mercoledì 23 febbraio 2005

Citato al Martedì e anche al Lunedì
Wojtyla sull'aborto: «le donne sono come i nazisti»

La Repubblica 19-02-05
Il nuovo libro di Wojtyla: "L'anti vangelo è il totalitarismo dei giorni nostri"
Il Papa: l' aborto come la Shoah
Esce la settimana prossima Memoria e Identità, i grandi temi del Novecento secondo l'interpretazione del Pontefice
MARCO POLITI

ROMA - «L'Anti-Vangelo è la forma del nuovo totalitarismo». Chi ha potuto gettare uno sguardo sul nuovo libro di Giovanni Paolo II, assicura che questo è uno dei punti chiave dello scritto del pontefice. è il tormento che insegue il vecchio papa da anni. E spesso, aggiunge Giovanni Paolo II, «questo totalitarismo si nasconde insidiosamente sotto l'apparenza della democrazia». C'è un'attesa spasmodica per l' ultima fatica di Wojtyla, in libreria da mercoledì prossimo, che l'editore Rizzoli presenterà martedì con un intervento del cardinale Joseph Ratzinger. Memoria e Identità è il titolo. (...)
Memoria e Identità è una lunga carrellata sui nodi del Novecento: il mistero del Male, la libertà e i suoi limiti, la patria e i nazionalismi, l' Europa, i rischi della democrazia, i rapporti tra Chiesa e Stato. Il nichilismo dell' Occidente angoscia Karol Wojtyla. La sua accusa è che i parlamenti democratici se ne fanno portatori. La democrazia, insomma, rischia di diventare strumento per distruggere la legge eterna di Dio. «Fu un parlamento legalmente eletto - scrive il Papa - a permettere l'elezione di Hitler in Germania negli anni '30. Lo stesso Reichstag diede a Hitler il potere che spianò la strada per l'invasione politica dell'Europa, la creazione di campi di concentramento, l'introduzione della cosiddetta "soluzione finale" della questione ebraica che portò allo sterminio di milioni di figli e figlie di Israele». Aggiunge il Papa, arrivando ai tempi presenti, che bisogna mettere in questione la legislazione dei parlamenti delle democrazie contemporanee. «La più immediata associazione di idee che viene in mente - sottolinea - sono le leggi sull'aborto. I parlamenti che creano e promulgano tali leggi devono essere coscienti che essi stanno abusando dei loro poteri e rimangono in aperto conflitto con la legge di Dio». Parole forti, che equiparano alla Shoah le leggi sull'interruzione di gravidanza e che già altre volte hanno suscitato tempeste di polemiche. (...)

Rita Levi Montalcini e Darwin

Ansa.it 23/02/2005 - 12:21
Scuola: Levi Montalcini, la teoria di Darwin torni sui banchi

Documento commissione inviato al ministro Letizia Moratti
(ANSA) - ROMA, 23 FEB - "Chiediamo il reinserimento totale dello studio della teoria di Darwin nella scuola primaria": Lo chiede il premio Nobel Levi Montalcini. "Non sarebbe mai dovuto uscire dai programmi", ha spiegato al termine della firma del protocollo d'intesa per la nascita di un polo di ricerca sulle neuroscienze a Roma. Il nobel ha spiegato anche di avere gia' mandato il documento al ministro dell'Istruzione Letizia Moratti. "Sono molto contenta di questo" ha concluso.
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Rita Levi Montalcini e un polo per le neuroscienze che inizia la propria attività nel Lazio

Il Sole 24ore 23.2.05 13.43
Nel Lazio un polo per le neuroscienze

Abbattere ulteriormente le barriere nella conoscenza del cervello. Per questo il Consiglio nazionale delle ricerche, la Fondazione European Brain Research Institute (Ebri), la Fondazione Santa Lucia, La Filas e la Regione Lazio hanno firmato oggi un protocollo d'intesa con l'obiettivo di operare su programmi e iniziative comuni, finalizzate alla conoscenza, aggiornamento e stimolo dei processi innovativi nelle tematiche delle neuroscienze. Un accordo che darà vita ad un polo integrato della ricerca che sorgerà alle porte di Roma e verrà inaugurato il prossimo 24 marzo dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
"Gli obiettivi scientifici che ci poniamo sono quelli dell'eccellenza e le domande di importanti gruppi di ricerca per entrare a far parte del nostro progetto sono la dimostrazione della fiducia che viene riposta in noi". Con queste parole il premio Nobel e presidente della Fondazione Ebri, Rita Levi Montalcini, ha presentato questa mattina il progetto durante una conferenza stampa.
Il polo della ricerca sulle neuroscienze nasce nel complesso di Prato Smeraldo a Roma, su una struttura di circa 25mila metri quadrati, di cui parte già utilizzati dai laboratori dell'Ebri e dalla Fondazione Santa Lucia. In particolare, l'accordo prevede che per le spese connesse alla progettazione, realizzazione e attività dell'accordo, sia costituito un fondo speciale regionale, la cui dotazione è pari a 4,5 milioni di euro, nel triennio 2005-2007, ripartiti equamente sui tre anni. Il Cnr, la Fondazione Santa Lucia e la Fondazione Ebri mettono a disposizione dell'accordo i risultati dei propri progetti. In particolare, il Cnr trasferirà un numero consistente di ricercatori e tecnici, di alto livello scientifico. La Regione Lazio, attraverso la Filas spa, fornirà consulenza per la valutaione economica di progetti imprenditoriali innovativi.

«neuroimmagini»

Yahoo! Salute 22.2.05
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Uno specchio nella mente
Il Pensiero Scientifico Editore
Antonella Sagone
Quale meccanismo sottende alla comprensione non solo delle azioni degli altri, ma anche dei loro intenti? Un raffinato studio basato sulle neuroimmagini ha permesso di comprendere di più i processi cerebrali che ci permettono di interpretare i comportamenti altrui. Ne parla la rivista PLOS Biology.
Uno studio di neuroimmagine, descritto su PLOS Biology, analizza il comportamento delle cellule specchio dimostrando come esistano specifiche catene neuronali che si attivano per la comprensione delle intenzioni che sono dietro le azioni degli altri.
Grazie alle tecnologie odierne è possibile osservare il cervello in azione, o meglio registrare quali aree e percorsi neurali si attivano a seconda delle diverse percezioni o azioni in cui il soggetto viene coinvolto. Da questi studi si è giunti ad identificare una categoria particolare di cellule, chiamate “cellule specchio”, perché si attivano non solamente quando un individuo compie un’azione, ma anche quando vede la stessa azione compiuta da un altro. L’attività delle cellule specchio può essere attivata dalla visione dell’azione compiuta da un altro individuo, come anche da un’immagine statica o persino dal suono collegato all’azione. Le cellule specchio svolgono un ruolo molto importante nella comprensione dei comportamenti altrui, fornendoci le basi per poter interagire con gli altri.
La domanda chiave che si sono posti i ricercatori è se queste cellule siano coinvolte solamente nel riconoscimento delle azioni, o anche, in modo più profondo, nella comprensione degli intenti che vi sono dietro. Infatti l’azione implica di per sé il concetto di un agente e di un oggetto, quindi un intento e un obiettivo. Per determinare questa sottile discriminazione, gli studiosi hanno sottoposto un gruppo di soggetti alla visione di una serie di immagini: un’azione senza contesto, un’azione nel suo contesto, e un contesto senza l’azione (solo oggetti). Ad esempio, veniva mostrato l’atto di afferrare una tazza, sia da solo, sia con la tazza collocata nel contesto di una tavola imbandita per il tè (pasticcini, bricco e tazza colma) o dopo la consumazione (in disordine e con tazze e piatti vuoti). Nel primo caso il gesto, di per sé identico, di afferrare la tazza aveva implicito l’intento di bere, nel secondo caso di sparecchiare. L’analisi delle neuroimmagini evocate da queste diverse diapositive ha mostrato nel cervello dei soggetti l’attivazione di aree relative a differenti gruppi di cellule specchio. “Questo significa”, deducono gli autori, “che il sistema delle cellule specchio nell’uomo non fornisce semplicemente un meccanismo di riconoscimento dell’azione, ma costituisce anche un sistema neurale per codificare le intenzioni degli altri”. Si tratta insomma di un sistema più complesso di quanto ipotizzato in precedenza.
“La più forte attivazione della corteccia frontale inferiore nella condizione dell’intento di ‘bere’ piuttosto che in quello di ‘sparecchiare’ è coerente con la nostra interpretazione che una specifica catena di neuroni codifichi una sequenza probabile di atti motori, che sta dietro alla codifica delle intenzioni”. Insomma, la mente anticipa l’azione che più probabilmente seguirà a quella visualizzata, e poiché bere, azione naturale, è più radicato che sparecchiare, l’eco che evocherà nel cervello sarà più forte. La mano afferra la tazza, la mente afferra l’intento che c’è dietro, e i ricercatori, forse, hanno afferrato il meccanismo cerebrale che l’ha animata.

