domenica 7 novembre 2004

l'intervista di Ingrao del 30.10
citata a villa Piccolomini, finora non apparsa sul blog

www.aprileonline.info
Replay.
riproponiamo un articolo apparso su ''Liberazione'' di Sabato 30 ottobre

Ingrao: «Sinistra unisciti, fai presto»
Parla lo storico leader comunista: un processo di riaggregazione è necessario, e siamo già in ritardo. Abbiamo bisogno di programmi chiari e di opzioni qualificanti
di
Piero Sansonetti, direttore di Liberazione

Bertinotti ha proposto di costruire un nuovo contenitore per la sinistra. Asor Rosa ha proposto un’assemblea nazionale, e ha detto che torna alla ribalta della politica la contraddizione fondamentale: quella tra capitale e lavoro. Tu pensi che il problema della riaggregazione della sinistra ci sia e che i tempi siano maturi?
Spero ardentemente che si arrivi al più presto a questo processo che tu chiami di “riaggregazione della sinistra”. Siamo già in serio ritardo. Da ciò che vado scrivendo, credo si capisca facilmente una cosa: ritengo che Rifondazione sia un fattore essenziale in questo cammino che non è semplice. Mi auguro che essa sappia sviluppare tutta l’apertura e la capacità di ascolto, necessari per costruire questa originale e difficile unità. A dire la verità, quella parola che usa Fausto – “contenitore “- non mi piace molto. Dà l’idea di un avvicinamento meccanico, o di una alleanza esteriore. Io invece credo che si debba tendere a costruire un soggetto politico collettivo, con una intesa limpida sul programma e sui modi di un lavoro comune. Ma intendiamoci: io sono quidam de populo: questioni così alte e delicate non sono di mia competenza.

Ma sei d’accordo o no sulla proposta di assemblea costituente proposta da Asor Rosa? Oppure tu pensi che in fondo c’è già “Rifondazione”, che è quello il partito di sinistra e va bene così?
No, io penso che non va bene così. Penso all’opposto che “Rifondazione” deve uscire dal suo guscio, deve sviluppare un lavoro tenace e dichiarato di dialogo e costruzione di una intesa con le altre forze di sinistra. Altrimenti anche l’incontro proposto utilmente da Asor rischia di finire in una fragile ammucchiata: può sembrare che si vada d’accordo su tante cose, ma poi non si fanno passi in avanti veri. Se però uno mi dice che un’assemblea di questo livello può servire come preparazione di un processo, come primo atto di un incontrarsi, che ha già un suo significato, va bene così: si faccia. In verità, io sento molto di più il bisogno di una ricerca programmatica organizzata, e soprattutto di atti di lotta comune sulle brucianti questioni politiche e sociali oggi squadernate.

Fabio Mussi ha detto: noi (cioè la sinistra Ds) siamo in trincea per impedire che si formi il partito riformista. Per questo restiamo nei Ds: per combattere questa battaglia che può ancora essere vinta. Per impedire una deriva blairiana nei Ds. Se poi nascerà davvero una formazione riformista, ha detto Mussi, è nelle cose che si formi un nuovo partito. Non so se traduco bene il suo pensiero, ma più o meno mi sembra questo: la sinistra Ds resta nel partito solo se se la maggioranza rinuncia all’idea del partito riformista o della federazione riformista. Se la maggioranza va avanti,ed è probabile che vada avanti, la sinistra ds esce. Cosa ne pensi?
Temo che non ci riescano: e che poi all’ultim’ora accettino l’operazione del “partito riformista”. Che incassino il colpo. Ad ogni modo, se quello che dice Mussi avviene davvero, lo considererei un fatto fortemente positivo. Aiuterebbe a mettere nome e cognome ai vari soggetti politici che stanno sulla scena. E’ molto importante la chiarezza. Io, per esempio, spesso ho delle critiche da fare a “Rifondazione”. Però penso che con “Rifondazione” si possa fare un cammino: è un partito che nella politica italiana oggi rappresenta un segnale, una scelta di campo che ha un contorno netto. Direi che in Italia mai come oggi abbiamo bisogno di programmi chiari, di opzioni qualificanti. Poi diventa più facile confrontarsi: e anche fare compromessi, se serve.

C’è il problema dei movimenti. Si dice: facciamo un’alleanza politica non solo tra i partiti ma anche con i movimenti. E’ un modo di dire un po’ generico. Sono anni che si dice così. Però se non si affrontano i problemi delle differenze genetiche che ci sono tra partiti e movimenti,e talvolta persino delle incompatibilità, si rischia di pestare acqua nel mortaio. Non vedi questo rischio? E quali sono le differenze genetiche tra partiti e movimenti? E come si possono superare, o aggirare, o far coesistere?
Il problema è il modo e la volontà con cui i movimenti sapranno misurarsi con le molteplici dimensioni della politica. Tu lo ricorderai: io sono stato e sono molto interessato alla loro vita. E tuttavia vedo un problema che loro non possono aggirare: come incidere sui poteri legittimi così come sono fissati in Costituzione. Io credo alle battaglie nel Paese, calati fra la gente - anche a livello “globale”- che i movimenti originali di questi anni hanno messo in campo. E tuttavia le lotte di classe e di popolo, per cambiare davvero l’Italia, hanno bisogno di incidere sui poteri che hanno dalla loro parte la legittimità e il sostegno dello Stato. Berlusconi oggi, purtroppo, ha nelle sue mani i poteri pubblici e la forza, l’autorità dello Stato. Come possono, devono agire i movimenti per togliere dalle sue mani queste leve? Non vedo in ciò, per nulla, una perdita e nemmeno uno smarrimento della natura creativa che i movimenti in tante occasioni hanno saputo mostrare. Anzi credo che solo con la loro iniziativa dal basso potremo sconfiggere figure come Bush, che hanno nelle loro mani e i danari e gli eserciti.

