domenica 29 febbraio 2004

Marco Bellocchio

La Repubblica 29.2.04
NASTRI D'ARGENTO
8 nomination per Giordana, Virzì e Bellocchio


ROMA - Con otto nomination a testa i film di Bellocchio (Buongiorno, notte), Marco Tullio Giordana (La meglio gioventù) e Virzì (Caterina va in città) hanno fatto l´en plein nelle candidature del Nastri d´argento 2004. Sono inseguiti da Cantando dietro i paraventi di Olmi (7 candidature) e da Il ritorno di Cagliostro di Ciprì e Maresco e Perduto amor di Franco Battiato (5 ciascuno). La cerimonia si svolgerà al Teatro Antico di Taormina, al TaorminaBnlFilmfestival, il 19 giugno.

psichiatria darwiniana?

Il Sole 24 ore Domenicale 29.2.04
L'approccio evoluzionistico alle malattie mentali, un antidoto ai dogmatismi del legislatore
La depressione? Curiamola con Darwin
di Gilberto Corbellini


Una persona su quattro sul pianeta viene colpita in qualche momento della vita da un disturbo psichiatrico o neurologico. Le stime dell'Oms dicono che oltre mezzo miliardo di persone soffre di disturbi mentali o neurologici, e prevedono che nel 2020 la depressione sarà la seconda causa di disabilità a livello mondiale (al primo posto ci saranno le malattie cardiovascolari). Gli Stati Uniti valutano in 148 miliardi di dollari all'anno il costo economico dei disturbi neurologici e psichiatrici. Insomma, le malattie mentali sono un'emergenza sanitaria. E forse ne è prova il fatto che sono già argomenti di abuso giornalistico.
Per affrontare l'emergenza "depressione" nei giorni scorsi è stato anche presentato alla Camera un disegno di legge sulle «malattie psichiche». A parte la stima d italiani depressi, che non si capisce su quali basi clinico epidemiologiche sia stata fatta e che induce all'amara considerazione che da popolo di «eroi, poeti e navigatori» ci staremmo riducendo a un popolo di depressi, dalla lettura dei testo e dai commenti di alcuni autorevoli psichiatri sembrerebbe che la psichiatria abbia in pratica raggiunto una comprensione dell'eziopatogenesi e della clinica delle malattie mentali paragonabile a quella delle malattie infettive. Il che non è vero. È quindi auspicabile che si metta bene in chiaro che non si vuole medicalizzare anche ogni forma di difficoltà personale o comportamentale, più o meno clinicamente riconoscibile e spesso del tutto naturale. E che in ogni caso, l'azione medica dovrà mirare a un potenziamento dell'autonomia decisionale delle persone, non a inventare nell'interesse della "collettività" fittizi e pericolosi criteri prescrittivi per un «accertamento sanitario obbligatorio».
Speriamo anche che la psichiatria migliori rapidamente il proprio statuto scientifico, avvalendosi delle tanto attese ricadute della ricerca molecolare e delle tecnologie del brain imaging. Oggi gli psichiatri dispongono di trattamenti farmacologici che danno buoni risultati in una significativa percentuale di casi, ma di fatto mancano di criteri diagnostici validamente fondati. In un fascicolo di «Science» dell'ottobre scorso questa attesa viene analizzata per quanto riguarda ad esempio una possibile radicale revisione dei Dsm (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), il testo clinico di riferimento mondiale. Finora il suo successo è dipeso dalla scelta di definire le malattie attraverso un elenco di sintomi che consentono di applicare una particolare etichetta diagnostica al paziente quando questi presenta un numero sufficiente dei manifestazioni associate alla malattia. Ovvero dalla decisione presa due decenni fa (Dsm-III) di evitare ogni riferimento a ipotetici meccanismi causali della malattia, che allora non avrebbe trovato d'accordo due psichiatri. Una parte degli psichiatri statunitensi ritiene sia venuto il momento di introdurre criteri genetici, neuro biologici, comportamentali e terapeutici per migliorare l'efficacia diagnostica.
