domenica 6 marzo 2005

Pietro Ingrao, Giuliana Sgrena

liberazione.it 5 marzo 2005
la lettera di adesione al Prc
Pietro Ingrao

Care compagne e compagni, invio al vostro congresso e ad ognuno di voi un caldo, amichevole augurio di buon lavoro. Mi dispiace che l'età avanzata e impegni che non possa trascurare m'impediscano d'essere presente al vostro dibattito: in un momento, in cui il dialogo e la ricerca comune fra compagni sembrano così necessari e ineludibili.

Ma questa lettera non è di distanza. Anzi con essa io vi chiedo di accogliermi nella vostra organizzazione, per partecipare alla vostra lotta.

Tante volte - in questi decenni aspri, in cui abbiamo dolorosamente visto tornare la guerra - ci siamo incontrati nelle piazze, e tra i monumenti inauditi di Roma: per tutelare e rivendicare diritti del mondo proletario, o per invocare la pace violata dal nuovo imperialismo americano. Quante volte ho vissuto questa fratellanza che scavalca questioni di nomi e vincoli di tessere.

Abbiamo visto insieme con un groppo alla gola, piazze ricolme di una generazione a volte giovanissima, che balzava in testa ai cortei e dava vita a una nuova ricerca e a una lotta che traversava i continenti. Ne ha parlato il mondo.

Presto però, quasi contemporaneamente abbiamo veduto tornare - gestita dalla più grande potenza del mondo e addirittura esaltata nella sua capacità salutare e preventiva - la guerra nel mondo: tragicamente contrastata da un disperato e sanguinoso terrorismo. Mutavano, tragicamente, forme e dimensioni del conflitto sociale. Sorgeva la difficile domanda su come si poteva allargare la lotta per la liberazione degli oppressi e al tempo stesso difendere la pace del mondo anche dalla risposta terroristica.

E' qui che è tornata per me in modo nuovo ed urgente l'interrogativo sulla politica e sulle leggi.

E cioè: su come si poteva - e si doveva - incidere sui poteri e legittimati a comandare; a volte con la frode, ma pur sempre poggiando su un sistema giuridico, su una legittimazione a volte bassamente, cinicamente fraudolenta ma che dava poteri (e strumenti) con cui dirigere e controllare addirittura nazioni e continenti.

E' qui che risorgeva per me la domanda, assillante e insoddisfatta circa un agire politico, il quale incidesse su quel potere di Stati e di Imperi, che ora aveva nelle sue mani strumenti tanto terribili e nuovi circa la vita e la morte. E così - come il vostro segretario - ho incontrato nella mia riflessione la sete e la speranza della non violenza. E tutto il discorso e l'impegno sulla politica hanno preso un volto e dimensioni nuove e ineludibili.

Capite - spero - perché sono ora qui a chiedere la tessera del vostro partito: e torno a scegliere un vincolo così forte, che per lungo tempo già prese tanta parte della mia vita.

Buon lavoro a voi.


Il manifesto.it 6 febbraio 2005
Le verità di Giuliana
ALESSANDRO ROBECCHI

Ma insomma, cos'è successo a Falluja? Com'è che tutti quelli che si avvicinano troppo per sapere dei giorni spaventosi dell'assedio e della conquista si scottano o spariscono? Come la nostra Sgrena, come la collega francese Aubenas. Cos'è successo laggiù che è così delicato, così pericoloso raccontare? Può sembrare una domanda oziosa, ora, e come tutti i dettagli nel momento della paura e dello sgomento pare di sfiorare il cinismo. E però, se guardate bene, dentro questa domanda c'è il senso intero e compiuto di quel che Giuliana faceva lì. Falluja, naturalmente. Che vale Kandahar, che vale Mogadiscio, che vale Kabul. Che vale tutti i posti in cui l'accecamento delle fazioni non consente posizioni terze, visioni problematiche, volontà di capire e raccontare. Meglio non ci siano testimoni: la guerra è una faccenda piuttosto mafiosa, sarebbe gradito accettare le versioni ufficiali, non ficcare il naso. Nessuno che risolva le questioni a pistolettate, con i camion bomba o i bombardieri gradisce molto queste intrusioni di intelligenza che sono le domande, le richieste di spiegarzioni, le storie che raccontano la realtà. Amico/nemico è il sistema binario elementare - direi primitivo - che genera e alimenta la macchina della guerra. Incidentalmente, e con deplorevole tempismo, ce l'hanno ricordato poche ma significative schifezze comparse su alcuni giornali della destra.
Amica dei guerriglieri, ben ti sta, o cose simili. Come si vede, la logica troglodita della guerra fiorisce anche ben lontano dal fronte. Ogni falco gradisce un falco come nemico, e per le colombe sono tempi duri. E invece pare proprio il momento per dire chiaro e forte che è il contrario. Che la capacità di sfuggire a questa logica accecante è l'unico modo per uscirne. E cioè il guardare e il raccontare quel che accade, che vive o che tenta di vivere a dispetto di questa logica. Come fa Giuliana, appunto, come fanno quelli che non si accontentano delle versioni ufficiali, che vanno a fare domande, che ascoltano (cosa rara) le risposte. Così l'Iraq che ci racconta Sgrena non è esattamente quello che ci raccontano gli altri. Gli elettori disincantati e stanchi dei suoi reportages non sono quelli entusiasti e «liberati» che abbiamo visto e sentito in altri più accomodanti racconti. E dietro il dito indice sporco di inchiostro dei tanti votanti iracheni, lei sa dirci tutta la mesta complessità di una situazione, anche umana, anche privata, che compone il mosaico di un pezzo di storia che molti ci raccontano in un altro modo.
Sapere cos'è successo a Falluja, ora, vedete, non pare un'emergenza, forse un giorno lo sapremo e metteremo al suo posto un altro tassello del mosaico della barbarie dell'oggi. Ma, almeno in metafora, mai come oggi è doveroso saperlo. Perché non è solo la notizia qui che conta, ma la possibilità e la libertà di dirla, di cercarla e raccontarla a tutti. La rivendicazione di voler capire un po' di più, di non essere embedded nel cervello e il sacrosanto diritto di non essere arruolati a forza in una guerra sbagliata, folle e tanto dolorosa. Questa differenza, questa stonatura rispetto allo spartito ufficiale, questo guardare la guerra da dentro, ma da pacifista, è un punto di forza e non - come vorrebbero farci credere i soliti «armiamoci e partite» - una sconsiderata contraddizione.
E' in questa differenza, in questo modo di guardare le cose, che sta tutta - ma proprio tutta - la nostra lontananza da questa guerra e dalla logica che l'ha prodotta, e nessuno come Giuliana Sgrena sapeva raccontarlo, grazie alla scelta del suo angolo di visuale, alla sua speciale prospettiva di donna e pacifista e giornalista. Ovvio che deve tornare a casa al più presto, perché quel suo angolo di visuale è tanto prezioso quanto raro. E perché - tra le tante cose - deve raccontarci quel che c'è dietro questa guerra. E anche cosa è successo a Falluja.

