mercoledì 13 luglio 2005

lo sviluppo olfattivo dei neonati

ricevuto da Paola Franz

Le Scienze 12.07.2005
Lo sviluppo olfattivo dei neonati
Identificati i recettori neuronali olfattivi che svolgono un ruolo chiave

Per i mammiferi appena nati, esseri umani compresi, identificare l'odore della madre può essere fondamentale per forgiare un legame con lei e per sopravvivere. Tuttavia, i ricercatori non avevano ancora capito come si sviluppasse questa identificazione. In uno studio pubblicato sul numero del 7 luglio della rivista "Neuron", Kevin Franks e Jeffry Isaacson della Scuola di Medicina dell’Università della California di San Diego scrivono che questo processo si sviluppa praticamente nello stesso modo con cui il sistema visivo dei neonati impara a riconoscere il mondo. In poche parole, nel corso di un periodo iniziale di importanza fondamentale, i circuiti olfattivi del bambini si organizzano in risposta alla percezione degli odori attorno a loro.
Nel corso di alcuni esperimenti con cervelli di topo, i ricercatori hanno identificato due proteine (i recettori AMPA e NMDA) come le componenti chiave del circuito olfattivo soggetto a questo adattamento iniziale. Si tratta di recettori che fanno parte delle "stazioni riceventi" dei neuroni e che vengono attivati dal neurotrasmettitore glutammato. Alterazioni del numero relativo di questi recettori rendono i neuroni più o meno sensibili ad essere stimolati dai neurotrasmettitori. Pertanto, questi cambiamenti nelle reti di neuroni possono originare i processi neurali che costituiscono l'apprendimento.
Gli autori hanno scoperto che, man mano che i topi neonati invecchiavano, la frazione di recettori NMDA nel tratto olfattivo laterale (una regione del cervello che elabora il segnale dell'olfatto) tendeva a diminuire. Questa riduzione, a sua volta, aumentava le connessioni fra i neuroni di questa regione. Per capire se l'esperienza sensoriale influenzasse questo processo, i ricercatori hanno tappato una narice dei topi neonati, privando un lato del cervello degli stimoli olfattivi. In questo modo hanno potuto paragonare nel cervello dello stesso animale i cambiamenti nello sviluppo olfattivo con e senza lo stimolo.
I ricercatori hanno scoperto che nel corso di un periodo critico di poche settimane dopo la nascita, il lato del cervello privato degli stimoli mostrava un calo dell'attività dei recettori NMDA rispetto all'altro lato. Questi cambiamenti tendevano a rendere più salienti le prime esperienze olfattive degli animali, riducendo l'importanza degli odori sperimentati più tardi nel corso dello sviluppo.
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il contradditorio e violento armamentario fabulistico cristiano,
in lotta perenne contro il libero pensiero umano

Repubblica Cultura 13.7.05
Tutte le volte che la religione ha processato le idee dell'uomo
Le guerre culturali
Dalle dispute di sant'Agostino contro i manichei agli interventi teologici nella politica di oggi che rivendicano il monopolio sulla morale
Nell'Antico Testamento il Signore evoca Leviathan, un coccodrillo drago dall'alito infuocato
Carl Gustav Jung aveva colto una profonda immoralità divina nell'episodio biblico di Giobbe
Quattro secoli fa Giordano Bruno andò al rogo col morso dopo sette anni di processo al suo pensiero
FRANCO CORDERO*

