mercoledì 31 dicembre 2003



arriva il 2004

BUONA FINE
E BUON PRINCIPIO


A TUTTI E A CIASCUNO


ancora su Soleri:
«un effetto urbano generato dalla gente»

una segnalazione di Riccardo Cantini

da www.architettura.it
una intervista al Construction Manager di Arcosanti, italiano anch'egli, ANTONIO FRAGIACOMO
«"Parametro", 1974: un numero su Arcosanti, definita 'superstar', foto avvincenti, e Soleri che parla di come sconfiggere "l'istinto di morte". Interessante, no?»


Costruendo Arcosanti
di Marco Felici


In Arizona da Paolo Soleri, un viaggio per capire l'attualità dell'unica utopia in costruzione. Un visionario? No, questa non è una definizione adatta; basta parlarci pochi minuti per capire che Soleri è prima di tutto un filosofo, e che le sue intuizioni possono essere rigettate solo da chi teme la loro potenza. Tanti credono nell'Arcologia, un'alternativa che risolve, radicalmente, il problematico rapporto tra l'ambiente antropico e quello naturale: Arcosanti non è ancora una città, ma già ha i suoi cittadini; dei cinquemila volontari che hanno lavorato alla costruzione, molti si sono fermati, ed una sessantina sono ormai definitivamente residenti. Il legante è nell'effetto urbano che si crea in queste strutture iperconnesse e plurifunzionali: un condensato pensato per miniaturizzare la massa dell'habitat salvando il territorio dalla città-diffusa. Partecipare alle attività quotidiane di Arcosanti significa però accorgersi che questo effetto urbano è generato dalla gente; il progettista ha dato lo strumento, ma la musica è liberamente interpretabile. Così tra i terrazzamenti si incontrano i "dannati" della fonderia ed i "mistici" del laboratorio ceramiche; le radioline si sfidano tra rock ed ethnic… Lo "zoo delle persone" (così si scherniscono gli Arcosantiani durante le migliaia di visite turistiche) potrebbe essere completo, ma l'avventura non è finita. Il cantiere va avanti, non si è mai fermato in trent'anni ed ora sembra voler accelerare. È il momento di preparare il salto verso il compimento di una Arcologia, la città che si sviluppa in verticale. C'è fermento nell'aria. Nel parlarne con Antonio Fragiacomo, un altro italiano in un ruolo chiave per la costruzione, emergono alcuni elementi. [MF]

MARCO FELICI: Un architetto romano "alla corte di Paolo Soleri"; come nasce il suo ruolo di Construction Manager di Arcosanti?

ANTONIO FRAGIACOMO: 1974, Parametro. Un numero su Arcosanti, definita 'superstar', foto avvincenti, e Soleri che parla di come sconfiggere "l'istinto di morte"; interessante no? E poi i viaggi per i deserti americani e lo spirito pionieristico che ti comunicano; la tensione straordinaria che questo posto esprime, anche quando si è qui per una breve visita. La partecipazione ad un workshop entusiasmante, con architetti e studenti da tutto il mondo, ed eccomi a costruire questo laboratorio urbano, fisicamente… e capisci che tutto il resto è subalterno.

Consiglierebbe questa sua scelta anche ad altri architetti italiani?

Certo, la scintilla, che per me fu quel numero di Parametro, oggi potrebbe essere il bel libro su Soleri di Iolanda Lima, appena pubblicato, o l'itinerario di Domus [febbraio 1999]. Cominciare con una visita al nostro sito internet, [wwww.arcosanti.org] e, naturalmente, partire per il workshop di cinque settimane. Un viaggio nel deserto di alta quota, siamo a 1200 m. come Cortina d'Ampezzo, non lontani dalla Monument Valley e dal Grand Canyon. Attenti però… questa esperienza può davvero cambiare… la vostra dimensione interna; non coinvolge solo il rapporto con l'architettura e le belle forme.

Cos'è oggi Arcosanti, trent'anni dopo la sua fondazione?

