venerdì 13 febbraio 2004


la versione in DVD o in VHS di

Buongiorno, notte

oltre che a Roma alla LIBRERIA AMORE E PSICHE
può essere acquistata a Firenze

da
STRATAGEMMA

(seppure, per adesso, il film sia disponibile solo un numero limitato di copie)

Repubblica sul trionfo di "Buongiorno, notte" in Francia

Repubblica 13.2.04
IL CASO
A Parigi "Buongiorno, notte" riempie le sale: nei titoli le date del caso Moro. Critica entusiasta
La Francia applaude Bellocchio e riflette sugli anni di piombo
di LAURA PUTTI


PARIGI - La stampa francese si è scatenata su Buongiorno, notte. Il film di Bellocchio - a oggi quasi sedicimila spettatori nei dieci cinema parigini nei quali da mercoledì scorso è proiettato - è qui particolarmente sentito: il suo autore è oggetto di devozione (nessuno dimentica Lou Castel nei «Pugni in tasca», e «L´ora di religione» è rientrato nel discusso tema della «laicité») e la Francia di Mitterrand ha dato asilo a non pochi protagonisti degli anni di piombo, da Scalzone a Toni Negri. Il dibattito sulle vicende italiane di quegli anni l´aveva iniziato mesi fa «La meglio gioventù», anch´esso approdato (in due parti, come da noi) nei cinema di Parigi tradizionalmente riservati ai film di grande qualità. Senza contare che Maya Sansa, attrice sia per Giordana che per Bellocchio, si è trasferita a Parigi e verrà presto «adottata» dal cinema francese. Ma da qualche tempo per i critici (e il pubblico) d´Oltralpe non esiste più soltanto Nanni Moretti. Un nuovo caso: nonostante il napoletano stretto, a Tornando a casa sembra stia toccando la stessa fortuna di «Respiro» di Emanuele Crialese, che l´imprevisto successo francese rilanciò in patria. Le tre piccole sale parigine che ancora proiettano il bel film di Vincenzo Marra (critiche entusiaste su Le Monde, Liberation e sui Cahiers) vedono il pubblico aumentare. E anche «L´imbalsamatore» di Matteo Garrone resiste in ben due sale.
Sin dalla sua uscita, Buongiorno, notte riempie le pagine dei giornali francesi. Domenica scorsa su Le Monde il film ha offerto lo spunto per un´inchiesta dal titolo «L´Italia di fronte agli anni di piombo»: nella sezione dedicata ai commenti, Marie-Claude Decamps fa parlare Bellocchio, ma anche Renzo Martinelli (regista di «Piazza delle Cinque Lune», altro film sul caso Moro), il fondatore delle Br Enrico Franceschini, Francesco Cossiga, Rossana Rossanda e Giovanni Moro. E l´articolo di Le Monde segue a ruota una lucida analisi di Marc Semo (già corrispondente a Roma ed esperto di politica italiana) sugli anni di piombo comparsa su Liberation il 4 febbraio, giorno dell´uscita del film. Parlando degli altri film sul rapimento di Moro (quello di Martinelli e «Il caso Moro» di Giuseppe Ferrara, 1986), Semo scrive: «La tesi del complotto (Stasi, Cia e Mossad secondo Martinelli e Ferrara, ndr) è un punto di vista più facile da accettare per un´opinione pubblica che mai ha potuto ammettere che uno dei più grandi politici del dopoguerra abbia perso la vita a causa di giovani fanatici o dell´intransigenza di uno Stato italiano impotente e di partiti destabilizzati».
Il lancio di Buongiorno, notte è stato in Francia assai mirato. Marco Bellocchio ha concesso interviste (sulla politica italiana, ma anche molto personali) a giornali di non altissima tiratura, ma che fanno opinione come il settimanale "Les Inrockuptibles". E, per il pubblico francese non familiare con le vicende italiane, un breve distico nei titoli di coda del film ricorda le date del rapimento e dell´assassinio di Aldo Moro.

fecondazione e chiesa cattolica:
il particolarissimo punto di vista di Emanuele Severino

Corriere della Sera 13.2.04
L’intervista al filosofo: anche la Chiesa accetta la guerra giusta se l’obiettivo finale è il bene comune
Severino: un sacrificio, ma può salvare altre vite
«Ciò non toglie che si elimina un essere umano, quelle cellule possono diventare persona»


«Bè, in questo ha ragione monsignor Sgreccia...». Davvero professore? Il vicepresidente della Pontificia accademia della vita parla di «due delitti», la riproduzione dell’embrione e la sua soppressione per ricavarne staminali indifferenziate...
«Qui abbiamo qualcosa che lasciato al proprio ambiente naturale produce un essere umano, no? Dal punto di vista della stessa scienza non può che essere un omicidio, se vuole essere coerente...». Emanuele Severino, da vero filosofo, comincia subito con il frantumare confini e certezze. «L’idea che questa struttura embrionale, questo raggruppamento di cellule indifferenziate conduca ad un individuo ha radici antichissime, anche se la scienza non se ne rende conto».
E cioè?
«Si tratta né più né meno dell’idea aristotelica dell’essere "in potenza": il seme, dice Aristotele, è "in potenza" l’albero. Allo stesso modo questo insieme di cellule indifferenziate è "in potenza" un essere umano».
Per uno scienziato laico, è quando le cellule cominciano a differenziarsi che si può parlare di individuo e già in natura il processo può interrompersi, no?
«È diverso, l’ambiente naturale è costituito anche di elementi sovrabbondanti. È vero che molti semi vanno perduti, come nel Vangelo alcuni cadono in strada, fra i sassi o le spine, ma quelli che cadono sulla buona terra germogliano. Resta il fatto che a certe condizioni il seme diventa albero...».
Severino che cita il Vangelo?
«E cosa c’è di strano? Io ho sempre parlato del cristianesimo come di qualcosa di importantissimo! Ma qui il punto è: anche la scienza deve riconoscere che da un embrione e non da un seme di ciliegio viene l’uomo. Il mio discorso filosofico è diverso, ma ora mi sto muovendo all’interno della logica comune ai due contendenti: sono omogenei perché condividono la stessa concezione aristotelica di fondo».
E allora?
«E allora, semmai, si tratterebbe di discutere questo concetto di essere in potenza. Si dice: quando esiste il seme, l’albero non esiste, cioè è nulla. Il concetto di potenza implica che le cose originariamente sono nulla! Ora, è in questo modo di pensare dell’Occidente che è presente l’anima originaria dell’omicidio».
Quello che lei definisce nichilismo...
«Sì. L’anima dell’omicidio è presente perfino in manifestazioni sublimi come l’amore: Dio ama la creatura e quindi la fa essere, la crea dal nulla... Ma non vorrei andare troppo lontano: solo mostrare come problemi del genere si affrontano risalendo ad una dimensione filosofica. La stessa Chiesa deve stare attenta a non consegnarsi mani e piedi alla scienza».
In che senso?
«Tommaso d’Aquino teorizzava l’armonia di fede e ragione: la vera ragione non potrà mai essere in contrasto con la fede. Ma Tommaso parlava di ragione come epistéme, verità incontrovertibile. E la stessa scienza ha rinunciato da tempo a dire la verità: dall’indeterminismo alla fisica quantistica si pone come un sapere ipotetico».
C’è soggezione?
«Diciamo che il modo in cui la Chiesa ha riconosciuto i propri torti, rispetto a Galileo, è obsoleto: come fosse portatore di una verità incontrovertibile cui inchinarsi. Galileo ne era convinto. Ma è interessante vedere come il cardinale Bellarmino, un gigante, fosse molto più avanzato di lui dal punto di vista epistemologico: se tu mi presentassi le tue teorie non come verità assolute ma come ipotesi matematiche mi andrebbe benissimo, diceva. E aveva ragione».
Torniamo alla clonazione terapeutica: omicidio?
«Sì, però la si può considerare anche come sacrificio. D’altra parte la Chiesa, in determinati casi, ha accettato l’omicidio come sacrificio, ad esempio nella guerra giusta: si sacrifica una vita per il bene comune perché c’è uno scopo buono, che nel nostro caso è il carattere terapeutico della clonazione».
E la clonazione tout court, la produzione del «doppio»?
«Bè, è affatto diversa. Si può trattare delle fantasie di una mente psichicamente anormale oppure, peggio, dell’intento di avvantaggiarsi economicamente sfruttando in modo bestiale la vita umana...».
Parla del commercio d’organi?
«Penso in generale allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo di cui parlava Marx: i poveri venivano sfruttati - e lo sono tuttora - dai ricchi. Ecco, la lotta economica dei ricchi contro i poveri si riproporrebbe in termini biologici come lotta fra i viventi e coloro che sono in cammino per vivere. Anche il povero, in fondo, è in cammino per vivere decentemente».

