lunedì 23 febbraio 2004

lunedì 23.2 su RaiTre:
una lezione di Dario Fo su Caravaggio

Repubblica 23.2.04
LA LEZIONE
Franca Rame e Dario Fo stasera su RaiTre
"Caravaggio dipinse la vita del suo tempo"
"Sulle sue tele restava impresso quel che tutti all'epoca, cercavano di coprire"
di ANNA BANDETTINI


MILANO - Passare da Berlusconi a Caravaggio deve essere stata una boccata d´ossigeno, un rifarsi la mente. «In verità lo scopo resta lo stesso: raccontare qualcosa senza fermarsi alla superficie, cercare di scovarne gli aspetti tenuti nascosti, fare controinformazione», spiegano Dario Fo e Franca Rame che, infaticabili, tra una trionfale tappa e l´altra del loro "Anomalo bicefalo", lo spettacolo sulla carriera politica-economica-giudiziaria di Berlusconi (chiuderà grandiosamente la tournée il 7 marzo a Milano in una seratona al Filaforum organizzata con i girotondi), lo scorso dicembre misero in scena all´Auditorium di Roma per sole due serate, davanti a quattromila persone, una lezione-spettacolo, Caravaggio ai tempi del Caravaggio, che sullo stimolo della mostra virtuale sul pittore ospite a Roma a Castel Sant´Angelo, raccontava l´artista nei suoi quadri e nel Seicento. Quella lezione viene ora presentata da RaiTre, stasera con la regia di Felice Cappa, in una di quelle belle occasioni che fanno dimenticare l´impoverimento culturale della tv purtroppo solo alle 23.20. In scena il Nobel e Franca Rame teatralizzano la vita del Caravaggio come già avevano fatto anni fa con Leonardo: davanti agli spettatori 87 gigantografie di quadri, molto materiale storico e documentario e l´inserto di alcuni pezzi di teatro, a cominciare dal bellissimo monologo Maria alla Croce recitato da Franca per sottolineare quanto legame ci fosse tra Caravaggio e le sacre rappresentazioni in volgare della tradizione popolare lombarda.
Il "grande pittore realista ricco però di invenzioni fanstatiche" che ci raccontano è l´uomo pieno di contraddizioni, è l´artista che ha imparato la lezione della grande tradizione pittorica lombarda dal Correggio in poi, è il pittore in cattivi rapporti con il conformismo della Roma della Controriforma e con il partito spagnolo della curia romana «che ogni giorno faceva esecuzioni in piazza e il fine settimana tanto per gradire mandava al rogo qualche sedicente eretico». In questo clima, ci dicono Fo e Rame, Caravaggio era uno che non le mandava a dire. «Nei soggetti religiosi dei suoi quadri metteva figure e temi del suo tempo e non era un pittore piegato alla semplice devozione come mostriamo con vari esempi. La sua grandezza sta anche in questo: che dipingeva la vita che ai suoi tempi tutti cercavano di coprire».
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da leggere:

Anna Maria Panzera, Caravaggio e Giordano Bruno fra nuova arte e nuova scienza. La bellezza dell'artefice. 1994 - Fratelli Palombi editori

Fiora Bellini e Riccardo Bassani, Caravaggio assassino, La carriera di un «valenthuomo» fazioso nella Roma della Controriforma. 1994 - Donzelli Editore

