venerdì 21 maggio 2004

ancora sulla tortura

Zefiro n. 5 del 19 maggio

Variazioni sul tema
di Paolo Izzo


In questi giorni ci sconvolgono le immagini strazianti delle torture inflitte ai prigionieri di guerra. Guerra, sì: perché di guerra si tratta e non di missioni di pace. Qualcuno tenta maldestramente di addurre motivazioni all’orrore che arriva di fronte ai nostri occhi e di generalizzarlo, tirando in ballo il Male insito nell’uomo…


Ma niente


Non cede. Non parla. Si capisce che soffre, ma non ammette nessuna delle nostre tesi. Gli abbiamo fornito le prove: gli abbiamo fatto ascoltare le registrazioni di quello che dicono i suoi compagni, le loro confessioni… spontanee. Gli abbiamo fatto capire in ogni modo che, in certe condizioni, tutti agirebbero così. Ma niente. Gli abbiamo mostrato le foto della sua casa demolita. Le ha contemplate scuotendo la testa, sembrava lì lì per cedere. Persino una lacrima sembrava affacciarsi nel suo silenzio. Ma ancora niente. L’abbiamo picchiato! È stato un impulso a cui non abbiamo saputo resistere: vederlo con quell’aria strafottente, assolutamente non collaborativa, ci dava sui nervi. Gli abbiamo spaccato la faccia, avevamo minacciato che l’avremmo fatto… Se ne stava lì con un occhio nero e un paio di denti penzoloni… e ha continuato a rispondere di no. “No”, capisci? Il suo rifiuto ci faceva impazzire, ci sembrava di essere noi sotto accusa, quando era lui il prigioniero. L’abbiamo spogliato, punzecchiato, umiliato. Gli proponevamo continuamente una via di scampo. Ma niente. Sembrava un verme silenzioso: gli abbiamo giurato che se continuava così gli avremmo tagliato la lingua: non abbiamo eseguito soltanto perché dobbiamo sentire la sua voce quando ce lo dirà. Da sette giorni non mangia perché lo teniamo a digiuno, non dorme perché lo teniamo sveglio, beve soltanto perché lo vogliamo tenere vivo. Ieri ha pronunciato una sola frase incomprensibile: “Io sono sano”. Nient’altro. Continueremo con le urla improvvise, con l’elettricità, con le botte… Non ci arrenderemo: abbiamo intenzione di provarle tutte. Fino a che non ci dirà che anche lui l’avrebbe fatto. Fino a che non ammetterà che anche lui, se fosse nei nostri panni, torturerebbe un altro essere umano.

lettere sulla malattia mentale

Repubblica 21.5.04
La malattia mentale scaricata sulle famiglie
di CORRADO AUGIAS


Gentile dottor Augias, grazie per avere pubblicato la lettera dello "psichiatra di campagna" Luciano Delzotti. Grazie per aver avuto il coraggio di pubblicare una lettera onesta e sincera, anche se politicamente non corretta! Da 20 anni convivo con un figlio molto malato, ho fondato nel 1987 un'associazione di familiari e volontari che è divenuta la più importante e diffusa del Piemonte, confederata con associazioni di tutta Italia, soprattutto ho ascoltato in 18 anni di attività centinaia e centinaia di famiglie e di operatori.
Da sempre mi reputo di sinistra ma mi sono sempre domandata perché la sinistra non vuole comprendere che la psichiatria può e deve essere migliorata non snaturando la 180, ma con mirate integrazioni che tengano conto dei malati non consapevoli e sovente non gestibili in famiglia. Abbiamo un documento di 18 punti firmato da 25 associazioni italiane che abbiamo anche portato alla commissione Affari sociali, ma sono sicura resterà lettera morta.
Anche la tragedia dei malati di mente e delle loro famiglie viene strumentalizzata dalle forze politiche. La lettera del dottor Delzotti, così coraggiosa, giusta e umana, mi ha ridato un po' di speranza; esiste una fascia di malati gravi, non collaborativi, non curabili che ipocritamente non vengono considerati dalla normativa, di fatto sia loro che le loro famiglie sono abbandonati. Sono tanto stanca e angosciata.
Maria Luisa Gentile
Associazione difesa malati psichici - Piemonte


D ottor Augias, rispondendo al dottor Delzotti lei non è entrato nel merito "per manifesta incompetenza". Le faccio presente che la pratica dell'elettrochoc (più diffusa di quanto non si creda) viene eseguita senza anestesia in pazienti non solo non consenzienti ma recalcitranti e presi con forza come animali da macellare. Una violenza ripugnante, definibile solo come tortura. Quanto all'aspetto più interessante, quello psicodinamico, il dottor Delzotti parla di miglioramenti clinici che noi sappiamo dovuti alla barbarie praticata che ha soddisfatto le parti più malate del paziente, la voglia di essere punito, colludendo con esse e non aiutandolo a comprendere che il più doloroso disagio psichico è un modo masochista di vivere la propria realtà e sadico nei confronti degli altri (ad esempio, parenti).
Il sadismo non è mai terapeutico e la soluzione non è il numero degli operatori (se sadici) ma la loro qualità; il trattamento delle psicopatologie è scienza e richiede formazione e maturità personale molto elevate da trasferire a pazienti da crescere come propri figli, non lo dico per retorica ma per prassi quotidiana.
Antonio De Rosa
Dipartimento Salute mentale, Lecce


Di fronte a opinioni così lontane posso solo ribadire la mia incompetenza nel merito. So però, anche per dolorose vicende di persone vicine, quanto sia difficile la situazione di una famiglia con un malato mentale in casa. Lo conferma con fermezza la stessa signora Gentile. Sono convinto della buona fede e delle ottime intenzioni degli psichiatri e la parola elettrochoc è spaventosa. Se però devo scegliere tra l'opinione dei medici e quella di una madre di famiglia opto per la madre di famiglia. Non per demagogia ma perché a nessuno dovrebbe essere imposto un tale carico di responsabilità e di pena.

psicologi:
nuove frontiere della deontologia

Yahoo Notizie Giovedì 20 Maggio 2004, 18:18
WEB E VIDEOFONINO,TECNOLOGIA AL POSTO LETTINO PSICOLOGO/ANSA


