mercoledì 6 ottobre 2004

alcolismo tra i giovani e gli adolescenti

Il Messaggero Martedì 5 Ottobre 2004
L’indagine dell’Osservatorio sugli alcolici tra gli under 25.
Ma negli altri paesi europei il livello di dipendenza è più alto che in Italia
Alcol e giovani, il 7% spesso beve fino a ubriacarsi
E quasi otto ragazzi su dieci confessano di consumarlo abitualmente. Gli eccessi durante il week end
di CARLA MASSI

ROMA - Prendiamo cento ragazzi tra i 15 e i 24 anni e versiamo del vino nei loro bicchieri. Solo poco meno di una ventina dicono «no grazie» e respingono l’offerta. Gli altri, soprattutto i giovanissimi, apprezzano e mandano giù. Poco importa quale sia l’etichetta della bottiglia. Importante è bere alcol. Per sette su cento è importante abusare di alcol. Una vecchia-nuova trasgressione che torna di moda. Sono proprio questi sette a confessare: ci ubriachiamo tre volte a settimana. Tante per chi si occupa di dipendenza giovanile, poche per chi paragona i nostri giovani a quelli del resto d’Europa. In Danimarca, per esempio, sono ben 36 su cento quelli che tornano a casa stravolti di alcol almeno tre notti ogni sette. Magra consolazione sapere, lo dicono i ricercatori dell’Osservatorio permanente su giovani e alcol che ha presentato il rapporto a Roma alla Fondazione Santa Lucia, che i ragazzi made in Italy «sono più responsabili dei loro coetanei inglesi, danesi o finlandesi».
I ragazzi, i più spericolati. Soprattutto nel week end. L’azzardo “pesante” con l’alcol inizia intorno ai 16-17 anni ma il picco, per quelli che si lasciano sedurre dal distorto fascino dell’ubriachezza, arriva intorno ai venti. Così viene disegnato l’identikit del giovane che, come gioco, eccede nelle dosi: è maschio, ha tra i 20 e i 25 anni, abita nel Nord Est ed è abituato a bere lontano dai pasti. Quindi, non in famiglia. Ma con gli amici, come prova di forza.
Novità: si parte con l’aperitivo. La maratona alcolica comincia con le patatine e le olive. Fra le bevande che hanno più successo tra i giovani, infatti, ci sono le cosiddette “bibite leggere” (alcolpop) e, a sorpresa, gli amari. Vecchi compagni di fine pasto di nonni e bisnonni. Vanno alla grande quelle bevande leggermente alcoliche, regolarmente vendute nei bar ai minorenni come fossero aranciate e gassose fra il 1998 e il 2002 il consumo è aumentato del 32,7%. Le ragazze preferiscono il vino, i ragazzi gli aperitivi e la birretta. «Fortunatamente in Italia esistono fattori culturali protettivi - commenta Enrico Tempesta, presidente del Comitato scientifico dell’Osservatorio permanente sui giovani e l’alcol -. Da noi i giovani e gli adolescenti ancora disapprovano e tendono ad escludere dal loro gruppo il coetaneo che eccede e si ubriaca»
All’incontro alla Fondazione Santa Lucia, organizzato insieme alle cattedre di Neurologia e Psichiatria dell’università di Roma Tor Vergata, anche Robert Cloninger, della Washington University dove, attraverso incroci di dati “identikit” e studi negli anni sono stati delineati due tipi di alcolismo: il primo caratterizzato dalla perdita di controllo nel bere e, generalmente, da un inizio tardivo, il secondo con avvio molto precoce, in età giovanile. Periodo in cui, alla ricerca compulsiva dell’alcol si associano comportamenti antisociali. «Questo giovane - spiega lo psicobiologo - è spinto dal desiderio di esplorare emozioni sempre nuove. Pensiamo alla velocità in auto, per esempio. Ha familiarità con la depressione e, la sua compulsività all’alcol inizia nei primi anni del liceo». Con segnali, gli psichiatri si rivolgono ai genitori, molto precisi: comportamenti contro il gruppo, “rivolta” in famiglia, passione smodata per la trasgressione.

ricerca americana sulla schizofrenia:
cercate di evitare di nascere d'estate...

Yahoo! Notizie Martedì 5 Ottobre 2004, 17:39
Schizofrenia: i nati In Giugno e Luglio sono a rischio per le forme più gravi

Baltimora, 5 ott. (Adnkronos Salute) - Destino ancora piu' crudele per i malati di schizofrenia nati nei mesi di giugno e luglio. Per loro sono in 'agguato' forme della malattia considerate maggiormente complesse e gravi. I mesi caldi, secondo i ricercatori della Johns Hopkins University di Baltimora, sono legati a forme di schizofrenia in cui si riscontra incapacita' a provare piacere, comportamenti fortemente anti-sociali e problemi di linguaggio. E per chi nasce d'estate la malattia progredisce piu' velocemente e diventa piu' grave ''rispetto a chi nasce d'inverno, che invece soffre di forme caratterizzate da allucinazioni o pensieri incoerenti e pessimisti'', spiegano sugli Archives of General Psychiatry. La scoperta dell'insolito legame e' arrivata dall'analisi incrociata su 1.600 pazienti provenienti da sei differenti nazioni dell'emisfero settentrionale. ''Forse la 'colpa' e' in un mix di fattori - continuano gli scienziati - tra cui le variazioni degli agenti infettivi legate alle stagioni, l'esposizione alla luce solare e alla vitamina D e il cambiamento nella dieta. In ogni caso - conclude il coordinatore della ricerca, Erik Messias - non e' stato individuato ancora alcun legame diretto tra le forme piu' gravi e le 'caratteristiche' stagionali dell'estate''. (Sch/Adnkronos Salute)

Francis Crick
i Qualia, gli "atomi" della coscienza...

