domenica 19 settembre 2004

donne nella storia
Veronica Franco (1546-1591), poetessa e cortigiana nel XVI secolo

Il Gazzettino di Venezia 19.9.04
Un’esistenza straordinaria, ebbe protettori illustri tra nobili e letterati. Era apprezzata non solo per la sua avvenenza, ma anche per le notevoli capacità artistiche
Poetessa di valore e cortigiana di professione
Espedita Grandesso

Veronica Franco sconvolse il perbenismo del XVI secolo: bella, intelligente e colta, si dava agli uomini per denaro
Quando il Tassini pubblicò una brevissima, ma ben documentata biografia di Veronica Franco, poetessa di valore e cortigiana di professione, si prese un monte di rimproveri da un altro illustre signore, che non voleva ammettere l'attività poco dicibile della poetessa.
Ancora agli inizi del XX secolo, qualcuno non si capacitava che la bella Veronica, oltre che colta e sensibile autrice di poesie, fosse stata una meretrice e s'inventava l'ipotesi peregrina che la Franco si fosse dichiarata cortigiana per un capriccio, magari per rendersi interessante agli occhi del mondo, quasi che intelligenza, cultura e bellezza non bastassero da sole a farla emergere dalla massa di appassionate delle chiacchiere vuote e dei vestiti alla moda.
Veronica nacque in una famiglia cittadinesca, ossia di quelle iscritte nell'Albo d'argento, ma non è detto che la sua famiglia possedesse anche i contanti; è probabile che i Franco che dettero i natali a Veronica abbiano conosciuto dei rovesci di fortuna, dato che il padre, la maritò "giovinetta" con un tale Paolo Panizza. La Franco ebbe anche tre fratelli, ma non sembra abbiano inciso molto sulla sua vita.
Tassini, dopo l'accenno al matrimonio di Veronica, taglia corto e afferma che "l'inesorabile destino trascinolla al libertinaggio".
Non è molto e sarebbe stato più importante sapere perché una ragazza, appena adolescente nel momento delle nozze, quindi senza alcuna esperienza, si sia data "a tamburo battente" niente meno che al libertinaggio. Viene da chiedersi: e il felice consorte, nel frattempo, dov'era? E il padre? E il resto della famiglia? Mistero.
Non chiediamoci dove fosse la madre, Paola Fracassa, perché la troviamo accanto alla figlia nella poco onorevole funzione di "pieza" (garante), pronta a intascare i due scudi per ogni prestazione di Veronica, che era davvero modesta sul prezzo, dato che Paulina Filacanevo pretendeva 30 scudi; Livia Azzalina 25 e solo Elena Rossa si accontentava di mezzo scudo, mentre altre cinque signore accettavano "quel che si vol". È vero che, tra queste, Lauretta Cavalcadora, avendo per garante suo figlio, doveva essere una "nave scuola" per esperienza, ma anche per età.
Malgrado le prese contenute, Veronica Franco, ebbe protettori illustri tra nobili e letterati, molti dei quali, evidentemente, largheggiarono in doni e denari ben oltre la modestissima tariffa che risulta dall'elenco. Veronica fu molto stimata non solo per la sua avvenenza, ma per l'intelligenza e le notevoli capacità artistiche. Ebbe anche sei figli, uno dei quali, Enea, aveva per padre un Tron e un'altro, Achille, un ricco mercante raguseo. Ebbe, però, dei nemici. Qualcuno, infatti, l'accusò presso la Santa Inquisizione di essere ricorsa a sortilegi per ritrovare due oggetti d'argento, che due suoi servitori avevano rubato. Insomma, una cosa da niente, che permise a "chi poteva" di far insabbiare il processo.
Veronica ebbe il suo momento di gloria nel 1574 quando, in un'afosa giornata di luglio, si presentò alla sua porta il giovane re di Francia Enrico III di Valois, di passaggio per Venezia e ospite del doge (o Alvise) Morosini. Al giovane re la colta e sontuosa cortigiana dedicò una raccolta di poesie e un pregevole ritratto, opera di Jacopo Tintoretto.
Col volgere dell'età Veronica Franco desiderò chiudere con il suo mestiere e mettersi in pace con Dio e con la coscienza. Pensò alle molte donne che, per mancanza di mezzi, non potevano abbandonare la prostituzione e ideò quella che sarebbe diventata l'Opera di S. Maria del Soccorso ossia una casa di ospitalità e assistenza non solo per ex prostitute, ma anche per spose maltrattate dai consorti che sarebbero state protette da quelle mura fino a che il marito fosse diventato più ragionevole (e meno manesco).
Il bel progetto della Franco fu accolto con favore da alcune nobildonne e portato a buon fine mentre Veronica era ancora in vita, cioè prima del 22 luglio 1591 in cui morì a soli 45 anni di età.