Torno a "Parametro": io credo che Arcosanti sia ancora 'superstar', con in più la forza che gli deriva da questi trenta anni di caparbia crescita, di resistenza. Migliaia di persone hanno contribuito, e contribuiscono anche oggi, alla realizzazione di questo laboratorio urbano. Abbiamo periodi con punte di circa novanta residenti, persone che vogliono dimostrare che il vivere senza sovraconsumo è un-di-più. Saper ridurre la dipendenza dai beni materiali esalta l'enorme carica di creatività ed umanità che nelle megastrutture dello spreco, le città attuali, ogni giorno perdiamo. La metropoli vera, anche se piccola, è qui! …e la puoi fabbricare.

…e quali le prospettive?

Tornando in Italia mi sono accorto del grande interesse che esiste nel nostro paese per Soleri e la sua attualità. Alla Biennale di Venezia [Soleri ha ricevuto il Leone d'Oro alla carriera] Fuksas ha riconosciuto che i temi della mostra erano quelli che Paolo 'inesorabilmente' ci mette sotto il naso da anni, e che qui, ad Arcosanti, costituiscono la base per il nostro lavoro quotidiano. Fino ad allora vestivo solo i panni del Construction Manager; ma poi, quando ti accorgi che investitori ed imprese a volte si fanno sedurre dalle idee, e te li puoi trovare accanto, allora cominci a guardare oltre. Una intraprendente facoltà di architettura italiana, in cerca di sempre migliori strumenti didattici, ha avviato un dialogo serrato con noi per una collaborazione che, non si scappa, ci aiuterà a preparare nuovi 'getti'. Così puntiamo ad avere 600 abitanti nei prossimi cinque anni; le grandi absidi progettate, simboliche della costruzione densa e verticale di un'Arcologia… vorremmo vederle sorgere al più presto, per dimostrare le potenzialità del 'miniaturizzare'. Ora contiamo su collaborazioni di prestigio; ci muoviamo con un passo 'minimalista' [incrementale], ma abbiamo deciso che "le cose che desideriamo devono guidarci più di quelle che possiamo fare". Così ora non sono più solo un Construction Manager, ma anche un Project Manager… concretamente ottimista. Grazie per il vostro interesse.

storie dell'uomo :
l'Europa barbarica e protocristiana

La Stampa 31 Dicembre 2003
TORNA L’EROE MEDIEVALE CHE AVEVA UN SOLO DIO: LA SPADA
Guerra al Male infinito
di Beowulf il barbaro

Il poema fu composto da un anonimo anglosassone prima del Mille
Una complessa vicenda di interpretazioni da quando il manoscritto
venne copiato da due amanuensi: senza che nessuno sapesse capirlo
di Alessandro Barbero


Beowulf: poema epico anglosassone di autore ignoto, pervenutoci in un tardo manoscritto in diletto sassone, scritto probabilmente alla fine del sec. VII, forse sulla base di una tradizione orale. Unico poema della letteratura germanica giunto integralmente sino a noi, il B. conta circa 3000 versi allitterativi senza rime. Il tema centrale è costituito dalle imprese dell'eroe che dà il nome al poema, nipote del re dei Geati. Beowwulf riesce ad uccidere il mostro Grendel ed un drago, ma soccombe per le ferite riportate nell'ultimo duello. La materia del poema è quella delle leggende precristiane di origine scandinave (L'Inghilterra non vi compare, B. è originario della Svezia meridionale e l'azione si svolge in Danimarca), sottoposte all'influsso della cultura cristiana anglosassone. Probabilmente scritto da un unico poeta in qualche monastero della Northumbria, l'opera possiede una sua melanconica poesia in cui si mescolano idealismo eroico e austero fatalismo» (dall'Enciclopedia Garzanti)

