mercoledì 10 settembre 2003

sull'Unità il commento di Adriana Faranda a Buongiorno, notte

l'Unità 10.9.03
Il caso Moro e il film Buongiorno, notte
Faranda, ex br: «Mi chiedo perché non ci hanno mai preso...»
di Federica Fantozzi

C’è una scena di Buongiorno, notte in cui le due vite di Maya Sansa-Anna Laura Braghetti, bibliotecaria di giorno e brigatísta di notte, si sfiorano, collidono e implodono all'interno dell'esile corpo di colei che le conduce. Accade quando un collega ignaro le descrive come in una sceneggiatura ha immaginato i carcerieri del presidente della Dc: «Fra loro c'è una donna, giovane, come te. È divisa, lacerata, non sa cosa volere. Denunciare i suoi compagni le parrebbe un tradimento troppo grosso, ma neppure riesce a condividere fino in fondo quanto sta accadendo».
Adriana Faranda, sdraiata sul divano, fuma una sigaretta dopo l'altra. Fissa lo schermo dove solo gli occhi vitrei di Sansa-Braghetti, uno scatto delle gambe, una frazione di sguardo in fuga, ne testimoniano il corto circuito interiore. Quella frase la colpisce: «Anch'io mi sentivo così. Divisa fra la rigidità dello Stato e la disciplina dell'organizzazione». Un «senso di claustrofobia», prosegue Faranda, che il film rende appíeno. È un film notturno, di interni del «covo», di atmosfere cupe e dialoghi mozzi: prigioniero Aldo Moro; prigionieri della loro scelta anche i quattro carcerierì (la Braghetti - al cui libro si è ispirato Bellocchio - Maccari, Gallinari e Moretti) e quanti altri erano a parte del sequestro.
All'epoca Adriana Faranda era, insieme al suo uomo Valerio Morucci, alla guida della colonna romana delle Br. Nota alle cronache come «la donna con la Skorpion» nell'operazione ebbe un ruolo di supporto logistico. 0ggi è libera dopo aver scontato 15 anni, più due di libertà condizionale. Dall'esperienza della lotta armata si è dissociata, non pentita: ha riflettuto, cioè, senza far nomi. Sia lei che Morucci si opposero all'esecuzione dell'ostaggio, ruppero con le Br e furono condannati a morte. E adesso? Si definisce una «convertita al dialogo», ma soprattutto una «spretata»: «Non ho cercato un'altra chiesa. Quelle che vedo in giro non mi sembrano poi tanto meglio» taglia corto. Dal televisore - al secondo piano della casa in cui vive con il compagno francese e i due enormi, pelosissimi cani Ginevra e Pico - arriva la voce bassa di Roberto Herlitzka nella parte di Moro. Lo statista Dc sa di avere di fronte dei fanatici, il ruolo che il regista gli attribuisce è quello di un padre confessore: «Sono cristiano, ma con le crociate abbiamo finito da secoli, l'ultima stregavenne bruciata in Svizzera». Faranda annuisce e chiude il cerchio: «Per noi la lotta armata era una religione, le Br una chiesa».
Ha acconsentito, dopo molte esitazioni, a guardare una videocassetta del film. A notte fonda, con la terrazza spalancata sul lago silenzioso e illuminato dalla luna. Niente cinema: «Non mi piace l'idea deì brigatisti che vanno a rivedersi sullo schermo, c'è una questione di opportunità». Si è astenuta dal Caso Moro di Ferrara e da Piazza delle Cinque Lune di Martinelli. Qui è un po' diverso. Tre anni fa Bellocchio avrebbe voluto i diritti cinematografici della sua autobiografia. Lei non ha ceduto e non lo rimpiange, anche se il film le piace: «È toccante, Anna Laura ne esce bene. Ma lei era così: una persona sensibile». Questo fa il film: umanizza i terroristi, restituisce ì volti di assassini tormentati dai dubbi e privi di argomentazioni, piccoli anche nelle domande, schiacciati dalla fede pacata di Moro.
A toccare Faranda è poi un'altra scena: Sansa-Braghetti aspetta nell'appartamento il ritorno del commando; suonano, ma è una vicina che le mette in braccio il figlio neonato; poco dopo, arriveranno i tre con l'ostaggio. Dice «Questa contemporaneità è un momento intenso. Una metafora forse facile ma certo attinente alla sensibilità femminile». L'uomo inerme come un infante? «La goffaggine di Anna Laura nel tenere il bambino è pari all'incapacità di rapportarsi a Moro. In entrambi i casi le mancano gli strumenti».
«C'era molta angoscia - ricorda ancora Faranda - Quante Anna Laura fra noi, contrarie ma incapaci di opporsi, sarebbero emerse se solo si fosse trovato il linguaggio giusto. Perché se per una cosa non si trovavano motivazioni razionali, tanto valeva non dirla. Eravamo stretti nella camicia di forza dell'ideologia». Giá, il linguaggio, che doveva essere polifico e non umanitario, perché guai a vedere Moro come un uomo anziché il simbolo dei potere. Eppure, la consapevolezza crescente di essere soli. «Non trovavamo consenso neppure nell'acqua in cui nuotavamo - dice Faranda - nelle assemblee universitarie ci chiedevano di liberarlo». Era Moretti a informarla durante le riunioni periodiche della colonna romana. Moro scriveva lettere su lettere, rendendosi intanto conto che sarebbero state vane: «Ne scrisse una trentina. Agli amici potenti che lo avevano scaricato. A sua moglie Noretta, una lettera bellissima e sconvolgente. Ci sconvolse vedere il suo stile involuto divenire così semplice, essenziale». Lei le portava «al solito posto», una chiesa, dove le raccoglieva un ex militante di Potere Operaio, Lanfranco Pace: «Una, addirittura, la lasciai sotto casa di Andreotti, tanto per toccargli il naso». Pace era in contatto con i socialisti «gli unici disponibili a trattare». Faranda ricorda che nessuno mai li seguì né li intercettò: «Eppure all'università bastava chiedere chi fossero i brigatisti, lo sapevano in molti. Mi chiedo perché non ci hanno mai preso. Ci hanno lasciato fare? Non sono in grado di darmi una risposta, ma è una riflessione che ho fatto». Moretti poteva essere un infiltrato? «Non lo credo, è la tesi di Franceschini ma per me sono sciocchezze. Si è fatto 20 anni di galera. No, Moro lo abbiamo ucciso noi, non i servizi».
Buongiorno, notte si avvia alla fine. Moretti e gli altri sono delusi, dal prigioniero non hanno avuto conferma dell'esistenza del Sim, l'ipotetico Stato Imperialista delle Multinazionali, né di altro: «Era elusivo, sfuggente. Non riuscivano a incastrarlo. Li portava in giro dove voleva».
Herhtzka-Moro scrive al Papa affinché interceda per lui. Chiede ai suoi carcerieri di esprimere un giudizio su quello scritto, se sia convincente o meno. Sansa-Braghetti ascolta e piange. «L'ha commossa?« spera Moro. «No - è la crudele risposta - E una lettera debole e rassegnata. Ma forse va bene così, tanto deve leggerla un vecchio». Di nuovo l'ostacolo della lingua, ma affiora la frustrazione: «Anna Laura avrebbe voluto sentire parole diverse, più forti, più incisive». Parole in grado di salvare quell'uomo condannato da inarrestabili meccanismi a orologeria attivati da loro stessi.
Eppure, il messaggio di Paolo VI non fu privo di conseguenze: «Raggiunse molti di noi come uno shock. Io fui colpita da due cose. Anzitutto si rivolgeva agli “uomini delle Brigate Rosse", partiva da quegli stessi valori di umanità da cui ci eravamo mossi noi, prima di diventare una versione in sedicesimo dello Stato-nemico. E poi la richiesta di liberarlo senza contropartita». Lì scatta il dissenso: «Proprio quello sarebbe stato un atto di forza. Noi lo avevamo preso, noi potevamo ucciderlo, noi decidevamo di lasciarlo andare Moro vivo avrebbe messo in crisi lo Stato e, forse, anche le Br», Nonostante il no della coppia, le colonne brigatiste confermano la sentenza della «giustizia proletaria»: «Fu una decisione presa a maggioranza, Morettì non fu giudice ultimo». Faranda era già quasi fuori dalle logiche che l'avevano armata.
Venticinque anni dopo le è difficile deporre un ultimo interrogativo che somiglia a uno scudo: «Se solo lo Stato avesse trattato Lo hanno fatto per tutti tranne che per lui. Bastava liberare qualche detenuto, anche al di fuori della lista che avevamo redatto. 0 anche, senza rilasciare nessuno, chiudere le carceri speciali. 0 dare un segnale qualunque di voler intavolare una trattativa, che avrebbe spaccato il fronte dell'intransigenza brigatìsta... ». La linea della fermezza, che l'opera di Bellocchio ritrae senza padri, oggi appare una linea Maginot delle colpe e dei rimorsi collettivi e individuali. Buongiorno, notte è finito. Resta il sapore di una seduta di analisi retrospettiva: «Questo filmè più facile da capire per noi che per gli spettatori estranei, Noi ne possediamo il linguaggio, le chiavi di lettura». E i ricordi.

