martedì 7 giugno 2005

gli articoli apparsi su "AVVENIMENTI" all'interno del "dossier" intitolato

tutti pazzi per gli embrioni

nelle loro versioni originali

pag.26
Un sì per chi viene alla luce
di Gabriella Gatti
docente di neonatologia e psicoterapeuta, Università di Siena

Qualunque tentativo di considerare l’embrione come persona giuridica fa riferimento implicito alla norma fondamentale del diritto naturale, cioè il diritto alla vita. In prima istanza il diritto dell’embrione come persona sarebbe diritto alla vita: non a caso nell’ideologia cattolica l’aborto viene spesso equiparato all’assassinio.
La discussione sulla legittimità dell’assenso alla abrogazione è chiaro porta alla inevitabilità di definire il concetto stesso di vita. L’onere di questa definizione tradizionalmente demandata ai filosofi sicuramente spetta anche al medico, nella fattispecie al neonatologo che ha un punto di osservazione molto particolare e privilegiato.
La scienza moderna si è sviluppata nel senso che la biologia si è dotata di uno statuto scientifico autonomo. Nel termine stesso di Biologia c’è questo legame fra il Bios ed il Logos è ciò esprime l’idea di un’indagine razionale, condotta con metodiche della scienza sperimentale su gli organismi viventi la cui esistenza si basa su leggi che sono le stesse che regolano il funzionamento del corpo umano.

Si potrebbe dire che la biologia considera la vita nei suoi aspetti più generali arrestandosi però di fronte a quello che per secoli è stato un enigma: la specificità della vita umana. Nella misura in cui il biologo, medico o ricercatore che sia, cerchi di risolvere l’enigma con la razionalità egli va incontro ad un riduzionismo biologico così come coloro che prescindono dai risultati acquisiti dalla scienza cadono in uno spiritualismo astratto.
Questa antinomia caratterizza lo stato attuale della discussione su ciò che va considerato specificamente umano.
Il neonatologo parte da precise conoscenze biologiche ed osservazioni cliniche.
Le conoscenze biologiche sono quelle dell’embriologia umana che considera lo sviluppo iniziale del feto come un moltiplicarsi iniziale di cellule indifferenziate. L’esperienza clinica sui parti prematuri indica che solo a partire dalla 24ª settimana il feto ha una possibilità di vita autonoma. Precedentemente a questa data non c'è nessuna possibilità di sopravvivenza.
Quindi si potrebbe pensare che c’è un momento preciso a partire dal quale più che di vita si possa parlare di una potenzialità di vita. Perché è ovvio per il medico neonatologo che si può considerare vivo il bambino solo alla nascita... Nessun cattolico d’altronde battezza un feto pur considerando vita un embrione, né peraltro viene battezzato un feto morto: nel Medioevo esistevano luoghi consacrati all’osservazione dei bambini nell’attesa di movimenti, a volte solo cadaverici, che potessero consentire la somministrazione del sacramento e la sepoltura in luogo consacrato.
Il neonatologo non si limita a considerare la vita generica, che è quella della cellula e degli organismi scarsamente differenziati, ma si spinge a individuare lo specifico della vita umana. a partire da quel momento in cui lo sviluppo morfologico e funzionale del feto è tale da permettere una nascita e non solo un prodotto abortivo.
Questo momento coincide con una maturazione corticale che rende possibili i processi primari aspecifici della sensibilità e lo strutturarsi di riflessi fra cui quello quello pupillare alla luce.
Come non ricordare che nel famoso film “Blade runner” al replicante non umano mancava proprio questo riflesso?
L’osservazione clinica del neonatologo mette in discussione quindi l’idea astratta di vita che prescinde dallo sviluppo biologico ed embriologico per contraddire la conclusione che è “vita” la morula come è “vita” il neonato,
Questa conclusione, erronea, inficiata da un presupposto spiritualistico, postula un “continuità" della vita umana che una volta instauratasi avrebbe sempre lo stesso valore e significato.
La neonatologia, basandosi sulla ricerca medica e quindi anche psichiatrica, parte dall’idea che lo sviluppo della vita fetale, a partire da un preciso momento, può, sotto l’influenza di stimolazioni specifiche fra cui quelle cutanee e della luce, che studi neurofisiologici, come quelli di Wiesel considerano fondamentali per l’inizio della maturazione corticale, andare incontro ad una trasformazione,
Se noi consideriamo la vita neonatale non solo sotto il profilo del “bios” e del “logos” potremmo poi spingerci a presupporre alla nascita l’attivarsi un pensiero alogico, irrazionale come matrice comune della vita mentale di tutti gli esseri umani.


pag.28

Nella fabbrica del doppio
Boncinelli: «La clonazione umana? Un bluff»
"Non è possibile produrre due persone identiche. La loro psiche sarebbe comunque differente"
di Simona Maggiorelli


I molti centri di fecondazione assistita all’avanguardia in Italia, da un anno, dacché è entrata in vigore la legge 40, lavorano a scartamento ridotto. I laboratori di ricerca sulle celule staminali embrionali sono fermi al palo, mentre gli scienziati italiani sono a un bivio: trasferirsi all’estero per continuare le ricerche oppure accettare di vedersi a poco a poco emarginati dalla comunità scientifica internazionale. Ma perché la ricerca fa così tanta paura a questa maggioranza? E da quali scenari di progresso scientifico l’Italia rischia di essere tagliati fuori? Lo abbiamo chiesto a Edoardo Boncinelli, docente di Biologia e Genetica presso l’Università Vita-Salute di Milano.
Professor Boncinelli quanto è importante la ricerca sulle cellule staminali e in particolare quella sulle staminali embrionali?
Tutti sono convinti, chi più chi meno, che il futuro della medicina, e quindi della salute, passa largamente per l’uso delle cellule staminali embrionali. Ma qui si pone un quesito. Ci sono tanti tipi di staminali: le embrionali, le fetali, quelle del cordone ombelicale e le adulte. Qualcuno dice che con le staminali adulte si può raggiungere ogni obiettivo. Se fosse vero, non varrebbe la pena discutere così tanto sulle cellule staminali embrionali. La verità è che nessuno oggi sa se questo è vero o falso. L’unico modo per saperlo è fare esperimenti. Certo quelle embrionali, per definizione, devono essere capaci di fare tutto, perché quello è il loro mestiere, dichiamo così, istituzionale. Per ora il tentativo di far regredire le cellule adulte non ha dato grandi risultati o sbaglio?
Dipende molto da chi parla, ognuno porta l’acqua al suo mulino. Bisogna distinguere anche qui, perché purtroppo c’è molta confusione. Infilare qualche cellula in un tessuto malato, nel cuore o in un nervo, dà grandi speranze. Non è detto, però, che l’efficacia immediata sia duratura. La vera speranza per il futuro, e di cui purtroppo si parla poco, non è seminare una cellulina qua e una là, ma fare in laboratorio parti di organo o interi organi. Per questo le adulte hanno probabilità piuttosto basse di funzionare. Negli animali, soprattutto nel topo, le embrionali si sono rilevate estremamente produttive. A priori, se non ci fosse la disputa ideologica, uno punterebbe tutto proprio sulle staminali embrionali.
Nel dibattito sulla legge 40 c’è chi, come il ministro Giovanardi, ha paragonato la fecondazione assistita all’eugenetica.Quanto a sproposito?
L’eugenetica è stata tirata in ballo contro la diagnosi preimpianto. Vietare questo tipo di esame è, a mio avviso, la parte più sbagliata della legge. È un presidio importantissimo, quasi miracoloso, rinunciarci lo trovo assurdo. Dicono che con la diagnosi genetica si sacrificano degli embrioni -in realtà a questo stadio molto precoci, sono solo di otto cellule - per fare dell’eugenetica, intendendo per eugenetica la scelta di certi individui piuttosto che altri. Ma se far nascere bambini non malati può essere inteso come un capitolo di eugenetica, si tratta, a mio avviso, di una pratica sacrosanta. Tutti più o meno consapevolmente tentano di dare ai propri figli il meglio possibile. Comunque sia non siamo minimamente a questo livello. La diagnosi preimpianto oggi serve solo a evitare persone sicuramente malate, non a produrre persone con questa o quella caratteristica biologica desiderata.
E la clonazione tanto paventata?
Un termine esecrando, in nessun laboratorio si parla di clonazione, si parla di clonaggio. Se ne parla da 30 anni ma i media se ne sono accorti ora. La clonazione è uno spauracchio agitato perché si confonde la cosiddetta clonazione riproduttiva dalla cosiddetta clonazione terapeutica che sono, peraltro, due dizioni inventate dai media. Uno scienziato non utilizzerebbe mai termini così babbei.
Proviamo allora a fare chiarezza.
Per clonazione riproduttiva s’intende fare un bambino o una bambina partendo da una o poche cellule. Non è detto che fra dieci anni non sia possibile, ma non è lo scopo che interessa davvero agli scienziati. Per clonazione terapeutica s’intende produrre, non un bambino, ma tessuti o parti di organo o organi interi. La parola clonazione è la stessa, ma ci si può accoltellare quanto si vuole, sono e restano due concetti completamente diversi. Chi non è mai entrato in un laboratorio e non sa come funziona può dire: ma se noi autorizziamo queste procedure finalizzate alla clonazione terapeutica e qualcuno, sotto banco, prosegue le ricerche e arriva alla clonazione riproduttiva? Io non credo che ciò sia possibile, né probabile, ma se questo dovesse accadere bisogna proibirlo come si fa per altre cose. Ma non posso, poiché qualcuno potrebbe usare un martello per ammazzare il vicino, impedire la vendita dei martelli.
Arrivare a fare due individui identici sarà mai possibile?
Facciamo un’ipotesi di scenario. Supponendo che fosse possibile fare una clonazione umana; cosa che ancora non è. Si prende una mia cellula e da lì si comincia. Ma devo - cosa non facile - trovare una mamma compiacente, che ospiti questo bambino nell’utero visto che, per ora questo passaggio, non è evitabile. Alla nascita poi questo bambino avrà avrà 65 anni di meno di me. Dovrò aspettare che abbia una certa età per vedere come è fatto, come si comporta, cosa pensa. Che garanzia ho che mi somigli? Certo se ne faccio un milioni di cloni ne troverò uno che mi somigli. Ma se ne faccio uno, due, tre o anche dieci con ogni probabilità non mi somigliano neanche fisicamente. Ma soprattutto non avrà mai una psiche identica alla mia, perché si sviluppa negli anni. Alla fine osa ci avrei guadagnato? Avrei un figlio, semplicemente un figlio, il quale tenderebbe a differenziarsi, come fanno tutti i figli che si rispettino. Sarebbe una clonazione per ridere. Certo una coppia che non ha avuto figli o che ne ha perso uno da poco, potrebbe voler fare una sostituzione, ma sarebbe un feticcio. Come chi gli muore il cagnolino e ne compra un altro, come un giocattolo e che non sarà mai identico al precedente. Qualcuno contrario alla clonazione potrebbe dire che non si tratterebbe di un’azione a favore del figlio ma per se stessi. Ma in questo caso allora vorrei sapere quanti genitori “normali” mettono al mondo un figlio solo per il figlio stesso. Il discorso, insomma, andrebbe allargato a una riflessione generale sulla genitorialità.
In Italia pare ci sia già chi fa sperimentazione su embrioni comprati all’estero. Con l’obbligo di cedere, però, i ricavi di eventuali brevetti.
Questo è possibile se si parla di linee cellulari, più che embrioni veri e propri. Ci sono molte linee cellulari in commercio. E tutti fanno finta di non saperlo, ecco un altro paradosso. Che ci possano essere dei brevetti mi pare dura. Non ho nessuna stima della ricerca nel nostro paese. O l’Italia dà una sferzata e cambia direzione, oppure parlare di ricerca italiana penalizzata diventa una barzelletta. Beninteso l’attacco alla ricerca oggi c’è ed è fortissimo. Ma in Italia né destra né sinistra hanno interesse che la situazione cambi. Il fatto è che la scienza produce nuove idee, produce novità e può dare una visione del mondo e dell’uomo che ai tradizionalisti proprio non piace.

