venerdì 22 aprile 2005

una segnalazione di Tonino Scrimenti da Carlo Patrignani

venerdi 22 aprile ore 22,15
una trasmissione è andata in onda
su Teleambiente (canale 68)
Roma


Raffaella Nicolai
Livia Profeti
Andrea Masini


sono intervenuti sui temi proposti negli ultimi due numeri della rivista

Il sogno della farfalla:

Inizio della vita, biologia, embrione e fecondazione...
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Bertinotti intervistato dal Corsera

Corriere della Sera 22.4.05
«La Chiesa si sente sfidata Il rischio è l’integralismo»
Bertinotti: dall’aborto alla donna, vivremo una radicalizzazione
«Non vedo continuità con Wojtyla su guerra e giustizia nel mondo»

Daria Gorodisky

ROMA - Fausto Bertinotti, leader di Rifondazione comunista: Joseph Ratzinger non rappresenta la figura di Papa che lei auspicava, cioè un esponente della parte povera del mondo, attento alle questioni sociali... «Sì, è vero, speravo in certe caratteristiche. Ma naturalmente solo come può sperarlo un non credente».
Che cosa significa?
«Bisogna partire da una doppia premessa. Innanzi tutto non si possono misurare le cose della Chiesa con il metro della politica. Tanto per fare un esempio, la divisione destra/sinistra è del tutto inadeguata: la Chiesa è un fenomeno religioso e pone al centro il rapporto tra uomo e Dio. Inoltre, parliamo di una istituzione millenaria che ha la sua potenza fondamentale nella sua unità. Quello che i cattolici chiamano grazia di Stato crea la differenza tra essere cardinale ed essere Papa. Ed è proprio in virtù di questi elementi che la Chiesa ha potuto compiere scelte altrimenti impossibili».
Rapporto tra uomo e Dio, lei dice. Tuttavia la Chiesa si esprime poi sulle «cose mondane», dunque inevitabilmente nella politica. Che cosa si aspetta allora da Benedetto XVI?
«Io forse sottovalutavo quando parlavo di un Papa del Terzo mondo. La Chiesa ha compiuto una scelta forte, con una connotazione già marcata visto che si tratta di colui che era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. È stata messa da parte l’idea di un Papa di transizione o di mediazione. Si è preferito un profilo molto forte perché la Chiesa si sente sfidata dal tempo in cui vive. E da qui nasce un rischio di integralismo».
Una rottura rispetto al papato di Giovanni Paolo II?
«Credo che da lui Ratzinger erediti l’essere milite di Cristo con l’orgoglio del combattente. Invece non vedo continuità sui grandi drammi del nostro tempo, a partire dalla guerra. Mi sembra che l’elemento che si fondava sulla giustizia del mondo sia omesso. All’atteggiamento conciliare che individua un cammino comune tra credenti e non credenti, vedo contrapporsi un accento sulla comunità dei credenti secondo la parola di Cristo».
Da qui il rischio di integralismo?
«Joseph Ratzinger coglie due grandi questioni della vita contemporanea: l’Occidente e la modernità. Io concordo sul rischio catastrofe che deriva da questi problemi, ma la soluzione non può e non deve essere che solo Cristo ci può salvare. Perché questo vuol dire chiusura, negare altri aspetti sociali su cui i suoi predecessori si sono cimentati. E allora il rischio integralismo non riguarda solo il piano teologico, ma si traduce sul terreno mondano».
Un esempio?
«Prendiamo l’Europa. Per Ratzinger appare sulla via del congedo anche etnicamente. Mentre per me il meticciato, la contaminazione sono scelte di civiltà e vera base di dialogo».
Nella «Dominus Jesus» del 2000 l’allora cardinale Ratzinger non sembrava lasciare alcuno spazio al valore salvifico delle altre religioni.
«Va bene l’Europa cristiana, purché vadano bene anche quella ebraica, islamica, bianca, nera e via dicendo».
Cosa succederà sui temi aborto, donne, omosessualità...?
«Giovanni Paolo II non ha avuto posizioni di apertura su questi argomenti. Però certamente non ha mai affermato, come invece ha fatto Ratzinger, che chi fa campagna e vota in favore dell’aborto o dell’eutanasia è in grave peccato e non dovrebbe ricevere i sacramenti. Perciò penso che adesso vivremo una radicalizzazione della linea di Wojtyla».
Piero Fassino dice che Benedetto XVI «rassicura sul piano dottrinario» e che «non sarà un Papa integralista».
«Io segnalo dei rischi. Vedremo. Comunque non mi piace commentare le opinioni di altri su Ratzinger, preferisco esprimere direttamente il mio pensiero».
Ritiene che i dati politico-biografici di Ratzinger - dal suo passaggio nella Gioventù nazista alle posizioni nette contro i movimenti del ’68 - siano significativi per la linea che traccerà il neo-Papa?
«Come per chiunque. Detto questo, sono così significativi che è stato il braccio destro di un Pontefice che abbiamo tutti osannato...».
Benedetto XVI ha segnalato il relativismo culturale come principale avversario.
«Io sono ovviamente molto critico verso il relativismo, in nome di una politica pensata come idee forti, persino come ideologia. Però secondo me il pericolo principale per il mondo in cui viviamo deriva dai fondamentalismi, che lavorano per un conflitto di civiltà. Questo mi preoccupa. Quando si sostiene che non c’è carità senza fede, si preclude il dialogo. Il rischio integralismo nasce dal primato assoluto, e sottolineo assoluto, della fede sulla ragione. Non si può abbandonare la via che discendeva dal Concilio Vaticano II di utilizzare gli strumenti della società contemporanea».
Ratzinger ha paura per l’umanità...
«La ha davvero e giustamente. Ma il rischio nasce dalle sue posizioni teologiche. È un crociato, ma non un rozzo uomo di destra; è un raffinato intellettuale mitteleuropeo, non un politico della Lega o di Forza Italia... Ha una dialettica molto complessa che gli ha anche fatto esprimere giudizi positivi sulla socialdemocrazia».
La stampa del Sud del mondo esprime grande preoccupazione. Viene sottolineata anche la presenza del cardinale Medina come annunciatore dell’«Habemus Papam».
«Medina, sostenitore di Pinochet, si è macchiato di crimini in nome dell’anticomunismo e su questo noi abbiamo criticato anche il papato precedente. Ma la Chiesa non si divide mai al suo interno».
Negli ultimi anni lei sta compiendo quello che ha definito «un percorso» sul terreno religioso. Con il nuovo Pontefice, pensa che cambierà velocità?
«Non cambia nulla. Si deve guardare alla Chiesa nella sua complessità. Nemmeno in politica io giudico i partiti in base al segretario del momento».