(ANSA) - ROMA, 20 MAG - Sono gia' un migliaio circa gli psicologi che lavorano su Internet e che attraverso la rete offrono assistenza distanza. Quintuplicati nel giro di un paio di anni saranno presto molti di piu' i terapeuti che faranno tesoro delle possibilita' offerte dai videotelefonini.
Questi ultimi, utilizzati per ora solo da qualche pioniere, permettono infatti consulti a distanza, soprattutto in situazioni di emergenza, dando la possibilita' allo psicologo di vedere in faccia il paziente, la sua espressione e la postura, elementi fondamentali per la diagnosi.
Sono molti infatti i pazienti che chiedono assistenza al telefono ma fino a ora il codice deontologico di categoria metteva fuori legge questa pratica. Niente consulti a distanza che pero' nei fatti erano diventati una realta'.
L'ordine degli psicologi per questa ragione ha approvato le linee guida che autorizzano la categoria ad operare l'assistenza a distanza senza problemi di etica. Presentate oggi nel corso del secondo congresso nazionale degli psicologi italiani, le linee guida chiedono a questi professionisti, fra l'altro, di essere sempre riconoscibili, di specificare l'iscrizione all'ordine, di garantire l'anonimato delle persone che ne fanno richiesta.
Il consulto arriva gia' via Internet per migliaia di pazienti, ha spiegato Fulvio Frati, coordinatore dell'osservatorio nazionale sulla deontologia dell'ordine degli psicologi, ma non e' ancora chiaro quanti siano gli operatori che utilizzano la rete per lavorare. Con le linee guida gli ordini provinciali dovranno preparare degli speciali registri che permetteranno di capire le dimensioni di questo fenomeno che si sta estendendo a macchia d'olio coinvolgendo anche le istituzioni sanitarie. Alcune Asl dell'Emilia Romagna hanno infatti organizzato, ad esempio, sistemi di consulto su internet.
I rischi, non nascondono gli stessi psicologi, sono infatti molti, e lo sforzo dell'ordine e' proprio quello di rendere questi servizi trasparenti e sicuri, con due attenzioni particolari: quello che riguarda l'identificazione degli psicologi e l'identificazione degli utilizzatori.
Queste sono solo alcune delle indicazioni approvate dall'ordine, utili da conoscere anche per capire se lo psicologo che si propone su Internet offre qualche garanzia di serieta'.
1 - Lo psicologo deve essere riconoscibile: il paziente deve poterne conoscerne l'identita' e il domicilio.
2 - Quando il consulto sulla rete e' offerto da piu' psicologi questo deve essere chiaramente specificato e in ogni caso bisogna poter conoscere sempre l'identita' dell'autore della prestazione.
3 - Grande attenzione poi quando si tratta di terapie che riguardano i minori e maggiori misure di sicurezza.(ANSA).

psicofarmaci

ricevuto da P.Cancellieri

galileonet.it venerdì 21 maggio 2004
PSICOFARMACI
Gli italiani fanno il pieno
di Raffaella Marino


Cresce in Italia il consumo di psicofarmaci, soprattutto tra le donne e gli anziani. In soli tre anni, dal 2000 al 2003, l'uso di questo tipo di farmaci è aumentato del 75 per cento, mentre nel corso dell'ultimo anno più del sei per cento della popolazione ha ricevuto la prescrizione di almeno un antidepressivo. Sono questi i numeri diffusi dall'Istituto superiore di sanità (Iss) nel corso del convegno "Farmaci e salute mentale" che ha disegnato lo stato dell'arte dell'utilizzo terapeutico degli psicofarmaci e una mappa nazionale e internazionale sul loro consumo.
Dati che sorprendono, ma non allarmano. Soprattutto se confrontati con quelli internazionali. "In Italia il consumo generale di psicofarmaci, e quindi di ansiolitici, antipsicotici e antidepressivi, è in linea con la media europea", afferma Giuseppe Traversa, epidemiologo dell'Iss. "Nello specifico i farmaci a base di benzodiazepine, che curano disturbi come l'ansia o l'insonnia e che sono completamente a carico del privato, vengono utilizzati in misura pari circa a una confezione l'anno per ogni italiano". Un dato questo che risulta costante nell'arco dell'ultimo dieci anni. "Anche l'assunzione di antipsicotici", continua Traversa, "pari circa a due confezioni ogni dieci abitanti l'anno, non registra significativi aumenti negli ultimi anni. Diverso il discorso per gli antidepressivi, ai quali ogni anno ricorre una persona su due e il cui consumo, soprattutto negli ultimi tre anni, risulta notevolmente incrementato".
"Un aumento così sensibile", va avanti il ricercatore, "è essenzialmente dovuto a due cause: innanzitutto fino al '99 molti antidepressivi, come gli inibitori della ricaptazione della serotonina, l'ormone che agisce sull'umore, dovevano essere acquistati completamente a spese del privato. Dal 2000 sono, invece, divenuti a carico del Servizio sanitario nazionale, perciò prescrivibili gratuitamente e rimborsabili. Inoltre nel 2001 sono state abolite le note stabilite dalla Commissione unica del farmaco, che riportavano limitazioni all'uso degli antidepressivi. Perciò nel giro di pochi anni questi farmaci sono diventati, innanzitutto rimborsabili e in secondo luogo senza limitazioni. È chiaro che i due effetti combinati hanno prodotto un allargamento dell'uso".
È indubbio, poi, che le industrie farmaceutiche rivestano un ruolo chiave in questo aumento. Queste influenzano e spingono i medici alla prescrizione di psicofarmaci anche laddove gli effetti collaterali connessi alla loro assunzione superano i benefici terapeutici. "Un risultato reso ancora più facile dal fatto che, quando si parla di salute mentale, i criteri con cui poter stabilire l'esistenza di una patologia sono necessariamente fumosi". E a pagarne maggiormente le conseguenze sono le proprio le categorie più deboli, come anziani e bambini. "Soprattutto negli ultimi anni è aumentata la tendenza a trattare i bambini e gli adolescenti come soggetti adulti", afferma lo studioso, "somministrando loro psicofarmaci quando, invece, sarebbe forse più opportuno il trattamento con terapie psico-comportamentali. Di modo che quei fenomeni che la somministrazione di psicofarmaci dovrebbe ridurre si allargano: suicidi, comportamenti aggressivi o autolesionisti, depressione e isolamento sociale".
Il pianeta psico-farmaci, dunque, si "americanizza": "sebbene a farne uso in Italia sia l'uno per cento dell'intera fascia degli adolescenti, contro il due per cento degli Stati Uniti", prosegue Traversa, "è indubbio che attualmente ci si muova lungo una strada che tende alla medicalizzazione del bambino. Sempre più spesso semplici disturbi della personalità vengono scambiati per vere e proprie malattie neuro-psichiche". Il caso dell'Attention deficit hyperactivity disorder (Adhd) in America ne è un esempio. Tristemente nota per aver portato negli ultimi trent'anni all'apertura di scuole differenziali per i bambini più vivaci e disattenti del normale, si tratta di una malattia che oggi si stenta a riconoscere.
Ancora più controversa la terapia farmacologia prescritta, che prevede la somministrazione del Ritalin, un farmaco che agisce con potenti effetti sul sistema nervoso centrale e che è stato incluso dall'Organizzazione mondiale della sanità in una lista di 300 sostanze ritenute pericolose. Il rischio che si corre in tutti questi casi è quello di costringere a stare buoni con una pillola bambini semplicemente "colpevoli" di essere un po' troppo esuberanti e che magari avrebbero solo bisogno di canalizzare in modo appropriato la loro vivacità e vitalità.
David Cohen, uno dei massimi esperti in materia di psicofarmaci e docente presso l'Università internazionale della Florida, intervenuto a termine del convegno ha affermato "il Ritalin negli Stati Uniti viene normalmente somministrato a numerosi bambini 'ritenuti' affetti da Adhd. Ora dopo trent'anni riteniamo che non sia servito assolutamente a niente, ma oramai è entrato nella quotidianità delle famiglie americane, che non ne riescono più a fare a meno". Un'affermazione inquietante, soprattutto se si tiene presente che la maggior parte degli psichiatri dichiara di aver visto al massimo un caso di Adhd in tutta la propria vita.

