giovedì 25 novembre 2004

dalla
LIBRERIA AMORE E PSICHE

Vi informiamo che

sono disponibili in libreria
videocassette e dvd
dell'incontro a Villa Piccolomini
con l'on.le Bertinotti



Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908 amorepsiche2003@libero.it
i nostri orari: lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20


citato al Lunedì
L'Unità: alle origini del Logos occidentale

ricevuto da Livia Profeti
(l'articolo è corredato da una fotografia di un particolre volto di donna che non è possibile inserire nel blog
chi volesse vederla può
richiederla per posta: è un piccolo jpg)

L'Unità 21 Novembre 2004
Il papiro che spiega il mondo
Di Franco Farinelli
Un ritratto funebre del Fayum analogo alla maschera

Qaw el - Kebir, l’antica Anteopoli, si trova lungo il Nilo al confine tra l’alto e medio Egitto, proprio dove il maestoso fiume decide di allargare il suo corso per dar luogo alla massima inflessione verso occidente. Di qui proviene, presumibilmente, lo straordinario papiro depositato un mese fa dalla fondazione San Paolo presso il museo Egizio di Torino e noto come il papiro di Artemidoro, dal nome di un geografo di cui all’inizio dell’era volgare si era servito Strabone, ricavandone l’idea che geografia e filosofia sono inseparabili. Il papiro, lungo oltre due metri e mezzo, contiene non soltanto una parte del perduto testo di Artemidoro, ma anche, a sua illustrazione, una rappresentazione cartografica - una mappa - di quella che noi chiamiamo penisola iberica, e poi disegni di animali più o meno fantastici, copie di statue e di ritratti, profili di figure umane: nel complesso la testimonianza senza eguali della successiva attività delle officine e botteghe artistiche (magari di una sola di esse) d’epoca tardo ellenistica, una sorta di taccuino di lavoro che l’analisi paleografica certifica disegnato a più riprese tra il 50 a.C. e il primo secolo successivo. Trasformato alla fine in cartapesta, esso finì col servire da maschera funeraria, e soltanto dopo averla smontata si è adesso riusciti a ripristinare la forma originaria del rotulo. Ha scritto Edgar Morin che tutto quel che accade è sempre qualcosa di improbabile che però in un dato momento e in un dato luogo si muta in qualcosa di necessario. Sicché la domanda diventa: che cosa stabilisce un legame di necessità tra la funzione originaria del papiro di Artemidoro, nato come un’opera geografica e cartografica, e la sua destinazione finale, apparentemente così strana e casuale? Prepariamoci ad un largo giro, proprio come quello che il Nilo inizia a Qaw el-Kebir.
Un mito racconta l’origine del silenzio, gli orfici erano quelli che l’avevano più a cuore. Narra la storia che Dioniso, il fanciullo divino, venne sorpreso dai Titani mentre giocava, e fatto a pezzi. Il racconto poi continua, ma qui il seguito non importa: anche se appena all’inizio, esso è già fin troppo complicato. L’assalto dei giganti coglie un attimo, quello dello stupore di Dioniso nel veder riflesso sullo specchio con cui si trastulla non il suo volto ma la faccia della Terra. Bisogna però sapere che approfittando del suo sonno, i Titani avevano in precedenza cosparso di gesso il volto del dio. Se l’avessero ammazzato subito mentre dormiva dell’origine del silenzio non sapremmo nulla. Proprio perché invece essi non lo fanno ne sappiamo qualcosa, a segno che il senso della storia non riguarda la clamorosa (e provvisoria) morte di Dioniso ma la tacita nascita di un’altra cosa. Anche ammesso, come di solito si vuole, che la reazione di quest’ultimo all’inaspettata vista coincida con un moto di stupore, le condizioni di esercizio di quest’ultimo risultano indubitabilmente silenziose: che nella storia di questo silenzio non si parli significa soltanto che esso ha già iniziato a funzionare.
Ma di quale storia davvero si tratta? Nientemeno che della silenziosa origine del logos, del ragionamento. Sull’origine del logos la versione più seducente è quella dell’ultimo Borges, che racconta di come due uomini, incontrandosi in una piazza greca e dimentichi di miti e metafore, di preghiere e magie, scoprono che attraverso il dialogo possono arrivare ad una verità. La versione più sottile ed ambigua si deve invece a Giorgio Colli che distingue, a proposito di Talete, un ragionamento pubblico, un discorso, e un ragionamento interiore, ascetico, geometrico, appunto silenzioso insomma, il logos astratto. Dunque il logos si biforca, e lo stupore e il silenzio di Dioniso si situano proprio in corrispondenza di tale biforcazione. Il borbottio del fanciullo assorto nel gioco cessa all’improvviso quando, nel passare da un trastullo all’altro, egli prende in mano lo specchio e scorge non la sfera che si attende ma una superficie, non un tridimensionale globo ma una bidimensionale estensione. Il silenzio è così la reazione di chi per la prima volta scorge un viso, di chi scorge il primo viso, di chi per primo perciò riduce la testa ad un suo lato. Ora, anche per l’egiziano Tolomeo, che scrive in greco al tempo del massimo splendore dell’impero romano, la Terra è una testa, come si legge all’inizio della sua Geografia. E così come la sua Ottica è un inventario di trucchi visivi, così la sua Geografia è la spiegazione, in termini schematici e matematici, del silenzio di Dioniso: è l’illustrazione del procedimento per mezzo del quale è possibile sottrarre una dimensione al globo, ridurre la sfera al piano, come i moderni tradurranno. La geografia di Tolomeo è la razionalizzazione del silenzio dionisiaco, e insieme la spiegazione del suo significato e delle sue implicazioni, l’illustrazione così come delle sue conseguenze della sua gravità. Ma proprio da ciò deriva lo stupefatto ammutolimento di Dioniso: egli scorge allo specchio non la testa ma soltanto l’immagine di due sue dimensioni, dunque in definitiva la mappa di una sua parte. È di qui che nasce lo sbigottimento del dio, e la paralisi di tutti i suoi organi di senso ad eccezione della vista: il suo atteggiamento risulta mimetico rispetto a quello che egli vede, è la sua copia, ne assume il carattere rigido e statico, oltre che muto. Così il silenzio di Dioniso testimonia la nascita del rigore scientifico.