Torniamo al problema della riaggregazione della sinistra. Non hai paura che questo dibattito rischi di riprodurre un po’ la noiosissima discussione che da vari anni agita il centro sinistra: quali regole? Chi è il leader? E poi non si parla mai di politica…
Perché sei così sbrigativo su questa questione delle regole? Io non la penso così. Le regole sono importanti. Ti faccio un esempio. La Camera dei deputati in questi giorni ha preso una decisione secondo me grave e pericolosa. Ne abbiamo parlato su “Liberazione” nei giorni scorsi: la maggioranza berlusconiana ha cambiato in modo drastico la struttura del potere politico rispetto ai testi costituzionali. E’ la famigerata questione del premierato. Quel “premierato forte” (è singolare, è quasi divertente che abbiano voluto aggiungere quell’aggettivo: forte…) praticamente scardina i pilastri delle regole vigenti nel nostro paese: quelle regole che furono convalidate dalla grande lotta della Resistenza. Posso dirlo senza essere accusato di retorica? La Costituzione indica chiaramente tre livelli di potere. Il primo è il voto popolare, il secondo è il potere delle assemblee elettive, il terzo è il potere di tutela e di convalida che è assegnato al capo dello Stato. Dunque la Costituzione chiede esplicitamente- in modo direi clamoroso- che il potere pubblico sia articolato. Per più di mezzo secolo siamo stati attentissimi a impedire che potessero essere spostati questi equilibri. Lasciami ricordare una battaglia- addirittura esasperata! - che conducemmo contro una riforma del sistema elettorale, nel 1953: contro quella riforma che chiamammo “legge truffa”. A pensarci oggi quello era uno zuccherino, una modifica non certo sconvolgente…

Non era neppure una modifica della Costituzione, era solo una legge elettorale…
Sì: era una legge elettorale che toccava però uno degli elementi fondamentali del sistema: il modo in cui si forma l’assemblea elettiva. Quindi pur non essendo una modifica costituzionale, la sinistra decise che era una ferita insopportabile. E scatenò l’inferno per bloccarla. Vinse. Oggi quella legge truffa, di fronte alla riforma costituzionale di Berlusconi, sembra una bazzecola. Eppure – di fronte a ciò- in Italia sinora non c’è stato nessun putiferio. Non è successo quasi niente…

C’è stato uno scontro alla Camera…
Non direi esattamente uno scontro: direi una differenziazione. E poi basta. E non vedo attualmente una campagna contro questo mutamento radicale della Costituzione e quindi della democrazia italiana. Il “premierato forte” è un accentramento chiaro dei poteri nelle mani del premier, a scapito del capo dello Stato e del Parlamento. Berlusconi vuole questa dilatazione (incostituzionale) della sua potenza. Quanti in Italia sanno di questa vicenda, e di quanto essa può incidere sulla loro vita?

Quali sono secondo te i due o tre punti di programma sui quali la sinistra può riaggregarsi e può ritrovare una sua identità?
Ne vedo tre: la lotta contro la guerra, la questione del lavoro, la questione di genere, cioè il ruolo e il potere delle donne. Partiamo dalla guerra. C’è la terribile novità della guerra preventiva. E’ la novità introdotta in questo inizio di secolo dall’iniziativa dell’imperialismo americano. Ecco: non si tratta solo di battersi per arrestare la carneficina in Iraq. Bisogna riproporre nella coscienza popolare, e nella voce delle assemblee, la consapevolezza di ciò che rappresenta questa terribile innovazione nella vita di miliardi di persone. Non mi stancherò mai di insistere su questa definizione che ha dato Bush: guerra preventiva. Dunque cadono le vecchie coperture, e si indica chiaramente l’attacco armato come mezzo normale e autonomo per incidere sulla sistemazione del mondo e sulla vita dell’umanità.
Guarda a cosa è ridotta l’ONU, quell’organismo che – finita la guerra contro Hitler – alimentò tante nostre speranze… Secondo punto di programma: il lavoro. Dopo il crollo delle regole costruite nella parte felice del secolo passato, oggi il problema della certezza del lavoro e della tutela nel lavoro è drammatico. Ed è anche aggravato dall’irruzione dei diseredati del Terzo mondo. Dobbiamo prendere atto della sconfitta subita nell’ultimo decennio del Novecento da un soggetto che è stato fondamentale nella vita degli ultimi 100 anni: il sindacato, le sue basi di massa, la sua capacità di agire nel luogo di lavoro e di introdurre innovazioni forti nell’attività lavorativa. Stiamo parlando di una sconfitta cruciale, che ha mutato punti essenziali nel sistema delle relazioni sociali. Non possiamo dimenticare che l’ondata degli anni Sessanta e Settanta giunse - per esempio in Italia - a imporre un impegno pubblico che favoriva persino la “formazione” della capacità lavorativa. Cioè lo Stato - parola oggi maledetta - sorreggeva non solo la tutela dei lavoratori nella fabbrica, ma si poneva il problema di sostenere la loro vita fuori della fabbrica: si poneva il problema della crescita dei loro saperi; in fondo: della loro qualità di esseri umani e di cittadini. Su questi nodi c’è stata una sconfitta pesante: la primazia del lavoratore rispetto allo strapotere del capitale è stata pesantemente oscurata, e in Italia oggi viene persino offesa. Bisogna vedere come riproporre quel discorso e riaprire quelle battaglie.
E’ un nodo essenziale della modernità. Terzo punto, ma qui io so soltanto di sapere poco. Vedo spenta, o almeno offuscata, la scoperta più grande dell’ultimo mezzo secolo: la questione di genere. Una volta si diceva “questione femminile”. Oggi se ne parla pochissimo: sembra quasi uscita dal calendario di lotta del nostro Paese.

