mercoledì 21 gennaio 2004

un comunicato
della Libreria AMORE E PSICHE

è in vendita il primo numero del 2004 de

IL SOGNO DELLA FARFALLA


a Firenze, come sempre, da Stratagemma


Botticelli a Parigi e a Firenze

Europa, quotidiano diretto da Federico Orlando
Botticelli renovatio mundi

A Palais du Luxembourg, la mostra “Botticelli, da Lorenzo il Magnifico al Savonarola”, che a marzo verrà riproposta e ampliata a Firenze, riscuote l’attenzione dei parigini: a conferma che il nostro tempo tecnologico, trasformando la “Venere” e la “Primavera” in piatte icone e in loghi per ditte, non è riuscito a svuotarle di senso: il senso di inquietudine che, attraversando le stesse immagini della bellezza femminile, preannuncia la transizione dal ‘400 al ‘500, dall’equilibrio mediceo ai turbamenti religiosi.

di Simona Maggiorelli

È stato l’interprete della cultura alta, neoplatonica e umanista, della corte di Lorenzo de Medici, tra frequentazioni dell’Accademia di Marsilio Ficino e riscoperta dei miti classici in chiave neo pagana. La Venere che nasce dalle acque come simbolo di renovatio mundi ne è un esempio intrigante. Vasari nelle Vite parla di Sandro Botticelli come l’artista più vicino alla signoria medicea, quello che meglio sapeva interpretare i valori della grazia, dell’armonia che improntavano il gusto degli intellettuali della cerchia laurenziana. Parla di Botticelli come pittore della prospettiva, della visione chiara e limpida esaltata da Luca Pacioli.
Artefice di paradisi naturali dove la bellezza femminile regna sovrana.
Ma quella della Primavera, guardando bene, è un’immobilità apparente, un sogno di felicità fragile, percorso da sottilissime, quasi invisibili, fratture. A un secondo sguardo, più approfondito, queste seducenti immagini femminili dal passo leggero, tradiscono un movimento incerto, al punto da sembrare di cadere, di poter andare da un momento all’altro in frantumi. Ed è questa segreta vena di inquietudine il filo di pensiero seguito dall’antologica di Botticelli organizzata dal Senato francese in collaborazione con Firenze Mostre. Una vena di inquietudine che dalle prime prove negli anni ’70 del ‘400 alla ultime nel primo decennio del ‘500 via via, da elemento carsico arriverà a farsi fiume in piena e a esplodere nel turbamento religioso savonaroliano. Una mostra, intitolata semplicemente "Botticelli, da Lorenzo il Magnifico al Savonarola", che sta riscuotendo parecchia attenzione da parte dei parigini.
Lunghe code, non solo di turisti, al Palais du Luxembourg dove la rassegna resterà aperta fino al 23 febbraio (per poi riprendere, in forma più ampia, a Firenze da marzo). Segno che l’epoca della riproducibilità tecnica che ha trasformato la Venere e la Primavera in piatte icone del moderno e perfino in logo di qualche ditta, non è riuscita a svuotarle di senso, a ridurle in immagini consumistiche e usurate. Nonostante l’overdose di brutte riproduzioni, o forse anche per quello, c’è voglia di riscoprire l’arte di Botticelli dal vero, di capire qualcosa di più della sua poetica: complessa mescolanza di simbolismo e immediatezza, di inquieta modernità e di recuperi arcaicizzanti; in un’epoca che vedeva già Leonardo al lavoro con lo sfumato e impegnato a dipingere non solo figure ma anche le profonde dinamiche di affetti dei rapporti umani. E la mostra parigina è un forte richiamo a una visione articolata, non parcellizzata di Botticelli, riuscendo a mettere insieme opere provenienti da paesi lontani o mai uscite dai musei europei dove sono conservate e, nel catalogo pubblicato da Skira, dando elementi per ricostruire la koiné politica e culturale in cui nacquero (la lezione è ancora quella di Aby Warburg) i capolavori botticelliani, ricostruendo la formazione dell’artista nell’epoca in cui faceva scuola Filippo Lippi e il Verrocchio aveva una delle botteghe più attive e prestigiose, in un ambiente fiorentino da cui Botticelli, in sostanza, uscì un’unica volta, fra il 1480 e il 1482, per andare a Roma a lavorare alla cappella Sistina .
E proprio alla luce di queste notizie, colpisce il primo trittico di opere con cui s’inaugura il percorso della mostra: in fila la Vergine con bambino del Musèe Fesch di Ajaccio, quella del Louvre e quella di Capodimonte.
Opere quasi coeve, fra le prime prove ufficiali, realizzate intorno alla metà degli anni ’60, in una rapida escalation di autonomia stilistica, passando dalla fragile composizione della tela di Ajaccio alla raffinata composizione di Madonna con bambino e due giovani angeli dal volto adulto e tormentato dentro un hortus conclusus che rimanda alla simbologia mariana, conservata a Napoli.
Del 1470 è invece la rara Madonna dell’Eucarestia proveniente da Boston, già libera dallo stile Lippi, con uno squarcio di paesaggio, sullo sfondo, insolito per Botticelli e in cui l’espressione del volto di Maria, si libera della malinconia tipica di quasi tutte le figure femminili botticilliane; il gesto si addolcisce nel cogliere uva e spighe dal cesto che l’angelo le porge. Ma il salto vero, sorprendente, è con il colorismo e la forza espressiva di due piccole tavole degli Uffizi, il dittico Storie di Giuditta e La scoperta del cadavere di Oloferne dipinte sempre intorno al ’70. Fuori da ogni staticità. In una scena concitata di personaggi, si staglia una raffigurazione plastica, netta , cruda del corpo decapitato di Oloferne, sotto una luce vibrante. Accanto, come se corrispondessero a una diversa visione maschile e femminile dell’episodio, il quadretto con la figura leggera, sfumata, malinconica, di una delicatissima Giuditta, che cammina quasi sfiorando il terreno nella luce diffusa dell’alba. Una ricerca, forse ancora legata al neoplatonismo di una bellezza terrena che è anche accesso al divino, che continuerà poi nell’Allegoria della Primavera e nella Nascita di Venere, le due opere centrali del pittore che gli Uffizi, non hanno concesso alla mostra parigina e che si potranno vedere, insieme a questa cinquantina di opere, niente affatto minori, nell’esposizione organizzata da Firenze Mostre a Palazzo Strozzi. Là come qua il rosseggiante e luminoso affresco staccato dell’Annunciazione degli Uffizi, tavole per l’edizione illustrata della Divina Commedia e una serie di intensi ritratti femminili: ultimo sussulto di quella tensione di ricerca che poi Botticelli placherà in scene religiose dai tratti marcati, quasi incisi, come la concitata scena di storie della Vergine proveniente dall’Accademia di Bergamo o L’Orazione nell’orto, entrambe dipinte passata la soglia del 1500, cercando un immediato impatto devozionale, tornando a stilemi di una pittura austera e arcaicizzante.

e invece no:
gli uomini sanno anche aiutarsi l'un l'altro senza secondi fini

Le Scienze 20.01.2004
Scimmie generose o egoiste?
Il comportamento degli scimpanzé è simile a quello umano


Avete mai dato parte del vostro dessert a un amico soltanto perché smetta di infastidirvi e di chiederlo? Non siete i soli: anche gli scimpanzé e altre scimmie condividono il proprio cibo con gli altri per evitare le scocciature e farsi lasciare in pace.
Indagare sui motivi che spingono alcuni animali a donare il cibo agli altri è difficile. Alcune teorie, in passato, suggerivano che gli animali più generosi avrebbero potuto beneficiare in seguito di una gentilezza simile. Ma un nuovo approccio di Jeffrey Stevens dell'Università del Minnesota sembra fornire una spiegazione più semplice e soddisfacente per tutti: chi mendica ottiene il cibo e chi lo offre viene lasciato in pace.
Stevens ha studiato alcuni scimpanzé (Pan troglodytes) e scimmie scoiattolo (Saimiri boliviensis), ponendoli in una gabbia e fornendo loro frutta da mangiare. In una gabbia vicina c'era un esemplare affamato della stessa specie. I primati molto raramente passavano cibo attraverso le sbarre al loro vicino affamato. Ma se le due gabbie erano in comunicazione, dando al secondo la possibilità di chiedere, rubare o lottare per il cibo, la condivisione era la regola.
Secondo Stevens, il comportamento delle scimmie è analogo a quello di un genitore che compra un giocattolo al proprio bambino pur di farlo stare buono. "Si tratta di un modo egoista - spiega il ricercatore - per porre fine alle costanti molestie". Curiosamente, gli scimpanzé affamati infastidiscono maggiormente i loro vicini quando il cibo è tagliato in pezzi più piccoli. Ciò potrebbe rispecchiare il fatto che i "mendicanti" hanno più probabilità di ricevere un dono se questo non intacca in modo significativo il cibo a disposizione.
La teoria di Stevens potrebbe spiegare anche molti esempi di "generosità" umana.