Galimberti
anima e corpo

La Repubblica 5.3.05
Come l' occidente ha guardato e travisato il corpo
L'invenzione dell'anima
UMBERTO GALIMBERTI
Lunedì al Teatro Eliseo di Roma un intervento che qui anticipiamo La nostra identità è qualcosa che va al di là della carne e del sangue Fu nel 1600 con la nascita della scienza moderna che si parlò ormai di 'organismo' Analizzare gli organi ci consente di spiegare dei fatti ma non di cogliere i reali significati
Organismo da sanare, forza lavoro da impiegare, carne da redimere, inconscio da liberare, supporto di segni da trasmettere, password per la ricognizione della nostra identità, il corpo è sempre stato una superficie di scrittura, dove le varie epoche e i vari saperi hanno impresso il loro sigillo. Luogo e non-luogo del discorso, il corpo opera un taglio geologico della storia che ne rivela tutte le stratificazioni. Per gli antichi greci, ad esempio, non c'era un'anima dentro il corpo. Per Omero l'anima è l'occhio che vede, l'orecchio che sente, il cuore che batte, il corpo vivente insomma, che è diverso dal cadavere perché è «espressivo» e non «rappresentativo» di un teatro che si svolge alle sue spalle, nell' anima appunto, come noi oggi crediamo. L'arrestarsi di Penelope sulla soglia che immetteva nella sala profanata dai proci, il suo coprirsi il volto col fulgido velo, il suo prorompere in lacrime prima di rivolgersi al divino cantore non «esprimono» la fedeltà di un'attesa, ma «sono» la fedeltà di un' attesa. I cenci insanguinati di Ulisse raccolti intorno ai lombi, le sue cosce agili e forti e l' ampie spalle e il vasto petto ignudo e le braccia robuste lorde di sangue non «esprimono» la forza della sua vendetta, ma «sono» la forza della sua vendetta, e quindi la risposta alla fedeltà di quell'attesa. Il linguaggio di Omero è corporeo non perché Omero non è ancora giunto alla scoperta dello psichico, ma perché non ha ancora ridotto il corpo a materia inerte a disposizione dell'anima, a mero segno fisico di trascendenti significati psichici. Per questo Omero può distinguere il corpo dal cadavere, mentre Platone è costretto a identificarli e a concludere che: «Il corpo è per noi una tomba». Inaugurando la filosofia, infatti, Platone ritenne che non ci si poteva fidare della conoscenza sensibile fornita dai sensi del corpo, perché i corpi sono uno diverso dall' altro, invecchiano, si ammalano, si alterano, per cui le informazioni che essi forniscono non sono affidabili per costruire un sapere oggettivo. Fu così che Platone introdusse la parola «anima», in greco psyché, capace di costruire un sapere valido per tutti con i soli costrutti matematici e ideali che prescindono dall' approssimazione della materia. Si tratta quindi di un'anima che non designa tanto la nostra coscienza o la nostra psiche, ma la nostra capacità di astrarre dal sensibile, cosa che i bambini non sono capaci di fare, ma poi col tempo e con lo sviluppo delle capacità cerebrali imparano. Anche la tradizione giudaico-cristiana non dispone del concetto di anima. La parola ebraica nefes, poi tradotta in greco psyché e in latino con anima, significa semplicemente la «vita del corpo». Non si spiegherebbero altrimenti espressioni quali: «Il sangue questo è la nefes», oppure: «Occhio per occhio, dente per dente, nefes per nefes». Non si capirebbe cosa intende Sansone quando, sul punto di demolire le colonne del tempio, dice: «Muoia la mia nefes con tutti i filistei», o la proibizione al Nazireo di toccare per tutto il tempo della sua consacrazione la nefes met degli animali, che evidentemente non è l' anima mortale, ma il cadavere. E qui gli esempi possono continuare numerosi. Valga per tutti l' atto di fede dei cristiani che, quando recitano il Credo, non dicono di credere nell'immortalità dell'anima, ma nella resurrezione dei corpi. Fu nel 1600, con la nascita della scienza moderna, che, per esigenze scientifiche, il corpo fu ridotto a «organismo», a pura quantità, a semplice sommatoria di organi, perché solo così poteva essere trattato come tutti gli oggetti da laboratorio su cui ha potere la scienza. Nacque la medicina moderna che, come tutti i malati sanno, non conosce l'uomo che ha di fronte, ma solo il suo organismo. Un secolo dopo, per le malattie di cui non si reperiva traccia nell' organismo, nacque una nuova scienza: la psichiatria, non per lo studio della psiche, ma per dare una collocazione scientifica a quel «morbus sine materia» che era poi la malattia in seguito detta «mentale», perché, nel corpo ridotto a organismo, non si reperiva la traccia somatica. Ecco come è nata l'anima, la psiche, la coscienza. Queste parole, poi credute realtà, sono nate per sopperire a un deficit metodologico, per spiegare cioè tutto quello che non si riusciva a spiegare dopo aver ridotto, per le esigenze della scienza, il corpo a pura quantità, a semplice sommatoria di organi. Ora che le parole «anima», «coscienza», «mente» sono entrate nel nostro linguaggio e si sono radicate nelle nostre abitudini linguistiche, usiamole pure, ma ricordando la loro genesi, evitiamo di pensarle come «entità» o come «sostanze» che sopravvivono alla morte del nostro corpo. Perché se proprio vogliamo dare alla parola «anima» un significato, l'unico possibile è quello che nomina il rapporto che il nostro corpo (e non il nostro organismo) ha con il mondo, essendo il nostro un corpo impegnato in un mondo dove veicola le sue intenzioni e da cui riceve risposte che poi rielabora per ulteriori azioni, finché è corpo vivente. La lingua tedesca chiama il corpo vivente «Leib», una parola che ha parentela con amore (Liebe) e vita (Leben) e l' organismo «corpo-cosa (Korper-ding)». Questa distinzione va tenuta ferma per evitare di ridurre il corpo a quell' organismo a cui la scienza medica, per le esigenze del suo metodo, è costretta ad attenersi. Lo statuto del nostro corpo, infatti, non è lo statuto della cosa, il suo «comportamento» non è un «movimento» analogo a quello delle cose, e accostare il corpo con le metodiche delle scienze della natura ci consente di spiegare dei «fatti», ma non di comprendere dei «significati». A questo livello, infatti, la collera differisce dalla gioia solo per una maggior intensità del ritmo respiratorio, del tono muscolare, dello scambio biochimico e della pressione arteriosa, ma ciò non autorizza, come ci ricorda Sartre, a concludere che il collerico è un arcicontento, così come non possiamo dire che un riso di gioia è identico a un riso isterico, perché entrambi impegnano la stessa area muscolare nelle stesse modalità. Rifiutare di risolvere l'ordine dei significati nell'ordine dei fatti significa rifiutare di identificare la corporeità che l'esistenza vive con l'organismo che la scienza, per le sue esigenze metodologiche, descrive. Non è infatti lo sguardo che vede qualcosa per me o il braccio che si protende per afferrare qualcosa per me, ma sono io questo sguardo che ispeziona, così come sono io questo braccio che afferra. L'io, cioè non si distingue dal corpo, non dispiega un'esistenza in cui il corpo compare come uno strumento. Io sono davanti al mondo, non davanti al mio corpo, per questo si dicono «alienati» coloro che vivono il corpo come «altro» da sé, come qualcosa del mondo, da cui l'io è diviso. La mia coincidenza col corpo si esprime in quel benessere che avverto quando aderisco al mio stato corporeo, lasciandomi invadere dalla calma, dal silenzio, ascoltando e ascoltandomi vivere. Questa aderenza allo stato corporeo può essere interrotta dal dolore che, sordo e lancinante, si annuncia come qualcosa che non riesce a confondersi con me, né a trattenersi in una delimitata regione dell'organismo. Per l'esperienza che ne ho, non è il mio stomaco che soffre, ma è la mia esistenza che si contrae, tutto diventa urgente, pressante, il ritmo con cui si succedono le cose dice la mia impotenza a controllarle, e il mio dolore, che «fa corpo» con quel ritmo, mi costringe a sentire il mondo come incalzante e ossessivo. Non è una parte dell' organismo che soffre, ma è il rapporto col mondo che si è contratto, è la mia distanza dalle cose, la successione del tempo, le scansioni della mia esistenza. Come si diffonde l'eco, così mi invade il piacere che non può mai essere localizzato, delimitato a un punto del mio corpo. Il piacere, infatti, coinvolge l'esistenza nella sua totalità e la rende piacevole. Non è solo il mio corpo che sente, ma sono io che coincido pienamente con la sua sensazione, perché pienamente al mio corpo mi sono concesso. Il piacere di un bacio non è qualcosa che registra la mia mucosa, ma qualcosa che invade il mio essere. Sono io che assaporo la voluttà, o meglio ancora, il piacere mi fa assaporare nella voluttà il mio corpo, così come il dolore me lo allontana. Le labbra da cui nasce il piacere, nel piacere sono dimenticate o, come direbbe Sartre: «Passate sotto silenzio». Esse non attirano la mia attenzione, perché il mondo d' amore che esse richiamano e di cui si circondano incalza per chiedere la mia disponibilità, il mio abbandono a quella nuova presenza che un bacio ha fatto nascere, chiamando il mio corpo a un ordine di significati che prima di quel gesto erano insospettati. Se il corpo non è prima di tutto un campo di gioco di forze biologiche, ma un' originaria apertura al mondo, il modo con cui l' esistenza vive il proprio corpo rivela il modo con cui vive il mondo. Per questo non si deve parlare di conversioni o trasferimenti di conflitti psichici agli organi fisici, perché non ci sono due realtà, quella psichica e quella fisica, ma un'unica esistenza che dice nel corpo il proprio modo di essere al mondo. Finché non ci libereremo di quella mentalità dualistica che, accanto al corpo, colloca l'anima che Platone ha inaugurato per garantire l'oggettività del sapere, il cristianesimo ha ribadito per dare un supporto alla fede nell'immoralità, favorendo in questo modo la riduzione scientifica del corpo a materia organica, vivremo, separati dal nostro corpo, un'esistenza mancata.

