mercoledì 14 luglio 2004

schizofrenia:
in Italia 500.000 malati

Yahoo! Salute 13.7.04 17:49
PSICHIATRIA: SCHIZOFRENIA, IN ITALIA 500.000 MALATI


(ANSA) - ROMA, 13 LUG - La schizofrenia colpisce nel mondo un individuo su cento, mentre in Italia sono circa 500.000 le persone affette da questo disturbo. Una patologia che non e' pero', come pensano molti, incurabile. Anzi.
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanita', infatti, circa un terzo delle persone che si ammalano di schizofrenia guarisce e torna a svolgere una vita normale, senza ulteriori ricadute. Un altro terzo, invece, guarisce ma deve continuare ad assumere dei farmaci. La schizofrenia ha uguale prevalenza negli uomini e nelle donne, anche se in queste ultime i sintomi tendono a presentarsi con minore gravita'. Il picco dell'eta' di esordio, per i maschi, e' da collocare tra 15 e 25 anni e per le donne tra 25 e 35 anni, mentre il 90% dei soggetti in cura per ha un'eta' compresa tra 15 e 55 anni.
Ma quali sono le cause di questa malattia? Anche se la maggior parte degli esperti ritiene che la schizofrenia non abbia una causa unica (sembra che il disturbo sia attribuibile ad un insieme di fattori genetici e ambientali), il meccanismo alla base della patologia e' stato individuato nello squilibrio di due neurotrasmettitori, sostanze chimiche che trasmettono i messaggi, presenti nel cervello: la dopamina e la serotonina. In alcune aree del cervello dei pazienti affetti da schizofrenia, infatti, queste sostanze chimiche sono presenti in quantita' eccessive, mentre in altre scarseggiano. Maggiormente a rischio, comunque, sono proprio le fasce socioeconomiche piu' deboli, come hanno dimostrato vari studi. L'80% dei senza tetto ricoverati in ospedali a New York, ad esempio, soffre di condizioni associate a diagnosi psichiatriche, tra cui appunto la schizofrenia. In Italia invece, secondo una stima della Caritas e delle Acli, sono almeno 60 mila le persone senza fissa dimora e di queste il 26% circa e' affetto da problemi psichiatrici. Ma gli esperti lanciano anche l'allarme sui costi sociali legati a questa malattia. I dati piu' recenti dell'OMS hanno infatti dimostrato che la percentuale dei costi attribuibile alle malattie neuropsichiatriche (oneri che derivano alla collettivita' dalla mortalita' e dall'invalidita' provocate da una determinata patologia) e' dell'11,5%, cifra superiore a quella rilevata per le malattie cardiovascolari (10,3%) e oncologiche (5,3%). E tra i disturbi mentali la schizofrenia e' di gran lunga la malattia piu' costosa, con un costo pari a circa 8.800 Euro paziente/anno.
''Per questi malati - ha affermato lo psichiatra Eugenio Aguglia, dell'Universita' di Trieste, in occasione della presentazione della ricerca 'La schizofrenia vista da vicino' - e' fondamentale una diagnosi precoce del disturbo. Purtroppo, invece, questi pazienti giungono dallo specialista molto tardi e dopo percorsi inutili''. Necessaria, secondo lo psichiatra, e' dunque una maggiore sensibilizzazione e specializzazione dei medici di base, che dovrebbero fare da ''primo filtro'' indirizzando i pazienti dagli specialisti. Della stessa opinione il direttore dell'Unita' di Psichiatria ed epidemiologia comportamentale dell'ospedale Cotugno di Napoli Fabrizio Starace, che ha sottolineato come il tempo medio che intercorre tra l'insorgere dei primi sintomi della malattia e il contatto con la struttura di cura sia di 4 anni e mezzo. Quanto ai pregiudizi, secondo Starace derivano innanzitutto da ''conoscenze incomplete e distorte''. Ma c'e' un dato positivo: ''Da una recente indagine tra circa 2.000 giovani, nell'ambito della campagna contro lo stigma della malattia mentale promossa dal ministero della Salute - ha concluso l'esperto - emerge che se il 72% dei ragazzi intervistati dichiara di non avere sufficienti informazioni sulla malattia mentale, ben l'84% afferma di voler conoscere maggiormente queste problematiche''.(ANSA).