l'anima

La Stampa Tuttoscienze 10.9.03
L’anima è una rete di neuroni? Si cerca la nostra «scatola nera»
UN CONVEGNO INTERNAZIONALE A PRAGA HA LASCIATO SULLE LORO POSIZIONI SIA I FAUTORI DEL DUALISMO CARTESIANO SIA QUELLI INCLINI ALL’UNITARISMO
Francesco Monaco
(*)

IL film «21 grammi» a Venezia ha riproposto antiche domande. Esiste l'anima? Se c'è, dove si trova? Mettendo da parte ogni considerazione filosofica o religiosa, il presupposto per ogni tipo di spiegazione scientifica della coscienza è che la risposta a domande come queste si trovi scritta nell'anatomia e nella fisiologia del cervello. Oggi esistono tecnologie, come la tomografia a emissione di positroni o la risonanza magnetica funzionale, che forniscono informazioni sull'attività delle diverse aree cerebrali in risposta alle varie attività mentali compiute dal soggetto in esame: rievocazione di ricordi, calcoli mentali, pensieri, emozioni... Un'altra sorgente di dati sulle basi neuronali dell'attività cosciente è lo studio delle alterazioni della coscienza in risposta alle patologie che colpiscono il cervello (traumi, epilessie, malattie neurodegenerative). La nascita di una vera e propria neurologia della coscienza si deve a un evento fortuito. Nel 1848, in una miniera nella regione del Vermont, nel Nordamerica, in seguito all'esplosione accidentale di una carica di dinamite, una sbarra d'acciaio attraversò il cranio di un minatore, perforando parte del lobo frontale del suo cervello. Il minatore, che si chiamava Phineas Gage, miracolosamente sopravvisse, e non riportò conseguenza alcuna del suo del terribile incidente, ad eccezione di un inspiegabile mutamento di carattere. Da operaio onesto e rispettabile, Gage era diventato un soggetto perfido e inaffidabile, quel che si dice un'altra persona. Phineas Gage è considerato il primo caso di correlazione tra danno cerebrale e alterazione del comportamento sociale. Oltre un secolo più tardi, nel 1994 Antonio Damasio, direttore del Dipartimento di Neurologia dello Iowa Medical Center, riesumò lo scheletro di Gage e ricostruì al computer l'esatta traiettoria compiuta dalla sbarra d'acciaio attraverso il cranio dello sfortunato minatore. Damasio scoprì che le lesioni erano limitate a una ristretta porzione del lobo frontale del cervello, denominata corteccia prefrontale, e pubblicò i risultati dei suoi studi su «Science». A questo articolo seguì un libro, che divenne presto un best-seller tradotto in 17 lingue, dall'esplicito titolo "L'errore di Cartesio". In esso Damasio sferra un pesante attacco al dualismo cartesiano mente-cervello, proponendo di sostituire al comune modo di dire "io ho un cervello", la più corretta espressione "io sono un cervello". Francis Crick, il Premio Nobel che quarant’anni fa descrisse la struttura a doppia elica del DNA, ha di recente pubblicato un articolo su «Nature Neuroscience» in cui ribadisce con assoluta convinzione la sua "ipotesi sconvolgente" (già espressa nel 1994) circa la natura puramente biologica dell'anima. Per Crick "tutti i nostri stati interiori, gioie e dolori, memorie ed ambizioni, persino la nostra identità personale e la stessa volontà, non sono altro che il comportamento di una vasta assemblea di cellule nervose". Naturalmente Crick si presenta alla "battaglia sulla coscienza" con credenziali impressionanti, dopo anni di esperimenti condotti sia sugli animali che sull'uomo. In particolare, egli ha concentrato i suoi studi sulla corteccia visiva e su come diventiamo coscienti di ciò che vediamo. Quindi che i nostri occhi siano "finestre per la nostra anima" non è per Crick solo un aforisma. Un'altra finestra aperta sul funzionamento del cervello e sulla coscienza è l'epilessia, malattia della quale erano affetti anche alcuni dei pazienti studiati da Crick. Le crisi epilettiche che insorgono in certe aree cerebrali - ad esempio, i lobi temporali - danno luogo ad alterazioni qualitative dello stato di coscienza, che vanno dagli episodi di déjà-vu (sensazione, talvolta presente anche in soggetti sani, di aver già vissuto il momento che si sta vivendo) a veri e propri stati sognanti con esperienze mentali complesse. Non di rado queste ultime assumono tratti a sfondo mistico-religioso: basti pensare alle sensazioni estatiche di "perfetta armonia" di Dostoevskij, autobiograficamente descritte nel protagonista del romanzo "L'idiota", il principe Misckin. D'altra parte, è possibile, mediante stimolazione elettrica di alcune aree cerebrali (come l'amigdala), scatenare in soggetti sani gli stessi sentimenti di allegria o tristezza, paura o rabbia o altri ancora, simili alle crisi dei citati pazienti con epilessia, ad origine nella stessa sede. In luglio a Praga nel convegno internazionale "Verso una scienza della coscienza" un centinaio di neuroscienziati, psicologi, filosofi, fisici ed esperti di intelligenza artificiale hanno presentato i risultati delle proprie ricerche sulla coscienza. Il dibattito è stato, come sempre in questi casi, molto acceso, ma alla fine ognuno è rimasto ancorato alle proprie posizioni, spesso "fideistiche". E’ difficile dire se sia veramente possibile "registrare" un'esperienza soggettiva, in altre parole fotografare un'emozione, identificare il circuito nervoso di un senso di colpa, localizzare le aree cerebrali del sentimento d'amore. Forse noi non riusciremo mai a "prendere l'anima", ovvero ad estrarre qualcosa di circoscritto - la "scatola nera" - grande contenitore di tutti i misteri del nostro "io". Ma sapere come funziona ci potrebbe aiutare a curarla.