«Entropia» dal greco tropé, rivolgimento. Con questa parola misteriosa 140 anni fa Rudolph Clausius designa un fenomeno termodinamico: dei motori producono lavoro mediante flussi del calore dai corpi caldi ai freddi; non avviene mai l'inverso, né l'energia termica risulta interamente convertibile nel lavoro meccanico; qualcosa va perso; impossibile quindi un perpetuum mobile. L'entropia indica processi irreversibili:
supponendo chiuso l'universo, aumenta fino all'equilibrio termico assoluto; lì non succede più niente. In meccanica statistica misura il disordine, inverso della struttura: sale negli stati variamente configurabili; e ogni sistema evolve verso lo stato più probabile. Passiamo alla fisica sociale:
pensiero e vita morale sono eventi artificiosi: moderne tecnologie li dissolvono; fino a quando rinasceranno? Lo stato più probabile è il mimetismo: ordine da termitaio e guerra endemica, anzi carneficina in forme rituali; è un lusso pensare, obsoleto e pericoloso. Regnano culture dello spegnitoio. Giordano Bruno va al rogo col morso, giovedì 17 febbraio 1600, scomunicato dalle autorità cattoliche, calviniste, luterane, dopo sette anni d'un processo alle idee; se abbia senso la parola «creatore», quanti siano i mondi, moto della terra, anima mundi, ecc. Sotto Natale, a Pordenone, l'aveva preceduto Menochio Scandella, vecchio mugnaio friulano, colpevole d'avere un «cervelo sutil». L'argomento presenta sfondi teologali. Li sfioravo negli Osservanti (Giuffrè, Milano 1967): come l'animale umano produca, vìoli, consumi norme; L'Epistola ai Romani (Einaudi, Torino 1972) disegna un'antropologia del cristianesimo paolino; ho studiato sant'Agostino, dapprima campione, poi negatore della libertà umana; e tali ricerche culminano nelle Fiabe d'entropia (Garzanti, Milano 2005).
Parte prima, «Teatro celeste». Aurelio Agostino viene a Roma da Cartagine, retore manicheo: sale a Milano, dove pontifica Ambrogio; scopre l'universo cristiano; torna a casa, monaco, presbyter, vescovo ausiliare, infine titolare d'Ippona; e combatte i manichei scrivendo sulla Genesi. Le fonti dispiegano una fantasmagoria cielo-terra: erompe l'universo; cadono gli angeli; la protocoppia vìola un tabù alimentare; tale peccato scatena un'infezione cosmica; prende forma l'archetipo divino; diluvio, patriarchi, religione mosaica, l'affare Giobbe; alla figura divina singola ne seguono tre; la seconda s'incarna, patisce, muore, risorge, scardina la Legge, instaura un Regno ancora invisibile; cos'avvenga alla fine dei tempi, lo racconta l'Apocalisse, libro d'insopportabile volgarità, con alcune geniali analisi. Parte seconda, «I Golem alla sbarra» («Golem» è il nome dell'uomo d'argilla che il rabbino-mago praghese Löw racconta d'avere fabbricato).
Riappare Agostino: contro i manichei difendeva il libero arbitrio ma già nel terzo libro omonimo (388-95) l'interlocutore Evodio solleva dubbi insolubili. Il commento dell'epistola ai Galati, anno 394, intavola l'idea-chiave della «charitas» o «gratia» come impulso prevalente, «delectatio victrix», pia libido. La ribadiscono Diversae quaestiones ad Simplicianum, 395: siamo automi; preghiera e fede nascente presuppongono pulsioni pneumatiche inoculate da Dio; fa tutto Lui; se n'era scelti alcuni, manda gli altri al diavolo; né abbiamo ragioni da opporre, essendo tutti debitori del supplizio quali discendenti d'Adamo. Agostino, efferato antiumanista. Il suo antipode è un celta immigrato nell'Urbe.
Morgan (in latino Pelagio) ha un'alta stima dell'uomo e cultura romana: rifiuta l'idea tribale del peccato ereditario; professa una religione laica; gli ripugnano le magie sacramentali, perciò svaluta il battesimo; insegna un cristianesimo radicale, dalla forte tensione etica; vede intrinsecamente cattivi i poteri economico e politico, mentre l'ecclesiocrate Agostino, accomodante, se ne serve. Nel conflitto l'Africa agostiniana stravince, seguita dalla Chiesa romana. Monasteri tunisini e marsigliesi però rifiutano l'agostinismo. Prospero d'Aquitania, continuatore infedele, lo diluisce a beneficio delle anime tenere. Quattro secoli dopo, l'affare Gotescalco fissa dei cortocircuiti teologali (è un monaco imprigionato a vita perché troppo fedele al Doctor gratiae). Ormai l'ortodossia consiste nel dire una cosa e l'opposta. Sant'Anselmo, Pier Lombardo, Alberto Magno coltivano un'eloquente schizofrenia logica: sfuggono all'inferno i soli che Iddio s'era eletti ma tutti possono salvarsi, ossia «piove e non piove»; san Tommaso bara coniando la formula d'una «grazia sufficiente», sebbene non lo sia. Gli anatemi tridentini coniugano bianco e nero. Baio riscopre Agostino. E determinista senza saperlo persino quel pasticheur Padre Luis Molina Societatis Iesu. Giansenio e i partitanti che s'intitolano dal suo nome, sono gli ultimi campioni della predestinazione, poi la disputa s'assopisce. Parte terza, «Lo specchio dei prudenti»: sei storie mettono in scena lo psicodramma normativo; segue una grammatica del relativo discorso (cosa significhi «giusto»); dove conduca la teologia paolina della storia, profondamente reazionaria, dalle invettive luterane contro i contadini alla repressione dell'attentato 20 luglio 1944 nella «Tana del Lupo»; chiudono l'escursione paradossi del disincanto modulati da Pascal, cattolico pericolosamente incline alla vertigine.
Che la materia scotti, lo dicono garriti ignoranti e silenzi santimoniosi. Parliamone seriamente, tenendo sotto gli occhi testo biblico, patristica, scolastica, formule dogmatiche.
Negli ultimi tempi anche le gazzette discutono d'etica. In che rapporto stanno morale e religione? Qualcuno le identifica.
