato tra una decina di paesi, europei e non, dove maggiore è il consumo di tali sostanze psicotrope tra i minori di 18 anni. All'ultimo posto tra i paesi presi in esame c'è la Germania con un aumento di "appena" il 13%. Tra le sostanze incriminate, la ritalina, prescritta ai bambini iperattivi o con scarsa capacita' di attenzione.

sinistra
una Fondazione?

La Stampa 19 Novembre 2004
NUOVO PROGETTO DI BERTINOTTI ALTERNATIVO ALLA FEDERAZIONE DI DILIBERTO CON STRADA, FOLENA, MUSSI, ZANOTELLI
E ora anche la sinistra radicale vuole la sua Fondazione
di Fabio Martini

ROMA. NELL’IMMAGINARIO della sinistra italiana le Fondazioni sono sempre state oggetti polverosi. Roba da socialdemocratici tedeschi, con la loro misteriosa “Ebert”. Ma il tempo cambia anche i più coriacei e così - dopo la dalemiana “Italiani Europei” - anche all’estrema sinistra è spuntata la tentazione di creare un laboratorio culturale, un centro-studi, un luogo nel quale possano misurarsi Fausto Bertinotti e Alex Zanotelli, riviste della galassia cattolica e di quella movimentista, outsider come Gino Strada e Rossana Rossanda, personaggi del Correntone Ds come Fabio Mussi e Pietro Folena. L’idea è quella di creare una vera e propria Fondazione della sinistra radicale. Il primo mattone per quel partito della Sinistra alternativa che a parole tutti vogliono ma che poi non si fa mai?
Presto per dirlo, anche perchè lo stesso progetto della Fondazione è ancora in costruzione. Da due mesi ci stanno lavorando - coperti da un inconsueto riserbo - una decina di personaggi di mondi così diversi che ancora non si è riusciti a trovare un accordo soddisfacente per tutti. Ma l’idea è questa: riunire in un’unica sala, a metà dicembre, personaggi che si conoscono ma non si mai incontrati tutti assieme e “lanciare” in quella occasione il progetto della Fondazione.
Il convegno è stato fissato per il 12 dicembre, ma potrebbe slittare al 9 gennaio perché l’ala movimentista, quella più politica e le riviste promotrici devono ancora affinare diversi dettagli. Del progetto è stato informato anche Romano Prodi, assicurandolo che l’operazione è «dentro la Gad» perché l’obiettivo è quello di dotare la sinistra dell’Alleanza di un robusto centro di elaborazione culturale.
Tutto nasce, una volta ancora, da Fausto Bertinotti, negli ultimi due anni il leader che ha provato più di altri di innovare a sinistra. La scorsa estate, in uno di quei documenti che leggono soltanto i dirigenti di partito (le Tesi per il Congresso che si terrà a Rimini in febbraio) al capitolo 14 il segretario di Rifondazione aveva scritto: «La sinistra alternativa si costruisce col fare, fuori da ogni tentazione di assemblaggio dei ceti politici, dei partiti che stanno a sinistra del Listone». Traduzione dal politichese: a Rifondazione non interessa la Federazione della sinistra proposta da Oliviero Diliberto, segretario del detestato Pdci. Ma alcune settimane fa, una sortita ambigua di Bertinotti («Più che cambiare noi come contenitore, potremmo confluire noi in un contenitore diverso») era stata interpretata come un invito alla sinistra Ds a lasciare la Quercia. Grande gelata sul progetto-Fondazione, poi Bertinotti ha precisato: «Una scissione sarebbe insensata, il contenitore al quale penso è un luogo organizzato entro il quale possano stare, forze politiche e movimenti», «un laboratorio unitario e plurale».
Ma poichè l’iniziativa nasce lungo l’asse Bertinotti-Correntone ds alle riunioni preliminari non sono stati invitati uomini del Pdci, i cui rapporti con Rifondazione restano pessimi. Da mesi del progetto stanno discutendo, tra gli altri, gli uomini più fidati di Bertinotti (Franco Giordano e Alfonso Gianni), don Tonio Dall’Olio, portavoce di Pax Christi; il direttore di “Aprile” Aldo Garzia, il verde arcobaleno Paolo Cento e il ds Pietro Folena, rappresentanti di diverse riviste. Tutti abbottonatissimi. La vera difficoltà è riuscire ad integrare i movimenti cattolici con la galassia politica. Alex Zanotelli, il personaggio più carismatico del pacifismo cattolico, ha confermato di voler «ascoltare», senza promuovere «iniziative politiche». Ma Alfonso Gianni, braccio destro di Bertinotti, resta ottimista: «Le difficoltà non mancano mai. Stiamo lavorando e, quando le avremo, daremo nostre notizie».