pag.29
l'opinione
Cancellati 2000 anni di diritto
di Francesco Dall'Olio

sostituto procuratore presso il Tribunale di Roma

Qualche tempo fa’ richiesto da un caro amico, direttore della Rivista “Il Sogno della Farfalla”, di scrivere alcune note di commento alla legge n.40\2004 in tema di procreazione assistita avevo iniziato quel breve articolo dicendo che “Abbiamo sempre creduto e ci hanno sempre insegnato che la legge non stabilisce quali sono i diritti inviolabili dell’uomo ma li riconosce e li garantisce” e d’altra parte questa è proprio la formulazione usata dalla nostra Costituzione Repubblicana all’ art. 2.
Leggendo invece le prime righe del testo della legge n.40\2004 - Norme in materia di procreazione medicalmente assistita - ci accorgiamo che una legge dello Stato, anziché limitarsi a disciplinare il concreto esercizio di un diritto fondamentale, quale è quello di generare un altro essere umano, in quelle ipotesi in cui, a causa di sterilità o infertilità non è possibile la procreazione spontanea, limiti tale diritto in nome di una ideologia non confessata ma chiaramente confessionale arrivando alla compressione di diritti fondamentali costituzionalmente garantiti e facendo a pezzi 2000 anni di diritto stabilendo, per la prima volta nella storia, che anche il “concepito” è un soggetto dell’ordinamento giuridico.
Oggi, nel rileggere quelle frasi, dico che forse mi sembrano insufficienti e non adeguate ad evidenziare l’inganno e l’ipocrisia di una operazione “culturale” che, dietro il volto formalmente ineccepibile della opinione popolare che, attraverso meccanismi formali e giuridici assume la forma della legge, vuole in realtà affermare che 2500 anni di storia è come se non fossero mai passati, che le enormi conquiste sociali, civili giuridiche e scientifiche degli ultimi due secoli è come se non vi fossero mai state, che le donne non devono pensare, ma solo partorire e partorire nei tempi e nei modi che vengono loro dettati dalla società, dalla chiesa, dalla morale, e infine dai mariti e poco male se nel partorire moriranno o daranno alla luce un povero infelice perché in fondo la morte non è che l’inizio di una vita migliore e assistere per tutta la vita chi la vita non saprà mai che cosa è è meglio che impazzire per il senso di colpa di aver rifiutato un “dono di dio”.
Inganno ed ipocrisia tanto più gravi se posti in essere attraverso la legge di uno Stato laico che ha abolito la “religione di Stato” (anche se solo pochi anni fa, che riconosce e garantisce da quasi trenta anni il diritto delle donne di abortire, che lega il concetto di vita umana a quell’evento di originalissima, personale ed irreversibile trasformazione che è la nascita...
Già, la nascita.
Ma se ci fermiamo un momento ad esaminare questo termine vediamo che possiamo accostarlo a quella locuzione così cara a noi legulei che lo traduce in “venire ad esistenza”. Proprio questa ultima espressione, per quanto molto meno poetica del termine nascita, è tuttavia illuminante ai nostri fini perché, nella misura in cui descrive un passaggio, una dinamica tra un prima e un poi, laddove questo “poi” è l’esistenza, necessariamente il “prima “ è la non-esistenza e poiché non può trattarsi di una non-esistenza materiale (il feto è tutt’altro che immateriale) deve per forza trattarsi di una non-esistenza concettuale.
In altre parole il feto non è un essere umano o per lo meno non lo è ancora.
La conclusione, che in questi termini può apparire addirittura sgradevole, è tuttavia pacifica da tempo immemorabile in diritto e affonda le proprie radici nel diritto romano per passare indenne nel diritto intermedio e giungere fino ai giorni nostri con la statuizione dell’art. 1 c.c. (la capacità giuridica si acquista con la nascita - i diritti che la legge riconosce al concepito sono subordinati all’evento della nascita) o le norme in tema di omicidio, ben differenziate da quelle in tema di procurato aborto.
Il feto nell’utero materno è una meravigliosa aspettativa di vita umana ma non lo è ancora.
Anche se però, questa frase potrebbe prestare il fianco ad una facile obiezione di tipo logico.
Si potrebbe infatti sostenere che il feto nell’utero pur non potendosi definire “vivo” è però sicuramente “vitale” e pertanto vi è “vita”; d’altro canto poiché il feto è il prodotto del concepimento tra due esseri umani la sua presenza nell’utero materno può senz’altro essere definita come “vita umana”.
L’obiezione può però essere superata con l’uso di termini che, a questo punto, appaiono senz’altro più appropriati dicendo quindi che se anche al feto può essere riconosciuta la qualità di vita umana ciò che invece certamente non gli può essere riconosciuta è la qualità di “essere umano” giacchè tale qualità è acquisita solo con la nascita o “venuta ad esistenza”.
Ma se tale è la situazione c’è da domandarsi in base a quale principio una legge dello Stato arrivi a travolgerne un’altra (e tra l’altro non una qualsiasi ma il primo articolo del codice civile!).
Senza entrare, come abbiamo detto prima, nella disamina tecnica delle singole norme, vogliamo però ancora una volta sottolineare quella petizione di principio contenuta proprio nell’art. 1 della legge che sotto la rubrica “Finalità” afferma che ”…la presente legge assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”.
La legge, finalizzata formalmente alla disciplina della procreazione assistita, si indirizza invece più nella direzione di delimitare la ricerca e la sperimentazione sugli embrioni umani arrivando a farlo con la minaccia di sanzioni penali gravissime (per la clonazione si arriva a prevedere la reclusione da 10 a 20 anni).
In realtà tale osservazione, pur corretta, è tuttavia limitata ad una visione statica del pensiero sotteso al provvedimento normativo nel senso che, come pure già è stato osservato da parte dei più avveduti, questo testo sembra essere solo il primo passo verso la affermazione di quel principio - esclusivamente religioso -secondo il quale la vita umana inizia con il concepimento e non con la nascita.
Tra le conseguenze sul piano giuridico della affermazione di un tale principio ci sarebbe la illegalità dell’aborto, anche solo terapeutico.
Che questa sia la finalità della legge è provato anche da quell’assurdo divieto di riduzione embrionaria in caso di gravidanze plurime che costringe ad impiantare nell’utero anche embrioni che si sa per certo sono affetti da alterazioni genetiche; l’inciso “salvo nei casi previsti dalla legge 194/78” - legge sull’aborto - appare, nella sua ovvietà e doverosità, così formale da risultare ipocrita e, ci si scusi il termine, anche schizofrenico, soprattutto nella misura in cui, da un lato, costringe la donna a subire l’impianto di un embrione malato, dall’altro le permette poi di abortire quello stesso embrione proprio perché malato.
Un altro elemento che dimostra chiaramente come l’intera legge sia il portato di una fortissima ideologia religiosa è quello costituito dal divieto della c.d.”fecondazione eterologa”.
Ora, a parte che, come è stato rilevato da eminenti clinici, la fecondazione può dirsi eterologa in senso biologico solo quando avviene tra specie diverse per cui tra esseri umani la fecondazione è, per forza di cose, sempre omologa, va comunque rilevato che nel nostro ordinamento giuridico non esiste alcun obbligo di procreare solo ed esclusivamente all’interno della coppia legalmente formata e riconosciuta (i coniugi) tanto è vero che, sparito il reato di adulterio e posto che la relazione extraconiugale in tanto può avere delle conseguenze giuridiche solo in quanto il coniuge “fedele” intenda attribuirgliene (magari intentando una causa di separazione) i figli eventualmente nati “fuori del matrimonio”, come suol dirsi, possono benissimo essere “riconosciuti” ed acquistare tutti i diritti e i doveri dei figli nati “nel matrimonio” senza contare che, fatta eccezione per il disconoscimento di paternità, lo Stato non interviene mai nella verifica della discendenza “biologica”.
Se invece decide di farlo, come nel caso della legge in esame, vietando la fecondazione medicalmente assistita mediante l’utilizzo di un donatore “esterno” alla coppia, ne dovrebbe trarre tutte le ulteriori conseguenze ripristinando il reato di adulterio e vietando il riconoscimento dei figli nati fuori del matrimonio avuti con un soggetto “estraneo” perché non sarebbero “figli della coppia” ma di uno solo dei due.
La violenza e la follia insite in simili conseguenze sono evidenti a tutti eppure, anche da esponenti della politica e della cultura c.d. ”laica” non mancano voci favorevoli al mantenimento del divieto argomentando che lo stesso troverebbe la sua giustificazione non in una generica “morale religiosa” quanto piuttosto nel diritto del nascituro a poter contare su una ascendenza biologica “certa” e “verificabile” cosa che non potrebbe aversi se uni dei due genitori “biologici” rimanesse anonimo come è appunto nel caso della fecondazione “eterologa”. Ora a parte la assoluta opinabilità circa la opportunità del riconoscimento di un simile diritto (ammesso e non concesso che lo sia!) ma chi sostiene questa tesi sembra dimenticare del tutto che nel nostro ordinamento l’istituto della “adozione” è tutto orientato nel senso esattamente opposto, nel senso cioè di ritenere che la vera ed unica famiglia è quella di adozione nell’ottica di un “hic et nunc” che appare l’unica via per un sano percorso di crescita e sviluppo dei minori
Questo ci induce a riflettere e dire che anche per il legislatore (non certo quello della legge 40) la figura genitoriale che rileva non è affatto quella “biologica” ma quella che nel rapporto quotidiano con il bambino, col ragazzo, con l’uomo, si propone e si rapporta come tale, provvedendo ai suoi bisogni e alle sue esigenze non per un vincolo di sangue ma per uno d’amore.

