giovedì 26 giugno 2003

Briguglia: un altro attore di Buongiorno notte

La Gazzetta di Parma 26.6.03

Notato nel film di Marco Tullio Giordana, I cento passi, in cui faceva il fratello di Peppino Impastato, Briguglia ha appena terminato un altro lavoro importante.
«Ho recitato in Buongiorno notte, il film di Marco Bellocchio sul caso Moro. Anche qui c'è molta attenzione alla psicologia. La storia infatti è vista attraverso gli occhi una ragazza che fa parte della banda dei terroristi di cui si segue lo sfaldamento psicologico e della personalità. La ragazza è l'unica che ha un lavoro di copertura e incontra così un obiettore di coscienza, il mio personaggio, con cui ci sarà un forte scambio umano e sentimentale. Da lì la sua scelta finale, che non rivelo».

da un articolo di Lara Ampollini

mondo islamico: gli studenti di Teheran

La Repubblica 26.6.03
In Parlamento 165 deputati lanciano un appello a Khatami
Primi provvedimenti giudiziari contro gli universitari
Iran, gli studenti resistono "Lotteremo fino alla fine"
Viaggio tra i ragazzi che organizzano la rivolta
Una lettera al presidente pubblicata ieri: "E´ la nostra ultima offerta di dialogo dopo non ci riconosceremo più nello Stato"
Si preparano grandi cortei per il 9 luglio, anniversario delle mobilitazioni del 1999. Almeno 320 manifestanti ancora in carcere
di Vanna Vannuccini

