domenica 26 giugno 2005

psichiatri...
dal New Tork Times

Liberazione 25.6.05
Guantanamo, psichiatri in prima linea per "far cantare" i detenuti
La denuncia del "New York Times": i medici militari offrivano la propria consulenza per gli interrogatori, indicando come sfruttare
le paure dei prigionieri e aumentare il loro livello di stress per costringerli a parlare. Nessuna smentita dal Dipartimento della Difesa
Neil A. Lewis

Stando a nuove testimonianze rese da ex responsabili degli interrogatori, i medici militari di Guantanamo, a Cuba, hanno collaborato a condurre e a perfezionare interrogatori coercitivi nei confronti dei detenuti, e hanno anche offerto consulenze su come incrementare il livello di stress con la paura.

Le testimonianze, rese da psicologi e psichiatri nel corso di interviste al "New York Times", giungono proprio mentre è in corso una polemica sulla possibile violazione del codice deontologico da parte di questi professionisti nel noto campo di prigionia. Le problematiche etiche sono al vaglio del Pentagono e di un team di psicologi e psichiatri.

Gli ex responsabili degli interrogatori sostengono che il ruolo dei medici militari consisteva nel consigliarli su come incrementare la sofferenza psicologica dei detenuti, talvolta sfruttandone le paure, nella speranza di farli collaborare e di convincerli a rivelare informazioni. Ad esempio, nella cartella clinica di un detenuto figurava che questi era affetto da un terrore patologico del buio, e i medici avrebbero indicato come sfruttare questa fobia per indurlo a collaborare.

Inoltre, gli autori di un articolo uscito sul "New England Journal of Medicine" di questa settimana sostengono che, da interviste con i medici che hanno collaborato a strutturare e a supervisionare il regime degli interrogatori a Guantanamo, emergerebbe che il programma è stato esplicitamente costruito per incrementare la paura e la tensione nei detenuti, come metodo per estorcere confessioni.

Le testimonianze illustrano le modalità degli interrogatori e sollevano nuovi interrogativi sui confini della deontologia medica nel quadro della lotta al terrorismo combattuta dagli USA. Bryan Whitman, portavoce del Pentagono, si è rifiutato di parlare dei casi specifici affrontati nelle testimonianze, ma ha lasciato intendere che i medici che svolgevano il ruolo di consulenti per gli interrogatori non erano soggetti al codice deontologico in quanto non svolgevano alcun compito di cura, ma fungevano da scienziati del comportamento.

Secondo Whitman, alcuni operatori sanitari sono incaricati del "trattamento umano dei detenuti", mentre altri "possono avere altri ruoli", tra cui quello di scienziati del comportamento, incaricati di stilare un profilo del carattere dei soggetti da interrogare. L'esercito ha negato al "New York Times" il permesso di intervistare il personale medico attivo presso l'isolato campo di Guantanamo: anche la rivista medica, in un articolo che attaccava questo programma, non nominava le persone intervistate. I pochi ex addetti agli interrogatori che hanno risposto alle domande nel "New York Times" hanno chiesto l'anonimato e alcuni hanno detto di aver trovato utile la collaborazione dei medici.

Gli ufficiali del Pentagono intervistati hanno affermato che le procedure seguite a Guantanamo non violano alcun codice deontologico e hanno messo in discussione le conclusioni dell'articolo comparso sulla rivista medica e riproposto sul sito Web della rivista stessa mercoledì scorso. Diversi esperti di etica esterni all'esercito hanno sostenuto che la condotta dei medici è gravemente discutibile, specialmente per quanto riguarda le unità chiamate Behavioral Science Consultation Team, o BSCT (soprannominate "biscuit"), che prestano consulenza agli addetti agli interrogatori. «La loro funzione consisteva nell'aiutarci a snervarli», ha detto al "New York Times" un ex responsabile degli interrogatori qualche mese fa. Nel corso di interviste più recenti, ha aggiunto che un medico del team "biscuit", dopo aver letto la cartella clinica di un detenuto, aveva consigliato di sfruttare la nostalgia per sua madre per convincerlo a collaborare.

Secondo Stephen Xenakis, psichiatra ed ex generale di brigata nella sanità militare, «questo comportamento non è coerente con la deontologia medica né con altri codici che stabiliscono la condotta degli operatori sanitari». L'utilizzo di psicologi negli interrogatori ha indotto il Pentagono, la scorsa settimana, a diffondere un comunicato che, secondo i funzionari, avrebbe dovuto far sì che i medici non assumessero comportamenti non etici.

Il codice dell'American Psychiatric Association vieta espressamente ai propri membri abilitati all'esercizio della professione medica i comportamenti descritti dagli ex addetti agli interrogatori: per gli psicologi, le regole sono meno chiare. In un'intervista, il Dott. Spencer Eth, docente di psichiatria al New York Medical College e presidente della commissione etica dell'American Psychiatric Association, ha sostenuto che nessuno psichiatra attivo a Guantanamo è autorizzato, dal punto di vista etico, a prestare consulenza per incrementare il livello di tensione psicologica dei detenuti. Tuttavia, in una dichiarazione resa in dicembre, l'American Psychiatric Association ha precisato che il coinvolgimento dei propri affiliati in "operazioni di sicurezza nazionale" è un fatto nuovo.

Intervistato questa settimana, Stephen Behnke, a capo della divisione etica dell'Associazione, ha informato che il prossimo fine settimana, a Washington, si terrà una riunione di 10 membri dell'associazione, alcuni dei quali sono militari. Il dottor Behnke ha sottolineato che i codici di condotta non necessariamente consentono la partecipazione di psicologi a operazioni di questo tipo, ma è più corretto dire che l'argomento non è mai stato affrontato prima in modo specifico. «Si pone un problema che la nostra professione deve affrontare e il punto a cui siamo è il seguente: sono comportamenti etici o non etici?», si è chiesto.