Fonte: Iacoboni M, Molnar-Szakacs I, Gallese V et al. Grasping the intention of others with one’s own mirror neuron system. PLOS Biology 2005;3(3).

sinistra
Rifondazione e i suoi alleati dopo l'intervista di Bertinotti di ieri

il manifesto 23 Febbraio 2005
REAZIONI CONTRADDITTORIE NEL CENTROSINISTRA ALL’INTERVISTA IN CUI IL SEGRETARIO HA APERTO A BUSH: E’ LA SUA «PRODIZZAZIONE»
Dalla lotta al «governo», Bertinotti sposta Rifondazione

ROMA. E dopo il Prodinotti, brillante neologismo il cui copyright appartiene ad Antonio Del Pennino, repubblicano schierato col centrodestra, adesso arriva la prodizzazione di Bertinotti. Che ha fatto il segretario di Rifondazione comunista? Interrogato dal «Corriere della Sera» sulla svolta di Bush, e sull’apertura di credito a Bush di Prodi, D’Alema, Rutelli e Fassino, ben più rilevante sugli equilibri interni dell’Unione, ha dato un sostanziale via libera e addirittura riabilitato Sharon. «In lui è avvenuto un cambiamento: era l’uomo di Sabra e Chatila, ma oggi compie una scelta che lo espone allo scontro con l’ala più integralista del suo Paese e del suo stesso partito».
Qui va detto, per inciso, che coraggio Bertinotti ne ha quanto e più (fatte le debite proporzioni, naturalmente) di Sharon, poiché la sua abbastanza deflagrante dichiarazione sopravviene a meno di due settimane dal congresso del partito che dovrebbe sancire l’alleanza stabile, ancorché invariabilmente critica, tra Rifondazione e l’Ulivo. Tant’è che, da Bruxelles, un peso da novanta dei movimenti, Vittorio Agnoletto, gli fa la lista della spesa: «Non entro nella polemica, ma faccio notare che Sharon continua a costruire il muro in Palestina, nonostante le richieste Onu di smantellamento. Si ritira da Gaza, ma continua a costruire in Cisgiordania. E attua il vero apartheid: il dispiegamento militare attorno a Gaza».
Indignato «perché Sabra e Chatila non si toccano», un pasdaran della sinistra come Paolo Cento non batte ciglio: «Bertinotti sta compiendo il definitivo passaggio di Rifondazione da forza di lotta a forza di governo». Un passaggio non compiuto, e certo non può esserlo se non dopo il congresso al quale Fausto il Rosso si presenta col 60 per cento dei consensi sulla carta, ed è dato dagli esperti rifondazionologi almeno al 57. Per capirlo, bastava guardare proprio ieri mattina il quotidiano del partito, «Liberazione», che titolava un fondo a due colonne in prima con un bel «Rifondazione sarà radicale, o di governo?». Con tanto di punto interrogativo finale, come si vede.
Chi non ha dubbi, ovviamente, è il fratello-coltello separato, il segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto. Per il quale «si può benissimo essere forza di governo restando se stessi» (la citazione è autobiografica). Diliberto precisa di «non voler polemizzare, perché ognuno fa di stesso quel che vuole, ma certo c’è uno slittamento progressivo e inarrestabile di Bertinotti verso Prodi, Rifondazione solo un anno fa era un’altra cosa». Complimenti a Prodi, pare dire Diliberto. Ma certo il coraggio di Bertinotti, non è cosa nuova: nell’arco degli ultimi diciotto mesi c’è stata infatti la scelta non-violenta, poi la scelta di un patto organico con l’Ulivo, leggi Prodi. Ancora, durante il sequestro di Simona Pari e Simona Torretta, l’equiparazione del terrorismo alla guerra. Infine, la presa di distanza dalle frange più radical movimentiste, consumata con la rottura con Nunzio D’Erme, che pure era stato eletto in Europa, ma che in Europa non è andato.
Quanto a Sharon, Diliberto non crede «affatto che sia cambiato, ma che stia cercando di applicare una politica di pace sì, attuata tuttavia con la costruzione di un muro. E speriamo che funzioni, almeno». Chi si indigna davvero è il filosofo-politico Gianni Vattimo: «È una follia. Prima Prodi che sdogana Bush, e i diesse che finiscono sullo sdoganamento continuo: mi attendo, per domani, un plauso alla Cia. Adesso ci si mette anche Bertinotti». Cosa c’è che non va, è evidente: «Quando un partito si prepara a diventare forza di governo è finito. Asor Rosa dice che, per queste mie considerazioni, io “non sono significativo”. E lui, chi rappresenta?». Interpellato, Asor Rosa non risponde. Nè su Bertinotti, né su Vattimo.

il manifesto 23.2.05
BERTINOTTI
L'ultima svolta del Prc
Intervista choc per stringersi a Prodi e accerchiare l'opposizione interna
A. CO.

ROMA. L'amministrazione Bush? «Non è quella di prima, è attraversata da pulsioni diverse, la sua sicumera è incrinata». Ariel Sharon? «Era l'uomo di Sabra e Chatila, ma oggi compie una scelta che lo espone allo scontro con l'ala più integralista del suo paese. E' bene incoraggiarlo pur mantenendo un occhio critico». E' un piccolo ma significativo strappo quello compiuto da Fausto Bertinotti con l'intervista pubblicata ieri sul Corriere della Sera. Lo stesso segretario e i suoi collaboratori si aspettavano reazioni più tumultuose, soprattutto all'interno di un partito arrivato alle soglie del congresso. Non ne sono quasi arrivate, o sono rimaste allo stato di un disagio pubblicamente non espresso, forse proprio perché il congresso incombe. La mozione del segretario esce vincente dalla fondamentale fase precongressuale. Ha preso più del 59% dei voti, contro il 26% della seconda mozione, quella dell'area detta dell'«Ernesto». I risultati non sono ancora definitivi e l'«Ernesto» contesta le anticipazioni dei bertinottiani. In ogni caso pare certo che il vantaggio del segretario sia superiore a quella vittoria di misura paventata alla vigilia del congresso. Forte di questo successo, Bertinotti arriva alle assise deciso a sbaragliare l'opposizione e a premere l'acceleratore a tavoletta sulla nuova strada imboccata. Si spiega anche così l'intervista di ieri, che, a prima vista, sembrerebbe destinata ad aumentare le difficoltà della maggioranza.
Che Bertinotti sia convinto delle cose che ha detto è più che probabile. Le aveva in qualche misura anticipate persino nel corso dell'ultimo congresso, a Rimini, commentando con parole molto critiche la manifestazione di Roma nella quale alcuni partecipanti sfilarono travestiti da kamikaze. Ma in una momento come questo è difficile credere che Bertinotti non abbia valutato anche l'effetto politico delle sue dichiarazioni, sia all'interno del Prc che nell'Unione.
In parte il leader del Prc voleva certamente bloccare sul nascere un eventuale tentativo di dividerlo da Prodi facendo leva sulle differenti posizioni in materia di politica estera. Bertinotti ha tagliato corto definendo il saluto di Prodi a Bush «il guanto di velluto necessario nelle relazioni diplomatiche». Subito dopo, con la doppia apertura sulle possibili modifiche della politica americana e israeliana, ha dimostrato nei fatti che arrivare a una mediazione sul tema nevralgico della politica estera non è affatto pregiudizialmente impossibile. Non a caso il segretario della Quercia Fassino ha preso la palla al balzo e si è affrettato a dichiarare ieri che l'Unione riuscirà a realizzare un progetto di politica estera comune nonostante le posizioni diverse (incidentalmente smentendo così le incaute parole pronunciate un paio di settimane fa, quando disse a Porta a Porta che un eventuale governo di centrosinistra avrebbe avuto bisogno dei voti della destra sulla politica estera).
Probabilmente però il leader di Rifondazione guardava anche, se non soprattutto, ai futuri rapporti di forze all'interno del partito. Delle tre aree di minoranza, ritiene che la più pericolosa sia quella dell'«Ernesto», caratterizzata per alcuni aspetti da un maggior moderatismo rispetto a quello della maggioranza, per altri da una maggior rigidità.
Bertinotti mira ad accerchiarla e a sottrarle spazio, in parte puntando sulla minoranza di sinistra che fa capo a Gigi Malabarba e Salvatore Cannavò. Con quest'area Bertinotti ritiene che sia possibile mantenere un dialogo nonostante le diversità, possibilità esclusa invece per quanto riguarda l'altra minoranza di sinistra, quella trotzkista che fa capo a Marco Ferrando. Allo stesso tempo, Bertinotti intende togliere all'«Ernesto» il ruolo di capofila del dialogo con il resto dell'Unione, facendosene direttamente carico. Anche con iniziative come l'intervista choc di ieri.