(Nella versione a stampa l'articolo è stato accorciato per motivi di spazio)
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brevi dal web

Yahoo!Salute martedì 7 giugno 2005
Disturbi mentali: uno su due insorge prima dei 14
Il Pensiero Scientifico Editore

Metà dei casi di disturbi mentali che si verificano nell’arco di una vita hanno il loro esordio nei primi 14 anni di vita, ciò nonostante la diagnosi e i trattamenti, anche se l’accesso ad essi è possibile, arrivano anche decadi più tardi col risultato che disturbi semplici da risolvere come disturbi d’ansia, dell’umore e tossicodipendenze si aggravano o favoriscono l’insorgenza di altre problematiche. Questo, secondo uno studio (che non ha incluso malattie come schizofrenia e autismo), che ha prodotto ben quattro pubblicazioni sull’ultimo numero degli Archives of General Psychiatry tutte firmate da Ronald Kessler, significa rendere più difficile dopo la cura.
Lo studio, un progetto collaborativo tra la Harvard University, la University of Michigan, e il NIMH Intramural Research Program, pone dunque l’accento sulla necessità di interventi nei tempi e nei modi adeguati.Lo studio, battezzato “National Comorbidity Survey Replication” (NCS-R) perché è la ripetizione di uno studio del 1990, ha coinvolto 9282 persone dai 18 anni in su.
“Ci sono molti messaggi consegnati da questa vasta indagine ma di certo nessuno è importante come l’aver riconosciuto che i disturbi mentali sono condizioni croniche delle persone giovani”, ha dichiarato il direttore del National Institute of Mental Health Thomas Insel. Infatti se un disturbo su due insorge entro i 14 anni, tre su quattro si sono già presentati alla soglia dei 24 anni. In particolare i disturbi d’ansia insorgono alla fine dell’infanzia, quelli dell’umore nell’adolescenza, l’abuso di sostanze intorno ai 20.
Ciò significa che, al contrario delle malattie che sono la piaga dei paesi occidentali ovvero quelle cardiovascolari, le problematiche della psiche affliggono gli individui proprio nel periodo della loro vita in cui dovrebbero essere più produttivi. Le femmine hanno più spesso disturbi d’ansia e dell’umore, i maschi invece hanno di più problemi con stupefacenti e disordini dell’autocontrollo. Il ritardo medio tra l’insorgenza dei primi sintomi e il primo contatto con i servizi di assistenza è di dieci anni, con un massimo di 20-23 anni per disturbi come le fobie sociali e l’ansia da separazione.
Il tempo più breve invece riguarda i disturbi dell’umore (6-8 anni) ma ciò è attribuibile soprattutto alla loro precoce insorgenza e alle campagne di sensibilizzazione sull’argomento, nonché alla facile disponibilità di farmaci. In ogni modo il ritardo è evidente per ogni disturbo e va considerato per le sue implicazioni in termini di salute pubblica. Infatti ritardare l’inizio di una terapia significa moltiplicare il rischio che diventi resistente ai trattamenti disponibili e che gli episodi legati alla malattia si facciano più frequenti.
Inoltre disturbi non trattati precocemente vanno a braccetto con l’insorgenza di disagi socio-economici: sospensione degli studi, lavori precari, figli in giovane età, relazioni di coppia instabili e violente. Prima insorge il disturbo, più tardi si cerca aiuto e più persistente diventa la malattia, con l’aggravante che questi disturbi sono più frequenti proprio in contesti sociali più disagiati in cui avere assistenza è più difficile.
Inoltre gli individui con un disturbo mentale sono più a rischio per altri disturbi, cosa che suggerisce come tra di loro molti disturbi abbiano poi dei confini molto labili.Una prospettiva internazionale di questo studio sarà presto disponibile poiché esso fa parte di un’iniziativa globale di epidemiologia del disturbo nervoso che, coordinata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), a coinvolto 28 paesi del mondo.

