domenica 18 aprile 2004

sfide tra giganti:
Emanuele Severino vs. Massimo Cacciari...

Corriere della Sera 18.4.04
ELZEVIRO Una risposta a Cacciari
Interrogativi aperti sull’orizzonte ultimo
di EMANUELE SEVERINO


Solo un pensatore di primo piano nella filosofia contemporanea, qual è Massimo Cacciari, può scrivere Della cosa ultima (pp. 554, 45), appena pubblicato da Adelphi. Un potente itinerarium mentis : non «soltanto» in Deum, ma anche e soprattutto ultra Deum - al di là di Dio, secondo la grande tradizione neoplatonica. Cacciari la mobilita e la rinnova con una lettura dove anche Anassimandro, Aristotele, Tommaso, Dante, Leopardi, Gentile si trovano uniti a Platone, Plotino, Proclo, Agostino, Eckhart, Cusano, Bruno, Schelling, Barth, Heidegger. Quasi seicento pagine di scrittura tersa e intensa, anche per l’andamento dialogico-epistolare, dove Cacciari riprende e approfondisce i temi del suo precedente saggio Dell’inizio e dove alla filosofia vien dato ciò che le spetta. Per me questo libro è mirabile indipendentemente dall’accordo-disaccordo col mio discorso filosofico. Nell’ultima frase dell’ultima pagina Cacciari scrive, riferendosi a me: «Il confronto ultimo di questo libro è con lui». Lo ringrazio veramente, sapendo che cosa stia dietro questa affermazione; ma insieme al piacere, quasi mi spiace che l’abbia scritta, perché qualcuno potrebbe pensare che la mia ammirazione per questo libro sia interessata. Per spingere ancora più lontano il sospetto, qui di seguito accennerò soltanto - inevitabilmente semplificando - ad alcuni degli interrogativi che queste pagine lasciano aperti rispetto al mio discorso filosofico e dei quali lo stesso Cacciari è peraltro ben consapevole.
Il gran principio del neoplatonismo dice che al di là della totalità degli enti, dunque al di là di Dio e della sua potenza creatrice, c’è l’Uno, il Semplice, l’In-finito, l’Inizio, la «cosa ultima». In questa direzione Heidegger afferma la «differenza ontologica» tra l’«Essere» (il Semplice) e l’«Ente». Ma, con il neoplatonismo, Cacciari continua a ribadire che l’Inizio non è il nihil absolutum , non è l’assolutamente nullo. E anche Heidegger nega decisamente che l’«Essere» sia il puro nulla.
Anni fa, discutendo con Gadamer a tavola, davanti a quello splendore di ente che è il Duomo Vecchio di Brescia, gli obiettai quanto segue. Lei, con il suo maestro Heidegger, esclude che l’«Essere» sia il puro nulla. D’altra parte lei esclude anche (con Heidegger e tutti gli altri) che un ente sia un puro nulla. Ma, allora, sia l’«Essere» sia l’«Ente» hanno questo in comune: di non essere un nulla assoluto. Il che vuol dire che l’«Ente» al di là del quale c’è l’«Essere», è Ente in senso ridotto, limitato: giacché Ente in senso pieno e autentico è tutto ciò che non è un nulla assoluto e che pertanto è l’orizzonte che include sia l’«Essere», sia l’«Ente».
Questa stessa obiezione ora rivolgo a Cacciari, a proposito dell’Inizio di cui egli parla, e a sua volta pretende stare al di là della totalità dell’Ente, escludendo nel contempo di essere un niente assoluto. L’orizzonte ultimo, dico, non è l’Inizio, ma è la dimensione che include sia quei non-niente che sono gli enti visibili e invisibili, sia quel non-niente che è l’«Inizio» - qualora lo si debba affermare.
Si tratta di vedere che cosa spinge ad affermarlo. E qui il discorso è arduo, perché, mi sembra, per Cacciari la verità contiene in sé l’innegabile, ma anche ciò che non è l’innegabile e che peraltro mostra qualcosa di più profondo. Ciò che nella verità eccede l’innegabile ed è il più profondo, cioè l’Inizio, è dunque negabile. Cacciari scrive che «si rivela, si palesa» «con necessità» e tuttavia «non è ulteriormente fondabile», «rimane "oscuro"». Egli intende dire che è il «Possibile», «ciò che in Dio non è Dio stesso», secondo l’espressione eckhartiana di Cusano.
Mi sembra (può darsi che m’inganni) che in questo libro ci sia la «volontà » di tener fermo il centro del mio discorso, cioè l’eternità di ogni ente, tuttavia oltrepassandola proprio per salvarla. Se così fosse, l’approdo al «Possibile» sarebbe la fine di ogni eternità - e Cacciari finirebbe forse, contro le proprie intenzioni, col ricondurre il neoplatonismo al tema centrale della filosofia contemporanea, cioè alla precarietà e contingenza di ogni cosa.
Se infatti l’Inizio non è un nulla assoluto, tuttavia per Cacciari, al seguito di Schelling, l’Inizio è il puro Possibile, perché innanzitutto sarebbe potuto rimanere un assoluto nulla. In questo modo - rilevo - ogni «eternità» garantita dal Possibile sarebbe sospesa sul baratro del nulla, sulla possibilità di essere rimasta un nulla. Ma che gli essenti siano nulla o possano esser nulla o sarebbero potuti rimanere nulla, questo è ciò che chiamo «essenza del nichilismo», «follia essenziale», «fede nella morte». Quest’ombra minaccia le splendide pagine di Cacciari sulla libertà, sul male, e quelle, ancora più ruggenti, sul «Paradiso».
Mi sembra che egli sia d’accordo con me quando parla della «morte della morte». Ma la «morte» che fa morire la morte non può essere l’annientamento di qualcosa, nemmeno della fede nella morte - della fede soltanto al cui interno vive la morte. Nemmeno «i cieli nuovi e la terra nuova» dell’Apocalisse possono essere la morte di quelli vecchi, cioè dei nostri, in cui noi qui ora viviamo.

