venerdì 28 novembre 2003

libertà di espressione del pensiero:
censurato anche Paolo Rossi

Repubblica on line 28.11.03
Ecco il testo che ha bloccato la prevista partecipazione di Paolo Rossi a "Domenica in", trasmissione alla quale l'attore era stato ufficilmente invitato e alla quale aveva inviato - come da richiesta della Rai - il testo di quanto avrebbe detto, uno stralcio dal suo spettacolo "Il signor Rossi e la Costituzione"


Il bello della storia è che il testo che Paolo Rossi doveva leggere alle platee della domenica era nientemeno che un discorso di Pericle, il padre della democrazia, pronunciato 2450 anni fa!. Questi i passaggi incriminati:

"Qui ad Atene noi facciamo così. Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi per questo è detto democrazia. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private. Ma in nessun caso si occupa delle pubbliche faccende per risolvere le sue questioni private. Qui ad Atene noi facciamo così, ci è stato insegnato a rispettare i magistrati e c'è stato insegnato a rispettare le leggi, anche quelle leggi non scritte la cui sanzione risiede soltanto nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di buon senso. La nostra città è aperta ed è per questo che noi non cacciamo mai uno straniero. Qui ad Atene noi facciamo così" .

Marco Bellocchio: un incontro con il pubblico a Piacenza
e la distribuzione di "Buongiorno, notte"

Libertà venerdì 28 novembre 2003
MARCO BELLOCCHIO
Il regista piacentino ospite alla multisala Iris con il suo film su Moro
La follia? Questione di normalità
«I terroristi di oggi sono isolati e senza organizzazione»


Accantonato il progetto del "Mercante di Venezia", imbastita una collaborazione col Municipale per "Rigoletto" (regia nel marzo 2004), Marco Bellocchio ha iniziato a dar forma alla sua nuova pellicola, "Il regista di matrimoni", un'opera che «si lega idealmente a "L'ora di religione" e che, con quest'ultima - dice il cineasta-, «avrà in comune il protagonista, Sergio Castellitto». Eppure "Buongiorno, notte" non ha ancora finito di far parlare di sé: infatti, se da un lato la sua recente premiazione con il riconoscimento della critica europea ha fornito al suo autore un ennesimo motivo di orgoglio e soddisfazione, dall'altro non ha fatto altro che aumentare il rammarico per il trattamento che lo stesso regista bobbiese ha ricevuto all'ultima Mostra di Venezia, dove si è preferito non premiare il suo lungometraggio ritenendolo troppo poco internazionale. E, invece, ben 12 Paesi, tra cui Messico, Russia e Giappone, hanno acquistato il film per distribuirlo nei rispettivi circuiti interni. L'incontro con il pubblico, tenutosi alla multisala Iris 2000 nel corso di una serata organizzata con il supporto del Comune e della Fondazione Cineteca Italiana, ha fornito a Bellocchio la possibilità di discutere di questo e altri argomenti con una folta schiera di spettatori. «Il film non si pone come primo intento la ricostruzione storica - ha sottolineato il cineasta - ma mira a sostenere che la Storia non ha una ineluttabilità. La libertà del personaggio di Moro serve a raccontare che la vita può andare in un altro modo. Negli ultimi 25 anni tante cose sono cambiate. Bisogna interpretare il fatto, non fermarsi in superficie». Già, tanti cambiamenti si sono susseguiti. Ma gli ultimi attacchi terroristici possono essere considerati figli di quelli degli anni '70? «Probabilmente sì - dice Bellocchio - ma è cambiata la mentalità. Un tempo c'era un'organizzazione, oggi credo che i terroristi siano rimasti in pochi». Tuttavia, il regista piacentino non ha mai nascosto di voler lasciare ai margini il connotato storico: «Io non riesco a entusiasmarmi a ciò che sta dietro al fatto». E con ciò si spiega anche quella particolare rappresentazione dei brigatisti che qualcuno ha ritenuto assolutoria: «Io ho voluto far vedere i quattro carcerieri nel loro vivere quotidiano. A me, artista, interessa la rappresentazione della normalità della follia, che è la più pericolosa. È quella di cui si legge sui giornali». E tutto ciò è in coerenza con la sua idea di immaginazione, elemento portante del film: «Per saper usare la fantasia senza far male al prossimo - dice Bellocchio - è necessario avere un buon rapporto affettivo con la realtà, non solo un rapporto razionale. Le Br erano orientate alla non-affettività: il loro rapporto con la realtà era lucido ma freddo». Leonardo Sciascia, nell'agosto 1978, scrisse: «Forse ancora oggi il giovane brigatista (cioè Mario Moretti, n.d.r.) crede si possa vivere di odio e contro la pietà: ma quel giorno, in quell'adempimento, la pietà è penetrata in lui come il tradimento in una fortezza. E spero che lo devasti». E proprio il libro di Sciascia, "L'affaire Moro", ha inciso non poco sul messaggio del film: «La brigatista Anna Braghetti sa che dovrà pagare per tutta la vita per l'uccisione di Moro: l'affermazione di Sciascia aderisce alle figure dei quattro carnefici protagonisti della mia pellicola» ha sottolineato Bellocchio. Nel corso del dibattito c'è stato spazio anche per un richiamo al '68: «Negli anni '70 i giovani erano orientati all'eliminazione della figura paterna. L'omicidio del padre era visto come passaggio dall'adolescenza all'età adulta». E anche l'assassinio di Moro ebbe, infatti, una valenza simbolica. «Con il '68 si viveva un atteggiamento antipaternalistico ma si contestava, non si ammazzava. Se ammazzi il padre non ti liberi di lui. Al tempo, comunque, non era vero che non ci fossero le figure paterne. C'erano altri padri, come Stalin. Non era anarchia, bensì conformismo ideologico».

