domenica 6 febbraio 2005

sinistra
intervista a Bertinotti del Corsera, il congresso ds e altro

Corriere della Sera 6.2.05
L’INTERVISTA
Il leader prc: Saddam? Ci sono anche altri dittatori
Bertinotti al contrattacco
«A Fassino dico che la resistenza non è solo andare alle urne»
Monica Guerzoni

ROMA - Segretario Fausto Bertinotti, il ministro Pisanu accusa: c’è una sinistra estremista che confina con l’eversione e il cui punto di riferimento è Toni Negri.
«Sono stupito che una persona che ha fatto della civiltà dei rapporti una sua divisa sia incorso in una valutazione offensiva per una parte importante del popolo italiano. Pisanu tenta di riempire l’invettiva anticomunista di Berlusconi con un nuovo anticomunismo e prende di mira il popolo. A meno di una rapida smentita, sono dichiarazioni inquietanti. Berlusconi dice che i comunisti sono il male e Pisanu aggiunge che il male, oggi, sono i movimenti. Il suo atto di accusa non è contro Bertinotti, né contro Negri. Siamo alla demonizzazione del popolo di sinistra, che sarebbe percorso da pulsioni estremistiche ed eversive».
La sinistra antagonista strizza l’occhio alla guerriglia, se non al terrorismo?
«Non è questo il punto. Non viene fatto un attacco alla sinistra antagonista, ma al popolo e allo Stato di diritto. Se il disegno è trasformare il Paese in una fortezza in guerra, è chiaro che uno che sta lì a spiegare la sua scelta non violenta resta inascoltato».
Nessuna simpatia per il terrorismo, quindi.
«Non tutti i terrorismi sono uguali e poi c’è una differenza di fondo tra terrorismo e resistenza, quella che si manifesta sulla base di un punto riconosciuto dal diritto internazionale, il diritto di opporsi con ogni mezzo all’occupazione del proprio Paese. Ritenere questa resistenza legittima non vuol dire nutrire simpatie».
Il manifesto chiede che «chi ha scatenato questa follia» ora liberi Giuliana Sgrena.
«Giusto, questa esposizione al rischio che ha portato al rapimento di Giuliana è stata prodotta anche dall’intervento militare. Il governo deve creare un clima politico che faccia passare un linguaggio opposto a quello della guerra, come è stato per le due Simona e sottolineare che Giuliana è una testimone delle sofferenze del popolo iracheno, una giornalista che nutre un’avversione dichiarata al partito della guerra, all’amministrazione di Bush e degli alleati».
Fassino ha definito resistenza gli otto milioni di iracheni andati alle urne. Uno strappo riformista?
«È vero che il riformismo è in crisi e ha bisogno di essere definito, ma trovo sgradevole che si chiami riformista qualunque affermazione che venga condivisa. La resistenza all’oppressione può avere moltissime forme, escluso il terrorismo che è fratello gemello della guerra. Anche nel voto si manifesta una resistenza, ma si manifesta anche la richiesta di indipendenza il che non è in contraddizione con la denuncia di una guerra che aumenta il terrorismo».
Cosa pensa della sentenza che ha distinto tra guerriglia e terrorismo? Pisanu accusa i giudici di non aver tratto una lezione dagli anni di piombo.
«Siamo alla demolizione totale del diritto. Stabilito che il popolo è eversivo, è quasi evidente che venga considerato eversivo tutto ciò che non è reclutabile in senso militare nella nuova crociata, quindi quel giudice che si appella alla legge è anche lui eversivo».
Magari accusare la sinistra di sottovalutare il terrorismo è esagerato, ma non è troppo anche entusiasmarsi per la liberazione di Daki?
«Dobbiamo essere contenti per chiunque venga liberato dopo esser stato giudicato, in un processo, incolpevole».
E se la persona liberata ha legami con Al Zarkawi?
«Se Pisanu ha le prove è chiaro che il quadro cambia. Il punto è sempre quello, se anche il terrorismo viene combattuto con le armi dello Stato di diritto o se c’è la sospensione del medesimo. Io dico no a processi politici in violazione dello Stato di diritto».
Fassino ha riconosciuto che la sinistra non ha fatto molto per cacciare Saddam, forse scendere in piazza con le bandiere arcobaleno non basta.
«Il movimento per la pace ha mosso coscienze, ha spostato opinioni. È vero, non ha sconfitto Saddam ma non abbiamo neanche vinto contro la guerra di Bush e non per questo penso che quel movimento sia inutile. Se guardo a Zapatero che vince e ritira le truppe dico "ben scavato, vecchia talpa"».
E se guarda al vo to in Iraq?
«Se ottieni un risultato giusto con un mezzo barbarico non hai fatto la cosa buona e oggi l’Iraq è terra di barbarie. È giusto chiedersi cosa fa la sinistra per consentire la diffusione della democrazia, ma a Piero dico "scegliamo un po’ di dittatori e proviamo a vedere cosa dobbiamo fare perché cadano. Ci sono dittature anche in giganteschi Paesi"».
Allude agli Stati Uniti?
«Valga quel che ho detto».
Se i Ds si asterranno sul voto che rifinanzia la missione in Iraq Prodi dovrà scegliere, o Fassino o Bertinotti.
«Bisogna vedere come andrà il dibattito, ma credo che andremo uniti al voto contrario. Mi pare difficile che Fassino possa astenersi, sarebbe incoerente con quel che ha votato fin qui. A meno che Piero non dica che la guerra è diventata buona».

Liberazione 6.5.05
Tra social-democrazia e post-Dc
di Rina Gagliardi


L'impressione, mentre si chiude il sipario del terzo congresso diessino, è che il treno della Federazione, e forse del Partito riformista, si sia davvero messo in moto: prossima stazione, Palazzo Chigi. Una prospettiva concreta di governo, di rivincita, di "rinascita" - in fondo tra soli quindici mesi - che basta a rendere sideralmente lontane le assisi di Pesaro: ieri, pochissimi anni fa, dalla Quercia promanava un messaggio malinconico, diviso, rassegnato, di una forza che aveva perso e non capiva in realtà nemmeno perché aveva perso; oggi, quella stessa forza diffonde non si dirà inni di allegria, ma la sicurezza di potercela fare - e di essere anzi ad un passo dalla vittoria, dal diventare, da capo, la nuova classe dirigente del Paese. Una fiducia diffusa (parola-chiave, non a caso, di tanti interventi), una inedita unità interna, un nuovo "patto" tra corpo del partito e gruppo dirigente, dove la diarchia D'Alema-Fassino non appare insidiata, a breve, né dall'outsider "di lusso" Walter Veltroni né dagli emergenti o precocemente invecchiati (Cofferati) o ancora confinati nelle pur potenti periferie regionali (Bassolino, Martini) - e neppure, ahimè, da una sinistra interna tanto generosa quanto oggi davvero ridotta a minoranza. Che cosa sperare di più e di meglio, alla fin fine? S'intende, dal punto di vista della sinistra moderata e dell'opposizione di cui i Ds costituiscono, a tutt'oggi, il partito maggiore. E infatti Piero Fassino, nella sua replica-conclusione, è apparso più che rinfrancato - a tratti perfino frizzante (per quanto possa esser frizzante un piemontese che non sia uno spumante). Eppure, sono almeno tre i paradossi con cui proprio questo "successo" congressuale è destinato a scontrarsi.
Il primo paradosso è che il partito dei Ds, più appare in miglior salute, più tende a sciogliersi, trascendersi, "autosuperarsi". Più è pluralista, composito, articolato, meno tende ad assumere una forma solida. Una forza, insomma, in permanente divenire - come se "la sindrome della Bolognina" fosse a tutt'oggi viva e operante, a dispetto del fatto che il suo autore, Achille Occhetto, non sia più da tempo nel partito.
Appunto: se la linea strategica auspicata dai leader principali (e implicita in Fassino, rimasto prudente per evidenti ragioni tattiche) avrà successo, nel giro di pochissimi anni la vecchia Quercia sarà solo un ricordo, e andrà a far parte di un "contenitore" più grande ("il soggetto riformista" destinato ad essere il motore della Gad) il quale a sua volta sarà il perno di un'alleanza più grande, destinata quasi "naturalmente" all'approdo del partito unico. Del resto, non è questa la conseguenza coerente di un'impostazione che ha assunto il Governo (la governance, per dirla in inglese, fa più fino) come fattore centrale della politica (e del far politica) e, alla fin fine, della verifica della propria identità? E se la dialettica è, convintamente, quella bipolare, maggioritaria e "alternanzistica", in nome di che i diversi riformismi di centrosinistra, quello postcomunista e quello postdemocristiano in particolare, dovrebbero rimanere separati in eterno? In questa pratica "scatolare" della politica (concepita come una sorta di sequenza infinita di scatole), è il partito, come tale, che rischia di smarrire la sua funzione. E proprio nel momento in cui esso, quasi, si ritrova, si riconosce, si rispecchia nel messaggio rassicurante, e al fondo "partitista", del suo presidente D'Alema.
Il secondo paradosso è che, nei meandri futuri del partito riformista (ma anche della Fed), è la sinistra che rischia di non sapere più dov'è e dove si colloca. Anche questo accade nell'esatto momento in cui i Ds recuperano un rapporto più netto con l'identità socialdemocratica e con alcuni dei suoi orizzonti peculiari (il rilancio della spesa pubblica e dell'intervento dello Stato, l'uso della leva fiscale, l'universalità del Welfare). E' pur vero che l'intervento più di sinistra del congresso (tra gli interventi dei leader) l'ha fatto Romano Prodi (ecco un ulteriore paradosso, quello in virtù del quale un ex-democristiano può essere più innovativo, più attento a sottolineare una soluzione di continuità rispetto al vecchio Ulivo, e meno preoccupato della centralità del mercato e dell'impresa privata, di molti ex-comunisti). Ma Prodi, come è noto, oggi non rappresenta certo né la Margherita né il "centro geometrico" dell'alleanza: come leader consapevole anche delle carte tattiche ed emotive che deve giocare, l'ex-presidente della Ue può rivolgersi al popolo della Quercia con l'epiteto per lui inconsueto di "compagni" e stabilire con esso un feeling non formale. Ma domani? Chi sarà ad imprimere la sua "cifra", la sua cultura politica, la sua impronta, al nuovo soggetto riformista? La sinistra, per quanto in una versione "rosa" e postclassista, o il centrismo perbene, e nemmeno laico, dei Rutelli? E a quale schieramento internazionale aderirà, prima o poi, questa neo-formazione, all'Internazionale socialista o al Partito popolare? Il Congresso non solo non ha sciolto questi interrogativi, li ha se mai rilanciati.
Il terzo e ultimo paradosso è che tutto questo può tradursi in concrete proposte programmatiche, e in una pratica politica riformatrice, oppure, al contrario, può rimanere prigioniero del passato e della vecchia esperienza ulivista. Nella replica di Fassino, questa ambiguità (che per molti sarebbe il sale della politica) era molto evidente: tra la tentazione continuista, la voglia di rifare, più o meno, quel che è stato già fatto, e la necessità di innovare, rompendo fino in fondo con i tabu neoliberisti e con prospettive che la realtà si è incaricata di falsificare. Sarà la politica, giust'appunto, a sciogliere, nella verifica dei processi reali, l'interrogativo: i Ds vogliono tentar di essere davvero un partito socialdemocratico o preferiscono ecumenicamente imitare la vecchia Dc?

Repubblica 6.2.05
BERTINOTTI: SI ACCOLGA SUBITO RICHIESTA DI PANNELLA


Fausto Bertinotti ha ribadito in una nota la necessità per il centrosinistra di accogliere immediatamente la richiesta di ospitalità avanzata qualche giorno fa da Marco Pannella. "La richiesta di Pannella all'Alleanza Democratica di dare corso al lavoro di ricerca e di formalizzazione dell'ospitalità va immediatamente raccolta - ha scritto il leader del Prc - L'Alleanza Democratica è investita da una domanda forte di unità e di pluralismo che viene dal suo popolo e che si rivolge a tutte le sue componenti, come si è visto anche nel recente congresso dei Ds". Bertinotti ha concluso ribadendo che "l'ospitalità ai Radicali è un modo in più per raccogliere questa domanda che è anche una domanda di costruire un' alternativa alle destre".

