giovedì 19 maggio 2005

su MAWIVIDEO
SONO DISPONIBILI:

le lezioni di venerdì 13
e di sabato 14 maggio 2005
all'Università di Chieti

14 maggio: la 6ª lezione del prof. Massimo Fagioli

13 maggio: la 5ª Lezione del Prof. Andrea Masini e della Prof. Francesca Fagioli

con gli interventi di Serena Pandolfi e di Massimo Fagioli

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ecco l'articolo dell'Unità del 21 novembre 2004
citato nella Lezione di Chieti di sabato 14 maggio 2005

alle origini del Logos occidentale

L'Unità 21 Novembre 2004
Il papiro che spiega il mondo
Di Franco Farinelli

l'articolo era illustrato da un'immagine:
chi volesse vederla può richiederla a "segnalazioni",
è un piccolo jpg, lo riceverà per e.mail

Qaw el - Kebir, l’antica Anteopoli, si trova lungo il Nilo al confine tra l’alto e medio Egitto, proprio dove il maestoso fiume decide di allargare il suo corso per dar luogo alla massima inflessione verso occidente. Di qui proviene, presumibilmente, lo straordinario papiro depositato un mese fa dalla fondazione San Paolo presso il museo Egizio di Torino e noto come il papiro di Artemidoro, dal nome di un geografo di cui all’inizio dell’era volgare si era servito Strabone, ricavandone l’idea che geografia e filosofia sono inseparabili. Il papiro, lungo oltre due metri e mezzo, contiene non soltanto una parte del perduto testo di Artemidoro, ma anche, a sua illustrazione, una rappresentazione cartografica - una mappa - di quella che noi chiamiamo penisola iberica, e poi disegni di animali più o meno fantastici, copie di statue e di ritratti, profili di figure umane: nel complesso la testimonianza senza eguali della successiva attività delle officine e botteghe artistiche (magari di una sola di esse) d’epoca tardo ellenistica, una sorta di taccuino di lavoro che l’analisi paleografica certifica disegnato a più riprese tra il 50 a.C. e il primo secolo successivo. Trasformato alla fine in cartapesta, esso finì col servire da maschera funeraria, e soltanto dopo averla smontata si è adesso riusciti a ripristinare la forma originaria del rotulo. Ha scritto Edgar Morin che tutto quel che accade è sempre qualcosa di improbabile che però in un dato momento e in un dato luogo si muta in qualcosa di necessario. Sicché la domanda diventa: che cosa stabilisce un legame di necessità tra la funzione originaria del papiro di Artemidoro, nato come un’opera geografica e cartografica, e la sua destinazione finale, apparentemente così strana e casuale? Prepariamoci ad un largo giro, proprio come quello che il Nilo inizia a Qaw el-Kebir.
Un mito racconta l’origine del silenzio, gli orfici erano quelli che l’avevano più a cuore. Narra la storia che Dioniso, il fanciullo divino, venne sorpreso dai Titani mentre giocava, e fatto a pezzi. Il racconto poi continua, ma qui il seguito non importa: anche se appena all’inizio, esso è già fin troppo complicato. L’assalto dei giganti coglie un attimo, quello dello stupore di Dioniso nel veder riflesso sullo specchio con cui si trastulla non il suo volto ma la faccia della Terra. Bisogna però sapere che approfittando del suo sonno, i Titani avevano in precedenza cosparso di gesso il volto del dio. Se l’avessero ammazzato subito mentre dormiva dell’origine del silenzio non sapremmo nulla. Proprio perché invece essi non lo fanno ne sappiamo qualcosa, a segno che il senso della storia non riguarda la clamorosa (e provvisoria) morte di Dioniso ma la tacita nascita di un’altra cosa. Anche ammesso, come di solito si vuole, che la reazione di quest’ultimo all’inaspettata vista coincida con un moto di stupore, le condizioni di esercizio di quest’ultimo risultano indubitabilmente silenziose: che nella storia di questo silenzio non si parli significa soltanto che esso ha già iniziato a funzionare.
Ma di quale storia davvero si tratta? Nientemeno che della silenziosa origine del logos, del ragionamento. Sull’origine del logos la versione più seducente è quella dell’ultimo Borges, che racconta di come due uomini, incontrandosi in una piazza greca e dimentichi di miti e metafore, di preghiere e magie, scoprono che attraverso il dialogo possono arrivare ad una verità. La versione più sottile ed ambigua si deve invece a Giorgio Colli che distingue, a proposito di Talete, un ragionamento pubblico, un discorso, e un ragionamento interiore, ascetico, geometrico, appunto silenzioso insomma, il logos astratto. Dunque il logos si biforca, e lo stupore e il silenzio di Dioniso si situano proprio in corrispondenza di tale biforcazione. Il borbottio del fanciullo assorto nel gioco cessa all’improvviso quando, nel passare da un trastullo all’altro, egli prende in mano lo specchio e scorge non la sfera che si attende ma una superficie, non un tridimensionale globo ma una bidimensionale estensione. Il silenzio è così la reazione di chi per la prima volta scorge un viso, di chi scorge il primo viso, di chi per primo perciò riduce la testa ad un suo lato. Ora, anche per l’egiziano Tolomeo, che scrive in greco al tempo del massimo splendore dell’impero romano, la Terra è una testa, come si legge all’inizio della sua Geografia. E così come la sua Ottica è un inventario di trucchi visivi, così la sua Geografia è la spiegazione, in termini schematici e matematici, del silenzio di Dioniso: è l’illustrazione del procedimento per mezzo del quale è possibile sottrarre una dimensione al globo, ridurre la sfera al piano, come i moderni tradurranno. La geografia di Tolomeo è la razionalizzazione del silenzio dionisiaco, e insieme la spiegazione del suo significato e delle sue implicazioni, l’illustrazione così come delle sue conseguenze della sua gravità. Ma proprio da ciò deriva lo stupefatto ammutolimento di Dioniso: egli scorge allo specchio non la testa ma soltanto l’immagine di due sue dimensioni, dunque in definitiva la mappa di una sua parte. È di qui che nasce lo sbigottimento del dio, e la paralisi di tutti i suoi organi di senso ad eccezione della vista: il suo atteggiamento risulta mimetico rispetto a quello che egli vede, è la sua copia, ne assume il carattere rigido e statico, oltre che muto. Così il silenzio di Dioniso testimonia la nascita del rigore scientifico.
