sabato 14 febbraio 2004


a proposito delle scelte culturali di Repubblica:
sabato 14.2.04, nel giorno detto "di San Valentino", si poteva leggere sul giornale un articolo di Umberto Galimberti dal titolo "GLI AMORI ETERNI E QUELLI PRECARI. IL RUOLO FONDAMENTALE DEL DESIDERIO / COSA STO DICENDO QUANDO DICO TI AMO / mistero Sappiamo che l'amore si nutre di novità e di pericolo e ha come suoi nemici il tempo, la quotidianità e l'eccesso di familiarità"
chi volesse vederlo può richiederlo a questo indirizzo; lo riceverà per e-mail)


il poeta Raboni, lo scienziato Boncinelli, il filosofo Severino

Corriere della Sera 14.2.04
IL POETA RABONI, LO SCIENZIATO BONCINELLI
A mio parere il bisogno di esprimersi in un linguaggio artistico sorge da una profonda mancanza del vivere, da uno stato di sofferenza


Il significato della poesia, la sua «necessità», la sua attualità e la sua capacità di parlare all’uomo d’oggi: sono le questioni che abbiamo posto a uno scienziato, a un filosofo e a un poeta. Ecco il risultato di una tavola rotonda con Edoardo Boncinelli, Emanuele Severino, Giovanni Raboni, organizzata dal Corriere della Sera . A proposito di Leopardi, Severino ha parlato di poesia come rimedio. Se si può accettare questa definizione, la poesia è un rimedio a che cosa?
SEVERINO La poesia appartiene al linguaggio festivo, e cioè si rifà alle origini della nostra civiltà, cioè alla festa arcaica, che è insieme poetica, tecnico-sapienziale e mistico-religiosa. Nella situazione festiva tutte queste componenti sono fuse per costituire una forma di rimedio contro la pericolosità della vita. Da questo coagulo originario, le componenti del linguaggio festivo si distaccano e danno luogo al propriamente religioso, al propriamente poetico e così via. In origine uno strumento funziona solo se protetto dal divino, e dal momento in cui va in crisi il divino, la poesia non acquista più il carattere del rimedio in quanto modo di esprimere e svelare il divino, ma in quanto è una forma che ha una forza tale da consentire all’uomo di prendere distanza dal pericolo del mondo e di trovare salvezza.
BONCINELLI La parola «rimedio» non mi piace. In realtà la poesia è un di più, un’esuberanza, deborda dalla quotidianità e secondo me ha qualcosa in comune con la musica, che però è ancora più universale e come la poesia contiene il concetto di ripetizione. Gli animali in difficoltà si dondolano, fanno gesti ripetuti, anche i vecchi fanno gesti ripetuti e involontari. Si tratta veramente di una sorta di esigenza biologica. A pensarci bene, la poesia si basava molto sulla ripetizione: il ritornello, la metrica, la rima... Sicuramente è nata per fini sociali, collettivi e religiosi. Ma questo aspetto si è perso ed è un peccato. Lo stesso vale per le altre arti: oggi c’è un divorzio dal magico, dal mistico e dal collettivo. Forse c’è più poesia oggi nelle canzoni che nei poeti laureati; forse c’è più arte nelle locomotive e nei jet che nelle mostre. Il che rivendica l'origine di queste cose come fenomeni non solo collettivi ma anche utili e inclusivi della capacità tecnica.
RABONI A me l’idea della poesia, anzi dell’arte, come rimedio non dispiace affatto. Credo che il bisogno di esprimersi con un linguaggio artistico nasca da una mancanza del vivere, da uno stato di disagio o di sofferenza. In un mondo felice uno vorrebbe solo vivere, anche se è un’ipotesi estrema. L’importante è non tradurre questo nell’idea di consolazione. La poesia è soprattutto un linguaggio molto particolare. Rispetto ad altri linguaggi e ad altre arti compresa la musica, comunica dei pensieri e suscita delle emozioni inarticolabili. Il suo pensiero è raddoppiato oppure contraddetto oppure reso ambiguo da altri segnali, che sono quelli della forma e della parola nascosta.
