martedì 30 marzo 2004

Marco Bellocchio di nuovo a Roma

Corriere della Sera 30.3.04
al POLITECNICO FANDANGO
I film della vita: Marco Bellocchio presenta «Hiroshima mon amour»


Per la rassegna «Ci siamo tanti amati», incontri nei quali i registi italiani presentano al pubblico i film della loro vita, il laboratorio Fandango ospita stasera Marco Bellocchio per «Hiroshima mon amour» (1959) di Alain Resnais. Al termine della proiezione il pubblico intervisterà Bellocchio. «Hiroshima mon amour», con Emmanuelle Riva e Eiji Okada, è tratto da un testo di Marguerite Duras. Su un letto, strettamente abbracciati, un uomo e una donna. Lei è francese, venuta a Hiroshima per girare un film sulla pace. Hanno passato la notte insieme...Un film affascinante, che ha segnato la Nouvelle Vague: il presente e il passato, la memoria e la fatalità dell'oblio.

POLITECNICO FANDANGO, via Tiepolo 13/a, alle 20.30, tel. 06.97745006

buddhismo

Repubblica 30.3.04
È L´UNICO CAPO RELIGIOSO CHE CERCA UN CONFRONTO
IL DALAI LAMA E LA PASSIONE PER LA SCIENZA
il desiderio di contatto con le altre popolazioni
un lavoro di aggiornament anche sui testi sacri
di LUIGI MALERBA