J. R. Stevens, The selfish nature of generosity: harassment and food sharing in primates. Proceedings of the Royal Society of London B, pubblicato online, doi:10.1098/rspb.2003.2625 (2004)

«i delitti in casa sono aumentati di 30 volte
in dieci anni»

Il Messaggero 21.1.04
Malati di mente, vittime i genitori
Gli psichiatri: i delitti in casa sono aumentati di 30 volte in dieci anni
di MARIA LOMBARDI


ROMA - Un male silenzioso che porta altro male, una sofferenza taciuta che tante volte diventa morte. Accade in famiglia, sempre più spesso, accade che un coltello o una pistola cancellino d’un tratto gli affetti più grandi. Negli ultimi dieci anni, i casi di figli che uccidono il padre o la madre sono aumentati del 3.000 per cento: trenta volte più numerosi. E quasi sempre si tratta di genitori doppiamente vittime, della violenza dei figli malati e dell’abbandono. «Il disagio psichico è la prima causa dei delitti in famiglia», avverte Tonino Cantelmi, presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici. E non si tratta di raptus di follia. «Il raptus è un’invenzione - sostiene lo psichiatra - dietro ogni esplosione di violenza ci sono lunghissime catene di sofferenza che possono essere intercettate». Basterebbe che le famiglie fossero capaci di decifrare il disagio e aiutate a prendersi cura dei loro cari.
Sono 600mila le famiglie che vivono il dramma di un parente malato psichiatrico (se ne è parlato ieri a Roma a un convegno su ”La famiglia e il disagio psichico”). Quasi tutte se ne vergognano e vivono rintanate nelle case, a gestire in solitudine problemi così grandi. «Da un recente sondaggio Mens-Doxa - aggiunge lo psichiatra - emerge che il 70 per cento degli italiani se avesse un familiare malato non ne parlerebbe». Un grande aiuto potrebbe venire dalle associazioni di familiari, in Italia ne esistono una ventina.
Aumentano gli omicidi in famiglia e cresce il numero dei giovani con disagi. «In genere l’8 per cento dei ragazzini e degli adolescenti soffre di un disturbo mentale spesso non riconosciuto e non curato», spiega Dorina Bianchi, capogruppo Udc in commissione Affari sociali. «Intervenendo in tempo si potrebbero risolvere numerosi problemi». Come mai quest’aumento di disturbi della personalità tra i giovani? «Le cause possono essere diverse», sostiene Cantelmi. «L’instabilità dei legami affettivi nelle famiglie, l’assunzione sempre più diffusa di sostanze stupefacenti che fanno aumentare di 6 volte il rischio di disturbi psichici e comportamentali, l’irrompere della dimensione virtuale nella società. E’ come se questi ragazzi vivessero in un videogioco, incapaci di gestire relazioni autentiche».
Quella delle disturbi psichiatrici diventa sempre più un’emergenza. «Se non si interverrà, nel 2020 la depressione sarà la prima malattia in Europa e in Italia», ammonisce il sottosegretario alla Salute, Antonio Guidi. «Entro il mese di marzo - annuncia Maria Burani Procaccini, presidente della commissione parlamentare per l’infanzia - arriverà in aula, alla Camera, il testo unificato sulla Salute mentale. Urge creare reti di soccorso intorno alle famiglie per cogliere i primi segni di disagio e non lasciare soli i familiari». E soprattutto bisogna far capire che il malato di mente «non è un alieno», avverte Guidi. Proprio per informare e aiutare le persone a vincere la vergogna è stato approvato l’altro giorno un ”Progetto obiettivo per la lotta contro lo stigma”: saranno spesi un milione e mezzo di euro per campagne informative.

Cozza: «Servono 8 mila operatori»
di M.Lo.


ROMA - «E’ vero, troppo spesso i familiari sono lasciati soli e non c’è un’adeguata assistenza. Ma non ci sono i mezzi per assicurarla», è il parere dello psichiatra Massimo Cozza, coordinatore della Consulta nazionale per la salute mentale. «In Italia, nei dipartimenti di salute mentale, non vengono garantiti i livelli essenziali di assitenza: mancano ottomila operatori, tra medici, infermieri, assistenti sociali e psicologi».
Attualmente, spiega Cozza, gli operatori sono 30mila. Troppo pochi. «Per aiutare le famiglie - continua lo psichiatra - servono medici, infermieri e psicologi. Chi può fare assistenza domiciliare se gli operatori non ci sono?». Ma il problema è anche culturale, nei confronti della malattia mentale sopravvivono ancora troppi pregiudizi. «Se nel condominio si pensa che il malato psichiatrico è pericoloso, la famiglia è condannata a vivere isolata e a soffrire ancora di più. Servono campagne per spiegare alle persone che non è vero che il malato di mente non può guarire ed è pericoloso».

la Cina

il manifesto 21.1.04
La Cina alle stelle


Nel 2003, la Cina è ancora una volta cresciuta a passo di corsa, aumentando il suo Prodotto interno lordo (pil) del 9,1%, il risultato migliore degli ultimi sei anni. Negli ultimi tre mesi, il passo è stato persino più rapido, toccando il 9,9%. In un'economia mondiale che a occidente decolla con difficoltà e stenta a restare in volo a quote considerevoli, in Cina è cresciuto tutto: commercio, investimenti stranieri, spesa dei consumatori. Un'avanzata che neppure l'epidemia di Sars all'inizio del 2003 è riuscita a bloccare. Solo la produzione industriale lo scorso anno è cresciuta del 17%. Ma i problemi sono altrettanto considerevoli. Se il reddito urbano è cresciuto del 9,3% quello delle campagne ha registrato un aumento del 4,3%, segno che il divario fra i due mondi continua ad accrescersi. Come peraltro aumenta la frattura sociale anche nelle città. Per il 2004 i dirigenti cinesi si tengono tuttavia prudenti, prevedendo un 7% di crescita.