millecanali.it 27 Novembre 2003
I buoni risultati del Mifed


Si è conclusa con successo nei giorni scorsi alla Fiera di Milano la 70ma edizione del Mifed, il notissimo Mercato Internazionale del Cinema. Compatta la partecipazione delle grandi compagnie, con una crescita di quelle di provenienza asiatica. Notevole, poi, l’attenzione da parte di tutti i maggiori buyers.


Si è conclusa con successo nei giorni scorsi alla Fiera di Milano la 70ma edizione del Mifed, il notissimo Mercato Internazionale del Cinema. Compatta la partecipazione delle grandi compagnie, con una crescita di quelle di provenienza asiatica. Notevole, poi, l’attenzione da parte di tutti i maggiori buyers, a cominciare dalle compagnie europee.
Ma veniamo ai numeri: 5163 i partecipanti, provenienti da 71 Paesi, con un incremento del 15,8% rispetto ai 4457 dello scorso anno. Si segnala un + 12% di visitatori provenienti appunto dall’Est Europeo e un + 10% dai Paesi asiatici. 244 espositori, tra diretti e indiretti, provenienti da 25 Paesi, hanno occupato una superficie espositiva di 8541 metri quadrati. In aumento anche il numero complessivo delle compagnie presenti al Mercato: 1760 (+ 6,2% ).
Incremento, altresì, dei buyers, balzati a 1936 con un + 19.9% rispetto ai 1614 registrati nella trascorsa edizione. 495 i titoli presentati, contro i 487 del 2002, per un totale di 810 proiezioni (+ 8.4%). Aumentate dell’11%, infine, le anteprime di mercato.
Sono state soprattutto le società francesi di vendita di film a dichiarare grande soddisfazione alla chiusura di questa edizione del Mifed. Tra queste, Celluloid Dreams, Gémini Films, StudioCanal e Wild Bunch. Sul fronte di casa nostra, da segnalare che la pellicola “Buongiorno, notte” di Marco Bellocchio è stata venduta dappertutto in Europa (Svezia, Regno Unito, Polonia, Russia, Belgio, Paesi Bassi) e le “negoziazioni” sono sulla buona strada buona anche per la Germania e la Spagna.
[...]