citato al Lunedì
il sogno, per certi neurologi...

Corriere della Sera 19.9.04
L’ identificazione dell’area «dei sogni» si deve a un gruppo ...

L’ identificazione dell’area «dei sogni» si deve a un gruppo di ricercatori dell’Ospedale Universitario di Zurigo, diretti dal neurologo Claudio Bassetti, che hanno studiato una paziente ipertesa di 73 anni. Lesione strategica
La donna, dopo essere stata vittima di un ictus dell'arteria occipitale, non poteva più sognare, pur riuscendo benissimo a dormire.
La lesione che bloccava i suoi sogni si era verificata nel giro linguale inferiore, una circonvoluzione cerebrale che si trova nella corteccia parieto-occipitale (dietro e lateralmente nel cranio) l'area che controlla le funzioni visive.
Non a caso, la paziente, oltre ai sogni, aveva anche perso altre funzioni correlate alla vista, come la percezione dei colori e parte del campo visivo.
Individuata l'area d'ischemia cerebrale (quella cioè dove era venuto a mancare per un certo tempo l’apporto di sangue), i medici hanno potuto risolvere con un normale trattamento farmacologico questi ultimi problemi nel giro di due giorni.
I sogni, però, a distanza di oltre un anno, non erano ancora tornati.
Fase REM
I ricercatori hanno anche monitorato la donna con un polisomnografo (uno strumento per studiare le onde cerebrali durante il sonno) per sei settimane, ma non hanno riscontrato alcuna interruzione delle fasi del suo sonno e, soprattutto, hanno verificato che era sempre presente un normale sonno REM (da Rapid Eye Movement , cioè movimenti oculari rapidi), quello associato ai sogni, che in genere insorge dopo due ore dall'addormentamento e viene definito "paradosso" perché, pur essendo il più profondo dei cinque stadi che si attraversano ogni notte, all'elettroencefalogramma presenta un’attività con frequenze miste e di basso voltaggio, che ricorda lo stadio di veglia.
Anche se alla paziente svizzera non accadeva mai, l'80 per cento dei soggetti risvegliati durante la fase REM riferisce che stava sognando e questo sonno viene da sempre associato alla produzione onirica.
Lo studio svizzero ha però messo in evidenza che le due attività cerebrali (sonno e sogno) sono controllate da due sistemi differenti.
Sistemi di controllo
«Siamo abituati ad assimilare fra loro questi due processi - puntualizza Pasquale Montagna, professore di Neurologia al Dipartimento di Scienze Neurologiche dell'Università di Bologna, uno dei maggiori studiosi italiani di sonno - ma invece si tratta di due fenomeni apparentemente diversi».
«Si potrebbe considerare il sonno REM come una sorta d'interruttore che, per così dire, "accende" il sogno», prosegue lo specialista. «Secondo accreditati studiosi, l'unica struttura cerebrale capace di sognare non può che essere la corteccia prefrontale. Tuttavia, è noto che l'interruttore del sonno REM si trova nel tronco encefalico, a livello del ponte dorso-laterale (si veda il disegno). E lo studio svizzero mi sembra importante più per quanto ci dice sul sonno REM che non sul sognare, che, adesso, diventano due processi differenti (ma non indipendenti), dove il sonno REM "contiene" e "permette", per così dire, il sogno come processo mentale».
Amnesie oniriche
Già prima di questa ricerca diversi dati clinici indicavano come le lesioni che maggiormente disturbano la produzione dei sogni sono quelle che si verificano nelle aree posteriori del cervello, le parieto-occipitali.
«Ma rimane una domanda da farsi: questi pazienti perdono la capacità di sognare o di ricordare i sogni?» incalza il professor Montagna. «Non è la prima volta che si affronta questo problema».
Due circuiti
«Alla luce dei risultati del gruppo di Zurigo si potrebbe comunque ipotizzare che i sogni abbiano due registi: i circuiti della corteccia prefrontale dove risiedono facoltà intellettive superiori connesse, ad esempio, alla rievocazione dei ricordi, i quali organizzano e regolano l'attività onirica generata un po' disordinatamente dai circuiti della corteccia posteriore che, per la sua specifica funzione, impartisce alle immagini oniriche una connotazione prevalentemente visiva» conclude Montagna.
A ogni buon conto dopo un anno la paziente della Svizzera tedesca ha ricominciato a sognare, ma con non più di un sogno alla settimana (prima la signora sognava, in media, almeno tre-quattro volte alla settimana).
I suoi sogni, comunque, non sono più stati vividi e intensi come prima, un po' come se adesso guardasse la pellicola sbiadita di un vecchio film in bianco e nero….