ed ecco che - dal côté junghiano -
s'aggiunge il buon Carotenuto

La Gazzetta di Parma 21.1.04
La legge del desiderio
di Maria Mataluno


Uno spettro si aggira nella psichiatria contemporanea. Lo si può chiamare neurobiologia o, più in generale, neuroscienze, e a renderlo spaventoso agli occhi di molti è la sua asserzione fondamentale: il pensiero è l'insieme delle attività neuronali. Quel che chiamiamo anima, psiche, mente o Io, non sarebbe altro che l'insieme dei miliardi di cellule che costituiscono il nostro cervello e delle connessioni elettriche tra di esse.
Di fronte a questa soluzione di quello che i filosofi chiamerebbero il Mind-Body Problem, il problema del rapporto tra mente e corpo, insorgono le voci più autorevoli della psichiatria e della psicologia internazionale, rivendicando alla mente umana una componente che in nessun modo può essere identificata con una singola area o attività cerebrale: il sentimento. Nelle pieghe dell'anima, infatti, si nascondono le emozioni che danno senso alla vita: tristi o gioiose, ardenti o malinconiche, innate o culturali, chiare o indecifrabili, un mondo che Aldo Carotenuto esplora nel suo ultimo saggio, Il tempo delle emozioni (Bompiani, 265 pagine, 18,00 euro). Il noto psichiatra e psicanalista junghiano, docente di Psicologia della personalità all'Università «La Sapienza» di Roma, non si limita a rivendicare la natura immateriale di quella mente che i neurobiologici vorrebbero ridurre a mero cervello, ma sostiene che l'esperienza delle emozioni - anche quelle apparentemente negative, come rabbia, paura o solitudine - è indispensabile per la costruzione della personalità individuale.
Professor Carotenuto, il suo libro scardina definitivamente la tesi secondo cui esisterebbe una rigida distinzione tra pensiero ed emozione, tra ragione e sentimento. Quale relazione esiste invece, secondo lei, tra queste due dimensioni dell'esistenza umana?
«Le emozioni sono all'origine di ogni comunicazione interpersonale e consentono all'individuo di discernere tra bene e male. Questo ci permette di ipotizzare che esse siano implicate in tutte le attività della mente. È impossibile pensare a una vita psichica che non sia illuminata dalla luce energetica delle emozioni, quella luce che consente all'individuo di non brancolare nel buio e di ritrovare in sé stesso la strada della propria verità. E allora la classica e arcaica distinzione tra pensiero ed emozioni, cognizione e affetti, può definirsi ormai obsoleta e superficiale, perché l'emozione è l'energia che fa muovere l'intera esistenza umana. La sfera affettiva intreccia un ininterrotto scambio comunicativo con la dimensione più propriamente cognitiva della nostra psiche, ed è da questo rapporto che scaturisce la soggettività di ogni essere umano, con le sue peculiarità psicologiche, il suo modo di essere, di conoscere, di mostrarsi agli altri».
Anche le emozioni possono essere, dunque, strumenti di conoscenza. Ma che tipo di sapere è quello veicolato dagli affetti?
«Le emozioni sono la chiave di accesso per entrare in una dimensione psicologica superiore, dal momento che l'esplorazione del proprio abisso interiore è la più grande conquista evolutiva per l'essere umano. L'incontro con la propria dimensione oscura può essere fonte di profondo turbamento, ma evitarlo significa togliere il respiro alla propria vita, soffocare le emozioni con gli strumenti gelidi della ragione, e questa è la fonte primaria delle più acute sofferenze psicologiche. Rinunciare a conoscere la parte più nascosta di sé vuole dire rinunciare ad attingere dal fluido vitale che le emozioni sono in grado di offrirci e rassegnarsi a vivere in una dimensione nella quale non si intravede alcuna ragione che dia significato al proprio esistere».
Fra le tante emozioni che albergano l'animo umano, un posto di primo piano è occupato dal desiderio. Qual è la sua funzione nell'evoluzione della personalità di un individuo?
«Il desiderio è la forza motrice della nostra mente. Impalpabile e oscuro, detiene le redini del nostro agire, orientandoci verso i traguardi dettati dalle nostre più profonde aspirazioni. Guidandoci verso la realizzazione dei nostri ideali, esso contrasta ogni forma di divieto imposto dall'esterno e che miri a omologare le nostre aspirazioni a quelle della collettività, a risucchiare nel vortice della "comunanza dei beni" ogni intuizione personale, unica e innovativa. Il desiderio, insomma, ci libera dalla prigionia dell'esteriorità e del conformismo, perché è alimentato solo dalle inclinazioni psicologiche proprie di ciascun individuo. Colui che segue i propri desideri è colui che considera sé stesso come l'unico detentore della propria verità contro le verità illusorie e omologanti imposte dalla realtà esterna».
Le emozioni sono una componente innata della natura umana, e come tali ricorrono con le stesse caratteristiche e le stesse manifestazioni esterne in tutti i gruppi umani e in tutte le culture. È fatale, però, che l'ambiente sociale interagisca con la nostra emotività, influenzandone lo sviluppo. In che modo ciò avviene?
«La sfera emotiva di ogni uomo dev'essere compresa facendo sempre riferimento al tipo di dinamiche interattive che ciascuno stabilisce col contesto sociale e culturale in cui vive. Educazione e ambiente sono le due forze omologanti che la civiltà usa per indirizzare gli impulsi di ogni individuo verso fini altruistici, distogliendoli dal bene individuale per rivolgerli vero il bene collettivo. Naturalmente si tratta di un meccanismo costrittivo e repressivo, fondato sulla forza di leggi etiche e morali che, per effetto della trasmissione culturale, si cristallizzano nella personalità degli individui, portandoli a rispettarle. In questa maniera la società, adducendo come giustificazione la spinta al progresso, ha sempre più costretto i suoi membri ad allontanarsi dal loro patrimonio istintuale - e quindi dalle loro emozioni più profonde, - spingendoli verso un comportamento dettato da imposizioni collettive, di massa, che contrastano con la natura assolutamente individuale delle emozioni».
Le emozioni possono anche essere fonte di malattia e di nevrosi, qualora la realtà esterna contraddica le nostre inclinazioni e i nostri desideri. Nel suo libro, però, lei afferma che si può anche curare la mente attraverso l'emozione, e in particolare mediante quella particolare emozione che lei definisce «empatia». Di cosa si tratta esattamente?
«"Empatia" significa condividere, provare le stesse esperienze vissute da un altro essere umano, riuscire a identificarsi con esse per avvertire sulla propria pelle la qualità dei sentimenti che si agitano nella mente di un nostro simile. Per cogliere le sottili venature dell'animo umano, però, è necessario saper anche afferrare determinati contenuti mentali tramite l'intuizione. Empatia e intuizione, unite, si rivelano degli straordinari strumenti terapeutici».

come parlare della nascita per annullarne la realtà

L'Arena 21.1.04
Sei studiosi affrontano in un volume il tema del «venire al mondo» e dei suoi significati simbolici, sociali e religiosi nel corso dei secoli
Il mistero della nascita
Dalla primitiva Madre Terra alla fecondazione assistita
di Maria Mattei


Cos'hanno in comune le formose Veneri modellate dagli agricoltori neolitici per onorare la fecondità della Madre Terra con l'enigmatica «Madonna del parto» di Piero della Francesca? Cosa unisce le levatrici che aiutavano le donne quando si partoriva ancora in casa e le moderne "banche del seme", dove migliaia di embrioni congelati attendono di essere scelti da una coppia senza figli e di avere così la possibilità di tramutarsi da vita in potenza a vita in atto? Sono tutte interpretazioni diverse, relative all'epoca e alla cultura, dell'essere madre; e in comune hanno lo stesso, insondabile mistero: quello della procreazione e della nascita. In ogni tempo l'uomo ha rivestito il processo che porta alla nascita di una nuova vita di significati simbolici diversi, a seconda della sua importanza nella società, della condizione delle donne, della concezione della natura e del corpo umano. Ricostruire l'evoluzione del valore simbolico della nascita nella storia dell'umanità è l'intento del volume pubblicato dalla Fondazione San Carlo di Modena e dalla Banca Popolare dell'Emilia Romagna, Venire al mondo (222 pagine e 200 illustrazioni, 33,00 euro), nel quale sei studiosi - il filologo Domenico Fasciano, l'antropologa Nicole Belmont, i teologi Cettina Militello e Giannino Piana, la storica Gabriella Zarri e l'etnologa Giovanna Ranisio - mettono in luce i significati mitici, filosofici o rituali attribuiti nel corso dei secoli al gesto inaugurale di ogni vita, fonte primaria di ogni sentimento "religioso", intendendo con questo termine la capacità di cogliere il mistero di cui è pregna l'esistenza umana.
All'alba delle religioni Dio era femmina. Cosa poteva esserci di più divino, per le comunità primitive, della fecondità che la Natura - la Madre Terra - condivideva con le donne, partorendo i frutti necessari al sostentamento di uomini e animali?
Questa visione, secondo cui la donna era considerata sacra per la sua capacità di procreare, è cancellata dalle civiltà indoeuropee: le nuove società patriarcali formatesi a partire dal terzo millennio a.C. non possono tollerare di onorare un'entità femminile quale divinità suprema, e così la Dea Madre è sostituita da un Dio Padre creatore onnipotente del Cielo e della Terra.
Abbandonata l'antica religione materna e cancellato il culto della donna, anche la nascita perde il suo carattere sacro, fino a volgersi nel suo opposto: il parto diviene anzi luogo dell'impurità e dell'espiazione - "Partorirai con dolore", aveva predetto il Dio Padre della Bibbia alla peccatrice Eva, - e il corpo femminile si riduce a mero strumento della procreazione maschile, il "campo" dove l'uomo può seminare il germe della propria discendenza.
La nascita allora non è più un fatto sacro e misterico, ma un evento sociale, che non si compie tanto nel momento del parto, quanto in quello successivo del riconoscimento del figlio da parte del padre, che in questo modo ne suggella l'ingresso nella comunità. È così nel mondo romano, dove il neonato, "ancora rosso del sangue della madre", viene posato a terra ai piedi del padre che, se decide di riconoscerlo e di assumersi l'onere della sua educazione, lo solleva da terra; in caso contrario, il bambino è da considerarsi esposto, abbandonato. Un rituale che nasconde una simbologia complessa: il sollevamento del bambino ripete il passaggio della specie umana alla stazione eretta, che segnò il salto evolutivo dei primi ominidi dalla natura ferina a quella umana.
La sacralità della nascita viene recuperata dal Cristianesimo, che su una procreazione miracolosa fonda il suo messaggio di salvezza, reso ancor più efficace dal fatto che nella figura di Maria la nascita di Dio, che diviene simbolo dell'incontro tra il divino e l'umano, è trasferita dal piano dell'eterno al tempo storico. Maria, tuttavia, è una madre del tutto particolare, difficile da proporre come modello femminile tout court, poiché la sua esperienza va troppo oltre la dimensione umana. Più vicine alle comuni mortali sono invece quelle madri spirituali che, tra il XV e il XVI secolo, si distinsero per la loro capacità di elargire consigli morali e il latte della sapienza: figure come l'inglese Margery Kempe o la bolognese Elena Duglioli, mistiche e visionarie che riunirono intorno a loro vere e proprie scuole di pensiero e di riflessione sulle Sacre Scritture - come racconta Gabriella Zarri nel saggio intitolato Madri dell'anima, - dalla madre di Dio avevano ereditato la possibilità di accedere alla Parola divina, tradizionalmente preclusa alle donne, e di diffondere il Verbo. È questo infatti il significato simbolico che si nasconde dietro l'iconografia medievale della Madonna che allatta il Bambino.
Questi casi di "lattazione spirituale" costituiscono gli ultimi tentativi di opporsi al processo di secolarizzazione che, in età moderna, ha finito per consegnare il corpo materno, sempre più ridotto a macchina finalizzata alla procreazione, alla scienza medica. Certo, esistono ancora ambienti, come il nostro Mezzogiorno dove l'antropologa Giovanna Ranisio ha svolto le sue interessanti ricerche, in cui ancora oggi sulla scena del parto talvolta compaiono fattucchiere e levatrici, e sono diffusi gesti apotropaici e amuleti di ogni genere volti a combattere le influenze negative e le impurità connesse al parto: ne sono un esempio gli "abitini" napoletani, sacchetti di stoffa contenenti immagini sacre o reliquie che le donne usano indossare durante la gravidanza e passare poi al neonato affinché, benedette dall'acqua santa del Battesimo, lo proteggano da ogni pericolo. Nonostante queste eccezioni, tuttavia, non c'è dubbio che il mondo postmoderno, l'era della tecnica e della morte di Dio che nega ogni visione "misterica" in favore di una concezione "problematica" della realtà, ha perduto lo stupore di fronte al mistero della nascita che spinse i popoli antichi ad attribuirle un valore sacrale.
Procreazione assistita e ingegneria genetica, uniti agli strumenti diagnostici sempre più sofisticati che permettono di seguire in diretta ogni fase della formazione di una nuova vita, dalla prima costituzione dell'embrione alla sala parto, hanno trasformato l'atto generativo in una forma di produzione caratterizzata dall'intervento di terzi, modificando irreversibilmente non solo la visione della nascita, ma anche quella della fecondità e della vita tutta, di cui l'uomo pretende oggi di avere il controllo assoluto, fino a farsi creatore di sé stesso e a cadere nelle tentazioni fuorvianti dell'eugenetica e della "procreazione a tutti i costi". Spesso dimenticando che non basta mettere al mondo un figlio per creare un nuovo essere umano: bisogna anche allevarlo, compiendo quel gesto d'amore che i Romani sintetizzavano nell'atto di sollevare il figlio da terra e col quale si dichiaravano disposti ad accompagnarlo nell'accidentato cammino della vita.