libri:
Goethe e il Cenacolo di Leonardo

Corriere dlla Sera 18.4.04
Tradotto per la prima volta in italiano lo studio del sommo letterato che rese famosa in Europa l’opera di Leonardo
Goethe a Milano, «turista» stregato dal Cenacolo


Correva il 1788. Dopo aver assistito al carnevale romano, alle funzioni della Settimana Santa e aver visto all’Accademia di San Luca il cranio di Raffaello, il 23 aprile Goethe lascia la città eterna. Riparte verso Weimar, sostando a Firenze, Modena, Parma e Milano. Se ci fermassimo con lui per ascoltare i giudizi dati alla città, ne resteremmo delusi. Milano, in altre parole, non gli piacque. Il Duomo, ad esempio, lo giudicò «un’autentica assurdità», o meglio «una meschinità tutt’altro che finita». Per carità di patria non continuiamo, ma ci fu un’opera che lo stregò: il Cenacolo di Leonardo alle Grazie. Il sommo letterato ne scrisse a Carlo Augusto di Sassonia, sovrano e amico: «È una vera chiave di volta nei miei concetti artistici. È unico nel suo genere, non vi è nulla con il quale possa essere paragonato». E tali parole vanno aggiunte all’ammirazione per il «Trattato della pittura» del maestro di Vinci, che Goethe lesse avidamente nei precedenti mesi romani.
Tornato in Germania, ricordava a memoria i dettagli del Cenacolo. Il destino gli andò incontro nell’estate del 1817, allorché proprio Carlo Augusto di Sassonia si recò nel Lombardo-Veneto per una visita di Stato. Tra un inchino e un auspicio, Sua Altezza pensò di fare acquisti d’arte: come consulente fu prescelto il direttore del gabinetto numismatico di Brera, Gaetano Cattaneo, nativo di Busto Arsizio e zio del celebre Carlo. Egli consigliò al sovrano l’acquisto di parte dell’eredità di Giuseppe Bossi, segretario dell’Accademia di Brera (anche lui di Busto Arsizio), spentosi due anni prima. Fu ascoltato.
E qui c’è il nocciolo della storia. Bossi aveva ricevuto nel 1807, dal viceré Eugenio di Beauharnais, l’incarico di eseguire una copia del Cenacolo, destinata a far da modello a un mosaico che avrebbe tramandato il già compromesso capolavoro. Affinò le ricerche per la bisogna, raccogliendo tutte le fonti documentarie e cercando di ricostruire l’immagine originale della «Cena». Dall’affresco e dalle copie trasse immenso materiale, tra cui un’opera dedicata al dipinto, che apparve nel 1810 con il titolo «Del Cenacolo di Leonardo da Vinci Libri Quattro».
Con tale indicazione inizia appunto lo studio di Goethe dedicato a «Il Cenacolo di Leonardo», che ora finalmente vede la luce nella prima traduzione italiana di Claudio Groff. Il volumetto è pubblicato da Abscondita con un puntuale scritto di Marco Carminati (costa 11 euro). Goethe potè avere il tesoro di Bossi per rimeditare sull’adorato affresco e farlo conoscere a tutta Europa.
Carminati oggi può scrivere che i quattro libri di Bossi sono «costosissimi». Ha ragione. Aggiungiamo che il vizio della bibliofilia è pernicioso per le proprie tasche più del gioco e di (talune) donne. Non a caso Goethe li fece acquistare - già allora - da un capo di Stato.

libri:
«il più perfetto romanzo russo dopo Dostoevskij»

Corriere della Sera 18.4.04
RILEGGERE I CLASSICI
«Il demone meschino» è stato definito il più perfetto romanzo russo dopo Dostoevskij. Ecco i motivi della sua originalità
Sologùb seppe rappresentare in modo geniale una società senza grandezza


