mercoledì 31 marzo 2004

il "matrimonio temporaneo" nella cultura islamica

un articolo ricevuto da Serena

il manifesto 30.3.04
Islam, gli espedienti del desiderio
Orfi è la versione egiziana del «matrimonio temporaneo»
un concetto ideato - e una pratica diffusa - solo nell'Islam e ora dilagante di fronte al fondamentalismo
di MARCO D'ERAMO


Il termine orfi non ha nulla ha che vedere con «orfico», anzi è quanto di più alieno dal desiderio che spinse Orfeo a seguire l'amata sposa Euridice persino nella morte, nel regno delle ombre. Orfi è la versione egiziana del «matrimonio temporaneo», un concetto ideato - e una pratica diffusa - solo nell'Islam, ma dilagante solo da quando il fondamentalismo predomina nelle società coraniche. Per celebrare un orfi basta firmare un contratto di matrimonio davanti a due testimoni (ma spesso, nelle classi agiate, in presenza di un avvocato). Questo rito frugale e furtivo viene celebrato sempre più spesso dai giovani egiziani su cui altrimenti incomberebbe l'insopportabile prospettiva di lunghi decenni di celibato, omosessualità sostitutiva, masturbazione compulsiva, solitudine sentimentale e squallore sessuale. La proliferazione dell'orfi va situata in un quadro di esplosione demografica e di disoccupazione galoppante: la popolazione egiziana è quasi raddoppiata dal 1977 a oggi, passando
da 38 a 74 milioni, mentre - secondo i dati ufficiali - nella fascia d'età 15-25 anni la disoccupazione sarebbe del 27,5%, quando per l'insieme della popolazione sarebbe del 10%; ma le stime degli osservatori stranieri raddoppiano i dati governativi: la disoccupazione totale è del 19%, quella giovanile supera il 50% e quella dei laureati il 18%. Per di più, è venuta meno la valvola di sfogo dell'em
igrazione verso i paesi del Golfo, in nera crisi economica, e verso l'Iraq, prima sanzionato e bombardato, oggi sconfitto e occupato (Baghdad un tempo attirava molti emigrati egiziani). Così, il cataclisma economico che ha colpito il Medio oriente - e di cui noi non ci rendiamo conto - rende sempre più difficile il matrimonio tradizionale, con la dote (obbligatoria nel diritto islamico) e con il dovere imposto al marito di mantenere la moglie, condizioni che un giovane egiziano non potrà mai soddisfare prima dei 35-40 anni.

Il 17% della popolazione studentesca

Da qui il proliferare di matrimoni orfi che coinvolgerebbero il 17 % della popolazione studentesca egiziana, se si credono i dati forniti nel 2001 dal ministero degli affari sociali. Secondo la legge egiziana, la «fornicazione» (cioè il sesso al di fuori del matrimonio) è punita con sei mesi di prigione, mentre l'adulterio procura tre anni di reclusione e la spinta all'orfi è cresciuta mano mano che la società egiziana diventava formalmente più puritana e più repressiva.

Il «matrimonio temporaneo» ha una lunga storia nell'Islam. Per il contratto di matrimonio a termine, il termine giuridico è mut'a, che in arabo vuol dire «godimento, piacere, delizia», e la cui radice m-t significa «portare via». Nei primi decenni dell'Egira il matrimonio temporaneo era lecito e vi fa riferimento anche il Corano. I giuristi sostengono che allora era giustificato dalla rapida espansione dell'Islam, dalle spedizioni militari e le prolungate assenze da casa dei soldati di Allah. In seguito, tra i sunniti il «matrimonio temporaneo» fu condannato dal secondo califfo, Omar, ma fu anche tollerato (la punizione era solo la metà di quella imposta per la fornicazione: cento frustate). Il mut'a fu invece codificato dagli sciiti. Oggi il codice civile iraniano attribuisce all'uomo iraniano il diritto di contrattare un numero indefinito di «matrimoni temporanei» (sigheh in persiano), la cui durata può variare da qualche minuto a 99 anni.

Tra i sunniti, curiosamente furono i «puritani» wahabiti dell'Arabia saudita a riprendere l'uso del mut'a, col nome di matrimonio masyar («ambulante»). Ed è negli emirati del Golfo che il masyar è largamente praticato nei mesi estivi dai ricchi vacanzieri che contraggono queste unioni, per poche ore o per poche settimane, con delle giovani vergini che i loro parenti, contadini poveri, gli mandano in cambio di una piccola dote di petrodollari: il masyar è quindi una prostituzione mascherata, ed è in questa forma che è giunto in Egitto insieme alle rimesse degli emigranti nel Golfo.

Nell'Egitto tradizionale l'orfi era invece un surrogato alla malvista poligamia e rientrava nel diritto consuetudinario, prima che la registrazione del matrimonio davanti a un notaio fosse imposta dal sultano Mohamed Ali (al potere tra il 1805 e il 1848).

Vedove e pensioni di guerra

Nella seconda metà del `900 la tradizione ha poi ripreso vigore con le guerre arabo-israeliane, quando le vedove dei soldati uccisi hanno fatto ricorso all'orfi per risposarsi senza perdere i benefici della pensione di guerra: dove l'astuzia delle moderne burocrazie interagisce con il diritto consuetudinario islamico.

Ma è con l'irrompere della modernità e, insieme, del fondamentalismo, che il matrimonio temporaneo ha preso a proliferare come orfi in Egitto e come sigheh in Iran: esso infatti fu incoraggiato negli anni `70 dal presidente Anouar el Sadat, in un periodo in cui al Cairo diventavano sempre più influenti gli integralisti Fratelli musulmani, e fu legittimato dalla rivoluzione khomeinista in Iran. In un sermone del 1990, l'allora presidente iraniano Ali Akbar Hashemi Rafsanjani definì il desiderio sessuale come un tratto donatoci da dio. «Non siate promiscui come gli occidentali» disse, ma usate la soluzione dataci da Dio del matrimonio temporaneo.

Dato il suo chiaro statuto legale, lo sigheh iraniano ha ricevuto molta più attenzione sia in patria, sia all'estero, del semilegale e semiclandestino orfi egiziano. Una donna iraniana può mostrarsi pubblicamente disponibile per il sigheh, mentre mai ciò evverrebbe in Egitto: infatti in Iran, scrive Nadia Pizzuti nel suo Mille e un giorno con gli ayatollah (Datanews 2002), «negli ambienti tradizionali, per rendere nota la propria disponibilità a contrarre un sigheh, le donne ostentano un chador portato a rovescio e con le cuciture bene in vista». In Iran le autorità religiose incoraggiano pubblicamente gli studenti a contrarre sigheh: per esempio, il rappresentante della Guida suprema tra i miliziani (Basji), Heidar Mashlehi, ha detto nel 2000: «La discussione sul matrimonio temporaneo dovrebbe essere legittimata nelle università. Per controllare, proteggere e prevenire la perversione della giovane generazione, dobbiamo implementare il matrimonio temporaneo nelle università». Per la
stessa ragione, studenti (e le studentesse) universitari/e, sono contrari, come dimostrò un sondaggio condotto nel 1998 dal giornale Zan («Donna»).

