mercoledì 16 febbraio 2005

due articoli di Simona Maggiorelli
su AVVENIMENTI
un dossier sul consumo farmaceutivo

su Avvenimenti in edicola fino a venerdì prossimo.
Sono pubblicati ad incipit di un dossier di dodici pagine che il settimanale dedica al consumo farmaceutico in Italia
Basta un poco di zucchero...
A casa degli italiani, in arrivo, il libretto di Berlusconi e Sirchia sui farmaci. Ma l’aumento di spesa molto è dovuto alle case farmaceutiche che immettono di continuo sl mercato nuovi farmaci , in realtà le solite vecchie e funzionanti molecole, ma con un nome nuovo e in scatole dal prezzo quadruplicato.
di Simona Maggiorelli

Berlusconi va alla guerra con la spesa farmaceutica. O almeno simula la mossa. Ma sbaglia subito bersaglio. E invece di contrattare i prezzi dei farmaci con chi produce, scrive una bella letterina agli italiani, con saggi consigli al risparmio. Il sospetto che si tratti di un’operazione di immagine da qualche parte sorge; sulla scia della campagna “dentiere per tutti”, metro per misurarsi la pancia, confezioni rimpicciolite di bibite e merendine, perché le mamme ne comprino due. Insomma, solita soluzione di maquillage di fronte a un problema, quello della spesa farmaceutica, che chiederebbe rimedi meno artigianali.
L’incremento di spesa e di consumo di farmaci c’’è. In Italia, solo nei primi sei mesi dell’anno passato è aumentata del dieci per cento. Ad essere esatti c’è stato un aumento del 9,7 per cento, pari a 799 milioni di euro. E se a questo si aggiunge che nel complesso, nel triennio 2000 al 2003, i consumi di farmaci erano già aumentati del 24 per cento; il quadro è quello di una rapida, rapidissima impennata. In testa alla top ten dei consumi ci sono i farmaci per le malattie cardiovascolari, che da soli rappresentano oltre il quaranta per cento delle prescrizioni, con in testa le statine per il controllo del colesterolo. Seguono i medicinali per l’apparato respiratorio e gastrointestinale, e quelli per il sistema nervoso, con in cima gli antidepressivi, di cui pare gli italiani siano, sul modello americano, sempre più larghi consumatori.
A fotografare l’uso dei farmaci e la spesa in Italia è il rapporto nazionale dell’uso dei farmaci in Italia stilato dalla neonata Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, collegata al ministero della Salute. Ma qual è la principale causa dell’aumento della spesa? Secondo Nello Martini, direttore generale dell’Aifa "I pezzi sono rimasti stabili, ma sono aumentate le ricette"; la colpa, insomma, sarebbe dei medici che, marcati stretti dagli informatori farmaceutici, avrebbero la mano facile nella prescrizione. Il meccanismo che si viene a instaurare fra medici e informatori ce lo spiega il dottor Antonio Fanciullacci, medico di base e responsabile di gruppi medici di sperimentazione farmaceutica. "La strategia utilizzata dalle case farmaceutiche è quella di immettere sul mercato sempre nuove molecole - spiega - ma in molti casi si tratta solo di operazioni di restyling, di piccoli cambiamenti. In sostanza sono le solite, vecchie, molecole ma con un nome diverso e ad un prezzo quadruplicato. La politica degli informatori è di presentare al medico solo i farmaci nuovi, "quelli vecchi e tuttora validi, addirittura non li portano più", dice Fanciullacci. Insomma quella dell’informatore efficiente è la tecnica di bombardamento: presentare prodotti commerciali nuovi con il ritmo tale che il medico di base, da solo, non ha il tempo materiale di studiarli e fare ricerche. "Per poterlo fare dovrebbe chiudere l’ambulatorio e quasi fare solo quello".
Quando, invece, i metodi per mettere a dieta la spesa farmaceutica ci sarebbero. Eccome. In Toscana, con una cooperativa di colleghi, Fanciullacci ne sta sperimentando alcuni. "Un strumento importante - dice - è il cosiddetto doppio canale". Riguarda i pazienti con gravi patologie costretti a casa e che fanno un grosso consumo di farmaci. Grazie a una delibera del governo regionale toscano i farmaci per questo tipo di pazienti “dispendiosi” vengono messi a disposizione direttamente dalla Asl che li paga a prezzo molto ridotto. È il medico di famiglia a fare da tramite e a portarli direttamente al malato. "Abbiamo calcolato la cifra del risparmio - racconta Fanciullacci - su 35 accessi domiciliari mensili si aggira fra i due e tremila euro". E non solo. Un notevole contenimento della spesa si avrebbe se il medico potesse utilizzare solo le dosi terapeutiche e non essere costretto a prescrivere solo confezioni standard di farmaci. E poi l’impiego dei generici, farmaci non griffati, che hanno le stesse caratteristiche in termini di efficacia e sicurezza del prodotto di marca uscito dalle più note case farmaceutiche. Ma l’Agenzia del farmaco segnala che le prescrizioni dei generici nello scorso anno sono aumentate solo dell’8 per cento."Se da un lato i farmaci generici, dopo una serie di resistenze, sono divenuti una realtà anche in Italia - spiega il dottor Alessandro Nobili dell’Istituto Negri di Milano - la loro incidenza è ancora molto lontana da ciò che accade in altri paesi europei come per esempio la Germania e l’Inghilterra. Da noi, presso molti addetti ai lavori e tra gli stessi cittadini - continua il farmacologo del prestigioso istituto di ricerche lombardo - persiste una sorta di sfiducia in questi farmaci, a torto considerati dei surrogati o dei sottoprodotti, rispetto agli analoghi di marca". Cosa fare allora per promuoverli?"Sarebbe opportuno - spiega Nobili-, da parte del ministero fare molto di più sul piano dell’informazione e della promozione di questi farmaci. Dire con chiarezza che spendere meno in questo caso non significa acquistare un prodotto meno valido. Ma, poiché per questi farmaci viene fatta poca promozione, buon gioco hanno i privati nel ricordare e incentivare presso i medici e i cittadini l’acquisto e l'impiego dei loro prodotti di marca". E poi riguardo all’incremento del consumo farmaceutico in Italia commenta: "Certamente non si tratta di un fatto episodico; dietro all’aumento del volume delle prescrizioni, c’è qualcosa di strutturale- dice Nobili - Dire se ciò sia legato a reali cambiamenti dello stato di salute degli italiani è difficile, anche se ad una analisi superficiale si sarebbe tentati di pensarlo. Ma è vero anche che tutto il sistema, medici, farmacisti e gli stessi pazienti sono continuamente tempestati da una campagna di informazione sempre più pressante che spinge all’uso dei farmaci come unico possibile rimedio alle varie malattie del nostro tempo, specie riguardo agli psicofarmaci. Spesso basta creare un nuovo bisogno di salute, per dirottare migliaia di pazienti verso farmaci e cure in molti casi “inutili”". Psicofarmaci a volte inutili, che quando vengono gettati via, poi diventano addirittura nocivi, inquinanti. Un farmaco su 18 viene pagato dallo Stato e poi finisce negli scarichi. Con danni a livello ambientale. Una ricerca dell’Istituto Negri, condotta dal dottor Ettore Zuccato ha dimostrato che spesso farmaci e psicofarmaci " superano inalterati i processi depurativi dei reflui civili e si riversano quindi nell’ambiente". Il risultato? Se gettati nel water inquinano le falde acquifere e poi possono ritornare all’uomo, attraverso le acque potabili o le vie alimentari. Basta dire che anche nei pesci sono state ritrovati preoccupanti livelli di inquinamento da farmaci. Qualcuno – è stato il settimanale l’Espresso a lanciare l’allarme - parla addirittura di pescato al Prozac.