FIN da quando i nostri antenati si rifugiavano nelle caverne e dovevano difendersi dall'orso, i peggiori incubi dell'umanità si sono incarnati in forma di mostri notturni che escono al crepuscolo e fanno a brani le loro vittime nell'oscurità. Il respiro pesante della creatura nel silenzio della notte, il balenio di zanne nel buio, le urla raggelanti che lacerano il silenzio sono gli ingredienti sempre efficaci di innumerevoli storie, fumetti o film horror. Ma il primo a forgiare con questi materiali un capolavoro di barbarico splendore è stato l'anonimo poeta anglosassone che nei secoli precedenti al Mille compose il Beowulf, l'unico poema epico sopravvissuto fino a noi dal naufragio della primitiva cultura germanica.
«Venne furtivo nella buia notte
il camminatore dell'ombra; dormivano i combattenti
che dovevano guardare la casa...
Venne dalle paludi sotto fosche pendici
Grendel a gran passi, portava su sé l'ira di dio...
Venne in cammino alla casa il guerriero
privo di gioia; presto la porta cedette...
Dagli occhi spuntava
simile a fiamma una luce maligna;
vide nella sala molti guerrieri,
dormire assieme il seguito di congiunti,
la schiera di giovani. L'animo gli rise...»
Così, nell'incalzare della ripetizione ossessiva e sempre variata che è uno dei segreti dell'arte epica, assistiamo all'arrivo di Grendel, il mostro notturno che infesta il regno di Hrothgar e che l'eroe, Beowulf, è venuto a combattere, senza immaginare che quella prova sarà solo l'inizio di un'ordalia spaventosa e senza ritorno.
Copiato intorno all'anno Mille da due amanuensi anglosassoni, il manoscritto del Beowulf rimase sepolto in un monastero fino alla riforma protestante, quando approdò alla British Library, dove peraltro nessuno era in grado di leggerlo. Solo fra Sette e Ottocento studiosi scandinavi ci misero sopra le mani e cominciarono faticosamente a tradurlo, nella stessa epoca in cui i filologi romantici disseppellivano dalle biblioteche di mezza Europa gli altri capolavori di un Medioevo dimenticato, la Chanson de Roland, il Cantar de Mio Cid, il Nibelungenlied. Che si trattasse, anche in questo caso, d'un capolavoro ci volle ben poco a capirlo, anche se ogni epoca, com'è naturale, ha cercato fra i suoi scintillanti versi allitterati quello che voleva trovarci: l'Ottocento, lo splendore pagano ed eroico d'una Scandinavia wagneriana; il Novecento, le ombre torbide d'una psicanalisi collettiva, junghiana più che freudiana, e la modernità di un'arte cui attingere sempre nuova ispirazione. Non a caso fra gli studiosi del Beowulf c'è J.R.R. Tolkien, distinto filologo oxfordiano oltre che creatore del Signore degli Anelli; ma al poema si è ispirato anche Michael Crichton per i suoi Mangiatori di morte, da cui è stato tratto pochi anni fa un film che molti ricorderanno, Il tredicesimo guerriero con Antonio Banderas.
La popolarità del Beowulf è testimoniata dal numero sbalorditivo delle traduzioni: in inglese, nel corso del Novecento, ne è uscita in media una ogni due anni, e quella del poeta Seamus Heaney, apparsa nel 1999, è stata salutata come un grande evento letterario, capace di saldare il passato e il presente della poesia inglese. Ma anche in italiano esistono ben sette traduzioni complete: lo segnala Giampiero Brunetti nell'introduzione alla sua, che è appunto la settima. Troppe? No di certo, per un testo che si presta a una miriade di interpretazioni, scritto in una lingua meravigliosa ma così aliena da sembrare nata su un altro pianeta. Il Beowulf di Brunetti è appena uscito come numero 89 della ormai quasi leggendaria "Biblioteca Medievale": caso più unico che raro d'una collana che è trasmigrata attraverso tre o quattro editori diversi, approdando ora da Carocci, ma conservando sempre una veste grafica riconoscibile e un'identica qualità. Il volumetto non comprende soltanto la traduzione e il testo originale a fronte, ma un ampio saggio introduttivo che rende conto dei continui progressi dell'interpretazione; per dirne una, oggi siamo sempre più consapevoli del fatto che questa saga barbarica, ambientata in un remoto passato pagano, venne composta in un ambiente ormai profondamente cristianizzato, un dato volentieri sottaciuto nelle interpretazioni romantiche.