Emancipazione o conservazione?

La discussione oscilla tra chi pensa che il matrimonio temporaneo sia un abbozzo, viziato per quanto si voglia, di emancipazione sessuale della donna, e chi invece pensa che sia un modo per conservare l'assetto tradizionale consentendo questa valvola di sfogo, in pratica appena un eufemismo della prostituzione: in alcuni testi giuridici islamici, alle donne che partecipano al mut'a è applicato un termine speciale: musta'jara, ovvero «donna affittata»; cioè, il mut'a è considerato l'«affitto» di una donna. Al tema del sigheh iraniano è dedicato Law of Desire: Temporary Marriage in Shi'I Iran (prima edizione 1989, ripubblicato dalla Siracuse University Press nel 2002) di Shahla Haeri, direttrice del Women's Studies Program e assistente di antropologia culturale all'università di Boston.

Molto più ambiguo è invece lo statuto dell'orfi nell'Egitto sunnita. Nella stragrande maggioranza è un «matrimonio segreto», e quindi maledetto, per giovani poveri in canna o che vivono ancora coi genitori. Ma è diffuso anche come espediente per permettere ai giovani egiziani maschi di accompagnarsi con le turiste occidentali. I siti web sono pieni di avvertimenti che le turiste lanciano alle future turiste. Se da un lato all'interno della società egiziana può quindi mascherare la prostituzione femminile, l'orfi può però anche, nel contatto tra Islam e Occidente, legittimare la prostituzione maschile del giovane egiziano con la turista attempata: il contratto orfi permette ai due di convivere per ore, giorni, settimane, nella stessa casa senza essere molestati dalla polizia. È normale in una città turistica come Luxor, ma è frequente anche a Tanta (quinta città egiziana, nel delta del Nilo).

La cantante e il produttore

L'orfi ha ancora una terza valenza, questa volta per le classi agiate, come si è visto nella drammatica storia della famosissima cantante pop tunisina Zikra uccisa il 28 novembre scorso dal suo manager e marito Aiman El Swidi nel loro ricco appartamento del quartiere di Zamalek. Nella vicenda, ricostruita da Al Ahram Weekly in lingua inglese, risulta che la cantante e il produttore avevano contratto un matrimonio orfi, ma quel che colpisce è che era stata lei a rifiutare il matrimonio legale e a voler restare nell'orfi; e pare anzi che questo rifiuto sia stato la ragione dell'omicidio occasionato da una scenata di gelosia. Qui l'orfi diventa l'equivalente dei fulminei e transitori matrimoni delle star hollywoodiane, espediente formale per permettere quella poligamia (e/o poliandria) diacronica con cui la modernità sembra aver sostituito la poligamia/andria sincronica delle società arcaiche.

Sotterfugio legale per amori giovanili, patentino informale per prostituzione maschile, permesso di coabitazione o licenza di concubinaggio per classi agiate, il problema però sta proprio nella temporaneità che costituisce la sua attrattiva: l'orfi (e il sigheh) può essere sciolto, da parte del «marito temporaneo» con la stessa facilità con cui è contratto, lasciando la donna rovinata, tanto più se dal matrimonio temporaneo sono nati figli, per i quali non è previsto nessun obbligo paterno in caso di scioglimento. Così l'orfi alimenta il mercato degli aborti clandestini e quello delle ricostituzioni di imene. Una volta abbandonata dal suo «marito temporaneo», una ragazza può solo sperare di non essere incinta e che nessuno venga a sapere che ha perso la sua zina (verginità). Deve solo pregare che il proprio ex non riveli la sua condizione di sposa clandestina. E - ha raccontato a gennaio una di queste sfortunate a un inviato di Libération - sborsare 1000 lire egiziane (135 euro, l'eq
uivalente di quattro mesi di salario medio egiziano) al medico che ha accettato di ricostituirle l'imene.

È significativo che il fenomeno del «matrimonio temporaneo» sia esploso nelle due società più evolute del mondo islamico, l'iraniana e l'egiziana, che hanno in comune due tratti solo in apparenza contraddittori: quello di essere le uniche con una forte società civile, e quello di avere la maggiore componente integralista nella vita pubblica, il potere khomeinista lì, l'egemonia dei Fratelli musulmani qui. In questo senso il «matrimonio temporaneo», orfi o sigheh che sia, sembra istituzionalizzare quel che Reinhart Koselleck chiama la «compresenza simultanea del non contemporaneo»: cerca di far convivere la Sura delle donne e la sessualità moderna, costituisce la tortuosa via burocratica con cui la libido si fa strada nei codicilli del diritto coranico.

predestinazione

una segnalazione di P. Cancellieri

il manifesto 31 marzo 2004
cultura
«Nati per il crimine», le tesi di Cesare Lombroso nell'analisi di Mary Gibson
Predestinati alla condanna

Un volume che ricostruisce l'influenza delle idee lombrosiane in un ambito solo di rado studiato, quello della loro attuazione pratica non nei disegni legislativi o nei programmi di studio accademici, ma nelle circolari ministeriali, negli iter burocratici, nel loro influire gli atteggiamenti dei commissari, dei poliziotti. Un'influenza che si esercitò in tutta la sua potenza nei confronti della devianza giovanile e influì poi nel plasmare la polizia fascista
Agli inizi del Novecento la teoria dell'«uomo delinquente» di Lombroso, della predestinzaione al crimine, fu alimentata dal panico del dilagare della criminalità. Ma già allora, come oggi, questa psicosi era in gran parte suggestione: la criminalità diminuiva, o comunque non aumentava, nella realtà, mentre si ingigantiva nella percezione collettiva. Un determinismo biologico che oggi rischia di riprende forza all'ombra del Dna
di MARCO D'ERAMO