Farmaci e sperimentazione
Come stanno davvero le cose. A colloquio con il genetista Demetrio Neri del comitato nazionale di Bioetica
di Simona Maggiorelli

”Capita spesso che, quando andiamo in farmacia per ritirare una medicina, ci chiediamo che cosa mai ci sarà dentro la pillola da farla costare tanto. In realtà non è la materia prima che costa, quanto l'intero processo grazie al quale è diventata disponibile per noi, un processo che dura parecchi anni
e richiede investimenti notevoli. Per ogni farmaco - spiega il professor Demetrio Neri, ordinario di Bioetica all’Università di Messina e componente del comitato nazionale per la Bioetica - circa 40 milioni di euro in media, contando anche il fatto che molte molecole promettenti non si
traducono poi in farmaci”. A questo poi bisogna aggiungere i costi del marketing,” Incidono – spiega Neri - in maniera superiore persino ai costi stessi della ricerca. Poi ci sono i costi della promozione presso la classe medica. Secondo una stima, in USA le case farmaceutiche spendono ogni anno in promozione circa 10mila dollari per ogni medico. Sono fenomeni che ormai conosciamo bene anche in Italia. Ma in altri paesi europei non è così. Da noi sono in atto, ancora timidamente, progetti per diminuirne l'incidenza”.
Professor Neri come avviene, e quanto conta, la sperimentazione di nuove molecole?
La sperimentazione è uno dei passaggi fondamentali e più costosi nel
processo di ricerca e produzione del farmaco. Dopo aver selezionato la
molecola "promettente" tra migliaia di altre, se ne devono studiare le
proprietà in vitro e, se i dati sono buoni, si passa poi alla
sperimentazione: dapprima su modelli animali per le prove di tossicità,
dirette anche ad appurare gli effetti sulla capacità riproduttiva e sui
feti, e poi, sempre se i dati sono confortanti, sull'uomo. Di solito si tende a
dividere il processo di sperimentazione sull'uomo in quattro fasi, anche se si tratta di un metodo ora in via di modificazione. La prima avviene sui volontari sani e le altre su gruppi sempre più numerosi di pazienti.
Con quali garanzie?
Ormai ci sono norme consolidate per l'effettuazione della sperimentazione e un ruolo essenziale in tutto il processo è affidato ai comitati etici per la sperimentazione farmacologica. Lavorano presso gli ospedali e i centri di ricerca e hanno il compito fondamentale di approvare e monitorare la sperimentazione affinché non siano in alcun modo lesi i diritti e la sicurezza dei partecipanti, che ovviamente deve essere sempre volontaria e preceduta da una esaustiva informazione sui rischi e i possibili benefici. Se riuscissimo a rafforzare il ruolo dei CE, come già in un documento del 1999 aveva proposto il comitato nazionale per la Bioetica, alcuni dei problemi che oggi dobbiamo affrontare potrebbero essere risolti.
La corsa a nuovi brevetti farmaceutici cosa comporta, dal punto di vista della cura, ma anche per l’inasprirsi della competizione economica?
Proprio ai costi della sperimentazione farmacologica di cui parlavo poco fa si lega il problema dei brevetti. Nessuno investirebbe nella ricerca e sperimentazione di nuovi farmaci se non potesse aspettarsi un ritorno economico. Per proteggere l'investimento si ricorre ai brevetti. E' un grosso problema, specie nel caso di brevetti di tipo biotecnologico, ma io non credo che, per ora, questo strumento sia evitabile: noi, come società, possiamo chiedere di modificare la durata del brevetto, possiamo chiedere che in alcuni casi speciali - penso alla controversia tra alcune ditte farmaceutiche e il Sud Africa a proposito dei farmaci anti-Aids - il brevetto sia sospeso. Ma non possiamo abolirlo finché gran parte degli investimenti nella ricerca proviene dalle ditte private e solo una minima parte, non più del 10 per cento, dallo Stato. Se non ci fossero i brevetti noi non avremmo gran parte delle medicine, spesso salvavita, che servono per curarci: sarà spiacevole dirlo, ma le cose stanno così e non è plausibile pensare che i dati cambino in tempi ragionevoli. Il tema è collegato a quello delle "malattie orfane", cioè malattie così rare che nessuno ha interesse a ricercarne i rimedi . Sono in atto, anche a livello europeo, dei progetti per indurre le ditte a occuparsi anche di queste malattie, per esempio attraverso incentivi fiscali, ma io credo che proprio in casi del genere l'intervento pubblico diretto sarebbe più auspicabile.
In che modo le case farmaceutiche possono intervenire per condizionare la libertà dei ricercatori?
Il condizionamento dei ricercatori comincia già dai dati che ricordavamo poco fa circa le percentuali di investimenti nella ricerca: buona parte della ricerca dipende dai fondi privati, il che ovviamente non vuol dire che tutti i ricercatori si lascino condizionare. Ma bisogna approntare norme che aiutino i ricercatori a rivendicare e affermare la propria indipendenza.
Questo è oggi un tema molto sensibile. Alcuni anni fa, in seguito ad alcuni casi clamorosi di conflitto di interessi, importanti riviste mediche internazionali hanno lanciato un appello per la trasparenza e l'indipendenza scientifica della ricerca clinica. E' iniziato un movimento di
"moralizzazione" del settore, che in Italia è stato recepito e rilanciato dal Cirb, coordinamento per l'integrità della ricerca biomedica.
Che cosa si è ottenuto?
Non è facile, ma qualche risultato c’è stato. Per esempio, le grandi riviste scientifiche chiedono, prima di pubblicare il resoconto di una ricerca, una esplicita dichiarazione di assenza di conflitto di interessi, in USA le dichiarazioni vengono controllate da un Ce indipendente. Inoltre,
come chiede anche il Cirb, i Comitati etici dovrebbero rifiutare di approvare ricerche in cui il ruolo del ricercatore nella conduzione dello studio, nell'analisi dei dati e nella loro pubblicazione sia in qualche modo sminuito a vantaggio dello sponsor. Sarebbe un buon inizio, ma le difficoltà sono ancora notevoli, soprattutto perché i comitati etici attualmente non sono ben attrezzati per svolgere questo ruolo.
Ci sono stati negli ultimi anni casi eclatanti di farmaci, largamente impiegati e poi ritirati dal mercato perché nocivi. Cosa ne pensa?
