sabato 19 febbraio 2005

indagine a Torino
il pm Guariniello contro gli antidepressivi ai bambini

La Stampa 9 Febbraio 2005
L’INDAGINE DEL PM GUARINIELLO COINVOLGE MEDICI E FARMACISTI
Antidepressivi ai bimbi
Trenta sotto inchiesta

Sono accusati di avere prescritto e venduto prodotti che per legge
non possono essere somministrati a chi ha meno di diciotto anni
Un centinaio le ricette individuate dalla procura da ottobre a oggi
Alberto Gaino
I DISTURBI PSICHICI
In base ad un recente studio della Food and Drug Administration la depressione colpirebbe il 2,5% dei bambini americani e l’8% degli adolescenti, il Disordine Ossessivo-Compulsivo (DOC) il 2% di entrambe le fasce d'età. Un problema tutto d’oltreoceano? Niente affatto. Pur restano su cifre meno allarmanti, il DOC rientra tra le prime 10 malattie che affliggono i bambini della Comunità Europea, in particolare i paesi del nord Europa. Forse un segno dei tempi: ora che gravi patologie infettive sono quasi dimenticate emergono i disturbi dell'umore.

I CONSUMI
Secondo il dipartimento Salute mentale di Trieste, dall’1,5 al 3% di italiani soffre di problemi gravi, il 25% denuncia stati di sofferenza psichica almeno una volta all’anno. Nel quadriennio 2000-2003 la vendita degli psicofarmaci in Italia è cresciuta del 75%. Si conta che vengano vendute circa 50 confezioni di antidepressivi ogni 100 abitanti, oltre a 126 di benzodianzepine (ansiolitici e tranquillanti) e 20 di antipsicotici. In pratica, quansi una confezione a famiglia. Eppure, rispetto ad altri paesi dell’Europa e del mondo siamo tra gli utilizzatori di psicofarmaci più morigerati.

Una trentina fra medici di famiglia, pediatri e farmacisti sono indagati dalla procura per aver somministrato antidepressivi a ragazzi e bambini. Un centinaio le ricette «fuorilegge», che avrebbero cioè violato le più recenti disposizioni secondo le quali queste sostanze non possono essere somministrate a chi ha meno di 18 anni.
I medici non avrebbero osservato il divieto, i farmacisti non avrebbero vigilato sulle prescrizioni presentate loro, con specifica indicazione dell’età del paziente. Si ha notizia della svolta dell’inchiesta del procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e del pm Laura Longo dopo che i primi «avvisi a comparire» sono stati inviati agli indagati torinesi. Per altri medici inquisiti sono state inviate le segnalazioni di rito alle procure territorialmente competenti. Il reato contestato: somministrazione pericolosa di farmaci.
Ad identificare pediatri, altri specialisti, medici di base e farmacisti sono stati i controlli ordinati dai magistrati alle Asl che raccolgono le prescrizioni. A partire dall’ottobre scorso quando, in Italia, la Cuf (la Commissione unica del farmaco) e il ministero della Salute hanno disposto il divieto di prescrizione ai minori dei farmaci contenenti paroxetina come principio attivo. Era stata l’agenzia inglese del farmaco a lanciare l’allarme pubblicando una ricerca sull’inutilità, in primo luogo, dell’azione dell’antidepressivo sui minori. E sugli effetti collaterali della sua somministrazione in età prematura: reazioni di ostilità, pulsioni suicide nei minori.
Effetti di cui dubitano alcuni specialisti, ma che non ha fatto tentennare il ministero e che l’hanno indotto a due iniziative. La prima: l’obbligo di pubblicare sui «bugiardini» dei farmaci il divieto di somministrare paroxetina ai minori. L’altra si è tradotta in una lettera a tutti i medici, la «dear doctor» che richiama l’attenzione sui problemi emergenti.
I magistrati hanno registrato l’allarme negli ambienti medici qualificati e fatto scattare la soglia di attenzione per il rispetto dei nuovi divieti: la constatazione che negli ultimi mesi dell’anno scorso, a partire da ottobre, siano stati rintracciate prescrizioni fuorilegge nell’ordine di un centinaio fa pensare una disubbidienza più estesa. Tant’è che la procura ha disposto un successivo screening sulle prescrizioni di paroxetina in questi primi mesi del 2005.
La paroxetina non è il principio attivo del Prozac, l’antidepressivo cui subito si pensa: è il più noto, il più diffuso. Ma appartiene a una famiglia affine per cui non è scattato il divieto. Almeno per ora. La paroxetina è commercializzata nel nostro paese come Seroxat Gsk, Eutimil Valda Lab Farm, Sereupin Abbott, Paroxetina Eg e Paroxetina Merk Generics Italia, e Daparok. Sono questi i prodotti off limits ai minori di 18 anni.
Per comprenderne anche il successo conviene risalire all’informazione scientifica: la paroxetina è una molecola con un’azione inibitoria e selettiva sulla ricaptazione della serotonina nei neuroni cerebrali, rivelatasi efficace non solo nella cura delle depressioni, ma anche per tenere sotto controllo i disturbi di tipo ossessivo-compulsivo, attacchi di panico, fobie di vario genere. E, diversamente dagli psicofarmaci antidepressivi, non altera le funzioni psicomotorie. Ma se può provocare reazioni di ostilità e persino reazioni suicidiarie nei bambini e negli adolescenti....
La «dear doctor» ministeriale, rintracciabile come documento su Internet, è molto chiara: «I risultati di clinical trial condotti su bambini e adolescenti per ottenere l’estensione delle indicazioni terapeutiche al trattamento della depressione in queste fasce d’età non hanno dimostrato l’efficacia della paroxetina rispetto al placebo e hanno altresì evidenziato un maggior rischio di comportamenti autolesivi nel gruppo trattato con paroxetina rispetto al placebo».
La diffusione e l’uso di medicinali a base di paroxetina si è quintuplicato fra il 2000 e il 2002. Secondo uno studio dell’Istituto Mario Negri il fenomeno della somministrazione a bambini e adolescenti di antidepressivi è in continua espansione.