La Stampa TuttoScienze 6.10.04
GLI STUDI DEL NOBEL FRANCIS CRICK PER SUPERARE IL DUALISMO TRA MENTE E CORPO
A caccia degli atomi della coscienza
SI CHIAMANO «QUALIA» E COSTITUISCONO LE ENTITA’ PRIVATE, LE ESPERIENZE SOGGETTIVE DELLA VITA CONSAPEVOLE.
DAL DNA AI SEGRETI DEL PENSIERO
IL CAMPO DI STUDIO PRESCELTO E’ STATO QUELLO DELLA VISTA NEI PRIMATI, CON UN SISTEMA NEURALE PROFONDAMENTE CONOSCIUTO.
I LAVORI SVOLTI CON IL BIOFISICO TEDESCO KOCH
di Silvio Ferraresi

IL nome di Francis Crick, scomparso lo scorso 28 luglio a 88 anni e già ricordato su «Tuttoscienze», rimarrà scolpito nella storia della scienza del Novecento per la scoperta, avvenuta nel 1953, della struttura a doppia elica del DNA, condivisa con James Watson, Maurice Wilkins e Rosalind Franklin. La scoperta fu il primo fondamentale tassello nella comprensione dei meccanismi dell'eredità e della vita. Di lì a dieci anni sarebbero stati chiariti i meccanismi essenziali che - in virtù del codice genetico - traducono in proteine le informazioni depositate nei geni, e senza ricorrere a leggi chimiche o fisiche esoteriche: quelle della chimica organica e della biochimica erano bastate. Il vitalismo era stato spazzato via forse per sempre.
Diventata la biologia molecolare una scienza matura e solida, nella seconda metà degli Anni Settanta Crick si dedicò "al più grande enigma che la scienza dovesse ancora risolvere", la natura fisica della coscienza. Se l'essenza della vita era stata spiegata a partire da elementi semplici come i nucleotidi, i geni e la sequenza delle proteine, allora per una mente indagatrice e rigorosamente sperimentale come la sua la natura della coscienza si poteva spiegare con le conoscenze molecolari, cellulari e anatomiche dell'organo dove si presume essa abbia sede, il cervello. Crick voleva ora smitizzare il dualismo mente-corpo, la coscienza intesa come entità a sé.
La sua seconda "folle caccia" coincise con il trasloco, avvenuto nel 1976, dall'Inghilterra agli Stati Uniti, al Salk Institute di San Diego, in California su invito dell'amico Leslie Orgel. Dagli antichi e austeri edifici in stile gotico di Cambridge, Crick si era ritrovato a lavorare in uno scenario architettettonico profondamente americano, con i suoi due edifici che definiscono nelle intenzioni del progettista un cortile aperto alle due estremità, che incorniciano oceano e terra, a simboleggiare la fine della vecchia frontiera e l'inizio di quella nuova.
Crick era un fisico di formazione, ma, com'era nella sua indole, non ebbe paura a varcare i confini tra discipline. Fu così che a un'età in cui molti uomini di scienza appendono le scarpe al chiodo egli si risedette sui banchi di scuola, come ricorda il neuroscienziato William Stryker, che a metà degli anni settanta se lo ritrovò a Cold Spring Harbor studente tra gli studenti a prendere appunti dalle sue lezioni.
La convinzione anche solo di affrontare scientificamente l'"arduo problema" della coscienza era in quegli anni perlomeno visionaria ed anticonformista, tant'è che ancora nel decennio successivo gli psicologi cognitivi, che pure per mestiere si occupano della mente, consideravano la coscienza un oggetto di studio non rispettabile, a differenza per esempio della percezione e della memoria.
Negli Anni Novanta la coscienza avrebbe acquisito sempre più dignità accademica, disponendo di proprie riviste, come il Journal of Consciousness Studies oppure Psyche, e vedendo nascere centri universitari dove essa è diventata oggetto di studio.
Crick sapeva sempre qual è la persona giusta con cui affrontare i problemi", diceva di lui il collega di Cambridge Horace Barlow. Se per la scoperta della doppia elica la persona giusta fu James Watson, per i correlati neurali della coscienza essa si incarnò in Christof Koch, giovane biofisico di origine tedesca.
Crick, di concerto con Koch, non intendeva derogare dal metodo così vincente nel caso dei geni, e dunque si mise alla ricerca degli elementi più semplici sia della coscienza sia della elaborazione neurale; delle unità minime da cui costruire dal basso verso l'alto l'intero edificio di una scienza della coscienza, nello spirito di un metodo riduzionista puro; e di un metodo materialista, per cui soltanto aprendo la "scatola nera" e studiando i neuroni e le loro interazioni si poteva acquisire - così egli riteneva - la conoscenza per creare modelli scientifici della coscienza.
La filosofia della mente contempla gli atomi della coscienza: si chiamano «qualia» (al singolare «quale»). Essi indicano le entità squisitamente private, le esperienze soggettive della nostra vita cosciente. La sensazione del rosso che noi proviamo durante la percezione di una mela rossa è per esempio un quale. Se Crick, o chi per lui, avesse stabilito la correlazione tra un quale e la parte minima del cervello che lo genera, si sarebbe identificata una prima base biologica della coscienza.
Di dettagli molecolari, cellulari e anatomici le neuroscienze ne mettevano a disposizione a montagne: dagli squitti di singoli neuroni alla illuminazione di intere aree cerebrali durante lo svolgimento di un compito cognitivo. Dove andare a cercare la coscienza? Innanzitutto Crick e Koch scelsero di delimitarla, escludendo a priori forme più complesse, di non occuparsi dell’emozione oppure della coscienza di sé, ma di limitarsi all'attività neurale che produce ciascun aspetto particolare di coscienza, come la percezione di un colore oppure di una forma specifici. La scelta cadde sul sistema visivo dei primati perché in esso "l'immagine interna del mondo esterno è molto precisa e vivace" ed è il sistema neurale che conosciamo meglio: dalla psicologia della visione giù fino alle molecole che trasformano i fotoni di luce in impulsi nervosi, passando per l'architettura delle oltre trenta aree cerebrali coinvolte nella percezione visiva.
Molti scienziati ritenevano che la coscienza fosse un fenomeno globale del cervello, mentre Crick riteneva che solo pochi neuroni ne fossero responsabili in un determinato istante; che fosse un fenomeno locale. E infatti buona parte dell'attività del cervello non è associata con i «qualia», come dimostrano esperimenti elettrofisiologici in cui una furiosa attività neurale non è accompagnata da sensazione cosciente.
Gli esperimenti indicano che l'attività neurale coincidente con un «quale» deve essere mantenuta quanto meno per diverse centinaia di millisecondi ed è di tipo tutto o nulla, cioè a dire che la percezione cosciente di un attributo percettivo la sperimentiamo oppure non la sperimentiamo. Nel sistema visivo per esempio, i neuroni di un'area visiva sottocorticale, il corpo genicolato laterale, oppure dell'area V1 nella corteccia visiva, l'attività di migliaia di questi neuroni non sembra contribuire al percetto del soggetto, a differenza dei neuroni di un'altra area della corteccia specializzata nella visione, l'area IT, oppure del lobo mediale temporale negli esseri umani, che scaricano solo quando lo stimolo viene visto coscientemente.
Questi dati sono solo un primo piccolo passo nella definizione scientifica della coscienza, ma la cosa importante - ha scritto John Horgan - "è che Crick aveva raggiunto un obiettivo in apparenza impossibile: aver trasformato la coscienza da mistero filosofico a problema empirico".