Il Messaggero 19.9.04
«Freud smentito, si può vivere anche senza sogni»
Scoperta di un gruppo di neurologi: lo stop dell’attività onirica non altera l’equilibrio della mente
di GIOVANNI SCAFURO

ROMA - Dottore, mi scusi: «La vita è un sogno, o i sogni aiutano a vivere?». Ride, divertito, Claudio Bassetti, neurologo dell'ospedale universitario di Zurigo in Svizzera. Forse non conosce Gigi Marzullo, ma coglie ugualmente l'ironia della domanda. Eh, sì perché il sogno è l'elemento portante di una sua recente pubblicazione su Annals of Neurology. Il Sognare, ritenuto, dalla psicanalisi freudiana, elemento fondamentale per liberare le sensibilità represse dell'individuo, sembra non essere così essenziale per garantire l'ottimale equilibrio delle funzioni mentali. Detto in altri termini: si può vivere anche senza sogni. «Insieme al professor Bishop e ad altri - spiega Bassetti - abbiamo studiato il caso di una paziente settantatreenne che, dopo un incidente, aveva subito un improvvisa interruzione del flusso sanguigno nel lobo occipitale del cervello. Tra le varie cose, ne è emersa una che ci ha davvero sorpresi». Per i ricercatori, la cosa più sorprendente è stata quella di constatare che la paziente mantenesse intatte le proprie capacità funzionali mentali, nonostante non registrasse più attività di sogno da oltre un anno! «E' vero - prosegue il neurologo - che inizialmente la signora aveva avuto sia problemi visivi che di deambulazione da un lato. Eppure il sintomo più netto è stata la scomparsa, qualche giorno dopo, dei sogni nel paziente». La signora riferiva di sognare almeno 3 volte a settimana; dopo l'incidente, invece: niente!
Il team guidato da Bassetti ha controllato le onde cerebrali della donna durante il sonno per oltre 6 settimane. Il paziente non ha segnalato di aver mai sognato neanche durante la fase del sonno (Rem), normalmente associata con il sognare, in cui si muove l'occhio più rapidamente. Eppure, con sorpresa dei ricercatori, il paziente mostrava un modello di sonno perfettamente normale. Questo indica - secondo Bassetti - che la fase Rem e il sognare non vanno sempre di pari passo. «La parte del cervello danneggiata - afferma il professor Jim Horne dell'università di Loughborough, nel Regno Unito - il lobo occipitale svolge, probabilmente, un ruolo importante nel sognare. Riteniamo, però, che siano altre zone neurali differenti, il tronco cerebrale ed la zona mediana del cervello, quelle che controllano il sonno Rem». Lo studio, inoltre, dà ulteriori speranze a quei pazienti che smettono di sognare e di avere la fase Rem dopo lunghe assunzioni di farmaci antidepressivi. «Questa gente non è pazza», dice Horne. «E' completamente normale e non ha problemi di memoria». Cosa significa professore: gli esseri umani possono vivere senza sogni? «Non penso che abbiano uno scopo reale, piuttosto ritengo che i sogni sono il ”cinema della mente”. Contribuiscono a mantenere il cervello in allenamento mentre siamo addormentati». Bassetti, tuttavia, è attento a non generalizzare per banalizzare il tema. «Comprendere come i sogni sono generati e che scopo potrebbero avere, sono domande completamente in sospeso a tuttoggi», conclude Bassetti.