Magazine, 28 maggio 2004 © Galileo

cultura dominante:
Dacia Maraini, il «piccolo mostro» che c’è in ogni bambino

Corriere della Sera 21.5.04
Ci vuole poco per creare la soldatessa torturatrice
di DACIA MARAINI


È stato detto che in ciascun essere umano abita un aguzzino. Possiamo crederci? Lo dice anche Bettelheim quando vuole spiegare la crudeltà delle fiabe: esse aiuterebbero a esorcizzare il «piccolo mostro» che c’è in ogni bambino. Il pericolo che questo mostro, nel bambino diventato adulto, cresca e metta le unghie sta nelle circostanze. Insomma, date a un uomo una giustificazione, mettetelo nella condizione di dominare altri uomini, ditegli che quei corpi sono nemici e alieni, suggeritegli che sono oggetti spregevoli e non esseri umani, e verrà fuori l’aguzzino, il torturatore. Ecco, il sadismo: nessuno può dire di esserne totalmente immune, dal bambino che dà fuoco alla coda del gatto per vederlo scappare terrorizzato, alla ragazzina che si diverte a tiranneggiare un fratellino, l’essere umano porta in sé la capacità di schiavizzare e opprimere l’altro. Basta dirgli che è lecito, farlo sentire sicuro e appoggiato. Pensiamo al nazismo, quando sembrava normale inveire, insultare, perseguitare gli ebrei solo perché erano tali, e chi non era d’accordo taceva, per paura di ritorsioni. Pensiamo all’Argentina dei militari. La maggioranza era composta da bravi soldati, buoni padri di famiglia. Ci vuole così poco per trasformare un tranquillo cittadino in un persecutore. Pensiamo alla Russia di Stalin, alla distorsione sistematica del sentimento morale. Kundera racconta, in una bella intervista di Philip Roth, pubblicata da Einaudi, che Paul Eluard, quando seppe che il suo più caro amico, Zavis Kalandra, era stato arrestato e condannato all’impiccagione da Stalin, «accantonò i propri sentimenti di amicizia in nome di ideali astratti e dichiarò pubblicamente di approvare la condanna a morte. Il boia uccideva mentre il poeta cantava».
E’ la consapevolezza che fa sublimare l’atavico istinto sadico, sono la cultura, il controllo interno prima di quello esterno, l’abitudine a riflettere sulle proprie azioni, a controllarle e guidarle, la pratica del rispetto verso l’altro, tanto insistita nell’educazione da farla diventare una seconda natura. E naturalmente, in un clima di conformismo razzista, bisogna essere pronti a subire l’ostracismo, il ridicolo e spesso anche la punizione, se non si sta al gioco. Per questo la soldatessa americana che si fa fotografare con il guinzaglio al collo di un prigioniero iracheno fa solo pena. La ragazza e il suo uomo a braccia conserte, felice di mostrarsi in mezzo ai corpi nudi e umiliati dei prigionieri, esprimono soprattutto idiozia e ignoranza. E’ chiaro che qualcuno ha fatto loro sapere che potevano e forse anche dovevano infierire, altrimenti si sarebbero nascosti, non si sarebbero esposti con tanta imbecille naturalezza.
La responsabilità è di quei superiori che, guarda caso oggi negano e si nascondono, proprio perché sapevano che ciò che si compiva in quei carceri era grave e inumano. Ma ad essi serviva che fosse così. E che fossero altri a compiere i bassi servizi suggerendo loro che quei corpi sono nemici del loro paese, espressioni di una civiltà inferiore, «tu infierisci pure, farai bene», è stato questo il suggerimento. E siccome il sadismo ha sempre una componente sessuale, alla fine tutte le torture finivano con un gesto di morbosità erotica.
Il solo rimedio è la trasparenza: non si possono accettare segreti dove qualcuno detiene un potere straordinario su degli esseri umani inermi. Tutto deve essere esposto alla luce del giorno, conosciuto e controllabile. Altrimenti la lotta al terrorismo in nome della ragione, della democrazia e della tolleranza, diventa una pura buffonata.

