lunedì 27 ottobre 2003

anche alla Libreria AMORE E PSICHE
la registrazione video del dibattito
di martedì 21 ottobre

Ora è possibile vedere anche in libreria - oltre che sulla rete, QUI - la registrazione dell'intervento di Marco Bellocchio al dibattito seguito alla proiezione del film "Buongiorno notte", tenutosi presso la Facoltà di Scienze della comunicazione d Roma martedì 21.10.03.
 
gli orari:
lunedì 15.00-20.00
dal martedì alla domenica 10.00-20.00


(segnalazione di Tonino Scrimenti)
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Class di ottobre

CLASS ottobre 2003, in edicola (€ 4,50)
con una fotografia di Massimo Fagioli

(ricevuto da Daniela Venanzi)

La psicoanalisi stimola o ditrugge la creatività? Per Bertolucci, Beckett o Fellini la terapia è stata una manna. Per Pasolini un Impaccio. E per Bellocchio...
SE IL GENIO FINISCE SUL LETTINO
di Alessandra Gaeta


Dopo anni di crisi creativa, Marco Bellocchio ha rotto il sortilegio l'anno scorso con L'ora di religione, considerato il miglior film italiano della passata stagione. Un successo bissato con il recente Buongiorno, notte.
Il regista, presente al Festival di Venezia, si è visto sfuggire il Leone d'oro, ma un premio più importante l'ha ottenuto: ha vinto su se stesso. Sul suo modo, cioé di essere uomo e artista chiuso, isolato e complesso, che lo ha costretto per anni a vivere nella penombra. Oggi, a sessant'anni compiuti, Bellocchio gode di una seconda giovinezza creativa: «Sento di avere raggiunto una maggiore libertà e se oggi sono quello che sono è anche grazie a un'esperienza che, al contrario di quello che molti hanno spesso sostenuto, non mi ha né soffocato né distrutto.
L'esperienza di cui parla Bellocchio è il suo rapporto con Massimo Fagioli, lo psicoanalista che lo ha aiutato a superare la depressione e che lo ha seguito fino al 1996, dopo dieci anni di terapia di gruppo. Il sodalizio tra i due era stato lungamente criticato da stampa e pubblico: in molti disapprovavano l'eccessivo coinvolgimento dell'analisi nella sua vita artistica e, dopo la partecipazione di Fagioli alla sceneggiatura del Diavolo in corpo, si era parlato di una vera e propria sopraffazione sul regista da parte del terapeuta. Bellocchio ha sempre respinto queste critiche, sostenendo che l'analisi aveva in realtà rivitalizzato la sua freschezza espressiva.