per l'85% dai pazienti schizofrenici la diagnosi arriva in ritardo

Yahoo! Notizie - Salute Martedì 13 Luglio 2004, 19:03
Schizofrenia: 85% Pazienti Arriva Tardi a Diagnosi, Colpa Pregiudizio


Roma, 13 lug. (Adnkronos Salute) - Il pregiudizio e' ancora il peggior nemico delle persone con malattie mentali. Per l'85% dai pazienti schizofrenici la diagnosi arriva in ritardo proprio a causa del giudizio negativo che accompagna queste patologie e della paura di essere 'marchiati'. Lo rivelano gli psichiatri italiani intervistati per un'indagine conoscitiva sulla schizofrenia in Italia che ha coinvolto anche pazienti, familiari e popolazione generale, interrogati su diversi aspetti della malattia. La ricerca, promossa da Bristol Myers Squibb, e' stata presentata oggi a Roma nel corso del seminario 'Schizofrenia vista da vicino' che si e' svolta al Palazzo dell'informazione del gruppo Adnkronos.Secondo gli psichiatri solo il 15% dei pazienti arriva dallo specialista al comparire dei primi sintomi. ''Eppure - ha spiegato Eugenio Aguglia, professore di Clinica psichiatrica all'universita' di Trieste, intervenuto all'incontro - un trattamento tempestivo da' ottimi risultati in termini di controllo della malattia''. Non solo. ''Alcune esperienze portate avanti anche in Italia - aggiunge Fabrizio Starace, direttore della Unita' operativa complessa Psichiatria ed Epidemiologia dell'ospedale Cotugno di Napoli - dimostrano che si potrebbe ridurre della meta' il numero di diagnosi 'ritardate' con un buon 'filtro'. Preparando, cioe', i medici di famiglia a riconoscere i primi segni''. Ma la realta' e' ben diversa. ''Uno studio nord americano - continua Starace - rivela che, in media, trascorrono circa quattro anni e mezzo tra la comparsa dei primissimi segni di schizofrenia (sintomi prodromici) e il primo contatto con una struttura psichiatrica specialistica''.Gli specialisti sono convinti della necessita' di costruire una 'rete' di supporto attorno al paziente, formata dalle associazioni e dalle strutture di assistenza. Ma anche dell'opportunita' di una decisa azione socio-culturale per vincere lo stigma della malattia mentale e le false credenze sulla schizofrenia. In particolare, l'idea che non possa essere curata e che i malati siano violenti, pericolosi e inaffidabili. ''La malattia mentale - spiega Paolo Pancheri, docente di Clinica psichiatria all'universita' La Sapienza di Roma - suscita angoscia. Se ne parla poco e si conosce ancora meno. Cosi' il pregiudizio ha vita facile. Eppure alcune esperienze positive di divulgazione attraverso il cinema, come con il film 'A Beautiful mind', mettono in evidenza come sia possibile suscitare interesse per la malattia comunicando in maniera corretta''. L'indagine presentata oggi rivela che due terzi della popolazione italiana (64%) ritiene di conoscere la malattia mentale e il 53% del campione pone la schizofrenia tra le forme piu' gravi, seguita da depressione e fobie. Ma per gli psichiatri si tratta di una convinzione infondata perche', alla prova dei fatti, e' il pregiudizio a emergere. Non a caso il maggiore timore espresso dagli intervistati e' che una persona schizofrenica possa provocare guai a se' e agli altri (53%) e possa rovinare la famiglia in cui vive (41%). A sorpresa nei piccoli centri (meno di 10 mila abitanti), e' piu' radicata la convinzione che, se trattata adeguatamente, la persona malata possa vivere in armonia nel proprio contesto sociale. Per quanto riguarda i pazienti intervistati, invece, le aspettative maggiori sono quelle di avere una relazione affettiva (25%), un lavoro stabile (20%) e amici (15%). Principale punto di riferimento e' lo psichiatra per il 64% dei malati. Infine le famiglie: nella maggior parte dei casi sono le donne a farsi carico del malato (61%), quasi sempre madri e sorelle. E sono sempre le donne ad accorgersi per prime dei sintomi. All'insorgere dei 'segnali' della patologia, la famiglia chiede aiuto allo specialista, su consiglio del medico di famiglia. Ma anche secondo i congiunti (66%) il pregiudizio ritarda la visita dallo psichiatra. (Ram/Adnkronos Salute)