Quando si parla di rigore scientifico, ci si riferisce infatti proprio e soltanto alla rigidità del cadavere, che appunto sullo specchio di Dioniso si riflette per la prima volta. Ne facciamo quotidiana esperienza. Quando andiamo al cimitero a trovare i nostri morti, guardiamo la foto sulla tomba: mai ci viene in mente che quella foto sulla tomba non somigli al defunto. Mentre invece quando guardiamo altre foto, o meglio, quando guardiamo foto di qualcuno che non è ancora defunto, che non è ancora morto, noi diciamo spesso che non gli somiglia affatto o facciamo fatica a riconoscerlo. E allora la questione è: perché di fronte alla foto di un morto noi diciamo quasi sempre che proprio gli somiglia, che è proprio lui, che è addirittura «venuto bene»? Proprio perché noi sappiamo che, trattandosi di un morto, non c’è più contraddizione tra effigie fotografica e qualcosa dotato invece di vita, dunque irriducibile ad un insieme di segni; nella foto il morto invece è - finalmente - proprio lui appunto perché ad un insieme di segni, quelli che compongono il ritratto, corrisponde effettivamente un cadavere. La somiglianza di una foto, di un sistema così rigido come quello di un’immagine fotografica, dipende dal fatto che anche la persona cui la foto si riferisce ha finalmente adeguato il proprio essere al simulacro, ha assunto la forma del cadavere, la forma del segno, la rigidità: che è esattamente quella rigidità che ha fondato tutto ciò che noi chiamiamo scienza. Ed è qualcosa che i Greci sapevano molto bene. Per i Greci il massimo della diversità, dell’alterità possibile, coincideva con la testa di Medusa, che aveva lo straordinario potere di pietrificare chi la guardasse. Sotto tal riguardo Medusa è qualcosa che si comporta nei confronti degli uomini esattamente come gli uomini si comportano nei confronti di tutte le cose: è, per così dire, una cosa che rovescia sugli uomini il comportamento che gli uomini hanno normalmente, e che consiste nel tentativo di paralizzare tutto quel che si vede. Se vogliamo capire qualcosa, se vogliamo comprendere qualcosa del mondo, siamo costretti a farlo a pezzi, a irrigidirlo, letteralmente a pietrificarlo. L’arte di irrigidire la vita in un sistema di segni nasce con grande scandalo nel VII secolo a. C., con Anassimandro, quando la prima tavola geografica, la prima mappa, la prima rappresentazione geografica del mondo viene prodotta. Come dire che tutto il sapere occidentale è per natura geografico. E che è Tolomeo a svelarne il meccanismo fondamentale, che egli chiamava «modo di conoscenza» ma che i traduttori moderni chiameranno proiezione.
Se la Terra per Tolomeo è una testa, e il suo modo di descrizione è la geografia, la corografia è la descrizione di una parte della testa, come ad esempio l’occhio o l’orecchio: sono questo gli esempi che lo stesso Tolomeo sceglie. Egli intende con ciò indicare fin dall’inizio l’equivalenza funzionale tra testa e viso, tra globo e mappa, equivalenza di cui il suo manuale illustra la tecnica. E per Tolomeo la seconda sta al primo esattamente come i ritratti funebri della regione egiziana del Fayum, sostanzialmente analoghi alla maschera di cui il papiro di Artemidoro faceva parte, stanno al capo delle mummie cui sono sovrimposti. Non si ricorda più dove, in Egitto, Tolomeo fosse nato. Si sa soltanto che egli operò ad Alessandria tra il 127 e il 145 dopo Cristo, dunque al momento della piena e compiuta relazione tra le due culture, l’egiziana e la greco-romana, di cui tali celebri immagini funerarie sono espressione. E così come la cultura locale e quella dei dominatori non arrivarono mai a fondersi, ma soltanto a sovrapporsi, allo stesso modo la tavoletta dipinta, importata dai nuovi padroni, venne applicata sulla testa del cadavere imbalsamato secondo il costume locale: il rito funebre come metafora dello scontro-incontro tra civiltà, sorta di rappresentazione del suo esito, di materiale raffigurazione del loro rapporto. Per Jean-Cristophe Bailly i ritratti del Fayum sono volti che stanno sulla soglia, né di qua né di là, già nella morte e ancora nella vita, presentati come vivi alla morte. E questo è vero alla lettera: come le foto che stanno sulle nostre tombe essi erano realizzati quando il soggetto era ancora animato, mentre il modello era ancora vivente, e soltanto in seguito, a decesso avvenuto, venivano applicati sulla mummia. Di qui la loro natura di limite metafisico, nel «bilico fuori dal tempo che fonda tutti i tempi», come commenta Rocco Ronchi, per il quale essi possono essere eletti a paradigma della raffigurazione. E anche tale affermazione è da intendersi letteralmente, ma soltanto perché le figure di Fayum e le relative mummie costituiscono nel complesso il materiale paradigma della rappresentazione cartografica, dalla quale ogni altra raffigurazione dipende, nel senso che ne stabilisce a sua volta il paradigma. In tal modo il divino silenzio di Dioniso, improvviso e momentaneo, anticipa e prefigura quello eterno e fin troppo previsto di noi mortali, e allo stesso tempo ricapitola e definisce tutte le condizioni del nostro fragile e precario rapporto conoscitivo con il mondo. È lo stesso silenzio dei primi prospettici, che all’inizio del Quattrocento a Firenze riscoprono Tolomeo e danno con ciò inizio alla modernità, iniziando a tradurre il mondo in spazio: paralizzati come se fossero avvelenati dal curaro, spiegava Pavel Florenskji, ma anche evidentemente muti e stupiti dalla portentosa trasformazione. Il soggetto moderno nasce a Firenze sotto il Portico degli Innocenti del Brunelleschi, e non è l’Homo viator, il viaggiatore come fin qui ci hanno fatto credere, ma è invece un essere immobile, attonito e silenzioso, proprio come per un attimo Dioniso era stato. La modernità altro non è stata che l’imbalsamazione di quest’attimo. Come soltanto oggi possiamo iniziare a comprendere, perché soltanto oggi la mummia di quel silenzio è andata in pezzi. Esattamente allo stesso modo della maschera che ci ha restituito il papiro di Artemidoro perché la storia che qui finisce potesse essere raccontata.

sinistre
il problema del pensiero religioso

Il Manifesto 25.11.04
Sinistra
TUTTI INSIEME NEL NOME DEL BUON DIO
Valori - da Bersani a Bertinotti, la politica tradotta in teologia
di Michele Prospero