(*)Università del Piemonte Orientale, Novara

Claudio Galeno, 129-200 (ca) d.C. e la melanconia

il manifesto 10.9.03
Sangue e anima della melanconia secondo Galeno
Brillantemente curato e introdotto da Franco Voltaggio, è uscito presso l'editore Nino Aragno il Trattato sulla bile nera del grande medico Claudio Galeno. un prezioso fossile della cultura occidentale, basato sulla considerazione per cui «l'umore melanconico è generato nel corpo dell'uomo», e nessuno ne è immune
di YURIJ CASTELFRANCHI


Sentimento fra i più complessi a descriversi, malattia dell'anima e musa dell'artista, da secoli la melanconia è inquilina della letteratura, dell'arte, del pensiero scientifico occidentale. La salutava Giacomo Leopardi nello Zibaldone come «l'amica della verità, la luce per discoprirla, la meno soggetta a errare». La vedeva sorella della noia, e assieme le dichiarava alleate del pensare e del sentire poetico. Scriveva: «non è propria de' tempi nostri altra poesia che la malinconica». E se la noia leopardiana trovava in Francia un equivalente nell'ennui di Baudelaire, per i romantici inglesi diveniva invece spleen, la milza. Come a chiudere un cerchio sentimentale antichissimo, fra noia e melanconia, radicato nell'immaginario occidentale: perché la milza, secoli prima, era stata per i medici greci prima e romani poi organo di passaggio di quella melàine chole, atra bile, l'umor nero responsabile del misterioso affetto melanconico. Uscito di recente per i tipi di Nino Aragno Editore (pp.126, E.10,00) il Trattato sulla bile nera ci restituisce - arricchito da un'illuminante introduzione del curatore, Franco Voltaggio - il breve testo che Galeno di Pergamo, celeberrimo medico d'epoca imperiale, dedicò a tale bizzarro ospite della milza e dell'anima. Il libro è interessante non solo di per sé ma anche nella sua connotazione di piccolo fossile della cultura occidentale: ci mostra, infatti, parte delle profonde radici dell'immaginario legato alla melanconia.

Claudio Galeno (nato a Pergamo, in Asia Minore, attorno al 129 d.C., morto forse a Roma verso il 200) era stato destinato dagli dei, secondo una leggenda voluta dal padre Nikon (che fu, per inciso, grande architetto) ad essere medico. Fu forse il più celebre del mondo antico dopo Ippocrate, tanto che gli vennero attribuiti - spesso a torto - oltre quattrocento scritti (ne sopravvivono un centinaio). Medico dei gladiatori di Pergamo, si trasferì poi a Roma entrando nelle grazie di Marco Aurelio, grande imperatore melanconico.

Brevissimo trattato, il Perí Melàine Chole (De atra bile nella versione latina) è scritto da Galeno per ricapitolare la propria teoria degli umori (evoluzione di quella di tradizione ippocratica) e attaccare quanti lo avevano frainteso o fatto obiezioni. Voleva l'antica prospettiva tetradica che quattro fossero gli elementi fondamentali (aria, acqua, terra, fuoco), quattro le «qualità» primarie (secco, umido, freddo, caldo). Quattro, di conseguenza - pensò Ippocrate e con lui molti altri - dovevano essere gli «umori» (chymoi), le sostanze base che componevano un organismo: il sangue (che aveva per sito privilegiato il cuore), la bile gialla (contenuta nella cistifellea), la bile nera (che passava attraverso la milza) e il flegma (secrezione biancastra che aveva come sede privilegiata il cervello). Polibo, genero di Ippocrate, spiegò come l'uomo, mirabile miscela di sostanze, era in salute quando i quattro umori si trovavano «ben temperati», miscelati in uno stato di armoniosa krasis. La patologia, al contrario, corrispondeva al dissolversi in parti separate («discrasia») di tale miscela: la separazione o l'eccessiva presenza di uno piuttosto che un altro degli umori corrispondeva a un tipo di malattia anziché un altro.

Galeno riprende e approfondisce tale dottrina e, concentrandosi sulla bile nera, tenta di mostrare come la separazione di questa nel corpo, l'«umor melancolico», possa causare malanni svariati, dalla melanconia all'antrace o l'elefantiasi. Lo fa richiamandosi all'autorità del maestro Ippocrate, cui dedica forse l'omaggio massimo per un greco, l'epiteto, antico di secoli, dei valorosi: anèr kalòs te kai agathòs, uomo «bello e buono», immacolato nel fisico come nella virtù. Ma rivendica anche, con discreta dose di narcisismo, i propri contributi originali, che molti contemporanei avevano messo in discussione definendo Galeno un «medico a parole» (e sottolineando come fosse fuggito da Roma, nel 166, appena giunta la notizia della peste).

Naturalmente, la terminologia, l'etiologia, i metodi di Galeno sono profondamente diversi da quelli tipici della medicina moderna. Considerato da molti, sino a tutto il Medioevo, come il più grande dei medici, Galeno cadde in disgrazia durante il Rinascimento per colpa di un clamoroso errore sulla circolazione del sangue. La rivoluzionaria, orgogliosa rivalutazione dell'agire da «vili mechanici», del saper fare pratico, dello sperimentare con le mani, del dissezionare e ridisegnare tipici del Rinascimento, fecero sì che Vesalio e i suoi seguaci presto scoprissero l'inesistenza dei fori che Galeno aveva detto di vedere nel setto interventricolare e la cui inesistenza sembrava cestinare l'intera teoria galenica della circolazione sanguigna. «Galenismo» passò a significare - scrive Voltaggio nell'introduzione - «medicina incentrata su idee preconcette e sprezzante di ogni genere di validazione empirica». Ma già nell'800 Galeno fu rivalutato come grandissimo fisiologo e pensatore. E il testo curato da Voltaggio dà luce al fascino e all'attualità di alcune idee del medico di Pergamo. Per esempio, la continuità fra uomo e animale, entrambi creati da un demiurgo affinché i loro corpi e il loro metabolismo fossero adatti ai rispettivi climi e usi di vita: studiare l'animale, sembra sottintendere Galeno, permette di osservare caratteristiche che, mutatis mutandis, ci aiutino a capire l'uomo. Non solo: anche se «per la medicina antica» - scrive Voltaggio nell'introduzione - «la melanconia è un male contrassegnato da delirio, spunti ansiosi e una vivace agitazione psico-motoria», mentre per la psichiatria moderna «è una sindrome mentale assai impegnativa», con forti contiguità con la depressione, «caratterizzata da angoscia, perdita dell'autostima ed aura intensamente stuporosa, tale da indurre il soggetto alla totale inazione», in entrambi i mondi culturali tratto peculiare della melanconia è «l'incapacità di accettare e di accettarsi».