la mostra di Napoli
Michelagiolo Merisi
detto Il Caravaggio

ricevuto da Barbara Calvetta

Caravaggio. L’ultimo tempo 1606-1610

Dal 23 ottobre al 23 gennaio 2005
Museo di Capodimonte, Via Miano, 2.
Orari: martedì-domenica, 9-19.
Ingresso: intero €10, ridotto €5
Informazioni: tel. 081-2294478

A quasi vent’anni dalla grande rassegna su “Caravaggio e il suo tempo”, ospitata proprio nelle sale del Museo di Capodimonte nel maggio 1985, questa mostra intende ricostruire il percorso artistico dell’ultimo Caravaggio, presentando, per la prima volta insieme in Italia, oltre venti capolavori dei suoi ultimi anni di attività, tra i quali la celebre Flagellazione, per la cappella de Franchis in San Domenico Maggiore a Napoli, oggi al Museo di Capodimonte, la Crocifissione di Sant’Andrea del Museum of Art di Cleveland, la Salomè con la testa del Battista della National Gallery di Londra e, per la prima volta a Napoli dopo il recente restauro, l’opera Martirio di Sant’Orsola (Sant’Orsola confitta dal tiranno) dipinta per il principe Marcantonio Doria e ora di proprietà di Banca Intesa. (L.L.)

RIVOLUZIONO’ LA STORIA DELL’ARTE CREANDO UN NUOVO STILE, RICCO DI SUGGESTIONI, CON QUELLE LUCI IMPROVVISE CHE SEMBRANO USCIRE DAL NULLA DEL BUIO.