Sull'influenza, positiva o negativa della psicoanalisi sulla creatività possono testimoniare la loro esperienza personaggi come Bernardo Bertolucci, Federico Fellini, Gabriele Lavia, Ferdinando Camon, Andrea Zanzotto, Giorgio Manganelli, Umberto Saba, Woody Allen, Hermann Hesse, Samuel Beckett e molti altri scrittori, registi, attori, poeti e artisti. «L'analisi è un allenamento all'espressione», sostiene lo scrittore Ferdinando Camon, paziente di Cesare Musatti. «Chi passa la vita a scrivere, cioè a esprimere non può convivere con la repressione». Ecco dunque spiegati i motivi di tanta affluenza negli studi psicoanalitici da parte di personalità creative.
Per Sigmund Freud, l'uomo felice non fantastica, solo l'insoddisfatto lo fa. Secondo il padre della psicoanalisi, l'insoddisfatto è colui che isola e segrega nella propria interiorità le sue fantasie e i suoi sogni per paura di esternarli. La primitiva libertà di fantasticare di un bambino non è concessa all'adulto perché da lui non ci si attende più che continui a giocare, quindi a fantasticare, ma che agisca nella vita reale. Una tale segretezza di sentimenti, a lungo andare, provoca l'insorgere di nevrosi, dalle quali si può guarire solo confessando su un lettino i propri desideri insoddisfatti, che Freud chiama «le forze promotrici delle fantasie».
«Quando Samuel Beckett si presentò al dottor Wilfred Ruprecht Bion, aveva pesanti sintomi di angoscia, che egli stesso descrisse nella prima seduta: palpitazioni, aritmie cardiache, sudori notturni, tremito, panico, senso di soffocamento e, negli attacchi più acuti, paralisi totale». Nella sua biografia su Beckett, lo storico James Knowlson dà ampio spazio alla terapia dello scrittore e al suo rapporto con lo psicoanalista Bion. Grazie all'analisi riduttiva, un metodo che mira a scoprire i legami dinamici tra sintomi e cause scatenanti maturati nel passato, il drammaturgo dublinese riuscì a controllare alcuni dei suoi impulsi psichici più devastanti (frustrazione e violenza repressa) ma soprattutto a utilizzare fruttuosamente il suo solipsismo nel lavoro creativo.
Anche diversi grandi scrittori italiani si sono rivolti alla psicoanalisi. Umberto Saba, per esempio, dopo una forte depressione, ricorse all'allievo di Freud, Edoardo Weiss, che ebbe in cura anche Italo Svevo. Allo psicoanalista triestino, Saba dedicò 11 piccolo Berto, rac c opto fortemente caratterizzato da elementi freudiani, che interruppe un suo periodo di stasi creativa.
Un'esperienza analoga l'ha vissuta il poeta Andrea Zanzotto: dopo due anni di terapia, che lo hanno aiutato a stemperare angosce e fobie, è diventato un cultore della psicoanalisi. L'influenza di Lacan è stata fondamentale nella sua opera: «Tutto il formicolio di idee, incroci e ibridazioni lacaniane uri ha certo insegnato qualcosa, ed è stato all'orizzonte del allo fare», dichiara Zanzotto, «ma nello stesso tempo ho avvertito la necessità di prendere distanza da questo inghippo che aveva, insieme, l'aspetto roseo del surrealismo e l'aspetto negromantico di un certo tipo di esistenzialismo».
Uno dei più illustri allievi di Jung fu il tedesco Ernst Bernhard, che ebbe in cura il fior fiore del inondo intellettuale italiano. Esule volontario dalla Germania per il dilagare del nazismo, guidato da un sogno premonitore raccontato a Jung , riparò in Italia nel 1938. Nel dopoguerra riceveva nel suo studio romano di via Gregoriana 12, a Trinità dei Monti, Natalia Ginzburg, Bobi Bazlen, Giorgio Manganelli e Federico Fellini. Quest'ultimo, dietro consiglio dello psicoanalista tedesco, iniziò a tenere un diario dove riportava, sotto forma di disegni, tutti i suoi sogni. Quando Bernhard morì, Fellini gli dedicò Il viario di G. Mastorna, il soggetto di un film che però non riuscì mai a girare, ma che realizzò come libro a fumetti con l'aiuto di Milo Manara.
Anche il grande Alfred Hitchcock consacrò alla psicoanalisi vari film, tra i quali lo ti salverò, un giallo incentrato sui disturbi della niente, che nacque per volere del produttore David Selznick, da anni paziente freudiano, e dallo sceneggiatore Ben Hecht, anch'egli frequentatore di uno studio psicoanalitico.
Al teorico della comunicazione intrapsichica Franco Fornari deve molto invece Gabriele Lavia: a seguito dell'incontro con Fornari, il suo modo di accostarsi al teatro è molto cambiato: «La sua teoria koinemica mi aveva affascinato», spiega l'attore e regista teatrale, «per Fornari all'interno del linguaggio parlato intervengono unità di comunicazione intrapsichiche che possono essere anche inconsce, vuoi per chi parla, vuoi per chi ascolta. Bisogna riuscire a trovarle e a decodificarle per capire il piano psicologico a cui fare riferimento. I famosi koineimi sono nove: il padre, la madre, il bambino, gli organi sessuali, la castrazione, la nascita, la morte, il proprio corpo e la nudità. Essi determinano il ruolo o i ruoli che di volta in volta assumono colui che parla e colui che ascolta. La teoria ha la sua applicazione nel dialogo, nelle parole. E che cos'è il teatro se non dialogo, parole, gesti?».
Nonostante le innumerevoli testimonianze sugli effetti benefici della psicoanalisi nella vita creativa, sono molti gli artisti che la guardano con sospetto. Uno dei motivi principali, come spiega il filosofo Umberto Galimberti, è «la paura di ricordare e la ripetizione interiore dei conflitti traumatici del passato. Ma anche il timore di perdere il genio creativo». Eh, già. Saul Bellow ha confessato di aver dovuto interrompere l'analisi perché non riusciva più a scrivere una sola parola. Più traumatica è stata invece l'esperienza di Pier Paolo Pasolini, in cura da Cesare Musatti, raccontata dal suo amico Ferdinando Camon: «Pasolini resisté poche sedute, poi urtò contro il problema dell'omosessualità: Musatti lo portava ad affrontare l'omosessualità come cultura, Pasolini voleva lasciarla da parte come natura, e alla fine, piuttosto di entrare in crisi, si ritirò. La sua analisi finì e con essa, ne sono convinto, cominciò a finire la sua vita. Oso pensare che, se avesse continuato, oggi, forse, sarebbe qui». Ma qui, oggi, non c'è neppure una delle dive più amate del cinema, Marilyn Monroe. Non sono bastati cinque psicoanalisti (Anna Freud, Margaret Herz Hohenber, Marianne Rie Kris, Ralph S. Greenwood e Milton Wexler) per evitarle una tragica sorte. E non solo l'analisi non l'ha liberata dalla sofferenza, ma i periodi più intensi delle sue varie terapie coincidono con le sue peggiori interpretazioni cinematografiche.
«Lo avevo detto io!», potrebbe gridare Vladimir Nabokov, uno dei più intransigenti critici di Freud e di qualsiasi tipo di psicoterapia. per lo scrittore russo, infatti, si tratta solo di < operazioni sciocche e disgustose che non potrei prendere in considerazione nemmeno per scherzo. Il freudismo, e tutto ciò che ha contaminato con le sue implicazioni e i suoi metodi grotteschi, mi sembra uno dei raggiri più ignobili che la gente possa praticare su se stessa e sugli altri. Lo respingo in blocco, insieme ad alcuni altri ingredienti medievali tuttora adorati dagli ignoranti, dai conformisti o dai malati gravi». Come dirlo a Woody Allen che dell'analisi ha fatto uno stile di vita e di lavoro?
Tra entusiasti e detrattori, però, si possono trovare anche delle vie di mezzo. Ambivalente e ricco di alti e bassi, per esempio, il rapporto tra due giganti della cultura del Novecento: Hermann Hesse e Carl Gustav jung. Lo scrittore che ha combattuto tutta la vita con diversi problemi personali e disturbi psicosomatici, trascorse nel 1916 un soggiorno di cura nella clinica Sonnmatt presso Lucerna, sottoponendosi a trattamento psicoterapeutico con Joseph B. Lang, discepolo di Jung. Attraverso di lui conobbe meglio le opere del padre della psicologia analitica, prima Trasformazione e simboli della libido e poi altri libri. Hesse continuò a leggere i saggi di Jung per alcuni anni, finché fu interessato alla psicologia del profondo. Si arrivò poi anche a incontri tra lo psicoterapeuta di Zurigo e lo scrittore che risiedeva a Montagnola. Jung riconosce che Hesse ha fatto proprio ed elaborato il suo pensiero in alcuni romanzi come Derniau, Siddharta, Il lupo della steppa e Narciso e Boccadoro.
Col tempo, però, il legame tra i due si allenta ed Hesse comincia ad avere seri dubbi sull'utilità dell'analisi nel processo creativo. Lo scrittore, in una lettera all'amico Emanuel Meier, ricorda un'impressione di quando, agli inizi degli anni 20, tenne una conferenza al Club di Zurigo e fece alcune sedute terapeutiche con Jung: «Fu allora che cominciai a capire che per gli analisti è davvero impossibile avere un rapporto autentico con l'arte, mancano tutti dell'organo necessario».