Secondo il dottor William Winkenwerder Jr., sottosegretario alla difesa per gli affari sanitari, le nuove linee guida del Pentagono spiegano a chiare lettere che ai medici è proibito tenere una condotta contraria all'etica. Tuttavia Winkenwerder ha negato di aver mai detto che le linee guida vietino pratiche come quelle descritte dagli ex addetti agli interrogatori, e ha precisato che il personale medico «non teneva le fila degli interrogatori, ma si limitava a prestare consulenza». Le linee guida contemplano il divieto da parte dei medici di partecipare ad abusi, ma sottolineano sempre che gli interrogatori "legali" fanno eccezione. Dal momento che l'esercito continua a sostenere che gli interrogatori sono legali e che i prigionieri a Guantanamo non sono soggetti alle Convenzioni di Ginevra, queste clausole sembrano comunque permettere i comportamenti descritti dagli addetti agli interrogatori e dalla rivista medica citata. L'articolo, redatto da due ricercatori che hanno intervistato i medici impegnati nel programma "biscuit", recita: "Fin dalla fine del 2002, psichiatri e psicologi sono stati coinvolti in una strategia che si fonda sullo stress estremo, in combinazione con ricompense volte a modificare i parametri comportamentali, allo scopo di estorcere confessioni". L'articolo è stato scritto dal dottor M. Gregg Bloche, docente alla Georgetown University Law School e ricercatore presso la Brookings Institution, e da Jonathan H. Marks, avvocato britannico e ricercatore di Bioetica alla Georgetown University e John Hopkins University.

Bloche ha sostenuto che l'utilizzo di operatori sanitari per mettere in atto strategie violente negli interrogatori è contrario al codice deontologico e al diritto internazionale. Il dottor Winkenwerder ha ribattuto che l'articolo rappresenta una "plateale distorsione" della situazione sanitaria di Guantanamo. (...)
"New York Times"
traduzione di Sabrina Fusari

genetisti e biologi inglesi...
orgasmi

Corriere della Sera 26.6.05
Prima di confermare la relazione tra Dna e orgasmo
bisognerebbe realizzare un’indagine analoga sulla popolazione maschile

Che lo studio del genoma umano sia una delle grandi scommesse di questi anni è sicuro; che i geni influenzino le nostre scelte è probabile, ma che facciano da padroni anche sotto le lenzuola, soprattutto per la donna, è inquietante. Eppure la ricerca pubblicata sulla rivista inglese Biology Letters della Royal Society, la prima ad indagare sotto questo versante il piacere femminile, suggerisce che il Dna abbia a che fare con l’orgasmo, condizionandolo al 50% se non di più.
Tim Spector, Responsabile delle ricerche sui gemelli del St. Thomas Hospital di Londra - talmente appassionato a studi di questo tipo da avere costruito in soli dodici anni un database mastodontico - ha chiesto a più di 6000 gemelle, eterosessuali, lesbiche e bisessuali (dai 18 agli 83 anni!) di compilare un questionario, rigorosamente anonimo, su quante volte arrivavano all’orgasmo sia nel rapporto con il partner sia con la masturbazione.
I risultati
Hanno risposto in 4037: 683 coppie di gemelle monovulari (identiche come due gocce d’acqua, visto che hanno lo stesso patrimonio genetico) e 714 coppie di gemelle biovulari (che non si assomigliano più di due sorelle). Un bel campione, da cui è emerso che solo il 14% delle donne raggiunge sempre l’orgasmo nel rapporto sessuale, il 32% non ci riesce una volta su tre, il 16% non ci arriva mai. Con la masturbazione, la percentuale di appagate sale al 34%, ma resta un 14% che non conosce l’acme del piacere neppure per questa via.
Frigidità "innata"
Il livello di soddisfazione delle donne inglesi non sembra eccelso, - ma qui solo di gemelle si tratta, in parte ultrasessantenni per giunta - ma lo scopo della ricerca era un altro: confrontare le risposte delle gemelle gocce d’acqua con quelle delle gemelle-sorelle per capire l’influenza della genetica sui loro comportamenti (i gemelli crescono nello stesso ambiente e se fra quelli identici i comportamenti risultano più simili che fra i biovulari, è ragionevole attribuire tale somiglianza ai tratti ereditari condivisi). Da questo confronto Spector, che ha condotto l’indagine insieme a Kate Dunn, della Keele University, nello Staffordshire, ha concluso che la difficoltà delle donne a raggiungere l’orgasmo è ereditaria nella misura del 34%, percentuale che sale al 45% per la masturbazione (nella quale, ovviamente, i fattori ambientali hanno un peso minimo). Da qui ad affermare che la frigidità è scritta nei geni, il passo è breve. D’altro canto Spector non è nuovo a sortite del genere: qualche anno fa, grazie ad uno studio analogo, voleva dimostrare che l’infedeltà dipende dal Dna.
«Andiamoci piano; - ammonisce Fulvio Mavilio, genetista, docente di biologia molecolare all’Università di Modena - lo studio è interessante, ma dimostra solo una probabile componente ereditaria nella difficoltà della donna a raggiungere l’orgasmo. Ma dovrebbe, anzitutto, essere confrontato con una ricerca, identica come metodo, sulla popolazione maschile. Poi, approfondito da ulteriori studi, fondamentali per scoprire dove agisce la predisposizione genetica al non-orgasmo, sull’anatomia del corpo femminile, sugli ormoni sessuali o su altro ancora».
Una tesi ardita
La scoperta di Spector arriva a distanza di poche settimane dal clamore suscitato dal libro, The Case of the Female Orgasm , della biologa americana Elisabeth Lloyd che sostiene una tesi ardita: l’orgasmo femminile non ha alcuna finalità nel mantenimento della specie, è un sovrappiù, puro divertimento.
Ipotesi controcorrente rispetto a quelle formulate finora; secondo alcuni ricercatori i movimenti della vagina al momento dell’orgasmo facilitano l’ascesa dello sperma verso l’utero e la fecondazione, secondo altri l’orgasmo aiuta la donna a selezionare il maschio più idoneo all’accudimento dei figli.
Gli studi sulle scimmie vicine a noi sotto il profilo evolutivo non contribuiscono a chiarire il dilemma. I bonobos, ad esempio, scimmie con un Dna diverso da noi solo per l’1,6 %, raggiungono l’orgasmo con comportamenti sessuali promiscui e con la masturbazione. Situazione che sembra indicare, al massimo, un ruolo del piacere femminile nella coesione del gruppo.