Le Goff: "Il corpo nel Medioevo"

Galileo 21.4.05
LIBRI
Jacques Le Goff
Il corpo nel Medioevo

Roberta Pizzolante
Laterza, 2005
pp. 189, euro 16,00


Così presente in tutta la sua fisicità, eppure assente nelle rappresentazioni del Medioevo. Il corpo è il grande dimenticato dalla storia del periodo che va dal V al XV secolo. Anche quando si interessavano degli uomini, fossero potenti e re, guerrieri e santi, gli storici tradizionali lo facevano come se essi non avessero avuto un corpo, descrivendoli quasi come creature prive della loro stessa carne. Per colmare questa lacuna, lo storico medioevale francese Jacques Le Goff dedica al tema un intero volume raccontando, attraverso le idee e le opere dei personaggi del passato, le tante trasformazioni che la concezione del corpo ha subito, "in una tensione continua tra umiliazione e venerazione". Se è vero, infatti, che i corpi erano solo simboli, rappresentazioni e figure e che questa visione si rifletteva anche nel linguaggio comune (le grandi moltitudini di persone che prendevano parte a battaglie e altri eventi erano definite con i termini generici di "popolo" e "plebe"), in alcuni momenti il disprezzo per la fisicità dell'essere umano lasciava il posto alla venerazione.
Come si legge nella prefazione del volume edito da Laterza, "la concezione del corpo, il suo spazio nella società, la sua presenza nell'immaginario e nella realtà, nella vita quotidiana e nei momenti salienti hanno subito mutamenti in tutte le società storiche". Proprio per questo la storia del corpo non può essere ignorata quando si parla di Medioevo: la società è infatti il frutto di diverse tensioni, come quella tra Dio e l'uomo, tra città e campagna, quindi anche di quella tra anima e corpo. Il racconto dell'autore parte dagli albori del Medioevo, quando papa Gregorio Magno definì il corpo "abominevole rivestimento dell'anima", si indossarono i cilici sulla carne in segno di spiritualità e l'astinenza fu una delle virtù primarie. E prosegue passando in rassegna quei teologi, come San Bonaventura e Tommaso D'Aquino, che misero in evidenza la valenza positiva del corpo nel mondo terreno. Il corpo "chiarisce e sostanzia la storia delle idee, delle mentalità, delle istituzioni e anche delle tecniche e delle economie" dice l'autore, ricordando come su di esso abbiano influito l'avvento della peste nera nel 1347-48, l'introduzione di nuovi metodi di coltivazione, l'evoluzione dei gusti culinari e il nascere della gastronomia, fino alla rivoluzione della medicina dei secoli XIX e XX.
Per spiegare le diverse valenze del corpo nel Medioevo Le Goff usa la lebbra, malattia dell'anima che si manifesta con la corruzione del corpo. "Il malato è un reietto e insieme un eletto", spiega, "che aspetta di essere curato da Cristo". Interessante è la descrizione dell'utilizzo di metafore corporee nel Medioevo per rappresentare il sistema politico, la Chiesa o le città, come aveva già fatto Platone nella "Repubblica" proponendo un modello organicista della città ideale, dove il filosofo re era la testa, gli agricoltori il ventre e i custodi i piedi. Chiudono il volume i versi di Francois Villon, definito il migliore e meraviglioso interprete della ritrovata sensibilità verso il corpo nell'Occidente quattrocentesco.