Il personaggio più inquietante creato da Kafka è forse Odradek, strana e repellente figura che non si capisce bene se sia un essere vivente o un marchingegno meccanico e aggrovigliato, che nella sua ambiguità contagia la vita stessa e la fa assomigliare a qualcosa di sordido e artificiale. Odradek ha un grande predecessore letterario, Nedotykonka, l’Inafferrabile, il mostriciattolo che divora e sconvolge come un roditore insinuatosi nel cervello, la mente e la fantasia di Peredònov, il protagonista del Demone meschino il capolavoro di Fëdor Sologùb uscito nel 1905 e verosimilmente ignoto a Kafka. Nato a Pietroburgo nel 1863 e formatosi nell’atmosfera culturale simbolista di quella straordinaria città, vicino alla rivoluzione del 1905 ma sostanzialmente estraneo alla realtà sovietica sorta dopo il 1917, Sologùb ha scritto altri romanzi e racconti, ma appartiene alla letteratura universale per un solo libro, Il demone meschino , in cui il suo artiglio satirico, il suo doloroso e talora anche perverso senso del male e la sua eccezionale capacità di fondere indissolubilmente precisione realistica e delirio visionario generano un’opera magistrale, definita da Mirskij «il più perfetto romanzo russo dopo Dostoevskij».
A differenza dalla brevissima parabola kafkiana, il libro di Sologùb è un romanzo che raffigura numerosi personaggi e ritrae genialmente una torpida e cupa provincia russa, quel mondo della vecchia Russia sonnolento e arretrato (anche se meno di quanto si creda) da cui è nata una grandissima letteratura, che ha interpretato come forse nessun’altra le sconvolgenti trasformazioni della storia contemporanea e dell’uomo, quella crepa, fra il modo di essere dei secoli o millenni precedenti e il nostro, che si è aperta tra fine Ottocento e primo Novecento e sta ancora allargandosi, attraversando come una grande e slabbrata ferita la mente e il cuore dell’individuo, dividendolo da se stesso.
Se Odradek è la figura di una realtà indecifrabile e minacciosa, l’Inafferrabile - nel romanzo grottesco ma anche realista di Sologùb - può essere visto anzitutto come una allucinazione di Peredònov, la proiezione della sua dilagante follia, che lo porta a ossessioni paranoiche e infine al più insensato delitto. La grandezza del «Demone meschino» non consiste tuttavia soltanto nella mirabile narrazione del delirio, prima contenuto e poi prorompente, che stravolge a poco a poco tutta la realtà e perfino la natura e che viene raccontato attraverso questa deformazione delle cose, che il lettore vede alterarsi sotto i suoi occhi, come se anch’egli le guardasse e le vivesse nel delirio.
La letteratura universale conosce molte altre grandiose rappresentazioni della follia e della sua incontenibile distorsione del mondo. Ma Perodònov non è Aiace né re Lear o la Clarisse di Musil; non è una creatura la cui umanità sia travolta e disgregata dalla follia, continuando a palpitare dolorosamente pure nella propria disgregazione anche violenta o criminosa. L’anima che, nel romanzo di Sologùb, precipita nel vortice della paranoia, è un’anima radicalmente priva di umanità; una personalità che sembra costituita soltanto da meschinità, malignità, bassezza. Anche l’Inafferrabile che tormenta e incalza il protagonista non ha alcuna grandezza infera di dèmone né la dignità sia pur straziata e sfigurata della pazzia; assomiglia più a un lurido e guizzante animale del sottosuolo che a un principe del male o del dolore. Come Odradek ha qualcosa di ributtante.
Nel Demone meschino Sologùb affronta - e supera magistralmente - una delle più grandi difficoltà dell’arte, la rappresentazione dell’assoluta negatività, di un buio radicale e di una raggelante crudeltà della vita. Apparentemente, la letteratura pullula di raffigurazioni o celebrazioni del male; non si contano i libri che narrano e talora esaltano la trasgressione, la violenza, l’assassinio, l’orgia di sangue e di sesso, Jack lo Squartatore, le più svariate perversioni sadiche. Molto spesso si tratta, malgrado le intenzioni magari luciferine degli autori, di pagine sentimentali ed edificanti: nel gesto più malvagio lo scrittore fa balenare una nobile ancorché sviata ansia di redenzione, nella trasgressione più efferata una sete di libertà, nella violenza una paradossale ricerca d’amore o quanto meno un’espressione di dolore o una rivendicazione di giustizia. Molti che si credono o si atteggiano ad apologeti del male sono invece predicatori del bene; nel delinquente di cui magari magnificano il delitto c’è, iniquamente violentata e spinta al crimine, la trepida e indifesa innocenza degli orfanelli perseguitati in tanti romanzi strappalacrime ottocenteschi.
