mercoledì 10 dicembre 2003

mercoledì 10 dicembre:Marco Bellocchio

è stato invitato dal Collettivo di Lingue e Filosofia ad un incontro per mercoledì pomeriggio, 10 Dicembre


VILLA MIRAFIORI via Carlo Fea 2
ingresso gratuito


Nell'Aula VI alle 16:30 ci sarà la proiezione del film "Buongiorno notte" e poi, alle18:40 un incontro con Marco Bellocchio su VERITÀ STORICA E LIBERTÀ ARTISTICA e un dibattito al quale interverranno il Prof. Pietro Montani (Università "La Sapienza") e il Prof. Raul Mordenti (Università di Tor Vergata)


(nel frattempo il box office di numerosi siti in rete ha pubblicato la notizia che "Buongiorno, notte" ha incassato fino ad oggi 3 milioni 283 mila euro, ed è stato visto da circa 573 mila spettatori)
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l'ultima intervista di Andrej Tarkovskij

una segnalazione di Pasquale Difonzo

http://www.aspide.it/piazza/poiesis/
Andrej Tarkovskij L'ULTIMA INTERVISTA
a cura di Donata De Bartolomeo


Nel dicembre del 1986 moriva a Parigi, a soli 54 anni, Andrej Tarkovskij.
Vogliamo ricordare il grande artista, pubblicando l'ultima intervista (inedita in italiano) da lui concessa a "Le Figaro" nell'ottobre 1986