E in Galeno come in Leopardi, in Shakespeare come in Pessoa, sembra possibile rintracciare un filo rosso che lega al sentire melanconico una parte importante della creazione artistica e del sentire umano. Galeno difende l'idea che la bile nera sia contenuta, seppure invisibile, anche nei corpi sani. Scrive: «certamente il corpo non possiede alcun organo che contenga la bile nera così come il fegato, in una sua vescica (la cistifellea) contiene la bile gialla, ma cadono nel ridicolo quanti credono che questa sia una prova dell'assoluta mancanza dell'umore melanconico nei corpi perfettamente sani». E altrove: «tutte queste cose attestano che l'umore melanconico è generato nel corpo dell'uomo». Ancora più interessanti i pochi indizi che Galeno lascia trasparire sulla cura della melanconia. Occorre «purgare il sangue» con l'elleboro, dice Galeno raccontando il mito delle figlie di Preto, fatte impazzire da Dioniso per averne osteggiato il culto. Ma, fra le righe, il medico dice assai di più. Perché a curare le pretidi, nota Voltaggio (che traccia una piccola ma puntuale storia della melanconia) fu Melampo. E Melampo era il fondatore di quel culto di Dioniso che le donne non riuscivano a sopportare: «il vero presidio terapeutico delle Pretidi» - sottolinea Voltaggio - «non fu il farmaco, ma la persona medesima di Melampo, in definitiva il culto dionisiaco stesso. Accettarono il culto e ritrovarono la pace delle loro anima [...] la melanconia [...] quale risanatrice di se stessa». Di nuovo, ci par di intravedere il filo rosso dello spleen letterario: innumerevoli autori hanno visto nella creazione poetica e artistica una sorta di cura dell'esistere. Frutto della melanconia, certa letteratura cicatrizza la melanconia.

Impreziosito dal testo a fronte in greco, Sulla bile nera ci pare allora interessante antidoto alle melanconie di fine estate. E ci racconta, fra le righe, il mirabile mistero - descritto da Galeno stesso in un altro, formidabile testo: il De usu partium - di come «in siffatta melma di sangue e di umori [il corpo umano], abiti tuttavia un'intelligenza».

Maria Fida Moro, Falco Accame, Ferdinando Imposimato, Walter Veltroni

Il Gazzettino 10.9.03 Mercoledì, 10 Settembre 2003
«Tanto più sono forti i legami ...


«Tanto più sono forti i legami di affetto che ci legano a qualcosa che amiamo, tanto più risulta intollerabile l'indebita intrusione nella sfera intima, quella privata appunto che appartiene a chi l'ha vissuta. Arrogarsi a qualsiasi titolo il diritto di irrompere nella vite altrui e di farne scempio non è il massimo esempio di umanità. Farne scempio è per esempio far veder cose che sono "false" come se fossero vere». Parole come pietre. Sono quelle che Maria Fida Moro scrive nella lettera aperta a Marco Bellocchio, regista di "Buongiorno, notte", il film che ha riaperto il caso Moro dopo il passaggio sugli schermi "ingrati" del Lido di Venezia. «Lei lo sa - scrive la figlia dello statista democristiano - di che colore era la vestaglia di papà? Ci ha mai mangiato insieme? E' andato al cinema con lui? Ha viaggiato con lui? Gli ha mai visto mimare gli articoli di Fortebraccio o sedare le dispute o far ridere a crepapelle tutti i presenti? È questa approssimazione che mi ferisce e mi dà dolore, un dolore davvero insopportabile».A raccogliere il grido di dolore di Maria Fida Moro è stato ieri Falco Accame, presidente dell'Anavafaf (Associazione nazionale assistenza vittime arruolati nelle forze armate e famiglie dei caduti). «Marco Bellocchio - dichiara Accame - chieda scusa ai familiari delle vittime dell'eccidio di via Fani che non ha ascoltato. Il giudizio senza appello della figlia di Moro sul film deve far riflettere. La tragica vicenda non può essere trattata come una fiction tratta da un copione scritto da una brigatista più o meno pentita che sembra si preoccupi più della fuga di un cardellino dalla gabbia che dalla spietata uccisione dei cinque agenti della scorta».

Ma non mancano i consensi politici. «So per certo che Moro poteva essere salvato e che si è fatto di tutto per farlo morire», dice per esempio Ferdinando Imposimato, giudice istruttore dei processo Moro uno, bis e ter, che si compiace con Marco Bellocchio «perché il suo film "Buongiorno, notte" affronta con serietà questo tema. Andrò a vederlo sicuramente».
«Sono 25 anni che mi occupo del caso Moro - ha spiegato Imposimato -, esattamente dal 17 maggio del 1978: fui chiamato come giudice istruttore dopo il sequestro, quando Moro era già morto. E già questa è un'anomalia. E sono stato io il primo ad aver scoperto la prigione di via Montalcino (dove è ambientato il film di Bellocchio, ndr)».

A favore della "verità" del film di Bellocchio si schiera il sindaco di Roma Walter Veltroni: «È un'opera bellissima e coraggiosa, che fa parlare Moro con grande coraggio linguistico e dice anche grandi verità ad esempio sulle lettere dello statista, che erano vere, sul suo martirio e sulla responsabilità ideologica che c'era dietro al terrorismo».
«Il terrorismo - ha concluso Veltroni - è stato il nostro Vietnam, ma la cultura ha finora avuto poco coraggio di guardare all'interno di questo buco nero. Sull'argomento ci sono stati pochi film ed altrettanto poche opere letterarie. Bellocchio ha avuto il coraggio di entrare in quel buco nero, con un grande film ed una grande testimonianza civile».

L'Unità e "Citto" Maselli

L'unità 9.09.2003
Rosso veneziano: la 60. Mostra
Citto Maselli e il film di Bellocchio
di red


Citto Maselli ha spedito una e-mail all’Unità on line assai polemica. Prende a pretesto la rubrica S’ode a Venezia, di Bruno Ugolini. Il breve scritto (Il Leone e la Memoria) accennava alla possibilità che cineasti etichettati come "ultrasinistra" avessero condizionato il verdetto della giuria e la bocciatura del film di Bellocchio, considerato un’offesa alla storia e alla memoria del Pci. Il corsivo sosteneva che il film individuava nei brigatisti (e non negli avversari della trattativa) i colpevoli della tragica fine di Aldo Moro. Citto Maselli, evidentemente, ha interpretato tale riflessione come un'accusa diretta a lui e si è indignato.

La lettera di Maselli

Caro direttore,
mi doveva capitare di ritrovare in un sito internet di un giornale come è oggi l’Unità un pezzo di stampo esemplarmente zdanoviano per cui osare criticare, in un bellissimo film com’è l’ultimo di Marco Bellocchio, il semplicismo di alcune simbologie ed equivalenze significa stare dalla parte delle brigate rosse.

Non c’è nulla di quel pezzo che meriti una risposta. Mi sono iscritto al partito comunista italiano il sei giugno del 1944 e vi sono rimasto ininterrottamente fino al suo scioglimento. Prima, durante la Resistenza, militavo nell’unione studenti italiani (USI). Dopo, essendo rimasto comunista, nel partito della rifondazione comunista. Stupendamente definito da Bruno Ugolini “ultrasinistra”. Proprio come ai vecchi tempi.