Sologùb si confronta con una miseria più radicale, con una cattiveria oggettiva della vita che sembra aver prosciugato dall’anima ogni linfa di umanità. Peredònov è un insegnante di ginnasio, che persegue minime e irreali promozioni sociali, perseguita i suoi allievi, si sente perseguitato da tutti e in parte lo è realmente, tra le insidie della gretta società cittadina, i raggiri della sua donna per farsi sposare, le beffe malvagie di cui è vittima; a sua volta egli si invischia in un delirio di persecuzioni che lo induce a pensieri e atti sempre più folli. Intorno a lui si muove, ritratto mirabilmente, un universo provinciale e rancoroso di indimenticabili personaggi - burocrati, ragazze vedove smaniose di sposarsi, direttori didattici, studenti, artigiani - che non patiscono l’angoscia degli incubi di Peredònov, ma ne condividono la meschinità.
Sologùb non si compiace di rappresentare spietatamente la crudeltà, una crudeltà che si annida nei gesti, nei dettagli e nei sentimenti quotidiani. Il mondo, per lui, è il regno del male, in cui gli uomini sono, come Peredònov, vittime e persecutori. Con intuizione di grande poeta e di grande moralista, Sologùb sa che il male non ha alcuna grandezza. Si possono ammirare alcune qualità torbidamente intrecciate al male, ma di per sé buone, come ad esempio il coraggio di lady Macbeth, ma non la malvagità di lady Macbeth. Il male, nel suo romanzo, è la meschinità, la volgarità che sfuma nella brutalità, un’indegna acredine. Impalpabile e irresistibile, il male s’infiltra nella personalità e ne diviene un elemento costitutivo, quasi fisico, come lo sporco sotto le unghie o un inquinamento respirato con l’aria.
Pur alterata da un crescente grottesco, la vicenda conserva una sua sinistra normalità, sicché il lettore si chiede, a un certo punto, se quella piccina abiezione non sia il volto della vita stessa; se anche ognuno di noi non stravolga, senza avvedersene, la realtà in un analogo, opaco delirio. Ci si accorge, con ripugnanza, che, in misure diverse, la miseria morale di Peredònov può abitare pure nel nostro cuore mediocre, ma la mente ricoperta da convenzioni decorose, come la veste di Varvàra - l’amante e poi, con l’inganno, moglie di Peredònov - copre il suo corpo sensuale e non irreprensibilmente pulito.
Sologùb non è un cinico indifferente. Appartiene a quella letteratura russa che Thomas Mann definiva «santa» perché protesa alle cose ultime, scandalizzata della sofferenza, pervasa da un’ansia di redenzione, volta a cogliere, nell’arte ma al di là dell’arte, il senso della vita. Pure Sologùb cerca la salvezza, anche se non la trova. La cerca nella bellezza, forse memore che il principe Myskin, l’idiota di Dostoevskij che è pure una figura del Cristo, aveva detto, nel romanzo, che la bellezza avrebbe salvato il mondo, anche se, quando gli avevano chiesto di specificare quale bellezza poteva essere redentrice, era rimasto in silenzio, come Gesù quando Pilato gli domanda cosa sia la verità. Pure Sologùb ama la bellezza dei gigli dei campi, che il Vangelo dice più splendida della gloria di Salomone; in pagine o passaggi di incantevole poesia egli evoca con struggente nostalgia la grazia e la giovinezza, la seduzione femminile, l’abbandono al fluire della vita. L'idillio fra la capricciosa e passionale Ljudmìla e il giovanissimo e immaturo Sàša è una storia affascinante, percorsa da una sensualità insieme fresca e torbida, acerba e già esperta di malizie, innocente e già segnata dalla crudeltà; una storia in cui anche la ricorrente ossessione erotica di Sologùb per il piede nudo femminile diventa un motivo di possente poesia. Questa bellezza e questa sensualità sono l’immagine di una armonia amorosa con la vita, come quella appassionatamente evocata, in una scena indimenticabile del romanzo, nel canto di Ljudmìla e delle sue sorelle, ma questa nostalgia si tramuta, nella stessa canzone, in una fitta di dolore per l’assenza e l’impossibilità della vita vera.
Siamo abituati ad amare i personaggi dei grandi romanzi. Nel Demone meschino si possono amare Sàša e Ljudmìla e qualche altra figura, ma è possibile amare Peredònov e altri come lui, che vilipendono ogni dignità e affetto, è possibile amare Odradek? Sologùb mette il lettore faccia a faccia con una negatività radicale, dinanzi alla quale ogni umanesimo, ogni fede nella dignitas hominis si ritraggono con disgusto. Certo, se dobbiamo avere compassione - e dunque un sentimento di partecipazione affettiva - per chi è mutilato da un grave handicap, dovremmo provarlo ancora di più per chi ha il cuore morto e abietto, perché non poter amare è ancora più doloroso che non poter vedere o camminare. Delle qualità umane, Peredònov ne ha una sola: la sofferenza. Lancinante e indecorosa, come è spesso la sofferenza quando travolge il controllo e le frontiere del povero Io. Forse solo le religioni - esperte di dolore anche scandaloso e indecente e povere di dignità umanistica - possono fare i conti con i demoni meschini, con queste tenebre tanto più dolorose quanto più squallide