Scientific American
la voce e la sessualità

Le Scienze, edizione italiana dello Scientific American 05.10.2004
Una voce attraente
Esiste un rapporto fra la bellezza della voce e l'attività sessuale

Una ricerca suggerisce che il suono della voce di una persona può determinare il suo livello di attività sessuale. Gli uomini e le donne la cui voce viene considerata più attraente, hanno in effetti un numero maggiore di partner sessuali ed erano più giovani al momento del primo rapporto, rispetto a coloro le cui voci vengono considerate meno attraenti.
"Il suono della voce di un individuo - conferma Susan M. Hughes del Vassar College di Poughkeepsie , autrice dello studio - può rivelare informazioni importanti ai potenziali compagni".
Nello studio, 149 uomini e donne hanno ascoltato voci registrate di individui anonimi, e le hanno valutate su una scala di cinque punti, da "molto sgradevole" a "molto attraente". In media, ogni voce è stata votata da sei uomini e da sei donne.
Quando i ricercatori hanno confrontato i voti con la storia sessuale dei partecipanti allo studio, hanno scoperto che gli uomini e le donne le cui voci erano state considerate più attraenti dal sesso opposto avevano avuto i primi rapporti a un'età minore, avevano più partner e più relazioni rispetto a quelli con voci meno attraenti.
Per quanto riguarda le donne, la voce sembrerebbe più attraente delle misure anatomiche. In un articolo pubblicato sul numero di settembre della rivista "Evolution and Human Behavior", Hugues e colleghi scrivono infatti che l'attrattività della voce consente di predire un alto livello di attività sessuale meglio del rapporto fra vita e fianchi.

© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.

Cogne

La Stampa 6.10.04
COGNE, PARLA IL «SOSPETTO» INDICATO DAI LEGALI DELLA FRANZONI
«Io, assassino virtuale del piccolo Samuele»
E’ un uomo sulla quarantina, gentile e col sorriso triste, si dice allibito
«Mi hanno preso le impronte, mi fa pena chi mi ha tirato in mezzo»
«Perché mi hanno scelto? Sono solo, per loro ero un soggetto adatto»