Citati: la «guerra santa» dei cristiani

Repubblica 21.504
LE IDEE
Quando la guerra santa era fatta dai cristiani

Nei Meridiani esce un volume sulle Crociate con i testi più belli e divertenti del dodicesimo e tredicesimo secolo
Nel 1096 folle di pellegrini si misero in movimento, guidati da Pietro l´Eremita che cavalcava un asino a piedi nudi
Le reliquie dovevano produrre miracoli guarigioni, esorcismi ma avevano soprattutto il compito di sacralizzare il mondo
Fu Costantino il Grande a riportare alla luce i luoghi sacri e qualche decennio più tardi furono ritrovate le tre croci
L´imperatore Adriano aveva distrutto la città dove Gesù era stato crocifisso e tutto ciò che lo riguardava era scomparso
di PIETRO CITATI


SE DOVESSI indicare a un lettore italiano di oggi un libro divertentissimo: un libro dove perdersi, piangere, ridere, inorridire, meravigliarsi, non smarrire per un istante il filo dell´attenzione, non avrei il minimo dubbio: "Le Crociate" (Meridiani, Classici dello Spirito, a cura di Gioia Zaganelli, Nora Tigges Mazzone, Cristina Nardella, Eugenio Burgio, Alvaro Barbieri, pagg. LXXVI 1932, euro 49), dove sono raccolti con scrupolo i testi più belli scritti sulle Crociate nel XII e XIII secolo.
Capisco di stupire qualcuno: le Crociate non raccontano una tragica passione religiosa? Il loro vero protagonista non è il sepolcro di Gesù Cristo ? il luogo dove ha posato le sue membra provvisorie per un momento? Noi leggiamo di battaglie, massacri, follie e furori religiosi, luoghi sacri, avventure, scorrerie, amicizie cavalleresche, viaggi per mare e per terra, franchi, bizantini, arabi, turchi, ebrei. Questa è la storia che purtroppo noi conosciamo anche troppo bene, col suo terribile carico di sangue. Eppure, appena abbiamo sfogliato una decina di pagine di questo libro, la storia diventa immaginazione fantastica, invenzione romanzesca, come nel grande ciclo di Alessandro Magno, l´unico al quale il ciclo delle crociate si possa paragonare. Per questo, le Crociate piacciono (o piacevano) tanto ai bambini, e Walter Scott e Robert Louis Stevenson le adoravano. Anche i crociati non sanno mai bene se abitano nella realtà o nell´immaginazione. Il nostro spazio non è il loro. Stanno sempre per scivolare di là, nel mondo dei cieli o in un ciclo cavalleresco. E, per questo, quasi tutti non si preoccupano affatto di raccontare la verità ? questa cosa noiosa. Sia loro sia i narratori dimenticano cosa è accaduto, inventano, ingannano coscientemente o senza saperlo, dicono menzogne, sebbene portino sul petto il segno del Dio della Vera Croce.
La storia delle Crociate era cominciata nel quarto secolo dopo Cristo. Dopo la seconda insurrezione ebraica, l´Imperatore Adriano aveva distrutto l´antica città ebraico-cristiana, dove Gesù era stato crocifisso: tutto era scomparso, i segni della condanna, della morte e della resurrezione, delle lacrime e della gioia; e sopra la rovina aveva edificato una superba città pagana, Aelia Capitolina, con un santuario di Zeus, un tempio di Afrodite e un cimitero. Dopo il 325, Costantino il Grande fece radere al suolo Aelia Capitolina e i templi pagani, e trascinare via, oltre i confini del paese, «l´impura e contaminata» massa di pietre e di legname che portava in ogni molecola il segno dell´empietà. Una religione scompariva: un´altra ne prendeva trionfalmente il posto. Lì sotto, tra le pietre e le rovine, riapparve la città degli ebrei e di Cristo: il Golgotha, il Monte degli Ulivi, e il sepolcro scavato nella roccia dove Giuseppe d´Arimatea, secondo il Vangelo, aveva portato il cadavere sanguinante di Cristo, avvolto in un lenzuolo pulito e intriso di aromi. Come disse Eusebio, «il luogo più sacro che esista sulla terra» tornò nuovamente alla luce: il mondo intero possedeva nuovamente un centro.
Qualche decennio più tardi, furono ritrovate le tre croci: secondo una leggenda, una specie di atto magico permise di identificare la Vera Croce. Durante la settimana santa, una croce veniva innalzata sul Golgotha, adorna d´oro e di pietre preziose. Il vescovo sedeva su uno scanno: davanti a lui stava una tavola coperta da un lino, dove il legno della Vera Croce veniva chiuso in un cofanetto d´argento dorato. Il cofanetto veniva aperto: giungevano i fedeli, si chinavano, toccavano colla fronte e gli occhi il legno, lo baciavano con fervore pieno di lacrime. Sebbene fosse proibito toccarlo, qualcuno cercava di morderlo, di strapparne violentemente un frammento, come se volesse consacrare e salvare la propria vita.
Lì intorno, Costantino fece costruire alcuni grandi edifici: la chiesa del Santo Sepolcro, consacrata nel 336 con solennità inaudite, la Basilica della Resurrezione, «che s´innalzava fino a raggiungere un´altezza vertiginosa», una lunga teoria di porticati. Tutto era splendore, trionfo, esaltazione: mosaici, marmi preziosi, cortine di seta ricamate d´oro e d´argento, candelabri e lampade che versavano onde di chiarore brillante, incensieri che colmavano di profumi la tomba e la basilica. E poi ori, ori, ori, che scintillavano e gettavano luce dai cassettoni della chiesa. La Gerusalemme ebraica di Cristo, con quegli alberi, quelle palme, quei somarelli, quell´aria di sobrietà ascetica era scomparsa sotto l´oro. L´oro è luce: luce scesa dal più alto dei cieli; ma la Gerusalemme di Gesù era stata anche ombra, tenebra, sofferenza, umiliazione, desolazione, che la nuova Gerusalemme cristiano-romana rischiava di dimenticare.
Nel quarto secolo si moltiplicarono i pellegrinaggi verso il Santo Sepolcro: pellegrini da oriente e da occidente, attraverso la Spagna e la Russia, per mare e per terra, di poveri e ricchi, di pii e peccatori. Qualcuno aveva in mente la guarigione, la purificazione, l´espiazione. Ma, per molti, la meta era infinita: abbandonare le ricchezze, la patria, la famiglia, i vicini; e diventare stranieri. Ripercorrevano il viaggio che gli ebrei avevano compiuto lasciando l´Egitto: ma in un modo che gli ebrei non avevano conosciuto. Gli ebrei possedevano un tempo continuo: i cristiani chiedevano a Dio soltanto un viatico, giorno per giorno, momento per momento, istante per istante, senza nessuna certezza di domani - una collezione di frammenti, di passi che si susseguivano sulle terre e sui mari. Qualcuno voleva molto di più: lasciare la patria, per morire nei luoghi stessi dove era morto Gesù, tra il Golgotha, il sepolcro nella roccia, e il Monte degli Ulivi, entrando subito in cielo, con l´anima «intatta e raggiante di felicità». A volte la preghiera veniva ascoltata; e il pellegrino moriva, la sera stessa dell´arrivo a Gerusalemme, nel suo ospizio, appena finita la cena.
Per molti pellegrini del quarto secolo, la religione era soprattutto un luogo. A Gerusalemme, Gesù aveva lasciato tracce dovunque, segnando le pietre con la sua presenza: il pellegrino poteva scorgere l´impronta del suo piede nella chiesa di Santa Sofia, dove era rimasto in piedi di fronte a Pilato, o l´impronta del suo corpo - persino il viso, il mento e il naso - su una colonna del Monte Sion alla quale si era sostenuto durante la flagellazione. Il luogo supremo era il sepolcro nella roccia. Paola, un´aristocratica romana, entrava nel sepolcro, baciava la pietra che l´angelo aveva rimosso e «come se nella sue fede fosse assetata di acque desiderate», lambiva il punto dove il corpo del Signore era stato disteso. Quali lacrime, quale dolore, quali gemiti, quale fervore - ripeteva molti secoli dopo san Bernardo, che non fu mai a Gerusalemme. Paola vedeva cogli occhi dell´anima cosa era successo allora: la pietra rimossa dall´angelo, il corpo disteso e profumato di aromi. Non poteva scorgere la resurrezione che nemmeno il Vangelo osava rappresentare: ma si identificava per qualche attimo senza tempo con quelle membra ferite. Gerusalemme cristiana era unica: soltanto il Cristianesimo - né l´Ebraismo né l´Islam - poteva offrire ai suoi fedeli luoghi divini.
Così Gerusalemme - Gerusalemme d´oro, di rame e di luce, come scrive Franco Cardini - era il centro, l´ombelico della terra, come Delfi era stato l´ombelico della Grecia; e tutti i viaggi che i pellegrini compivano a Gerusalemme, scendendo dall´Irlanda o dalla Russia, erano un viaggio nel centro, nel luogo del fondamento. Là era accaduto tutto, letteralmente tutti gli eventi simbolici che segnano la storia del mondo. Sopra una roccia, chiusa nel Tempio ebraico, Dio aveva creato la terra; là Dio aveva piantato gli alberi dell´Eden: Adamo aveva peccato: Adamo era stato sepolto sotto la collina del Golgotha, e lavato e resuscitato dal sangue di Cristo che, goccia a goccia, cadeva dalla Croce: là Abramo aveva tentato di sacrificare Isacco: Salomone fondato il suo tempio: là era stata innalzata la Croce, e scavato il sepolcro. Là, infine, i morti sarebbero risorti, radunandosi nella nuova Gerusalemme celeste. Come dimenticarla? Come non volgere i passi verso di lei? «Se ti dimentico, Gerusalemme - diceva un Salmo - si dissecchi la mia destra; mi si attacchi la lingua al palato, se non penso più a te, se non metto Gerusalemme al culmine della mia gioia».