per chi ancora s'appassiona al genere
Pancheri: il dolore fisico nel paziente psichiatrico

Gazzetta del Sud, mercoledì 23 febbraio 2005
Psichiatria Il 20% dei pazienti dice d'accusare dolore fisico
E la depressione “si maschera”
Lucilla Onda

ROMA – Si presenta sempre più spesso sotto «false vesti»: è quella particolare forma di depressione che non si manifesta attraverso disturbi dell'umore, bensì principalmente, o quasi esclusivamente, con sintomi di dolore fisico. Per questo gli psichiatri la definiscono “depressione mascherata”: un disturbo in crescita che si stima riguardi due pazienti su dieci tra quelli che si rivolgono al medico di base denunciando un malessere fisico generico. A puntare i riflettori su questa variante del “male di vivere” gli esperti riuniti a Roma per il X congresso della società italiana di psicopatologia (Sopsi), la cinque giorni romana della psichiatria che da ieri fino al 26 febbraio vedrà riuniti nella capitale circa 3000 esperti italiani e stranieri. Ma come mai la depressione «si traveste», manifestandosi sempre di più come disturbo fisico? Le ragioni, spiegano gli psichiatri, hanno radici biologiche ma anche di tipo psicologico. I “depressi mascherati”, ha affermato il presidente Sopsi Paolo Pancheri, «sono persone realmente malate che però manifestano il proprio malessere psicologico principalmente, se non esclusivamente, con sintomi fisici di dolore di vario genere». È il caso tipico del paziente che va dal medico di base, ha spiegato l'esperto, denunciando strane forme di dolore in diverse parti del corpo: «Il medico prescrive a questo punto gli esami del caso che, però, risultano poi puntualmente negativi anche se il paziente continua ad avere dolore; una situazione – ha sottolineato lo psichiatra – che spesso induce a parlare di malati immaginari ma non è così, in quanto sotto le false vesti del dolore fisico il più delle volte si nasconde una patologia reale che è, appunto, la depressione». Naturalmente, se è mascherata, la diagnosi diventa però molto più complessa: è un fenomeno in crescita – ha detto Pancheri – con cui siamo chiamati a confrontarci ogni giorno; il problema è capire la vera natura dei sintomi fisici descritti dal paziente ed arrivare così ad una diagnosi corretta». Ma quali sono i sintomi fisici che nascondono la depressione? Dolori diffusi, disturbi gastrici, alterazioni dell'appetito, insonnia e astenia sono tra questi. La ragione per cui la depressione sceglie il dolore fisico per manifestarsi, precisano però gli esperti, è duplice. Da un lato, sottolinea Pancheri, la spiegazione è psicologica: si manifesta il proprio malessere attraverso il corpo perché in questo modo ci si sente accettati più facilmente e si sfugge allo stigma della malattia psichiatrica; in altre parole, psicologicamente è molto più facile rivolgersi e chiedere aiuto al medico di base che ammettere di avere bisogno del supporto di uno psichiatra».

storia
la Roma dei papi: un «puttanaio»

La Stampa TuttoLibri 19.2.05
Le fallofore in conclave nella Roma del Seicento
Anacleto Verrecchia

A quanto pare la Roma papalina, che alcuni rimpiangono, era un enorme lupanare. Si dirà che le altre città, ad esempio Londra o Venezia, non erano diverse. D’accordo, però a Roma c’era il papa, il Vicedio o luogotenente del Padreterno, il cui compito era semmai quello di redimere l’umanità e non quello di diffondere la puttaneria. A meno che i papi non seguissero alla lettera le parole di Cristo: «Le meretrici vi precederanno nel regno dei cieli». E se le fallofore hanno la precedenza sulla via del cielo, è giusto che l’abbiano anche sulla terra. Del resto, se la prendono comunque. Le cose si misero male, per le puttane di Roma, quando, con il nome di Alessandro VII, fu eletto papa il senese Fabio Chigi, il quale aveva il gusto per la pederastia, tanto che Gregorio Leti, l’autore di Il puttanismo romano, lo chiama «inclito sodomita». Molti diranno che un pizzico di pederastia non guasta mai, come la salvia e il rosmarino. Ma Leti c’informa che in quell’epoca la corte papale era un vero giardino di Epicuro, dove tutti veleggiavano con il vento favonio, quasi che il papa senese vi avesse operato una vera e propria transvalutazione di tutti i valori in chiave sessuale. Le fallofore, poverine, facevano magri affari, perché erano pochi quelli che bussavano alla porta tradizionale, se così posso esprimermi. Che fare? Ci voleva un papa che non sbagli porta e che sia di esempio anche per gli altri. E qui Gregorio Leti, nato a Milano nel 1630 e morto ad Amsterdam nel 1701, ha un’idea diabolica. Sentite. Siamo nella Roma della seconda metà del 1600. Il pontefice Alessandro VII è in fin di vita e la grande batteria di cardinali e di prelati è in subbuglio per la successione. Ma trovare una figura pulita in mezzo a quel drappello di porporati era come trovare funghi in Arno. A questo punto entrano in scena le puttane, le quali si riuniscono in conclave per sceglierlo loro il degno successore di Alessandro VII.
Diavolo d’un Leti! Di tutti gli attacchi fatti alla Chiesa questo è uno dei più devastanti, perché il sarcasmo uccide più di qualsiasi altra arma. Le puttane vogliono rifarsi dei danni «patiti in dodici anni di pontificato per l’introduzione dell’arte sodomitica, con la quale era affatto distrutta la loro mercanzia, con notabil detrimento dell’umana propagazione». Un libro di grande attualità, come si vede; ma siccome non vorrei essere accusato di partigianeria, metto le mani avanti e dichiaro di essere ascetico, quindi al di sopra delle diatribe sessuali. Vorrei solo aggiungere che oggi quelle fallofore se la caverebbero sicuramente meglio, perché, in caso di necessità, potrebbero sempre farsi eleggere al Parlamento come Cicciolina. A muovere lo sdegno dell’autore è, più ancora del puttanesimo, il nepotismo, cui è dedicata la seconda parte del libro. Si tratta di un dialogo tra Pasquino e Marforio. L’opera procede su tre binari: il primo di polemica anticattolica e contro la dissolutezza della corte papale; il secondo, altrettanto sarcastico, sulla divisione sociale delle donne in categorie; il terzo sulla piaga del nepotismo. Il resto, al lettore. Due parole, ora, sulla figura di Gregorio Leti, che Lichtenberg chiamò sarcasticamente «Leti Cacalibri» per l’enorme quantità di carta scritta. Doveva vivere, il disgraziato, con la penna. La sua vita errabonda ricorda un po’ quella di Giordano Bruno. Anche Leti, infatti, nipote di un vescovo ed educato dai gesuiti, fu costretto ad abbandonare l’Italia e a rifugiarsi all’estero. Prima a Ginevra, dove si fece calvinista, poi in Francia, a Londra e infine ad Amsterdam. Il suo temperamento battagliero lo rese inviso a cattolici e a protestanti. Molti italiani, per sfuggire all’Inquisizione, si rifugiarono all’estero e si fecero calvinisti o protestanti, per poi accorgersi che gli uni valevano gli altri. Il male non era nelle varie confessioni, ma nel cristianesimo come tale, vale a dire nel monoteismo. Un dio unico è geloso del proprio potere e si comporta come quelle piante, per esempio il noce e l’eucalipto, che non lasciano crescere nient’altro intorno a sé. Di qui le guerre di religione e le stragi in nome del buon Dio. E non parliamo dell’Inquisizione, che fece più vittime delle pestilenze e depauperò intellettualmente l’Italia.