psicoanalisi? meglio la "cooking therapy"!

La Gazzetta del Mezzogiorno 18.4.04
COOKING THERAPY / Passione prediletta dal 61%
Psicanalista addio, il manager
ora cura lo stress con la cucina


MILANO  Chi ha detto che la cucina di casa è il regno incontrastato della donna? Forse un tempo, ma oggi sono sempre di più gli uomini che si scoprono amanti dei fornelli. Questa passione fa proseliti soprattutto tra imprenditori, manager e professionisti in carriera. Per molti è una passione, ma per tantissimi la cucina è anche una vera terapia: il 61% degli interpellati in un sondaggio dice che stare ai fornelli aiuta a combattere ansia e stress, quasi meglio del lettino dell'analista. In America la chiamano «cooking therapy».
E' quanto emerge dallo studio condotto per il mensile Gentleman da Eta Meta Research su 110 uomini tra imprenditori, top manager e dirigenti di grandi aziende. Alla domanda «le capita mai di cimentarsi tra pentole e fornelli?», solo l'11% sostiene di non occuparsi mai della preparazione dei cibi, mentre ben il 46% dichiara che in occasioni particolari non disdegna affatto indossare il grembiule e darsi da fare in cucina.
Ma tra gli intervistati c'è anche chi (23%) sostiene che la cucina rappresenta un appuntamento fisso. Per quale motivo questi vip del mondo imprenditoriale si sono ritrovati la prima volta davanti al fornello? Un intervistato su tre non ha dubbi: il motivo principale va ricercato nella vera passione per il cucinare (31%). Quasi un intervistato su due (47%) quando è ai fornelli preferisce essere solo, mentre l'altra metà si divide fra chi considera il cucinare un momento da condividere con gli amici (19%), la famiglia (13%) e la partner (9%). La cucina? Un vero mix tra passione e terapia. Cimentarsi in prodezze culinarie è per moltissimi un vero divertimento (68%), ma non solo. Si può infatti parlare di una vera e propria cooking therapy, una tendenza già in atto negli Stati Uniti, dove alcuni chef organizzano dei corsi esclusivamente per manager sotto stress.

psicoanalisi? molto meglio la "psicoaromaterapia"

Il Mattino 18.4.04
Questione di naso Un profumo ti cambia la vita
di SANTA DI SALVO


Due gocce dietro l’orecchio, sui polsi, sulle caviglie. Nella nostra società preventivamente deodorata, il profumo è un rito personalissimo. Anzi lo era. La rivoluzione degli odori è cominciata da tempo e sta invadendo tutti i luoghi della vita pubblica e privata, un eroico furore aromatico che rimette al centro della nostra esistenza il senso più antico e in apparenza meno frequentato. È la rivincita del naso e dei suoi poteri immaginifici, quasi un ritorno alle epoche in cui ci si riconosceva e ci si identificava socialmente soprattutto attraverso le narici. Le sperimentazioni in corso sono davvero affascinanti, perchè partono dall’assunto (ovvio sì ma neanche tanto) che gli odori sono un linguaggio potentemente evocativo, visto che le nostre prime sensazioni nel grembo materno sono legate appunto a questo senso. Perciò gli odori possono farci sentire meglio o peggio, felici o depressi. E hanno su di noi un potere che neanche sappiamo riconoscere.
Un semplice esperimento condotto in uno studio dentistico ha dimostrato che le sedie cosparse di androsterone, sostanza che caratterizza il feromone maschile, sono state preferite dalle donne e accuratamente evitate dagli uomini. All’università di Milano si studiano, sui tracciati elettro-encefalografici, le variazioni delle onde cerebrali generate da profumi diversi. È a partire da queste ricerche che oggi si stanno sperimentando siti web profumati, come il dispositivo chiamato ISmell, che trasformerà le informazioni digitali in odori e li immetterà in pagine profumate i cui file olfattivi verranno scaricati sui computer con una procedura detta «ScentStream». I tecnici californiani che vi stanno lavorando parlano di una nuova industria e di una nuova forma d’arte.E sono già in corso proiezioni di film «aromatici», spettacoli teatrali come quelli tenutisi a Parigi in occasione di «Odorama», la rassegna multimediale organizzata dalla Fondazione Cartier, in cui danzatori «vestiti» di diversi aromi interagivano con gli spettatori per regalare loro emozioni diverse. Del resto, è ormai prassi comune «aromatizzare» luoghi pubblici come alcuni ambienti museali, i cinema, le hall degli alberghi di tendenza. A Roma l’Hotel Barocco sperimenta agrumi e lavande naturali nei suoi vari locali, create appositamente dal maestro profumiere Dubranà. Agli ospiti viene presentato addirittura il menu delle fragranze che possono essere diffuse a scelta nelle stanze. E ancora a Padova, in occasione del recente Salone dell’ambiente, l’azienda Gentilinidue ha realizzato con gli architetti Sergio Los e Natasha Pulitzer l’ufficio multisensoriale, dove giocano un ruolo fondamentale la cromoterapia e gli odori. Un sistema chiamato «Solid Fragrance Release» modula nel tempo il rilascio di sostanze. L’olfatto, stimolato dal profumo, diventa una specie di interruttore per gli altri sensi. Risultato: prestazioni migliori in creatività e in impegno.
Insomma, l’olfatto è diventato oggetto di business. Infatti si moltiplicano corsi e master universitari per chimici e «annusatori», mentre la psicoaromaterapia diventa una componente più complessa della scienza degli odori. Naturalmente, marcia ancora a fianco di queste nuove professioni quella classica di profumiere, con corsi old style che si tengono a Grasse, capitale mondiale dei profumi. E si spera che riesca ancora a lungo a convivere con le nuove tecnologie del «naso elettronico» inventato dall’università di Pisa, la macchina che analizza gli odori con dei sensori e serve anche a smascherare le frodi alimentari. Oggi un «naso» umano che valuta i cibi o sa creare nuove fragranze (una rarità di natura, professionisti strapagati dalle multinazionali cosmetiche) può specializzarsi con master di analisi sensoriale e con brevetti internazionali (all’Ispica di Parigi o all’Istituto Hassan al Cairo).E l’odore del corpo? Che sia un afrodisiaco è ormai accertato, e viceversa: attrazione e repulsione sono stati d’animo fortemente condizionati dal naso. Ma oltre ai feromoni, gli ormoni esterni al corpo che guidano accoppiamenti di uomini e animali, è molto meno noto l’effetto che hanno alcuni odori su chi ci sta vicino. A Chicago il neurologo Alan Hirsch ha scoperto che in una stanza chiusa un individuo che odora di lavanda attrae di più che un’altro inodore. E che - incredibile a dirsi - «indossare» alcune miscele di aromi e di spezie non solo ci rende più seducenti ma ci fa apparire più magri.A riprova del rinnovato interesse per gli odori, è copiosa la recente bibliografia sulla materia. Imperdibile il saggio dell’antropologa Annick Le Guérer I poteri dell’odore (Bollati Boringhieri); densi di informazioni quelli dello psicologo sperimentale Pietr Vroon Il seduttore segreto. Psicologia dell’olfatto (Editori Riuniti) e di Alessandro Gusman Antropologia dell’olfatto (Laterza). È ormai un classico Le officine dei sensi di Piero Camporesi (Garzanti).