Che rapporto c’è, nel testo poetico e nel fare poesia, tra l’aspetto emotivo e l’aspetto razionale? E oggi possiamo ancora usare un termine un po’ desueto come quello di ispirazione?
SEVERINO Leopardi parla molto presto di unità tra filosofia e poesia: è un binomio che ha sempre presente fin dall’inizio. Ma nei pensieri, mentre scrive «L’infinito», dice che intende l’infinito come l’illusione, come rimedio. Anche l’esuberanza, del resto, è un modo di difendersi dal pericolo.
BONCINELLI Qual è il nemico?
SEVERINO Il nemico è la morte, il dolore. Mi auguro che tu non abbia questo nemico, ma gli uomini hanno sempre sentito come nemico la morte: se non siamo in relazione con una lacuna, che senso ha l’indaffararsi dell’uomo?
BONCINELLI Ma è la nostra forza.
SEVERINO Non lo nego, o meglio lo metto tra parentesi. Torniamo a Leopardi. Nei pensieri, mentre scrive «L’infinito», sostiene che l’infinito è un’idea che aiuta a sollevarsi di fronte al pericolo della morte e del dolore. Poi cambia prospettiva e sostiene che ormai la poesia non inganna nemmeno la fantasia, si rende conto che questa scissione è insostenibile e che la poesia è pensiero poetante. Leopardi abbandona l’infinito, poiché sa che nessun giorno può tornare e che gli dèi sono morti. Il concetto di rimedio rimane in un altro senso: l’infinito, che prima era un contenuto illusorio, diventa la potenza infinita del genio, cioè il poeta, il quale con forza non finita parla della caducità e della morte. Il concetto di rimedio rimane proprio in questa unità di ispirazione e di razionalità.
BONCINELLI E’ una vita che mi chiedo se c’è e che cos’è l’ispirazione. Studiarla da fuori è quasi impossibile, perché l’ispirazione capita di rado a poche persone e la scienza per definizione studia i fenomeni ripetuti. Uno dovrebbe averla vissuta, per parlarne. Per me la poesia è innanzitutto scelta e giustapposizione di parole, perché il contenuto è espresso meglio dalla scienza o dalla filosofia. Dante, Shakespeare e Leopardi, se quelle cose non le avessero dette in quella maniera, sarebbero dei pensatori falliti o dei letterati. Noi parliamo perché nel cervello disponiamo di un enorme vocabolario e ogni volta dobbiamo valutare per quella particolare posizione quale parola andare a pigliare da questo inventario. Un fenomeno molto interessante da studiare.
RABONI Non si tratta della parola giusta per dire ciò che ho chiaramente in testa di dire. Io penso che la parola giusta sia la parola che misteriosamente aggiunge senso a quel che il poeta vuol dire. Altrimenti, il poeta sarebbe il più chiaro espositore del pensiero. Invece la poesia è altro: è pensiero, però emozionato, pensiero assolutamente inscindibile da una serie di emozioni che non sono contenute nel pensiero razionale. Quindi, io non so bene da dove vengano le «parole giuste». E’ vero, ispirazione è qualcosa di desueto, che sa di romanticheria. Valéry diceva: il primo verso viene da Dio, tutti gli altri dal lavoro. Ciò vuol dire che c’è un momento in cui il poeta sa di dover parlare di quella determinata cosa e non sa né come, né di che cosa esattamente si tratti. Sente una necessità, magari legata a un accostamento di parole o a un giro di frase o a un fantasma sonoro, un ritmo, una cadenza. Vien voglia di chiamarlo un momento di aspirazione, come fosse un vuoto da cui si è aspirati e che ti fa precipitare in qualcosa che ancora non sappiamo ma che sentiamo di dover dire.
Come può un comune lettore accostarsi a un testo tanto complesso, tenendo presenti tutti gli aspetti inscindibili che fanno il senso del linguaggio poetico?