Scalfari e Galimberti:
citato al Mercoledì e al Giovedi

La Repubblica 25-11-03
Sul nuovo numero di Micromega: i lumi la ragione i dittatori


Anticipiamo parte del dialogo tra Umberto Galimberti ed Eugenio Scalfari su "Illuminismo e totalitarismo" Scalfari: Il pensiero cristiano si biforca fin dall'inizio: da un lato la salvezza delle anime, dall’altro l'avvento del Regno sulla terra, la salvezza dei corpi e la resurrezione Galimberti: Quando dico che la ragione è un insieme di regole bisogna tener presente che tutte le cose sono ambivalenti, disponibili per significati anche opposti Scalfari: Anche sul versante comunista abbiamo sentito dire che l'illuminismo andava criticato per la sua astrattezza: per non parlare di quanto afferma la Scuola di Francoforte
(a cura di Stefano Velotti)


EUGENIO SCALFARI: "Si ha spesso l'impressione che il tema dell'illuminismo sia stato volutamente consegnato all'oblio, forse perché - paradossalmente - è stato oggetto di critica da sponde diverse e anche opposte: oggi, si dice, un papa come Wojtyla attacca l'illuminismo per la fiducia dei Lumi nella ragione, per la pretesa di rendere autonomi gli individui. Ma anche sul versante comunista abbiamo sempre sentito dire che l'illuminismo andava criticato per la sua "astrattezza". Per non parlare della Scuola di Francoforte, che addirittura identifica l'esito "dialettico" dell'illuminismo nei totalitarismi contemporanei, invece che leggervi un tradimento dei Lumi. "Questa rimozione dell'illuminismo costituisce comunque una latenza, perché ogniqualvolta si arriva ai nodi cruciali della cultura contemporanea, ecco che l'illuminismo ritorna puntualmente: come principale nemico. Come spiegarsi questa vitalità latente dell'illuminismo negli stessi critici che lo ritengono superato? Perché, insomma, viene individuato come il nemico? Tra le tante risposte possibili, vediamo innanzitutto quelle che si possono desumere dalle critiche che gli vengono mosse. "è il nemico per i cattolici, e non soltanto per l'attuale papa. Papa Wojtyla ha solo radicalizzato un'ostilità che ha dietro di sé una lunga tradizione. Per trovarne l’origine, occorre risalire almeno a Pio IX, e anche più indietro: a quando l'illuminismo si è rivelato come uno spartiacque culturale e politico tra l'ancien régime e la modernità. Questo suo ruolo di spartiacque tra due epoche - che ai miei occhi ne costituisce un pregio - è innegabile: sotto i colpi del nuovo pensiero dei Lumi cade l'ancien régime come struttura gerarchica, politica, ideologica; e cade il sacrum del Re, il corpo del Re. "E tuttavia, lo ribadisco, l'illuminismo è un nemico anche per coloro che non si riconoscono nell’ancien régime e che, anzi, in modi diversi, lo combattono. E questo è un paradosso. "L'attacco di papa Wojtyla - e nomino lui perché è il testimone tuttora in campo - è un attacco singolare, in quanto viene da qualcuno che contemporaneamente predica l'ecumenismo nei confronti degli ebrei, dei musulmani e perfino dei buddisti. Questo è senz'altro un atteggiamento nuovo, originale e apprezzabile. Quel che è più notevole, però, è l'attenzione dei cattolici per il rapporto con i non credenti, che costituiscono un vasto settore dell'opinione pubblica moderna. Nell'ambito di questo ecumenismo, i cattolici si preoccupano ora di mantenere con i non credenti un contatto, e di approfondirlo, se non altro sui temi della morale e del bene comune. "Tuttavia, a differenza di ciò che avviene nei rapporti con i credenti di religioni diverse, l'atteggiamento ecumenico allargato ai non credenti incontra un ostacolo, che è costituito proprio dalla presenza inassimilabile di un nucleo di pensiero che proviene dall’illuminismo. Oltre ad aver segnato lo spartiacque tra l'ancien régime e la modernità, l'illuminismo ha infatti messo in questione l'esistenza dell’assoluto: non soltanto come trascendenza, ma anche come verità. Quindi, per chi si basa sul presupposto di una trascendenza, che è depositaria della verità assoluta, l'illuminismo è il vero nemico. Le altre critiche vengono di solito da chi ha sostituito il paradiso in terra al paradiso in cielo, e cioè dalle ideologie totalitarie e totalizzanti, che riscoprono una forma di assoluto nella verità di cui ritengono di essere depositarie. "Si spiega, dunque, il paradosso da cui eravamo partiti, ossia il convergere, sull'illuminismo, di critiche provenienti da sponde diverse e perfino opposte: per un verso, da un certo cattolicesimo - ma potrei dire dal cattolicesimo in genere - e dalla destra hegeliana, che sfocia in fenomeni diversi, perfino nel nazismo; e, per altro verso, dalla sinistra hegeliana. "Detto molto approssimativamente: i regimi totalitari - nel Novecento, il nazismo e il comunismo - trovano sulla loro strada l'ostacolo di chi ha messo in discussione gli assoluti. Non c'è, dunque, una vera contraddizione nel fatto che l'illuminismo venga attaccato tanto da destra che da sinistra".