Il caso dei farmaci ritirati dal commercio non è un fenomeno nuovo, anche se negli ultimi anni è apparso più evidente soprattutto perché sono migliorati gli strumenti della farmacovigilanza, capace oggi di raccogliere molti più dati sugli effetti collaterali dannosi di quanto potesse avvenire prima: spesso certi effetti collaterali diventano evidenti solo dopo la somministrazione a grandi numeri di pazienti. Le cause possono essere tante: errori nella conduzione delle sperimentazioni, talora - e speriamo che siano casi rari - vere e proprie frodi per occultamento di dati negativi. Ovviamente le frodi o i comportamenti non etici vanno perseguiti severamente, ma una certa percentuale di errori è, almeno per ora, pressoché inevitabile. Dico "almeno per ora" perché oggi si profila la possibilità di aumentare preventivamente la sicurezza e l'efficacia dei farmaci attraverso la farmacogenetica, e cioè lo studio scientifico di un fenomeno che tutti conosciamo: lo stesso farmaco dato a pazienti che soffrono della stessa malattia può generare un differente effetto terapeutico, talora nessun effetto e spesso effetti collaterali. Per spiegare questo punto occorre dire qualcosa su come funziona un farmaco.
In concreto?
L'attività di un farmaco, in breve, si esplica attraverso siti-bersaglio, recettori o enzimi, che possiamo immaginare come una sorta di finestra attraverso la quale le molecole terapeutiche entrano nelle nostre cellule e vi esercitano l'effetto benefico. La presenza o assenza di queste finestre è determinata dal corredo genetico, che varia molto tra gli individui, ed è facile capire che se una persona non ha il gene che comanda l'apertura di quella finestra non può ricevere nessun beneficio dal farmaco. Questo è un evento che si verifica più spesso di quanto si pensi e finora poteva essere accertato solo a posteriori, quando appunto in certi pazienti non si otteneva alcun effetto terapeutico e magari si manifestavano effetti avversi, talora letali. Tutto questo potrebbe presto cambiare grazie appunto alla farmacogenetica, un nuovo settore della ricerca genetica che ha lo scopo di studiare come le differenze genetiche riscontrabili tra gli esseri umani influenzino la variabile risposta dei singoli pazienti allo stesso farmaco. Grazie alla sempre maggiore conoscenza del genoma umano, è un settore in rapidissima evoluzione, che potrà in futuro consentire di somministrare il farmaco giusto al paziente giusto nella dose giusta: una sorta di farmacologia su misura.
La ricerca per la creazione di farmaci ad personam dove si sta sviluppando?
Un paese come l'Inghilterra ne ha già capita tutta l'importanza e investe in questo settore perché si attende grandi risparmi anche in termini economici. Già oggi negli Stati Uniti è stato recuperato un farmaco molto efficace per la cura di una certa forma di cancro, ma che era stato ritirato perché su alcuni pazienti i suoi effetti collaterali erano terribili: oggi viene somministrato solo a quei pazienti che hanno un certo profilo genetico. Sarebbe augurabile che anche in Italia ci fosse più attenzione a questo tema, perché effettivamente, sul lungo periodo, è l'unica strada per realizzare farmaci più sicuri e per rendere più efficiente e quindi meno costosa la loro somministrazione. Il comitato nazionale per la Bioetica sta elaborando un documento che dovrebbe uscire a giugno.
A proposito di psicofarmaci. Dopo anni di impiego del Prozac come antidepressivo è emerso che non solo può slatentizzare aggressività, ma addirittura spingere al suicidio. Ancora più controverso il caso del Ritalin, un derivato di anfetamine che negli Usa viene somministrato ai bambini affetti da un fantasmatico deficit di attenzione. Può accadere che una malattia venga addirittura creata per vendere un certo farmaco?
Non sono in grado di entrare approfonditamente nel merito del caso Prozac e del caso Ritalin, ma credo che una parte del problema si spieghi con quello che può essere chiamato un eccesso di ricorso ai farmaci, soprattutto per quegli ambiti della vita i cui disturbi richiederebbero altre forme di aiuto. Il problema è complesso: da un lato, spesso la medicina tende a presentarsi
come onnipotente e "salvifica", e quindi capace di curare ogni male; dall'altro, noi come pazienti siamo stati troppo inclini ad accettare questa immagine, mentre dovremmo smetterla di delegare la cura della salute a interventi esterni e "salvifici". Lo abbiamo fatto persino con gli antibiotici, assumendoli a tutto spiano anche quando non erano indicati. So bene che non è facile, perché ci siamo cacciati in un circolo vizioso dal quale è difficile uscire. Ci vuole molta più educazione alla salute, a cominciare dalla scuola. So bene che sulla scuola si scaricano ormai fin troppe esigenze formative: ma qui ne va della nostra salute e della nostravita.
La sperimentazione, anche degli psicofarmaci, avviene su animali. Che attendibilità può avere quando è noto che gli animali non hanno la malattia mentale?
Purtroppo gli annali della sperimentazione medica sono pieni di ricerche che avevano dato ottimi risultati sugli animali e nessun risultato sull'uomo, oppure nessun effetto dannoso sugli animali e effetti terribili sull'uomo, come nel caso del Talidomide (ndr: un sedativo negli anni 50 consigliato a tutti: bambini, vecchi, donne in gravidanza. Induceva debolezza e formicolio, disturbi dell’equilibrio, paralisi e vertigini, ma anche nascite di bimbi focomelici. Sperimentato sugli animali non aveva dato effetti collaterali). L'attendibilità dei dati diminuisce fortemente quando siamo in presenza di disturbi squisitamente umani. In realtà, nel caso degli psicofarmaci, credo venga sperimentato sugli animali non l'effetto terapeutico, ma solo la potenziale tossicità e teratogenicità del farmaco. Purtroppo per ora questo è un passaggio inevitabile ed io spero che la possibilità di evitare di ricorrere agli animali come cavie si realizzi presto: ad esempio, sfruttando un nuovo settore di ricerca, quello sulle cellule staminali. Ma sarebbe lungo chiarire questo punto, me ne sono occupato nel mio libro "La bioetica in laboratorio. Cellule staminali, clonazione e salute umana" (ndr: volume edito da Laterza che in maggio uscirà in seconda edizione).
In Italia a che punto è la farmacovigilanza? Siamo in linea con i provvedimenti europei? E infine, l’Agenzia italiana del farmaco collegata al ministero della Salute, funziona?
L'Agenzia del farmaco funziona bene, mentre la rete di farmacovigilanza richiederebbe una migliore messa a punto, soprattutto in relazione alla funzione dei medici di base che poi sono quelli a diretto contatto coi pazienti. Resta ancora molto da fare: abbiamo di recente e con ritardo recepito la direttiva europea che tende ad armonizzare le legislazioni nazionali in materia di sperimentazione farmacologica guidata dalla cosiddetta Good clinical practice, ma molti dicono che avremmo fatto meglio a rifletterci un po’: a livello europeo c'è, ad esempio, un movimento di ricercatori e bioeticisti che protesta perché ritiene, con qualche ragione, che questa direttiva sembra fatta apposta per bloccare la ricerca indipendente e non sponsorizzata, a tutto vantaggio delle grandi case farmaceutiche in grado di affrontare i costi.