Pollock a Venezia

L'Unità 26 Giugno 2005
Le mappe astrali di Jackson Pollock
di Renato Barilli

Non tutti i guai vengono per nuocere, con questo saggio proverbio si potrebbe riassumere la tormentata vicenda della collezione raccolta in vita da Peggy Guggenheim, andata a risiedere per decenni a Ca’ Venier dei Leoni, sul veneziano Canal Grande, e talmente innamorata della Serenissima da tentare di donarle le sue opere preziose. Ma Venezia e l’Italia tutta frapposero insuperabili difficoltà burocratiche, cosicché la statunitense, in punto di morte, decise di riaccorpare il suo tesoro con quello che un lontano parente, Solomon Guggenheim, aveva radunato a New York, nello splendido Museo sul Central Park progettato da Frank Lloyd Wright. Da qui, appunto, notevoli vantaggi sui due fronti: il Guggenheim ne ha tratto l’ispirazione per ripetere in tutto il mondo quell’operazione di sbarco sul suolo europeo nata quasi casualmente. Ma Venezia da quel momento ha potuto contare su un museo in più, piccolo eppure attivissimo. Basti pensare che solo nell’anno in corso alla Casa di Peggy è comparso un magnifico benché poco noto protagonista dell’Espressionismo astratto statunitense quale William Baziotes, seguito dalla incalzante serie di foto con cui Brancusi ha esplorato i vari profili delle sue sculture; e già si annuncia un omaggio, per la prima volta in Italia, alla grande scultrice francese Germaine Richier.
Ma soprattutto, nei giorni intensi della Biennale, la Guggenheim veneziana offre, proveniente dalla sede consociata di Berlino, una straordinaria rassegna di «dipinti su carta» del numero uno della Scuola di New York, Jackson Pollock (con titolo poetico, Senza confini, solo bordi, a cura di Susan Davidson, fino al 18 settembre). Conviene precisare subito che nell’occasione non si ammira affatto un artista proposto in chiave «minore», come potrebbe far sospettare il rapporto dall’abbozzo, dalla prima idea all’opera compiuta, bensì una serie di proposte che «minori» sono solo nella quantità di superficie occupata, ma per il resto la furia, il talento, la genialità dello statunitense vi si concentrano in pieno, con intatta forza. Insomma, il rapporto non è dal meno al più, ma dal microcosmo al macrocosmo. Queste «carte» sprigionano una potenza assolutamente pari agli organismi espansi che ne seguiranno, in questo caso l’embrione è già dotato davvero di una piena personalità.
E beninteso seguendo queste «carte» riesce di dipanare l’intero percorso pollockiano, nelle sue varie fasi che si accavallano. Si parte quando l’artista (1912-1956) tenta di «fare da sé», utilizzando i suggerimenti che gli vengono dal contesto nordamericano, ma già ricco di vivide fiammate di energia: saranno le «visioni» spiritiche dell’ottocentesco Ryder, o i racconti di provincia del maestro, che il Nostro ebbe appena giunto a New York, Thomas Hart Benton, dedito a narrare i piccoli episodi di vita locale, ma imprigionandoli entro un contorno attorto, come fossero grovigli di vipere. Del resto, l’artista da giovane compiva anche le sue brave incursioni nel museo saccheggiando i moti aguzzi del Tintoretto o del Greco. Era però un muoversi quasi in stato di sopensione, fuori del tempo.
Poi viene l’impatto con le avanguardie storiche del vecchio Continente, tra Picasso e i Surrealisti, anzi, a interessare Pollock alla fine degli anni ’30 è proprio un tremendo cocktail tra cubismo picassiano e Surrealismo della linea vitalista, Mirò-Masson: forme sagomate e plastiche, che però a un tratto subiscono come delle liquefazioni, si fendono in cavità profonde. Beninteso Pollock non è il solo ad abbeverarsi a quella fonte, proveniente dai «vecchi parapetti» europei, di vitalismo pronto a impadronirsi delle forme e a trascinarle in un mulinello pazzo. Anche De Kooning, Gorky, il già ricordato Baziotes, o insomma l’intera Scuola di New York, fanno tesoro della medesima lezione.
Ma fin lì i corpi, pur contorcendosi come saltimbanchi disossati, mantengono una qualche capacità di chiusura su se stessi. Varcato il capo del ’40, Pollock sente che è l’ora di rompere il passo, appunto come un cavallo che lascia il trotto per il galoppo: i contorni saltano, le viscere frementi entro i loro confini esplodono verso l’esterno, le linee di contorno non chiudono più, bensì aprono, protendono tentacoli a sciabolare lo spazio. Il lazo del cowboy più non si stringe ad afferrare una preda, ma rotea a mulinello con sibilo stridente. Insomma, Pollock inaugura la «marcia in più» del dripping. E la sorprendente scoperta che ci riserva la mostra da Peggy è che questa furia non ha bisogno di sfogarsi nelle vaste tele stese come pedane smisurate sul pavimento dello studio, ma riesce anche a concentrarsi nel limitato perimetro delle «carte».
Il famoso documentario filmico che ci mostra l’artista mentre a larghi passi percorre la superficie posta sotto i piedi versando fili di colore direttamente dal vaso lo fa apparire come un astronauta intento a una deambulazione nel vuoto sidereo, a muoversi in stato di impoderabilità entro una qualche galassia; ma le carte qui date alla nostra ammirazione ci dicono che quel viaggiatore ardito ha pure la capacità di fabbricarsi, un momento prima, delle mappe astrali, dei firmamenti incantati. O appunto, come si diceva, il macrocosmo viene racchiuso, imprigionato in un microcosmo, lo spirito inquieto con cui Aladino viene in contatto si muove dentro e fuori la bottiglia che a turno ne imprigiona e ne esala l’inestinguibile potenza.