UMBERTO GALIMBERTI: "Prima di riprendere i punti stabiliti da Scalfari, vorrei aggiungerne uno preliminare: l'illuminismo è l'età della ragione. A questo punto dobbiamo accordarci sul significato di "ragione". Come Aristotele - che chiama il suo libro di logica Organon, cioè "strumento" - dobbiamo riferirci anche noi al suo senso più umile, strumentale: la ragione è un insieme di regole per poter convivere. Ed è questo il modo in cui anche l'illuminismo considera la ragione. Kant, infatti, intraprende una critica della ragione, non la sua apologia; va alla ricerca dei suoi limiti, non della sua espansione universale. "Quando dico che la ragione è un insieme di regole, bisogna tener presente che tutte le cose sono ambivalenti: per esempio, questo registratore, ora, svolge una sua funzione, ma io posso prenderlo e usarlo come un'arma impropria. Se non presupponessi regole d'uso e di linguaggio, dicendo "registratore" potrei riferirmi a questo apparecchio o a un'arma impropria. Tutte le cose, insomma, sono disponibili per tutti i significati. "La ragione procede per definizioni, che delimitano il significato di una cosa; mediante il principio di non contraddizione, che non consente di far oscillare la cosa tra una pluralità di significati. La si è inventata, insomma, mediante grandi regole, grazie a cui gli uomini possono comunicare e, dal punto di vista psicologico, ridurre l'angoscia. Altrimenti, se tutte le cose restassero indeterminate, nell’uso e nel commercio delle cose ci troveremmo sempre in uno stato ansiogeno. Pensiamo al "primitivo" che, fintanto che non codifica, rimane sempre in uno stato di allerta. "La ragione è un grande strumento che non dice la verità, ma dice le regole di convivenza. E arrivare a queste regole è un risultato importantissimo. Io non solleverei il concetto di ragione oltre questa misura, che è già sufficiente ad escludere i miti, le religioni, quell'eccesso di significato di cui si circondano tutti gli apparati simbolici, e a creare un regime di discorsività e di convivenza corretto che è la condizione per la fondazione della città. "Per Platone, la fondazione della polis presuppone, infatti, un'intesa linguistica. è questo il motivo per cui è necessario escludere dalla città i retori, che muovono la gente tramite gli affetti; i sacerdoti, che parlano ex autoritate; i poeti, che mentono troppo e lasciano oscillare i significati. Sono ammessi invece i filosofi, che parlano dopo aver definito le cose e si attengono alle regole. "L'illuminismo costituisce una ripresa di questo scenario greco. Il più grande illuminista, Kant, scrivendo una critica della ragion pura, è come se dichiarasse: non esageriamo con la ragione, vediamo che cosa può dire, con correttezza ed esattezza, e che cosa invece non può dire. Può trattare questioni matematiche e fisiche, ma non problemi metafisici, perché questi sorpassano i limiti dell'esperienza. "I custodi della ragione sono custodi che limitano l'apparato razionale: sanno che l'apparato razionale è forte solo se conosce i suoi limiti, se è consapevole della sua valenza strumentale e non, invece, totalizzante. "Sotto questo profilo, quindi, la ragione è l'antitotalitarismo per eccellenza, perché conosce il suo limite. Ed è lo stesso limite che vige nella pratica scientifica. Gli scienziati sono assolutamente persuasi di non dire cose vere, ma di dire semplicemente cose esatte: ex-actus, cioè "ottenuto dalle premesse di partenza". è questo, mi pare, il modo corretto di condurre la ragione. "Arriviamo ora ai punti toccati da Scalfari, che mi paiono decisivi. Il primo è che l'illuminismo mette fine alla gerarchia dell’ancien régime e inaugura la dimensione della libertà individuale; sottrae la sovranità all’ordine gerarchico precedente e la diffonde tra gli individui. Qui, però, bisogna fare attenzione: la ragione non si emancipa senza residui, ma gronda sempre di dimensioni antirazionali: penso, per esempio, a un Galileo che fa l'oroscopo per le figlie, o a un Newton che scrive un libro di demonologia. Anche il concetto di individuo è molto equivoco e, a mio parere, viene chiarito solo con l'illuminismo. Il concetto di individuo non esiste in Grecia, perché è una nozione fondamentalmente