Munch all'ospedale della Salpètriere

Il Tempo Domenica 6 Marzo 2005
MUNCH
I suoi diari dall’ospedale psichiatrico
Tra morte e follia con Freud e Jung

di VALENTINA CORRER

CI SARÀ un quadro in mostra al Vittoriano dal 10 marzo, molto meno famoso del rubato «Urlo», ma che grida anche più. Si chiama «Donne in ospedale», ed è un'opera che Munch ha dipinto probabilmente riferendosi all'ospedale psichiatrico Salpètriere di Parigi, un ex ricovero per poveri. La sofferenza vista in ospedale non era un dolore nuovo per il pittore perché l'aveva vissuta da vicino, in famiglia. Tutti siamo pronti ad immaginare sua madre o meglio ancora sua sorella Sophie, l'eterna dipinta con ciclicità sul letto di morte, entrambe portate via dalla tubercolosi sotto i colpi di tosse soffocati nel sangue, nel freddo gelido della Norvegia. Sophie non era l'unica sorella di Munch. L'altra, che si chiamava Laura come la madre, era malata anche lei. Morì in un ospedale psichiatrico. Un male diverso dalla tisi, un male che non si cura, di cui si parla sottovoce. Cosa che lo stesso Munch faceva. Per quanto si ostinasse a dipingere continuamente quelle scene di dolorosi lutti, portò sempre con sé quegli spettri. La sofferenza legata alla perdita della madre rimase soffocata dal comportamento paterno e della famiglia in generale che cercarono di distrarre i piccoli fratelli a colpi di dolci e giocattoli. Questo influì sull'adolescenza di Munch lasciando tracce nella formazione del suo carattere. Il padre, pietista, medico, gli urlava che si sarebbe un giorno trovato di fronte al suo giudice che lo avrebbe giudicato per l'eternità. Una personalità bipolare capace di giocare e allo stesso tempo infuriarsi allo stremo. Una sagoma inquietante che incomberà sempre su di lui. E che forse portò anche sua sorella a soggiornare in un posto simile alla Salpètriere. Un ospedale in cui gravitarono nomi illustri, tra cui Freud e Jung. Nomi legati ad un epoca che nasceva dalla crisi del positivismo e volgeva lo sguardo al simbolismo, al decadentismo. Che si preparava alla guerra. Il disagio, l'angoscia, l'insofferenza di fronte a certi stereotipi che imponeva la borghesia, erano comuni all'arte, alla letteratura e al teatro. Così le sensazioni, soggetto dell'opera munchiana, l'incomunicabilità del dolore, si traducevano sul palcoscenico dell'ammirato Ibsen. Non a caso Munch disegnò per lui proprio le scene di Spettri. Contemporaneamente l'appartenenza a un certo mondo bohemien, l'amicizia del poeta Przybyszewski e dello scrittore Jaeger, conferivano a Munch una certa aura di immoralità. Più di una le relazioni che ha avuto con donne sposate, la prima proprio con la moglie di Przybyszewski, soggetto ritratto nei quadri e nelle incisioni intitolate «Gelosia». La seconda di queste relazioni gli procurò invece un grande dolore, come pure quella fatale con Tulla Larsen da cui Munch uscì con una mano ferita da un colpo di pistola, alcolista e ricoverato dopo una crisi di nervi in una clinica con il dottor Jacobson. Tutta questa decantata libertà sessuale, si traduceva nel pittore in una difficoltà alla relazione amorosa, in un latente moralismo. Questa indagine nasce dalla lettura dei suoi diari, il cui approfondimento fa da corollario alla mostra del Vittoriano. Un progetto a cura di Maurizio Bertolucci e Tiziana Biolghini basato sulla rappresentazione teatrale de «I diari di Munch» a cura del regista Gianluca Bottoni (11 aprile Teatro Piccolo Eliseo). Il lavoro, assistito dal prezioso contributo scientifico di Psichiatria Democratica, sarà presentato nel locale romano Extra (17,18,19 marzo). E come per il grande pittore norvegese l'arte fu la terapia del suo dolore, saranno mostrate opere di pazienti psichiatrici, a ricordare come dietro un quadro c'è sempre il desiderio di comunicare qualcosa, di urlare.

l'OMS e le conseguenze dello tsunami

tempomedico.it
Tempo Medico n. 789 - 6 marzo 2005
L'onda che ha travolto la salute mentale
Benedetto Saraceno illustra le attività dell'OMS per le popolazioni colpite
di Anna Piseri

26 dicembre 2004, un terremoto di magnitudo 9 ha origine al largo dell'isola di Sumatra, nell'Oceano Indiano. Lo tsunami che ne deriva si abbatte, oltre che sulle coste dell'Indonesia, soprattutto su quelle di Sri Lanka, Maldive, Thailandia, India e Myanmar. Ha proporzioni devastanti: le vittime sono oltre 200.000 e le stime dell'Organizzazione mondiale dalla sanità parlano di almeno 5 milioni persone colpite.
L'accesso all'acqua potabile, la cura dei feriti, la prevenzione della diffusione di malattie infettive e parassitarie sono i principali problemi sanitari urgenti da affrontare. Ma poiché secondo la definizione stessa dell'OMS "la salute è uno stato di benessere fisico, mentale e sociale", le ferite alla salute mentale dei moltissimi esseri umani colpiti dallo tsunami sono altrettanto preoccupanti. Si tratta di persone che hanno subito, in un unico momento, traumi profondi come la perdita di tante persone care o la paura di vedere la propria vita in pericolo. Dei 67 milioni di dollari stanziati dall'OMS per attivare programmi nei paesi colpiti dallo tsunami, circa 3 milioni saranno dedicati alla cura della salute mentale. Nel mese di gennaio l'Organizzazione stessa ha messo in atto un programma di valutazione sul posto, per stabilire quali interventi debbano essere attivati. L'indagine ha tenuto conto delle linee guida già pubblicate sulla salute mentale in situazioni d'emergenza, quali catastrofi naturali o conflitti, ed è stata richiesta dai Ministeri della sanità di tre dei paesi colpiti dallo tsunami: Indonesia, Sri Lanka e Maldive.
In questo contesto Benedetto Saraceno, direttore dei programmi per la salute mentale e l'abuso di sostanze dell'OMS, si è recato a Sumatra, in Indonesia. Tempo Medico ne ha raccolto la testimonianza.
Quali effetti sulla salute mentale può produrre un evento come lo tsunami del 26 dicembre scorso? Che consistenza hanno nella popolazione?
In base alle conseguenze sulla salute mentale, la popolazione dei paesi colpiti può essere divisa in due gruppi di persone. Il primo, meno numeroso, comprende i casi più gravi: persone affette da psicosi o da gravi forme di depressione e di ansia, per esempio. Queste persone si possono definire "nuovi pazienti psichiatrici" e vanno a incrementare l'epidemiologia di base per patologie di questo tipo. In casi di grave trauma come questo, l'aumento della morbilità psichiatrica può essere valutata intorno al 5-6 per cento.
Il secondo gruppo è molto più numeroso, perché potrebbe rappresentare il 40 per cento della popolazione colpita dal maremoto. Comprende tutte quelle persone che potrebbero manifestare disturbi che sono definiti di natura psicosociale.
Quali sono gli interventi previsti per i casi più gravi?
Tutte le persone con disturbi psichiatrici, indotti o meno da un evento disastroso, necessitano di cure di base per la salute mentale che dovrebbero essere disponibili all'interno di strutture per la salute generale. L'OMS, in collaborazione con i Ministeri della salute dei paesi coinvolti, si sta adoperando per lo sviluppo delle strutture locali. Il piano prevede l'individuazione nelle zone interessate di professionisti che possano coordinare l'attività di formazione di personale medico, infermieristico o di operatori sanitari generici. Bisogna tenere presente che l'OMS opera in paesi dove le strutture sanitarie sono del tutto inadeguate. Per comprendere la gravità del problema basta considerare il caso del luogo che ho appena visitato personalmente: prima del maremoto nella regione di Banda Aceh, abitata da 4 milioni di persone, vi era un unico ospedale psichiatrico, con cento posti letto e due soli psichiatri in attività.
E per le tante persone che si trovano ad affrontare disagi di natura psicosociale?
In questo caso è necessario soprattutto favorire i legami all'interno della comunità: fare in modo che i bambini possano al più presto riprendere la scuola, organizzare spazi per la socializzazione, favorire la partecipazione religiosa laddove era presente. Insomma, fare in modo che la vita sociale riprenda il più rapidamente possibile, lavorando con le strutture scolastiche esistenti e con le risorse umane presenti nella comunità, attraverso una profonda comprensione del contesto socioculturale. In questo caso l'OMS fornisce la propria consulenza, ma non si occupa di coordinare alcuna attività che non sia strettamente connessa con il settore sanitario.
Un problema che si sta manifestando a questo proposito è quello degli interventi delle organizzazioni non governative: alcune offrono servizi di tutti i tipi, dal centro di ascolto alle terapie psicologiche. Molto spesso a svolgere queste attività sono persone che a malapena parlano l'inglese e che sicuramente non parlano le lingue locali. Non conoscono le diverse culture, agiscono senza coordinamento, senza supervisione e soprattutto escludendo qualsiasi integrazione con le strutture del posto. Questo tipo d'intervento è quello che alla lunga può creare più danni alle popolazione; recandomi in Indonesia, ho potuto constatare personalmente come la comunità di Banda Aceh sia sempre più scontenta di non essere ascoltata.
Dunque il fenomeno della solidarietà mondiale può paradossalmente interferire in modo sfavorevole con le attività dell'Organizzazione mondiale della sanità?
La differenza fondamentale tra gli interventi previsti dall'OMS e quelli delle organizzazioni non governative è che i primi sono volti a potenziare le strutture locali esistenti, i secondi a portare aiuti dall'esterno. La logica dell'intervento preconfezionato può essere utile nei primi giorni, quando è necessario spostare e seppellire i cadaveri o approvvigionare d'acqua e cibo milioni di persone in condizioni di emergenza. Dopo più di un mese dall'evento è fondamentale che la popolazione locale si assuma il compito della ricostruzione, secondo una logica non coloniale.