Aprileonline.info 6.2.05
Giovedì erano i Ds, oggi non si sa
Congresso Ds. Partito, Federazione o Grande Alleanza? Nessuno dei tre, in pole position va il partito riformista
Andrea Rustichelli


Finalmente, dopo giorni di frenetiche ruminazioni, abbiamo la soluzione del rebus di questo terzo Congresso Ds: il significato (letterale, allegorico, spirituale e mistico) della struttura scenografica a triplice spirale rossa, che troneggiava sul palco del Palalottomatica. La prima voluta, il cuore della spirale, simboleggia senz’altro il partito; la seconda, quella intermedia, è la Fed; mentre la terza, quella esterna e più ampia, è la Gad. Facile, no?
C’è una certa logica, in effetti. Un po’ didascalica ma coerente. Perché il Congresso ha seguito questa triplice scansione: ponendo l’accento, tuttavia, più che altro sulla seconda voluta della spirale, cioè la Fed: che, come dice Veltroni, è un mezzo e non il fine.
Conviene allora sciorinare un’altra interpretazione, probabilmente più calzante della prima. Dove il cerchio interno resta il partito (quasi al passato), il secondo resta la Fed (presente), mentre il terzo diventa il partito riformista del futuro: il tutto, lungo l’asse temporale che ormai illumina la strada dischiusa dai principali relatori di questi tre giorni.
Un Congresso caloroso e senza retorica: andato bene, oltre le tiepide aspettative di chi non si sentiva troppo allineato alla mozione della schiacciante maggioranza interna. Un Congresso di tutto il partito – almeno così appariva visto dagli spalti -, al di là della sua composizione. Ha ragione Lidia Ravera, quando scrive sull’Unità di ieri di aver provato un sentimento, “caldo e imprevedibile, di appartenenza”.
È proprio così: al Palalottomatica c’era l’Italia che potrebbe piacere molto, quella in grado di prendere il governo del Paese perché sa finalmente esprimere una classe dirigente di livello, che lungo i tre giorni ha illustrato concrete linee di azione politica, coniugandole a espressioni dal sapore fragrante: come “contaminazione”, “felicità”, “nuova sinistra”, “paese più bello”.
Così, col contributo di tutti, il partito si è dato una rappresentazione plausibile e solida, anche nutrendo con la passione delle idee quelle che nelle ultime settimane erano diventate parole d’ordine già logore. E ora che succede? Domani è un altro giorno, in questo centrosinistra che va da Bertinotti a Mastella, passando per Rutelli. Riusciranno le suggestioni che al Congresso hanno preso corpo a configurare una coerente realtà? Se lo chiedono tutti, naturalmente.
Sono necessarie molte ulteriori condizioni affinché la spinta delle idee, per quanto buone, produca dei fatti politici all’altezza: l’eterogenesi dei fini, dice qualcuno; che è cosa ben più ruvida, imprevedibile e insidiosa del palco congressuale del Palalottomatica.
Già la relazione di Epifani, per dirne una, pone un problema molto serio: quando il segretario Cgil parla con opportuna forza della priorità di una politica della redistribuzione del reddito: da perseguire non con la patrimoniale, dice, e tanto meno con la riforma delle pensioni. Le politiche sociali sono un campo d’azione urgente e cruciale, da tutti riconosciuto come tale. Eppure sembra proprio questo uno dei luoghi a grandissima potenzialità conflittuale nella federazione del neo-Ulivo.
Dopo il Congresso, dunque, c’è la realtà delle alleanze da costruire, con le relative dialettiche interne, talvolta torbide. Vediamo quanto a lungo l’ottimismo riformista, con la sua suadente e pulitissima realtà (quasi in vitro), riuscirà a irradiarsi. E non basterà, forse, l’acclamato “compagne e compagni”, premurosamente rivolto da Romano Prodi.

la sintassi

una segnalazione di Silvia Iannaco

Corriere della sera 6.2.05

La sintassi? E’ uguale per tutte le lingue
Lo rivela un nuovo tipo di comunicazione tra sordomuti nel Negev


Nell’ultimo numero degli Atti dell’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti (per gli addetti ai lavori, il prestigioso Pnas) un’equipe di linguisti e psicologi americani ed israeliani annuncia un’interessante scoperta. Mark Aronoff della Stony Brook University, Irit Meir e Wendy Sandler dell’Università di Haifa e Carol Padden dell’Università della California a San Diego hanno pazientemente studiato un linguaggio gestuale, spontaneamente creato e poi tramandato per tre generazioni, all’interno di una sotto-popolazione di beduini, sordi dalla nascita, in uno sperduto villaggio nel deserto del Negev. Questo villaggio, Al-Sayyid, che ha oggi circa tremilacinquecento abitanti, venne fondato due secoli fa da un gruppo di nomadi, due dei quali erano sordi congeniti. Gli attuali centocinquanta discendenti di questi due padri fondatori parlano, come tutti i sordi congeniti del mondo, una lingua gestuale, ora denominata Absl (Al-Sayyid Bedouin Sign Language).
SISTEMI - Prima di vedere che cosa questa lingua ha di tanto interessante, occorre precisare alcuni dati essenziali, ben noti ai linguisti che da anni studiano le lingue gestuali e, ovviamente, ai parlanti di queste lingue, ma in genere ignorati dalla stragrande maggioranza delle persone normalmente udenti. Le lingue gestuali non sono (mi permetto di sottolineare questo «non») dei sistemi rudimentali di comunicazione, simili a quello che noi udenti e parlanti goffamente facciamo, quando vogliamo comunicare a gesti. Sono lingue di tutto punto, per ricchezza, sottigliezza e rapidità. In una qualsiasi delle molte lingue gestuali sviluppate dalle svariate comunità di sordi congeniti, ai quattro angoli della terra, si possono, per esempio, tenere conferenze su qualsiasi soggetto, raccontare barzellette, creare poesie e intrattenere i bimbi con favole e racconti. Non solo, ma la loro grammatica è la stessa di quella delle lingue parlate, se solo si sa guardarla ad un livello più profondo.
OPZIONI - Più precisamente, le opzioni grammaticali disponibili, per una qualsiasi di queste lingue gestuali, sono esattamente le stesse di quelle delle lingue parlate. E i loro lessici differiscono gli uni dagli altri tanto quanto differiscono tra di loro i lessici delle lingue parlate. Infatti, i parlanti di una di queste non capiscono una parola delle altre lingue gestuali, proprio come un parlante dell’italiano non capisce una parola dell’arabo o del cinese, e viceversa. Ebbene, quello che è così interessante nel singolare caso della lingua Absl è che ha solo circa 70 anni e, pur essendo una lingua, come dicevamo, di tutto punto, differisce in alcuni tratti sintattici fondamentali sia dalla lingua gestuale delle comunità israeliane circostanti, sia dal dialetto arabo parlato dagli altri abitanti, non sordi, di quel villaggio. Per esempio, la costruzione di base delle frasi, in questa lingua, ha il seguente ordine: Soggetto-oggetto-verbo (Maria un libro legge). Un ordine diverso da quello, per esempio, dell’italiano, del francese e dell’inglese (che è soggetto-verbo-oggetto, Maria legge un libro), e diverso da quello dell’arabo, che di continuo risuona proprio in quello stesso villaggio (che è verbo-soggetto-oggetto, legge Maria un libro). Questa «scelta» di ordine sintattico, una tra quelle possibili, non è stata certo importata da alcun’altra lingua di quella regione, ma la si ritrova in turco, in giapponese, in coreano e in latino. Lingue con le quali, ovviamente, i sordi di Al-Sayyid non hanno avuto alcun contatto.
TRASMISSIONE - Infatti, il processo linguistico basilare che viene qui messo in evidenza non è quello di una «trasmissione» da lingua a lingua, o di un’imitazione di un gruppo da parte di un altro gruppo, bensì quello della scelta obbligata di una precisa opzione sintattica, tra quelle possibili. Il turco, il giapponese, il latino e l’Absl hanno fatto la stessa scelta, a secoli e a migliaia di chilometri di distanza. Uno degli autori, Carol Padden, docente all’Università della California a San Diego, dichiara: «Dato che la lingua Absl si è sviluppata in modo del tutto indipendente, vi possiamo trovare riflesse alcune proprietà fondamentali del linguaggio in generale, e possiamo ricavarne preziose indicazioni sui processi basilari di sviluppo delle lingue a partire dal momento della loro origine». I linguaggi gestuali avevano già meritato recentemente gli onori della cronaca, quando (come abbiamo avuto occasione di raccontare su queste colonne), una comunità di bimbi sordi congeniti, in Nicaragua, ha creato dal nulla, e ha poi trasmesso, nel corso di circa trent’anni, un nuovo linguaggio gestuale (lo Nsl, Nicaraguan Sign Language), scaturito spontaneamente e presto sbocciato in una vera e propria lingua, non appena i più piccoli bimbi sordi congeniti si trovarono insieme in una scuola speciale. Un altro caso famoso di nascita spontanea di una lingua, descritto dal linguista Derek Bickerton all’inizio degli anni Ottanta, è il creolo delle Hawaii, e quello della Guiana, scaturiti spontaneamente, circa un secolo fa, tra i bimbi di comunità di schiavi di svariata provenienza, nelle quali gli adulti erano costretti a comunicare tra loro solo in un rudimentale pidgin (un’insalata di parole di diverse lingue, buona solo per contrattare i prezzi nelle compravendite).
SVILUPPO - In ciascuna di queste eccezionali situazioni, i bimbi hanno fatto spontaneamente sbocciare lingue complete, ben più ricche dei miseri frammenti linguistici ricevuti dagli adulti. Quello che è unico, nel caso della lingua gestuale beduina del villaggio di Al-Sayyid, è che il suo sviluppo, per una volta, è stato perfettamente naturale, in condizioni comunitarie stabili e del tutto normali. Non è il risultato di un trauma socio-politico come la schiavitù, nè dell’improvviso (seppur benemerito) rimedio scolastico che pose fine, in Nicaragua, all’isolamento sofferto dai bimbi sordi congeniti in famiglie povere e ignoranti con genitori normalmente udenti. Lo studio ora pubblicato conferma che la scelta dell’ordine sintattico dei componenti essenziali della frase è un pilastro di ogni lingua. Una volta che una certa scelta è stata fatta (soggetto-oggetto-verbo, o, come scriverebbero abbreviando i linguisti, Sov) varie altre scelte della sintassi diventano obbligate e si sviluppano di conseguenza.
SCELTE - Per esempio, gli aggettivi precedono i nomi (bianco pane), gli ausiliari seguono i verbi («andato sono» invece di «sono andato»), si usano non preposizioni, ma postposizioni («me a», invece di «a me») le relative precedono i nomi cui si riferiscono («che ho comprato pane» invece di «pane che ho comprato»), e altre scelte ancora più sottili e ramificate. Questo studio mostra, una volta di più, l’immensa raffinatezza del naturale istinto linguistico della specie umana. E consola i linguisti della perdita dello Mvsl (Martha’s Vineyard Sign Language), un leggendario linguaggio gestuale, scaturito a fine Ottocento tra i balenieri del Massachusetts, scomparso prima che i linguisti potessero immortalarlo.

