martedì 2 novembre 2004

un congresso si è svolto a Spoleto
«il discorso della salute»

Il Messaggero Martedì 2 Novembre 2004
Semiologia/ Congresso a Spoleto su malattia e linguaggio
La salute? Basta la parola
di PIETRO M. TRIVELLI

«QUALUNQUE sforzo di darci la salute è vano»: dice Zeno Cosini, controfigura di Italo Svevo. E così si mette la coscienza a posto, nel rovello della doppia malattia, fisica e psichica, scoprendo la vera cura nella scrittura.
Un altro che si curava con le parole era Gesualdo Bufalino. Da quando da giovane si ammalò di tisi, percepiva la malattia quasi come l’incombente presenza - non sempre scomoda - della fine del proprio corpo. «La vita: un menabò della morte»: ecco uno dei suoi più caustici aforismi.
Anche i nomi di Svevo e Bufalino sono stati “parole d’ordine” al XXXII congresso dell’Associazione italiana di Studi semiotici, organizzato nel medievale complesso spoletino di San Nicolò. Accanto ai semiologi, in quattro giorni di dibattito, vi si sono avvicendati antropologi, filosofi, sociologi, psicologi e studiosi di altre scienze umane (con Gianfranco Marrone, presidente dell’Associazione, fra gli altri relatori Alberto Abruzzese, Omar Calabrese, Pino Donghi, Paolo Fabbri, Tullio Seppilli e Ugo Volli).
Filo conduttore del congresso “Il discorso della salute”, fra testi, pratiche e culture: per indagare, appunto, sui meccanismi della comunicazione - parole scritte o dette - che alimentano, ad esempio, il sentimento della paura o del rischio. Laddove proprio le parole, non meno dei gesti, dei “segni”, si prestano a diverse interpretazioni: a cominciare dal significato ambilavente di “farmaco”, che nel termine di origine greca vuol dire medicinale o filtro magico, ma pure veleno. Ambivalenza che, dal punto di vista semiologico, investe lo stesso concetto di salute, intesa come assenza di malattia oppure stato di benessere. E’ quella che Paolo Fabbri chiama “lotta delle definizioni”.
Lo aveva scoperto anche Italo Calvino, nel significato di linguaggio come contagio. «A volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale - scriveva Calvino, nelle Lezioni americane - abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola: una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza». Con una speranza: «La letteratura (e forse solo la letteratura) - si consolava Calvino - può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio».
«La malattia è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione», dice ancora Zeno-Svevo, nella sua coscienza. Meno sconfortato di Céline che (citato al congresso dal francese Jacques Fontanille), da medico oltre che scrittore, vedeva alla fine della notte, in una scheggia di luce, come non si sia «nemmeno capaci di pensare la morte che siamo».
la convocazione, com'era:
Il XXXII Congresso dell'Associazione Italiana di Studi Semiotici, dedicato a "Il discorso della salute si terrà a Spoleto (Perugia), presso il Chiostro San Nicolò, dal 29 ottobre all'1 novembre 2004. L'incontro sarà a forte carattere interdisciplinare
Ottobre 2004 - Lo studio dei segni incontra la medicina. E non solo. Anche l'antropologia, la filosofia, la sociologia, l'etnometodologia e la psichiatria sono chiamate in causa per il XXXII Congresso dell'Associazione Italiana di Studi Semiotici, dedicato a "Il discorso della salute. Testi, pratiche, culture". L'incontro, a forte carattere interdisciplinare, avrà luogo a Spoleto (Perugia), presso il Chiostro San Nicolò, dal 29 ottobre all'1 novembre 2004.
Tra i relatori Alberto Abruzzese, Omar Calabrese, Lucia Corrain, Paolo Fabbri, Isabella Pezzini e Ugo Volli. Non mancheranno ospiti d'oltralpe. Dalla Francia arriveranno Jacques Fontanille, Bruno Remaury, François Jullien, Claudine Herzlich; da Londra Christian Heath e da Zurigo Nunzio La Fauci.
Il Congresso è organizzato in collaborazione con la Fondazione SigmaTau. Ha ottenuto il patrocinio e un contributo della Regione Umbria, della Provincia di Perugia e del Comune di Spoleto, delle Università di Palermo e Perugia, nonché un contributo della Fondazione Cassa di Risparmio e della Credito e Servizi di Spoleto. Hanno inoltre contribuito all'organizzazione la Società italiana di Antropologia della medicina e la Fondazione Angelo Celli.

sinistra
il punto sulla nuova costruzione

Liberazione 2.11.04
Agilulfo, Gurdulù e la sinistra d'alternativa
di Rina Gagliardi