C’è anche un problema di identità della sinistra. Dal 1989, e cioè da 15 anni, ho l’impressione che la sinistra abbia perso la sua “identità forte”. Cioè che abbia perso la sua capacità “universalistica”, di presentarsi come una forza che ha un progetto per un mondo diverso. Non è così?
E’ vero. Però io vedo anche una novità che è proprio di questi ultimi anni: il pacifismo. Qui mi sembra che la tua affermazione sia troppo pessimista. Non coglie un aspetto: lo scatto, il balzo in avanti con cui milioni e milioni di persone hanno ripreso a ragionare sullo stato del mondo: sia per quanto riguarda i potenti- cioè quelli che hanno in mano il mondo - sia per la lettura nuova “dell’uccidere di massa” che è venuta avanti. Questa lettura e questa consapevolezza non c’erano una volta. Non dico ai tempi miei, quando ero giovinetto. Non c’erano neanche vent’anni fa. Dov’è la novità? Nel prendere in considerazione, come soggetti della vita collettiva, miliardi di persone. Certo: l’Africa è tuttora un punto oscuro del pianeta, e noi sappiamo pochissimo delle sofferenze, delle fratture e delle tragedie che scuotono quel continente. Però oggi un problema di globalità è squadernato davanti a tutti, e nessuno può più ignorarlo: è il terreno sul quale i movimenti hanno fatto più di ogni altro, e hanno effettivamente dischiuso orizzonti nuovi. Ci hanno sbattuto sul muso questioni decisivi per il futuro del mondo.

E’ possibile o no una alleanza organica tra una sinistra riaggregata e il centro riformista.Non si rischia l’incomunicabilità sul programma?
Mettiamo pure l’aggettivo riformista vicino alla parola centro, come fai tu. Però se guardo a forze come “La Margherita”, o come la maggioranza Ds, io penso che sia giusto parlare con schiettezza, e anche con rispetto, semplicemente di forze di centro. Aggiungere quell’altra parola - riformista - serve più che altro a fare confusione sui contenuti reali. Per avere un buon rapporto con quelle forze “centriste” bisogna chiamarle col loro nome vero e tenere ferma la differenza tra noi e loro. Senza nessun atteggiamento settario, ma per leggere le cose come sono. Posto questo, perché non dovrebbe essere possibile con esse un’alleanza? Perché uno schieramento di sinistra non si dovrebbe poter incontrare con una forza “centrista”, e contrattare forme di compromesso e di intesa? Il paragone può sembrare sballato, ma ai tempi famosi della lotta per la libertà noi siamo arrivati persino ad allearci con Badoglio…

Badoglio? Prodi come Badoglio?
(Ingrao ride): … beh, no, Prodi non è Badoglio, però l’esempio serve: certe volte per capirsi bene è utile estremizzare. Da che mondo è mondo la sinistra può tenere ferma la sua linea, e insieme fare compromessi che accrescano la forza dei lavoratori. E’ significativo e utile che “Rifondazione” e Bertinotti oggi abbiano una posizione politica diversa rispetto a quella che avevano nel ’98.

citato a villa Piccolomini
intervista con Vittorio Foa

Repubblica 28.10.04
UNA VITA PIENA DI PASSIONI
Anticipazioni
Sarà presentata sabato a Cuneo una videointervista con Vittorio Foa

"Perché non mi sono schierato contro i comunisti? Se l'avessi fatto, sarei stato assorbito dalla Cia e dalla parte più reazionaria del mondo politico"
E poi i giudizi inattesi su Palmiro Togliatti, Pietro Nenni e Aldo Moro
L'antifascismo e l'anticomunismo, gli ideali, gli errori, le speranze d'un protagonista del 900
SERGIO SOAVE

Per Duccio Galimberti
L´INTERVISTA filmata a Vittorio Foa, che in parte pubblichiamo, sarà presentata sabato a Borgo san Dalmazzo (Cuneo). L'occasione è il sessantesimo anniversario della morte del partigiano Duccio Galimberti. Realizzata da Sergio Soave, curata da Sergio Anelli, con la regia di Ugo Giletta, l'intervista sarà pubblicata da Aragno in una edizione non venale. L'iniziativa è stata promossa dall'Associazione Cuneo Eventi nell'ambito della manifestazione Librinviaggio finanziata dall'Unione europea, dalla Regione Piemonte, dal Comune di Cuneo.