dislessia

kataweb.it
6 marzo 2005
Focus sulla dislessia
Monica Pratelli

Un numero considerevole di alunni della scuola di base presenta problemi di apprendimento, che incidono in modo rilevante sul rendimento nelle varie discipline, causando spesso un vero e proprio disadattamento scolastico.
Numerosi studi e ricerche effettuati nel corso di questi ultimi anni hanno infatti posto in evidenza che oltre il 20% della popolazione scolastica presenta rallentamenti nei processi di apprendimento che richiedono interventi individualizzati.
Le cause possono essere così sintetizzate:
- Difficoltà percettivo-motorie e metafonologiche, dalle quali possono derivare, disturbi specifici di apprendimento (dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia).
- Difficoltà di attenzione, di concentrazione, di memorizzazione, che danno origine a discontinuità nelle prestazioni, a scarso mantenimento delle acquisizioni, ad esecuzioni incomplete del compito.
- Ritardo cognitivo, che provoca lentezza nei processi, esecuzione di prodotti insoddisfacenti, difficoltà nel trasferire e riutilizzare conoscenze apprese, livelli di capacità notevolmente inferiori rispetto alla classe frequentata.
- Difficoltà di linguaggio, che interferiscono negli aspetti di comprensione-produzione sia orale che scritta.
- Problemi relativi alla sfera affettiva e comunicazionale, dai quali possono derivare scarsi livelli di autostima, atteggiamenti e comportamenti inadeguati, senso di inadeguatezza di fronte alle richieste scolastiche, demotivazione ad apprendere.
Le difficoltà generiche dell’apprendimento sono solitamente dovute a un ritardo maturazionale, a una scarso bagaglio di esperienze, a scarso investimento motivazionale e, non di rado, a una serie di errori di tipo pedagogico che i docenti compiono sia nelle prime proposte didattiche relative all’approccio alla lingua scritta che, successivamente, negli itinerari di recupero conseguenti all’accertamento delle difficoltà stesse.
Spesso tali interventi hanno infatti scarsa specificità, si limitano ad un aumento di esercizi e si basano quasi esclusivamente su una richiesta di memorizzazione di regole, ma, il più delle volte, dopo un iniziale momento di maggiore rendimento, l’insegnante si trova di fronte a regressioni e a ricadute.
I disturbi specifici sono invece strettamente legati a deficit di natura percettiva o linguistica, che non sono stati individuati precocemente; tali disturbi sono la disgrafia, la disortografia, la dislessia e la discalculia.
Le lacune che stanno alla base delle difficoltà di seguito descritte riguardano le abilità percettivo-motorie e di linguaggio e solo un recupero specifico, da effettuarsi in stretta collaborazione con la scuola e con la famiglia, può assicurare risultati soddisfacenti.
I disturbi specifici di apprendimento
Il bambino dislessico, prima del suo ingresso nella scuola elementare, ha solitamente condotto esperienze soddisfacenti all’interno della scuola dell’infanzia; è stato un bambino vivace, curioso, creativo che, in alcuni casi, può avere manifestato lacune nel linguaggio orale, in altri lacune nelle componenti percettivo – motorie. Queste difficoltà non sempre però vengono accertate, proprio perché mascherate dall’esuberanza, dall’estro e dall’inventiva. Ad una attenta osservazione non sfuggirebbero però dati significativi che favorirebbero un intervento precoce finalizzato alla riduzione delle lacune individuate.
Ciò che caratterizza il bambino con disturbo specifico di apprendimento è la presenza di un impaccio considerevole nello svolgimento di tutte quelle attività che richiedono un’integrazione di più competenze di base; è proprio l’intreccio di capacità diverse che mette a dura prova il soggetto nel suo processo di apprendimento scolastico.
Queste difficoltà riguardano infatti il difficile uso delle seguenti competenze:
- Coordinazione oculo - manuale
- Integrazione visivo - uditiva
- Integrazione percettivo - motoria
- Integrazione spazio - temporale
- Memorizzazione visivo - uditiva
- Memorizzazione visiva sequenziale
- Memorizzazione uditiva sequenziale
- Competenze meta - fonologiche
- Simbolizzazione grafica sequenziale
- Decodifica visiva sequenziale
- …
Come possiamo osservare, ciascuna competenza elencata è caratterizzata da una duplice definizione, poiché la difficoltà più evidente e più marcata, che, talvolta può condurre a un vero e proprio impedimento, sta proprio nel “mettere insieme” capacità diverse, nell’utilizzare contemporaneamente più elementi conoscitivi. La vera difficoltà del bambino con disturbo di apprendimento non sta tanto, ad esempio, nel non riuscire a discriminare visivamente forme (dati percettivo – visivi) o nel non discriminare suoni e rumori (dati percettivi uditivi), ma principalmente portare processo di integrazione tra gli stessi ( nell’associare, ad esempio, un suono (fonema) ad una forma (grafema).
Sia l’osservazione precoce all’interno della scuola dell’infanzia che l’osservazione diagnostica successiva, dovranno quindi tendere all’individuazione di queste lacune di base.
I disturbi di apprendimento: elementi descrittivi
Quali sono le caratteristiche prevalenti dei disturbi di apprendimento?
Ecco di seguito una loro descrizione sintetica che pone in evidenza gli essenziali elementi di riconoscimento e le abilità di base principalmente compromesse.
La disgrafia La disgrafia è una difficoltà di scrittura che riguarda la riproduzione dei segni alfabetici e numerici.
Vediamo nei dettagli come si manifesta e quali sono i principali elementi di riconoscimento di questo disturbo.
La disortografia
La disortografia è la difficoltà a tradurre correttamente i suoni che compongono le parole in simboli grafici; essa si presenta con errori sistematici che possono essere così distinti:
- Confusione tra fonemi simili
- Confusione tra grafemi simili
- Omissioni
- Inversioni
La disortografia è, quindi, la difficoltà a tradurre correttamente i suoni che compongono le parole in simboli grafici.
La discalculia
La discalculia è una difficoltà specifica nell’apprendimento del calcolo che si manifesta nel riconoscimento e nella denominazione dei simboli numerici, nella scrittura dei numeri, nell’associazione del simbolo numerico alla quantità corrispondente, nella numerazione in ordine crescente e decrescente, nella risoluzione di situazioni problematiche.
La dislessia
La dislessia è un disturbo specifico dell’apprendimento della lettura. Il soggetto dislessico presenta una particolare difficoltà a riconoscere e discriminare i segni alfabetici contenuti nelle parole, ad analizzarli in sequenza e a orientarsi sul rigo da leggere.
Primo piano sulla dislessia
Vediamo ora nei dettagli come si manifesta la dislessia e quali sono le caratteristiche relative alla decodifica della parola o del testo scritto.
Scarsa discriminazione di grafemi diversamente orientati nello spazio
Il soggetto mostra chiare difficoltà nel discriminare grafemi uguali o simili, ma diversamente orientati. Egli, ad esempio, confonde la “p” e la “b”; la “d” e la “q”; la “u” e la “n”; la “a” e la “e”; la "b" e la "d"...