ansia e panico

Gazzetta di Parma 6.2.05
Ansia e panico: le patologie dei giorni nostri


I disturbi d'ansia sono particolarmente diffusi e possono divenire veramente limitativi per la vita di chi ne è affetto. Grande interesse pratico aveva quindi il convegno « Psicoterapia cognitivo- comportamentale nel trattamento integrato dei disturbi d'ansia » , promosso in collaborazione dal Dipartimento di Psicologia dell'Università di Parma e dal sistema integrato sociale e sanitario « Villa Matilde » , che si è volto nei giorni scorsi all'Aula Magna del dipartimento di Psicologia. Una giornata di studi che ha visto una numerosissima ed attenta partecipazione e che è stata condotta da Paolo Moderato, docente di Psicologia generale del Dipartimento di Psicologia e da Gerolamo Bruschi del Centro di Psicologia e psicoterapia dell'ambulatorio di Neuroscienze « Villa Matilde » . « Nel corso del convegno, dopo aver inquadrato i disturbi d'ansia dal punto di vista epidemiologico e clinico, ci siamo occupati di modelli psicoterapeutici di orientamento cognitivo- comportamentale - spiega Moderato -. Va detto che oramai è accertato che questo modello terapeutico si colloca al pi ù alto livello in termini di efficacia misurata. Questo vale per diverse patologie, ma in modo particolare per i disturbi d'ansia nei quali il modello cognitivo comportamentale rappresenta la terapia d'elezione. Durante il convegno abbiamo anche parlato della possibile integrazione tra psicoterapia cognitivo- comportamentale e terapia farmacologia » . Il Convegno ha visto tra i relatori anche Carlo Pruneti, Francesco Rovetto e Claudio Sica del Dipartimento di Psicologia e Daniele Piacentini del Centro psicosociale di Zogno. Ma in cosa consiste la Psicoterapia cognitivo- comportamentale? « E' una terapia che si concentra sui comportamenti e sui modi di pensare delle persone, che influenzano ovviamente le emozioni - sottolinea Claudio Sica, docente di Psicologia della personalità. - Ci poniamo degli obiettivi condivisi con la persona in trattamento, che sa sempre cosa si fa e perchè lo si fa, quindi vi è un grande coinvolgimento del paziente. La terapia, rispetto ad altri approcci, è «breve», infatti vi è una media di trattamento di circa un anno, ma non superficiale. Il grande vantaggio di questa terapia è quello di essere molto flessibile ed aperta a sviluppi, quindi un approccio al passo con i tempi. Cosí come negli anni alcune malattie mutano, anche la terapia segue queste evoluzioni, si aggiorna continuamente con quelli che sono i cambiamenti della società » . Anche perchè i disturbi d'ansia di oggi sono diversi di quelli che si riscontravano in passato. « Cent'anni fa gli attacchi di panico non erano riconosciuti come tali e certamente non si riscontravano le malattie da stress di oggi » spiega Moderato che aggiunge: « Oggi tra i disturbi d'ansia vi è una grande diffusione degli attacchi di panico con, in alcuni casi, paura di allontanarsi da casa » . « Inoltre - rivela Sica - è molto diffuso un disturbo caratterizzato dalla eccessiva preoccupazione per la critica altrui, quindi che rientra nello spettro delle fobie sociali. Vediamo anche molti pazienti con quadri patologici che rientrano nei disturbi d'ansia generalizzati, ovvero che hanno un continuo logorio mentale senza scopo, per risolvere i propri problemi invece che riferirsi alla realtà rimangono bloccati nei loro pensieri per ore e ore » . « Nei bambini ed anche negli adulti si riscontra spesso anche quella che viene chiamata «ansia da separazione», ovvero persone che non riescono a staccarsi dalla famiglia e che non hanno acquisito alcun tipo di autonomia. Questo si può vedere nel bambino iperprotetto dai genitori quando inizia la scuola, ma anche, ad esempio, a trent'anni nello studente universitario quando finisce gli studi » . Infine un messaggio importante. « I disturbi d'ansia vanno diagnosticati e trattati il prima possibile per evitare peggioramenti . - conclude Moderato. - E se si considera che, secondo un recente studio, ogni anno il dodici per cento della popolazione va incontro a disturbi d'ansia conclamati, si comprende come questi disturbi non siano certo da sottovalutare »

Emanuele Severino

Il Mattino 6.2.05
La bioetica di Severino
Guido Caserza


È un Severino a 360 gradi, che lancia la sua sfida filosofica al pensiero della Chiesa cattolica, il pensatore che ha raccolto i suoi scritti degli ultimi anni nel volume Nascere (Rizzoli, pagg. 286, euro 20). Con questo volume Emanuele Severino irrompe infatti sulla scena pubblica occupandosi di fecondazione eterologica, cellule staminali, tramonto della democrazia e del capitalismo, libertà di insegnamento, rapporto magistratura-politica e, come indicato dal sottotitolo, di «altri problemi della coscienza religiosa». Irrompe con l’armamentario della sua dialettica per passarne al setaccio le posizioni della Chiesa cattolica sull’idea di verità e di natura e su questioni oggi dibattutissime: con un’analisi impietosa rivela le contraddizioni in cui cade il pensiero clericale e indica, al contempo, nell’ineluttabile trionfo della tecnica il destino dell’Occidente. Professore Severino, nel suo libro c’è troppa ricchezza di argomenti e noi dobbiamo scegliere. Parliamo quindi dei temi oggi più dibattuti. Usare gli embrioni umani per i trapianti: per alcuni è omicidio, per altri no. Lei cosa ne pensa? «Possiamo ammettere, anche filosoficamente, rimanendo all’interno del principio aristotelico, che la distruzione dell’embrione è un omicidio. La questione è però tutt’altro che risolta in questi termini. È infatti facile rilevare come i difensori cattolici della vita cadano in palesi contraddizioni. Alcuni di loro sostengono infatti che in certi casi l’omicidio è lecito, una posizione condivisa dalla Chiesa stessa quando accetta il sacrificio dei soldati in una guerra definita giusta e combattuta per il bene della società. In questo senso noi possiamo considerare omicidio l’uso dell’embrione nei trapianti ma solo a condizione di porlo in analogia con altri tipi di omicidi considerati ”leciti”, se esso è perpetrato in funzione di una società di malati, posto ovviamente che non vi siano rimedi alternativi». Altra delicatissima questione, che tocca profondamente la sensibilità dei credenti, è la ricerca sulle cellule staminali umane tratte dagli embrioni in soprannumero. «Discutendo del celibato, a chi gli faceva notare che in virtù di esso non sarebbero più nati uomini, e tanto meno cristiani, Kierkegaard replicava che la questione non lo interessava e, riferendosi all’evangelico ”andate e moltiplicatevi”, parlava di monta equina. Similmente, oggi dovremmo parlare di una monta equina naturale o artificiale che produce miliardi di embrioni. È una questione che si impone alla coscienza dei cattolici perché, se accettiamo l’idea che l’embrione è un soggetto giuridico come gli adulti, dal punto di vista cattolico il maggiore diritto per un essere umano è avere la possibilità di entrare nel regno dei cieli. Ma se in base alle proibizioni della legge attuale si impedisce la nascita degli embrioni si chiude loro in faccia la porta del regno dei cieli, privandoli di un diritto che è infinitamente superiore al diritto di tipo giuridico». Qual è, quindi, la via d’uscita? «Per non privare l’embrione di questo diritto allora dovremmo fare l’opposto di ciò che suggeriva Kierkegaard sulla monta equina, ovvero dovremmo incentivare la produzione del maggior numero possibile di embrioni, affinché possano essere accolti nel regno dei cieli. La prima preoccupazione dei credenti, se vogliono essere coerenti con il loro pensiero, dovrebbe essere questa grandiosa monta naturale o artificiale anche se essa può condurre a un eccidio di embrioni poiché questo eccidio è meno grave di quell’eccidio che si perpetra lasciando questi esseri nel nulla. Lei rileva le contraddizioni del pensiero cattolico, ma non ci dice qual è la sua opinione al riguardo. «La mia opinione non conta nulla, conta piuttosto ciò a cui si riferisce il mio discorso filosofico. Il pensiero filosofico degli ultimi duecento anni ha dimostrato che non esistono limiti alla tecnica e all’agire umano: ci troviamo in una situazione storica in cui contrapporre alla tecnica dei limiti naturali corrisponde al tentativo del passato di resistere alle forze che lo stanno togliendo di mezzo. Le reviviscenze religiose del nostro tempo non sono altro che forme di ”vita apparente”, destinate al tramonto, nostalgie di un mondo naturale, con limiti considerati invalicabili, che non esiste più».

mutilazioni genitali femminili
ancora da Gibuti

Liberazione 6.2.05
Stop alle mutilazioni genitali femminili
Una barbarie che riguarda 130 milioni di donne nel mondo. Oggi la giornata internazionale di denuncia
di Maria D'Amico


Da oltre 30 anni la voce delle donne africane si è levata contro la pratica dalle mutilazioni dei genitali femminili. Dalle prime isolate pioniere si è giunti oggi a un fronte variegato ma compatto di organizzazioni non governative, agenzie internazionali, istituzioni, network di donne, che hanno adottato politiche, avviato campagne, condotto ricerche, realizzato azioni di prevenzione a diverso livello per dire basta a queste pratiche di violenza sulle donne che non hanno nessun legame con la religione. Infatti l'attribuzione che spesso viene fatta all'Islam dell'origine delle Fgm (dall'acronimo inglese Female genital mutilation) è dovuta invece alla facilità con cui l'Islam in fase di penetrazione delle culture africane, si è saputo adattare al tessuto tradizionale conformandosi al modo di vita locale. Una specie di africanizzazione della religione musulmana che la ha resa più tollerante nei confronti delle mutilazioni dei genitali femminili, al contrario contrastate da parte della religione cristiana.
Una nuova e importante tappa della lotta alle mutilazioni dei genitali femminili - una barbarie cui si calcola convivano attualmente circa 130 milioni di donne nel mondo e che ancora si abbatte annualmente su due o tre milioni di fanciulle - è rappresentata dalla conferenza regionale "Per un consenso politico e religioso contro la mutilazione genitale femminile". Si è svolta a Gibuti il 2 e 3 febbraio scorso organizzata in cooperazione con il governo gibutino da "Non c'è pace senza giustizia" e l'Aidos - l'Associazione italiana donne per lo sviluppo, a pochi giorni dall'appuntamento mondiale contro queste vere e proprie torture. Oggi infatti si celebra la giornata "Zero tollerance", per denunciare, sensibilizzare l'opinione pubblica, fare il punto sulla situazione.
La conferenza di Gibuti è stata un'occasione unica perché per la prima volta - ed è questa la svolta principale - hanno partecipato ai lavori le massime autorità religiose islamiche della regione oltre ad un gran numero di iman di Gibuti, rappresentanti governativi - tra i quali la ministra per le Donne del nuovo governo somalo, Fowzia Mohamed Cheik - parlamentari ed esponenti della società civile di 11 paesi africani. Paesi dove la percentuale di donne sessualmente mutilate è ancora altissima. Si tratta di Gibuti, dove il 98 per cento delle donne è sottoposte a Fgm, Somalia 98%, Etiopia 80%, Kenya dove le donne mutilate sono tra il 43 e l'89% a seconda se si tratti di aree urbane o rurali, Eritrea 44%, Egitto, dove l'ultimo dato ufficiale parlava di un 83% di donne mutilate, dato però che sembra essersi ridotto drasticamente grazie a grandi campagne informative appoggiate dal clero. Poi ancora Senegal 20%, Somaliland 98%, Sudan 89%, Mali 94% e Yemen 22,6%.
L'obiettivo dichiarato della conferenza era quello di arrivare ad una posizione di rifiuto comune in una regione dove salvo marginali eccezioni, la loro incidenza è pressoché totale e di accelerare allo stesso tempo il processo di entrata in vigore e di effettiva applicazione del Protocollo di Maputo sui diritti della donna africana approvato nel 2003 nel corso di un vertice dell'Unione Africana, che all'articolo 5 proibisce esplicitamente tale pratica. Il Protocollo è stato finora ratificato da otto paesi: Libia, Isole Comore, Ruanda, Namibia, Lesotho, Sudafrica, Senegal, Nigeria. Ma l'esito positivo dei lavori della conferenza di Gibuti non è stato raggiunto facilmente.
Al grido di «rejete» (respinto) scandito ripetutamente tutte insieme - alcune centinaia di donne presenti durante la seduta conclusiva hanno rigettato il documento con il quale gli ulema musulmani avevano ammesso la possibilità di continuare la pratica della mutilazione genitale. «E' stato un momento molto suggestivo - ha raccontato una di loro, Marian Ismail, somala che a Milano dirige i progetti dell'associazione Donne in Rete - perché quando ho cominciato a gridare era la forza della disperazione a spingermi a rifiutare che quell'orrore continuasse a ripetersi. Mi è venuto da piangere quando ho visto che tutte in sala gridavano con me e che il ministro dei beni religiosi strappava quel documento».
Subito dopo la cancellazione di una parte del documento da parte del ministro Mogueh Dirir Samatar, il primo ministro gibutino, Dileita Mohamed Dileita ha annunciato la ratifica da parte del governo del Protocollo di Maputo che sancisce il divieto in tutta l'Africa della pratica della mutilazione genitale. Prima di quell'accordo le mutilazioni dei genitali femminili definite "pratiche tradizionali nefaste" erano state vietate dalla Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia del 1989, mentre configurandosi come un atto di violenza contro donne e bambine sono vietate dalla Convenzione internazionale contro la tortura. Il Comitato diritti umani dell'Onu ha più volte affrontato il tema nelle sue risoluzioni: l'obiettivo di abolirle è stato incluso nel Programma d'azione della Conferenza del Cairo su popolazione e sviluppo (1994) e nel Piano d'azione della Conferenza di Pechino sulle donne (1995). «Gibuti sarà ricordata come la prima volta della sconfessione aperta e pubblica di questa pratica - ha affermato la radicale Emma Bonino, una delle organizzatrici della conferenza e promotrice della campagna di sensibilizzazione "Stop Fgm" - se il Cairo nel 2003 con la dichiarazione per le eliminazioni delle mutilazioni è stata la sede degli strumenti legali, d'ora in poi Gibuti sarà il simbolo della forza di questa battaglia, l'occasione in cui ha cominciato a sgretolarsi l'alibi religioso con cui si pretendeva di giustificare questa spaventosa violenza contro le donne. A quelli che tenteranno di rilanciare il concetto di rispetto della tradizione risponderemo con l'arma dell'illegalità di tali posizioni, poiché ci sono trattati internazionali».