Quando si parla di rigore scientifico, ci si riferisce infatti proprio e soltanto alla rigidità del cadavere, che appunto sullo specchio di Dioniso si riflette per la prima volta. Ne facciamo quotidiana esperienza. Quando andiamo al cimitero a trovare i nostri morti, guardiamo la foto sulla tomba: mai ci viene in mente che quella foto sulla tomba non somigli al defunto. Mentre invece quando guardiamo altre foto, o meglio, quando guardiamo foto di qualcuno che non è ancora defunto, che non è ancora morto, noi diciamo spesso che non gli somiglia affatto o facciamo fatica a riconoscerlo. E allora la questione è: perché di fronte alla foto di un morto noi diciamo quasi sempre che proprio gli somiglia, che è proprio lui, che è addirittura «venuto bene»? Proprio perché noi sappiamo che, trattandosi di un morto, non c’è più contraddizione tra effigie fotografica e qualcosa dotato invece di vita, dunque irriducibile ad un insieme di segni; nella foto il morto invece è - finalmente - proprio lui appunto perché ad un insieme di segni, quelli che compongono il ritratto, corrisponde effettivamente un cadavere. La somiglianza di una foto, di un sistema così rigido come quello di un’immagine fotografica, dipende dal fatto che anche la persona cui la foto si riferisce ha finalmente adeguato il proprio essere al simulacro, ha assunto la forma del cadavere, la forma del segno, la rigidità: che è esattamente quella rigidità che ha fondato tutto ciò che noi chiamiamo scienza. Ed è qualcosa che i Greci sapevano molto bene. Per i Greci il massimo della diversità, dell’alterità possibile, coincideva con la testa di Medusa, che aveva lo straordinario potere di pietrificare chi la guardasse. Sotto tal riguardo Medusa è qualcosa che si comporta nei confronti degli uomini esattamente come gli uomini si comportano nei confronti di tutte le cose: è, per così dire, una cosa che rovescia sugli uomini il comportamento che gli uomini hanno normalmente, e che consiste nel tentativo di paralizzare tutto quel che si vede. Se vogliamo capire qualcosa, se vogliamo comprendere qualcosa del mondo, siamo costretti a farlo a pezzi, a irrigidirlo, letteralmente a pietrificarlo. L’arte di irrigidire la vita in un sistema di segni nasce con grande scandalo nel VII secolo a. C., con Anassimandro, quando la prima tavola geografica, la prima mappa, la prima rappresentazione geografica del mondo viene prodotta. Come dire che tutto il sapere occidentale è per natura geografico. E che è Tolomeo a svelarne il meccanismo fondamentale, che egli chiamava «modo di conoscenza» ma che i traduttori moderni chiameranno proiezione.
Se la Terra per Tolomeo è una testa, e il suo modo di descrizione è la geografia, la corografia è la descrizione di una parte della testa, come ad esempio l’occhio o l’orecchio: sono questo gli esempi che lo stesso Tolomeo sceglie. Egli intende con ciò indicare fin dall’inizio l’equivalenza funzionale tra testa e viso, tra globo e mappa, equivalenza di cui il suo manuale illustra la tecnica. E per Tolomeo la seconda sta al primo esattamente come i ritratti funebri della regione egiziana del Fayum, sostanzialmente analoghi alla maschera di cui il papiro di Artemidoro faceva parte, stanno al capo delle mummie cui sono sovrimposti. Non si ricorda più dove, in Egitto, Tolomeo fosse nato. Si sa soltanto che egli operò ad Alessandria tra il 127 e il 145 dopo Cristo, dunque al momento della piena e compiuta relazione tra le due culture, l’egiziana e la greco-romana, di cui tali celebri immagini funerarie sono espressione. E così come la cultura locale e quella dei dominatori non arrivarono mai a fondersi, ma soltanto a sovrapporsi, allo stesso modo la tavoletta dipinta, importata dai nuovi padroni, venne applicata sulla testa del cadavere imbalsamato secondo il costume locale: il rito funebre come metafora dello scontro-incontro tra civiltà, sorta di rappresentazione del suo esito, di materiale raffigurazione del loro rapporto. Per Jean-Cristophe Bailly i ritratti del Fayum sono volti che stanno sulla soglia, né di qua né di là, già nella morte e ancora nella vita, presentati come vivi alla morte. E questo è vero alla lettera: come le foto che stanno sulle nostre tombe essi erano realizzati quando il soggetto era ancora animato, mentre il modello era ancora vivente, e soltanto in seguito, a decesso avvenuto, venivano applicati sulla mummia. Di qui la loro natura di limite metafisico, nel «bilico fuori dal tempo che fonda tutti i tempi», come commenta Rocco Ronchi, per il quale essi possono essere eletti a paradigma della raffigurazione. E anche tale affermazione è da intendersi letteralmente, ma soltanto perché le figure di Fayum e le relative mummie costituiscono nel complesso il materiale paradigma della rappresentazione cartografica, dalla quale ogni altra raffigurazione dipende, nel senso che ne stabilisce a sua volta il paradigma. In tal modo il divino silenzio di Dioniso, improvviso e momentaneo, anticipa e prefigura quello eterno e fin troppo previsto di noi mortali, e allo stesso tempo ricapitola e definisce tutte le condizioni del nostro fragile e precario rapporto conoscitivo con il mondo. È lo stesso silenzio dei primi prospettici, che all’inizio del Quattrocento a Firenze riscoprono Tolomeo e danno con ciò inizio alla modernità, iniziando a tradurre il mondo in spazio: paralizzati come se fossero avvelenati dal curaro, spiegava Pavel Florenskji, ma anche evidentemente muti e stupiti dalla portentosa trasformazione. Il soggetto moderno nasce a Firenze sotto il Portico degli Innocenti del Brunelleschi, e non è l’Homo viator, il viaggiatore come fin qui ci hanno fatto credere, ma è invece un essere immobile, attonito e silenzioso, proprio come per un attimo Dioniso era stato. La modernità altro non è stata che l’imbalsamazione di quest’attimo. Come soltanto oggi possiamo iniziare a comprendere, perché soltanto oggi la mummia di quel silenzio è andata in pezzi. Esattamente allo stesso modo della maschera che ci ha restituito il papiro di Artemidoro perché la storia che qui finisce potesse essere raccontata.