burn-out

psicologia. 1
IL BURN-OUT E LO STRESS DA SUPERLAVORO IN UNA RICERCA CONDOTTA SUL PERSONALE DELLA ASL NAPOLI 5
Corto circuito della sfera emotiva
di Maria De Martino

Una ricerca-azione sul fenomeno del burn-out, è stata progettata e condotta sul personale di due distretti della Asl Napoli 5 da Maria De Martino psicologa, psicoterapeuta, nell’ambito della sperimentazione e ottimizzazione di un modello di organizzazione del lavoro. Obiettivo del progetto contribuire alla: motivazione e valorizzazione delle competenze e delle disponibilità professionali ed umane degli operatori.
Lo studio è in linea con quanto contenuto nel piano sanitario regionale 2001-2003 (punto 5.4): (...) la giunta regionale attiverà, nel primo anno del triennio di validità del Piano sanitario regionale, un programma di monitoraggio dei livelli di disagio e malessere psicologico del personale dipendente del Ssr, con particolare riferimento alla sindrome del burnout, senza esclusione di alcuna categoria e figura professionale. Sulla base delle risultanze di tale studio verranno promossi progetti aziendali tesi ad offrire al personale opportune strategie di prevenzione e gestione delle situazioni e condizioni che maggiormente si rileveranno causa del fenomeno. La ricerca-azione, inoltre si raccorda e contribuisce all'analisi delle fasi pratiche per il rilevamento e la valutazione dei fattori di rischio. Tra i rischi per la sicurezza e la salute degli operatori sono stati considerati quelli trasversali organizzativi tra i quali i fattori psicologici.
Per spiegare il Burn-out voglio partire con le parole dette da una operatrice dell’area sanitaria alla psicologa alla quale si era rivolta per avere una consulenza: «Quando cerco di descrivere agli altri la mia esperienza, uso la metafora della teiera: come una teiera, ero sul fuoco e l’acqua bolliva; lavoravo sodo per gestire i problemi e fare del mio meglio. ma dopo vari anni l’acqua era tutta evaporata e tuttavia io ero ancora sul fornello: una teiera bruciata che rischiava di spaccarsi...»
Burnout: è una parola che evoca l’ultimo guizzo di una fiamma, di un guscio vuoto e consunto, di ceppi morenti e ceneri fredde e grigie. la nostra operatrice prova adesso proprio quello che tali immagini esprimono con tanta chiarezza. ella in passato era alimentata dalla fiamma del suo coinvolgimento con altre persone; entusiasta, piena di energia, impegnata disposta a dare tanta parte di se stessa per gli altri. e infatti ha dato, e poi dato, fino al momento in cui non è rimasto più niente da fare. la teiera era vuota.
Il burnout, è un fenomeno che colpisce sia aspetti “professionali” che “privati” di coloro che operano nei servizi socio-sanitari (attività lavorativa che richiede un impegno emotivo). La sindrome del burnout è caratterizzata dalla caduta emozionale nell’esercizio della professione, da un rapporto interpersonale spersonalizzato e da una ridotta realizzazione di sé: come prevenzione della salute degli operatori è, dunque, anche importante cogliere il nesso tra il lavoro e la vita psicologica della persona.
Eziologia del Burn-Out
L’eziologia del burnout si riferisce al logoramento di un macchinario a seguito di un uso ripetuto. una metafora utilizzata per rendere il termine inglese è quella di cortocircuito, secondo la quale l’operatore è cortocircuitato. Quindi esiste un circuito in cui due conduttori sono stati messi in contatto erroneamente: l’operatore e la organizzazione del lavoro in una determinata struttura (servizio o distretto); oppure che è sovraccarico e che pertanto il dispositivo ha smesso di funzionare” (Contessa, 1982).
Come scrive Labos, nel 1987 «quando il senso e l’efficacia del lavoro non sono più influenzabili dalle capacità e dall’impegno dei singoli professionisti, vuol dire che qualche guasto è anche nei meccanismi organizzativi. Il servizio in questione va allora studiato come si esamina un circuito elettrico, per vedere dove l’energia si disperde o dove un contatto improprio fa scintilla». Le conseguenze del “cortocircuito” a mio avviso sono gravi a tre livelli:
1) A livello degli operatori, che pagano il cortocircuito in termini personali, anche attraverso somatizzazioni (mancano dati sulle malattie professionali degli operatori che operano nel sociale e nel nostro caso nel socio-sanitario)
2. a livello degli utenti, per i quali un contatto con operatori in cortocircuito, risulta frustrante, inefficace o addirittura dannoso;
3. a livello sociale, per la comunità del territorio in generale, che vede svanire fonti di investimento nei servizi socio-sanitari.
Una malattia contagiosa
Un altro presupposto da cui sono partita è che il cortocircuito è una malattia contagiosa. Esso procede da un membro dell’equipe ad un altro, dall’equipe agli utenti. Pertanto la sindrome non è affatto una questione personale, di chi ne è affetto, ma riguarda anche «l’organizzazione dei servizi».
Il burnout è un fenomeno diffuso tra gli operatori delle aziende sanitarie; professionisti quali: psicologi, medici, infermieri, assistenti sociali, ecc. a contatto con utenti appartenenti a quelle che sono definite, dal nostro sistema sanitario regionale, "fasce deboli" e cioè bambini a rischio socio-sanitario, anziani, tossicodipendenti, la nuova utenza dei servizi di salute mentale e gli utenti della riabilitazione; ma non solo per es. pensiamo agli operatori che lavorano in un reparto di oncologia pediatrica etc.
La verifica nei distretti
Attraverso la ricerca-azione, nella Asl Na 5, ne è stata verificata la presenza ed il grado tra gli operatori di due distretti sanitari, i quali sono maggiormente esposti al rischio di “bruciarsi”, considerata la loro costante ed intensa«relazione di aiuto» con una utenza particolarmente disagiata. E’ all'interno dell'organizzazione di questi servizi che gli operatori sono maggiormente stimolati a manifestarne i sintomi, ed è più facile arrivare sia a coglierne i fattori di rischio, che a mettere in atto le relative misure di prevenzione.
Il filo conduttore, di tutto il presente studio, è che vi è una stretta relazione tra processi, strutture e impegno nel lavoro, pertanto, a partire dai risultati della ricerca-azione, vengono esplorati due possibili approcci al problem solving.
Il modello teorico
La ricerca-azione fa riferimento al modello teorico tripartito sul burnout, integrando ai fattori individuali, quelli organizzativi e politico-sociali che intervengono tutti nelle genesi del burnout.La letteratura sul burnout è densa di modelli ed interpretazione dei fenomeni ad esso collegati. A questo proposito, Farber (1983 a) riferisce che nel 1982, in un convegno su stress e burnout nelle professioni di aiuto, si stabilì che esso poteva essere visto: (...) non tanto come espressione di un disagio soggettivo, ma come risultante di una azione sinergica di fattori individuali, fattori relativi all'organizzazione del lavoro e fattori determinati dal contesto politico-sociale. Il burnout è dunque ascrivibile ad un modello tripartito, integrato dei tre fattori sopraelencati” (Del Rio, 1993).
Fattori individuali
Gli studi di C. Maslach e Ayala Pines (1977) si collocano in una prospettiva psicosociale individuando tre fattori individuali nella sindrome di burnout: esaurimento emotivo, depersonalizzazione e autorealizzazione. tali fattori sono alla base del test m.b.i. dagli autori sviluppato, applicato in diversi ambiti professionali e utilizzato anche nella presente ricerca.
Un contributo importante nella genesi del burnout, legato a fattori individuali è quello offerto da Fischer in chiave psicoanalitica: l’autore fa notare che solo alcuni operatori, e cioè tra quelli che idealizzano il lavoro, sono realmente soggetti al burnout.
Per un convegno organizzato dalla società scientifica di analisi transazionale, (torino 1998) restando in una prospettiva psicoanalitica, attraverso i contributi teorici delle “relazioni oggettuali” della Klein e della Mhaler), ho approfondito, i fattori individuali predisponenti il burnout, interpretandoli in chiave analitico-transazionale, individuando il gioco psicologico "dell'operatore dal cuore bruciato». Tale prospettiva, per la sua complessità è stata qui solo accennata. Tornando alla metafora «dell’operatore dal cuore bruciato», devo dire mi è stata ispirata dal capitolo sulle metafore del burnout contenute nel lavoro di Gianni Del Rio e sta a significare che se vogliamo rispondere alla domanda di quale operatore è più incline al burnout, alcuni autori indicano, a colpo sicuro: «Coloro che sentono dedizione ed impegno». è proprio questo sentirsi impegnati nel cercare di dare risposte ad un’utenza sofferente che può spingere nella trappola del burnout.
Vi è un consenso generalizzato da parte di tutti gli autori sul fatto che i soggetti a rischio di burnout sono proprio quegli operatori empatici, sensibili, umanitari, idealisti, altamente entusiastici, ma anche suscettibili di identificarsi fortemente con l’utente.
Tra l’altro, Del Rio, nel suo lavoro, riporta uno slogan, in un seminario sul burnout, che così recitava: «per esserti bruciato devi aver preso fuoco» ed io aggiungo: «devi esserti infiammato».
Sulla stessa copertina di “Burnout il costo del prestare cura” di Cristina Maslach del 1982 è raffigurato un cuore che brucia.
Lavoro e senso del valore
Tra i mezzi che un essere umano utilizza per costruire e mantenere il senso del proprio valore e della propria identità il lavoro è uno dei più importanti; amando e lavorando egli risponde al bisogno fondamentale della propria esistenza di creare, ossia di dare luogo, a sua volta, a nuove esistenze. Del resto anche Freud afferma che la capacità di amare e quella di lavorare sono i segni di una buona salute psicologica dell’individuo.
A quelli che soffrono per il burnout spesso è consigliato di ridurre il loro coinvolgimento nel lavoro, di sforzarsi di meno e di sviluppare altre forme di impegno e di interesse nella loro vita.
(Cherniss, Krantz, 1983a) suggeriscono […] che questo consiglio non solo è sbagliato ma, probabilmente, aumenta il burnout potenziale […].il processo di burnout inizia, pertanto, non con lo stress, ma con la perdita dell’impegno e dell’intento morale nel lavoro
Il contesto lavorativo
Per quanto riguarda i fattori legati al contesto lavorativo e all'organizzazione, posso accennare sinteticamente a due prospettive: quella di Farber, (1983b) e di Hackman e Oldham (1980). Farber distingue fattori connessi al ruolo e fattori connessi al setting organizzativo. All'interno dei fattori connessi al setting organizzativo, egli opera una ulteriore distinzione tra fattori generali, identificabili in qualunque contesto di servizi alle persone, e altri specifici, di una particolare area di intervento e di un certo setting.
Queste due prospettive sono state integrate, e abbiamo individuato una serie di fattori organizzativi che intervengono nella genesi del burnout, appositamente per la ricerca. abbiamo raggruppato tali fattori dando origine ad un questionario che abbiamo chiamato a.c.o.: analisi del contesto organizzativo.
Il contesto sociale
Alcune discrepanze esistenti tra le varie parti della legge di riforma (ispirata nella sua prima parte a un modello di organizzazione del lavoro sistemico-organicistico e quindi funzionale) e nella seconda a un modello di tipo meccanicistico (e quindi strutturale), hanno costituito un fattori di sicura importanza nella genesi del burnout tra gli operatori, dal momento che come dice la olivetti: «I modelli organizzativi non esistono di per sé , al di là e al di fuori delle persone, ma sono anche interiorizzati e su di essi vengono strutturati i modelli comportamentali e relazionali degli operatori stessi».