Ogni giorno i giornali ci svelano qualche nuovo aspetto del comportamento umano che sarebbe geneticamente determinato: è ricorrente la pretesa che l'omosessualità sia una tendenza «iscritta nel Dna». Un futuro di artista, delinquente, forse acrobata, magari dongiovanni, sarebbe iscritto non nel neonato al primo vagito, non nel feto appena abbozzato nel ventre materno, ma già all'atto della fecondazione, acquattato nelle circonvoluzioni elicoidali dell'acido deossiribonucleico. È curioso come questo determinismo biologico rappresenti la forma scientista della predestinazione di stampo calvinista: la predestinazione cristiana condannava gli umani all'inferno (o li destinava alla salvezza eterna) per disegno divino: «noi diciamo che il Signore ha una volta tanto deciso, nel suo consiglio eterno e immutabile, quali uomini voleva ammettere alla salvezza e quali lasciare in rovina (...) l'ingresso nella vita è precluso a tutti coloro che egli vuole abbandonare alla condanna; e ciò accade per un suo giudizio occulto e incomprensibile, per quanto giusto ed equo» (Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana, 7; III, 62-3). All'imperscrutabile volere divino noi abbiamo sostituito l'altrettanto imperscrutabile disposizione dei geni, ma stessa è la predestinazione, e uguale il suo esito: una condanna inappellabile, lì eterna, qui immanente.
Presi dall'entusiasmo scientizzante, rimuoviamo la lunga storia veteropositivista di questa innata predestinazione alla condanna: infatuati dalla microscopica sofisticazione della doppia elica, dimentichiamo l'artigiana grossolanità dei concetti deterministici. È perciò benvenuto il libro di Mary Gibson pubblicato dalla Bruno Mondadori, Nati per il crimine. Cesare Lombroso e le origini della criminologia biologica (28 euro, 390 pagine).
È facile dimenticare che Cesare Lombroso (1835-1909) è stato l'intellettuale italiano ottocentesco più famoso nel mondo, creatore dell'antropologia criminale, poi chiamata criminologia, tanto che personaggi di Lev Tolstoi (Resurrezione) e di Conrad (L'agente segreto) si richiamarono esplicitamente a lui. La stroncatura riservatagli dall'idealismo dominante in Italia nel primo Novecento l'ha confinato in limbo concettuale, mentre il suo inimitabile uso della lingua italiana fa stentarci e prendere sul serio le sue teorie. Alcuni esempi: poiché l'eccessiva continenza produce un «ubriacamento spermatico», è colla masturbazione che «si supplisce dal barbaro alla venere mancata». Ancora: la carità ospedaliera «non deve bilicarsi sull'ipocrita pietà oligarchica»; carità per altro «incerta spesso, più spesso falsa e spigolistra, e sempre avvilente». Nell'«umida e bigia miseria» gli uomini bruti «barbugliano, grugniscono e s'accosciano sbadati tra gli apatici congiunti». Certi spettacoli ti sollevano «dalla spigliata acerbità del dolore». Primo a balzare agli occhi è l'accostamento di registri dissonanti: a un concetto morale si giustappone un termine chimico: il genio fa «sperpero dei fosfati», mentre l'altruismo, altro non è che «un'ipertrofia dell'affetto», un'anomalia che spiega come mai gli anarchici sono«criminali per altruismo», ovvero «assassini filantropi».
Già nel lessico si legge così quella che fu la grande ambizione di Lombroso e del materialismo ottocentesco: spiegare, o almeno descrivere, tutti i fenomeni psichici, affettivi, sociali, in termini di pura materialità (o per lo meno di quella che allora era considerata tale). Un materialismo naif per cui Jakob Moleschott (venerato da Lombroso come maestro) affermava che «i pensieri si comportano col cervello come l'orina coi reni, la bile col fegato».
Tutto deve fare capo a una quantità misurabile per quanto improbabile essa sia: la follia risponderà a misure craniche, la delinquenza ai lobi frontali, via via fino all'anima che, «pur riducendosi a una materia fluidica, ... continua ad appartenere al mondo della materia».
Il progresso si attua attraverso una panoplia di strumenti e tecniche: ora, nel XXI secolo, è la mappatura del genoma; al tempo di Lombroso erano l'algometria elettrica, il craniometro o il sitoforo, oppure il pletismografo del Mosso che «può farci scendere nei penetrali dell'uomo».
Ma, appunto, nella stessa materia si nasconde un grumo opaco che resiste a ogni progresso, che riemerge anche tra i più civili, e questa irriducibilità naturale è quella dell'istinto, del selvaggio, dell'atavismo, tre parole chiave in Lombroso. «Gli istinti primitivi, scancellati dalla civiltà, possono ripullulare in un solo individuo». Se il criminale è un selvaggio, il selvaggio è - esplicitamente - un fossile: «l'Ottentotto è per gli uomini come il cammello pei ruminanti, una specie di fossile vivo». L'atavismo spiega tutto, dal tatuaggio alla longevità dei geni ai delitti sessuali, perché rivela il selvaggio che è in noi: ci sono «classi umane che, come i bassifondi marini» hanno in comune con i popoli primitivi «la stessa violenza delle passioni, la stessa torpida sensibilità, la stessa puerile vanità, il lungo ozio e nelle meretrici la nudità...».
È dal riaffiorare degli istinti primigeni che il criminologo individua senza fallo le diverse forme di delinquenti. «Negli stupratori, quasi sempre, l'occhio è scintillante, la fisionomia delicata, le labbra tumide...». Negli incendiari si osserva «la morbidezza della cute, l'abbondanza de' capelli, lisci e discriminati a guisa di donna». Mentre «gli omicidi abituali hanno lo sguardo vitreo, freddo, immobile... il naso spesso aquilino.. robuste le mandibole, lunghi gli orecchi...».
Queste tesi trovarono una sintesi nel celebre L'uomo delinquente (1876) secondo cui in gran parte i delinquenti rappresentano regressioni lungo la scala evolutiva, giungendo in questo modo a somigliare ai popoli «primitivi», agli animali e addirittura alle piante: «sono selvaggi viventi in mezzo alla fiorente civiltà europea». Fulminato dalla visione del cranio di un brigante calabrese, Giuseppe Vilella, Lombroso ebbe infatti un'illuminazione: «mi parve d'improvviso di vedere, risaltante e chiaramente illuminato come un'ampia pianura sotto un sole fiammeggiante, il problema della natura del criminale, che riproduce in epoche civili le caratteristiche non solo dei selvaggi primitivi, ma anche di tipi ancora inferiori giù giù fino ai carnivori». «Caratterizzati da anomalie fisiche quali la testa piccola, gli zigomi prominenti, il naso piatto, le orecchie grandi, i `delinquenti nati' non possono sfuggire al proprio destino biologico» (Gibson).