In uno dei più celebri romanzi brevi di Italo Calvino, il protagonista - il Cavaliere Agilulfo - in realtà non esisteva, ma riusciva ad esistere grazie ad un immane sforzo di volontà. Era il «Cavaliere inesistente», uno dei maggiori tributi letterari al ruolo, se vogliamo dirla così, della soggettività nella storia - il suo "antagonista", Gurdulù, a sua volta esisteva sì, ma non sapeva di esistere e quindi tendeva a confondere se stesso con ogni cosa in cui si imbatteva. Ecco, il parallelo non è del tutto proprio. Ma è quello che mi viene in mente a proposito di un tema centrale nel nostro dibattito: la sinistra alternativa. Essa, in un senso preciso, esiste: è un concreto arcipelago politico e sociale (partiti, movimento, sindacati, associazioni, giornali, culture critiche e così via) che non solo converge su alcune discriminanti generali, come il no alla guerra e al neoliberismo, ma che spesso si ritrova insieme su battaglie comuni, nelle piazze, nel parlamento, in alcuni luoghi significativi del conflitto sociale. In un altro e ancor più preciso senso, essa non esiste: ovvero, è divisa, frammentata, autoconcorrenziale al proprio interno, priva di ogni solida fisionomia organizzativa, esposta ai venti delle contingenze e delle "fasi". Questa soggettività diffusa e articolata dovrebbe oggi compiere un salto di qualità nella sua esistenza: vorrebbe superare in avanti, vale a dire, il duplice paradosso di Agilulfo e Gurdulù.
Del resto, non si tratta soltanto di un pio desiderio: a volerlo e a proporlo sono in molti, in "alto e in basso", nel popolo come nei vertici. Il suo leader politico più autorevole, Fausto Bertinotti, non ha escluso la disponibilità di Rifondazione comunista a lavorare per costruire un nuovo contenitore dove le disiecta membra dell'arcipelago alternativo possano "confluire" senza rinunce identitarie e senza spiriti annessionistici. Il suo leader storico più prestigioso, Pietro Ingrao, ha significativamente aggiunto: è tempo di unirsi davvero, evitando ammucchiate "balorde", ma anche facendo presto, perchè i progetti, anzi i buoni propositi politici rischiano di consumarsi o di arrotolarsi su se stessi, se non si realizzano in tempi "giusti".
Un concetto condiviso, pur sulla base di un diverso impianto analitico, da Alberto Asor Rosa, un altro degli intellettuali che godono a sinistra di grande autorevolezza e che ha prospettato una prossima assemblea generale per cominciare a passare dal pensiero all'azione. A sua volta, Aldo Tortorella, sul manifesto di domenica, ha rilancia l'idea di una «costituente di idee e di pratiche», in una discussione che parta anche «dai molti vizi comuni».
Sorge allora la domanda, anzi sorgono tre domande: perchè, a tutt'oggi, questa proposta, così "logica", così necessaria e in fondo così condivisa, marcia nella realtà a ritmi così lenti? Quali sono gli ostacoli effettivi che essa ha incontrato e continua a incontrare sulla sua strada? E che cosa si potrebbe fare per superarli davvero?
Al primo quesito, la risposta è tanto ovvia da apparire banale: la costruzione di un nuovo soggetto politico, per quanto matura, auspicata e perfino desiderata, è un processo di straordinaria complessità. Un processo doloroso, si potrebbe dire, perchè comunque implica una vera pars destruens, la volontà cioè di mettersi in gioco, a rischio, a repentaglio. Anche la più piccola delle aggregazioni attuali, dunque, resiste nella pratica, se non nella teoria, a disporsi su di un cammino dall'esito non chiaro, che potrebbe essere fatto più di rinunce che di "guadagni". Questa resistenza dei corpi a scomporsi e a ricomporsi in una nuova avventura "biologico-politica", potremmo dire, ha un concreto fondamento materialistico: non è determinata soltanto da fattori, pur presentissimi, quali conservatorismo, inerzia, gelosia di gruppo, indisponibilità dei gruppi dirigenti (comunque definiti) a lasciarsi mettere da parte. Le identità diverse e distinte - partitiche, comunitarie, locali, "lobbystiche" - sono insomma a loro volta il risultato di storie complesse, spesso ricche e gloriose: ogni sintesi, ogni pretesa sintetica, rischia di venir percepita come un "taglio", quantomeno di una parte di sè, e come una privazione di autonomia. Tutte queste singolarità possono unirsi, come abbiamo visto, nel «movimento dei movimenti», soprattutto al momento del suo stato nascente, perchè si tratta, appunto, di un movimento - sede multidimensionale per definizione e natura profonda, al contrario della più piccola "istituzione".
E qui veniamo al primo, al più grande degli ostacoli posti sul futuro della sinistra alternativa così come alla nostra ricerca: la crisi della politica tradizionale. Essa è così profonda che avvolge l'intero sistema politico: anche la sinistra di governo ne soffre le conseguenze, come si capisce dall'accidentato cammino del progetto di partito riformista. Nel nostro caso, però, il problema è ancor meno rinviabile: una nuova sinistra, che assuma il tema della trasformazione sociale come proprio tratto costitutivo, che scelga un pacifismo radicale e non banalmente "neocampista", che si dia alla fin fine la prospettiva di un'alternativa di società, non può nascere al di fuori di una capacità collettiva di rifondazione della politica e dell'agire politico.
Per questa ragione di fondo alcuni dei percorsi finora tratteggiati non funzionano. Non bastano le convergenze, pur reali, di contenuto e di proposta generale. Nè servono le fusioni dei gruppi dirigenti, le fughe organizzativistiche, o astratte proposizioni di "regole". Quel che serve (come ha detto più volte il segretario di Rifondazione comunista) è l'avvio di una vera e propria rifondazione della politica: se si vuol salvare il meglio del '900, cioè l'idea del partito di massa, della politica diffusa, della partecipazione, non si può prescindere da un impegno che metta al primo posto, insieme al progetto trasformativo, la lotta alla degenerazione burocratica, routiniera, personalistica della politica stessa. Compresa la ricostruzione di una dimensione etica, distinta ma connessa con la "grande riforma" del mondo. E quel che forse è essenziale (come ha detto e scritto varie volte Lidia Menapace) è la volontà e la capacità di praticare un nuovo sistema di relazioni politiche tra eguali e diversi. Un sistema complesso come il corpo umano, capace di tenere insieme l'unità e la singolarità "assoluta" delle sue componenti.
Infine, ma non ultimo, l'ostacolo da superare, nel senso di metterlo anzitutto a fuoco, è il rapporto tra la sinistra alternativa e e la dimensione del governo. Tema non strategicamente centrale, ma politicamente imprescindibile: si tratta di definire (se possibile in termini non solo contingenti) la concretezza di una prassi di trasformazione che accetti di misurarsi fino in fondo con la grande scala, oltre che con la piccola scala, nell'era della crisi strategica del "riformismo debole". E che si costituisca in principio attivo contro il pericolo (a mio parere incombente) della "definitiva" 'americanizzazione" della politica - quella per cui, come accade non da oggi negli Usa, tra sinistra e politica, tra politiche alternative e istituzioni è (inter) rotto ogni canale di comunicazione, ogni reciproca permeabilità. Temi, a loro volta, che qui ci limitiamo ad enunciare, ma che non possono in alcun modo essere esorcizzati. Nè da Agilulfo nè da Gurdulù

