mercoledì 30 giugno 2004

storia delle donne:
la tragedia di Olympe de Gouges ai tempi del Terrore

Giornale di Brescia 30.6.04
Maria Rosa Cutrufelli, finalista al Premio Strega, racconta la storia di Olympe de Gouges, narrata nel suo romanzo
La donna che visse per un sogno al tempo del Terrore
di Andrea Grillini


«Olympe de Gouges, nata con un’immaginazione esaltata, ha scambiato il suo delirio per un’aspirazione della natura: ha voluto essere Uomo di Stato. Ieri la legge ha punito questa cospiratrice per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso». Così recita il rapporto sulla morte di questa anticipatrice del femminismo, datato 14 brumaio, anno II della Repubblica. Parigi 1793. La Rivoluzione imperversa, seminando il terrore e sconfinando nell’illecito quotidiano. Mentre la ghigliottina lavora senza sosta, si muove Olympe de Gouges: autrice della "Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina", si è infiammata delle idee di eguaglianza e libertà proclamate dalla Rivoluzione, applicandole alla parte femminile della popolazione. Ma i capi del Terrore non perdonano chi non è in totale sintonia con loro. Così anche su Olympe si abbassa, implacabile, la lama della ghigliottina. A questa affascinante figura femminile ha dedicato un libro Maria Rosa Cutrufelli - "La donna che visse per un sogno" (Frassinelli, 340 pagine, 14.50 euro), - col quale ha vinto il Premio Alghero Donna ed è finalista al Premio Strega. All’autrice chiedo di illustrarmi meglio la sua eroina.
«Olympe de Gouges - risponde - delle idee fece la ragione della sua vita, come si evince dai suoi numerosi scritti. Molti suoi testi politici e un romanzo autobiografico furono ripubblicati nel bicentenario della Rivoluzione Francese, e dalla loro lettura si capisce che la sua era una passione autentica, quasi un’ossessione. Voleva che la femminilità fungesse da leva per cambiare in profondità la società».
Che effetti ebbe la sua "Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina"?
«Investì una delle idee cardini della sua epoca e dei rivoluzionari, ossia che l’essere umano, di qualsiasi colore e sesso, fosse un individuo "neutro", e in quanto tale avesse dei diritti. Olympe invece, nella sua Dichiarazione, asserì che non esisteva un individuo neutro, ma esistevano degli individui con le loro differenze e che proprio in virtù di queste differenze dovessero avere dei diritti. Smantellò l’asse portante del pensiero rivoluzionario, mostrandone l’astrattezza. Era troppo all’avanguardia. E la reazione non si fece attendere».
Ma era davvero così pericolosa da meritare la ghigliottina?
«Come scrivo nell’epilogo del libro, fu la più "scomoda" delle donne della Rivoluzione francese, e la più innovatrice. Ancora all’inizio del Novecento un medico militare, in un opuscolo scientifico su di lei, sostenne che la Rivoluzione aveva fatto credere alle donne di potersi impossessare di alcune qualità tipiche dell’uomo, conducendole così a gravi patologie...».
La vicenda è raccontata, nel libro, da Olympe stessa e da altre donne: perché questa scelta?
«Per due motivi. Volevo evitare di cadere nel romanzo storico tradizionale, e quindi dovevo escogitare una struttura nuova, pur rimanendo agganciata alla tradizione. In secondo luogo desideravo dimostrare che Olympe, la quale spesso si rimproverava di essere isolata, di essere troppo all’avanguardia, in realtà non era affatto sola, anzi era calata in una rete di relazioni femminili. C’era un mondo femminile che si muoveva con lei».
Olympe era solita ripetere che lei era «solo una donna»: si trattava di modestia o di un orgoglio malcelato?
«Con questa sua frase intendeva contestare il pregiudizio del suo tempo, per cui in una donna si vedeva una sorta di diminutivo dell’essere umano. Lei rovesciava simile idea e faceva diventare questo diminutivo un punto di forza».
Nel romanzo la vicenda di Olympe si snoda in cinque frenetici mesi. Combattendo per le donne, Olympe si oppose anche alla tirannia?
«Rileggere la storia di Olympe significa anche guardare da un punto di vista diverso la vicenda della Rivoluzione. Olympe non combatte solo per le donne, ma per tutti, perché la Rivoluzione con la sua involuzione, il terrore e il sangue, ha tradito le sue premesse e ciò che aveva promesso a tutti. La domanda che sempre ricorre nella storia umana, ossia se la violenza e il sangue siano necessari per il trionfo di un’idea, penso che sia molto attuale. E Olympe, con la sua morte, risponde che le idee possono tramutarsi in fatti solo se non precipitano nella violenza e nel terrore. Sarebbe bene che gli esseri umani non si dimenticassero di questa profezia. Olympe afferma che il cambiamento e la vera rivoluzione sono possibili se a prevalere sono le parole. Previde la guerra civile che s’avvicinava, e propose di andare al voto anziché usare le armi. Ma il voto allora sembrava un’utopia, esisteva solo la realtà delle armi».
È stato difficile il lavoro d’immedesimazione con questo personaggio?
«Sì, difficilissimo, ma non solo per Olympe. I miei personaggi parlano tutti in prima persona, e dire "io" non è stato facile con nessuno, ma con Olympe lo è stato in particolare perché il suo carattere è forte, lo è ancora dopo più di duecento anni dalla sua morte. C’è una forza in questa figura che prende totalmente e mantenere il controllo su di essa è stato arduo».

il professor Sergio Givone:
«Che i bambini abbiano un loro segreto?»

Repubblica 30.6.04
Una mostra a Mantova sull'infanzia e l'arte
I GRANDI ARTISTI E I DISEGNI SPONTANEI DEI BAMBINI
Un mondo che sta nel segno del meraviglioso ma anche in quello del terribile
di SERGIO GIVONE


Occhi che ci guardano da chissà dove, volti e gesti di chi abita in questo mondo e nello stesso tempo in un altro, corpicini infantili attraversati da languori e turbamenti misteriosi, in grado di sopportare violenze indicibili, e che un niente strazia... Sono i bambini, così come la pittura e le altre arti figurative li hanno rappresentati nei secoli e come possiamo vedere in una bellissima mostra ideata da Sergio Risaliti e promossa da «Codice», che raccoglie opere a tema dall´antichità a oggi («Bambini nel tempo. L´infanzia e l´arte», Mantova, Palazzo Te, fino al 4 luglio). Che i bambini abbiano un loro segreto? E che questo segreto tenti in modo speciale gli artisti, i soli in grado di dirne qualcosa?
L´universo dei bambini, scrive Risaliti nell´introduzione al catalogo (Skira, euro 28), è percepito dagli adulti secondo una doppia prospettiva. Da una parte l´infanzia appartiene a una dimensione in cui tutto è stupore, grazia e dono. A far risplendere la tenera e miracolosa bellezza dell´infanzia è la sua gratuità. L´infanzia è com´è. Non può essere piegata a nient´altro, non può esser fatta servire a nient´altro. Tant´è vero che quando questo avviene, e non importa se per ragioni più o meno nobili o abiette, sempre e comunque avvertiamo che qualcosa di sacro è stato profanato.
Ma se da un lato il mondo dei bambini sta nel segno del meraviglioso, dall´altro invece sta in quello del terribile. Non solo la cronaca è infaticabile nel macinare orrori che hanno nei bambini un soggetto privilegiato. C´è anche una più sottile e più amara consapevolezza: che il carnefice sia stato vittima, almeno potenzialmente, che nella vittima si nasconda o addirittura si prepari un eventuale carnefice.
Come non vedere qui una connessione che è pura tenebra? Sembra quasi che a trar fuori la bestia dal nascondimento sia proprio la creaturalità indifesa, tanto più esposta alla violenza quanto più ignara e anzi confidente. L´affidarsi fiducioso eccita la voglia di ferire, la delicatezza chiama lo sfregio, l´innocenza vuole la colpa. Ed è il male per il male. Il male per il piacere di farlo. Ci sono artisti che hanno saputo dipingere l´una cosa e l´altra. L´innocenza e il furore. Il sogno e l´incubo. La dolcezza più commovente e il sangue che grida vendetta. Ma ci sono anche artisti che hanno visto il legame atroce che tiene insieme le due cose. Alcuni nomi: Guido Reni, Mattia Preti, Daniele Crespi.
Nella regione dell´infanzia, verso cui ci volgiamo increduli all´idea che un giorno sia davvero stata la nostra, tutte le cose hanno origine. Tanto che di nessuna di esse possiamo riscoprire il senso, il fascino, il mistero, se non abbandonandoci allo stupore e alla meraviglia dei nostri anni infantili. Nessun bamboleggiamento, qui (anche se non mancano esempi di artisti, pur grandi, che ne sono stati sfiorati, come per esempio Goya). Piuttosto, una strada obbligata.
E difficilissima. Come recita il detto evangelico, solo chi si fa come uno di questi fanciulli entrerà nel regno dei cieli. E allora? Devo forse ritornare nell´utero di mia madre (sta scritto)? In un certo senso sì, è la riposta di alcuni dei maggiori pittori del Novecento. Bisogna ripercorrere a ritroso la genesi, affermava Klee, è necessario risalire tutte le vie della creazione, fino all´origine. E Picasso pare sostenesse d´aver impiegato una vita per imparare a disegnare come un bambino, lui che da bambino disegnava come un Raffaello.
Nel suo saggio pubblicato nel catalogo Marco Belpoliti si sofferma su questa apparente stranezza. Perché disegnare come un bambino? L´arte contemporanea sembra aver cancellato la linea che un tempo separava nel modo più netto produzioni alte e produzioni basse, ingenui, inconsapevoli (gli "scarabocchi" dei bambini, ma anche di coloro che non sanno bene quel che fanno, sia che si tratti di pazzi sia di chi traccia ghirigori soprapensiero). Appunto: perché? Ma perché il gesto affrancato da qualsiasi finalità non riproduce questa o quella cosa, bensì l´originario ritmo del mondo, da cui tutte le cose sono generate. Come ben sapevano gli antichi, imitare è anzitutto mettersi in accordo con la realtà, ascoltarne la musica profonda, lasciarla risuonare come per la prima volta. Questo fanno i bambini quando imitano le azioni degli adulti. E questo capita agli adulti quando tornano bambini: infatti, se non rimbambiscono, diventano artisti. Nel qual caso a trovare un varco e a farsi visibile è ciò che altrimenti resterebbe per sempre senza voce.
Evidentemente non è solo questione di riconoscere che l´arte mal sopporta la servitù dei canoni e delle forme ideali ed eterne, attingendo invece alle inesauribili potenze della vita e magari da quelle potenze lasciandosi distruggere. In gioco (alla lettera) è la possibilità che quel ritmo, quella musica, quell´impulso formativo trovino modo di manifestarsi. I bambini ne sono i ricettori più sensibili.
Sono anche altro, i bambini. Lo stupore e la meraviglia di cui sono capaci, la tenerezza che suscitano, l´incanto che diffondono, fanno da calamita all´inquietante e all´impensato. Lì, dove la grazia incontra inevitabilmente il proprio opposto, si apre una vasta zona d´ombra che tiene insieme tutte le ambiguità. Regione largamente inesplorata, non è stata però la pittura quanto la letteratura a inoltrarsi nei suoi labirintici andirivieni. In particolare la letteratura contemporanea, come in conclusione del catalogo suggerisce Dalia Oggero. Che con molta intelligenza ha individuato un percorso possibile all´interno del più sconosciuto dei paesi scegliendo e accostando passi da romanzi di autori italiani contemporanei. Ma questo percorso non poteva che condurci oltre i confini della pittura e di quanto la pittura ha saputo rivelare dell´infanzia e del suo enigma.

l'esercito americano in Iraq:
sindromi psicopatologiche da stato di guerra

Rai.News 30.6.04
Solo nel mese di maggio 12 mila soldati americani sono stati rimpatriati
Iraq, l'esercito dei depressi
DI questi appena 1300 sono ritornati a casa per ferite di arma da fuoco. Gli altri per depressione e affaticamento. La maledizione della 'Sindrome del Golfo' si ripete e ai piani alti dello Stato Maggiore e' da tempo scattato l'allarme
di p.p.