Slavoj Zizek: la morte di Lenin

il manifesto 21.1.04
Né Pepsi né Coca La scelta di Lenin

Come funziona realmente la libertà nelle nostre democrazie? Siamo liberi di scegliere tutto, ma solo all'interno di un sistema di coordinate che non possiamo scegliere. Nell'ossessione di Lenin contro la libertà formale c'è allora un nocciolo di verità da riscoprire e da salvare
Un silenzio imbarazzante circonda il nome di Lenin a 80 anni dalla morte. La sua eredità è morta con lui? La risposta del filosofo sloveno Slavoj Zizek, a cavallo fra l'esperienza delle democrazie occidentali e la transizione post-socialista dei paesi dell'Est
di SLAVOJ ZIZEK


Vladimir Ilic Lenin è morto il 21 gennaio 1924, ottanta anni fa, e ci chiediamo se l'imbarazzato silenzio che circonda il suo nome non significhi che è morto due volte, che è morta anche la sua eredità. Effettivamente la sua insensibilità nei confronti delle libertà personali è estranea alla nostra sensibilità liberale e tollerante. Chi oggi non si sente rabbrividire al ricordo delle parole con cui Lenin liquidò la critica che i menscevichi e i socialisti rivoluzionari facevano del potere bolscevico nel 1922? «In verità, le prediche che fanno i menscevichi e i socialisti rivoluzionari rivelano la loro vera natura: "la rivoluzione si è spinta troppo oltre(...)". Ma allora noi replichiamo: permetteteci di mettervi di fronte a un plotone di esecuzione per aver detto queste parole. O vi astenete dall'esprimere le vostre opinioni oppure, se insistete ad esprimerle pubblicamente nelle circostanze attuali, in un momento in cui la nostra posizione è di gran lunga più difficile di quando le guardie bianche ci attaccavano apertamente, non potete biasimare altri che voi stessi se noi vi trattiamo alla stessa stregua degli elementi peggiori e più perniciosi delle guardie bianche». Questo atteggiamento sprezzante nei confronti del concetto liberale della libertà spiega la cattiva reputazione di cui Lenin gode fra i liberali. La loro tesi si basa soprattutto sul rifiuto della classica contrapposizione marxista-leninista tra libertà «formale» e libertà «reale»: come non si stancano di ribadire anche i liberali di sinistra del calibro di Claude Lefort, la libertà è intrinsecamente «formale», per cui la «libertà reale» equivale all'assenza di libertà. Lenin è ricordato soprattutto per la sua famosa risposta: «Libertà - sì, ma per chi? Per fare cosa?». Per lui, nel caso appena citato dei menscevichi, la loro «libertà» di criticare il governo bolscevico equivaleva in effetti alla «libertà» di minare alle basi il governo dei lavoratori e dei contadini, a favore della controrivoluzione ...
Oggi come oggi, dopo la terrificante esperienza del socialismo reale, non è forse più che evidente in che cosa consiste l'errore di questo ragionamento? In primo luogo, esso riduce una costellazione storica a una situazione chiusa, in cui le conseguenze «oggettive» degli atti di una persona sono completamente determinate («indipendentemente dalle vostre intenzioni, quello che voi adesso state facendo serve oggettivamente a ....»). In secondo luogo, il suo «oggettivismo» apparente ne copre l'opposto soggettivismo: sono io a decidere il significato oggettivo delle tue azioni, dato che sono io a definire il contesto di una situazione: ad esempio, se io considero il mio potere l'espressione immediata del potere della classe operaia, chiunque si oppone a me è «oggettivamente» un nemico della classe operaia.
Ma è proprio questa la conclusione del discorso? In che modo funziona di fatto la libertà nelle democrazie liberali? Per quanto la presidenza di Bill Clinton rappresenti alla perfezione la terza via della (ex) sinistra odierna subalterna al ricatto ideologico della destra, il suo programma di riforme dell'assistenza sanitaria costituirebbe comunque, nelle condizioni di oggi, un atto fondato sul rifiuto dell'ideologia imperante del taglio della spesa pubblica: in un certo senso, Clinton avrebbe «fatto l'impossibile». Non c'è da stupirsi, quindi, che tale programma sia fallito: il suo fallimento - forse l'unico evento significativo, ancorché negativo, della presidenza di Bill Clinton - conferma una volta di più la forza materiale del concetto ideologico di «libera scelta». Sebbene la grande maggioranza della cosiddetta «gente comune» non fosse adeguatamente informata in merito al programma di riforma, la lobby medica (due volte più forte dell'infame lobby degli armamenti!) riuscì a inculcare nell'opinione pubblica l'idea fondamentale che, con l'assistenza medica universale, si sarebbe in qualche modo minacciata la libera scelta in questioni attinenti alla medicina.
A questo punto tocchiamo il centro nervoso dell'ideologia liberale: la libertà di scelta, questione di cruciale importanza nelle nostre «società del rischio» - come le definisce Ulrich Beck - in cui l'ideologia dominante tenta di «venderci» quella stessa insicurezza che è provocata dallo smantellamento dello stato sociale, spacciandola per l'opportunità di nuove libertà. Dovete cambiare lavoro ogni anno, facendo affidamento su contratti a breve termine invece che su un lavoro stabile a lungo termine? Perché non vedere in questo la liberazione dai vincoli di un lavoro fisso, la chance di reinventare continuamente la propria vita, di prendere consapevolezza di sé e di realizzare i potenziali latenti della propria personalità? Non potete più fare affidamento sui sistemi pensionistici e mutualistici tradizionali, per cui dovete scegliere una copertura integrativa e pagare di tasca vostra? Perché non percepire in questo un'ulteriore possibilità di scelta: una vita migliore adesso, o una maggiore sicurezza a lungo termine? E se vivete con angoscia un frangente del genere, l'ideologo post-moderno o della «seconda modernità» vi accuserà immediatamente di essere incapace di assumere la libertà completa, di «rifuggire dalla libertà», in un'immatura adesione alle vecchie forme di stabilità. Meglio ancora, se questo si iscrive nell' ideologia del soggetto inteso come individualità psicologica, gravida di capacità e tendenze naturali, ciascuno interpreterà automaticamente tutti questi mutamenti come risultati della propria personalità, e non come conseguenza del fatto di essere sballottato come un fuscello dalle forze del mercato.
Fenomeni come questi rendono più che mai necessario oggi riaffermare la contrapposizione fra libertà «formale» e libertà «reale», in un senso nuovo e più preciso. Consideriamo la situazione dei paesi dell'Est europeo intorno al 1990, quando il socialismo reale stava crollando. All'improvviso, la gente si è trovata catapultata in una situazione di «libertà di scelta politica»senza che le venisse posta la domanda fondamentale: quale tipo di nuovo ordine desiderava realmente? Prima le si disse che stava entrando nella terra promessa della libertà politica; subito dopo, la si informò del fatto che questa libertà comportava privatizzazioni selvagge, lo smantellamento della sicurezza sociale, ecc. ecc.. La gente ha ancora libertà di scelta, se vuole, può tirarsi indietro; ma no, i nostri eroici concittadini dell'Est europeo non volevano deludere i loro maestri occidentali, e quindi hanno perseverato stoicamente nella scelta che non avevano mai compiuto, convincendosi che era loro dovere comportarsi da soggetti maturi, consapevoli che la libertà ha il suo prezzo ...