SEVERINO E’ impossibile prescindere dal contenuto. Un lettore che si lasci trascinare solo dal ritmo non capirebbe. E’ la storia del contenuto a determinare la storia della poesia. Io vorrei sottolineare la necessità di non considerare la poesia come un fenomeno separato dalla storia della nostra civiltà occidentale, che per me è storia della follia. Sarebbe impossibile capire la poesia indipendentemente da ciò che è stata la storia dell’essenza della nostra civiltà, e cioè un transito dal riferimento al divino alla cancellazione del divino.
BONCINELLI Ho sempre letto poesia e continuo a leggerla. Mi piacciono i greci, Shakespeare, Leopardi. Però se uno mi chiedesse perché e come leggo, non sarei sicuro di saper rispondere. Direi forse per una specie di intossicazione, di abitudine. Rispetto a quel che diceva Raboni aggiungerei due ingredienti della poesia: la concisione, e cioè l’espressione di pensieri come grumi e in una grande intensità; e poi il suo valore collettivo. Si cercano le parole sapendo che arriveranno a qualcuno. E poi abbiamo dimenticato l’immagine, che non è né suono né pensiero. I poeti sono dei creatori capaci di trovare una sintesi solidale di immagini e parole. L’aspetto creativo, l’inventare qualcosa che non c’era, unisce poesia, filosofia e scienza. Ma dovremmo chiederci perché questa immagine, quando è poetica, viene condivisa da un altissimo numero di persone.
Perché, Raboni?
RABONI La poesia raggiunge una quantità nettamente superiore di persone rispetto a una verità scientifica o filosofica perché arriva anche ad altre parti dell’attenzione umana e non solo al cervello. Insomma, arriva a colpire anche con un’emozione, mentre la filosofia non emoziona, persuade. La poesia si rivolge all’uomo nella sua totalità di essere pensante e emozionabile. Le immagini non sono esclusive della poesia. Credo che lo specifico della poesia sia avere tutto questo in forma sincretica, se si può dire. Ha la capacità di emozionare con il suono come la musica, ha la capacità di comunicare con le immagini come la pittura o la scultura, ha la capacità anche di trasmettere contenuti intellettuali come la filosofia. Di tutto questo il lettore può cogliere quel che gli interessa o lo colpisce di più.
Si è parlato di necessità della poesia da parte di chi scrive. Ma in generale, capovolgendo le cose, si può dire che oggi la nostra società ha necessità di poesia? O la poesia viene percepita come qualcosa in più che riguarda più l’individuo che la collettività?
BONCINELLI La società di oggi ha tutto e vuole tutto e il contrario di tutto. Ha tempo libero e lo deve spendere in qualche maniera. C’è la droga, c’è la violenza e fortunatamente ci sono anche la scienza, la filosofia e la poesia. Ci siamo specializzati, è vero, ma questo è avvenuto perché siamo cresciuti di numero e si è stimolata una diversificazione a volte anche a detrimento della qualità. Siamo talmente tanti e diversi, nonostante quel che si dice abbiamo un livello di diversità biologica infinitamente maggiore che in passato. Quindi è giusto che ci sia una offerta diversificata. Non so se sia necessaria, ma direi che uno che si accosta alla poesia ha un’acquisizione perenne.
SEVERINO La poesia non è nata come individualità, perché il linguaggio festivo si costituisce nel sacro. Il linguaggio profano, invece, per lo più è parlato dai singoli: affinché un linguaggio venga riconosciuto e diventi linguaggio sociale bisogna che le parole dei singoli si confrontino in quel luogo che è la festa. La festa si lega al teatro, alla chiesa, a qualcosa di collettivo e di corale. Se pensiamo a ciò, allora è una decadenza per la poesia diventare una lettura dell’individuo scisso dagli altri individui. E’ un fenomeno che conferma l’atomizzazione della nostra società.
RABONI Io non so se ci sia necessità di poesia. Però nel linguaggio comune sia il sostantivo sia l’aggettivo vengono usati metaforicamente per indicare un valore, per indicare qualcosa di bello, di importante, di alto. Qualcosa vorrà pur dire.