La Stampa 19 Febbraio 2005
IL PARERE DEL NEUROPSICHIATRA, DEI RAPPRESENTANTI DEI MEDICI DI FAMIGLIA E DEI PEDIATRI
«E’ l’unica terapia che abbiamo»
Marco Accossato

«Mi chiedo che alternativa ha uno specialista se si trova di fronte a un paziente con una sintomatologia acuta. Ad esempio uno di quei ragazzi o ragazze che hanno tentato il suicidio. Che cosa può fare il medico, se non ricorrere agli anti-depressivi?».
Il professor Roberto Rigardetto, responsabile della Neuropsichiatria Infantile al Regina Margherita, sintetizza così, con una domanda, la questione aperta dall’inchiesta della procura. «E’ vero, i bugiardini sconsigliano l’uso di questi farmaci prima dei 14 anni - conferma Rigardetto -, ma sono l’unica possibilità che abbiamo di fronte alle depressioni importanti».
Si calcola che i ragazzi pre-adolescenti e adolescenti che soffrono di depressioni importanti vadano dal 4 al 10 per cento del totale. «E’ ovvio - prosegue il professore - che se prescrivo uno psicofarmaco a un ragazzino perché è un po’ triste e svogliato commetto un grave errore, ma nei casi più seri è una terapia indispensabile». L’importante, ricorda Rigardetto, è rispettare quattro regole fondamentali: che queste sostanze siano usate con attenzione, dosandole, per un tempo limitato, e in collaborazione con i genitori». Conclude: «La psicoterapia è una strada importante e utile, ma ha tempi lunghissimi: non può essere la risposta giusta a una crisi acuta. La risposta alla crisi acuta sono gli antidepressivi».
Rifiuta le accuse anche il dottor Mario Costa, segretario della Federazione dei Medici di famiglia (Fimg): «Mentre da un lato rimbalza nei nostri studi medici la grande raccomandazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità a non trascurare la depressione nell’adolescenza, dall’altra ci troviamo di fronte alla difficoltà di prescrivere questi farmaci. Farmaci che, voglio ricordare, non sono “proibiti”, ma “sconsigliati”». In scienza e coscienza, dice il dottor Costa, «tra il pericolo che un giovane depresso arrivi al suicidio e il rischio di trovarsi sotto accusa per aver prescritto un antidepressivo, il medico deve innanzitutto pensare al paziente. Quindi prescrivere il farmaco. Per il bene del malato. Oltretutto c’è sempre un’indicazione dello specialista».
I farmaci finiti nell’inchiesta della magistratura sono inibitori di ricaptazione della serotonina, sostanze di ultimissima generazione che rispetto a farmaci più vecchi hanno meno effetti collaterali, sono efficaci già a basso dosaggio, e non richiedono il controllo periodico dei livelli che il farmaco raggiunge nel sangue. Agiscono sul tono dell’umore, per riportarlo ai livelli di normalità.
Tra accusa e difesa, la questione resta insomma controversa. Innanzitutto: spetta ai farmacisti controllare l’appropriatezza di una prescrizione fatta da uno specialista? Non solo: tempo fa il dottor Nico Sciolla, segretario della Federazione italiana medici pediatri (Fimp) aveva sostenuto che «in Italia non mi pare proprio ci sia un abuso di psicofarmaci per curare bambini e adolescenti», e che «se la depressione nasce da un problema ambientale è meglio pensare alla psicoterapia d’ascolto, ma se le origini del disturbo sono di tipo patologico è preferibile rivolgersi a un neuropsichiatra e seguire una cura farmacologica». Tesi, quest’ultima, respinta da Claudio Aimone, dell’Osservatorio sulla Salute Mentale, consulente accreditato di «Giùlemanidaibambini», la principale campagna italiana di sensibilizzazione contro gli abusi di psicofarmaci in bambini ed adolescenti. «Le evidenze danno torto ai sostenitori dello psicofarmaco: dopo la decisione del ministero della Salute inglese di vietare la paroxetina, negli Stati Uniti è diventato obbligatorio per i produttori segnalare sulle confezioni di un’ampia gamma di antidepressivi che gli stessi possono indurre al suicidio».

La Stampa 19 Febbraio 2005
IL FENOMENO ANALIZZATO DA TILDE GIANI GALLINO: UN INQUIETANTE SEGNO DEI TEMPI
La psicologa: vittime del nostro infantilismo
«Le prime denunce sull’abuso di sedativi arrivano dalle elementari»