Nel nostro alfabeto molte sono le coppie di fonemi che differiscono rispetto al loro orientamento nello spazio, per cui le incertezze e le difficoltà di discriminazione possono rappresentare un vero e proprio impedimento alla lettura.
Scarsa discriminazione di grafemi che differiscono per piccoli particolari
Il soggetto mostra difficoltà nel discriminare grafemi che presentano somiglianze. Egli, ad esempio può confondere la “m” con la “n”; la “c” con la “e”; la “f” con la “t”...)
Scarsa discriminazione di grafemi che corrispondono a fonemi sordi e fonemi sonori
Il soggetto mostra difficoltà nel discriminare grafemi relativi a fonemi con somiglianze percettivo - uditive.
L’alfabeto è composto di due gruppi di fonemi: i fonemi sordi e i fonemi sonori che, tra loro risultano somiglianti, per cui, anche in questo caso l’incertezza percettiva può rappresentare un vero e proprio ostacolo alla lettura.
Le coppie di fonemi simili sono le seguenti:
F – V
T – D
P – B
C – G
L – R
M – N
S – Z
Difficoltà di decodifica sequenziale
Leggere richiede al lettore di procedere con lo sguardo in direzione sinistra - destra e dall’alto in basso; tale processo appare complesso per tutti gli individui nelle fasi iniziali di apprendimento della lettura, ma, con l’affinarsi della tecnica e con l’uso della componente intuitiva la difficoltà diminuisce gradualmente fino a scomparire.
Nel soggetto dislessico ci troviamo di fronte, invece a un vero e proprio ostacolo nella decodifica sequenziale, per cui si manifestano con elevata frequenza gli errori di seguito descritti.
Omissione di grafemi e di sillabe
Il soggetto omette la lettura di parti della parola; può tralasciare la decodifica di consonanti (ad esempio può leggere “fote” anzichè “fonte; oppure “capo” anzichè “campo”...) oppure di vocali (può leggere, ad esmpio, “fume” anzichè “fiume; “puma” anzichè piuma” ...) e, spesso, anche di sillabe (può leggere “talo” anzichè “tavolo”; “paro” anzichè “papavero” )
Salti di parole e salti da un rigo all’altro
Il soggetto dislessico presenta evidenti difficoltà a procedere sul rigo e ad andare a capo, per cui sono frequenti anche “salti” di intere parole o di intere righe di lettura.
Inversioni di sillabe
Spesso la sequenza dei grafemi viene invertita provocando errori particolari di decodifica della sillaba (il soggetto può, ad esempio, leggere “li” al posto di “il”; “la” al posto di “al”, “ni” al posto di “in”...) e della parola (può leggere, ad esempio, “talovo” al posto di “tavolo”...).
Aggiunte e ripetizioni
La difficoltà a procedere con lo sguardo nella direzione sinistra - destra può dare origine anche ad errori di decodifica caratterizzati dall’aggiunta di un grafema o di una sillaba ( ad esempio “tavovolo” al posto di “tavolo”...).
Prevalenza della componente intuitiva
Il soggetto che presenta chiare difficoltà di lettura, privilegia, indubbiamente l’uso del processo intuitivo rispetto a quello di decodifica; l’intuizione della parola scritta rappresenta un valido strumento, ma, al tempo stesso, è fonte di errori.
Non di rado, infatti, il soggetto esegue la decodifica della prima parte della parola, talvolta anche solo del primo grafema o della prima sillaba e procede “inventando l’altra parte. La parola contenuta nel testo viene così ad essere spesso trasformata in un’altra di significato affine o completamente diverso.
Possibili ripercussioni sulla scrittura
Difficoltà di copia dalla lavagna
Difficoltà di organizzazione spaziale sul foglio
Difficoltà grafo - motorie
Difficoltà ortografiche
Possibili ripercussioni sull’apprendimento logico - matematico
Difficoltà nella decodifica dei simboli numerici Confusione di simboli numerici simili Inversione di cifre
Difficoltà di decodifica del testo del problema
Difficoltà a gestire la sequenzialità nelle operazioni matematiche
Difficoltà ad organizzare lo spazio grafico
Difficoltà a memorizzare le tabelline
Possibili ripercussioni sull’autonomia personale
Come spesso accade nei soggetti con disturbo specifico di apprendimento, anche nei dislessici si possono rilevare incertezze in alcune attività legate all’autonomia personale; le difficoltà più frequenti sono le seguenti:
- Difficoltà ad orientarsi nel tempo quotidiano: essere puntuali, saper aspettare il momento giusto, sapere con precisione che momento della giornata stiamo vivendo (mattino, pomeriggio, sera…)
- Difficoltà a sapere più o meno che ore sono.
- Difficoltà ad orientarsi nelle routines quotidiane
- Difficoltà nell’esecuzione autonoma delle attività quotidiane (vestirsi, lavarsi, riordinare i propri materiali, prepararsi lo zaino…)
- Difficoltà ad orientarsi nell’orario scolastico (successione delle materie, organizzazione dei compiti…)
- Difficoltà ad orientarsi nel tempo prossimale (ieri, oggi, domani…)
- Difficoltà a leggere l’orologio
- Difficoltà a memorizzare i giorni della settimana
- Difficoltà ad orientarsi nei giorni della settimana (che giorno è oggi…che giorno era ieri…che giorno sarà domani…)
- Difficoltà a memorizzare i mesi dell’anno e ad orientarsi rispetto alle festività
Dislessia e difficoltà semplici della lettura
La dislessia si riconosce per la presenza di tutte le caratteristiche, più o meno prevalenti, sopra descritte, che impediscono o ostacolano fortemente il processo di decodifica.
Le difficoltà semplici di lettura si riconoscono per la presenza di uno o di alcuni degli elementi di riconoscimento sopra descritti, ma gli ostacoli alla conquista di adeguate tecniche di lettura risultano superabili attraverso l’esercizio graduato, la proposta di attività coinvolgenti e stimolanti, la solletitazione delle curiosità del soggetto, lo sviluppo di capacità di base talvolta non adeguatamente interiorizzate all’ingresso della scuola elementare.
Le difficoltà semplici di lettura sono dovute, quasi sempre, a un ritardo maturazionale, a lievi difficoltà percettivo - motorie, a un inadeguato bagaglio di esperienze, a scarso investimento motivazionale, ma anche ad errori didattico - pedagogici che i docenti compiono sia nelle prime proposte didattiche relative all’approccio alla lingua scritta che, successivamente, negli itinerari di recupero conseguenti all’accertamento delle difficoltà stesse.
Il lavoro con il bambino dislessico La terapia per la dislessia
Come già affermato, il soggetto dislessico necessita di un intervento specialistico, in quanto, difficilmente, il recupero effettuato in ambito scolastico può, da solo, rimuovere le difficoltà.
Nel corso di anni si è parlato molto di dislessia e, da un punto di vista diagnostico, grazie agli studi effettuati, il nostro paese può definirsi all’avanguardia. Poco invece si descrive rispetto ai possibili percorsi terapeutici, per l’elaborazione dei quali è necessario tenere presente i risultati dell’osservazione diagnostica.
Ogni percorso terapeutico deve essere personalizzato in relazione alle caratteristiche psicologiche del soggetto, agli ambiti di competenza, potenzialità e difficoltà riscontrati, ai tempi di attenzione, ai livelli motivazionali e di metacognizione individuati.
[...]