I miei due ultimi film si basano su impressioni personali, ma non hanno nulla a che fare ne con l'infanzia ne col passato, essi riguardano piuttosto il presente. Richiamo l'attenzione sulla parola "impressioni". I ricordi dell'infanzia non hanno mai fatto di un uomo un artista. Vi rimando ai racconti di Anna Achmatova sulla sua infanzia. Oppure a Marcel Proust. Noi attribuiamo un significato eccessivo al ruolo dell'infanzia. Il metodo degli psicoanalisti di guardare alla vita attraverso l'infanzia, di trovare in essa la spiegazione di tutto, e uno dei modi di infantilizzazione della personalità. Poco tempo addietro ho ricevuto una strana lettera da un famoso psicoanalista, il quale cerca di spiegarmi la mia attività creativa con i metodi della psicoanalisi.
L'approccio al processo artistico, alla creazione da questo punto di vista, se me lo consentite, rattrista addirittura. Rattrista perché i motivi e l'essenza della creazione sono molto più complessi, di gran lunga più impercettibili che i semplici ricordi sull'infanzia e la loro spiegazione. Ritengo che le interpretazioni psicoanalitiche dell'arte sono troppo semplicistiche, persino primitive.
Ogni artista nel corso della sua permanenza sulla terra trova e lascia dopo di se una particella di verità sulla civilizzazione, sull'umanità. Il concetto stesso di ricerca e oltraggioso per un artista. Assomiglia alla raccolta di funghi in un bosco. Forse ne troveremo o forse no. Picasso diceva addirittura: "io non cerco, trovo". A mio parere, l'artista non procede affatto come un ricercatore, egli non agisce empiricamente in nessuna maniera ("proverò a fare questo, tenterò quest'altro"). L'artista da una testimonianza sulla verità, sulla sua verità del mondo. L'artista deve essere certo che egli e la sua creazione rispondono alla verità. Io rifiuto il concetto di esperimento, di ricerca nella sfera dell'arte. Qualsiasi ricerca in questo ambito, tutto ciò che chiamano pomposamente "avanguardia" e semplicemente menzogna.
Nessuno sa che cos'è la bellezza. L'idea che la gente si fa della bellezza, il concetto stesso di bellezza, mutano nel corso della storia assieme alle pretese filosofiche e al semplice sviluppo dell'uomo nel corso della sua vita personale. E questo mi spinge a pensare che, effettivamente, la bellezza e il simbolo di qualcos'altro. Ma di cosa esattamente? La bellezza e simbolo della verità. Non dico nel senso della contraddizione "verità/menzogna", ma nel senso di cammino di verità, che l'uomo sceglie. La bellezza (si intende quella relativa!) ha nelle diverse epoche testimoniato del livello di consapevolezza, che gli uomini di una determinata epoca hanno della verità. Ci fu un tempo in cui questa verità aveva l'aspetto della Venere di Milo. Ne consegue che l'intera collezione di ritratti femminili, diciamo, di un Picasso non ha, a rigor di termini, la minima relazione con la verità. Ma qui non parliamo della capacita di attrazione ne di qualcosa di carino - parliamo della bellezza armonica, della bellezza nascosta, della bellezza in quanto tale. Picasso, invece di celebrare la bellezza, si e comportato come il suo distruttore, il suo detrattore, il suo sterminatore. La verità, manifestata dalla bellezza, e enigmatica; essa non puo essere ne decifrata ne spiegata con le parole, ma quando un essere umano, una persona si trova accanto a questa bellezza, si imbatte in questa bellezza, sta di fronte a questa bellezza, essa fa sentire la sua presenza, almeno con quei brividi che corrono lungo la schiena.
La bellezza e come un miracolo, del quale l'uomo diventa involontariamente testimone. Tutto qua.
Mi sembra che l'essere umano sia stato creato per vivere. Vivere nel cammino verso la verità. Ecco perché l'uomo crea. In una certa misura l'uomo crea nel cammino verso la verità. Questo e il suo modo di esistere, e l'interrogativo sulla creazione ("Per chi gli uomini creano? Perché essi creano?") e senza risposta. Effettivamente ogni artista non soltanto ha una sua concezione sulla creazione ma ha anche un suo modo personale di interrogarsi su cio'. Questo si collega a quanto io adesso dico sulla verità, alla quale noi tendiamo, alla quale contribuiamo con le nostre piccole forze. Un ruolo fondamentale gioca qui l'istinto, l'istinto del creatore. L'artista crea istintivamente, egli non sa perché proprio in quel momento fa una cosa oppure un'altra, scrive proprio di questo, dipinge proprio questo. Soltanto dopo egli