DIPINTI SU CARTA
del grande artista in mostra alla Fondazione Guggenheim di Venezia. Un «piccolo» microcosmo che già contiene lo spirito inquieto e l’inestinguibile potenza dell’universo pollockiano

cattolici
attenti: martedì esce il nuovo "regolamento"

La Stampa 26 Giugno 2005
IL COMPENDIO DEL CATECHISMO SARÀ RESO PUBBLICO MARTEDÌ
«Gli Stati difendano i diritti degli embrioni»
Marco Tosatti

CITTÀ DEL VATICANO. Il «Compendio» del catechismo della Chiesa cattolica, che verrà reso pubblico martedì 28 giugno, durante una solenne messa da Benedetto XVI, e di cui pubblichiamo alcune anticipazioni, è una via di mezzo fra il Catechismo di san Pio X, brevi domande e risposte, facili da memorizzare, e il Catechismo del 1992, di cui è figlio, un’opera corposissima, ma di difficile gestione pratica. Ne è figlio perché nel Compendio non si possono usare parole diverse da quelle del Catechismo del 1992; proprio per non creare un «nuovo» testo. Questa era la regola data da Giovanni Paolo II.
Ma va da sé che la riproposizione di alcuni punti fermi della dottrina cattolica nel clima del post-referendum è tale da suscitare reazioni. La domanda numero 472: «Perché la società deve proteggere ogni embrione», il testo ricorda che il diritto inalienabile di «ogni» essere umano, fin dal suo concepimento, «è un elemento costitutivo della società civile e della sua legislazione». Quando uno Stato, «non mette la sua forza al servizio dei diritti di tutti, e in particolare dei più deboli, tra i quali i concepiti ancora non nati, vengono minati i fondamenti stessi di uno Stato di diritto». È una tesi che ha la sua radice recente nell’Istruzione «Donum Vitae» approvata da Giovanni Paolo II nel 1987, in cui si ricorda come in base alle conoscenze della genetica moderna «dal primo istante si trova fissato il programma di ciò che sarà questo vivente, un uomo, quest’uomo individuo con le sue note caratteristiche già ben determinate».
E farà discutere ancora, anche se è una posizione già nota, la condanna dell’inseminazione e fecondazione artificiali: «Sono immorali perché dissociano la procreazione dall'atto con cui gli sposi si donano reciprocamente, instaurando così un dominio della tecnica sull'origine e sul destino della persona umana». Particolarmente riprovevole la fecondazione eterologa, perché «con il ricorso a tecniche che coinvolgono una persona estranea alla coppia coniugale, ledono il diritto del figlio a nascere da un padre e da una madre conosciuti da lui, legati tra loro dal matrimonio e aventi il diritto esclusivo a diventare genitori soltanto l'uno attraverso l'altro». Un figlio è un dono, ribadisce il Compendio, e «qualora il dono del figlio non fosse loro concesso gli sposi, dopo avere esaurito i legittimi ricorsi alla medicina, possono mostrare la loro generosità mediante l'affido e l'adozione, oppure compiendo servizi significativi a favore del prossimo. Realizzando così una fecondità spirituale».
C’è la possibilità per i cristiani di disobbedire alle autorità civili; ben presente nella storia cristiana fin dai tempi apostolici. «Il cittadino non deve obbedire quando le leggi delle autorità civili si oppongono alle esigenze dell'ordine morale», afferma il numero 465, citando un passo degli Atti degli Apostoli: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini».
Il testo del Compendio, piuttosto corposo, sia nell’edizione grande, corredata di una trentina di immagini sacre di grande valore artistico, voluta dal cardinale Ratzinger, sia nell’edizione «tascabile», è preceduto da un «motu proprio» di Benedetto XVI, che ne spiega la genesi: «Era stato vivamente auspicato dai partecipanti al congresso catechistico internazionale del 2002, che si erano fatti interpreti in tal modo di una esigenza molto diffusa nella Chiesa. Il mio compianto predecessore accogliendo tale desiderio ne decise nel febbraio 2003 la preparazione affidandone la redazione ad una ristretta commissione di cardinali da me presieduta».
La pace e la guerra sono ben presenti, e occupano sette domande e risposte. La pace sul pianeta richiede «l'equa distribuzione e la tutela dei beni delle persone, la libera comunicazione tra gli esseri umani, il rispetto della dignità delle persone e dei popoli». Quando si può usare la forza militare, cioè quando una guerra è «giusta»? Solo in caso di difesa, naturalmente, ma ci sono quattro condizioni: «Certezza di un durevole e grave danno subito; inefficacia di ogni alternativa pacifica; fondate possibilità di successo; assenza di mali peggiori, considerata l'odierna potenza dei mezzi di distruzione». La valutazione delle condizioni tocca al «giudizio prudente dei governanti, cui compete anche il diritto di imporre ai cittadini l'obbligo della difesa nazionale, fatto salvo il diritto personale dell'obiezione di coscienza, da attuarsi con altra forma di servizio alla comunità umana». Condanna piena per «le distruzioni di massa, come pure lo sterminio di un popolo o di una minoranza etnica, che sono peccati gravissimi: si è moralmente in obbligo di fare resistenza agli ordini di chi comanda». Infine, la pena di morte. Teoricamente non si può escludere; ma viene in pratica esclusa nei fatti, perché lo Stato dispone di altri mezzi per rendere inoffensive le persone pericolose, e perciò i casi di «assoluta necessità di pena di morte sono molto rari se non addirittura praticamente inesistenti».