Su Repubblica le due sinistre sono entrate in singolar tenzone per aggiudicarsi l'avvincente gara di chi fra loro è più autenticamente cristiana per combattere il fondamentalismo religioso dei neoconservatori. L'ex ministro Bersani, per la sinistra moderata, ha indossato i panni del novello storico del pensiero cercando di spiegare chela politica moderna è solo figlia del cristianesimo. Ovviamente, tutto questo ben di dio che la religione ha portato nel mondo andava riconosciuto nella costituzione europea, che per Bersani non è un insieme di regole giuridiche ma un lavoro sull'identità culturale che entra in competizione con Weber per fornire la comprensione dei fondamenti della razionalità dell'occidente. Va da sé che la sinistra radicale non poteva assistere indifferente al richiamo identitario e con Bertinotti è scesa in campo con vigore. L'etica cristiana è per lui non solo uno dei valori da recepire nella costituzione accanto ad altri ma anche una fonte essenziale dell'identità di un movimento rivoluzionario dolce. Accidenti, finito il pensiero unico siamo precipitati nel pensiero unicissimo: sotto il nome del buon dio sono tutti d'accordo da Berlusconi a Bertinotti, da Pera ad Amato a Ferrara.
Con tutto il rispetto per gli arcani intrecci mistici che avvengono sotto il cielo stellato della politica italiana, all'Osservatore Romano come lente per decifrare il mondo continuiamo a preferire il vecchio Carlo Marx che ha sempre stroncato chi fa «della religione la teoria del diritto pubblico». Mischiare la religione con il diritto per Marx era proprio un cattivo affare in quanto tra l'altro metteva in pericolo la libertà individuale. Così spiegava il suo pensiero: «lo Stato bizantino era lo Stato propriamente religioso perché in esso i dogmi erano problemi dello Stato; ma fu anche il peggiore degli Stati. Gli Stati dell'ancien régime erano i cristianissimi tra gli Stati, ciò nondimeno erano gli Stati della volontà di corte».
Cattivi tempi devono correre per davvero, se per recuperare un minimo di garantismo e di attenzione ai diritti individuali delle persone in carne od ossa occorre richiamarsi al barbuto pensatore di Trevin. Ma almeno lui si scagliava contro «l'intromissione della religione nel diritto» perché sapeva che da ciò può scaturire solo una incertezza del diritto e molta repressione, magari in nome della lotta al peccato. Che tempi strampalati se si deve rinfacciare ai chiassosi liberali il motto di Marx: «nessuna legislazione può prescrivere la moralità». A chi proponeva di rintracciare le radici religiose della politica egli obiettava che «è sufficiente far scaturire lo Stato dalla razionalità dei rapporti umani». A chi invocava valori esterni alla costituzione e alla politica, replicava prontamente: «è cattivo uno Stato che non sia la realizzazione della libertà razionale». E poi quale sarebbe la forma di Stato suggerita dalla religione? Marx al riguardo era giustamente un po più dubbioso di quanto non sia Bersani e scriveva: «i cristiani vivono in Stati con costituzioni diverse, alcuni in una repubblica, altri in una monarchia assoluta, altri ancora in una monarchia costituzionale. Il cristianesimo non decide della bontà delle costituzioni, perché ne ignora le differenze. Non quindi in base al cristianesimo, ma in base alla stessa natura, all'essenza stessa dello Stato dovete stabilire la giustizia delle costituzioni statali; non in base alla natura della società cristiana, bensì a quella della società umana». Non solo non esiste una teoria cristiana dello Stato, ma Marx invitava a prendere sul serio l'autonomia della politica. Per Bersani la secolarizzazione è solo un dono cristiano. Per Marx ovviamente neanche per sogno. Egli non si limitava a difendere Montesquieu che «aveva commesso la leggerezza di dichiarare che la virtù politica, non quella della chiesa, era la qualità più importante nello Stato». Ma affermava il carattere laico e rivoluzionario del diritto moderno: «il codice francese di Napoleone non uscì già dall'Antico Testamento, bensì dalla corrente di idee di Voltaire, Rousseau, Condorcet, Mirabeau, Montesquieu e dalla rivoluzione francese». Occorre quindi ragionare sullo Stato non a partire dalla teologia ma dai rapporti sociali. Questa cautela èandata smarrita e il vento che soffia rigonfia una domanda che Ferrara ora fa a tutti i suoi ospiti e che tanto in imbarazzo ha messo Bertinotti: lei è credente?
Marx invitava a trasformare gli enigmi teologici in problemi terreniora tutti sono inclini a tramutare le prosaiche questioni politiche in sterili dilemmi teologici. Per spiegare la pretesa minaccia islamica, invece di spiegare la società araba e una promessa tradita di modernizzazione in tanti oggi rinvengono nel corano l'ostacolo che blocca un'area del pianeta che riscopre il fondamentalismo. Davvero siamo in un mondo capovolto dove i processi reali vengono sostituiti dai libri sia pure sacri e per di più senza un soggetto che lotta per raddrizzarlo. Bertinotti, che questo presente rifiuta, chiede soccorso all'etica cristiana presa sul serio e a san Francesco. C'è però a portata di mano un'etica cristiana capace di incidere in qualche maniera sulle cose del mondo? Ascoltiamo ancora il perfido Manx «leggete il De Civitate Dei di sant'Agostino. Ritenete forse ingiusto rivolgervi ai tribunali, se venite imbrogliati? Eppure l'apostolo scrive che è ingiusto. Presentate la guancia destra, se vi percuotono la sinistra, o non impiantate piuttosto un processo per ingiurie di fatto? Eppure il vangelo lo vieta. Non pretendete forse su questa terra un diritto razionale, non mormorate forse al minimo aumento di una tassa, non andate forse fuori dai gangheri al minimo affronto alla vostra libertà personale? Eppure vi è stato detto che i dolori di questa terra non sono all'altezza dello splendore futuro. La maggior parte dei processi e delle leggi civili non tratta forse questioni di possesso? Eppure vi è stato detto che i vostri tesori non sono di questo mondo». Il vangelo, che per Bertinotti andrebbe preso sul serio per evocare un mondo altro, per Marx era affetto da una colossale sterilità assiologica dinanzi agli sterminati interessi quotidiani. Egli a più riprese ironizzava contro lo «scambio tra comunismo e comunione».
Assumere Francesco come metafora della critica radicale di ciò che esiste non avrebbe certo convinto Marx per il quale anzi non c'era «nulla di più facile che dare all'ascetismo cristiano una vernice socialista». Libertà, governo del tempo, godimento erano proprio un'altra cosa rispetto all'ascetismo dei rivoluzionari dolci. Il soggetto sociale non erano i poveri. Sull'efficacia reale dell'etica cristiana nel mutare i rapporti di forza nella società è difficile scalzare il sano scetticismo di Marx: «i principi sociali del cristianesimo hanno avuto mille ottocento anni di tempo per svilupparsi, e non hanno bisogno di essere ulteriormente sviluppati. I principi sociali del cristianesimo hanno giustificato la schiavitù antica, esaltato la servitù della gleba medievale, e se necessario si prestano anche a difendere l'oppressione del proletariato».
Bertinotti ora invoca l'etica cristiana e lascia sempre più sbiadito un movimento critico che sfida le immagini e le strutture del capitale come ideologia e come rapporto di potere. Le sinistre sono due, entrambe confuse appaiono. Il termine caro ad Ortega y Gasset, invertebrata, descrive alla perfezione la attuale condizione della sinistra in Italia.