Fonte: Kessler R et al. Lifetime risk and persistence of psychiatric disorders across ethnic groups in the United States. Psychol Med 2005;35.

agi.it 7 giugno 2005
MIRKO: AVVOCATO, UN CASO PER I MEDICI, NON PER I GIUDICI

(AGI) - Lecco,"Il caso di Maria Patrizio va risolto da medici, specialisti, psichiatri. Non da giudici e magistrati". Ne è convinto l'avvocato Fabio Maggiorelli di Genova che con il collega Ernesto Rognoni assiste la giovane mamma di Casatenovo (Lecco) che la mattina del 18 maggio scorso ha fatto annegare il figlioletto Mirko di 5 mesi nella vaschetta per il bagno. Il legale ancora una volta ribadisce come le condizioni di salute mentale della ventinovenne siano molto precarie.
"Spesso chiede del marito Cristian e con il mio collega ho già presentato un'istanza al giudice per farle ottenere il permesso di incontrare il consorte. Qualche volta chiede notizie del figlio. È come se la sua mente abbia rimosso l'accaduto, anche se sporadicamente riemergono ricordi, seppur appannati. Mery attualmente è ospitata nel reparto "Arcobaleno" dell'ospedale psichiatrico di Castiglione delle Stiviere, nel mantovano. Per le 13 di oggi è prevista l'udienza in sede di incidente probatorio davanti al gip di Lecco, Gianmarco De Vincenzi, per il conferimento di incarico al pool di psichiatri che dovranno analizzare le "inquietudini mentali" che attualmente pervadono la vita di Maria Patrizio. Per la difesa sarà scelto il prof. Massimo Picozzi di Saronno (già consulente per la difesa nel caso di Cogne), mentre per il gip l'esame peritale sarà affidato a Isabella Merzagora dell'Istituto di Medicina Legale di Milano e a Ugo Fornari dell'Università di Torino, già consulente per l'accusa contro Annamaria Franzoni. Il pm, Giovanni Gatto, renderà noto il nome del suo perito nelle prossime ore.

liberazione.it 7 giugno 2005
Accadde 21 anni fa - Enrico Berlinguer

Il 7 giugno del 1984, mentre chiude la campagna elettorale per le elezioni europee, il segretario del Pci Enrico Berlinguer è colpito da un malore. Morirà quattro giorni più tardi senza riprendere conoscenza. Era impegnato nella battaglia feroce contro il governo per salvare la scala mobile (difendere i salari). Il Pci vincerà le elezioni (primo partito) poi entrerà in una crisi dalla quale non si riprenderà più.

metà degli Usa fuori di testa

ANSA 7.6.05
Martedì 7 Giugno 2005, 20:13
USA: MEZZA AMERICA HA DISTURBI PSICOLOGICI
di Alessandra Baldini

(ANSA) - NEW YORK, 7 GIU - Mezza America ha sofferto di disturbi mentali in qualche punto della vita, ne sta soffrendo o ne soffrirà. I disordini mentali negli Usa sono diffusi come il mal di cuore o il cancro, solo che colpiscono una popolazione sempre più giovane e con un più duraturo impatto sul resto della vita. È questa la inquietante conclusione di uno studio federale i cui risultati sono stati pubblicati sul numero di giugno degli Archives of General Psychiatry.
La ricerca del National Institute of Mental Health è la più completa intrapresa finora da un centro di studi del governo americano ed è destinata a fornire un nuovo metro di giudizio agli addetti ai lavori nei campi delle malattie mentali: ''Il punto da ricordare è che i disturbi mentali sono altamente prevalenti e cronici'', ha dichiarato Thomas Insel, direttore dell'istituto federale che ha condotto lo studio puntando i riflettori sul fatto che ''una buona percentuale delle vittime del 'male oscuro' negli Stati Uniti sono giovani''.
I ricercatori del National Institute of Mental Health hanno intervistato quasi diecimila individui sopra i 18 anni e scoperto che della meta' di americani vittima di disturbi mentali un buon 50 per cento ha cominciato ad averne i sintomi a 14 anni e tre quarti a 24.
IL VOLTO DEL MALE OSCURO È UN TEENAGER - ''I disordini mentali sono a questo punto la piu' imponente malattia cronica per la gioventù in America'', ha detto Ronald Kesler, epidemiologo di Harvard e uno degli autori dello studio secondo cui ''purtroppo all'avvento dei sintomi non fa riscontro una diagnosi precoce e men che meno una cura''.
Come accadde per due rilevamenti precedenti pubblicati nel 1984 e nel 1994, molti psichiatri hanno giudicato inflazionati i risultati della ricerca: ''Cinquanta per cento degli americani handicappati mentali? Ci state prendendo in giro'', ha polemizzato Paul McHugh, professore di psichiatria della John Hopkins Universiy. A suo giudizio la ragione dell'aumento dell'incidenza delle malattie mentali nella popolazione americana e' legata alla sempre piu' vasta definizione dell'ambito di queste malattie: ''Prima o poi avremo una sindrome per maschi bassi, grassi, irlandesi e con l'accento di Boston, e lo chiameremo un disturbo psichiatrico''.
Il rapporto del National Institute of Health incide sul dibattito, in corso negli Stati Uniti, sulla necessità di uno screening di adulti e bambini per disordini mentali e anche sulla linea di demarcazione tra malattia e salute. Le risposte sono destinate ad avere un enorme impatto sui metodi di cura e, non ultimo, sul tipo di sindromi coperte dalle assicurazioni sanitarie.
DIECIMILA INTERVISTE, LA DEPRESSIONE È IL MALE PIÙ COMUNE - Gli investigatori federali hanno intervistato faccia a faccia 9.282 americani sopra i 18 anni a cui è stato chiesto se in un momento o l'altro della vita avessero attraversato fasi prolungate di depressione, abuso di alcol o di droga, ansie irrazionali e un'altra vasta gamma di sintomi. In caso di risposta affermativa, le interviste venivano approfondite concentrandosi sugli episodi di malessere.
Come previsto, i ricercatori hanno scoperto che i problemi più comuni denunciati dai soggetti dell'indagine sono la depressione (17 per cento) e l'alcolismo (13 per cento). Sono risultate comuni anche le fobie (13 per cento). Oltre un quarto degli interpellati ha denunciato un malessere assimilabile a un disordine mentale nel corso dell'ultimo anno.
Una vasta maggioranza ha cominciato ad avere problemi già in gioventù, tra i venti e i 30 anni, anche se alcuni disordini legati al controllo degli impulsi come l'iperattività da deficit di attenzione e problemi di ansia come le fobie si erano manifestate usualmente prima, intorno agli undici anni.
(ANSA).

la mamma di Lecco

AGI
Lecco, 07 giugno 2005 - 16:24
MIRKO: LA MAMMA CHIEDE DEL MARITO, GIOVEDÌ VEDE GLI PSICHIATRI

Maria Patrizio probabilmente già giovedì prossimo incontrerà per la prima volta il pool di psichiatri che dovranno capire quali possano essere le "inquietudini mentali" che l'avrebbero portata a sopprimere il figlioletto Mirko di 5 mesi affogandolo la mattina del 18 maggio scorso nella vaschetta del bagnetto. Nel primo pomeriggio di oggi si è svolta l'udienza in sede di incidente probatorio davanti al Gip di Lecco, Gianmarco De Vincenzi, per il conferimento d'incarico agli specialisti che nell'arco di un paio di mesi dovrebbero consegnare le loro conclusioni. Il Gip ha nominato suoi consulenti il professor Ugo Fornari dell'Università di Torino e la dottoressa Isabella Merzagora dell'Istituto di Medicina Legale di Milano. Per la difesa rappresentata dagli avvocati Fabio Maggiorelli e Ernesto Rognoni di Genova, scelto il professor Massimo Picozzi. Anche oggi le difese hanno ribadito il desiderio espresso dalla loro assistita di poter incontrare il marito. Ma anche Kristian desidera incontrarla. La giovane mamma è ricoverata nel reparto "Arcobaleno" dell'istituto psichiatrico di Castiglione delle Stiviere. (AGI)

Leonardo da Vinci

Corriere della Sera 7.6.05
Sotto l’intonaco di Palazzo Vecchio potrebbero esserci ancora tracce della «Battaglia di Anghiari»
Scoperto un «muro segreto» di Leonardo
Pierluigi Panza