Kataweb Salute Roma, 13 7.04 15:49
Convegno su schizofrenia, resistono tabu tra i giovani
di Gianugo Berti


Ventisei mila euro all'anno è il costo medio per cura ed assistenza annua di un paziente schizofrenico in Italia. Il dato è emerso dal seminario di studio sulla salute mentale, patrocinato dal ministero della Salute su iniziativa di Bristol-Myers Squibb svoltosi a Roma. Si conosce di più sulla salute mentale oggi, ma i tabù, specie fra i giovani, rimangono. I due terzi del campione d’indagine ritiene di conoscere i disturbi psichiatrici, solo un terzo, però, crede nelle possibilità di un recupero sociale. Paura, ignoranza, indifferenza la fanno ancora da padrone.
Secondo il sottosegretario Antonio Guidi, quando un trapianto di cuore non ha successo per colpa del rigetto d’organo, nessuno osa mettere in discussione io valore della trapiantologia. Questo non avviene per le malattie psichiatriche che, da un fatto di cronaca, vengono generalizzate e penalizzate. Rimane comunque, insostituibile, il ruolo psicologico, affettivo e sociale della famiglia. Gianugo Berti

Antonio Guidi sulla malattia mentale

Yahoo Salute 13.7.04
PSICHIATRIA: GUIDI, NO A CRIMINALIZZAZIONE MALATTIA MENTALE


(ANSA) - ROMA, 13 LUG - ''Chi vuole 'psichiatrizzare' la societa' e' l'unico vero folle: ci sono infatti degli estremisti che vedono in ogni atto negativo e violento la presenza di qualche folle; invece, si tratta di atti del vivere quotidiano e che sono imprevedibili''. L'invito a non attribuire alla malattia mentale, attraverso una fuorviante generalizzazione, tutti gli atti di violenza che caratterizzano la cronaca quotidiana arriva dal sottosegretario alla Salute Antonio Guidi.
Guidi ha inoltre sottolineato, in occasione della presentazione della ricerca 'La schizofrenia vista da vicino', come la psichiatria sia ancora spesso considerata ''residuale'' rispetto alle altre branche della Medicina: ''Una visione perversa - ha affermato - che danneggia in primo luogo il paziente. La psichiatria, infatti, non e' la ruota di scorta della Medicina e puo' rappresentare, al contrario - ha aggiunto - un buon esempio per le altre discipline mediche, soprattutto per la sua dimensione a livello territoriale''. Guidi ha anche fatto riferimento al ruolo fondamentale della psichiatria infantile: ''La meta' delle sofferenze degli adulti - ha detto - potrebbero essere prevenute attraverso una corretta diagnosi nell'infanzia. Purtroppo - ha concluso il sottosegretario - il concetto di salute mentale non e' ancora prenetrato nell'opinione pubblica, poiche' il benessere mentale e' qualcosa che non si vede e, come tale, 'conta di meno' ed e' percepito come meno importante''. (ANSA).

due libri sulla mente

Corriere della Sera 14.7.04
ELZEVIRO Tra semiotica e biologia
Che hanno in comune Van Gogh e l’amore
Solo un’entità naturale oppure qualcosa di simile a poesia e arte?