A Gerusalemme, tutto era sacro: perché ogni angolo di terra grondava di reliquie. In primo luogo, la Vera Croce, poi la pietra del Santo Sepolcro, le ciocche dei capelli della Vergine, il sangue di Cristo, i peli della barba di Cristo, la corona di spine, la lancia che spezzò il costato, le ossa di Stefano, i ciottoli raccolti nell´orto del Getsemani, le foglie d´ulivo del Monte, l´olio delle lampade del Santo Sepolcro, - e poi, molto più lontano, sulla strada verso l´Egitto, il balsamo miracoloso sceso dall´albero sotto il quale avevano sostato Giuseppe e Maria e il Bambino. Certo, queste reliquie dovevano produrre miracoli, guarigioni, esorcismi. Ma avevano un compito molto più importante: quello di sacralizzare il mondo, rendendo un doppio del cielo Gerusalemme e tutti i luoghi, a Costantinopoli, in Francia o in Italia o in Spagna, dove le reliquie venivano festosamente e trionfalmente disperse, intere o frantumate in ossicini, foglie o gocce.
Noi, che viviamo millesettecento anni dopo, ridiamo davanti alle sciocchezze dei nostri lontani antenati cristiani. Come? Non si accorgevano che tutte le reliquie erano dei falsi? Che la Vera Croce era un qualsiasi pezzo di legno acquistato dal boscaiolo? Che i ciottoli del Getsemani erano stati raccolti nel greto di casa? Che i peli della barba di Cristo venivano dal barbiere? Dubito molto che i nostri antenati cristiani, che leggevano i Vangeli, san Paolo e Platone mentre noi leggiamo Oriana Fallaci, fossero più sciocchi di noi. Non gli importava molto che le reliquie fossero o non fossero false, perché sapevano (come noi non sappiamo più) che l´immaginazione religiosa è così ricca e feconda che può trasformare un minimo pezzo di legno o una scheggia di pietra o una goccia di ribes nel più grande dei simboli.
Malgrado moltitudini di pellegrini arrivassero a Gerusalemme, il pellegrinaggio cristiano non aveva lo stesso rilievo di quello islamico alla Mecca, dove la Ka´ba, illuminata da una falce di luna, «assomiglia a una giovane sposa che si è tolta il velo e viene condotta in Paradiso circondata dagli ambasciatori». Molti padri della Chiesa, tra cui Gerolamo, Gregorio di Nissa e Agostino, erano contrari ai pellegrinaggi. «Non oserei chiudere l´onnipotenza di Dio in confini troppo stretti, oppure chiudere in una piccola località terrestre Colui che il cielo non può contenere». Ciò che importava - si sarebbe detto più tardi - era la peregrinatio animae. Gerusalemme sta dentro di noi: noi portiamo dentro il cuore l´immobile e mobilissimo centro del mondo: la Vera Croce, il Santo Sepolcro, la lancia che ferisce e guarisce, e persino le gocce del balsamo miracoloso scese dall´albero della Fuga in Egitto, sono immagini della nostra mente, che riproducono i luoghi irraggiungibili.
[* * *]
Passarono molti secoli. Nel febbraio 638, il califfo Omar conquistò Gerusalemme, penetrando in città sopra un cammello bianco e indossando i suoi abiti di tela rozza, tutta sudata e rappezzata, mentre i generali bizantini sconfitti ostentavano gli abiti più brillanti e sontuosi. La maggior parte della popolazione cristiana esultò, afflitta dall´imperiosissima teologia e dalla paurosa tassazione bizantina. I pellegrini continuarono a giungere, sebbene in numero minore. Alla fine del millennio, diventò califfo un pazzo sciita, Al-Hakim - uno dei pazzi che sopravvengono ogni tanto, come sinistre meteore, nella storia araba - : nel 1003 distrusse una chiesa, poi bruciò croci, perseguitò e lapidò ebrei e musulmani, proibì il Ramadan, e nel settembre 1009 ordinò di radere al suolo la Basilica della Resurrezione e fare a pezzi la roccia del Golgotha e il sepolcro di Gesù, del quale rimase intatto solo un frammento: infine proclamò di essere un´incarnazione di Allah, sostituendo il proprio nome al Suo nelle preghiere del venerdì. Una notte, nel 1021, uscì a cavallo dalla città verso il deserto, dove si perse per sempre.
Quattro anni prima dell´invasione cristiana, un viaggiatore spagnolo raccontò con quale fervore i dotti musulmani, ebrei e cristiani discutevano insieme le loro religioni, così simili, così dissimili. Tra i musulmani si diffuse una leggenda. Nel giorno del giudizio, la Mecca e la Ka´ba e la Pietra Nera, col suo piccolo punto brillante, avrebbero abbandonato il suolo dell´Arabia, discendendo lentamente vicino a Gerusalemme: come la chiamavano gli arabi, Al-Quds. Anche il Paradiso si sarebbe posato con dolcezza presso Gerusalemme: la terra aveva ormai un solo centro, per ebrei, cristiani e musulmani.
Nello stesso periodo, racconta Rodolfo il Glabro, un irrequieto e fuggiasco monaco cluniacense, i pellegrinaggi occidentali verso il sepolcro si moltiplicarono. «Era una folla immensa come mai nessuno prima d´allora aveva osato sperare. Vi andarono rappresentanti della bassa plebe poi delle classi medie, in seguito tutti i grandi, re conti marchesi vescovi e infine, come non era mai accaduto, molte donne della nobiltà insieme con altre più povere». Quelle moltitudini partivano per mare e per terra verso la Terrasanta, perché (Rodolfo il Glabro diceva) attendevano l´avvento dell´Anticristo. Come annuncia l´Apocalisse, un angelo aveva liberato Satana dall´abisso, dove era stato incatenato per mille anni. Ora Satana aveva preso il volto di Maometto: ingannava le nazioni di Gog e Magog e gli ebrei: assediava Gerusalemme, giungeva a sedersi nel tempio di Dio; finché un fuoco disceso dal cielo lo avrebbe gettato in uno stagno di fuoco e di zolfo per i secoli dei secoli. Allora scomparirà il mare, il sole e la luna. Discenderà dal cielo la città santa, la Gerusalemme celeste: con splendide mura di diaspro, un fiume di acqua viva, e l´albero della vita - l´albero del Paradiso terrestre del quale non abbiamo mai gustato il frutto.
Verso gli inizi dell´undicesimo secolo, nell´Europa occidentale si sviluppò l´idea della guerra santa, il gihad cristiano, che culminò nella prima crociata. Monaci, sacerdoti e papi immaginarono l´idea dei milites Christi: espressione fino allora dedicata ai monaci. Il miles Christi era il vero pellegrino: il nuovo popolo eletto che cercava la Terra Promessa, dove era scavato il sepolcro di Cristo; se moriva in battaglia, quali fossero i suoi peccati, veniva assunto in cielo, come gli antichi martiri della fede. Tutto gli era, in realtà, consentito: l´uccisione, il bottino, la spoliazione del nemico. Solo la Chiesa d´Oriente rifiutò tenacemente quest´idea. All´inizio della Canzone d´Antiochia, la guerra santa cristiana assume un aspetto particolarmente sinistro. Il poeta immagina che il buon ladrone, sulla croce, dice a Gesù: «Se sei Dio, vendicati di tutte le pene che questi perfidi giudei ti fanno subire». Cristo risponde che, sì, egli vuole, egli attende vendetta: ma questa vendetta dovrà attendere ancora mille anni, quando il suo popolo, «i guerrieri di Francia, i cavalieri famosi e i duchi, i principi, i signori, e tutti i baroni, verranno a vendicarlo con le loro spade e i loro spiedi aguzzi». La vendetta di Cristo! Parola orribile: mentre nei Vangeli le torture di Cristo facevano parte di un piano provvidenziale voluto da Dio, e il sangue e la morte di Gesù venivano riscattati dalla luminosa resurrezione.
I mille anni della vendetta attribuita a Cristo si compirono. Nel 1096, folle di pellegrini si misero in movimento. «Tutto l´Occidente - scrisse Anna Comnena, figlia dell´imperatore bizantino - e tutte le tribù barbare che si trovano oltre l´Adriatico e fino alle colonne d´Ercole si stanno muovendo tutte insieme attraverso l´Europa verso l´Asia, portando con sé l´intera famiglia». Li guidava Pietro l´Eremita, che raccontava alle folle di «una lettera caduta dal cielo»: cavalcava un asino a piedi nudi: aveva vestiti laceri e sporchi; la folla gli si schiacciava intorno e strappava i peli dell´asino come reliquie. I sacerdoti impugnavano lo scudo e la spada, divenendo, dicevano raccapricciando gli storici bizantini, «uomini di sangue». Le donne indossavano vesti da uomo: cavalcavano come maschi, stando «spudoratamente a cavalcioni». Tutti portavano palme e croci. Li accompagnavano (almeno nell´immaginazione) animali: sciami di cavallette, che divoravano le viti, rane, rospi, farfalle, uccelli, come se tutto il cosmo volesse redimere ed essere redento. Ogni tanto, apparivano nel cielo santi a cavallo: san Giorgio, san Demetrio, san Dionigi; e moltitudini di angeli su cavalli bianchi e preceduti da stendardi bianchi. Croci si imprimevano miracolosamente nei visi. I pellegrini rubavano, saccheggiavano, bruciavano; e quasi tutti vennero massacrati, dal re cristiano di Ungheria e dai Turchi in Anatolia.