Dato il contesto, il libro di McGuire e Troisi disponibile in edizione italiana a cinque anni dalla pubblicazione di quella inglese, si propone come una della novità e degli stimoli culturali più importanti per la psichiatria da diversi decenni a questa parte. Non è un testo facile. Ma è ben scritto e argomentato, nonché straordinariamente ricco e originale a livello teorico. Con spunti interessanti anche sul piano clinico. Se una critica viene da muovergli, a scopo dialettico, è che risulta un po' troppo condizionato da un'impostazione etologica. Se questo da una parte lo salva dalle banalizzazioni di certa psicologia evoluzionistica e di certi ideologismi riduzionistici, dall'altra riduce la capacità di cogliere negli sviluppi di alcuni approcci neuroscientifici delle importanti corrispondenze con la fenomenologia comportamentale colta all'interno della cornice darwiniana.
Gli autori propongono una complesso quadro teorico che pone attenzione ai meccanismi psicologici, all'analisi funzionale, alle emozioni e al ruolo della comunicazione e del riconoscimento. Quadro puristicamente ricco e in grado di fornire spiegazioni plausibili dei disturbi mentali a livelli multipli e complementari. I modelli di comportamento normale e anormale vengono elaborati a partire da concetti presi non solo dalla teoria draconiana dell'evoluzione ma anche dall'etologia cognitiva e dalle scienze della comunicazione. Per mostrare come l'approccio evoluzionistico fornisca le basi per comprendere il comportamento quotidiano e molti aspetti dei disturbi mentali.
La grande utilità di un approccio darwiniano alla malattia mentale sta nel richiamare l'attenzione degli psichiatri sulla variabilità individuale dei tratti comportamentali, non solo quelli normali ma anche quelli cosiddetti patologici. Ovvero a metterli in guardia circa il fatto che l'unico criterio valido per distinguere trai salute e malattia mentale implica una valutazione della funzionalità di una particolare strategia comportarnentale rispetto a un contesto. Nel giudicare le capacità funzionali non si può quindi non tener conto dell'ambiente in cui l'individuo vive. Sofferenza, devianza dalla norma statistica e lesione fisica sono correlati frequenti delle malattie mentali ma, in assenza di conseguenze "disfunzionali", nessuno di questi criteri è sufficiente per considerare una condizione psicologica o comportamentale come una malattia psichiatrica.
Una corretta applicazione dell'evoluzionismo in psichiatria, come in ogni altro settore della medicina, non porta alla conclusione che l'intervento terapeutico deve limitarsi alle condizioni che mettono a rischio l'adattamento biologico. Lo scopo principale della medicina è alleviare le sofferenze individuali. Ma per riuscire bene in questo obiettivo, bisogna avere ben presente come le pressioni selettive che hanno agito nel corso della filogenesi hanno plasmato la nostra fisiologia organica dal livello biochimico a quello comportamentale. Ansia, depressione, disturbi della personalità non sono entità cliniche associabili a cause immediate specifiche, né sono tratti necessariamente svantaggiosi in quanto hanno verosimilmente anche delle cause remote (evolutive). Ne consegue che si possono anche fare dei danni se si pretende di definire un disturbo mentale credendo di disporre di una legge patologica per discriminare tra una terapia giusta e una sbagliata. in tal senso, sarebbe auspicabile che gli psichiatri e gli psicologi familiarizzassero con il pensiero darwiniano, che suggerisce cautela e pragmatismo nella scelta delle strategie terapeutiche. Ma soprattutto rilancia su basi concettuali nuove e del tutto plausibili la riflessione teorica, e quindi anche la ricerca psichiatrica.