Più fine, Jung aveva colto una profonda immoralità divina nell'affare Giobbe: Satana frequenta la corte celeste; e per scommessa, Yahweh gli consegna questo suddito obbediente; abilissimo meccanico, sul terreno dei valori vale meno dell´uomo; non li sente. Poi tenta d'educarsi. Il Nuovo Testamento descrive un Dio incarnato e sofferente sulla croce nell'interesse delle creature umane, ma l'esito lascia sgomenti. Lutero e Calvino dicono chiaro quel che fumisterie cattoliche occultano. La favola antropomorfa suona così (niente d'irrispettoso: «fabula» nel senso latino, ossia «res divulgata, sive sit vera, sive falsa»). L'universo è opera d'una Persona il cui stato anteriore non possiamo descrivere:
suscita dal niente gli angeli, puri spiriti; e quasi subito molti decadono diventando diavoli, perché volevano sentirsi indipendenti; i teologi meno romanzieri l'ammettono, non era complotto sovversivo. Indi crea la coppia umana, destinata a vita comoda sine die nel paradiso terrestre, purché non tocchi i frutti d'un albero: gli sciagurati disubbidiscono, perdono i doni, comincia la storia; a causa d'Adamo meritiamo tutti l'inferno; dopo un tempo che ancora due secoli fa i cronologhi misuravano in quattromila anni, viene sulla terra una persona divina a riscattare l'umanità (sul rapporto trilaterale Dio - uomo - diavolo tiene banco sant'Anselmo); muore, risorge, instaura un suo regno ancora virtuale e tornerà chiudendo i tempi; l'aspettavano ansiosi ma non viene; al posto suo ecco Mater Ecclesia, dove riti dall'effetto più o meno automatico schiudono le porte del cielo; se lo guadagna chi adempie i comandamenti; solo nel grembo ecclesiastico uno può salvarsi l'anima; «extra Ecclesiam nulla salus».
Enumeriamo alcuni punti deboli. L'Onnipotente sa cos'avverrà:
sapendolo, crea il mondo e l'affolla d'una specie animale in larga misura destinata all'inferno: che gli uomini scontino un peccato del capostipite, è giustizia da orchi; altrettanto aberrante la pena eterna inflitta a esserucoli malriusciti; poteva lasciarli nell'utero tiepido del Niente. Intesa così, la creazione prefigura su scala cosmica gli stupidi passatempi d'una conventicola criminal-psicotica nelle Cent Vingt Journées de Sodome. Nessun carnefice infierisce oltre la morte: Lui nega questa soglia ai dannati; li tiene vivi in saecula saeculorum e i beati guardano godendosi lo spettacolo (san Tommaso, Summa Theologiae, Supplementum Tertiae Partis, q. 94, art. 3); l'idea alimenta laidi stereotipi quaresimali; quanto vi declama Paolo Segneri S.J., maestro dell'oratoria barocca. Era l'eresia d'Origene che l'inferno sia uno stato d'animo, pena medicinale, quindi temporanea, e ancora cent'anni dopo, Gregorio da Nissa prevedeva un'apocatástasis o restaurazione finale. Insomma, Domeneddio non fa bella figura.
Le scoperte d'Agostino, poi, aprono abissi. L'autore è un sessuomane dalla fantasia cupa: non smaltirà mai i residui manichei (glieli contesta l'ex vescovo Giuliano, educato secondo categorie culturali romane); intende il peccato originale come una lue connessa agli organi genitali (perciò le scuole discutono accanitamente sul punto se la Madonna sia concepita «cum aut sine labe originali», finché Pio IX taglia corto proclamando l'Immacolata Concezione); e incrimina Pelagio, colpevole d'avere sostenuto che i bambini morti senza battesimo siano accolti nel Regno dei Cieli; nient'affatto, vanno all'inferno. Insomma, sotto vari aspetti non è un maître à penser raccomandabile, ma soverchia intellettualmente gli avversari. La sua psicanalisi ante litteram costituisce titolo d'autentica gloria scientifica: quando mancano 15 secoli all'interpretazione freudiana dei sogni, elabora una dinamica delle pulsioni liquidando il fantasma verbale della «volontà»; parola vuota; la condotta umana è intessuta d'atti volitivi nient'affatto sovrani ossia indeterminati; vige una causalità psichica simmetrica alla fisica.
Qui finisce l'analisi, strepitosamente acuta. Il resto è fiction teologale: l'autore chiama «gratia» o «charitas» l'impulso determinante dell'atto virtuoso; e l'attribuisce al divino Macchinista. L'idea prende piede, anzi diventa dogma: nelle dispute teologali (Fiabe d'Entropia, pagg. 306-422) riceve mille varianti verbali, velata da una dialettica del nonsenso; nessuno però la nega; chi s'arrischiasse cadrebbe nell'eresia.
I corollari sono puro guignol: dal fondo dell'eternità s'era scelto alcune creature umane destinando il resto a infiniti tormenti (discorso insensato perché presuppone e nega il tempo); crea le anime una ad una, subito infuse all'embrione infetto, indi manipola gl'individui; non avviene niente che non abbia voluto. Anche il male? Eccome. Lo permette, dicono gl'ipocriti. Nossignori, risponde Calvino: Adamo e successori peccano perché così aveva stabilito; non è un fannullone che guardi la commedia umana intervenendovi ogni tanto come gli dèi dell'Olimpo; l'ha allestita fino all'ultimo particolare.
Era preordinata anche la caduta degli angeli: sant'Agostino l'ammette sotto voce, notando come i fedeli fossero «amplius adiuti»; disponevano d'un soccorso ad hoc. Perché ha creato il mondo? Voleva celebrarsi con uno spettacolo monstre: tale l'inferno; giova alla sua gloria il brulichio d'innumerevoli cavie umane in preda a tormenti eterni. Siamo nella sfera dell'horror. Nessuno con la testa sul collo ammetterà che una morale decente nasca su tali premesse. L'etica, prodotto razionale, non ha niente da spartire col terrore religioso, radicato nelle midolla: «horrendum est incidere in manus Dei viventis» (Epistola agli Ebrei, 10.31); è onnipotente, dunque qualunque cosa voglia, risulta «santa»; «voluntati eius quis resistit?»; ha un potere assoluto sulle creature; il vasaio modella a suo piacimento l'argilla, e via seguitando (Epistola ai Romani, 9.19-24). La sindrome studiata da Rudolf Otto in un famoso libretto è pallore, panico, stravolgimento, afasia inorridita. Giobbe usava argomenti razionali. Yahweh lo sgomina evocando Leviathan, un coccodrillo-drago dall'alito infuocato, nel quale s'identifica: lo peschi all'amo, se può; gl'infili un anello nelle narici; giochi con lui quasi fosse un passero; quando Leviathan viene a galla, tremano persino gli angeli; «quis resistere potest vultui meo?»; «omnia sub coelo mea sunt» (Giobbe, capitoli 41s.).