comincia ad analizzare, a trovare spiegazioni, a filosofeggiare e giunge alle risposte che non hanno nulla in comune con l'istinto, col bisogno istintivo di fare, creare, esprimere se stesso. In un certo senso la creazione e rappresentazione dell'essenza spirituale nell'uomo ed è la contrapposizione all'essenza fisica; la creazione è in un certo senso la dimostrazione dell'esistenza di questa essenza spirituale. Nell'ambito delle attività umane non c'è nulla che sarebbe più inutile, più senza scopo, non c'e nulla che sarebbe più a se stante della creazione. Se si esclude dalle attività umane tutto quanto attiene al raggiungimento del profitto, rimarrà soltanto l'arte.
Per contemplazione io intendo soltanto dire quello che origina l'immagine artistica o l'idea che noi ce ne facciamo. Questo è assolutamente individuale.
L'immagine artistica, il significato dell'immagine artistica possono scaturire soltanto dall'osservazione. Se non si basa sulla contemplazione, l'immagine artistica si trasforma in simbolo, cioè in qualcosa che forse puo essere spiegato dalla ragione, e, allora, l'immagine artistica non esiste: essa infatti non riflette più l'umanità, il mondo. L'autentica immagine artistica deve riflettere non soltanto la ricerca di un povero artista alle prese con i suoi problemi umani, con i suoi desideri e bisogni. Essa deve riflettere il mondo. Ma non il mondo dell'artista ma il cammino dell'umanità verso la verità. Della semplice sensazione del contatto con l'anima, che qui, da qualche parte, al di sopra di noi, dinanzi a noi vive nell'opera d'arte in misura tale da stimarla geniale. In questo e l'impronta originale del genio.
Ci fu un tempo in cui io potevo chiamare miei ex-maestri, le persone che hanno avuto un'influenza su di me. Adesso, nella mia coscienza, si conservano soltanto dei "personaggi", per meta santi, per meta folli. Questi "personaggi" sono forse un po' invasati ma non dal diavolo; si potrebbe dire che sono "i pazzi di dio". Tra i vivi cito Robert Bresson. Tra i morti, Lev Tolstoj, Bach, Leonardo da Vinci... In fin dei conti, tutti costoro erano pazzi.
Perché non hanno assolutamente cercato nulla nella loro testa. Hanno creato senza il concorso della testa... Essi mi spaventano e mi ispirano. Non e assolutamente possibile spiegare la loro creazione. Sono state scritte migliaia di pagine su Bach, Leonardo e Tolstoj ma, in conclusione, nessuno ha potuto spiegare nulla. Nessuno, grazie a dio, ha potuto trovare, sfiorare la verità, toccare l'essenza della loro creazione! Questo dimostra ancora una volta che il miracolo è inspiegabile...
Nel senso più alto di questo concetto - la libertà, soprattutto nel senso artistico, nel senso della creazione, non esiste. Si, l'idea della libertà esiste, e una realtà nella vita sociale e politica. In diverse regioni e paesi gli uomini vivono avendo più o meno libertà; ma vi sono note testimonianze che dimostrano che nelle più orribili circostanze ci sono stati uomini che hanno avuto una inaudita libertà interiore, un mondo interiore, nobiltà.
Mi sembra che la libertà non consista nella qualità della scelta: la libertà è una condizione dello spirito. Per esempio, si può essere socialmente, politicamente, completamente "liberi" e non di meno morire per la sensazione di precarietà, di oppressione, di mancanza di futuro. Per cio che concerne la libertà della creazione, di questo non si puo assolutamente discutere.
Senza di essa non puo esistere una sola arte. L'assenza della libertà deprezza automaticamente l'opera d'arte, poiché questa assenza impedisce a chi viene per ultimo di rivelarsi nella forma migliore. L'assenza di questa libertà porta a che l'opera d'arte, nonostante la sua esistenza fisica, non esista di fatto. Nella creazione dobbiamo vedere non soltanto la creazione. Purtroppo, nel XX secolo appare predominante la tendenza secondo la quale l'artista-individualista, invece di tendere alla creazione dell'opera d'arte, se ne serve per evidenziare il proprio "io". L'opera d'arte diventa manifestazione dell'io del suo creatore e si trasforma, possiamo dire, in megafono delle sue minime pretese. Questo vi e noto meglio che a me. Ne ha scritto molto Paul Valery. Al contrario, il vero artista, e a maggior ragione il genio, appaiono schiavi del dono che distribuiscono. Essi sono legati da questo dono agli uomini, al cui nutrimento spirituale e al cui servizio sono stati scelti. Ecco in cosa consiste per me la libertà.