cristiana: mentre i greci antepongono la comunità al singolo, i cristiani colgono innanzitutto l'individuo grazie alla nozione di "anima". Per Platone, il singolo è giusto se è "aggiustato" addirittura con l’ordine cosmico. Per i cristiani, l'individuo ha come scopo innanzitutto la salvezza individuale, la salvezza dell'anima, appunto, che è affidata alla pratica religiosa e quindi alla Chiesa. La convivenza e il buon vivere civile passano in secondo piano. "Che cosa spetta alla comunità, dal punto di vista dei cristiani? Null’altro che la limitazione o l’eliminazione degli ostacoli che impediscono la salvezza dell'anima. Lo Stato ha solo il compito di togliere gli impedimenti che si frappongono tra gli individui e la pratica salvifica. La salvezza è individuale, non è comunitaria. L'individuo deve vedersela direttamente con Dio, che abita l'anima: in interiore animae habitat Deus, dice Agostino. E Rousseau, giustamente, ne conclude che "il cristiano non può essere un buon cittadino". Potrà magari esserlo di fatto, ma non di diritto, perché il suo scopo non è la buona convivenza, ma, come ho detto, la salvezza della sua anima. "L'illuminismo desume la nozione di individuo dal cristianesimo, ma la libera dalla categoria della salvezza e ne sposta l'obiettivo: un individuo è tale in quanto è in relazione di fratellanza e di uguaglianza con gli altri, in quanto è parte di una città, e non in quanto si salva l'anima. Questo spostamento ha un'importanza straordinaria: la società civile, infatti, nasce solo quando l'individuo viene pensato in vista dell'altro individuo, e non in vista della salvezza dell'anima. "Il secondo punto indicato da Scalfari è l'ecumenismo. L'ecumenismo, però, non è la tolleranza illuminista, è semplicemente un proposito di buona educazione: mentre un tempo avremmo fatto la guerra con chi la pensava diversamente da noi, oggi gli stringiamo la mano. Ma ciascuno resta del proprio parere. L'ecumenismo, dunque, è un atto pratico di buona educazione. La tolleranza illuminista, invece - almeno quale traspare dalle Lettere sulla tolleranza di Locke - ha una valenza teorica: io, nel mio pensiero, devo tollerare che forse tu, che sei il mio avversario, sei nella verità ad un gradiente maggiore del mio. Questa è l'autentica tolleranza. L’ecumenismo, quindi, non ha nulla a che fare con la tolleranza illuminista. "Se l'ecumenismo può esercitarsi nei confronti delle altre religioni, la miscredenza resta comunque il nemico. Oggi la Chiesa non ha più quella forza, che aveva nel Rinascimento, per poter impiccare i miscredenti. Oggi si limita a segnalarli o a emarginarli, o magari a dialogare con loro, come faceva Martini. Ma se avesse la forza necessaria li impiccherebbe tutti. La violenza è parte essenziale del sacro: chi presume di essere il depositario della verità è cieco e violento. La ragione, invece, è tale se conosce i suoi limiti, dunque non può mai essere assoluta: procede passo dopo passo, per prove ed errori, e non presume mai di disporre della verità unica. "Infine, c’è una differenza antropologica tra gli illuministi e gli uomini di religione - ai quali io accosterei, sotto questo profilo, anche i fascisti e i comunisti: gli uomini di religione, e i totalitaristi, vivono un tempo escatologico, mentre l’illuminismo vive un tempo progettuale. Il primo è pervaso da speranze di palingenesi e di salvezza; il secondo è molto più modesto, è un tempo volto esclusivamente al miglioramento della condizione attuale. "Il tempo escatologico è un tempo inscritto in un disegno, per cui la storia è sempre storia sacra, storia della salvezza. Questa concezione giudaico-cristiana del tempo prevede che alla fine della storia si realizzi quello che era stato annunciato all’inizio. "Anche il comunismo, d’altra parte, vive un tempo escatologico: nel passato c’è il male, nel presente la redenzione, nel futuro la salvezza. Marx usa le stesse espressioni che troviamo nella Bibbia a proposito del popolo ebraico: "La classe operaia ha fame e sete di giustizia". Poiché i totalitarismi, comunismo e fascismo, vivono un’escatologia, li considero alla stregua di forme religiose. L’illuminismo, invece, non vive un'escatologia, vive il progresso metodico della ragione".