Che l'etica sia valore umano, implicitamente ateo o almeno laico, agli antipodi del panico mistico, l'ammette anche qualche teologo. Gregorio da Rimini, monaco agostiniano nato intorno al 1300 (generale dell'Ordine, 1357), figura nell'aneddotica quale «tortor parvulorum»: sostiene che i bambini morti senza battesimo vadano all'inferno, quando già Pier Lombardo, due secoli prima, li esonerava da fuoco e «vermis conscientiae» gratificandoli d'un malinconico benessere (sono privi della cosiddetta visione beatifica); ma in etica ragiona bene. Sentiamolo: l'atto buono o cattivo resta tale indipendentemente da chi comanda o vieta, fosse anche Dio o non esistesse il soggetto così denominato; il criterio sta nella «recta ratio». Da notare come in tale contesto «rectitudo» non significhi infallibilità: la «ratio» è «recta» quando uno l'abbia usata come meglio può; corrono solo «probabiles locutiones»; ogni enunciato sottintende la clausola «sine praeiudicio melioris sententiae». Anche Gabriele Vázquez, gesuita spagnolo (1551-1604), coltiva un intellettualismo etico dove Dio diventa ipotesi superflua.
L'argomento ha riflessi molto attuali concernenti l'obbedienza dell'elettore cattolico. Niente da obiettare alla legittimità formale degl'interventi: la Chiesa interloquisce dove vede coinvolti i suoi interessi spirituali ossia «ratione peccati», una formula estensibile ad libitum, escogitata da Bonifacio VIII, ateo (dicono), gran canonista, sovrano tanto invadente da rovinarsi; altra questione, non giuridica ma etica, fin dove leghino le direttive. Gregorio da Rimini e Gabriele Vázquez le posporrebbero alla «recta ratio»: se i destinatari hanno una testa, la usino; ad esempio, qualunque cosa dicano papa e vescovi, non è auspicabile una natalità sfrenata.
I tradizionalisti rifiutano ogni ripensamento, né hanno mano libera le correnti più o meno liberali. Tout se tient nel dogma. Vediamolo su un punto: tolto il mito del peccato d'Adamo e relativa ipotesi monogenetica (meno probabile dell'opposta, che i ceppi siano vari), resta in aria il Nuovo Testamento; perché il Figlio s'incarna e muore sulla croce se gli uomini non sono animali del diavolo, tali costituiti dalla tragressione d'un tabù alimentare nel paradiso terrestre?
Siccome i tempi tendono alla torbida Romantik occultistica più che alle idee chiare e distinte, anche nella cultura laica, non stupirebbe un impetuoso revival dogmatico-mistico.
Comunque scelga, la Chiesa pagherà dei prezzi: arroccarsi sui dogmi, lanciando nuovi Sillabi, è il partito della catastrofe; lasciandoli cadere, rischia assalti da destra (cattolici furibondi, stile Joseph de Maistre, e clericali atei, farneticanti una società gerarchica, chiunque sia il controllore, vescovo, commissario bolscevico, tecnocrate dei media, capitalista senza concorrenti ecc.); perciò conviene rimuovere la questione, come quando i papi imponevano il silenzio ai controversisti de libero arbitrio, ma i costi pesano in termini d'intelletto e moralità. Notavamo come sui punti caldi la teologia diventi eufemismo, reticenza, discorso contraddittorio ossia non-pensiero, codificato nei canoni tridentini, Sessione VI, Decretum de iustificatione. Detto da Pascal, è un paradosso elegante che bisogni pensare una cosa e l'opposta. Nei commissari dell'ortodossia ecclesiastica, scrittori plumbei, lo sgorbio logico resta tale, invelenito dalla furbizia pratica. Così fioriscono retoriche plateali del mistero: se una cosa non può essere pensata né detta, dobbiamo tacerla (Wittgenstein, Tractatus, prop. 7, e già Meister Eckhart, domenicano deviante 1260-1327), mentre costoro nuotano nella broda verbale fingendosi superatori del raziocinio; basta spendere tante parole, dire poco o niente, contraddirsi a man salva, non lesinare trucchi e insulti, nascondere le cose ripugnanti sotto bei nomi. I giansenisti almeno erano espliciti: nel pensiero dei fondatori la massa umana è bestiame da lavoro, «iumenta rationalia»; Iddio l'alleva affinché, avendo molto tempo libero, gli eletti s'agghindino; razzismo dell'anima; e viene da sant'Agostino l'idea terrificante d'un male necessario all'armonia cosmica, come il nero delle pitture, perché il mondo sarebbe meno bello senza vittime sofferenti e creature deformi (i mostri, dei quali Ulisse Aldrovandi compila un'«Historia»). L'attuale Chiesa difende l'umanità insidiata da miseria, malattie, oppressione politica, ignoranza, affarismo, inebetimento tecnologico: i mali collettivi eclissano la questione dei destini individuali; innumerevoli «Artes bene moriendi» dicono quanta nevrosi sviluppasse. Dunque s'è mossa: siamole grati; ma non pretenda il monopolio del discorso etico e se può, riveda il fabulario dogmatico nascosto negli armadi.
*Franco Cordero (Cuneo, 1928) è ordinario di procedura penale a Roma, Università della Sapienza, avendo insegnato a Trieste (1958-60), Milano (Università Cattolica, 1960-74), Torino (1974-76). I suoi editoriali e commenti appaiono regolarmente su «la Repubblica». La sua Procedura penale (Giuffrè, 1966), riscritta ex novo sul codice 1988, è giunta alla 15a edizione.