Michael T. McGuire e Alfonso Troisi, «Psichiatria darwiniana», Giovanni Fioriti Editore, Roma 2003, pagg. 424, euro 32,00

vendette

La Stampa Tuttolibri 28.2.04
MILLENNI DI FAIDE PIU’ O MENO FAMOSE, DA ACHILLE ALLE DEE OFFESE DI OVIDIO, DA MEDEA A BUSH CHE SI SENTE AGAMENNONE, SINO AI FILM DI TARANTINO
di Bruno Ventavoli


PER qualcuno è un piatto freddo. Per altri un diluvio di torride efferatezze. Per Antonio Fichera la straordinaria occasione di spulciare la più antica e tenace delle passioni umane. Architetto di formazione, con eroica pazienza, ha compilato una "Breve storia della vendetta" (Castelvecchi, pp. 360, euro 18) che attinge al mito, alla letteratura, al cinema. Un libro sorprendente e gustoso, dove millenni di faide, più o meno famose, si intrecciano con un imponente apparato di suggerimenti bibliografici per costruirsi infiniti percorsi paralleli nel labirinto della furia umana. All'inizio dei tempi, in Egitto, c'era il giusto Osiris, dio della natura. Il fratello malvagio Seth lo uccise con l'inganno e disseminò il corpo smembrato in 14 luoghi lontani. Isis, moglie fedele, riuscì a ricomporre il marito e, infondendogli un non meglio definito soffio vitale, generò Horus. Il piccolo ebbe naturalmente un'infanzia difficile, ricercato dai nemici. Ma l’odio dei cattivi lo corroborò, crebbe forte, intelligente, giusto, con lo scopo di vendicare il torto subito dai genitori. Naturalmente ci riuscì. Prima evirò l'odiato avversario, poi infierì. E divenne il primo faraone d'Egitto, legittimando il suo regno con la sacrosanta vendetta.
Dopo la macabra impresa dell'egizio il catalogo è infinito. Achille offeso che cerca risarcimento per la schiava Briseide, il sovrano delle Mille e una notte che uccide le donne per dimenticare il tradimento della prima moglie finché non si lascia sedurre dai racconti di Sharazad, lo sdegno di Rosemunda costretta a brindare col teschio del padre. Vendette che servono a costruire imperi, come quello dei romani, che infierivano sui vinti consci che nulla è più dolce del supplizio inflitto a quelli che temevi. Vendette giustificate con le leggi di Dio, dai taglioni biblici a quelli islamici a quelli del Kanun albanese. Vendette disciplinate degli orientali, dagli eroi del Mahabarata ai samurai del Giappone. Le vendette cruente e disperate della mitologia nordica, quelle terragne del Decamerone, quelle intricate delle corti rinascimentali, quelle spietate dei papi contro i papi o contro gli eretici attraverso l'Inquisizione, quelle degli artisti contro i maestri, le accademie, i rivali. Vendette di dei, guerrieri, borghesi piccoli piccoli, incompresi, emarginati, sfortunati, scienziati pazzi, segretarie, poliziotti, deputati, dandy, madri, cavalieri, innamorati. Ripicche, punizioni, nemesi, rappresaglie, ritorsioni, beffe, duelli, massacri. Dall'alba dell'umanità l’arte della vendetta si è tramandata di padre in figlio come la ricetta del pane. In un’eterna, vana, lotta tra la perseveranza della memoria e la levità dell’oblio. La vendetta ha molte anime, molti scopi, molte giustificazioni. Ed è anche molto femmina. Gli esseri soprannaturali più furiosi e vendicativi erano, non a caso, le Erinni. Ovidio, con le sue Metamorfosi, ci ricorda che 13 delle 16 vendette più celebri dell’Olimpo furono compiute da dee offese. Senza dimenticare personaggi come Fedra, Ecuba, Medea, che per determinazione, crudeltà, freddezza, farebbero impallidire qualsiasi Charles Bronson Giustiziere della notte. Oltre che regalare piacere, pace, soddisfazione, la vendetta è anche bella. Per questo l'arte pullula di vendicatori. Dall'Odissea a Zorro, dai corsari di Salgari a Nicole Kidman in Dogville, dai vampiri ai fantasmi, dai maledetti del noir all’opera lirica, dai manga al western. Senza offese, senza eroi bramosi di soddisfazione, la letteratura sarebbe più povera. A dimostrare che tutti sono un po' rancorosi e vendicativi nonostante le apparenze, c'è l'illuminato Voltaire. Scrisse il trattato sulla tolleranza, ma aveva un caratteraccio tutt'altro che votato al perdono. Spesso si prendeva soddisfazioni con chi l'aveva offeso o avversato. e quando nel Dizionario filosofico scrisse la voce ebrei sparse veleno, non dimenticando che un farabutto banchiere giudeo l'aveva truffato. Anche la storia della