EUGENIO SCALFARI: "Secondo un’analisi attenta, dunque, l’ispirazione dei movimenti totalitaristici, più che esser fatta risalire all’illuminismo, deve essere ricondotta a certe forme del pensiero cristiano ed operaio. Vorrei aggiungere, però, che il pensiero cristiano si biforca fin dall’inizio: da un lato, la salvezza delle anime; dall’altro, l’avvento del Regno sulla terra, la salvezza dei corpi e la resurrezione dei morti. è il pensiero apocalittico - parte fondante del pensiero cristiano - che comincia con Giovanni, e che caratterizza anche tutto il messianesimo ebraico: la felicità, il Regno di Dio, si realizzano alla fine dei tempi sulla terra. "Le radici dell’escatologia totalitaria affondano insomma nel pensiero apocalittico cristiano e nel pensiero messianico ebraico. Quest’ultimo, non a caso, è molto poco interessato a immaginare il paradiso o l’inferno, e alcune sue correnti negano perfino l’immortalità. "Il popolo eletto, così come la classe operaia per Marx, combatte e vive nel proprio tempo, ma è tuttavia un popolo che resta sempre in attesa. Abbiamo comunque a che fare con un pensiero escatologico mondano: alla fine dei tempi, con l’avvento del Regno e della felicità, comincerà un tempo immobile, la storia sarà finita; così come accadrà quando la razza superiore avrà prevalso su tutte le altre, o quando la classe operaia avrà abolito lo Stato e il comunismo sarà realizzato su tutta la terra. "Se cerchiamo il vero incunabolo di queste spinte totalitarie, troviamo le religioni monoteiste".