Herlitzka nel ruolo della madre nazista della Schneider
la scrittrice che fu ospite della Libreria Amore e Psiche

Corriere della Sera 13.2.04
L’attore con la Vukotic nel dramma diretto dalla Wertmüller
«Dopo il ruolo di Aldo Moro divento una madre-mostro»
Herlitzka: è la caricatura in nero di una vecchia nazista
di E.Cost.


ROMA - Non è la prima volta che Roberto Herlitzka si propone al femminile. Anni fa interpretò anche il ruolo di un transessuale donna che, per amore della sua compagna, si sottopone a un’operazione per tramutarsi in uomo. Poi è entrato nelle psicologie di Desdemona e di Ofelia, in sue rivisitazioni dell’«Otello» e dell’«Amleto». E, in un film mai uscito, Grottesco, con una parrucca bionda in testa, cantava le canzoni di Mina. Dice l’attore teatrale scoperto, con ritardo, dal cinema, dove prima ha interpretato il professor Federico Caffè, nel film L’ultima lezione di Fabio Rosi, poi ha impersonato Aldo Moro in Buongiorno notte di Marco Bellocchio: «Amo misurarmi in situazioni estreme, fuori dal pentagramma. E poi, per noi attori, recitare en travesti non è così straordinario: siamo abituati a travestirci». Ora è nei panni di un’anziana madre nazista, nel musik drama Lasciami andare, madre che Lina Wertmüller ha tratto dall’omonimo libro autobiografico di Helga Schneider. Con lui Milena Vukotic, nel ruolo della figlia. Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Eliseo e in scena al Piccolo Eliseo dal 24 febbraio, con le musiche di Lucio Gregoretti, le scenografie spettrali di Enrico Job, racconta una storia vera: quella della Schneider, abbandonata quando era bambina dalla madre che, fanatica di Hitler, scelse di fare la kapò nei campi di sterminio. Dopo trent’anni, le due donne si rincontrano: lo spettacolo descrive quell’incontro.
Spiega Herlitzka: «La mia è la caricatura "nera" di un mostro e cercherò quanto più possibile di essere mostruoso. La madre di Helga non è solo una donna cattiva, ma senza cuore, priva di sentimenti». Sottolinea la Vukotic: «Helga non solo è stata traumatizzata dall’abbandono della mamma, ma quando l’ha ritrovata ha subito un secondo trauma: vedere una donna che non si era pentita di essere stata l’aguzzina di tante persone». Riprende Herlitzka: «Ciò che mi ha più colpito, nella realizzazione di questo spettacolo, è di recitare una storia vera, che supera ogni più contorta fantasia. Viene da riflettere sul sinistro fascino che il nazismo doveva esercitare su certi individui se anche una madre, con esultante baldanza, poteva arrivare a tanto». Conclude la Wertmüller: «Ho scelto una messinscena grottesca, perché la vicenda della Schneider è talmente incredibile, da non poter essere rappresentata realisticamente».

tra sei mesi il Ritalin placherà i bambini "iperattivi" anche in Italia

una segnalazione di Sergio Grom

Il Venerdì di Repubblica 13.2.04
La pillola ai bimbi irrequieti? Calma...
Tra sei mesi il Ritalin (ritirato perché usato come stupetacente) tornerà in vendita. Come dístinguere chi ne ha davvero bìsogno? La novità è un registro nazionale. Ma l'allarme arriva sempre daglì Usa
di Francesca Amoni