E’ il sorriso più dolente che si possa incontrare. È il sorriso di una persona stanca, esasperata, stupefatta e che si sforza a ogni costo di essere gentile. Quest'uomo sulla quarantina è uno degli «assassini virtuali» di Samuele Lorenzi.
«Assassini virtuali» perché i loro nomi sono entrati in un troncone nuovo di inchiesta dopo che l'avvocato Carlo Taormina ha consegnato alla magistratura il suo dossier di investigazioni alternative a quelle dei giudici aostani. Una sera l'hanno avvertito: «Domani deve essere in caserma per le impronte digitali e palmari». Lui e altri tre o quattro in mezzo a 25 nomi che comprendono le persone più diverse. Non ha mai voluto parlare con i giornalisti. Ora ha detto «va bene». Ha guardato con noi l'intervista di Anna Maria Franzoni nella trasmissione «L'Antipatico».
Parla di quella lista come di una lugubre rosa, forse con qualche petalo che sporge di più, messo più in evidenza. Lui è uno di quei petali più lunghi. Ripensa alla Franzoni come è apparsa in tv e alla sua vicenda. Commenta a voce bassa: «Mi fa pena chi mi ha tirato in mezzo».
Ci racconta com’è andata? «Era la sera del 18, intorno alle sei. Ero a casa. Squilla il cellulare: siamo i carabinieri, scenda che dobbiamo notificarle un documento. Sono sceso, erano in due, in borghese, molto gentili. Mi hanno dato questo foglio».
È un «verbale di relata notifica» a persona «interessata». Non spiega nulla. Lui domanda a che cosa si fa riferimento: «Al delitto di Cogne», rispondono. «Mi è crollato un pezzo di monte Bianco in testa. Che c'entravo io? La mattina dopo vado in caserma. Era come alla mutua: prima la tornata delle nove, poi quella delle undici. Un andirivieni».
Tutta gente che si conosce, uomini e donne di Cogne e non solo, 25 in tutto, tra loro tutti i soccorritori entrati nella villetta e poi la gente più disparata. È interessante quella sfilata, ci sono persone stupefatte. Leggendo bene l'elenco viene fuori un ventaglio a 360 gradi. È facile dividerli per gruppi: uno è quello dei soccorritori, un altro è quello di chi fin dal primo giorno ha gridato all'innocenza di Anna Maria, il terzo è di uomini con un minimo comun denominatore, cioé la solitudine, la vita un pò difficile, il carattere a volte scontroso seppur più spesso con il sorriso indifeso.
Continua il racconto: «Mi prendono queste impronte e mi mandano a casa. Dopo qualche giorno ritornano e mi riportano in caserma. Sempre educati, gentili. Vogliono sapere dov'ero quella mattina. Il Bianco mi è caduto addosso tutto intero. Sa che cosa vuol dire capire che ti pensano capace di una cosa del genere? È indescrivibile, è atroce.
Vogliono sapere dov'ero. Mi salva l'elicottero che non ha potuto salvare Samuele, perché mi ricordo della polvere che ha alzato tutto intorno, mi ricordo che l'ho visto virare sul prato di Sant'Orso. E allora mi ricordo anche che ero a lavorare da prima delle otto, come è dimostrato. Loro vogliono sapere dove abitavo a quell'epoca e io lo dico. A quel punto il maresciallo mi dice addio. Metto in moto e me ne vado. Pensi che io quello che era successo lo venni a sapere soltanto alle undici e mezza».
In quella casa ci è mai stato? «No. Mai messo piede». E Anna Maria la conosceva, le piaceva, la seguiva? «L'ho vista qualche volta. Un bel tipo, ma non il mio tipo, non mi interessava. Vedevo più spesso Stefano e devo dire che l'ho visto come un ottimo padre, attento, amorevole».
Perché lei tra i possibili colpevoli? «Perché io? Perché sono una persona sola, i miei sono morti quando ero piccolo. Ho cominciato a lavorare a 14 anni e me la sono sempre cavata. Vuol sapere perché mi hanno messo in mezzo? Perché faccio parte dei soggetti più adatti. Ringrazio la procura e i carabinieri per come hanno lavorato, per il rispetto che hanno mantenuto. Perché non si gioca con i sentimenti, non si gioca su un bambino ucciso, non si gioca e basta».

Nobel e dintorni

La Stampa 06 Ottobre 2004
Piero Bianucci

Tre scienziati americani - David Gross, David Politzer e Frank Wilczek - ieri hanno visto premiare con il Nobel per la fisica una teoria che pubblicarono nel 1973: quella che spiega come e perché stanno insieme i quark, cioè i mattoni fondamentali della materia, e i nuclei atomici. Gross ha 63 anni e lavora all’Università della California a Santa Barbara; Wilczek, suo allievo, ha 53 anni e insegna al Massachusetts Institute of Technology; David Politzer, dopo aver studiato ad ad Harvard, è passato al California Institute of Technology di Pasadena: si divideranno in parti uguali una somma di oltre un milione di euro.
La teoria che i tre fisici elaborarono più di 30 anni fa si chiama «cromodinamica quantistica». Centinaia di esperimenti ne hanno comprovato la validità. Il Modello Standard delle particelle elementari ha in essa un caposaldo: senza questa teoria molti fenomeni del microcosmo sarebbero incomprensibili. Il Nobel arriva quindi con un po’ di ritardo...
La «cromodinamica quantistica», nonostante il suo nome, non ha nulla a che fare i colori. I fisici parlano di «colori» per caratterizzare le forze che agiscono tra i quark e nei nuclei atomici. I quark sono considerati attualmente particelle senza struttura, cioè entità realmente elementari, e sono sei; due soltanto però, chiamati Up e Down, entrano nella costituzione della materia di cui siamo fatti e di cui è fatto l’universo visibile. Combinazioni di tre di questi due tipi di quark formano i protoni (particelle con carica positiva) e i neutroni (particelle senza carica elettrica). A parte il caso dell’idrogeno, i nuclei sono costituiti da più protoni e neutroni, e i protoni, avendo la stessa carica, si respingono: i nuclei quindi non dovrebbero stare insieme. A renderli compatti provvede l’«interazione forte», grazie al fatto che è più forte dell’interazione elettromagnetica e dei suoi effetti repulsivi. Il comportamento di questa forza è singolare: agisce in un campo ristretto, che non supera i confini dei nuclei atomici più massicci, ma in questo ambito diventa più forte a distanza maggiore e più debole a distanza minore. Un po’ come la forza che bisogna esercitare per allungare un elastico aumenta via via che se ne allontanano i capi. I quark, quando sono confinati nei protoni e nei neutroni a distanze brevissime, possono quindi comportarsi quasi come se fossero particelle libere. La teoria di Gross, Wilczek e Politzer descrive in modo matematicamente coerente questo bizzarro comportamento.
«La possibilità di mantenere un regime debole dell’interazione forte - spiega Roberto Petronzio, presidente dell’Istituto di fisica nucleare - è alla base dell’esistenza di un nuovo stato della materia nucleare, il plasma di gluoni e quark, ottenibile a energia e densità elevate, che si studierà al Cern». Il prossimo obiettivo è arrivare a una teoria ancora più generale, che spieghi in modo unitario l’interazione forte, l’interazione elettro-debole e la gravità: la «teoria del Tutto». Chi ci riuscirà farà un viaggio a Stoccolma.