su Repubblica: immagini e pensiero

una segnalazione di Sergio Grom

La Repubblica 10.12.03
Se I filosofi svelano il quadro

Esce oggi il saggio di Brandt
L'enigmatico dipinto di Giorgione raffigura tre sapienti o forse addirittura i tre Magi
Un raffinato storico delle idee in una serie di illuminanti interpretazioni mostra come in alcuni grandi capolavori artistici bellezza e verità si tocchino
Sulle immagini può cadere il divieto religioso o il fraintendimento culturale: dialogare con esse può aiutare a scoprire un senso nascosto, una relazione col pensiero razionale
"Las meninas" suscita numerosi interrogativi: potrebbe essere un gioco di specchi
Il punto più alto dell'incontro tra pittura e pensiero si ha con Velázquez
Rubens raffigura Eraclito che piange e Democrito come il pensatore che ride
di ANTONIO GNOLI E FRANCO VOLPI


Dal volume di Reinhard Brandt, "Filosofia della pittura", che esce oggi nelle edizioni Bruno Mondadori (pagg. 500, € 33,00), anticipiamo parte della prefazione di Le immagini quelle visive soprattutto, ci sovrastano. Un flusso continuo e caotico inonda la società, abbatte confini, distrugge gerarchie, confonde saperi. Le immagini sono il tutto e il niente. È la ragione per cui lo sguardo è diventato opaco. Incontra solo la sua ombra. Una povertà oftalmica regola ormai la vista. Certo, noi continuiamo a vedere. Ma che cosa vediamo? L'occhio guarda, e nel sovrabbondare dell'osservabile diventa inappetente.
Walter Benjamin notava che allo straniamento del flâneur contribuisce il passo che vagabonda nei dilatati confini della metropoli. Si direbbe che quanto accade nel primo Novecento al «camminare» in questi ultimi decenni coinvolga il «guardare». Si guarda con infinita casualità. O meglio: si è guardati. Con infinito sospetto. Non resta che ritrarsi dall'immagine, come da un campo di battaglia: gli oggetti, i volti, le nuvole sostituiscono o si aggiungono ai morti. Non c'è etica o estetica che tenga a questa molle deriva circolare sulla quale si producono immagini a mezzo di immagini.
La loro invadenza, il loro eccesso, la loro sovraesposizione provocano una cecità provvisoria. Versiamo in un curioso paradosso: tutto ciò che è visibile ci è reso indifferente dal troppo vedere. Non è della qualità dell'immagine che si sta parlando. Ma della quantità.
Nella qualità le immagini mostravano un destino sottilmente predestinato. Qualcosa - un motivo iconografico, una storia, un'allusione simbolica, un'allegoria - prima o poi perdeva vigore. Come un organismo animale, cresceva, trasmettendo i suoi caratteri, e poi senza un'apparente ragione peggiorava il proprio stato di salute. Fino a diventare evanescente. Soprattutto Aby Warburg ed Erwin Panowsky; e con loro Fritz Saxl, Edgard Wind, hanno inseguito i fili invisibili che legano immagine a immagine. Hanno colto il fulgore e il tramonto della loro storia: la vita, il declino, la morte. Ci hanno consegnato, come nel caso di Warburg, uno straordinario percorso per immagini. Ciò che Mnemosyne mostra è il vertiginoso tentativo di sottrarle alla loro decadenza. Le immagini non muoiono solo se restano aperte. Uno degli impliciti significati della warburghiana Pathosformel risiede in questa idea di apertura. Che è incompiutezza e movimento. Le immagini di Mnemosyne sono tutt'altro che immobili. Rimandano alla sottile arte del montaggio cinematografico.
Nella quantità le immagini non muoiono, perché è come se fossero da sempre già morte. Non stiamo alludendo alla loro riproducibilità, ma al canone insolito che regola la loro presunta unicità. Le immagini che ci sovrastano pretendono un'esclusiva che spaventa. Mirano a produrre non già stupore, o non solo quello, ma panico. Richiedono non già attenzione ma sottomissione.
Sulle immagini può cadere il divieto religioso, il fraintendimento culturale. Negazione e rimozione sono le armi che la storia predilige per combatterle. Come pure può usarle in quanto arma di propaganda. Le immagini contano molto più di ciò che vi sta dietro o sopra o sotto.
Per questo la filosofia riscopre un ruolo che credeva perduto. Dialoga con le immagini, con oggetti muti da riportare in vita. C'è una filosofia delle immagini e ci sono le immagini della filosofia. C'è il mito della caverna e c'è un pensiero che ha ripreso a lavorare sulle immagini. A comprenderne presenza e sparizione. Non tutto quello che vediamo è davvero sotto gli occhi. Dopotutto, se la filosofia si scontra con l'ineffabile, l'immagine può lottare con l'invisibile, strapparlo alla sua intima assenza, quasi un gioco di prestigio, una mera illusione. È questa che ci avvolge davanti a un'immagine? Proviamo a formulare meglio la questione. Di fronte a un quadro, a un'opera pittorica, che cosa guardiamo? Che cosa proviamo? L'esaltazione del lavoro percettivo non usurpa il suo potere? Non lo altera? Il ricorso alla filosofia dovrebbe servire a questo: a stabilire un senso, una direzione, un legame fra ciò che è dipinto e ciò che è pensato.