Citto Maselli

P.S. nell’articolo cui mi riferisco naturalmente non sono nominato. Anche questo è come ai vecchi tempi. E proprio come a quei tempi si viene accusati di ispirare articoli di altri su altri giornali. Guarda caso
Citto Maselli

La risposta di Ugolini

Riepiloghiamo. Il Riformista pubblica uno strano articolo di un giornalista del quotidiano berlusconiano Il Giornale. Lo scritto protesta per due film politici dati a Venezia (Bertolucci e Bellocchio), considerati entrambi contro la memoria del Pci e della sua storia. Non essendo convinto che l’autore sia un cultore della memoria comunista, ipotizzo, in poche righe, che una tale interpretazione sia stata suggerita da altri (sconosciuti). Ora risponde, indignato, Citto Maselli, non chiamato in causa. Mi spiace. L’importante, comunque, è che quel film rimanga per tutti “bellissimo” e non una pretesa offesa alla memoria comunista.
Bruno Ugolini

il 5.9.03, Bruno Ugolini aveva scritto (sempre su l'Unità)

05.09.2003
Bellocchio bipartisan
di Bruno Ugolini


Una cosa mai vista. Mentre fuori imperversa lo scontro politico con Silvio Berlusconi in preda a non si sa quali fumi, qui, nelle ariose sale del palazzo del Cinema, spira un vento “bipartisan”. Il film di Marco Bellocchio “Buon giorno notte” è piaciuto a tutti, al “Foglio” che invoca un Leone d’oro, a “Il Riformista” che si appella naturalmente agli ambienti “più svelti e curiosi” (Bondi? Bossi?) del centrodestra, affinché adottino il film, a “Il Giornale” che intitola “Buon giorno notte, arriva la luce”. Non parliamo, naturalmente, de “L’Unità” o del “Corriere della sera”. Un peana. Finalmente uniti destra, sinistra e centro.
(...)

la risposta del Riformista
11 Settembre 2003

Divergenze parallele su Bellocchio


La provocatoria lettera di Luca Telese sul Riformista di sabato scorso, «Un festival revisionista contro la storia del Pci» (Venezia), ha provocato reazioni inaspettate. Certo, di provocazione si trattava e dunque poco male. Ma a dire il vero, nella sua lunga «lettera-avviso ai riformisti», Telese ci avvisava soltanto del fatto che, per salvare la memoria del Pci, bisognava «respingere sia la dietrologia complottarda (Benvenuti, ndr) sia il politicamente corretto (Bertolucci, ndr) che l'umanesimo catto-brigatista (Bellocchio, ndr): salvare Andreotti e Berlinguer».
Ma ecco che il giorno stesso, sul sito internet dell'Unità, Bruno Ugolini citava lo «strano pezzo sul Riformista dello svelto Luca Telese» per levare il suo alto monito: «Nessuno osi... presentarsi come il rappresentante della storia e della memoria del Pci. Il partito di Berlinguer spese contro le Br anche la vita dei suoi militanti...».
Ora forse vi chiederete cosa c'entri una simile invettiva con un articolo che invitava, per l'appunto, a «salvare Berlinguer e Andreotti» (cioè la linea della fermezza e della solidarietà nazionale), per «salvare la propria memoria». Ma il bello doveva ancora venire, e infatti è venuto ieri nella lettera di Citto Maselli al sito dell'Unità: «Caro direttore, mi doveva capitare di ritrovare in un sito internet di un giornale come l'Unità un pezzo di stampo zdanoviano per cui criticare, in un bellissimo film com'è quello di Marco Bellocchio, il semplicismo di alcune simbologie ed equivalenze significa stare dalla parte delle brigate rosse...». Poscritto: «Nell'articolo non sono nominato. Anche questo è come ai vecchi tempi. E proprio come ai vecchi tempi si viene accusati di ispirare articoli di altri su altri giornali. Guarda caso». Chiude la polemica la replica di Ugolini: «Riepiloghiamo. il Riformista pubblica uno strano articolo di un giornalista del quotidiano berlusconiano il Giornale... Non essendo convinto che l'autore sia un cultore della memoria comunista, ipotizzo, in poche righe, che una tale interpretazione sia stata suggerita da altri (sconosciuti). Ora risponde, indignato, Citto Maselli, non chiamato in causa. Mi spiace...».
Spiace anche a noi. Ma soprattutto ci viene il sospetto che Ugolini non abbia letto con attenzione il «pezzo» in questione, o meglio, che ne abbia letto soltanto un pezzo. E che il pezzo in questione sia il seguente: «Ieri persino l'Unità baciava la pantofola di Bellocchio, persino il compagno Bruno Ugolini si chiedeva come sarebbe stata bella l'Italia se si fosse realizzato il sogno di Laura Braghetti-Bellocchio, una trattativa che lo liberasse». Un pezzo, quello del «compagno Bruno Ugolini», non proprio in linea con la linea della fermezza (berlingueriana), difesa invece sul Riformista dal «giornalista del quotidiano berlusconiano». Ugolini si chiede chi lo abbia ispirato (Gelli? D'Alema? Berlusconi stesso?), noi chi abbia ispirato lui.

La Stampa

La Stampa 10 Settembre 2003
DOPO IL FESTIVAL DI VENEZIA
Il cinema torna a respirare
di Edoardo Bruno

VENEZIA ha confermato la ripresa del cinema italiano con «Il ritorno di Cagliostro», «Dreamers» e «Buongiorno notte». Assieme a «La Meglio gioventù» di Marco Tullio Giordana finalmente si sente di nuovo il respiro, l’imprevedibile regolarità di un cinema destinato a parlare e a «estendere lo sguardo in lontananza», nella accezione indicata da Montesquieu che esaltava lo sguardo come ideale di nitidezza legato alla ragione. Nelle parole di un filosofo che ha vissuto gli ultimi anni della sua esistenza in una cecità quasi assoluta, sentiamo il richiamo alla essenza stessa di una visione, come quella del cinema, che fa del buio il suo habitat naturale in cui si potenzia, tra memoria e utopia, la forza emotiva di una espressività.
Non a caso l’impegno politico che ha segnato le stagioni migliori del nostro neorealismo si ritrova nei film di punta della selezione italiana. (...)
Ma è la cisti introdotta da Bellocchio in «Buongiorno Notte» nello spessore del vetro che chiude il segreto dell'assassinio di Moro a supportare la fantasia e la finzione. Lo sguardo osserva il non visto, la preparazione geometrica dell’appartamento, le porte, le librerie e il trasporto, dopo il sequestro di Moro dentro una cassa, e immagina il non pensato del dubbio e della intransigenza di un gesto cui non è più possibile sottrarsi.(...)
Finalmente di nuovo il cinema si stringe all’utopia, rilegge la storia con le immagini di Vertov e di Rossellini come ipotesi di una epica cinematografica che va oltre l’enunciato, elemento di speranza nel buio che attraversiamo.

Gazzetta del Mezzogiorno

Gazzetta del Mezzogiorno 10.9.03
«Buongiorno, notte», ottimi incassi. (...)
Bellocchio tallona i “pirati” e Hulk

ROMA – Come prevedibile i pirati guidati da Johnny Depp in «La maledizione della prima luna» sbancano anche il botteghino italiano, seguiti dall'altro blockbuster «Hulk» che perde il primo posto ed è secondo; ma al terzo c'è subito «Buongiorno, notte» di Marco Bellocchio che, dopo le polemiche di Venezia, incassa nei cinema circa 700 mila euro. Il film sulla prigionia di Aldo Moro è, secondo il rilevamento Cinetel, secondo come media per sala: ha incassato infatti 4.090 euro per ogni schermo (163) contro i 2.818 di Hulk (che però è fuori in oltre 400 sale).

Liberazione: una lettera al giornale di Maria Fida Moro

Liberazione 10.9.03
"Buongiorno notte"
Quando finirà l'agonia di Moro?