MORGEX. Foa, ricordi qualche cosa di Duccio Galimberti? Eri a Torino, quando fu ucciso, cosa pensaste voi in quel momento?
«Duccio morì in un momento molto brutto. L'offensiva degli alleati si era fermata e gli inglesi ci avevano detto di andare in pianura, le formazioni partigiane dovevano smobilitare. Mi ricordo ancora le discussioni con Galimberti. Cosa voleva dire andare in pianura? Andare in pianura, cioè smobilitare dalle montagne, non voleva dire abbandonare la lotta. Voleva dire trasformare la lotta partigiana in lotta civile, cioè cambiare in qualche modo la realtà della società. E questo Galimberti riuscì a farlo. Finché visse, lo fece. Il giorno della sua morte ero con Franco Venturi. Fu un colpo molto grave. Nello stesso tempo presentivamo nella persona di quest'uomo, che aveva chiarito immediatamente il significato del 25 luglio e cioè che la guerra continuava cambiando segno, noi sentivamo nell´esempio di quest'uomo qualcosa di vivo per il nostro futuro».
Cuneo è anche la patria di tanti resistenti, combattenti, grandi leader della Resistenza. Uno di questi, che è scomparso recentemente, era Nuto Revelli.
«Io ricordo il Revelli giovanissimo, che pubblicò Mai tardi. Lui raccontò la vicenda di Russia. E´ un romanzo in cui concludeva con le parole: "Mai tardi... a farli fuori". Parlava dei tedeschi. Il suo radicalismo era anche, qualche volta, un po´ infantile, ma era incantevole. E questo dava una grande tenerezza».
Revelli, per esempio, era assolutamente contrario alla dizione della resistenza anche come guerra civile. E quando lo disse Pavone non era del tutto convinto. Invece tu su questo concordi, e dici delle altre cose intelligenti, riferendoti ai resistenti dimenticati, ai seicentomila soldati che rifiutarono l´obbedienza e che, grazie a una rivalutazione come la tua e all´iniziativa forte del presidente Ciampi, ora hanno l´onore della memoria.
«Era il segno che noi, della resistenza attiva, non abbiamo lì per lì valorizzato. Non abbiamo capito l´importanza di questa altra resistenza».
A proposito di altri temi caldissimi, io vorrei toccare il tema della cosiddetta pacificazione nazionale. Nel 1996 il discorso di Luciano Violante fu molto attaccato a sinistra.
«Io ti dirò che sono sempre rimasto un po' dubbioso sulla tendenza affrettata a certe forme di riconciliazione. All'atto pratico eravamo molto diversi. Bisogna evitare che ci sia confusione. Una volta che sia chiaro che erano due mondi diversi, si può dire: "Va bene: anche voi di Salò avevate le vostre idee. Lo ammetto. Però erano idee diverse". Una volta Pisanò, durante un programma televisivo, disse: "Siamo tutti uguali, amavamo tutti il nostro paese, la Patria etc". E allora io gli dissi: "Sta attento! Perché tu dici abbiamo tutti gli ideali, siamo tutti per la Patria... però sta attento: se vincevate voi, io sarei ancora in prigione; poiché abbiamo vinto noi, tu sei Senatore della Repubblica. Questa è la differenza"».
I fautori dell'anticomunismo democratico ti imputano di non esserti schierato contro i comunisti, in virtù di quelle differenze ideologiche che tu avevi ben chiare, ma che non ti permettevano di ricusarli come compagni di viaggio.
«Guarda, io molte volte ci ho pensato. Non ero mai stato comunista, ma pensavo che, se avessi... negli anni Cinquanta, negli anni Sessanta... avessi preso delle posizioni anticomuniste, sarei stato subito assorbito dalla Cia, dagli americani, dalla parte più reazionaria del mondo politico. Che mi avrebbero comprato... cioè era facilissimo comprare. Ti faccio una rivista... quanta gente ha fatto una rivista, è stata pagata da loro... Invece, mantenere una posizione di critica dialettica era una posizione giusta. Io, però, un rimprovero lo faccio in senso diverso. Mi sono poi domandato perché, quando il comunismo finisce, quei valori popolari sono stati un po' ignorati? Come mai chi è stato comunista non rivendica almeno quei valori, come valori popolari di grande impegno?»
Li rivendicano più nella retorica del dibattito che non nella pratica. Perché nella retorica del dibattito se ne fanno scudo, ma poi nella pratica è un'altra cosa...
«Sono molto d´accordo. Bravo!».
Tu, proprio per questo, dopo l'esperienza del partito d'azione, militasti nel Partito socialista, perché il Partito socialista dava la possibilità di esprimere quegli identici valori, senza la compromissione con la storia del comunismo sovietico e di tutte le aberrazioni che sono poi venute alla luce. Ora ci sono alcune cose curiose. Tu te ne vai dal Partito socialista nel momento in cui questo esprime una sua autonomia dal partito comunista. Si stacca e decide di partecipare al Governo.
«Questa è una domanda che mi sono sentito fare, e che mi sono fatto anch'io, dando una risposta autocritica. Cioè noi abbiamo allora, con la formazione del Psiup, cioè di un socialismo di sinistra, noi abbiamo cercato qualcosa di diverso. Cercavamo un socialismo che fosse libertario. Questo è quanto io difendo di quel tentativo. Però di fatto poi noi abbiamo rallentato il processo di autonomia dei comunisti dall'Unione Sovietica. Abbiamo cioè rafforzato la posizione di subordinazione del Partito comunista, ed è stato un errore. Io credo che negli anni Settanta ho pagato anche personalmente per questo errore».
Adesso non ti ricordiamo più il tuo passato. Ti chiediamo solo dei giudizi su altre personalità. Ad esempio, su Aldo Moro sei molto severo: Moro campione dell'inazione politica, Moro che utilizza un corpo deviato dello Stato, cioè De Lorenzo. Insomma Aldo Moro è visto sempre in una luce negativa. Forse non era del tutto immobile se qualcuno pensò di fermarlo.
«Sì questo è possibile. Però... voglio dire... ciò che mi ha colpito molto in Moro è il '64. Cioè praticamente l'operazione "Solo". Cioè l'appoggio che egli ha dato a una operazione nella quale per la prima volta un corpo dello Stato - i Carabinieri - si permette di correggere la linea politica del governo con una minaccia di colpo di Stato. E la posizione di Aldo Moro allora fu una posizione molto grave. Dopodiché è vero quello che tu dici: che ci sono altre cose. Però ho voluto spiegare che nel '64 è stato dato da Moro, e anche da Nenni, l'esempio di cosa voglia dire permettere a un corpo estraneo di influenzare la politica».
C'è questo sorprendente giudizio su un Togliatti passionale e un Nenni freddo, che è un capovolgimento di ciò che in genere si pensa.
«Togliatti era molto passionale... Io ho molta simpatia per Togliatti. L'ho ammesso e l´ho scritto tante volte».
Tra le tante stagioni, ci fu almeno una piccola parentesi in quegli anni così difficili, duri per la sinistra, che fu il famoso disgelo Kennedy, Crusciov, Papa Giovanni. Quel tempo tu lo ricordi?
«Ricordo come una buona speranza. Adesso quelli che studiano la storia sovietica dicono che era un po' un'illusione... Crusciov? Ecco io ho pensato che il comunismo potesse diventare democratico. Ecco, l'idea della riforma possibile del comunismo io l'ho avuta. L'ha avuta anche Gorbaciov in fondo...».
Torniamo un attimo ancora in Italia perché non possiamo finire questa lunga cavalcata nel secolo senza gli anni Settanta e Ottanta. Qui c'è il problema Craxi, c'è il problema Berlinguer. C'è questa sinistra che nemmeno allora trova la possibilità di un accordo comune. Su Craxi tu dici delle parole oneste. Lui aveva questa idea fissa dell'autonomia socialista.
«Però non l'ha praticata. Ha preferito a un certo punto dividere il potere con i democristiani e far subito i suoi affari. Se lui avesse mantenuto ferma l'idea di un socialismo autonomo, lui poteva anche costruire un Partito socialista diverso. Però doveva avere la pazienza di aspettare, di non avere subito il potere. Invece lui era, in questo senso, un po' un vecchio socialista».
Ti vogliamo fare un'ultima domanda impegnativa: che cos'è oggi il socialismo per uno che ne ha visto e studiato tutte le varianti e che ha assistito a tutte le esperienze che sotto la bandiera socialista sono state vissute in un secolo?
«Io credo che bisogna ripensarlo. Io penso che il nuovo secolo, il Duemila, ci propone dei problemi completamente nuovi, e io vi invidio perché dovrete affrontarli. Ci sono tante cose nuove. L'idea stessa della guerra sta cambiando, della comunicazione, della ricerca... Tutto cambia. E allora aumenta enormemente il senso di responsabilità».