FestivalFilosofia di Modena
folle, metafisica e gastronomia

La Stampa 19.9.04
AL «FESTIVAL FILOSOFIA» STUDENTI E INSEGNANTI, IMPIEGATI E CASALINGHE. E AL BAR SI BEVE «LA CICUTA DI SOCRATE»
Modena, la carica di quelli che sanno di non sapere
di Franco Giubilei
Monica Perosino

MODENA. SECONDO giorno del FestivalFilosofia, in piazza Grande Salvatore Natoli parla del divino nel mondo: a migliaia stanno ad ascoltare con un’attenzione che non diresti mai, in tempi in cui il pubblico è apparentemente anestetizzato dalla dittatura televisiva. Eppure eccoli, da tutta Italia sono arrivati studenti, insegnanti, ma anche casalinghe e impiegati decisi a interrogarsi sulle grandi questioni dell’esistenza. «Cerco conferme sul senso della vita, ma in realtà la filosofia serve anche per sognare», dice Federica, che ha 31 anni, è un’educatrice e in questi tre giorni non si è persa un incontro della rassegna modenese. Al festival si viene per imparare a farsi domande anche quando si è arrivati a 70 anni, come Valeria, pensionata con una passione per Ermanno Bencivenga: «Nella vita si muore solo quando non ci si chiede più nulla», sottolinea.
Intanto nelle strade del centro il marketing filosofico è in piena attività: sui banchetti allestiti nelle piazze e nella Biblioteca Civica le mille t-shirt con le frasi celebri dei filosofi sono già esaurite. La più venduta è quella firmata Socrate, «So di non sapere», insieme con quella di Seneca «Ars longa, vita brevis». Oltre agli incontri riscuotono successo anche le iniziative collaterali, come le «Panchine narranti»: nella deliziosa piazza Pomposa artisti, imprenditori, chef, musicisti e persino un principe marocchino raccontano le loro storie ai passanti. Fra i protagonisti il soprano Raina Kabaiwanska, il cuoco Massimo Bottura, il sommergibilista della seconda guerra mondiale Giuseppe Fornasiero e Franco Ceccarelli, ex cantante dell’Equipe 84. Nel frattempo, dalla Stazione Centrale di Modena partono i «Treni col filosofo» diretti a Carpi e Sassuolo, le altre sedi del festival: a bordo i passeggeri hanno chiacchierato con Remo Bodei, Ermanno Bencivenga, Paolo Virno e Luciano De Crescenzo. Oggi toccherà a Umberto Galimberti e a Gianni Vattimo.
Filosofia sui treni, sulle panchine, nelle piazze. Lella Bruzzi, di ritorno dal mercato, ferma la bicicletta di fronte al palco da cui parla Natoli: «Ho sentito casualmente che si affrontava il rapporto fra mondo e Dio, sono rimasta perché di questi argomenti si parla di rado. L’unico problema del festival è che non si riescono a seguire tutti gli appuntamenti, sono troppi...». La filosofia in questi giorni si ascolta, si mangia e si beve: i ristoranti offrono i menù studiati da Tullio Gregory, e in un bar si sono persino inventati i cocktail filosofici. «La cicuta di Socrate» è un amaro con vodka, il «tetrafarmaco» invece è il drink dedicato a Epicuro: quattro ingredienti assicurano che il piacere è a portata di tutti, si legge sulla carta.
Non tutti gli spettatori però sono animati dallo stesso pathos: se per Mara, bergamasca cinquantenne, «questa è l’occasione per riprendere il filo interrotto a scuola: è bellissimo, ascolto e capisco tutto», Francesco preferisce godersi il sole sdraiato sull’acciottolato del Duomo con i compagni di classe. Marco, 16 anni, segue l’intervento di Mario Vegetti su «Cosmo e caos nel Timeo di Platone» e commenta stremato: «Ho tutti i neuroni che scoppiano come popcorn». Anche la quarta edizione del festival – quest’anno dedicata al mondo, dopo la bellezza, la felicità e la vita - mostra che di filosofia c’è ancora bisogno: «Ha sviluppato in me un grande senso critico – spiega Linda, 19 anni, studentessa. – Ero venuta l’anno scorso con la scuola e quest’anno sono tornata». Pietro, 23 anni, aggiunge: «È fondamentale sapere di non sapere e continuare a farsi domande».