storia
gli intellettuali nell'alto Medio Evo

La Stampa 23 Febbraio 2005
ALTO MEDIOEVO E CULTURA: UN CONVEGNO A TORINO SFATA UN PREGIUDIZIO
L’intellettuale al servizio dei barbari
di Walter Pohl

SI può parlare di intellettuali nell'alto medioevo? Ma che cos'è un «intellettuale»? Le Goff ha il vantaggio della chiarezza, e dà rilievo alla figura del «maître à penser» in un'accezione molto francese della figura dell'intellettuale pubblico, da Abelardo e Alberto Magno a Sartre, Lévy o Bourdieu. Ma il problema terminologico è generale: c'erano nazioni, stati, vita privata, individui nell'alto medioevo? Oppure si tratta solo di proiezioni moderne? Se ci rendiamo conto del pericolo di trasporre punti di vista anacronistici dalla nostra epoca al passato, è lecito parlare di intellettuali nell'alto medioevo.
Il disprezzo delle attività culturali altomedievali è stato modificato nel frattempo da vari studiosi, tra cui Pierre Riché, Giovanni Tabacco, Rosamond McKitterick e Armando Petrucci. I circa 7000 manoscritti di età carolingia non erano solo pie opere di penitenza o oggetti preziosi mai letti (come i classici della letteratura rilegati in pelle di maiale con caratteri d'oro esposti sugli scaffali di tante famiglie e mai toccati). Al contrario, i manoscritti sono prova di una diffusione attiva del sapere anche nei cosiddetti secoli bui e anche fra i laici. Forse non definiremmo intellettuale Everardo del Friuli, potente aristocratico franco, ma nel testamento lasciava in eredità ai figli un gran numero di libri.
Meglio dunque una definizione sperimentale, più ampia, dell'intellettuale altomedievale: persona che si dedica all'accumulo e alla diffusione del sapere, e fa parte di una rete di scambi. Elemento ulteriore: la relazione dell'intellettuale con il potere, per godere di sostegno per le proprie attività culturali, o per influenzare decisioni politiche secondo ragionamenti intellettuali. Paolo Diacono, lo storico dei Longobardi vissuto in pieno secolo VIII, proveniente da una vecchia famiglia longobarda di Cividale, fu educato per una carriera ecclesiastica, fu precettore nella corte longobarda e poi attirò l'attenzione di Carlo Magno. Gran parte delle sue opere nasce dal contesto franco e dall'interesse degli intellettuali legati al progetto politico-culturale carolingio. La cultura ecclesiastica dava luogo a studi vari, certamente non solo religiosi, le corti regie e ducali del secolo VIII erano anche centri di diffusione del sapere. Paolo fu un intellettuale vicino al potere per trarne vantaggi: non siamo dunque distanti dagli intellettuali dell'antichità o del rinascimento. Qualcosa era cambiato dall'età classica, quando la paideia corrispondeva ancora con un valore d'alto prestigio. Facilitava l'integrazione dei ceti dominanti dell'impero con valori e pratiche culturali comuni. Se il giovane intellettuale aveva successo, il patrono poteva procurargli un posto di rilievo nell'amministrazione imperiale. Procopio, Agazia, Giovanni Lido o Corippo provenivano dai ceti medio-alti delle province. Erano, in un gioco di parole di Michael Maas, «civil savants», quindi: civil servants, impiegati dello stato, e allo stesso tempo savants, studiosi.
Non fu un collasso l'avvento dei governi barbarici. I potenti aristocratici della Gallia del V secolo continuavano la loro vita raffinata, come dimostrano le dotte corrispondenze di Sidonio Apollinare. Un santo, Lupicino, è davanti al re dei Burgundi. Il re lo chiama falso profeta perché aveva annunciato la caduta della civiltà romana nella regione. Lupicino risponde che la giustizia sarà amministrata da barbari, coperti di pelli, che opprimeranno i poveri. Una situazione paradossale perché proprio l'asceta è barbuto e vestito con stracci sporchi, mentre il re gli sta davanti con vesti preziose e circondato da un seguito raffinato. Il barbaro risponde al santo con una lunga disputatio dotta: l'arrivo dei barbari era avvenuto per volontà divina come punizione per i peccati dei Romani.
Nella prima metà del VI secolo il re ostrogoto Teodorico affidava l'amministrazione in gran parte ai vecchi ceti dominanti con tradizionali incarichi pubblici. Esponente di spicco ne era il senatore Cassiodoro. La raccolta delle sue lettere di stato, le Variae, dimostra come si potesse continuare a governare con tutta la raffinatezza burocratica romana al servizio di un re barbarico \. Dopo la sua emarginazione, Cassiodoro cercò un luogo distante da tutti i centri politici per istituirvi la sua utopia di erudizione cristiana. E se l'esperimento di Vivarium non ebbe un successo durevole \ più persistente fu la tradizione monastica avviata, sempre nel VI secolo, da Benedetto da Norcia. Ma quei monasteri non erano contro-mondi lontani dal potere nasceva la figura del monaco-intellettuale, spesso consigliere del potere. I monasteri irlandesi ed anglosassoni costituivano centri intellettuali ambiziosi in cui si formarono due dei sapienti più importanti del secolo VIII, Beda e Alcuino.
Giocavano un ruolo chiave anche i vescovi, nella Spagna visigota del VII secolo Isidoro di Siviglia produsse una grande sintesi del sapere classico e cristiano. Nascevano dinastie vescovili fiere della loro «buona famiglia», della loro origine senatoriale e della loro erudizione. Intorno al 500 tre vescovi diedero un'impronta ai regni di Gallia: Cesario di Arles influenzò la politica ecclesiastica nel regno dei Visigoti; Avito di Vienne ebbe rapporti stretti e dialoghi sofisticati con due re dei Burgundi; Remigio di Reims avviò la conversione di Clodoveo, re dei Franchi. Alla fine del VI secolo Gregorio di Tours e Venanzio Fortunato, Gregorio Magno e Secondo di Trento, uomini potenti colti e un po' blasé, si consideravano intellettuali loro stessi, e avevano scelto carriere ecclesiastiche, mentre il potere politico cadeva nelle mani delle nuove élites militari di origine barbarica.
Si potrebbe leggere questa svolta come una spinta voluta, come un esperimento culturale. Le generazioni tra tardo IV e primo VII secolo si staccavano dai vecchi canoni letterari, troppo legati a uno stile di vita aristocratico ormai considerato presuntuoso, e cercavano nuove forme di espressione più in sintonia con l'intera comunità dei cristiani, gli intellettuali continuavano ad aggregarsi seguendo linee di forza create dai nuovi poteri, militari ed ecclesiastici. S'indebolisce il carattere urbano, laico, civile, civico delle attività intellettuali, che si aprono ai «rustici», alle chiese e ai monasteri, alla corte regia, all'aristocrazia guerriera. Per noi, intellettuali post-illuministi, la cultura altomedievale che nasce da queste trasformazioni è ben più incomprensibile di quella classica, o di quella delle università tardomedievali e degli umanisti. Ma, se li guardiamo attentamente, possiamo osservare che in fin dei conti quegli intellettuali altomedievali non erano così diversi di noi.