Repubblica 6.10.04
Tutti i segreti di un premio speciale
Alla vigilia del prestigioso riconoscimento per la letteratura
I protagonisti gli esclusi, le scelte Ecco come lo si assegna
PIERGIORGIO ODIFREDDI

Nel suo testamento del 27 novembre 1895 Alfred Nobel, divenuto miliardario per l´invenzione della dinamite, destinò la sua fortuna alla creazione di quelli che oggi sono i riconoscimenti più famosi e ambìti del mondo: gli annuali premi per la letteratura, la fisica, la chimica, la medicina e la pace, ai quali la Banca Centrale di Svezia ha aggiunto nel 1968 un analogo premio per l´economia. Nobel morì a San Remo il 10 dicembre 1896, e i suoi premi furono assegnati a partire dal 1901. Ogni anno la cerimonia ufficiale si tiene il 10 dicembre, in due solenni eventi paralleli: a Oslo il re di Norvegia consegna il premio per la pace, a Stoccolma il re di Svezia i rimanenti cinque. Ma i nomi dei vincitori vengono comunicati agli inizi di ottobre, proprio in questi giorni.
Per partire da casa nostra, i vincitori italiani sono stati finora diciannove: sei in letteratura (Carducci, Deledda, Pirandello, Quasimodo, Montale e Fo), cinque in medicina (Golgi, Bovet, Luria, Dulbecco e Levi Montalcini), cinque in fisica (Marconi, Fermi, Segrè, Rubbia, Giacconi) e uno in chimica (Natta), economia (Modigliani) e per la pace (Moneta).
Allargando lo sguardo al mondo intero, le donne insignite del premio sono state trentuno in tutto, di cui due italiane, variamente distribuite: da dieci per la pace a due per la fisica. Benché nessuna abbia vinto un premio intero nell´economia, si può dire che la moglie di Lucas Robert ne abbia vinto il cinquanta per cento nel 1995: grazie alla sentenza di divorzio, che le assegnava la metà di un eventuale premio futuro. La stessa cosa aveva fatto Albert Einstein, che girò preventivamente alla moglie l´intero premio: scommettendo, questa volta, sul sicuro.
Pochissime sono, ovviamente, le foto di famiglia nell´album dei vincitori: la più affollata è certamente quella dei Curie, con la madre Marie, il padre Pierre, la figlia Irene e il genero Frederic Joliot. In altri cinque casi vinsero padre e figlio, tra i quali Henry e William Bragg in uno stesso anno (1915), e Manne e Kai Siegbahn a cinquantasette anni di distanza (1922 e 1975), tutti per la fisica. In altri due casi vinsero marito e moglie, mentre di fratelli si registra invece solo una coppia.
Soltanto due persone hanno preso due volte lo stesso premio: John Bardeen in fisica, nel 1956 e 1972, e Frederick Sanger in chimica, nel 1958 e 1980. Altre due hanno meritato due premi diversi: Marie Curie in fisica e chimica, e Linus Pauling in chimica e per la pace. Il più giovane vincitore è stato William Bragg, che aveva venticinque anni. Il più sfortunato William Vickrey, che nel 1996 morí tre giorni dopo aver ricevuto la notizia della vittoria.
Le persone che hanno rifiutato il premio si contano, letteralmente, sulle dita di una mano. I russi obbligarono Boris Pasternak (letteratura) a declinare nel 1958. Lo stesso avevano fatto i tedeschi con Richard Kuhn e Adolf Butenandt (chimica) e Gerhard Domagck (medicina) nel 1938-39, ma essi furono reintegrati dopo la guerra. Gli unici rifiuti spontanei sono quelli di Jean Paul Sartre (letteratura) nel 1964 e Le Duc Tho (pace) nel 1973.
Il premio per la pace ha, ovviamente, forti connotazioni politiche. Spesso è stato assegnato a organizzazioni indiscutibili: l´alto commissariato Onu per i rifugiati, la campagna contro le mine, i medici senza frontiere, la Croce Rossa, Amnesty International, l´Unicef. A volte è andato a figure carismatiche quali il Dalai Lama, madre Teresa e il dottor Schweitzer, o a simboli della lotta contro l´oppressione quali Mandela, Sacharov e Martin Luther King. Troppo spesso, però, è stato assegnato a coloro che la pace la fanno solo dopo aver fatto la guerra. Il caso più controverso è certamente quello di Henry Kissinger, che l´ha ricevuto insieme a Le Duc Tho: un movimento popolare sta ora cercando di farglielo revocare, a causa delle sue responsabilità nel genocidio in Cambogia e nel colpo di stato di Pinochet.
Anche il premio per la letteratura ha una natura politica, benché meno evidente. Sartre lo rifiutò appunto perché non voleva un riconoscimento che andava soltanto a scrittori occidentali o dissidenti. Oltre a Pasternak, il più famoso di questi ultimi fu certamente Solgenitsyn, che non andò a ritirarlo nel 1970 per timore di non poter rientrare in Unione Sovietica, e lo ricevette dopo essere stato espulso nel 1974. Un´ulteriore anomalia del premio per la letteratura è che fra i vincitori ci sono molti scrittori di secondo piano, dimenticabili e dimenticati, ma non i più grandi nomi del secolo: Proust, Joyce, Musil, Gadda e Borges, tanto per rimanere alle lingue europee. Il che suona ironico, visto che in genere è proprio questo il premio che riceve la maggiore attenzione mediatica.
Il premio per la fisica è invece il più ambíto tra quelli scientifici. L´hanno ricevuto i padri fondatori della meccanica quantistica (Planck, Bohr, Heisenberg, Schrödinger e Dirac), cosí come i creatori dell´elettrodinamica quantistica (Feynman, Schwinger e Tomonaga) e gli unificatori della forza elettrodebole (Glashow, Weinberg e Salam). Stranamente, invece, nessun premio è mai stato assegnato per la relatività: neppure a Einstein, che ne avrebbe meritati parecchi e ne ricevette uno solo, per un lavoro secondario sull´effetto fotoelettrico. Molti premi sono andati ai fisici sperimentali, che hanno scoperto in laboratorio le particelle previste dalla teoria: dal positrone (Anderson) ai bosoni deboli (Rubbia).
I vincitori del premio per la chimica sono forse i meno noti al pubblico, benché fra essi ci siano nomi quali i già citati Marie Curie e Linus Pauling. Più fortunati sono i medici, il cui premio comprende ufficialmente la fisiologia e ufficiosamente la biologia: nella lista dei laureati troviamo personaggi ormai passati alla storia, che hanno legato il loro nome ai riflessi condizionati (Pavlov), alla penicillina (Fleming), all´elica del Dna (Crick e Watson), al caso e alla necessità (Monod), all´etologia (Lorenz) e alla lateralizzazione del cervello (Sperry).
Il premio per l´economia, ultimo arrivato, riflette la duplicità di una disciplina ancora costretta a barcamenarsi tra fatti e opinioni. A un estremo si situano gli economisti matematici, dimostratori di profondi teoremi sulle scelte sociali (Arrow e Sen), l´equilibrio dei mercati (Debreu), la pianificazione (Kantorovich) e la teoria dei giochi (Nash). All´altro estremo si trovano gli economisti politici, dispensatori di superficiali slogan ideologici: il più controverso è Milton Friedman, ultrà del liberalismo e del monetarismo, che fornì a Pinochet la copertura intellettuale per i suoi esperimenti economici.
Kissinger e Friedman non sono però i soli premi Nobel imbarazzanti della storia. Altrettanto lo è stato Antonio Moniz, premiato nel 1949 per «la scoperta del valore terapeutico della lobotomizzazione», una pratica oggi considerata più uno strumento di tortura che una terapia clinica. O Hermann Müller, vincitore nel 1946 per la medicina, dopo essere emigrato dagli Stati Uniti in Unione Sovietica per proporre a Stalin un programma eugenetico. O Fritz Haber, vincitore nel 1918 per la chimica, dopo aver inventato e inaugurato nella Prima Guerra Mondiale la prima letale arma chimica (il gas di cloro). Fortunatamente, però, queste sono eccezioni: la regola del premio Nobel è quella che gli ha permesso di diventare, in un secolo, un diploma di eccellenza che molti sognano di vincere, anche se pochi ci riescono.