Francesca Paci

Figli del Prozac? Figli piuttosto di una società di struzzi, che nasconde nella sabbia testa e problemi esistenziali. Gli esperti di psicologia infantile leggono nell’abbraccio mortale tra antidepressivi e bambini un allarmante segno dei tempi. Che società è quella che affida ai tranquillanti l’inquietudine dei propri ragazzi? Secondo una ricerca dell'istituto di ricerche farmacologiche «Mario Negri» di Milano, pubblicata poche settimane fa sul British Medical Journal, le prescrizioni di antidepressivi a pazienti minorenni sono quadruplicate negli ultimi anni. Un’abitudine che si prende in casa. Il nostro paese conta 50 confezioni di psicofarmaci ogni 100 abitanti. Vuol dire che quasi ogni famiglia ne tiene in casa una riserva.
I più piccoli proiettano ingigantite le insicurezze degli adulti. Tilde Giani Gallino, docente di Psicologia dello Sviluppo all’Università di Torino rovescia la prospettiva: il dilagare del Prozac tra i ragazzini non dipenderebbe dalla loro precoce e patologica voglia di crescere ma, piuttosto, dall’infantilismo dei grandi. Genitori e medici. Sentite: «Viviamo in una società che sfugge le preoccupazioni, si abusa delle medicine nell’illusione di rendere la vita meno difficile. E’ naturale che di fronte ad un bambino troppo apatico o troppo agitato si faccia ricorso agli psicofarmaci».
Nel 2002, negli Stati Uniti, due milioni e 100 mila ricette per antidepressivi sono state prescritte per minori di 18 anni. Pochi mesi fa il governo di Londra ha vietato questo tipo di somministrazioni, 50 mila bambini inglesi risultavano allora in cura con antidepressivi. E l’Italia? Il caso di Torino fotografa la punta di un fenomeno sommerso e molto diffuso. Continua la Giani Gallino: «L'abitudine all’uso dei sedativi è più comune di quanto si creda. Le denunce ci arrivano dagli insegnanti, soprattutto elementari, raccontano di ragazzini con comportamenti strani, che si addormentano sui banchi, che passano da grandissima vivacità a strane forme di apatia». Figli del Prozac e di una società di struzzi. E domani, che genitori saranno a loro volta? «Gli effetti peggiori dei tranquillanti sono sulla volontà. Non è tanto una questione di dipendenza: il ragazzo che si impasticca si abitua a vivere in modo deresponsabilizzato. Impara che c’è una soluzione artificiale alla depressione ed ai problemi, scappa».
Le storie di adolescenti che si sono uccisi o sono diventati violenti dopo aver preso psicofarmaci sono numerose ma restano spesso un dolore privato delle famiglie. Lo scorso anno la casa farmaceutica GlaxoSmithkline annunciò improvvisamente alcuni studi che dimostravano un aumento di suicidi tra i bambini trattati con Paxil, uno psicofarmaco. Dopo poco si associò la Wyeth, produttrice dell’Effexori, denunciando la scoperta degli effetti nefasti delle pillole in un’inchiesta pubblicata dal quotidiano americano «New York Times». Aneddotti dunque, ma anche test clinici.
«La cosa certa è che queste medicine modificano la personalità - continua Tilde Giani Gallino -. Vent’anni fa questi farmaci non c’erano, i genitori avevano ugualmente problemi a crescere i figli ma reagivano con l’autoritarismo. Siamo passati da un eccesso all’altro, il permessivismo incondizionato arriva fino alla somministrazione di pillole antidepressive, come fossero un surrogato alla felicità prêt à porter».

Ansa.it 19/02/2005 - 14:35
Psichiatria: con antidepressivi aumenta rischio suicidio
Emerge da uno studio canadese e britannico sugli adulti

(ANSA) - WASHINGTON, 19 FEB - Gli adulti che prendono antidepressivi come il Prozac sono più a rischio suicidio. La probabilità è due volte superiore dei pazienti di un gruppo di controllo a cui è stato dato un placebo, secondo uno studio canadese e britannico pubblicato nella British Medical Journal. Il risultato dello studio rispecchia l'esito di uno analogo, effettuato su bambini dall'Fda americana, l'agenzia che controlla la vendita di farmaceutici e alimenti.
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da martedì Liberazione sarà in una nuova veste grefica e in un nuovo formato
Bertinotti oltre il 60%

L'Unità 19 Febbraio 2005
L’organo di Rifondazione si rinnova. Sarà più grande, senza colore (solo la bacchetta rossa). E riproporrà la cultura in terza pagina
“Liberazione”, giornale per comunisti di governo
Maria Zegarelli

ROMA «Questa è la nuova veste grafica di Liberazione, che cambia, e questo è Fausto Bertinotti... che invece è sempre uguale, stesso stile». Inizia con una battuta e una risata generale la conferenza stampa di presentazione del quotidiano di Rifondazione Comunista che martedì sarà in edicola con un nuovo look. A presentarlo alla stampa è il direttore Piero Sansonetti, approdato in viale del Policlinico dopo una lunga carriera a «L’Unità». Con lui nella piccola hall del quotidiano, ci sono anche il segretario di Rifondazione Fausto Bertinotti e il segretario della Federazione nazionale della stampa, Paolo Serventi Longhi e l’ex direttore Sandro Curzi. Intanto sarà grande il doppio rispetto al formato attuale e poi non sarà più a colori, poche foto, a «prescindere», cioè non necessariamente legate al testo. In bianco e nero, con un unico tocco di rosso, «la bacchetta in prima pagina, come è tradizione di tutti i giornali di sinistra». È nuovo, ma rispolvera diverse cose dal passato, come la bella Terza pagina, quella «nobile», dedicata alla cultura fino a 15 anni fa e poi abolita. «Pensate un po’ il primo quotidiano ad abolirla fu l’Unità. L’allora capo servizio degli Spettacoli dell’Unità, che si chiamava Ferdinando Adornato prese quella decisione», dice Sansonetti. Dodici pagine in tutto, più un settimanale la domenica di 24 pagine pagine formato tabloid, con un supplemento libri di 8 pagine «a cui stanno lavorando scrittori noti e meno noti, ma tutti con grande entusiasmo», e un «timone» molto rigido. I numeri zero appesi nelle bacheche (dietro a Sansonetti e Bertinotti, ecco il perché di quella battuta iniziale di presentazione) raccontano un giornale sobrio, molto scritto, «perché siamo convinti che i giornali non sono come la Tv, vanno letti non guardati». Un giornale che dovrà parlare e far parlare «una sinistra che si candida a governare», che cambia e che non può sottrarsi «alla discussione, al confronto, dunque, che ha bisogno di strumenti» e Liberazione si candida ad essere uno di questi. Due le pagine dedicate alla politica, che però in questo caso vuole dire «il fatto del giorno» che non deve essere necessariamente quello avvenuto nei palazzi del potere e nelle sedi dei partiti. «La politica per noi significa raccontare come vive la gente, al di là delle battute di Rutelli o Berlusconi o dello stesso Bertinotti», aggiunge Sansonetti. Fausto Bertinotti, sorridente, è soddisfatto. «Mi piace, mi piace molto questo nuovo giornale. Perché penso in generale che provare la strada coraggiosa dell’innovazione dentro un contenitore elastico come un quotidiano sia una operazione culturalmente interessante». Gli piace il ritorno della Terza pagina e di quella cosa chiamata inchiesta «che ormai si fa sempre meno in Italia».