la direzione de l'Unità è cambiata
e intanto Liberazione...

Corriere della Sera 23.2.05
IL SENATORE DEBENEDETTI
«Furio non ha ceduto, il partito voleva un giornale prodiano»
Fa. Ro.

ROMA - Il senatore Franco Debenedetti dice che è piuttosto complicato decifrare questa sostituzione alla guida del quotidiano l’Unità , con Antonio Padellaro, il condirettore, che prende il posto di Furio Colombo. «Sulle prime sembrerebbe un cambiamento che non cambia, se mi è consentito il gioco di parole... e invece, sotto sotto, io credo che...». Cosa crede, senatore?
«Io penso che Furio, che conosco personalmente da tempo e che reputo uno straordinario combattente, sia riuscito a non cedere di un millimetro alle pressioni della segreteria guidata da Fassino».
E allora?
«Allora hanno deciso di cambiare. Ora, naturalmente, io non posso dire cosa ci sia nella testa del consiglio di amministrazione, ma se il mio sospetto è fondato...».
Se fosse fondato?
«Io credo che il compito di Padellaro sarà quello di portare il giornale su posizioni... come dire? prodiane».
Un giornale da pura campagna elettorale?
«Un giornale diverso, credo, da quello che è stato finora, con Furio, uomo abilissimo, alla sua guida. E ora non vorrei fare la parte del veggente, ma io l’avevo previsto, tutto questo...».
Cosa aveva previsto, senatore?
«Avevo detto che poiché è da ritenersi chiusa la stagione dei movimenti e dell’antiberlusconismo militante, ecco, c’era da aspettarsi un cambiamento anche all’ Unità . Evento che, mi sembra, si sia realizzato».

Corriere della Sera 23.2.05
CAMBIO AL VERTICE / Colombo lascia l’incarico al suo braccio destro: ancora non so il motivo della mia sostituzione. Ho fatto un giornale a volte schierato con i girotondi, ma libero
Padellaro guida l’«Unità»: con i Ds non c’entriamo nulla
Il neo direttore: abbiamo avuto parecchi problemi con Fassino e mi spiace. Mi auguro che non accada più
Fabrizio Roncone


ROMA - Nei giornali c’è questo di bello, che si parla, si discute e ancora si fuma nervosamente nei corridoi e poi però, ad un certo punto, tutti si mettono al lavoro, al computer, perché il giornale bisogna comunque confezionarlo, il giornale deve uscire: succede anche se ti cambiano il direttore e succede anche all’ Unità , il quotidiano che fu fondato da Antonio Gramsci e che, dopo mesi di voci e veleni, di ipotesi, perde la guida di Furio Colombo e resta ad Antonio Padellaro, ormai ex condirettore, al quale è affidato il delicato compito di mantenere le copie in edicola, il consenso dei lettori, ma pure di non far arrabbiare più tanto Piero Fassino e tutta la segreteria dei Ds. C’è stata, all’inizio del pomeriggio, una specie di assemblea: c’erano i redattori e c’erano loro due, Colombo e Padellaro. Il primo a parlare è stato l’uomo, il giornalista che rappresentò a lungo la Fiat negli Stati Uniti e che, quattro anni fa, si ritrovò al comando di questo giornale letto da operai e intellettuali, dai militanti, dai disoccupati e dagli studenti. «Vi ringrazio...». Applauso lungo, affettuoso. Lo stesso, poco dopo, riservato a Padellaro. Che Marialina Marcucci, presidente del Consiglio d’amministrazione della Nie, definisce la «nostra continuità».
Colombo, alle 18, è nel suo ufficio. «Resto come editorialista». Dice di «non conoscere, a tutt’ora, le ragioni di questo cambio». Che tuttavia, nei mesi passati, i Ds avevano sollecitato, sia pure con tutta la diplomazia necessaria, e sperando che coinvolgesse anche Padellaro. «Almeno dieci colleghi avrebbero dovuto sostituirmi...». Sospira: «No, Fassino oggi non ha telefonato...». Rilegge un bigliettino - «un pensiero carino» - inviatogli da Antonio Polito, direttore del Riformista , che però si prepara a raccontare questo avvicendamento con un titolo eloquente: «Colombo, un ottimo padre, un pessimo maestro». Scuote la testa: «Invece abbiamo fatto un bel giornale... a volte schierato con i girotondi, ma sempre libero».
Antonio Padellaro è nella stanza accanto. Salta i convenevoli. «Sì, è vero: abbiamo avuto parecchi problemi con Fassino... E mi spiace, e m’auguro che non accada più: ma questo giornale non ha nulla a che vedere con i Ds. Certo, poi ci gioviamo dei loro finanziamenti: però dev’essere chiaro che noi non siamo più l’organo del partito».
Parole condivise, in corridoio, dal Cdr, da Enrico Fierro e Umberto De Giovannangeli: «Colombo e Padellaro hanno ripristinato, all’ Unità , il gusto per il giornalismo, che ha regole semplici: andare, vedere e raccontare. Tutto. Anche la politica. Senza riguardi per nessuno». Un redattore-capo, Nuccio Ciconte: «L’editore ha il diritto di rimuovere Colombo: ma perché non ci spiega anche le ragioni di questa scelta?».
Redattori un po’ contenti, un po’ preoccupati. Fuori dalle finestre, le strade buie del Portuense. Un panorama ben diverso, dai platani, dalle luci gialle, dai lampioni che c’erano in via dei Taurini. Dove tutto cominciò.