la critica di Nietzsche a Socrate

Il Giornale di Brescia 5.2.05
Filosofi a confronto per la Ccdc
IL SOCRATE «NICHILISTA» DI NIETZSCHE
Anita Loriana Ronchi


Un odio così violento e programmatico da non ammettere riserva alcuna. Ma cosa può nascondere il giudizio lapidario di Nietzsche all’indirizzo di Socrate? Insiste nel chiamarlo «genio della decadenza» e nell’attribuirgli la responsabilità di gran parte dei mali dell’Occidente, in primo luogo l’elaborazione di quella metafisica che porta alla distinzione di due mondi - l’uno sensibile e l’altro trascendente - e, quindi, alla perdita dell’originaria unità dello spirito dionisiaco. Lo accusa di «pessimismo, di negatività», addirittura punta il dito sulla sua bruttezza fisica, che considera - alla maniera lombrosiana - indice di una «abnormità» intellettuale. Eppure Friedrich Nietzsche, autore irriverente e dissacrante, riserva per il filosofo greco parole bellissime quando si tratta di evocare il «Socrate morente» così come ce lo consegna Platone nell’«Apologia». Il «punto decisivo, il vertice della cosiddetta storia universale»; oppure: «Tutte le strade delle più diverse filosofie della vita ci riportano sempre a lui» . Sembra incredibile, ma è ancora l’autore dello «Zarathustra» ad esprimersi. Quale mistero nasconde, allora, questo rapporto di affinità e antagonismo che nel bene o nel male, lega i due filosofi, l’uno operante agli albori della cultura filosofica e il secondo assurto al ruolo di voce critica della civiltà contemporanea? Un’acuta indagine, ricca anche di spunti psicologici, della questione ha costituito ieri l’avvio del nuovo ciclo «Lezioni di filosofia», promosso dalla Ccdc e dalla Provincia, con la partecipazione di Domenico Venturelli, ordinario di Filosofia morale all’Università di Genova e autore di numerose opere. Introdotto dal prof. Matteo Perrini, che ha a sua volta posto diversi spunti su cui riflettere, lo studioso ha rilevato la nota caratteristica di Nietzsche nel misurarsi «con quei grandi nei quali riconosce una parte della sua personalità, e che deve però combattere per diventare in questo modo se stesso». Sotto questo profilo, accanto a Socrate, si possono annoverare le figure di Paolo e di Gesù, che pure vengono attaccate duramente. A riprova di un conflitto estremamente problematico, conviene citare il frammento del 1875 in cui il filosofo tedesco afferma: «Socrate mi è così vicino, che quasi sempre sono in lotta con lui» . Questa strana empatia va rintracciata, secondo Venturelli, in un «aspetto segreto», la «premeditazione della morte» e va anche messo in relazione col senso del tragico, teorizzato nella «Nascita della tragedia» e nell’ottica del quale il pensatore ateniese diventa artefice di un «rovesciamento della verità cui si era vicini nel mondo». Socrate è descritto come il «tipo dell’uomo teoretico», ma non con un valore auspicabile, come ci si potrebbe aspettare. L’abilità discorsiva, la vocazione alla dialettica e la tendenza al dialogo tradiscono una «natura antimusicale», una «influenza nefasta sull’arte e gli istinti fondamentali dell’esistenza». Uno «sviluppo eccessivo della logica» ha invertito i ruoli dell’istinto e della coscienza, facendo morire la felice intuizione della «unità degli opposti», propria della sensibilità presocratica. «Vincitore di Dioniso», quindi (questa la sua grande colpa), Socrate non si limiterebbe ad un’opera di degenerazione, perfezionata dall’allievo Platone, ma utilizzerebbe il metodo ironico per sorreggere, alla fine, un nuovo ideale etico (ed ascetico), nonché religioso. La chiave di volta per la comprensione del caso risiede, sostiene il prof. Venturelli, nella visione del Socrate prossimo alla fine, mentre si accinge ad ingerire la letale dose di cicuta, cui è costretto dal verdetto dei giudici ateniesi. Qui il filosofo testimonia di «non essere soggetto alla legge della physis», ma che la sua anima appartiene ad un’altra natura ed è già pronta a trasferirsi in altro luogo. Le sue frasi sono rivelatrici: solo la morte è il «medico» che può liberarci dalla terribile malattia di vivere. In questo snodo massimo e paradossale Socrate e Nietzsche tornano a tenersi per mano: entrambi accusati di «empietà» ed empi, casomai, per poter così «rispondere al dio cui si è devoti»; educatori tacciati di essere «corruttori» e nichilisti. «Troppo nichilisti», verrebbe da dire parafrasando Nietzsche, per non far trasparire un profondo attaccamento ad alcuni valori.

i reduci dell'esercito inglese evidenziano stati di malattia mentale

APCOM 5.2.05 - 10:45
INDEPENDENT: PROBLEMI PSICHICI PER 700 MILITARI GB IN IRAQ
Dall'inizio della guerra al settembre 2004


Roma, 5 feb. (Apcom) - Sono circa 700 i militari britannici tornati dall'Iraq con problemi di natura psichica, tra cui il disordine da stress post-traumatico. Di questi, 19 sono stati esonerati. I dati pubblicati oggi dall'Independent si riferiscono al periodo di tempo compreso tra l'inizio del conflitto, nel marzo 2003, al settembre 2004.
Il quotidiano britannico sostiene che il numero potrebbe aumentare dopo che il ministero della Difesa avrà reso noti i dati degli ultimi tre mesi del 2004. Stando alle cifre disponibili finora, oltre l'un per cento su 65.000 soldati soffre di problemi psichici. Tuttavia, alcuni esperti ritengono che il dato potrebbe raddoppiare, se si tengono in considerazione quanti non hanno ancora denunciato o hanno difficoltà ad ammettere tali disturbi.

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Lazzaro Spallanzani (1729-1799)
e l'inizo della ricerca sull'inseminazione artificiale

Corriere della Sera 5.2.05
SCIENZA E FEDE
Nel Settecento un uomo di Chiesa inaugurò l’inseminazione artificiale
Spallanzani andò a Costantinopoli per compiere esperimenti e i suoi colleghi a Pavia montarono un intrigo che non riuscì


Chissà se i parlamentari della Casa delle libertà, che hanno recentemente prodotto la più oscurantista tra le normative europee sulla fecondazione assistita, hanno mai sentito parlare di Lazzaro Spallanzani. Chissà se, quando brandiscono i valori della fede cattolica come l’ultimo scudo della natura contro la cultura, i legislatori nostrani hanno il sentimento di vendicare - oltre due secoli dopo - le scoperte tanto straordinarie quanto temerarie del sacerdote emiliano, professore di storia naturale all’Università di Pavia, il padre scientifico della fecondazione artificiale. Chissà se la loro idea di diritto è talmente striminzita da pensare la legge come una nemesi per le colpe accumulate dalla scienza, quando questa osa esplorare i limiti estremi del mistero della vita. Certo è che negli anni Settanta e Ottanta del Settecento, per confutare obsolete teorie zoologiche sull’«aura spermatica» e per pervenire a un’inseminazione in laboratorio, il prete Spallanzani si dimostrò pronto a fare proprio di tutto. Cominciò con gli anfibi, vestendo i rospi con mutande cerate, decapitando un maschio di rana «cavalcante la femmina», dimostrando sperimentalmente la possibilità di una fecondazione artificiale. Continuò con i mammiferi, e raccolse la stupita (oltreché invidiosa) ammirazione della repubblica delle lettere quando trionfalmente gli riuscì di inseminare una barboncina, iniettandole nell’utero il seme ottenuto per «emissione spontanea» da un cane della stessa razza.
Poi, l’apprendista stregone della biologia moderna provò a fecondare uova di rana con sperma di cavallo, e perfino con seme umano: salvo rinunciare a rendere conto in pubblico di questi suoi spericolati esperimenti. Ma in privato, scrivendo agli amici più stretti, Spallanzani ammetteva di voler estendere le proprie ricerche sulla fecondazione artificiale almeno ai grandi quadrupedi (cavalle, vacche, pecore, capre), magari «iniettando in una specie il seme dell’altra». E fu anche per questa ragione - per muoversi liberamente sopra un terreno che la Chiesa avrebbe ben potuto tacciare di contronaturale - che nel 1785 il professor Spallanzani chiese all’Università di Pavia un anno di congedo dall’insegnamento, da trascorrere nella lontana Costantinopoli. Quale luogo più sicuro per sottrarsi a ogni sguardo indagatore che le magnifiche contrade situate all’ombra del Serraglio?
Purtroppo per Spallanzani, il suo anno e mezzo di lontananza da Pavia (non vi fece ritorno che nel gennaio del 1787) rappresentò invece l’occasione che molti suoi colleghi sospiravano da tempo. La lontananza dello scienziato non solo dalla cattedra universitaria, ma dalla sua scrivania di direttore del locale Museo di storia naturale, permise ad altri docenti dell’ateneo pavese di tramare ai danni di Spallanzani un autentico complotto. Profittando del fatto che era capitato al prete emiliano di portarsi a casa alcuni reperti naturalistici del Museo, per analizzarli più comodamente, alcuni noti professori dell’Università di Pavia (aizzati da un’altra figura di religioso, il fisico Gregorio Fontana) organizzarono una vera e propria incursione segreta nel gabinetto privato di cui Spallanzani disponeva nel natio borgo di Scandiano. Trovate tracce della presunta refurtiva, poterono così denunciare il geniale sacerdote alle autorità austriache, presentandolo come nient’altro che un pericoloso delinquente.
Il seguito della vicenda, che espose un luminare della scienza europea al pubblico ludibrio (non mancando di scandalizzare i «pescivendoli» e le «lavandaje» dell’intera Lombardia), può essere ora seguìto da presso grazie a un libro di storia tanto scrupoloso nella ricerca quanto godibile nella lettura: Costantinopoli 1786: la congiura e la beffa , di Paolo Mazzarello. Dove si apprende che - dietro la spinta di Giovanni Antonio Scopoli, il naturalista dell’Università pavese che più direttamente si sentiva in competizione scientifica con Spallanzani - l’entità delle accuse andò via via gonfiandosi, fino a rendere l’ignaro ricercatore nel Bosforo responsabile del furto di «un buon migliajo di pezzi» fra uccelli impagliati, pietre preziose, conchiglie rarissime…
«Si mandano al suplizio sovvente di quelli che lo meritano meno del Ladro di Scandiano», fu il pensoso avviso di un docente di anatomia coinvolto nell’intrigo. Ma la lezione giuridica e morale ch’egli aveva potuto trarre da un Cesare Beccaria, sulla necessaria proporzione fra i delitti e le pene, era degna di miglior causa che una squallida manovra intesa a detronizzare Spallanzani attraverso accuse infamanti. Ebbero un bel darsi da fare, Scopoli, Fontana e gli altri, per comunicare urbi et orbi le malefatte del prete emiliano, redigendo contro di lui una circostanziata circolare e inoltrandola ai quattro angoli della repubblica delle lettere. La reazione dei maggiori scienziati d’Europa non fu altro che d’incredulità e, da ultimo, di rabbia. Come osavano certi professorucoli di Pavia, per meschine rivalità accademiche, gettare fango sopra un uomo che persino un mangiapreti quale Voltaire aveva confessato di ammirare? Gli innocentisti si mobilitarono in favore di Spallanzani con altrettanta energia dei colpevolisti: negli ambienti scientifici del Vecchio Continente, le proteste contro il complotto circolarono più rapidamente ancora che se avessero viaggiato per posta elettronica.
Quando poi il governo milanese si decise a investire della scabrosa faccenda una commissione d’inchiesta (davanti alla quale Spallanzani dovette testimoniare, come un qualunque ladro di polli, subito dopo il suo ritorno da Costantinopoli), l’inconsistenza delle accuse emerse con chiarezza. Da Vienna, per solenne decreto imperiale, Giuseppe II d’Asburgo ordinò quindi che l’affare Spallanzani fosse considerato chiuso. A Milano come a Pavia, le autorità politiche e accademiche non aspettavano altro che questo: l’opportunità di stendere sull’intrigo una spessa coltre di silenzio.
Peccato che il sacerdote Spallanzani avesse l’abitudine di trascurare - quando maneggiava le Sacre Scritture - non soltanto il racconto veterotestamentario sull’origine della vita, ma anche la raccomandazione evangelica di porgere l’altra guancia. La vendetta del professore contro il collega Scopoli fu infatti terribile. Forse per iniziativa diretta di Spallanzani, forse indipendentemente da lui, Scopoli venne spinto a credere che una volgare frattaglia di gallina fosse l’unico esemplare mai rinvenuto in natura di una singolarissima specie di vermi, che lo scienziato si illuse di avere scoperto, ch’egli volle battezzare Physis intestinalis e che pensò bene di dedicare al botanico Joseph Banks, esimio presidente della Royal Society di Londra!
Anche in questo caso, alla repubblica delle lettere bastarono pochi mesi per svelare l’arcano. Ma non pago dell’imbarazzo in cui Scopoli venne allora a trovarsi, Spallanzani si accanì contro il collega con un paio di libelli pubblicati sotto pseudonimo, che magistralmente irridevano alle sue capacità di ricercatore e di divulgatore scientifico. Già nel 1788, il povero Scopoli finì per morirne. E soltanto davanti al cadavere del collega, l’ira funesta del reduce da Costantinopoli poté dirsi placata.