Certo, Lombroso sfumerà la sua diagnosi: solo il 40 per cento dei crimini sono compiuti da «delinquenti nati», gli altri sono perpetrati da «delinquenti occasionali» per ragioni ambientali (fame, educazione familiare). Ma il marchio della predestinazione resterà sul delinquente, e, a maggior ragione, sulla delinquente donna: se rispetto all'uomo civile il delinquente maschio è una regressione nella scala evolutiva, la donna delinquente è una doppia regressione poiché la donna civile è essa stessa un gradino più in basso nella scala gerarchica rispetto all'uomo: «la donna sente meno, pensa meno» e caratteristici del sesso femminile sono i seguenti tratti: «la impulsività, la mobilità, la vanità puerile, il bisogno della menzogna, l'amore per l'esteriorità e la futilità, tutte quelle note psicologiche - in una parola - che sono comuni al bimbo e al selvaggio» (Alfredo Niceforo, discepolo di Lombroso); «la donna è inferiore all'uomo: fisicamente, i fisiologi hanno trovato nei suoi tessuti, nei globuli del suo sangue, nel progresso evolutivo del suo cervello le stigmate dell'inferiorità; intellettualmente, e analizzando la sua intelligenza, si trova la mancanza assoluta della genialità, la forma automatica della ideazione, l'assimilazione quasi subcosciente delle idee, la grettezza, la povertà, la monotonia dei pensieri» (Niceforo).
Sono queste tesi che non ammettono contraddizioni. Se infatti sono contraddette dai fatti (così cari ai positivisti), è perché nascondono altre realtà. Non esistono donne geniali? Allora che dire, nel solo Ottocento, di Madame de Staël, di George Sand e di George Eliot? Semplice: non erano vere donne: per Lombroso infatti, la prima aveva «una faccia da uomo» (i tre figli e la passione ardente di Benjamin Constant non bastano a smentirlo); la seconda «aveva la voce di basso e vestiva volentieri da uomo»; la terza «aveva un viso da uomo, con un testone enorme, capelli disordinati, naso grosso, labbra spesse, baffi e mascelle voluminose, una faccia allungata da cavallo».
Né conta l'obiezione devastante a questa tesi, anch'essa scaturita da un fatto, e cioè che le donne delinquono molto meno degli uomini: se il delinquere è dovuto a un'arretratezza sulla scala evolutiva e se le donne sono inferiori agli uomini, come mai commettono molti meno crimini? All'inizio l'obiezione coglie impreparati i criminologi positivi, che poi trovano però la parata: il tasso di criminalità femminile è falsato e sottostimato perché non vi sono incluse le prostitute; se invece esse sono conteggiate, allora «i conti tornano»
È molto bello tutto il capitolo di Mary Gibson dedicato alla donna delinquente. Soprattutto quando osserva che «gli antropologi criminali videro nella psicologia della donna delinquente qualcosa di più che una mera esagerazione delle caratteristiche peggiori comuni a tutte le donne. Forse paradossalmente scorsero in essa anche `una tendenza fortissima a confondersi col tipo maschile'», perché in esse c'è «l'erotismo eccessivo, la debole maternità, il piacere della vita dissipata, l'intelligenza, l'audacia, il predominio sugli esseri deboli e suggestionabili, talora anche per forza muscolare, il gusto degli esercizi violenti, dei vizi»: che donne fascinose queste delinquenti, viene da dire! Ma dietro soggiaceva l'idea che per una donna fosse criminale volere emanciparsi.
Il libro di Mary Gibson è utilissimo anche perché ci restituisce il contesto fattuale in cui queste teorie presero vita. Ci mostra per esempio che la teoria dell'uomo delinquente fu alimentata dal panico del dilagare della criminalità: ma già allora, come oggi, questa psicosi era in gran parte suggestione: la criminalità diminuiva (o per lo meno non aumentava) nei fatti, mentre s'ingigantiva nella percezione collettiva. La seconda ragione è che Gibson ricostruisce l'influenza delle idee lombrosiane in un ambito solo di rado studiato, quello della loro attuazione pratica non nei grandi disegni legislativi o nei programmi di studio accademici, ma nelle circolari ministeriali, negli iter burocratici, nel loro influire gli atteggiamenti dei commissari, dei poliziotti.
Anche in questo campo, ci ricorda Gibson, la polizia era vista all'inizio del `900 con la stessa diffidenza di oggi (anche allora gli italiani si fidavano di più dei carabinieri, forse perché scaturiti da una tradizione militare e quindi con un corpo ufficiali di stampo nobiliare). L'ispettore di polizia Giuseppe Alongi ci fa notare nel 1887 che il popolo prova «un sentimento unanime di avversione pel personale di polizia, alto o basso che sia». Nel 1893 un avvocato romano, Giuseppe Leti, scrive che «non vi ha cittadino per bene che non si tenga, più che può, lontano da un funzionario di polizia; pochi ne abbracciano la carriera; e tutti arricciano il naso se hanno a trovarsi per caso in un ufficio di questura», mentre nel 1912 il deputato Pasqualino Vassallo afferma che il comportamento della polizia sembra «profondamente, quasi irrimediabilmente, guasto da una specie di malattia costituzionale». È per darsi un'allure di scientificità, per divenire una «polizia scientifica», che la polizia criminale abbraccia le teorie lombrosiane.
Il percorso e il diffondersi delle idee lombrosiane nelle micropratiche quotidiane degli apparati, negli ordini di servizio, nelle circolari e nei verbali si esercitò in tutta la sua potenza nei confronti della devianza giovanile e influì poi nel plasmare la polizia fascista.
Merito di Gibson è di esplicitarci tutta l'ambiguità dell'antropologia criminale positivista: formulata da teorici filosocialisti (come lo stesso Lombroso), fu fatta propria da vaste frange della borghesia liberale e fu infine usata dal fascismo. L'ebreo Lombroso e i suoi discepoli fecero largo uso della distinzione in razze (la pigrizia e delinquenza dei meridionali veniva spiegata con la loro ibridazione con «razze inferiori» come i neri o gli arabi). «Marchiando interi gruppi come biologicamente inferiori e retrocedendoli ai gradini più bassi della scala evolutiva, i criminologi positivi crearono inoltre un ambiente culturale propizio alla dittatura. Dopo il 1938 (anno delle leggi razziali), questa linea di pensiero finì per rivolgersi contro lo stesso Lombroso per opera del fanatico ideologo razzista Evola che (...) lo denunciò insieme con Freud come membro di un'accolita internazionale di pericolosi scienziati ebrei. Ritorcendo contro gli ebrei gli strumenti del positivismo, Evola elaborò tabelle pseudoscientifiche che ricostruivano la trasmissione di `malattie del sangue tra gli ebrei', alcolismo ereditario e alienazione mentale attraverso successive generazioni della `razza' ebraica».
Un grazie perciò a Mary Gibson perché ci aiuta a guardare con più circospezione al determinismo biologico che - con la subdola ovvietà del va-da-sé - oggi rifiorisce all'ombra della doppia elica. Ammantato dall'aura della sua infallibilità, è il ormai il Dna a guidarci, novello filo di Arianna, nel labirinto «dei penetrali dell'uomo».