il manifesto 23.2.05
Liberazione s'allunga, l'Unità va in staffetta
Tregua tra i ds e il «loro» giornale. Colombo lascia il posto al vice, Padellaro nella brace
ROBERTA CARLINI

Liberazione cambia giornale, l'Unità cambia direttore. Quella di ieri è stata una giornata alquanto movimentata per i due giornali facenti capo ai due principali partiti della sinistra - l'uno con un rapporto proprietario diretto con Rifondazione comunista, l'altro con un meccanismo indiretto che garantisce alla testata fondata da Gramsci i fondi pubblici per l'editoria dei Ds. Ma mentre il cambio della grafica e del formato di Liberazione era stato annunciato, un po' più a sorpresa è arrivata la soluzione alla lunga guerriglia che da mesi ha contrapposto la direzione dell'Unità all'azionista-ombra dei Ds: il direttore Furio Colombo, difeso dalla stragrande maggioranza della redazione, ha ceduto il passo al suo ex-vice e fedelissimo Antonio Padellaro. «Abbiamo vinto», hanno detto entrambi presentandosi all'assemblea della redazione; lasciando tutti soddisfatti sull'esito della vicenda ma alquanto dubbiosi sulla risposta alla domanda: ma allora chi ha perso? Liberazione è arrivata in edicola in formato «lungo»: l'addio al tabloid per il ritorno a un giornale «più scritto, più da leggere» è proposto dal direttore Piero Sansonetti - ex giornalista de L'Unità, da qualche mese chiamato a rilanciare il giornale bertinottiano in concomitanza con la svolta e il transito del partito verso Unione e governo - come la risposta a un cambiamento di fase e contesto politico. Il tabloid per la battaglia, il «giornalone» per pensare, leggere, portare materiali: una filosofia che ha il suo risvolto pratico-giornalistico più evidente nel ritorno della terza pagina di cultura. A una prima pagina più mobile - con un'apertura, un lungo articolo e due commenti - segue una foliazione più rigida (con la classica partizione tra esteri, politica, economia e lavoro, ecc.). L'articolo scritto in prima pagina ieri dava conto di numeri e schieramenti del congresso di Rifondazione, oggi sarà sulla Cina: «non è di norma legato al `fatto del giorno'», spiega Sansonetti. Che dice di aver avuto ieri solo complimenti, racconta quasi stupito di non aver avuto eccessive ingerenze né pressioni dal partito nelle sue varie correnti e chiede qualche giorno di tempo per fare bilanci.
A qualche chilometro di distanza, nella nuova redazione romana vicino Porta Portese, l'Unità viveva una delle giornate più intense dal 28 marzo 2001, giorno del ritorno in edicola dopo la clamorosa chiusura dell'estate precedente. Il consiglio di amministrazione della Nie (Nuova Iniziativa Editoriale), terminato all'una di notte, aveva emanato il verdetto: Antonio Padellaro è il nuovo direttore dal 15 marzo, Furio Colombo resta come editorialista. Mesi e mesi di braccio di ferro più o meno silenzioso con i Ds, e infine ore e ore di consiglio, per giungere alla più naturale delle successioni? Padellaro ammette che qualcosa non torna: «Eravamo d'accordo per una staffetta, ma non adesso: nel 2006, dopo le elezioni politiche. C'è stata un'accelerazione, il perché non lo so. Oggi Furio scriverà un articolo sul 'perché?', che resta una domanda senza risposta. So però che restiamo tutti e due, che la proprietà ha garantito il rispetto dell'autonomia del giornale, e piena libertà d'azione nella riorganizzazione della redazione a partire dalle strutture di vertice». Il direttore uscente all'assemblea che si è svolta ieri in redazione l'ha spiegata con una metafora: «Per tornare dall'America all'Italia ci vogliano più ore che per tornare dall'Italia in America. Questione di venti contrari». Venti contrari che hanno imposto al direttore che ha riportato in edicola l'Unità un passo indietro.
«Il perché? Chiedetelo ai Ds», ha detto meno diplomaticamente lo stesso Colombo in un'intervista al sito affaritaliani.it. I Ds, insoddisfatti del tono «urlato» del giornale di Colombo-Padellaro già all'indomani della vittoria di Berlusconi, e poi via via più insofferenti nella stagione dei movimenti, quel 2002 dei girotondi cavalcato da l'Unità lancia in resta; i Ds, che per l'Unità (come del resto per l'Unione) temono di essere «portatori d'acqua» senza ricevere niente in cambio; i Ds, che passano all'attacco non appena il vento editoriale cambia un po' e le copie vendute in edicola cominciano a scendere. I Ds, che fino all'ultimo hanno provato a imporre altri nomi, e che alla fine hanno ottenuto la testa di Colombo ma per ritrovarsela solo spostata un po' più in là (come editorialista in esclusiva per il «loro» giornale) e sostituita senza radicali cambiamenti di linea. Che abbiano perso anche stavolta? «In cinque ore di consiglio di amministrazione, non si è parlato mai di Ds», dice Giorgio Poidomani, amministratore delegato della Nie, che ieri sprizzava soddisfazione da tutti i pori. «Il cambiamento del giornale ci sarà, ma con la redazione unita», spiega. Un cambiamento affidato a Padellaro, «che è un ottimo professionista, tutti gli dobbiamo dare l'opportunità di provare la sfida». Dal punto di vista grafico, è pronta una riforma in più tappe, che arriverà al full-color. Quanto ai toni, «già da un po' stavamo sostituendo con un registro più ironico quell'aggressività iniziale che era necessaria per imporci, per far riaffermare l'Unità nelle edicole», spiega Padellaro. Un cambiamento che non sembra una de-colombizzazione. Reggerà? Nella redazione, che è rimasta compatta nella difesa della linea Colombo-Padellaro, serpeggia l'incertezza e il sospetto che tra qualche mese il partito tornerà all'attacco e la proprietà lo seguirà più decisamente. Ma, ammettono in molti, tutto dipende dal verdetto delle edicole. L'idea che il nuovo direttore sia in prova è invece del tutto smentita dal Cdr, che incassa la soluzione trovata ieri come una propria vittoria: «Colombo ha ripristinato all'Unità l'etica di un giornalismo libero, questo resta», dice Enrico Fierro del Cdr, che annuncia anche una «vigilanza» sulla riforma grafica («la fascia rossa resta») e un'iniziativa inedita: l'attivazione di «meccanismi scientifici di controllo sulla diffusione in edicola».

i cattolici dell'opposizione

Corriere della Sera 23.2.05
ALLEANZE / L’Unione: serve una chiara scelta di campo. I radicali: si perde tempo
Prodi apre a Pannella
L’Udeur si ribella: o noi o loro. Scontro nella Margherita

ROMA - Il lieto fine sembrava scritto, ma ora Romano Prodi chiede ai radicali una scelta di campo: o con lui o con Berlusconi. La formula magica che può aprire a Marco Pannella le porte del centrosinistra l’ha scovata Arturo Parisi, che per tranquillizzare il Professore vuole dai radicali una vera e propria dichiarazione di antiberlusconismo. Una prova d’amore, in sostanza, anche se alla fine di una lunga giornata di incontri al vertice, con il centrodestra che spara sull’opposizione di «Prodinotti» e «Fassinella», il documento dell’Unione ha toni sfumati: «Disponibilità a ricercare al più presto un accordo che, sulla base della comune preoccupazione per la legalità democratica, abbia un chiaro contenuto politico e contribuisca a rafforzare l’alternativa al governo e alla maggioranza di destra». (...)