IL PROTAGONISTA
Svelò i meccanismi della riproduzione animale

Lazzaro Spallanzani (1729-1799), originario di Scandiano vicino a Reggio Emilia, studiò filosofia a Bologna e prese gli ordini sacerdotali. Nel 1769 fu nominato professore di storia naturale all’Università di Pavia, dove fu anche direttore del Museo dell’Università e rettore. Si dedicò soprattutto a ricerche sperimentali sulla riproduzione animale: divenne celebre con il Saggio di osservazioni microscopiche , che affermava l’infondatezza della teoria della generazione spontanea, e nel 1777 realizzò la prima fecondazione artificiale, usando uova di rana e di rospo; in seguito fece l’esperimento su una cagnetta. Pubblicò i risultati dei suoi esperimenti e le sue osservazioni nelle Dissertazioni di fisica animale e vegetabile . Oltre che di riproduzione, Spallanzani si occupò anche di circolazione sanguigna, di digestione e di respirazione. Durante il suo viaggio a Costantinopoli nel 1786 venne scatenata ai suoi danni una congiura accademica: il sacerdote venne accusato del furto di reperti del Museo di Pavia, ma la vicenda si concluse con la sua completa assoluzione.

Il saggio di uno studioso di Storia della medicina

Il volume di Paolo Mazzarello «Costantinopoli 1786: la congiura e la beffa. L’intrigo Spallanzani» (pagine 327, 24) è edito da Bollati Boringhieri Il libro ricostruisce il soggiorno di un anno e mezzo che il grande naturalista settecentesco Lazzaro Spallanzani trascorse nella capitale dell’impero ottomano, per proseguire senza problemi i suoi audaci esperimenti sulla riproduzione animale
In quel periodo di assenza dello studioso, alcuni suoi rivali dell’Università di Pavia cercarono di screditarlo con false accuse, che però caddero rapidamente alla prima verifica concreta
L’autore, Paolo Mazzarello, insegna Scienze umane e Storia della medicina presso l’Università di Pavia. Ha scritto diversi saggi, tra cui una biografia di Camillo Golgi, «The Hidden Structure» , apparsa in inglese nel 1999 presso l’editrice Oxford University Press

Darwin

L'Unità 5.2.O5
Imputato Darwin, assolto
Pietro Greco


C’è, dunque, un giudice anche in Georgia. Capace di difendere Charles Robert Darwin e la sua teoria dell’evoluzione biologica per selezione naturale del più adatto dagli attacchi sempre più sofisticati, ma non meno proditorii, di quelli che l’antropologo Christopher P. Toumey ha definito «gli scienziati di Dio» e che Garry Wills, premio Pulitzer per la storia politica e culturale degli Stati Uniti, ha definito il collante della «maggioranza morale» che consegnato la vittoria a George W. Bush alle ultime elezioni presidenziali.
La storia del giudice che nello stato americano della Georgia tiene a bada i «guerrieri della Fede» - secondo l’autodefinizione che John D. Morris, presidente dell’Institute of Creation Research, propone di se stesso e dei suoi collaboratori - non è che l’ultima tappa di una vicenda lunga quasi un secolo, ma che oggi è in una fase di così rapida accelerazione da minacciare non solo l’autonomia della scienza e la libertà di insegnamento, ma anche la basi democratiche di una società multietica. Negli Stati Uniti. E fuori dagli Stati Uniti.
Cosa ha fatto il giudice in Georgia e cosa avevano fatto «gli scienziati di Dio», o se volete i «guerrieri della Fede», rivelatisi nei mesi scorsi il collante della «maggioranza morale» che ha riconsegnato la presidenza a Bush?
Per rispondere occorre raccontare, brevemente, la storia dall’inizio. Quando, nel 1925, i rappresentanti di alcuni gruppi evangelici riuniti nella «Anti Evolution-League» trascinano in un tribunale del Tennessee l’insegnante John Thomas Scopes colpevole di aver insegnato nelle scuole medie dello stato la teoria dell’evoluzione biologica di Charles Darwin, nemica della «dottrina del Disegno». La lega antievoluzionista rompe un’antica tradizione, che aveva portato la «Evangelic Alliance», in un convegno tenuto a New York nel 1873, a sostenere che il Protestantesimo può e deve interpretare Darwin, rendendolo compatibile con la propria teologia. E trova un’immediata eco politica nel governatore del Tennessee, Austin Peay, che si fa paladino della crociata contro l’«irrazionale tendenza a esaltare la cosiddetta scienza e a negare la verità della Bibbia che si verifica in molte scuole».
Gli antievoluzionisti questo vogliono: bandire dalle scuole la teoria scientifica dell’evoluzione per proporre la «dottrina del Disegno» e la narrazione biblica della creazione. Nel cuore della Mid-America il tentativo coglie qualche successo. Ma la faccenda è delicata. La Costituzione degli Stati Uniti promuove la scienza e non accetta che la religione venga insegnata nelle scuole pubbliche per volontà del governo.
È per questo che, dopo alterne vicende, negli anni ’80 intervengono le autorità federali riconoscendo che quella creazionista è un’ipotesi religiosa e che, come tale, non può essere insegnata nelle scuole, mentre l’evoluzione di Darwin è una teoria scientifica che nelle scuole può essere liberamente insegnata.
A questo punto i creazionisti cambiano tattica. E cercano di accreditare la loro ipotesi religiosa come «teoria scientifica», in modo che possa essere insegnata al pari (o magari al posto) della teoria darwiniana. Nascono degli istituti di ricerca, come appunto l’Institute of Creation Research, con l’obiettivo di screditare la teoria darwiniana e raccogliere prove a favore della narrazione biblica.
Ma anche il «creazionismo scientifico» fallisce. Nessuna delle tesi dei «guerrieri della Fede» viene accolta dalla comunità scientifica. La loro resta - e viene riconosciuta come tale - una proposta religiosa. Ciò impedisce ai gruppi evangelici più oltranzisti di entrare nelle scuole (pur con qualche eccezione), ma non di entrare nelle case. La loro capacità di convinzione e di mobilitazione tra la popolazione dell’intera fascia centrale degli Stati Uniti è tale da assumere una valenza politica. I repubblicani puntano proprio su di loro per coagulare intorno a George W. Bush una maggioranza tenuta insieme da un progetto morale: non all’aborto, no alle staminali embrionali, sì alla missione che Dio ha affidato agli Stati Uniti.
Dal gioco, piuttosto pericoloso, i repubblicani di Bush escono vincenti. Ma i creazionisti non si limitano a coagulare la maggioranza politica del paese. Continuano a perseguire la vecchia ambizione: cacciare Darwin dalle scuole (dalle scuole medie) e insediarsi al suo posto. Le sconfitte del passato consigliano di affinare la strategia. Che ora si articola in due punti: 1) quella di Darwin è una teoria, non è un fatto; 2) a quella di Darwin è possibile opporre un’altra teoria di pari valore culturale, quella del «disegno intelligente».
Questa strategia può contare su due ambiguità. Il diverso significato che la parola teoria assume nel linguaggio comune e nel linguaggio scientifico. E il fatto che molti studiosi, filosofi ma anche scienziati critici di Darwin, propugnano un «disegno intelligente» per spiegare l’evoluzione della vita.
La prima ambiguità è stata risolta (ahimè, ne siamo certi, solo provvisoriamente) dal giudice della Georgia. Nel linguaggio comune il termine teoria è spesso sinonimo di mera ipotesi. Di un qualcosa di astratto e di soggettivo, ben distinto dai fatti concreti e oggettivi. Nel linguaggio scientifico il termine teoria non indica affatto una mera ipotesi, che vale come qualsiasi altra. Una teoria, nella scienza, è tale quando è in grado di «salvare i fatti». Ovvero di fornire una spiegazione logicamente coerente di tutti i fatti noti nell’ambito che vuole descrivere.
Si può discutere - e qualcuno lo ha discusso - il fatto che le teorie scientifiche si impongano solo sulla base di criteri oggettivi, ma anche grazie a pregiudizi metafisici o a contingenze storiche. Tuttavia nessuno contesta che una teoria scientifica è tale solo se è in grado di «salvare i fatti».
In questo senso la spiegazione dell’evoluzione biologica per selezione naturale del più adatto di Charles Robert Darwin è una teoria scientifica. L’unica in grado di «salvare i fatti» noti in ambito biologico. Ovvero di dare una spiegazione logicamente coerente In tutti gli ambiti biologici, dalla paleontologia (lo studio dei fossili) alla genetica.
Una teoria che volesse opporsi sul piano scientifico a quella di Darwin dovrebbe «salvare i fatti» noti. Ma anche essere falsificabile. Ovvero prevedere l’esistenza di nuovi fatti che possano falsificarla. Se scoprissimo, per esempio, un uomo vissuto prima dell’estinzione dei dinosauri, questo fatto sarebbe un colpo mortale per la teoria darwiniana, perché non è previsto nell’ambito di quella spiegazione.
La creazione per mano divina non è una teoria scientifica perché non può essere falsificata. La creazione per mano divina risalente a non più di diecimila anni fa, come asseriscono i «guerrieri della fede», non è una teoria scientifica perché in stridente e irreparabile contraddizione con i fatti noti.
Questo ci dice la filosofia della scienza. E questo ha riconosciuto il giudice della Georgia.
C’è, tuttavia, l’altra ambiguità. Quella relativa all’ipotesi del «disegno intelligente». Ovvero a quello che i filosofi della scienza chiamano l’ipotesi «teleologia». Questa ipotesi è piuttosto antica, anche se continuamente si rinnova. Nasce dal fatto che molti studiosi ritengono la vita e la vita intelligente forme di organizzazione della materia così straordinarie da non poter essere frutto del caso. Di un processo senza direzione. Per questo sono critici rispetto alla teoria di Darwin, che propone un processo cieco, privo di una direzione preferenziale, e sono alla ricerca di un processo direzionato, di un «disegno intelligente», appunto.
Molti scienziati hanno cercato questo «disegno intelligente» nell’ambito delle leggi note della fisica e/o della biologia.
Questa ricerca teleologica si protrae, con strategie diversissime, da molto tempo. Ma, finora, non ha mai prodotto risultati tali da «salvare i fatti», né fatti nuovi tali da screditare la teoria darwiniana. Potremmo addirittura dire che il tentativo, reiterato ma finora vano, di validare l’ipotesi teleologica si è rivelato un argomento forte e aggiuntivo a favore della teoria darwiniana.
In ogni caso le ipotesi di «disegno intelligente» di Thom o di Kauffman, mai divenute teorie, sono tutt’altro dall’ipotesi creazionista degli «scienziati di Dio». I primi cercano un «disegno intelligente» nell’ambito delle leggi fisiche e biologiche. Per i secondi il «disegno intelligente» è, semplicemente, quello di Dio e, in quanto tale, fuori dalle dimensioni della scienza. Thom, Kauffman e gli altri cercano di «salvare i fatti». I «guerrieri della fede» cercano di sovvertirli.
Per quanto più sofisticate delle precedenti, dunque, le nuove strategie dei Creazionisti autodefinitisi scientifici sono screditate dalla scienza e fondate solo sull’ambiguità del linguaggio.
Non sono, per questo, meno pericolose. Sia perché creano un cortocircuito tra scienza e fede che si risolve, sempre, in un attacco all’autonomia della ricerca. Sia perché confondono le acque a scuola, creando nei giovani un forte disorientamento e privandoli (cercando di privarli) di insegnamenti fondamentali. Ma anche e soprattutto perché i «guerrieri della fede», attraverso l’attacco a Darwin e schierandosi apertamente in politica, cercano di ottenere un’egemonia morale difficile da accettare in una società multietica. I «guerrieri della fede» diventano così i miliziani di uno stato etico.
Il problema non riguarda solo gli Stati Uniti d’America (e non sarebbe, comunque, poca cosa). Inizia a tracimare. Dal Brasile all’Olanda, iniziano a essere abbastanza i paesi in cui i «soldati di Dio» sono passati all’attacco. E anche in Italia ne abbiamo qualche sentore: ricordate il decreto con cui la signora Moratti lo scorso anno aboliva l’insegnamento dell’evoluzione biologica dalla scuole elementari e medie? E non c’è, anche, un pregiudizio antidarwiniano in molti degli argomenti con cui l’aspirante «maggioranza morale» del nostro paese cerca di difendere la legge indifendibile sulla procreazione assistita?
È anche per questi motivi che il 12 febbraio in vari centri di studio e di ricerca italiani sentiremo gridare in coro «Buon compleanno, Darwin!». Ci uniremo al coro.