Prima Comunicazione 18.2.05
PRC/ DA MARTEDI' IN EDICOLA LA NUOVA LIBERAZIONE, 'RADDOPPIATA'

Sansonetti: Strumento per sinistra. Bertinotti: Classico e nuovo Roma, 18 feb. (Apcom) - Formato più grande, raddoppiato rispetto al vecchio; colore abolito, eccetto per il rosso sulla testata; esteri in primo piano, sempre a pagina 2 e 4; ritorno della 'terza pagina', quella che anni fa in tutti i quotidiani fu sostituita dagli 'spettacoli'. Da martedì, 'Liberazione', il quotidiano del Prc, si presenterà così in edicola. "Non sarà solo un organo di propaganda, ma qualcosa di più", promette Piero Sansonetti, direttore del quotidiano da qualche mese, dopo l'era Sandro Curzi. La presentazione del rinnovato giornale del Prc, partito che viaggia in direzione di un congresso nazionale (primi di marzo a Venezia) per tanti versi diverso rispetto agli altri, è avvenuta questa mattina al 'quartier generale' di via del Policlinico, con il segretario Fausto Bertinotti.
"La sinistra, chiamata al compito importante di governare questo paese e portarlo fuori da un ultimo decennio di pensiero uniforme, ha bisogno di un giornale di approfondimento", spiega Sansonetti. L'obiettivo è quello di "dare alla sinistra, e non solo a Rifondazione, uno strumento per compiere l'operazione di cercare nuove strade rispetto al liberismo. Vogliamo fare un giornale da leggere, visto che negli ultimi anni i giornali hanno cercato sempre di imitare la tv". Per questo la nuova Liberazione dimentica il colore, "a parte il rosso della testata, incancellabile a sinistra", e riscopre la terza pagina, "che fu abolita per prima dall'Unità, e in particolare da un giovane di grandi speranze: Adornato", dice ironico il direttore.
La domenica, il quotidiano sarà accompagnato da un supplemento di 24 pagine, di racconto di fatti di cronaca e letteratura, "cui stanno lavorando giovani scrittori come Balestrini e Carlotto", perché l'altro obiettivo è promuovere intorno al giornale una "nuova generazione di scrittori e intellettuali". Quanto alla politica interna, per la nuova Liberazione sarà fatta sia del 'palazzo' che della strada e "non è detto - spiega Sansonetti - che la notizia del giorno sia una dichiarazione di Rutelli o di Bertinotti, può darsi che sia invece la storia di un nuovo sbarco di immigrati...".
Soddisfatto Bertinotti, che apprezza la nuova veste del quotidiano di partito "perché - spiega - mi piace l'idea di una radicale propensione all'innovazione dentro un contenitore classico. Nella sua autonomia, l'operazione è molto convergente a quella che ci accingiamo a fare al congresso: dentro un contenitore tradizionale, un'innovazione radicale. E' un bel disporsi non solo perché ti dà punti di riferimento, ma perché questi punti di riferimento ti consentono di osare".

Affari nazionali
Congresso Prc
Per Fausto Bertinotti consensi oltre il 60%

Si va ormai attestando al 60% la maggioranza per Fausto Bertinotti in vista del VI congresso nazionale di Rifondazione comunista, convocato dal 3 al 6 marzo al Lido di Venezia. A congressi di sezione praticamente ultimati, mentre hanno preso l'avvio i congressi di federazione, per il segretario si conferma un importante successo politico. Secondo i dati in possesso della mozione 'bertinottiana' il risultato sarebbe intorno al 60,5%. Leggermente inferiore la percentuale al momento diffusa dalla maggiore componente dell'opposizione, l'area dell'Ernesto, che riferendosi all'89,7% dei congressi di circolo indica la mozione del segretario al 59,2%; mentre per i neoleninisti il riscontro e' al 26,1%, dato quest'ultimo che secondo gli uomini del segretario sarebbe pero' leggermente inferiore.