Più tardi si mossero i nobili e i cavalieri, coi verdi elmi splendenti, le croci di seta e d´oro intessute sulle spalle e sui mantelli. La lunghissima marcia si arrestava, quando i crociati andavano in processione, confessavano i peccati, si comunicavano nel corpo e nel sangue di Cristo, distribuivano elemosine. Quando giunsero in Anatolia, ebbero una grande ammirazione per i loro avversari: i Turchi Selgiuchidi. Una leggenda faceva discendere franchi e turchi dalla medesima razza. Qualche volta, i franchi ebbero l´impressione che i turchi fossero i loro doppi: ne esaltavano la prodezza, il coraggio, la distinzione nel portamento, la straordinaria fierezza: quell´insieme di violenza e di follia così simile alla loro; e temevano l´abilità e le finte fughe della loro cavalleria. «Se fossero stati cristiani, sarebbero stati la più splendida delle razze». Tuttavia li massacrarono ferocemente: ad Antiochia trassero fuori dalle moschee i cadaveri dei soldati turchi e li gettarono in una fossa comune, dopo averne mozzato le teste «per conoscere il numero esatto dei nemici uccisi».
I crociati massacrarono soprattutto gli ebrei: dopo averli derubati, volevano costringerli a battezzarsi, giacché il battesimo degli ebrei era uno dei segni della fine dei tempi; ma gli ebrei della Renania rifiutarono, sgozzandosi gli uni cogli altri, in un olocausto sacrificale. Qualche decennio prima, un cronista aveva scritto: «Per consenso unanime i cristiani decisero di liberare radicalmente dai Giudei la loro terra e le loro città. Così essi vennero tutti presi in odio, espulsi dalle città, talora trafitti con la spada, talaltra affogati nei fiumi o uccisi in diverse maniere: alcuni giunsero a togliersi la vita con vari mezzi. Dopo quella giusta vendetta ben pochi ne rimasero nel mondo latino». Questa era, dunque, la giusta vendetta, che nella Canzone di Antiochia Gesù aveva annunciato mille anni prima al buon ladrone.
Il venerdì 15 luglio 1099, i Crociati entrarono a Gerusalemme. Era - dissero - lo stesso momento nel quale «Gesù Cristo nostro Signore accettò di subire per noi il tormento della Croce». Per qualche ora avevano atteso fuori dalle mura, piangendo di commozione e di gioia: da lontano il Tempio mandava luce; finché lo spettro di un soldato sconosciuto, secondo una cronaca provenzale, apparve sul Monte degli Ulivi, incoraggiando i Crociati. Il massacro non ebbe limiti, come mille anni prima durante la distruzione del Tempio ebraico di Gerusalemme da parte dei Romani. Sebbene Tancredi d´Altavilla avesse promesso la sua protezione, circa diecimila persone, fuggite sul tetto della moschea di Omar, furono uccise. Tutte le piazze erano piene di cadaveri. Non si poteva camminare per le strade senza calpestare corpi. Gli ebrei furono arsi vivi nelle sinagoghe: o venduti schiavi in Italia. «Se dirò la verità - scrisse Raymond d´Aguiles - essa supererà la vostra capacità di credere. E quindi vi basti questo: nel Tempio e nel portico di Salomone si cavalcava nel sangue fino alle ginocchia e alle briglia. Senza dubbio, fu una punizione divina giusta e splendida il fatto che questo luogo fosse riempito del sangue dei non credenti, poiché per tanto tempo aveva sofferto dei loro atti empi». Poi i crociati si lavarono le membra, cancellarono il sangue che la vendetta aveva richiesto, ed andarono al Santo Sepolcro. Dopo le distruzioni di Al-Hakim, era rimasta solo una parte della grotta scavata da Giuseppe d´Arimatea, o costruita da Costantino. Non vi lasciarono «polvere, pagliuzze, sporcizia o ramoscelli o putridume», mentre piangevano di gioia recitando l´ufficio della Resurrezione.
Cinque mesi dopo, quando Fulcherio di Chartres arrivò a Gerusalemme per le feste di Natale, molti cadaveri erano ancora sparsi per le piazze e le strade della città. Incostanti e volubili come sempre, i crociati si erano annoiati: non avevano avuto voglia di raccogliere tutti i corpi e di bruciarli in un grande rogo. La città, che aveva avuto quasi centomila abitanti, era vuota: poche centinaia di ombre atterrite si aggiravano per le strade, dove qualche decennio prima gli ebrei, i cristiani e i musulmani avevano cercato di fondere la Gerusalemme d´oro, di rame e di luce. Un fetore intollerabile di putrefazione prese Fulcherio di Chartres alla gola, mentre penetrava nelle chiese e nelle moschee.
Poi il fetore scomparve. La città si ripopolò sotto il regno dell´intelligente Baldovino I, fratello di Goffredo di Buglione, sebbene né ebrei né musulmani potessero stabilirsi dietro le mura. Gli abitanti del regno latino di Gerusalemme non furono molti: mai più di centoquarantamila persone, divisi in una lunga fascia di terra lungo il mare, e circondati da milioni di arabi e di turchi. Per lo più venivano dalla Francia. Appartenevano alla piccola nobiltà: non amavano che i grandi feudatari si stabilissero in Terrasanta; e non erano colti, nemmeno i prelati, colle loro vesti sontuose, che indignavano i severi monaci d´Occidente. A poco a poco, si integrarono. Nacque una razza nuova, i franchi d´Outremer. «Noi che eravamo occidentali - scrisse l´incantevole Fulcherio di Chartres - ora siamo orientali. Chi era romano o francese, in questa terra è divenuto galileo o palestinese. Chi era di Roma o di Chartres è ora diventato cittadino di Tiro o di Antiochia. Abbiamo già dimenticato i luoghi in cui siamo nati: molti di noi non li conoscono neppure o non ne hanno mai sentito parlare». Amavano gli strani uccelli d´Oriente, e i corpi leggeri, dorati e lo spirito vivace degli arabi li attraevano, forse, più dei grandi corpi robusti dei guerrieri e delle dame del Nord. Sposarono siriane, armene o perfino arabe, purché queste ultime «avessero ricevuto la grazia del battesimo». Secondo un viaggiatore arabo, Ibn Jubayr, trattavano i contadini del luogo assai meglio degli antichi padroni musulmani.
Costruirono case ricche, mentre nel nord della Francia la vita era semplice e austera: con tappeti e tappezzeria damascata, tavole e scrigni elegantemente intagliati e intarsiati, biancherie immacolate, servizi d´oro e d´argento, porcellane cinesi. Portavano abiti orientali: il burnus di seta, il turbante, il kefieh arabo sull´elmo: le donne il velo e la giacca corta, ricamata da fili d´oro e pietre preziose. Impararono a fare il bagno, consolando le narici una volta disgustate degli arabi. Col soccorso di artigiani bizantini, siriaci ed arabi, ornarono di mosaici i loro palazzi. Quando un inviato dell´imperatore romano-germanico scese a Beirut, ammirò il pavimento marmoreo di una casa, che pareva mosso da una brezza leggera: ebbe l´impressione di sentire sotto i piedi la sabbia del mare. Il soffitto era dipinto coi colori del cielo: sembrava di vedere le nuvole vaganti, il soffio dello zefiro e i pianeti in movimento. La piscina, intarsiata con pietre di varii colori, rappresentava innumerevoli fiori, che si dissolvevano davanti allo sguardo appena li si fissava con attenzione. Né i franchi né l´inviato tedesco sapevano dove abitavano: quella era Grecia e Roma ellenistica, Pompei, rinate sotto l´ombra di Cristo.
Malgrado queste squisitezze arabo-classiche, i franchi non dimenticavano di vivere nei luoghi della Bibbia: immersi nei colori e nei profumi e nelle montagne e nel verde dei libri sacri. Tutto era Bibbia: Bibbia ebraica, cristiana, islamica, fuse in un paesaggio solo. C´erano le grandi tombe ebraiche: le sepolture di Abramo e di Sara, di Rebecca, Giacobbe e Lea, Giona e Jetro, della famiglia regale di Davide; e la sinagoga di Mosé, il palazzo di Salomone, i magazzini di Giuseppe, le stalle di Assalonne, la fontana di Sara. C´era - l´avevano appena ritrovato - il luogo dove Pietro aveva tradito tre volte Gesù: avevano costruito una chiesa, quella di Pietro in Gallicantu: c´era la pietra dove era caduta una goccia del latte di Maria mentre allattava Gesù; il calice verde dell´ultima cena che poi aveva raccolto il sangue sgorgato dal costato del Signore. E poi c´era la Bibbia secondo l´Islam: le vestigia del tronco di palma, dove Maria ebbe le doglie del parto; la moschea sotterranea dove era nato Gesù, con l´impronta delle dita di Maria nella pietra. Come distinguere, come scegliere tra quei luoghi che a volte si contraddicevano? Quali erano i luoghi veramente cristiani? Qualcuno dei franchi, che abitava da più tempo la Terrasanta, pensò che non si poteva, non si doveva scegliere. Tutto profumava di Bibbia, anche i pensieri.
(1 - continua)