libri

repubblica.it 19 maggio 2005
Bush, neocon e politica di dominio nel saggio dell'intellettuale del dissenso
Escono anche due saggi sul secolo cinese e la fuga in avanti del dragone
Libri, il nuovo j'accuse di Chomsky
"L'America imperiale e bugiarda"
Tra le novità l'Afghanistan del Grande gioco
di DARIO OLIVERO

Noam Chomsky
L'IMPERO AMERICANO
I libri di Chomsky sono una continua ricapitolazione. Ogni nuova uscita è un "dove eravamo rimasti?" Non fa eccezione questo Egemonia o sopravvivenza. Sottotitolo: I rischi del dominio globale americano (tr. it. B. Tortorella, Tropea, 18 euro). La tesi: l'inquilino della Casa Bianca e la sua amministrazione nascondono dietro la campagna per la libertà, la lotta al terrorismo e l'esportazione della democrazia un disegno di dominio imperiale globale seguito naturale della dottrina Usa da Wilson a Reagan. Per fare questo il governo ha bisogno di costruire una macchina di propaganda che convinca l'opinione pubblica e la tenga sotto controllo. Così come ha bisogno di nemici deboli e stremati ai quali dichiarare guerra e vincerla. Obiettivi arbitrari scelti con menzogne storiche come la falsa connection tra Bin Laden e Saddam o i mai trovati laboratori segreti delle armi di distruzione di massa irachene. In questo modo la dottrina americana obbliga il resto del mondo a difendersi dall'ingerenza Usa con una continua corsa agli armamenti nucleari. L'ordine mondiale si fonda sul terrore, la sopravvivenza del pianeta è oggettivamente a rischio a causa del vero e grande fattore destabilizzante che è quello che molti considerano ancora il garante della libertà.

L'IMPERO CINESE
I cinesi sanno bene che il cielo tratta gli uomini come cani di paglia. Prima venerati per la grande festa sacrificale, poi bruciati e calpestati. E sanno che il punto di vista che devono avere gli uomini e in particolare gli imperatori è la calma indifferenza del cielo. In due libri si possono cogliere questi lanci in avanti di un colosso che non è solo economico ma che scandisce la sua storia in ere incompatibili con i nostri anni.
Il primo è Il secolo cinese di Federico Rampini, corrispondente di Repubblica (Mondadori, 15). E' una raccolta di storie che portano tutte verso un'unica direzione, la fuga in avanti appunto. Emblematica quella di Hu Jintao, l'ultimo grande timoniere in ordine di tempo. Hu non può dimenticare quanto subì il padre piccolo commerciante condannato dal furore della Rivoluzione culturale. Non può dimenticare il dolore né l'umiliazione di non averne potuto riscattare il ricordo. Emblematiche quelle dei cineasti che combattono la censura, degli studiosi che riscrivono la storia del mondo a cominciare dal primo vero scopritore dell'America, un cinese, dei contadini di villaggi sperduti ancora manodopera solo potenziale della locomotiva, delle lingue perdute, delle comunità isolate, della bellezza di Hong Kong e della sua dolorosa metamorfosi da locomotiva del capitalismo a laboratorio del modello cinese. Storie da basso impero, da cani di paglia che attendono il passare del tempo.
Il secondo è La sfida cinese a cura di Claudio Dematté e Fabrizio Perretti (Laterza,19). Il discorso qui è più diacronico: è un'analisi dell'impatto dell'economia cinese sul mercato internazionale ma soprattutto il contraccolpo su quello italiano e sul suo sistema d'impresa. La sfida ha dimensioni da allarme rosso: salario tredici volte inferiore rispetto a quello tedesco, dodici volte rispetto a quello statunitense e nove volte rispetto a quello italiano. Questo porta contrazione e migrazione di attività produttive dai paesi sviluppati in Cina, con evidenti effetti a breve termine sulla manodopera del paese d'origine e nel peggiore dei casi la scomparsa di interi settori produttivi. La fuga in avanti è il sistema di crescita adottato dal dragone e ci vorrà tempo per cogliere segnali di frenata.

