venerdì 24 dicembre 2004

Bertinotti:
sì a una manifestazione di massa a San Giovanni

e una intervista

l'Unità 24.12.04
San Giovanni
Ci sarà anche Rifondazione
Fausto Bertinotti

questa lettera è pubblicata oggi
anche su Liberazione

Caro Direttore,
La proposta dell'Unità per una manifestazione di massa contro il governo da tenersi agli inizi del prossimo anno ci convince in pieno. Durante questi mesi si sono accumulate energie e risorse importanti in una serie di eventi che hanno contestato aspetti fondamentali della politica di questo governo, di grandi categorie di lavoratori.
Lo sciopero generale indetto dalle organizzazioni sindacali, la manifestazione per il diritto all'istruzione pubblica, le proteste del mondo del cinema e della cultura, lo sciopero dei magistrati, le manifestazioni dei migranti e così via. Con temi, modalità differenti, pur tuttavia, l'insieme di questi appuntamenti compongono un quadro complessivo di critica radicale all'operato di questo governo e, al tempo stesso, costituiscono l'ossatura fondamentale di una richiesta per una nuova politica nel campo dell'economia, dei diritti del lavoro, di quelli sociali, del rapporto tra i poteri costituzionali, dell'impianto democratico del Paese.
Il punto fondamentale ci sembra proprio quello di connettere queste lotte e consentire, anche attraverso l'unificazione di proposte e progetti, l'accumulazione di una massa critica complessiva che aiuti l'ulteriore crescita e l'incisione dei movimenti medesimi. A queste lotte e a queste proteste, il governo ha risposto con la protervia dell'approvazione della legge finanziaria con il voto di fiducia, con l'esasperazione dello scontro sul terreno della giustizia e la prevaricazione di una legislazione ad personam che offende la dignità del Parlamento e l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Cresce una giusta indignazione morale e civile che deve trovare un ascolto e una risposta adeguati, occorre dare voce e speranza a una condizione di sofferenza sociale e di iniquità nel campo dei diritti che si aggrava ogni giorno di più e che è, essa stessa, concausa della crisi economica drammatica che attraversiamo e di quello che è stato definito il declino del Paese. La salvaguardia dell'indipendenza e dell'autonomia dei poteri costituzionali, l'affermazione dell'uguaglianza dei cittadini nella fruizione del diritto e di fronte alla legge. Un'altra Italia che aspira ad una vera giustizia sociale, alla democrazia e alla pace e che per questo dice basta a questa destra che dà privilegi a chi ha di più, sta affondando il Paese, ne mette a rischio la coesione sociale e la tenuta democratica. Per questo accogliamo il Vostro invito e daremo il nostro impegno per la sua concreta attuazione e riuscita.
Fausto Bertinotti

Corriere della Sera 24.12.04
Bertinotti: troppo tardi, ora Prodi non si tocca
Il leader del Prc: Romano eviti la federazione dell’Ulivo, così non farà ammalare la coalizione
di Francesco Verderami