1 Riitalin, la pillola peri bambini irrequieti, arriverà in farmacia tra sei mesi. La Cuf, la Commissione unica del farmaco, ha registrato e ammesso a rimborso il metilfenidato - classificato tra gli stupefacenti - per il trattamento del disturbo da Adhd, Attentìon Deficit Hyperactivity Disorder, cioè disturbo da deficit dell'attenzione e iperattività. E la casa svizzera Novartís sta mettendo a punto la confezione ìtaliana. Così tornerà in commercio quella pillola già legale da noi dal 1989, ma poi ritirata perché poco venduta e usata ìnvece come stupefacente o dimagrante...
Tutto con prima? "Intanto non saranno i pediatri o i medici di famiglia a prescriverla dice Nello Martini, direttore della Cuf, che è presieduta dal ministro della Salute Girolamo Sirchia. "La diagnosi spetterà ai Centri specialistici di neuropsichiatria infantile individuatì dalle singole regioni, che definiranno un piano terapeutico e dì controllo secondo le esigenze di ciascun bambino". La novità più rilevante, però, è che per monitorarne la correttezza l'Istituto superiore dì sanità sta approntando un registro nazionale dei bambini che useranno il Ritalin (rispettando al massimo la privacy). "E’ unico nel mondo" dice Stefano Vella, direttore del dipartimento del farmaco dell'Istítuto superiore della sanità "e ci aiuterà a stabilire criteri omogenei dì diagnosi sapendo quanti e per quanto tempo sono i bimbi in cura".
Per l'arrivo del farmaco si stanno usando, insomma, tutte le cautele. Anche se in Italia non si è mai smesso di farne uso (attraverso il mercato nero o richiedendolo al ministero con un complicato iter), tant'è che si stima siano almeno un migliaio, oggi, i bambini in cura. Ma come sì fa a stabilire chi ne ha bìsogno? "Va somministrato solo in casi gravi, dai 7 anni in su", spiega Maurizio Bonati del Mario Negri di Milano. "Sì, negli Usa è prescritto al 3-5 per cento dei bambini in età scolare: ma le forme particolarmente severe non supererebbero il 7 per mille". Proprio la diagnosi è il punto controverso. Negli Usa, si impiegano 10-15 minuti per capire se un bambino è affetto da Adhd, e poi via alla pillola, anche a 2 anni. Lì si consuma il 90 per cento della produzione totale. Ma anche in Gran Bretagna le stime parlano di 10.000 bambini. E la Germania ha registrato un aumento (ogni medico può prescriverla). E in Italia? Nel centro dell'Università di Cagliari si usa il Ritalin dal 1998. "Su 150 bambini. Ma per una diagnosi impieghiamo 4 o 5 ore, raccogliendo informazioni da genitori e insegnanti", dice Alessandro Zuddas. "La pillola si dà solo in casi gravi con molte cautele. Vediamo il bimbo ogni settimana e poi ogni mese".
Ecco l'altro punto. La piccola pillola che sarà commercializzata non è il Ritalin LA (Long-Acting) da una dose giornaliera e via. "La formulazione di cui disponiamo esaurisce il suo effetto in 3-4 ore. Può bastare per una mattinata di scuola. Ma è spesso necessaria una seconda somministrazione all'ora di pranzo, e questo può creare problemi, ad esempio nei bambini che restano a scuola fino al pomeriggío", spiega Gabriele Masi dell'Istituto Stella Maris dì Pisa. E per quanto tempo va presa? "Va sospesa nelle vacanze estive, spesso in quelle natalizie, talvolta nei giorni festivi. E almeno ogni anno, al rientro a scuola, si valuta se è ancora necessaria, visto che il 30 per cento supera la sintomatologia e il 60-70 per cento con il passare del tempo riduce alcuni sintomi". Chi distinguerà, nel tempo, i bambini che hanno davvero bisogno del farmaco?

Dracula

una segnalazione di Filippo Trojano

Il Messaggero 13.2.04
Il vampiro, cattivo primitivo all’origine di mille riconoscibili metamorfosi
di GOFFREDO FOFI


BRAM Stoker, uomo di teatro e scrittore, dette alle stampe Dracula nel 1896, dieci anni dopo Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hyde di Stevenson (e nove anni dopo la prima apparizione di Sherlock Holmes in un romanzo di Arthur Conan Doyle). Figura fondamentale della cultura di massa, potenziata dal cinema (in America negli anni Trenta, in Inghilterra negli anni Cinquanta e Sessanta, e poi in molti travestimenti e variazioni in più paesi) e ben nota ai palcoscenici di fine Ottocento e primo Novecento, ha avuto molti rivali, da Frankenstein (1818) al Golem (1915) ma li ha sgominati, rifiutandone la dimensione “tecnica” di prodotti dell’uomo e accentuandone, anche rispetto a Jekyll, quella etnografica e mitica.
Dracula non è un figlio della società, che sfugge al suo controllo, bensì un cattivo primitivo di mille riconoscibili metamorfosi; più che un demone lui è il morto che non muore, e che per vivere la sua non-vita deve succhiare il sangue dei vivi, facendone come lui dei “nosferatu”, dei non-morti.
Denso di richiami biblici «il sangue è la vita» dicono le Scritture la sua minaccia è presente in più modi, in più società quando, per esempio, si coprono (o si coprivano) gli specchi avendo un morto in casa affinché il cadavere non vi venisse riflesso e in quell’istante l’anima non uscisse dal suo corpo per vagare senza riposo sulla terra, o si chiudevano nella stalla certi animali domestici, soprattutto i gatti, per paura che saltando sopra il morto l’anima non ne approfittasse per entrare nel corpo della bestia. Ma la grande intuizione di Bram Stoker fu quella di trasferire queste superstizioni nella città, e precisamente nella stessa grande Londra dei romanzi di Dickens, e di rinnovare i fasti del romanzo gotico (Il castello di Otranto di Horace Walpole era del 1764) che aveva dominato la scena della letteratura popolare per un secolo, e che attraverso Conan Doyle in Inghilterra e con Edgar Allan Poe in America aveva influito sul nascente genere moderno per eccellenza, il “giallo” ovvero l’inchiesta, poliziesca o privata attorno a un crimine.
L’altra grande intuizione di Stoker fu quella di inserire in un contesto tipicamente vittoriano e dunque sessualmente ipocrita o represso un personaggio così anomalo come il Conte Dracula, i cui grandi poteri gli permettono di insidiare maschi e femmine (preferibilmente le femmine) e, come egli si esprime, di “farli suoi”, e che è però sottoposto a una sorta di legge dell’ospitalità, per cui può entrare in una casa solo se vi è invitato, e di conseguenza accanirsi sul corpo di una persona solo se essa è in qualche modo consenziente.
Nel romanzo, compare il fonografo, una novità, vi si fanno trasfusioni di sangue in continuazione, altra novità, e vi si parla degli esperimenti sull’ipnotismo fatti da Charcot in Francia, lo scienziato che fu maestro di Freud.
In modo ancora non esplicito vi si interpretano in modo fantastico fenomeni ben concreti, tentazioni e paure che di lì a poco verranno interpretate secondo i moderni canoni della psicanalisi. Romanzo moderno per eccellenza, dietro i tendaggi spessi dell’Ottocento almeno quanto il celebre racconto di Stevenson, Dracula, deve il suo successo a questo incontro e a questa mescolanza di molto antico e di molto nuovo, costruito per tasselli secondo le regole del puzzle, fatto di voci, diari e documenti di più personaggi, ha certo le sue ingenuità e le sue convenzioni, ma nella sostanza, se è capace di incatenare il lettore ancora oggi, e se è riuscito a creare una figura così possente e ritornante come Dracula, è perché sfiora con grande intelligenza temi delicati e di grande risonanza.
La paura della non-morte è tipica di quasi tutte le culture arcaiche e questo ha permesso ai maniaci di trovare cento eredi di Dracula in miti e leggende, e “premonizioni” in opere letterarie disparate e il desiderio insoddisfatto è tipico delle culture più repressive, e provoca sogni e fantasie. Ma si sbaglierebbe a pensare che tutto questo abbia come ambito privilegiato un’epoca precisa come il tardo Ottocento. Dracula va oltre ogni modernità, e anzi recupera una sorta di folklore ottocentesco, mentre Frankestein è morto figliando un popolo di robot, trasferendo nella fantascienza la paura e il fascino del superamento di certe norme da parte dell’uomo scienziato. Dracula non ritorna soltanto negli anni delle grandi insicurezze, come era abituale ritenere, per esempio, da parte di molti sociologi della cultura della massa e anzitutto del cinema, ma ritorna anche in anni affluenti e generosi. Dracula è una costante, è qualcosa che va oltre i limiti della storia; è folklore antico ma anche presenza nell'inquietudine e della paura in ogni società, per il semplice fatto dell’umana imperfezione e delle paure e ossessioni che ne derivano. (E non va dimenticato che in anni di grandi lotte sociali, proprio nell’Ottocento del primo movimento operaio e del “quinto stato”, la figura del Vampiro fu identificata con quella del Capitalista, dell’industriale sfruttatore, dell’affamatore del popolo).
Oggi Dracula è bene insediato nell’immaginario collettivo grazie soprattutto al cinema, ma più che nei tratti di Bela Lugosi, l’attore che lo incarnò negli anni Venti e Trenta e morì pazzo credendosene una reincarnazione, essa è ancora presente per quelli di Christopher Lee, l’interprete della serie inglese Hammer diretta abitualmente da Terence Fisher, nella quale il suo antagonista Van Relaing aveva quelli non meno forti di Peter Cushing. E del Dracula di Stoker si sono avute varianti d’eccezione, come quella sublime di Dreyer o quelle cupissime di Murnau o Herzog e quella ardita di Francis Ford Coppola, e parodie sfrenate che ne mettevano in luce i più riposti significati, come quella brillantissima di Roman Polanski.