Il numero dei soldati americani caduti in battaglia sale di giorno in giorno. Le statistiche ufficiali dell'esercito parlano di 850 militari M.I.A. (Missing in Action) che hanno perso la vita sul suolo iracheno.
Ma la cifra resa dalla fonte ufficiale non rende la difficolta' nella quale versano i soldati statunitensi. Ci sono altri dati allarmanti che rendono il senso della 'fatica' di una missione che inizia a pesare non solo sulle coscienze ma anche sul morale delle truppe.
Solo nel mese di maggio sono ritornati a casa 12.000 soldati e di questi solo una piccola parte a causa di ferite da arma da fuoco. Lo stillicidio dei rientri e' costante. Quotidiani sono i voli che da Baghdad con scalo in Germania portano i 'disabili' negli Stati Uniti, i malati della guerra il 90 per cento con certificati medici nei quali si richiede riposo e recupero per evidenti scompensi psicologici.
La sabbia del deserto corrode fino a consumarli i fisici e la psiche dei soldati non piu' giovanissimi. Ad alzare 'bandiera bianca' il folto gruppo degli over 40, per lo piu' graduati, chiamati per le continue emregenze a operazioni che richiedono la tempra di un ventenne.
Angina pectoris, cali ponderali eccessivi, perdita di tono, rallentamento dei riflessi, stanchezza diffusa, l'esercito a telle e strisce nelle retrovie ha l'infermeria sempre affollata e in questo tutti gli eserciti si assomigliano al di la delle parate mediatiche con militari sempre pronti e in perfetto assetto da combattimento.
Si suda e si soffre anche sotto la bandiera americana e non appena si volge lo sguardo dietro la prima fila di ipervitaminizzati e muscolosi marines si scopre il volto umano e contradditorio di migliaia di uomini in divisa che chiedono un 'time out'.
Ansieta' e depressione i malesseri piu' diffusi dovuti a turni massacranti che arrivano anche a 48 ore di corvee' continuata quando ogni minuto che passa e' un minuto strappato alla morte. Al CentCom (il comando centrale delle operazioni) lo sanno bene che il ritmo tenuto non potra' essere sostenuto in attesa che il congresso e i governi alleati decidano di inviare forze fresche al fronte.
C'e' poi un altro aspetto preoccupante. Tra chi rimane in prima linea si diffonde a macchia d'olio l'uso di psicofarmaci per sostenere la fatica e superare la depressione. Anche se non ufficialmente riconosciute, gli psicofarmaci somministrati dai medici militari sono solo un gruppo ristrettissimo di prodotti, circolano pasticche piu' vicine alle droghe che non a prodotti teraputici.
Dalla guerra in Vietnam l’esercito americano ha cominciato a far uso di pillole – anch’esse dall’effetto disastroso – chiamate “go-pills” o “speed” (le anfetamine). Un anno fa comparve la notizia, pubblicata sul “Village voice” di New York, che centri di ricerca di alcune delle più prestigiose università americane, tra cui Harvard e la Columbia, si sono adoperati a creare una pillola in grado di cancellare dalla memoria le esperienze più traumatiche della nostra vita.

neurologia canadese:
le ricadute nei casi di «anoressia nervosa»

Le Scienze ed. italiana dello Scientific American 29.06.2004
L'anoressia nervosa è spesso cronica
Le ricadute si verificano in media dopo 18 mesi


Le donne che sono state sottoposte a un trattamento per anoressia nervosa rimangono a rischio di una ricaduta per almeno due anni dopo aver riconquistato il proprio peso ed essere state dimesse dall'ospedale. Lo sostiene uno studio dell'Università di Toronto e del Toronto General Hospital, pubblicato sul numero di maggio della rivista "Psychological Medicine".
La psichiatra e psicologa Jacqueline Carter ha effettuato uno studio di follow-up su 51 pazienti dell'ospedale canadese. Ha scoperto che, nei due anni successivi alle dimissioni, il 35 per cento delle pazienti era ricaduto vittima dell'anoressia, con un calo nell'indice di massa corporea (la misura del grasso del corpo in relazione all'altezza e al peso) al di sotto di 17,5 per tre mesi consecutivi. Il tempo medio prima di una ricaduta è risultato di 18 mesi, in contrasto con ricerche precedenti che suggerivano che le ricadute si verificassero solamente entro un anno dalla fine del trattamento.
"La nostra scoperta più importante - spiega Carter - è che in un numero significativo di casi la malattia è cronica e debilitante. In ospedale siamo in grado di aiutare le pazienti a recuperare il proprio peso, ma la vera sfida è quella di scoprire come migliorare la prevenzione delle ricadute e la salute a lungo termine delle pazienti di anoressia nervosa".

© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.

storia dell'uomo:
la mobilità dei Maja

Le Scienze, ed. italiana dello Scientific American 28.06.2004
La mobilità nella civiltà Maya
L'analisi di ossa e denti può indicare dove nacquero e vissero gli individui


I geologi David Hodell e Mark Brenner dell'Università della Florida hanno sperimentato sul campo, nella regione dell'America Centrale che ha ospitato l'antica civiltà Maya, una nuova tecnica che combina elementi di geologia, archeologia e medicina legale. Gli scienziati sono giunti alla conclusione che il metodo può aiutare a determinare dove sono nati e cresciuti i capi e gli altri abitanti dei grandi insediamenti quali Tikal, fornendo informazioni - o contraddicendo quelle date per scontate - a proposito di eventi storici che fino a oggi venivano dedotti soltanto dai geroglifici e da altre tracce archeologiche.
"Siamo riusciti a dimostrare - ha dichiarato Hodell in un articolo pubblicato sul numero di maggio della rivista "Journal of Archaeological Science" - che è possibile distinguere fra differenti parti dell'area di influenza dei Maya. Ora siamo in grado di determinare se un singolo individuo è cresciuto a Tikal o se proveniva da qualche altra regione".
Al culmine della loro espansione, fra il 650 e l'800 d.C. circa, i Maya occupavano grandi città-stato diffuse in gran parte degli odierni Messico, Guatemala, Honduras e Belize. Per gli archeologi comprendere la mobilità nella società Maya è essenziale per studiare l'ascesa e la caduta del loro impero.

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Pirella:
non vuole il museo per Lombroso

Repubblica ed. di Torino 30.6.04
IL CASO
Repubblica, ed di Torino 30.6.04
Lo psichiatra Pirella contesta l'iniziativa
"Niente museo per Lombroso"
di Alberto Custodero


«Lombroso non si merita un museo: i reperti che ha lasciato sono i cervelli in formalina dei suoi pazienti e i lavori dei malati di mente che nulla hanno a che fare con la scienza». Parola di Agostino Pirella, professore di psichiatria a Psicologia, ex coordinatore del processo di superamento dell´ospedale psichiatrico di Collegno. La clamorosa contestazione di Pirella è avvenuta, ieri, al San Giovanni antica sede, durante la presentazione del libro di Delia Frigessi (Einaudi), dedicato allo psichiatra ottocentesco. «Non ha innovato la psichiatria - ha spiegato Pirella - e non ha capito che la "pellagra", malattia che aveva ricadute psichiatriche, era causata dalla fame. Lui, invece, teorizzò che fosse provocata da una malattia del mais». A 5 anni dal centenario della morte del maggior rappresentante italiano del positivismo evoluzionistico di derivazione darwinista, a Torino (città nella quale diresse l´ospedale psichiatrico), è in dirittura d´arrivo la realizzazione del «Museo dell´uomo» a lui dedicato. Sorgerà in via Pietro Giuria 11, proprio dove si trovava lo studio nel quale Lombroso aveva iniziato le sue ossessive misurazioni fisiognomiche per la classificazione del «tipo» umano, in particolare, quello criminale. Il museo che Pirella non vuole avrebbe dovuto aprire entro la fine dell´anno, in occasione dei 600 anni dell´Ateneo torinese. Ma i lavori sono in ritardo e l´appuntamento slitterà nel 2005.

antico pensiero magico in Sicilia:
la percezione dei pericoli che possono colpire i bambini

Repubblica, ed. di Palermo 30.6.04
LA STREGONERIA
I "patruneddi" nemici dei bambini


"Donne di fuori": così si autodefinivano le donne siciliane processate per stregoneria dal tribunale spagnolo dell'Inquisizione. Rimandano a un'area che lo studioso Le Roy Ladurie definisce «l'aldilà che sta quaggiù», popolato da esseri "impalpabili" chiamati con diversi nomi: beddi signuri, patruneddi di casa o donni di casa (belle signore, padroncine di casa o donne di casa). Più che malvagie sono capricciose, prediligono i piccoli appena nati, anche se giocano con tutti i bambini. Ma c'è il rischio che possano anche accanirsi contro di loro fino a farli morire. Spesso porgono doni o indicano nel sonno tesori nascosti (truvatura), si muovono in gruppo di sette, escono in volo il giovedì o comunque nei giorni pari. I patruneddi vivono stabilmente nelle case e pertanto è indispensabile ingraziarseli: fare la presentazione dei neonati, tenere in ordine la casa e offrire loro del cibo.

basagliani
a novembre il loro «Forum sulla salute mentale»

Yahoo Notizie Martedì 29 Giugno 2004, 18:34
PSICHIATRIA: SECONDO FORUM SULLA SALUTE MENTALE, IN TOSCANA


(ANSA) - TRIESTE, 29 GIU - Il Forum per la Salute Mentale - sorto lo scorso anno a Roma e che ha coinvolto quasi tutte le regioni - fara' il suo secondo congresso a novembre, in Toscana, probabilmente a Livorno.
Giuseppe Dell' Acqua, direttore del Dipartimento dei salute mentale di Trieste, erede di Franco Basaglia e uno dei fondatori del Forum, ha spiegato che in quell' occasione sara' rilanciato il documento fondativo che denunciava ''la dissociazione ormai non piu' tollerabile tra le teorie, le proposte legislative, le leggi, che sono sicuramente innovative e rivoluzionarie, e la miseria e la stupidita' delle pratiche che sono presenti in Italia un po' dappertutto ma soprattutto in regioni 'democratiche' come la Toscana e l'Emilia Romagna''.
Dell' Acqua ha che nei giorni scorsi, a Lucca si e' svolta una riunione con i rappresentanti delle regioni che hanno aderito al Forum. ''In questo incontro - spiega Dell'Acqua - abbiamo dibattuto alcuni temi fondamentali che saranno al centro del secondo forum di novembre in Toscana, proprio perche' questa regione - rileva - mostra con maggior evidenza questo iato tra le buone leggi, le affermazioni di principio e le pratiche 'cattive', specchio del malfunzionamento''.
E' proprio nelle regioni 'democratiche' che persiste il ricorso alla contenzione, non vengono attuate le strategie di intervento territoriale che il Forum ha individuato nei Centri di salute mentale aperti sette giorni su sette, 24 ore al giorno, mentre si insiste su strategie di intervento ambulatoriale e tecnicistico. ''Dove - precisa Dell'Acqua - si danno largo spazio alle Accademie, che portano avanti un discorso psicobiologico del disturbo mentale, della sofferenza, a scapito dei diritti e dell'umanita' stessa del malato''.
La contenzione sara' il primo punto all' ordine del giorno del secondo Forum di novembre. ''La contenzione e la violazione del corpo - afferma l'erede di Basaglia - sono le conseguenze del malfunzionamento delle pratiche per cui si dice 'si lega il malato perche' non c'e' altro da fare'''.
Dell'Acqua rileva poi che da un'indagine che sta portando avanti con l'Istituto superiore di sanita' sulle emergenze sanitarie, risulta che la contenzione e' utilizzata nell'85% dei Servizi di diagnosi e cura e delle cliniche private che operano per rispondere al ricovero in emergenza.
Un altro punto e' quello che riguarda il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari. ''In questo periodo -dice - contro le indicazioni del Ministero di Grazia e Giustizia, che vanno verso il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari, si stanno costituendo, con il nome di Centri clinici specializzati, manicomi giudiziari tout court''.
Il Forum pone come priorita' che l'Ospedale psichiatrico giudiziario sia superato dopo che sentenze della Corte Costituzionale, norme, progetti-obiettivo hanno prodotto una quantita' di strumenti che permettono il rientro delle persone dagli Ospedali psichiatrici giudiziari per essere curate nei luoghi dove risiedono. ''Il terzo punto all'ordine del giorno - precisa - sara'il dire che non tutte le forme organizzative vanno bene, che ognuno possa crearsi a livello locale l'organizzazione che vuole: chi l'ambulatorio, chi la psicoterapia, chi le cliniche private. Oggi - rileva Dell'Acqua - sappiamo che i migliori risultati vengono dai Centri di salute mentale, aperti 24 ore su 24, sette giorni su sette. L'ultimo punto sara' l'uso degli psicofarmaci nei bambini e negli adolescenti. ''Non solo il 'ritalin' e' tornato di moda, ma c'e' il tentativo di lavorare, in termini sedicenti preventivi, con questionari nelle scuole e nelle famiglie per individuare - spiega Dell'Acqua - il disturbo mentale del bambino e dell'adolescente che poi viene sottoposto a terapia farmacologica''.
''La 'seconda 'rivoluzione' psichiatrica - dice Dell'Acqua - e' cominciata un anno fa, con il documento fondativo del Forum attorno al quale si sono raccolti si' gli operatori, ma soprattutto le associazioni dei familiari e quelle degli utenti, che si sono ritrovate in quel documento che denuncia 'pratiche' e carenze che speravamo superate. Qui sta il paradosso - conclude Dell'Acqua - perche' la grande rivoluzione psichiatrica nasce con Franco Basaglia e la sua volonta' di aprire gli armadi e di mostrare gli scheletri chiamando giornalisti di grido e grandi fotografi. Oggi e' talmente addormentata la coscienza della gente che chi denuncia questo stato di cose non produce discussioni, valori attorno a cui riflettere, ma viene minacciato e costretto al silenzio''. (ANSA).

neuroscienziati:
talento musicale e DNA

Yahoo! Notizie Martedì 29 Giugno 2004, 19:17
GENETICA: IL TALENTO MUSICALE E' ANCHE UNA QUESTIONE DI DNA