La Stampa TuttoLibri 2.10.04
Giovani, vi esorto alla scienza
Tullio Regge

AI miei tempi, parlo di mezzo secolo fa, era di moda la fisica: relatività e meccanica dei quanti erano per me un’esca irresistibile. Erano i tempi della rivoluzione scientifica con i suoi eroi e le sue leggende. La fisica ha sconvolto la nostra visione del microcosmo e del macrocosmo, ha dato impulso a nuove tecnologie che a loro volta hanno scatenato altre rivoluzioni scientifiche in campi diversi del sapere come la biologia, l’astrofisica e la matematica. Nonostante il mio entusiasmo, penso che la carica rivoluzionaria della fisica stia per esaurirsi o che stia perlomeno andando incontro a una fase di stasi, che spero temporanea. Come avrebbe detto il filosofo della scienza Thomas Kuhn, la fisica è al momento in una fase di «scienza normale»: la bandiera della rivoluzione è ora in mano alla biologia, ma anche a discipline affini alla fisica e dallo sviluppo tumultuoso come la cosmologia e l’astrofisica. Telescopi spaziali, sonde e nuovi grandi telescopi terrestri, ma anche possenti metodi informatici, hanno rivoluzionato le tecniche osservative.
Quello che voglio consigliarvi è di rivolgervi alle scienze in fase di rapido sviluppo e di guardare al futuro, ma al tempo stesso di non cedere alle mode. Chi si ricorda più della cibernetica? Trent’anni fa pareva la fine del mondo, e oggi è ormai un carrozzone in disuso, buono solo per gli antiquari. Lo stesso dicasi dei frattali. State attenti alle etichette che promettono molto ma che poi svaniscono nel nulla. Come antidoto consultatevi con degli esperti, e non con uno solo, ma con molti, in modo da comporre una visione equilibrata della vostra personale ricerca.