Repubblica edizione di Bologna 19.9.04
A Modena ultimo giorno d'un festival basato su un'anima multipla: a lezioni, mostre e dibattiti s'affiancano passatempi
Socrate e gnocco fritto è la sagra degli aforismi
La filosofia servita con cibi e gadget
Chiudono la kermesse Friedman e Maffesoli, Greenaway e Viroli, Galimberti e Vattimo
Il popolare e l´elitario, il serio e il faceto si rincorrono nel "pensatoio" emiliano
ANNA TONELLI

MODENA - Nel chiostro della Biblioteca Delfini vanno a ruba le magliette rosse con gli aforismi di Socrate («So di non sapere») ed Eraclito («Tutto scorre»). In piazza Grande ci si fa incantare dalle parole di Marc Augè, che parla di un mondo migliore tra solitudine e solidarietà. All´Antica Trattoria Cervetta o alla Cucina del Museo si servono tigelle e gnocco fritto con lardo e prosciutto locale.
Tra il serio e il faceto, tra il popolare e l´elitario, il festival di filosofia entra nel suo ultimo giorno di programmazione. Complice un sole estivo, le piazze e i luoghi all´aperto del «pensatoio» emiliano sono affollati dal piccolo esercito di curiosi che cerca stimoli intellettuali - e non - da un universo filosofico declinato nelle sue cento variabili. Chi giunge a Modena (o a Carpi o a Sassuolo) lo fa per ascoltare i bei nomi dell´intellighentia nazionale o straniera, ma pure per visitare le mostre, acquistare qualche libello antico (molto gettonate le operine sull´esistenzialismo), giocare sui test filosofici on line, bere un tè giapponese ascoltando il racconto di un girovago, stupirsi davanti alle mappe e alle carte del passato, portare i bambini a vedere animazioni di un viaggio intorno all´Africa. E, perché no, sedersi a tavola in uno dei trentadue bar-ristoranti-trattorie convenzionati per sperimentare il menù filosofico di Tullio Gregory, che mette a disposizione sei liste ispirate ai sapori del mondo («la terra», «l´aria», «il fuoco», «uno e molteplice», «nature umide», «nulla si distrugge»).
Il vero successo del festival di filosofia - anche quest´anno rinnovato - è dovuto proprio all´anima «multipla» di una kermesse che non si limita soltanto alle lezioni magistrali, ma azzarda anche nuove sperimentazioni come i viaggi filosofici in treno, le panchine riservate alle riflessioni in libertà, gli educational per i bambini. Insieme alla cornice di mostre, spettacoli, concerti, recital e reading, cinema e giochi. Senza però cedere alla facile tentazione di cadere nel clima da sagra paesana.
Le ultime carte del festival vengono riservate oggi alle riflessioni intorno al cosmo, inteso in senso geografico e spaziale, in compagnia di studiosi della globalizzazione e dei confini. Sarà interessante mettere a confronto i paradossi del mondo globalizzato raccontati da Jonathan Friedman (11.30, piazza Grande) con le rappresentazioni dello spazio al cinema tratteggiate dal regista Peter Greenaway (piazza Grande, 17); o ancora riflettere sull´orientalizzazione del mondo con Michel Maffesoli (Carpi, piazzale Re Astolfo, 11.30) o sull´estremo tecnicismo con Umberto Galimberti (Carpi, piazza Martiri, 15); e infine interrogarsi sul patriottismo con Maurizio Viroli (Sassuolo, piazzale della Rosa, 11.30), per concludere con le speranze più o meno deluse di Gianni Vattimo che parlerà della possibilità/necessità di aprirsi al mondo (piazzale della Rosa, 17.30).
Di confine in confine, alla ricerca della propria identità, è necessario fermarsi davanti all´Atlante di Luigi Ghirri che, alla Galleria Civica di Modena, mette in mostra le fotografie di un atlante geografico che, attraverso inquadrature artistiche, restituisce immagini capaci di far viaggiare lo sguardo del visitatore al di là di tutti i confini. Un altro atlante da ammirare è quello di Gianni Valbonesi che, alla biblioteca Poletti, riunisce 50 mappe e carte geografiche tra il ?700 e l´800, in grado di ridisegnare fantasticamente il mondo.
Usciti dai luoghi chiusi, è d´obbligo alzare lo sguardo per farsi sorvegliare dall´installazione sospesa «Il cielo sopra», realizzata dagli studenti dell´Istituto d´arte Venturi. Anche questa è filosofia, la ricerca del perché, del chi c´è sopra di noi.

Cina

Repubblica 19.9.04
IL PERSONAGGIO
Lascia tutti i poteri a Hu Jintao
L'addio di Jiang da Tienanmen al capitalismo
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
FEDERICO RAMPINI