Secondo una leggenda registrata negli annali buddhisti il primo contatto del Tibet con la religione indiana avvenne nel 333 della nostra era quando il ventottesimo sovrano delle montagne ricevette dal cielo una cassetta preziosa contenente due sutra e altri testi indiani. Si dice che il sovrano non comprese il senso di quei testi ma li conservò devotamente per i suoi successori.
Non si sa che fine abbia fatto quella cassetta, ma il vero e proprio ingresso del buddhismo in Tibet avvenne nel VII secolo sotto il regno del trentatreesimo sovrano. Vengono fondati i primi monasteri e ordinati i primi monaci. Dopo lunghi secoli di tradizione monastica nel 1576 il sovrano mongolo Altan Khan si converte al buddhismo, invita a corte l´abate di Drepung Sönam Gyatso e gli conferisce la guida spirituale del Tibet con il titolo di Dalai Lama (Maestro Oceano di saggezza). Lo stesso titolo viene attribuito postumo a due maestri tibetani per cui Sönam Gyatso risulta essere il terzo Dalai Lama. Ma la grande figura storica fu il quinto Dalai Lama, che unificò il paese sotto la sua autorità politica e spirituale. Nel 1682 quando morì, il suo reggente non osò dare la notizia della sua morte che riuscì a tenere segreta per ben tredici anni mentre si portava a termine sotto la sua guida il Potala, il monastero-reggia-palazzo grande come una città, a somiglianza della reggia-città-proibita degli imperatori cinesi. Non geometrica come quella ma labirintica e misteriosa come il buddhismo tibetano, già produttore di oltre sessanta volumi di testi fra cui un profondo monumento esoterico come il Libro tibetano dei morti.
L´attuale Dalai Lama Tenzin Gyatso, il quattordicesimo della serie, ha dovuto compiere il gesto più doloroso della storia del Tibet, abbandonare il paese e rifugiarsi in esilio in India nel 1959 dopo l´invasione cinese. Tenzin Gyatso che unisce nella sua persona carismatica il potere politico e quello religioso è una presenza di grande rilievo mondiale, premio Nobel per la pace, riformatore del buddhismo secondo i principi moderni della scienza di cui è un attento osservatore, esperto soprattutto nelle neuroscienze.
Dal suo esilio in India il Dalai Lama ha continuato il suo magistero e ha pubblicato vari libri, in gran parte frutto di riunioni internazionali alle quali partecipa con interventi in prima persona. L´ultimo uscito Le emozioni distruttive, firmato dal Dalai Lama e da Daniel Goleman, (Mondadori pagg. 462, euro 18,00), è un nuovo esempio del lavoro di aggiornamento del buddhismo tibetano messo in opera dall´attuale Dalai Lama da anni, con interventi anche sui testi sacri del buddhismo. Il desiderio di prendere contatto con altre popolazioni e di apprenderne le peculiarità, lo ha portato a viaggiare in ogni parte del mondo e a suscitare nuovi adepti al buddhismo rinnovato.
Già nell´infanzia l´attuale Dalai Lama manifestò grande interesse per la meccanica e in seguito per le scienze. Un giorno, per studiarne i principi del funzionamento, il giovane Tenzin Gyatso smontò pezzo a pezzo il suo orologio da polso e senza nessun aiuto riuscì a rimontarlo e a farlo funzionare. A sedici anni aveva completamente smontato e rimontato, mettendoli in condizione di funzionare, un generatore autonomo di corrente, un proiettore cinematografico e due automobili.
Un testo classico del buddhismo, portato in Tibet dall´India circa dodici secoli fa, articolava una cosmologia secondo la quale il mondo era piatto e la luna splendeva di luce propria come il sole. Il Dalai Lama con la sua autorità e la conoscenza dei principi essenziali della cosmologia è intervenuto secondo il principio, da lui manifestato più di una volta, che se qualche dogma del buddhismo è in contrasto con le conoscenze scientifiche, si dovranno apportare le opportune modifiche. Insomma Giordano Bruno in India non sarebbe stato bruciato sul rogo.
Il Dalai Lama promuove periodicamente riunioni a Dharamsala ai piedi dell´Himalaia con scienziati per confrontare le teorie buddhiste con quelle della scienza. Nel volume Emozioni distruttive lo psicologo Daniel Goleman si domanda come si può liberare la mente dalle emozioni distruttive come rabbia, desiderio e illusione. Alla stessa domanda risponde il Dalai Lama e si scopre che gli stessi risultati di liberazione si possono ottenere parallelamente con i mezzi della psicoterapia e con la meditazione buddhista. Nessun capo delle religioni attuali cerca, come sua Santità (è il titolo che compete al Dalai Lama), il confronto diretto con gli scienziati delle discipline laiche, dalla psicologia alla fisica nucleare. Altri volumi su queste riunioni sono stati pubblicati in Italia. Uno recente su Il sonno, il sogno, la morte, pubblicato da Neri Pozza, mette a confronto le zone d´ombra della neurobiologia con le collaudate tecniche della meditazione buddhista. Questi incontri costituiscono una delle rare occasioni di contatti profondi tra le civiltà d´Oriente e quelle d´Occidente, al di là dei commerci, del traffico della droga, del petrolio o delle guerre preventive.

ancora sulla religione americana

Corriere della Sera 30.3.04
VOTO USA E RELIGIONE
La sfida Bush-Kerry Quanto conta la fede?
di GIANNI RIOTTA