Caro direttore, alcune brevi riflessioni a margine del film di Marco Bellocchio. Quando, a ragion di logica, dovrebbe terminare l'agonia di Aldo Moro e con la sua la nostra? Sono passati 25 anni ed ancora l'unico modo di nominare questa persona buona e mite è riassaporare i 55 malefici giorni coronati da una morte atroce quanto ingiusta. E' violenza pura nei confronti di quanti erano veramente legati a lui da profondo affetto. In questa maniera è impossibile metabolizzare il dolore perché c'è sempre qualcosa o qualcuno che ti ricorderà quell'agonia e quella morte. E non mi si venga a dire che si tratta di libertà di espressione perché non è così. Anche per le sconvolgenti immagini del corpo di mio padre sul tavolo dell'obitorio si è invocata la libertà. Ma quale libertà quella in nome della quale sono morti in tanti o quella di uccidere, vituperare, approfittarsi dei vinti, cancellare con la violenza ogni speranza e perfino la pietà? Dico - e ci credo profondamente - che un conto è ricordare una persona pubblica nella sfera pubblica un altro conto è far passare proprie illazioni per fatti reali, ricostruire un'intimità che non si conosce e non si conoscerà mai. Tutti hanno la facoltà di scrivere libri, fare film, pronunciare parole, costruire itinerari della memoria, ma ribadisco che - a mio avviso - non ne avrebbero il diritto. Non mi importa che sia bella e ben fatta l'opera che ne deriva se invade la sfera intima, privata, confidenziale non è più un'azione giusta. E poi c'è un certo gusto del macabro che accompagna da sempre questa vicenda cioè un abominio insanabile nella storia del nostro paese, una macchia di sangue incancellabile perché totalmente ingiusta. Il sangue innocente non si lava con le lacrime e con i films, ma unicamente attraverso l'amore e dove, santo cielo, si è nascosto l'amore?!

Michele Serra su Repubblica e Adriana Faranda su indymedia.org

Repubblica 10.9.03
L´AMACA
MICHELE SERRA

LEGGO cronache e commenti sul "caso Bellocchio" tentando (vanamente) di capire come mai il regista abbia tanto patito per il verdetto di Venezia, e come mai la Rai, produttrice del film, abbia goffamente appesantito una situazione già imbarazzante minacciando di disertare le prossime edizioni della Mostra.
Il cinema d´arte, come ben sa Bellocchio e come dovrebbe sapere persino la Rai, è un rischio commerciale e intellettuale. Lo si fa perché si è artisti veri, come Bellocchio, o perché si ha un ruolo istituzionale nella cultura pubblica, come la Rai. I premi, le onorificenze e i titoloni di giornale sono solo un optional, specie quando, come è accaduto al bel film di Bellocchio, si è già premiati dal pubblico e dalla critica, massima gratificazione possibile.
Se capita che una giuria preferisca un altro film, tra l´altro non volgare e non qualunque, non si vede dove stia lo scandalo. Anzi: al tempo che fu (e Bellocchio c´era) dei premi e delle medaglie importava assai poco, e quasi se ne diffidava, con l´orgoglioso e sano snobismo di chi sa di valere indipendentemente dalle occasioni mondane e dalle cerimonie di premiazione.

indymedia.org 10.9.03
Adriana Faranda e caso Moro: "Come è possibile che non ci abbiano arrestato?"
by durden Wednesday September 10, 2003 at 08:10 PM


Adriana Faranda e caso Moro: "Come è possibile che non ci abbiano arrestato?"

AL CINEMA CON L’EX BRIGATISTA ADRIANA FARANDA
“COME E’ POSSIBILE CHE NON SIANO RIUSCITI AD ARRESTARCI?”
“MORO LIBERO AVREBBE FATTO PIU’ DANNI CHE MORO MORTO”


"Forse potevano prenderci. Non posso avere una certezza, ma è una domanda che oggi mi faccio. Come è possibile che non siano riusciti ad arrestarci? Nel movimento, o all'Università di Roma, molti sapevano dove eravamo, chi eravamo. I nostri contatti con la famiglia Moro erano sotto gli occhi di molti, i nostri interlocutori noti agli inquirenti". Adriana Faranda guarda la scena in cui Roberto Herlitska-Aldo Moro scrive le minute delle sue lettere, osserva i giochi di sguardi tra carceriere e prigioniero. Valuta le parole, i tic, i dettagli. E poi quasi sobbalza per la scena in cui la terrorista Maya Sansa-Annalaura Braghetti litiga con un suo amico che le parla del dilemma di una terrorista che arriva a perdere le sue certezze.

Alla fine, quando il film è finito, scuote la testa: "Per me è bellissimo. E' incredibile come Bellocchio sia riuscito a calarsi nella nostra psicologia, nel clima di quel tempo e a scavare una verità più profonda di quella esteriore. Non mi stupisce che uno straniero possa non averlo capito: la sceneggiatura è così immersa dentro il nostro stato d'animo, che in ogni immagine racconta qualcosa, forse più agli ex brigatisti che agli altri. Lo è al punto che spiega anche a noi cose che non avevamo capito, o che abbiamo capito dopo, o che non abbiamo ancora capito nemmeno oggi. Bellocchio ha messo le Br sul lettino dello psicanalista".

Adriana Faranda, venticinque anni dopo via Fani. Adriana Faranda davanti a Buongiono notte, il film che ha infiammato Venezia. Di quella pagina di storia italiana lei è stata protagonista. Dirigente Br di primo piano, unica a dissociarsi - con Valerio Morucci - sulla condanna a morte. Ma non per questo si sente meno in causa, al contrario: si riconosce anche lei nel meccanismo descritto dal regista.

Non è stata facile convincerla a parlare: fino ad oggi aveva schivato tutte le richieste di intervista sul film. La conosco bene da anni, ho lavorato spesso insieme al suo compagno, Gerald Bruneau, francese, uno dei più famosi e fantasiosi fotografi che oggi lavorino in Italia. Malgrado questo, la sua riluttanza a vedere insieme Buongiorno notte era molto forte: "La brigatista in sala per il film sui brigatisti non mi pare una buona idea. E’ una scelta inopportuna". Sono tornato alla carica con una cassetta strappata alla produzione: "E se lo vedessimo a casa tua?". Ma i dubbi restavano: "Temo il clichè della frase rituale, l'ex br racconta…. Accade due o tre volte l'anno e poi ripetiamo sempre le stesse cose: stereotipate, tranquillizzanti per tutti, verità comode anche per noi". Eppure è stato proprio il film di Bellocchio a far sì che questa analisi impietosa non si ripetesse. Sono andato con una collega a Martignano, nella casetta di campagna dove la Faranda lavora discretamente, lontana dai riflettori e da Roma: fa la fotografa, si occupa di un progetto di solidarietà con l'Iraq, ha due cani enormi. Dopo il film abbiamo parlato, fino alle quattro del mattino. Adriana è diversa da molti altri ex br, e tende a raccontare le cose come le ha vissute allora.

Spiega i suoi ragionamenti a distanza di un quarto di secolo, ma documenta sia le cose che si sono rivelate giuste che quelle sbagliate, sia le ipotesi centrate che quelle ormai inverosimili, se non deliranti. Ripercorre le decisioni più drammatiche, la dinamica del sequestro vista da "dentro", distingue l'analisi sul piano "politico", "umano" e "storico": "tre livelli: che - spiega - si sono intrecciati, ma sono sempre rimasti divisi. Non nasconde le sue zone d'ombra, proprio lei che ha fatto 15 anni di carcere senza pentirsi. Dice cose nuove rispetto a quelle che ha scritto nel suo libro, e inizia con una piccola "rivelazione" sul film.

Bellocchio spiega che nel personaggio ispirato alla Braghetti e recitato da Maya Sansa ha messo anche cose di altri protagonisti e di sé. Ma stupisce che l’attrice abbia nel film la linea di opposizione all'esecuzione che fu tua e di Valerio Morucci. E’ una forzatura?