Charles Louis de Secondat barone della Bréde e di Montesquieu 1689/1755

Il Tempo 19.2.05
Montesquieu, così la luce della ragione fecondò il liberalismo europeo
di STEFANO B. GALLI

DUECENTOCINQUANT'anni fa, nelle prime settimane del 1755, quando festeggiò il suo sessantaseiesimo compleanno (era nato, infatti, a Bordeaux il 18 gennaio 1689), a Parigi incominciò a diffondersi una violenta epidemia febbrile. Charles Louis de Secondat barone della Bréde e di Montesquieu era debole fisicamente, malconcio in salute, quasi stanco di vivere; da molto tempo aveva ormai perduto l'uso della vista e gli ultimi capitoli dello «Spirito delle leggi» (il suo capolavoro, dato alle stampe sul finire del 1748 a Ginevra) li aveva dettati ai suoi segretari. Avvertendo l'approssimarsi del momento dell'estremo giudizio, nelle sue «Pensée» aveva già scritto: «Tocco quasi il momento in cui devo cominciare e finire, il momento in cui tutto si smaschera e si nasconde, il momento d'amarezza e di gioia, il momento in cui perderò finanche le mie stesse debolezze. Perché occuparmi ancora di qualche scritto frivolo? Cerco l'immortalità ed è in me stesso. Anima mia, ingranditevi! Precipitate nell'immensità! Tornate nel grande Essere!». Assai vulnerabile, sul finire del mese di gennaio fu colpito da una polmonite virale che, rapidamente, nel giro di una dozzina di giorni, durante i quali ripeteva spesso di nutrire una forte speranza, tuttavia «condita di timore», ne causò la morte. Era il 10 febbraio 1755. L'indomani, al mesto corteo che scortava la salma al cimitero di Saint-Sulpice partecipò il solo Denis Diderot, tra gli uomini di lettere e i philosophes. Nella miglior tradizione settecentesca, all'immortale autore dello «Spirito delle leggi» entro la fine di quel 1755 vennero dedicati due "elogi", l'uno firmato da Jean Baptiste d'Alembert, condirettore insieme a Diderot dell'Encyclopédie per il settore scientifico, e l'altro da Pierre Louis de Maupertuis, successore di Leibniz alla guida dell'Accademia delle Scienze di Berlino. Non è per nulla casuale che, rispettivamente, un matematico e un fisico, cioè due uomini di "scienza", abbiano firmato gli "elogi" di Montesquieu, per consegnarne ai posteri l'eredità intellettuale. Nella Prefazione di quel monumentale affresco che gli era costato vent'anni di lavoro, Montesquieu aveva scritto: «Molte volte ho cominciato, e molte volte ho abbandonato quest'opera; mille volte ho gettato al vento i fogli che avevo scritto; non trovavo la verità che per perderla; ma quando ho scoperto i miei princìpi tutto quello che cercavo è venuto a me; e nel corso di venti anni ho visto la mia opera cominciare, crescere, avanzare e giungere a compimento». E concluse le pagine introduttive con queste parole: «Quando ho visto quello che tanti grandi uomini in Francia, in Inghilterra e in Germania, hanno scritto prima di me, ho provato grande ammirazione, ma non mi son perso di coraggio. "E io anche son pittore", ho detto con il Correggio». Il riferimento al pittore parmense Antonio Allegri, detto Lætus, ammirato dai francesi e poi da Stendhal, è in lingua italiana nel testo francese ed è assai significativo poiché rivela l'intendimento montesquieiano di descrivere e di analizzare sin nei minimi particolari i meccanismi più profondi del funzionamento di una società politica nei suoi rapporti con la legge, le istituzioni, i governi, l'economia, la religione, rappresentandoli in tutte le loro movimentazioni "cromatiche". Il grande disegno di Montesquieu è proprio questo ed egli adottò un metodo rigorosamente scientifico, mutuato dall'unitarietà della storia naturale, evoluzionistica e laica, e dalle scienze biologiche (erano i tempi in cui Buffon stava scrivendo i 32 volumi della sua Storia naturale), fondando le scienze politiche e sociali. Proprio nel momento in cui, per effetto delle dottrine del diritto naturale, si affermavano valori di carattere universale (la libertà, la ragione, l'istinto, la proprietà), Montesquieu sottolineò il significato "relativo" di tali princìpi autenticamente politici rilevando l'unità interna dell'ordinamento giuridico e il suo rapporto "necessario" con l'"ordine delle cose". La grande invenzione montesquieiana consiste appunto nell'aver intuito il relativismo storico e geografico dell'ordinamento giuridico che presiede alla vita civile e norma il potere nell'ambito di una comunità politica organizzata e che deriva dagli usi, dai costumi, dalle tradizioni, dalle usanze locali, nella declinazione appunto di quei valori assoluti. Fu questa davvero la sua grande "scoperta", prima ancora della tripartizione dei poteri in legislativo, esecutivo e giudiziario, e della teoria dei governi che archiviò, una volta per tutte, l'artistotelismo politico (mentre Aristotele aveva classificato i governi in monarchia, aristocrazia e democrazia, secondo il principio numerico «uno, pochi, tutti» di chi detiene il potere, Montesquieu li aveva suddivisi in repubblica democratica e aristocratica, monarchia e dispotismo, in base a un criterio di tipo qualitativo: non importa quanti detengono il potere, ma come lo gestiscono. Prima dello «Spirito delle Leggi» che lo consacrò come uno dei padri del liberalismo europeo, grande maestro dell'illuminismo gius-politico, riverito e ossequiato nei salotti dell'Encyclopédie, Montesquieu era stato membro e poi presidente à mortier del parlamento di Bordeaux, carica ereditata dallo zio, per una decina d'anni (1716-1726), ma soprattutto aveva scritto le «Lettere persiane» (1721), un capolavoro di ironia e di malizia che raccolse un grande successo e che gli costò la cooptazione nell'Accademia di Francia. Lo schema narrativo del viaggio di due persiani, Rica e Uzbeck, in Europa, consentì all'anonimo autore di osservare non solo la Francia, ma l'intero vecchio continente, secondo la prospettiva dell'"altro" e di sottolineare i rischi di orientalizzazione dispotica connessi agli abusi di potere dell'assolutismo monarchico, quale severo monito per l'avvenire. Era forse la prima volta in cui l'Europa si guardava dal di fuori, nel segno del pluralismo delle opinioni, oltre la forza del pregiudizio.