l’Istituto di Sessuologia Clinica di Roma

La Repubblica Salute 23.10.03
Più i maschi al telefono del sessuologo


Al ritmo di quasi 800 richieste d’aiuto l’anno, il servizio di consulenza telefonica dell’Istituto di Sessuologia Clinica di Roma (via Savoia 78, www.sessuologiaclinica.it) fa il punto dopo 5 anni di attività. E mentre nell’incontro dal titolo tutt’altro che immaginifico ("La sessuologia nei corsi di laurea in Psicologia. La sessualità tra normalità e patologia") si affrontano gli aspetti scientifici (integrazione delle figure di riferimento, formazione psicologica del sessuologo), vengono anche snocciolati alcuni dati sulle consulenze telefoniche.
Così si scopre che il 60,2% delle richieste viene dagli uomini (39,8% dalle donne), l’età media è 31 anni. Il 73,2% non ha mai richiesto una consulenza specialistica. Il 29,7% delle richieste riguarda le disfunzioni sessuali maschili, l’11,7 quelle femminili. Richieste di rassicurazione sulla propria normalità (34,7%), generiche informazioni (21,6%), problemi relazionali (18,2%), difficoltà psicologiche (9,5%) danno il quadro delle telefonate; il 26,4% vuole informazioni su problematiche mediche. Quali le principali disfunzioni? Nei maschi l’eiaculazione precoce (41,7%), la disfunzione erettile (40,9%), il calo di desiderio (8,4%); nelle donne la mancanza di orgasmo (coitale o completa: 45,8%), il vaginismo (21,8%), il calo del desiderio (19,2%).
I dati confermano quelli di un’indagine paneuropea (su 7 paesi, promossa dall’Inserm di Parigi) secondo cui i pazienti maschi si rivolgono al sessuologo per eiaculazione precoce e disfunzione erettile, le donne per difficoltà a raggiungere l’orgasmo e vaginismo.