NEW YORK - Conta più la fede o contano più le opere? La questione, da San Paolo in avanti, ha diviso la Cristianità, ma non ci saremmo mai aspettati di trovarla al centro della profana, materialista, televisiva e aggressiva campagna elettorale americana del XXI Secolo. Il candidato democratico, senatore John Kerry, cattolico, accusa l'amministrazione del presidente repubblicano George W. Bush, metodista: «Le Sacre Scritture dicono, "a che ti serve, fratello, la fede senza le opere?" Guardo all'America di oggi e mi chiedo: dov'è la compassione?».
Pronta replica della Casa Bianca: «È triste vedere la Bibbia usata per la propaganda politica». La battaglia presidenziale 2004 non conoscerà quartiere e la fede, la religione, la morale saranno citate ogni giorno dal presidente Bush, un protestante che ripete «Senza Dio sarei finito in un bar, alcolizzato» e il suo sfidante, cattolico romano, che in Vietnam andava al fronte con il rosario al collo. Lo scontro non sarà tra protestanti e cattolici, come nel 1960, quando i repubblicani di Richard M. Nixon insinuavano «il papista Kennedy obbedirà al Vaticano e non al Congresso» e John Kennedy, finora unico presidente battezzato nella fede di Roma, pronunciò lo storico discorso del 12 settembre alla Congregazione dei pastori protestanti di Houston: «Non parlo per la mia Chiesa quando parlo di politica e la Chiesa non parla per me. Da presidente farò le mie scelte secondo quanto la mia coscienza mi prescri ve nell'interesse nazionale, senza preoccuparmi di pressioni religiose». Altri tempi: dominava la tradizionale discriminazione anticattolica negli Usa, che tanti dolori è costata a irlandesi, italiani e latinoamericani. Ora si parla di aborto, di cellule staminali, di nozze omosessuali, di pena di morte e parroci pedofili. Il referendum Bush-Kerry tra Casa Bianca e altare non oppone credenti a non credenti, e neppure protestanti a fedeli del papa Giovanni Paolo II. La frattura è tra il popolo che va in chiesa con regolarità, non importa se di confessione protestante o romana, e i cristiani «self service», che praticano la religione con passione, ma non accettano il verbo delle Chiese su omosessualità, aborto, divorzio, costumi sessuali. Un cattolico tradizionalista che detesta il Concilio Vaticano II e adora la versione dell a Passione di Cristo portata al cinema dal conservatore Mel Gibson voterà per il protestante Bush. Al contrario, un protestante che è favorevole alla nomina di vescovi gay e lesbiche voterà per il cattolico Kerry. La Torre di Babele delle fedi d'America arriva alle urne, con mille colori. Guardate ai numeri raccolti da John Green, statistico dell'Università di Akron: nel 2000 i cattolici si son separati al voto, 47% per Bush, 50% per il democratico Gore. Ma se analizziamo più da vicino i dati vediamo che i cattolici di origine europea hanno scelto Bush in massa, mentre quelli di origine latinoamericana o afroamericana hanno scelto i democratici. Deal Hudson, editore della rivista cattolica Crisis e consigliere della Casa Bianca, condensa bene la situazione: «I cattolici che vanno in chiesa tutte le feste comandate voteranno per il presidente Bush. I cattolici non praticanti per Kerry. Sarà una sfida colossale». Hudson calcola che il 62% dei cristiani praticanti, non importa se protestanti o cattolici, conta di votare Bush, mentre la maggioranza degli elettori non praticanti ha in animo di scegliere Kerry. Le mille Americhe delle fedi si affrontano e Kerry ha già avuto qualche scaramuccia con la gerarchia cattolica, che non vede di buon occhio un candidato credente «contrario all'aborto, ma favorevole alla legge sull'aborto». L'arcivescovo di St. Louis, Raymond Burke, ha pubblicamente ammonito Kerry a «non presentarsi all'altare per la comunione... perché in grave e manifesto peccato». Kerry ha ricevuto la comunione dall'arcivescovo della sua città. Boston e ha avuto il suo primo matrimonio annullato dalla Sacra Rota: la minaccia del vescovo Burke ha preoccupato il suo staff, mentre il candidato non s'è impressionato troppo, presentandosi con un quarto d'ora di ritardo alla messa. Kerry vuole apparire un credente di quelli che in America i tradizionalisti bollano come «cattolici self service», persuasi di accettare solo parte dall'insegnamento ecclesiastico, ignorando i precetti che non approvano, per esempio in materia sessuale. La Chiesa di Papa Wojtyla non apprezza affatto i «cattolici self service», ma al tempo stesso è ostile a vari punti del manifesto di Bush: la pena di morte, l'uso della forza, scarsa attenzione alle politiche sociali, la pena di morte (Kerry è contrario). Alla base però, nelle parrocchie e negli oratori, spesso le regole di Roma sono apertamente ignorate e si vedono donne concelebrare la messa e fedeli divorziati o gay accostarsi ai sacramenti senza condanna del sacerdote. La pressione che la gerarchia cattolica mette oggi su Kerry ricorda le analoghe attenzioni riservate al governatore dello Stato di New York Mario Cuomo e alla candidata alla vicepresidenza nel 1984, Geraldine Ferraro, criticati dal cardinale John O'Connor sull'aborto. Ci sarà dunque una grande battaglia, perché i cattolici, assidui in parrocchia o «self service», sono un pacchetto di voti decisivo negli stati decisivi per la Casa Bianca: New Hampshire, Missouri, Tennessee, Pennsylvania, Ohio e New Mexico. Ogni predica metodista di Bush, ogni rosario di Kerry parleranno certo a Dio, ma anche ai tanti Cesari americani indecisi nel voto di novembre.