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una segnalazione di Paolo Izzo

Ansa.it
16.02.2005 - 12:46
Apre domani a Roma un corso di esorcismo
Lezioni di satanismo all'ateneo Regina Apostolorum


ROMA, 16 FEB - Apre domani al pontificio ateneo Regina Apostolorum di Roma un corso teorico e pratico per sacerdoti su satanismo ed esorcismo. Dall'ateneo spiegano che "molti sacerdoti, nella loro attività pastorale, si trovano ad affrontare questo problema". Il corso è riservato ai sacerdoti e agli studenti di licenza in teologia che si preparano al sacerdozio: le lezioni inizieranno domani e si concluderanno il 14 aprile 2005.

anoressia e bulimia

Yahoo! Salute mercoledì 16 febbraio 2005
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Cure carenti per i disturbi alimentari?
Il Pensiero Scientifico Editore
Paola Mariano

I disturbi alimentari aumentano soprattutto tra i giovanissimi, se ne parla sempre più spesso, ma poi la maggior parte delle persone che ne soffre non riceve le cure necessarie. È la denuncia che arriva dall'Eating Disorders Association (EDA) che ha rilevato pesanti carenze nell’assistenza in questo settore, nonostante l'anno scorso il National Institute for Clinical Excellence (NICE) abbia pubblicato le linee-guida per il trattamento di anoressia e bulimia.
Secondo una ricerca condotta in Inghilterra su 1700 pazienti e loro parenti, il 55 per cento non è seguito da uno specialista, mentre nel 42 per cento dei casi trattati è mancata una diagnosi tempestiva. Eppure, hanno sottolineato gli esperti britannici, scoprire subito queste malattie è proprio una delle principali raccomandazioni delle linee-guide del NICE. Secondo l'analisi effettuata dall’EDA, il difficile accesso agli specialisti è dovuto principalmente alla scarsità di psichiatri, oltre al fatto che solo per il 14 per cento degli intervistati i luoghi di trattamento sono vicino casa. Inoltre solo il 17 per cento dei giovani è trattato con schemi di intervento adatti per la loro età, cosa che rischia di vanificare gli interventi. Senza contare che un terzo delle autorità locali hanno dichiarato di non avere centri specializzati per questo tipo di disturbi.
“Saranno necessari ancora molti anni prima di avere abbastanza psichiatri in grado di offrire le cure necessarie per questo tipo di pazienti”, ha spiegato Susan Ringwood, presidente dell'EDA. Quella delle cure primarie è l'area dove bisogna intervenire subito. I disturbi alimentari sono molto difficili da diagnosticare poiché c'è molta riservatezza sull'argomento e la gente certo non viene in ambulatorio a dire 'Io ho l'anoressia'”.
Le fa eco Eric Shur, consulente psichiatrico del Priory Hospital di Roehampton: “È assolutamente fondamentale identificare e trattare tempestivamente questi disturbi. Per questo motivo è necessario assicurare adeguate risorse ai pazienti e ai medici”.

sballi

La Stampa 16 Febbraio 2005
I RISULTATI DI UNA RICERCA DELL’OSSERVATORIO EPIDEMIOLOGICO DI BOLOGNA
Bere senza freni, anche in Italia lo «sballo» è femmina
«Vino, birra e cocktail non sono più strumenti per socializzare. I giovani vogliono cancellare le angosce»
Franco Giubilei, corrispondente da BOLOGNA

Birra, vino, long-drink o cocktail, qualsiasi alcolico va bene, purché raggiunga l’obiettivo, e cioè «stoni», faccia sballare, riesca ad allentare tensioni e angosce. Cresce il consumo di alcol fra i giovani e lo dimostra una ricerca dell’Osservatorio epidemiologico metropolitano di Bologna, ma la vera novità sono le ragazze, che bevono sempre di più, quasi cercassero di colmare le differenze con l’altro sesso.
I dati, raccolti su un campione di 2 mila giovani dall’età media di 24 anni, intervistati l’estate scorsa ai concerti di Arezzo Wave, dei Cure all’Heineken Jammin’ Festival e al Flippout Festival, mostrano come le rischiose abitudini con la bottiglia non riguardino prevalentemente il cosiddetto sesso forte. Gli operatori hanno fatto compilare un questionario diretto a far emergere le situazioni problematiche senza aggredire gli interessati. Quattro semplici domande: «Senti mai il bisogno di ridurre il bere? Sei mai criticato dagli altri per il modo di bere? Mai provato disagio o senso di colpa per il tuo modo di bere? Mai bevuto alcolici appena alzato?». Una sola risposta positiva significa percezione dell’esistenza del problema, e qui hanno detto sì il 33% delle ragazze e il 47% dei maschi. Due su quattro vogliono dire alto rischio di alcoldipendenza, una condizione che riguarda il 14,2% delle prime e il 22,2% dei secondi. Con tre sì su quattro domande si è di fronte alla certezza della dipendenza: il 4,6% delle ragazze e il 9,4% dei ragazzi è in questa situazione. Inoltre le femmine cominciano a bere in età più giovane rispetto ai maschi.
Raimondo Pavarin, il sociologo ed epidemiologo che ha coordinato lo studio, osserva: «L’uso dell’alcol da parte dei ragazzi sta cambiando: dalla “cultura bagnata”, cioè il bere inteso come mezzo per socializzare, si è passati alla “cultura secca”, tipica dei Paesi anglosassoni, dove si beve allo scopo di sballare con l’alcol. Con la nostra ricerca abbiamo notato che le ragazzine mostrano una maggiore tendenza a bere e, pur avendo una percezione del problema, non si controllano. Vediamo anche come le ragazze tendano a eguagliare i maschi nei loro comportamenti, e questo avviene con le sigarette e con l’alcol, ma anche con le droghe. In altre parole tendono ad assumere stili di vita sempre più simili a quelli dei ragazzi». Per gli stupefacenti, le differenze si assottigliano ancora di più: oltre il 22% delle femmine ammette di aver fatto uso di sostanze nell’ultimo mese contro il 24% dei maschi, un dato che si ripete per quante hanno mischiato droga e alcol nello stesso periodo, mentre il mix di stupefacenti è stato provato dal 22% delle ragazze.
Gli operatori dell’Osservatorio bolognese hanno poi indagato un altro aspetto della vita degli intervistati, cercando di sondare il grado di soddisfazione di ragazzi e ragazze e anche qui le donne hanno mostrato notevoli segni di inquietudine: nel 42,3% dei casi si dichiarano preoccupate per il futuro (contro il 35,3% dei maschi), nel 26,6% non sono soddisfatte della scuola e nel 29% non lo sono del loro lavoro. Il partner non le accontenta per il 23,5% (21% la risposta dei maschi) e l’insoddisfazione arriva al 30% per quanto riguarda il rapporto con i genitori.
Gli elementi dello studio, infine, sono stati incrociati secondo criteri scientifici in modo da stabilire una relazione tra le indicazioni raccolte e le conclusioni compongono un quadro ad alta instabilità per le giovani del terzo millennio: «Le femmine mediamente sono più insoddisfatte dei maschi e più preoccupate del futuro – commenta Pavarin –. Può darsi che siano alla ricerca di nuovi riferimenti, dato che stanno attraversando un’importante fase di transizione che le vede sempre più simili ai maschi per gli stili di vita, come per l’alcol e le droghe. E nei profili di rischio, dove i dati sono stati messi in rapporto fra loro, le ragazze emergono sempre perché lamentano ansia, depressione e problemi con il sonno».

Yahoo! Salute mercoledì 16 febbraio 2005
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
L'alcol distrugge il cervello dei teenager
Il Pensiero Scientifico Editore
David Frati


Il cervello ancora in via di maturazione dei teenager è particolarmente esposto ai rischi di danni dovuti al consumo di alcol. Lo dimostra uno studio pubblicato sulla rivista Alcohol: Clinical and Experimental Research.
Molte recenti ricerche hanno dimostrato che i teenager che abusano di alcol hanno problemi di memoria, di apprendimento, e gli studi sugli animali suggeriscono che questi effetti deleteri possano persistere nell’età adulta. L’ultima ricerca in ordine di tempo arriva dal team di ricercatori guidato da Peter M. Monti della Brown University di Providence, Rhode Island nell’ambito di un simposio della Research Society on Alcoholism tenuto a Vancouver.
Utilizzando tecniche di neuroimaging per analizzare l’attività del cervello di teenager con problemi di abuso di alcol e raffrontarla con teenager normali, Monti ha riscontrato molte anomalie. Durante dei test di memoria, il cervello dei teenager con problemi di alcolismo si è mostrato molto più attivo. Viceversa, quando lo stesso test è stato effettuato su donne alcolizzate dai 18 ai 25 anni, il risultato è stato opposto: l’attività cerebrale stata minore e i loro cervelli hanno offerto performance peggiori. Questi risultati solo apparentemente incoerenti suggeriscono che durante la fase precoce dei disordini da abuso di alcol, nell’adolescenza, il cervello ‘arruoli’ altri neuroni per compensare la sua carenza e portare a termine il suo compito. Ma se l’abuso di alcol prosegue per qualche anno, il danno alle cellule cerebrali cresce e diventa ingestibile per il cervello.
Un fenomeno particolarmente preoccupante è quello dei cosiddetti ‘blackout’: moltissimi teenager (circa metà di quelli intervistati dai ricercatori) riferiscono di bere così tanto a volte che il giorno dopo nemmeno riescono a ricordare cosa hanno fatto durante la festa o la nottata in discoteca durante la quale si sono ubriacati. Si teorizza che negli adolescenti la parte del cervello implicata nella formazione dei ricordi sia particolarmente vulnerabile agli effetti deleteri dell’alcol.
“A questo punto la sfida è far percepire il pericolo ai teenager”, spiega Monti. “Troppo spesso il bere, le sbornie, i blackout sono visti come un ingrediente inevitabile del processo di crescita”.