* * *
Se potessi rinascere e ricominciare tutto da capo forse cambierei mestiere, lascerei la fisica e mi occuperei di storia dell’arte. Uno dei miei primi ricordi di Princeton, siamo ancora negli Anni Sessanta, è l’incontro con un buffo ometto, uno storico dell’arte. Mi chiese da dove provenissi, e quando gli dissi che venivo da Torino, città che secondo me aveva ben poco da offrire, reagì vigorosamente elencando una lunga serie di tesori artistici che temo siano tuttora ben nascosti nella mia città. Aveva una memoria stupefacente, ed era anche molto simpatico. Solo diverso tempo dopo scoprii che quel buffo ometto era Erwin Panofsky, considerato dagli esperti come l’Einstein della storia dell’arte.
Dopo Panofsky ho conosciuto Millard Meiss, e poi Irvin e Marilyn Lavin, suoi successori all’Institute for Advanced Study di Princeton. Raccontai loro della mia visita ad Arezzo e della mia meraviglia davanti agli affreschi di Piero della Francesca, e appresi che l’artista era stato anche un grande matematico, come testimonia il suo trattato De quinque corporibus regularibus, scritto in latino e tradotto poi in italiano nel 1509, dopo la sua morte.
Nei suoi dipinti appaiono i cinque solidi platonici: non solo il cubo, l’ottaedro e il tetraedro regolare, ma anche l’icosaedro e il pentagondodecaedro, oggetti assai più impegnativi dal punto di vista formale. Piero della Francesca manipolava disinvoltamente le radici quadrate utilizzate nella sezione aurea e ovunque appaia la simmetria pentagonale. Di grande interesse e ancora attuale è la formalizzazione delle leggi della prospettiva utilizzate nella sua opera fondamentale De prospectiva pingendi.
Piero della Francesca morì il 12 ottobre 1492, il giorno della scoperta dell’America e della fine del Medioevo. Nei secoli successivi l’armoniosa coesistenza e simbiosi tra arte, cultura umanistica e scienza, gloria e vanto del Rinascimento, è venuta gradualmente meno, ed è logico chiedersi il perché. Tra le varie cause, la caduta del sistema geocentrico, seguita dal successo spettacolare della nuova astronomia e della legge di Newton, e poi il susseguirsi di sempre nuove rivoluzioni scientifiche. In Italia, poi, credo che l’influsso del neoidealismo di Croce e Gentile - dominante nella cultura del Novecento - abbia dato il colpo di grazia a una dicotomia già molto difficile da ricomporre, tentando fra l’altro di relegare la scienza a un ruolo subordinato. Croce sosteneva che la scienza fosse mera «ingegneria», che il suo valore fosse esclusivamente pratico e non potesse quindi costituire una vera conoscenza. Anche se il neoidealismo appartiene ormai al passato, i danni che ha causato sono ancora evidenti.
Ho voluto ricordare la figura di Piero della Francesca e il fascino che esercitò su di me tanti anni fa proprio per mostrare come scienza e arte, e più in generale mondi che sembrano così lontani tra loro come la ragione e la creatività, o la fantasia, in realtà non lo siano affatto. Credo invece che appartengano tutti a una dimensione umana più ampia di quanto ci abbiano voluto far credere molti secoli di eventi e varie correnti di pensiero. E’ quella dimensione in cui, ed è su questo che vi invito a riflettere, riusciamo a cogliere e ammirare la bellezza di un teorema di matematica o di un’equazione di fisica, e nello stesso modo un dipinto o un brano musicale - penso soprattutto a Johann Sebastian Bach, uno dei miei idoli - ci appaiono nella loro perfezione numerica e geometrica, sublime quanto emozionante.

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Vorrei che si sviluppasse in voi giovani il senso critico, ossia la capacità di valutare le cose per quelle che sono, senza filtri demagogici o dogmatismi di sorta, avendo il coraggio, se necessario, di dubitare anche di quello che tutti sembrano ritenere ovvio. Significa anche saper giudicare a partire dai fatti, e non lasciarsi fuorviare dalle idee degli altri senza averle prima fatte nostre, né permettere che le nostre si irrigidiscano. Significa documentarsi, andare instancabilmente alla ricerca di conferme, saper cambiare idea e riconoscere i propri errori. E’ quanto di meglio la scienza, e il metodo scientifico, mi abbiano mai insegnato. Spero che possa insegnarlo anche a voi.

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Prima ancora di abbracciare la nobile causa dell’ambientalismo, dovremmo forse pensare a un’«ecologia della mente», sbarazzarci dei pregiudizi, tornare al dialogo aperto e costruttivo. Non abbiate paura di dubitare, e di criticare tutto quello che non vi convince fino in fondo. Abbiate la forza e il coraggio di sostenere le vostre idee, anche se vi sembrano impopolari, anche quando non vi sentite appoggiati. La forza della ragione è in ciascuno di voi. E’ questa la scienza che voglio provare ad insegnarvi: quella mossa dal ragionamento critico, lo stesso che già due secoli fa insegnavano gli illuministi e dopo di loro il grande filosofo Kant, e che riassumerei così: pensate con la vostra testa.

Cina:
cambia la politica sulla natalità

Repubblica 6.10.04
Cina, via la legge sul figlio unico è crisi per il crollo delle nascite
Lo stop all´aumento della popolazione sta creando problemi economici, sanitari e previdenziali
Negli ultimi 25 anni era stata sconfitta la "bomba demografica": adesso è emergenza per la denatalità
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
FEDERICO RAMPINI