Franco Cordero "Fiabe d'entropia. L'uomo, Dio, il diavolo", Garzanti 2005, p.748, € 24,00
Descrizione
Un'ampia e ambiziosa riflessione - sedimentata in dieci anni di lavoro - sul rapporto tra storia, politica e religione da parte di uno dei più originali pensatori e prosatori italiani. Da Agostino che approda a Roma dall'Africa ai tormenti di Giobbe, dai cattolicissimi sovrani di Spagna al Re Sole, dalla Riforma al terremoto di Lisbona, dall'Inquisizione alla Rivoluzione, da Pascal e Sade fino al complotto antinazista del 20 luglio 1944, attraverso una serie di episodi e personaggi, momenti e aneddoti storici, Cordero riflette sul senso della storia e sulla natura umana.
L'AUTORE
Franco Cordero: opere
1928 Nasce a Cuneo.
1967 Osservanti, Giuffrè
1969 Genus, De Donato
1970 Trattato di decomposizione, De Donato
1971 Le masche, Rizzoli
1972 L'Epistola ai Romani, Einaudi
1986 Savonarola [4 voll.], Laterza
2003 Le strane regole del signor B., Garzanti
2004 Nere lune d'Italia, Garzanti
2005 Fiabe d'entropie, Garzanti

Pietro Ingrao alla Festa dell'Unità di Roma

Corriere della Sera 13.7.05
LA PRESENTAZIONE
Le lettere di Ingrao
Bertinotti: imbarazzato quando scelse il Prc
Alessandro Capponi