a Firenze

Fbo/Zn/Adnkronos
Teatro: Firenze, uno spettacolo ispirato a Nietzsche


Firenze - (Adnkronos) - Una performance teatrale ispirata a Nietzsche. La propongono i Chille de la Balanza, nell'ambito del programma di "Estate a San Salvi" [l'ex ospedale psichiatrico di Firenze.ndr], presentando in prima assoluta a Firenze, da martedì 28 giugno a domenica 3 luglio, lo spettacolo di e con Claudio Ascoli "Nietzsche. Del cammello, del leone e del fanciullo", ispirato allo Zarathustra del filosofo tedesco.

storia della psicoanlisi
...e anche Groddeck era un nazista

La Stampa Tuttolibri 25.6.05
Groddeck, pioniere dell’Es: un Rabelais della psicoanalisi
(...) profeta, guru, analista selvaggio, cattivo maestro con simpatie hitleriane e fantasie temerarie, che fece scandalo teorizzando il corpo «come anima»
Alessandro Defilippi

IL risultato della vita umana è essere bambini». Georg Groddeck pronunciò queste parole a cinquant'anni. Oggi, a settantuno dalla sua morte, è ancora difficile collocarne ed interpretarne il pensiero. Groddeck fu, nei primi decenni del secolo scorso, un uomo di non limpida celebrità, diviso tra un'attività terapeutica allora rivoluzionaria - che accompagnava massaggi e diete alla psicoterapia - e quella di scrittore e pensatore. Pensatore sovente ridondante, mai scolastico, sempre provocatorio; in una parola: scomodo. Si considerò, forse a ragione, il vero pioniere della medicina psicosomatica e del concetto di Es; fu corrispondente, talora amico, di uomini come Freud, Ferenczi (una sorta di gemello), Keyserling. Un turbine intellettuale d'inizio secolo. Psicoterapeuta, massaggiatore, profeta, guru, analista selvaggio, cattivo maestro, nazista: non sono che alcune delle definizioni date a un tedesco poco sassone e molto meridionale. A darci una mano in questo ginepraio ha provato Wolfgang Martynkewicz, il cui libro, dottissimo e ponderoso, dà peraltro adito a non poche perplessità, non tanto sulla sua attendibilità storica, quanto sull'atteggiamento del biografo. Perché si scrive una biografia, soprattutto di densità e lunghezza quasi letali per il lettore? Le risposte immediate sono: per un comune sentire, per ammirazione, per il fascino che comunque esercitano figure che non è possibile amare, dai tiranni ai serial killer; o ancora per un dovere morale. I libri su Hitler di Fest e di Bullock non nascono certo dalla simpatia, ma dalla necessità di porre ordine nel caos. Il caso di Martynkewicz sembra diverso. Groddeck non è un assassino seriale, ma nel libro dello studioso tedesco non emergono né ammirazione né simpatia umana, e nemmeno una valutazione equilibrata del suo contributo al pensiero del primo Novecento. Già Giancarlo Stoccoro, nella prefazione, nota «l’opinione di scarsa originalità di Groddeck», sostenuta dall'autore; allo stesso lettore non può sfuggire d'altronde una sensazione di soffocamento dovuta ad una dovizia di particolari e di giudizi impliciti che finiscono con lo sminuire l'uomo ed il pensatore. Insomma: a Martynkewicz Groddeck sembra proprio antipatico, per nulla affascinante e poco originale. Ma perché allora imbarcarsi in un'impresa così complessa? Come annota ancora - acutamente - Stoccoro, il libro è «un'opera composita che, con risposte univoche e sature, tende a restringere più che ad allargare orizzonti di senso». Per dirla più chiara, appare l'opera d'un moralista un po' pedante. Ma in tal caso, perché recensire un libro, tutto sommato, noioso? Perché ha l'indiscutibile merito di riportare alla nostra attenzione la figura unica di Groddeck e i suoi libri, tra cui quel Libro dell'Es (edito in Italia da Adelphi) che rimane tuttora una delle opere più libere e più affascinanti del secolo trascorso. A proposito dell'epistolario di Patrick Troll, alter ego letterario di Groddeck, Ingeborg Bachmann nel '67 scrive: «A ciascuno dovrebbe essere prescritto il vecchio Libro dell'Es, insieme alle gocce per la tosse o alle iniezioni». E Freud stesso in una lettera a Groddeck dice, sempre a tal proposito: «… il libro non potrà incontrare il gusto di tutti. Non è facile sopportare pensieri così intelligenti, audaci e impertinenti». Chiosa che sembra valere anche per l'autore di questa biografia. Certamente può non essere facile amare Groddeck/Troll o seguirlo nelle sue fantasie più temerarie. L'idea che «non è vero che noi viviamo, in gran parte siamo vissuti» dall'Es, questo inconscio così profondamente corporale, è inquietante; come disturbante può essere l'attenzione che il vecchio «Satana», come veniva talvolta chiamato, dedica al corpo e alle sue funzioni più basse e scandalose. Un Rabelais della psicoanalisi, e dio sa quanto ce ne sia bisogno ancor oggi, tra pallidi scienziati e inquisitori del setting. Anche Groddeck, come molti suoi contemporanei, teorizza l'abbandono, il ritorno a se stessi (il «divieni te stesso» pindarico) e la semplicità. È facile pertanto tacciarlo di antimodernismo, non è facile invece cogliere, tra rischi new age e derive autoritarie, il sincero bisogno da lui espresso di naturalezza e di fisicità. La scissione mente/corpo che ci accompagna dal romanticismo viene combattuta da Groddeck con le sue terapie psicosomatiche, ma soprattutto attraverso la riproposta della figura del Maestro, di colui che insegna con il paradosso e con il gesto. Con il rischio. Al di là di questo, Groddeck è l'autore che con più chiarezza insieme a Freud teorizza il concetto di Es, che in lui è però un inconscio intimamente affondato nel corpo, come l'anima di Duns Scoto, legata alle ossa, o come la Loba, la vecchia delle leggende del Texas ispanico, che dalle stesse ossa sa risuscitare un corpo. Perché è questo il dono di Groddeck e di Patrick Troll: che il corpo è anima. E che l'entusiasmo è un dono del dio. Dice Troll: «Vi sono strade misteriose nella vita, che a volte sembrano circoli viziosi, ma, in ultima analisi, a noi mortali non resta che una cosa sola: lo stupore».