TEHERAN - «Chiuda gli occhi e pensi a Dio». Mariam, la massaggiatrice che lavora alla piscina "Conchiglia", a due passi dalla piazza Vakhdat, dice sempre così alle clienti prima di cominciare il massaggio. E´ una donna molto pia. Non dimentica mai di lodare Iddio, né di terminare ogni pensiero con le parole: se Dio vorrà. Oggi Mariam ringrazia il Signore per una ragione speciale. Ha appena letto sui giornali che Tony Blair ha detto che gli studenti iraniani «meritano il nostro appoggio». Di quale natura potrà essere questo appoggio non l´ha precisato, ma la parola è bastata a illuminare il cuore di Mariam - che ormai, come dice lei, è «annerito»: da una vita di fatiche di preoccupazioni e di disagi.
Mariam è separata dal marito, ha due figli che mantiene. Uno sta facendo in questi giorni gli esami di ammissione all´Università , l´altro studia economia. «Se non entro mi ammazzo», ha annunciato il primo alla madre. Ogni anno si presentano all´ammissione migliaia di studenti, le quote sono basse e chi non ce la fa, se vuole studiare, deve andare in una università Azad, che sono a pagamento. Mariam non potrebbe permettersi di pagarla. Tutti e due i suoi figli hanno partecipato alle manifestazioni di questi giorni. Lei non ha macchina, e perciò non è andata a suonare il clacson per solidarietà, ma i manifestanti hanno tutto il suo appoggio. Comunque, la sera, seguiva tutto in tv. Le tv che trasmettono da Los Angeles, naturalmente. Ha mai incontrato qualcuno che guarda la televisione iraniana? Negli ultimi giorni però non vede più nulla. Nel quartiere dove abita è stato tutto oscurato, e lei si sente inquieta, a non avere notizie. Le sembra di soffocare. Tutti soffocano, in questo clima. Ma mai i giovani si erano trovati in una situazione come oggi: da qualsiasi parte si rivolgano, trovano solo porte chiuse. «E tutto per far arricchire gente come Rafsanjani o Askaroladi. Tanto vale che il petrolio se lo prendano gli inglesi e gli americani e che però gli iraniani abbiano almeno la libertà di respirare» dice Mariam.
«Ormai, però, il tempo è scaduto» sospira. «E´ l´inizio della fine». Non c´è nessuno con cui abbia parlato in questi giorni a Teheran che non mi abbia detto queste tre parole: l´inizio della fine. Mariam ci mette solo un po´ di ottimismo in più: secondo lei la fine potrebbe venire già il 18 Tir: il 9 di luglio, anniversario delle manifestazioni studentesche di tre anni fa. Il 18 Tir allora aveva segnato l´inizio della fine della credibilità del presidente riformatore Khatami. Gli studenti assaliti nei dormitori da polizia e basiji gridavano: «Khatami ti vogliamo bene!». Ma il presidente non si fece vedere. E lasciò che venisse chiuso il giornale riformista per il quale gli studenti manifestavano.
Nemmeno tre anni dopo il 18 Tir passerà inosservato. Il movimento studentesco si propone come la sola opposizione, ora che le riforme sono fallite. I rappresentanti di tutti i gruppi studenteschi hanno firmato una lettera a Khatami, pubblicata ieri dai giornali. «Signor Presidente, o Lei e il parlamento realizzate subito le riforme democratiche promesse o noi non ci riconosceremo più nello Stato Islamico. Questa è la nostra ultima offerta di dialogo. Dopo non ci rivolgeremo più agli organi eletti della Repubblica, che si sono dimostrati inetti, ma all´Onu, e alle Organizzazioni per i Diritti Umani. Qui sotto sono scritti i nostri nomi. Siamo pronti a pagare di persona».
Said Razavi Faghih, del Movimento per il rafforzamento dell´unità (il vecchio movimento studentesco che sul sito Internet ha già cambiato nome e si chiama più chiaramente Rafforzamento della Democrazia) è uno dei firmatari della lettera. Nella redazione di Yas e no ci fa vedere la bozza. «Finora il Movimento studentesco aveva sostenuto le manifestazioni con eccessiva prudenza» dice Razavi. «Non siamo abituati alle manifestazioni spontanee, ci vengono dubbi: ma questi chi sono? agiscono da soli? sono strumenti di qualcuno? Ma quando abbiamo visto la quantità di gente di ogni ceto e di ogni età che sosteneva le manifestazioni abbiamo capito: è tutta la società iraniana che chiede di voltare pagina».
Bahram e Haleh, con cui parliamo poco dopo, sono disposti a seguire il Movimento, ci dicono quando ne parliamo più tardi. Bahram studia all´università Shahid Beheshti e Haleh al liceo Zeinab. Bahram viene da Gonbad, e dopo la fine delle lezioni, in attesa degli esami è tornato a casa a Gonbad a studiare. Martedì ha fatto ritorno a Teheran e nella Casa dello studente dove vive ha trovato una citazione del Tribunale Rivoluzionario. Lo accusano di aver commesso violenze la notte in cui i basiji dettero l´assalto ai dormitori studenteschi. Lui era a Gonbad, ma il Tribunale rivoluzionario minaccia: «Abbiamo le foto che dimostrano la tua colpa!». Sabato prossimo il padre, arrivato apposta da Gonbad, l´accompagnerà in Tribunale e chiederà che ai giudici che gli mostrino le loro «prove». Ma da nessuna parte come in Iran è vero il proverbio che dice: «Davanti ai giudici e in alto mare non resta che raccomandarsi a Dio».
Già il capo del potere giudiziario Yazdì ha promesso durante la preghiera del Venerdì «punizioni esemplari» per i dimostranti. Almeno trecentoventi studenti restano in carcere, o peggio ancora, nessuno sa dove siano. I parlamentari che li difendono vengono minacciati di morte, attaccati da gangster armati. Su tutti i giornali è comparsa ieri la foto di Abdul Mohammad Nezam Eslami, deputato di Burujerd, e firmatario insieme al altri 165 parlamentari di una lettera a Khatami. Con un braccio rotto, Nezam Eslami ha denunciato in parlamento di essere stato inseguito e buttato fuori di strada da una macchina dei soliti «senza uniforme». La sua automobile è finita in una vallata. Lui si è salvato per miracolo. Altri deputati volevano denunciare simili violenze e minacce, ma la minoranza conservatrice ululava. Il capo del Parlamento Kharrubi, che non è eroe, ha chiuso la seduta.
Haleh, la studentessa liceale, non si è finora mai interessata di politica. I giornali le sembrano noiosi, non li legge. Eppure anche lei ha partecipato alle dimostrazioni. Quello di cui si lamenta non è la mancanza della democrazia, ma di non trovare spazi per la sua vita privata. Tutto di nascosto bisogna fare. E ora i basiji hanno ricominciato perfino a fermare le ragazze che portano i ropush corti al ginocchio. «Che vita» dice Haleh. «La prima volta sopporti, la seconda cerchi di farla franca ma col tempo ti si accumula un´irritazione, una stanchezza. Li detesti. Li odii. Con tutte le tue forze». «La scontentezza per una vita che non si riesce a vivere è diventato in Iran il fermento della ribellione politica di molti giovani» racconta la psicologa Mariam Ramshet. Per il regime può essere un pericolo ancora maggiore delle proteste a carattere politico. Soprattutto oggi che il regime ha perso qualsiasi restante briciolo di legittimità, le imposizioni fanno molto più male.

buona volontà...