Spi
...roba seria!

Il Messaggero 25.11.04
Psicoanalisi - Consulenze, farmaci, terapie: parlano gli analisti della Spi
E IL DOTTOR FREUD SI ADEGUA
di Lucio Lombardi

Quale psicoterapia? La scelta del metodo, e conseguentemente del terapeuta, è il primo e non indifferente scoglio che si erge davanti a chi ha deciso di cercare una soluzione ai propri problemi psichici. Nel tentativo di offrire una risposta, il mondo psicoanalitico, spesso accusato di impermeabilità e di chiusura verso l'esterno, ha scelto di dare un segnale chiaro di inversione di rota: la Spi, l'associazione che riunisce gli analisti freudiani, già da tempo ha aperto i propri centri ad un servizio di consultazione e di orientamento.
"C'è la necessità di uscire dalla stanza dell'analisi - spiega Agostino Racalbuto, analista e direttore della Rivista di Psicoanalisi della Spi - di aprirsi al territorio. La psicoanalisi non cambia ma rivisita alcune modalità operative: consulenze a psichiatri, a medici specialistici come ginecologi o dermatologi, ma anche ad altre entità professionali, ad esempio nel mondo della scuola. E' un tentativo di restare al passo coi tempi. Nello scambio interdisciplinare non c'è solo quello che possiamo dare, ma anche quello che possiamo ricevere, beninteso senza tradire le nostre origini. Una persona viene in uno dei nostri centri, fa dei colloqui, ne emergono indicazioni: per una psicoanalisi, per una terapia più rapida, per un invio allo psichiatra".
Il paziente oggi vuole forse risposte più brevi e meno costose.
"La terapia psicoanalitica ha bisogno di anni e di persone che tollerano il differimento nel tempo. Ma oggi la società ha tempi vertiginosi, nessuna prospettiva del futuro, è il disagio della cività moderna. Viviamo in una cultura dei bisogni, non dei desideri e i desideri implicano la sopportazione dell'assenza. Il bisogno invece non tollera l'assenza, vuole essere subito soddisfatto. Ecco il perché di richieste orientate verso terapie dai tempi ristretti. Purtroppo, però, la risposta terapeutica breve è spesso più sintomatica che profonda".
Dunque meno sedute nella settimana e un arco complessivo di tempo più corto...
"Una volta - ci dice Roberto Goisis, analista e direttore del centro Spi di Milano - era il terapeuta ad imporre la frequenza delle sedute. Per il paziente l'alternativa era "prendere o lasciare". Oggi c'è più elasticità, si può cominciare con una seduta e poi aumentare quando il paziente è in grado di trovare uno spazio temporale dentro di sé".
C'è posto anche per i farmaci?
Direi di sì. La psicoanalisi si è aperta al rapporto con le neuroscienze, dunque non nega che soprattutto in una fase di approccio con pazienti di un certo tipo si possa ricorrere alle medicine. In genere, l'analista preferisce restare neutrale di fronte al farmaco e indirizzare il paziente da uno psichiatra per una gestione del problema che avvenga in parallelo con la terapia analitica. Ma è illusorio credere che il farmaco da solo risolva il problema. Resta fondamentale la relazione con il terapeuta.".
C'è ancora il problema degli analisti selvaggi?
"L'Albo professionale lo ha risolto, anche se la sanatoria iniziale non ha potuto essere molto selettiva. Gli standard richiesti sono alti e la situazione tende continuamente a migliorare".

da L'Imbécile, Parigi
quell'imbecille di Freud

Da L’imbécile, rivista satirica francese, ottobre 2004
QUELQUES SYNCOPES DANS LA VIE DE

FREUD VOYAGEUR
par Philippe Garnier

L’amnésie et la mort, la momie et la trahison du père: étranges récurrences à travers quelques voyages de Sigmund Freud.
En 1900, Sigmund Freud écrit à son cher ami Fliess: «J’ai voué à Vienne une haine personnelle, et, à l’inverse du géant Antée, je prends des forces nouvelles dès que je pose le pied hors du sol de cette ville où je réside».
Cet amour-répulsion pour Vienne expliquerait-il en partie les troubles singuliers dont Freud fut plusieurs fois victime en voyage. Cette ville abhorrée n’est-elle pas aussi l’élément vital qu’il ne peut quitter sans s’exposer à de graves dangers?
Exaltation voyageuse et angoisse, désir de fuite et agoraphobie marquée, telle semble être l’alternative de Freud voyageur.

Éclipse du père sur l’Acropole

Quand il ne passe pas un mois d’été dans les Alpes, Freud est un visiteur assidu de patrimoine artistique, de musées et de monuments. Ce type de voyage s’apparente au « grand tour» familial d’un bourgeois cultivé des années 1900 Rome, Sicile, Paris, Londres, Athènes. La Gradiva, le Moise de Michel-Ange, l’autre Moshé, celui de San Pietro in Vincoli., Hôtels de renom, tel le Grand Hôtel des Palmes de Palerme, fréquenté naguère par Richard Wagner et quelques décennies plus tard, par le richissime Raymond Roussel qui s’y suicidera en 1933. Sans doute cette opulence touristique trahit-elle un secret orgueil social.
En 1904, Freud visite l’Acropole, ce qu’attestent son frère Alexander et d’autres compagnons de voyage. Mais il est la proie d’un curieux trouble: il lui est impossible de croire à ce qu’il voit et ce manque de conviction continue à affecter son souvenir de l’épisode. Freud n’est pas sur d’avoir visité l’Acropole. Un peu plus tard, dans une lettre à Romain Rolland, il analysera ce «trouble de mémoire» ce voyage témoignait d’un tel changement de condition et d’une telle ascension sociale par rapport à celle de son père, qu’il devait forcément être gommé entièrement de sa mémoire.