ROMA - «Il cambio di leadership nella Grande alleanza democratica non è più possibile. Fui il primo a parlare, un anno e mezzo fa, della necessità di un ricambio generazionale. Non venni ascoltato. Se si fosse discusso il tema allora, forse si sarebbe giunti a una diversa soluzione. Ormai non si può più fare: Romano Prodi è l’unico punto di unità della coalizione. E questo dovrebbe favorire il chiarimento, perché, più diverrà il leader dell’Alleanza, meno la contesa nel campo riformista contagerà la Gad». Se Fausto Bertinotti può dire ciò che agli altri leader dell’opposizione non è consentito neppure sussurrare, è perché ha accettato la sfida dell’intesa con il centrosinistra, mettendosi persino in gioco nel suo partito. Forte della fedeltà al progetto, il segretario di Rifondazione spiega perché il Professore non ha alternative e, soprattutto, che «lui non ha alcuna intenzione di passar la mano. Il messaggio che ha inviato agli altri leader è diverso: "Non me ne vado, siete voi a dover cambiare"». Quanto al tema che sollevò in passato, il cambio generazionale, Bertinotti ricostruisce i motivi che hanno impedito di affrontarlo. Lo fa ricordando ciò che è avvenuto nel Partito socialista francese, dove i maggiorenti «si sono scontrati sulla nuova Costituzione europea, fino a portare il partito al referendum. Nonostante la durezza dello scontro, il Psf non si è poi diviso, perché dispone di un grande collante: la sua storia».
Sta dicendo che il «campo riformista» non avrebbe retto se - oltre Prodi - si fossero candidate alla guida della coalizione altre personalità come Piero Fassino o Walter Veltroni?
«Il Prc arriverà al congresso con cinque mozioni. È una complicazione, ma anche un elemento di salute. Tra noi è in atto, alla luce del sole, uno scontro politico e culturale su comunismo e non violenza. Se questo scontro si svolge nel mio partito, perché non si può svolgere nel campo dei riformisti? Per tutti è tempo di rifondazione. Ecco, sarebbe stato meglio che tutto si svolgesse alla luce del sole. Non è successo perché hanno scelto una soluzione continuista».
E oggi la crisi del progetto riformista può mettere a rischio l’intera alleanza?
«No, la malattia della Federazione dell’Ulivo non potrà infettare la Grande alleanza democratica, che nel proprio organismo vanta un sistema di difesa immunitario: l’anti-berlusconismo. È un vincolo esterno, che proviene dalla società. È una parola d’ordine che parte dal basso e che si rivolge al gruppo dirigente: "O cacciate Berlusconi o noi cacciamo voi". Naturalmente la battaglia nella Fed non è priva di costi. E il costo, sia ben chiaro, non minaccia la guida della coalizione, semmai mette in crisi la politica, potrebbe alla lunga provocare la disaffezione, la protesta e poi l’abbandono del nostro elettorato. Insomma, il rischio è l’insuccesso. Il rischio è di venire sconfitti per mano della nostra gente, con l’astensionismo. Non si disfa nulla, ma ci si logora. E si perde».
Proprio Francesco Rutelli ha lanciato l’allarme: «Così si aiuta Berlusconi». Per tutta risposta, Prodi l’ha accusato di intendenza con il nemico.
«A Rutelli non attribuisco progetti neo-centristi con Casini e Follini. Ma che ci sia da parte sua una deriva neo-centrista sul terreno programmatico questo è evidente. D’altronde, come si fa a non vedere che nella società italiana si delinea un disegno terzo rispetto alla logica dei due poli? Penso a Confindustria, alla Banca d’Italia, a parte della gerarchia ecclesiale. Questi agglomerati di potere hanno preso atto del fallimento della politica neo-liberista berlusconiana, ma temono uno sbilanciamento a sinistra della Gad. Senza pensare al tradimento di nessuno, è chiaro che questa visione finisce per influenzare pezzi di maggioranza e di opposizione. Che diventano interlocutori di un processo costituente neo-centrista».
E il centrosinistra è attrezzato a contrastarlo?
«Centrosinistra è un termine che rappresenta una stagione superata. Ed è fuori discussione che i termini e la simbologia di quella stagione, compreso l’Ulivo, sono ormai accantonati, perché è mutata la fase e le politiche. Prodi lo sa ed è con il suo assenso che si cambierà. Poi è tutto da vedere come si svolgerà il romanzo della coalizione. La Gad nasce da due ragioni: c’è una parte del Paese che si contrappone alla politica di Berlusconi e che alimenta la domanda del cambio. È lo schieramento del no. Nonostante una certa supponenza critica, questo fronte esiste, è uno degli elementi costitutivi della coalizione, le garantisce una rendita elettorale rilevante, malgrado le defaillances del personale politico. Poi c’è il campo riformista, che non è in salute. Io però, se guardo al fronte oppositivo, vedo il bicchiere mezzo pieno. Perché sale dal Paese una richiesta di radicale cambiamento. Il problema è l’insufficienza nell’organizzazione dei luoghi di costruzione dell’alternativa programmatica».
Prodi aveva detto di voler prima ascoltare il Paese. Ma anche Fassino ora spinge per accelerare la nascita di una «fabbrica delle idee».
«Il ritardo rischia di diventare pericoloso, perché finiscono per emergere solo gli aspetti politicisti su temi di ingegneria organizzativa. Ma ancor più grave è l’incapacità di mobilitare il Paese. Da mesi attendiamo una manifestazione unitaria e la convention di Milano non può bastare. Dov’è finita la dimostrazione contro la Finanziaria?».
Se le energie vengono disperse negli scontri interni...
«Ripeto: l’Alleanza gode di buona salute, è la Federazione che ha subìto un infarto, come dice Fassino».
E Prodi sembra stentare.
«Tanto più Prodi lega la sua leadership alla costruzione della Gad, tanto meno si fa assorbire dalla crisi del campo riformista, tanto meglio sarà per lui. Si impegni a lavorare per l’Alleanza, perché così sarà sempre di più il punto di riferimento dell’intera opposizione. E, così facendo, la Gad si sbilancerà non verso la sinistra ma verso la società».
Se Prodi abbandonasse il progetto della Fed, Fassino e D’Alema vedrebbero crollare il disegno, a cui stanno lavorando per unirsi in Federazione con la Margherita.
«La crisi del campo riformista è dovuta al fatto che è stata tentata un’operazione acrobatica, di ingegneria politica, con questo retropensiero: "Mettiamoci insieme, anche se non sappiamo bene chi siamo". Infatti, chi sono?».