Corriere della Sera 26.6.03
«La bravata è indice di malessere»

MILANO - Bravate che si trasformano in violenti gesti di distruzione, ma anche vetri e banchi rotti per gioco. Il catalogo dei vandalismi è ampio ed eterogeneo, ma che cosa spinge uno studente ad accanirsi contro la scuola che lo ospita? «Le cause sono diverse - spiega Alfio Maggiolini, docente di Psicologia dell'adolescenza all'Università Bicocca e coordinatore dell'équipe psicologica del Centro giustizia minorile di Milano -. A mio parere, sono due però i fattori che caratterizzano le situazioni più a rischio. Da una parte, accadono maggiori atti vandalici dove c'è scarsa cura della struttura scolastica da parte degli stessi adulti. Basta poco, infatti, per innescare un circolo vizioso. Un ritardo nel sostituire una porta rotta o la trascuratezza nella pulizia e nel decoro dell'edificio possono trasformarsi in un messaggio di scarso rispetto verso la scuola, immediatamente recepito dall'adolescente».
L’altra causa scatenante, secondo lo psicologo, è la carenza di comunicazione tra gli studenti e i professori. «In alcune scuole - precisa Maggiolini - i ragazzi hanno poche possibilità di esprimersi. Allora il gesto di trasgressione è il modo di gridare una protesta verso un luogo dove non si è a proprio agio, un luogo dove non si riesce ad esprimere la propria voce».
Emblematico il caso di una classe di un istituto superiore, dove i ragazzi avevano scavato per mesi un buco nel muro, come in un'ipotetica prigione. Un senso di disagio ed esclusione vissuto anche dagli ex studenti, spesso responsabili di incursioni notturne e danneggiamenti verso la scuola che non li accoglie più.
E allora che cosa fare? «Anche una maggiore sorveglianza può senza dubbio servire - conclude l'educatore -, ma occorre soprattutto che la scuola diventi un luogo di scambio e dialogo tra docenti e studenti, dove la crescita culturale sia legata a doppio filo a quella umana».

"soffriva di depressione e di schizofrenia"

La repubblica 26.6.03
NEL DESERTO DI WALSER
Soffriva di depressione e di schizofrenia La sua arte lo spinse a cancellarsi
Era il gennaio del 1929, quando fu accolto a Berna nell´istituto per malati di mente
Le forme di catatonia da cui era afflitto ricordavano piccoli esercizi taoisti
Scriveva preferibilmente a matita e sui margini del foglio con una grafia minuta
Fleur Jaeger