Devenir soi-même la momie

À mesure qu’arrivent notoriété et influence, ces voyages deviennent indissociables de l’essor du mouvement psychanalytique, essaimant en Europe et outre-Atlantique. Alors, c’est bel et bien Freud lui-même qui est en train de devenir le «père» À Brême, au moment de s’embarquer pour l’Amérique en compagnie de Jung et Ferenczi, il est victime d’un évanouissement. Sur le bateau, les trois hommes en profitent pour analyser activement leurs rêves. Péril symbolique, la traversée est aussi onirique.
Autre évanouissement dans le train, en Allemagne, avec Jung à ses cotés. Cette fois, il est question d’une photo de cadavre néo
lithique que lui montre Jung sur le journal, une momie des tourbières découverte en Angleterre. Qu’a vu Freud sur cette photo? Le voyage et la mort, la vision de soi-même en cadavre voyageur à travers le temps?
Dernier évanouissement, toujours en compagnie de Jung, et toujours à propos de momies. Il s’agit cette fois du pharaon Aménophis IV, le futur Akhenaton, évoqué par les deux hommes qui déjeunent à Munich en novembre 1912. Ayant instauré le monothéisme, Akhenaton avait effacé le nom de son père de tous les monuments d’Egypte. Bientôt, sans lien apparent avec le pharaon égyptien, Freud se met à reprocher à Jung de publier dans des revues suisses certains textes qui ne mentionnent pas son nom, à lui Jung rétorque que la mention du nom de Freud est inutile car tout le monde sait qu' il est le père de la psychanalyse. Mais Freud s’obstine dans son reproche, s’énerve et soudain, tombe évanoui. Revenant à lui, il dit «comme il doit être agréable de mourir. » Dans une lettre à Jones de 1912, Freud reliera cet incident à l’ambivalence homosexuelle de ses sentiments pour Fliess et Jung, sentiments liés à la ville de Munich. Sur l’effacement du nom du père, pas un mot. Freud et Jung se séparent définitivement en 1914. L’évanouissement, la mort et le voyage: Freud traverse le temps et se voit soudain en pharaon momifié.

brevi
la depressione nei bambini, e Petrarca

Yahoo!Salute - mercoledì 24 novembre 2004
24 novembre 2004
La depressione nei bambini come nei grandi
Il Pensiero Scientifico Editore

La depressione non è solo una malattia degli adulti. Secondo una ricerca americana pubblicata sull’American Journal of Psychiatry anche bambini di età compresa tra i tre e i cinque anni possono essere colpiti da questo disturbo. In particolare sembra che le classificazioni della malattia fatte per gli adulti valgano anche per i pazienti pediatrici.
Joan L. Luby, pediatra della Washington University di St. Louis, ha osservato il comportamento di 156 bambini di età compresa tra i tre e cinque anni. Ad un terzo di questi bambini è stata diagnostica la depressione. In particolare alcuni di questi bambini sembravano avere sintomi già codificati per la depressione melancolica tipica degli adulti: scomparsa dell’interesse e del piacere nel gioco, forte rallentamento psichico e motorio; questi bambini di solito parlano poco, rispondono a monosillabi, si muovono poco e lentamente, non hanno energia e si affaticano troppo facilmente.
Il gruppo di pazienti è stato suddiviso ulteriormente da Luby in due sottogruppi a seconda che i bambini si dimostrassero non in grado di trarre piacere da nessuna esperienza, condizione che si chiama anedonia, o capaci di entusiasmarsi anche se per brevi periodi. Dallo studio è emerso che i bambini più colpiti dalla depressione malancolica avevano una storia di traumi infantili o di stress molto forti alle spalle. Lo studio ha anche rivelato che in alcuni casi i bambini fortemente depressi avevano familiarità con la patologia.
Secondo l’autore dello studio essere in grado di classificare esattamente il tipo di depressione che colpisce i bambini ne faciliterebbe la cura. Infatti la depressione melancolica viene trattata con una terapia molto diversa da quella non melancolica e, soprattutto, si dovrebbe cercare di evitare di somministrare psicofarmaci ai pazienti in età pediatrica. In questo senso una diagnosi accurata è fondamentale.

Bibliografia. Luby JL et al. Characteristics of depressed preschoolers with and without anhedonia: evidence for a melancholic depressive subtype in young children. Am J Psychiatry 2004; 161:1998-2004.

giornaledibrescia.it 24 novembre 2004
Il critico e scrittore Marco Santagata ieri ai Pomeriggi in San Barnaba. L’attualità del poeta del «Canzoniere»
Petrarca, un depresso che rivoluzionò la poesia