ROMA - C’è un gesto semplice di Bertinotti, quando il vento si alza: porge la giacca a Ingrao e, lentamente, gliela infila. Come un figlio a un padre, se è vero che Pietro Ingrao, come dice Bettini, è «l’uomo più rappresentativo della sinistra e uno dei più rappresentativi della democrazia». Forse è per questo che alla presentazione del libro scritto dai due, Una lettera di Pietro Ingrao con una risposta di Goffredo Bettini, la festa dell’Unità di Roma, alle otto della sera, si riempie, persone di tutte le età: docenti, politici, una donna che culla un bimbo, ragazzi abbracciati. Quando prende la parola proprio Ingrao - partigiano, deputato dal 1948 al ’92, tra il ’76 e il ’79 presidente della Camera - non c’è più brusio, neanche uno che parli. «Alla fine della guerra, credevo avessimo conquistato la pace. Adesso non so se ciò che accadde sta per tornare. Posso dirvi solo: lottate, lottiamo». È un libro «piccolo e intenso», dice Bertinotti. Ricorda quando seppe che Ingrao aveva scelto Rifondazione: «Ero in imbarazzo, come un prete che tra i fedeli si ritrovi il Papa». E c’è molta emozione quando Veltroni parla «della speranza negli occhi di Ingrao» e Bettini spiega perché, a differenza «di questi leader del due per cento che sbraitano», lui ha scelto di rimanere dietro le quinte, «meglio essere l’anima di qualcosa di buono». In fondo, come dice Bertinotti, si tratta delle «lezioni di Ingrao». Alcune, sono in questo libro. Un carteggio privato che adesso è pubblico. Non solo per ingraiani, «che poi - dice Bertinotti - non si sapeva mai dove fossero». Del resto lui, Ingrao, l’ha sempre detto chiaramente: «Io? Certo non sono ingraiano».

l'Unità 13 Luglio 2005
IL LIBRO
Bertinotti e Veltroni presentano «Una lettera di Pietro Ingrao. Con una risposta di Goffredo Bettini»: ribelle e maestro di vita
Ingrao: «La politica? È il luogo dove si difendono gli oppressi»
di Emanuele Isonio

Un ribelle contro le insopportabili sofferenze degli oppressi. Un uomo che, cresciuto in un’epoca drammatica, è riuscito a coltivare la profonda speranza di un futuro migliore. Un politico che nei suoi interventi riesce a stabilire una comunicazione intima con la piazza, a trasmettere, idee, riflessioni e forza in chi lo ascolta. Tutto questo è Pietro Ingrao, dipinto nelle descrizioni di Fausto Bertinotti e Walter Veltroni.
Un ritratto sentito, a tratti commosso, fatto alla Festa dell’Unità, davanti a tanta gente, che ha acclamato a gran voce lo storico esponente comunista. Una folla persino inattesa in un tardo pomeriggio di un giorno feriale, «probabilmente attirata - come osserva la moderatrice Maria Latella - da chi conosce il peso delle parole e non le usa superficialmente».
Occasione per tanti elogi, la presentazione del libro «Una lettera di Pietro Ingrao. Con una risposta di Goffredo Bettini». Una raccolta di una breve corrispondenza privata, nata da un’epistola inviata nel 1992 dall’ex presidente della Camera, nella quale spiega i motivi della sua scelta di non fare più il deputato. E proseguita alternando temi alti, dall’importanza della Politica ai fattori che ancora possono far sperare realisticamente in una società più giusta, a confessioni più personali («Sono diventato ingraiano - ricorda Bettini - quando ho sentito Pietro dire, rivolto a contadini e braccianti, “Ora non siete più soli”»).
Proprio la vita dell’anziano leader della sinistra italiana ha dato lo spunto per ragionare sugli obiettivi che si pone, o dovrebbe porsi, chi oggi decide di impegarsi in politica.
Ancora una volta, le riflessioni partono da una frase della lettera di Ingrao, contenuta nel libro: «La politica è il luogo ideale dove si difendono gli umili e gli oppressi». Una sofferenza, la loro, che «confesso di sentire penosamente, perchè pesa a me. Mi dà fastidio, mi fa star male. In questo senso - spiega Ingrao - la politica non è un agire per gli altri ma un agire per me».
Per il segretario di Rifondazione comunista, quello di Ingrao è un «meraviglioso e legittimo egoismo», che nasce in tutti coloro che sentono come insopportabili le ingiustizie umane e trovano il coraggio di impegnarsi per gli altri. «L’esperienza e i percorsi di Pietro - ha sottolineato Bertinotti - dimostrano l’esigenza di cambiare l’attuale modo di fare politica». Un concetto ripreso dal sindaco di Roma, facendo riferimento alla difficile situazione italiana e al drammatico contesto internazionale: «Quando si è nel gorgo, nel pieno di un problema, occorre avere la forza di trovare gli strumenti per uscirne. Questo strumento è la Politica. Governare cioè le conflittualità e saper dare una risposta alle esigenze di tutti».
Infine, un messaggio indiretto ai vertici e agli elettori dell’Unione, quasi un manifesto programmatico: «Per animare la nostra attività di governo, non dobbiamo aver paura dei nostri valori nè di fare una politica grande. Bisogna aver timore solo di una politica piccola, schiacciata dai giochi di potere e dagli interessi personali».

si fa presto a dire «creatività»...

l'Unità 13 Luglio 2005
EVENTI
Presentato il Festival della Mente
Alle radici della creatività