Cogne

Repubblica 2.11.04
La procura di Torino sospetta che tracce di sangue nella casa siano posteriori al delitto di Samuele
"Hanno fabbricato prove false" indagati i Lorenzi e i loro periti
Cogne, l'accusa è calunnia. Il vicino Ulisse Guichardaz parte lesa
La "controinchiesta" dell'avvocato Carlo Taormina si sarebbe rivelata un boomerang. Perquisite ieri le abitazioni dei tre consulenti
di MEO PONTE

TORINO - Sono durate sino a tarda sera le perquisizioni della polizia e dei carabinieri di Torino nelle case-studio di Enrico Manfredi, Claudia Sferra e Giuseppe Gelsomino, il team di investigatori della difesa di Annamaria Franzoni che da accusatori sono ora diventati accusati. Si è infatti trasformata un boomerang la "controinchiesta" sull´omicidio di Cogne sbandierata per mesi dall´avvocato Carlo Taormina.
Le prove «alternative», quelle che secondo il legale erano clamorosamente sfuggite ai carabinieri del Ris e alla Procura di Aosta e che avrebbero dovuto scagionare Annamaria Franzoni, condannata a trent´anni per l´assassinio del figlio Samuele, hanno guadagnato alla madre di Cogne una nuova accusa: quella di calunnia. Con lei sono accusati dello stesso reato il marito Stefano Lorenzi, i consulenti medico-legali dell´avvocato Taormina, Enrico Manfredi e Claudia Sferra e l´investigatore privato Giuseppe Gelsomino.
È la nuova sconcertante svolta nel caso Cogne, arrivata dopo che l´11 ottobre i tre periti, nominati dalla procura di Aosta per esaminare le nuove «prove» presentate dalla difesa di Annamaria Franzoni (un´impronta digitale trovata sulla porta della camera da letto dove fu ucciso il piccola Samuele e diciotto macchie di sangue scoperte in garage), avevano depositato le loro conclusioni, spiegando che sia l´impronta che le tracce erano successive al delitto e forse sistemate di proposito.
In particolare l´impronta digitale era risultata non appartenere a nessuno delle ventisette persone entrate nello chalet di Montroz la mattina del delitto, e tanto meno ai consulenti delle difesa che giuravano di aver scoperto i nuovi indizi in un sopralluogo effettuato a sorpresa la notte tra il 27 e il 28 luglio scorso. Sarebbe stata applicata dopo l´esame al luminol effettuato da Manfredi e Sferra. Il fascicolo aperto dalla procura di Aosta su questa parte d´inchiesta è stato quindi trasmesso alla procura di Torino, dopo l´iscrizione nel registro degli indagati per il reato di calunnia di Annamaria Franzoni e suo marito Stefano Lorenzi.
I magistrati torinesi, i sostituti Annamaria Loreto e Giuseppe Ferrando, coordinati dal procuratore capo Marcello Maddalena e dal suo aggiunto Maurizio Laudi, hanno fatto il resto indagando con la stessa accusa i due consulenti e l´investigatore privato Giuseppe Gelsomino, autore del dossier contro Ulisse Guichardaz, il guardiaparco di Cogne, ripetutamente indicato dalla difesa della Franzoni come il vero assassino di Cogne. Alla calunnia si è aggiunta anche la frode processuale.
Ieri pomeriggio le minuziose perquisizioni nella abitazione dei tre, i cui telefoni erano da settimane sotto intercettazione, in cerca di una traccia della manipolazione degli indizi. Stefano Lorenzi e la moglie sono invece indagati per aver firmato l´esposto in cui erano raccolte le accuse contro Guichardaz consegnato il 30 luglio dall´avvocato Taormina alla procura generale di Torino.
Questi ultimi clamorosi sviluppi segnano un ribaltamento delle posizioni: Ulisse Guichardaz, sottoposto per mesi ad un insinuante linciaggio mediatico, perdinato e controllato, è ora finalmente riconosciuto come parte lesa. Gli accertamenti dei carabinieri di Aosta hanno stabilito che gli «indizi» raccolti dall´investigatore Gelsomino erano un cumulo di idiozie.
«Spero che tutto questo serva per arrivare alla verità» ha commentato serafica Annamaria Franzoni. Contro la sua condanna a trent´anni per l´omicidio del figlio sabato scorso i suoi avvocati hanno presentato la richiesta di appello.

Arte
Monet a Brescia

Da “Europa” del 30 ottobre Claude Monet attrazione fatale
Al Santa Giulia di Brescia fino al 20 marzo
di Simona Maggiorelli