L’uomo si è prima interrogato sul mondo e sulla sua origine, costruendo miti e leggende alle quali nessuno probabilmente ha mai creduto veramente. Poi si è occupato della morte e della vita dei viventi oltre la morte, proponendo una varietà di soluzioni alle quali ha creduto e crede. Infine, soprattutto da quando la vita media si è allungata, si è occupato della mente, della sua forza e delle sue contorsioni. Intorno a questo tema si sta ancora dibattendo e sono sempre più numerosi i libri che trattano di questo argomento, tanto sul versante della psiche e del comportamento quanto su quello del cervello e del suo funzionamento. Alcuni (pochi) di questi libri hanno una base scientifica riconoscibile che fa riferimento alle scoperte fatte dalle neuroscienze in questi ultimi anni; altri (e sono la maggioranza) propongono una visione più speculativa, a volte anche molto ardita ed elaborata.
Il pregio delle opere di questo secondo tipo è quello di essere in genere di più agevole lettura e spesso più interessanti. E interessanti e stimolanti sono certamente due libri di recente pubblicazione: Mente, segno e vita di Felice Cimatti (Carocci) e L’esca amorosa di Paolo Crocchiolo (Stampa Alternativa). Cimatti che insegna a Scienze della Comunicazione ha prodotto un piccolo libro che si presenta come un manualetto per gli studenti, ma come dichiarato esplicitamente fin dal sottotitolo, ha l’ambizione di proporre una particolare visione della filosofia della mente, anzi una «ridefinizione complessiva del campo dei problemi di questa disciplina».
Che cosa propone il nostro autore, un esploratore solitario e vagamente iconoclastico della mente e della non-mente? Propone una visione collettiva della mente, anzi delle menti, iscritta nel quadro di riferimento di una semiosi universale. Pur avendo un fondamento nella biologia e quindi nella materia, le funzioni mentali ne esorbitano. Sono un fenomeno «naturale senza essere materiale». Sono qualcosa d’altro, come dicono in tantissimi senza dirci quasi mai bene in che cosa consiste questo altro. Cimatti non tergiversa: la mente è una «entità naturale» capace di cogliere il significato dei segni nel quadro di una semiosi collettiva esplorata dalla semiotica.
La sua via regia è quindi la semiotica. Ma che cos’è un segno? Nel suo Trattato di semiotica generale (Bompiani, 1975) Umberto Eco propone «di definire come segno tutto ciò che, sulla base di una convenzione sociale previamente accettata, possa essere inteso come qualcosa che sta al posto di qualcos’altro» aggiungendo con Peirce «sotto qualche aspetto o capacità». Per evitare alcune critiche di base Eco aggiunge anche che l’interpretazione, come l’interprete, non deve essere necessariamente reale; basta che sia anche solo possibile, cioè concepibile. Il vantaggio di una tale posizione è evidente: la mente e il mentale vengono liberati da ogni tipo di meccanicismo e dalle strettoie di un approccio riduzionistico di stampo fiscalista.
Il prezzo pagato è però molto alto. Se la mente umana è altra, anche le menti animali sono altre, quindi anche il comportamento e infine l’essenza stessa della vita si pongono al di là di ogni considerazione di natura materiale. Si approda così ad una contrapposizione «animato-inanimato» che sembrava sepolta una volta per tutte. Cimatti non ha paura di trarre fino in fondo queste conclusioni. Prima afferma che la parata di corteggiamento di un maschio in amore «è un fenomeno pienamente naturale senza essere riducibile ad un fenomeno fisico». Poi sostiene che «nessuno ha mai trovato, dentro una cellula, la particolare entità materiale che la rende viva; di più, se si volesse scoprire l’entità materiale che rende viva una cellula analizzandone l’interno, si otterrebbe il solo - desolante - risultato di ucciderla». Conclude infine inneggiando ad un «inestricabile intreccio fra fenomeni semiotici, mentali e biologici».
Quasi opposto è invece l’approccio scelto da Crocchiolo che sposa una visione biologica marcatamente evoluzionistica degli esseri umani e del loro mondo. Si tratta di un piccolo e leggero libretto scritto più per intrattenere che per istruire o indottrinare. La cosa che mi ha colpito di più leggendolo tutto d’un fiato è stato che, nonostante un certo ardimento speculativo, è praticamente esente da errori biologici, una cosa molto rara nelle pagine dei non addetti ai lavori, e a volta anche in quelle dei cosiddetti esperti. Con lucidità e con spirito, il nostro inquadra una serie di fenomeni umani - dai misteri del sesso e dell’amore a quelli della bellezza e dell’apprezzamento dell’arte, dalla concettualizzazione alla prospectiva pingendi , dal senso morale alla predisposizione al diabete, per finire con la mente e le emozioni - in una prospettiva evoluzionistica illuminata e incredibilmente aggiornata.
«Che cosa hanno in comune - si chiede Crocchiolo all’esordio - un quadro di Van Gogh, una passeggiata nel parco, un amore che finisce e la progettazione di un ponte? La risposta è: la mente umana, la mente di ciascuno di noi, ovvero la mente della specie umana». Come si vede, infinite sono le vie che portano alla mente e ci si può arrivare anche senza sacrificare né il rigore né la poesia.