Cacciari adesso è contro il moderatismo
«recuperare una politica dei valori e dei miti, la razionalità non basta»

Repubblica 7.11.04
L´INTERVISTA
Il filosofo Cacciari: "Il fondamentalismo della nuova destra non va demonizzato, ma combattuto con una battaglia di idee"
"Il moderatismo non serve l´Ulivo riscopra le ideologie"
I valori. Il rapporto etica e scienza, etica e affari, la famiglia: sono temi che spostano milioni di voti e sui quali il centrosinistra è sempre in mezzo al guado
Il centro. È in atto un terremoto viene scombinata la geometria centro-destra-sinistra. La gente vuole una guida che può essere democratica e partecipata o fondata su tv e soldi
GOFFREDO DE MARCHIS

ROMA - Andare all´attacco, scatenare una vera battaglia delle idee, abbandonare il moderatismo che nella visione di Massimo Cacciari fa rima con il centro evocato da alcuni leader del centrosinistra. Poi, prendere sul serio gli avversari. «Che si chiamino Bush, Ferrara o Buttiglione. Io lo faccio sempre. Almeno quando mi capita di perdere perdo da uno bravo e non da uno con la faccia da scemo...». L´Ulivo, o Grande alleanza democratica, recuperi la politica dei «valori, dei miti», dice il filosofo, non lasci tutto alla razionalità, riscopra le ideologie, «quelle in senso buono». «Il centrosinistra ha creduto che la fine del suo mondo coincidesse con la fine assoluta delle ideologie e che l´unica scelta possibile fosse la razionalizzazione dell´agire politico. Beh, è un´utopia, una pia illusione».
Dopo le elezioni Usa, Rutelli e D´Alema evocano il centro come lo spazio politico decisivo per vincere. È giusto?
«Io vedo che il centrosinistra cerca di combattere la destra immaginando posizioni astrattamente moderate nel senso che pensa di moderare gli opposti. Ma come diceva Kant, la via di mezzo non può che sommare i vizi degli estremi. Ecco, questo è il moderatismo. Poteva funzionare con la guerra fredda quando aveva un´autostrada davanti. Oggi, la strada te la devi costruire. Se essere moderati significa avere posizioni di buon senso, siamo tutti d´accordo. Se invece vuol dire compromettere, conciliare, frenare e contenere allora dico che non solo è sbagliato, ma è del tutto inutile. Per una ragione semplicissima: che non interessa più nessuno, non ha referenti sociali e politici».
Certo, dire che l´omosessualità è un peccato, che la fecondazione assistita è una selezione della specie e che la guerra è l´unica risposta al terrorismo è molto più semplice e diretto.
«Il mestiere del centrosinistra è più complicato, non c´è dubbio. Ma contenere, conciliare gli opposti è un´ultrasemplificazione. Dobbiamo capire che la politica non è soltanto tecnica amministrativa, ha bisogno di valori, di miti. Non si tratta di demonizzare il fondamentalismo di questa nuova destra, ma di contrastarlo con una battaglia delle idee, affrontando anche le questioni immateriali. Il rapporto etica e scienza, etica e affari, la famiglia... Sono temi che spostano milioni di voti e sui quali il centrosinistra è sempre in mezzo al guado. Ondeggia tra quella che è ormai una vera fede, un atteggiamento supino alle ragioni scientiste pensando di poter affrontare ogni problema sul piano tecnico e i compromessi al ribasso con la religione. Aborto, staminali, famiglia, neoliberismo sfrenato, globalizzazione. È un terremoto, una rivoluzione. E la sinistra, che fa? Si limita a dire che c´è il terremoto».
O che bisogna conquistare il centro.
«Ma nel terremoto vengono giù le case, cambia la toponomastica delle città. La geometria centro-destra-sinistra viene scombinata, l´eredità del parlamentarismo ottocentesco sparisce. Le domande ormai sono trasversali e la gente vuole essere rassicurata, non basta spiegare all´elettorato che la situazione è complessa. La gente vuole una guida, che può essere democratica e partecipata o fondata sulle televisioni e sui soldi. Ma la domanda c´è, non è un´invenzione di Bush. E la sinistra non ha le risposte. Tanto più questo territorio rimane vuoto, tanto più sarà occupato dai Bush o ancora peggio dai Ferrara e dei Buttiglione».
Se Buttiglione dice che gli omosessuali sono dei peccatori e quindi non potranno mai avere uno status giuridico di coppia, come può rispondere con altrettanta nettezza la sinistra?
«Può rispondere, dal punto di vista etico e religioso, con la formula della responsabilità. Un vero credente è appeso alla sua croce, non assiso sulla sua fede, guarda l´altro in maniera misericordiosa, difende i suoi valori, ma risponde anche degli altri che sono un enigma e tale rimangono. La sinistra può andare all´attacco impugnando la bandiera della responsabilità in senso pieno, con una politica che si fa carico degli altri e non si accontenta esclusivamente di mostrare se stessa. Io capisco la destra: l´esercizio della potenza ha bisogno di un´auctoritas religiosa, la loro politica non può esprimersi se non si carica di un fondamentalismo religioso. Ma la religione è più della politica, noi vogliamo un potere politico secolarizzato, distinguiamo nettamente le due sfere. Diciamo questo e vediamo dove vanno i cattolici, i cristiani».
In America sono andati a destra.
«Perché Kerry si è comportato più o meno come il centrosinistra italiano: ha "moderato" il messaggio forte di Bush, lo ha contenuto, razionalizzato. Il decisionismo deve diventare una parola d´ordine anche nel centrosinistra. In modo contrapposto alla destra, ma è necessario, sia nella formazione delle classi dirigenti, sia nell´elaborazione dei programmi. Guardi invece quello che succede sulle riforme istituzionali. Il dibattito sul federalismo è stata una cosa seria in questi dieci anni, ma il centrosinistra sceglie un ripiegamento autocritico. Adesso vogliono tornare indietro mentre dovremmo andare avanti».