Cina

Reuters Domenica 18 Aprile 2004, 11:24
Cina lancerà in settimana due satelliti di ricerca



PECHINO (Reuters) - La Cina ha in programma di lanciare in orbita due satelliti di ricerca in settimana, ha annunciato oggi il giornale ufficiale Quotidiano del Popolo.
I satelliti, messi a punto dall'Istituto di tecnologia Harbin e dall'Università di Tsinghua, dovrebbero essere lanciati dalla base di Xichang, nella provincia sud-occidentale di Sichuan, oggi e martedì prossimo, scrive il quotidiano citando esperti universitari di cui non vengono indicati i nomi.
"Il lavoro di preparazione sta procedendo senza ostacoli", dice il giornale.
I satelliti, destinati all'osservazione terrestre e ad altri esperimenti scientifici, saranno portati nello spazio da razzi "Lunga Marcia 2 C", su un'orbita rispettivamente di 400 e 600 chilometri.
La Cina è la terza nazione, dopo Russia e Stati Uniti, a inviare nello spazio un uomo, nell'ottobre scorso. Il paese conta di mettere in orbita 10 satelliti all'anno tra il 2006 e il 2010.

mostre:
l'avanguardia europea nel Canton Ticino

Corriere della Sera 18.4.04
Da Arp a Picasso Un viaggio nell’avanguardia
Si apre a Lissone una mostra che riunisce una settantina di dipinti e sculture
di Severino Colombo


LISSONE - Si apre oggi alla Civica Galleria di Lissone la mostra «Le vie dell'avanguardia. Da Arp e Picasso a Mirò e Appel», una rassegna che documenta i principali percorsi artistici del Novecento proponendo le opere delle collezioni della Città di Locarno. La località ticinese in passato ha accolto alcuni protagonisti di quei movimenti - da Jean Arp a Hans Richter - ed è così diventata uno degli snodi dell'avventura artistica contemporanea. L'importanza e la ricchezza di quella esperienza culturale si è ora trasformata in un'eredità artistica, grazie alla Donazione Jean e Marguerite Arp e al Lascito dello stampatore e collezionista Nesto Jacometti, che consente di ripercorrere per intero la vicenda dell'avanguardia storica internazionale. La mostra, curata da Flaminio Gualdoni e Luigi Cavadini, riunisce una settantina di lavori tra dipinti, sculture, opere su carta e arazzi. Il percorso espositivo parte da Picasso, Braque e Leger e, passando per il dadaismo, il surrealismo e l'astrazione del Bauhaus, giunge fino all'informale della seconda metà del Novecento. Proprio in quest'ultima sezione è possibile rintracciare un ideale trait d'union tra l'eredità di Locarno e la collezione permanente lissonese di arte contemporanea, nata proprio nel dopoguerra dall'esperienza dell'informale.