il poeta
Mario Luzi compie novant'anni

La Gazzetta del Mezzogiorno 14.7.04
Incontro con Mario Luzi, decano dei letterati italiani, che quest'anno compie novant'anni
La realtà è nella parola dei poeti
Se sa guardare nel cuore delle cose, ha valore assoluto anche oggi
di Giusi Verbaro


A guardarsi attorno, col rispetto che è dovuto ai paesaggi dell'anima, ci si accorge che sullo sfondo si erge maestosa la cupola di Santa Maria del Fiore e che ai tre lati fanno corona le dolci colline di Firenze: Arcetri, Fiesole e Settignano, con la bellezza dei luoghi senza tempo. Qui abita, in via di Bellariva sul Lungarno, Mario Luzi, il maggiore poeta italiano vivente, che nel prossimo ottobre compirà novant'anni. Lei, artefice e testimone della grande poesia del Novecento, può preconizzare dove va la poesia all'inizio del nuovo millennio. «Non so dare risposte consolanti perché non sono particolarmente ottimista. Anzi, se devo dire la mia con sincerità, mi pare che il secolo, soprattutto nelle sue ultime appendici o pagine poetiche, si presenti non esaltante. Non parlo di momenti alti di poesia che pure ci sono stati, ma parlo dell'andamento di quest'ultima parte del Novecento. Il secolo si è concluso. Numericamente sì, ma noi sappiamo che il passaggio tra un secolo e l'altro è sempre molto graduale. È stato così anche nel passaggio tra il primo e il secondo Novecento, con una graduale, anche se sostanziale differenziazione di impostazione e ideazione del testo letterario». Certo, la definizione o la chiusura di un periodo letterario non è mai un fatto cronologico. Il secolo appena trascorso, poeticamente parlando, mantiene ancora le sue propaggini e il suo orientamento. Ma qual è dunque questo orientamento? «L'orientamento che io rinnego e condanno, perché nemico di quelle esperienze in cui viene messo in primo piano lo spirito, è il minimalismo. Si chiami così o no, si riconosca per questo o no. E questo ripiegare della poesia su piccole constatazioni esistenziali, rimandando tutto. Una specie di deriva nichilista che tende a rimuovere o evitare grandi progetti sull'uomo, le grandi domande capitali, quelle che danno senso alla vita dell'uomo, al suo futuro e al suo stesso esistere e che la poesia, assumendo a proprie ragioni, riconosce prioritarie per il suo stesso esistere». Ritiene, dunque, che la poesia italiana nell'ultima parte del secolo abbia perduto la sua funzione «ontologica» e quei valori che lei hai sempre rivendicato come capacità di riconoscimento e ricostruzione dell'uomo e dei suoi equilibri? «In buona parte sì: naturalmente tali valori, tali tensioni, possono in qualcuno essere ancora sottintesi, ma in altri sono, diciamo, del tutto accantonati o messi in discussione, assieme a quella che è la cifra sacrale della poesia. D'altronde, è tutta l'umanità che oggi sta precipitando nella sua autodenigrazione». È dunque l'interesse ai grandi temi dell'esistenza che manca alla poesia oppure manca la forza per esprimerli? «L'una e l'altra cosa. L'orizzonte ristretto tende al minimo e si fa forte della sua minimanza. Per me questo clima è un epilogo. Non ha nessun carattere di inizio o di promessa». A nostro parziale conforto non vorrebbe fare un nome di poeta che faccia eccezione al clima «minimalista» e rinunciatario e che si apra ad orizzonti diversi? «Certo, potrei farne più di uno. Ma cito Cesare Viviani che stimo molto. Viviani mi pare abbia in sé qualcosa di diverso. Non a caso pone nella sua poesia i grandi problemi con rara forza testimoniale. È tutto in chiave laica e religiosa assieme. Ecco un poeta che vive la poesia e la vive non in astratto. Ciò non vuol dire che in questo fine di secolo non ci siano poeti di piacevole lettura. Guardo soprattutto ai giovani perché è a quella generazione che bisogna fare riferimento. Guardare con speranza al futuro. È questo il quadro. Ma bisogna aggiungere che momenti come questo che noi stiamo vivendo si ripetono spesso nella storia. Sono