bullismo

Il Messaggero Sabato 19 Febbraio 2005
Il 32 per cento dei ragazzi coinvolti in prepotenze: l’associazione “L’isola che c’è” ha già aiutato 600 piccoli con musica e teatro
Bullismo a scuola, ora i bimbi si difendono
Contro il disagio minorile secondo corso di autostima:
11 elementari e 2.000 alunni coinvolti

di BEATRICE PICCHI

Li vedi piccoli e vogliono fare i grandi, ma un giorno ti dicono che a scuola non ci vogliono più andare, mamma ho mal di testa, ho mal di pancia, e lei non capisce, non sa che quei luoghi sono diventati postacci, lo scuolabus, la mensa, i corridoi della scuola elementare sono diventati un incubo per lui. Perché sa che anche oggi lo prenderanno in giro, guardati come sei grasso, ma come ti sei vestito, nessuno vuole giocare con te, nessuno ti ascolta, vorresti essere invisibile. «E allora noi li abbiamo fatti sentire importanti», e tanto per cominciare li hanno ascoltati e creduti quando hanno raccontato che al compagno di scuola aveva dovuto dare per forza del denaro, un libro, un giocattolo. Una volta, due, cento, sempre, gli episodi di prepotenza di ripetono senza che nessuno abbia occhi e orecchie. Questo va ripetendo da anni Antonio De Filippo, direttore scientifico dell’associazione La Maieutica, ricerca e formazione, e questo hanno insegnato per tre mesi a operatori, docenti e genitori di quattro scuole. «In realtà sia il bullo che la sua vittima hanno bisogno d’aiuto - racconta De Filippo, coinvolto in progetti simili a Napoli e Palermo - i rischi di una bassa autostima nell’infanzia silenziosa, a volte trascurata da genitori e insegnanti, possono poi manifestarsi nella pubertà e nell’adolescenza in modo anche grave con disturbi dell’alimentazione, depressione, tendenza alla dipendenza. In Italia il 32 per cento dei bambini sono coinvolti in episodi di bullismo, una media superiore a quella del resto d’Europa». E si tratta soprattutto di violenze verbali, di allontanamento da ogni attività con gli altri compagni.
Il progetto contro il disagio minorile L’isola che c’è ha coinvolto siecento bambini della IV e V elementare della Chico Mendez, Damiano Chiesa, Guglielmo Marconi e Trilussa, tra l’Alessandrino, Torrenova e Tuscolano, e ha evidenziato tra i bambini coinvolti nella ricerca un aumento dell’autostima e una diminuzione degli episodi di bullismo, imparano ad accettarsi, scoprono quanto sia facile, nonostante tutto, farsi ascoltare. Prima ricerca in Italia, visti i risultati, l’assessore alla famiglia Pamela Pantano ha deciso di far conoscere l’isola, a partire da marzo, anche ad altri duemila bambini di undici scuole elementari: Zandonai e Ferrante Aporti (XX), G.Garrone (XIII), V.Girolami (XVI), Maffi e Lia Lumbroso Besso (XIX), Anna Magnani (IV), Enzo Ferrari (XI), Oscar Romero (VIII), Matteo Ricci (XII), Fratelli Bandiera (III).
Da uno studio realizzato in una prima fase del progetto è emerso che il 16,2 per cento dei bambini, a cui è stato fatto il questionario TMA che a livello internazionale viene riconosciuto come scientificamente testato per la misurazione dell' autostima, hanno un indice inferiore alla media. I bambini delle quarte e quinte elementari sono stati suddivisi in club, all' interno dei quali, seguiti da psicologi, hanno fatto teatro, scritto canzoni e racconti, tutto quello che poteva servire a farli parlare, a chiedere aiuto senza apparire deboli. E quanto studio per arrivare a quel gioco, quei meccanismi per portarli a rivelare le loro ansie, gli insulti in corridoi, le ore di ricreazione passati in un angolo, ignorato da tutti, gli occhi bassi, lo zaino sulle spalle che sembra quasi cancellarlo. «Quando abbiamo ripetuto le stesse domande il risultato è stato brillante: 80 bambini su cento hanno raccontato di non aver più ceduto il gioco per forza al compagno di scuola, hanno reagito quando l’amico lo prendeva in giro, avevano insomma superato molte paure. «L' obiettivo di queste attività - spiega l’assessore - era quello di favorire la socializzazione, la libera espressione del bambino in relazione con l' altro, farlo sentire importante, non invisibile. Questa iniziativa è la dimostrazione di quanto basti poco per modificare la percezione che i bambini hanno in sé, per cui diviene importantissimo intervenire in tempo prima che possa crearsi una situazione di disagio più grave». E allora cominciamo ad ascoltare, a dare coraggio a questi bambini così piccoli che vogliono sentirsi grandi.

nel quarto centenario del Don Chisciotte

Corriere della Sera 19.2.05
Il critico letterario Harold Bloom riscopre l’attualità di un capolavoro scritto quattro secoli fa. Mentre oggi il romanzo è un genere in crisi
Don Chisciotte cavalca ancora. Contro la solitudine
di HAROLD BLOOM