Dislessia e disagio psicologico
Purtroppo è frequente che le difficoltà specifiche di apprendimento non vengano individuate precocemente e il bambino è costretto così a vivere una serie di insuccessi a catena senza che se ne riesca a comprendere il motivo. Quasi sempre i risultati insoddisfacenti in ambito scolastico vengono attribuiti allo scarso impegno, al disinteresse verso le varie attività, alla distrazione e così questi alunni, oltre a sostenere il peso della propria incapacità, se ne sentono anche responsabili e colpevoli.
L’insuccesso prolungato genera scarsa autostima; dalla mancanza di fiducia nelle proprie possibilità scaturisce un disagio psicologico che, nel tempo, può strutturarsi e dare origine ad una elevata demotivazione all’apprendimento e a manifestazioni emotivo - affettive particolari quali la forte inibizione, l’aggressività, gli atteggiamenti istrionici di disturbo alla classe e, in alcuni casi, la depressione.
Il soggetto con disturbo di apprendimento vive quindi il proprio problema a tutto tondo e ne rimane imprigionato fino a che non si fa chiarezza, fino a che non viene elaborata una diagnosi accurata che permette finalmente di scoprire le carte.
Come si “sente” chi è in difficoltà
Proviamo, per un attimo, a metterci nei panni di un bambino o di un ragazzo con disturbo di apprendimento e immaginiamone le esperienze e gli stati d’animo:
- egli si trova a far parte di un contesto(la scuola) nel quale vengono proposte attività per lui troppo complesse e astratte
- osserva però che la maggior parte dei compagni si inserisce con serenità nelle attività proposte ed ottiene buoni risultati
- sente su di sé continue sollecitazioni da parte degli adulti (“stai più attento!”; ” Impegnati di più!”; “hai bisogno di esercitarti molto”…)
- spesso non trova soddisfazione neanche nelle attività extrascolastiche, poiché le lacune percettivo motorie possono non farlo “brillare” nello sport e non renderlo pienamente autonomo nella quotidianità
- si percepisce come incapace e incompetente rispetto ai coetanei
- inizia a maturare un forte senso di colpa; si sente responsabile delle proprie difficoltà
- ritiene che nessuno sia soddisfatto di lui: né gli insegnanti né i genitori
- ritiene di non essere all’altezza dei compagni e che questi non lo considerino membro del loro gruppo a meno che non vengano messi in atto comportamenti particolari(ad esempio quello di fare il buffone di classe)
- per non percepire il proprio disagio mette in atto meccanismi di difesa che non fanno che aumentare il senso di colpa, come il forte disimpegno ( “Non leggo perché non ne ho voglia!” ; “Non eseguo il compito perché non mi interessa”…) o l’attacco (aggressività)
talvolta il disagio è così elevato da annientare il soggetto ponendolo in una condizione emotiva di forte inibizione e chiusura.
Come si “sente” la famiglia
In famiglia non si respira certo un’aria migliore. Per la maggior parte dei genitori la scuola è importante, è al primo posto nella vita dei bambini e dei ragazzi, tutto il resto viene dopo e, se la scuola va a rotoli…
Non di rado si sente dire ai genitori rispetto alla difficoltà del figlio: “Non me lo aspettavo…mi è sempre sembrato un bambino intelligente…
L’ingresso nella scuola elementare ha, in questi casi, fatto emergere un problema; il bambino non apprende come gli altri, gli altri sanno già leggere e scrivere, lui invece…
Inizia così la storia del bambino – scolaro, una storia che, in certi casi, ha risvolti davvero drammatici, non si riesce a comprendere tutta quella serie di “perché” che permetterebbero di intraprendere percorsi adeguati ed efficaci e si cercano soluzioni spesso dannose, anche se decise in buona fede. Ecco allora che si sottopongono i figli ad estenuanti esercizi di recupero pomeridiano, si elargiscono punizioni( niente più sport, niente più play station…) e, talvolta si arriva anche a far cambiare scuola al figlio (“quelle insegnanti non hanno capito nulla, meglio cambiare aria”).
Nonostante si parli molto di questi problemi, purtroppo c’è ancora scarsa conoscenza e non sempre la diagnosi giunge in tempi accettabili, cosicché sia il bambino che la famiglia tutta vivono esperienze frustranti, generatrici di ansia e di un clima affettivo non certamente favorevole.

Socrate

L'Unità 06 Marzo 2005
Quel santo pezzente di Socrate
Da modello a «monstrum»: le alterne fortune del pensiero del filosofo greco
Alessandro Stavru

«Socrate - lo confesso - mi è talmente vicino, che devo quasi sempre combattere contro di lui». Queste parole di Friedrich Nietzsche esprimono in modo emblematico il rapporto che lega la figura di Socrate al pensiero occidentale: ogni momento storico e culturale ha dovuto fare i conti con il filosofo ateniese, ora prendendone le distanze, ora rifacendosi a lui come modello di virtù e saggezza.
Alle molteplici figure di Socrate, espressioni dei variegati aspetti della cultura occidentale, è dedicato il volume a cura di Ettore Lojacono Socrate in Occidente (Le Monnier, Firenze 2004). Vi sono raccolti interventi maturati nel corso del convegno La Sagesse contro l'École. I miti di Socrate (Lecce, 22-24 marzo 2001), cui si sono aggiunti saggi sulla ricezione del pensiero socratico nei secoli XIX-XX.
La silloge affronta la questione dei vari «Socrate» succedutisi nel corso delle diverse epoche storiche, filosofiche e artistiche, riprendendo un argomento recentemente tornato in voga tra gli specialisti. Punto di partenza è l’ormai celebre «Sancte Socrates ora pro nobis» pronunciato da Erasmo nel Convivium religiosum (1522), prima glorificazione della virtù religiosa del filosofo ateniese in epoca moderna. In ambito umanistico e rinascimentale, l’exemplum socratico trova larghissima fortuna, ispirandosi ora al paragone con Cristo (di matrice patristica), ora all’ideale di una virtù prettamente umana. Portavoce del platonismo e spesso in aperta contraddizione con le dottrine della tradizione aristotelico-scolastica, Socrate assurge a modello di humanitas in autori come Giannozzo Manetti, Marsilio Ficino, Tommaso Campanella e Giordano Bruno.
In controtendenza rispetto alla sua epoca si situa il De Socratis studio di Girolamo Cardano (1566), vòlto a mettere in luce l’inadeguatezza del sapere socratico rispetto alla mutevolezza dei mores umani. L’Ateniese fu per Cardano condannato giustamente, in quanto responsabile di aver negato la volontà a vantaggio di una sapientia vacua e illusoria.
Nella seconda metà del Seicento Giuseppe Valletta si rifà al Socrate modello di dignitas ed excellentia proposto da Manetti. In questo contesto vedono la luce le tre tele dedicate da Luca Giordano al filosofo ateniese (rispettivamente: Santippe versa l’acqua nel collo di Socrate, Socrate con Alcibiade e Santippe e Socrate), tutte incentrate sul contrasto tra l’immagine esteriore di Socrate «filosofo pezzente» e la sua intima essenza di «valentuomo».
La fortuna di questa immagine si riverbera nella vastissima dossografia socratica sorta in Francia tra Umanesimo e Illuminismo. Il mito del filosofo ateniese diventa oggetto filologico per eccellenza nel XVII secolo, dando luogo ad un vero e proprio «dialogo tra le fonti». I libertini vedono in Socrate il «padre della filosofia morale», il quale paga con la vita le sue scelte di esprit fort. Simbolo della persecuzione del libero pensiero, egli è altresì modello di religiosità, di quella foi implicite su cui si sofferma La Mothe Le Vayer. Socrate unifica nella propria persona logos e bios, dottrina e vita, incarnando in pieno l’ideale dell’honnête homme teorizzato da Montaigne e Charron. Affrancato da ogni forma di pedantismo, l’uomo socratico pratica la filosofia tramite la conversazione: non impartisce dotte lezioni, ma si sforza di suscitare nell’interlocutore la capacità di scorgere autonomamente la verità.
In René Descartes la figura del Socrate honnête homme, veicolata dal tardo rinascimento francese, diventa pretesto per un percorso teoretico indirizzato verso mete lontane dal non-sapere dell’Ateniese. Nelle opere giovanili di Descartes il figlio di Sofronisco compare infatti nella veste di uno scettico radicale, convinto unicamente delle capacità maieutiche del proprio «demone».
Una interpretazione analoga del «demone» ricorre in Diderot, il quale iscrive la sua vita intera sotto il segno di Socrate. La riflessione sul filosofo ateniese è per Diderot una ricerca della propria identità filosofica; per quanto enigmatico e irraggiungibile, l’exemplum del Socrate maestro di saggezza e virtù filosofica rimane il suo costante punto di riferimento, dal periodo della Encyclopédie agli anni turbolenti della lutte philosophique.
Ad una «divulgazione» dell’ideale etico-ascetico di Socrate in epoca moderna è dedicato il manoscritto di Shaftesbury Design of a Socratick History. Composta negli anni 1703-1707 e tuttora inedita, quest’opera si ripropone di presentare un Socrate storico, ricostruito più dagli scritti di Senofonte che dall’opera platonica.
La predilezione per Senofonte caratterizza anche le molteplici figure di Socrate con cui si cimenta Nietzsche nelle diverse fasi del suo pensiero. Il padre del nichilismo muove infatti da una piena identificazione con il filosofo ateniese negli scritti giovanili, per giungere, con la Nascita della Tragedia e le opere della maturità, ad una violenta critica a Socrate. Se da un lato Socrate rappresenta a pieno titolo l’eccezione dell’episteme nel mondo greco, per Nietzsche è proprio la pratica socratica del dialogo a spegnere l’istinto artistico degli antichi Greci, dando il via alla décadence nichilistica dell’Occidente. Da exemplum Socrate, «il primo Greco ad essere brutto», diventa così modello vivente di decadenza, monstrum di degenerazione e malattia.
L’attualità della figura di Socrate nel pensiero contemporaneo è documentata dall’attenzione che gli dedica Michel Foucault in un corso tenuto nel 1982 presso il Collége de France, intitolato L’herméneutique du sujet. Tema centrale di questa ripresa in chiave decostruttivista è la ricerca di un presupposto non teoretico del sapere, in grado di anticipare e orientare ogni manifestazione del soggetto. Foucault si rifà ai principi socratici del «conosci te stesso» e della «cura del sé» come modelli di un esercizio autonomo di costruzione del senso critico. La «morale etica» sottesa a questi principi rientra infatti in una concezione della politica tipicamente foucaultiana, tesa a sovraordinare la vita dell’individuo a quella dello Stato e della prassi giuridica.
Le molteplici figure di Socrate che attraversano la cultura occidentale dipendono dunque in larga parte da quale Socrate la storia del pensiero ha di volta in volta scelto di adottare. Da sempre gli studiosi si sono interrogati su quali aspetti della letteratura socratica considerare più attendibili e dunque privilegiare rispetto ad altri.