AFGHANISTAN
Tornato drammaticamente nel cono di luce dell'opinione pubblica italiana, l'Afghanistan è e sarà anche nel prossimo secolo uno degli scacchieri strategici più importanti di quello che Kipling chiamò il Grande gioco. Due libri per non dimenticarlo.
Un giorno William Trevor Vollmann comprò una macchina fotografica, tre obiettivi e 40 rullini e partì per l'Afghanistan invaso dall'Unione Sovietica. Continuo a non capire perché vuoi andare in Afghanistan - chiese suo padre - Immagino che non lo capirò mai. "In verità era molto semplice. Volevo solo comprendere cosa era successo lì. Poi mi sarei messo al servizio di qualcuno. Intendevo essere buono, ed ero pronto a fare del bene". Voleva dare una mano. Finì che tra Pakistan, Afghanistan e le distese del Grande gioco passò anni interi riempiendo taccuini di impressioni, incontri, disegni, nomadi, cinesi, prostitute orientali, mendicanti, guerriglieri islamici. Gli appunti incominciano con un ragazzo americano disorientato, con la paura per un mondo sconosciuto e finiscono con un guscio che si scioglie nella grande impresa. Non salvare il mondo come il ragazzo si proponeva, ma, cosa ancora più difficile, guardarlo, raccontarlo, soffrire e e gioire della sua imperfezione. Il ibro si intitola Afghanistan Picture Show (tr. it. M. Birattari, Alet, 18).
Mentre Vollmann attraversava la frontiera di Peshawar, dall'altra parte del mondo e al riparo delle spesse mura delle commissioni parlamentari, il deputato texano Charlie Wilson coltivava la stessa ossessione per l'Afghanistan. Solo che Wilson sapeva bene come rendersi utile e cosa fare per contrastare l'invasione sovietica del 1979. Così avvenne quello che molti non sanno. L'oscuro deputato lavorò per tessere le fila attraverso gli schieramenti politici, creò un ponte di alleanze solidissimo che permise il travaso di finanziamenti occulti ai mujahiddin, mise le tende alla Cia e le sue arti diplomatiche persuasero una volta per tutte l'agenzia a puntare su quella partita, convinse il Pakistan a chiudere un occhio sui passaggi di armi che transitavano verso la guerriglia. Finì come sappiamo. Mentre Vollmann falliva e non riusciva a cambiare il mondo, Wilson portava a casa il più grande successo della Guerra fredda. Mentre Vollmann scriveva pagine memorabili che già indicavano quello che sarebbe accaduto, Wilson poneva le basi della tragedia afgana quando, estromessa l'ingerenza russa, il paese diventò prima teatro di una guerra civile poi dittatura della sharìa e arena di addestramento dei terroristi. Infine, zona strategica bombardata per importare democrazia ed esportare petrolio. Il libro si intitola Il nemico del mio nemico. La guerra segreta del deputato Wilson (tr. it. A. Magagnino, il Saggiatore, 22).

l'astensione ai referendum
«liceità» non è «legittimità»

L'Unità 19 Maggio 2005
Astensione non fa rima con Costituzione
Anticipazione da Critica liberale n.114
Silvio Basile