È un Petrarca che mostra i sintomi tipici della depressione quello che Marco Santagata ha presentato ieri al pubblico del San Barnaba. Dunque un uomo affetto dall’insofferenza per tutte le cose di questo mondo, dominato dall’impossibilità di apprezzare quanto lo circonda: è una sindrome che noi moderni definiremmo «male di vivere», qualcosa che la letteratura contemporanea conosce bene. Ma il poeta del Canzoniere non aveva a disposizione le nostre categorie psicologiche, ragionava in termini di filosofia morale: dunque si riteneva affetto dal vizio dell’accidia. Mosso da una religiosità inquieta e lacerante, viveva come peccaminoso il suo desiderio incoercibile per Laura: una introiezione della colpa che è stata un passaggio necessario per la sua poesia. E sta anche in questo volgere l’indagine verso la profondità della psiche, verso i mali dell’anima la rivoluzione copernicana operata dal Petrarca nei confronti della poesia cortese che l’ha preceduto. Marco Santagata, docente di letteratura italiana all’Università di Pisa, critico letterario ma anche romanziere di successo, è uno dei massimi studiosi italiani di Francesco Petrarca, come ha ricordato Antonio Sabatucci introducendo il relatore, che è stato protagonista dell’ottavo incontro del ciclo dei Pomeriggi in San Barnaba dedicati alle figure del classicismo dalla cultura latina all’Umanesimo italiano. E a Francesco Petrarca Santagata ha dedicato anche il libro Il copista, un romanzo che mostra uno stanco poeta all’età di sessantaquattro anni. Petrarca è figura che si è sempre prestata a diventare un elemento del dibattito letterario, dando adito a letture di parte, sottolinea subito Santagata. Nel 1951 Gianfranco Contini, affrontando il confronto tra Dante e Petrarca, notava come noi moderni ci sentiamo solidali con Dante, ma come la tradizione italiana sia più vicina a Petrarca. Ma oggi sono cadute le ragioni di un paragone di tipo militante tra i nostri due grandi poeti: le istanze che apparivano nuove sono un normale ingrediente della letteratura moderna. Una lettura di tipo filologico del Petrarca, senza nessun bisogno di forzature modernizzanti - afferma il relatore - mostra tutte le ragioni della sua attualità: e sono le stesse che in pieno Trecento caratterizzavano la novità rivoluzionaria della sua poesia rispetto alla tradizione lirica cortese. Fino ad allora la lirica d’amore era un fenomeno eminentemente sociale, una lirica dialogica da «consumare» in pubblico, aperta alla cronaca e al quotidiano. La poesia di Petrarca è invece solitaria, non cerca il dialogo, rifugge dalla cronaca, allontana da sè la storia. Alla dimensione sociale sostituisce una dimensione interiore e soggettiva. Il dialogo cercato dal poeta non è quello con i lettori, ma semmai quello con altri testi. La poesia petrarchesca richiede infatti, per la sua piena comprensione, un contesto letterario. Ed è lo stesso poeta che fornisce il contesto riunendo le sue liriche nel Canzoniere, il libro che dà al lettore la chiave interpretativa corretta del testo: lo spazio letterario sostituisce lo spazio sociale. A dimostrazione delle sue notazioni Santagata legge e analizza il sonetto numero 272 del Canzoniere: «La vita fugge e non s’arresta un’ora...». Si tratta certo d’un sonetto d’amore, ma dove il sentimento amoroso appare piuttosto reticente; campeggia invece l’io del poeta, affetto da una crisi talmente lacerante da prospettare la possibilità del suicidio: questo motivo, che torna con una certa frequenza nel Canzoniere, è molto raro nella lirica anteriore. E’ qui che il relatore inserisce la sua analisi del Petrarca depresso e affetto dal «male di vivere» di cui si diceva all’inizio. Il sonetto si conclude con un riferimento ai «lumi spenti», gli occhi di Laura defunta, ma la notazione appare quasi un guizzo stanco del tipico poetare d’amore. Se leggiamo la lirica nel contesto dell’intero Canzoniere, l’interpretazione si arrichisce di nuovi significati e si complica: la ragione che dovrebbe guidare la nave della vita del poeta e l’amore non appaiono alleati, anzi l’amore emerge come una delle grandi passioni nemiche della ragione. Si rivela dunque la contraddizione e il sonetto appare pervaso a una vena irrazionale. Ma è una contraddizione che lascia trapelare un soffio di vitalità: forse, conclude Santagata, gli occhi di Laura avrebbero potuto salvarlo, nonostante ciò che il poeta aveva pensato della passione amorosa.

Storia del "comunismo"
Pol Pot, Cambogia

Corriere della Sera 25.11.04
Una nuova biografia racconta i mille volti del dittatore comunista, dai vizi privati al genocidio del suo popolo
L’autunno di Pol Pot, una Cambogia rosso sangue

Nessuna fosca grandiosità negli anni della fine. Il vecchio dittatore, sopravvissuto a un tumore ma corroso da un guasto all’aorta, trascorreva le giornate nella sua casa sul ciglio di uno strapiombo. L’uomo che aveva provocato la morte di quasi due milioni di persone contemplava la piattissima pianura sulla quale aveva tentato di reinventare una nuova Cambogia. A metà degli anni Novanta, l’utopista assassino chiamava a sé i collaboratori e raccontava di quand'era giovane, nella capitale. Un sorso di whisky o di cognac. Qualche piatto cucinato nel wok per la figlioletta Sitha. Più spesso un po’ di ossigeno da inalare e placare il mal di cuore. Capitava che si facesse leggere pagine della monografia che lo storico americano David P. Chandler gli aveva dedicato nel 1992 oppure era lui a dettare appunti per un’autobiografia mai scritta. E se dalla frontiera con la Thailandia, meno di un chilometro più in là, arrivava una copia di Paris-Match , la sfogliava, sì, la sfogliava di gusto. Impartiva ordini agli ultimi fedelissimi, tamponando defezioni, contando le unità degli ultimi combattenti leali, pianificava alleanze e cambi di strategia, scongiurando smottamenti di uomini che portavano verso una inevitabile pacificazione. Tradito e processato dai suoi, Pol Pot sarebbe morto nella notte del 15 aprile 1998. Né suicida né «suicidato». Di cuore. E non pentito.
Il tiranno era nato Saloth Sar, nel 1925. Ma fu anche Pouk, e Hay. E un numero: «87». E lo Zio, il Fratello Maggiore, il Fratello Numero Uno, e un altro numero, «99», e Phem. Trasformò il suo Paese in una colossale risaia, un crocevia di colonne di sfollati, un mattatoio di traditori immaginari, una caserma di ragazzini torturatori. Era la Cambogia dei Khmer Rossi. E la costellazione di nomi dietro i quali si nascondeva Pol Pot ha contribuito a far apparire il dittatore molto più distante da noi di quanto non lo siano i suoi crimini.
La segretezza, la dissimulazione sono state il suo copyright e la chiave della sua lunga marcia verso la presa del potere - 17 aprile 1975 - e anche della parabola discendente del movimento, iniziata con l’invasione vietnamita (dicembre 1978). Il poco che si sa della vita di Pol Pot, un sorridente e gentile maestro per chi lo frequentava, emerge dalle pieghe della storia della rivoluzione cambogiana. Schegge nuove di conoscenza affiorano tuttavia dalla ricca biografia che Philip Short (Pol Pot. History of a Nightmare, edito in Gran Bretagna da John Murray), già giornalista della Bbc, ha dedicato al leader dei Khmer Rossi. Affresco completo, con tanti colpevoli, da Mao e Deng a Clinton. E colpiscono i dettagli minimi. Che, sconosciuti ai più, di Pol Pot offrono visioni sghembe. Ecco, per esempio, un Saloth Sar quindicenne che frequentava l’harem del re Monivong, sperimentando di routine titillamenti sessuali per mano delle insoddisfatte concubine. Oltre quarant’anni e un genocidio dopo, le seconde nozze di un Pol Pot alla macchia sono invece un intimo brindisi con succo d'arancia, il gerarca Son Sen (nel 1997 fatto massacrare con la famiglia) nel ruolo di efficiente pronubo. Il Pol Pot che pianificava purghe feroci e incursioni punitive contro gli odiati vietnamiti era poi lo stesso che, scoperto il fascino delle sahariane made in Bangkok e dei colori pastello, negli anni Novanta perdonava il segretario stanco di combattere ma cercava nuovi guerriglieri fra i contadini.
Short descrive, non spiega, lamenta il Financial Times. Però non trascura nulla. Rovescia qualche luogo comune, mostra come le efferatezze medievali dei Khmer Rossi replicassero quelle dei bassorilievi di Angkor, dei testi buddhisti tradizionali cambogiani e dei nazionalisti antifrancesi. E snida le contraddizioni, vedi il marxismo-leninismo di Pol Pot, alla fine così superficiale e strumentale da essere completamente accantonato nel 1991. Strategia, Realpolitik. «Un giorno anche la Cina sarà capitalista», disse profetico Pol Pot.