PECHINO - Ci sono due fratellini di pochi mesi che indossano l´antico costume imperiale e la treccia da mandarino. Altri in barba alla tradizione hanno preferito sfoggiare un cappello da cowboy. Alcuni sono arrivati sul passeggino-tandem spinto dalla mamma, i due più anziani (70 anni) appoggiandosi al bastone. Sono le cinquecento coppie che da sabato nel parco vicino alla Città proibita animano il primo festival dei gemelli. Per l´evento sono venuti da tutta la Cina e il telegiornale di Stato in vena di facezie gli ha dedicato questo titolo di apertura: «Pechino ci vede doppio». In un paese con 100 milioni di figli unici i gemelli sono i privilegiati di madre natura: crescono in compagnia di un fratello o di una sorella, senza che i loro genitori debbano pagare multe e tasse salate per aver infranto la legge sul controllo delle nascite. «Noi non siamo mai sole» ha dichiarato esultante alla tv Wang Yanren, una di tre gemelle quindicenni.
Questo festival nazionale dei gemelli è stato orchestrato con gran pubblicità in coincidenza con la settimana di vacanze che si apre ogni anno il primo ottobre, anniversario della Rivoluzione. Come spesso accade in Cina anche con gli eventi più leggeri, la sceneggiatura lascia trapelare un disegno politico. Contrordine compagni, e soprattutto compagne. Negli ultimi 25 anni la Cina ha sconfitto la sua «bomba demografica» con la più efficace politica di limitazione della natalità mai applicata al mondo. La legge del figlio unico ha frenato brutalmente l´aumento della popolazione, che ormai cresce solo dello 0,7% annuo. Appena una generazione fa, la Cina aveva una volta e mezzo gli abitanti dell´India, fra dieci anni l´India l´avrà raggiunta a quota 1,4 miliardi. Il successo cinese non è stato indolore. Quando fu varato alla fine degli anni 70 il controllo delle nascite, soprattutto nelle campagne, veniva applicato dal partito comunista con metodi autoritari (inclusi gli aborti forzati) denunciati dai difensori dei diritti umani. In seguito subentrarono strumenti più soft come i disincentivi fiscali e assistenziali (oltre il primo figlio salgono le tasse e rincara la scuola). Qui e là ci furono anche delle eccezioni, nelle aree più depresse, per alcune minoranze etniche, o per arginare gli infanticidi di bambine nelle campagne, le autorità chiusero un occhio sul secondo figlio. Ma intanto l´emancipazione femminile, l´istruzione e il lavoro delle donne hanno avuto un ruolo decisivo sul crollo della prolificità. Oggi nelle metropoli «americanizzate» di Pechino Shanghai e Guangzhou i giovani preferiscono godersi il benessere, le mogli pensano alla carriera, dilaga il trend sociale delle coppie che decidono di rimanere a quota zero figli, questa volta senza nessuna pianificazione dall´alto. Di colpo il governo di Pechino deve fronteggiare - su una scala senza eguali al mondo - tutti i problemi creati dalla denatalità: invecchiamento accelerato, emergenza-pensioni, crisi della sanità.
Shanghai, la City della finanza e la capitale del boom industriale, è già alle prese con i sintomi di una penuria di giovani sul mercato del lavoro.
Spesso all´avanguardia nei cambiamenti politici, Shanghai il mese scorso ha rotto il tabù per prima: le autorità cittadine hanno offerto incentivi fiscali alle coppie che fanno due figli. Adesso lo strappo sta per diventare nazionale. Il presidente Hu Jintao ha nominato una task force di 250 demografi ed economisti incaricati di riesaminare la politica delle nascite. Dai lavori della commissione è già trapelata un´anticipazione: gli esperti consigliano di adottare ufficialmente la «politica dei due figli», indispensabile nel lungo termine per stabilizzare la popolazione e garantire un equilibrio tra vecchi e giovani.
Per un paese che nella nostra memoria è ancora associato alla sovrappopolazione, i problemi oggi si sono invertiti drammaticamente. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, tra vent´anni l´età media dei cinesi avrà superato quella degli americani. Nel 2025, gli ultrasessantenni in Cina saranno più di 300 milioni mentre dietro di loro le generazioni più giovani si assottigliano. L´emergenza è accentuata dal fatto che la Cina - comunista ormai solo di nome - non ha un sistema previdenziale moderno. Solo di recente il governo ha pubblicato un Libro Bianco sulle pensioni. La maggioranza della popolazione - dai contadini agli immigrati nelle città, dai dipendenti delle piccole imprese ai lavoratori autonomi - deve affrontare la vecchiaia senza rete. Nella tradizione confuciana l´unico Welfare è la famiglia. È un sistema che poteva funzionare nella Cina imperiale, quando gli anziani erano circondati da un esercito di figli e nuore, nipoti e pronipoti. Diventa una ricetta impraticabile nella Cina del «figlio unico», che dovrebbe sostentare da solo genitori e nonni sempre più longevi. L´emergenza-anziani è tanto più grave perché la Cina, a differenza dagli Stati Uniti e dal Giappone, ha avuto meno tempo a disposizione per prepararsi alla nuova fase demografica. Secondo la battuta dell´economista Hu Angang della università Qinghua di Pechino, «noi qui rischiamo di diventare vecchi prima di essere diventati ricchi». Nel 2040 la popolazione di cinesi anziani avrà superato quella americana, ma il reddito pro capite no.
Insieme con i problemi previdenziali ed economici, il controllo delle nascite ha anche provocato un ribaltamento nei valori e nei comportamenti. La Cina dei «cento milioni di figli unici» è diventata una società più individualista, più egoista, dove il rispetto degli anziani è stato gradualmente sostituito dall´idolatrìa dei bambini. La scarsità li ha resi preziosi, quindi viziati e coccolati come nelle peggiori società consumistiche. Per questo fenomeno sociale - del tutto sconosciuto nella storia della società cinese dominata dall´autorità degli anziani - è stato coniato il nome di Xiao Huangdi, cioè «piccoli imperatori». Il celebre letterato Yang Xiaosheng, in un´intervista al Beijing Star Daily, ha descritto questa cultura dei figli unici come «egocentrici, arrivisti spietati, incapaci di accettare critiche». Generazioni di genitori e nonni, che dovettero interrompere gli studi negli anni terribili della Rivoluzione culturale, oggi danno fondo a tutti i loro risparmi per pagare rette scolastiche di 6.000
dollari l´anno (tre volte il reddito pro capite del cinese medio): tanto costano a Pechino e Shanghai le scuole private di lusso che proiettano i «piccoli imperatori» verso le università di élite e il successo professionale.
Per motivi economici o per porre fine a questa dittatura dei teen-agers, i leader di Pechino sono costretti a smantellare quel controllo delle nascite che è stato uno dei pochi veri successi del comunismo. Ma non è detto che la società cinese di oggi obbedisca così docilmente al cambio di rotta come avvenne un quarto di secolo fa. Quando arriverà in tutte le case il pressante invito a mettere in cantiere il secondo figlio, forse sarà troppo tardi.