storie dell'uomo:
la paleopatologia

Corriere della Sera 23.2.04
IL PALEOPATOLOGO
di Paolo Conti


PISA - Prima notizia: Cangrande I della Scala, signore di Verona riesumato venti giorni fa e sottoposto a mille esami Tac inclusa, non morì improvvisamente a 38 anni dopo aver bevuto da una fonte di Treviso appena conquistata, come si disse nel 1329 sospettando veleni. Probabilmente se ne andò all’altro mondo per una epatite acuta forse dovuta (per ora è solo un’ipotesi) al buon vino veneto, che notoriamente va giù come l’acqua: ce lo sveleranno a ottobre in una mostra al museo di Castelvecchio di Verona. Seconda notizia: alla fine dell’estate avremo un’idea abbastanza chiara delle abitudini igienico-alimentari e delle cause della morte di cinquanta membri della famiglia dei Medici di Firenze, da Giovanni delle Bande Nere all’Elettrice Palatina Maria Ludovica che lasciò in eredità al popolo fiorentino la collezione degli Uffizi ed evitò la dispersione di un inestimabile tesoro della cultura europea.
Il tutto transiterà sulla disordinata scrivania di Gino Fornaciari, 58 anni, paleopatologo dell’Università di Pisa, da un quarto di secolo specializzato in una scienza tutta particolare: l’esame dei corpi di personaggi del passato, importanti o anonimi che siano. Fornaciari è un tipo pelato, basso e autoironico («1.60, ho la stessa statura di Gregorio VII...»), doverosamente positivista e materialista visto l’oggetto di studio: «Emozione nel maneggiare un re, un santo? Direi estremo interesse scientifico. Se questa è un’emozione, allora sì, mi emoziono. Timore di disturbare il sonno di un morto? No, perché è senza vita e si tratta di un reperto: da trattare col dovuto riguardo, ma è un reperto...».
Il laboratorio di Fornaciari e dei suoi soli cinque collaboratori è ospitato, come spesso accade in Italia ai nostri centri di ricerca molto stimati all’estero ma sconosciuti in patria, in un angusto ambiente stipato di casse etichettate, tipo «Crani / Torino, piazza San Giovanni» (spiegazione: «Era una fossa comune di soldati del primo ’400 scoperta due anni fa, qui la calotta è scoperchiata da un colpo di spadone...»). Sui tavoli, due vassoi colmi di femori, tibie, pezzi di falangi. Il professore insegna Paleopatologia e Storia della medicina ma ha alle spalle 15 anni di responsabilità dell’obitorio pisano e ha una regola: «C’è uno scopo scientifico e uno culturale. Capire come quegli individui vivevano e morivano per ricostruire l’ambiente umano, intellettuale di un’epoca». Niente curiosità morbose ma esami di tossicologia, endoscopia, istologia, radiologia e Tac possibili perché l’incarico di Fornaciari fa parte del dipartimento di Oncologia.
La sua memoria gronda incontri straordinari. Al 1981 risale la «recognizione» (il termine scientifico dell’impresa) sul corpo di Sant’Antonio da Padova voluta dai frati: «Individuo giovane, sui 35 anni, longilineo e più alto della media della sua epoca, tipicamente atlanto-mediterraneo, abbastanza muscoloso, però si capiva che era uno da scrivania». Nel 1984 toccò a papa Gregorio VII: «Mi aspettavo un tipo alto, ascetico, magro visto che si trattava di un monaco. Invece era basso come me, tarchiato, corpulento, dotato di una vigorosa muscolatura anche nel braccio destro. Più che di aspersorio, da giovane lavorò di spada...». Un po’ come Giulio II della Rovere, il papa condottiero? «Ecco, uno così». Poi ci fu Zita da Lucca, santa del 13° secolo, esaminata nel 1988, fonte di grande ammirazione estetica da addetti ai lavori: «Bellissima mummia naturale, perfettamente conservata. Camminava scalza e i suoi piedi avevano gli stessi calli che fino a poco temo fa erano caratteristici delle nostre contadine. Viveva in cucina e in un ambiente chiuso, così ho trovato i polmoni affetti da antracosi, ovvero erano pieni di carbone».