Cosa raccontano, dunque, gli oltre tremila versi che i due copisti trascrissero pazientemente mille anni fa, in un codice che nel frattempo è scampato fortunosamente a un incendio, ha cominciato a sgretolarsi nei margini e potrebbe anche, un giorno, ridursi in polvere fra le nostre mani, lasciandoci soltanto il suo fantasma fissato per sempre dalle riproduzioni digitali? Fra innumerevoli digressioni e peripezie secondarie, che qualcuno ha paragonato al vertiginoso intrecciarsi degli arabeschi nelle miniature anglosassoni, si dipana la storia del re Hrothgar, il cui popolo sta soccombendo alle incursioni notturne d'un mostro inafferrabile. A evocare la bestia sono stati la luce, il calore, i canti di gioia che si levano dalla sala ben riscaldata e illuminata in cui Hrothgar banchetta con i suoi guerrieri. Grendel è un gigante cannibale, discendente da Caino; vive solitario nelle paludi, e odia tutto ciò che dà calore e felicità all'uomo. Per ben dodici anni le sue apparizioni improvvise portano la morte e il lutto nel regno di Hrothgar, la grande sala si svuota, il re sprofonda nell'impotenza e in un'umiliante vecchiaia. Quando Beowulf, che vive in un altro paese, ascolta questa storia, raduna quattordici compagni e salpa per il regno di Hrothgar, deciso ad affrontare il mostro.
La notte del suo arrivo, quando Grendel fa irruzione nella sala, Beowulf gli si getta addosso e gli strappa un braccio unghiuto di artigli, che appende in segno di trionfo alla trave della sala. Il mostro mutilato fugge sanguinante verso le sue paludi; lì la traccia si perde, in uno stagno gonfio di sangue. I guerrieri festeggiano a lungo la vittoria, tra fiumi di birra, ma la loro gioia è di breve durata: la notte seguente, un altro mostro fa irruzione fra gli uomini ubriachi, seminando la morte. E' la madre di Grendel, un mostro anfibio che vive in una caverna sott'acqua in mezzo alle paludi, ed è venuta a vendicare il figlio e riprenderne il braccio. Non resta a Beowulf che accettare la nuova sfida: raggiunto lo stagno, vi s'immerge e subito attaccato dalla bestia la incalza fino alla sua dimora, una sala subacquea, dove ritrova anche il cadavere di Grendel. A fatica, l'eroe uccide la creatura femminile, mozza il capo a Grendel e con quel trofeo riemerge stremato alla superficie, mentre il sangue velenoso dei mostri dissolve la sua spada come se fosse ghiaccio, lasciandogli in mano soltanto l'elsa.
Beowulf, dunque, trionfa; ma la visione dell'autore è tragica, per nulla interessata a un lieto fine. Il Male incalza sempre, la faida tra l'umanità e i mostri non avrà mai fine, e dopo la gioia incombe sempre il dolore. Quando è chiamato all'ennesima impresa, affrontare un drago che devasta il suo regno, l'eroe sente pesare su di sé un oscuro presagio di morte. Nella lotta feroce la belva è alla fine uccisa, ma Beowulf è ferito a morte dalle sue zanne; il suo popolo gli celebra un grandioso funerale, ardendo il corpo su un'immensa pira carica di armi, mentre il corpo del drago è gettato in mare dalle scogliere e il suo tesoro è distribuito ai guerrieri; ma tutti sanno che non ne godranno a lungo. Altri nemici incombono, ad attenderli non è la gioia ma la guerra, e forse l'esilio e la morte:
«non suono d'arpa
sveglierà i guerrieri, ma il nero corvo»
E anche in questa capacità di esprimere, a tanti secoli di distanza, l'angoscia metafisica d'una cultura barbarica che non aveva altro dio se non la spada sta la grandezza del poeta cristiano.