Francesco Fantasia:

NON avesse avuto l'idea di scavare nelle superstizioni annidate nei Carpazi, con tutta probabilità il suo nome non verrebbe nemmeno ricordato nelle antologie letterarie. I capricci del caso o gli imperativi del destino hanno invece deciso diversamente: ed oggi Bram Stoker (1847-1912), irlandese di Dublino, resta consegnato alla storia come il creatore del più celebre Non-Morto della letteratura e della filmografia dell'ultimo secolo. E sì che neppure lui, Stoker, aveva immaginato di guadagnare soldi e fama canonizzando la figura del Vampiro. E prima di pubblicare Dracula, imbocca ogni strada pur di agguantare la palma del successo: messi da parte gli studi matematici si dedica alla carriera nello Stato. Ma presto si pente e passa al giornalismo, indossando i panni di severo censore teatrale del Mail. Le frequentazioni teatrali gli aprono intanto le porte del bel mondo. E Stoker cambia di nuovo pelle ed attività: diventa il manager del famoso attore vittoriano Henry Irving. A quasi 40 anni altra svolta. Bram decide di impugnare la penna. E finalmente nel 1897 raggiunge con Dracula il successo inseguito per una vita: un romanzo-capolavoro che narra di paure antiche e di desideri sempre attuali, mostrandoci quella lotta incessante tra Bene e Male che si svolge quotidianamente anche dentro di noi.

il nuovo film di Thèo Angelopoulos alla Berlinale

una segnalazione di Filippo Trojano

La Stampa 13.2.04
IL MAESTRO HA PRESENTATO ALLA BERLINALE «LA SORGENTE DEL FIUME»

Angelopoulos alla ricerca del Novecento perduto
«Dal Kosovo all’Iraq la tragedia umana non è mai finita. Appartengo
a una generazione di delusi. Oggi la dittatura appartiene ai media»
di Fulvia Caprara


Con attenzione emozionata e partecipe la platea della Berlinale ha accolto ieri la nuova opera del maestro greco Thèo Angelopoulos che, dopo la Palma d'oro al Festival di Cannes, nel '98, con «L'eternità è un giorno», è tornato sul set per dirigere «La sorgente del fiume», primo capitolo di una trilogia che vuol essere «il riassunto poetico del secolo appena concluso», ma soprattutto il bilancio molto personale della porzione di tempo «dentro cui ho vissuto la maggior parte della mia vita, dei sogni, delle speranze, del lavoro». Lo sguardo, diviso tra i ricordi, le passioni, i rimpianti, non può prescindere da alcune incancellabili consapevolezze: «Quando si vive attraversando la storia se ne è inevitabilmente toccati. Il film è anche un omaggio a mia madre, un personaggio classico, da tragedia, che non potrò mai dimenticare nel giorno in cui, era il '44, avevo solo 9 anni, tenendomi per mano, cercava il cadavere di mio padre in mezzo ai corpi di tanti altri uomini caduti in battaglia e a tante altre donne in lacrime».
Frutto di una coproduzione tra Italia, Grecia e Francia, da ieri nelle sale greche e dal 27 in quelle italiane, distribuito dall'Istituto Luce, «La sorgente del fiume» si apre nel 1921, con l'immagine dei profughi greci che, abbandonata la città di Odessa dove l'Armata Rossa ha fatto il suo ingresso trionfale, rientrano nel loro Paese d'origine. Il sipario cala nel '49, sullo scenario della Grecia straziata dalla guerra civile. La trilogia completa arriverà fino alla New York dei giorni nostri, sempre sulle tracce della coppia protagonista, per ribadire che, davanti alle «continue prove della Storia», «l'assoluto è più che mai raggiungibile solo per mezzo dell'amore».
La sua visione delle cose è inevitabilmente pessimistica?
«Non ritengo che i mei film siano pessimisti, piuttosto penso che siano attraversati da un certo senso di malinconia. La mia generazione, e tutti quelli che hanno vissuto l'avventura del dopo-guerra con il mare di speranze che la caratterizzarono, hanno avuto un'innegabile delusione. I cambiamenti nel mondo non hanno dato i risultati sperati, nè hanno aperto le strade che ci sia augurava si aprissero. Insomma, la malinconia è anche una forma di dignità, un modo per ammettere la sconfitta di certe convinzioni. E' un fatto che, solo guardando agli avvenimenti degli ultimi anni, dopo la Bosnia, ci siano stati il Kosovo e poi l'Afghanistan, e poi l'Iraq...La tragedia umana non è mai finita, perchè siamo noi a provocarla».
Nel suo Paese stanno per svolgersi le elezioni politiche, come vede la situazione?
«E' un periodo molto triste, oggi chi fa politica non si occupa, come dovrebbe, delle condizioni in cui la società si sviluppa. I politici non sono altro che organizzatori, anzi manager. La dittatura contemporanea appartiene ai media e io oggi sono veramente contento per aver vissuto in un'epoca diversa, per aver conosciuto il cinema che ha nutrito i miei sogni e risposto alle mie necessità, per essere arrivato a Parigi in pieni Anni '60, per aver saputo che cos'è stata la "rive gauche"».
Lei ha sottolineato il carattere molto personale della sua nuova opera. Da dove viene questa necessità?
«Anche nella "Recita" parlavo di cose personali, ma qui ancora di più. Forse, arrivati a un certo punto della vita, viene voglia di fare un bilancio del proprio mestiere chiedendosi anche quanti altri film si avrà ancora la possibilità di girare. Comunque, in fondo, sono convinto di aver diretto sempre lo stesso film, più o meno come hanno fatto sia Federico Fellini che Michelangelo Antonioni. Abbiamo avuto alcune cose da dire sulla vita e le abbiamo ripetute, in modi diversi».
La protagonista della «Sorgente del fiume» si chiama Heleni ed è interpretata dalla giovane Alexandra Aidini: ci può dire come l'ha scelta e perchè?
«E' una ragazza per metà italiana, ha 22 anni, suo padre è pittore e la madre giornalista. L'ho trovata alla Scuola nazionale d'Arte Drammatica, è molto timida, ma mi è subito apparsa come un terreno fertile che poteva dare molto».
Come in tutti i suoi film, anche nella «Sorgente del fiume», la musica ha un ruolo fondamentale.
«Da sempre la musica, nelle mie storie, non è un accompagnamento, ma un vero e proprio elemento drammaturgico, che partecipa e racconta, insomma una parte integrante del film. Nella "Sorgente del fiume" avrei voluto usare quasi solo musica e immagini, senza una parola, ma non era possibile».