infibulazione

Repubblica 31.3.04
Rush finale alla Camera. E per trovare finanziamenti stasera galà di Fendi
Infibulazione, giro di vite carcere per chi la pratica
di LAURA LAURENZI


ROMA - Rischia da sei fino a 12 anni di carcere e 10 anni di interdizione dall´esercizio della professione chi pratica mutilazioni genitali, anche se la vittima è consenziente. Questa è una delle principali novità della proposta di legge in via di approvazione alla Camera e che in tempi strettissimi tornerà a Palazzo Madama. Uno dei dieci articoli prevede anche che sia concesso lo status di rifugiate alle donne che vogliono sottrarsi all´infibulazione o evitarla alle figlie minorenni. Sarà istituito un numero verde, sia per raccogliere segnalazioni sia per fornire alle immigrate informazioni sulle strutture sanitarie.
Sono circa 140 milioni nel mondo le donne sottoposte a infibulazione secondo l´Oms. E l´Italia avrebbe il primato europeo, con 40 mila donne mutilate. A sostegno della campagna internazionale «Stop Fgm» (che sta per female genital mutilation), si sta muovendo una grande griffe della moda: Fendi. Poiché i contributi garantiti dalla Commissione europea alla campagna - che vede in Emma Bonino una delle sostenitrici più accese - sono esauriti e i prossimi non verranno erogati fino al 2005, Anna Fendi ha organizzato per stasera, a Roma, un galà-kolossal a fini benefici.
Attese, fra le altre, Sophia Loren e Virna Lisi, Marella e Susanna Agnelli, Gae Aulenti, Rita Levi Montalcini, Giulia Maria Crespi, Miriam Mafai, che fanno parte del comitato promotore della serata. La cena si svolgerà al Museo nazionale preistorico ed etnografico Pigorini. I 500 ospiti pagheranno ciascuno 150 euro. Durante la serata, Christie´s batterà all´asta oggetti d´arte e capi griffati. Agli ospiti, prima della cena, verrà mostrato il breve filmato-shock (due minuti, indimenticabili) sull´infibulazione girato in un paese africano da Oliviero Toscani, in cui si vede in ogni dettaglio la mano del carnefice arrotare e riscaldare la lametta su una pietra e mutilare una bambina di appena otto anni. «Sono vent´anni che combattiamo, forse possiamo ragionevolmente sperare che entro il 2015 questa pratica non esista più», ha annunciato Daniela Colombo, presidente di Aidos. «Comincia finalmente a incrinarsi il muro dell´omertà e dell´indifferenza. Ora è il momento del rush finale», ha commentato Emma Bonino. Miriam Mafai ha sottolineato come la mobilitazione dell´Occidente non debba essere giudicata «un atteggiamento paternalistico, bensì un modo per esportare pacificamente la democrazia». Un coro di no, «un no pieno e totale», è venuto contro l´infibulazione cosiddetta "dolce", una puntura simbolica, dunque meno efferata e cruenta, nei genitali femminili.

Cina

Ansa.it Martedì 30 Marzo 2004, 19:38
CINA: A META' MAGGIO I PRIMI BAMBINI IN PROVETTA


(ANSA) - PECHINO, 30 MAR - Il primo bambino ''in provetta'' cinese nascera' a meta' maggio, secondo funzionari dell' Ospedale numero uno dell' Universita' di Pechino. Li Xiaohong, direttrice del Centro per la Riproduzione Genetica dell' ospedale, ha detto che si sta valutando la possibilita' di creare una ''banca'' di ovuli nella capitale. La dottoressa ha detto che finora sei donne hanno concepito con ovuli congelati.
Due di loro dovrebbero partorire in maggio. Una delle due future madri aspetta dei gemelli.
La tecnica consiste nel congelare l' ovulo, e nel fecondarlo dopo averlo scongelato. Infine, l' ovulo fecondato viene impiantato nell' utero della donna. Si tratta di una tecnologia molto sofisticata, che finora e' stata usata con successo da sole cento donne in tutto il mondo, ha spiegato la dottoressa intervistata dall' agenzia d' informazione Xinhua. Il Centro, ha proseguito Li, ha un tasso di sopravvivenza degli ovuli del 96 per cento, sorprendemente alto rispetto a quelli di altri ospedali. La dottoressa ha affermato che la tecnologia puo' essere usata proficuamente da donne che vogliono rinviare il momento della maternita' per ragioni di carriera - un caso molto frequente nella Cina urbana - o da quelle che per ragioni di salute devono sottoporsi a terapie che le possono rendere sterili. Li non ha precisato quanto costera' mantenere un' ovulo nella ''banca'', che in altri paesi del terzo mondo si aggira sugli 8-900 dollari all' anno.(ANSA).

Rai.it News 31.3.04
Culture
L'immagine dell'animale mitologico rinvenuta su una giara di 7.500 anni fa
Scoperta in Cina la Fenice più antica


Un tempo significava le forze primordiali, ovvero potere e prosperità. Attributo esclusivo dell'imperatore e dell'imperatrice, unici a poterne indossare il simbolo, rappresenta tra l'altro il punto cardinale del Sud. La scoperta indica chiaramente che il modello dal quale è nata l'iconologia è il pavone
La riproduzione di due fenici e' stata rinvenuta su un'antica giara in un sito archeologico in Cina. La scoperta non sembrerebbe nulla di eccezionale, considerato che il mitico animale e' parte integrante dell'immaginario e della cultura cinese. Ma a lasciare a bocca aperta gli archeologi e' l'antichita' del reperto: il vaso risale infatti al periodo neolitico, ben 7.500 anni fa. Si tratta quindi - rende noto l'agenzia Misna - della piu' antica immagine del leggendario animale esistente al mondo.
La giara e' emersa durante uno scavo in un sito nella valle del fiume Yangtze, nella provincia di Hunan (Cina sudoccidentale) nei pressi della citta' di Hongjiang. Si tratta di una zona dove sono stati rinvenuti numerosi e importanti testimonianze di un insediamento neolitico chiamato "cultura di gaomiao" a cui appartiene anche il vaso appena scoperto.
Secondo gli archeologi, la decorazione - molto piu' raffinata di un'analoga pittura trovata su un vaso di 4mila anni fa della cosiddetta "cultura hemudu", altra comunita' preistorica - rappresenta la prova delle radici ancestrali nel mito della fenice in Cina. La fenice, o feng, e' uno degli animali magici della mitologia cinese e rappresenta il punto cardinale del Sud; gli altri sono la tigre e l'unicorno, che indicano l'ovest, la tartaruga o il serpente, animali che stanno a segnalare il nord, e il drago, simbolo dell'est.
La fenice rappresentava le forze primordiali del cielo, ovvero il potere e la prosperita'; era un attributo esclusivo dell'imperatore e dell'imperatrice che erano gli unici a poterne indossare il simbolo. Secondo gli archeologi il modo con cui sono stati dipinti i due animali, dimostra che il modello dal quale e' nata l'iconologia della fenice e' chiaramente il pavone e non il fagiano, come altre volte e' stato ipotizzato.

Pietro Citati e il terrorismo islamico

Repubblica 31.3.04
LE IDEE
L'Occidente senza forza e l'esercito del terrore
I TERRORISTI E LA FINE DELL´EUROPA
il cattivo genio della politica

Non ricordano in nulla i potenti della grande tradizione araba, i califfi di Bagdad e di Córdoba Sono figli della cultura occidentale
Osama bin Laden e compagni non sono dei "folli criminali", come vorrebbero le nostre autorità. Hanno invece un disegno ben preciso
Non so dove abitino i nichilisti di oggi se in Afghanistan o in Pakistan, a Milano o a New York: ma so che ridono di noi
Leonard e Virginia Woolf avevano preparato il veleno per uccidersi nel caso i nazisti avessero invaso l'Inghilterra
di PIETRO CITATI