Corriere della Sera 23.2.05
DIETRO LE QUINTE
Marco ora accelera: voglio andare fino in fondo
I dubbi del mondo cattolico vicino al centrosinistra: il vescovo di Genova scrive una lettera a Marini
Maria Te

ROMA - «Voglio andare fino in fondo», Marco Pannella va dritto come un treno. Anche a costo di far deragliare la Margherita e tutti i cattolici dell’Unione. Ma dall’altra parte del binario c’è Clemente Mastella. Il leader dell’Udeur dice quel che la Margherita si vergogna di dire. Si lamenta per la cifra che l’Unione deve sborsare ai radicali: «Ventitré miliardi di vecchie lire», urla in Transatlantico. E durante il vertice sospira: «I vescovi sono in fermento: il cardinal Bertone è contrario all’ accordo con i Radicali». Una "mastellata"? Mica tanto. Nella Margherita, per tutta la giornata, rimbalza di parlamentare in parlamentare la notizia che il vescovo di Genova ha scritto una lettera a Franco Marini, che tifa per un accordo con Pannella. Un accordo che sta minando la Margherita. E il mondo cattolico. Non a caso Romano Prodi, nel vertice, si mostra dubbioso: «Capisco certe perplessità - dice - capisco chi si domanda se, alla fine, questo accordo ci porta voti o, piuttosto, ce li toglie, mettendoci in difficolta con il mondo cattolico. Ma se la maggioranza di voi è per l’intesa io ne prendo atto». Ne prende atto, Romano Prodi. E, per non farsi travolgere dall’Eurostar di Pannella, fa sapere che, comunque, prima di una decisione definitiva aspetta il rientro di Francesco Rutelli, ossia del presidente del «partito che è in maggiore sofferenza per questa vicenda». Insomma, di fronte all’altolà del mondo cattolico, il candidato premier dell’Unione intende dividere equamente le responsabilità con l’ex sindaco di Roma.
Già, perché per la Margherita è difficile chiudere con Pannella. Pierluigi Castagnetti ha chiesto la convocazione di una direzione: spetta a questo organismo dirigente, secondo il capogruppo della Margherita (ma anche secondo i tantissimi parlamentari che hanno sottoscritto la sua richiesta), decidere il da farsi. «Fanno tutti finta di niente - si sfoga Castagnetti - ma tutti sanno quello che sta succedendo nella base della Margherita. Ci arrivano fax, email e telefonate contro l’intesa con i Radicali. Sono in subbuglio. Ci sono le proteste del mondo cattolico, delle parrocchie. I Ds ci dicono: ma così vinciamo, in Piemonte perché alla Bresso manca solo il due per cento per battere Ghigo. Io non amo ragionare in questi termini, ma se questo è il terreno di confronto, allora dico: attenzione perché queste sono percentuali studiate a tavolino, sappiate che i radicali ci tolgono più voti di quanto ci portano».
Dario Franceschini, coordinatore della Margherita, tace, ma non nasconde la sua contrarietà all’intesa con il Pr. Gerardo Bianco dimentica il suo stile da gentiluomo meridionale e sbotta così: «Pannella, vaff...». I mariniani Peppe Fioroni e Salvatore Ladu non nascondo i loro timori. «Con l’accordo, i popolari sono morti e la Margherita è defunta», dicono. Diventa quindi più che legittimo, a questo punto, l’interrogativo di Piero Fassino: «Romano riuscirà a reggere l’urto dell’offensiva del mondo cattolico?». E il segretario Ds teme tanto che la risposta alla sua domanda sia un "no".

gossip
com'era il vecchio Pci

Corriere della Sera 23.2.05
Massimo Caprara, segretario di Togliatti: «Mi convocarono a Botteghe Oscure: è giunto il momento»
«Il Pci mi ordinò di sposarmi. Con la futura madre di Ferrara»
Il racconto a «Vanity Fair»: «Dissero di scegliere tra Marcella De Francesco o sua sorella. Risposi: comincerò a corteggiarla. Ma poi mi sono innamorato di un’altra»
Enzo d’Errico

Il partito voleva così, il destino no. E alla fine, come accadeva sovente anche nel granitico apparato del Pci anni Quaranta, il destino ebbe la meglio. Per fortuna. Altrimenti, oggi, l’anagrafe racconterebbe una storia da dimenticare. Non certo quella di Giuliano Ferrara. Che forse nemmeno sarebbe nato. Oppure avrebbe un altro nome. E, ciò che più conta, un altro padre. Volete sapere chi? Lo rivela Renato Farina sulle pagine del settimanale Vanity Fair , che sarà in edicola domani, attraverso una lunga intervista a Massimo Caprara. Perché fu proprio l’ex segretario particolare di Togliatti a dribblare le regole del partito, scansando un matrimonio non voluto. Da lui. E tantomeno da Marcella De Francesco, che di questa faccenda seppe soltanto in seguito, quando sposò Maurizio Ferrara. Per amore e non per diktat.
«Una mattina degli anni Quaranta, d’estate, alle Botteghe Oscure, fui chiamato dall’Ufficio Quadri, una specie di fureria di informazioni ultrasegrete, diretto dal senatore Eduardo D’Onofrio - spiega Caprara -. Costui s’era portato dall’Urss, dove aveva lavorato a lungo, un seguito di funzionari italiani reticenti e discreti, dai modi felpati e sobri, abituati a parlare russo fra loro e a escludere altri interlocutori. Mi aspettava uno di di loro, Cicalini di cognome, che era noto come il Mago». Soprannome che s’era guadagnato preparando scomparti segreti per valigie a doppio fondo. E che provò a conservare truccando perfino le intercapedini del cuore. Senza alcun risultato.
«Mi disse: "Abbiamo pensato che è arrivato per te il momento di sposarti" - ricorda ancora l’ex segretario di Togliatti durante l’intervista -. "La tua compagna sarà Marcella De Francesco. Oppure sua sorella Giuliana. Puoi scegliere tu". Ero sorpreso e intimidito. Ringraziai per la possibilità di scelta, tentando di mantenere il dialogo su un terreno di gioco, tanto mi sembrava assurdo e imbarazzante. D’accordo, dissi, comincerò a fare la corte a Marcella, così mi troverò avanti nel programma. Lei già lavorava con Togliatti come addetta al telefono segreto e diretto con il Cremlino, che il segretario del Partito gestiva a Roma dalle parti di via Salaria».
Ma la liaison, ovviamente, neppure iniziò. E l’incantesimo del Mago fu sbeffeggiato dalla realtà: Massimo sposò per amore una figlia dell’aristocrazia papalina e Marcella divise felicemente la vita con Maurizio Ferrara che, poco dopo, fu nominato corrispondente de L’Unità a Mosca.
Un attimo, però: e Togliatti? Mica approvò il matrimonio ri belle del s uo collaboratore più fidato? Lo approvò eccome, invece. «Pensava di potere avere qualche indiscrezione sui cardinali, che erano un suo tema di caccia preferito», aggiunge Caprara con un pizzico d’ironia. La stessa ironia che colora le parole di Giuliano Ferrara di fronte a questa trama intessuta di tanti «ma se fosse stato...» e «io se fossi stato...».
«È una storia che conoscevo perché ne avevo sentito parlare in famiglia - ricorda -. Nulla di particolare, sia chiaro: soltanto lievi accenni, conditi sempre da un sorriso di grande complicità fra mio padre e mia madre. Quella generazione di borghesi che partecipò con passione alle vicende politiche del Pci seppe conservare una sua vena beffarda, capace di sdrammatizzare le ottusità burocratiche e i vincoli dell’ideologia. Mio fratello, ad esempio, nacque nel ’47: fu chiamato Giorgio in memoria di un partigiano amico di papà. Ma gli venne affibbiata anche un’altra dozzina di nomi: Carlo (Marx), Federico (Hengels), Antonio (Gramsci), Palmiro (Togliatti), Vladimiro (Lenin), Giuseppe (Stalin) e via di seguito. Ortodossia onomastica? Macché, direi piuttosto che fu un sarcasmo anagrafico. Del quale non c’era più bisogno nel ’56, quando io venni al mondo».
Già, ma se il Mago fosse riuscito a truccare le carte dentro le stanze di Botteghe Oscure... «E va bene, vedo in Caprara un padre potenziale - replica divertito il direttore de Il Foglio -. Non ne abbiamo mai parlato, perché un minimo di pudore resta... Ma posso dirlo? Sono felice del padre che ho avuto. Mi accontento...».