Fonte: Alcohol: Clinical and Experimental Research, 2005.

archeologia
scoperti nuovi esempi di arte paleolitica

Le Scienze 15.02.2005
Incisioni rupestri di 10.000 anni fa
Scoperti in una grotta nuovi esempi di arte paleolitica

Due membri della Società Speleologica dell'Università di Bristol hanno scoperto alcune incisioni in una caverna nelle Mendip Hills, nel Somerset, che potrebbero essere vecchie di almeno 10.000 anni. Graham Mullan e Linda Wilson, dopo aver trascorso gran parte degli ultimi dieci anni a studiare l'arte delle grotte del paleolitico, avevano recentemente cominciato una ricerca sistematica in tutte le caverne nella Gran Bretagna meridionale, sperando che queste incisioni non si limitassero semplicemente a quelle scoperte a Creswell Crags, nella contea di Nottingham.
I primi risultati di questo studio sono una serie di croci scoperte sulle pareti della grotta Aveline's Hole, nella regione del Somerset. La caverna è celebre per essere il sito del più antico cimitero conosciuto nelle isole britanniche. Una recente ricerca di Rick Schulting e dell'English Heritage ha mostrato che veniva utilizzata in modo intensivo come luogo di sepoltura subito dopo la fine dell'ultima era glaciale, durante il primo periodo mesolitico.
Disegni astratti come quelli ritrovati sono piuttosto comuni negli insediamenti mesolitici. Alcuni, però, risalgono addirittura alle culture del Paleolitico Superiore dell'ultima era glaciale. I dettagli della scoperta sono stati pubblicati sulla rivista "Proceedings of The University of Bristol Spelaeological Society".

© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.

le apparizioni della vergine Maria
anticomunismo al profumo di rose

Corriere della Sera 16.2.05
lo Storico:
«Fatima? Un’icona anticomunista del Novecento»
Giorgio Rumi rilegge il secolo breve: l’identità mariana come simbolo contro il bolscevismo
Gian Guido Vecchi

MILANO - Professor Rumi, i misteri di Fatima hanno percorso il «secolo breve»...
«Io per la verità lo vedo interminabile e pieno di dolori. Ma quando decise di rivelare al mondo il terzo segreto di Fatima, in un certo senso, Papa Wojtyla ha acceso la luce, altro che ritorno al passato! Non è uomo da leggende o paure, la sua devozione è luminosa e punta a ciò che conta. Ha vinto la linea di Montini: si è passati alla Scrittura, a una lettura più profonda, alla meditazione personale. Perché la Madonna ha un ruolo da mediatrice ma grazie a Dio non è più uno strumento».
In che senso?
«Lo sa che Padre Gemelli aveva chiesto a Cadorna di mettere il Sacro Cuore sull’uniforme? Al che Cadorna, un uomo religiosissimo, rispose: eh no, questo non è l’esercito del Papa. Il compromesso fu di mettere il Sacro Cuore dentro l’uniforme, il primo venerdì del ’17 duecentomila ufficiali e milioni di soldati fecero la consacrazione scritta...».
Lo storico Giorgio Rumi sorride, nel ’17 successe di tutto,
«il primo agosto c’era stata la lettera di Benedetto XV "ai capi dei popoli belligeranti" per fermare l’"inutile strage", poi in ottobre accadono due fatti: Caporetto e la rivoluzione bolscevica. Qualche giorno prima c’erano state le apparizioni spettacolari di Fatima. A questo punto anche l’osservatore più prudente qualche pensiero comincia a farlo».
Del tipo?
«C’era un clima da apocalisse. Benedetto voleva la pace, a Caporetto i soldati stremati gridavano "viva il Papa, viva la rivoluzione". L’ Osservatore avrebbe potuto scrivere: basta guerra. E invece no, pubblicò un pezzetto che diceva: la difesa della patria è un dovere del cittadino. Ho trovato un bigliettino di Achille Ratti, futuro Pio XI, che scrive: grazie a Dio il Papa non inalbera la bandiera della rivoluzione».
Sta dicendo che la notizia di Fatima e la profezia sul comunismo in Russia hanno avuto una funzione?
«Io, da storico, mi limito a notare una certa identità cronologica. Si vede una fenomenologia interessante, l’idea della Madre, il cuore, c’è tutto un coinvolgimento emotivo che avrà, quello sì, una funzione precisa a cominciare dal Ventennio».
Quale?
«Gente come don Gnocchi va volontaria in Russia per combattere il comunismo. C’è un’idea da Crociata, la stessa di chi era andato in Spagna a fianco dei franchisti. Uno dei cardini dell’allineamento al fascismo di gente che magari fascista non era fu proprio l’antibolscevismo. Nel ’17 pochi sapevano di Fatima, ma poi la componente mariana diventa fondamentale, come nell’apocalissi la Donna protegge il bambino dal Drago e si diceva: il drago è il comunismo».
E nel dopoguerra?
«Inizia la fase della diga anticomunista, la Madonna pellegrina protegge la civiltà cristiana, durante una processione le tirarono pure una bomba a mano! E nel ’48 votavano per la prima volta le donne che avevano una religiosità più intensa degli uomini...».
La statuetta della Madonna di Fatima andò in pellegrinaggio in tutta Italia nel ’59, a Catania il Paese fu consacrato al «Cuore immacolato di Maria».
«Continua l’idea dell’emblema anticomunista, si prega per la Russia. Finché se ne parla sempre meno e poi scompare».
Suor Lucia chiedeva che il terzo segreto fosse rivelato dopo il ’60, Giovanni XXIII lo legge e non fa nulla...
«Sul segreto non saprei. Ma intanto Stalin è morto, è un altro mondo, c’è il concilio Vaticano II, inizia l’ Ostpolitik vaticana, l’immaginario mariano si riduce a gruppi tradizionalisti. Anche Papa Montini rimarrà molto prudente, di fronte a manifestazioni di fede così estroverse, di massa. Non c’era nessun disprezzo aristocratico, è solo che lui voleva una fede scavata nell’uomo, che non ha bisogno di eventi eccezionali. Del resto era prudente pure Giovanni, figlio di contadini che aveva una vena rigorista tipica dei bergamaschi».
Ma Wojtyla, non ha un atteggiamento diverso?
«Appartiene a un altro mondo, quello della comunicazione globale che Montini aveva appena intravisto. Fatima era troppo grossa per rimanere una questione tra il Sant’Uffizio e la segreteria di Stato. Ma non vedo ritorni "devozionali" nel senso del passato. Giovanni Paolo II ha superato la vecchia fase ed è andato a ciò che veramente conta. A un bel momento ha rivelato il testo, che non aveva nulla di scandaloso, e buonanotte. Anzi, buongiorno».