Per essermi occupato per più di cinquant'anni di diritto pubblico, con particolare interesse per il diritto costituzionale comparato, credo di poter esprimere un'opinione non improvvisata sull'astensionismo organizzato allo scopo di far fallire un referendum.
Prima di tutto, non è una sottigliezza da giurista porsi la questione in questi termini: astenersi nel referendum, come del resto nelle elezioni, di sicuro è “lecito”, perché oggi come oggi non comporta nessun tipo di sanzione; ma con ciò è pienamente “legittimo” sul piano costituzionale? “Liceità”, cioè assenza di sanzione, è una cosa, “legittimità”, cioè presenza di esplicita tutela giuridica, è un'altra. In senso proprio, astenersi, sul piano costituzionale, non è pienamente “legittimo”, quanto meno perché, nella Costituzione, non solo nulla vieta, ma qualcosa implica che sia introdotta una qualche conseguenza giuridica (sia pure sicuramente non una sanzione penale) nei confronti di chi di proposito e ingiustificatamente non si reca alle urne. La Costituzione, infatti, non solo considera il voto un diritto, ma ne qualifica anche l'esercizio come un “dovere civico” (art. 48, 2° comma) e non distingue, sotto questo profilo, voto nelle elezioni da voto nel referendum. Nulla esclude sul piano costituzionale, faccio per dire, che la legge indichi nell'astensione ingiustificata un caso di “indegnità morale” (con gli effetti di cui all'art. 48, 3° comma).
D'altra parte, non andare a votare per ignavia o per disinteresse non è sicuramente la stessa cosa che organizzare la diserzione dalle urne al preciso scopo di mandare a vuoto una consultazione popolare. In quest'ultimo caso, si delegittima la partecipazione democratica, si “invita” sostanzialmente a votare “no” al quesito in modo palese (che nel paese delle mafie di cosca e di sottogoverno non è poi tanto poco) e si vanifica il funzionamento di un istituto che, fra l'altro, è anche costoso per l'erario. E, oggi come oggi, lo si fa senza assumersi nessuna responsabilità. Lo si faccia almeno, come sembra più che giusto, pagandone integralmente le spese, che gravano altrimenti sulle tasche di tutti i cittadini, ivi compresi quelli che compiono il loro “dovere civico”. Che senso ha altrimenti il considerare l'esercizio del voto come “dovere civico”?
E non basta: altro è organizzare da privato cittadino l'astensionismo, altro è organizzarlo da una carica pubblica. Questo è, per lo meno, scorretto. E se la carica pubblica è una di quelle che dovrebbero garantire soltanto il regolare funzionamento delle istituzioni, la scorrettezza è semplicemente scandalosa. Il riferimento a Pier Ferdinando Casini è, ovviamente, intenzionale.
Con riguardo poi agli argomenti usati dai fautori dell'astensionismo, è di sicuro una madornale sciocchezza asserire che siccome ha previsto il quorum, la Costituzione considera pienamente legittimo l'astensionismo nel referendum abrogativo. Ne deriverebbe, ragionando in coerenza con queste premesse, che, siccome non l'ha previsto anche per altri tipi di referendum, la Costituzione lo considera pienamente illegittimo e magari che autorizza la legge a considerarlo anche penalmente illecito nel referendum costituzionale. Che dicano certe cose le stesse persone che nel caso dell'ultimo referendum costituzionale fecero di tutto per non far sapere neppure che ci sarebbe stato, fa semplicemente ridere.
È vero che il sistema del quorum rende in concreto praticabile l'organizzazione dell'astensionismo nei referendum da parte di chi, altrimenti, ha fondato motivo di perdere. Ma questo significa solo che il sistema del quorum, introdotto dichiaratamente per altri motivi, è inopportuno, perché rischia di funzionare precisamente contro i motivi dichiarati in assemblea. I nostri costituenti, notoriamente, lo copiarono dalla Costituzione di Weimar, dove funzionò in modo pessimo, contribuendo non poco a favorire la delegittimazione di tutti gli istituti democratici fino alla “resistibile ascesa” di Hitler. È questo l'ideale di chi organizza l'astensionismo?
Con riguardo ai motivi che alla Costituente furono dichiarati (messi bene in rilievo da Michele Ainis in un articolo che gli ha procurato attacchi ingiustificati e volgari), il diritto costituzionale comparato offre modelli ben più adeguati. In particolare, il modello danese potrebbe essere utilmente imitato: quella Costituzione, con un sistema che, fra l'altro, invoglia tutti alla partecipazione piuttosto che all'astensione, esige che la maggioranza dei voti nel referendum sia almeno pari a un terzo del corpo elettorale. Probabilmente i nostri costituenti, attraverso il sistema infelice del quorum, pensavano in realtà ad almeno un voto in più di un quarto. Ebbene, lo si potrebbe utilmente stabilire in una revisione costituzionale, di sicuro molto più opportuna di quella, pessima, che si vuole ora introdurre a colpi di maggioranza blindata.
Il sistema del quorum, sarà bene notarlo come non mi risulta sia stato mai fatto, non lo garantisce per niente. A seconda di quanti non si recano neppure alle urne e di quanti vi si recano per lasciarvi scheda bianca o voto nullo, con il sistema dell'art. 75, può andare a vuoto un referendum con una proposta approvata, al limite, dal 100% dei voti validamente espressi ma “solo” dal 50% dell'intero corpo elettorale (la cui maggioranza è costituita dal 50% più uno!), mentre, fra un gran numero di schede nulle o bianche, potrebbe essere validamente abrogata una legge con una esigua maggioranza di voti validamente espressi anche molto inferiore al 25% del corpo elettorale.