Scalfari: «Perché non possiamo non dirci laici»

Repubblica 7.11.04
PERCHÉ NON POSSIAMO NON DIRCI LAICI
EUGENIO SCALFARI

Da parecchio tempo avevo in animo di tornare su un tema che accompagna da molti anni i miei pensieri e i miei comportamenti politici e professionali. Il tema è quello del laicismo, del rapporto tra le credenze religiose e lo Stato, tra i diritti individuali e l'organizzazione d'una società di uomini liberi.
Questo gruppo di questioni sta all'origine della modernità occidentale e perfino dell´evoluzione delle Chiese cristiane. Se infatti il cristianesimo ha saputo e potuto aggiornare costantemente la propria dottrina e i canoni interpretativi della realtà sociale senza rinchiudersi nelle bende del dogma, ciò è dovuto soprattutto al fatto della presenza dialettica del potere civile accanto a quello ecclesiastico, nella reciproca autonomia dell´uno e dell'altro, alle lotte che ne sono derivate e agli equilibri che di volta in volta ne sono scaturiti.
Dal «date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» alla guerra delle investiture sul finire dell'XI secolo, al lungo contrasto tra Impero e Papato che segnò il XIII e il XIV, fino alla nascita dell'Umanesimo, della libera scienza, della Riforma, delle monarchie nazionali, del diritto civile accanto e al di sopra del canone ecclesiastico, questa è stata la storia dell'Occidente europeo. Essa ha toccato infine il suo culmine nell'epoca dei Lumi, dell'egemonia della ragione e della tolleranza, nella dichiarazione dei diritti dell´uomo e del cittadino, nella guerra d'indipendenza americana e nella grande rivoluzione dell'Ottantanove incardinata nei princìpi tricolori di libertà eguaglianza fraternità.
Se tra le grandi religioni monoteistiche il cristianesimo è stato quello che più e meglio ha conservato e arricchito la sua dinamicità e se l'Occidente euro-americano ha prodotto il pensiero, la cultura e le istituzioni liberali e democratiche, l'elemento fondativo e il filo con il quale questo percorso è stato tessuto sta interamente in quella dialettica mai spenta tra lo Stato, le Chiese, gli individui. La compresenza degli Stati e delle Chiese ha consentito agli individui di essere attori sia all´interno delle Chiese sia all'interno degli Stati, impedendo alle prime di scivolare nella teocrazia e ai secondi di tracimare dall'assolutismo regio al totalitarismo, approdando infine alla democrazia repubblicana.
Certo la religione fu cemento comune in un'epoca che stava ancora traversando la profonda crisi dell'Impero Romano, delle sue istituzioni, del suo assetto economico e sociale. Ma quella religione sarebbe rimasta probabilmente semplice culto se non avesse potuto recuperare le tracce di Roma e di Bisanzio che avevano irradiato il "lago" mediterraneo e pontico con i rispettivi retroterra in tutti i quattro punti cardinali.
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La discussione storica è dunque aperta da tempo su queste questioni, ma essa ha registrato negli ultimi anni una trasformazione rapida e profonda. La sua natura storica ha ceduto il posto ad un´attualizzazione politica, ideologica e addirittura elettorale. Si è visto sorgere, nel corso delle elezioni presidenziali americane, una sorta di "partito di Dio" nell´ambito della destra conservatrice, i teo-con accanto ai neo-con con alla testa lo stesso George W. Bush sempre più infervorato e pervaso da un ruolo quasi messianico che ha saldato la sua azione politica con i sentimenti di una vasta parte del popolo.
L'analisi del voto effettuata dopo il 2 novembre è ormai univoca: Bush e i suoi strateghi elettorali hanno unito insieme la pulsione missionaria di chi assegna all'America il compito di portare nel mondo il modello americano della democrazia e del libero mercato con la pulsione altrettanto potente di chi vuole recuperare nella società la moralità tradizionale contro ogni deviazione. Ethics-con e teo-con uniti insieme presuppongono come punto di riferimento religioso, anzi ideologico, un barbuto e severo Dio degli eserciti, il Dio mosaico tonante dalle vette del Sinai, che ha molto più i tratti vetero-testamentari che non quelli del Figlio incarnato e ammantato di amore e misericordia. Non a caso le Chiese evangeliche mobilitate in occasione del voto del 2 novembre hanno indicato il loro modello di riferimento nel «maschio bianco che ha il fucile in casa e che va ogni domenica in chiesa». È l'immagine antica del pioniere alla conquista del West, con la pistola nella fondina e la Bibbia nella borsa, dei paesi delle grandi pianure e della lotta contro il popolo indiano, della giustizia amministrata direttamente sul posto con processi sommari e popolari, delle grandi mandrie transumanti dagli allevamenti alle città. E dei predicatori che richiamano gli uomini al timore di un Dio tonitruante dall'alto dei cieli, che vuole il suo popolo armato nelle coscienze e nelle fondine purché obbediente ai suoi precetti morali.
Bush è da dieci anni, prima ancora di diventare presidente degli Stati Uniti, uno dei punti di riferimento del movimento evangelico dei «rinati in Cristo», spina dorsale del fondamentalismo e del messianesimo cristiano negli Stati americani del Midwest e del Sud. Un movimento che conta 60 milioni di aderenti reclutati tra le varie Chiese protestanti e spesso in competizione con le congregazioni originarie. Si poteva pensare che questo movimento non lambisse le comunità cattoliche, ma non è stato così. Nel complesso messaggio di Papa Wojtyla, ripartito tra la condanna della guerra, la critica al consumismo e al liberismo capitalistico e la morale sessuale puritanamente tradizionale, il grosso dei cattolici americani e del loro clero ha privilegiato quest'ultimo aspetto, trasformando anche la loro Chiesa sullo stesso piano del movimento evangelico, sia pure con toni e linguaggi più moderati.