Ieri, cinque secoli fa, Leonardo «al tocco delle 13 ore», si trovava in Palazzo Vecchio di Firenze per iniziare un affresco raffigurante la «Battaglia di Anghiari», che doveva documentare la vittoria del 1440 dei fiorentini, alleati con il Papa, contro i milanesi. Nella stessa sala, e sempre per 20mila fiorini, era stato chiamato anche Michelangelo a dipingere su un altro muro «La battaglia di Cascina». Ma ci furono brutti presagi quel giorno: si mise a piovere e il cartone «si guastò» annotò lo stesso Leonardo nel Codice di Madrid. Morale: l’affresco si deteriorò presto. Forse il genio di Vinci aveva nel dipinto su muro il suo tallone di Achille, visto che anche il «Cenacolo» di Santa Maria delle Grazie (innumerevoli volte restaurato) già nel Cinquecento veniva detto ormai perduto. Andò peggio alla «Battaglia di Anghiari», che fu coperto da un affresco del Vasari. Ieri, nell’ambito della rassegna «Il genio fiorentino», l’ingegnere Maurizio Seracini, presentando i risultati di analisi effettuate con strumenti come la termografia e il radar (che consentono di «vedere» cosa c’è sotto l’intonaco dei muri), ha mostrato di aver scoperto un «muro segreto» nel Salone dei Cinquecento. Dietro il paramento murario su cui il Vasari ha affrescato la «Battaglia di Marciano in Val di Chiana» ci sarebbe infatti una sottile intercapedine, creata forse dal Vasari stesso per proteggere il «capolavoro» di Leonardo. E su questo muro più interno «potrebbero esserci ancora tracce dell’affresco perduto di Leonardo».
Questa ipotesi è stata sostenuta non solo sulla base di una serie di rilievi scientifici, che Seracini ha mostrato nella sua relazione in Palazzo Medici Riccardi, ma anche da alcuni documenti di archivio resi noti per la prima volta dal professor Rab Hatfield. Seracini ha sottolineato come, a oggi, né da ricerche di archivio né da indagini scientifiche siano emersi elementi che indichino che il Vasari abbia cancellato il malandato affresco sottostante durante il rifacimento del salone. Per questo motivo, altre volte nella storia si è stati tentati di vedere cosa c’è sotto l’affresco che oggi vediamo.
Sulla base dei risultati ottenuti, ha detto ieri Seracini, «è auspicabile e giustificato poter proseguire le indagini per giungere alla soluzione di questo mistero che dura da cinque secoli». Secondo l’ingegnere (che è anche «citato» da Dan Brown - per le sue scoperte sulla tavola di Leonardo «L’Adorazione dei Magi» - nel «Codice da Vinci») sarà necessario «un ulteriore anno di ricerche».

Giovanni Jervis, dal basaglismo all'illuminismo
(la distanza non è poi tanta...)

L'Unità 7 Giugno 2005
FILOSOFIA Un pamphlet di Giovanni Jervis contro gli equivoci di nichilismo, ermeneutica e fondamentalismo
Il relativista? Prima diventa tiranno
di Bruno Gravagnuolo

Contro il relativismo vale a meraviglia il classico argomento di Aristotele contro i negatori d’ogni verità. E cioè: negare ogni verità equivale a negare ipso facto l’assunto negatore d’ogni verità. Argomento che compendia quello racchiuso nel libro gamma della Metafisica aristotelica: chi nega il principio di (non) contraddizione in realtà lo afferma. Proprio nel voler affermare la «non contraddittorietà» del suo affermare. Peccato invece che Giovanni Jervis, psicologo, studioso dell’individualismo, già compagno d’arme di Basaglia e oggi critico avveduto dell’antipsichiatria, nel suo ultimo pamphlet Contro il Relativismo (Laterza, pp.163, euro 10) ad Aristotele riservi solo uno sberleffo. Laddove citando il solito Bertrand Russel contro la metafisica, ricorda un passo dello stagirita in cui il filosofo greco sosteneva che le donne hanno meno denti che gli uomini (Aristotele è molto contaminato e interpolato e forse in quel caso si confondeva con i denti del giudizio!).
In realtà fuori di scherzo Aristotele è molto importante per le questioni di metodo e di sostanza che stanno a cuore a Jervis in questo libro, come peraltro ben sapeva Popper (che i filosofi greci li amava e chiosava da par suo) e il cui razionalismo critico sarebbe inconcepibile senza le confutazioni aristoteliche.
Ma qual è, per tornare a Jervis, il metodo e il merito di questo suo pamphlet? Presto detto: un’appassionata difesa della ragione critica laica e illuministica. Contro le oltranze del relativismo e del fondamentalismo. Che per l’autore sono le facce di una medesima medaglia. Infatti dietro il relativismo multiculturale, come argomenta Jervis, affiora non solo la dismissione della responsabilità etica, ma ancor più il trionfo dell’arbitrio, che alla fine si rovescia in intolleranza. Insomma l’agnosticismo sui valori e la loro relativizzazione si traduce in indifferenza verso le pratiche totalitarie, e all’insegna di una malintesa tolleranza storicistica e antropologico-culturale. Efficaci sono a riguardo le pagine del libro dove l’autore demistifica l’utopismo ingannevole, a misura di culture primitive ed «altre» che è invalso nel 900, sull’onda di Ruth Benedict e Margareth Mead, e che ha creato tanti equivoci poi rettificati dall’antropologia successiva. Come pure incisive sono le pagine di critica alle oltranze antipsichiatriche, negatrici della malattia mentale, a lungo ridotta a variabile dipendente del «sociale».
Insomma quella di Jervis è una requisitoria molto forte contro il soggettivismo, che maschera titanismo e prepotenza, in frode all’esperienza sottoposta a verifiche. Contro l’Ermeneutica radicale. Che diluisce fatti e teorie a pure interpretazioni. E contro il nichilismo, che prima o poi si risolve in fondamentalismo. Ovvero in riscoperta romantica e asseverativa dell’Autorità, proprio per colmare il buco del Nulla a lungo coltivato.
E del resto c’è l’esperienza storica a dimostrarlo. Se si pon mente a quanti, nichilisti e incendiari, son poi divenuti titani o titanelli. Come Mussolini, che da «trasformista» nietzscheano si converte in adoratore e coniatore di miti arcaizzanti, nei quali finisce per credere. Oppure come certi futuristi, divenuti ideologi di regime in feluca. Oppure ancora, un secolo prima, come quei romantici tedeschi paganeggianti, divenuti zelatori del ritorno alla religione. Fino agli ex comunisti, assurti a difensori della santità dell’embrione. E così, a tratti in forma di taccuino biografico, Jervis assesta forti colpi a tanta parte dell’ideologia contemporanea. Recuperando logica, esperienza e senso del limite. E persino le basi biologiche del comportamento umano, a sostegno di un’etica possibile: quelle basi irrise da un culturalismo cieco e relativizzante. E al centro di tutto una differenza chiave in Jervis: un conto è il pluralismo. Altro è il relativismo. Confonderli equivale a lasciare le differenze in una sorta di guerra della giungla. Mentre il problema dell’etica contemporanea è quello di trovare un paradigma storico e positivo, che consenta ad esse di convivere nel segno di valori minimi condivisi (senza guerre preventive!). Qui però c’è un deficit fondativo in Jervis, che lascia il tema per strada. Un po’ come nel caso dell’Aristotele deriso. A proposito. Per Aristotele ciò che è in potenza «non è», non sussiste prima di divenire atto. Perciò l’embrione non è persona. Non male, no?

da Lombroso alla Lega Nord

Il Mattino 7.6.05
UN SAGGIO DELLA PETRACCONE
Scontri di civiltà il lato oscuro dei meridionali
Titti Marrone