A questo punto si dovrebbe rischiare di reintrodurre la contrapposizione leninista tra libertà «formale» e libertà «reale»: il nocciolo di verità nella caustica replica di Lenin ai suoi critici menscevichi è che la scelta veramente libera è una scelta in cui io non mi limito a scegliere tra due o più alternative all'interno di un insieme prestabilito di coordinate, ma scelgo invece di modificare quell'insieme stesso di coordinate. L'intoppo nella «transizione» dal socialismo reale al capitalismo è stato che la gente non ha mai avuto la possibilità di scegliere l'ad quem di tale transizione: all'improvviso si è vista catapultata (alla lettera) in una situazione nuova, in cui si trovava di fronte ad un nuovo insieme di scelte prestabilite (puro liberalismo, nazionalismo conservatore ....).
È questo il senso delle ossessive tirate di Lenin contro la libertà «formale», in questo consiste il loro «nocciolo razionale» che vale la pena di salvare ancora oggi. Quando Lenin sottolinea che la democrazia «pura» non esiste, che noi dovremmo sempre chiederci a chi giova la libertà specifica presa in considerazione, qual è il suo ruolo nella lotta di classe, Lenin mira per l'appunto a salvaguardare la possibilità di una vera scelta radicale. In questo consiste, in ultima analisi, la distinzione tra libertà «formale» e libertà «reale»: la libertà «formale» è la libertà di scelta all'interno delle coordinate dei rapporti di potere esistenti, mentre la libertà «reale» designa un intervento che mina alle basi queste stesse coordinate. In sintesi, Lenin non intende limitare la libertà di scelta, bensì conservare la scelta fondamentale. Quando si domanda quale sia il ruolo di una libertà all'interno della lotta di classe, quello che ci chiede è per l'appunto questo: questa libertà contribuisce alla scelta rivoluzionaria fondamentale, oppure la limita?
Lo spettacolo televisivo più popolare degli ultimi anni in Francia, con indici di ascolto altissimi, che hanno addirittura doppiato il successo dei reality shows tipo Il Grande Fratello, è stato C'est mon choix su France 3. Si tratta di un talk show che ospita ogni volta una persona che ha effettuato una scelta particolare, determinante per tutta la sua vita: uno che ha deciso di non indossare mai biancheria intima, un altro che cerca continuamente di trovare un partner sessuale più adeguato per il padre e la madre, e così via. I comportamenti stravaganti sono ammessi, addirittura incoraggiati, ma con l'esclusione esplicita delle scelte che possono disturbare il pubblico : ad esempio, una persona che scelga di essere e agire da razzista è esclusa a priori. Non si può immaginare un esempio più calzante di quello che la «libertà di scelta» rappresenta realmente nelle nostre società liberali. Possiamo continuare ad effettuare le nostre piccole scelte, a «reinventare noi stessi» compiutamente, a patto che queste scelte non incidano veramente sull'equilibrio sociale e ideologico generale. Per fare una cosa davvero di sinistra, C'est mon choix avrebbe dovuto concentrarsi per l'appunto sulle scelte «spiazzanti»: invitare come ospiti persone che fossero razzisti impegnati, cioè persone la cui scelta incide veramente, fa la differenza. È anche questo il motivo per cui, oggi come oggi, la «democrazia» è sempre più un falso problema, un concetto talmente screditato dal suo uso prevalente che, forse, si dovrebbe correre il rischio di abbandonarlo al nemico. Dove, come, da chi sono effettuate le decisioni chiave riguardanti i problemi sociali globali? Avvengono nello spazio pubblico, con la partecipazione impegnata della maggioranza? In caso di risposta affermativa, è di secondaria importanza vivere in uno stato a partito unico, o altro. In caso di risposta negativa, è di secondaria importanza che si viva in un sistema di democrazia parlamentare e di libertà delle scelte individuali.
Quanto alla disintegrazione del socialismo di stato venti anni fa, è doveroso non dimenticare che, approssimativamente nello stesso periodo, è stato inferto un colpo durissimo anche all'ideologia dello stato sociale delle socialdemocrazie occidentali, che ha cessato anch'essa di operare come immaginario coesivo delle passioni collettive. L'idea che «l'epoca dello stato sociale è tramontata» è ormai largamente acquisita e condivisa. L'elemento comune a queste due ideologie sconfitte è il concetto che l'umanità, in quanto soggetto collettivo, ha la capacità di limitare in qualche modo lo sviluppo storico-sociale anonimo ed impersonale, di guidarlo nella direzione desiderata. Attualmente, tale concetto viene sbrigativamente accantonato come «ideologico» e/o «totalitario»: di nuovo, si percepisce il processo sociale come dominato da un Fato anonimo, che trascende il controllo sociale. L'ascesa del capitalismo globale si presenta a noi nelle vesti del Fato, contro cui non è possibile combattere: o ci adattiamo, oppure la storia ci lascia indietro, ci travolge. L'unica cosa che si può fare è rendere il capitalismo globale quanto più umano possibile, combattere per un «capitalismo globale dal volto umano» (questo è, o piuttosto era, in ultima analisi, la terza via)
La nostra scelta politica fondamentale - essere socialdemocratico o cristiano-democratico in Germania, democratico e repubblicano negli Stati uniti, ecc. - non può non ricordarci l'imbarazzo della scelta quando chiediamo un dolcificante artificiale in un bar: l'alternativa onnipresente fra bustine rosa e bustine blu, fra sweet'n'low e dietor, e la ridicola pervicacia con cui ognuno sceglie fra le due evitando quella rosa perché contiene sostanze cancerogene o viceversa, servono semplicemente a evidenziare l'insignificanza totale dell'alternativa. E lo stesso discorso si ripete per la Coca e la Pepsi. Ancora, è un fatto ben noto che il pulsante «chiudi porte» degli ascensori è quasi sempre un placebo assolutamente inefficace, piazzato lì soltanto per dare ai singoli individui l'impressione di partecipare, di contribuire in qualche modo alla velocità del viaggio in ascensore; ma quando premiamo quel pulsante, la porta si chiude esattamente alla stessa velocità di quando ci limitiamo a premere il pulsante del piano. Questo caso estremo di falsa partecipazione è una metafora efficace della partecipazione degli individui nel processo politico della nostra società «postmoderna» ...
È questo il motivo per cui, attualmente, tendiamo a evitare Lenin: non perché egli fosse un «nemico della libertà», ma piuttosto perché ci ricorda i limiti ineluttabili (imprescindibili) delle nostre libertà; non perché non ci offra una scelta, ma piuttosto perché ci ricorda il fatto che la nostra «società delle scelte» preclude qualsiasi vera scelta.

(traduzione di Rita Imbellone)

il poeta russo Evgenij Evtushenko
su Lenin

La Repubblica 21.1.04
Lenin il peccato originale del comunismo
LA MORTE DEL FRATELLO MAGGIORE E IL DESIDERIO DI VENDETTA
LE LACRIME IMPURE DI VLADIMIR ULJANOV
di EVGENIJ EVTUSHENKO