«i neonati, in ogni parte del mondo...»

Il Tempo domenica 26 ottobre 2003
FIGLI & PSICHE
di Enza Ferri


I NEONATI di ogni parte del mondo hanno gli occhi di cielo, blu profondo. Più tardi la formazione della melanina favorirà il colore individuale. Dal loro mondo intrauterino fatto di suoni ovattati, luce soffusa e quiete, vengono spinti in una nuova realtà accecante, fredda e rumorosa. Il loro primo vagito più che un saluto alla vita, è una richiesta di aiuto.
Il pianto, insieme alla suzione, ai movimenti oculari ed alla prensione della mano, sono il piccolo bagaglio di atti riflessi con i quali i neonati, da una completa dipendenza si avvieranno alla scoperta-assimilazione del mondo reale, affettivo ed emotivo circostante. Intorno alla culla di un neonato si prova un senso di mistero e meraviglia sempre nuova, perché in quella culla come in un seme, sono racchiuse tutte le potenzialità della vita. Il loro sbocciare dipenderà dal «terreno» emotivo che accoglierà quel seme. Il neonato non è in grado di andare verso la sua fonte di nutrimento e sicurezza ed è con il pianto che cerca di attirarla. Il pianto di base o di fame, di disagio e di paura sono segnali che indicano un bisogno di cibo o di attenzione e contatto. I piccoli, che poche ore prima si trovavano in un ambiente ovattato, dove percepivano la regolarità nel battito del cuore materno vivono, dopo la nascita, una sorta di solitudine e paura, per questo ricercano di essere «stretti al cuore» e non vale il non volerli «viziare». Piuttosto che «spezzare» l’insistenza della richiesta, basterà almeno il contatto della mano sul corpo per non lasciarli soli e per placare questo tipo di bisogno. Il primissimo periodo della vita del neonato, è di simbiosi con la madre e, sono i primi rapporti e contatti, che determineranno le future condotte di «fiducia-sfiducia». Non c’è un solo periodo dopo la nascita, in cui il lattante è un essere «amorfo», in realtà la sua crescita comincia con il nascere. Per questo, le due funzioni primitive del mangiare ed espellere sono tanto importanti, sia dal punto di vista della crescita che, attraverso l’amore e la cura, per quella emotiva. Il periodo che va dalla nascita allo sviluppo del linguaggio, è contraddistinto da uno sviluppo mentale straordinario e decisivo per la futura evoluzione psichica della personalità di base emotivo-affettiva. La prima intelligenza viene definita «senso-motoria», infatti i piccoli nel primo anno di vita riferiscono a sé tutto ciò che li circonda e, in questo egocentrismo naturale, la realtà è tutta da «succhiare», «toccare», «scuotere» e «gettare a terra».
Da questi elementari atti riflessi di «causa-effetto», si formeranno gesti più organizzati: la suzione volontaria del dito, volgere la testa verso un richiamo, mettere a fuoco le pupille verso un oggetto e afferrare quelli più vicini con movimenti sempre più precisi e coordinati. Il senso dell’udito sarà l’ultimo a svilupparsi ed i piccoli, mostreranno grande attenzione alle parole, ai suoni dolci, alle «nenie»... Il sorriso dell’adulto sarà uno dei segnali di sicurezza per i neonati e, dopo la quinta settimana di vita, il loro stesso sorriso comincerà ad esprimere socievolezza di fronte al volto di un adulto o alla voce dei genitori. Ma è il contatto, la più forte trasmissione biologica di sicurezza per i piccoli. Il massaggio del neonato (accarezzare con leggera pressione e con tutte e due le mani il viso, il corpo, le braccia, le mani, le gambe, i piedi), aumenterà il legame affettivo sia nel piccolo che nei genitori.
Anche se il primo legame dei piccoli sarà di simbiosi con la madre, importantissimo sarà quello con il padre, del quale riconosceranno il sorriso, la voce, l’odore, il contatto delle mani più grandi e da lui verrà sicurezza. Il neonato, adagiato nelle mani di papà, rivolto verso il suo viso che gli sorride mentre parla dolcemente, è in un «centro» di perfetta beatitudine. Sarà «un’impronta» e si rinnoverà ogni volta che quelle stesse mani, si poseranno sulle spalle del futuro ragazzo.