ancora su Cy Twombly

La Stampa Tuttolibri 14.2.04
Cy Twombly disegna un giardino d’incanti
di Fiorella Minervino


E’ un vero giardino popolato di fiori come di dei che accoglie il visitatore al quarto piano del Beaubourg dove Cy Twombly, l’artista americano che dal 1957 risiede in Italia, presenta mezzo secolo di disegni selezionati da lui stesso. Esperienza cruciale e ricca di suggestione per la sua arte e i dipinti anzi indispensabile perché riassume, riflette e confessa tanti misteri, forme scritte, colori, disegni a matita, cancellatura che affiorano nei suoi dipinti. È Venere, scritta in rosso come il fuoco d’amore che la infiamma, il primo quadro che si presenta di questa vasta e interessante rassegna. La grande scritta in stampatello ritoccato è seguita da fiori, piante, animali legati alla dea sotto ad una forma rossa e il nome di Afrodite con altri miti. Proprio di fronte sta, come per osservarla, Apollo, un grande disegno dipinto di carta con la scritta blu e il nome del dio. Seguono di nuovo fiori, piante, animali a lui dedicati e altri dei come Orfeo e ancora Marte, Adone ravvicinati ora all’artista che diviene lui stesso un fiore blu, loro compagno di miti, simboli, misteri. Filosofi come Platone seguono con scritte dalla grafia veloce, che si tramutano in segni, talora in forme, talora in cerchi, talora divengono memorie, talora scritte come Malevich e Tatlin con forme geometriche appena definite sul fondo candido. Tanti zeri e poi studi per il trattato del volo. Anche forme come grafie giapponesi e poi Bolsena, il lago dove l’artista abita che è tutto di quadri, numeri, forme. Grande è la varietà di tecniche che impiega Twombly: matita, olio, acrilici, collages, carte, tele, segni finissimi, superfici di pittura densa e corposa. Negli anni ‘50 erano graffi candidi su fondi scuri oppure al contrario, appena accennati. Poi sono venuti i fiori. Pan è composto da due cardi da una stampa. Dal 1982 i fiori si intensificano come pastelli colorati, quasi sempre senza titolo, dai colori intensi e variegati: i rossi, gialli, verdi, rosa intensi. Le piante assumono forme che paiono montagne, ed ecco le lacrime di fuoco, come frutto dei suoi sogni: sono macchie rosse e nere che paiono cadere dall’alto e muoversi sulla carta con il simbolo della barca di Caronte. Poi i fiori sempre più rossi a forma di cuore, con steli verdi delle Seichelles, divengono in seguito - forse remota ascendenza da Van Gogh - forme vivide, perfino una grande scultura, colorate viola, bianche, azzurre fino ad arrivare al 2001 in cui divengono gocce o forme che cadono dall’alto.

sessualità nel mondo antico
un libro di Giuia Sissa, contro Foucault

Corriere della Sera 14.2.04
ELZEVIRO Sessualità e mondo antico
E Zeus punì gli uomini
di ELISABETTA RASY