momenti di interlocuzione. Poi succede che qualcuno arriva e sconvolge tutto il clima. E riapre prospettive. Così come, a inizio Novecento, fecero D'Annunzio e Pascoli». Ma c'è qualcosa, un barlume, un indizio, che oggi vede e che le pare foriero di aperture, di novità? «Mi pare, intanto, che da un po' di tempo si assista a un nuovo desiderio di comunicabilità tra gli artisti. Quasi un tentativo a uscire dagli isolamenti, dalle specificità che il Novecento ha creato: notiamo musicisti, pittori che si accostano ai poeti. E viceversa, quasi a cercare un'intesa, un linguaggio comune». Il linguaggio, appunto. Pensa che al passaggio del millennio qualcosa vada mutando nel rapporto tra la parola e la «cosa»? Quale ritiene possa essere il dinamismo tra la realtà oggettiva e la realtà mutuata dalla poesia? «Riguardo al linguaggio, io vedo una tendenza possibile alla semplificazione. Non alla semplificazione nel senso di riduzione del contenuto, ma come abbandonare quel più di ornamentale, retorico, decorativo che la poesia si è trascinata dietro per tutto il secolo. È stato un po' un carattere, mi pare, del Novecento. In pochi hanno sacrificato tutto il resto, ma non il nucleo per agganciare un volo alto sulle cose del mondo. Aspetto qualcuno che dia un colpo d'ala. Ma, per farlo, bisogna che ci sia una motivazione forte. Per ora non trovo motivazioni forti. Non ne avverto il presagio. Quel che comincio a notare e con vero piacere è, come dicevo, la tendenza alla semplicità». Può essere questa tendenza alla semplicità anche la cifra che può restituire vitalità alla poesia e capacità di ricostruire innanzitutto lo spirito dell'uomo? «Sì, in parte. Ma qui ci vuole appunto l'uomo. Per ora, l'unico segno di riconciliazione tra la parola e l'esistere che io vedo è appunto la tendenza all'abbandono delle circonlocuzioni. È un elemento, ma non può essere il solo». Da quanto mi dice è chiaro che tutto parte e procede dagli eccessi di certe avanguardie, i cui epigoni hanno a lungo rappresentato, e ancora oggi rappresentano, un certo modo di fare poesia. Ed è altrettanto chiaro che si può venire fuori da ciò proprio cercando le ragioni stesse del poetare. Ovvero rinnegando i laboratori, gli alambicchi semiotici di una poesia «linguistica» e modernista che si nega alla trasparenza della lingua. «Sì, rifiutando il puro verbalismo. Il verbalismo superfluo che si realizza in un clima spesso ideologico e che rischia di rendere infecondo il terreno della poesia». In questa sua ottica delle cose, mi permetto di chiederle come va considerato il valore precipuo che oggi si dà ad alcune linee regionali enfatizzate fino a essere elette ad altezza di «canone del Novecento»? «Tutto può essere dichiarato e tutto può essere opinabile. Per intanto, però, lascerei in alto nella sua nicchia di valore Vittorio Sereni, che niente ha da spartire con gli epigonismi in suo nome. Sereni è stato un innovatore del linguaggio con una sua grande forza espressiva e una grande carica morale. Non la stessa cosa si può dire di coloro che si sono chiusi nei loro minimalismi». Ma perdoni la provocazione: non è possibile che sia l'ironia oggi il mezzo più sicuro, e meno dolorosamente personalizzato, per rappresentare le cose e il loro difficile svolgersi? «La poesia deve trovare una liturgia, una salvezza, un'etica. Certo, anche l'ironia può essere etica del vivere e dello scrivere, se l'ironia sa diventare linguaggio mimetico e rappresentativo. Ma la realtà, per i poeti, non è quella che viene indicata già come tale. La realtà la scopre proprio il poeta. E in generale la sua realtà non coincide affatto con ciò che viene considerato reale. Il reale della definizione sociologica o comune, insomma. Cosa è reale lo dice il poeta. Che cosa è stato reale nel Novecento non lo ha detto la filosofia che era allo sbando. L'ha detto Rebora. L'ha detto Eliot. La parola dei poeti ha valore assoluto anche oggi, se sa guardare nel cuore delle cose».