(ANSA) - ROMA, 29 GIU - Il talento musicale? E' anche dovuto al Dna e, dunque, all'imprinting genetico. Lo ha affermato il primario del Dipartimento di Neuroscienze dell'Azienda ospedaliera di Terni, Alberto Freddi, durante i lavori del Congresso Internazionale 'Genetics and Regeneration in Neuroscience' in corso fino a domani nella citta' umbra.
''Non vi e' dubbio ha sottolineato Freddi - che particolari connotazioni genetiche predispongono alla migliore capacita' di comprensione e di espressione in ambito musicale. Tant'e' che vi sono soggetti musicalmente 'dotati' ed altri che abitualmente definiamo 'stonati', ovvero incapaci di riprodurre una melodia o di riconoscerla dopo qualche nota''. In termini piu' corretti, ha spiegato l'esperto, i soggetti stonati vengono definiti affetti da sordita' tonale o sordita' ritmica.
Ma come agisce la musica sul nostro cervello? E' in grado di evocare emozioni soltanto nei soggetti che hanno una vasta cultura musicale oppure puo' influenzare positivamente anche le persone prive di specifica cultura nel settore? La risposta giusta sembrerebbe essere la seconda, almeno stando a quanto hanno concluso alcuni ricercatori inglesi che, a proposito del cosiddetto 'effetto Mozart', hanno evidenziato il miglioramento delle prestazioni mentali in un campione di studenti cui era stata fatta ascoltare la sonata in Si Maggiore del celebre musicista di Salisburgo.
Gli esperti a congresso hanno anche sottolineato l'importanza della musicoterapica e della ''capacita' delle musica di influenzare positivamente il decorso di alcune malattie in ambito psichiatrico e di alcuni disturbi della psicomotricita'''. D'altro canto, ha ricordato Freddi, ''alcune malattie genetiche hanno inciso nella storia della musica e, paradossalmente, anche in senso positivo: basti pensare alla Sindrome di Marfan, un'affezione caratterizzata da diversi sintomi e anche da una particolare lunghezza delle dita, che sono iperestensibili e capaci di movimenti che non riescono nel soggetto normale''. Molti musicisti famosi, ha spiegato, come Paganini, Rachmaninoff, Clementi, ''proprio in virtu' di questa malattia erano in grado di effettuare notevoli performance, assumendo agevolmente posizioni che per altri musicisti apparivano impossibili, o al massimo ottenibili con estrema difficolta'''. Insomma, la relazione tra musica e cervello, hanno concluso i neurologi, ''sta portando oggi a importanti e preziosi risultati per meglio comprendere nei dettagli le malattie che principalmente colpiscono il sistema comunicativo delle persone: patologie che collegano linguaggio e arte quali l'amusia, ovvero l'impossibilita' di esprimersi attraverso la musicalita' e di riconoscere melodie note''. (ANSA).

TMAP: i piani di George W. Bush
per monitorizzare le malattie mentali nella popolazione americana

quello che segue è uno stralcio da un articolo, un po' strano per la verità,
che si trova sul web in forma molto più ampia sula leva.org al seguente indirizzo
www.laleva.org/it/2004/06
e fa riferimento ad un articolo del British Medical Journal reperibile a questo indirizzo.
Non so dare valutazioni, ma chi si fosse incuriosito può farsi un'idea della faccenda collegandosi agli indirizzi indicati.



Secondo un recente articolo del British Medical Journal, il presidente degli Stati Uniti George Bush annuncera', nel prossimo mese di luglio, una grande iniziativa per la salute mentale. La proposta estendera' medicazioni e test psichiatrici dai bambini agli anziani in tutti gli States seguendo uno schema pilota di pratiche per le raccomandazioni terapeutiche sviluppato in Texas e gia' esportato in diversi altri Stati.
Il "Texas Medication Algorithm Project" (TMAP - Progetto di algoritmo farmaceutico del Texas) servira' da modello sul quale si basera' questa iniziativa, secondo la New Freedom Commission on Mental Health del Presidente. Le linee guida del TMAP sono state stabilite nel 1995 basandosi sulle opinioni di chi prescriveva i farmaci invece che sull'analisi di studi scientifici. Le compagnie farmaceutiche che hanno finanziato lo schema sono la Janssen Pharmaceutica, Johnson & Johnson, Eli Lilly, Astrazeneca, Pfizer, Novartis, Janssen-Ortho-McNeil, GlaxoSmithKline, Abbott, Bristol Myers Squibb, Wyeth-Ayerst and Forrest Laboratories. I farmaci raccomandati come "trattamento primario", molti dei quali con potenziali effetti mortali, sono dei costosissimi farmaci brevettati e prodotti dagli sponsorizzatori delle linee guida: Risperdal, Zyprexa, Seroqual, Geodone, Depakote, Paxil, Zoloft, Celexa, Wellbutron, Zyban, Remeron, Serzone, Effexor, Buspar, Adderall e Prozac.
Il TMAP e' stato esteso per raggiungere anche i bambini, sempre sotto il "consenso degli esperti", e non c'e' nessun dubbio che il programma di Bush per diffondere i test nelle scuole di tutta l'America trovera' centinaia di migliaia, se non milioni, di nuovi "clienti" per tutti quei farmaci che il sistema promuove.
Una simile "strategia reclutativa" per la psichiatria e' la ri-definizione delle malattie ambientali - una condizione debilitante con sintomi variabili dovuta a cause ambientali come l'avvelenamento chimico e l'inquinamento elettromagnetico - come un fenomeno puramente psicologico. "E' tutto nella tua testa, stupido!" sembra essere il nuovo consenso. Diana Buckland, rapprensentante della Australian Chemical Trauma Alliance, chiede il sostegno di tutti alla Global Recognition Campaign per i malati di Sensibilita' Chimica Multipla o malattia provocata da cause ambientali. (...)

martedì 29 giugno 2004

cultura tolemaica:
da nuove tecniche ecografiche ribadiscono la credenza
in una vita psichica prenatale

Corriere della Sera 29.5.04
Comincia a stiracchiarsi, muoversi e scalciare nella pancia ...
Le immagini registrate vengono elaborate in tre dimensioni: possibile studiare lo sviluppo psichico
di Adriana Bazzi


Comincia a stiracchiarsi, muoversi e scalciare nella pancia della mamma quando ha soltanto 12 settimane, circa tre mesi. Fotografato, anzi filmato, per la prima volta da un sofisticato apparecchio a ultrasuoni di ultima generazione, il feto rivela non soltanto la sua anatomia, ma anche i suoi comportamenti e i suoi movimenti. Sconosciuti persino alla mamma che a quell’epoca ancora non lo «sente». Insospettabili per chi finora ha sfruttato la tecnica ecografica convenzionale a due dimensioni, quella che ci mostra un’immagine, piuttosto confusa, nei toni del grigio. Evidentissimi invece per un pioniere dell’ecografia in gravidanza, l’inglese Stuart Campbell, ginecologo alla London’s Create Health Clinic: perfezionando la tecnica dell’ecografia a tre dimensioni e in tempo reale, ha «immortalato» il feto in una serie di immagini molto dettagliate e in movimento, dimostrando, per la prima volta, come, fin dalle primissime fasi del suo sviluppo, sia impegnato in una serie di attività piuttosto complesse.
Se a 12 settimane già «cammina», a 18 è in grado di aprire gli occhi, inaspettatamente, dal momento che finora si è sempre pensato che a quell’epoca le palpebre fossero ancora fuse. A 26 settimane riesce addirittura a «esprimersi» in modi diversi: sbadigliando, fregandosi gli occhi, piangendo, succhiando e sorridendo.
«Siamo di fronte a una nuova scienza - ha detto Campbell in un’intervista alla Bbc online - che ci permetterà di comprendere meglio i comportamenti del feto, prima, e del bambino, dopo.
E forse, in futuro, potrà aiutarci a diagnosticare malattie genetiche o condizioni come la paralisi cerebrale, che rappresenta tutt’oggi un rompicapo per i medici».
Attualmente l’evoluzione di una gravidanza viene seguita con l’ecografia classica. La tecnica è sicura perché si basa sull’uso degli ultrasuoni (non su radiazioni) che raggiungono il feto e producono un’«eco» diversa a seconda della densità dei tessuti che incontrano: è questo segnale che viene poi registrato e dà origine alle immagini in bianco e nero.
Fondamentalmente l’ecografia tradizionale di routine garantisce tre tipi di informazioni: la data di inizio della gravidanza, la presenza di eventuali gravidanze gemellari e la vitalità dell’embrione o del feto.
Può anche segnalare altre condizioni come la presenza di malformazioni o il sesso del nascituro, ma sono indicazioni che non sono attendibili al 100 per cento.
Ora il «trattamento» informatico delle immagini ecografiche ha permesso di entrare nella terza dimensione e nella quarta, quella del movimento: ecco perché la faccia del feto può essere visibile in tutti i suoi dettagli, anche quando sorride.
Finora si era sempre pensato che il neonato cominciasse a farlo sei settimane dopo la nascita, imparando dalla mamma; l’ecografia ha rivelato il contrario: «Questo significa - ha commentato Campbell - che il neonato, dopo una vita intrauterina serena e priva di stress, deve superare il trauma della nascita e del nuovo ambiente prima di tornare a sorridere».

storia del cristianesimo:
una nuova lettura dei Vangeli

Corriere della Sera 29.6.04
ANTICIPAZIONE Luciano Pellicani pubblicherà su «Mondoperaio» un saggio sul processo a Cristo e sulle radici teologiche dell’antisemitismo
Paradossi del Vangelo: Barabba di nome faceva Gesù
IL DILEMMA
di Antonio Carioti


L'antisemitismo è una piaga tuttora aperta, ma le sue radici sono antiche. Tanto che, per studiarlo, Luciano Pellicani, direttore della rivista socialista Mondoperaio , si è spinto a indagare sulla condanna a morte di Gesù Cristo. Se infatti il pregiudizio antisemita era già presente nel mondo pagano, con lo scontro tra cristianesimo ed ebraismo esso assume un nuovo contenuto teologico. Noto per i suoi saggi sulle ideologie politiche, come quelli raccolti nel recente libro "Rivoluzione e totalitarismo" (Marco editore, pp. 232, 20), Pellicani è molto attento anche ai riflessi sociali delle credenze religiose. E richiama l’attenzione sul brano evangelico in cui Ponzio Pilato chiede alla folla di Gerusalemme se debba essere graziato Gesù o Barabba: «Nel momento in cui riferisce che gli ebrei scelsero di salvare Barabba, il Nuovo Testamento scarica su di loro la responsabilità del supplizio di Gesù. Ne scaturirà l'accusa di deicidio, con tutte le sue spaventose ripercussioni».
Eppure i primi cristiani erano ebrei. Come spiegare la vicenda? «Un'utile chiave di lettura - risponde Pellicani - è offerta da Samuel Brandon, studioso delle origini cristiane. A suo avviso il Vangelo più antico, quello di Marco, venne scritto, tra il 60 e il 70 d.C., sotto l'influsso della paura. Cresceva l'ostilità del potere imperiale verso i cristiani, che Nerone aveva accusato dell'incendio di Roma. Ed era scoppiata la guerra giudaica, che avrebbe portato alla distruzione del tempio di Gerusalemme. Per timore delle persecuzioni Marco si sforza quindi, secondo Brandon, di dimostrare che Gesù non era un nemico di Roma, anche se la crocifissione era appunto la pena inflitta a chi si ribellava contro l'impero. Perciò l'evangelista fa di tutto per mettere in cattiva luce gli ebrei ortodossi, che erano in aspro dissidio con i cristiani sulla questione cruciale se Gesù fosse o non fosse il Messia».
Tutto sembra chiaro, ma proprio qui Brandon, e Pellicani con lui, solleva un grosso interrogativo: «Davvero Gesù era estraneo alla politica e non c'entrava nulla con gli zeloti, gli ebrei che combattevano il dominio romano con le armi? La sua crocifissione induce a dubitarne: i due "ladroni" giustiziati con lui erano quasi certamente degli zeloti e gli stessi Vangeli riferiscono che in quei giorni a Gerusalemme c'era stata una rivolta. Anche la cacciata dei mercanti dal tempio ha tutto il sapore di un tumulto politico».
A ciò si aggiunge un dubbio su Barabba. «Alcuni manoscritti del Vangelo di Matteo - ricorda Pellicani - affermano che Barabba si chiamava Gesù. Dato che Bar Abbas in aramaico significa "figlio del padre", ci troveremmo di fronte a una completa omonimia tra i due condannati. Si è cercato di spiegare il paradosso con un errore di trascrizione, ma non mi sembra una tesi plausibile. Viene piuttosto da pensare che Barabba sia un personaggio inventato, attraverso lo sdoppiamento della figura di Cristo, per sollevare Pilato da ogni addebito e far ricadere sugli ebrei la colpa per l'uccisione del Messia».
Del resto, aggiunge Pellicani, uno sdoppiamento, o almeno una forte ambiguità, si avverte anche nell’insegnamento di Gesù: «Alcuni suoi detti sono tipici di un predicatore apolitico e mite: ama i tuoi nemici, porgi l'altra guancia, il mio regno non è di questo mondo. Ma in altri casi afferma di non essere venuto a portare la pace, preannuncia un conflitto che metterà i figli contro i genitori, esorta a vendere il mantello per comprare la spada. A Brandon, che accentua la dimensione rivoluzionaria nel messaggio di Gesù, il teologo Oscar Cullman ha risposto che di certo Cristo ebbe rapporti con gli zeloti, ma l'ipotesi di trasformarsi in un Messia politico fu per lui solo una tentazione respinta. Così tornano i conti con la tradizione canonica. Ma resta da spiegare perché Gesù venne crocifisso, se non rappresentava una minaccia per il potere di Roma. Insomma, l'enigma resta irrisolto. Ha ragione Vittorio Messori, quando dice che la passione di Cristo è il giallo più affascinante della storia umana».
Su questo mistero Pellicani pubblicherà un saggio sul numero di Mondoperaio in uscita tra pochi giorni. Ma già pensa di mettere altra carne al fuoco: «Mi colpiscono le analogie tra la Terrasanta dei tempi di Gesù e quella attuale. I terroristi islamici di Hamas assomigliano molto agli zeloti, con la loro idea che la Palestina appartenga a Dio e debba essere liberata con la forza dalla presenza degli empi, ieri romani e oggi ebrei. Per giunta Hamas in arabo significa zelo: una coincidenza impressionante».

antropologia:
il tarantismo, antiche teorie terapeutiche

Gazzetta del Mezzogiorno 29.6.04
Il rito andava completato con una visita ai Santissimi Patroni
La danza, esorcismo musicale
In tempi antichi si curava così il morso della tarantola
di  d.copp.