sulla creazione sud-coreana di un embrione umano:
Edoardo Boncinelli, Renato Dulbecco, Angelo Vescovi

Corriere della Sera 13.2.04
L’ULTIMO DUBBIO
di EDOARDO BONCINELLI


Da qualche anno si è prospettata un’opportunità unica per poter cominciare a produrre «a comando» tessuti, parti di organo od organi interi da utilizzare per operazioni di trapianto su individui che ne abbiano bisogno. Si tratta, come è noto, di partire dalle cosiddette cellule staminali. Tali cellule devono ovviamente essere umane e devono presentare caratteristiche tali da far ritenere con qualche fondamento che possano essere utilizzate per questo scopo. Le staminali ideali sono quelle prelevate allo stadio embrionale e, almeno a priori, più precoce è meglio è. È probabilmente possibile utilizzare staminali di altra derivazione - dal cordone ombelicale o addirittura dall’adulto - ma al momento nessuno è in grado di dire se queste ultime sono in tutto e per tutto equivalenti a quelle embrionali per l’uso che se ne vuole fare. Un altro problema tecnico è rappresentato dalla possibilità di effettuare i trapianti senza il rischio di un rigetto. Occorrerebbe a questo proposito partire da cellule staminali che abbiano una costituzione genetica predeterminata che sia identica o molto simile a quella di chi deve ricevere il trapianto. In linea di principio, questo non è impossibile. Basta introdurre in una cellula-uovo privata del suo proprio nucleo cellulare il nucleo di una cellula della stessa costituzione genetica di chi deve ricevere il trapianto. Si potranno poi prelevare le cellule da un embrione precocissimo derivato dalla cellula-uovo trasformata dal nuovo nucleo e fatta sviluppare fino ad un certo punto. Questa metodologia sembra soddisfare quasi tutti i requisiti per la produzione di tessuti di ricambio senza limitazioni.
Ma ci sono ovviamente dei ma. Il primo e più grave è di natura etico-religiosa o etico-sociale. Si tratta di produrre, in maniera non convenzionale, un embrione umano allo scopo di poter disporre di queste cellule. Secondo molti questo non è lecito, anche se lo sviluppo dell’embrione in questione verrebbe bloccato molto presto, vale a dire allo stadio di blastocisti, che è una sferetta composta di qualche migliaio di cellule e che non si è ancora impiantata nell’utero. Secondo altri, anche se questo fosse accettabile, potrebbe indurre in tentazione qualcuno, che potrebbe far proseguire l’esperimento e arrivare alla formazione di un essere umano completo. Esistono inoltre problemi tecnici non ancora risolti. Il primo è rappresentato dalla frequenza con cui la cellula-uovo che ha ricevuto un nucleo non suo inizia effettivamente a dividersi e a generare un embrione. Il secondo è dato dalla bontà delle cellule staminali prelevate da tale embrione precoce. Il terzo riguarda il trattamento che le cellule staminali devono subire per dar luogo con successo al tipo di tessuto che noi desideriamo: pelle, muscolo, osso, nervo e così via. Per quanto riguarda i primi due tipi di problemi tecnici sembra che alcuni gruppi di ricerca sudcoreani stiano facendo dei reali progressi.
L’annuncio di ieri, non inatteso ma comunque stimolante, presenta due aspetti di novità. Un primo aspetto è dato dalla buona efficienza raggiunta nell’ottenere embrioni allo stadio di blastocisti dalle cellule-uovo portanti un nucleo prelevato da un’altra cellula. Il secondo è dato dalla buona disposizione delle cellule staminali così ottenute a dar luogo a tessuti di vario tipo. Tecnicamente, questo si presenta quindi come un indubbio avanzamento. Non si eludono però così i problemi etici. Anzi se ne crea almeno uno nuovo e non indifferente: sapendo come sono state preparate queste cellule staminali, è lecito utilizzarle, una volta messe in circolazione o in commercio, per produrre tessuti e organi per trapianti?