Un bagno di verde e d’azzurro, in acque calme, fra riflessi di luce, in angoli riparati dalle fronde. E’ la quieta e avvolgente visione di Claude Monet che, fino al 20 marzo, si dipana nella nuova mostra di Marco Goldin nel complesso di Santa Giulia a Brescia. Sulle pareti delle otto sale del museo un continuum di scorci e di viste sul fiume: l’amatissima Senna. Uno sguardo costante su una natura apparentemente immobile, sempre uguale a se stessa, quello del grande maestro impressionista che, più dei suoi colleghi Renoir, Pissarro, Sisley e Caillebotte, seppe trasformare la pittura di paesaggio, da trascrizione oggettiva della realtà che si propone allo sguardo secondo le regole della mimesis, in visione intima e personale. Arrivando a farne la trascrizione del proprio vissuto interiore rispetto al passaggio. Un elemento panico, una magnifica ossessione per paesaggi acquatici e riflessi che, come dirà lo stesso Monet già avanti negli anni “è una cosa che va al di là delle mie forze di vecchio”, catturandolo in una irrinunciabile sfida nel “riuscire a rendere ciò che sento”. Un’ossessione che durerà fin quasi alla morte del pittore avvenuta nel 1926 a 86 anni. Un’attrazione fatale che la mostra bresciana ripercorre come una sorta di viaggio, raccontandone la genesi in un ampio capitolo iniziale che squaderna dieci dipinti di Corot e Daubigny come punto di partenza dell’impressionismo sul tema della Senna, per arrivare poi all’ultimo viaggio a Pourville in Normandia dove Monet, compie l’ultimo passaggio: dalla pittura impressionista en plain air ,che egli stesso aveva contribuito a inventare, al ritorno nel chiuso dell’atelier, come luogo riparato dove continuare a distillare la propria visione. Dalla Normandia, dove non aveva potuto ritrovare gli amici del suo primo viaggio, (Paul Graff e sua moglie, gli albergatori che lo avevano accolto dodici anni prima nel frattempo erano morti), Monet se ne partì con una serie di tele non finite che rappresentavano scogliere a picco sul mare, scorci di acque in tempesta, cangianti sotto i riflessi della luce e battute dal vento. Tele che, solo una volta rientrato nel suo buen retiro di Giverny, Monet riuscì a completare, con quel particolarissimo stile di rarefazione, quasi si direbbe, di erosione e progressiva dissoluzione della visione, che caratterizzò i suoi ultimi anni, quando la sua pittura appariva sempre più come un dolce e lento inabissarsi in un mare avvolto da una sottile nebbia, appannato, sempre più pallido e evanescente. A questa evoluzione finale e sottilmente inquietante dello sguardo del maestro francese la mostra Monet. I luoghi della pittura. La Senna, le ninfee, dedica ampio spazio, con prestiti da collezioni pubbliche e private , da ogni parte del mondo. Ma più che il mare, come recita il sottotitolo della mostra, è la Senna l’indiscussa protagonista dell’immaginario di Monet. Lungo la Senna il pittore trascorse gran parte della sua vita e il fiume gli ispirò quasi trecento dipinti. A cominciare dagli anni Sessanta, quando Monet faceva i suoi primi esercizi di pittura alla Grenouillère, “lo stagno delle rane”, un ristorante con spiaggia sulla Senna, dove per la prima volta sviluppava una pittura fatta di rapidi tratti e puntini per catturare la luce, lo scintillio dell’atmosfera, il movimento dell’acqua, i gesti dei bagnanti. (Esperimenti che la mostra bresciana documenta, tra l’altro, facendo venire da Forth Worth il primo dipinto accettato dal Salon del 1865). Erano quadri squillanti di colori, vivaci bozzetti di costume che raccontavano i giorni di festa della borghesia parigina, ma ancora molto tradizionali, legati a uno sguardo esteriore. Alle ultime visioni della Senna, invece, Monet chiede molto di più, chiede di andare oltre la cronaca, la descrizione (ormai esisteva la fotografia), per restituire sulla tela una visione interiore di fronte al paesaggio, un sentire che era sempre più di rallentata malinconia, qualcuno direbbe, di sottile depressione. “Ho sempre avuto orrore delle teorie - scriverà Monet nel 1926 in una lettera a Evan Charteries - Non ho altro merito che aver dipinto direttamente dalla natura cercando di rendere le mie impressioni di fronte agli effetti più fuggevoli. E mi dispiace di essere stato all’origine del nome che è stato dato a un gruppo di artisti che per la maggior parte non avevano nulla di impressionista”. Ma questo sarà materia per un’altra mostra del prolifico Goldin che, da qui al 2008, ha in programma una tetralogia di iniziative bresciane, fra le quali svetta un interessante confronto fra Gauguin e Van Gogh e un viaggio nell’universo coloristico dei Fauves e dell’espressionismo.

in attesa dell'incontro del 5 novembre
Le 15 tesi di Fausto Bertinotti

ringraziando Dimitri Nicolau

Partito della Rifondazione Comunista
15 TESI PER IL CONGRESSO DI RIFONDAZIONE COMUNISTA
contributo di Fausto Bertinotti

__Uno__

La vera novità di questo inizio secolo è la nascita di nuovi dei movimenti e la loro capacità di connettersi in un percorso collettivo. Essa ha parlato al mondo di una nuova possibilità di trasformazione.
La capacità di Rifondazione Comunista è stata quella di capire la natura di questi nuovi movimenti e di predisporsi a raccogliere le risorse da essi sprigionate per proporsi, assieme a una modificazione della propria politica, di contribuire alla costruzione di una idea generale di riforma della politica e del suo rapporto con i protagonisti sociali.
Allo stesso tempo, con una connessione non solo temporale, è emerso in maniera sempre più dirompente il fallimento della globalizzazione capitalistica.
L’una e l’altra ripropongono oggettivamente come attuale il tema della trasformazione della società capitalistica.
Questo tema è posto anche soggettivamente dalla crescita della consapevolezza dei movimenti e si può racchiudere nella formula dei social forum “un altro mondo è possibile”. Il problema è dunque posto ma non è risolto.
E’ aperto anche un altro scenario, quello dell’incrudelimento della crisi economica e sociale e del precipitare della guerra in uno scontro di civiltà.
L’incertezza domina il nostro tempo.
L’alternativa “socialismo o barbarie” non è fuori da questo tempo.