QUANDO pensiamo ai terroristi che da quasi tre anni insanguinano l´America, l´Islam e l´Europa, li chiamiamo fondamentalisti religiosi. Pensiamo che in un mondo minacciato dalla volgarità e dal danaro (dal danaro e dalla volgarità occidentali), Osama Bin Laden, Ayman Al Zawahiri e i loro compagni vogliano far rivivere l´Antico Islam. Gli anni in cui l´angelo Gabriele dettava a Maometto i versetti del Corano, sorsero le prime moschee di mattoni essiccati e di rami di palma, cominciarono i pellegrinaggi verso la Mecca, le truppe arabe conquistarono rapidissimamente la Persia, la Siria, l´Africa settentrionale, la Spagna, i primi asceti si raccolsero vicino al deserto, nacque una nuova teologia, vennero decorati meravigliosi Corani e costruite le grandi moschee di Damasco e di Gerusalemme. Era il fondamento: un tempo ardente, austero, guerriero, mobilissimo, genialissimo; un oceano di fuoco, che in pochi anni arse e trasformò il mondo. Milletrecento anni dopo, per recuperare questo fondamento, i terroristi (così pretendono) salgono sugli aerei, distruggono i grattacieli di New York, si uccidono, sconvolgono Costantinopoli, Casablanca e Madrid. È un sacrificio immane: un massacro illimitato di sé e degli altri; ma alla fine del massacro dovrebbe rinascere il profumo del settimo secolo ? Maometto che, in un attimo senza tempo, lascia il suolo di Gerusalemme e raggiunge il cielo con la sua cavalcatura volante.
Niente potrebbe essere meno vero. Il settimo secolo non ritorna. Maometto non sale verso il cielo. I terroristi del 2001, del 2002, del 2003, del 2004 e degli anni futuri hanno spezzato violentemente qualsiasi rapporto col Corano. La guerra che essi combattono contraddice in tutti i punti le parole della tradizione islamica.
Quelle parole avevano prescritto la tolleranza religiosa: raccomandato di proteggere le vedove e gli orfani: proibito l´assassinio, il suicidio, il terrore, la violazione dei patti: imposto una legge scrupolosa persino alla guerra santa; mentre tutto, intorno, era Bibbia, fantasia, tappeti magici, lettura dei filosofi greci, invenzione d´automi, lettere d´oro dei Corani. Quello che accade nel 2004 non ha precedenti nemmeno negli anni più tenebrosi della storia islamica, quando i berberi invasero il califfato di Córdoba. Negli ultimi trent´anni è nata nel Medio Oriente una nuova religione: una religione empia ed iconoclastica, che col Corano e Maometto ha lo stesso rapporto che il nazismo aveva col romanticismo tedesco.
Quanto oggi regna nel Medio Oriente è la perversa arte della politica, che l´Europa ha elaborato nei secoli fino ad Hitler e Stalin. Osama bin Laden e i suoi compagni non sono, come dicono le nostre ingenue autorità, dei «folli criminali» assetati di sangue. Posseggono un genio della politica come oggi nessuno al mondo. Hanno una grandiosa immaginazione, una ferrea volontà, un´estrema lucidità razionale, un´intuizione potentemente semplificatrice delle cose, una spaventosa audacia intellettuale, una perfetta scelta degli obiettivi, una meticolosa precisione nell´esecuzione, il dono di inscenare spettacoli teatrali, capaci di affascinare le folle - e mai, mai un attimo di dubbio o di incertezza o un semplice respiro umano.
Essi non ricordano in nulla i potenti della grande tradizione araba: i califfi di Bagdad e di Córdoba, il Saladino, i sovrani di Delhi, i sovrani savafidi della Persia, gli imperatori Moghol dell´India, i Sultani Ottomani, con quell´apparato di generosità e opulenza geniale. E nemmeno gli ultimi, mediocri capi di stato dell´ultimo dopoguerra, Nasser e Boumedienne. Essi sono figli dell´Occidente: figli dei nichilisti e di Hitler, di Lenin e di Stalin, e dell´immondezza ideologica che, nell´ultimo secolo, l´Europa ha rovesciato sull´universo.
Non so dove abitino: se in Afghanistan o in Pakistan, o in Iraq o a corso Venezia a Milano o a place de la Concorde, o all´Hotel Plaza, a Manhattan, nelle più eleganti abitazioni e nei più lussuosi alberghi europei, dove sono di casa. Ma so, cosa fanno. Ridono di noi. Quanto devono essersi divertiti l´11 settembre 2001. Pensavano: «Vedete, noi vi offriamo un film vero, come le vostre televisioni non hanno ancora saputo offrirvi. Tutto è spettacolo, come voi, nella vostra vita quotidiana, amate: tutto è effetto speciale, come nei film di Spielberg: ma gli aerei sono veri, i grattacieli veri, il fuoco vero, le rovine vere, le migliaia di morti sono veri morti. Speriamo che ci ammiriate. Confessatelo, non vi siete mai divertiti tanto. Non godrete mai più uno spettacolo così grandioso - fino a quando noi, forse molto presto, ve ne offriremo un altro». Quanto devono divertirsi in questi giorni, dopo l´attentato di Madrid - davanti ai cortei contro il terrorismo o per la pace, ai litigi fra i nostri uomini politici, ai nostri interminabili convegni televisivi - alla nube di chiacchiere e di stupidità che avvolge amorosamente l´Europa e l´America.

Un tempo, in Occidente, esisteva quella qualità atroce e incomunicabile, che Simone Weil chiamava la «forza». Amava incarnarsi nel volto di Giulio Cesare: nel viso, stranamente femmineo, di Augusto: nelle piccole membra adipose di Napoleone; e nella massiccia e fintamente bonaria figura di Stalin. La forza si proponeva dei fini; e li conseguiva con qualsiasi mezzo, a costo di costruire i propri altari sopra mucchi di cadaveri e fiumi di sangue. Quando giungeva in alto, dove nulla riusciva più a contrastarla, assumeva una maestà grandiosa e terribile; e lasciava cadere un sorriso mitissimo e benigno sopra gli uomini che, giù in basso, innalzavano a lei i loro pianti, i loro inni e le loro preghiere. Nessuna qualità esercitava sugli uomini più fascino della forza: nessuna suscitava una mescolanza così ripugnante di terrore e di attrazione; tanto desiderio di adorazione, di umiliazione e di sacrificio.
Oggi, per nostra fortuna, nella civiltà occidentale la forza non esiste più. La forza è realistica: afferra oggetti, stritola corpi, conquista paesi; mentre il mondo europeo del ventunesimo secolo è irreale, teatrale, illusionistico, televisivo, spettacolare. Così nessun occidentale sa più usare la forza; e quando vi ricorre, l´usa con inesperienza, goffaggine, eccesso, oppure con un tale accompagnamento di cautele e di riguardi e di scuse e di precauzioni da renderla totalmente inefficace e dannosa. Così ci hanno insegnato gli ultimi trent´anni di storia politica degli Stati Uniti d´America.
Mentre è morta la forza, sono morti i potenti. I grandi della terra sono scomparsi da qualche decennio, come una famiglia di animali travolta da una glaciazione. L´ultimo degli antichi potenti fu Stalin, l´uomo che adorava Shakespeare e il balletto: quando Malenkov, Berja, Molotov, Kaganovic lo trasportarono a spalla verso la tomba - era un freddissimo e grigio giorno d´inverno del 1953 - non sapevano di seppellire l´ultimo rappresentante di una razza ormai estinta. L´epitaffio venne scritto qualche anno più tardi: lo pronunciò Kruscev: e fu grottesco, irriverente, blasfemo, come accade quando gli schiavi liberati - noi tutti - prendiamo il potere.
Così gli uomini politici di oggi sono completamente diversi. Per secoli, avevano amato essere irraggiungibili, invisibili, ignoti agli altri esseri umani - solitari come stelle nel cielo. Nessuno poteva giungere sino all´imperatore di Bisanzio seduto sul suo alto trono, al Figlio del Cielo che, a Pechino, ascoltava la musica dei suoi perfetti orologi, o all´imperatore di Persia nascosto dietro il suo velo. Tutte le loro parole ed azioni sapevano di segreto: finzioni, maschere, misteri, che nessuno poteva spiegare.
Ora, ogni sera, vediamo gli uomini politici tutti lì, sugli schermi televisivi, seduti su poltroncine rosé o celesti, mentre chiacchierano volubilmente di questo o di quello, con una sviscerata passione per le frasi banali e i luoghi comuni. Amano farsi fotografare in pubblico, seduti ai tavoli da pranzo ufficiali con le mani decorosamente disposte accanto alle forchette o ai coltelli: o mentre si baciano fervidamente sulle guance o sulla bocca, o mentre si danno pacche sulla schiena o in fondo alla schiena, in segno di solidarietà, complicità, amore, - queste pacche affettuose sono il loro modo preferito di parlare. In compenso, hanno perduto qualsiasi intuizione della realtà. Non vedono cosa accade. Non sanno immaginare cosa accadrà, sebbene Osama bin Laden lo sappia benissimo. Un tempo, possedevano quel dono supremo che è l´autorità: un dono che si ha insieme per natura ed esperienza, non si ostenta, e diffonde attorno a sé calma, quiete, reverenza, rispetto. Oggi, quasi nessuno di loro ha autorità: si prendono gioco l´uno dell´altro, tirano fuori la lingua, si insultano, si fanno sberleffi, si offendono, in modo da costringere noi, i sudditi, a provare pena ed umiliazione per loro.