"medicina mentis"?

Il Mattino 30.3.04 Lunedì 29 Marzo 2004
Pillole di Aristotele e Platone al posto del Prozac: la filosofia guarisce
(f. ung.)


Socrate, Platone e gli altri maestri del pensiero occidentale, così come Confucio e Buddha per quello orientale, possono aiutarci a migliorare la nostra vita. Soprattutto, se discutiamo dei nostri problemi con qualcuno che di filosofia ne conosce a sufficienza. È questo il concetto alla base del «philosophical counseling», una nuova terapia nata in Germania all'inizio degli anni Ottanta e oggi diffusa soprattutto nel Regno Unito e negli Stati Uniti d'America, dove una controversa proposta di legge vorrebbe istituire un albo professionale nello Stato di New York.
Secondo Lou Marinoff, uno dei «terapisti filosofi» più in vista e più chiacchierati (autore di due bestseller sul tema pubblicati in Italia dalla Piemme), la maggior parte dei problemi che la gente si trova ad affrontare non sono né psicologici, né psichiatrici. Sono in realtà filosofici. Insomma non serve a molto cercare di capire che cosa ci è capitato da bambini o se avevamo o meno il complesso di Edipo. Ed è altrettanto inutile imbottirsi di pillole dell'ultimo ritrovato farmaceutico per diventare più felici. Quello che ci serve è qualcuno che possa alleviare le nostre sensazioni negative e ci permetta di capire meglio noi stessi.
Insomma, psicologi e psichiatri lasciamoli a chi è veramente ammalato. Agli altri possono bastare i filosofi, che hanno il compito di stimolare chiunque abbia un problema, in modo che lo affronti correttamente e lo veda nell'ottica migliore.
Come spiega Peter Raabe, esperto canadese, un consulto di questo tipo si muove soprattutto sul piano concettuale, lasciando agli psicologi il campo delle emozioni e dei sentimenti. Nello stesso tempo però non è solo un modo per risolvere un problema immediato. Come Socrate stimolava i suoi discepoli con continue domande, così il terapista filosofo cerca di insegnare al suo paziente la via migliore per affrontare la vita in modo logico ed efficace. Se il problema si ripresenta, il paziente è così pronto a risolverlo in maniera del tutto indipendente.
Come tutte le nuove discipline il «philosophical counseling» sta avendo però una vita dura. Chi è a favore, sostiene di essere boicottato da psicologi e psichiatri perché rischia di accaparrarsi una fetta importante di pazienti (e di parcelle). Chi è contrario, sostiene che è impossibile pensare di risolvere problemi esistenziali da un punto di vista puramente logico, senza entrare nel complicato mondo dei desideri irrisolti e delle emozioni nascoste o dei meccanismi chimici di funzionamento del cervello. E anche tra i «terapisti filosofi» c'è chi considera prematuro cercare delle affermazioni professionali. Il campo è ancora ad uno stadio infantile» commenta David O'Donaghue, uno psicologo con tanto di dottorato in filosofia.