La domanda dell’isola deserta («Se dovessi portare un solo libro, quale sarebbe?») non ha una risposta universale, ma i lettori accaniti più consapevoli sceglierebbero fra tre possibilità: la Bibbia di King James , le opere complete di Shakespeare e il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes. Non è strano che questi tre capolavori siano quasi contemporanei? La Bibbia di King James apparve nel 1611, sei anni dopo la pubblicazione della prima parte del Don Chisciotte , che uscì nel 1605 (la seconda parte fu pubblicata un decennio dopo, nel 1615). Nel 1605 Shakespeare raggiunse la grandezza del capolavoro di Cervantes con Re Lear , e poi passò rapidamente a Macbeth e ad Antonio e Cleopatra . James Joyce, quando gli fu fatta la domanda dell’isola deserta, diede una risposta significativa, «Mi piacerebbe dire Dante, ma dovrei scegliere l’inglese, perché è più ricco». Si sente un certo risentimento irlandese nei confronti di Shakespeare, e anche un po’ di invidia personale nei confronti del pubblico che Shakespeare aveva al Globe, mentre il suo Finnegans Wake era ancora poco letto (se non dagli studiosi e da pochi altri entusiasti). La Bibbia è letta, Shakespeare è rappresentato e letto, ma nei Paesi di lingua inglese Cervantes sembra meno popolare di un tempo. Ci sono state molte buone traduzioni in inglese, dopo quella di Thomas Shelton del 1612, che Shakespeare a quanto pare conosceva, ma la straordinaria versione di Edith Grossman pubblicata nel 2003 merita di essere letta da chi di noi non è in grado di godersi facilmente Cervantes in spagnolo.
Cervantes (1547-1616) morì nello stesso anno di Shakespeare (1564-1616) e sicuramente non sentì mai parlare del drammaturgo inglese. Shakespeare ebbe una vita tanto scialba e priva di eventi che nessuna sua biografia riesce a essere avvincente. I fatti significativi si potrebbero elencare in pochi paragrafi. Invece Cervantes condusse un’esistenza difficile e violenta, eppure in inglese non esiste ancora una biografia all’altezza. Anche a tratteggiarla brevemente, la sua vita sembra una sceneggiatura di Hollywood. Gli studiosi stanno ancora dibattendo se Cervantes appartenesse a una famiglia di «vecchi cristiani» o di «nuovi cristiani», ebrei convertiti che divennero cattolici nel 1492 per evitare l’espulsione. Per poter entrare a far parte delle forze armate imperiali spagnole bisognava giurare di essere di sangue «puro» e sia Cervantes che suo fratello lo fecero, ma ci si chiede come mai un eroe che rimase permanentemente menomato alla mano destra durante la grande battaglia navale di Lepanto del 1571 contro i turchi, non ricevette mai neppure una piccola menzione onorevole da Filippo II, cattolicissimo re di Spagna. Fino alla vecchiaia, quando raggiunse una certa agiatezza grazie al patronato di un nobile, la storia personale di Cervantes è costellata di tribolazioni.
Mandato in esilio dopo un duello nel 1569, si recò in Italia dove, un anno dopo, prese parte a una campagna italo-spagnola contro l’impero ottomano, sotto il comando di Don Juan d’Austria, fratellastro di Filippo II. Dopo essersi parzialmente ripreso dalla ferita di Lepanto, il malconcio Cervantes partecipò a molte altre battaglie navali fino al 1575, quando fu catturato dai turchi e dovette subire cinque anni di schiavitù ad Algeri, dalla quale Filippo II rifiutò di riscattarlo. Infine, nel 1580, la sua famiglia e un monaco amico riuscirono a liberarlo. Non riuscendo a trovare impiego presso Filippo II, Cervantes cominciò una precaria carriera letteraria, andando incontro a vari insuccessi come drammaturgo. Disperato, fece l’esattore di imposte, finendo per essere accusato di malversazione e incarcerato nel 1598. In prigione cominciò a scrivere il Don Chisciotte , che terminò nel 1604 e che l’anno successivo vide la luce a opera di uno stampatore che non gli pagò mai i diritti. Il grande libro divenne immediatamente un successo, ma questo influì ben poco sulle fortune di Cervantes e della sua famiglia.
Nel 1614 apparve una seconda parte, falsa, del Don Chisciotte, a cui Cervantes rispose con la vera seconda parte del 1615. Un anno dopo, il più grande scrittore che abbia usato la lingua spagnola morì e fu sepolto in una tomba anonima. Leggendo il Don Chisciotte , non sono affatto convinto che gli studiosi che credono che libro e scrittore fossero devoti abbiano ragione, se non altro perché non ne colgono l’ironia, che spesso è troppo grande per essere vista. Ma in fondo molti studiosi sostengono che Shakespeare era cattolico, e anche in questo caso non sono convinto, poiché le principali allusioni che troviamo nelle sue opere sono tratte dalla Bibbia di Ginevra , una versione del testo sacro dalla forte impronta protestante. Don Chisciotte , come il tardo Shakespeare, mi sembrano più nichilisti che cristiani, ed entrambi questi grandi artisti occidentali lasciano intendere che il destino finale dell’anima è l’annientamento. Che cosa rende il Don Chisciotte l’unico rivale di Shakespeare sulle più alte vette estetiche? Cervantes è comico in maniera sublime, come lo è Shakespeare, ma il Don Chisciotte non si può definire una commedia più di quanto lo fosse l’ Amleto .
Filippo II, che dissanguò le risorse dell’impero spagnolo in nome della Controriforma, morì nel 1598, un decennio dopo la sconfitta dell’Armada spagnola, distrutta dalle burrasche e dai marinai inglesi. La Spagna ritratta nel Don Chisciotte è post 1598: impoverita, demoralizzata, dominata del clero, tristemente consapevole di essersi rovinata un secolo prima esiliando o costringendo alla clandestinità le sue grandi e produttive comunità ebree e musulmane. Molto del Don Chisciotte , come di Shakespeare, si deve leggere tra le righe. Quando il bonario Sancho Panza grida di essere anche lui un Vecchio Cristiano e di odiare gli ebrei, il sottile Cervantes vuole veramente che accogliamo la cosa senza ironia? Il contesto del Don Chisciotte è lo squallore, eccetto che per le casate nobili, che sono bastioni di impostura e di razzismo, e che sottopongono il meraviglioso Don Chisciotte a scherzi orribili.
Il romanzo di Cervantes (che inaugura il genere) è memorabile per due meravigliosi esseri umani, Don Chisciotte e Sancho Panza, e per il rapporto pieno di affetto e di collera che li unisce. Non ci sono relazioni simili in Shakespeare, dove Falstaff è amorevole e il principe Hal irascibile, e Amleto ha solo un idolatra in Orazio. Una volta ho osservato che Shakespeare ci insegna a parlare a noi stessi, mentre solo Cervantes ci mostra come parlare tra di noi. Anche se entrambi, Shakespeare e Cervantes, costruiscono realtà tanto grandi da contenerci tutti, Amleto è un’individualità indifferente, alla fine, sia a se stesso che agli altri, mentre il cavaliere spagnolo è una personalità che ha a cuore se stesso, Sancho, e coloro che hanno bisogno di aiuto.
In quanto maestri della rappresentazione, sia Shakespeare che Cervantes sono vitalisti, ed è per questo che Falstaff e Sancho Panza hanno il dono di essere tanto vivi. Ma questi due precursori degli scrittori moderni sono anche degli scettici, così Amleto e Don Chisciotte sono ironici, anche quando si comportano da pazzi. Ardore, primitiva esuberanza, è il genio che il padre castigliano del romanzo e il poeta e drammaturgo inglese hanno in comune e posseggono più di tutti gli altri scrittori, prima e dopo di loro, in qualsiasi lingua.
La libertà, per Chisciotte e per Sancho, è lo scopo del gioco, che è disinteressato e incerto. Il gioco del mondo, per Chisciotte, è una visione depurata della cavalleria, le tenzoni dei cavalieri erranti, le damigelle virtuosamente belle e in ambascia, i maghi perfidi e potenti, come pure i giganti, gli orchi e le imprese idealizzate. Don Chisciotte è coraggiosamente folle e ossessivamente coraggioso, ma non si inganna. Sa chi è, ma anche chi potrebbe essere, se volesse. Quando un prete moralista accusa il cavaliere di essere fuori dalla realtà e gli ordina di tornare a casa e smettere di vagabondare, Chisciotte risponde che nella sua realtà di cavaliere errante ha fatto giustizia, castigato l’arroganza, e abbattuto mostri di ogni genere.
Perché l’invenzione del romanzo ha dovuto aspettare Cervantes? Ora, nel ventunesimo secolo, il romanzo sembra subire una lunga agonia. I nostri maestri contemporanei - Pynchon, Philip Roth, Saramago e altri - sembrano forzati a ripescare le forme del picaresco e del romanzesco pre-Cervantes. Shakespeare e Cervantes hanno creato gran parte della personalità umana che conosciamo, o almeno i modi in cui la personalità potrebbe essere rappresentata: il Poldy di Joyce, il suo Ulisse ebreo irlandese, è sia donchisciottesco che shakespeariano, ma Joyce è morto nel 1941, prima che si conoscesse appieno l’Olocausto hitleriano. Nella nostra era dell’informazione e del terrore continuo, il romanzo alla Cervantes potrebbe essere obsoleto come il dramma di Shakespeare. Parlo dei generi e non dei supremi maestri, che non passeranno mai di moda.
(Traduzione di Maria Sepa )