Severino Antinori: sì ai referendum

Il Tempo 19.5.05
di SEVERINO ANTINORI
Scienziato

INNANZITUTTO una precisazione importante che è assolutamente necessaria perché oltre ad essere il presidente del comitato «Libertà e ricerca» per il sì al referendum parzialmente abrogativo della legge 40, che riunisce i più qualificati ricercatori del mondo della procreazione medicalmente assistita, sono anche il presidente della World Association of Reproductive Medicine che rappresenta ricercatori di 33 paesi. La scienza non è un’attività che progredisce soltanto in Italia, ma un continuum, che si sviluppa in tutto il mondo e che va avanti nonostante tutti i tentativi di bloccarla o di nasconderla. Il primo quesito referendario riguarda il divieto della ricerca clinica e sperimentale sugli embrioni. Se non venisse abrogato, questo articolo della legge, il primo risultato sarebbe quello di ritardare in maniera significativa la possibilità di cura con cellule staminali per milioni di persone che nel nostro paese sono affette da gravi malattie genetiche, degenerative o conseguenti a eventi traumatici. Adesso, inoltre, non possiamo eseguire la diagnosi genetica prima della nascita, con l’ovvia necessità di ricorrere all’aborto in caso di gravi malformazioni che verrebbero rilevate solo al quarto-quinto mese con l’amniocentesi. Per l’importanza che queste ricerche scientifiche rivestono mi sembra ovvio che dobbiamo dare il nostro sì a questa domanda referendaria. Il secondo quesito è quello relativo alla richiesta di abrogare il divieto di creare non più di tre embrioni in vitro e all’obbligo di impiantare nell’utero tutti quelli creati, evitando così la congelazione. Questa norma giuridica provoca un’importante diminuzione della percentuale di successi per ciclo di stimolazione e addirittura un significatico aumento del numero di gravidanze multiple con due o tre feti. La conseguenza è oltre che un aumento dei costi (molti andrebbero all’estero dove simili divieti non esistono sopportando maggiori spese) pesanti effetti collaterali per la donna sottoposta a terapie farmacologiche di stimolazione ovarica che dovrebbero essere ripetute più volte. Al contrario la possibilità di creare più embrioni utilizzandone solo una parte e congelando quelli in eccesso, consentirebbe di programmare gravidanze con un solo feto e nello stesso tempo con il congelamento di ripetere il tentativo senza dover ricorrere a nuovi cicli di stimolazione ovarica. In questa maniera sarebbe possibile compiere la diagnosi genetica su più embrioni utilizzando per l’impianto soltanto quelli che non sono affetti da patologie. Il terzo quesito è particolarmente importante perché si chiede un sì all’abrogazione del primo articolo della legge 40 che attribuisce eguali diritti ai genitori e all’embrione. Questo articolo suscita particolari emozioni perché molte persone parlano dell’embrione come di un bambino. In effetti, non è così. Bisogna tenere presente un fatto fondamentale: l’embrione potenzialmente potrà diventare una persona, mentre la madre è un individuo è una persona reale che vive con pienezza la sua esistenza con affetti e relazioni. Di conseguenza la madre ha un primato rispetto all’embrione il quale secondo una ricerca scientifica comincia ad assumere le caratteristiche individuali dal quattordicesimo giorno dopo il concepimento, quando si formano le caratteristiche conformazioni nervose. Io stesso ho condotto un esperimento, il filmato è a disposizione di tutte le televisioni, durante il quale dopo 18 ore ho sfilato completamente uno spermatozoo dall’ovocita ancora perfettamente integro e non fuso con il gamete femminile. Questo dimostra in maniera inconfutabile che la vita quantomeno non si forma fino alle 18 ore dopo la fusione dei due gameti. Nei primi 14 giorni è quindi possibile fare ricerche genetiche senza danneggiare l’embrione formato. Il quarto ed ultimo quesito sull’abrogazione del divieto alla fecondazione eterologa, vale a dire che permette l’utilizzo di ovociti, spermatozoi o con la donazione di embrioni, esterni alla coppia, non presenta particolari problemi dal punto di vista scientifico. L’utilizzo degli ovotici e spermatozoi al di fuori della coppia si rende necessario nei casi di sterilità grave per ragioni di carattere genetico oppure per ragioni di terapia medica. Pensiamo all’uso di farmaci antitumorali o di radiazioni ionizzanti ai testicoli e alle ovaie. In più la fecondazione eterologa consente il cosiddetto vissuto della gestazione che per la donna ha un valore particolarissimo. Personalmente ricordo che le mie ricerche sull’utilizzo degli spermatozoi ancora non completamente formati, hanno consentito di risolvere in grandissima parte casi di sterilità maschile più che evidente. Tuttavia mi rendo conto che ci possono essere delle obiezioni di carattere emozionale e culturale nei confronti di questo tipo di fecondazione assistita. Come tutti quelli che vivono nel mondo della procreazione medicalmente assistita anche io darò personalmente il mio sì anche a questo quesito referendario.

rendersi conto
ideologia dominante... ma non per sempre

La Stampa 19 Maggio 2005
SENSO DI COLPA E RESPONSABILITÀ
TUTTI SULLE ORME DI CAINO E EDIPO
Elena Loewenthal

MALGRADO la distanza, le due storie hanno molto in comune. Caino uccide il fratello in preda a un accesso di ira ma anche di ottusa, irrefrenabile gelosia. Prima ancora che lo scontro fra due civiltà primordiali, l'una pastorale e l'altra agricola, l'episodio biblico è il dramma di due fratelli. In un altro angolo del mondo, Edipo inconsapevole uccide il padre e sposa la madre: con ciò abbraccia un fato che è al tempo stesso demiurgo e tragica predestinazione. Questi due delitti sono all'origine dell'umanità, sono una specie di zoccolo duro delle emozioni, perennemente latente nell'inconscio.
Al di là della distanza che separa questi due eroi in negativo, c'è un tratto comune e fondamentale che li unisce: quando il Signore interroga Caino su dove sia suo fratello, questi ribatte, con una tremebonda alzata di spalle, «sono forse il custode di mio fratello?». Dal canto suo, nel momento in cui sa, in cui conosce il proprio destino, Edipo si acceca. Entrambi rifiutano la responsabilità, rinnegano ciò che è stato commesso, vuoi con le parole vuoi con un gesto terribile contro se stessi, che non è espiazione bensì rifiuto della realtà. Tale rifiuto è la radice del senso di colpa, che è il rovescio della medaglia della responsabilità.
A questo tema antico quasi quanto il mondo, ma così lento ad affiorare alla coscienza - ci son voluti millenni, e c'è voluta l'incoscienza coraggiosa dell'inventore della psicoanalisi... - è dedicato un corposo volume in uscita presso Bruno Mondadori. Si tratta di L’interpretazione della colpa, la colpa dell'interpretazione, a cura di Marco Francesconi. Il chiasmo del titolo richiama i due fronti di questa miscellanea: dapprima una rassegna interdisciplinare sul concetto di colpa nelle religioni e nelle teorie laiche, e poi due sezioni dedicate all'interpretazione della responsabilità e a quella della colpa.
Freud stesso, cita Paolo D'Alessandro nel suo saggio, sostiene che è «difficile dar conto in modo adeguato del fenomeno del sentimento di colpa. Si giunge ad averlo, perché si riconosce di aver fatto (o anche solamente pensato) qualche cosa di male, esprimendo un giudizio sulla scorta di una (presunta) capacità di discernere il bene dal male... Quel che matura come istanza interna ha poi una sua proiezione esterna, nel nome della legge e dell'autorità di un Dio». La psicoanalisi ci insegna, però, che il più delle volte il senso di colpa non è la conseguenza di un male commesso o pensato, ma sta invece a monte. È, in sostanza, il principio rimosso, il nucleo inconscio di un nostro modo di pensare o di agire. Che ha per conseguenza la violenza verso noi stessi e gli altri: scontando insomma le malefatte di Caino e Edipo, finiamo di ritrovarci sulle loro orme. E la colpa è davvero un modello ancestrale delle nostre emozioni, dal quale è arduo affrancarsi.
Per usare un linguaggio più acconcio, ricavato dalla psicoanalisi, la colpa è la manifestazione di quell'aggressività primaria cui l'uomo ha risposto, a un certo punto della sua storia, con l'invenzione del sacro. Ma è anche una costante storica, come rilevano alcuni dei saggi qui presentati: ne parlano ad esempio Luisa Accati e Mauro Pasqua. Giovanni Foresti pone invece l'accento sulla delicata distinzione fra peccato, sofferenza e colpa. «Se proprio dobbiamo parlare di male, sarebbe meglio distinguere almeno il male commesso dal male subito», che sono effettivamente due categorie ontologiche diverse, cui bisognerebbe anche trovare due nomi diversi. Anche la colpa è sofferenza, ma una sofferenza dalla natura del tutto particolare, distinta da quella che procura tanto il male subito quanto quello commesso (se mai).
Inutile? Dannoso? Liquidare il senso di colpa sarebbe comodo, e fors'anche provvidenziale. Ma esso è così radicato nelle culture e nella coscienza, che l'impresa ha un che di messianico. Forse bisognerebbe cominciare da una educazione al valore della responsabilità, che è il suo unico, efficace antidoto.