Bello, con gli occhi scuri e i capelli neri, veloce e sanguigno, passionale e imprevedibile. È questa l'impressione che si ha di Michelangelo Merisi, il divino Caravaggio, ammirando quel ritratto su carta che intorno al 1621, perciò dopo la sua morte, fece Ottavio Leoni; quello stesso ritratto che per anni ci siamo passati di mano in mano, riprodotto com'era sulle banconote da 100 mila lire. In quell'immagine gli occhi un po' gonfi, i baffi e la barba alla D'artagnan, il colletto bianco alto dietro il collo, danno l'idea perfetta della sua leggenda. Una leggenda raccontata nei suoi ultimi anni, dal 1606 al 1610, nella mostra che si è da poco inaugurata a Napoli.
Morto giovane, a soli 39 anni,osannato in vita, per lo più dimenticato tra Sette e Ottocento, diventato un mito negli ultimi venti anni, il Caravaggio trascorse buona parte del periodo preso in considerazione dalla mostra proprio a Napoli.
Sparì dalle scene mondane e artistiche di Roma dopo un delitto : il 28 maggio 1607, infatti, uccise Ranuccio Tomassoni sul campo della pallacorda : già le cronache dell'epoca indicavano le cause di questa morte in una disputa cui, forse suo malgrado, Caravaggio era stato coinvolto dal giovane Ranuccio, che pare fosse piuttosto impulsivo e svelto di spada,appartenente a una importante famiglia romana che aveva avuto un ruolo di primo piano nell'esercito pontificio e che aveva, in un fratello di Ranuccio, il "caporione" del quartiere di Campo Marzio. Per alcuni storici quella notte Caravaggio fuggì da Roma; per altri si nascose in città e nascosto rimase per tutta l'estate fino a che partì alla volta di Napoli, dove si fermò nove mesi. Se ne andò a Malta, Vi rimase un anno , ne fuggì dopo altri guai giudiziari, si spostò in Sicilia e infine, nell'ottobre del 1609, tornò nuovamente a Napoli. Vi rimase fino a luglio del 1610 quando si imbarcò con il sogno di tornare a Roma. In quegli anni realizzò tredici pale d'altare e oltre dieci tele. Tra queste, preludio alla sua stessa morte, un'opera sconvolgente, modernissima, il "Davide con la testa di Golia", tenuta per i capelli dal ragazzo, di un realismo sorprendente, che dà la sgradevole sensazione, a chi la guarda, di essere appena stata spiccata; ma non è certo questo il motivo per cui l'immagine colpisce, considerando anche il fatto che la storia dell'arte è piena dell'immagine del Davide e Golia o della Giuditta e Oloferne. Il motivo per cui colpisce tanto quel volto è un altro; ed è il fatto, sconcertante, che si tratti del volto del pittore stesso : che gli artisti inserissero ritratti di loro stessi o di contemporanei in scene storiche, bibliche o mitologiche, in quei secoli era pieno, basta pensare a un Perugino o un Raffaello: Ma qui il Caravaggio, il pittore che deborda dal Barocco e irrompe nella modernità, non si ritrae nei panni di un eroe, di un dio, di un vincente; ma, in un episodio biblico, nei panni del cattivo; il suo volto non è riflesso nella pelle di San Bartolomeo martirizzato, come fece del suo volto Michelangelo nella Cappella Sistina. Ma si ritrae con gli occhi vitrei, con la bocca aperta che lascia intravedere dei denti anneriti e distanti l'uno dall'altro e con la fronte segnata dal sangue. La sensazione che se ne trae è quella di trovarsi di fronte all'anima di Caravaggio, imprigionata nell'esilio dalla condanna per omicidio: Diversa e lontana, quest'immagine, da quella eseguita sedici anni prima, che ritrae un Caravaggio, allora ventiduenne, come un giovane Bacco: fresca immagine e molto più classica della prima, anche se il "Bachino malato" di questo dipinto è pallido e ha la pelle giallognola.
Nato probabilmente a Milano nel 1571, Michelangelo Merisi deve il soprannome con cui è diventato noto in tutto il mondo ed è diventato uno stile, al paese d'origine della famiglia del padre, Caravaggio appunto, che si trova a una quarantina di chilometri da Milano. Cresce dunque nella capitale lombarda; ma è Roma che raggiunse la sua piena maturità; Roma, la città della madre, Costanza Colonna, figlia di Marcantonio Colonna, dove si trasferì a ventuno anni, ormai orfano, nel maggio del 1592: Qui si forma, prende corpo ed esplode la potente forza innovativa del pittore : in quel chiari scuri, in quella luce che erompe improvvisa, sciabolando parte della scena, sottolineandola, mostrandola in tutta la sua drammatica verità. La verità di uomini e donne che, dietro e oltre la cornice biblica, mitologica, raccontano la loro storia di esseri umani, con un vissuto emotivo. Psicologico, sentimentale, quotidiano: Quegli uomini e quello donne che si possono vedere girando per la mostra di Napoli,anche se, in confronto, per esempio, a quella organizzata nel 1951 da Roberto Longhi che lanciò Caravaggio nell'empireo degli illustri "recuperi" del Novecento, questa è decisamente più piccola: Girando per le sale, sembra di entrare nelle scene di una Napoli che forse non c'è più, ma che forse a ben vedere è ancora lì, nei vicoli e tra palazzi fatiscenti; una Napoli - o una Malta, una Siracusa, una Messina, una Palermo - che Caravaggio osservava ogni giorno, in quegli anni tristi e bui cercava di illuminare con i lampi di luce improvvisi e accecanti della sua arte. Guardiamole quelle immagini : i piedi sporchi, callosi, le vesti lacere, le corde rotte, le prigioni. La povertà, i volti scavati, le espressioni che rivelano rabbia, ingordigia, amore, tristezza, angoscia. UMANITA'. Tantissima Umanità. In tutto una ventina di opere esposte al Capodimonte che affascinano e coinvolgono proprio per questa dimensione "familiare", per questa capacità, seduttiva, di entrare nella storia e nella vita di ognuno. Perché quell'espressione l'hanno vista o provata tutti, almeno una volta; e quel dolore tutti sanno cos'è. Anche se in pochi hanno saputo raccontarlo come ha fatto lui, quell'uomo con gli occhi scuri e i capelli neri, veloce e sanguigno, passionale e imprevedibile.

LA MOSTRA

Realizzata in collaborazione con la National Gallery di Londra, l'altro luogo espositivo in cui farà tappa, la mostra espone una ventina di capolavori del maestro lombardo, realizzati tra 1606 e 1610: quegli anni li trascorse in esilio tra napoli, Malta, siracusa, Messina e Palermo.

MUSEO CAPODIMONTE - Via Milano, 2 - fino al 23 gennaio 2005
- Orari dalle ore 9.30 alle 19,30, chiuso il lunedì
- Prezzo del biglietto 10 Euro con visita anche al Museo;
- 7.50 Euro con visita solo alla mostra
- In una sala viene proiettato il documentario di Mario Martone "Caravaggio. L'ultimo tempo 1606-1610" (durata 20 minuti)