Torre Paduli, vicino Ruffano, una frazione di qualche centinaia di persone, conta 15mila turisti in due giorni per la nota danza delle spade e la «pizzica pizzica».
Melpignano, comune della Grecia Salentina, conta 15mila visitatori solo per la notte della taranta, 30mila se contano le manifestazioni collaterali del periodo estivo come i concerti. E pensare che Melpignano conta 3mila abitanti.
Galatina, invece, che supera di gran lunga queste due realtà sia per storia che per tradizione e abitanti, per la notte di San Pietro e Paolo ancora non si è ancora appropriata di alcuna iniziativa che possa reggere il confronto. Eppure potrebbe allacciarsi alla notte della taranta con il teatro e la danza. Intanto, per ora, Galatina è centro studi di antropolgia sul tarantismo.
Ma di cosa si tratta? Secondo la credenza popolare il tarantismo è una malattia provocata dal morso della tarantola (Lycosa tarentula), che si manifesta soprattutto nei mesi estivi (periodo della mietitura) e che provoca uno stato di malessere generale - dolori addominali, stato di catalessi, sudorazioni, palpitazioni - in cui musica, danza e colori rappresentano gli elementi fondamentali della terapia che consiste, appunto, in un esorcismo musicale, coreutico e cromatico.
Dagli studi di Ernesto De Martino, nel 1959, si evince che, ad alcuni sporadici casi di reale morso della taranta corrisponde una netta maggioranza di casi in cui il morso diventa un pretesto per risolvere traumi, frustrazioni, conflitti familiari, e vicende personali: un amore infelice, la perdita di una persona cara, le crisi legate alla pubertà e condizioni socio-economiche difficili.
La musica è l'elemento più importante della terapia; infatti, la tarantata, ascoltandola comincia a muovere la testa e le gambe, striscia sul dorso, sembra impossibilitata a stare in piedi e quindi si mantiene aderente al suolo, identificandosi con la taranta. Successivamente batte i piedi a tempo di musica come per schiacciare il ragno, compie svariati giri e movimenti acrobatici, finché, stremata dagli sforzi, crolla a terra.
La tarantata si diceva, così, graziata da S. Paolo, viene condotta presso la cappella del Santo, a Galatina (LE), beve l'acqua sacra del pozzo adiacente ad essa e ripete simbolicamente un breve rito coreutico.
Il fenomeno del tarantismo oggi è pressoché scomparso nella sua forma originaria, o si pensa che si sia modificato in altri aspetti, essendo radicalmente mutate le componenti psicologiche, sociali, culturali, economiche e religiose che ne costituivano la base.
È comunque difficile per chi vive nel Salento non aver sentito parlare, almeno una volta, delle «tarantate». Ne hanno scritto infatti uomini di scienza, antropologi ed etnologi, ne hanno ricercato le cause, descritto i gesti, interpretato i segni. Di certo si è stabilito che non esiste in Puglia alcun ragno in grado di provocare quei sintomi; le cause del tarantismo vanno ricercate altrove. Innanzitutto, nella cultura di una terra, la Puglia, da sempre crocevia di popoli, di storia, mediterranea per natura sua propria, terra di sole e di sofferenza, di antichi riti tribali e di simboli pagani mai dimenticati. «Terra di mezzo» e come tutte le terre di mezzo magica e sacra.

lunedì 28 giugno 2004

proprio a Chieti (sarà un caso...)
il Vaticano nomina vescovo il suo miglior teologo!

Il Messaggero 25.6.04
Prestigiosa new entry nella Cei
Bruno Forte, teologo degli atei, vescovo a Chieti
Il sacerdote napoletano, aperto al dialogo con il mondo laico, sarà nominato probabilmente sabato
di Orazio Petrosillo


CITTA’ DEL VATICANO - Il teologo napoletano Bruno Forte, il maggiore tra gli italiani per mole di opere, sarà con tutta probabilità il nuovo arcivescovo di Chieti. La nomina dovrebbe essere resa pubblica sabato. Raro esempio di teologo-filosofo-poeta, il 55.enne sacerdote ha predicato gli esercizi spirituali al Papa la scorsa quaresima (meditazioni ora pubblicate da Mondadori) a conferma del fatto che tale scelta è quasi sempre foriera di maggiori riconoscimenti. L’elevazione di Forte all’episcopato per la più prestigiosa sede abruzzese, permette alla Conferenza episcopale di accogliere tra le sue file un personaggio che entrerà di diritto in molti toto-nomine specie per quelli del dopo-Ratzinger, a capo del dicastero dottrinale della Chiesa, e del dopo-Giordano, alla guida dell’arcidiocesi di Napoli. Lasciando il futuro al futuro, don Bruno Forte è oggi un punto di riferimento per la Chiesa e la società in Italia, anche nei rapporti ecumenici e con il pensiero laico. E’ membro della Commissione teologica internazionale. I suoi dialoghi con filosofi quali Cacciari, Vitiello e Giorello - è coautore con Cacciari e Givone del volume “Trinità per atei” - lo hanno reso conosciuto anche al di fuori del mondo ecclesiale. Di fronte alla crisi etica, religiosa e filosofica dell’uomo d’oggi, Forte si è preoccupato di entrare in colloquio con le voci più significative della filosofia e della teologia del nostro tempo. Ordinario di teologia dogmatica a Napoli è stato relatore al Convegno della Chiesa italiana a Loreto nel 1985, grazie alla stima e all’amicizia del cardinale Martini. Difficile rendere conto della sua produzione trentennale. Da ricordare la Simbolica ecclesiale in 8 volumi, la Dialogica dell’amore in quattro e la Poetica della speranza.

alcuni stralci da altri articoli da Il Mattino (di Napoli), 27.6.04

Ieri mattina mons. Menichelli ha annunciato ufficialmente la nomina del suo successore all’arcidiocesi Chieti-Vasto
Campane a festa per l’arcivescovo
Primo messaggio di don Bruno Forte: «Sarò un padre pieno di speranza»
di MARIO D’ALESSANDRO


Don Bruno Forte, teologo di notorietà internazionale, 55 anni, di Napoli, è il nuovo arcivescovo di Chieti - Vasto. Lo ha annunciato ufficialmente nel Palazzo Arcivescovile ieri alle ore 12 l’amministratore apostolico monsignor Edoardo Menichelli, suo predecessore, aprendo la lettera ufficiale del Nunzio apostolico in Italia monsignor Paolo Romeo, mentre suonavano a stormo le campane, alla presenza del Prefetto di Chieti, Aldo Vaccaro e del Questore Sandro Artizzu (non c’era nessuno del Comune e della Provincia), di una trentina di sacerdoti, dei giornalisti e di un gruppo di fedeli.
(...)

LA NOMINA DI DON BRUNO FORTE
«Io, arcivescovo cercherò le parole per i non credenti»
«Porterò Napoli nel cuore e cercherò di parlare a i non credenti»
«Cercherò un ponte tra la Chiesa e i non credenti»
(do.tro)


Un lungo pianto. Poi, il raccoglimento in preghiera e la serenità del discernimento, che è l’accettazione del proprio destino: «Come Abramo, che lasciò la sua terra per seguire la chiamata di Dio», racconta monsignor Bruno Forte, 55 anni il prossimo 1° agosto, 31 di vita sacerdotale, studi e insegnamento tra Napoli e il mondo, collaboratore del Mattino (...)
«Don Bruno è un leader, voglio dargli un popolo», avrebbe detto Giovanni Paolo II del suo professore napoletano di esercizi spirituali.
(...)
Quando si insedierà in Abruzzo?
«Probabilmente, a fine settembre. Intanto, ho cancellato tutti gli impegni e lasciato tutti gli incarichi culturali (dalla Treccani alla Fondazione San Carlo al San Raffaele), cosa che non mi è costata quanto lasciare la mia gente. Ma non posso esimermi dall’andare a Lublino a metà settembre, dove l’università che fu del Papa ha deciso di conferirmi la laurea honoris causa, con relativa mia prolusione».
Quale progetti ha da vescovo?
«Servire gli uomini, annunciare Gesù e il Vangelo ma anche essere ponte di amicizia e dialogo con tutti, credenti e non credenti. Aiutare chi cerca e fa fatica a credere, a fidarsi totalmente di Dio, ascoltando i suoi bisogni e le sue sofferenze con l’unica autorità che deriva dal Vangelo e dalla forza della fede. Il vescovo non è un uomo di potere, ma deve essere un amico, un compagno di strada anche per i più umili».
(...)
Ha già scelto il suo motto e il suo stemma?
«Sì. Il motto è Lumen Vitae Christus (Giovanni 8, 12), ”Cristo luce della vita”, che è poi il segreto della mia vita. (...)».

...e Cacciari vivamente approva...

Cacciari: era scritto nel suo destino
(do.tro.)


«Era ora. Era il suo destino». Il filosofo veneziano Massimo Cacciari non ha dubbi nel commentare la nomina di Bruno Forte ad arcivescovo di Chieti-Vasto: «Sono felicissimo per Bruno di questa conclusione, che mi sembra predestinata, del suo percorso, sia di prete che di teologo», dice Cacciari, intellettuale non credente da tempo in dialogo fecondo con il suo grande amico teologo napoletano. Basti solo pensare al volume "Trinità per atei", edito da Raffaello Cortina, singolare confronto tra Forte, un interlocutore immaginario e tre filosofi reali (appunto Cacciari, Giulio Giorello e Vincenzo Vitiello), sedotti dalla rivelazione di un Dio trinitario. «Bruno - continua Cacciari - aveva bisogno di un popolo da seguire: era la sua vocazione profonda, accanto a quella scientifica, della ricerca e dell’insegnamento. Bastava vederlo in azione nella parrocchia della Sanità per rendersene conto. Perché oltre ad essere un grande studioso, Bruno è prima di tutto un uomo di Chiesa, nel senso conciliare dell’”ecclesìa”: un uomo di comunione con tutto il popolo sacerdotale. E la mia profezia è che questo è solo il primo passo verso un’ulteriore ascesa».
Anche il mondo laico napoletano esulta: per Lucio Pirillo, presidente dell’Uneba (Unione nazionale enti di beneficenza e assistenza), «si tratta di un segno importante per i laici, perché è il riconoscimento e il punto di arrivo per l’evoluzione di una generazione concliliare della Chiesa cattolica incarnata con grande spessore intellettuale da Bruno Forte». Gli fa eco Mario Di Costanzo, consigliere nazionale dell’Azione Cattolica e direttore dell’ufficio laicato della Curia: «Forte ha una grande capacità di parlare ai giovani. La sua nomina è un segno di grande vitalità della Chiesa napoletana, che in poche settimane ha visto monsignor Agostino Vallini diventare Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica e ora - dopo Filippo Strofaldi vescovo di Ischia - Bruno Forte arcivescovo».