__Due__

In Italia il PRC viene da un’importante affermazione nelle elezioni europee e amministrative. E’ stato premiato il suo progetto politico complessivo: scelta strategica di internità al movimento, proposta politica di apertura sia al campo complessivo delle opposizioni politiche e sociali sia come costruzione della sinistra di alternativa, innovazione della politica e del soggetto della politica, innovazione di cultura e teoria politica del movimento operaio. Questa accumulazione, che deve essere considerata come patrimonio acquisito da tutto il partito, è ora la base per un ulteriore sviluppo della rifondazione.
Questo successo si è realizzato in una situazione in cui è esplosa la crisi del tentativo di dare una stabile risposta di destra alla instabilità del sistema politico italiano, tentativo imperniato sul quel fenomeno complesso di natura neo-conservatrice cui è stato dato il nome di “berlusconismo”. A questa crisi concorrono sia motivazioni oggettive (le grandi tendenze internazionali del fallimento della globalizzazione capitalistica) sia la spinta della crescita dei movimenti. In esse si è consumato il fallimento specifico del progetto berlusconiano.
Anche in Italia si dischiude una fase politica e sociale del tutto nuova, per affrontare la quale non basta rimuovere Berlusconi, ma anzi bisogna affrontare le cause di fondo che l’hanno portato al successo. Il problema è la costruzione di un’alternativa di società: si tratta di riscrivere la costituzione materiale del paese dopo la devastazione neoliberista.

__Tre__

Intanto, il neoliberismo in crisi come impianto ideologico e modello generale di politica economica e sociale cerca una nuova strada per riproporsi e per impedire il dispiegamento di una nuova politica. La nuova versione del neoliberismo si nasconde dietro il “realismo” della sopravvivenza dell’impresa. Dismesse le grandi promesse, si propone lo stato di necessità. Si chiede il riconoscimento delle crisi come oggettive e delle necessità imposte dalla competizione internazionale come indiscutibili. L’obiettivo è ridisegnare al ribasso il sistema dei diritti, delle condizioni di lavoro e di salario con il ricatto oggettivo della competitività.
Si tratta di un attacco insidioso perché si mimetizza dentro una realtà concreta quanto apparente, in cui prende corpo un ricatto sui lavoratori che punta a mettere in scacco la politica e a rovesciare il ruolo del sindacato nella contrattazione del peggioramento della condizione dei lavoratori e dell’occupazione. Per questa via, che vorrebbe risalire dall’impresa fino all’intero sistema delle relazioni sociali e della legislazione sul lavoro e lo stato sociale, il primo obiettivo è l’abbattimento del contratto nazionale di lavoro.
Questa offensiva è la base materiale su cui poggia l’ipotesi politica neocentrista, quella di una uscita morbida dalla crisi delle destre e del berlusconismo senza mettere in discussione l’ispirazione di fondo delle politiche neoliberiste.

__Quattro__

A questa nuova offensiva neoliberista, che si propone di assumere il carattere di una proposta complessiva e si dispone a coinvolgere uno spettro ampio di forze moderate sia in campo politico che sindacale, non si può rispondere efficacemente in maniera difensiva o per singoli pezzi isolati.
La sconfitta di questa ipotesi richiede un salto di qualità dell’opposizione politica e sociale. Di questo nuovo compito devono farsi protagonisti l’articolato campo della sinistre interessate al progetto di alternativa, le organizzazioni sindacali che hanno progettato e praticato una nuova autonomia dal governo e dalla Confindustria, i movimenti e le realtà di lotta espresse nei conflitti di lavoro e sul territorio.
E’ necessario che l’insieme di questi soggetti produca una iniziativa unitaria che dia corpo e visibilità a un progetto di unificazione dei movimenti. E’ necessario lavorare a un progetto complessivo di movimento per la riforma della società italiana. Per questo scopo occorre lavorare alla costruzione di un incontro delle esperienze critiche e di lotta del mondo del lavoro, delle città e dei territori. Solo dalla connessione con il movimento dei movimenti, col movimento per la pace, con le esperienze di conflitti sociali e di lavoro può nascere l’opposizione efficace e l’alternativa alla nuova sfida liberista e la rinascita, qui e ora, della politica.

__Cinque__

Si è aperta una fase di assoluta instabilità. La politica è attraversata da due tendenze opposte: una sua possibile rinascita o la sua eclissi. La democrazia vive una crisi profonda, nella quale può essere cancellata la stessa nozione di sovranità popolare. Possiamo avere davanti a noi un futuro senza democrazia. La fase politica continua ad essere caratterizzata, nel mondo, in Europa, in Italia, da questa crisi aperta a tutte e due gli esiti. Le medesime elezioni europee hanno mostrato, accanto a una crescita dell’opposizione ai governi, il manifestarsi di un malessere profondo e una sfiducia nei sistemi politici. Questa crisi non investe solo le istituzioni ma coinvolge anche le masse, attraversate contemporaneamente da istanze di riappropriazione della politica e da pulsioni verso una fuoriuscita da essa, una sorta di esodo da una politica a sua volta separatasi dalla vita quotidiana..

__Sei__

Il grande e terribile 900 ha visto realizzarsi attraverso la lotta di classe l’ingresso delle masse nella politica e, in questo corso, si sono prodotte grandi esperienze di emancipazione, le più grandi fino ad ora conosciute. Contemporaneamente, però, il 900 è stato il secolo in cui si sono consumate tragedie inenarrabili (le guerre mondiali, i fascismi e i nazismi fino all’orrore di Auschwitz).
Il movimento operaio è stato il grande protagonista del secolo ma è stato sconfitto in primo luogo per il fallimento laddove si è costituito in stato nelle società post-rivoluzionarie nelle quali le istanze di liberazione per cui era nato si sono anche rovesciate in forme di oppressione drammatica.
La critica allo stalinismo non è, quindi, semplicemente la critica alle degenerazioni di quei sistemi ma al nucleo duro che ha determinato quell’esito ed è per questo motivo il punto irrinunciabile per la costruzione di una nuova idea del comunismo e del modo di costruirlo.
Ora, le esperienze di movimento, le nuove pratiche sociali e le riflessioni che sono avanzate con esse consentono la costruzione di una critica al potere, che, anche attraverso la scelta della nonviolenza come guida dell’agire collettivo qui ed ora, contribuisce alla ricerca di una nuova idea e pratica della politica come processo attuale di trasformazione e di liberazione.
E’ così venuta all’ordine del giorno la possibilità di una uscita da sinistra dalla sconfitta del 900 e dalla crisi del movimento operaio. Si può lavorare allora alla costruzione di un nuovo movimento operaio.
La rifondazione comunista, orizzonte della nostra ricerca e sperimentazione, trova in questa sfida la sua ragione.