storia
nulla in comune tra il nazismo e l'impero romano

La Stampa Tuttolibri 25.6.05
La Germania nazista è stata il contrario dell’antica Roma
Maurizio Viroli

HITLER è «il Salvatore della storia dei Tedeschi», anzi il profeta tedesco la cui missione è quella di annunciare l'opera salvifica di cui deve farsi carico il popolo con l'aiuto di Dio: non il Dio cristiano che vive nei cieli, ma il Dio conforme alla visione tedesca, quello che vive in terra, nel suolo «lavorato dall'uomo vigoroso», nel sole, nel cielo azzurro, nelle stelle, nel mare mosso da temporali e da tempeste, nel piccolo filo d'erba e nelle montagne eterne. Tutti i cristiani, protestanti e cattolici, devono diventare neopagani, ovvero adepti della nuova religione che si dà canti e riti specifici, ha i suoi martiri e per fine principale quello di salvare la razza tedesca.
Queste proposizioni, tratte da un documento che Alfred Rosemberg, delegato di Hitler per la vigilanza sull'educazione e la formazione intellettuale e ideologica, pubblicò nel 1934, danno l'idea della profonda avversione del nazismo contro il cristianesimo. Ancora più chiare sono le regole del testo in tredici punti del 1940 che scioglie le associazioni della gioventù cattolica e protestante in favore della gioventù hitleriana, impedisce alle società religiose la proprietà di edifici e terreni (in particolare dei cimiteri, al fine di poter organizzare i funerali pagani di partito), chiude monasteri e congregazioni religiose perché contrarie alla morale germanica e alla politica demografica del Reich, e decreta che la preparazione alla cresima, intesa quale introduzione alla pubertà, non spetta alle chiese, ma al partito nazista. Proprio perché era una religione politica che intendeva forgiare le coscienze, infondere la fede nel Führer, animare la devozione per lo Stato, il nazismo non poteva tollerare il cristianesimo. Come scrisse il pastore Martin Niemdler, tenuto in carcere per una decina d'anni, i nazisti contestavano il credo luterano che l'anima appartiene al Signore e non allo Stato. Al cristianesimo opponevano, accanto alla religione nazista, l'antica religione germanica. Nel saggio Germanesimo e romanità Onorato Bucci, dell'Università del Molise, mette tutto questo assai bene in risalto sulla base di un ampio e attento lavoro di scavo delle fonti storiche e giuridiche. Ma la tesi più importante ed originale del libro è che il nazismo non fu solo anticristiano, ma antiromano, e che la sua profonda natura antiromana aiuta a capire meglio anche la sua natura anticristiana.
Il nazismo fu antiromano fin dagli inizi. L'articolo 19 del programma in venticinque punti del Partito Nazionalsocialista del 25 febbraio 1920 invocava infatti la «soppressione nelle università dello studio del diritto romano ritenuto asservito all'ordinamento materialista del mondo». Fu antiromano perché la sua stessa ragion d'essere era distruggere il principio dell'universalità del diritto. Roma, spiega Bucci nelle pagine a mio giudizio più importanti del saggio, rappresentava «il trionfo dell'idea di universalità sul principio della nazionalità». Il nazionalsocialismo esasperò invece il principio di nazionalità e lo interpretò nella maniera più particolaristica possibile. Proclamò ed impose infatti, quale fondamento della nazione, la razza. Roma concedeva a tutti di diventare cittadini romani e di accedere alle più alte cariche dello Stato; la Germania nazista escludeva dalla vita pubblica i cittadini non ariani, e negava ad essi anche i più elementari diritti privati. Ma era antiromano anche perché rifiutava il principio che la legge deve essere sempre generale e mai retroattiva. A giudizio dei teorici nazisti, la legge non può avere carattere generale perché non esistono due sole persone e due soli casi per i quali valga la medesima norma. Persone e azioni devono essere affrontate con norme particolari e decisioni individuali ispirate dal principio della difesa della razza tedesca. Al criterio giuridico si sostituisce quello politico: la più alta realizzazione del diritto, per usare l'espressione di Carl Schmitt, è l'applicazione della volontà del Führer, per definizione, e di fatto, del tutto arbitraria. Il nazismo fu dunque «un incredibile sovvertimento» di tutta la tradizione giuridica romanistica in nome della preminenza e della superiorità del diritto consuetudinario germanico, «con le sue assemblee, con i suoi riti magici e con le sue conclamate iniziazioni». Del resto, il diritto romano era per i nazisti diritto di popoli inferiori, e dunque inadatto alla razza dei dominatori, così come il cristianesimo era, secondo l'insegnamento di Nietzsche, fede dei deboli. Solerti cooperatori dell'opera di restaurazione dell'antico diritto germanico contro il diritto romano furono ovviamente i giuristi (chi altro avrebbe potuto farlo?). Essi «non potevano dire di non sapere perché tutti non potevano che sapere», scrive Bucci, e sarebbe augurabile un serio esame di coscienza che ancora non c'è stato.
viroli@princeton.edu

l'inventore della psicoanalisi fu... Lorenzo Lotto

L'Unità 26 Giugno 2005
DA LOTTO A PIRANDELLO
In mostra ad Aosta quattro secoli di «psicologia» attraverso le opere di grandi pittori