campagna contro la depressione

girodivite.it 20.4.05
Campagna contro la depressione: l’Italia scimmiotta gli USA?
Sull’uso del ritalin. Parte la campagna anti-depressione
di Vincenzo Greco

“Il Ministero della Sanità sta per lanciare il programma operativo sulla depressione che riguarda anche le fasce adolescenziali. Il Presidente della Commissione bicamerale sull’infanzia, Maria Burani Procaccini, lo sta anticipando citando statistiche altisonanti di 800.000 depressi in Italia di cui il 40% studenti delle scuole secondarie”; l’allarme è lanciato dal Comitato dei cittadini per i diritti umani, presieduto da Elia Roberto Cestari.
La decisione fa da pendant alle conclusioni del Progetto Prisma, uno screening comportamentale su oltre 10.000 alunni ed alunne delle scuole dell’obbligo volto a rilevare l’incidenza della "Sindrome da iperattività e deficit d’attenzione" (Adhd). Secondo i risultati dell’indagine “più del 7% della popolazione paradolescenziale soffre di disturbi di ansia”, mentre è affetta da depressione “ meno dell’1% e poco meno del 2% di AdHD”.
Negli Stati Uniti la situazione è a dir poco allarmante: i bambini diagnosticati come affetti da sindromi comportamentali e sottoposti a trattamento psichiatrico-farmacologico per tramite della scuola, sono dieci milioni e, in concomitanza con l’avvio di analoghi progetti di psichiatrizzazione del disagio infantile, il numero di bambini trattati con psicofarmaci sta rapidamente aumentando anche in Europa e nel mondo.
“Attualmente nelle scuole americane si spende un miliardo di dollari all’anno per gli psicologi che lavorano a tempo pieno per fare diagnosi ed etichettare i bambini con ‘disturbi dell’attenzione’ e si spendono più di 15 milioni di dollari” in trattamenti, denuncia il Comitato.
Questi programmi di prevenzione negli USA, “fatti passare falsamente come necessari per supportare la scuola, o fermare l’abuso di droghe, o diminuire il comportamento suicida e la bassa ‘autostima’, per più di 40 anni, sono stati un fallimento aggravando in realtà tali problemi come dimostrano i casi di suicidi e omicidi e violenza in aumento”. I responsabili del “programma psicologico” “TeenScreen”, in uso nelle scuole degli Stati Uniti, sostengono che il fatto di identificare e “curare” i bambini “a rischio” può evitare i casi di suicidio.
Ciononostante, un rapporto pubblicato in Nevada nel 2003 riferisce che il 31% degli studenti sottoposti in passato a screening è in terapia; il 9% vede regolarmente uno psichiatra e sta prendendo psicofarmaci e l’1% ha già tentato il suicidio.
In seguito allo screening della depressione sono state compilate sessanta milioni di prescrizioni per antidepressivi negli Stati Uniti: circa il dieci per cento della popolazione americana, compresi un milione e mezzo di bambini. E’ questo l’elemento fondamentale e incontrovertibile. Siamo in presenza della “gallina dalle uova d’oro”; dell’ultimo ritrovato per il business senza rischio. Per promuovere questa industria, si pubblicano libri che sostengono teorie infondate sulle “malattie” mentali infantili e l’uso di psicofarmaci come “soluzione”.