storia
una legge in discussione al Senato vuole equiparare i nazifascisti ai resistenti

La Stampa 16 Febbraio 2005
I REPUBBLICHINI MASSACRAVANO I CIVILI ITALIANI COME SE SI SENTISSERO IN TERRA STRANIERA
Salò, i «patrioti» della crudeltà
di Giovanni De Luna

Prosegue al Senato il cammino della legge per i benefici ai reduci di Salò. In tre articoli, la legge riconosce la qualifica di militari belligeranti a quanti prestarono servizio nell'esercito della Repubblica Sociale Italiana. In aula, il relatore Piero Pellicini (An) aveva sottolineato che il disegno di legge si basa su una sentenza del 1954 del Tribunale militare che riconosceva ai soldati di Salò la qualifica di combattenti perchè la Rsi aveva «tutte le caratteristiche di governo operante sul territorio sottoposto alla sua sovranità effettiva». Intanto le discussioni e le polemiche continuano. Ieri, in una conferenza stampa al Senato, il presidente emerito della Repubblica Oscari Luigi Scalfaro e i rappresentanti delle associazioni di combattenti e partigiani hanno preso posizione contro il ddl.
NELLA memoria dei reduci di Salò c'è un insistito richiamo all'Italia e alla Patria così da fare del «patriottismo» il valore fondante delle loro scelte. Ed è nel nome di questo «amor di patria» che oggi chiedono al Parlamento italiano di cambiare, - con una legge -, il loro ruolo nella storia, di passare da «nemici» e fiancheggiatori di un occupante straniero a «combattenti» legittimati e riconosciuti. Insieme alla «fedeltà all'alleato tedesco» (che però oggi viene omessa) era proprio «la difesa dell'onore degli italiani» il cardine della loro autorappresentazione 60 anni fa. Ma come tutte le autorappresentazioni anche questa finisce col vacillare se confrontata con quelli che furono i comportamenti realmente messi in pratica dalle forze armate di Salò nei venti mesi della guerra civile.
Quello che colpisce, ad esempio, è la crudeltà sistematica con cui infierirono sui corpi dei partigiani e civili che uccidevano. Ci sono migliaia di fotografie che documentano una sorta di «messa in scena della morte». Ogni volta un cartello («ha colpito in armi la Decima»), un messaggio, una didascalia, «Dio stramaledica gli inglesi e chi li aspetta», così da trasformare quei corpi in altrettanti «monumenti» di una diffusa pedagogia funeraria. A Castelletto Ticino, il 10 novembre 1944, sei partigiani furono prelevati da un reparto della X Mas comandato dall'ex pilota Ungarelli. La popolazione del luogo fu obbligata ad assistere alla loro fucilazione; la gente che transitava sui battelli o sui treni fu fatta scendere. Le salme furono lasciate esposte per tutta la giornata e la notte seguente per quello che Ungarelli definiva «spettacolo punitivo»; quindi vennero sepolte dalla popolazione del luogo nel cimitero del paese, ma, per l'opposizione dei fascisti, non fu possibile racchiuderli dentro le bare. Uno dei fucilati, Barbieri, che insieme agli altri era stato catturato nel corso del rastrellamento in una baita dove si trovava ammalato, gridò all'ultimo istante: «Sparatemi sul cuore e non sul viso, perché voglio essere riconosciuto dopo morto». Ungarelli rispose sparandogli il colpo di grazia sul viso.
Per i fascisti veramente l'uccisione pubblica dei nemici sembra avere un significato che prescinde quasi totalmente dagli scopi militari della guerra; le fotografie dei partigiani fucilati e impiccati, come ci ha ricordato Santo Peli, ci spalancano le porte di una vera e propria «strategia di reificazione dei corpi... in cui viene negata la stessa dignità del morto»; quei ganci di macellaio utilizzati per appendere i nemici uccisi rinviano senza mediazioni alla degradazione dell'avversario a rango di bestia.
Ma non è solo questo. Una delle caratteristiche «militari» della guerra civile è quella di estendersi anche a comunità periferiche, spesso collocate in posizioni strategiche ininfluenti per la conduzione della guerra convenzionale. Così l'esibizione della morte da parte dei fascisti segue percorsi che geograficamente non hanno niente a che vedere con il «fronte» e con la guerra contro gli Alleati coinvolgendo piccoli borghi e grandi città, allargando i cerchi dell'orrore attraverso una vera e propria «imposizione a vedere» a cui sono sottoposti gli abitanti (Mirco Dondi). Nelle stragi, dovunque, al centro come alla periferia, si seguiva un copione preciso, scegliendo ogni volta punti cruciali per lasciare in mostra i morti. E i nostri viali e le nostre piazze ne uscirono sfigurate: «questa serena piazza provinciale, che era popolata per noi dai magici ricordi della fanciullezza - scriveva Piero Calamandrei - ha perduto per sempre la sua pace accogliente da quando sappiamo che vi è rimasto esposto per ventiquattro ore, tra sentinelle tedesche, un povero ragazzo innocente impiccato ad un'inferriata; e in un altro paese toscano il viale dei vecchi platani, nel quale dalla porta delle mura sfociava nei pomeriggi domenicali la folla festiva, è diventato, da quel giorno che a ogni tronco si vide penzolare uno dei cento ostaggi, un desolato cammino di cimitero… quante generazioni occorreranno per dimenticare il maleficio inflittoci da coloro che trasformarono in forche per creature innocenti i benigni alberi delle nostre campagne?».
E' facile incontrare su altri fronti e in altre guerre novecentesche pubbliche esposizioni dei cadaveri lasciati appesi per ore, per giorni, agli alberi, alle forche, ai lampioni, ai balconi, immagini che assumono le cadenze quasi «di azioni sceniche di un teatro di strada». C'è da chiedersi se esiste un tratto tipico dei fascisti nella pratica di questi orrori. In questo senso Mario Isnenghi ne ha sottolineato una sorta di perversa razionalità: da un lato si trattava di assecondare il tentativo di «rescindere ogni legame tra resistenti e popolazione civile»; dall'altro di lasciare sfogare le pulsioni più profonde dei carnefici: «i cadaveri degli uccisi devono restare evidenti, visibili agli uccisori e non solo al popolo. Servono agli uccisori come monito e conferma della propria potenza». Un esempio che sembra confermare questa interpretazione è quello della fucilazione ad opera della banda fascista comandata da Mario Carità di cinque giovani rastrellati a Vinchio, nel Mugello. La scena davanti al plotone di esecuzione fu straziante: i condannati urlavano e si dimenavano ed il plotone dì esecuzione, formato da giovani reclute, era molto scosso. Il plotone si disunì al momento dello sparo (nonostante i componenti fossero stati minacciati il giorno prima, proprio da Mario Carità, il quale aveva promesso loro la stessa fine se si fossero rifiutati di sparare) e sparò malissimo. Tre dei condannati rimasero in vita urlanti per lo spavento e il dolore. Fu data una seconda scarica ma, siccome due ancora urlavano e si dimenavano, Carità diede loro il colpo di grazia. Da allora la persona di Carità divenne, per opinione pubblica, sinonimo di ferocia.
Il ruolo dei vari comandanti delle bande fasciste fu certamente decisivo nell'indurre i militi a comportamenti particolarmente efferati, senza contare il loro particolare reclutamento (volontari fanatici e avventurieri).
Evocando questi capi e queste bande ci imbattiamo in altri aspetti, che investono decisivi «nodi» storiografici. Il tentativo della RSI di dotarsi di una propria forza armata autonoma si era arenato in un marasmatico groviglio logistico e operativo; i tedeschi si erano affermati di fatto come l'unico potere reale presente sul territorio italiano formalmente repubblicano. Per il resto, il moltiplicarsi di formazioni armate tutte apparentemente legali (le Brigate Nere, la Guardia Nazionale Repubblicana, la X Mas, ecc...), la loro eterogeneità, la diversità dei loro comportamenti, disintegravano gli stessi concetti di ordine e legalità a cui la gente aveva sempre riferito i propri bisogni di sicurezza.
Dalla frantumazione dello Stato, dalla sua forzata rinuncia ad esercitare il monopolio legale della violenza e della forza armata, fuoriuscì il magma di una violenza privata incontrollata e incontrollabile. Fu questo lo scenario politico da cui scaturì la scelta disperata ed efferata di trasferire direttamente nei corpi dei nemici uccisi l'unico fondamento della propria credibilità istituzionale e della propria autorità statuale. Se la spontaneità della folla rivoluzionaria infierisce sulle sue vittime per sancire la nascita del nuovo potere, il vecchio potere usa le sue pratiche in un disperato tentativo di protrarre la sua durata: gli impiccati devono rimanere penzolanti, i fucilati insepolti, perché alla sua autorità resta come unico fondamento la paura della morte e la violenza sui corpi nemici.
C'è, inoltre, una marcata analogia con le pratiche che emergono nella «guerra ai civili» condotta dalle truppe di occupazione naziste nei vari paesi europei; non solo nella strategia «ammonitiva» in cui si inserisce l'esposizione pubblica nei corpi, ma anche in quella «vendicativa» che vede quei corpi profanati e oltraggiati nei momenti della ritirata, quando il fronte sta passando, i combattimenti raddoppiano di violenza e la sconfitta appare inevitabile. Le ultime operazioni fasciste a Firenze, ad esempio, ebbero esattamente questo carattere (si pensi al massacro di piazza Torquato Tasso, del 17 luglio '44, dove in un folle tiro al bersaglio un reparto fascista, guidato dal pluri-pregiudicato Bernasconi, aveva ucciso anziani e bambini, tra cui Ivo Poli di quattro anni).
Sarebbe forte la tentazione di lasciare questa cruda elencazione delle pratiche efferate adottate dagli armati di Salò al solo orrore che può suscitare l'esibizione del «sangue dei vincitori», quasi giustapponendo crudeltà a crudeltà, violenza a violenza. Ma lo storico non può fermarsi alla compilazione di un semplice catalogo dell'orrore.
Quelle violenze possono essere decifrate, così da restituirci i caratteri più profondi dell'esperienza mortuaria di Salò e rappresentare un utile promemoria rispetto alle questioni che oggi si discutono in Parlamento. Accanto all'ansia di legittimazione istituzionale, quei comportamenti suggeriscono infatti la possibilità che i fascisti si sentissero come in terra straniera, quasi si trattasse di rendere credibili uomini e istituzioni appartenenti a una potenza occupante e si dovesse combattere dando per scontata una ostilità generalizzata delle popolazioni civili. Era una «sensazione» che si concretizzava in una precisa linea politica, sostenuta senza remore anche dal ministro degli Interni della Rsi, Guido Buffarini Guidi, il quale, in un rapporto inviato ai prefetti delle province piemontesi scriveva, appunto, che «la popolazione civile nella sua più ampia maggioranza favorisce i banditi e quindi tutta può e deve pagare». Sembrava la riedizione, anche nei termini usati («ricordare che ogni cittadino può mascherare un partigiano che, seppellito il fucile e impugnata la vanga, è pronto a riprenderlo per tirare nella schiena ai nostri soldati») degli ordini impartiti ai reparti italiani in Jugoslavia. Riaffioravano scelte e comportamenti adottati sia in Etiopia, sia nella repressione dei movimenti partigiani nei Balcani e negli altri territori tenuti dalle truppe italiane prima dell'8 settembre 1943, operazioni compiute tutte al di fuori delle regole della «guerra simmetrica». Solo che in questo caso la violenza colpiva non slavi o abissini ma direttamente gli italiani.