Presentato ieri il Festival della Mente - primo festival europeo dedicato ai processi creativi - pronto per la seconda edizione, dopo il successo dell’esordio dell’anno scorso che ha registrato oltre 12.000 presenze. Si svolgerà, come di consueto, a Sarzana dal 2 al 4 settembre. I nuovi temi in programma spaziano dalla musica contemporanea alla cucina creativa, dalla moda alla sociologia, dall’arte all’economia, e si aggiungono ai discorsi già avviati nel campo della letteratura, delle neuroscienze, del design, della psicologia, della pubblicità e della filosofia e una nuova sezione dedicata alla creatività di bambini e ragazzi.
Il Festival chiama a raccolta scrittori, musicisti, architetti, pubblicitari, registi, attori, sportivi, oltre a scienziati e filosofi italiani e stranieri che hanno avviato riflessioni originali sulla natura e le caratteristiche di una delle più apprezzate tra le capacità umane. A tutti gli ospiti il Festival chiede di condividere questo progetto con un intervento, una performance, una lectio magistralis o un workshop nuovo e originale: non viene chiesto insomma di raccontare il cosa ma soprattutto il come e il perché. Tra i numerosi ospiti della seconda edizione, citiamo: Stefano Benni, Eugenio Borgna, Gianfranco Capitta, Marco Carnevale, Germano Celant, Ensemble Risognanze, Romeo Gigli, Gino & Michele, Giulio Giorello, Elkhonon Goldberg, Raffaele La Capria, Tomás Maldonado, Maurizio Milani, Chuck Palahniuk, Davide Scabin, Sentieri Selvaggi, Salvatore Sciarrino, Toni Servillo, Paolo Sylos Labini. Il programma dettagliato si trova su www.festivaldellamente.it

terapia della famiglia in Piemonte...
tanti auguri...

La Stampa 13 Luglio 2005
SANITÀ. ALLE MOLINETTE UN NUOVO LABORATORIO DI PSICOPATOLOGIA AIUTERÀ LE FAMIGLIE CHE VIVONO UNA CRISI INTERNA
Genitori e figli, così si risolve il conflitto
Marco Accossato

«Genitori in crisi crescono figli problematici, figli problematici mettono in crisi i genitori». E’ un cerchio che non si chiude e sembra non avere antidoto quello per cui nasce, alle Molinette, un laboratorio di ricerca sulla Psicopatologia della famiglia.
Trascurare il ruolo dei genitori nella cura di un figlio «difficile» e non comprenderli nel piano terapeutico è un errore che può alimentare ricadute tali da rendere inutile lo stesso intervento dello specialista. Così, i medici del Centro per i Disturbi del Comportamento, diretto dal professor Secondo Fassino, hanno deciso di dar vita a una struttura che coinvolgerà nella terapia genitori e figli insieme, e aprirà in più la strada a nuove approfondite ricerche «per comprendere e aiutare a vivere meglio il ruolo di genitore».
Si calcola che in Piemonte l'incidenza della sola anoressia nervosa si aggiri fra i 180 e i 360 nuovi casi l’anno, e quella della bulimia tra i 360 e i 550. Uno studio compiuto su mille studenti delle scuole superiori ha evidenziato in particolare che le ragazze sottopeso sono il 17 per cento, mentre quelle che presentano condotte alimentari problematiche sfiorano il 7 per cento dell’intera popolazione femminile rispetto all'1 per cento di quella maschile.
«La famiglia - è convinto il professor Secondo Fassino - è in crisi da diversi punti di vista. Abusi e aggressività aumentano costantemente. E’ sempre più difficile dialogare e trovare punti d’accordo. Prevalgono gli scontri frutto dell'impulsività, della rabbia e del "tutto-subito"». In questo panorama, «aumentano - sottolinea il professore - i disturbi psichici e di personalità negli adolescenti». Non solo anoressia e bulimia: «Disturbi borderline e tossicodipendenza sono l'emblematica espressione di una sofferenza della famiglia che esplode proprio in quella fase della vita in cui i problemi di autonomia, separazione e costituzione dell’identità dovrebbero essere invece affrontati insieme».
Il neonato Laboratorio di ricerca alle Molinette mira a scoprire quali meccanismi si creano nelle famiglie con figlie anoressiche o bulimiche, ma anche che cosa accade in quelle dove ci sono figli con disturbi di personalità borderline: ragazzi e giovani adulti fortemente instabili con comportamenti autodistruttivi e impulsivi, in preda a una profonda sensazione di vuoto e di solitudine. Sotto osservazione saranno però anche le coppie che non riescono a diventare genitori, benché non presentino evidenti cause organiche: «Cresce - ricorda a questo proposito il professor Fassino - la cosiddetta “patologia psicosomatica della riproduttività”. Alcuni tratti del carattere e del temperamento, come sintomi ansiosi e depressivi, sono responsabili di quella che definiamo “infertilità funzionale”, che non deriva da origini organiche».
«Prendersi cura dei genitori significa impedire che il loro scoraggiamento, a volte profondo, ritardi la guarigione dei figli», osservano alle Molinette. Senza contare che «offrire un supporto anche alla famiglia riduce inoltre i tempi e i costi della guarigione».

psichiatri anglosassoni...
«allucinazioni musicali» e la ricerca del "talento" nel cervello...