dopo l'Accademia dei Lincei
il National Research Council della National Academy Usa

Tempo Medico n. 794
Embrioni: un sì dalle accademie
In Italia e negli Stati Uniti due prestigiose istituzioni hanno dato parere positivo alla ricerca con gli embrioni
di Donatella Poretti

Praticamente negli stessi giorni due prestigiose Accademie si sono pronunciate in merito alla ricerca con gli embrioni e alle possibilità offerte dalle staminali di accrescere le conoscenze scientifiche e, di conseguenza, "alleviare le gravi conseguenze delle malattie degenerative". Così conclude il documento dell'italiana Accademia dei Lincei, uscito poco prima del testo del National Research Council della statunitense National Academy. In entrambi si è rimarcato come, a fronte dei possibili benefici, l'inazione sarebbe dannosa per le speranze di cura. Parlare di possibilità e di speranza, e non di granitiche certezze, è implicito nel linguaggio della ricerca. Non sappiamo infatti se esiste la soluzione, ma se così non fosse, la troveremo solo facendo ricerca. I contesti dei due documenti si riflettono negli stessi, e le indicazioni sono anche chiavi di interpretazione.
In Italia dove tutto è proibito grazie ad una legislazione che a metà giugno verrà sottoposta alla verifica popolare con i referendum abrogativi della legge 40/2004, l'Accademia dei Lincei si pronuncia per i "validi argomenti in favore della rimozione di tali divieti", e in particolare quelli che impediscono l'uso degli embrioni sovrannumerari. "Sotto tale profilo il divieto del loro uso non sembra giustificabile dal momento che gli embrioni in questione sono comunque destinati a essere eliminati e che lo scopo dell'uso è quello di curare le malattie, e cioè di diminuire le sofferenze umane".
Negli USA, dove la ricerca con fondi privati è libera, si sente il bisogno di regole più chiare. "Il rischio di abusi e violazioni è altissimo" dice Robert Lanza, direttore medico dell'Advanced Cell Technology del Massachusetts.
In questo contesto si è inserita l'Accademia delle scienze. "La premessa non è di chiedere che la ricerca vada avanti, ma di partire dal presupposto che questa ricerca è importante per il bene dell'umanità e che deve essere condotta in una cornice che affronta gli interrogativi posti dal punto di vista scientifico, etico, medico e religioso". In 131 pagine si elencano i punti cruciali che dovrebbero costituire l'asse portante di una necessaria regolamentazione per la ricerca con le staminali embrionali: creare un'agenzia indipendente per tenere sotto controllo le ricerche e il rispetto dei regolamenti etici, commissioni di controllo interne ai laboratori, accessibilità delle medicine a tutti i gruppi etnici, non remunerabilità dei donatori di gameti che dovranno sottoscrivere un consenso informato e a cui verrà garantito l'anonimato, no a ibridi uomo-animale e no anche alla clonazione riproduttiva.
"Un insieme di regole che guidino l'estrazione, la conservazione e l'utilizzo delle cellule staminali provenienti da embrioni umani alle quali aderisca tutta la società scientifica, è la maniera migliore di far avanzare questo campo della ricerca" ha detto Richard Hynes, ricercatore del Massachusetts Institute of Technology e copresidente del comitato che ha preparato la guida per l'Accademia nazionale delle scienze, un organismo indipendente il cui compito è fare raccomandazioni al Congresso e alla Casa Bianca.