L'Unità 16 Febbraio 2005
La Legge dell’Orrore
di Nicola Tranfaglia

L’offensiva degli eredi del fascismo italiano, a sessant'anni dalla fine della seconda guerra mondiale e nell'imminenza del 25 aprile del 2005 che ricorda la ricorrenza della vittoria dei partigiani e della liberazione delle grandi città del Nord prima delle truppe alleate, raggiunge un primo, importante obbiettivo per distruggere le basi della Repubblica e della Costituzione vigente.
Questo è il significato, ignorato fino ad oggi da tutti i canali televisivi e dalla cosiddetta stampa indipendente, del disegno di legge numero 2224 presentato dai parlamentari di Alleanza Nazionale.
Un disegno di legge che in due soli articoli rovescia il senso della resistenza e della contrapposizione storica tra i giovani che scelsero di lottare contro i tedeschi occupanti e i fascisti della repubblica sociale italiana e quelli che all'opposto decisero di arruolarsi nelle file delle truppe di Salò che combatterono per venti mesi contro i partigiani e gli alleati angloamericani.
La legge che la maggioranza di centro-destra al potere vuole far approvare dalle Camere, utilizzando una sentenza del Tribunale Supremo Militare del 25 aprile 1954, formato in assenza di epurazione, da magistrati militari che erano stati fascisti e lo erano rimasti fino alla fine, decreta che ai soldati e ufficiali che militarono nell'esercito della repubblica sociale italiana, deve essere riconosciuto lo status di militari combattenti equiparati a “quanti combatterono nei diversi paesi in conflitto durante la seconda guerra mondiale”.
Ma una simile affermazione é contraddetta nella sostanza dal significato che ebbe sul piano storico la caduta del governo fascista di Mussolini il 25 luglio 1943 e il Capo dello Stato, secondo lo Statuto albertino, cioè il re Vittorio Emanuele III, dopo le dimissioni date da Mussolini, diede al maresciallo Pietro Badoglio l'incarico di formare un nuovo governo.
Sul piano formale, come su quello sostanziale, nasce così il governo legittimo dell'Italia che é spinto dall'armistizio e dalla presenza delle truppe tedesche a lasciare la capitale e a stabilirla a Brindisi nel territorio liberato dagli alleati angloamericani.
Alla luce degli avvenimenti, e indipendentemente dal giudizio negativo che si può dare della fuga del sovrano e di Badoglio da Roma che favorisce oggettivamente l'occupazione della capitale da parte delle truppe naziste, esiste e non può esistere che un solo governo legittimo italiano.
Quello nato a Salò, per opera dei nazisti e del decaduto dittatore italiano, é un governo illegittimo che, in maniera illeggittima, forma un esercito che combatte, sotto il comando nazista, contro i partigiani italiani e le truppe alleate.
Non si può sostenere, come fa il disegno di legge presentato dagli eredi del fascismo, sulla base di quella sentenza del Tribunale Supremo Militare del 1954 e di una circolare del Ministero della Guerra del maggio 1945 che va nella stessa direzione, che tutto deve essere rovesciato e che poiché il governo della repubblica sociale, governo di fatto, dura quasi due anni e arma truppe che hanno proprie insegne e proprie armi e, nello stesso tempo, il governo di Badoglio opera in un territorio occupato dagli alleati, va riconosciuta ai combattenti di Salò la qualifica di militari belligeranti al pari di tutti i combattenti della seconda guerra mondiale.
Non si ricorda in quel disegno di legge che le truppe di Salò più che combattere contro gli alleati vennero usate essenzialmente per rappresaglie contro i partigiani e stragi contro i civili durante i venti mesi di guerra né che il governo di Salò agiva in regime di occupazione, al pari di quello legittimo, e che, a differenza del governo Badoglio era alle strette dipendenze della Wermacht e delle SS.
Si mette sullo stesso piano, in altri termini, la scelta di chi ha lottato e versato il proprio sangue per costruire in Italia una democrazia parlamentare e quella di chi non solo non ha rinnegato gli obbiettivi politici e ideologici della dittatura fascista ma ha ritenuto di poter condividere la visione hitleriana e razzista dell'Ordine nuovo nazista.
Per ora non si parla di pensioni e di riconoscimenti economici per i combattenti della repubblica sociale ma é solo il primo passo. Approvato questo disegno di legge, ce ne sarà un secondo che dovrà stabilire le elargizioni dello Stato nei confronti dei reduci di Salò. Basta aspettare qualche settimana o qualche mese e il secondo disegno di legge completerà il rovesciamento dei valori e della storia che si vuol compiere.
È bastato che si dicesse,qualche anno fa, che molti giovani avevano scelto di combattere con Salò in buona fede, vale a dire credendo che il fascismo, malgrado l'alleanza con Hitler, fosse ancora il governo legittimo dell'Italia, il custode della fede e dell'onore degli italiani malgrado l'immensa disfatta della guerra e tutti quelli caduti in Grecia e in Russia per la colpevole impreparazione militare del regime, perché gli eredi del fascismo si sentissero autorizzati a rivalutare sul piano storico e istituzionale i propri caduti fino a proporre di equipararli a tutti gli effetti ai partigiani antifascisti.
La verità é che questa non é una destra democratica ed europea, capace di riconoscere i gravi errori del passato ma é una destra che non rinuncia all'esperienza fascista persino nella sua versione peggiore colpevole della deportazione e del massacro degli ebrei, degli zingari e degli oppositori politici, sia come complice dei nazisti, sia in proprio con il proprio sistema di campi di concentramento, con le stragi compiute in Jugoslavia e nei paesi balcanici.
Possibile che tanti che a destra si definiscono liberali e democratici, che i grandi quotidiani di questo paese non sentano il bisogno di sollevare un simile problema e cercare di fermare l'approvazione di una legge così chiaramente immorale e storicamente illegittima? È quello che vedremo nei prossimi giorni e settimane.
Possibile che tanti liberali e democratici, che i grandi quotidiani di questo paese non sentano il bisogno di cercare di fermare una legge così immorale e storicamente illegittima?