il confronto a sinistra

L'Unità 5.2.05
GAVINO ANGIUS, presidente dei senatori Ds
«Se Bertinotti insiste
torniamo a dividerci»
Osvaldo Sabato


ROMA La stoccata al segretario di Rifondazione Fausto Bertinotti l’ha riservata proprio verso la conclusione: «Se insiste a candidarsi ci si divide» fa notare il presidente dei senatori diessini, Gavino Angius. Non poteva mancare nel suo intervento al terzo congresso nazionale della Quercia il riferimento alle primarie, che rischiano di diventare sempre di più una patata bollente per tutto il grande Ulivo. La scelta di Bertinotti di sfidare alle primarie Romano Prodi che i diesse ritengono sia l’unico candidato a premier del centro sinistra rende sempre più difficili i rapporti dentro la coalizione. «Guarda Fausto - ha poi aggiunto Angius nel palcoscenico di Diaco su Tv Iride - il problema non è la competizione tra di noi, ma l’intesa per governare il paese». In poche parole per il capogruppo dei Ds a Palazzo Madama il pericolo da evitare non è solo quello che ha portato il centro sinistra a perdere le elezioni del maggio 2001. Ma anche il 26 ottobre del 1998. Sia nell’uno che nell’altro caso la rottura con Bertinotti avrebbe poi avuto dei riflessi infausti su tutto il centro sinistra. Quindi quando si passerà a parlare di programmi «occorrerà avere coesione». Era stato proprio Angius ad accompagnare in mattinata Romano Prodi fin sotto il palco del palazzetto, attorniato da giornalisti e cameramen, con accanto Vannino Chiti e Giuliano Amato. Gli avrà fatto in un orecchio la stessa raccomandazione, che poi ha sottolineato davanti alla platea? «È molto difficile e assai rischioso ritenere che si possa governare una grande democrazia economica come l’Italia, con una coalizione di nove partiti. L’unità del centro sinistra è essenziale». Ma per governare avverte Angius «serve qualcosa in più: un forte timone riformista». Altra stoccata a Bertinotti. Sembra quasi che nella strategia di Gavino Angius ci sia il tentativo di mettere alle corde Bertinotti colorando con la matita rossa ciò che in questo momento divide i diesse da Rifondazione: la virata riformista del partito di Fassino e il no deciso alle primarie affollate «devono servire a rafforzare Prodi, non per contarsi dentro il centrosinistra, altrimenti è meglio non farle», taglia Angius. Sul fronte interno continuare il cammino della Fed ha un senso per il parlamentare sardo se lo sbocco è la costruzione di un partito democratico che rimanga nel campo del socialismo europeo. È la prospettiva della federazione dell'Ulivo che dovrà essere, a suo avviso, il timone riformista dell'alleanza di centrosinistra. «Vogliamo unire le forze del riformismo italiano», dice Angius in un progetto, che ha «valore e significato altissimi se ha come scopo ultimo, come obiettivo finale, la nascita di un grande partito democratico, che sia nel campo del socialismo europeo, la casa dei riformisti».

L'Unità 5.2.05
Prc attacca: «Non ci vogliono per le poltrone»
Rifondazione avvia la campagna elettorale con duri manifesti contro Martini e Toscana democratica
Vladimiro Frulletti

«Sì, forse sono un po’ umorali, però...». Dario Danti che di Rifondazione comunista della Toscana è il numero due è come spiazzato. Se fosse stato per lui quei manifesti rossi fuoco non li avrebbe messi in giro. Almeno non in questo momento. Ma è il modo, lo stile, non è la sostanza a creargli imbarazzo. Perché quello che c’è scritto sui manifestai è quello che dentro Rifondazione comunista si pensa del no incassato da Toscana democratica per un accordo alle prossime regionali.
Prc all’attacco
È quello che il segretario nazionale del Prc, Fausto Bertinotti, ha ripetuto in una lunga intervista pubblica ieri dall’Espresso. E cioè che il rifiuto dell’Ulivo toscano dipende da una questione di poltrone. «C’è un rifiuto del centro-sinistra ad allearsi con noi - dice Bertinotti all’Espresso -. Leonardo Domenici e Claudio Martini ci hanno detto di no. L’oggetto del rifiuto è prendere quattro consiglieri in più». Insomma Bertinotti usa toni morbidi. Ma la sua opinione è riportata piuttosto fedelmente in quei manifesti apparsi per le vie fiorentine. E che, al di là delle parole usate, significano soprattutto una cosa: che la campagna elettorale per le regionali del prossimo 3 e 4 aprile è già cominciata. E Rifondazione ha capito che dovrà correre da sola. O meglio, non alleata con l’Ulivo come invece avverrà nelle altre 13 regioni chiamate al voto. Così ha lanciato la sua campagna mediatica inquadrando nell’obbiettivo le “proposte indecenti” del presidente della Regione Claudio Martini (i due posti in giunta nel 2006) per «tenerci buoni» e la fame di poltrone che regna nel centrosinistra.
Le accuse a Martini
Il riferimento dei manifesti del Prc è ovviamente all’idea di Martini, espressa anche al congresso regionale Ds, che Toscana democratica, dopo aver governato bene, non possa diventare minoranza in consiglio regionale. Cosa che avverrebbe per effetto della riduzione del premio di maggioranza in caso di accordo con il Prc. Con in più l’aggravante che quei seggi andrebbero a finire al centrodestra che, per Martini, «certo non se li merita». Da qui la proposta Martini di un accordo per il 2006, prima delle decisive elezioni politiche, con l’ingresso in giunta regionale del Prc. Proposta inaccettabile per il segretario regionale del Prc Mario Ricci (che al comitato politico del suo partito ha annunciato che non si ripresenterà alle regionali «per lasciare spazio a una donna») che spiega come quei manifesti non sono un attacco, ma una richiesta. «Gli stiamo chiedendo - dice - se vogliono o no la Gad anche in Toscana. Se vogliono cioè rispondere positivamente alla richiesta di unità che arriva dal nostro popolo di sinistra».
Sinistra spiazzata
Questi manifesti però più che Toscana democratica e Martini rischiano di impallinare chi sul dialogo a sinistra ha sempre puntato. «Non sono un buon viatico per l’assemblea del 9» ammette il segretario della Fiom toscana Mauro Faticanti che con altri (Arci, Funzione pubblica, Professori, sinistra Ds) ha promosso un manifesto pro-Gad e si è impegnato per tenere aperto un canale di comunicazione fra Prc, movimenti e Martini. Il 9, appunto, è (era?) previsto un incontro pubblico alla Casa del Popolo Fratelli Taddei in via Pisana a cui aveva garantito la propria presenza anche lo stesso presidente della Regione. «Purtroppo - nota Faticanti - siamo già in clima elettorale. Comunque noi andiamo avanti. E penso che occorrerebbe avere la capacità, da parte di tutti, di guardare anche al dopo-regionali».
Ds arrabbiati
Martini, informato del manifesto a Roma, dove sta seguendo il congresso Ds non ha voluto commentare, ha solo cercato di capire se l’iniziativa era un’idea del Prc di Firenze o di tutto il partito regionale. Dura invece la reazione del segretario regionale dei Ds Marco Filippeschi che parla di «caduta di stile». «Strano modo per cercare l’unità a sinistra - dice Filippeschi -. Questa caduta di stile evidenzia l’incapacità di Rifondazione a comprendere il senso del percorso che le avevamo proposto e le difficoltà nel gestire un delicato passaggio come questo con la dovuta serenità. Purtroppo - conclude Filippeschi - avevamo ragione nel ritenere che le distanze fra la coalizione di centrosinistra, Toscana democratica, e Rifondazione fossero difficili da colmare in poco tempo».