"Tre anni fa Marco venne da me a chiedermi se poteva adoperare il mio libro, “Nell'anno della tigre”, scritto con Silvana Mazzocchi, come palinsesto della sua sceneggiatura, come poi ha fatto con Il prigioniero di Annalaura. Mi poneva solo una condizioni: l'assoluta liberta di scrittura. Avrebbe adoperato la formula "liberamente tratto" e pensava ad un titolo che evocasse direttamente la mia storia".
Chissà, "Adriana F."… Eri onorata e hai risposto sì?

"Ero turbata e ho risposto no".

Come mai?

"Confesso, la richiesta di assoluta libertà creativa mi spaventava: la mia storia è abbastanza drammatica e complessa in sé. E sinceramente non pensavo che potesse fare uno scavo di questo tipo. Oggi ritrovo nella sceneggiatura molti dei problemi di cui abbiamo discusso all'epoca nel lavoro di Marco. E sono colpita dalla forza del film. Tutto è semplificato, ma reso con grande efficacia. Soprattutto il nodo per me più importante".

Quale?

"La metafora della nostra claustrofobia. E' vero: eravamo tutti chiusi in quell'appartamento. Tutte le Br imprigionate con Moro, asfittiche, chiuse e cieche, prive di legami con il modo reale. E’ rappresentato per la prima volta, quel nostro senso di angoscia".

Sono verosimili i dialoghi?

"Non realistici: ma la loro scarnezza evoca bene la povertà di un dibattito chiuso nella camicia di forza dell'ideologia. E’ bellissimo quel gioco di sguardi separati dalla spioncino e imprigionati in un silenzio pregno di emozioni che allude alla ricerca di un dialogo allora impossibile".

Un punto decisivo è il dramma di Maya Sansa-Braghetti, contraria alla condanna ma incapace di opporsi. Ma era verosimile, data la ferrea disciplina interna?

"Nelle Br c'era una sorta di scissione. Per capire quei processi bisogna pensare cos'è la clandestinità. Io nella vita normale posso dirti, "Andiamo a Roma perchè è bello". Ma in quel contesto bisognava motivarlo sul piano di una razionale convenienza e su quello politico-dottrinario. E’ impensabile che Annalaura dicesse: salviamo Moro perchè è un uomo: o si traduceva in una linea politica, oppure era come non dirlo".

E tu come lo dicesti?

"C'erano motivazioni che hanno senso ancora oggi e altre che si rivelarono infondate. Dicevamo che una esecuzione avrebbe autorizzato lo Stato a una rappresaglia sui detenuti, come in Germania. Lo temevo, non accadde. Poi spiegavamo che liberare Moro sarebbe stata la nostra più grande prova di forza. Citavo la convenzione di Ginevra: un conto era assassinare un "bersaglio" in azione di guerriglia, come dicevamo allora, un altro assassinare un prigioniero nutrito, lavato, vestito per due mesi".

Non è una ricostruzione ex-post, troppo edulcorata questa?
"Nel documento con cui siamo usciti dalla Br usiamo per la prima volta la parola "terrorismo": fece scandalo, anche nel movimento, era la parola dei nostri avversari. Ma non voglio nemmeno idealizzarci, far credere che fosse solo una logica umanitaria, la nostra: era anche un problema politico. Dicevo: partivamo per fare la guerra di classe e finiamo sequestratori. Eravamo nati per abbattere lo stato, siamo diventati come lui. Non è facile da spiegare, oggi".

Le Br di Bellocchio vacillano nelle loro certezze dopo il messaggio del Papa, è verosimile?

"Altro che: ricordo un impatto molto forte tra i compagni, un turbamento vero. Fu il momento in cui l'idea della condanna a morte fu maggiormente in discussione".

Ma come? Paolo VI aveva detto: liberatelo senza contropartite, e Bellocchio immagina che fosse una formula suggerita da Andreotti...

"Si, ma anche qui bisogna pesare le parole: il Papa si rivolgeva a noi dicendo: "Uomini" delle Br. Uomini, chiaro? Era un forte ribaltamento del lessico ufficiale, quello per cui eravamo solo assassini. Partiva da quegli stessi valori di umanità da cui ci eravamo mossi noi, prima di diventare una versione in sedicesimo dello Stato-nemico. Sarebbe bastato poco di più per far vacillare un'organizzazione che, come giustamente mostra Bellocchio, era sull'orlo del cedimento per le dinamiche che Moro aveva innescato. Anche il personaggio di Moretti-Lo Cascio ("capo" dei sequestratori, ndr.), pur nella sua feroce determinazione, dubita. E io sono convinto che sia vero, Mario era così. Bastava un gesto, anche slegato dalle nostre richieste, chessò, un cambiamento nelle condizioni di detenzione dei politici... se ci fosse stato, le persone come Annalaura avrebbero avuto la forza di opporsi, invece di vivere solo il dramma interiore che Bellocchio racconta benissimo, con l'associazione simbolica tra lettera di addio di Moro alla moglie Noretta, e le lettere dei condannati a morte della Resistenza".

E’ credibile una brigatista che associa le SS naziste alle sue Br? Due anni dopo la stessa Braghetti che dubita ucciderà Bachelet!

"Sì, io credo al dramma di Annalaura, la conosco. C'è quella frase, nel film, che un amico (Paolo Briguglia), le dice: "Non vuoi uccidere Moro ma non puoi opporti, non puoi chiamare la polizia, puoi solo impazzire... Questa condizione l’ho vissuta: sei un né-né, ti si rompe qualcosa dentro, ma non puoi passare dall'altra parte, tradire i tuoi compagni. Nel film il Moro di Bellocchio dice: "Anche la vostra è una religione". Verissimo, eravamo come una chiesa: e se non abiuri non esci dalla chiesa".

Devo chiederlo in maniera più netta. Avevate pianificato il sequestro, era il vostro atto più importante: le parole di Moro potevano farvi piangere?

"Moro aveva una sua lingua che stupì da subito Moretti. Eravamo partiti per processarlo, e non riuscivamo ad incastrarlo. Moretti ci diceva: "E' elusivo, sfugge il confronto, mi porta in giro...". Questa diversità ci scosse. Ma la lettera di Moro alla moglie fu uno choc: quella lingua bizantina diventasse improvvisamente così diretta, toccante... è una cosa che ti stupisce, e può spaccarti il cuore. Su me, su molti di noi ebbe questo effetto".

Non era fino a poco prima il capo del Sim, il fantomatico Sistema internazionale delle multinazionali caro al brigatese?

"Sì, ma di questo Sim non emerse traccia negli interrogatori, e il fatto ci deluse molto. Saltò fuori Gladio, che non era poca cosa. Ma non era il legame politico economico che era alla base della nostra teoria,. E invece usciva la carica umana di quest'uomo, che noi vedevamo scaricato da tutti i suoi amici, dal sistema in cui aveva creduto. Lo pensavamo l'uomo-chiave del potere, e dopo non potevamo non vederlo come vittima di quello stesso potere. Ecco perchè molto freddamente usavo l'argomentazione - politica, non umanitaria - che a quel sistema Moro libero avrebbe fatto più danni che Moro morto".

Eri nel vertice che decise. Ma chi decise? Pare incredibile che si scelse solo in base dei resoconti di Moretti e dei carcerieri. Quale fu il meccanismo?

"Si sondarono le colonne e seppi che la maggioranza dell'organizzazione era per l'esecuzione: non sapevo quante Annalaura ci fossero, contrarie ma disciplinate. A Roma ci opponemmo solo in due".

Si decise col.... "maggioritario"?