politica, delle idee, ha un fondamento livoroso. E, per gli appassionati dietrologi, c'è un fertile filone di studi sui rivolgimenti sociali nutriti di spirito di rivalsa. Forse non dispiacerà al nostro presidente del Consiglio scoprire che uno dei più vendicativi rivoluzionari della storia fu Lenin. Da giovincello, gli uccisero un fratello cospiratore. Lui, furibondo, urlò "Me la pagheranno". Chi? chiesero gli amici. "Vedrete, vedrete, me la pagheranno". La promessa fu mantenuta. Ancora più sordido pare fosse il barbuto Marx, c'è chi sostiene che il suo comunismo fosse una folle, ambiziosa vendetta, addirittura contro Dio. La vendetta è certamente una forma primordiale di giustizia, un’azione giusta e necessaria per ristabilire un equilibrio perduto, un onore offeso, una pace sociale infranta. Nei codici antichi, nella cavalleria feudale, nelle regole dei samurai, nei sistemi giuridici delle società tribali, è una vera e propria forma di giurisprudenza. E secondo l’autore costituisce addirittura - forse con qualche eccessiva leggerezza ermeneutica - un modello per la legalità moderna. Poi la ribellione contro un’ingiustizia, che ha carattere personale, viene superata nella modernità dalla legge impersonale, amministrata dallo Stato, che diventa il garante della giustizia e il pompiere, quando può, dei nefasti furori individuali. Naturalmente il bisogno primordiale di ripicca non è stato annullato. È semplicemente passato altrove. Ha trovato una casa accogliente nell’arte, nella pittura, nella letteratura, soprattutto nel cinema, come motore di storie e di passioni. Diventando, paradossalmente, un nuovo modello di riferimento e di comportamento individuale. La furia di Brunilde è fascinosa. Le stragi trasversali della mafia molto meno. Nell’arte, come pensava Aristotele, la vendetta purifica lo spettatore. Nella realtà suscita piuttosto orrore, dolore. La “vendetta”, pur avendo accompagnato la storia dell’uomo, e pur possedendo un indubbia energia narrativa, è sicuramente un sentimento nefasto che la modernità ha cercato giustamente di estirpare. Pensavamo di avercela fatta. Credevamo che la lucidità di Kant e l’illusione di una pace perpetua fossero a portata di mano. Ma non è così. Lo spirito di vendetta primordiale è ritornato, travestito, nella modernità. Parole come giusta punizione, rappresaglia, ritorsione, sono di nuovo legittimate. Nell’amministrazione della giustizia, nelle private vendette personali della giungla metropolitana, nel codice di comportamento degli Stati, sembrano tornate le Erinni. Bush si sente come un Agamennone offeso, e rivendica il diritto alla guerra preventiva. Verso i terroristi che hanno commesso crimini orribili si giustifica la sospensione dei diritti umani. E così via, il mondo moderno, somiglia spesso a un noioso clone di Kill Bill, il film di Tarantino con Uma Thurman spietata vendicatrice. Leggere la Breve storia della vendetta è affascinante e mostruoso. L’arte ci consegna la memoria di una estenuante mattanza. Ognuno con le proprie motivazioni, più o meno giuste, ha sparso sangue. Ma è proprio così bello dare libero corso al rancore? Non possiamo davvero liberarci dal «piacere dell’odio» come sosteneva il brillante William Hazlitt a fine ‘700? Molti hanno predicato che la forma di vendetta più raffinata è il perdono. Non alzare la spada e offrire l’altra guancia può essere più bello che squartare il nemico, come nell’ultimo film di Olmi, Cantando dietro i paraventi. E così, nella vita dell’umanità e nella letteratura germinano numerose anche le storie di faide che raggiungono il culmine nella conciliazione. Se questi messaggini di fede e speranza possono aver perso fascino nella modernità muscolare e virilista, non bisogna dimenticare un dettaglio, molto pragmatico. Vendicarsi è sublime, ma anche faticosissimo. Per ottenere soddisfazione occorrono tempi lunghissimi, energie immense. Chissà se i grandi vendicatori del mito e della letteratura, una volta raggiunto l’obiettivo, si sono compiaciuti. Chissà? Forse nel silenzio della propria solitudine, al cospetto dell’eterno ritorno della violenza, hanno modestamente pensato che non ne valeva la pena. Il perdono sarebbe stato più semplice, più veloce, più gioioso. La vita è così breve per sprecarla con la determinazione di vendetta.