L'Unità 14.02.2005
La loro legge: SS uguali ai partigiani
di Wladimiro Settimelli

Sì, anche le Ss italiane che operarono direttamente al comando dei nazisti negli ultimi mesi di vita della Rsi, se passerà il progetto di legge presentato da Alleanza nazionale e ora all’esame del Senato, potrebbero essere ritenute «cobelligeranti». Insomma, essere equiparati ai partigiani e ai combattenti della libertà. Tale onore non toccherebbe, dunque, soltanto alla Guardia nazionale repubblicana, alle camicie nere della «Muti» e ai membri delle varie bande di torturatori e di assassini che operarono, prima della Liberazione, a Roma, a Firenze, a Milano e a Torino. Tra loro, come sta scritto in tutti i testi di storia, c’erano gli uomini di Bardi , Pollastrini e Pietro Kock per quanto riguarda Roma o agli uomini del maggiore Mario Carità per Firenze.
Legittimi combattenti
Ma quello che più colpisce, appunto, è la eventuale possibilità che persino gli ancora vivi delle «Ss» italiane, vengano considerati e riconosciuti legittimi combattenti.
Insomma, se il progetto di legge è assurdo e inaccettabile per i «repubblichini», mette in ansia e riempie di angoscia l’eventualità che la stessa situazione venga persino applicata a coloro che servirono direttamente agli ordini di Hitler.
Gli arruolamenti nelle «Ss» avvennero previo diretto e inequivocabile accordo tra il governo di Salò e lo stato maggiore delle «Ss» a Berlino. Dunque, gli italiani arruolati nel «corpo scelto» del nazismo, un corpo «arianissimo» al servizio dei Reich, un corpo responsabili di sterminii impensabili e gestore anche dei campi di concentramento, a tutti gli effetti erano anche soldati di Salò. Certo, il loro trattamemnto, dal punto di vista economico, da quello dell’armamento e della vita nelle caserme era completamente diverso dagli altri arruolati e questo suscitò proteste e gelosie tra gli stessi fascisti. Anche le «Ss» italiane,ovviamente, furono considerate formazioni d’elite e un corpo armato del tutto particolare. Intanto, sottratto allo stato maggiore italiano, ai vari gerarchi come Ricci e Pavolini e allo stesso Mussolini.
Arruolatevi!
L’arruolamento, si svolse in maniera rapidissima, perfino nei campi di prigionia italiani in Germania. È dunque chiaro che alcuni si arruolarono solo per tornare in Italia. Altri, successivamente, si unirono alle formazioni partigiane portando via dalle caserme tutto quanto potevano. Altri ancora, i peggiori, valutarono attentamente il fatto che, in Italia, e nelle zone sotto controllo fascista, con la divisa delle «Ss» addosso, era possibile spadroneggiare, rubare, torturare, senza doverne rispondere direttamente ai comandi italiani. Molti altri si arruolarono per poter servire fino alla fine il potere di Hitler, con il «rigore» tipicamente nazista e la insindacabilità concessa alle «Ss» anche sul suolo italiano.
Le «Ss» nostrane raggiunsero, ben presto, la forza di alcuni battaglioni ed erano, dunque, diverse centinaia.
Per quali operazioni vennero usati gli uomini? Ovviamente per rastrellare e catturare i partigiani, gli antifascisti o i giovani che si erano rifiutati di presentarsi per il servizio di leva. È inutile aggiungere che parteciparono ad alcuni terribili massacri e che si distinsero nell’incendiare paesi e paesetti. Quando si trattava di deportare la popolazione civile, in pratica si «nascondevano» sotto la divisa nazista evitando persino di parlare in italiano per non farsi riconoscere. Così capitò spesso che certe stragi e certi rastrellamenti apparvero come opera dei soli soldati tedeschi. Nell’«armadio della vergogna» e nel corso delle indagini su certe stragi terrificanti in Emilia, Toscana, Piemonte e in Liguria, pare siano apparsi, nel dopoguerra, i nomi di alcune comnpagnie di «Ss» italiane.
Scartoffie.
Naturalmente, quei nomi sono sempre rimasti sepolti sotto le scartoffie e nessuno di quei personaggi, per ora, è stato chiamato a rispondere del proprio operato. Molti di loro, alla fine della guerra, partirono per il Sud America. Ora, con la proposta di legge di Alleanza nazionale, anche loro potrebbero diventare come i partigiani e gli altri combattenti della libertà. Per questo, martedì, nell’immediato pomeriggio, proprio al Senato, i rappresentanti delle Associazioni partigiane e della Resistenza, dei perseguitati politici, dei deportati nei campo di sterminio, della Federazione dei combattenti per la libertà, delle Associazioni ebraiche, terranno una conferenza stampa.
Saranno presenti anche l’ex presidente della Repubblica Scalfaro e il partigiano Vassalli. Non mancheranno anche alcune famosissime medaglie d’oro della Resistenza.