Repubblica 13.2.04
Il pericolo in laboratorio
di RENATO DULBECCO


DA MOLTI anni si parla di clonare animali di vario tipo, però nessuno era riuscito a clonare un embrione umano. La ragione di questo fallimento non è chiara. Probabilmente è dipesa dall´insieme di operazioni cui l´embrione è assoggettato, che tendono a danneggiarlo. Infatti, in tutte le clonazioni di animali, la percentuale di successo è molto piccola; la maggior parte degli embrioni muore durante lo sviluppo.
Molti di quelli che sopravvivono non riescono a dar luogo a un essere vivente, e quei pochi che raggiungono lo stato adulto spesso presentano dei difetti. Ora, nel caso di cui si parla, è accaduto proprio questo: si è partiti da 242 uova umane, di esse 30 hanno prodotto un embrione precoce da cui si sono estratte le cellule staminali; tra tutte le cellule staminali ottenute, solo una ha dato luogo a una coltura permanente; ma la coltura non è un essere vivente. Perciò non c´è granché di cui rallegrarsi: il successo, misurato a livello delle cellule staminali, è molto piccolo; e per di più si è ancora ben lontani dal realizzare l´obiettivo della clonazione, cioè la produzione di un essere vivente, che in questo caso è assente.
Perché gli scienziati si sono imbarcati su questa strada? Non per creare cloni, ma per ottenere delle cellule staminali che potrebbero essere servire a curare malattie degenerative, finora essenzialmente incurabili, come il morbo di Parkinson: oggi l´uso di cellule staminali sembra l´unica possibilità per raggiungere questo obiettivo, sebbene anche questa via sia al momento soltanto una possibilità teorica.
Finora cellule staminali umane erano state prodotte da embrioni precoci ottenuti con metodo naturale di fecondazione di ovocita da uno spermatozoo. Essi risultavano dal processo di fecondazione in vitro che generalmente produce un numero di embrioni superiore a quello necessario per produrre una gravidanza. Gli embrioni soprannumerari di solito vengono congelati; nella maggioranza dei casi non se ne fa alcun uso, e alla fine vengono distrutti. È sembrato perciò naturale usare tali embrioni per ottenerne un prodotto che può essere utile per sviluppare nuove terapie per malattie incurabili.
Ma in questo caso i ricercatori hanno usato un metodo diverso, quello della clonazione: cioè hanno eliminato il nucleo, che contiene i geni, dall´ovocita, ed hanno immesso nell´ovocita il nucleo di una cellula del corpo di un individuo adulto, che contiene i suoi geni. In questo modo si ottengono due risultati importanti: si ottiene una cellula che ha tutti i geni presenti nelle cellule di un individuo adulto, mentre l´ovocita contiene solo una metà di tali geni (l´altra metà proviene normalmente dallo spermatozoo); e l´ovocita modificato contiene i geni dell´individuo donatore. Perché quest´ultima differenza è importante? Lo è se si vuole ottenere dall´embrione che ne risulta cellule staminali che siano accettate dall´individuo; con il metodo classico le cellule ottenute non sarebbero accettate, e infine sarebbero distrutte dalle difese immunologiche dell´organismo.
Perciò, seguendo le tecniche usate in questo studio, si otterrebbe il nucleo da una cellula dell´individuo che ha la malattia che si vuol curare, per immetterlo in un ovocita donato da una o più donne. Le cellule staminali così ottenute verrebbero usate per cercare di controllare la malattia nell´individuo donatore, mentre non sarebbero generalmente utili per altri individui.
Questa tecnica potrebbe risolvere il problema del rigetto delle cellule, ma restano aperte altre questioni. Un problema generale è la percentuale estremamente bassa di sopravvivenza degli embrioni clonati. Questo dato dimostra anche che il meccanismo della clonazione produce danni nelle cellule, probabilmente causati dal fatto che lo stato dei geni in cellule adulte è molto diverso da quello dei geni nelle cellule germinali che producono l´embrione. Lo stato dei geni adulti viene evidentemente corretto dopo l´introduzione nell´ovocita, ma è chiaro che tale correzione non è completa, forse perché avviene in un tempo breve, di qualche giorno, mentre nel normale processo avviene in un periodo di mesi. Perciò non si può essere sicuri che le cellule staminali così ottenute siano normali; e se sono anormali, come è probabile, non sarebbero un buon soggetto di studi e tantomeno di terapia.
Un altro problema è posto dall´uso del nucleo ottenuto dall´individuo che ha bisogno della terapia, per evitare il problema del rigetto. In tutte le malattie degenerative l´individuo affetto ha delle alterazioni geniche che sono parte del processo producente la malattia. Queste alterazioni sarebbero presenti nelle cellule staminali prodotte dalla clonazione, e perciò ci si può domandare se queste cellule sarebbero utili come agenti terapeutici; probabilmente, dopo essere state introdotte nel corpo dell´individuo ammalato, esse andrebbero incontro allo stesso processo patologico che causa la malattia.
Un´altra critica è che non è necessario usare cellule staminali embrionali per cercare di curare le malattie degenerative. Infatti l´organismo umano adulto contiene cellule staminali, denominate adulte, essenzialmente in tutti gli organi. Perciò si potrebbero usare queste cellule per i tentativi terapeutici. Però non c´è dubbio che le cellule staminali embrionali hanno alcuni importanti vantaggi, specialmente possono essere propagate in coltura pressoché indefinitamente, e hanno la possibilità di dar luogo a qualunque cellula dell´individuo adulto. Per contro le cellule staminali adulte possono solo rigenerare cellule dell´organo da cui sono estratte, ed in modo limitato.
In conclusione, i risultati riportati non sono una nuova conquista scientifica: non contengono nulla di nuovo né dal punto di vista scientifico né da quello applicativo.

dal Giornale di Brescia 13.2.04

[...] secondo uno dei pionieri nella ricerca sulle cellule staminali del cervello, Angelo Vescovi, co-direttore dell’Istituto Cellule Staminali del San Raffaele di Milano «Tecnicamente il lavoro pubblicato su Science non propone nulla di nuovo. Pubblicarlo è stata piuttosto una scelta editoriale da parte della rivista: ha voluto gettare un sasso nello stagno del dibattito etico», ha rilevato Vescovi. Dopo che negli Stati Uniti era stato ottenuto due anni fa il primo embrione, sviluppato fino a 6 cellule, e successivamente fino a 16, era chiaro, secondo l’esperto, che tecnicamente sarebbe stato possibile andare ancora più avanti. «Non è da escludere che questo sia avvenuto nel segreto di alcuni laboratori», ha detto. Gli unici limiti erano di carattere etico. Non è per caso, ha aggiunto, che «l’esperimento sia avvenuto in un Paese che per motivi culturali e religiosi non si pone gli stessi problemi etici che sono invece stringenti in Occidente». L’effetto di questo annuncio sarà quindi, secondo Vescovi, quello di rilanciare un dibattito delicatissimo quanto acceso. Dal punto di vista scientifico non meraviglia nemmeno che i ricercatori di Seul e dell’università del Michigan abbiano ottenuto dei neuroni. «Il vero problema è piuttosto nel fatto che lo sviluppo di cellule umane ottenute da un embrione clonato non sono completamente normali dal punto di vista genetico».