Tornato dal lager, il poeta dissidente Jurij [Julij] Daniel, che io avevo difeso all´epoca del suo oscurantistico processo del 1966, mi raccontò che sulle pareti delle latrine dei detenuti erano stati incisi con un chiodo o con la punta di un coltello introdotto di nascosto molti versi del mio poema "L´università di Kazan", tra cui:
Nei giorni del servaggio spirituale,
nei giorni dell´oscurità,
le prigioni - coscienze della Russia,
furono la sua prima università.
Al tempo della stesura del mio poema su Lenin, quando lavoravo negli archivi della città di Kazan, mi imbattei in un prezioso incartamento: le delazioni sullo studente diciassettenne Volodja Ul´janov (diventato in seguito Lenin) raccolte dalla polizia, allora conservate al KGB e protette dal timbro Top secret. In una di esse si narrava il seguente episodio: dopo l´esecuzione dell´amato fratello maggiore, uno studente terrorista, alcuni compagni, provando pietà per il fratello minore, lo trascinarono in una bettola malfamata dove gli fecero bere un intero bicchiere di vodka da 200 grammi. Volodja lo tracannò come un sonnambulo, quasi fosse cieco e sordo, poi i compagni premurosi lo portarono a berci sopra un boccale di birra, accompagnato da cetrioli in salamoia e pane nero di segale. Al tavolo di Volodja presero posto due puttane che si concedevano agli studenti per metà della tariffa abituale, e certe volte in amicizia, "semplicemente così". Queste versarono qualche lacrima come poterono, consolarono Volodja, accarezzandogli la testa, ma lui non notava niente e, con gli occhi fissi in un punto che soltanto lui vedeva, non faceva che ripetere: «Vendicherò mio fratello! Vendicherò mio fratello!».
In un´altra delazione si raccontava che quando gli studenti lo riportarono a casa in quello stato di fissazione ipnotica su un unico pensiero, lui strappò dalla parete la cartina della Russia, la gettò a terra e, con urla da animale braccato, la calpestò e la ridusse a brandelli con le mani e con i denti.
È interessante che Pasternak, il quale non aveva potuto leggere queste delazioni, nel 1917, in una delle sue poesie tuttora poco nota, descrivesse il ritorno di un Lenin assorbito da radiosi pensieri, vedendo finalmente giunto il momento di vendicare il fratello amato. Aleksandr Uljanov, il fratello di Lenin, era senza dubbio nobile e coraggioso, ma se avesse continuato a lanciare bombe, di certo, insieme ai «carnefici dello zar», le schegge avrebbero ucciso parecchi loro servi innocenti, molti passanti casuali e le repressioni della polizia si sarebbero ancora più inasprite.
Ma dunque su chi veramente si riversò la vendetta di Volodja Uljanov?
Le sue tre parole d´ordine prodigiosamente centrate conquistarono il cuore della gente, ormai estenuata dall´insensatezza della prima guerra mondiale: «Il mondo ai popoli! La terra ai contadini! Le fabbriche agli operai!». Ma la prima guerra mondiale si trasformò in una sanguinosa guerra civile; proprietari di terre e fabbriche non furono i contadini ma lo Stato, che requisì a chi lavorava la terra persino i documenti per la circolazione interna, così facendo asservendoli, e che lasciò gli operai praticamente privi di diritti politici e sindacali. Fu la dittatura del burocrariato e non del proletariato, e se sotto Stalin essa si rinsaldò definitivamente, era però iniziata già ai tempi di Lenin. Ci illudevamo, noi della generazione degli anni Sessanta, di lottare con gli "eredi di Stalin", considerando quest´ultimo un traditore degli ideali di Lenin. Ma era stato lui, forse senza rendersene conto, il primo traditore degli stessi suoi ideali, giacché non aveva realizzato nessuna delle prime tre parole d´ordine del bolscevismo che, ingannando il popolo, avevano portato al potere un manipolo di bolscevichi. Fu Lenin, e non Stalin, a firmare il decreto per la costituzione del primo campo di concentramento in Europa, a Solovki nel 1918, destinato a coloro che non condividevano le sue idee. Stalin fu il padre del Gulag, ma Lenin ne fu il nonno. Chi nutre ancora delle illusioni su Lenin dovrebbe almeno leggere la piccola raccolta di sue citazioni compilata da Venedikt Erofeev, La mia piccola leniniana. Fu Lenin che scrisse a Dzerzhinskij la nota in cui si consigliava di «arrestare trenta, quaranta professori» per ristabilire l´ordine. In quel numero imprecisato si nasconde l´inizio del totalitarismo. All´epoca della guerra civile Lenin consigliò a Stalin di minacciare di fucilazione le telefoniste di Caritsin se la qualità delle conversazioni telefoniche fra Mosca e Caritsin non fosse migliorata. Fu Lenin a dare l´ordine di fucilare senza pietà e impiccare i contadini che nascondevano alla confisca dei bolscevichi il grano. E come avrebbero potuto sopravvivere altrimenti? Lenin è responsabile della carestia nelle regioni del Volga, quando le persone iniziarono a sbranarsi a vicenda, come Stalin ha la responsabilità della carestia ai tempi della collettivizzazione forzata in Ucraina. Mio padre, un geologo, mi disse, ancora sotto Stalin, cose che io tenni per me, ma per le quali, secondo le regole della morale staliniana, avrei dovuto denunciare mio padre all´Nkvd, alla polizia politica: «Da noi non c´è il socialismo. Da noi c´è il capitalismo di Stato». Lo Stato divorò tutti i piccoli proprietari, divenendo proprietario di tutto, dai bottoni alle bombe atomiche.
Sì, in epoca sovietica c´erano una buona istruzione gratuita, l´assistenza sanitaria, i centri di vacanze, il tentativo di realizzare l´amicizia tra popoli di diverse nazionalità. C´era una bella costituzione che difendeva i diritti dei cittadini, ma che rimaneva lettera morta. (Non si può dimenticare l´enorme contributo del popolo sovietico alla sconfitta del fascismo.) E tuttavia il diritto umano elementare alla libertà di pensiero era stato negato. Tutto quanto si fonda sulla violenza, sul sangue, prima o poi crolla. Lenin lo capì alla fine della sua vita e rimase inorridito nel constatare il risultato della sua "vendetta per il fratello", ma non era più in grado di fermare il suo discepolo, purtroppo fedele, che aveva paralizzato politicamente il suo maestro già immobilizzato nel corpo.
Lenin va certamente studiato. Ma quando si studia la storia bisogna capire esattamente che cosa occorra imparare e cosa no.
Il passato può essere un maestro prezioso, ma forse anche il maestro più pericoloso.

Traduzione di Andrea Lena Corritore

La morte di Lenin/4

La Repubblica 21.1.04
parla lo storico Roj Medvedev
QUANDO IL LENINISMO ANNEGÒ NELL'UTOPIA
di GIAMPAOLO VISETTI


MOSCA. Nella dacia di Roj Medvedev, immersa nella neve poco fuori Mosca, alla luce delle sole candele la figura di Vladimir Ilic Uljanov detto Lenin risorge dalla penombra rossastra di centinaia di volumi che foderano le pareti in legno di betulla. Lo storico ex dissidente, 82 anni, getta un ciocco nella stufa e va diretto al 21 gennaio 1924. Torna indietro di ottant´anni, al funerale più stupefacente che la Russia abbia mai celebrato. «Lenin è stato un grande rivoluzionario - dice - e un grande intellettuale. La verità è che Lenin fece l´errore di morire troppo presto. Gli sono mancati vent´anni di vita, il tempo per raffinare la sua dottrina. Il socialismo è morto con lui, fallito prima di essere attuato».
Cosa salverebbe del pensiero di Lenin?
«L´idea di una nuova politica economica. Nel 1920 Lenin era un vincitore, ma in un paese in rovina. Concepì il progetto di un capitalismo socialista, un modello che potesse coniugare il capitalismo secondo la visione di Marx. Questo sogno di giustizia resta l´intuizione politica più rivoluzionaria partorita nel Novecento».
Perché il desiderio di giustizia degenerò in autoritarismo e violenza?
«Il leninismo è annegato nella sua utopia. Marx e Lenin avevano concepito una ideologia troppo complessa, una società ideale che prescindeva dalla realtà. E´ l´errore che il capitalismo non ha commesso. Quando si aprì lo spazio per applicare il modello, nessuno sapeva come fare. Non c´era esperienza, nessuno aveva idea di come passare dal feudalesimo al capitalismo. Stalin capì che l´edificio non reggeva: con un inesistente proletariato russo, dopo aver sterminato e deportato i contadini, non gli rimase che la crudeltà per restare al potere».
Il nuovo potere recupera Lenin, ma pure l´impero zarista, il comunismo, la fede nella Chiesa ortodossa: perché questa indistinta idealizzazione del passato?
«Putin è convinto che nella storia russa vadano trovate coerenza e continuità. E´ la dottrina del regime attuale: non ripudiare nulla, declinare il passato in positivo. L´obbiettivo è restituire un´identità al popolo per offrire un giorno anche una vita normale. E poi in Russia un vero sentimento anti-comunista non c´è».
Perché allora il culto di Lenin, o l´enorme consenso riscosso da Putin?
«Per il bisogno di obbedienza. Non si tratta di divinizzazione, ma della consuetudine ad essere fedeli a un potere. La Russia non ha conosciuto la democrazia: è passata dalla monarchia all´autocrazia e alla dittatura. Pensiamo agli anni in cui Breznev, o Cernienko, o Eltisn, erano ridotti a cadaveri ambulanti: si obbediva, c´era ordine. L´autorità resta indiscutibile: si serve il potere, tra indifferenza e rassegnazione».