La Stampa 24 Dicembre 2004
Bertinotti propone:
«Su questo facciamo delle primarie apposta»
Viaggio in un’idea-tabù
di Jacopo Iacoboni

NEL vasto catalogo degli autodafé ulivisti prenatalizi non poteva mancare la spaccatura sulla patrimoniale. Rieccone lo spettro, dopo dodici anni.
L’altra sera Fausto Bertinotti ha rilanciato la sua storica idea ma aggiungendoci una postilla significativa: «La mia è una proposta molto forte: facciamo le primarie sulla patrimoniale». Quel suo vecchio cavallo di battaglia è spuntato fuori soltanto adesso anche perché il líder máximo ha il suo da fare per fronteggiare una tostissima opposizione interna (da sinistra), che ha occupato (quasi) metà del direttivo del partito. Ora il subcomandante l’ha saldata a un’ultima sua trovata che sembra tirare un sacco: quelle primarie giù utilizzate per sostenere la candidatura di Vendola in Puglia. Senonché ieri Francesco Rutelli, già così impegnato in queste ore nella diatriba con il Professore, ha subito stoppato, «non mi risulta che Prodi voglia la patrimoniale». E ha aggiunto: «Se per essere uniti debbo dire sì alla tassa patrimoniale... al contrario, io non dirò sì, dirò che bisogna andare ad un recupero delle entrate combattendo l’evasione fiscale». È bastato per far di nuovo aleggiare il fantasma.
Compare di solito nelle fasi politiche più incomprensibili agli elettori del centrosinistra. La sinistra radical ne è entusiasta, da Alfonso Pecoraro Scanio a Marco Rizzo a parte dei ds. La destra è entusiasta di utilizzarlo (ieri l’ha fatto il proconsole berlusconiano Antonio Martusciello) per bollare l’Ulivo come la coalizione delle tasse. La Cgil è tentata dall’abbracciarlo, quand’anche fosse davvero un fantasma. Guglielmo Epifani è sempre stato più che cauto nelle affermazioni, certo l’8 ottobre, tre giorni prima di una difficile riunione di Prodi coi leader ulivisti, il suo sindacato ha spedito al Professore un documento di diciassette cartelle con un’indicazione che suonava abbastanza esplicita: l’invito a rispettare «il principio di progressività del sistema fiscale anche in campo patrimoniale». Era il sì, documentato e protocollato, alla patrimoniale?
Il sì più pesante, quello del Professore, non è mai stato pronunciato. Mastella appena dieci giorni fa è arrivato a chiedergli «vogliamo sapere cosa pensa della patrimoniale, e se c’è spazio per i centristi nella coalizione». Nel frattempo la frattura tra Prodi e Rutelli ha dato fiato ai giornali di destra: visto che Romano ha un patto di ferro con Bertinotti, non sarà che alla fine gli sdoganerà anche la tassa sui patrimoni? In realtà Prodi già il 18 ottobre alla Stampa era stato chiaro: «Il fatto vero è che la patrimoniale c’è già: aver fatto mancare agli enti locali ogni sostegno finanziario significa aver trasformato l’Ici in una vera e pesante patrimoniale. Il problema quindi non è di mettere la patrimoniale, ma semmai è di abolirla. Così ringrazio il governo Berlusconi che ha messo una patrimoniale consistente». Ma gli crederanno i suoi alleati, chi è favorevole e soprattutto chi è contrario alla «tassa dei ricchi»?
E dire che altrove la patrimoniale non è un tabù-una bestemmia-un fantasma per impaurire gli elettori della serie «facciamoci del male». In Gran Bretagna e negli Usa tutti i redditi (anche le rendite, finanziarie e non) fanno parte dell’imponibile e quindi sono tassate, come i redditi da lavoro. Solo che le aliquote sono (molto) più basse che da noi. Morale: anche economisti come Francesco Giavazzi invitano a «spostare la tassazione dal lavoro alle rendite». Il difficile è spiegarlo senza passare per quelli che vogliono più tasse.
Nel ‘92 Giuliano Amato inventò un’imposta straordinaria del 2 per mille sul valore dei fabbricati, e del 6 per mille sui depositi bancari e postali. Non era l’eutanasia dei rentiers, ma è bastata per anni a spaventare un mucchio di elettori.


La Gazzetta del Sud 24.12.04
Rutelli dice basta alle polemiche, ma precisa: non dirò mai sì alla patrimoniale. Un avviso a Bertinotti
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Carlo Bertini


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Rutelli affronta poi il tema dell'unità della coalizione: «Unità è unire su un programma comune le forze in campo, evitando che ci si divida facendo il gioco degli avversari. Non confondiamo l'unità con l'unificazione: non si può unificare Mastella e Bertinotti». E alla domanda se stia lavorando effettivamente per l'unità, Rutelli replica: «Io sto lavorando per l'unità, ma questa si deve fare anche con gli altri». Un modo per dire che qualcun altro, e non certo il leader Dl, non sta lavorando per l'unità della coalizione. A Rutelli (che comunque lancia un'ulteriore stoccata a Bertinotti: «se per essere uniti io devo dire sì alla patrimoniale, non lo dirò»)
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