Si richiede: un vestito di lana per l´inverno, di buona qualità. Un vestito per l´estate, di buona qualità. Otto magliette bianche, dieci paia di calze, dodici fazzoletti, due paia di scarpe di cuoio senza borchie. I vestiti devono essere nuovi o in ottimo stato. Ciò che manca o non è in buone condizioni verrà, senza altro avviso, messo in conto nella retta del manicomio se entro un mese dall´ingresso nell´istituto il paziente non lo fornisce.
La direzione controlla la corrispondenza.
Se un paziente muore prematuramente, entro il trimestre, l´anticipo della retta verrà restituito.
Queste sono le regole della Heilanstalt Waldau a Berna, istituto per malati di mente. Il 25 gennaio 1929 vi entra Robert Walser, scrittore e piuttosto indigente. «Innanzitutto qui dentro farò in modo di essere contento e tranquillo» scrive alla sorella Lisa. «Es ist nett, è carino poter ascoltare musica alla radio». Uno psichiatra, il Dottor Morgenthaler, ha consigliato di internare Robert Walser. I motivi: depressione e tentativi di suicidio. Anche un fratello dello scrittore si è suicidato, e un altro è morto nella stessa Heilanstalt Waldau. Robert Walser accenna ad alcuni tentativi di suicidio che definisce «hilflos». Alla lettera, hilflos significa «inerme». Così sarebbe: inermi tentativi di suicidio. Questa singolare espressione accenna a tentativi non riusciti, senza esito, vani. O suicidi senza infelicità, se si pensa al caso di Walser. La parola «inerme» sembra dopotutto la più adatta. Inoltre hilflos significa anche «privo di aiuto». Si potrebbe così supporre che un suicidio abbia bisogno di avere un aiuto per giungere a un buon esito. Aiuto che si potrebbe definire «volontà suicidale».
Aveva forse R. W. una volontà suicidale? Era diffidente, circospetto verso il suicidio. Verso la grande volontà. Si sentiva stanco. Non riteneva il suicidio un gesto estremo. Non è infelice, in cuor suo considera beati coloro che possono essere disperati. Forse un suicidio può compiersi senza disperazione, per un labile desiderio di morte. Un labile desiderio che potrebbe averlo accompagnato da quando sentiva höhnische Stimmen, «voci beffarde», che lo perseguitavano. E forse da molto prima, da quando scriveva alla sorella Lisa che a Dio non piacciono le persone tristi. Anzi, scriveva: «Gott hasst die Traurigen. Dio odia i tristi». E aggiungeva: «Versimple nur. Semplifica». Non farla lunga. Anche qui si potrebbe riflettere sulla traduzione: pare che quel «versimpeln» possa significare: «minimizzare». Walser scrive: «Es ist etwas Herrliches um´ s Versimpeln. C´è qualcosa di splendido nel semplificare». O anche: «È bello semplificare». Quanto a lui, si definisce «ein gefühlloser Halunke», un mascalzone, un malandrino - meglio la parola tedesca: un Halunke «senza sentimenti». Allora forse Walser era già incline, silenziosamente incline, senza sentimenti, agli «hilflose Selbstomordversuche», ai suicidi inermi. Si attribuisce «un paio di tentativi abborracciati» di togliersi la vita. Non è neppure riuscito a fare un cappio come si deve.
Un referto del prof. Kuhn dice che R. W. è affetto da typische stuporöse Katatonie. Da tipica catatonia stuporosa. Come si presenta R. W. in quanto tipico caso di una tipica catatonia stuporosa? R.W. è un esemplare tipico? Com´è la sua immagine? Forse ha qualcosa nello sguardo, una luce, una irradiazione maligna, uno smarrimento, una vaga ebetudine. O una «tipica» ebetudine. Una tipica ebetudine che si manifesta nei gesti remissivi. Nel non agire. Nel dire, senza dirlo: «No, grazie». Che cosa è tipico e che cosa non lo è? O è una parodia di un qualche paziente che Walser ha osservato? Forse la tipica catatonia del paziente Walser non è che un piccolo esercizio taoista.