Questa comunque è l'America che ha vinto le elezioni del 2 novembre e Bush è l'uomo che la guida. È possibile che il suo secondo mandato si caratterizzi all'inizio con approcci più aperti verso un recupero di multilateralismo in politica estera perché l'America ha bisogno d'un momento di respiro sul teatro iracheno, soprattutto per quanto riguarda la compartecipazione europea ai costi finanziari della guerra. Ma la strategia complessiva non cambierà. La missione salvifica d'una America destinata ad esportare nel mondo i suoi modelli di riferimento economici, ideologici, istituzionali, servendosi tutte le volte che sia necessario del braccio militare e della superiorità tecnologica, imponendo la sua legge a tutte le altre potenze, non cambierà per la semplice ragione che Bush è un uomo di fede e la missione storica che si è dato è quella di fare della sua America l'impero del Bene contro l'impero del Male, incarnato dal terrorismo islamico, dagli Stati-canaglia ed anche dalla corruzione delle idee e dei costumi. «Dio non è neutrale», ripete spesso nei suoi discorsi e messaggi al popolo americano. «Dio è con noi». Un Dio crociato che risponde al nome di Cristo anche se ha poche attinenze con la predicazione di Gesù di Nazareth tramandata dagli evangelisti. C'è molto di Paolo in questa visione del cristianesimo combattente e molto anche del Giovanni apocalittico; molto meno di Agostino.
Ma il vero discrimine è con il liberalismo laico dell'Occidente moderno, che ridiventa in questo contesto l'antemurale della ragione contro una fede che punta a fare della religione un elemento costitutivo della politica.
In queste condizioni è evidente che il fossato tra le due sponde dell'Atlantico è diventato dopo il 2 novembre molto più profondo. È del pari evidente che i valori dell'Occidente non sono più gli stessi tra l'America e l'Europa anche se la diplomazia dei governi continuerà a mantenere in piedi la sempre più tenue ipotesi, ispirata alla realpolitik d'una recuperata convergenza all'insegna della lotta contro il terrorismo da tutti ovviamente condivisa.
Del resto, prima o poi, il problema d'un cristianesimo crociato si porrà - si è già posto - anche alla Chiesa cattolica e alla sua finora tenace avversione contro ogni guerra di religione e di civiltà.
Certo, esiste anche un'Europa che simpatizza con la follia teo-con e con i nuovi crociati, così come per fortuna esiste un'altra America che contrasta nettamente con quella di George Bush. Gli schieramenti su problemi così complessi sono sempre trasversali. Ma il dato nuovo è questo: dopo un breve periodo di caduta delle ideologie in favore d'un pragmatismo tutto politico, le ideologie tornano prepotentemente in campo. L'America imperiale ed evangelica ha chiaramente enunciato la propria. E l'Europa laica?
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I laici non hanno, per definizione, né papi né imperatori né re. Neppure vescovi, tantomeno vescovi-conti. Hanno, come signore di se stessi, la propria coscienza. Il senso della propria responsabilità. I princìpi della libertà eguaglianza e fraternità come punti cardinali di orientamento.
Sulla base di quei princìpi il loro percorso si è intrecciato anche con il cristianesimo e con il socialismo. Con quest'ultimo sulla base d'una eguaglianza che in nessun caso può essere disgiunta dalla libertà vissuta come inalienabile diritto degli individui al di là d'ogni discriminazione di razza, di religione, di sesso. Con il cristianesimo sulla base, anch'essa, della non-discriminazione e quindi del valore dell'individuo vivificato dalla pulsione verso la solidarietà e l'amore del prossimo.
Il sempre più spesso ricordato «perché non possiamo non dirci cristiani» di crociana fattura rappresenta un lascito storico e storicistico dal quale traluce un'inconfondibile impronta laica poiché la coscienza laica assume nel suo sé gli eventi che hanno potentemente contribuito a trasformare la realtà (e il cristianesimo è stato ed è tra i più rilevanti) privilegiandone gli aspetti dinamicamente propulsivi e inserendoli nel quadro di una modernità umanistica che concilia la fede con il rispetto dell'altro e con la libera scelta individuale.
Il laicismo ha il suo culmine nell'abolizione dell´idea stessa di "peccato". Non c'è peccato se non quello che rafforza le pulsioni contro l'altrui libertà. Non c'è peccato se non l'egoismo dell'io e del noi contro il tu e il voi. Non c'è peccato se non la sopraffazione contro l'altro e contro il diverso.
Il laico non è relativista né, tantomeno, indifferente. Soffre con il debole, soffre con il povero, soffre con l'escluso e qui sta il suo cristianesimo e il suo socialismo. Perciò il laico fa proprio il discorso della montagna. Fa propria la frusta con la quale Gesù scaccia i mercanti dal tempio della coscienza, si dà carico dell´Africa come metafora dei mali del mondo.
Il laico vuole l'affermazione del bene contro i mali, i tanti mali che abbrutiscono l'individuo sulla propria elementare sussistenza impedendogli di far emergere la propria coscienza, i propri diritti e i propri doveri al di sopra della ciotola sulla quale reclina la poca forza di cui ancora dispone per appagare i bisogni primari dell'animale nudo che è in lui.
È secondario che il laico abbia una fede e dia sulla base della propria fede una senso alla sua vita, oppure che non l'abbia, non creda nell'assoluto e non veda nella vita se non il senso della vita e non veda nella morte se non la restituzione della sua energia vitale ai liberi elementi dalla cui combinazione è nata la sua consapevole individualità.
Questa è a mio avviso la moralità e l'ontologia del laico ed anche la sua antropologia e la sua pedagogia. Il Cristo che perdona l'adultera e associa Maria di Magdala allo stuolo dei suoi discepoli è un laico, come il Cristo che riconosce al potere civile ciò che al potere civile spetta per organizzare la civile convivenza.
In realtà il Figlio ha profondamente modificato l'immagine del Padre che, annichilendo Giobbe, inneggia alla creazione del Leviatano come manifestazione della sua infinita e indiscutibile potenza. Con la quale annulla ogni teodicea e l'idea stessa della giustizia. Noi europei abbiamo conosciuto purtroppo il Leviatano all'opera e quindi siamo vaccinati contro ogni sua possibile incarnazione. La stessa immagine d'un qualsiasi impero contrasta con i valori dell´Occidente laico e dovrebbe contrastare ancor di più con i valori del cristianesimo e del singolo cristiano, fosse pure in nome del Bene con la maiuscola.
Per questo è vero che non possiamo non dirci cristiani ed è altrettanto vero che non possiamo non dirci laici in tempi nei quali cresce la bestiale violenza, l'inutile guerra, l'intolleranza, l'egoismo, il disconoscimento dell'altro e del diverso. I contrari di tutti questi sono i valori dei laici e con essi noi laici ci identifichiamo. È anche questa una fede, che ingloba le fedi al livello di ragione. Una fede che si affida alla volontà anziché alle illusioni e agli esorcismi contro la morte. Personalmente mi consola pensare che la nostra energia vitale è indistruttibile e servirà anch'essa a mantenere la cosmica energia che alimenta in perpetuo la vita.