Tra il 1983 e il 1987 (quando Fornaciari aveva ancora i suoi capelli) ci fu l’avventura delle tombe aragonesi di Napoli nella cappella palatina di San Domenico Maggiore: «La soprintendenza scoprì che nel soppalco della Sacrestia le quaranta casse di sovrani, principi del sangue e membri della corte contenevano mummie ben conservate. Non sapevano bene come muoversi e ci convocarono. Anche nella sepoltura il protocollo era rispettato: nel piano alto e al centro i re, poi i principi e più sotto gli altri a seconda dell’importanza». Fornaciari e i suoi misero insieme una immensa banca dati sulle malattie dell’epoca: «Ferrante I morì di adenocarcinoma del colon. Altri principi erano affetti da malattie infettive: tubercolosi, per esempio. Una nobildonna era sifilitica». Risatina del professore: «Misi in allarme l’Organizzazione Mondiale della Sanità perché in una mummia riscontrai il vaiolo. Lo annunciai. Mi mandarono degli anticorpi che legarono col virus. Temettero che potesse essere ancora vitale, si impaurirono perché le vaccinazioni erano sospese dal 1986. Invece il Dna del virus era frammentato, incapace di agire. Ho spedito alcuni campioni a Mosca e negli Stati Uniti, ad Atlanta». Nel 1994 diagnosticò una scoliosi da violoncello al sommo musicista Luigi Boccherini. Ha svelato anche un giallo storico, quello legato a Enrico VII re di Germania, morto forse suicida a Martirano, in Calabria, nel 1242: «Era difficile spiegarsi perché suo padre Federico II lo avesse tenuto prigioniero fino alla morte. E’ vero, Enrico VII aveva tentato di spodestarlo ed era stato sconfitto. Ma Federico era generoso, capace di perdonare. Perché non il primogenito? Esaminando lo scheletro abbiamo capito. Enrico era malato di lebbra, contratta probabilmente nella Crociata in Terra Santa, e la sua più che una prigionia era un isolamento protetto».
E adesso la grande scommessa medicea, 49 salme da esaminare, per 36 sarà una novità assoluta perché 13 erano già state studiate nel 1948: «Ho convinto il sovrintendente Antonio Paolucci, uomo di grande intelligenza e intuizione. Primi sondaggi in primavera, poi da luglio a tappe forzate. Per ora non toccheremo i sarcofagi più antichi perché c’è di mezzo Michelangelo». C’è da capire perché molti Medici fossero afflitti dalla gotta, secondo le voci del passato. O da riesaminare la tubercolosi di Eleonora da Toledo, che da secoli ci scruta altera dalla tela del Bronzino, e l’obesità dell’ultimo maschio, il debole Giangastone. Ci vorranno molti soldi, almeno 400 mila euro. Per ora Fornaciari può contare sulla sovrintendenza fiorentina, le università di Pisa, Firenze, Long Island di New York, del Minnesota, sulla Mgm specializzata in biotecnologia, l’ospedale di Pisa, il comune di Firenze. Ma il cammino economico è lungo. Qualcuno, speriamo, si farà vivo. Fornaciari ride ancora: «Lo so, ci vuole un amatore del genere». Giusto. Non tutti palpitano per una mummia nuda.