Corriere della Sera 5.2.05
SU «LIBERAZIONE»
«Piero come Amendola? Forse»


«Fassino come Amendola?». Rina Gagliardi, su Liberazione, propone il parallelo anche se il «glorioso leader della destra del Pci» non è mai stato citato «come del resto nessun altro dirigente storico», a differenza di «Kennedy, Mitterrand o Cicerone». Pazienza: «Chi altri, se non il pur dimenticato Giorgione , si è sforzato di introdurre nel fu-Pci una strada socialdemocratica?». Ora «l’asse dell’identità "riformista"» va nella stessa direzione. Il riformismo «non è la destra della sinistra», dice Fassino. Battuta di Liberazione : «In effetti il riformismo è la sinistra della destra...»

il Prometeo del prof.Giorello

La Gazzetta di Parma 5.2.05
Prometeo abita qui


In quel Mediterraneo, definito dal sociologo Edgar Morin in un interessante colloquio col filosofo Giulio Giorello «tourbillon chaotique» , «mare che è insieme madre e matrice» , si dispiegano le vie del mito. Ad inseguirne le tracce, a ripercorrere alcune di queste strade è lo stesso Giorello in un recente, prezioso, saggio edito da Raffaello Cortina nella collana «Scienza e Idee»: «Prometeo, Ulisse, Gilgamesh. Figure del mito» . I miti antichi ci parlano di noi, delle nostre radici culturali, di un passato remoto che si è perduto e che forse mai è esistito, ma il tempo ha fatto di pi ù . Coprendoli con la polvere delle progressive infinite riletture, ne ha in realtà rivelato in luce le pieghe nascoste, un contenuto che nelle successive (e, si badi bene, non libere) trasfigurazioni mostra un nucleo di verità eterna e permanente, pur nelle evidenti differenze. Scrive Giorello: le figure del mito « non si risolvono in un repertorio cui possiamo liberamente attingere. Piuttosto dispongono del loro ( e del nostro) destino, provocando la loro e la nostra metamorfosi » . E' cosí, e su questa strada, che l'antico Titano Prometeo, illustre prototipo di tanti bricconi divini (i «trickster» degli antropologi anglosassoni) e insieme eroe culturale perchè rapitore/ donatore del fuoco, diventa nelle pagine dei coniugi Shelley occasione per una riscrittura che ci parla dell'antico e insieme della modernità. Il «Prometheus Unbound» di Percy Bysshe e il «Frankenstein. O il Prometeo Moderno» di Mary Godwin non sono che anelli di una catena che perde le sue maglie nel passato irrecuperabile di antichissime narrazioni orali, per allungarle poi nell'indefinitezza della postmodernità. Ugualmente, Ulisse, che incarna la figura dell'eterno viandante, eroe del ritorno ma soprattutto della vicissitudine, prende corpo moderno in Leopold Bloom, che il romanzo di Joyce ha consegnato all'eterno dando nuova forma e sostanza ad una anti- Odissea «sub specie temporis nostri». E, per finire, Gilgamesh, il semidio dell'epopea mesopotamica, eroe civilizzatore, contraddittorio e polimorfo, trova asilo nei «Cantos» di un Ezra Pound che ha conosciuto gli «Inferi» di un campo di concentramento. Se pure queste riletture moderne sono il centro irraggiatore da cui si sviluppa a ragnatela il discorso di Giorello, il volume è ricco di testi e di rimandi, di sollecitazioni dotte e coerentemente necessitanti, come a ritrovare, nel labirinto delle oscillazioni dei sensi, un significato ultimo e unico. Questa la premessa programmatica del filosofo: «È a partire da queste figure moderne che ho voluto mettere a fuoco il «dettaglio» del mito, indicando di volta in volta... possibili provenienze ed eventuali dispiegamenti... a sottolineare che il percorso tracciato è determinato dalla geometria del racconto e al contempo scandito dalle scelte di chi via via si ritrova nei panni del narratore» . Narrazione come labirinto, dunque, ma dalla sostanziale geometricità. E narrazione del mito come trasfigurazione polisensa, in quanto dialogo sinottico di interpretazioni. Perchè ogni nuova lettura è sempre una nuova interpretazione, in un gioco senza fine, ma con precisi confini.

da "TuttoLibri"

La Stampa TuttoLibri 5.2.05
Dottore, ascolti le parole del corpo
Il primo incontro tra analista e paziente è una reciproca osservazione fisica: sesso, età, bellezza o bruttezza, timbro di voce, abbigliamento... Spesso solo i gesti e i bisogni fisici svelano il respiro della psiche
Augusto Romano


IN una vecchia storia indiana, a cinque monaci ciechi viene chiesto di descrivere un elefante. Il primo si avvicina al pachiderma e gli tocca le gambe: sicuramente l'elefante è un tempio delimitato da poderose colonne. Il secondo palpa la proboscide: l'elefante è simile a un grosso e sinuoso serpente. Al terzo monaco spetta di confrontarsi con la pancia dell'animale: l'elefante è un'imponente montagna. Il quarto si dirige verso un orecchio e dichiara di aver trovato un ampio ventaglio. Infine il quinto, annaspando, prende in mano la coda flessuosa e sottile e descrive l'elefante come una frusta. La lettura dei saggi raccolti nel libro Il corpo in analisi ci fa sperimentare il cieco brancolare dei cinque monaci della storiella: c'è il «corpo soggettivo» e il «corpo sottile», il corpo ritualizzato e il corpo danzante, il contatto corporeo, il Sé corporeo, il corpo malato e il corpo impegnato nel gioco. Naturalmente, in questo affollarsi di immagini e significati, si corre il rischio di perdere di vista l'elefante, ossia il corpo nella sua immediatezza, immanenza e interezza. Come l'elefante, il corpo è ingombrante e si impone. L'analista e il paziente, quando si vedono per la prima volta, cominciano a conoscersi attraverso il corpo. Sesso, età, qualità dello sguardo, bellezza o bruttezza, timbro di voce, abbigliamento, modalità espressive suggellano quel primo incontro, e proprio a quelle iniziali impressioni non di rado viene affidata la decisione di intraprendere il successivo percorso terapeutico.
Come l'elefante, il corpo sbarra il cammino, rappresenta un ostacolo non eludibile. Spesso il paziente porta in seduta malesseri e dolori fisici, e chiede all'analista di trasformarli in immagini, di ricongiungerli a motivi archetipici, di attribuire loro un senso. Come non si può spingere via a forza un elefante dal sentiero, ma occorre parlargli, convincerlo, montargli in groppa; così il corpo non può essere allontanato dalla scena analitica, ma richiede accoglienza e ascolto. Spesso solo attraverso il corpo si riesce ad avvicinare il soggiacente respiro della psiche. Come l'elefante, il corpo esibisce un'energia «bassa», terrestre, sovente cieca. A fianco della proverbiale pazienza e dolcezza degli elefanti, non mancano le leggende che ne rammentano la furia, il divorante appetito, gli scatti di rabbia, tanto che i Romani li impiegavano come macchine da guerra o li addestravano per i sanguinosi spettacoli circensi. L'energia del corpo è un'energia temibile, e per anni i terapeuti hanno tentato di tenerla a bada invocando la regola dell'astinenza e limitando il più possibile il contatto con il paziente, senza tuttavia riuscire ad allontanarla dalla scena analitica. Infine, come l'elefante, il corpo è sacro. Nel simbolismo animale dello yoga-kundalini l'elefante grigio si situa al chakra più basso, alla base della spina dorsale e nell'area genitale, indicando la sede della forza che sorregge, la radice generativa della terra, la comunità, la famiglia. «La via che porta agli Dei passa attraverso l'elefante»: parafrasando questa frase di J. Hillman, potremmo dire che la via che porta al Sé passa attraverso il corpo, attraverso quella sacralità del corpo che nella nostra cultura è andata smarrita. Perciò il corpo non può essere ignorato dall'analista. Già Jung aveva suggerito che nel setting analitico possano essere accolte, per dar voce all'inconscio, esperienze corporee; il paziente può decidere di lavorare con la creta o con la sabbia, può danzare, dipingere, «secondo il gusto e il talento individuale,
... in modo teatrale, dialettico, visivo, acustico, o in forma di danza, di quadro, di disegno o di forma modellata». Il libro è ricco di esempi che mostrano come, soprattutto nelle patologie più gravi, tra il silenzio e un'impossibile elaborazione verbale si apra uno spazio in cui l'interazione tra il paziente e il terapeuta è fatta di gesti, di espressioni mimiche, di piccoli riti colmi di un significato non altrimenti comunicabile. Il terapeuta viene scelto come testimone o partner, specialmente nei casi di più intensa e precoce deprivazione di cure materne. La fenomenologia è ampia e bizzarra e - negli esempi riportati - può andare dall'improvvisa richiesta di un bicchiere d'acqua a quella di essere pettinata, dal chiedere cibo o coperte al prendere in prestito una scatola di proprietà dell'analista per poi riportarla ogni volta riempita di cracker da consumare insieme. O, viceversa, viene data in consegna all'analista una cosa propria, perché egli se ne prenda cura. E ancora: movimenti ritmici del corpo, un impercettibile salmodiare, o la domanda di cantare insieme… Comportamenti emozionanti, che vengono da lontano, dal lato sinistro, oscuro, inconscio, il lato del cuore; e mettono in gioco le risorse del terapeuta al di là del ruolo che abitualmente lo protegge. Questo libro, in modo talora velato, talora più esplicito, ci rimanda a un concetto di importanza fondamentale: l'analisi ha un grande bisogno di corpo, giacché «non si verifica alcun vero cambiamento a meno che succeda non soltanto nella mente, ma anche nel corpo». Un corpo attraverso cui possono trovare voce i complessi di natura pre-verbale, così poco toccati dalle modalità dialogiche dell'analisi. Se il corpo entra nella scena analitica, allora anche all'analista verrà chiesto di cambiare. Non più solo padre saggio, fidato e benefico, al servizio di Logos, ma anche madre amorevole e accogliente, testimone di Eros.

Nathan Schwartz-Salant, Murray Stein (a cura di)
Il corpo in analisi
trad. di Luciano Perez
Edizioni Magi, pp. 259, e16
SAGGIO


La Stampa TuttoLibri 5.2.05
Se ai Greci togli gli dei, spariscono pure gli uomini
Nel mondo, il divino sospende il potere del caos e afferma quello della bellezza: il classico di Walter Otto, storico delle religioni «ispirato» da Nietzsche, un libro per Baricco...
Federico Vercellone