Cina

Corriere della Sera 6.3.05
Assemblea del Popolo, il premier avverte: «Attenti, l’economia si surriscalda». E promette: «Riunificazione pacifica con Taiwan»
Cina, il partito vuole «una società armoniosa»
La «quarta generazione al potere» cerca rimedi al crescente divario tra le ricche città e le campagne arretrate
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

PECHINO - La decima assemblea nazionale del popolo, cominciata ieri, consacra i nuovi equilibri ai vertici del potere cinese. Va in pensione la terza generazione e si consolidano i dirigenti - da Hu Jintao il presidente della Repubblica Popolare a Wen Jiabao il premier - che avevano preso il timone due anni e mezzo fa ma in un contesto, allora, di forte incertezza e precarietà.
E’ la vittoria della quarta generazione che spiazza i leader della nomenklatura formatasi dopo la morte di Deng Xiaoping e che lancia diversi obiettivi e diverse parole d’ordine unendo la preoccupazione per i conflitti che si stanno diffondendo nel Paese a una rivalutazione dei toni patriottici, richiamati questi ultimi per deviare le attenzioni dai primi. Al centro vi sono sia la visione di uno sviluppo economico meno aggressivo sia la ricomposizione della gravissima frattura sociale che mette a rischio la stabilità fondata sull’assolutismo del partito comunista.
Se il cavallo di battaglia di Deng Xiaoping era stata la «modernizzazione». Se il cavallo di battaglia di Jiang Zemin erano state le «tre rappresentatività» (il partito comunista che rappresenta la parte avanzata del popolo, della cultura, delle forze produttive). Il cavallo di battaglia di Hu Jintao e Wen Jiabao è ora la «costruzione di una società armoniosa» che significa una distribuzione più equa delle risorse, una frenata degli investimenti nei settori a più alto rischio di speculazione affiancata da una accelerazione dei redditi e dei consumi. Un «matrimonio» di convenienza fra Marx e Keynes, fra le teorie del socialismo «con le caratteristiche cinesi» e la teoria liberale di Keynes.
Oggi gli assetti istituzionali della Cina diventano più chiari. Poco alla volta - ma la macchina si è da settimane messa in moto - si trasferiranno a livello provinciale, distrettuale, municipale. Il cambiamento sarà profondo. Ciò non basta però ad allontanare i molti dubbi che toccano i contenuti della politica avviata dalla quarta generazione. Innanzitutto ci sono le ombre che accompagnano il ritmo di crescita della economia. Il quale resta elevatissimo (più 9,5% del Pil nel 2004, più 8% programmato per il 2005 con un’inflazione al 4%) ma che presenta eccessivi surriscaldamenti nel settore immobiliare e creditizio-bancario e che, se non governato dagli strumenti monetari e fiscali, rischia di aggravare le profonde disuguaglianze fra i nuovi ricchi delle aree urbane e i contadini (reddito pro capite di 355 dollari all’anno) delle zone rurali, ancora la maggioranza nel Paese. Incognite che sconfinano dalla politica economica e si allargano fino a comprendere la reale disponibilità del nuovo corso alle aperture di politica interna e al riconoscimento reale delle libertà democratiche. A parole ciò avviene (Wen Jiabao ha promesso un allargamento dei processi democratici ai livelli più bassi dell’amministrazioni) ma nei fatti le resistenze sono enormi. Semmai, sembrano riemergere richiami nazionalisti. E la prossima approvazione della legge antisecessione che consentirà l'intervento armato qualora Taiwan proclamasse l'indipendenza dalla «madrepatria», così come il previsto incremento del 12,5% delle spese militari, va proprio in questa direzione. Un’accentuazione che secondo alcuni settori liberal del regime nasconderebbe dietro al richiamo patriottico, diffuso fra tutti i cinesi, la preoccupazione per la protesta contro le diramazioni locali del partito e dello Stato.
Il discorso di Wen Jiabao alla Assemblea del Popolo, l'organo legislativo in seduta plenaria, segnala che gli spazi della vecchia nomenklatura si sono definitivamente ristretti. Jiang Zemin, l’ex numero uno emerso all'indomani del massacro di Tienanmen, l’uomo che dal 1990 al 2002 ha accelerato la spinta alla deregulation liberista, il Ronald Reagan della Cina, esce di scena. Ha chiesto di lasciare la commissione militare, uno dei posti chiave, quello che dà il controllo sulle forze armate. Si tratta di una formalità, già programmata (al suo posto andrà Hu Jintao che così sommerà le tre cariche più importanti di presidente, segretario comunista e capo dell’esercito). Ciò che più conta sono sia la centralità della scena all’interno della Assemblea del Popolo (Hu Jintao in mezzo alla tribuna al suo fianco Wen Jiabao e Wu Bangguo il presidente del Congresso del Popolo) sia la circostanza che mai una volta nella relazione sia stato citato il settantottenne Jiang Zemin. Segno che il passaggio dal terza alla quarta generazione si è davvero compiuto. La quarta generazione ha ora davanti la sfida più difficile. Conquistato il controllo del partito e dello Stato deve conquistare il Paese.

Schopenhauer

La Stampa TuttoLibri 5.3.05
Schopenhauer cova i lampi del pensiero
Nel terzo volume degli «Scritti postumi» aforismi che fanno più luce di un trattato e i densi taccuini dei viaggi in Italia
Anacleto Verrecchia