"Se aiuta a capire... a maggioranza sì: il parere delle colonne fu unanime, ma nessuno ha mai saputo in quanti si opposero".
La tua riflessione sul mancato arresto prende spunto da uno dei sogni della brigatista nel film, quello in cui lei e Moro stanno uscendo dalla porta di casa e la trovano piantonata da un plotone di agenti che li bloccano....

"Immagine straordinaria. Marco rappresenta così il paradosso delle forze dell'ordine che non riuscivano trovare Moro, e che per lui non lo volevano trovare. Io oggi sono sicura che persone come Cossiga, si adoperarono al massimo delle loro possibilità. Certo, di lettere di Moro io e Valerio ne abbiamo recapitate decine. Una l'abbiamo messa persino davanti a casa di Giulio Andreotti, a Corso Vittorio Emanuele, perchè giocavano d'azzardo, perchè volevamo... "toccargli il naso". Ma i nostri destinatari erano sorvegliati, erano sempre gli stessi, il segretario di Moro e i suoi collaboratori più stretti. la procedura si ripeteva sempre... ecco, io vedo quella scena del film e penso. Come è possibile che non ci abbiano preso?".

Lo pensavi anche allora?

"No, non lucidamente, ci credevamo invincibili. Certo, quando incontravamo Lanfranco Pace gli facevamo fare cento giri, ma come è possibile che nessuno lo pedinasse? Prima del sequestro fecero irruzione nella mia vecchia casa dove e sapevano che ero nel direttivo, o come si chiamava. Possibile non sapessero chi fossero gli altri? Ad esempio Roberto Seghetti che non era nemmeno latitante? Certo, forse non era automatico arrivare fino a Moro, ma fino a noi sì: eravamo noi l'anello debole della struttura clandestina".

Non ti posso non fare la domanda più importante. Ti pare possibile che Moretti potesse essere un infiltrato?

"No".

Ne sei così sicura? E' incredibile quanto potere ha avuto. Quanto peso ha avuto in quelle scelte...

"Questa storia la sostiene Alberto Franceschini, ed ha una radice chiara: dividere un prima e un dopo. Le Bierre buone dei vecchi tempi e quelle cattive del sequestro. Le Br che non uccidono e quelle che non uccidono... a me pare una sciocchezza . E poi Moretti si sarebbe fatto vent'anni di carcere per custodire questo segreto? Perchè mai? Con quale contropartita? L'avessero messo fuori avrei potuto capire. No, la verità invece è una, e una sola, purtroppo: e la risposta sta nel film".

In che senso?

"Perchè come ti spiega Bellocchio, quel delitto è nato è cresciuto dentro le bierre: sostenuto da una logica ferrea, dentro la nostra visione del modo, il nostro modo di pensare e agire, le nostre scelte. I condizionamenti esterni ci possono essere stati e come vedi sono la prima a non escluderli. Ma nessun infiltrato da solo avrebbe potuto fare tutto questo. Moro lo abbiamo ucciso noi, mica i servizi".

In questi anni hai mantenuto un rapporto stretto con la figlia dell'uomo che hai sequestrato, come è possibile?

"Preferirei non parlarne troppo. Ma Maria Fida ha avuto un coraggio incredibile allacciando questo rapporto con noi quando ancora eravamo in carcere: quando veniva a trovarci subì critiche spietate, soprattutto dai familiari delle vittime della scorta".

E se davvero Moro avesse fatto quella passeggiata da uomo libero, come volevate tu e Morucci?

"Sarebbe stata un'altra storia. La trattativa avrebbe messo in crisi il regime che volevamo abbattere, ma anche le Br. Io di questo oggi resto convinta".

Non ho ancora capito se, per restare nella metafora ecclesiale, Adriana Faranda sia una "convertita" o una "spretata"....

"Spretata perché non ho più e non cerco un'altra chiesa, e quelle che vedo oggi, in giro, non mi paiono meglio. Sono riconvertita alle ragioni del dialogo. Ma sopratutto sono tornata al primato del diritto alla vita. Allora ero accecata dalle certezze, e che ora non vedo più una linea netta di demarcazione tra bene e male, dove io sto dalla parte del bene e gli altri al di là del confine".

Libertà: il lavoro di Marco Bellocchio a Bobbio, e ancora sul film

Libertà 10.9.03
BOBBIO. Il regista piacentino ha aperto i corsi di “Farecinema”, scelta caduta sulla “Cavallina storna”
Bellocchio: ora un “corto” su Pascoli
«Venezia? Mi conforta il successo di “Buongiorno, notte”»
di Oliviero Marchesi

«Nella torre il silenzio era già alto/sussurravano i pioppi del Rio Salto...». I versi familiari di La cavallina storna di Giovanni Pascoli sono stati il sorprendente “compito” (con tanto di testo in fotocopia) assegnato da Marco Bellocchio ai 20 allievi dell'edizione 2003 di FareCinema come soggetto di partenza per il cortometraggio a realizzazione collettiva su cui ogni anno si impernia il laboratorio che il grande cineasta piacentino tiene nella sua amata Bobbio. Una scelta che ieri, al primo giorno di laboratorio, ha seminato stupore tra gli studenti di FareCinema, anche se qualcuno ha osservato che la poesia pascoliana, come il recentissimo Buongiorno, notte di Bellocchio, parla pur sempre dell'assassinio di una figura paterna... ). I giovani allievi ieri si sono divisi in tre gruppi per elaborare ipotesi di sceneggiatura di cui nel pomeriggio hanno discusso con Bellocchio e un'altra docente del corso, la sceneggiatrice Daniela Ceselli. Dopo il brainstorming, il regista ha avuto con noi una breve conversazione. Come mai la scelta di una poesia “da scuola elementare” per il soggetto del “corto” di quest'anno? «Sono memorie radicate nel mondo dell'infanzia, un mondo mentale che è sempre stato una grande ispirazione per me. Volevo una poesia che, per ricordi scolastici, fosse familiare a tutti. Avevo pensato anche a un'ode di Manzoni che amo molto, Il cinque maggio, la cui trasposizione filmica presentava però grandi difficoltà. Alla fine la scelta è caduta su La cavallina storna perché questa lirica - come Pascoli in generale - è molto cinematografica. Evoca, visivamente, scene e locations: la stalla, il luogo del delitto...». Parliamo di «Buongiorno, notte», il suo bellissimo film sul caso Moro presentato a Venezia: una delle cose che più colpiscono è l'assenza dei luoghi “storici” di quella tragedia: al loro posto c'è il buio di un “dramma da camera” essenzialmente ambientato in una stanza. «In effetti non ho voluto ricostruire la storia di quell' affaire: da un punto di vista squisitamente storico il mio può essere senz'altro considerato un film discutibile. Al di là degli stimoli esterni - la commissione da parte della Rai, la lettura del libro della brigatista Braghetti - ho voluto ricercare la verità umana, interiore di una situazione tragica come fu quella». La mancata vittoria a Venezia è stata aspramente contestata dai critici italiani e dalla Rai. Il successo che il film sta riscuotendo nelle sale le ha un po' addolcito questa amarezza? «Beh, amarezza... - Bellocchio sorride - Di certo questo successo mi fa un grande piacere: un regista lavora perché la sua opera sia vista. E magari i numeri delle sale faranno sì che un autore commercialmente “fragile” come sono sempre stato io potrà presentarsi la prossima volta ai produttori da una posizione di maggior forza». Dopo l'incontro con Bellocchio, per gli allievi c'è la “lezione” di un altro ospite importante: il produttore Marco Müller, già direttore di memorabili edizioni del Festival di Locarno, già mente di Fabrica Cinema(...)