Dall’analista o dal pittore?
Guardarsi dentro con un ritratto
di Ibio Paolucci

Secondo Vittorio Sgarbi, Lorenzo Lotto, in anticipo di quattro secoli su Sigmund Freud, avrebbe inventato la psicanalisi. Curatore della mostra aostana sul ritratto interiore, occorre dire che, in fatto di estrosi paradossi, Sgarbi non la cede a nessuno. Se ne sono dette e scritte di cose sul grande maestro veneto, che, però, scelse per operare zone di provincia, soprattutto la Bergamasca e le Marche. Ma ci voleva il bizzarro talento di Sgarbi per scoprire il predecessore del medico viennese. In ogni caso rivedere il grande Lotto, comunque trattato, fa sempre piacere. Due sono le opere in mostra: Il ritratto di giovane in nero, di collezione privata e Ludovico Grazioli, già collezione Otto Neumann di New York. Non si può certo dire che sia rappresentato al meglio, ma insomma è pur sempre un bel vedere.
La rassegna del Ritratto interiore. Da Lotto a Pirandello, promossa dalla Regione Autonoma,in corso al Museo archeologico di Aosta, aperta fino al 2 ottobre con catalogo Skira, comprende circa 150 opere fra dipinti e sculture di tutti i secoli, dal Cinquecento al Novecento. Non mancano le presenze di grossi nomi, da El Greco a Tiziano, al Bernini, al Baciccio, al Guercino, al Pitochetto a Fra Galgario ai più vicini De Chirico, Max Ernst, Nathan, Zoran, Scipione, Warhol, Wildt, a tantissimi altri. Finire con Fausto Pirandello, figlio del grande padre, ma grande pure lui anche se meno riconosciuto di quanto meriterebbe, è stata una bella idea, non soltanto perché ci pone di fronte a quattro suoi stupendi dipinti, ma anche per l’universo figurativo che rappresentano, rivelatore di una umanità fatta «di uomini e donne spesso nudi, fragili, sofferenti». «Maschere nude», come quelle del grande drammaturgo e pur tanto diverse, comunicanti i laceranti conflitti fra padre e figlio. Felice, anche se su un altro piano, la scelta delle gallerie di ritratti di Tullio Pericoli e di Flavio Costantini. Garcia Lorca, Jung, Freud, Rimbaud di Costantini; Beckett, Gombrowicz, Borges, Walser, Schnitzler di Pericoli. Notevole la presenza del Guercino col ritratto di Francesco Righetti, già del Kimbell Art Museum di Fort Worth nel Texas, colto in un classico atteggiamento, con accanto la sorprendente libreria, che ricorda quella dipinta un mezzo secolo dopo dal bolognese Giuseppe Maria Crespi, forse la più alta «natura morta» del Settecento italiano. Strabiliante la rutilante figura del capitano del seicentista Sebastiano Mazzoni, del museo civico di Padova e, sempre all’interno di questo secolo, spiccano i tre dipinti, ma soprattutto l’autoritratto, del genovese G.B. Gaulli, detto il Baciccio.
Insomma una panoramica di ritratti che lo Sgarbi vorrebbe fossero letti tutti in chiave psicanalitica. A domanda precisa, infatti, il curatore risponde «direi di sì», fornendo anche qualche esempio: «Birolli che si ritrae con un libro di Pascal in mano, Gianfranco Ferroni che si mostra a chi guarda di spalle, che altro rappresentano se non il racconto del loro Io segreto?». Dunque, anche l’autoritratto di Antonio Ligabue? Perché no? Scorrendo la mostra ci assale il dubbio che anche Vittorio Sgarbi sia un soggetto da psicanalisi con quel suo gesto continuo di ravviarsi i capelli, segno di indecisione costante e con quel suo modo irritante di arrivare sempre in ritardo alle conferenze stampa. Ma tant’è. Una mostra a tesi, si sa, corre sempre dei rischi. Sgarbi sa illustrare con sapiente oratoria e con brillanti giochi di parola le proprie scelte, anche quando non sono per niente condivisibili. Trattandosi di ritratto interiore, tuttavia, non avrebbe dovuto mancare la presenza dell’inarrivabile Rembrandt, anche se di non facile acquisizione.

Usa
cristiani rinati...

L'Unità 26 Giugno 2005
Il predicatore Graham alla conquista dei giovani
A New York in 70mila per ascoltare il reverendo integralista che ha convertito anche Bush
di Roberto Rezzo / New York