Che i leghisti non abbiano inventato niente dando dell’Italia una rappresentazione dualistica da «scontro di civiltà» è cosa ben nota. Ma pochi sanno che il primo esplicito e organico teorizzatore di una vera e propria inferiorità razziale dell’«altra Italia» fu un meridionale, il ventiduenne siciliano Alfredo Niceforo, antropologo di scuola lombrosiana, allievo di Enrico Ferri e Giuseppe Sergi. Nel 1898 il suo L’Italia barbara contemporanea suggerì l’esistenza, visibile dalla forma del cranio, di due diverse razze, i mediterranei del Sud e gli arii del Nord. Con i primi dediti al brigantaggio che «non si manifesta nei paesi civili» essendo «lo stato normale delle tribù primitive»; e i secondi sicuri portatori di «un sentimento di organizzazione sociale», segno distintivo dal marasma collettivo che era l’unica sistematicità di cui fossero capaci i meridionali. Vero è che la teorizzazione di Niceforo era stata ampiamente preparata dai funzionari sabaudi inviati da Cavour a Napoli prima della proclamazione del regno. Uno di essi, Emilio Farina, dopo aver attraversato Abruzzo e Casertano, mentre era alle porte di Napoli già sentiva il bisogno di scrivere a Cavour: «Ma, amico mio, che paesi sono mai questi, il Molise e Terra di Lavoro! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile». A ricostruire sia i prodromi della rappresentazione dualistica dell’Italia sia i suoi frutti successivi è ora Claudia Petraccone, storica napoletana, attenta analista del dibattito sul Mezzogiorno. Dopo Federalismo e autonomia in Italia dall’Unità a oggi e Le due civiltà - Settentrionali e meridionali nella storia d’Italia, entrambi usciti da Laterza, con lo stesso editore pubblica Le due Italie - La questione meridionale tra realtà e rappresentazione (pagg. 330, euro 20). Ben più che una disamina del dibattito meridionalista dalle origini in poi, il libro è una ricostruzione giocata sui due piani evocati dal sottotitolo - dati di fatto e pregiudizi - e costantemente ancorata alla contemporaneità. L’ambizioso obiettivo del suo lavoro è quello di risalire all’origine dell’idea di «diverso grado di civiltà» di cui fu convinto anche un liberale, allievo di Pasquale Villari, come Leopoldo Franchetti. E di cui, senza necessariamente accedere a conclusioni razzistiche, finiscono per essere convinti sempre più meridionali. La lettura del libro della Petraccone è particolarmente illuminante nel momento in cui le cronache mostrano un Sud dove la legalità è violata da soprassalti di lazzaronismo e sopraffazioni camorristiche. Attualissime appaiono per esempio le pagine sulla centralità che Franchetti, nella sua inchiesta sul Mezzogiorno, attribuì alla «violenza come forma normale di espressione del diritto». E se da Gramsci e Colajanni arriva una confutazione efficace del legame razza-criminalità, con l’attribuzione dell’origine dell’arretratezza meridionale a fattori socio-economici, l’idea delle «due civiltà» riaffiora di continuo. Nel 1950, ai tempi della riforma agraria seguita alle lotte contadine del dopoguerra, si ripropone in forma diversa: allora l’incontro tra marxismo e cultura popolare, con Rocco Scotellaro, Carlo Levi e il concetto di «folklore progressivo» introdotto dalle ricerche di Ernesto De Martino, produce un’interpretazione della civiltà contadina come dimensione positiva, da recuperare e immettere in un circuito unificato di cultura nazionale. A questa visione non mancheranno critiche, anche da sinistra, come quelle di Mario Alicata a Carlo Levi e all’«idoleggiamento del primitivo». In tempi più recenti, con Robert Putnam la frattura tra le «due Italie» è identificata nell’assenza di spirito civico del Sud, che il sociologo inglese fa risalire all’età normanna. E ancor più di recente, a dare una risposta efficace allo «scontro tra civiltà» adombrato dalla Lega è un’analisi come quella di Gianfranco Viesti, che in Abolire il Mezzogiorno suggerisce di accentuare l’attenzione ai segni di cambiamento positivo. Unica possibilità di difendersi, oltre che dagli stereotipi negativi, dalla realtà che li provoca, cioé dal lato oscuro e barbaro di noi meridionali.

Bertinotti sul referendum europeo

Adnkronos 6.6.05
UE: BERTINOTTI, NESSUNO CERCHI DI IGNORARE IL NO DEI POPOLI
IL VOTO DEMOCRATICO È VINCOLANTE, PERCIO' IL TRATTATO È MORTO

Roma, 6 giu. - (Adnkronos) - Con il no della Francia e dei Paesi Bassi e il probabile slittamento dei referendum in Gran Bretagna e Polonia, il trattato dell'Unione Europea è morto, ma le classi dirigenti non fingano di non vedere che il voto popolare ha sfiduciano quest'Europa neoliberista. È l'avvertimento di Fausto Bertinotti, segretario del Prc e presidente del Partito della sinistra europea, che mette insieme partiti comunisti e altre formazioni di sinistra di Stati europei, che negli ultimi tre giorni si è riunito a Roma.

il professor Veronesi

L'Adige 6.6.05
L'oncologo Veronesi illustra le ragioni del sì: qualcuno vuole l'oscurantismo religioso
«Andare a votare è un dovere»
«È una legge contraddittoria e contro le donne»

ROMA - Nei giorni scorsi l'oncologo e ex ministro della sanità, Umberto Veronesi è stato intervistato da Paolo Bonolis sui referendum. Lo scienziato, favorevole ai quattro sì, si è scagliato contro la mancanza di chiarezza informativa. Comunque ha provato a individuare i motivi favorevoli al voto e per il sì.
- «ANDARE A VOTARE È COMUNQUE UN DOVERE» Andare a votare è un dovere, sia che si voti per il sì sia che si voti per il no, è stato il monito dello scienziato. È importante andare alle urne, ha sottolineato Veronesi, «per esprimere il proprio pensiero, perché questo Paese deve crescere: non possiamo pensare di costruire un futuro intelligente e razionale per il nostro Paese se non sappiamo cosa pensa la gente».
- È RITORNO FONDAMENTALISMO RELIGIOSO: la legge 40 rappresenta, secondo Veronesi, «un tentativo di ritorno alle regole dogmatiche della Chiesa, secondo cui la procreazione deve essere solo naturale; questa legge, infatti, fa di tutto per evitare la procreazione assistita, ponendo tantissimi ostacoli e creando confusione». Ma se la Chiesa spinge all´astensione, ha commentato, «fa in un certo senso il suo mestiere; non capisco invece gli uomini politici che fanno proprio questo messaggio invitando la gente a non andare a votare. Questo è davvero scorretto e sorprendente».
- UNA LEGGE CONTRO LE DONNE: «La legge 40 sulla procreazione assistita è una legge contro le donne, perché il desiderio di maternità - ha affermato l´ex ministro della sanità - è naturale e questa legge fa di tutto per ostacolarlo».
- QUANDO INIZIA LA VITA?: Veronesi ha fatto riferimento al dibattito circa l´inizio della vita e se il pre-embrione possa o meno essere considerato essere vivente. L´uovo fecondato, ha detto, «può essere considerato un primo passo verso il futuro nascituro, ma una forte corrente scientifica pone l´inizio della vita reale con la nascita dell´abbozzo cerebrale, ovvero verso la terza terza-quarta settimana di gestazione».
- FECONDAZIONE ETEROLOGA: »La legge la proibisce - ha sottolineato Veronesi - ma in realtà dedica un intero articolo al cosa fare se questa venisse praticata. È come se il legislatore dicesse, «io ve la proibisco, ma poiché so che sarà praticata ugualmente, queste sono le regole». Insomma, è un po´ «una legge all´italiana» - ha detto - tanto più che non vi è alcuna sanzione, se non quella pecuniaria per il medico. È tutto molto approssimativo».
- DA EMBRIONI CONGELATI LA SALVEZZA PER TANTI MALATI: «Il problema delle cellule staminali non è mai stato affrontato seriamente. È chiaro - è la posizione di Veronesi - che le staminali si possono ottenere anche da altre fonti, ma non c´è dubbio che quelle embrionali siano le migliori perché totipotenti, potendo differenziarsi in tutte le direzioni. Soprattutto, oggi abbiamo disponibili 31.000 embrioni congelati nei laboratori italiani: la legge 40 - ha detto - li condanna a morte, poiché dice che non si possono sopprimere né utilizzare per la ricerca terapeutica pur sapendo che entro qualche anno moriranno. La legge, secondo l´esperto, contraddice dunque se stessa: da una parte vuole tutelare l´embrione ma dall´altra lo condanna a morte. Al contrario, noi non vogliamo portare a morte questi embrioni, ma trasformarli in cellule staminali vive che venendo donate a tanti malati potrebbero portarli alla guarigione. Questa - ha commentato - è anzi una missione nobilissima». - DIAGNOSI PRE-IMPIANTO E CONTRADDIZIONE CON LA 194: È assurdo, ha sottolineato Veronesi, proibire la diagnosi sull´embrione e poi permettere l´aborto terapeutico successivamente in caso di malformazione del feto. È una «contraddizione legislativa che non ha equivalenti al mondo. Si tratta di due leggi, la 40 e quella sull´aborto, la 194 - ha commentato - che si contraddicono in modo totale».
- «MEGLIO NESSUNA LEGGE CHE UNA CATTIVA LEGGE»: «In Italia, anche prima della legge 40 - ha detto Veronesi - non c´era alcun Far-West, anzi il nostro Paese, su questo fronte, era il più evoluto al mondo per competenze e pratiche mediche. C´era però un vuoto legislativo in materia. Ma è molto meglio non legiferare - ha concluso Veronesi - piuttosto che legiferare facendo una cattiva legge».