La morte di Lenin/3

La Repubblica 21.1.04
DA TOGLIATTI AD AMENDOLA NEL NOME DELL'INTERNAZIONALE
COSÌ L'ITALIA COMUNISTA INNEGGIAVA AL SUO EROE
di NELLO AJELLO


«L´amore per Lenin», disse Umberto Terracini nel 1956, «è sorto da fatti e avvenimenti; quello per Stalin è stato il risultato di un´esaltazione». Pur essendo, secondo Togliatti, «un titano del pensiero e dell´azione», Vladimir Ilic di rado viene evocato, da solo, nelle manifestazioni del Pci. Lo si celebra in coppia fissa con Stalin. Negli articoli che il segretario del partito pubblica su Rinascita, l´accoppiata Lenin-Stalin diventa il versetto obbligatorio di una liturgia. Il Pci è «grande il partito di Lenin e Stalin». Si muovre sulla loro «direttiva». Lavora nel loro «spirito». Mediante la cooptazione di Marx, il dittico diventa spesso una trinità: Marx, Lenin, Stalin.
Ma da un momento in poi, Lenin si ritrova solo. E´ l´indomani del XX Congresso. Stalin, il suo vicino di slogan, è in postuma disgrazia; e allora il richiamo a Vladimir Ilic è usato per ridimensionarne la figura. Occorre tornare alle origini. La togliattiana Rinascita si riempie di moniti del tipo: «Ricordiamoci di ciò che diceva Lenin»; non tralasciamo «la grande scoperta fatta da Lenin»; «Lenin ha studiato...»; «la tenacia azione che Lenin svolse...». Egli assurge a profeta inascoltato: «Non aveva già detto Lenin che l´avvento al potere di un partito comunista non lo esime dal fare degli errori?», è la domanda che Togliatti rivolge al Pci nell´aprile del 1961.
Ma a Giorgio Amendola non bastava. «Lenin, noi non lo citiamo spesso», usava lamentarsi. E lui rimediava, ricorrendo a Vladimir Ilic Ulianov ogni qualvolta voleva impartire a sinistra una lezione di realismo: si trattasse degli eccessi di pansindacalismo nei mesi dell´autunno caldo, o dei «rigurgiti di infantilismo estremista» che egli denunziava nei giovani del Sessantotto (ed oltre). «Lenin», ricordava, «aveva ammonito a non giocare con l´insurrezione!» In questa fase, ha scritto lo slavista Vittorio Strada, Lenin era diventato «un personaggio caramelloso, da succhiare riformisticamente». Enrico Berlinguer, per ersempio, non amava nominare i russi se non era indispensabile. Lenin, però, lo era. Gli riuscì utile, nella sua politica verso i cattolici, una frase di Vladimir Ilic: «Noi non proclamiamo né dobbiamo proclamare l´ateismo del nostro programma». Nel saggio su Proudhon, firmato da Craxi nell´estate del 1978, il leader sardo scorse un ultimatum inaccettabile: «Se non rinunziate a Lenin dalla a alla zeta, non siete occidentali ma asiatici».
Siamo alle ultime battute. «Addio Lenin!»: così giustamente i quotidiani commentarono l´intervista televisiva del 15 dicembre ´81, in cui Berlinguer dichiarava esaurita la «spinta propulsiva» della Rivoluzione d´ottobre. Da allora in poi, Lenin, che in quella rivoluzione s´incarnava, non fu più a sinistra - nella sinistra ufficiale, almeno - un oracolo.

La morte di Lenin/2

La Repubblica 21.1.04
LA GRANDE CONTINUITÀ TRA IL FONDATORE E I SUOI EREDI
LA RELIGIONE POLITICA DAL PARTITO ALLO STATO
legami Lenin e Stalin condivisero l'idea del diritto dei bolscevichi a detenere il monopolio assoluto del potere e a distruggere ogni opposizione
di MASSIMO L.SALVADORI


Il comunismo del XX secolo non ha avuto altro destino se non quello che gli aveva preparato il leninismo. Lenin ha fondato una religione politica che si è fatta Stato e forma di società; che ha dato vita ad una ortodossia la quale ha generato chiese che si sono accusate reciprocamente di eresia e combattute spietatamente; che ha confiscato con i mezzi del terrore la storia presente in nome di una storia futura idilliaca; che, dopo aver promesso il millennio dell´eguaglianza e la fine di ogni violenza ha eretto un sistema di ferrea diseguaglianza, di permanente violenza politica e sociale dei governanti sui governati, culminata nel Gulag. E tutto questo è stato celebrato dalla sinistra di scuola leninista come «la nuova scienza della politica e della società».
Non vi è stato rovescio, non tragedia, non divario tra promesse e fatti che abbiano scosso la fede dei seguaci di Lenin nella dottrina del Fondatore. E allorché i conti mostravano di non tornare affatto, ecco invocare la parola d´ordine: «ritorno a Lenin». Lo invocarono tutti a varie riprese: Trockij, Zinov´ev, Kamenev, Bucharin quando sconfitti da Stalin; Chruscev dopo la morte del dittatore; Mao in lotta contro i «nuovi zar»; Togliatti dopo il 1956; Berlinguer, che ancora nel 1979 protestò contro chiunque parlasse di «fallimento» dell´opera di Lenin; Gorbaciov, che pose il proprio progetto di riforma sotto l´egida del ritorno al leninismo. Mai pregiudizio e illusione furono tanto mal fondati, poiché il leninismo era il sistema sovietico, poiché il leninismo non era stato strutturalmente in grado di produrre anticorpi rispetto al tipo di potere consolidato da Stalin e protrattosi fino al disfacimento dell´Unione Sovietica. Certo, tra i valori del rivoluzionario internazionalista Lenin, il quale, mentre costruiva l´inflessibile dittatura del partito unico e del suo capo, predicava la democrazia diretta e la fine dello Stato, e quelli dello Stalin divenuto un conservatore nazionalista panrusso e superstatalista vi erano differenze e contrasti. Sennonché - ecco il punto - furono le armi e gli strumenti creati dall´uno a rendere onnipotente l´altro. Quel che Lenin e Stalin condivisero furono l´idea del diritto dei bolscevichi a detenere il monopolio assoluto del potere e a distruggere ogni opposizione, l´odio diretto in primo luogo verso i socialdemocratici accusati di tradimento in quanto restavano fedeli ai principi della democrazia borghese, della divisione dei poteri, del pluralismo culturale e denunciavano la dittatura di una élite di partito.
Fu Lenin tra il 1902 e il 1904 a teorizzare il comando assoluto dei vertici del partito sulle masse chiamate a obbedire, la superiorità del principio verticistico e burocratico sul principio democratico, l´inutilità del riformismo. Fu Lenin dopo il febbraio 1917 a dirigere l´assalto contro la nascente fragile democrazia russa; e dopo la presa del potere in ottobre a ordinare la chiusura dell´Assemblea costituente, la liquidazione di tutti gli altri partiti, la repressione di menscevichi, anarchici, socialrivoluzionari; a costruire gli strumenti del terrore rosso contro "vecchie" classi, contadini, oppositori di ogni genere; a militarizzare la classe operaia; a soffocare nel sangue gli insorti di Kronstadt. Quando Lenin morì la sua rivoluzione aveva vinto, ma, appunto, ogni anticorpo all´uso sempre più brutale del potere era distrutto. Nel 1924 la via era aperta a Stalin. Quel che conta, per il giudizio storico, è il fatto che fu proprio grazie al sistema creato da Lenin che Stalin poté fare quel che fece. E´ sotto questo profilo sostanziale che Stalin fu l´autentico erede di Lenin.
Ma perché nessuna degenerazione del comunismo al potere fu in grado di scuotere - se non nel momento dell´ultimo crepuscolo e del fallimento fattosi palese - la fede nel leninismo dei comunisti non al potere, a partire da quelli di casa nostra? La fede comunista aveva al proprio interno un «meccanismo di salvaguardia» che vanificava ogni verifica: l´incrollabile convinzione che fosse in atto una «transizione» dal vecchio al nuovo mondo in base alla quale la bontà della struttura socialista avrebbe immancabilmente posto rimedio ad ogni «provvisorio errore», ad ogni «difetto», ad ogni «necessaria violenza». La storia era ormai in marcia e nulla poteva arrestarla. Era sufficiente attendere e attendere. E il leninismo costituiva un bene non negoziabile.
Eppure, a ondate successive, tutto era stato visto e previsto circa la vocazione del bolscevismo alla dittatura senza freni dai socialdemocratici antibolscevichi e dai comunisti critici del leninismo (per tacere dei non marxisti): prima dell´ottobre dal menscevico Martov, dal Trockij non ancora bolscevico; subito dopo l´ottobre da Kautsky, da Turati, dalla Luxemburg e da Pannekoek. Molti altri nomi potrebbero farsi. Furono derisi e denunciati come nemici, gente che non comprendeva le ragioni del socialismo e i diritti dell´avvenire. Ora la parabola si è compiuta. Di Lenin rimane il sogno - generato dalla reazione al dispotismo zarista e agli orrori della guerra e rovesciatosi in una catastrofe - di una redenzione millenaristica, di una "liberazione" finale dell´umanità concepita alla luce di un dogmatismo intollerante e violento e costruito con i mattoni di una delle più grandi tirannidi della storia infine abbattuti dai bulldozer di Berlino.