György Lukács
il comunismo come "salto nella fede"
e il terrorismo "rivoluzionario"

Corriere della Sera 31.12.03
Cultura
E Lukács incantò Thomas Mann
di VITTORIO STRADA


Il momento più intenso che il terrorismo e la riflessione sulla sua legittimità etica hanno trovato nella cultura europea è legato alla biografia intellettuale di György Lukács, il filosofo marxista ungherese che è stato, assieme ad Antonio Gramsci, l’espressione più alta del «leninismo occidentale». Gli storici che hanno ricostruito la sua vita e il suo pensiero, come Arpad Kadarkay ha fatto nel modo migliore, sono concordi nel riconoscere che la fase centrale della sua formazione coincide con la grande crisi europea che va dalla guerra mondiale alla rivoluzione bolscevica, periodo in cui Lukács scrisse i suoi due capolavori Teoria del romanzo e Storia e coscienza di classe, opere che segnano il suo passaggio da una tormentata ricerca etico-religiosa all’adesione totale al comunismo. Fu, questo, uno degli episodi più straordinari e significativi della coscienza europea di quegli anni a livello sia intellettuale sia esistenziale, tanto che il giovane Lukács divenne il prototipo di un personaggio di uno dei maggiori romanzi del tempo: La montagna incantatadi Thomas Mann, dove appare nelle vesti del gesuita rivoluzionario Naphta, avversario di un’altra figura, Settembrini, quintessenza dello spirito democratico. La «conversione» di Lukács al comunismo leniniano fu un vero «salto della fede», una «scelta» kierkegardiana che l’opera successiva di Lukács «razionalizzò» all’estremo, senza però cancellare l’impulso «irrazionale» di base. In questa vicenda, il terrorismo occupa un posto essenziale perché il giovane Lukács fu attratto da quella che era e resta la forma più potente del terrorismo «classico»: quello russo, che lo affascinò attraverso l’opera di Boris Savinkov, un socialista rivoluzionario che - oltre a praticare sistematicamente il terrore contro il regime zarista - come nessun altro ne seppe esprimere la problematica psicologica e morale in opere letterarie di rilievo. Se si aggiunge che Lukács, alla vigilia della sua «conversione», fu un acuto lettore di Dostoevskij, geniale indagatore del delitto quale atto metafisico e metapolitico, sulla cui opera il pensatore ungherese ha lasciato appunti di straordinario interesse, e si aggiunge poi che egli fu legato da un breve e tormentato matrimonio con una affiliata del terrorismo russo, Elena Grabenkom, si capirà come il tema della violenza costituisse per il neofito bolscevico qualcosa di essenziale, un problema che egli doveva affrontare per giustificare a se stesso il passaggio dall’iniziale idealismo etico all’accettazione piena e attiva del terrore rivoluzionario.
Vivendo il comunismo come problema morale, Lukács nel 1919, nell’articolo Tattica e etica pone e risolve, a suo modo, il problema del terrorismo rivoluzionario, dell’imperativo rivoluzionario «Tu devi uccidere!», sentito da lui, a differenza della più parte dei suoi nuovi compagni di partito, come flagrante violazione dell’imperativo religioso «Non uccidere!». La contraddizione per Lukács si scioglie in un modo tipicamente russo, nello spirito del terrorismo rivoluzionario «classico», del quale Savinkov, con tanti altri conterranei, era stato l’espressione: il terrorista, uccidendo, «sacrifica per i suoi fratelli non solo la sua vita, ma anche la sua purezza, la sua morale, la sua anima». Egli sa di commettere un crimine e non