Corriere della Sera 13.7.05
Il cervello (come un iPod) fa suonare le tue canzoni
Allucinazioni musicali: dai canti dell’infanzia alle ultime hit
Franca Porciani

A chi non è capitato di aver un ritornello in testa che riaffiora qua e là? Normale. Ma quando si crede di ascoltare un brano musicale, di solito ben noto, e intorno c’è il silenzio, è tutt’altra storia. Si tratta di un’allucinazione musicale. Almeno così chiama lo strano disturbo Victor Aziz, psichiatra del St. Cadoc’s Hospital, nel Galles, uno dei primi a occuparsene (la rivista Psychopathology sta per pubblicare i risultati dei suoi studi su 30 persone colpite, più donne che uomini, in media oltre i settanta, un terzo sorde). Disturbo raro, confinato per ora nella terza età, ma secondo Aziz destinato ad aumentare visto il bombardamento musicale cui siamo oggi sottoposti, giovanissimi in prima linea, e forse già presente anche in quarantenni, ma non ricercato, quindi misconosciuto. E che ha alle spalle aneddoti trascurati dai medici finora e leggendari precedenti: sembra, ad esempio che Robert Schumann raccontasse di avere scritto musica dettata da Schubert, all’epoca già fantasma.
Come può il cervello ingannarsi fino a questo punto, diventando una specie di iPod e facendo risuonare (a tradimento) brani musicali immagazzinati nella memoria?
Per scoprirlo Tim Griffiths, neurologo dell’Università di Newcastle Upon Tyne, in Gran Bretagna, ha studiato accuratamente con la Pet (metodica che grazie a un marcatore radioattivo identifica con precisione le aree del cervello in attività) sei persone anziane quasi sorde nel momento in cui erano colpite da allucinazioni musicali. Scoprendo che la loro origine è nelle stesse aree della corteccia cerebrale coinvolte nel normale ascolto della musica, ma con un’anomalia: vengono eccitate senza alcun stimolo dall’esterno.
«E’ come se si amplificasse il famoso ritornello in testa che ognuno di noi ha sperimentato prima o poi nella vita», precisa Tim Griffith. «In tanti anni di lavoro non ho mai riscontrato qualcosa del genere - commenta Elio Lugaresi, professore emerito di Neurologia dell’Università di Bologna -. La similitudine che mi viene in mente è con le allucinazioni acustiche che accompagnano alcuni tumori cerebrali del lobo temporale della corteccia. Ma si tratta di suoni, non di musica. L’unico confronto possibile è con certe forme di epilessia benigna, rarissime, dove la crisi viene scatenata dalla musica, solo di un certo tipo, classica ad esempio. Senz’altro la scoperta è di grande interesse e merita di essere sviluppata con studi più approfonditi».
Il meccanismo con cui la musica arriva nel cervello, viene percepita, elaborata e memorizzata è, peraltro, tuttora materia di studio. Di recente sulla rivista inglese Nature , Robert Zatorre, docente di neuroscienze all’Istituto neurologico di Montreal, in Canada, ha fatto il punto su quanto si sa (e sul molto che ancora non si conosce) in proposito. Si sa con certezza che esistono persone colpite da amusia , l’incapacità di riconoscere un brano musicale.
Il problema per lo più compare in seguito a un ictus, ma talvolta è presente dalla nascita. Gli studi hanno dimostrato che è danneggiata, o alterata su base genetica la corteccia uditiva, dove sono presenti i circuiti cerebrali in grado di registrare le tonalità e le pause dei suoni che compongono un pezzo musicale. Questa registrazione viene trasmessa ad altre aree della corteccia, soprattutto a quella motoria e alla frontale, dove l’identificazione dei suoni si associa a contenuti emotivi, viene elaborata e conservata in un angolo della memoria. Ne è prova il fatto che in molti musicisti si è riscontrato un maggiore sviluppo proprio di queste zone cerebrali, quasi che l’allenamento plasmasse anatomicamente il nostro organo principe.
C’è un altra scoperta importante: il processo di elaborazione musicale sembra avvenire prevalentemente nell’emisfero destro del cervello. A favore di questa ipotesi, Zatorre cita il caso del compositore russo Vissarion Shebalin, scomparso nel 1963. Vittima negli anni Cinquanta di un ictus che, colpendo l’emisfero sinistro, gli tolse la parola e gli paralizzò metà del corpo, il musicista continuò a comporre grazie all’emisfero destro ancora integro.
Una delle evidenze che scaturiscono dall’esperienza di Shebalin e, in seguito, dalle tecniche di neuroimaging funzionale è che il linguaggio e la musica non sono regolati dalle stesse aree cerebrali, anche se i due processi hanno circuiti in comune.
Ma resta una domanda: dove si nasconde nel cervello il «talento» musicale? Chissà: le neuroscienze sono alla sua ricerca.