PECHINO. È UNO dei "boia di Tienanmen", responsabile del massacro di centinaia di studenti nel giugno 1989 a Pechino. Ma è anche un uomo di mondo, cosmopolita e innamorato dell´America, non perde occasione per parlare inglese, cita a memoria Mark Twain, ha cantato "Love Me Tender" di Elvis Presley a un pranzo con Bush e ha trascinato in un giro di valzer un´esterrefatta Condoleezza Rice. Questo è Jiang Zemin, 78 anni, che si appresta a cedere anche l´ultimo incarico di potere, cioè la guida delle forze armate che gli consentiva di condizionare il nuovo presidente Hu Jintao.
Jiang Zemin, alla pari del suo padrino politico Deng Xiaoping, passerà alla storia come un personaggio dalle contraddizioni estreme. Se per dodici anni è stato il massimo leader della Cina in uno dei periodi più fortunati per questa nazione, lo deve al peccato originale di un golpe istituzionale. Di fronte al movimento studentesco dell´89 Deng esautorò di fatto gli organi del partito e del parlamento, fece imprigionare il leader riformista Zhao Ziyang (tuttora agli arresti domiciliari), promosse Jiang alla guida del partito e gli diede carta bianca per soffocare nel sangue le aspirazioni democratiche. Lo stesso Jiang però è il leader dei favolosi anni ?90, in cui la Cina è diventata campione mondiale della crescita economica e delle esportazioni, ha superato il Pil di Francia Inghilterra e Italia, ha diffuso un benessere di massa e una modernizzazione senza precedenti storici per un paese di queste dimensioni. Ai suoi successori Jiang ha consegnato una Cina afflitta da diseguaglianze crescenti (la distanza tra ricchi e poveri è ormai superiore all´India), da gravi problemi ambientali, con una libertà di espressione ancora limitata e sistematiche offese ai diritti umani delle minoranze. Ma è anche la Cina che nella produzione di scienziati e ricercatori ha superato l´Europa e si colloca dietro gli Stati Uniti. È una nazione entrata nel terzo millennio convinta che tutto le è possibile, carica di un orgoglio e di un ottimismo che non hanno eguali nel resto del mondo. A Washington da tempo si considera questa Cina come l´altra superpotenza globale del terzo millennio, l´unica possibile rivale dell´America.
Tecnocrate formato nell´Unione sovietica, ex direttore di una fabbrica di auto, legato ai clan politico-economici di Shanghai, Jiang non ha né il carisma né lo spessore strategico di Deng Xiaoping. Ne è stato però un emulo intelligente ed efficace. Con le sue riforme ha dato un altro colpo d´acceleratore all´economia di mercato. Sotto la sua leadership si è diffusa la proprietà privata a tutti i livelli: dalle abitazioni individuali alle grandi imprese. Ha aperto la Cina con una velocità sorprendente alle multinazionali straniere, tanto che oggi questo paese è più aperto e internazionale del Giappone. Ha guidato Pechino verso l´accesso alla World Trade Organization, sanzione istituzionale per l´ingresso di 1,3 miliardi di