ha alcun dubbio che «in nessuna circostanza l’omicidio deve essere approvato», ma sa anche che esso, tuttavia, «può avere, tragicamente, una natura morale». Per esprimere meglio questo pensiero Lukács cita le splendide e terribili parole dell’eroina del dramma di Friedriche Hebbel Judith: la bella ebrea Giuditta che - nell’omonimo libro della Bibbia, quando la sua città, Betulia, sta per cedere a Oloferne, il tremendo generale di Nabucodonosor - finge di passare dalla parte del nemico, concedendosi ad Oloferne, ma per decapitarlo poi nel sonno. Le parole di Giuditta che Lukács porta come giustificazione sofferta del terrorismo suonano: «E se Iddio avesse posto il peccato tra me e l’azione che mi è stata imposta, chi sono io perché possa sottrarmi ad esso».
Giuditta sa di commettere un «peccato», assassinando Oloferne (e chiederà ai suoi di ucciderla per timore di procreare un figlio dal nemico nell’amplesso che ha preceduto l’assassinio), ma sente il delitto come voluto da Dio, un imperativo dal quale essa non può esimersi. Così Lukács credeva di aver risolto il problema etico del terrorismo rivoluzionario, accettandolo come farà la sua proiezione romanzesca, Naphta, nella Montagna incantata, secondo il quale il compito del proletariato è «il terrore per la salvezza del mondo», fino ad arrivare al profetico verdetto che «non liberazione e sviluppo dell’io sono il segreto e l’esigenza della nostra epoca. Ciò in cui essa ha bisogno, ciò che brama, ciò che riuscirà a procurarsi è... il terrore».
Naphta vedeva il futuro più lucidamente del suo prototipo, Lukács, il quale nonostante il suo razionalismo marxista fondato su un atto di fede irrazionale, era ancora dominato da una visione etica anche nella giustificazione del terrore rivoluzionario: è vero che il Dio di Giuditta non era più il suo, essendo la divinità da lui adorata quella della Storia, ovvero la necessità immanente al processo storico rivelata da Marx, ma ciò che allora gli sfuggiva, e che egli stesso nell’Unione Sovietica avrebbe osservato di persona, è che con la rivoluzione bolscevica il terrorismo «classico» alla Savinkov era finito ed era cominciato un terrorismo totale e totalitario di massa, la cui espressione centrale diventò il Gulag. Come diceva con spietata ironia Anna Achmatova, un eroe dostoevskijano come Raskolnikov uccide per «idea» una vecchia usuraia e involontariamente sua sorella e poi si angustia per tutta la vita, mentre i boia bolscevichi ammazzano con un colpo alla nuca qualche decina di «nemici di classe» e poi vanno a riposarsi.
Il «leninista occidentale» Lukács, la cui coscienza non poteva non essere gravata dalla responsabilità dei successivi crimini della rivoluzione, ragionava ancora entro un orizzonte etico-religioso giudaico-cristiano, come l’esempio di Giuditta dimostra. Oggi il terrorismo, pur nella continuità del suo sviluppo, è entrato in una fase nuova, successiva a quella «classica», ancora cristiana, e a quella atea, comunista (e nazionalsocialista), una fase anch’essa religiosa, ma di una religione (e civiltà) diversa che giustifica senza remore l’uccisione in massa di innocenti fortuitamente prescelti e il suicidio simultaneo dell’omicida, votato a una remunerazione ultraterrena, oltre che alla gloria postuma di chi è reputato martire. Anche la storia del terrorismo conosce un suo macabro progresso sulla via verso il nulla, a partire dai lontani patemi d’animo di un Lukács e dei «suoi» terroristi dostoevskijani.