__Sette__

La contesa si è fatta drammatica. Lo stato di guerra permanente è covato dalla natura medesima della globalizzazione capitalistica. Al contrario di quanto promesso, ovvero la dissoluzione dei conflitti, essa produce instabilità attraverso l’acutizzazione delle disuguaglianze mondiali, la concentrazione delle ricchezze e l’esasperazione dei conflitti. Invece della crescita promessa, essa produce crisi. Persino la competizione diventa distruttiva. La guerra preventiva è il sistema con il quale si cerca una soluzione imperiale a questa instabilità. Ma il risultato è quello di produrre nuove e più profonde instabilità a cui si risponde con ulteriore inasprimento della guerra secondo la dottrina della guerra permanente.
La guerra alimenta il terrorismo, che è figlio e fratello della guerra. Questo terrorismo si presenta come progetto elaborato nell’autonomia del politico ed è, come la guerra, nostro avversario irriducibile repulsivo per i mezzi che utilizza e per i fini che propugna.
La guerra imperiale dell’amministrazione Bush è una guerra infinita e indefinita. L’Iraq ne è il banco di prova. Il suo sviluppo sarebbe la guerra di civiltà.

__Otto__

La pace è il terreno di rinascita della politica perché esprime l’esigenza primaria del nostro tempo. La pace va perseguita non semplicemente come assenza di guerra ma come costruzione di un nuovo mondo che, spezzando il dominio imperiale, disegna nuovi assetti del mondo fondati sull’autonomia e il dialogo, su diverse relazioni sociali e culturali. E’ non solo sbagliato ma illusorio pensare alla costruzione di questo nuovo assetto come parzialmente è accaduto nel passato ovvero con la creazione di un equilibrio basato sulla forza delle armi.
La leva fondamentale per questa impresa è il nuovo movimento per la pace, come forza disarmata e di disarmo, come altra potenza mondiale scesa in campo per contestare la guerra e la sua logica e costruire un’alternativa di civiltà .
Questa grande novità mette in luce l’esigenza della costruzione di una nuova soggettività politica organizzata che interpreti e faccia incidere nelle relazioni economiche, sociali e statuali questa nuova istanza Qui c’è il terreno fondante dell’altra Europa in cui la scoperta di questa missione faccia rileggere le sue radici per realizzare un modello economico, sociale e culturale alternativo al neoliberismo e alla guerra. Su questo potrebbe poggiarsi l’autonomia e l’indipendenza dell’Europa dagli U.S.A.
Il Partito della Sinistra Europea, di cui siamo tra i promotori e fondatori, vuole essere uno strumento per perseguire questo obiettivo.

__Nove__

La costruzione del nuovo soggetto della trasformazione è il tema cruciale per l’uscita da sinistra dalla crisi della politica e dalla crisi del movimento operaio.
Questo impegno chiede lo spostamento del baricentro della politica dalle istituzioni e dalle forze politiche alla società e ai movimenti, cioè dalla rappresentanza alla organizzazione diretta della vita e delle relazioni sociali.
La cifra di fondo che caratterizza la natura della globalizzazione neoliberista è la precarietà. La precarietà si fa condizione generale che informa i tempi di lavoro e i tempi di vita, i rapporti di produzione e le relazioni sociali e che penetra fino al tentativo di modificare il vivente.
I mutamenti imposti, da un lato dalla rivoluzione restauratrice del nuovo capitalismo sul lavoro e, sul versante opposto, la natura dei nuovi movimenti, propongono una nuova alleanza tra le esperienze che chiedono la liberazione del lavoro salariato (il conflitto di lavoro) e le esperienze che chiedono la liberazione dal lavoro salariato (la costruzione di beni comuni sottratti alla mercificazione, la costruzione e realizzazione di relazioni e attività sottratte, seppure parzialmente, al mercato, la valorizzazione dell’ambiente e dei legami con le storie dei territori).
Questa nuova alleanza consentirebbe l’ingresso, quali elementi decisivi nella costruzione dell’alternativa, delle culture ed delle esperienze critiche.
L’ecologismo tesse una critica ai modelli “sviluppisti” anche nella versione moderata che parla di “sviluppo sostenibile”. Il femminismo è il contributo fondamentale per una idea della società e dei rapporti sociali fondati sulla valorizzazione della differenza e della persona e sulla contestazione del sessismo e del dominio scientista sui corpi e il vivente. Il pacifismo e le mille pratiche della nonviolenza si configurano come costruzione di una rete di relazioni che contestano il dominio del profitto e del potere.
Questa ricerca teorica, questo lavoro politico nel profondo della società e nella realizzazione di esperienze originali costituiscono la base fondamentale per la costruzione di una sinistra di alternativa che in Italia veda impegnate tutte quelle forze, ovunque collocate, che sono interessate a questa ricerca. E’ venuto il tempo di un suo nuovo protagonismo in Italia e in Europa.