Lissone, Civica Galleria d'Arte Contemporanea, viale Padania 6 Da oggi fino al 20 giugno.
Orari: da martedì a venerdì 15-20 sabato e domenica: 10-22 lunedì chiusa.
Ingresso: 6-3. Informazioni: tel. 039.2145174

prova finale per la teoria di Einstein

La Stampa 18.4.04
DOMANI PARTE LA MISSIONE DI «GRAVITY PROBE B»
Einstein all’esame
di una sonda spaziale

Un nuovo test americano per verificare la teoria della relatività
Sul satellite quattro «giroscopi» ruoteranno a diecimila giri al minuto
L’obiettivo: osservare da vicino la deformazione dello spazio-tempo
di Piero Bianucci


Per Einstein potrebbe essere l’ultimo esame. Il più difficile, non solo per lui e la sua teoria della relatività ma anche per gli scienziati che hanno preparato il test. Si tratta di misurare la variazione di un angolo di un centomillesimo di grado in un anno: lo spessore di un capello visto dalla distanza di mezzo chilometro. Il satellite progettato per l’esperimento si chiama «Gravity Probe B» e partirà domani dalla base militare di Vandenberg, in California.
L’idea risale al 1959, quando alcuni fisici dell’Università di Stanford immaginarono un sistema per osservare un effetto particolarmente esotico previsto dalla relatività generale, la teoria di Einstein secondo la quale le masse deformano intorno a sè lo spazio e il tempo. Finalmente, 45 anni e 700 milioni di dollari dopo, quell’idea diventa realtà. Se tutto andrà bene, la deformazione dello spazio-tempo in vicinanza di una massa in rotazione per la prima volta verrà osservata in modo diretto.
Il satellite «Gravity Probe» contiene quattro giroscopi mantenuti alla temperatura dell’elio liquido, cioè quasi allo zero assoluto (-273 °C). Ma sono giroscopi insoliti, costituiti da sfere di quarzo grandi come palle da golf che ruotano su se stesse nel vuoto pneumatico compiendo diecimila giri al minuto. L’asse di rotazione, nell’arco di un anno, dovrebbe deviare appunto di un centomillesimo di grado per l’«effetto Lense-Thirring», chiamato anche «frame-dragging», o effetto di trascinamento dovuto alla forza gravitomagnetica. Le quattro palline di quarzo dei giroscopi sono gli oggetti più perfetti che mai siano stati costruiti: si allontanano dalla forma sferica per non più di 40 strati di atomi, ingrandite fino ad assumere le dimensioni della Terra, mostrerebbero delle irregolarità inferiori a due metri.
Il maggior esperto italiano del fenomeno indagato dal satellite «Gravity Probe» è Ignazio Ciufolini, Università di Lecce, collaboratore di John Wheeler, che a sua volta fu collaboratore di Einstein. «Frame-dragging - spiega Ciufolini - letteralmente significa “trascinamen-to dei sistemi di riferimento”. In breve, è l'effetto sull'orientamento dei giroscopi dovuto al campo gravitomagnetico generato dalle correnti di massa: in questo caso la corrente di massa è la rotazione della Terra. E' importante notare che i giroscopi definiscono gli assi dei “sistemi di riferimento inerziali locali”: in parole semplici, sono gli assi del famoso ascensore in caduta libera immaginato di Einstein, dentro il quale, appunto durante la caduta libera, non si osserva la forza di gravità».
E' corretto dire che si ha questo effetto sullo spaziotempo ogni volta che una massa ruota su se stessa? «Sì, certamente, ma più in generale ogni corrente di massa genera questo effetto. Proprio come una corrente elettrica che passa, per esempio, in un filo metallico, genera il campo magnetico.»
Ignazio Ciufolini ha già osservato alcuni anni fa l'effetto previsto da Einstein tramite i satelliti «Lageos»: il nuovo esperimento è ugualmente utile? «La nostra misura aveva un errore di circa il 20 per cento, il «Gravity Probe B» dovrebbe avere un errore di circa 1 per cento. Quindi questo miglioramento nell'accuratezza di un fattore circa 20 sarebbe indubbiamente utile.»
Quali conseguenze ci sarebbero per la relatività generale se il satellite «Gravity Probe» non rilevasse l'effetto? «Sarebbe un autentico terremoto per la fisica teorica. La relatività generale, nonostante le innumerevoli prove sperimentali già superate, dalla precessione del perielio di Mercurio alla deflessione della luce, non risulterebbe corretta in questa predizione teorica. Sarebbe un terremoto scientifico paragonabile al famoso esperimento di Michelson e Morley del 1886 che avrebbe dovuto misurare il moto della Terra rispetto all’ipotetico etere. L’esito negativo di quell’esperimento scosse le basi della fisica tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX e gettò le basi sperimentali della relatività ristretta di Einstein del 1905.»

il prof. Stefano Pallanti, il "cassaniano di ferro" dell'Università di Firenze, risponde sul trauma psichico

Kataweb Salute 16.4.04
Stress da trauma, come intervenire
di Stefano Pallanti


"Egregio Professore, non so se sia il mio pessimismo oppure se davvero il mondo stia attraversando un brutto momento, ma ogni giorno mi sembra che notizie sempre più drammatiche ci vengano diffuse dai media. Immagini sempre più crude, e fatti sempre più drammatici. Io non temo per me, che oramai ho più di settanta anni, ma ho paura per il mio nipotino. E’ possibile che tutta questa cruda informazione lo possa traumatizzare? Ho sentito dire di una cura per evitare che i ricordi diventino traumatici: cosa c’è di vero? Funziona?"