Il governatore Antonio Bassolino ha sottolineato la capacità di Forte di «tenere sempre insieme l’azione evangelica tra la gente e l’impegno negli studi teologici e filosofici favorendo spazi di confronto con studiosi di tutto il mondo»

la santa Inquisizione e l'Indice dei libri proibiti

Corriere della Sera 28.6.04
AUTORI
Il saggio di Peter Godman basato sugli archivi dell’Inquisizione
di ARMANDO TORNO


Correva il 1996. Lo storico ateo neozelandese Peter Godman, professore a Tubinga, riusciva ad accedere agli archivi segreti dell’Inquisizione e dell’Indice dei libri proibiti. Due anni più tardi sarebbero stati ufficialmente aperti, ma allora molti documenti erano ancora inaccessibili. Cominciò così un viaggio tra quelle carte che contenevano quattro secoli di storia europea. Nel 2001 Godman pubblicava in tedesco I segreti dell’inquisizione , ovvero il resoconto di quell’odissea: era il suo primo libro rivolto al grande pubblico. Ora sta uscendo la traduzione italiana. Va detto che anche se sono passati soltanto pochi anni, l’impatto dell’argomento si è attenuato. L’attuale pontefice ha chiesto scusa a nome della Chiesa di quegli antichi errori e proprio in questi giorni il «Comitato del grande Giubileo dell’anno 2000» ha pubblicato gli atti del simposio internazionale dedicato, appunto, a L’inquisizione : un tomo di quasi 800 pagine, curato da Agostino Borromeo, in cui si offre una lettura cattolica e critica del fenomeno (è edito dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, costa euro 60). Di più: le Edizioni dell’Università di Sherbrooke e la Librairie Droz hanno ormai messo a disposizione, sotto la direzione di De Bujanda, gli 11 ponderosi volumi dell’ Index des livres interdits , vale a dire il repertorio completo di quanto è stato proibito dalle varie università rinascimentali sino al 1966.
Ma torniamo a Godman. Il suo libro è scritto con spirito e sagacia, offre pagine non scontate, soprattutto mostra come il meccanismo inquisitoriale fu sovente un’arma a doppio taglio capace anche di ricadere sull’infimo censore ma anche sul papa stesso. Sceglieremo da quelle infinite storie qualcosa legato all’editoria, anche se tutte narrano una tragedia dell’intelligenza. In ogni caso, un giorno qualcuno non ispirato credette che avesse ragione l’imperatore Giustiniano (e il diritto penale associato al suo nome) nel decretare che fossero mozzate le dita a chi era sospettato di aver preso in mano libri proibiti.
Le vicende di Giordano Bruno, l’«inveterato eretico» che meritò il rogo per aver misconosciuto l’autorità del Sant’Uffizio più che per le sue teorie, o di Galileo Galilei, che peccò di «maldestra cortigianeria» suscitando le ire di Urbano VIII e la inevitabile condanna, sono soltanto le conseguenze più note del funzionamento di una macchina burocratica che non rispondeva sempre alla fede. Gli incartamenti visionati da Godman sono popolati da illustri dimenticati, come il consultore Francisco Peña (1540-1612), noto tra l’altro per un suo commento al processo del filosofo bruciato in Campo dei Fiori a Roma, in cui scriveva: «Nessun uomo è padrone della sua vita e del suo corpo, se non per quanto lo consente la legge». E il tutto va unito a pareri, opinioni, forse battute. C’è quella di papa Paolo IV, il fondatore del ricordato Sant’Uffizio regnante tra il 1555 e il 1559, che assicurò all’ambasciatore di Venezia di essere pronto - se necessario - a mandare al rogo anche il proprio padre. Godman coglie molteplici aspetti, soprattutto la messa al bando di celebri autori. È innegabile che ci furono decenni di confusione, o quanto meno di giudizi arbitrari. Si pensi che non mancò nemmeno chi era preposto a «purificare» la prima tradizione cristiana, intervenendo sui testi dei Padri della Chiesa. Sant’Agostino, ad esempio, ebbe alcuni suoi scritti considerati «cripto-luterani» e di Tommaso d’Aquino non poche pagine apprezzate dai calvinisti furono giudicate «spurie». Finì all’Indice Erasmo da Rotterdam con motivazioni che restano poco chiare; più comprensibile è il pollice verso per «l'abominevole eretico» Machiavelli, le cui opere si condannarono insieme con il suo nome nel 1559 e nel 1564 (furono incluse le Istorie fiorentine , che gli erano state commissionate da Clemente VII). Ma non si creda che i papi ne uscissero immuni. Pio II, Enea Silvio Piccolomini, ebbe i suoi Commentarii (di cui c’è un’eccellente edizione Adelphi) espurgati un secolo dopo la sua morte. Del resto, parlando della propria elezione, al capitolo 36 del I libro, Pio II racconta di cardinali corrotti, arroganti, stupidi e di un complotto dei suoi avversari riunitosi nelle latrine del conclave.
Ma quel che più sorprende è a volte il meccanismo incontrollato e bolso che colpiva. Ad esempio Descartes (1596-1650), il nostro Cartesio, fu condannato in blocco. Sia gli scritti latini che quelli francesi furono posti all’Indice «finché non saranno corretti». Eppure le sue Meditationes de prima philosophia si ispiravano agli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio, il fondatore dei gesuiti, di cui il filosofo era stato allievo e poi corrispondente. C’è il sospetto che le sue opere furono vietate senza essere state lette, anche perché nel 1664 - 14 anni dopo la sua morte - non si aveva ancora l’idea su come intervenire e nel 1671 furono di nuovo richieste da Roma a Parigi perché pressioni esterne domandavano continuamente di liberare con gli opportuni accorgimenti gli scritti di un pensatore di primo piano.
Leibniz finì anch’egli in questo olimpo nero: ciò non impedì a molti di supporre che durante il suo soggiorno romano gli fosse stata offerta la porpora cardinalizia; Hobbes vi fu messo dal censore Giacomo Caracciolo, che quando lo inserì era ancora un giovanotto di primo pelo e sbagliò il suo nome, confondendolo con il cognome, consigliando infine i lettori di star lontano da tale «Thomas Gobes». Ci finirono gli illuministi, gli enciclopedisti, ci finì Kant con la sua Critica della Ragion pura . L’onore di questo inserimento si deve ad Albertino Bellenghi, che giudicò l’opera «tenebrosa». Questo non impedì qualche anno prima a Voltaire di essere posto all’Indice ma di avere un ammiratore in papa Benedetto XIV: gli inviò due onorificenze pontificie, una benedizione apostolica e una lettera di ringraziamento per il suo Mahommet . Anzi, in Vaticano anche il cardinal Querini lo stimava, tanto che ne tradusse l’ Henriade e il Poème de Fontenoy .
Tra gli infiniti altri esempi, ci soffermiamo brevemente sulla letteratura italiana. Tre autori come Fogazzaro, D’Annunzio e Moravia li ritroviamo puntualmente messi all’Indice, che è in sostanza l’unica cosa che li unisce. D’Annunzio e Moravia fanno già parte di un’epoca che usò questa condanna come la miglior recensione per diffondere le proprie opere. C’è poi chi ci scherzò, da buon cattolico. È il caso di Graham Greene (1904-1991) che si vide condannato dal Sant’Uffizio (era questa istituzione a esercitare la censura, perché nel 1917 l’Indice fu soppresso). Qualcuno aveva persino proposto di riscrivere il finale del suo celebre Il potere e la gloria . Nell’introduzione all’edizione 1971, notava: «Mi chiedo se un qualsiasi stato totalitario mi avrebbe trattato con altrettanta comprensione quando ho rifiutato di rivedere il libro, accampando il pretesto che erano i miei editori ad avere i diritti d’autore. Non c’è stata nessuna condanna pubblica, e la questione è sprofondata in quel pacifico oblio che la Chiesa saggiamente riserva ai problemi importanti». Sei anni prima, incontrando Paolo VI, Greene gli aveva ricordato la condanna. Il papa rispose: «Signor Greene, è indubbio che qualche passo del suo libro possa offendere alcuni cattolici, ma lei non deve farci caso».

Il libro di Peter Godman, «I segreti dell’Inquisizione», è edito da Baldini Castoldi Dalai, pagine 360, 16

Luciana Sica
su arte e psichiatria

Repubblica 28.6.04
Saggi
Arte e psichiatria se l'ansia uccide lo sguardo
LUCIANA SICA


Eugenio Borgna affronta i temi che da sempre lo catturano - le penombre della malinconia, le angosce della condizione psicotica, le ferite dell´ansia - in un catalogo delle emozioni che spazia nell´universo della letteratura e della filosofia. Anche in questo suo nuovo libro, il dolore del vivere rientra negli sconfinati orizzonti di senso della vita interiore, con un puntuale rimando a certi versi dei poeti o alle riflessioni dei grandi pensatori. Ma con una novità: qui è in gioco soprattutto il rapporto tra psichiatria e creatività, è il lavoro di alcuni artisti del Novecento a diventare specchio degli aspetti oscuri della mente.
Van Gogh, Munch, de Chirico, Sironi, Bacon? nella lacerazione dei paradigmi dell´arte classica, il linguaggio dei corpi dilata la conoscenza degli smarrimenti dell´anima. Scorrendo le pagine di questo libro, che racchiude alcune significative immagini pittoriche, si coglie come la dimensione estetica dell´opera sia legata alla sua capacità di metterci in contatto con le alte maree delle emozioni.
Al tema "senza fine" del volto, è dedicato il capitolo forse più intenso. Non c´è solo il tempo dell´orologio che procede implacabile: c´è anche un tempo interiore che ritrasfigura i volti, quando lo sguardo non è più capace di relazione, di costituire un ponte che colmi la distanza con l´Altro. O, per dirla con Giacometti, tutti noi abbiamo occhi, ma non tutti abbiamo sguardi: l´angoscia può portarseli via.

Eugenio Borgna, Il volto senza fine, Le Lettere, pagg. 150, euro 14

scuola e cristianesimo, due articoli di Simona Maggiorelli:
cosa ci cucina Moratti per il prossimo anno scolastico

Avvenimenti in edicola
Scuola market
La riforma Moratti e i cambiamenti dal prossimo anno scolastico
di Simona Maggiorelli


Sono appena finite le lezioni, ma per studenti e professori non c’è di che rilassarsi. A settembre troveranno una scuola profondamente mutata nei propri connotati fondamentali. Genitori e studenti si troveranno ad avere a che fare con una scuola in complesso molto più povera di contenuti culturali. E povera anche sul piano delle risorse materiali da investire nei corsi, visto il forte taglio di risorse deciso dal Ministero. «Una scuola molto diversa da quella che hanno conosciuto, mutata nei suoi aspetti costituzionali», denuncia il sindacalista Enrico Panini. «Sulla scuola secondaria superiore si stanno accentuando le attenzioni del Ministero e del governo e nei prossimi mesi – preconizza il segretario generale della Cgil Scuola - ci saranno grandi manovre di cambiamento». Intanto non esisterà più l’obbligo scolastico previsto dalla Costituzione, con l’attuazione del decreto legislativo che prevede l’introduzione di un più vago ”diritto-dovere all’istruzione e alla formazione”. E diventerà percorribile un’alternanza fra scuola e lavoro che, al nocciolo, significa, a partire da 15 anni, lavoro in fabbrica, normale lavoro di attività produttiva, con l’aggiunta di un ridottissimo rapporto con l’istruzione. Per questo gli istituti potranno stipulare convenzioni con le camere di commercio, con le imprese e con enti pubblici e privati. Ci saranno periodi più o meno lunghi di tirocinio in azienda e le esperienze di lavoro frutteranno crediti formativi riconosciuti dalla scuola. «In pratica si reintroduce la separazione tra scuola vera e propria e avviamento al mestiere - dice Piero Bernocchi, portavoce nazionale Cobas scuola - come accadeva prima della riforma del ’62, con in più l’aggravante, che oggi chi esce da questi percorsi non arriva a praticare un mestiere, perché la scuola non fornisce una vera abilità professionale e le aziende vogliono soprattutto manovalanza senza pretese, apprendisti flessibili e sottopagati da mantenere in una perenne precarietà».
Non tutte le regioni italiane, però, sono disponibili a fare questo salto. E non tutte le scuole, anche all’interno di una stessa regione o provincia, accettano di applicare la Legge 53, portando l’orario a 27 ore, più alcune ore facoltative, introducendo la figura del tutor (insegnante coordinatore che dovrebbe funzionare da raccordo fra scuole e famiglie e che i sindacati vorrebbero poter contrattare con il ministro), le materie facoltative e il portfolio di valutazione, insomma tutte le novità previste dalla Moratti. La riforma del titolo V della Costituzione ha permesso, nel bene e nel male, ad alcune regioni - alla Toscana, all’Emilia Romagna, alle Marche, all’Umbria in primis - di dire un primo no. È accaduto durante la conferenza unificata Stato Regioni del dicembre scorso. Ma gli effetti concreti di quella opposizione ancora non si vedono. E in ogni caso si potrebbe arrivare a un sistema scuola decisamente a macchia di leopardo, con differenze sostanziali, fra istituti anche a pochi chilometri gli uni dagli altri.
I nuovi programmi
All’orizzonte autunnale, oltre alla riforma dei cicli, si profila soprattutto un rimescolamento e una disarticolazione complessiva dei programmi e delle materie di studio, con tagli e vistose lacune. Preoccupa l’idea di “sapere” che si legge in filigrana nei programmi Moratti che hanno cominciato a circolare. Partiamo dalle maltrattate scienze. Bene, si scopre che l’ostracismo che la Moratti ha scatenato contro Darwin e la teoria dell’evoluzionismo nel decreto legislativo dello scorso febbraio non è affatto rientrato. Allora il ministro scriveva: «Le indicazioni nazionali privilegiano le narrazioni fantastiche, i miti delle origini ...». Sono partite da qui le reazioni forti dell’Accademia dei Lincei. Ai ripetuti appelli dell’intellighenzia della scienza italiana che paventava un ritorno al creazionismo e a teorie di fede ascientifica il ministro Moratti ha risposto con promesse di passi indietro. Istituendo una commissione di saggi e invitando Rita Levi Montalcini a guidarla. Ma passati più di tre mesi, la commissione non si è ancora riunita. E non si parla più di modificare i programmi.
Nel corpo della storia
I programmi di storia sotto la scure Moratti. Sparisce il colonialismo, spariscono le crociate e l’inquisizione. «L’insegnamento della storia – denuncia lo storico Adriano Prosperi – si trasforma in una favola edificante, cucita intorno all’Europa cristiana, che non sarebbe mai stata percorsa da conflitti».
E di questo passo, addio all’insegnamento di storia antica alle medie, dove, invece, tornano taglio, cucito e ricamo, insieme alla dominanza delle tre famigerate “i”: informatica, impresa e inglese in ottemperanza alle logiche del mercato. Ma, anche in questo caso, non senza contraddizioni e ombre, visto che al contempo si tagliano i fondi alle scuole (in tre anni tagli del 60 per cento dei contributi sul funzionamento della scuola, una media del 20 per cento in meno all’anno) e dunque sarà difficile poter acquistare computer e attrezzature per l’insegnamento di nuove tecnologie. L’aumento di ore di studio della lingua internazionale per antonomasia poi è, alla resa dei fatti, più presunta e auspicata, che reale. Alle elementari che hanno in programma lingue straniere, per esempio, le tre ore oggi obbligatorie di inglese si ridurranno a una. Le altre due dovranno essere richieste dalla famiglia fra le attività facoltative. Così anche alle medie dove le ore di inglese passano dalle attuali 99 annuali a 54, per far posto, in parte, alla seconda lingua (francese, spagnolo e tedesco). E da più parti - dai sindacati, dai genitori e insegnanti che più volte sono scesi in piazza in questi mesi - è anche e soprattutto quest’idea di una “scuola flessibile” ad essere criticata, una scuola dove le famiglie potranno acquistare come al supermarket quei percorsi formativi più adatti ai loro figli, o più semplicemente quelli che si potranno permettere dal punto di vista economico. E questo mentre la qualità e i contenuti culturali dei programmi continuano a inabissarsi.
Si starà a scuola, forse, più o meno per lo stesso range di ore, ma il tempo pieno diventerà sempre più “dopo scuola”, con più ore per la mensa e la ricreazione e meno per l’insegnamento e con il tentacolare espandersi di quelle materie di cosiddetta educazione alla “convivenza civile” che va dall’educazione stradale, a quella ambientale, dall’educazione alimentare a una generica educazione all’affettività, che ancora il ministro deve spiegare di che si tratti e chi la insegnerà. Ma soprattutto, la vera reginetta sarà “l’educazione cattolica”, ombra lunga sottesa a tutte le materie umanistiche e non, declinata fra ore di religione e insegnamento della più volte evocata “antropologia cristiana”, mutuata dalla Conferenza episcopale.
Scuola e religione
«Il ministro ha firmato con il Cardinale Ruini un’intesa sui programmi di insegnamento di religione cattolica in cui si dice che la scuola deve assumere come punto di vista l’antropologia cristiana. Da una scuola laica andiamo a una scuola confessionale - rilancia il dirigente della Cgil Panini - siamo di fronte a una chiara scelta, tutte le indicazioni fornite dalla Moratti sono più o meno infarcite di un’ottica confessionale. La Legge 53 sulla riforma della scuola fissa al capitolo primo, l’educazione ai valori spirituali».
Questo riguardo ai contenuti culturali. Sul piano economico, come incentivo, la Moratti offre bonus alle famiglie che scelgono le scuole private parificate, in maggioranza cattoliche. «A dire il vero - conclude Panini - la scuola privata è l’unico grande amore del ministro Moratti. È arrivata perfino a modificare le norme in modo tale che queste scuole possano fare come credono meglio. Da qui il boom dei diplomifici a cui stiamo assistendo. In un momento di tagli per la scuola pubblica, i soldi per le private il ministero riesce a trovarli. E questo indubbiamente grida vendetta». Insomma quando il ministro dice che l’Italia, diversamente dal resto dell’Europa, ha un monopolio che è quello della scuola pubblica, denuncia chiaramente quali sono le sue intenzioni. «Ma - commenta il sindacato - dimentica di dire che il ruolo della scuola pubblica è sancito dalla nostra Costituzione».