chiarezza d'idee:
fascismo = antifascismo...

Repubblica 21.5.04
L'AMACA
di MICHELE SERRA
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La commissione Difesa del Senato ha stabilito che i soldati della Repubblica Sociale vanno considerati "militari belligeranti", alla stessa stregua dei militari dell´esercito badogliano. È un ulteriore passo verso l´equiparazione storica (e magari pensionistica, chissà) tra gli italiani che combatterono per la libertà e la democrazia e quelli che combatterono per difendere Mussolini e Hitler fino allo stremo.
In termini politici, ovviamente, ognuno può pensarla come preferisce. C´è anche chi - ancora oggi - è convinto che Salò fu un´onorevole ridotta dell´orgoglio patrio, e se sessant´anni non gli sono bastati a cambiare idea è inutile sprecare fiato. Ma in termini logici, il riconoscimento che questa democrazia concede a chi si batté contro la sua stessa nascita è totalmente grottesco. Perché un conto è il rispetto per chiunque abbia rischiato la pelle, o l´abbia lasciata, sul campo arroventato della seconda guerra e dintorni. Ben altro è la legittimazione politica e istituzionale della scelta filonazista di un manipolo di italiani, frontalmente opposta a quella dei militari regolari e dei partigiani che fecero la guerra per la democrazia. Sia eccesso di magnanimità o faziosa fregola di revisione storica, è in ogni modo l´ennesimo e pessimo gesto di svuotamento dell´identità e della dignità della Repubblica fu-antifascista