Ora lui è a Herisau, contro la sua volontà. Internato per sempre. Non scrive più. Non vuole più sentire referti medici, illazioni, domande. Non vuole più rispondere. Vuole tacere. Che altro c´è ancora? Morirà un giorno di Natale durante una passeggiata. Questo non basta? Cerca di essere come tutti, che strana idea. Lui non lo è. Non può essere come tutti. Lui è senza sentimenti. Vorrebbe essere niente. Questo è molto ambizioso. Tra l´altro, ausserdem, è bello essere niente, es hat eine höhere Glut, als da Etwas zu sein. Essere niente ha «un ardore più alto che essere qualcosa». «Ausserdem ist es gerade so schön, nichts zu sein, es hat eine höhere Glut, als das Etwas zu sein».
«Es ist nett, es ist hübsch, es ist schön». È carino, è grazioso, è bello. Questo avrebbe potuto dire R. W. ascoltando la frase: «Preferisco di no». Che è di Bartleby, scrivano e ancor prima impiegato subalterno nell´ufficio delle lettere smarrite a Washington. Lettere di nessuno, perdute, che saranno gettate alle fiamme. Quanto spesso quell´intercalare disarmante tornava negli scritti di Walser. Es ist nett, es ist hübsch, es ist schön. Potrebbe dare l´insonnia. Come al galoppo questi tre aggettivi ci inseguono, Walser ne cosparge la superficie, con estrema cortesia. E con altrettanta cortesia Bartleby risponde: «Preferisco di no». E se qualcuno avesse offerto a Bartleby di decifrare i microgrammi di Walser, o se fossero stati trovati tra i mucchi di carta destinati? Scritti a matita, apparentemente indecifrabili. L´inchiostro ha disgustato Walser, questo Bartleby l´avrebbe percepito, anche lui ha cominciato a disgustarsi dell´inchiostro, oltre che del resto. Del cibo. Mangiava biscotti allo zenzero. Poi non si nutrì più. La matita è più vicina all´annullarsi, al cancellarsi. A un gioco infantile. Walser scrive a Max Rychner: «...ed è copiando i miei appunti, appunti a matita che, come un bambino, riimparai a scrivere...».
Negli ultimi anni in cui Walser scrisse, la grafia diventava sempre più minuta. Quasi in una corsa frenetica, dove vocali e consonanti a volte venivano abbandonate, smangiate. Non gli basta la carta, del resto ne ha pochissima e deve accontentarsi di quella che trova. «Es ist nett, es ist hübsch, es ist schön». Un foglio del calendario: in quel pezzo deve starci tutta la storia che scrive. Può anche non finire le storie che racconta. Dipende a volte dalla dimensione dei pezzi di carta. La carta misura quindici centimetri, ebbene in quei quindici centimetri deve svolgersi la storia. La lunghezza di quel che scriveva era determinata dai centimetri o millimetri di spazio a disposizione. Ed era forse questo che attraeva Walser: coprire quello spazio vuoto. Sovrapporre al vuoto un altro vuoto. Scriveva ai margini del foglio e la grafia, sorella del linguaggio, sembrava presa da una furia, dalla furia di riempire e svanire. Dissolto ogni altro sentimento, rimaneva quel mite e inflessibile horror vacui che lo spingeva a coprire la carta, a folleggiare come uno spettro. Con una costellazione di segni, di pensieri, con una scrittura segreta, che a volte lui stesso non riusciva a decifrare. Perché poi rileggere? Ciò che è scritto, è scritto. Walser non ha più tempo. I fogli di carta sono reali, li ha appena scritti, ma la loro sostanza non è che un´illusione. Il foglio vuoto è come una Öde, un paesaggio bianco desolato. Scritti, quei fogli hanno la configurazione di un vuoto increspato. Di una distesa del deserto. Le due immagini convergono, come se il vento avesse sfiorato le dune, lasciando tracce.