Avvenimenti in edicola
Scocca l’ora di religione
Remo Ceserani: “La scuola della Moratti falsifica la storia”.
di Simona Maggiorelli


Insieme a Lidia De Federicis, una ventina di anni fa mise insieme uno dei manuali più stimolanti per la scuola superiore, Il Materiale e l’immaginario, una serie di sette volumi che invitavano lo studente, durante il triennio, a ricercare fra letteratura e storia, a ritagliarsi, con i professori e via via sempre più autonomamente, propri percorsi critici, all’interno di una materia letteraria che allargava lo sguardo oltre i confini della vecchia Europa. «Ancora oggi - racconta Remo Ceserani, docente di letterature comparate all’Università di Bologna - mi capita di incontrare persone che lavorano nell’editoria, giornalisti, ma anche avvocati e gente che fa i mestieri più diversi che mi dicono: a quel tempo ho imparato moltissimo su quei libri».
Nella scuola di oggi che accoglienza ha quel suo manuale laboratorio?
Anche se continuano ad esserci delle scuole che lo adottano, oggi sarebbe molto difficile proporlo su larga scala.
Cosa è cambiato?
Allora ci fu un momento di tensione ideale che non era solo del nostro manuale, era della scuola nel suo insieme. C’è stata una classe di insegnanti che si è entusiasmata per un tipo di lavoro un po’ diverso dal solito che richiedeva collaborazione fra colleghi, programmazione, e studio, lavoro in proprio. Che viveva la scuola come momento di comunicazione, di crescita comune.
Per gli studenti, anche se giovani, significava provare per la prima volta il piacere di fare ricerca?
Il Materiale e l’Immaginario era un modo di fare ricerca a livello della scuola superiore. Un elemento che è andato perso.
Con un’idea nuova di letteratura.
Ci credevo allora e continuo a crederci oggi, la letteratura non è un messaggio spirituale che viene dalla pura e semplice intuizione come avrebbe voluto Croce, ma nasce in un rapporto forte con la materialità della vita, con le sofferenze, con il lavoro. Adesso si parla tanto di studi culturali, quello era già un tentativo di collegare gli studi letterari a quelli culturali e sociali. Era il tentativo di imbastire un tipo di storia plurima che, per altro, non avevamo inventato noi ma ci veniva da alcuni modelli, dalla scuola francese di Les Annales, per esempio.
Il modello di scuola proposto dalla Moratti, sembra preferire una cultura tecnica parcellizzata e al tempo stesso, un po’ come all’epoca di Bacone, un patto forte con la Chiesa, come a dire a voi demandiamo le cose dell’anima noi ci occupiamo solo delle cose fattuali.
Mi viene in mente un articolo di Pietro Citati, alcune settimane fa, su Repubblica. Un intervento cartina di tornasole, che dimostra profonda incompetenza, mettendo Berlinguer e la Moratti sullo stesso piano, cancellando ogni differenza.
La crisi della scuola non data già dal ministero Berlinguer?
Come ministro Berlinguer ha fatto alcuni errori. Sbagliato il modo in cui è stato calato nella scuola, senza sufficienti mezzi, senza adeguata discussione e preparazione. Ma non era un progetto di un incompetente.
E la Moratti?
Non esito a dirlo, è a tutti i livelli un’incompetente. Il suo modello di scuola è una combinazione fra una scuola privata delle Orsoline e un college americano per fanciulle stile Vassar. Un mix micidiale. E la cosa che mette più in allarme è che si è circondata di pedagogisti di scuola cattolico-americana, una delle correnti della pedagogia, a mio avviso più pericolose.
In che senso pericolosa?
Perché hanno un’idea della pedagogia e della didattica molto tecnica e semplicistica, quando l’educazione, sempre di più, è un’operazione complessa. E poi propugnano uno spiritualismo molto piatto. Non so se ha visto i programmi della Moratti.
Al centro pongono la questione dell’educazione spirituale, religiosa, mentre c’è stata una discussione e poi un’esclusione di tutto questo dalla Costituzione europea. I francesi, in modo particolare si sono impuntati, hanno preteso che fosse dato un profilo laico all’Europa, in questo programma che io ho davanti c’è scritto il contrario. Si dice che: «un ragazzo ha consapevolezza sia pure in modo improduttivo delle radici storico giuridiche, linguistico letterarie e artistiche che ci legano al mondo classico e giudaico cristiano e dell’identità spirituale e materiale dell’Italia e dell’Europa». Io sono per un’idea di Europa esattamente opposta, cioè un’Europa delle differenze, un’Europa che è ricca proprio perché ha tante culture e tante spiegazioni del mondo e che ha tante diverse spiritualità, tante diverse materialità; questo, mi pare, dovrebbe essere la base di una moderna collettività europea.
E questi richiami a una vaga antropologia cristiana che, secondo il ministro Moratti, dovrebbero diventare il contenuto sotteso a differenti discipline umanistiche?
Quella frase che leggevo poca fa prosegue in maniera ancora più esplicita, dice: l’educazione di un ragazzo «colloca la riflessione sulla dimensione religiosa dell’esperienza umana e l’insegnamento della religione cattolica impartito secondo gli accordi cofondatari e le successive intese». È evidente che qui è al primo punto l’insegnamento della religione. È considerato il profilo fondativo e fondamentale della nuova scuola.
In questo contesto difficile pensare a una libera ricerca. E questo aspetto riguarda la scuola media superiore, ma anche l’Università?
Il mondo si sta sviluppando in modo molto rapido. In questo orizzonte di “globalizzazione” occorre una ricerca avanzata, intensa, a tutti i livelli e occorrono investimenti. Invece sono stati largamente ridotti. Si sono privilegiati alcuni settori rispetto ad altri: da un lato una scelta ideologica, dall’altro legata al mercato. Si privilegiano quelle ricerche che hanno delle ricadute nella produzione. In modo estremamente miope. La ricerca oggi, invece, è basata su tempi più lenti, le ricerche di base hanno una gradualità prima di arrivare alle applicazioni. Naturalmente questo richiede quattrini, non ha un immediato tornaconto.
Nel frattempo?
L’Italia si impoverisce se non rimane all’altezza della Cina o di quei paesi orientali che in questo momento stanno facendo dei passi enormi, investendo energie umane in questi settori.
Lei insegna letterature comparate. La produzione di paesi fin qui ai margini del canone occidentale adesso sembra segnare un punto di maturità, non più di sudditanza.
È così. In tutti i paesi occidentali la letteratura ha perso il compito di fornire materiali per l’identità nazionale; e quindi c’è stata un’apertura, almeno nei paesi più intelligenti, verso le differenze. La letteratura, in questo senso svolge un ruolo importante, succedeva già nella letteratura greca, già con i Persiani di Eschilo. I Greci ebbero questo improvviso e quasi mortale scontro con i Persiani ma Eschilo scrisse una tragedia sui nemici, per capire come erano fatti.
Con la riforma Moratti, invece, pare, ci si occuperà sempre meno di altri popoli. Di Fenici e Assiri Babilonesi, per esempio, soltanto al liceo, non più alle medie. Cosa comporterà questa perdita di uno sguardo largo sulla storia?
Purtroppo sono le parole d’ordine dei pedagogisti che stanno mettendo le mani sulla storia, uno dei territori sui quali è più facile compiere quest’operazione semplificatoria. Spalmeranno un po’ di storielle, dalle elementari in avanti. I miei colleghi storici sono disperati, si perde il senso della ricerca storica e delle tante storie. Una delle cose che avevamo tentato proprio con il Materiale e l’immaginario era cercare di cogliere l’eco delle tante storie. Che hanno un’applicabilità didattica molto importante, perché i ragazzi, così come nelle scienze possono lavorare in laboratorio, nella storia lavorano sui documenti a disposizione e imparano a conoscere il mondo in questo modo.

domenica 27 giugno 2004

calo demografico, un convegno a Genova:
«stress e paure, cala il desiderio»

Repubblica 27.6.04
Genova, duemila esperti a convegno spiegano il calo demografico: il problema non è solo sociale
Natalità, l'allarme dei ginecologi "Stress e paure, cala il desiderio"
Si alza l´età in cui si decide di avere figli, il parto naturale spaventa e tutto diventa difficile
di Donatella Alfonso