E in Italia? “Nel nostro Paese - continua la nota del Comitato dei cittadini per i diritti umani - negli ultimi tre anni è enormemente aumentata la propaganda sui disturbi mentali infantili, è stato dato il via agli screening nelle scuole a fasce d’età sempre più basse, ed ora vengono sventagliate percentuali ed attuati piani per i ‘trattamenti’ sotto la voce di ‘prevenzione’; è quadruplicato nel biennio 2000-2002 il consumo di psicofarmaci fra i giovanissimi con i primi casi di danni per diagnosi errate e gravi effetti collaterali”.
E così dopo averlo tenuto in “naftalina” anche l’Italia cede ai richiami della sirena che ha un nome scientifico, il metilfelnidato, e che si concretizza in un gruppo di farmaci come Ritalin, Concerta, Metadato CD ed altri. Il rischio è che l’Italia scimmiotti l’America dove si è registrata, negli ultimi quindici anni, una impennata nelle vendite del 500% del prodotto.
“Non è accettabile che le logiche di mercato - ha dichiarato in una interrogazione parlamentare il leader dei Verdi, Pecoraro Scanio - passino in primo piano rispetto alla tutela del diritto alla salute dei minori”. Ecco perché il leader del Sole che Ride chiede una maggiore trasparenza delle confezioni mediche ricorrendo agli ormai famosi “black box”, i riquadri neri che, da tempo, hanno fatto la loro comparsa sulle scatole di sigarette.
Nel frattempo l’attenzione è rivolta a insegnanti e genitori che, di fronte alla incapacità di “stare dietro” ad un adolescente “svogliato e vivace”, preferiscono la soluzione rapida data dal Ritalin senza aver tentato tutte le soluzione di carattere pedagogico.

la nuova impresa dell'onesto Sirchia

Venerdì, 22 Aprile 2005
IL MINISTRO SIRCHIA CONTRO I BABY BEVITORI

ROMA - Bevitori sempre più baby in Italia che detiene un primato: quello del primo bicchiere consumato a 11-12 anni, l'età più bassa dell'Ue, dove la media si aggira sui 14 anni e mezzo. E così per combattere l'abuso si mette in campo di tutto: spot, decaloghi per genitori e anche una fiction da proiettare in classe con una storia d'amore a lieto fine ma che faccia pensare. Gli esperti, dati alla mano, lanciano l'allarme: sono circa 800 mila giovani che subiscono il fascino della bottiglia e fra il 4 e il 20% degli infortuni sul lavoro è causato proprio dall'alcol.
Il messaggio lanciato dal ministro della Salute Girolamo Sirchia in occasione della giornata per la prevenzione contro l'abuso di alcol è: «Moderazione negli adulti e niente fra i minori».
NO AI DIKTAT. Non manca qualche polemica. Fra questa quella dello psichiatra Federico Bianchi di Castelbianco, secondo il quale per raggiungere l'obiettivo è sbagliato proibire, addirittura con toni duri, l'uso di bevande alcoliche. «Potrebbe esser interpretata come una sfida lanciata ai giovani - spiega il direttore dell'Istituto di Ortofonologia di Roma, studioso dei comportamenti degli adolescenti - la strada giusta è quella dell'educazione e dell'informazione».
IL KIT IN CLASSE. Tutti gli insegnati delle scuole medie superiori potranno richiedere la distribuzione, nelle loro classi, di un kit messo a punto dall'Istituto superiore di sanità, che attraverso diverso materiale e una cassetta con una fiction spiegherà agli studenti fra i 15 e i 19 anni, il pericolo dell'alcol quando si guida.

attenti alle fiabe...