non violenza e storia del marxismo

Corriere della Sera 29.2.04
Convegno del Prc a Venezia
Bertinotti e la non violenza: rivisitare criticamente il ’900 e rivedere le tesi dei marxismi
Revelli critica Trotzky, ma salva la Luxemburg Assenti Casarini e Agnoletto, che sarà candidato
di Gianna Fregonara


VENEZIA - Dice Fausto Bertinotti che non è un’operazione elettoralistica, che il salto dal marxismo ai no global - passando per Gandhi e Marcos - si può fare. Certo la svolta richiede tempo e, una volta proclamata la scelta strategica del rifiuto della forza, bisogna sforzarsi «di cercarne le tracce nella storia delle Resistenze, perché effettivamente - spiega il segretario di Rifondazione - nel marxismo la teorizzazione della non violenza proprio non c’è». Se non è un addio alle origini, è certamente un invito a scavare nel passato, a interpretare, anche a costo di una «revisione della teoria politica dei marxismi e di una rivisitazione critica del ’900».
Parole pesanti, nella due giorni di studio a Venezia, sullo sfondo della prossima campagna per le Europee, con il timore che l’opzione non violenta non sia capita da chi è attaccato all’identità politica di Rifondazione e non ama l’idea del partito della sinistra europea in cui Bertinotti ha impegnato le forze. Al dibattito non c’è Casarini, che polemicamente rifiuta la scelta bertinottiana, e non c’è neppure Vittorio Agnoletto che a giugno sarà in lista con Rifondazione.
Finora Bertinotti, nella sua marcia di rinnovamento, aveva rifiutato lo stalinismo salvando tutto il resto, cercato di puntare l’attenzione più sulla Rifondazione che sull’aggettivo che l’accompagna (il titolo dell’ultimo congresso recitava «Rifondazione, rifondazione, rifondazione» i militanti ci hanno aggiunto a mano «comunista, comunista, comunista»). Ieri si parlava del marxismo in generale o, per dirla con Bertinotti, dei «marxismi»: la relazione teorica della giornata è stata affidata a Marco Revelli, che ha impietosamente tracciato la strada che porta dal fallimento del modello rivoluzionario marxista alla non violenza. Ha spiegato che «sulla Russia del suo tempo Marx la pensava come oggi Rumsfeld sull’Iraq» non ha lesinato critiche a Trotzky (la minoranza del partito non ha approvato): si salva l’icona di Rosa Luxemburg. Nel dibattito c’è chi contesta il partito gerarchico, chi il leninismo. Un giovane militante prende la parola per dire che «tutto questo discutere su Stalin e Lenin non mi appassiona».