GLI dei sono qui - affermò il grande antagonista di Friedrich Nietzsche, colui che ne condannò la visione mistica della grecità, il rigoroso e scientificamente laicissimo Ulrich von Wilamowitz Moellendorf rammentando così il requisito fondamentale della religione greca, quello per cui il dio consiste della propria apparizione, manifestandosi qui e ora. Il divino - ce lo ricorda il volume Gli dei della Grecia di un grande storico delle religioni eterodosso e d'ispirazione nietzschiana, quale Walter Otto - custodisce, per il greco, una determinata sfera dell'essere e le dà forma. Ogni figura dell'Olimpo restituisce intuitivamente, attraverso i suoi lineamenti, un ambito dell'attività umana o della natura nelle sue sfumature e modulazioni, e ne contempla caratteristiche e peculiarità.
Questa suprema vivente connessione si chiama dio. Proprio per ciò nessun greco si sarebbe mai chiesto se gli dei esistessero: semplicemente li aveva dinanzi come evidenze grazie alle quali una determinata sfera del mondo assume le proprie fattezze. In breve un greco non poteva essere ateo proprio perché non credeva ai suoi dei ma semplicemente ne presupponeva l'esistenza. Stando così le cose non ha alcun senso voler secolarizzare il mondo omerico, poiché se gli si sottrae il divino non gli resta neppure l'umano. E' così che operazioni recenti come quella di Alessandro Baricco, intese a laicizzare un poema come l'Iliade eliminando gli dei dalla narrazione, finiscono per lasciare notevolmente perplessi. L'esito ultimo di un adattamento di questo genere del testo antico è quello di produrre un falso vero e proprio: nessun eroe omerico si sarebbe mai sognato di vivere e agire in un mondo disertato dagli dei. Il disincanto è infatti un prodotto moderno di cui rende ragione un genere tipicamente moderno come il romanzo che con l'epos ha soltanto una vaghissima parentela. Prescindendo ora da divagazioni estemporanee, è il caso di addentrarsi ulteriormente negli Dei della Grecia di Walter Otto, di cui Adelphi presenta una nuova edizione italiana a cura di Giampiero Moretti e di Alessandro Stavru. Alla sua prima edizione, nel 1929, questo testo suscitò interesse e perplessità: esso si proponeva di riproporre lo sguardo nietzschiano sulla religione greca, di mostrare l'abisso originario sul quale il mondo olimpico era venuto a ergersi. Naturalmente la cosa non poteva non suscitare sospetti e contrastanti prese di partito. Nietzsche era infatti stato messo al bando dalla scienza dell'antico proprio da quel
Wilamowitz che avrebbe alla fine adottato il medesimo criterio fatto proprio dal suo antagonista nella Nascita della tragedia, quello secondo cui non si accede al divino che attraverso il divino stesso. Non si può cioè intenderlo se non riconoscendo che esso è ciò che tiene insieme, nella sfera dell'apparizione e non in quella del discorso, diverse sfere dell'essere.
Ciò presuppone una fase più originaria nella quale il divino non è ancora riuscito a prendere dimora nell'ambito che gli compete, quella dell'apparenza, una fase in cui esso lotta per giungere alla chiarezza rappresentativa che gli è propria nell'universo olimpico. Essa è connessa alla sfera della stirpe, del diritto fondato sul sangue; e tutto ciò ci conduce in prossimità dell'Ade, del mondo dei morti. Nello stadio superiore non si è persa del tutto la memoria di questo strato precedente. Lo dimostrano narrazioni come quella di Esiodo a proposito della nascita di Afrodite, secondo la quale questa dea nacque da una curiosa intromissione di Crono nell'amplesso dei genitori, Urano e Terra. Crono evirò il padre e dal seme del sesso divino caduto nel mare e trasformatosi in spuma si venne formando Afrodite. La chiarezza della forma deriva dunque in questo caso da un conflitto oscuro, da un'originaria indistinzione di cielo e terra che, separandosi violentemente, danno luogo alla genesi miracolosa della forma. Nella sua suprema evidenza, essa viene detta bellezza.
La narrazione mitologica non costituisce in nessun modo, da questo punto di vista, un'invenzione fantastica, l'antica testimonianza di un mondo radioso e ingenuo come avrebbe voluto un classicismo caricaturale, ma la testimonianza di una visione profondissima dell'essere e del mondo. Si tratta di un atteggiamento che non testimonia affatto, agli occhi di Otto, una religiosità superficiale alla quale andrebbe accostato per contrasto il cristianesimo. Quando parliamo dei Greci non abbiamo dunque da immaginarci, secondo Otto, un mondo levigato che vive smemorato in una sorta di presente eterno. Al contrario le divinità greche, la loro configurazione, testimoniano - come c'insegna l'esempio di Afrodite - dell'inconcepibile fatica e dolore che costituisce il travaglio della forma, e costituisce il preludio del suo luminoso articolarsi. Attraverso il divino si delinea il mondo nelle sue partizioni, si sospende il potere del caos e s'impone quello più lieve della forma e della bellezza. Walter Otto
Gli dei della Grecia, a cura di Giampiero Moretti e Alessandro Stavru
Adelphi, pp.343, €42
La Stampa TuttoLibri 5.2.05
Quando Hawthorne incontrò Melville
Oddone Camerana


NATHANIEL Hawthorne, celebre soprattutto per La lettera scarlatta, ha lasciato anche numerose e poco note pagine di diari. Una scelta di queste, dedicate agli anni 1835-1862, era stata pubblicata nel 1959 in un volume curato da Agostino Lombardo per l'editore Neri Pozza, tra cui alcune del 1851, che venendo ora alla luce integralmente a cura di Paul Auster, danno testimonianza completa di un episodio della vita dell'autore nordamericano. Vicenda tenera e familiare, ancorché fatata, ma questa volta a lieto fine, e lontana dai temi morbosamente impegnati, cari al grande amico di Melville, teso a scandagliare gli abissi della coscienza o profeticamente in allarme ai segnali di ferraglia alzati dalla rivoluzione industriale in cammino. Al contrario, qui ci troviamo nella quiete della campagna del Massachusetts, a Lennox, piccolo borgo agricolo dove la famiglia Hawthorne ha abitato per un breve periodo della sua vita raminga nella regione del New England. Una vicenda autobiografica, intima, distribuita lungo i venti giorni di prigionia a cui è stato costretto l'autore, lasciato dalla moglie Phoebe e dalle due figlie in visita presso parenti a Westen Newton, a occuparsi del figlio Julian, ragazzino di cinque anni. Venti giorni di relativa solitudine, in attesa del ritorno agognato e liberatorio della moglie. Opera minore o capolavoro in miniatura per chi voglia cedere all'eleganza del modo in cui si viene a contatto con il retroterra dell'autore: il suo mondo, le sue abitudini alimentari, gli orari di casa, i principi a cui tenersi nell'educazione dei figli, l'attenzione, meticolosa e descrittiva, al clima e a un tempo atmosferico straordinariamente reso interessante e poetico dall'estrema variabilità con cui si manifesta nei paesi nordici, il gusto per la vita di campagna senza essere dei campagnoli o dei contadini o in fuga dalla città, le passeggiate, gli spostamenti frequenti richiesti dalle minime necessità e dall'assenza di strutture distributive, l'abitudine alla vicinanza degli animali, gli interni d'epoca, come un incontro con Melville a cavallo o una gita in carrozza col medesimo presso un villaggio abitato da una confraternita di Shakers. Su questa trama di fondo si muovono i protagonisti del libro, anzitutto il personaggio Julian, con i suoi torrenti di parole, la sua chiacchiera continua, il suo bisogno di risposte a domande mosse da una curiosità senza freni, e poi la scrittura di Hawthorne. Pagine silenziose, dominate da una prosa pacata e ironica, attenta ai problemi che sorgono tra l’autore e gli appunti presi per la redazione di un testo privato, tra fatti personali e autobiografici e loro possibile pubblicazione. Quando non sono pagine che portano l'impronta del genio. E' il caso del capoverso dell'ultima pagina del libro in cui Hawthorne, interessato agli aspetti segreti della natura, scopre come il modo di osservare un paesaggio sia quello di guardarlo «prima che abbia il tempo di mutare aspetto». Fa pensare che una ottantina di anni dopo, il fisico tedesco Werner Heisenberg, a cui si deve la formulazione del «principio di indeterminazione», avvertiva il mondo della scienza del fatto che, nell'osservare la natura, bisogna tener conto delle modifiche che l'atto di sottoporla a osservazione provoca in essa. A modo suo, lo aveva anticipato Hawthorne seduto in riva al lago dov'era andato col piccolo Julian, costretto a tenere un occhio su quest'ultimo e uno alla pagina che Hawthorne leggeva, senza dimenticare il paesaggio che si apriva ai suoi occhi.

Nathaniel Hawthorne
Venti giorni con Julian
con un saggio di Paul Auster
Adelphi, pp. 119, e8
DIARIO


La Stampa TuttoLibri 5.2.05
Le Variazioni Gould:
«Mirabilmente singolare»: il genio che ammaliò von Karajan, ispirò «Il soccombente» di Bernhard, disprezzò Toscanini, amò Schoenberg
Alberto Sinigaglia

DITEGLI di smetterla!», il governatore generale del Canada esortava la madre del canadese Glenn Gould. Il ragazzo non poteva continuare a comportarsi così sul palcoscenico: l’aspetto scompigliato, si accucciava scimmiesco sulla tastiera, agitava le braccia, ondeggiava la testa, sempre un bicchiere d’acqua vicino, un piccolo tappeto orientale sotto i piedi. E soprattutto quella sedia bassa, con le gambe segate, sulla quale si accomodava a trentacinque centimetri dal pavimento, le ginocchia più alte del fondoschiena. Ma il pianista, a vent’anni già considerato tra i più straordinari e originali del mondo, non avrebbe mai smesso di dondolarsi e di cantare suonando. Né avrebbe saputo privarsi della sedia, il talismano, la coperta di Linus da cui dipendeva la sua sicurezza. La portava con sè ovunque, la oliava prima d’ogni prova, concerto, incisione. Era tanto consumata che il pubblico temeva di vederla crollare. L’eccentricità non ha nuociuto a Glenn Gould, anzi ne ha subito esaltato il perentorio fascino musicale. Lo ha reso Mirabilmente singolare, precisa il musicologo canadese Kevin Bazzana, che del geniale conterraneo pubblica finalmente la vasta, appassionata, minuziosa biografia, costata vent’anni di ricerche: «L’isolamento lo ha reso misterioso, la riservatezza lo ha reso adorabile, l’apparente asessualità lo ha reso paradossalmente molto attraente agli occhi di alcune sue fan (e di alcuni suoi ammiratori), pur dando luogo a illazioni sulla sua vita privata». Com’è naturale accada a una star della cultura di massa paragonabile alla Callas, a James Dean e a Elvis Presley. Citato nei cartoni animati dei Simpson, Gould ha ispirato film, un racconto di Joyce Carol Oates, romanzi: Il soccombente di Thomas Bernhard, Il silenzio degli innocenti di Thomas Harris. Un preludio e una fuga di Bach incisi da lui erano tra i ventisette esempi di musica della Terra lanciati nello spazio con la navicella Voyager nel 1977. Cominciata la prova del Concerto in re minore di Bach con i Berliner, testimonia un flautista, «Gould non aveva suonato che le prime note della parte pianistica, quando von Karajan per lo stupore smise di dirigere, andò a sedersi in platea e rimase lì ad ascoltare il resto del primo movimento». Più avanti il maestro avrebbe detto: «Ha creato uno stile che apre le porte al futuro». Gould entusiasmò altri direttori: Walter, Stokowski, Leinsdorf, Mitropoulos, Bernstein. Disse Copland: «E’ dal 1849, a Parigi, che non sento più un legato simile». A Parigi nel 1849 era morto Chopin. Arrivarono presto le tournée negli Stati Uniti e in Europa, critiche osannanti, trionfi, ricchezza. Arrivò presto anche un disagio inusuale. Suonare davanti al pubblico gettava Glenn, fragile e ansioso, in uno stato d’inquietudine. Paura e adrenalina da palcoscenico spesso guastavano esecuzioni preparate con cura. Confidava, durante i viaggi, un crescente «malessere letargico». Inoltre, se l’eccentricità gli era servita ad affrettare fama e popolarità, ora non ne sopportava più lo sfruttamento giornalistico, il «ruolo da pagliaccio» che gli veniva chiesto d’interpretare: «Dovunque vada, mi vogliono fotografare mentre butto giù pillole». Ebbe un lampo di collera negli occhi quando, registrando un documentario tv, gli chiesero di indossare sciarpa e guanti mentre si sedeva al pianoforte», essendo proverbiali le sue passeggiate in cappotto nella calura estiva. Domandava a famigliari e amici di non assistere ai propri concerti. Cominciò col vietare gli applausi, finì con il cancellare intere stagioni, irritare le platee, cercando l’incidente, che puntualmente scoccò e suscitò clamore. Decise di smettere per sempre dopo un provocatorio e disgraziato Brahms con Bernstein nell’ottobre 1962. Da allora, «scienziato pazzo» attratto dalle tecnologie, si dedicò a radio, tv, cinema, soprattutto alle incisioni, che vendono oggi più di quando morì, a cinquant’anni, il 27 settembre 1982. Alla fine del millennio la sua ultima incisione del prediletto Bach, le Variazioni Goldberg, ha venduto due milioni di copie. Mentre attraverso le registrazioni continua felice la vita postuma di Gould, il biografo scava nel suo passato: Toronto, l’ambiente provinciale, Glenn bambino che non vorrà mai essere definito prodigio, la precoce intelligenza, le difficoltà a scuola, quelle maggiori con i maestri di pianoforte, il raffreddore continuo, l’amore per gli animali, le notti insonni, la passione per le automobili, la guida spaventosa. E naturalmente la musica: la contorta ammirazione per Horowitz, il disprezzo per Toscanini, l’esplorazione degli autori contemporanei: Berg, Krenek, la «validità atemporale» dell’amato Schoenberg. Il destino ha voluto che a tradurre con cura questo lungo racconto fosse Silvia Nono, figlia di Luigi Nono e nipote di Schoenberg.

Kevin Bazzana
Mirabilmente singolare
Il racconto della vita di Glenn Gould
trad. di Silvia Nono
edizioni e/o, pp. 571, e17,50
BIOGRAFIA