persone nella sfida dell´economia globale. Ha aperto le frontiere liberalizzando i viaggi all´estero, tanto che oggi ci sono nel mondo più turisti cinesi che giapponesi (21 milioni all´anno). In economia Jiang è talmente "occidentale" che di recente ha accusato il suo successore Hu di non essere abbastanza liberista: per frenare il surriscaldamento della crescita l´attuale governo ha ordinato alle banche di ridurre il credito; un errore, secondo Jiang, che avrebbe preferito l´uso di strumenti di mercato come l´aumento dei tassi.
In politica il bilancio è controverso. Jiang ha consentito per la prima volta nella storia l´iscrizione al partito comunista degli imprenditori privati... come suo figlio, businessman al vertice di varie aziende tra cui il colosso elettronico Grace Semiconductors. La New Left cinese, rappresentata da intellettuali come Wang Hui, sostiene che quella decisione ha sancito la nuova natura del partito comunista, «ormai più vicino agli interessi dei capitalisti che dei lavoratori».
Nelle relazioni internazionali Jiang è considerato un falco, custode dell´intransigenza sulla questione di Taiwan. In realtà seppe ricucire i rapporti con l´Occidente dopo l´isolamento dell´89. Poi gestì con moderazione esemplare due crisi che potevano diventare gravi: il bombardamento Nato dell´ambasciata cinese a Belgrado nel 1999, e l´aereo-spia americano intercettato sui cieli cinesi nell´aprile 2001.
Ma sul suo bilancio politico ciò che pesa di più è proprio l´eredità di Tienanmen. Nella scelta di schiacciare le manifestazioni popolari - contro il parere di un´ala liberal del partito che voleva avviare la Cina verso un´evoluzione simile all´Europa dell´Est - c´è la visione comune a Deng e Jiang secondo cui «la democrazia occidentale non è adatta alla Cina». E´ una interpretazione del confucianesimo che giustifica la presunta vocazione paternalista della società cinese. Via via che la parola comunismo perde significato in un paese ormai più capitalista di noi - in fatto di pensioni e sanità la Cina assomiglia più all´America che all´Italia o alla Germania - il modello ideale di Jiang diventa l´autoritarismo di destra di Singapore. (Secondo il sinologo Bruce Gilley, la Cina di oggi assomiglia più alla Spagna verso la fine del franchismo, che non a un paese socialista). In realtà i cinesi non sono allergici alla democrazia. Lo hanno dimostrato nel passato: nel 1911 con Sun Yat Sen, nel 1949 nella breve fase moderata e pluralista del maoismo. Lo dimostrano oggi a Hong Kong e Taiwan... o nelle elezioni americane, a cui partecipano gli abitanti delle varie Chinatown di New York, San Francisco e Los Angeles.