Tra gli episodi della storia, ce n´è uno verso il quale sento un´immensa venerazione, come se appartenesse a una condizione superiore a quella storica. L´Inghilterra, negli anni tra il 1939 e il 1941. I nazisti conquistavano la Polonia, la Norvegia, la Danimarca, il Belgio, l´Olanda, la Francia: poi i Balcani e Creta: si alleavano con l´Unione Sovietica; per un anno l´Inghilterra fu quasi priva di esercito, con poche centinaia di aerei, poche truppe in Egitto, una flotta, una classe dirigente non compatta, - e Churchill. Le speranze non erano grandi. Le bombe tedesche distruggevano, anzi, «coventrizzavano», come diceva elegantemente Mussolini, le città inglesi: Leonard e Virginia Woolf avevano preparato il veleno per uccidersi, nel caso che i nazisti fossero sbarcati nel paese. Allora il popolo inglese ebbe un´immensa forza di pazienza e di sopportazione: tollerò la sconfitta e la morte, non perse coraggio, protese lo sguardo oltre un futuro oscurissimo. Pochi aerei inglesi abbatterono sulla Manica gli aerei tedeschi: navi inglesi affondarono nel Mediterraneo le navi italiane. Se noi, oggi, siamo qui, se parliamo, scriviamo, passeggiamo, andiamo in vacanza, diciamo sciocchezze - tutto questo è esclusivamente dovuto alla pazienza, al coraggio e alla sopportazione di quel popolo fedele.
Oggi sarà bene convincerci che la civiltà occidentale corre pericoli appena meno gravi di quelli corsi nel 1939 e nel 1940. I nemici sono intelligentissimi, senza scrupoli, senza incertezze, e posseggono una straordinaria forza di volontà. Difendersi dal terrorismo elevato a sistema è, per una democrazia, difficilissimo o quasi impossibile. Altri attentati scoppieranno in tutti i paesi dell´Europa e dell´Islam, perché la prima meta di Osama bin Laden e dei suoi compagni è distruggere l´Islam: l´Islam di Maometto, di Córdoba, del Saladino, di Rumi e delle Mille e una notte. Dovremo rinunciare a molti piaceri: piccole libertà, garanzie giuridiche, ricchezze, assistenza. Per molti anni, tutto sarà a rischio. A volte, si ha l´impressione che molti non desiderino compiere questi sacrifici, e che per loro la civiltà occidentale possa affondare senza rimpianti. Sembra che la pazienza, il coraggio e la forza di sopportazione - quelle che nel 1940 salvarono l´Inghilterra e il mondo - siano impalliditi. Meglio Hitler, meglio Stalin, meglio Mao, meglio Pol-Pot, meglio bin Laden: gli europei hanno già ripetuto moltissime volte, nelle università e nelle strade, queste frasi penose. Meglio restare in vita, a qualsiasi costo.
La civiltà occidentale ha grandissime colpe, come qualsiasi civiltà umana. Ha violato e distrutto continenti e religioni. Ma possiede un dono che nessuna altra civiltà conosce: quello di accogliere, da almeno duemilacinquecento anni, da quando gli orafi greci lavoravano per gli Sciti, tutte le tradizioni, tutti i miti, tutte le religioni, tutti o quasi tutti gli esseri umani. Li capisce o cerca di capirli, impara da loro, insegna loro, e poi, molto lentamente, modella una nuova creazione, che è tanto occidentale che orientale. Quante parole abbiamo assimilato! Quante immagini abbiamo ammirato! Quante persone sono diventate «romane»! Questo dono è così grande e incalcolabile, che forse vale la pena di sacrificarsi, pro aris et focis, per il diritto di passeggiare e fantasticare davanti alla cattedrale di Chartres, nel grande prato dell´Università di Cambridge, presso le colonne tortili della reggia di Granada.

la differenza uomo - donna, secondo le "neuroscienze"

La Stampa Tutto Scienze 31.3.04
Qualche libro per saperne di più


CENTO miliardi di neuroni, ognuno connesso agli altri da migliaia di sinapsi. A parte la lieve differenza di peso e i fattori culturali, sempre di grande importanza, il cervello maschile è biologicamente e psicologicamente diverso da quello femminile? Le ricerche più recenti dicono di sì. In questa pagina Ezio Giacobini riferisce di alcuni studi anatomici e ormonali di fresca pubblicazione. A riprova che il tema è molto attuale, alle differenze tra cervello maschile e femminile è dedicato anche l’ultimo fascicolo di «Mente & cervello» (marzo-aprile, ed. Le Scienze). E oggi arriva in libreria, di Simon Baron-Cohen, psichiatra della Università di Cambridge, «Questione di cervello. La differenza essenziale tra uomo e donna» (Mondadori, 256 pagine, 17,50 euro). Secondo Baron-Cohen, per motivi sia biologici sia culturali, il cervello femminile è essenzialmente empatico, cioè strutturato in modo da entrare in risonanza emotiva con quello delle altre persone, mentre quello maschile è soprattutto sistematico, cioè tende a progettare, studiare e costruire strutture culturali e materiali rigidamente organizzate. Di conseguenza le donne appaiono più adatte alla comunicazione e alle relazioni interpersonali, mentre gli uomini sono più portati alla costruzione di una visione scientifica del mondo. L’autismo - ne conclude Baron-Cohen - sarebbe una forma particolarmente sviluppata e aberrante del cervello maschile. Per questo chi ne è colpito ha di solito una fortissima capacità di analisi ma è incapace di avere una vita affettiva e di relazione.
[...]