DOPO IL TRAUMA COSA AIUTA E COSA NON AIUTA


Cogliamo l’occasione per parlare di trauma psichico; un argomento, oggi, di estrema attualità: purtroppo.
Il modello che oggi viene generalmente accettato è quello della vulnerabilità soggettiva.
In pratica gli eventi possono essere più o meno traumatici a seconda del soggetto che li subisce.
In psichiatria poi c’è una specifica condizione definita come Disturbo Post traumatico da Stress in cui l’elemento essenziale per fare la diagnosi è rappresentato proprio dall’aver subito passivamente o essere stato spettatore di un evento che abbia messo a rischio la propria vita o quella di uno stretto congiunto.
Mentre oggi si è molto sviluppata la cultura dell’emergenza medica per il trauma fisico, siamo assai meno attrezzati per il trauma psicologico, e particolarmente per la protezione dal disturbo post traumatico da stress.
Eppure le ricerche ci sono e qualcosa di utile si potrebbe certamente già approntare.
Cosa non sembra essere utile:
Alcuni studi suggeriscono che uno dei più popolari approcci, far sfogare, parlando dell’accaduto, le persone del trauma successivamente all’evento sia inefficace o addirittura influenzi negativamente la prognosi.
Tecnicamente si definisce Debriefing l’interrogazione di un militare di ritorno da una missione. Negli interrogatori successivi agli “stress incident” in genere si incoraggiavano le vittime del trauma a raccontare la storia della loro esperienza ed i loro sentimenti.
Questa tecnica originariamente sviluppata per i pompieri e impiegata come una procedura militare, è stata in molti casi adottata nei piani standard di emergenza.
Spesso come solo aiuto offerto dopo il trauma.
Il suo scopo è quello di ridurre lo stress immediato, prevenire i sintomi post-traumatici e identificare le persone che possono aver bisogno di ulteriori trattamenti.
Si ipotizzava che potesse ridurre i successivi sintomi dell’ansia, i “flashbacks”, ovvero quel ripetersi mentale delle immagini traumatiche, durante la veglia o nel sonno, i sintomi di annullamento che caratterizzano il disturbo post-traumatico da stress (PTSD).
Una meta-analisi di studi controllati ha messo in evidenza ciò che era stato lungamente sospettato, e cioè che non funziona.
Emerge che molte persone traggano maggiore vantaggio, anziché riesponendo, prendendo le distanze dall’accaduto.
Come aiutare i bambini, anche con le medicine, e quali hanno maggiormente bisogno di aiuto?
Per quanto riguarda i bambini, in particolare un questionario, molto semplice, sembra essere utile per aiutare a predire il rischio dei sintomi post-traumatici .

PTSD questionario:
Domande per i bambini:
- Ti sembra che sia morto o è stato colpito qualcuno?
- Hai temuto di non ritrovare i tuoi genitori?
- Avevi veramente paura? Hai pensato che avresti potuto morire?
Quando un bambino, in seguito ad un evento traumatico, sperimenta tutte queste paure, il rischio che possa sviluppare un PTSD è elevato.
Cosa fare una volta identificati i soggetti a maggiore rischio: molto di recente due farmaci, comunemente impiegati per la cura della ipertensione arteriosa sono state indicate come utile per prevenire che i ricordi del trauma possano divenire davvero patologici e ripetitivi.
Si tratta del propanolo (Inderal) un beta-bloccante, ovvero uno di quei farmaci che sopprimono i sintomi fisici dell’ansia occupando i recettori per l’adrenalina. I beta-bloccanti sono stati trovati a diminuire la formazione di disturbi della memoria emozionale. In due preliminari, studi pubblicati nel 2003, trattamento immediato con propanolo (entro ore o giorni dopo il trauma) riduce i sintomi post-traumatici e diminuisce il rischio di PTSD. Una singola sessione può mostrare risultati scarsi perché l’assunzione difettosa che ciascuno ha un uso per esso.
Un altro studio recente ha candidato la Clonidina, altro farmaco per l’ipertensione che agisce bloccando un'altra categoria di recettori adrenergici i cosiddetti alfa-2.
Certamente la questione non è risolta, e comunque in ogni caso rimane importante che la cornice dell’intervento medico psicologico sia adeguata.
Dobbiamo ancora fare molti passi perché si sviluppi una cultura dell’emergenza psicologica.
________________________

Racconta a Kataweb Salute le tue paure
Il professor Stefano Pallanti, docente di Psichiatria all'Università di Firenze, direttore dell’Istituto di Neuroscienze di Firenze, e visiting associate professor alla Mount Sinai Hospital School of Medicine di New York, ti risponderà direttamente sul sito.
Scrivigli all'indirizzo s.pallanti@agora.stm.it
@