È fatale che la relazione tra arte e filosofia sia stata declinata nelle forme più diverse secondo le epoche, le situazioni e le temperie culturali. Siamo in presenza di una sinergia che ha alimentato la storia dello spirito, le sue aperture di senso e le sue realizzazioni; di un intreccio su cui, da Platone ai nostri giorni, il pensiero occidentale sempre è tornato e sempre ritornerà. Se l'arte - come la religione - rappresenta una risorsa simbolica vitale, quale rapporto intrattiene con il pensiero razionale? Che cosa la lega a - e che cosa la separa da - ciò che accade nell'orizzonte della filosofia? Qual è la magica danza che il Bello conduce intorno al Vero, e il Vero intorno al Bello?
Di Reinhard Brandt, raffinato pensatore e storico delle idee, il lettore italiano già conosce La lettura del testo filosofico (Laterza, 1998), un'ineccepibile lezione di metodo «oggettivo», e D'Artagnan o il quarto escluso (Feltrinelli, 1999), un'intrigante perlustrazione del principio del Quattro, ricorrente nella storia del pensiero e della cultura europei. Con questo libro Brandt apre una nuova prospettiva da cui guardare e indagare il rapporto tra arte e filosofia. In una serie di illuminanti interpretazioni egli mostra come in alcune eminenti opere d'arte l'elemento materiale raffiguri e renda visibile un pensiero; come bellezza e verità, immagine e concetto, visione e astrazione, intuizione e ragionamento si avvicinino, si sfiorino, si tocchino.
Prendiamo la celebre Scuola di Atene dipinta da Raffaello nelle Stanze Vaticane. La lettura filosofica dell'affresco è talmente evidente e nota, che quasi non c'è bisogno di illustrarla. Eppure dietro il risaputo, molte sono le questioni che ancora attendono una risposta soddisfacente. Che cosa comunica e da quali pensieri è ispirata la raffigurazione pittorica di quel consesso filosofico? Chi sono esattamente le cinquantotto figure che vi partecipano? Perché manca un filosofo importantissimo come Plotino? E manca davvero? Molto è stato scritto per rispondere a questi e altri interrogativi. Eloquente è ciò che capitò al grande teorico dello storicismo, Wilhelm Dilthey, che racconta di avere sognato La scuola di Atene. Nel sogno ai pensatori greci si erano via via aggiunti i filosofi cristiani e poi quelli dell'età moderna: Kant, Schiller, Schelling, Hegel e, infine, a coronare il tutto, Goethe. Brandt scopre qui il denso sfondo di implicazioni e riferimenti storici, iconologici e simbolici che fanno parte del dipinto e della sua fortuna.
Prendiamo un altro celebre ed enigmatico dipinto, e chiediamoci: chi sono i personaggi ritratti da Giorgione nei Tre filosofi, che alcuni identificano con Tre sapienti, altri con I tre Magi? Quale misterioso sapere esoterico simboleggiano, così riuniti in quel luogo, di fronte a una caverna scavata nella scura terra, con la loro postura, il loro abbigliamento e i loro gesti? Anche in questo caso scopriamo con Brandt che quel quadro è in qualche modo un'opera riconducibile nell'alveo della filosofia.
Un legame così dichiaratamente esplicito tra arte e filosofia si può estendere ad altri capolavori. Perché Rubens per esempio raffigura Eraclito nell'atto di piangere e Democrito come il filosofo che ride? Che cosa si nasconde dietro questo longevo stereotipo? E Rembrandt, che cosa vuole comunicare quando dipinge Aristotele e il busto di Omero? Altro fascinoso esempio: quale arcanum filosofico contiene Et in Arcadia ego di Nicolas Poussin, intorno a cui tanto, e tanto contraddittoriamente, si è speculato?
Uno dei punti più densi nella storia del fecondo intreccio di arte e filosofia si raggiunge, come è noto, con Velàzquez. Qual è il soggetto della sua celebre tela Las meninas, ovvero La familia de Felipe IV? Apparentemente l'infanta con le damigelle di corte e la famiglia reale. Oppure il soggetto è l'evento stesso della genesi del quadro? O ancora: l'intero quadro è forse dipinto come se fosse uno specchio? In questo gioco di riflessi si rende visibile il grande problema filosofico della modernità, che nasce letteralmente dalla pittura: perché e che cos'è il subjectum?
Se poi arriviamo ai giorni nostri, constatiamo che sono numerosi i pittori che nella filosofia vedono un modo per entrare nel mondo simbolico del dipinto. Basterà ricordare De Chirico, che nel suo celebre Autoritratto, variando un detto di Schopenhauer e di Nietzsche, dipinge la frase: Et quid amabo nisi quod rerum metaphysica est? Da ultimo esempio degli esempi di pictor philosophus: Magritte, l'ideatore di provocazioni pittorico-filosofiche talmente «orecchiabili», che ci chiediamo se egli stesso non abbia una qualche responsabilità nell'abuso che ne è stato fatto.