__Dieci__

Il quadro di questa ricerca è la costruzione della democrazia della partecipazione e del conflitto. Non è un caso che proprio il carattere progressivo della Costituzione italiana è sotto attacco. Questo attacco prende varie forme: si cancella nella pratica l’articolo 11 della Costituzione, si riduce il tema dei migranti, decisivo per l’assetto della società futura, a problema di ordine pubblico, si parla di cancellare il carattere antifascista della Repubblica, si minano i caratteri fondamentali dell’unitarietà delle prestazioni sociali e dell’esigibilità dei diritti sul territorio nazionale, si svuota il Parlamento. In sostanza si vuole affermare un’idea della democrazia dimezzata, funzionale al modello neoliberista, interna al dominio del mercato, dunque inerte e, al fine, inutile.
La costruzione di una democrazia partecipata in cui si possa trasformare la critica dei movimenti in una alternativa politica e programmatica di sinistra è la sfida fondamentale di fronte a noi.
La democrazia, come forza propulsiva di partecipazione e la pace, come costruzione di nuove relazioni sociali e statuali, sono al primo posto nella rinascita, qui e ora, di un processo di trasformazione della società capitalistica .

__Undici__

Il problema della partecipazione al governo di una forza antagonista in un Paese europeo va collocata in questo quadro.
Anche la critica alla presa del potere e al potere medesimo non è senza conseguenze rispetto al modo di concepire il governo e la collocazione di governo. Nella nostra strategia, il governo non è una scelta di valore ma una variabile dipendente dalla fase. Il governo, cioè, non è l’obiettivo o lo sbocco della politica di alternativa ma può essere un passaggio necessario
In Italia la sua necessità nasce da una precisa congiuntura politica: l’esigenza improrogabile di sconfiggere il governo Berlusconi e costruire ad esso una alternativa.
Per questo oggi assumiamo l’obiettivo di una coalizione di forze per dare vita a una alternativa programmatica di governo in cui il PRC e le forze della sinistra di alternativa nel loro complesso siano presenti da protagonisti. Chiamiamo questa coalizione democratica per definirne così il suo primo scopo: costruire democrazia e partecipazione.
La costruzione della democrazia partecipata non è solo una questione di metodo, essa, è il primo contenuto di un programma riformatore. L’autonomia dei soggetti critici o socialmente attivi non è più solo una prerogativa di tutela dei movimenti e delle organizzazioni sociali dalla loro alienazione, essa è oggi diventata il possibile motore dell’intero processo riformatore e perciò deve diventare un fondamentale punto programmatico dell’alternativa di governo. Questa è la prima riforma necessaria: quella della politica e della stessa concezione del governo. Della stessa riforma è parte rilevante la conquista di un’autonomia strategica della sinistra di alternativa e, con essa, del PRC dal governo di cui pure sia possibile far parte per il livello dell’accordo programmatico conseguito tra tutte le forze che oggi sono all’opposizione del governo Berlusconi.
Per farlo il PRC e la sinistra di alternativa debbono saper passare anche per l’esperienza di governo in funzione della crescita qualitativa dei movimenti e della possibilità di dispiegare una più vasta, complessa e lunga azione politica nella società per la realizzazione del più ambizioso programma di fase.
L’obiettivo di questo nostro impegno è la sconfitta della legge del pendolo secondo la quale quando le sinistre sono all’opposizione suscitano speranze e attese che vengono disattese quando assumono il governo, determinando così la sfiducia nella politica da parte di larghe masse e creando le condizioni per il ritorno delle forze conservatrici.

__Dodici__

Un programma di governo deve, in questa fase, avere come caratteristica fondamentale quella di rappresentare una rottura di continuità con le politiche del governo Berlusconi, di costituirne un’alternativa reale e di aprire una strada nella quale l’autonomia dei movimenti e del conflitto di classe possa conquistare nuovi spazi di trasformazione della società.
Tre sono le linee guida attorno a cui organizzare un programma di alternativa, che gia dal suo avvio deve trasmettere al Paese un messaggio univoco e una sollecitazione alla mobilitazione di tutte le energie riformatrici. La prima è la collocazione internazionale del paese per la pace contro la guerra e il terrore, a partire dall’impegno per il ritiro delle truppe italiane, per fermare la guerra in Iraq e per costruire un’Europa di pace nel mondo e di cooperazione tra nord e sud e di dialogo tra le religioni e le civiltà. In secondo luogo, in Italia le politiche del governo Berlusconi e la crisi nella coesione sociale che hanno prodotto, sono un ostacolo impedente il cambiamento e l’avvio di un nuovo corso. L’azione di bonifica sul terreno civile, economico e sociale è perciò un impegno ineludibile. L’abrogazione della legge 30, della legge Bossi-Fini, della legge Moratti da un lato e di quella della fecondazione assistita dall’altro, danno chiaramente il senso della necessità e della forza di questa operazione politica e della sua necessità. Infine, la qualificazione di un programma che voglia avere l’ambizione di dar corpo alle aspettative di cambiamento che sono maturate nella società avviene sul terreno del nuovo assetto da dare al Paese affinché possa progettare il suo futuro. Sono le grandi riforme di rottura col ciclo neoliberista, le riforme che aprono la strada ad un’innovazione del modello generale di organizzazione della società. Esse possono essere individuate attorno a quattro grandi assi: la valorizzazione del lavoro e una redistribuzione del reddito a favore del salario, degli stipendi e delle pensioni, l’introduzione di un salario sociale e una politica di attacco alla rendita; la conquista, la qualificazione e l’estensione di diritti individuali e collettivi tali da configurare una nuova cittadinanza sociale universale, il rispetto della persona e un sistema di garanzia e di tutela per tutti e tutte; la costituzione di beni comuni da sottrarre alla logica del mercato mediante la valorizzazione pubblica dell’ambiente, del territorio e della cultura; la costituzione di un nuovo intervento pubblico nell’economia dalla programmazione all’organizzazione di fattori per l’innovazione del modello economico e sociale.