...ancora sull'orgasmo

Corriere della sera 19.5.05
L’orgasmo è piacere, non serve alla riproduzione
Studio Usa sulla sessualità femminile.
Gli esperti italiani: no, è una trappola per favorire la procreazione

Margherita De Bac

ROMA - Il piacere sessuale della donna non serve a niente, è da buttar via. «Potremmo tranquillamente farne a meno», azzarda la biologa americana Elisabeth Lloyd, già nota e discussa per avere in precedenti occasioni tentato di cambiare le carte dell’evoluzionismo. La professoressa dell’Indiana University ha appena pubblicato un nuovo libro dove affronta l’argomento su basi scientifiche e arriva a conclusioni che hanno già creato un caso: «L’orgasmo della donna esiste per puro divertimento, è qualcosa di artefatto dal punto di vista della conservazione della specie - afferma dopo aver riesaminato la letteratura degli ultimi quarant’anni -. A differenza di quello maschile che è al contrario indispensabile per la fecondazione della compagna».
La teoria della Lloyd ripercorre quella dell’antropologo Donald Symon, famoso negli anni Settanta. La ricercatrice parte dalle origini dell’individuo, dallo sviluppo del feto: «Nelle prime nove settimane di gestazione gli embrioni maschile e femminile condividono le stesse caratteristiche prima di cominciare il processo di differenziazione biologica - spiega -. Le donne quindi nel primo periodo sono dotate delle stesse terminazioni nervose che le accomunano agli uomini. Ma solo questi ultimi vanno oltre e si completano con un organo deputato alla fecondazione». In breve: il miglioramento e la qualità della specie, il darwinismo, è indipendente dal piacere provato dalle figlie di Eva durante l’accoppiamento.
In Italia il ragionamento della ricercatrice statunitense non convince. Spiega Jole Baldaro Verde, presidente del Centro interdisciplinare per la ricerca in sessuologia, a Genova: «Non è vero, l’orgasmo è necessario alla sopravvivenza della specie. Negarlo è un atteggiamento da biologo che trascura l’importanza delle relazioni nella nostra razza». La sessuologa improvvisa una breve lezione: «Nell’arco dell’evoluzione le uniche del mondo animale a provare orgasmo sono state le femmine del maiale, e non a caso quando ci devono insultare fanno riferimento a questi animali. All’inizio anche nella specie umana la donna sceglieva il partner biologicamente migliore affinché fosse garantita la sopravvivenza dei figli. Poi, quando si passa alla fase eretta, capisce che i figli per sopravvivere hanno bisogno della madre e del padre». Ecco allora che lei sviluppa alcune doti per trattenere lui vicino a sé: continuità e disponibilità sessuale, orgasmo («un modo di dirgli: io ti dimostro quanto mi piaci, quindi non puoi lasciarmi»).
Respinge in blocco la teoria della Lloyd Alberto Oliverio, psicobiologo: «Se l’orgasmo femminile esiste c’è una ragione. Va considerato una trappola evolutiva. Non ci sarebbe motivo di riprodursi se non ci fossero il divertimento e il gusto legato alla sessualità. E poi non è del tutto vero che nel mondo animale funziona diversamente. Ogni accoppiamento è associato a un meccanismo di rinforzo, una scarica di mediatori nervosi che sono in qualche modo collegati al piacere».

TEORIE EVOLUZIONISTICHE
Il piacere legato alla riproduzione

Per anni, gli studiosi hanno insistito su una funzione evolutiva dell’orgasmo femminile basandosi sulla Teoria dell’evoluzione di Darwin: il piacere delle donne durante l’accoppiamento sessuale sarebbe legato alla riproduzione, o comunque la stimolerebbe. Secondo alcuni di loro, il clitoride delle donne si sarebbe evoluto nel tempo per creare eccitazione, portare al rapporto sessuale e quindi alla riproduzione.

vivere da clochard non è un reato

Corriere della Sera ed. di Roma 19.5.05
Un pm chiede il proscioglimento di otto stranieri denunciati dai carabinieri: «Non violano interessi giuridici tutelati»
Vita da clochard, dormire sotto i ponti non è reato

Lavinia Di Gianvito

Dormire sotto i ponti non è reato. Ne è convinta la procura, secondo la quale schiacciare un pisolino su un vecchio materasso buttato sull’asfalto non c’entra nulla con il codice penale. E allora?, si chiederanno coloro che sono a digiuno di leggi e tribunali. Ebbene, la questione non è banale come sembra: prima di chiedere al gip l’archiviazione dell’inchiesta, il pm Giuseppe Saieva ha dovuto consultare dottrina e giurisprudenza e alla fine ha scelto la linea «morbida». Se il giudice sarà d’accordo, otto extracomunitari «colpevoli» di aver trascorso la notte all’addiaccio invece che in un comodo letto non rischieranno il carcere. Nell’informativa del 29 novembre 2004, finita al vaglio del magistrato, i carabinieri del Tiburtino III avevano denunciato quattro rumeni, tre iracheni e un iraniano, di età compresa tra i 20 e i 43 anni, per aver occupato «gli spazi sottostanti il ponte della linea B della metropolitana fra le stazioni di Ponte Mammolo e Pietralata». Gli immigrati avevano sistemato lì i materassi e le coperte per la notte e per questo erano stati accusati di «invasione di terreni» (articolo 633 del codice penale), per il quale sono previsti fino a due anni di reclusione.
Per il pm Saieva il reato ipotizzato dai militari «non appare configurabile. A prescindere dalla tolleranza comunemente accordata - si legge nella richiesta di archiviazione - al comportamento di chi, in mancanza di qualsiasi dimora più o meno dignitosa, si riduce a dormire sotto i ponti, il fatto appare inidoneo a violare l'interesse giuridico tutelato». Infatti, spiega il magistrato, «l'estrema precarietà della soluzione adottata appare assolutamente» inadatta a infliggere un danno economico «a chi può vantare la proprietà e il possesso degli spazi in questione». Perciò, conclude il sostituto, «in tale situazione nessuna accusa appare validamente sostenibile in giudizio».