Il modo in cui avvengono le dimissioni di Jiang segna un progresso per il sistema politico cinese. Il passaggio delle consegne dalla sua generazione a quella dei tecnocrati sessantenni Hu e Wen è il primo ricambio ordinato, senza spargimenti di sangue o arresti. Dai tempi di Mao fino a Tienanmen, le battaglie di successione avvenivano in maniera cruenta e destabilizzante per l´intera società, con incidenti aerei che facevano sparire l´erede al trono o guerre civili come la Rivoluzione culturale dal 1966 al 1976. È un merito postumo di Deng Xiaoping, che designò sia Jiang sia Hu, l´aver organizzato per due generazioni un metodo più civile. Tuttavia questa classe dirigente ha sepolto il suo passato nell´oblio: accusa il Giappone di non aver mai chiesto scusa per le vittime cinesi della seconda guerra mondiale, ma essa stessa si rifiuta di creare un museo sulle vittime della Rivoluzione culturale (proposto da molti intellettuali); né i manuali scolastici raccontano la verità sui 40 milioni di morti di fame per le scelte dissennate di Mao Zedong nel "grande balzo in avanti" del 1958-59.
Alla vigilia del Plenum il presidente Hu ha ribadito che il pluralismo democratico in stile occidentale sarebbe «un vicolo cieco» per la Cina. Per i più ottimisti quella professione di continuità con Jiang Zemin è un atto dovuto. Occorreva agevolare le dimissioni dell´anziano leader e non insospettirlo con strappi politici improvvisi. In almeno una occasione Hu e Wen hanno creato invece l´attesa di un cambiamento vero: nella crisi della Sars all´inizio del 2003 questo governo rinunciò d´un tratto alla censura delle notizie. Dopo mesi di opacità, di colpo il presidente e il primo ministro si fecero vedere negli ospedali in mezzo ai malati e adottarono una trasparenza dell´informazione mai vista prima. In questo Plenum del Comitato centrale, Hu ha fatto circolare un´indagine socio-culturale sui quadri del partito comunista che ne denuncia l´inadeguatezza, li definisce «incapaci di governare situazioni complesse». La lotta alla corruzione interna figura al primo posto nell´agenda ufficiale dei lavori. Il Quotidiano della gioventù comunista descrive una «emergenza sociale», parla di «una perdita di credibilità del partito tra la gente, che può sfociare nell´instabilità». Nell´ultimo decennio abbiamo imparato, anche a nostre spese, quanto la Cina è capace di trasformare la propria economia. Nel dopo-Jiang Zemin, il cambiamento potrebbe non essere più limitato all´industria, alla tecnologia e ai consumi.

buon compleanno, Vittorio!

Repubblica 19.9.04
IL PERSONAGGIO
Per i 94 anni di Vittorio Foa gli auguri del capo dello Stato

ROMA - Auguri delle massime cariche istituzionali e politiche a Vittorio Foa per i suoi 94 anni. «Il rigore morale e l´impegno civile a cui hai ispirato la tua vita», gli scrive fra l´altro il presidente Ciampi, «rafforzano nelle giovani generazioni i valori fondamentali di giustizia, di libertà e di solidarietà, patrimonio e risorsa della nostra democrazia». «Su questi valori», aggiunge Walter Veltroni, «si fonda il sentimento di unità nazionale, di pace, di apertura e di solidarietà». Antonio Bassolino ricorda la «vivacità» e la «rettitudine» del grande vecchio della sinistra italiana.