__Tredici__

Il programma dell’alternativa di società non è riducibile ad un programma di governo neppure al più avanzato. Esso deve essere pensato come ad un programma di fase, deve poggiarsi su un discorso sul capitalismo italiano all’interno di quello europeo: il discorso su un declino e su una classe dirigente dimissionaria rispetto alla progettazione di futuro che ricorre alle diverse lezioni del neoliberismo come galleggiamenti sulle crisi ad estremo adattamento ad esse. Il programma di fase è la messa a fuoco delle visioni dell’altra Europa e, in esso, dell’altra Italia, una visione di come la prefiguriamo tra 10-15 anni all’interno di quell’altro mondo possibile che il movimento di cambiamento ha intravisto. Il programma in questo senso generale di costruzione di alternativa di società non risiede solo (eppure sappiamo quanto è già difficile) nelle fissazioni di discriminanti programmatiche per una alternativa di governo alle destre, essa richiede l’elaborazione di un progetto politico e la costruzione di un processo per la trasformazione in cui il rapporto con lo sviluppo dei movimenti è la leva principale seppure non sufficiente.
Questa è la ricerca che abbiamo intrapreso. Quello che proponiamo fin d’ora è l’orizzonte di questo cammino.
Il suo punto di avvio può essere l’orizzonte del programma di fase delle forze del cambiamento per l’Europa intera e per ciascuno dei suoi Paesi, che deve assumere, in questa fase dello sviluppo capitalistico, un’ambizione alta, quello dell’uguaglianza. Esso si deve concretizzare in un’immediata rottura e inversione rispetto alla tendenza, caratteristica di questo nuovo ciclo capitalistico, all’aumento delle disuguaglianze per configurare una tappa impegnativa di avvicinamento all’uguaglianza tra le persone e di mutamento di fondo del rapporto tra le classi. Due obiettivi strategici debbono dar corpo a questa prospettiva: la conquista della piena occupazione e la conquista di una cittadinanza universale per tutte e tutti, sia nativi che migranti. Quest’ultima deve poggiare sulla messa in opera di un quadro di diritti sociali, civili e culturali esigibili e di altrettanto esigibili accessi garantiti per ognuno ai beni comuni: un nuovo stato sociale sopranazionale.
Il lavoro salariato, in tutte le forme in cui oggi si presenta sia storiche che inedite, dovrebbe poter guadagnare in esso, e all’interno di una tendenza alla mondializzazione dei conflitti di classe, un nuovo statuto di democrazia, di potere e di libertà. Le lavoratrici e i lavoratori dovrebbero poter guadagnare, contro la tendenza degli ultimi due decenni, una nuova tappa nel processo di liberazione, attraverso la valorizzazione delle componenti cognitive e creative, dirette e indirette oggi contenute nel lavoro e la generalizzazione, seppur in diversi gradi, di quelle dirette. E’ necessario perseguire la conquista di elementi d’autogoverno sulle prestazioni lavorative e sul rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita. E’ necessario conquistare, contro la flessibilità, elementi di “rigidità” per la soddisfazione dei propri bisogni individuali e collettivi da cui far scaturire nuove forme di controllo sociale e di democrazia diretta e partecipata. Questa ricerca sul campo delle lotte come quella del soggetto della trasformazione, il nuovo movimento operaio, sono le possibili levatrici della sinistra di alternativa in Italia e in Europa.

__Quattordici__

La sinistra di alternativa si costruisce col fare e sul fare, fuori da ogni tentazione di cercare la soluzione in un qualche assemblaggio dei ceti politici dei partiti che stanno alla sinistra del listone. Altro è il quadro delle soggettività da cui muovere e altra deve essere l’ambizione politica. Proponiamo la nascita di luoghi in cui far crescere esperienze comuni di lavoro politico continuativo: comitati, circoli, associazioni, organizzazioni autogestite in tutte le realtà diffuse del Paese e nei luoghi del conflitto e della sperimentazione sociale. Proponiamo l’autoconvocazione di un’assise nazionale in cui quelle esperienze si confrontino. Un’assemblea che chiami a se quanti si riconoscono in questa esigenza e che hanno sperimentato percorsi di movimento che sono venuti facendosi comuni: partiti, loro componenti, sindacati, espressioni di movimento, di governo locale partecipato, associazioni, comitati, singoli per collegarsi tra loro in un reciproco e paritario riconoscimento, nella definizione di un percorso condiviso di azione unitaria e per la definizione di un progetto politico comune. Proponiamo la convocazione aperta e condivisa dell’assemblea costituente della sinistra alternativa. I tempi sono maturi ma non infiniti. Occorre organizzare le disponibilità e le volontà in una scelta da parte di tutti gli interessati. Noi siamo pronti a compierle.

__Quindici__

Rifondazione Comunista è interlocutore fondamentale di questo progetto e ne è tra i protagonisti. Ciò è reso possibile non solo dalla sua forza militante ed elettorale, dalla sua presenza articolata e capillare nella società. In primo luogo è dovuto alla sua internità ai conflitti e alla capacità di cogliere la grande novità dei movimenti di questo secolo e al rapporto sviluppato con essi sapendo innovare la propria cultura e la proposta politica.
In anni difficili , nei quali sembrava espunta dall’orizzonte delle possibilità ogni ipotesi di trasformazione, Rifondazione Comunista ha tenuto aperta una ricerca e una azione politica e culturale. Con la costruzione della sinistra di alternativa è possibile andare oltre e riaprire la politica a un processo generale di trasformazione sociale, in cui essa possa tornare protagonista..
Non è in gioco l’esistenza di Rifondazione Comunista e la sua autonomia politica e culturale che rimane per l’oggi e il domani. E’ in gioco invece la possibilità di compiere tutti assieme un balzo, un vero salto di qualità., così come abbiamo cominciato a fare in Europa con la fondazione del Partito della Sinistra Europea.
Per questo una vera e profonda riforma del partito nel senso dell’apertura e della sperimentazione di nuove forme aggregative e di relazione è tema fondamentale del percorso della rifondazione. In molti possiamo condividere questa sfida.