Munch, il suo grido è un vulcano

La testa dell'uomo è ridotta ad un teschio, le narici a due fori, gli occhi sono sbarrati, la bocca è aperta e lancia un grido disperato e selvaggio, che si propaga attraverso la natura: un fiordo oleoso e un cielo infuocato riprendono il movimento serpentino della figura. È uno dei quadri più celebri al mondo: Il grido di Edvard Munch, un dipinto che ritrae uno stato mentale dell'artista. Il dramma è interno anche se il soggetto è legato alla topografia di Oslo: la vista è quella che si ammira da Nordstrand.
Ora c'è chi lega la genesi del capolavoro di Munch a un fatto reale: un'esplosione vulcanica. Il New York Times ha pubblicato la tesi di Donald Olson, astronomo dell'università del Texas, secondo cui i colori de Il grido furono ispirati da un cielo carico di rossi causati dall'eruzione del vulcano dell'isola indonesiana di Krakatoa, avvenuta nell'agosto 1883.
Una nube di polveri attraversò il mondo intero. Olson sostiene che Munch fu segnato da questa visione: gli restò così impressa nella memoria da ricordarsene dieci anni più tardi, nel 1893, quando realizzò Il grido. E una celebre annotazione nel diario dell'artista, che è del 22 gennaio 1893, sarebbe un'evocazione. Scrisse Munch: «Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò. Il cielo si tinse all'improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c'erano sangue e lingue di fuoco... io tremavo ancora di paura, sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura».
Per Olson non è esistenzialismo espressionista ma il bagliore di una vera tragedia, tesi che per ora ha un solo riconoscimento: "intrigante". Un sigaro e una medaglia non si negano a nessuno.

la distribuzione nei multiplex

La Repubblica 10.12.03
IL DISTRIBUTORE
Carlo Macchitella di 01
"È un fatto: gli americani tirano di più"
Nei multiplex funziona il blockbuster targato Hollywood


ROMA - «Per il cinema italiano, il nodo della distribuzione non è stato ancora del tutto risolto». Ne conviene anche Carlo Macchitella, presidente di 01 e direttore generale di Rai Cinema, «ma il vero problema riguarda la scarsa visibilità della produzione nazionale nei multiplex, dove i nostri film vengono spesso smontati, anche quanto ottengono risultati positivi, per far posto ai titoli delle majors. "Caterina va in città", per citare un caso, è stato un successo, ma avrebbe potuto fare ancora meglio. Il fatto è che a determinare i grandi successi nei multiplex sono ogni anno quei 7/8 blockbusters hollywoodiani e, per accaparrarseli in molte copie, i multiplex sono costretti a programmare anche gli altri prodotti del listino».
Come si esce dall'impasse?
«Diventando sempre più forti e competitivi e affiancando al cinema italiano qualche buon film americano che serva da traino al resto del listino. È quanto cerca di fare 01».
Non avete esagerato privilegiando i multiplex, a scapito del circuito tradizionale, dove i film d'autore vanno meglio?
«Non abbiamo fatto questo: semplicemente abbiamo cercato di portare certi film, come quelli di Avati, Bellocchio, Virzì, anche nei multiplex per avvicinare il prodotto di qualità a un pubblico che altrimenti non l'avrebbe mai scelto».
Tuttavia gli autori italiani si lamentano per la scarsa attenzione nei loro confronti.
«È un´accusa che respingo: Rai Cinema e 01 hanno offerto a tutti i film italiani prodotti o distribuiti le condizioni minime indispensabili per affrontare il mercato. Alessandro Benvenuti ha lanciato accuse feroci, ma "Ti spiace se bacio mamma?" è uscito con 65 copie, lo sforzo distributivo è stato evidente. Ma se il pubblico, a torto o a ragione, rifiuta un titolo non c'è nulla da fare».
Il problema è che certi film per farsi conoscere avrebbero bisogno di tempi più lunghi.
«Vero. Il consumo di film in sala si è molto velocizzato, ma temo che indietro non si torni. Ma mentre una volta la vita di un film si esauriva in sala, oggi i successivi sfruttamenti si sono moltiplicati. Ci sono film che recuperano sul mercato video o su quello tv. "Ti spiace se bacio, mamma?" è un film che probabilmente funzionerà di più nel consumo sul piccolo schermo».