Margherita Hack

Il Mattino 6.6.05
L’astrofisica Hack: legge medievale e liberticida

«Invito tutti i cittadini, e soprattutto le donne, a ricordare l’appuntamento dei referendum sulla fecondazione assistita, referendum contro una legge iniqua e medievale». È l’opinione dell’astrofisica Margherita Hack, tra le figure più autorevoli del panorama scientifico italiano e internazionale. «Si tratta di una legge antiscientifica, perché impedisce la ricerca sulle cellule staminali embrionali che potrebbero guarire enormi malattie, e di una legge liberticida - aggiunge Hack - perché incide sulla libertà più intima dei cittadini, in particolare delle donne. Inoltre, non si può imporre la morale cattolica a tutti i credenti e non credenti. Per questo, va assolutamente cancellata». Chiaro l’esplicito della scienziata a cui naturalmente sta a cuore il progresso della ricerca per sconfiggere, appunto, malattie mortali.

Percy Bysshe Shelley

Il Messaggero Lunedì 6 Giugno 2005
“Cristo non è mai esistito”: all’asta lettere inedite di Percy B. Shelley

«Cristo non è mai esistito». Così il giovane Percy Bysshe Shelley formulava il suo ateismo negli anni in cui studiava all'Università di Oxford.
Una serie di quattro lettere inedite, recentemente scoperte in un archivio privato di Londra, consentirà ora agli studiosi di conoscere meglio la vicenda dell'espulsione del futuro poeta da Oxford e la sua formazione razionalista e atea.
Si tratta di missive che Shelley scrisse a quattro mani insieme al suo compagno di studi, e poi biografo, Thomas Jefferson Hogg, tra il dicembre 1810 e il febbraio 1811, e che la casa d'aste Christie’s metterà in vendita a Londra mercoledì 8.

un capolavoro cancellato dal cristianesimo
dionisismo, mito e ibridazioni nel V secolo

Corriere della Sera 7.6.05
Come un Omero della decadenza rianimò lo spirito del mito greco
di Mario Andrea Rigoni

Se mi si chiedesse qual è stato, nell’editoria letteraria italiana, l’avvenimento più importante degli ultimi mesi, anzi degli ultimi anni, non esiterei a rispondere: la traduzione integrale nella Bur, con testo greco a fronte e un impressionante commento erudito, de Le Dionisiache di Nonno di Panopoli, ultimo esponente della gloriosa civiltà poetica greca (4 volumi, a cura di Daria Gigli Piccardi, Fabrizio Gonnelli, Gianfranco Agosti e Domenico Accorinti, pagine 3167, 76), mentre un’analoga impresa sta conducendo l’Adelphi (che ha finora pubblicato, a cura di Dario Del Corno, tre dei quattro volumi previsti). Non per nulla la critica italiana, sempre pronta a inseguire i più effimeri e pretestuosi dibattiti, non sembra essersene neppure accorta. D’altronde Nonno non solo non gode di una «voce» autonoma in alcuni repertori degli scrittori classici, ma perfino nel Dizionario della letteratura Garzanti lo spazio che gli viene riservato è pari o inferiore a quello elargito a tanti poetastri, professori e critici odierni, dei quali il tempo farà presto, se non lo ha già fatto, giustizia, cancellandone dalla nostra memoria perfino il nome. Ma Nonno, egiziano di lingua greca vissuto nel V secolo d. C., è poeta di splendore e potenza intramontabile, degno di essere considerato quasi un Omero redivivo, benché sia un Omero della decadenza, anziché delle origini. Le ragioni della sua grandezza e del suo interesse sono di natura molteplice: linguistica, stilistica, prosodica, poetica e culturale. Chi non è greco o grecista perderà inevitabilmente parte dell’esperienza che dettò l’elogio di Kavafis nella poesia Esuli (una delle sue inedite):
«Versi di Nonno l’altro ieri leggevamo.
Che immagini, che misura, che lingua, che armonia.
Il poeta di Panopoli rapiti ammiravamo»
(traduzione di Massimo Peri). Ma chiunque, anche in traduzione, non potrà non percepire la bellezza e la forza fantastica di questo poema sterminato di 48 libri che, narrando la storia di Dioniso dagli antefatti della nascita fino alla conquista dell’India e all’ascesa in cielo come salvatore dell’umanità e dio della gioia, riepiloga e rianima l’intero universo del mito greco.
Il dionisismo è innanzitutto il tema religioso e poetico della metamorfosi, come fuga dal dolore e dalla morte, che ispira tutta l’opera. Ma coincide anche con il principio compositivo, formale e stilistico de Le Dionisiache , che è quello della proteiforme varietà, enunciato nell’invocazione proemiale alle Muse:
«Evocate per me l’immagine di Proteo multiforme, mentre si unisce alla vostra danza (...), perché appaia nella varietà dei suoi aspetti: un inno variegato io voglio intonare» (II, 13-15).
Nonno disarticola l’intero ordine dell’epos classico, in gara e in contrapposizione con Omero: all’unità sostituisce la molteplicità, alla logica l’analogia, alla profondità la superficie, all’azione la descrizione, fornendo un nuovo modello al quale si ispirerà molti secoli dopo il nostro Marino, che senza questo precedente non avrebbe mai potuto concepire né la struttura né lo stile dell’ Adone .
In astratto si potrebbe congetturare che una tale «poetica» conduca a un effetto d’insieme inevitabilmente debole: accade invece che Le Dionisiache si distinguano proprio per l’energia immaginativa e retorica. Un’altra singolarità di Nonno è che, nonostante l’ispirazione soteriologica e sacra, egli ama la digressione e l’aneddoto, l’arguzia e il motteggio, il gesto e il colore. Nello stesso tempo pratica tutta la gamma dei toni: epico, apocalittico, tragico, amoroso, bucolico e comico. È capace della più alta ispirazione cosmica, come testimoniano i primi due canti dedicati alla Tifoneide, ossia all’assalto di Tifeo contro l’Olimpo:
«Notte fonda: le schiere dell’Olimpo montano la guardia
intorno alle sette zone e come dall’alto di torri
risuona un allarme notturno: sono le voci delle stelle che si propagano
immense, ognuna con diversa intonazione, e l’eco che risuona intorno all’asse
della barriera di Saturno giunge fino alla Luna» (II, 170-174).
Esperto nelle guerre stellari, Nonno non lo è meno nell’erotismo visionario con cui descrive una Baccante
«E ce n’è una che ha legato il ventre intatto
con un serpente tre volte avvolto, cintura assai intima,
che apre la bocca vicino alla coscia, sibila dolcemente
e scruta insonne la verginità della fanciulla quando è assonnata per il vino» (XIV, 363-366),
o la voluttà di una morte per amore:
«Uccidimi, poiché sono amante sventurato, non risparmiare l’arco.
Tu doni grazia femminea al ferro, se tocchi i dardi; e io mi fermo, volontario bersaglio, a guardare
con occhio intenerito le tue dita splendere sulla cocca,
e poi tirare, tutto disteso, il tuo dolce tendine
e avvicinarlo al roseo seno destro» (XV, 329-334).
Infine Nonno conosce il tono comico-farsesco. È il caso della deliziosa storia di Afrodite che, abbandonato il cinto d’amore per la spola, tenta maldestramente l’opera della filatura riservata ad Atena, crea una tela rozza e aggrovigliata e provoca sulla terra l’interruzione di ogni attività amatoria, finché, derisa dagli altri dei, abbandona il lavoro e torna a Cipro, ristabilendo l’ordine delle cose (XXIV, 242-329).
Ma il poema contiene aspetti di più sottile ed enigmatica complessità: quello principale è una certa ricorrente somiglianza, tematica e linguistica, fra dionisismo e cristianesimo. Nonno è infatti anche l’autore di un’altra opera in esametri, la Parafrasi del Vangelo di S. Giovanni. Come si spiega questa clamorosa ibridazione di due religioni opposte? Secondo la persuasiva ipotesi di Daria Gigli Piccardi, coordinatrice dell’impresa e curatrice del primo volume, la chiave risiede nel sincretismo: un atteggiamento e un fenomeno, tanto segreto quanto notevole, che dalla tarda antichità si estende al Rinascimento e alla stessa età moderna. Per restare al nostro caso, si può ricordare che la coppia Dioniso-Cristo visiterà ancora la mente di Nietzsche.