GENOVA - Quello che sempre più spesso le donne non dicono ai loro partner è: «Facciamo l´amore, fammi fare un bambino». Il calo del desiderio femminile è la realtà con la quale con frequenza crescente i ginecologi italiani si scontrano quando le pazienti lamentano mancate gravidanze. «Il primo figlio si fa a 31-32 anni, perché c´è da studiare, costruire una carriera, sistemarsi; poi c´è un periodo di stabilizzazione necessaria per la nuova famiglia» spiega Nicola Ragni, primario di Ginecologia e Ostetricia al San Martino di Genova e co-presidente con il professor Emilio Imparato dell´80° congresso della Società di Ginecologia e Ostetricia che si apre oggi a Genova con una "lectio magistralis" del professor Umberto Veronesi sul tumore al seno davanti a 2000 ginecologi. «Ma a 35 anni l´ovocita mostra già i primi elementi di menopausa; e intanto ne appare uno dei primi segni, il calo del desiderio - prosegue Ragni - I rapporti sono sempre più spesso a livello meccanico, manca l´aspetto legato ai sentimenti, all´emotività; si sa che si deve fare l´amore perché certe spinte ogni tanto arrivano. Ma, rispetto agli uomini, per la donna il problema è sempre più forte». Meno rapporti sessuali, meno nascite: colpa anche delle pressioni sociali, delle incertezze del momento storico attuale? «Mi sembra una sciocchezza: le nascite raggiungono il massimo nei paesi dove peggiori sono le condizioni di vita, non penso che in Italia si fanno meno figli perché si pensa che ci sia un cattivo governo - puntualizza Romolo Rossi, ordinario di psichiatria a Genova e psicanalista, tra i partecipanti alla tavola rotonda sulla nascita, in programma domani al congresso - Sono crisi cicliche, già accadute nell´impero romano, andamenti circolari delle società. Se mai, dalla mia esperienza clinica vedo che non c'è dramma più grosso per le donne che non avere figli, al punto da diventare una causa fortissima di depressione. La paziente può magari aver raggiunto grossi risultati sul lavoro, ma si sente fallita per la mancata maternità, perché questo la società le imputa; e si è resa conto di aver perso il grande, intoccabile vantaggio che aveva sull´uomo: dare una vita. Il che non toglie che manchi la spinta affettiva a questa maternità: si mangia anche se non si ha fame, quando si ha tempo. Così è per l´amore, che non si sa più fare. E maternità e affettività vanno sempre insieme».
Molto spesso, le donne che non riescono ad avere figli passano alla procreazione assistita; fare l´amore, come nel "Mondo Nuovo" di Huxley, non serve più. «Ma il desiderio di maternità è il motore della nostra vita, è ovvio che si cerchino strade alternative - spiega Nicola Ragni - ma se la maternità è frutto di tecniche che tolgono poesia e coinvolgimento, spesso la vita sessuale continua a restare un elemento casuale, secondario. C´è da considerare che sempre più spesso le donne pensano alla maternità come realizzazione del "prodotto perfetto": il bambino roseo, biondo e bello, quello che nasce dal cesareo senza correre rischi. Anche perché, come diceva Ivan Illich, la nostra capacità di far fronte alla sofferenza è ormai finita». I cesarei crescono non solo in Italia, ma qui la media viaggia ormai sul 33%, mentre secondo i ginecologi sarebbe giustificata nel 15-20% dei casi; e se il numero cresce nelle strutture private (considerando quindi anche una responsabilità dei sanitari, oltre che la scelta della donna), ci sono regioni come la Campania dove si arriva al 53% dei parti eseguiti chirurgicamente.

cultura tolemaica:
gli adolescenti secondo le neuroscienze

La Stampa 27 Giugno 2004
NUOVI STUDI SUL CERVELLO DEI GIOVANISSIMI, UNA REALTÀ ANCORA MISTERIOSA
«Passione e forza, ma niente freni»
Neurologi e scienziati al lavoro per «capire» gli adolescenti
di Raffaella Silipo


Capire un adolescente? Non si può, direbbe qualsiasi genitore di fronte agli inquietanti alieni che hanno preso il posto dei suoi deliziosi bambini. Qualcosa si può fare, sostiene invece Barbara Strauch, esperta americana che abborda la «questione teenager» dal punto di vista delle neuroscienze: la sfida del suo libro «Capire un adolescente» (Mondadori) è «vedere come cambia il cervello dei ragazzi tra i 13 e i 18 anni» attraverso i più recenti studi dei neurologi.
Cervello e adolescenza normalmente vengono collegati solo «a contrario», come due entità che si sfiorano appena. «Un libro sul cervello degli adolescenti? Sarà breve» era la battuta che si sentiva inevitabilmente fare l’autrice agli inizi delle sue fatiche. D’altronde non è da ieri che i teen agers sconcertano il mondo. Già Aristotele sosteneva che a questa età si hanno «desideri volubili» «tanto passeggeri quanto impetuosi» e Shakespeare liquidava il loro cervello definendolo «in bollore». Eppure i neuroscienziati per la prima volta stanno studiando l’adolescenza: la loro è una scienza in divenire che, al pari dei ragazzi che ne sono l’oggetto, sfugge a qualsiasi regola. «E’ possibile - si chiede la Strauch - che ci conducano in territori ancora inesplorati? Che ci aiutino a capire perchè un teenager può essere così simpatico e allo stesso tempo così insopportabile?»
Quel che è certo è che nell’adolescenza non soltanto il corpo è sottoposto a cambiamenti radicali, ma anche la mente: cambiamenti paragonabili per entità a quelli che avvengono nella prima infanzia. In particolare «sembra che le funzioni più complesse come il ragionamento, la motivazione e la capacità di giudizio, si sviluppino gradatamente durante l’infanzia e l’adolescenza grazie alla ricchezza delle sinapsi». Per cui se da un lato è lecito aspettarsi che i ragazzi inizino a dimostrarsi capaci di ragionamenti sempre più articolati, dall’altro «non dovremmo sorprenderci se hanno difficoltà a prendere decisioni». Col passare del tempo il cervello selezionerà le sinapsi, manterrà solo quelle utili e «poterà» le altre.
Un’altra trasformazione neurologica fondamentale negli adolescenti è il rimodellamento dei lobi frontali, quella parte di cervello che ci consente di resistere agli impulsi. Ecco perchè «molti ragazzi di quell’età non riescono semplicemente a prevedere le conseguenze delle loro azioni. Possiedono passione e forza ma nessun freno inibitorio». Collegata a questa caratteristica ce n’è un’altra che discende dal fatto che in un cervello adolescente il processo di «mielinizzazione» , cioè grosso modo di isolamento degli impulsi cerebrali, è ancora in atto. «Le emozioni che percepiamo - spiega uno scienziato - hanno due componenti, una viscerale e una concettuale. Nell’infanzia e adolescenza le esperienze emotive non sono perfettamente integrate con i processi cognitivi».
Gli esempi e le teorie sul cervello dell’adolescente sono moltissimi: è un filone di studi molto vivace («Time» vi ha persino dedicato la copertina), tanto quanto è vivace lo sviluppo delle menti dei teenager, finchè non incomincia a rallentare, a tranquillizzarsi, a ridursi e specializzarsi: da giungla incolta si trasforma in bonsai. Un sollievo per tutti, ma anche un peccato per quelle potenzialità che mai troveranno realizzazione. Perchè è vero, conclude la Strauch, «gli adolescenti sono un po’ strampalati. Ma lo sono sulla base di un progetto ben preciso. Non sono mai strampalati per caso».

Milano
cresce l'abuso di psicofarmaci

Corriere della Sera 24.6.04
«Giovani e sballo, medicine usate come droga»
Cresce l' abuso di psicofarmaci, oltre 100 morti in incidenti. Campagna contro gli stupefacenti ispirata al film di Tarantino
di Paolo Foschini


MILANO - Siamo lì ormai da anni e la tendenza è confermata sempre più: i più giovani lo fanno soprattutto alla ricerca dello sballo, gli adulti perché stressati dall’ansia di prestazione, efficienza, produttività, successo, insomma il mercato di ecstasy non sembra conosce crisi e quello di cocaina tira più che mai anche sui luoghi di lavoro.
La novità che si profila come sempre più allarmante invece è un’altra: ed è il consumo in crescita costante, specie fra i giovani ma non solo, di tutte quelle cose come sonniferi, antidepressivi, stimolanti, amfetaminici o al contrario tranquillanti, insomma tutto il repertorio di pastiglie che il parlar comune non definisce propriamente «droghe» ma che in caso di abuso possono diventare un pericolo assai simile.
Pericolo di cui - e questo è il punto - spesso manca un’esatta percezione. Sono queste alcune tra le conclusioni della ricerca annuale presentata ieri dal Comune a sostegno dalla sua campagna 2004 antidroga: che culminerà sabato, giornata mondiale della lotta agli stupefacenti, con una festa gratuita alla discoteca «Shocking» accompagnata da un manifesto destinato a tappezzare Milano e ispirato al Quentin Tarantino più recente. Anziché «Kill Bill» la scritta recita «Kill Drug», seguono droghe cancellate con un tratto di penna come nella locandina del film.
«Questa campagna rivolta ai ragazzi - spiega l’assessore ai Servizi sociali, Tiziana Maiolo - non vuole essere né paternalistica né terroristica. Vogliamo fare solo informazione, e quindi prevenzione, andando a cercare i giovani là dove sono». Cioè in discoteca, ma anche in una serie di iniziative e incontri organizzati in città al fino al 27 giugno, e naturalmente su Internet: dove il primo luglio sarà inaugurato il portale www.progettodipendenze.it, nato da una collaborazione fra il Comune e i privati, con un elenco di tutte le strutture accreditate per la disintossicazione e un forum per contattare esperti.
L’indagine di quest’anno, su un campione di duemila ragazzi tra 18 e 24 anni, mostra appunto che se i ragazzi conoscono i rischi della cocaina non si può dire altrettanto per gli psicofarmaci in genere: 28 su cento li hanno usati almeno una volta, e oltre la metà di questi 28 li riprova. Complesso il problema della mortalità. L’anno scorso i morti da overdose in senso stretto, a Milano, sono stati 18: ma gli incidenti mortali provocati da abuso di stupefacenti sono stati 126, e ad essi si potrebbero anche aggiungere i 122 suicidi compiuti con sonniferi e affini.
Il problema, conclude l’assessore Maiolo, è la percezione sempre più «normale» dell’uso delle sostanze: sempre più diffuse anche nei luoghi di lavoro. Ed è per raggiungere questo «target», fatto di manager e gente di spettacolo ma anche di funzionari di banca, impiegati e così via, che il Comune ha programmato per il prossimo settembre una serie di incontri e seminari direttamente negli uffici: diverse banche sono già state contattate e hanno risposto di sì.

lo stile americano
è ufficiale: l'uso della bomba su Hiroshima e Nagasaki non era necessario

nel centenario della nascita di Julius Oppenheimer

LA STAMPA TST 23 Giugno 2004
Hiroshima e Nagasaki
Di chi fu la vera colpa
I FISICI CHE CONSIGLIARONO IL RICORSO ALL’ATOMICA
ERANO TENUTI ALL’OSCURO DELLE ALTRE POSSIBILITA’
di Stefania Maurizi


OCCHI azzurri, sorriso nervoso, personalità complessa ed enigmatica. Nasceva cento anni fa, Robert Oppenheimer, il grande fisico americano che diresse la costruzione della prima bomba atomica. Costruita dagli angloamericani nel terrore che la potesse ottenere prima un dittatore contro il quale ogni avversario poté sentirsi tranquillamente dalla parte della ragione, la bomba tuttavia non fu usata contro Hitler.
Era la sera del 6 agosto 1945 quando la BBC annunciò che una bomba atomica era stata sganciata su una «base militare giapponese». La «base» in realtà era Hiroshima, una città in cui vivevano 290.000 civili e 43.000 soldati. Tre giorni dopo, anche la città Nagasaki fu distrutta da una bomba atomica, che utlizzava plutonio anziché uranio arricchito come quella di Hiroshima. Le due bombe complessivamente uccisero 300 mila persone e, quanto ai sopravvissuti, Oppenheimer arrivò a chiedersi se non fossero stati addirittura più disgraziati dei morti.
Si è detto che la decisione del presidente americano Truman di usare ordigni nucleari contro le popolazioni civili delle due città giapponesi fosse l'unico modo per chiudere con il minor numero di vittime possibile una guerra che altrimenti avrebbe richiesto una sanguinosa invasione del Giappone ma grazie alla desecretazione di documenti cruciali rilasciati nel corso degli ultimi cinquant'anni è emerso che l'uso della bomba non era necessario per chiudere la guerra in breve tempo e senza l'invasione: esistevano alternative, Truman e i suoi più stretti consiglieri le conoscevano.
Non le conoscevano, invece, i quattro scienziati chiamati a consigliare il governo americano sull'uso dell'atomica, cioè Oppenheimer, Fermi, Compton e Lawrence. «Non sapevamo assolutamente nulla della situazione militare in Giappone. Non sapevamo se fosse possibile convincerli ad arrendersi usando altri mezzi, oppure se l'invasione fosse un passo obbligato».
«Avevamo in testa l'idea che l'invasione fosse inevitabile, perché così ci era stato detto», avrebbe affermato in seguito Oppenheimer. Con il "cuore pesante" e con quel mucchio di dati, Oppenheimer e gli altri consigliarono l'uso delle due bombe che distrussero Hiroshima e Nagasaki.

alcuni altri articoli disponibili

chi volesse leggerli può richiederli con un'e.mail a questo indirizzo
(specificando, per cortesia, quale/i vuole ricevere)


La Stampa 27.6.04
Neruda, I cent’anni della farfalla nera, di Mario Vargas Llosa

La Stampa 27.6.04
Dodici saggi per ricostruire la storia del PCI a Torino, dal '45 al '91. Comunisti, che fine hanno fatto? di Giuseppe Berta

La Stampa 27.6.04
Un'invenzione letteraria moderna: tra Settecento e Novecento il tema dell'«alter ego» ha dato una svolta alla narrativa. Un'antologia ne indica il percorso, E il buono gridò: quel cattivo sono io, Da Chamisso a Calvino gli scenari imprevisti del Doppio, di Guido Davico Bonino