gulag

Corriere della Sera 31.3.04
ANTEPRIMA
Il saggio della Applebaum su origini e storia dei lager sovietici
Nuovi documenti e immagini sull’arcipelago del Terrore Stalin lo ereditò e ingrandì, portandolo al limite estremo


Quanti erano i gironi dell’inferno sovietico? Molti, e descritti da Solgenitsin. Dal primo all’ultimo cerchio, una discesa senza ritorno. Ma forse dovremo rivedere quel giudizio: secondo Anne Applebaum, gironi e cerchi erano molto più numerosi, e l’arcipelago dei gulag molto più esteso. Nel suo monumentale studio sui lager sovietici che oggi esce anche in Italia, la studiosa americana, commentatrice del Washington Post , espone una teoria davvero impressionante: l’intera Unione Sovietica si poteva considerare un solo, sterminato gulag che abbracciava due continenti. Chi stava dietro ai fili spinati e chi era formalmente in libertà condivideva in realtà l’appartenenza all’identico sistema carcerario, con una semplice differenza di gradazione. Il gulag vero e proprio, invece, era una «espressione quintessenziale» del sistema, non una sua «deviazione», né un’espressione degenerata.
L’imponente volume della Applebaum, che si può considerare il più documentato sull’argomento, non ha l’ambizione di modificare l’immagine ormai consolidata sui campi di sterminio comunisti, né di entrare nella discussione riguardo al numero complessivo delle vittime (ottanta o duecento milioni dal 1918 ad oggi nel mondo secondo Il libro nero : ma chi può contare le lapidi dalla Cina all’Etiopia?). Piuttosto, la Applebaum traduce la sua enorme ricerca documentaria in una serie di ritratti: descrive il clima che si respirava nei campi, le manifestazioni pratiche del terrore, le tecniche repressive, gli arresti e gli imprigionamenti, il lavoro quotidiano, le punizioni e le malattie, fino alla liquidazione finale.
Ma anche attardandosi a descrivere un panorama così vario, l’autrice si concede alcuni giudizi complessivi. Anzitutto attribuendo la paternità dei campi di lavoro e sterminio non a Stalin, ma allo stesso Lenin, e in fin dei conti alla rivoluzione bolscevica, dal momento che fu Gorbaciov a chiudere gli ultimi gulag. Stalin resta il peggiore, ma l’idea di concentrare i dissidenti in lager apparteneva già a Lenin: la conseguenza, secondo la Applebaum, fu una specie di mondo a parte. Il gulag, dunque, non fu solo il culmine del bolscevismo ma anche qualcosa di diverso: col tempo generò una specie di mondo a parte, una «civiltà separata» con le sue leggi, usanze, morale e persino gergo e letteratura differenti da quelli «normali». Lo scopo primario non era uccidere, ma far lavorare i prigionieri: i massacri furono, per così dire, un sottoprodotto involontario.
Questo rende i gulag meno terribili dei lager nazisti? «Diversi, ma non meno terribili», risponde l’autrice. Ma alcune delle sue domande rimangono senza risposte. Quando si avrà il coraggio, nei paesi post comunisti, di istituire commissioni d’inchiesta per punire i responsabili dei crimini? E quando arriverà un altro Spielberg, un regista capace di tradurre il genocidio sovietico in film memorabili?

Il libro di Anne Applebaum, «Gulag», editore Mondadori, pagine 607, 25 euro

a Madrid
una poesia di Luis Sepùlveda

ricevuta da Maurizio Micheletti

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid. Erano donne, uomini,
bambini, anziani, la semplice e pura umanità che cominciava un altro
giorno, un giorno di lavoro, di sogni, di speranze, senza sapere che la
volontà assassina di qualche miserabile aveva deciso che fosse l'ultimo.

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, questa città amata in
cui tutti arrivano e tutti sono benvenuti. Venite a vedere gli appunti,
i libri, le cose sparse fra i resti del massacro.
Venite a vedere un giorno morto e il dolore di una società che ha gridato mille volte il
suo diritto di vivere in pace.
Scrivo queste righe mentre ascolto i notiziari e posso
solo pensare alla tristezza delle aule, delle tavole, delle
case a cui non ritorneranno più quelle centinaia di cittadini, di fratelli e sorelle le
cui vite sono state stroncate in un miserabile atto di odio, perché l'unico
obiettivo del terrorismo è l'odio contro l'umanità, perché non c'è causa
che possa giustificare l'assassinio collettivo, perché non esiste
idea che valga un genocidio, perché non esiste giustificazione alcuna di fronte alla
barbarie.

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, assassini, e
verificate che sebbene è certo che ci avete sprofondato nel dolore, lo è
altrettanto che con questo crimine inqualificabile una volta di più non avete
conseguito nulla. Il valore dei madrileni che immediatamente si sono
riversati a soccorrere i feriti, a donare il sangue, a
facilitare il lavoro delle forze di sicurezza e di salvataggio, è stata l'immediata risposta
morale di una città fraterna, di una cittadinanza responsabile
e solidale.
Mentre scrivo queste righe so che gli assassini stanno nelle loro tane,
nei loro ultimi nauseabondi nascondigli perché non ci sarà luogo
sulla o dentro la terra dove possano nascondersi e sfuggire al castigo di una società
ferita. So che guardano la televisione, ascoltano la radio, leggono i
giornali per misurare i risultati della loro codardia, l'infame bilancio
di un atto che ripugna e che ha trovato solo la condanna
dell'umanità intera.

        Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid,
venite a vedere il giorno inconcluso, venite a vedere il dolore che lascia allibiti, a
sentire come l'aria di un inverno che si ritira porta il "perché?" per i
parchi amorosi, le fabbriche, i musei, le università e le strade di una
città il cui unico modo di essere è e sarà sempre l'ospitalità.
Assassini;

la vostra zampata d'odio ci ha causato una ferita che non si chiuderà mai,
però siamo più forti di voi, siamo meglio di voi, e l'orrore non
interromperà né piegherà quella normalità civica, cittadina, democratica
che è il nostro bene più prezioso e il migliore dei nostri diritti.

        Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid,
anche il cinismo di quelli che hanno provato a lucrare sul dolore di tutti, di quelli che
manipolano le lacrime e la disperazione, di quelli che non vedono orfani,
vedove, esseri mutilati ma solo voti.

        Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, di
questa città che ha gridato "pace" con voce unanime, e il suo grido è stato ignorato
da un servo dell'imperialismo nordamericano, da un lacché del signore della
guerra che pretende di governare il mondo, ed è solo riuscito a portare
l'orrore in Europa.

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, bagnateci le
vostre mani e scrivere "pace" su tutti i muri della terra.