La morte di Lenin/1

La Repubblica 21.1.04
OTTANT'ANNI FA MORIVA IL LEADER COMUNISTA

Solo se processerà quei crimini con la stessa forza usata per fascismo e nazismo la sinistra potrà trovare la sua vera identità
Senza Lenin non si capirebbe lo stalinismo. Fu lui a distruggere la società civile e a far uccidere barbaramente lo zar e la famiglia
Intervista a Martin Amis Alla base degli orrori che il comunismo ha prodotto ci sono le teorie e le azioni del fondatore dello Stato sovietico
di ENRICO FRANCESCHINI


«Ottant´anni dopo la sua morte, Vladimir Lenin non è stato ancora denunciato abbastanza. Bisognerebbe condannare leninismo e comunismo con la stessa forza con cui abbiamo condannato nazismo e fascismo. E soltanto la sinistra può farlo». Martin Amis è uno scrittore inglese, uno dei grandi romanzieri della sua generazione: non uno storico, né un sovietologo. Ma è uno scrittore che con la sinistra e il comunismo ha avuto una stretta parentela: suo padre, Kingsley Amis, fu uno dei più accesi sostenitori della Russia sovietica in Gran Bretagna, prima di abiurarla; lo storico Robert Conquest, che sollevò il velo sulle atrocità dello stalinismo, era un amico di famiglia; lui stesso, Martin Amis, è considerato uno dei padri spirituali del New Labour di Tony Blair. Non è dunque del tutto sorprendente che l´autore di romanzi come L´informazione e Money abbia momentaneamente abbandonato la narrativa per un pamphlet su Josif Stalin: Koba il Terribile, il soprannome del dittatore del Cremlino, uscito anche in Italia da Einaudi. Un libro pervaso dall´orrore: per Stalin, per Lenin, per i milioni di morti del comunismo, per un´ideologia «spaventosa», come dice Amis.
Fino a che punto spaventosa?
«Nella prima pagina del libro cito una frase da un vecchio libro di Conquest sulla collettivizzazione forzata, in cui scrive che venti vite umane furono perdute non per ogni parola ma per ogni lettera del suo libro. Quella frase, di tre righe, equivaleva a 3040 morti. Il libro di Conquest era lungo 411 pagine. E´ come se dentro ci fossero seppellite decine di milioni di persone. Un piccolo esempio dell´orrore agghiaciante che dovrebbe provare chi getta lo sguardo nel baratro del comunismo sovietico».
Lei parte da Stalin. Lo ritiene un´aberrazione di Lenin, una deviazione dal leninismo, o la sua naturale evoluzione?
«Per me, e per gran parte della storiografia odierna su cui mi sono documentato per questo libro, non possono esserci dubbi: Josif Vissarionovic era la logica continuazione di Vladimir Ilic. Ha ragione Solgenitsyn: se uno guarda bene, nella figura di Lenin intravede già lo stalinismo, con tutto quello che ha significato. La differenza è che Lenin non massacrò decine di milioni di bolscevichi, di suoi compatrioti, come ha fatto Stalin: ma può anche darsi che non ne abbia avuto il tempo, la malattia ha interrotto piuttosto presto il suo regno. Ciononostante, fu lui a distruggere la società civile, a far trucidare barbaramente lo zar e tutta la sua famiglia, a creare uno stato di polizia, a usare la carestia come un´arma di repressione e ricatto».
Eppure c´è chi salva il 1917, la rivoluzione d´Ottobre, come una grande ribellione popolare contro il totalitarismo della Russia zarista.
«Non mi vengono i lucciconi a sentire la parola rivoluzione. Ci sono due tipi di persone: coloro secondo cui le rivoluzioni portano giustizia sulla terra, e coloro secondo cui instillano amore per la violenza. Io appartengo a questa seconda categoria. E´ bello, in teoria, pensare che la rivoluzione abbatta la tirannide. Ma il sangue e la violenza generano quasi sempre altro sangue, altra violenza. Se poi parliamo in particolare della rivoluzione del 1917, bisogna ricordare che la Russia dell´inizio del secolo non era più un rigido sistema totalitario, si stava democratizzando, stavano esplodendo il progresso, le riforme sociali, le libertà civili, oltre a un´incredibile ondata di creatività artistica, senza uguali nel resto del mondo. L´Ottobre rosso è calato su tutto questo come una saracinesca».
Lenin non portò nulla di buono?
«Si limitò a distruggere. L´innesto del comunismo nella Russia del 1917 è stata una tragedia di cui quel paese porta ancora le conseguenze. Ci vorranno anni, decenni, perché la Russia se ne liberi».
Nel libro descrive Stalin come un despota allucinato, paranoico, pazzoide. E Lenin?
«Lenin non era pazzo, sebbene lo scrittore russo Ivan Bunin lo abbia definito un ?imbecille congenito´. Era intelligente, ma di un´intelligenza pedante, psicotica, nichilista, che fa venire i brividi. Non aveva alcun senso morale. Per Lenin, il fine giustifica i mezzi, in qualunque circostanza. C´è qualcosa di folle in un cinismo così assoluto».
Anche il comunismo era amorale, cinico?
«Il problema del comunismo è che, al contrario del nazismo, in teoria sembrava una buona cosa. Conteneva l´idea salvifica che la società può essere migliorata. Che può essere creato un Uomo Nuovo. E tutto questo, sulla carta, sembra decisamente meglio dell´idea di ogni uomo per sé. Ma poi in Russia si è visto che cosa ha prodotto questa bella idea: la distruzione dell´uomo, della famiglia, della società».
Perché il comunismo ha resistito tenacemente anche fuori dalla Russia sovietica, nell´Occidente libero e democratico?
«Per molte ragioni. Perché ha riempito il vuoto lasciato dalla religione in chi non credeva. Perché le classi istruite hanno un impulso istintivo ad adottare le idee più radicali. Perché la classe media ha trovato nel comunismo un´evasione dal senso di colpa per il suo benessere. E perché le masse sono state tenute per decenni all´oscuro di che cos´era veramente la Russia comunista».
Come reagisce di fronte a chi continua a dirsi comunista, quindici anni dopo la caduta del muro di Berlino, oltre dieci anni dopo la fine dell´Urss?
«Le utopie sono resistenti, è molto duro rinunciarvi. Quando il mio amico Eric Hobswam si dice comunista io mi dico che Eric non è solo il più grande storico vivente, è un anche un uomo eccezionale, un´eccezione, non bisogna tenerne conto. Ma davanti ad altri casi di cecità mi dispero. E´ molto triste».
Cosa risponde a chi dice: non si può paragonare il nazismo al comunismo?
«E´ vero: non si può. Innanzi tutto perché, come ho notato, sulla carta il comunismo predicava nobili sentimenti. Purtroppo, ha fatto più vittime del nazismo: se contiamo solo quelle ammazzate da Stalin si arriva a trenta o quaranta milioni, per di più quasi tutti russi e in maggioranza comunisti. D´altra parte, il comunismo ha avuto una vita molto più lunga del nazismo: non sappiamo quali massacri avrebbe commesso Hitler, se avesse vinto la seconda guerra mondiale».
Le pare che l´Occidente abbia fatto i conti con il comunismo, così come li ha fatti con il nazismo?
«Assolutamente no. Se la Russia avesse processato il comunismo come la Germania ha processato il nazismo, forse oggi sarebbe già un paese normale. Ma anche fuori dalla Russia è mancato un autentico processo al comunismo».
Nel libro se la prende con il silenzio di tanti intellettuali di sinistra.
«Non è solo un´esigenza morale di verità, la mia. E´ che spetta proprio alla sinistra processare il comunismo. Per la destra è troppo facile, e comunque non basterebbe. Il comunismo apparirà per ciò che è veramente stato solo dopo che la sinistra lo avrà definitivamente condannato e sepolto. Prima non può accadere».
Ma la sinistra europea lo ha condannato, ha preso le distanze, non si dice più comunista da un pezzo.
«Credo che debba fare di più. Credo che debba denunciarlo con lo stesso orrore con cui ha denunciato nazismo e fascismo. E allora, liberata da quel fardello, la sinistra potrà mostrare in pieno la sua vera identità».
E quale sarebbe? In Gran Bretagna, i critici di Blair dicono che, per vincere, il leader laburista scimmiotta la destra.
«Non sono d´accordo, anche se sono critico su tanti aspetti della politica di Blair. Ma il Labour, la socialdemocrazia, la sinistra europea, hanno un´identità ben precisa: quella di un progresso graduale per tutti, di una difesa ragionata dei più deboli, di una solidarietà umana portata avanti con mezzi di pace e non di guerra, di pari opportunità e pari regole per tutti, poiché è questa la vera uguaglianza. Essere di sinistra, oggi, ha ancora un significato molto preciso. Ma con il comunismo e con Lenin non c´entra proprio niente».