il diavolo nel messinese

Galileo 13.2.04
SPECIALE
Cicap
CARONIA Diavolo di una corrente
di Marco Motta


"Il demonio manifesta a volte la sua presenza proprio attraverso strumenti legati alla corrente elettrica". Padre Gabriele Amorth, il più celebre esorcista italiano, non ha avuto dubbi nel pronunciarsi sui fatti avvenuti a Canneto, una piccola frazione di Caronia, nel messinese. Un diavoletto elettrico imperverserebbe nelle case del paese siciliano, che nell'ultima settimana è salito alla ribalta della cronaca nazionale per i numerosi casi di apparente autocombustione di molti oggetti: dai contatori dell'Enel agli elettrodomestici e, a quanto sembra, anche sedie e materassi. "È inaccettabile", replica secco Adalberto Piazzoli, docente di elettromagnetismo, onde e ottica all'Università di Pavia, nonché vicepresidente del Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale (Cicap), "che mentre stiamo ricevendo immagini da una sonda inviata su Marte, si debbano ancora sentire affermazioni del genere".
Le prime allusioni alla presenza di eventi paranormali, poltergeist, folletti e fantasmi sono comparse sui mezzi di informazione alcuni giorni fa, quando il sindaco del paese si è visto costretto a emanare un provvedimento di sgombero per le 39 persone nelle cui abitazioni si erano verificati gli strani episodi. Agli abitanti è subentrata un'équipe composta da tecnici dell'Enel, delle compagnie di telefonia mobile, delle ferrovie, da ricercatori dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e del Centro elettrotecnico sperimentale italiano per compiere sopralluoghi e misurazioni. E dal loro arrivo a Canneto sembra che le "forze maligne" abbiano trovato pace. "A quanto pare è ancora una volta confermata", commenta Piazzoli, "quella che al Cicap abbiamo soprannominato la prima legge scettica: in assenza di controlli, i fenomeni avvengono in gran numero, ma quando il controllo si fa capillare, scompaiono".
L'opinione del Cicap è che i fatti di Canneto potrebbero essere frutto di dolo o di uno scherzo. All'origine potrebbe esserci anche un problema tecnico, le cui dimensioni vengono poi ingrandite per mano di qualcuno, un fenomeno noto agli psicologi sotto il nome di "onda imitativa". "Non sarebbe la prima volta", continua Piazzoli, "alcuni anni fa fenomeni analoghi si sono verificati a Legnano, in Lombardia, ma il caso si è risolto con la scoperta della mano umana che si celava dietro i fenomeni".
Una spiegazione, a oggi, non è stata comunque ancora trovata. "L'ipotesi su cui stiamo lavorando", ha dichiarato mercoledì scorso in conferenza stampa Giuseppe Maschio, professore all'Università di Messina e tra i componenti della commissione, "è quella di un incidente tecnico avvenuto negli impianti elettrici". Ma i giorni precedenti hanno visto un fiorire di ipotesi, legate perlopiù alla presenza di campi elettromagnetici anomali. Di origine geomagnetica, per esempio. Ma il presidente dell'Ingv, Enzo Boschi, si è affrettato a precisare che il campo magnetico terrestre è troppo debole per provocare reazioni di questa portata, tanto più in un'area così ristretta. Anche i controlli sulla rete ferroviaria, che passa vicino al paese, non hanno avuto riscontro.
Il fisico Tullio Regge ha ipotizzato invece che all'origine degli strani fuochi ci possano essere delle antenne radar di mezzi militari che emettono un particolare tipo di onde ad alta intensità. "Le ipotesi legate alla presenza di campi elettromagnetici anomali", commenta Piazzoli, "pur essendo verosimili, sono improbabili. Mi sembra invece che la direzione sulla quale si sta muovendo la commissione possa portare alla soluzione: per esempio potrebbe darsi che negli appartamenti sia saltato il neutro, una parte dell'impianto elettrico trifase, provocando il passaggio da 220 a 380 volt, che genera surriscaldamenti". Pare però che le prove in assenza di energia elettrica siano state già fatte, senza impedire che i fuochi ricomparissero. "Come sempre in questi casi", risponde Piazzoli, "è essenziale appurare l'esatta successione degli eventi. E per questo dobbiamo aspettare che la commissione faccia il suo lavoro". Sempre che il diavolo (elettrico) non ci metta lo zampino.

uomini (e donne) e topi:
dall'Università di Yale

Yahoo Notizie
Colpa degli estrogeni se le donne sono più stressate degli uomini
Di Staibene.it


Donne più stressate degli uomini per colpa degli estrogeni. Ma anche più soggette a depressione e sindrome post-traumatica.
Lo sostengono scienziati dell'università di Yale secondo i quali gli estrogeni in alte concentrazioni rendono il cervello più sensibile, e quindi più a rischio di tensione e ansia. Questa differenza comincia a manifestarsi intorno alla pubertà, prosegue durante l'età fertile e declina negli anni della menopausa.
Nella loro indagine, i ricercatori hanno esposto topolini maschi e femmine a differenti livelli di stress e li hanno sottoposti a test per la memoria. In assenza di situazioni "ansiogene", i risultati ottenuti da topolini e topoline erano simili. Dopo l'esposizione ad alti livelli di stress, gli animali di entrambi i sessi avevano notevoli problemi di memoria.
Ma, quando la quantità di stress era moderata, le topoline, a differenza dei maschi, continuavano ad avere disturbi. La maggiore sensibilità degli animali di sesso femminile, spiegano gli autori, si verificava in coincidenza con le fasi di alta concentrazione di estrogeni. "L'individuazione di questo meccanismo - spiegano gli scienziati americani - potrebbe aprire la strada a nuove e più efficaci terapie contro la depressione per uomini e donne".

a proposito delle scelte culturali di Repubblica:

oltre all'articolo di Galimberti di lunedì sui telefonini, è stato citato al seminario anche quello di Citati di giovedì, sui suoi ricordi delle elementari, dal titolo "Il tempo vuoto".