sinistra
problemi di nome

aprileonline.info 25.11.05
IL GRAFFIO
I nuovi nomi della Gad

Ferve il lavoro nella Grande Alleanza Democratica per trovare un nuovo nome un po’ meno lungo e possibilmente comprensibile. Aprile è in grado di anticipare le scelte attualmente sul tavolo del centrosinistra.
Alleanza demografica. Diciamocelo, il primo problema per il centrosinistra è trovare degli elettori. L’aggettivo "demografica" allude a questo senso di frustrazione che assale il Gaddista preoccupato di vincere le prossime politiche.
Santa Alleanza. Rinverdendo i fasti ottocenteschi, il centrosinistra può sperare di strappare alla Casa delle Libertà almeno una parte del mondo cattolico. Il programma prevede l’inserimento delle radici cristiane nella Costituzione. Favorevolissimo Rutelli, il nome trova la ferma contrarietà di Bertinotti, Cossutta e Pecoraro che minacciano di andare alle elezioni da soli sotto l’insegna della Triplice Intesa.
I comunisti. E’ il nome che riesce a mettere d’accordo Diliberto e Berlusconi. Si vociferano perplessità da parte di Bertinotti. Al congresso di Rifondazione cinque delle sei mozioni minacciano di piantare una statua di Lenin nell’ufficio del segretario.
Il Motore. E’ la proposta – dal vago sapore meccanico - di Piero Fassino. In alternativa c’è anche “Il Timone” (sostenuta, per affinità marinara, anche da D’Alema).
La Cosa. Proposta in un documento Occhetto-Marvel, è a metà tra la svolta della Bolognina e i Fantastici 4. Leader della nuova compagine un Romano Prodi coperto di scaglie litoformi per meglio difendersi dal fuoco amico.
Michele. Come Gad è il nome di Lerner, Michele è ovviamente quello dell’altro anchorman del centrosinistra, cioè Santoro. Voluta l’allusione all’intenditore Michele, quello del Glen Grant. Sottotitolo: una coalizione chiara, forte, pulita. Consensi unanimi, con la sola eccezione di Gino Paoli, sostenitore del J&B.
Icarus. E’ la proposta di Massimo D’Alema. Contrario Paolo Cento che ritiene il nome troppo poco popolare.
La Camomilla. Prospettato dallo stesso Prodi, che intravede nel fiore bonomelliano l’immagine di una forza tranquilla. A seguito un’iniziale indecisione, via libera anche dal correntone Ds che, dopo aver ascoltato l’ultima relazione di Fassino lo ha candidato a leader della coalizione: “Mi sono addormentato – ha detto Mussi tra uno sbadiglio e l’altro – quindi Piero è il più adatto a guidare una coalizione con un nome così”. Fermamente avversa la Margherita che teme confusione con il proprio simbolo.
Viva la sinistra. E’ l’idea del correntone. Subito bocciata dal resto dei Ds che temono di essere notati all’interno della coalizione.
Noi speriamo che ce la caviamo. E’ la proposta di Antonio Di Pietro. Ironico Angius: “Non c’azzecca”. Bocciata dopo un consulto linguistico con Tullio De Mauro.
Boh! E’ il nome per ora più gettonato. All’elettore la libertà di chiamare la coalizione con un nome di fantasia. Per Violante si tratta della dimostrazione che il centrosinistra è davvero democratico.

Corriere della Sera 25.11.04
ALLEANZA E DINTORNI
Scegliersi un nome per tutte le stagioni
di GIAN ANTONIO STELLA