Cogne

Repubblica 7.11.04
IL CASO
La perizia ordinata dai giudici di Aosta sui nuovi indizi della difesa. Una terza traccia e colpi di spugna
"Cogne, così hanno falsificato le impronte"
di Meo Ponte

TORINO - Settantotto pagine più altre quaranta di allegati che raccolgono una dettagliata documentazione fotografica e una conclusione inequivocabile: le due impronte rilevate nella notte del 28 luglio scorso nello chalet di Cogne dai consulenti della difesa di Annamaria Franzoni risalgono a quella sera stessa d´estate e non certo al momento dell´uccisione di Samuele. Non solo: quelle tracce potrebbero essere state create in modo artificioso per scagionare la Franzoni dall´accusa di aver ucciso il figlio. «Alcuni dei dati acquisiti - scrivono infatti i periti nominati dalla Procura della Repubblica di Aosta per analizzare i nuovi indizi presentati dall´avvocato Carlo Taormina - sono difficilmente armonizzabili con un´ipotesi di origine fortuita...». E sono probabilmente queste le parole che hanno portato all´incriminazione di Enrico Manfredi e Claudia Sferra (accusati anche di calunnia con l´investigatore privato Giuseppe Gelsomino, Annamaria Franzoni e suo marito Stefano Lorenzi) per frode processuale. Nella perizia depositata ieri dai magistrati torinesi che coordinano l´inchiesta sulla presunta manipolazione delle prove infatti è descritto in modo dettagliato come quelle due impronte siano sorprendentemente sopra lo strato di Luminol, un reagente che serve a rilevare tracce ematiche apparentemente invisibili. Non solo: gli esperti nominati dalla Procura della Repubblica di Aosta (che ha poi trasmesso per competenza il fascicolo a Torino) hanno scoperto una terza impronta: un mezzo pollice rilevato proprio sotto le due tracce fotografate dai consulenti della difesa e i resti di uno strato di luminol lavato con una spugna. Una specie di prova andata a male e cancellata prima di "scoprire" le altre due impronte poco più sopra con uno strato di luminol più leggero. A conferma che comunque quelle due impronte fotografate dai consulenti della difesa sono contemporanee all´applicazione del luminol e non sono insanguinate i periti spiegano che l´applicazione del reagente su una traccia ematica dà un´immagine ben diversa da quella riportata da Manfredi e Sferra. Resta un ultimo dubbio: di chi sono le impronte lasciate sulla porta della stanza dove fu ucciso il piccolo Samuele. Non appartengono ad Ulisse Guichardaz, il guardaparco indicato da Annamaria Franzoni e dal marito come il presunto assassino del figlio. Non sono dei consulenti Manfredi e Sferra. I quattro esperti svizzeri presenti al sopralluogo di luglio hanno detto di aver indossato i guanti di lattice. La risposta potrebbe arrivare sabato prossimo, al tribunale del riesame che esaminerà la richiesta di dissequestro della documentazione presa ai due consulenti presentata dai loro legali.