(chi per caso li volesse vedere e non li trovasse può richiederli scrivendo a questo indirizzo; li riceverà per e-mail)

medicina (!) anglosassone:
per evitare cardiopatie, artrosi cervicali ecc. meglio non innamorarsi

TG COM 13-2-2004
Gb,scienziati: l'amore può uccidere
Studio condotto su 2mila persone


"Sembra proprio che un cuore che si spezza per amore possa portare anche alla morte", ha detto il dottor Martin Cowie, cardiologo dell'Imperial College's National Heart and Lung Institute di Londra, anticipando i risultati di una ricerca condotta su duemila persone. Il "mal d'amore" è di fatto messo tra i fattori di rischio per il cuore, alla stregua dell'abuso di grassi e di alcool.
Da tempo si sa che l'innamoramento scatena nell'organismo una serie di reazioni fisiologiche: quando si guarda la persona amata, scariche di adrenalina entrano nel flusso sanguigno, le pupille si dilatano, il battito cardiaco accelera, il sangue defluisce da organi non vitali come lo stomaco e si suda di più. Ma anche la fine di un amore si ripercuote sull'organismo. Le funzioni fisiologiche rallentano, il sistema immunitario si indebolisce, ormoni dello stress circolano in tutto il corpo, scatenando dolori diffusi e vere e proprie malattie, cala l'appetito e spesso non si riesce piu' a svolgere le normali occupazioni.
Già nel 1969 uno studio pubblicato sul British Medical Journal e condotto su 4.500 vedovi di 55 anni e più, seguiti per un arco di nove anni, aveva rivelato che il rischio di morte, nei primi sei mesi di vedovanza, aumentava del 40 per cento. Studio poi confermato nel 1996 aggiungendo che nei sei mesi successivi alla perdita del coniuge il rischio di morire per incidente, aggressione o crimine collegato all'alcool aumentava del 100 per cento, soprattutto tra gli uomini.
Il dolore per la perdita di una persona cara, spiegano gli specialisti, si ripercuote sull'organismo secondo uno schema preciso. Il cervello registra le mutazioni psicologiche e sociali, reagisce attraverso il sistema nervoso centrale e fornisce istruzioni per il rilascio di ormoni nel sangue. Le modificazioni chimiche prodotte nell'organismo interessano a loro volta l'umore e lo stato di salute generale. Ma chi ha il cuore infranto (nel senso di mal d'amore) non soffre solo a livello cardiaco (nel senso di muscolo): le conseguenze negative colpiscono tutti gli organi del corpo e si manifestano con una serie di sintomi che vanno dai dolori muscolari ai disturbi gastrointestinali, passando per l'artrosi cervicale; è anche molto più facile beccarsi il raffreddore o l'influenza.

La Stampa 14.2.04
RICERCA INGLESE SU DUEMILA PERSONE
D’amore si può
anche morire

La fine di una relazione o la perdita del partner favoriscono l’infarto
«Se la vita emotiva è travagliata in picchiata la barriera immunitaria»
di Maria Chiara Bonazzi


LONDRA. D’amore si può anche morire. I cuori infranti non sono una metafora: il lutto o la fine di una relazione predispongono all’infarto, alle malattie, agli incidenti e a una fine violenta. La perdita dell’amato bene, dice uno studio britannico di imminente pubblicazione, può compromettere la risposta immunitaria. I livelli di immunoglobulina A, l’anticorpo che funge da prima barriera difensiva dell’organismo, si abbassano infatti sensibilmente negli individui con una vita emotiva travagliata.
I risultati di una ricerca condotta su oltre duemila persone dal dipartimento di scienze sociali e di salute pubblica del Medical Research Council di Glasgow sono impressionanti. Il professor Philip Evans, psicologo all’Università di Westminster, che ha condotto lo studio, è specializzato negli effetti che le emozioni possono avere sulla salute: «L'amore e l’affetto sono due fra i nostri bisogni più importanti - dice -. Perciò non è sorprendente che quando questo bisogno è frustrato e le cose vanno male, esso sia una potente fonte di stress. Non si può usare la bacchetta magica e saltare direttamente dagli eventi psicologici alle conseguenze sulla salute. La mediazione è rappresentata da alcuni cambiamenti graduali nell’organismo. Il turbamento psicologico deve riflettersi in una sorta di turbamento ormonale, con effetti sul sistema immunitario».
Gli effetti sul livello dell’immunoglobulina A sono evidenti: «Abbiamo riscontrato con regolarità che i livelli di questo anticorpo (IgA) sono più bassi nei soggetti con una vita emotiva turbata», ha detto Evans al quotidiano «The Guardian». Ma anche l’ipersecrezione di cortisolo, l’ormone dello stress, può avere un ruolo importante. Infatti le coppie in cui vengono riscontrati livelli elevati di cortisolo hanno più probabilità di spaccarsi.
Evans è convinto che per stabilire l’effetto del cortisolo sulla salute sia necessario guardare alla curva di questo ormone, i cui livelli variano enormemente nel corso della giornata, nell’arco di un lungo periodo. Alcuni dati provenienti dagli Stati Uniti suggeriscono che, nei casi in cui livelli di cortisolo restino più o meno costanti, la risposta immunitaria sia compromessa.
Ma si può morire con il cuore letteralmente spezzato? Un altro scienziato, il professor Martin Cowie, cardiologo al National Heart and Lung Institute dell’Imperial College londinese, è convinto di sì: «Un primo studio, pubblicato nel 1969 sul British Medical Journal e condotto su 4500 vedovi e vedove sopra i 55 anni, metteva in evidenza che il rischio di morire nei primi sei mesi dopo la perdita del partner era di un buon 40% superiore al previsto. La causa più frequente di queste morti era l’infarto, il che corrobora la teoria del cuore spezzato».
Un’altra ricerca del 1996, nell’esaminare i dati relativi a un milione e mezzo di persone di età tra i 35 e gli 84 anni, ha concluso che nei sei mesi successivi alla perdita del coniuge il rischio di morire di infarto saliva fino al 35%. Il rischio di morte violenta, accidentale, o correlata all’abuso di alcool, era persino superiore. Che Eros debba portarsi appresso Thanatos non è una delle prime preoccupazioni di una coppia in preda alle prime vampate dell’innamoramento. Ieri un altro studioso, il neuroscienziato di Edimburgo Gareth Lang, ha illustrato come l’ossitocina, lo stesso ormone che aiuta a formare il legame fra madre e neonato, sia responsabile anche della costruzione di legami prolungati fra gli amanti.
«Come una singola, prolungata esposizione all’ossitocina possa produrre cambiamenti così profondi e duraturi sul comportamento non lo sappiamo, ma stiamo tentando di trovare delle risposte», ha detto il professor Lang alla BBC. L’ormone è prodotto in grandi quantità durante il parto e l’attività sessuale. Lo studioso crede anche che gli individui che possiedono meno ricettori dell’ossitocina possano avere più difficoltà a formare legami permanenti con i loro partner.