laicità e libertà sono principi antitetici?
...in Francia...

Corriere della Sera 31.12.03
La proposta francese di vietare il velo islamico nelle scuole pubbliche ha suscitato un'ondata di critiche in molte comunità musulmane e in diversi Paesi occidentali...
di Massimo Nava



PARIGI - La proposta francese di vietare il velo islamico nelle scuole pubbliche ha suscitato un'ondata di critiche in molte comunità musulmane e in diversi Paesi occidentali, Stati Uniti in testa, per una volta in sintonia nel denunciare un attentato alle libertà individuali e alla libertà religiosa e la tentazione, tipicamente francese, di ricorrere a un divieto dal sapore giacobino e anticlericale.
Per inciso, proprio ieri lo sceicco Mohammed Sayed Tantawi, una delle massime autorità dell’Islam sunnita, ha detto che il velo è un obbligo solo nei Paesi musulmani e che quindi la Francia ha diritto di vietarlo. Anche il dibattito apertosi in Francia risente di riserve e critiche che trapassano comunità e schieramenti politici. I «crociati» della laicità dello Stato avrebbero voluto un proibizionismo più marcato, le componenti liberal temono una reazione confessionale e quindi un'ostentazione provocatoria. Molti osservatori notano che il velo, più che coprire il capo delle allieve musulmane, è la foglia di fico su problemi che la Francia stenta ad affrontare: disagio delle periferie, fallimento dell'integrazione, crescente populismo xenofobo. Per comprendere meglio, qualche precisazione è d'obbligo. Non è vero che la Francia ha deciso di vietare il velo islamico, anche se questo è il messaggio percepito dall'opinione pubblica. Si tratta di una proposta avanzata dal presidente della Repubblica, Jacques Chirac, sulla base di una vasta indagine condotta da una commissione di saggi in rappresentanza di tutte le componenti culturali e religiose. La commissione non si è limitata a discutere di veli e crocefissi, ma ha evidenziato il nuovo paesaggio s pirituale di una società davvero multiculturale: ha indicato una strada di tolleranza e apertura, non di oscurantismo e repressione. Per esempio proponendo l'insegnamento della storia delle religioni nelle scuole e la possibilità di alimenti differenziati nelle mense. La proposta francese non si riferisce al solo velo islamico, ma a tutti i simboli religiosi esibiti con evidente ostentazione o finalità di proselitismo. Una legge, ancora da scrivere e approvare, restringe comunque il campo alla scuola pubblica secondaria, dove l'esigenza di una regola condivisa era particolarmente avvertita. Basti ricordare il dibattito lacerante, nella stessa comunità musulmana, fra allieve che considerano il velo un diritto, per ragioni di pudore e tradizioni religiose, e allieve che l o denunciano come un'imposizione di padri e fratelli fondamentalisti. E' probabile, come sostengono i critici, che una legge sia la risposta sbagliata e provochi effetti peggiori, ma nel processo alle intenzioni della Francia dovrebbe essere considerata almeno un'attenuante la volontà di garantire, con la liberté dell'individuo, anche l' égalité delle opportunità e la fraternité della convivenza civile, quindi la garanzia di un'offerta neutra e laica del servizio pubblico e soprattutto dell'istruzione. Negli ultimi mesi, la Francia è stata accusata di aver rotto il fronte occidentale per la guerra all'Iraq e di qualche eccesso di benevolenza nei confronti del mondo islamico, magari con l'opportunismo di tenersi buoni i musulmani di casa propria, la più grande comunità in Europa. Nello stesso tempo, il Paese si è trovato all'indice per manifestazioni endemiche di antisemitismo e xenofobia, fenomeni aggravati da tendenze nuove, come l'islamofobia che fa crescere l'estrema destra e l'antisemitismo di giovan i immigrati musulmani, soprattutto nelle scuole delle periferie. Oggi la difesa della laicità dello Stato, cornice di un Paese che da secoli è terra d'accoglienza per tutti, fa gridare all'attentato alle libertà individuali. In particolare dei musulmani, che trovano avvocati anche fra coloro che spesso denunciano l'oscurantismo del Corano e il rischio di estinzione della cultura occidentale. La legge sui simboli religiosi è probabilmente il riflesso della crisi d'identità di un Paese che s'interroga sulle proprie ambizioni, ma è strano che sia anche occasione di processi, come se un Paese sbagliasse a voler difendere i valori fondamentali della propria storia. Alla ricerca di se stessa, all'interno e sulla scena internazionale, la Francia si aggrappa alla storia passata (la Rivoluzione) e recente (de Gaulle). Può essere che questa scelta risulti anacronistica, come l'illuminismo e la «Vecchia Europa», ma i «giacobini» francesi continuano a credere che laicità e libertà non siano principi antitetici bensì pilastri di una moderna democrazia. E' questo il messaggio che la Francia lancia anche al mondo islamico, forse in modo meno traumatico delle libertà esportate con campagne militari.