È L'OMBRA DI SE STESSO il reverendo Billy Graham, il predicatore d'America, il padre di tutti i televangelisti. Ha 86 anni, il morbo di Parkinson, un edema cerebrale, il cancro alla prostata e di recente s'è fratturato un'anca. Lo aiuta a salire sul palco il figlio Franklin, 52 anni, il successore designato, pronto a sostituirlo in caso di necessità. Non si dà il caso. Graham parla per più di mezz'ora di fronte a una platea di 70mila persone che dal primo pomeriggio di venerdì gremisce sotto il sole il parco di Flushing-Meadow Corona nel quartiere del Queens. Sono venute ad assistere all'ultima apparizione pubblica di Graham, una manifestazione che lui stesso ha voluto chiamare «L'ultima crociata», prima «d'incontrarsi faccia a faccia con dio». Un sistema di radiocuffie provvede la traduzione simultanea in 20 lingue, dall'arabo al vietnamita.
La bella voce tonante da baritono s'è ridotta a un filo, ma ogni frase è scandita con chiarezza e passione. Attacca con una battuta, come è solito fare nei sermoni che l'hanno reso famoso, mescolando umorismo, aneddoti popolari e parabole moderne. Invita la folla a pregare per gli Yankees e per i Mets, le due squadre di baseball di New York, precipitate insieme in classifica. Ricorda che in questo parco fu ospitata la prima sede delle Nazioni Unite, che qui nel 1946 votò la creazione dello Stato d'Israele. Un gesto conciliante nei confronti di un piccolo gruppo di contestatori che - tenuto dalla sicurezza a debita distanza - ricorda con cartelli e slogan una sua battuta antisemita pronunciata ai tempi di Nixon. E quindi va giù con la parola del Vangelo, con un'interpretazione letterale delle scritture che evoca il dio minaccioso dell'antico testamento. «Oggi, quello di cui il mondo ha più bisogno è una completa trasformazione della natura umana. Dobbiamo amare anziché odiare. Gesù ha detto che è possibile ricominciare la propria vita daccapo. Che dobbiamo rinascere un'altra volta».
«Cristiani rinati» si fanno chiamare i suoi seguaci e tra loro si conta anche l'attuale presidente George W. Bush. Li unisce la certezza di essere sempre dalla parte del giusto, di possedere l'unica verità, quella ispirata direttamente da dio. Aspettano il giorno in cui Gesù Cristo tornerà sulla terra per portarli con sé in paradiso. Tutti gli altri a patire le fiamme dell'inferno. «La civiltà umana è indietro rispetto alla sua capacità tecnologica. Questo può significare disastri e catastrofe per il mondo intero. Siamo tutti peccatori e tutti abbiamo bisogno di cambiare», scandisce prima che il coro alle sue spalle, vestito d'azzurro e illuminato da una luce celestiale, intoni le note di «Amazing Grace». Il pubblico è tutto in piedi, la commozione bagna molti occhi di lacrime. Non sono i 250mila del 1991 a Central Park, ma stupisce la diversità etnica e la straordinaria partecipazione di giovani. Ragazze e ragazzi che è impossibile distinguere dal pubblico che si può trovare a un concerto rock. Non hanno il look da oratorio, sono vestiti alla moda, portano il piercing, si vedono gonne e scollature modello Paris Hilton. Magliette a brandelli in puro stile grunge, ma con su scritto «Dio ti ama».
Attorno ai vent'anni anche i «consiglieri spirituali», un'armata specializzata in proselitismo e a caccia di conversioni. Si riconoscono per la polo giallo brillante su scritto «Are you ready for that?» - il motivo di uno dei primi brani tecno-house spuntati all'inizio degli anni '90 - «Sei pronto per questo?». Si aggirano tra il pubblico amichevoli e sorridenti, l'aria estatica come se fossero impasticcati. Al polso hanno un braccialetto che si chiama «Masturband» e significa che per rispettare la castità sino al matrimonio hanno rinunciato anche a far sesso da soli. Nel loro giro nessuno stringe la mano a chi non l'indossa. Spiegano che in un mondo dominato dal materialismo e dai consumi la verginità è una scelta rivoluzionaria.
L'ultima crociata del reverendo Graham prosegue oggi e domani, in una scenografia hi-tech che si specchia nei megaschermi piazzati in tutto il parco, tra preghiere, vendita di libri e raccolta di fondi. Il costo della manifestazione, trasmessa in diretta da decine di emittenti radiotelevisive cristiane in mondovisione, secondo i dati forniti dall'organizzazione è di 6,8 milioni di dollari. La metà dei quali già incassati prima ancora che avesse inizio. Le donazioni alla Graham Evangelic Association, con sede in North Carolina e presente in oltre 150 Paesi al mondo, si accettano 24 ore su 24 in contanti, con assegno e tutte le principali carte di credito.

asessualità
«una vita senza sesso», una nuova community

repubblica.it 26 giugno 2005
Nasce in Italia la community di coloro che non provano desiderio
"Dicono che siamo malati ma non è così. Basta con i sensi di colpa"
Una vita intera senza sesso
l'orgoglio asessuato sul web
di MATTEO TONELLI

ROMA - Quelli che non lo fanno e dicono di vivere bene così. Dopo che il New York Times, ha squarciato il velo sulla comunità degli asessuati pubblicando le loro storie personali, anche in Italia qualcosa si muove. La sezione italiana dell'Asexual visibility and education network (Aven), ha aperto un forum su internet, unico spazio, fino ad ora, dove hanno potuto incontrarsi e confrontarsi tutti quelli che del sesso proprio non ne vogliono sapere. Una 'web community' di persone che condividono la totale mancanza di attrazione sessuale sia verso un sesso che verso l'altro. "Non vogliamo fare propaganda - spiega l'amministratrice del forum, sulla trentina, del nord Italia che in rete si presenta come la Vedova Nera, - ma creare un centro di scambio culturale". Tutto è nato dopo una serie di contatti con David Jay, fondatore di Aven, che ha dato il via libera per la creazione di una sezione italiana del movimento. Che, attualmente, conta meno di dieci partecipanti al forum e che, si augura l'amministratrice, oltre ad ingrossare le fila, "in futuro spera possa poter contare anche sulla collaborazione di medici". Come il sessuologo di Mtv Marco Rossi che sugli asessuati sta portando avanti delle ricerche.

Perché il fenomeno delle persone asessuate non è molto studiato dagli scienziati. C'è chi pensa che una mancanza di desiderio fisico non sia necessariamente una disfunzione o un problema, e chi, come Leonard Derogais, direttore del centro di salute sessuale alla Johns Hopkins University di Baltimora, è molto più critico: "Il sesso è un istinto naturale, come il bisogno di mangiare o di bere. Queste persone non sono del tutto normali".

Un'analisi che la Vedova Nera commenta così: "Quelli come me sono considerati 'malati', ma non è così. il mio modo di essere è pienamente realizzato in una vita "senza sesso" e da quando ho scoperto che esiste una comunità internazionale non ho più intenzione di sentirmi in colpa". Da questo, alla frequentazione del sito di Jay e alla creazione della filiale italiana, il passo è stato breve. "A mio modo di vedere lo scopo di AvenItalia nel mondo sessocentrico in cui viviamo è di poter dire liberamente di essere gay, lesbo, trans, bisex, asex o quant'altro senza essere deriso, discriminato o messo in quarantena. Nel suo piccolo questo network può avere il ruolo verso l'esterno di educare alla tolleranza e alla comprensione delle "devianze sessuali" scrive sul forum Petrael da Milano. Una riflessione accompagnata da una frase di lord Chesterfield che, rivolto al figlio, liquidava l'amplesso: "La posizione è ridicola, il piacere effimero, la fatica tanta".