Corriere della Sera 7.8.05
Nuove versioni italiane di un capolavoro risalente al V secolo dopo Cristo, in cui la letteratura ellenistica tocca l’apice della sensualità
E Dioniso donò agli uomini l’eros e l’ebbrezza

di Giorgio Montefoschi

Stupore e meraviglia colmano Le Dionisiache, la sterminata opera in versi di Nonno di Panopoli, nella quale, al tramonto dell’età pagana, il poeta egiziano in lingua greca volle «mettere un po’ tutto»: il bene e il male; gli dei e i nemici degli dei; Omero ed Esiodo; Apollonio Rodio e Senofonte; le Metamorfosi e L’Antologia Palatina ; la nascita di Dioniso e l’affermazione del suo culto; il suo viaggio in Oriente per sconfiggere gli indiani, simile al viaggio di Alessandro, e la fondazione delle città; Era e Zeus; Artemide e Afrodite; Ermes e Apollo; Cadmo e Armonia; Europa e il toro; Teseo e Arianna; le ninfe e i giganti; Micene e Tebe; Atene e Nasso; le selve e i pascoli; il mare e i monti. Non c’è vicenda, umana o divina, narrata in questo straordinario poema lungo da solo come l’ Iliade e l’ Odissea (48 canti) che non cada nella luce sgomenta di una illimitata libertà. Qui, fantasia e immaginazione non conoscono confini. Tutto si trasforma in tutto: gli dei in uomini; gli uomini in animali, pietre, piante; le piante in eserciti; le ninfe in rocce, sorgenti; gli eroi in polvere; le amanti deluse in corone di stelle. I giganti sollevano montagne e le tengono in pugno, prima di scagliarle contro gli odiati dominatori dell’universo. Nel cielo, carri luminosi trascinano in corse folli lo Zodiaco, scompigliando le stagioni e il tempo, capovolgendo la notte e il giorno. Guerrieri s’innalzano a toccare con un dito la cima dell’Olimpo. Diluvi universali sommergono la terra. Sul dorso di tori luccicanti, fanciulle rapite percorrono l’azzurro Egeo. Venti impetuosi sorgono dalle caverne; mostri feroci, dai denti di un drago conficcati nel suolo. E nulla, nulla è precluso alla forza, all’ardire, alla istantaneità del volo. Qualcuno - aveva raccontato Plutarco almeno tre o quattro secoli prima - navigando al largo delle coste della Tessaglia o del Peloponneso, aveva ascoltato una voce misteriosa annunciare che gli dei erano morti, non esistevano più. Da quel momento in poi, gli uomini avrebbero dovuto abituarsi a non veder più apparire gli dei sulle rive del mare o nelle selve; a non essere accecati dalla luce o fasciati dal sonno, per accogliere indisturbati ospiti o essere trasportati altrove. Avrebbero - molto semplicemente - dovuto «fare da sé». Rinchiudersi nel recinto domestico: a sperimentare la solitudine e l’incertezza del futuro; coltivare la nostalgia e la memoria. Lo sterminato poema di Nonno, questo immenso compendio mitologico e di generi letterari ormai defunti, non ci appare forse, nel morire di un mondo, come il tentativo tragico - più tragico quanto più decadente - di fermare una morte che è già morte, ricomporre una memoria svanita, riaccendere una nostalgia che non ha più fondamento?
Certamente, il delirio erotico segna, ne Le Dionisiache, il desiderio di congiunzione con il passato sepolto. È un vero e proprio delirio che la letteratura greca - nemmeno nei frammenti lirici, nei luttuosi precipizi della colpa e del sangue - ha mai conosciuto; una fiamma che non si deve spegnere. Quando Zeus vede per la prima volta Semele, ha un trasalimento e, per scrutarla più da vicino, muta diabolicamente aspetto. Diventa un’aquila. La vergine nuota nuda nel fiume. Eccitato dal pungolo del desiderio, il padre degli dei spia i riccioli umidi sul collo, le gambe candide, i seni paragonati ad «Arceri d’Amore»: nel momento in cui si congiunge a lei sul letto, «nel nodo amoroso delle braccia», cambia di nuovo sembiante. E, prima è un toro che muggisce, perché vuole generare un figlio virile e forte; poi, si fa pantera e leone irsuto, perché vuole un figlio coraggioso; quindi, trasforma i suoi capelli in tralci di vite, perché il nascituro sarà il dio del vino; infine, si fa serpente sinuoso e con «labbra di miele» lecca lascivamente «la rosea nuca della giovane sposa», arrotolandosi sulle rotondità del petto.
Dal connubio, nasce Dioniso: il dio che farà conoscere all’umanità la follia amorosa e l’ebbrezza del vino. Da questo momento, ogni angolo della natura è percorso da un fremito misterioso. Dioniso fa la lotta con Ampelo, il giovane che ama come Achille amava Patroclo; nuota nel fiume accanto al suo corpo nudo, sfiorando i potenti muscoli delle sue braccia; morto, lo copre di fiori. Nei boschi, il pastore Inno vede comparire una meravigliosa ninfa: Nicea. Il pastore la insegue; la ninfa fugge. Fuggendo - questo capita assai spesso alle fanciulle in fuga nel Poema di Nonno - la veste si solleva mostrando le bianche cosce, le caviglie purpuree, il «giardino di rose» tra le membra di neve. I boschi ascoltano i lamenti disperati di Inno. Rispondono al suo dolore, così come parteciperanno del palpito amoroso, allorché la ninfa sarà privata da Dioniso della sua verginità nel sonno. Dioniso, infatti, l’ha vista; subito ha sentito la mente perdersi «nel dolce delirio indotto dalla punta del fuoco», e l’ha inseguita ovunque. Quindi, aiutato da Nemesi, la dea della vendetta che non tollera che l’amore non sia corrisposto, slaccia con mano delicata il velo che difende il pudore della dormiente, affinché non si svegli. Ed ecco, gli alberi, le piante, si scuotono, gioiscono: intrecciano foglia a foglia come fanno i due amanti.
Se è vero che la natura primitiva e selvaggia - con i suoi prati pieni di fiori, i suoi stagni immoti, le tenere ombre, i meriggi incandescenti - è l’alcova più propizia all’amore (sovente illanguidito dal torpore provocato da sorgenti di vino purissimo che all’improvviso sgorgano dal suolo), è altrettanto vero che non esiste luogo della terra e del cielo, non esistono circostanze che possano impedire il sorgere del fremito amoroso. Gli dei amano sulla terra, ma sciolgono i veli anche nelle dimore eterne: dove hanno specchi per riflettere il viso, profumi, preziosi unguenti per ammorbidire la pelle. Nelle battaglie più cruente, sorgono di colpo fanciulle splendide, seminude, a ferire il cuore e indebolire le membra. Se una Baccante muore, un indiano stupefatto, rischiando la morte, si ferma nella polvere dello scontro ad ammirare i seni «simili a pomi», a scrutare «la piega tra le cosce scoperte», e la tocca, vorrebbe congiungersi a lei, dopo aver baciato le fredde labbra. Dal fondo del mare, Poseidone vede il corpo nudo di Beroe (la ninfa che più tardi darà origine alla città di Beirut) e la contende a Dioniso con fiera battaglia. Infine, alla conclusione del poema, Dioniso legherà mani e piedi alla ninfa Aura, pure lei addormentata, perché dall’imeneo silente nasca il terzo Dioniso di nome Iacco; dopo se stesso, e il primo Dioniso di nome Zagreo. E mai, mai, ripetiamo, la poesia epica ha visto una tensione erotica simile a questa scorrere nei suoi versi.
Intanto, dopo la vittoriosa spedizione indiana, il mondo conosciuto è stato unificato nei culti dell’amore e del vino. Sono state fondate importanti città. Altre hanno accolto il dio: alcune festosamente; altre, come Tebe, negando la sua provenienza divina e pagando codesta negazione con la più barbara follia. Il fuoco d’amore oramai nessuno potrà distruggerlo; nessun tramonto potrà estinguerlo; chiunque saprà riconoscerlo: anche nelle città cristiane; anche dopo secoli, mille anni. Dunque, Dioniso può salire in cielo; sedersi al cospetto del padre che lo ha generato e partorito tenendolo nascosto in una coscia; e banchettare con lui, insieme a Ermes e Apollo.

Le due edizioni dell’opera
Sono due le edizioni del poema Le Dionisiache di Nonno di Panopoli, poeta egiziano di lingua greca vissuto nel V secolo d.C., a disposizione del lettore italiano. I quattro volumi della Bur (in tutto 3167 pagine, 76) sono a cura di Daria Gigli Piccardi, Fab rizio Gonnelli, Gianfranco Agosti e Domenico Accorinti. Ancora incoma lplet’edizione Adelphi a cura di Dario Del Corno (traduzione di Maria Maletta) giunta al terzo volume in attesa del quarto e conclusivo (finora 1024 pagine, 83,65).