Racconta Esiodo nella Teogonia che Zeus, indispettito con gli uomini per una bravata di Prometeo, decise di punirli una volta per tutte con un castigo esemplare e irreversibile. A quell’epoca gli uomini - proprio gli uomini maschi, non l’umanità - vivevano beati, senza affanni e preoccupazioni. Quale il castigo esemplare per toglierli da quella condizione aurea? La donna, o meglio, l’invenzione della donna. Perché per Esiodo, nella "Teogonia" come nelle "Opere e i giorni", la donna non è affatto una creatura naturale, ma un essere artificiale, una sorta di «macchina desiderante» incapace di convivere con Penia, la Povertà, e bramosa di beni di ogni tipo, di soddisfacimenti che ottiene attraverso l’uomo. L’uomo, in compenso, per soddisfarla deve sottomettersi al regime della cura, cioè dell'incessante preoccupazione, della fatica, della prestazione. Deve, in altri termini, umanizzarsi. Evocando questi miti ricomposti dal poeta dell’ottavo secolo avanti Cristo, Giulia Sissa, studiosa italiana docente alla University of California, nel suo "Eros tiranno. Sessualità e sensualità nel mondo antico", recentemente edito da Laterza, vuole sostenere una precisa tesi: nell’antica Grecia, cioè nel mondo della nostra antichità, la sessualità e i corpi con la loro differenza sessuale sono un modello, un paradigma di riferimento, una fonte incessante di metafore per disegnare tutta intera la condizione umana. Questo il punto focale dell’indagine della studiosa, ma anche il punto di partenza polemico del suo lavoro. Sissa lo dice esplicitamente nelle conclusioni (che forse avrebbero dovuto essere una premessa): «Come scrivere una storia della sessualità se non situando il proprio punto di vista in confronto a quello di Michel Foucault?». E il suo punto di vista è accanitamente contrario all’idea che innerva l’opera del filosofo francese dal 1976 al 1984, dalla "Volontà di sapere" all’"Uso dei piaceri" e alla "Cura di sé", l’idea cioè che per gli antichi, prima dell’inquisizione verbale dei cristiani, l’eros fosse un’arte puramente pratica, una prassi da regolare con l’esclusivo fine del piacere senza retroscena interiori e etici. Secondo l’antichista italiana, invece, tutto il mondo antico è al contrario attraversato e più ancora tormentato dalla questione del desiderio. Non sul piacere, ma sul desiderio - e il desiderio per eccellenza è quello sessuale con la sua irragionevolezza e indomabilità - ciascuno a suo modo, Platone e Aristotele e gli Stoici, modellano non solo un’erotica, ma anche un’etica e una definizione della condizione umana. Gli antichi non dimenticano mai la differenza tra i sessi, anche se su maschile e femminile, nel loro nucleo profondo ed essenziale, le idee sono mutevoli sia per i filosofi sia per i medici. Soprattutto sulla natura femminile: pura matrice alternativa alla forza di penetrazione virile per Aristotele, per Platone e molti fisiologi la femminilità è invece una mascolinità introflessa, con organi uguali a quelli maschili ma all’interno, il che naturalmente non è privo di conseguenze temibili. Ma il punto essenziale della faccenda, insiste Eros tiranno , è comunque lo stesso. Non gli aphrodisia , cioè la gestione di questa differenza a scopo di piacere, non le tecniche del godimento e del controllo, come sosteneva Foucault: il punto essenziale è il desiderio.
È qui, nello spostamento dal piacere al desiderio, che si apre, come collateralmente alla lunga ricognizione di Sissa di sessualità e sensualità che arriva fino ai Padri della Chiesa, una questione che ha per la contemporaneità una speciale risonanza. In un’epoca e in una cultura come quelle dell’antica Grecia in cui il verbo amare e la parola amore non scendono in campo ad assolverlo o condannarlo, comunque a nominarlo, a sdoganarlo dalla sua misteriosa indicibilità, c’è però uno spazio in cui il desiderio opposto al piacere si rivela: lo spazio tragico con la voce delle sue eroine. Medea e Fedra, Clitennestra e Elettra sono figure che contrastano crucialmente non solo con la posizione assegnata pubblicamente alla donna greca, ma anche con la tradizione del mito e della filosofia. Contrastano perché parlano per sé. Se Giasone ribadirà a Medea nell’abbandonarla le sue ragioni mitiche, se per spiegare le perturbazioni del sesso - il tradimento, l’abbandono - si appellerà alla incontrastabile ed estranea volontà di Afrodite, Medea non gli crede. Medea ne fa una questione personale, del desiderio rivendica la soggettività. Come la moglie e la figlia di Agamennone, come Fedra o Deianira.
Dallo spazio tragico si avvia così un discorso che parla in profondità dell’amore senza nominarlo e, attraversando i secoli, fornisce paradigmi, modelli, parole chiave. Un discorso che soprattutto, di interpretazione in interpretazione, si riattualizza per noi sregolati e confusi postmoderni, allettati da un’ideologia liberatoria che rapidamente si è fatta luogo comune e spot pubblicitario a credere piuttosto agli aphrodisia, le istruzioni per l’uso del sesso, che alla voce sempre oscura e problematica del desiderio.

l'amore prima del cristianesimo

Repubblica 14.2.04
LE ABITUDINI SPREGIUDICATE DELL´ANTICHITÀ
Il sentimento carnale dei nostri antenati
di ARISTIDE MALNATI