ancora sull'elettroshock a Napoli (7)

il Nuovo.it 25.6.03
Napoli, elettroschock praticato in clinica
Un elettroshock è stato praticato su un giovane 36enne nella clinica psichiatrica dell'Università Federico II°. Ma è polemica sulle terapie violente sui malati psichici.
di Raffaele Sardo

NAPOLI -Un elettroshock praticato su un giovane 36enne nella clinica psichiatrica dell'Università Federico II° di Napoli, diretta dal professor Giovanni Muscettola, ha riaperto la vecchia querelle sull'uso di terapie violente sui malati psichici. Tecnicamente si chiama TEC (Trattamento Elettrocomvulsivo) ed è una scossa elettrica di circa 100 volts somministrata in anestesia generale attraverso uno o due elettrodi applicati ai lati della testa. Una scossa che dura frazioni di secondo e che provoca una vera e propria crisi epilettica. Una pratica terapeutica molto in voga nei manicomi appena trent'anni fa e che molti ritenevano superata con l'imporsi della cosiddetta "psichiatria democratica". Quella scuola psichiatrica che vide tra i fondatori Franco Basaglia e che considerava "i matti" non più esseri derelitti e inutili, ma persone in grado di soffrire, di amare e di gioire come tutti gli altri essere umani. "L'elettroshock era l'unica chance disponibile".
A lui e ai familiari abbiamo spiegato i motivi di ciò che volevamo fare e hanno aderito al protocollo." - dice il professor Muscettola, rivolgendosi ai suoi critici -   "D'altronde  - aggiunge - avevamo tentato, a vuoto, tutte le terapie farmacologiche. Preciso che non è accanimento terapeutico, ma unicamente rispetto del principio di una scelta terapeutica che, se potenzialmente utile, deve essere messa in atto anche se convenienza e preoccupazione per la propria immagine suggeriscono di non attuarla". Ma questa precisazione non ha evitato polemiche da parte di altri colleghi di Muscettola e degli stessi studenti dell'Università napoletana. Primi fra tutti gli studenti, del "Forum per il diritto alla salute". Dice Raffaele Aspide, medico e rappresentante del Forum: "La terapia è iniziata senza alcuna delle quattro indicazioni ammesse dal decreto del 1999 (depressione maggiore, sindrome catatonica, sindrome maligna, danni neurolettici e mania). E ci ha fatto rabbrividire quanto ci ha confessato un docente: l'elettroshock viene praticato da decenni in moltissime strutture private e nessuno denuncia". Ma a rincarare la dose dalle colonne del quotidiano napoletano di "Repubblica" sono arrivate le dichiarazioni del professor Pasquale Mastronardi: "Ho fatto migliaia di elettroshock nelle cliniche private della Campania, non c'è nulla di illegale né di scandaloso. Il TEC è una pratica corrente di tutta tranquillità. Mi infastidisce che ci siano colleghi che sparano sentenze senza sapere". Sinora il protocollo terapeutico, è ancora in uso soltanto all'ospedale San Raffaele di Milano e all'Università di Pisa e di Roma (la Sapienza).
Decisamente contrari all'uso dell'elettroshock Medicina Democratica e Psichiatria Democratica che  ribadiscono con forza la loro opposizione alla reintroduzione di questa violenta, pericolosa e ingiustificata pratica. "Tale grave pratica - sottende, scrivono in un comunicato Medicina e Psichiatria Democratica - quel mito dell'incurabilità e dell'abbandono senza speranza, sconfitto e sconfessato dai significativi risultati ottenuti dalle mille e mille pratiche di Salute Mentale prodotte, dal 1978 in poi, nel nostro Paese". E lanciano un appello alla vigilanza democratica per bloccare e fare arretrare i tanti tentativi di restaurazione e di attacco alla sanità pubblica, cui assistiamo negli ultimi anni e per mettere in campo iniziative unitarie che rilancino la centralità dei diritti e la dignità della persona. Ma c'è anche chi, come il direttore dell'ospedale psichiatrico giudiziario  "Filippo Saportito" di Aversa, lo psichiatra Adolfo Ferraro, cerca di bandire questa "terapia" definitivamente anche nelle strutture che sono rimaste fuori dalla legge 180, la pratica degli elettroshock e dei letti di contenzione: "Nell'OPG di Aversa - dice Ferraro -  stiamo lavorando con corsi di formazione rivolti agli operatori, che prevedono l'eliminazione della contenzione fisica dalle strategie terapeutiche applicabili, lavorando sulle possibilità di ascoltare il paziente ed evitare l'uso di strumenti violenti e poco dignitosi  verso il paziente, con un progetto titolato "Le Ali ai letti. Il punto di tutta questa polemica - spiega ancora Ferraro -  non è quello della validità o meno dello strumento terapeutico, ma della evoluzione terapeutica che un approccio al malato di mente deve saper proporre, altrimenti anche una legnata in testa o un pestaggio possono essere considerati validi strumenti terapeutici". Duro anche ". Severo anche il giudizio di Sergio Piro, direttore della scuola "sperimentale antropologico-trasformazionale": "Il fatto è preoccupante perché si allinea con altri elementi di regressione nella riforma psichiatrica. Qui si rischia di nuovo la legatura nei servizi psichiatrici, la trasformazione delle case-famiglia in reparti chiusi e la riapertura di manicomi come il Frullone di Napoli".

Marco Bellocchio

La Repubblica 26.6.03
PREMI
Cinereferendum del S. Fedele
Polanski batte Almodovar

E´ Roman Polanski a aggiudicarsi quest´anno il premio San Fedele, patrocinato dal ministero dei Beni Culturali, giunto alla 47esima edizione. Il regista francese ha vinto con il suo ultimo film, Il Pianista, premio Oscar come miglior regia e miglior attore protagonista. Degli oltre 800 spettatori del cinereferendum San Fedele, più del 40% hanno scelto il film di Polanski tra i trenta titoli in gara. Nelle motivazioni della scelta, anche una citazione di Primo Levi: "l´angoscia di ciascuno è l´angoscia di tutti".
Al secondo posto, Parla con lei di Pedro Almodovar, che ha raccolto il 33% dei consensi. A seguire, El Alamein di Enzo Monteleone, che ha avuto anche una menzione per i valori umani. Tra gli altri film italiani premiati, Arcipelaghi di Giovanni Columbu, Casomai di Alessandro D´Alatri, L´ora di religione di Marco Bellocchio, Angela di Roberta Torre. Soltanto 20esimo il Pinocchio di Benigni. Ultimo un altro film italiano della scorsa stagione, Un viaggio chiamato amore di Michele Placido.