Agi.it
INFANZIA: NELLE FIABE LA CHIAVE DELLE RELAZIONI VIOLENTE DA ADULTI

(AGI) - Londra, 22 apr. - Vostra figlia trascorre ore immersa nella lettura dei classici della letteratura romantica? E più che guardare la televisione ama leggere 'Cenerentola', 'La Bella e la Bestia' e 'Raperonzolo'? Attenzione perché da adulta rischia di finire invischiata in relazioni improntate alla sottomissione e alla violenza. Questo almeno quanto sostiene uno studio destinato a far riflettere: la ricerca è stata realizzata da una giovane studiosa britannica che ha analizzato ragazzine di scuole elementari e donne vittime di abusi. Susan Darker-Smith è giunta alla conclusione che le donne sottoposte ad abusi domestici si identificano spesso con le eroine della letteratura per l'infanzia e tendono ad avere come miti di riferimento i personaggi sottomessi delle fiabe .
"Sono convinte che se il loro amore èabbastanza intenso, esse potranno cambiare il comportamento del loro partner", spiega la giovane studiosa. Lo studio, realizzato a Leicester, sara' presentato il prossimo mese al Congresso Internazionale di Terapia Cognitiva a Gothenburg, in Svezia. Ed è certo che la ricerca - intitolata 'Le fiabe che raccontiamo ai nostri figli: sovracondizionamenti delle ragazze che si aspettano che i partners cambino'- sarà al centro del dibattito tra alcuni dei più importanti terapisti al mondo. La Darker-Smith è convinta che le giovani generazioni cresciute dinanzi alla televisione possano reagire in modo meno sottomesso di quelle svezzate esclusivamente a latte e letteratura. In attesa del giudizio del mondo accademico, per adesso c'è chi invita alla cautela: "Sappiamo che la lettura di fiabe è un modo importante attraverso il quale i bambini formano il loro universo di valori e comportamentale", ha commentato Michael Townend, docente di psicoterapia all'università di Derby, la stessa dove ha studiato l'agguerrita ricercatrice, "il lavoro di Susan è interessante e destinato a far riflettere, ma ha bisogno di ulteriori approfondimenti". (AGI) -

neurologia americana:
uomini e topi

Le Scienze 21.04.2005
La risposta cerebrale alla sicurezza
L'assenza di pericolo viene elaborata nell'amigdala e nel centro della ricompensa

Molti neuroscienziati hanno studiato come la paura condiziona l'attività cerebrale, ma Michael Rogan, Eric Kandel e colleghi della Columbia University di New York hanno invece esaminato l'effetto contrario, scoprendo come il cervello dei topi reagisce a stimoli esterni che segnalano l’assenza di pericolo. I risultati, secondo gli autori, potrebbero essere utili a trattare quei disturbi psichiatrici che coinvolgono una perdita di sicurezza, oltre che a comprendere come mai alcune persone rispondono ai traumi con maggior capacità di recupero di altri. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista "Neuron".
Gli scienziati hanno innanzitutto addestrato i topi ad associare una serie di suoni all'assenza di una fastidiosa scossa elettrica alle zampe. Hanno così scoperto che i suoni riducevano la classica risposta difensiva degli animali, caratterizzata da uno stato di "immobilità". Inoltre, a differenza degli topi non addestrati, quando gli animali condizionati udivano i suoni si avventuravano maggiormente nell'esplorazione di uno spazio aperto, abbandonando il proprio comportamento normale, cauto e protettivo, che consisteva nel camminare lungo i muri. I topi esibivano un identico comportamento avventuroso quando venivano esposti a un segnale istintivo di sicurezza - luce affievolita -, segno che erano all'opera gli stessi meccanismi di risposta neurale.
Studi elettrofisiologici del cervello degli animali hanno rivelato che i suoni di sicurezza facevano calare l'attività in una regione dell'amigdala, la struttura cerebrale che elabora le emozioni e che viene attivata in risposta alla paura. Ma i suoni facevano anche crescere l'attività nella regione coinvolta negli affetti positivi, nelle risposte euforiche e nella ricompensa, una regione non influenzata dalla paura.
"Questi risultati - commentano i ricercatori - supportano l'ipotesi che l'apprendimento sulla sicurezza e l'apprendimento sul pericolo siano processi associati ma indipendenti. I dati relativi a un segnale uditivo suggeriscono una parziale sovrapposizione di questi due processi, che si estende dall'elaborazione sensoriale fino alla prima elaborazione nell'amigdala".

Michael T. Rogan, Kam Sam Leon, David L. Perez, Eric R. Kandel, “Distinct Neural Signatures for Safety and Danger in the Amygdala and Striatum of the Mouse”. Neuron, Vol. 46, No. 2, pp. 309–320 (21 aprile 2005).

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