Come amavano gli antichi? Celebravano ricorrenze, in cui giovani innamorati dal cuore intenerito porgevano semplici doni alla loro amata? Il pianeta "eros", inteso come somma di sentimento e passione, godeva di particolare attenzione? Un gran quantità di ritrovamenti archeologici e una lunga serie di studi ha contribuito a fare luce sulla vita erotica dei nostri antenati e nuove scoperte chiariscono meglio questo aspetto delicato e perenne dell´animo umano al tempo degli egizi, della Grecia classica, di Roma antica. Un testo in greco antico scritto su papiro è venuto recentemente alla luce in Egitto, nell´Oasi del Fayum (100 km dal Cairo): contiene la prima, vera lettera d´amore della cultura occidentale e risale all´epoca della regina Cleopatra (I secolo a. C.), che dell´amore e della passione ha fatto lo scopo primario della propria esistenza e l´arma micidiale per tante battaglie politiche.
Lo scritto è di un tale Dionisio che confessa al fratello Ermodoto di essersi innamorato di una splendida fanciulla, descritta con abbondanza di particolari anatomici, giusto stimolo di una fruizione tangibile e sensuale: «ha capelli corvini, occhi verdi e pelle ambrata; i suoi seni ben torniti ti offuscano la mente per l´emozione, così come le sue gambe affusolate; è molto abile nei giochi erotici nelle fresche serate al chiaro di luna vicino al tempio del dio coccodrillo».
Nell´antichità classica dunque il pianeta "eros" era ampio e variegato e i costumi sessuali, all´ombra delle piramidi come del Partenone, erano spesso lascivi e disinibiti. La lettera appena vista si lancia in descrizioni ardite e fonde puro sentimento amoroso a mera passione erotica; altri papiri poi illustrano con rara efficacia le pulsioni erotiche di comuni cittadini nei villaggi anche periferici dell´antico Egitto. Un testo del II secolo d.C., quindi con il rigore morale della religione cristiana ormai radicato, presenta le preoccupazioni di una nobile matrona romana per la figlia Lucra, che ancora adolescente è lo scandalo del villaggio, dato che cambia uomo una volta alla settimana e si comporta, secondo il giudizio severo e inesorabile della non più giovane genitrice, da «autentica sgualdrina».
La lascivia e la spregiudicatezza, attestate dalle fonti dirette, trovano conferma nel «mare magnum» della letteratura classica a tutte le epoche. Una poetessa come Saffo offre nelle sue odi testimonianza di passioni a tinte forti, consumate nel circolo dove educava giovani fanciulle in fiore a una corretta vita sessuale; la Lisistrata di Aristofane presenta con rara intensità e con spregiudicata comicità l´attaccamento e quasi la dipendenza dei maschi greci al sesso femminile, che quindi assurge a strumento di potere politico. Per non dimenticare Catullo che nei suoi carmi propone all´amata Lesbia baci peccaminosi, da darsi in numero spropositato, senza curarsi dei pruriti di bacchettoni benpensanti.

Cina

Corriere della Sera 14.2.04
Sorpassata la Francia. Lo scorso anno costruiti nel Paese asiatico 4,4 milioni di veicoli (»35%)
Svolta cinese nell’auto, Pechino quarto produttore mondiale
di Giuliana Ferraino


Bicicletta addio, il drago sale in automobile. La Cina ha sorpassato la Francia, diventando il quarto produttore mondiale dopo Usa, Giappone e Germania, con 4,44 milioni di veicoli fabbricati nel 2003, il 35,2% in più rispetto al 2002. Ad annunciare il nuovo record di Pechino è stato il vicepresidente della Federazione cinese delle macchine industriali, Cai Weici. Il settore automobilistico ha rappresentato il 35,94% dell’intera produzione di macchinari cinesi, pari a 2.530,9 miliardi di yuan (circa 305 miliardi di dollari), in salita del 31,9%. E, quest’anno, indicano le stime, la Cina produrrà circa 5,2 milioni di veicoli, di cui 2,55 milioni di berline. «I produttori stranieri si stanno affrettando a espandere la propria capacità produttiva in Cina, attirati dalle ottimistiche previsioni di crescita e dai buoni profitti», spiega Maria Bissinger, analista di Standard and Poor’s, che ha appena presentato uno studio sulle opportunità del mercato cinese sia in termini di vendite che di utili. Volkswagen, numero uno del mercato, ad esempio, ha intenzione di investire 6 miliardi di euro nei prossimi 5 anni per raddoppiare la sua capacità produttiva in Cina a 1,6 milioni di veicoli l’anno. Hyundai Motor, primo produttore sudcoreano, ha annunciato che costruirà una seconda fabbrica per arrivare a produrre 600.000 unità l’anno entro il 2007, nell’ambito di un investimento di 1,1 miliardi di dollari. E all’Impero di mezzo guarda anche la General Motors. Secondo John Devine, responsabile finanziario della casa americana socia di Fiat Auto, la Cina supererà il Giappone e diventerà il secondo produttore mondiale. Nel 2003 Gm China ha venduto 386.710 automobili, il 46% in più rispetto al 2002. Ma è «determinata ad aumentare le unità e il numero dei modelli per tenere il passo con il mercato». Un mercato che corre insieme a tutta l’economia cinese. Vent’anni fa, secondo la rivista China Today, c’erano soltanto 60 automobili private in tutta la Cina. Oggi ne circolano oltre 10 milioni, accanto a 35 milioni di motociclette, milioni di veicoli agricoli e centinaia di milioni di biciclette. Un segnale del cambiamento: dall’inizio dell’anno a Shanghai le bici non possono più circolare in centro.