Edipo e la sanità mentale

una segnalazione di Paolo Izzo

Repubblica 23.2.04
Sofocle riletto dall´attore con la collaborazione e regia di Sergio Fantoni
L'Edipo di Gioele Dix ritrova la sanità mentale
Alla fine si sbarazza dei complessi attribuitigli da Freud Cento minuti di risate
FRANCO QUADRI


Non credo che sarà il monologo a salvare il teatro riportandolo alle sue origini, ma certo il dilagare dell´affabulazione non è solo una moda che, sostituendo il racconto dei testi all´azione, soddisfa esigenze politiche ed economiche. Del resto sono partite così intere generazioni di comici, basti ricordare il Dario Fo radiofonico che rifaceva la Storia; e qualche grande s´è divertito a smontare e rimontare a vista i classici, come Brook in un suo "Amleto". Ora Gioele Dix, dopo essersi trovato a suo agio frugando tra le pieghe della Bibbia, si butta su "Edipo re", con la collaborazione di Sergio Fantoni, coautore e regista: ma non contento di raccontarne la vicenda, la rivive, travasandola nell´attualità. Interpreta infatti un intellettuale in crisi rinchiuso in una clinica avveniristica dove, tra esercizi di step sui pedali e "bagni etruschi" in piscina, rimedita maniacalmente la storia di quel prototipo umano ossessionato dai complessi di colpa e ne ricostruisce la figura e le avventure all´infermiera inglese incarnata da Luisa Massidda con stupori da finta ingenua, coinvolgendola fino ad affibbiarle la parte di Giocasta.
Partendo dalle parole di Sofocle, tra pareti di specchio, sullo sfondo di un cielo magrittiano e di uno scultoreo busto grecizzante, Dix si appropria del suo personaggio calandolo nella quotidianità, come un globetrotter rincorso dai ragazzini che gridano «Edipo sei un mito!»; ne segue le peripezie e si sdoppia, facendolo dialogare con Creonte e col romanzesco Tiresia, ognuno con un suo dialetto caricaturale, cita Lord Jim, fa un giallo del confronto tra i due pastori toscanizzati che svelano la doppia identità del protagonista e, dopo che la madre-moglie, vista come una autentica passione, s´è impiccata, cambia radicalmente il finale: l´Edipo di oggi non si acceca né se ne va ramingo ma, dopo tanto macerarsi, rifiuta la responsabilità di atti compiuti in piena innocenza, manda a farsi fottere i complessi attribuitigli dal professor Freud e rientra risanato nel proprio io. Così la rilettura, oltre a informare un pubblico abbastanza sorpreso, riesce anche a dare un lieto fine alla tragedia, dopo aver fatto ridere con Sofocle per cento minuti, non disdegnando la facilità ma senza umiliare l´intelligenza.

«l'intelligenza delle emozioni»

Il Messaggero Domenica 22 Febbraio 2004
Ma la ragione non basta
di ROBERTO BERTINETTI


MA DAVVERO è solo grazie alla ragione che l'uomo può comprendere se stesso e la realtà, come teorizzato dal pensiero illuminista? No, replica Martha Nussbaum che ha scritto un imponente saggio ("L'intelligenza delle emozioni", il Mulino, 868 pagine, 45 euro), in libreria da martedì in Italia, per provare che l'amore, la paura, la vergogna, la compassione e l'ansia non soltanto condizionano in maniera assai profonda l'esperienza quotidiana di ciascun individuo ma addirittura rappresentano una strategia di conoscenza. Sbaglia, dunque, chi rinnega l'importanza delle emozioni o ritiene la loro presenza un elemento di disturbo in analisi che andrebbero, invece, condotte "a freddo". Al contrario, sottolinea la studiosa americana, le emozioni contribuiscono a disegnare il paesaggio della nostra vita spirituale e sociale allo stesso modo della ragione. E, dunque, non si può prescindere da esse se si vuole interpretare in maniera corretta l'agire umano e proporre un contributo davvero innovativo nell'ambito della filosofia morale.
Per dimostrare la validità della sua ipotesi Martha Nussbaum compie un lungo viaggio che prende avvio dalla Grecia classica e si conclude nella Dublino di inizio Novecento ritratta da Joyce, chiama in causa l'antropologia e l'estetica, la letteratura e la scienza, cita gli autori dei grandi capolavori narrativi europei e il dibattito sull'etica di cui sono stati protagonisti nel corso dei secoli Platone, Aristotele, Rousseau, Kant e Nietzsche.
Diviso in tre parti, il libro discute in primo luogo le emozioni suscitate dal dolore e dal lutto, poi affronta il tema delle emozioni che segnano la vita pubblica e la politica e, infine, mette a fuoco il ruolo assegnato all'amore dal pensiero greco, cristiano e romantico, di cui la studiosa segue la traccia nei dialoghi socratici, nelle pagine di Dante, Proust, Whitman, Joyce e nelle partiture di Mahler.
Nussbaum conclude la sua complessa e affascinante analisi affermando che una teoria complessiva dell'agire umano non può prescindere dall'importanza delle emozioni. Che, precisa, giocano un ruolo fondamentale nell'indagine compiuta da ciascun individuo per tentare di stabilire ciò che è bene o giusto e possono offrire un contributo decisivo.