Nel 2005 «Don Chisciotte» compie quattrocento anni: l’autore, Miguel de Cervantes, pubblicò la prima parte del suo capolavoro nel 1605 (la seconda vide la luce dieci anni dopo, nel 1615) La Spagna, patria del visionario cavaliere, celebrerà l’anniversario nel corso dell’intero anno. L’agenda del centenario è disponibile sul sito www.donquijotedelamancha2005.com/main.php

Harold Bloom è nato a New York nel 1930 Attualmente insegna discipline classiche all’Università di Yale ed è considerato uno dei più autorevoli critici letterari viventi
Tra le sue opere più note, «L’angoscia dell’influenza» (Feltrinelli), «Il canone occidentale» (Bompiani), «Come si legge un libro (e perché)», «Shakespeare. L’invenzione dell’uomo», «Il genio» e il recente «La saggezza dei libri» (tutti editi da Rizzoli)
Nel quarto centenario della prima edizione del Don Chisciotte di Cervantes, gli appassionati dell’hidalgo e del suo scudiero possono riscoprire i tredici canti di Don Chisciotti e Sanciu Panza (Nuova Ipsia Editore, pp. 448, 75): l’opera in dialetto siciliano a cui il poeta palermitano Giovanni Meli (1740-1815) lavorò fino a un anno prima della morte. Il libro, una riscrittura e una continuazione delle imprese originali di Don Chisciotte, è stato ristampato con traduzione a fronte, incisioni e illustrazioni d’epoca e con il dizionario siciliano-italiano composto dal Meli.