Corriere della Sera 27.6.04
Le arti fra l'inizio e la fine del primo conflitto mondiale, si affermano nuovi stili e tramontano i valori ottocenteschi, Tamburi di guerra, il lampo dell’espressionismo, di Gillo Dorfles

La Stampa Tuttolibri, 26.6.04
Rimbaud in Africa, Bell'Abissinia così ti illumino, di Giuseppe Marcenaro

La Stampa TTS, 26.6.04
«Il mio Oppenheimer», controverso protagonista dell'era nucleare era un raffinato equilibrista della parola, un collezionista di quadri dal valore astronomico ed uno «snob» geniale, di Tullio Regge


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sabato 26 giugno 2004

storia criminale del cristianesimo

Repubblica, ed di Napoli 26.6.04
QUANDO I CRISTIANI TAGLIAVANO LE TESTE
di Giovanni Romeo


Il taglio della testa, che dovrebbe riuscire con un colpo solo e quindi evitare troppe sofferenze, è un privilegio. Quando però si sale sul patibolo come colpevoli dei delitti ritenuti più efferati, le tecniche di esecuzione abituali non bastano.
Si deve educare il popolo, dissuaderlo col terrore dagli eccessi del condannato: ci sono uomini bruciati vivi, arrotati, squartati, si strappano pezzi di carne con tenaglie infuocate, o si tagliano arti, a persone vive. Talvolta le teste o i quarti dei giustiziati restano esposti, ben in vista, a futura memoria, finché agenti atmosferici e animali non ne fanno scempio. Solo verso la metà del Settecento l´intensità e la crudeltà delle condanne a morte cominciano ad affievolirsi e si apre il faticoso percorso che condurrà all´abolizione della pena capitale e all´abbandono degli orrori "ufficiali". Sono solo gli esiti di questo lento e recente processo storico che ci consentono oggi di sentirci estranei e inorriditi di fronte alle atrocità che ci sono esibite: in precedenza il cristianesimo non era servito a nulla.
Ha invece radici in un passato un po´ più lontano il senso di superiorità con cui le guardiamo. Già nel Cinquecento il rigore delle esecuzioni capitali si allentava, quando il reo era pronto a chiedere perdono a Dio per le sue malefatte, a riconoscere la legittimità della condanna subita e a piegarsi alla confessione e alla comunione. I più incalliti criminali potevano conquistare così ? e solo così ? il diritto a un´esecuzione "normale". Era un meccanismo tipico dei processi dell´Inquisizione, che i giudici di Stato inserivano di buon grado nel loro modello di condanna a morte, perché ne rafforzava la credibilità e l´efficacia. Per gli stessi motivi, i boia erano anche autorizzati, su segnalazione dei confratelli incaricati del conforto, a torturare chi alla vigilia dell´esecuzione era restio all´assunzione dei sacramenti. Sembra incredibile, ma è così, a Napoli, come nel resto d´Italia.
Lo schema era applicato con particolare zelo ai condannati di religione islamica. Se accettavano in extremis di convertirsi, ottenevano un´esecuzione "normale"; in caso contrario, andavano incontro alla pena che avevano meritato. Il tranello teso ai confortatori napoletani e al boia nel 1672 da uno schiavo musulmano, che prima accetta il battesimo per sfuggire a una crudele esecuzione e poi lo rinnega, è una delle testimonianze più ricche di questo scontro di civiltà. Nel nostro disorientamento di oggi, nella difficoltà di capire gli orrori iracheni, c´è anche questo, c´è una lunga storia di intolleranza e di disprezzo. Se ce ne rendiamo conto, anche gli echi di drammi così lontani nel tempo possono essere di stimolo e di aiuto: a non guardare le altre civiltà dall´alto in basso, a comprendere prima di giudicare, a riflettere più sugli elementi che ci uniscono che su quelli che ci dividono. Aveva fatto così, nel 1587, un vecchio schiavo musulmano, quando un sacerdote napoletano lo aveva invitato a farsi cristiano, per evitare che il suo cadavere fosse buttato in un immondezzaio: gli aveva semplicemente risposto che tutti siamo figli di Dio grande, che Dio aiuta tutti.

«l’Asia è il continente più ostile al cristianesimo»

La Stampa 26.6.04
Ricerca di una associazione indipendente sulla libertà religiosa
«Non solo Islam, è allarme induismo»
L’Asia è il continente più ostile al cristianesimo
di Marco Tosatti


CITTÀ DEL VATICANO. E’ l’induismo aggressivo e xenofobo, dopo - ovviamente - l’Islam nelle sue forme più radicali (e non necessariamente terroristiche) il «cattivo» dell’anno nel rapporto sulla libertà religiosa stilato dall’associazione «Aiuto alla Chiesa che Soffre». Ed è sicuramente l’Asia il continente in cui è più difficile credere, vivere pubblicamente la propria fede ed eventualmente passare ad un’altra. Ma neanche l’Europa è esente da problemi. Se in Russia nel 2003 e nei primi mesi del 2004 - a detta di molti osservatori - si è potuto notare un discreto miglioramento del rispetto della libertà religiosa (sul quale tra l'opinione pubblica e tra le diverse confessioni è in corso un dibattito ampio), in Bielorussia il regime autoritario del presidente Alyaksandr Lukashenko rende l'attività religiosa praticamente impossibile per molte comunità religiose minoritarie. La Chiesa ortodossa gode di uno status privilegiato rispetto agli altri gruppi religiosi, mentre l'accesso ai vari settori statali è precluso alle altre religioni e la Chiesa cattolica è costretta a vivere ai margini della legalità.
Ma anche in Turchia, dove all'inizio del 2003 il governo ha approvato modifiche tese a rafforzare il rispetto dei diritti umani e delle libertà personali, nell’ottica di favorire l'adesione del Paese all'Ue, la situazione appare difficile. «La Chiesa cattolica subisce restrizioni all'attività di evangelizzazione - scrive il rapporto -. Un frate cappuccino italiano, il 60enne padre Roberto Ferrari, da 45 anni missionario in Turchia, è stato messo sotto inchiesta dalle autorità che gli hanno anche ritirato il passaporto e impedito il ritorno in patria per aver amministrato il battesimo a un giovane di 26 anni.
Il mondo islamico è però sicuramente quello dove si registrano i maggiori problemi. Camille Eid, specialista del mondo arabo e autore del libro «A morte in nome di Allah» sui martiri cristiani dalle origini dell’Islam a oggi, ha parlato di luci ed ombre, e di qualche voce, che in Arabia Saudita, chiede di riformare il curriculum scolastico, elimimando dai testi liceali citazioni del tipo: «Pur essendo esperti nelle scienze, gli infedeli rimangono ignoranti e non meritano di essere chiamati sapienti, perché la loro scienza non ha oltrepassato le cose della vita terrena e questa scienza è incompiuta». E nell’Arabia Saudita wahabita, che proibisce ai cristiani di pregare, costruire chiese o dire messa (pena l’arresto o peggio), 700 imam sono stati obbligati a corsi di «rieducazione», perché giudicati troppo radicali.
Diversa, sia pure con luci e ombre, la situazione altrove. Se il rettore dell’università cairota di Al Azhar, Al Tantawi, ha detto che «la religione islamica accetta solo la fede scaturita da una libera scelta e non dalla costrizione», accettando perciò che dall’Islam si possa passare ad un’altra fede, un imam altrettanto famoso (ha una rubrica su «Al Jazeera») sostiene che l’apostasia di un musulmano è un tradimento della patria e, quindi, è punibile con la morte. Cina, Vietnam e soprattutto Corea del Nord cercano di distruggere, o almeno controllare, le spinte religiose. Ma se questi Paesi hanno una lunga e affermata tradizione di violazione delle libertà, religiose e e non solo, un «outsider» sta emergendo in maniera preoccupante. «Il fondamentalismo induista in India calpesta - scrive “Aiuto alla Chiesa che Soffre” - ripetutamente i diritti delle minoranze etniche e religiose, nega loro i diritti costituzionali e ne minaccia l'esistenza. I valori di tolleranza e rispetto, che hanno permesso ai sikh del Punjab di dare vita a una religione nata dalla fusione tra induismo e islam e che hanno animato la spiritualità e la vita di Buddha e del Mahatma Gandhi, sono oggi gravemente violati».

Repubblica 26.6.04
FEDE E POLITICA

In molte zone il culto è vietato, in altre i seguaci di Cristo sono accusati di proselitismo: nel mirino dei fondamentalisti chiese e missionari
Cristiani sotto attacco in tutto il mondo
Persecuzioni e minacce soprattutto in Asia e nei paesi islamici
In Laos molte persone sono state imprigionate e spinte a rinunciare alla loro fede
In Birmania il governo offre favori e denaro a chi lascia la Chiesa e torna al buddhismo
di MARCO POLITI


ROMA - Cristiani nel mirino. Il Rapporto 2004 sulla libertà religiosa nel mondo, pubblicato dall´Acs («Aiuto alla Chiesa che soffre»), mostra un´ondata di astio, violenze, intolleranza, azioni minacciose fino all´omicidio che colpiscono cattolici e protestanti in varie parti del mondo: specie in Asia e in alcuni paesi islamici. E´ come se la ruota della storia avesse cominciato a girare all´incontrario. Gruppi e comunità cristiane, che tre secoli fa avevano iniziato fiduciosi la loro marcia di espansione attraverso il globo terraqueo al seguito di mercanti, soldati e funzionari, si ritrovano oggi sulla difensiva di fronte all´esplodere di fondamentalismi e ultra-nazionalismi. Si moltiplicano le situazioni in cui i seguaci di Cristo vengono considerati un elemento estraneo, se non una vera e propria infezione del corpo di un´etnia o di una compagine sociale e statale.
Il Laos lo afferma esplicitamente: il cristianesimo è una «religione straniera imperialista» e di stagione in stagione cristiani vengono picchiati, imprigionati, torturati perché non firmano il documento di «rinuncia volontaria» alla propria fede. Attilio Tamburrini, direttore della sezione italiana di Acs, mette in guardia dal contare solo morti e martiri. Di stragi ce ne sono state meno nel 2003 rispetto al 2002, ma è il quadro complessivo di intolleranza e rigetto che preoccupa. In Arabia saudita la repressione di ogni forma di culto non-islamica persiste. Nel Brunei è vietato - come nella grande maggioranza dei paesi arabi - il proselitismo tra i musulmani. Nel Buthan è proibito dal 2000 il culto pubblico dei cristiani. In Indonesia continuano le distruzioni di chiese da parte dei fondamentalisti musulmani. In Birmania il regime offre incentivi ai cristiani che ritornano al buddismo (ma perseguita con eguale impegno anche i musulmani). In Pakistan torture e arresti ai danni dei cristiani avvengono sotto pretesto di una presunta violazione del reato di «blasfemia». In India prosegue la campagna d´odio lanciata dai fanatici induisti contro le più diverse comunità cristiane accusate di forzare le conversioni. E´ simbolico l´attacco di un gruppo estremista contro la Pata Fellowship Church del villaggio di Patapaypangara, culminato con la distruzione della chiesa e il tentativo di mettere sull´altare una statua di divinità indù. In Somalia, dove il 5 ottobre scorso fu uccisa la missionaria laica Annalena Tonelli, è proibita qualsiasi forma di proselitismo, mentre in Algeria il fondamentalismo islamico colpisce soprattutto i musulmani moderati e laici.
Nel quadro spiccano i sussulti sanguinosi che si verificano in Nigeria e in Sudan, dove odio religioso e odio etnico formano una miscela politicamente esplosiva. Non ideologica, ma motivata dalla preoccupazione nuda e cruda dell´establishment partitico di mantenere la propria supremazia, appare di converso la politica sistematicamente vessatoria delle autorità cinesi nei confronti delle comunità cattoliche che dichiarano esplicitamente il loro legame con la Santa Sede. Padre Cervellera, direttore di Asia News, riporta che il regime consente oggi scuole private straniere, «ma non religiose». Così come a Cuba i conflitti riguardano il governo e la dissidenza cattolica o l´episcopato per quanto riguarda la richiesta di una riforma politica generale, ma non investono la libertà di culto della popolazione.
D´altro lato, dopo l´attacco alle Torri Gemelle qualcosa è cambiato in peggio anche negli Usa, paese notoriamente tollerante. Il Consiglio delle relazioni americano-islamiche denuncia che nel corso del 2003 le aggressioni contro i musulmani sono aumentate del 70 per cento sino a raggiungere quota 1.019 tra incidenti e manifestazioni di violenza.
Eppure si fanno strada anche esperienze positive. In molti stati ex sovietici o dell´est europeo la libertà religiosa è stata più o meno restaurata. E qualcosa di importante sta avvenendo anche in alcuni paesi arabi. In Qatar si è tenuta il mese scorso un´importante conferenza islamo-cristiana. E persino nell´Arabia saudita, racconta Camille Eid, uno dei massimi esperti sulla situazione religiosa nei paesi musulmani, si manifestano segni di novità: «Alcuni intellettuali coraggiosi hanno chiesto la riforma dei testi scolastici che denigrano i miscredenti».
Chi è libero, tuttavia, a volte diventa prepotente. In Croazia i vescovi cattolici hanno bloccato l´introduzione nelle scuole dell´insegnamento di yoga.