superiorità dell'«american way of life»:
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Le Scienze Ed it. dello Sientific American 20.05.04
Povertà e tumori
Un reddito basso sembra essere un fattore di rischio per i tumori cerebrali



Secondo uno studio pubblicato sul numero del 25 maggio della rivista "Neurology", le persone con redditi bassi hanno maggior probabilità di sviluppare un tumore del cervello. I ricercatori, guidati da Paula Sherwood della Michigan State University, hanno confrontato il tasso di tumori del cervello fra le persone che guadagnano di meno (ovvero quelle iscritte negli elenchi di Medicaid, un programma governativo che fornisce assistenza medica ai cittadini con un reddito basso) con quello generale dello stato del Michigan. La ricerca è stata condotta identificando tutti i nuovi casi di tumore del cervello che si sono verificati nel corso di un periodo di due anni nello stato del Michigan, escludendo quelli che riguardavano pazienti sotto i 25 anni e sopra gli 84 anni. In totale sono stati studiati 1.006 casi.
Il tasso generale di tumori del cervello è stato di 8,1 casi ogni 100.000 persone. Fra i lavoratori con reddito basso, si sono verificati 14,2 casi ogni 100.000 persone, contro soli 7,5 casi ogni 100.000 persone per tutti gli altri. La differenza è risultata maggiore fra i giovani. Gli uomini con reddito basso sotto i 44 anni di età sarebbero almeno quattro volte più a rischio di sviluppare un tumore rispetto a quelli con stipendi più elevati. Per le donne, il rischio è superiore di 2,6 volte.
Le ragioni di questi risultati non sono chiare, anche se i ricercatori sospettano che la povertà possa accelerare l'insorgere di tumori nelle persone già biologicamente predisposte a svilupparli. "Uno stato sociale di basso livello - spiega Sherwood - è anche associato a fattori ambientali come l'esposizione alle tossine o la qualità della nutrizione".

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