IL terzo volume degli Scritti postumi di Schopenhauer è così bello a vedersi che lo si accarezza con gli occhi. E' la vendetta postuma del filosofo, che in vita penò molto per trovare un editore. Capita sempre così con le opere geniali. Stordita dagli ottoni di Fichte, di Schelling e soprattutto di Hegel, questo tronfio assolutizzatore dello Stato nel trascendente, la Germania ignorò a lungo Schopenhauer. Dovettero passare oltre trent'anni prima che ci si accorgesse della grandezza del Mondo come volontà e rappresentazione, una specie di piramide di Cheope in chiave filosofica. Il riconoscimento tardivo stuzzicò la vena satirica del filosofo, che, alludendo alla propria canizie, soleva dire che il tempo aveva portato delle rose anche a lui, però «bianche». Oppure, dato che tutti si recavano da lui come in pellegrinaggio, sbottava: «Alla fine vengono con trombe e tamburi e credono che questo significhi qualche cosa». Ma qui dobbiamo occuparci del Nachlaß, che nell'edizione tedesca curata da Arthur Hübscher occupa sei volumi. Questi scritti postumi sono di grande importanza per chi voglia studiare il sorgere o il formarsi del sistema filosofico di Schopenhauer. Qui egli scrive di getto e per se stesso, prendendo appunti e annotando le idee che a mano a mano gli si affollano nella testa; ma è proprio questo che conferisce freschezza e immediatezza al Nachlaß. Come certi abbozzi di Michelangelo, ad esempio la Pietà Rondanini, sono ancora più eloquenti dell'opera finita e levigata, così i pensieri abbozzati sul momento da Schopenhauer fanno quasi più effetto della loro rielaborazione nelle opere sistematiche. Franco Volpi, nella premessa, dice molto bene che questi inediti «spalancano le porte dell'atelier di Schopenhauer». Ma ci permettono anche di seguirlo o almeno di immaginarlo mentre va a caccia di idee, soprattutto negli anni di Dresda, per costruire il superbo edificio del Mondo come volontà e rappresentazione. Credo di esser stato il primo, in Italia, a spulciare il Nachlaß e a tradurne circa duecento aforismi. Il lettore interessato li può trovare nelle opere di Schopenhauer che ho curato per la Bur: Metafisica dell'amore sessuale e O si pensa o si crede. Schopenhauer è un maestro insuperabile dell'aforisma, genere letterario che il mio vecchio amico Prezzolini considerava il colmo dell'espressione. Il Nachlaß è disseminato di aforismi. Alcuni suonano secchi come una schioppettata e lasciano odore di polvere bruciata. Un esempio: «Se un dio ha fatto questo mondo, io non vorrei essere quel dio, perché il dolore del mondo mi strazierebbe il cuore». Altri sono, per così dire, lampeggianti e fanno più luce di un trattato. Li chiamerei i funghi reali del suo pensiero. Gli strali più roventi hanno per bersaglio la religione che ha preso o cerca di prendere il posto della filosofia; e se Nietzsche, con l'enfasi che gli è abituale, proclama la morte di Dio, Schopenhauer, quel dio, lo uccide veramente perché toglie qualsiasi validità teoretica al teismo. Il volume raccoglie gli scritti che vanno dal 1818 al 1830, quindi ci sono anche i taccuini che il filosofo tenne durante i due lunghi soggiorni in Italia. Il lettore, però, non si aspetti di trovare i soliti taccuini di viaggio, con annotazioni minuziose di ciò che si è visto o fatto durante la giornata. Niente di ciò. Tutto proteso sui problemi di carattere generale o universale, Schopenhauer non parla mai di sé e delle sue cose personali. Non fa come Thomas Mann, che annota perfino il colore delle sue scarpe e la frequenza delle sue masturbazioni, come se la cosa fosse di capitale importanza per la posterità. Proprio perché Schopenhauer non parla mai di sé, è difficile ricostruire i suoi soggiorni italiani che pure segnarono una svolta nella sua vita. Basti dire che in Italia stava per sposarsi. Accarezzò addirittura l'idea di trasferirsi in Italia, dove, come dice lui stesso, non godette solo «il bello» ma anche «le belle». Siamo abituati a sentir parlare di Schopenhauer come del salice piangente della filosofia. Niente di più falso: egli era una natura tremendamente passionale che all'occasione sapeva cogliere i frutti della vita, dolci o amari che fossero. Un applauso al professor Giovanni Gurisatti per la fluente traduzione. E ora un auspicio. L’Adelphi si è resa universalmente benemerita per l’edizione critica di Nietzsche. Ci sarà un editore che vorrà fare un’edizione critica anche di Schopenhauer, il padre di Nietzsche? Jochen Stollberg, direttore dello Schopenhauer - Archiv di Francoforte, è un ottimo filologo e nessuno meglio di lui potrebbe stabilire il testo critico.

sul Congresso del Prc

Il Foglio 5.3.05
Il comunismo casual di Bertinotti attira diessini e sindacalisti
Reclutamenti in Toscana e Lombardia.
Un giottino segretario. Per Folena, Prc ha un programma, i Ds no

Roma. Qualcuno già la chiama "grande Rifondazione", partito comunista che celebra un congresso largamente identificato con il proprio leader, Fausto Bertinotti. Partito in trasformazione che il segretario intende allargare prima di cedere il posto - auspica lui - a un giovane della "generazione giottina genovese" (la cosa fa sussultare una forte opposizione interna di ex cossuttiani e trotzkisti preoccupati per lo snaturamento del partito). Partito che di concerto con Romano Prodi detta la linea politica estera dell'Unione; che si candida a rappresentare il volto istituzionale del movimento dei movimenti new o no global e intanto attrae frammenti della sinistra diessina. Quando non li recluta direttamente. È avvenuto in Toscana con Luca Ciabatti, area correntone, segretario toscano della Cgil - funzione pubblica e neocandidato di Rifondazione alla presidenza della Regione contro Claudio Martini. È avvenuto in Lombardia con un altro diessino, l'ex segretario regionale della Cgil Mario Agostinelli, arruolato dal Prc in qualità di capolista e presente anche nel listino di Riccardo Sarfatti. Quello esercitato da Bertinotti è al momento un fascino che si trasforma in successi politici e d'immagine, persino lessicali. Lo prova anche l'articolo con cui uno dei maggiori protagonisti del correntone, Pietro Folena, sull'Unità di ieri celebrava il realismo del programma di Rifondazione, un misto di neoantagonismo e di sfida al liberismo sfrenato, di pacifismo sostenibile e radicalismo post comunista. Qualcosa che luccica molto soprattutto accanto al "riformismo pallido" dei Ds. Così lo definisce Folena. Non è l'annuncio di un trasloco dalla Quercia ma l'ammissione che a sinistra Rifondazione s'impone e grandeggia e ha meno bisogno di reclutare ceto politico dalla sua destra che di gestirne il flusso costante dei consensi. "Parliamo di un partito con visibilità notevole" dice al Foglio Angelo Panebianco, editorialista del Corriere della Sera "guidato da un signore che si avvale del reciproco sostegno con Prodi e che ha un fondamentale punto di forza: mentre il programma dell'Unione è ancora in aria, lui un programma ce l'ha in politica estera, economica e sul welfare, e sa comunicarlo con idee chiare e un effetto calamita sul personale politico dei Ds". Il diessino Folena dice: "Di là c'è un progetto, di qua no, però esiste una minoranza interna, la nostra, che fa da pontiere con Rifondazione. Quindi sta bene dov'è. E che abbia ragione lui lo dimostra Prodi quando sostiene che anche Bertinotti è interno al progetto riformista. Dal momento che la parola riformista è amorfa e significa tutto e niente".
La rottura con la tradizione stalinista
Quella di Bertinotti è un'identità offerta in modo sapiente, un comunismo casual informale nella proposizione e aggiornato nel linguaggio con cui si mescolano altermondismo e battaglie contro la proprietà privata. "Bertinotti attrae - prosegue Panebianco - perché dice: 'noi siamo quelli di sempre ma il vestito che indossiamo va cambiato'. Il vestito nuovo è anche nelle novità lessicali di questo strano comunismo che ho definito libertario e depurato, e che cattura umori anticapitalistici presenti in una società a cui non possono essere vendute icone del passato. Bertinotti non dissimula, è in genuina in contrapposizione con la tradizione stalinista che ancora nel 1989 distingueva tra il grande e degno ideale, e il suo tradimento storico nell'esito totalitario". Secondo Panebianco esiste tuttavia un punto debole nella strategia bertinottiana. "Un'obiezione di fondo: quando decidi di eliminare la proprietà, con la proprietà elimini necessariamente anche la libertà. E dimostri così che qualsiasi progetto comunista di eliminazione del mercato non ha esiti totalitari per sbaglio: il totalitarismo è intrinseco al progetto. Questa debolezza teorica diventa più visibile perché Bertinotti non espone il suo programma da posizioni marginali, adesso ha un ruolo centrale e la sua non credibilità teorica è più fortemente avvertita". Il meccanismo bertinottiano, ammettono i dirigenti di Rifondazione, funziona dunque come contrappeso virtuoso della crisi identitaria dei Ds. I quali Ds - conclude Panebianco - "si espongono a tutte le incursioni possibili da parte delle minoranze più connotate, dai cattolici ai comunisti". Ma questa crisi non si sa quanto durerà e, particolare non irrilevante, la poca fretta di cui parla Bertinotti quando promette la sua rivoluzione mal si concilia con la certezza che lui solo può rifondare un partito ancora pieno di comunisti.