«un film al giorno è meglio del lettino»

La Repubblica lunedì 27 ottobre 2003, Pagina 29 - Cronaca
Recenti studi americani dimostrano che le pellicole per la psiche sono più efficaci di qualsiasi terapia. L´ultimo manuale esce tra qualche giorno
Un film al giorno meglio del lettino
Woody Allen per chi è triste, Frank Capra per chi è insicuro
Anche un thriller può avere capacità curative, basta che sia fatto a regola d´arte
"L'immaginario è senza fine. Comunica emozioni, trasforma il negativo in positivo"
di Ambra Somaschini


ROMA - A ciascuno il suo film. Ovvero come sostituire serate estenuanti di chiacchiere con l'amico del cuore, giornate di malumore, o addirittura di crisi nera con un film. Per rallegrarsi, innamorarsi, lamentarsi, separarsi, trovare lavoro, cambiare amici, perfino per traslocare. Detto così può sembrare persino troppo semplice, ma seri studi provano che il grande schermo aiuta la psiche. Così tanto da spingere a riflessioni fondamentali per le decisioni della vita. Al cinema meglio che sul lettino dello psicanalista, così sostiene un libro che esce il 31 ottobre per Feltrinelli: «Cinematherapy» di Nancy Peske e Beverly West. E mentre alla Sapienza di Roma si testano kit di pronto intervento cinematografico sugli allievi, a Firenze, nell´Istituto di Neuroscienze, mostrano "La vita è una cosa meravigliosa" di Frank Capra ai giovani per rassicurarli.
Una tendenza che arriva dall'America anni '90 per poi espandersi in Europa e chiudere il cerchio in India dove l'industria di Bollywood sulla collina di Delhi ormai consola gli animi di tutto il mondo. Poi nel '95 il dottor Gary Solomon pubblica un testo che descrive le proprietà terapeutiche di 200 film: il successo immediato inaugura un filone che fa uscire pubblicazioni a ritmo mensile.
Gli autori del libro in uscita, Peske & West, elencano ricette quotidiane di self-help attraverso una cascata di pellicole dai '30 in poi: «I film sono medicinali che possiamo autoprescriverci, ricostituenti lenitivi che, se somministrati correttamente, curano crisi d´identità e tristezze profonde».
"Love story" è troppo banale per piangere? Basta girare pagina e puntare su "La stanza di Marvin". Problemi con il fidanzato? Si programma la serie infinita di «E vissero felici e contenti», a cominciare da "Ufficiale e gentiluomo". Chi vuole viaggiare con la mente può affittare "La mia Africa" e "Witness", chi è stressato dal lavoro «Dalle 9 alle 5 orario continuato». Ha potenzialità curative anche il thriller, ma il calibro deve essere quello di «Brivido Caldo». Il vittimismo di "Thelma & Louise" aiuta a vincere la tristezza, "Singing in the rain" migliora le giornate peggiori, "Lezioni di piano" incita al rinnovamento interiore. Le vie del cinema sono infinite.
«L'immaginario filmico è potente, comunica emozioni e vissuti, trasforma la percezione negativa di quanto avverrà in positiva - spiega Vincenzo Mastronardi, docente di psicopatologia forense a La Sapienza di Roma che sta scrivendo "Cinematerapia" in uscita per Armando Editore - alla fine riesce a farci evitare errori esistenziali. In amore ad esempio. Il piacere di sentirsi infatuati non rispetto alla persona ma al concetto di innamoramento porta a pentirsi amaramente per aver fatto una scelta sbagliata ("L'ultimo bacio") oppure ci trasforma in facili prede di legami molto rischiosi ("Attrazione fatale"). Esistono anche film per tutti gli usi come "I magnifici 7", mix di valori, fratellanza, giustizia, spinta al coraggio. Ma per chi ha bisogno di iniezioni di coraggio e grinta esistenziale, ecco "Pacemaker" e "The rock"».