Un tempo, quando i pensieri erano forti, era tutto più facile e il cantastorie rosso Arturo Frizzi, racconta Stefano Pivato ne Il nome e la storia, chiamò cinque figli con le varianti di Comunardo (Comunardo Oberdan, Aurora Comunarda, Angelina Comunarda...) e chiuse alla grande con l’ultimo nato: «Aspromonte Fulmine Ribelle». E se eri patriottico potevi scegliere il nome «Cavorrino», se eri fascista «Romano», se eri luddista «Ozio», se eri una testa calda «Dinamite» o «Sebastite» ma insomma, ogni creatura aveva il nome suo. In questi tempi di pensieri debolucci, Francesco Rutelli si è dunque ritrovato privo delle vecchie certezze che sapevano di buono. E non piacendogli affatto la sintesi «Gad» per Grande Alleanza Democratica e di «Fed» per Federazione dell’Ulivo, è sbottato: «Sono proprio indigeribili, sembrano il nome del prossimo cartone Disney». E ha proposto di battezzare la neonata col nome di «Alleanza», tout court. Proprio come, gli ha ricordato subito plaudendo Piero Fassino, aveva proposto Prodi. Perché perdere tempo e voti con questa o quella definizione? Perché dividersi nello sforzo di capire se questa cosa è rossa o rosetta, fucsia o albicocca? «Alleanza», fine.
Un capolavoro. Perse per strada, una dopo l’altra, una serie di parole fattesi via via ingombranti, «Alleanza» è la sublimazione della nuova politica. Il suo trionfo. La sua apoteosi. Un contenitore senza contenuto, dove volta per volta mettere ciò che in questa o quella fase può apparire più giusto o più utile senza dover più litigare sull’anima della coalizione con Bertinotti e Mastella, Diliberto e Pecoraro Scanio. Una grande forza politica che non sta né troppo a destra né troppo a sinistra, né sopra né sotto. Una macchina elettorale senza l’ingombro delle idee. Tesa alla vittoria nella scia non più di Togliatti o don Sturzo ma del mitico Ruggero Bauli che spiegava come si fa il pandoro: «Un po' prima, un po’ dopo, un po’ più, un po’ meno».
Certo, non è solo la sinistra a essere alle prese da anni col problema di definire in due o tre parole una linea chiara e netta. Basti ricordare come Giorgio La Malfa, erede di quello che fu il glorioso Partito Repubblicano (contrapposto al Monarchico) sia arrivato all’amplesso con Vittorio Sgarbi nel Partito della Bellezza. O come gli orfani della Democrazia Cristiana abbiano circumnavigato per un decennio intorno al prezioso (elettoralmente) acronimo dc fondando via via il Ccd, il Cdu o l’Udc.
Né si può dire che, da quando sono crollati i vecchi partiti che ingessavano il panorama politico, siamo rimasti a corto di fantasia.
Dispiegata in tutta la sua flagranza nella candidatura del partito del «Sacro Romano Impero Liberale Cattolico» della leggendaria Mirella Cece o del «PPG», il Partito Preservativi Gratis fondato da Giuseppe Cirillo detto «il Generoso», un casertano che si vanta di essere il massimo consumatore mondiale di preservativi e teorizza che un corretto rapporto sessuale richiede lo scambio a rotazione, via via che infuria la passione, di 3 o 4 condom: «Scusa un attimo, cara», «Scusa un attimo, cara», «Scusa un attimo, cara».
Quanto ai simboli, ne abbiamo visti di tutti i colori. Certo, ci è mancato uno come Richard Leakey che in Kenya ha fondato, e Dio sa quanto sarebbe stato appropriato da noi, il movimento «Arca di Noè». Ma mai come in questi anni la politica nostrana è stata, rispettosamente parlando, piena di bestie. Dall’asinello dei democratici prodiani che portò la soma una sola estate all'orso federalista di Irene Pivetti al gabbiano di Antonio Di Pietro fino alla doppia opzione di Gianfranco Fini, che prima si innamorò dell’elefantino e poi della coccinella. Amori contro natura.
E smarriti.
Il centrosinistra, però, nella ricerca del nome perduto, non lo batte nessuno. Usciti i comunisti dalle macerie del muro di Berlino e i democristiani e i socialisti da quelle di Tangentopoli, sembrano ancora lì che si scrollano di dosso i calcinacci.
Soprattutto gli eredi del Pci. Erano partiti tanto tempo fa, dopo la svolta della Bolognina, con «la cosa» che doveva nascere e darsi una linea prima di scegliersi il nome giusto e ne era nato un tormentone finito in un film di Nanni Moretti e intitolato appunto «La Cosa». Era seguita l’ipotesi buttata là da Achille Occhetto di un «Partito del lavoro» o «partito dei lavoratori».
Che aveva lasciato spazio, mentre Cacciari tuonava «li ho implorati di non usare più la parola partito!», al Partito della Sinistra Democratica. A sua volta rimpiazzato tra i mal di pancia dal progetto di una nuova «Cosa 2» forse socialdemocratica o forse no («Prima "la Cosa uno", poi la "Cosa due"», sbuffò Massimo D'Alema, «mi ricorda un serial dell'orrore!») che alla fine diede vita alla semplice amputazione della parola che non piaceva al filosofo veneziano: «Democratici di sinistra». Una giostra che spinse Walter Veltroni, in una intervista, a una battuta velenosetta: «Il Pds, o come si chiama adesso...».
L'Ulivo sì, pareva aver messo d'accordo un po’ tutti. Al punto che nessuno trovò da ironizzare quando Romano Prodi, sorridendo feroce sulle altre opzioni botaniche e in particolare sulla «futile bellezza del papavero», esaltava l’amata «pianta millenaria», che «ha radici», «fa molti frutti», «è di una robustezza tremenda», e si recava perfino in pellegrinaggio là dove sorgeva un ulivo sacro millenario. Ah, l’Ulivo! Ma qui sta il punto: come andare, oltre l'Ulivo? Certo, bastava chiamare il nuovo fronte «Alleanza democratica», ma... Ma il bel nome, già presente in Portogallo, in Spagna, in Bolivia e perfino in Namibia, si portava qui appresso una disgrazia: era stato usato anni fa, quando stava a sinistra, dall’attuale cantore forzista Ferdinando Adornato. Che allora sparava a zero su quei politici della Prima Repubblica che oggi dipinge come vittime delle toghe rosse e allora vedeva come un gruppo di «guitti, saltimbanchi e entraineuses alcuni dei quali si sono ben presto trasformati in vera banda di gangster» e invitava a votare contro Berlusconi con lo slogan «Ragiona Italia». Non gli portò benissimo: 1,2% dei voti.
Alla larga, alla larga.

sinistra
Diliberto ci starebbe

APCOM 25.11.04
GAD/ DILIBERTO: PRONTO PER FEDERAZIONE CON BERTINOTTI
"Avrebbe il 15 % e sposterebbe a sinistra la coalizione"

Roma, 25 nov. (Apcom) - "Non ho la sindrome del divorziato, perciò sono pronto a fare una federazione insieme a Fausto Bertinotti". Lo ha detto il segretario dei Comunisti Italiani, Oliviero Diliberto, ospite di Pierluigi Diaco a 'Servizio Pubblico' su Radio 24 - Il Sole 24 Ore. "Se tutti coloro che non accettano la federazione democratica che va sotto il nome dell'Ulivo si uniranno insieme - ha spiegato Diliberto - la mia idea è che si possa raggiungere anche il quindici per cento dei consensi".
Basta sommare il 2,5 che abbiamo preso noi alle ultime europee, lo stesso risultato che hanno fatto registrare i Verdi, il 6 per cento di Rifondazione, il 2,2 della lista di Occhetto e Di Pietro, oltre al peso che ha il Correntone all'interno dei Ds". Poi Diliberto, che ha smentito di considerare "odiatissimo" Fausto Bertinotti, ha spiegato quale sarebbe l'obiettivo dell'iniziativa. "Una forte confederazione di sinistra - ha detto - serve a spostare più a sinistra l'asse della coalizione guidata da Romano Prodi, perché sparpagliati conteremo poco e certamente di meno di quanto accadrebbe se fossimo uniti. Perciò il mio partito è a disposizione per questo progetto".
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